300 Mercenari rumeni si arrendono ai ribelli congolesi e vengono rimpatriati. Il fallimenti dell’esercito a pagamento

Non tutte le “legioni straniere” riescono ad avere successo. Quasi 300 mercenari stranieri assunti dal governo della Repubblica Democratica del Congo per contrastare la rapida offensiva dei ribelli ruandesi dell’M23 nell’est del Paese si sono arresi e mercoledì e sono stati mandati a casa dal governo ruandese. Almeno è finita bene per loro.

Goma, la più grande città del Congo orientale, è stata conquistata dall’M23 all’inizio della settimana, mettendo all’angolo i mercenari, i resti dell’esercito congolese e le milizie alleate contro il lago Kivu e il confine con il Ruanda e perfino le forze di pace dell’ONU.

Non avendo altro luogo dove ritirarsi, si sono consegnati alle truppe di pace delle Nazioni Unite a Goma, che hanno poi organizzato il loro transito verso casa attraverso il vicino Ruanda.

“Siamo sollevati perché finalmente possiamo tornare a casa… è un grande sollievo”, ha detto uno di loro, un rumeno che si trovava a Goma da circa due anni.

“Goma è devastata a causa della guerra tra ruandesi e congolesi”, ha detto alla Reuters mentre attraversava il confine con il Ruanda, rifiutando di fornire il proprio nome.

Il Ruanda nega di appoggiare i ribelli, ma afferma di aver preso quelle che definisce misure difensive, e accusa il Congo di combattere a fianco degli autori del genocidio ruandese del 1994. Ovviamente il Congo è visto come punto d’appoggio per quelli che erano gli hutu, autori del massacro dei tutsi nel 1994. Tren’tanni passati per niente.

Ingaggiati per rafforzare l’esercito sottopagato e disorganizzato del Congo, i mercenari hanno utilizzato droni militari ad alta tecnologia che sono stati a lungo bloccati dalle difese aeree ruandesi, secondo un’analisi dell’International Crisis Group.

Mercenari rumeni in Congo

Il Congo si è avvalso dei servizi di Agemira RDC, una filiale di una società madre con sede in Bulgaria, per la logistica, e di Congo Protection, guidata da un ex membro della Legione straniera francese, per l’addestramento, ha dichiarato Henry-Pacifique Mayala di Kivu Security Tracker (KST), che mappa i disordini nel Congo orientale.

Senza quasi alcun coordinamento tra i due appaltatori militari e gli altri attori sul campo, il ruolo dei mercenari ha peggiorato ulteriormente il conflitto, ha affermato Mayala.

Congo e mercenari, una lunga storia di insuccesso

Congo e forze mercenarie hanno una lunga storia di insuccesso e di brutalità. Se gli abitanti di una nazione non vogliono combattere per se stessi, perché dovrebbero farlo delle persone che combattono per soldi? Notava già il Machiavelli che il mercenario ha in se stesso il proprio capitale: perché dovrebbe sacrificarlo per difendere lo stato altri? Il discorso del XVI secolo vale, tale e quale, ora.

Al contrario i mercernari sono sempre proni ad approfittare al massimo della propria posizione, senza grossi scrupoli: alcuni congolesi anziani ricordano l’uso di mercenari negli anni ’60, tra cui un gruppo guidato da “Mad Mike” Hoare, che sostenne il tentativo fallito dello Stato meridionale del Katanga, ricco di minerali, di secedere da Kinshasa. La secessione del Katanga portò a una lunga e sanguinosa guerra nella regione, alimentata da milizie mercenarie senza scrupoli e molto ben armate ed addestrate.

“Mad Max ” Hoare, uno dei più famosi mercenari in Katanga

Prima di attraversare il confine, uno dei mercenari è stato rimproverato dal portavoce dell’M23 Willy Ngoma di fronte a un gruppo di giornalisti, dicendogli che non avrebbe dovuto “venire a cercare avventure in Congo”, secondo un video condiviso dal quotidiano ruandese New Times.

“Abbiamo un Paese molto ricco. Ma con leader avidi. Ti hanno reclutato, ricevi 8.000 dollari al mese e sei nutrito, mentre (i soldati congolesi) ricevono meno di 100 dollari”, ha detto Ngoma.

Alla domanda su dove si sia addestrato, il mercenario ha risposto che è stato con la Legione straniera francese, un’unità dell’esercito francese che accetta volontari da tutto il mondo. I ministeri degli Esteri e della Difesa francesi non hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.

Al valico di frontiera tra Goma e la città gemella ruandese di Gisenyi, i reporter della Reuters hanno visto decine di uomini corpulenti, molti barbuti, alcuni in tuta, in fila per essere perquisiti dalla polizia e per far esaminare i loro bagagli dai cani da fiuto.

Un uomo indossava una camicia con la scritta “REGIMENT ETRANGER DES PARACHUTISTES”, il reggimento di paracadutisti della Legione Straniera francese, che ha combattuto con successo nello Zaire, l’ex nome del Congo, nel 1978 per salvare ostaggi europei e locali tenuti in ostaggio da un gruppo di ribelli.

L’esercito ruandese ha dichiarato di aver accolto mercoledì oltre 280 mercenari rumeni e che li avrebbe trasportati nella capitale Kigali. Gli uomini sono saliti sugli autobus in silenzio. Un esercito sconfitto, ma vivo, e per un mercenario questo è già un buon risultato. Almeno potranno godersi il soldo in Patria.


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Ricchezza e Cambiamento Climatico: Un Legame Inaspettato

Un interessante paper affronta il problema su  quale sia la migliore strategia per affrontare gli effetti del  cambiamento climatico. Ondate di calore, inondazioni, siccità, eventi estremi sempre più frequenti: le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ma c’è una buona notizia, almeno in parte: secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Technological Forecasting and Social Change, le società più ricche hanno maggiori possibilità di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico, risultando quindi più sicure . La decrescita non è una risposta, adeguata ad affrontare questo problema, anzi.

Lo studio, intitolato “Is wealth a critical driver in shaping climate change impact and adaptation pathways?“, ha analizzato i dati di 118 paesi tra il 1990 e il 2017, mettendo in relazione il loro livello di ricchezza (misurato come Prodotto Interno Lordo pro capite, o PIL) con la loro vulnerabilità e capacità di adattamento al cambiamento climatico. I risultati sono chiari: esiste una forte correlazione tra ricchezza e sicurezza climatica.

Perché la ricchezza aiuta a combattere il cambiamento climatico?

La risposta è semplice: i paesi più ricchi hanno maggiori risorse da investire in misure di adattamento e mitigazione. Possono, ad esempio:

  • Investire in infrastrutture resilienti: costruire dighe più resistenti, sistemi di drenaggio efficienti, edifici progettati per resistere a eventi climatici estremi.
  • Sviluppare tecnologie innovative: finanziare la ricerca per soluzioni energetiche pulite, sistemi di allerta precoce per eventi meteorologici, tecniche agricole più sostenibili.
  • Migliorare la sanità pubblica: investire in sistemi sanitari efficienti, in grado di affrontare l’aumento di malattie legate al clima, come quelle trasmesse da vettori (zanzare, zecche) o causate da ondate di calore.
  • Supportare le popolazioni vulnerabili: fornire assistenza economica e sociale alle comunità più colpite dai disastri naturali, facilitando la ripresa e la ricostruzione.
  • Educare e sensibilizzare: finanziare programmi di educazione e sensibilizzazione sul cambiamento climatico, promuovendo comportamenti più sostenibili.
  • Rafforzare la capacità di risposta agli eventi climatici estremi: prepararsi meglio alle emergenze, con strategie di evacuazione e sistemi sanitari adeguati a gestire un gran numero di persone colpite.

Il risultato di questi investimenti è ben mostrato dal seguente grafico che mostra come, al giorno d’oggi, sia più probabile morire per disastri NON legati al clima (terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami) he per disastri legati al clima

Prendiamo ad esempio le inondazioni. Un paese ricco può investire in sistemi di argini avanzati, in modelli di previsione meteorologica più precisi, e in piani di evacuazione efficienti. Inoltre, può contare su un sistema assicurativo sviluppato, che permette alle persone di recuperare almeno in parte le perdite economiche.

Un paese povero, invece, si troverà spesso impreparato, con infrastrutture inadeguate e risorse limitate per affrontare l’emergenza e aiutare la popolazione colpita. Potremmo aggiungere che un paese in corso di rapido impoverimento, non in grado di manutenere i corsi dei fiumi, farà finta di niente e cercherà di obbligare i cittadini a farsi un’assicurazione.

Non solo ricchezza: l’importanza della buona governance

Lo studio sottolinea anche che la ricchezza, da sola, non basta. È fondamentale che le risorse siano gestite in modo efficiente e trasparente, attraverso una buona governance.

Ciò significa avere istituzioni stabili, governi responsabili e una bassa corruzione. Solo così si può garantire che gli investimenti per l’adattamento al clima siano efficaci e vadano a beneficio di tutta la popolazione, soprattutto delle fasce più vulnerabili.

Inoltre il fatto che la ricchezza equivale a più sicurezza fa si che i paesi più poveri siano anche quelli che maggiormente rischiano dai fenomeni climatici estremi. Questo è l’altro verso della medaglia. Se si volesse veramente sviluppare la capacità di resistere ai fenomeni estremi, bisognerebbe incentivare una crescita economica stabile e ordinata, non imporre strambe politiche “climatiche”.

L’energia da fonti fossili e qui per rimanere

Lo studio rivela anche un paio di informazioni molto utili, sul piano generale. Prima di tutto chi pensa che, come per miracolo, spariranno i combustibili fossili, si sta sbagliando fortemente. Petrolio, gas e perfino carbone sono qui con noi e ci rimarranno per un bel po’:

Tipi di fonti energeriche attuali e future

Le fonti rinnovabili non saranno una parte consistente del mix energetico globale ancora a lungo.

Non solo: l’applicazione degli accordi di Parigi non verrà a eliminare  gran parte delle emissioni aggiuntive di CO2

L’accordo di Parigi non sarà in grado di limitare le emissioni di CO2 per limitare il riscaldamento. A questo punto è più logico puntare al contenimento dell’eventuali conseguenze dell’aumento di eventi climatici. Ma questo richiede una maggiore, non una minore ricchezza. La decrescita non si sa se sia felice, ma sicuramente è insicura

Conclusione

Lo studio ci offre una prospettivarara. interessante e, per certi versi, ottimistica. Se da un lato il cambiamento climatico rappresenta una sfida enorme, dall’altro la crescita economica, se gestita in modo sostenibile e accompagnata da una buona governance, può fornire gli strumenti per affrontarla. Investire nella crescita economica, nella ricerca, e in politiche di adattamento al clima non è solo un’opzione, ma una necessità per garantire un futuro più sicuro per tutti.

La ricchezza, insomma, può essere un’alleata nella lotta contro il cambiamento climatico, ma solo se accompagnata da un impegno globale per la sostenibilità e l’equità. L’economia dovrebbe occuparsi di migliorare, non ridurre, il benessere complessivo. 

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La Francia ordina 600 Milioni in sistemi anti-Droni e anti-Aerei

L’agenzia francese per gli acquisti della difesa ha ordinato nuovi sistemi di difesa aerea e di contrasto ai droni per 600 milioni di euro.

Tutti e tre i reparti delle Forze Armate francesi riceveranno i sistemi nell’ambito della legge di programmazione militare 2024-2030.

La legge prevede un aggiornamento completo delle capacità di difesa aerea francesi durante questo decennio, con uno stanziamento di 5 miliardi di euro (5,2 miliardi di dollari).

“Guidati dall’agenzia [per gli acquisti della difesa], questi programmi e i loro futuri incrementi devono consentire un continuo miglioramento delle prestazioni dei sistemi d’arma e l’aumento della potenza di queste nuove capacità”, ha dichiarato l’agenzia.

I contratti

Tre aziende francesi si sono aggiudicate i quattro contratti: MBDA France, KNDS France e Thales. Il primo contratto a MBDA France riguarda otto lanciatori MICA a lancio verticale (VL) e munizioni per la Forza Aerea e Spaziale Francese.

Il sistema a corto raggio montato su veicolo è particolarmente efficace contro gli attacchi di massa di obiettivi a bassa segnatura come bombe guidate e missili, compresi i missili da crociera).

VL MICA

Un sistema VL MICA comprende un sistema di comando e controllo montato su veicolo, un radar tridimensionale montato su un veicolo separato e da tre a sei lanciatori verticali, anch’essi montati su veicoli.

Difesa aerea mobile per forze terrestri

Il secondo appalto va a KNDS France per lo sviluppo e la produzione di due nuove versioni del veicolo blindato multiruolo SERVAL.

Il premio comprende la consegna di 30 veicoli SERVAL DSA (difesa terra-aria) equipaggiati con la torretta ATLAS RC di MBDA France, in grado di sparare il missile terra-aria MISTRAL.

Torretta del sistema ATLAS-RC

L’aggiudicazione comprende anche la consegna di 24 veicoli SERVAL LAD (contro i droni) dotati di una torretta a comando remoto con cannone da 30 mm e sistemi di rilevamento autonomi.

Secondo l’agenzia per gli acquisti della Difesa, i veicoli saranno adattati per “l’impegno in conflitti ad alta intensità” e saranno impiegati per “contribuire alla creazione da parte dell’Esercito di una bolla antiaerea di accompagnamento, per proteggere le forze terrestri dispiegate nelle operazioni”.

Serval LAD

Sistemi montati su nave

La terza assegnazione a MBDA France riguarda l’acquisizione del sistema di autodifesa antiaerea SIMBAD-RC montato su nave, con il missile MISTRAL come effettore.

SIMBAD RC su mezzo navale

Il sistema sarà integrato nei pattugliatori d’altura e nelle navi da rifornimento della Marina francese.

Infine, KNDS France e Thales Land & Air Systems hanno ricevuto un contratto per lo sviluppo di una munizione d’artiglieria antiaerea da 40 mm. Un a richiesta necessaria dopo quanto succello al Ghepard in Ucraina, temporaneamente rimasto senza munizioni perché la Svizzera si era rifiutata di fornire le munizioni da 35 mm.

Il munizionamento sarà impiegato sulle navi della Marina francese per migliorare le loro capacità di autodifesa. questi sistemi anti drone e ad alta quota sono nati per intergrarsi con il sistema a media-alta quota EUROSAM SAMP-T, di costruzione franco-italiana, che vede protagonisti MBDA e Thales, e che viene ad operare dove non arrivano i sistemi a corto raggio.

La Francia comunque viene a investire in prodotti nazionali, cercando di avere delle ricadute positive sull’industria nazionale francese. Almeno non si comprano solo sistemi americani.


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Francia: PIL il calo nel quarto trimestre. Un bel problema per il governo Bayrou

La Francia ha ricevuto economicamente delle brutte notizie nell’ultimo trimestre. L’economia francese ha subito una contrazione dello 0,1% nel quarto trimestre del 2024 a livello di PIL, mancando le stime di mercato che prevedevano una crescita nulla e passando da un’espansione dello 0,4% nel terzo trimestre, secondo i dati flash.

Si è trattato della prima contrazione trimestrale dal 1° trimestre del 2022, in un contesto di caos politico e di affievolimento della spinta delle Olimpiadi estive.

Gli investimenti fissi sono rimasti deboli (-0,1% rispetto al -0,3% del 3° trimestre), con un calo più marcato degli investimenti in costruzioni e un aumento degli investimenti in manufatti e servizi di mercato.

Nel frattempo, i consumi delle famiglie sono rallentati (0,4% rispetto allo 0,6%), a causa della spesa per i servizi, e la spesa pubblica è diminuita leggermente (0,4% rispetto allo 0,5%).

L’interscambio netto è rimasto un freno al PIL (-0,2 ppt vs. -0,1 ppt), in quanto le esportazioni sono diminuite leggermente (-0,2% vs. -0,8%) ma le importazioni sono rimbalzate (0,4% vs. -0,4%). La variazione delle scorte ha contribuito negativamente (-0,1 ppt vs. 0,2 ppt).

Ecco il relativo grafico:

Su base annua, l’economia è cresciuta dello 0,7%, in rallentamento rispetto all’aumento dell’1,2% del terzo trimestre e segnando il ritmo più basso dalla contrazione del quarto trimestre del 2020.

Per l’intero anno, il PIL francese ha registrato un aumento dell’1,1%, pari al tasso di crescita del 2023.

Il governo Bayrou ha abbassato le previsioni di crescita dell’economia francese per il 2025 dal 1,1% allo 0,9%, ma, vista l’evoluzione mondiale e i timori legati agli eventuali dazi imposti dal governo Trump, anche queste previsioni sono perfino ottimistiche.

Il governo Bayrou ha già programmato dei secchi tagli di bilancio, e questo non  farà che comprimere ulteriormente il PIL, oltre a scontentare moltio cittadini. Non vengono tagliate le spese poco produttive, come quelle della difesa. Quindi sarà molto difficile per Bayrou e il suo governo rispettare gli impegni di deficit.


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Iraq: un grande incendio ferma 120 pozzi di petrolio e 300 mila barili di produzione

Rumaila, il più grande giacimento petrolifero dell’Iraq in grado di pompare circa 1,5 milioni di barili al giorno (bpd), ha visto la sua produzione di petrolio ridursi di 300.000 bpd da quando la settimana scorsa è scoppiato un incendio nell’enorme giacimento, ha dichiarato lunedì a Bloomberg un funzionario petrolifero iracheno.

Al momento l’Iraq non ha una tempistica per il pieno recupero della produzione di greggio a Rumaila, ha dichiarato a Bloomberg Mohammed Al-Najjar, rappresentante nazionale dell’Iraq presso l’OPEC.
Venerdì è scoppiato un incendio nel giacimento di Rumaila, dove BP e PetroChina hanno lavorato negli ultimi anni per avviare la produzione. L’incendio è stato rapidamente circoscritto, ha dichiarato venerdì il ministero del petrolio iracheno.

L’incidente si è verificato in un serbatoio di stoccaggio dismesso presso la quinta stazione di separazione del gas del giacimento (DS5) nel nord di Rumaila. Il ministero iracheno ha dichiarato che l’incendio è scoppiato per “motivi tecnici non identificati”, aggiungendo che non ci sono stati feriti gravi tra il personale.

Squadre di vigili deel fuoco iracheni all’opera

Due dei lavoratori locali del settore petrolifero hanno riportato lievi ustioni, hanno riferito tre fonti energetiche alla Reuters. Venerdì, inoltre, hanno dichiarato che l’incendio non ha avuto ripercussioni sulle operazioni del giacimento di Rumaila.

Il giacimento di Rumaila produce 1,5 milioni di bpd di petrolio, ovvero circa un terzo del greggio pompato dal secondo produttore dell’OPEC dopo l’Arabia Saudita. Secondo BP, la produzione di petrolio a Rumaila è aumentata del 40% dal 2010.

La multinazione  britannica, la PetroChina, di proprietà statale, e la Basra Oil Company (BOC), di proprietà statale irachena, hanno lavorato in partnership per sviluppare Rumaila, che è il secondo più grande giacimento produttivo al mondo. Si stima che Rumaila abbia circa 17 miliardi di barili di petrolio estraibili.

BP e PetroChina hanno costituito Basra Energy Company Limited (BECL), una joint venture incorporata (IJV). Dal giugno 2022, BECL possiede e gestisce i suoi interessi nel giacimento di Rumaila. Si prevede che la BECL consentirà di ottimizzare e continuare gli investimenti per tutta la durata dell’attuale contratto di servizio tecnico – che scadrà alla fine del 2034 – e di migliorare l’accesso ai finanziamenti esterni.


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Il più grande Data center AI d’Europa sorgerà nel Regno Unito

Il progetto del più grande centro europeo per il cloud e l’intelligenza artificiale (AI) e stato approvato nel Regno Unito e sorgerà vicino alla M25, nell’Hertfordshire, dopo che il governo ha lanciato il cosiddetto “piano d’azione”sulla materia. 

La struttura all’avanguardia sarà costruita vicino alla sottostazione di Elstree, a 30 minuti dal centro di Londra, e si estenderà fino a due milioni di metri quadrati, con un costo di costruzione previsto di 3,75 miliardi di sterline.

Una volta completato, sarà uno dei centri dati più grandi d’Europa, in grado di servire grandi colossi tecnologici come Google, Amazon o Microsoft.

L’approvazione è stata concessa dal consiglio comunale di Hertsmere giovedì sera, appena una settimana dopo che il governo ha lanciato il piano d’azione sulle opportunità dell’intelligenza artificiale.

Il centro appena approvato svolgerà un ruolo chiave nel soddisfare la crescente domanda di capacità cloud e tecnologie AI, allineandosi ai piani di Starmer per una solida infrastruttura AI nel Regno Unito.

Lunedì scorso, Starmer ha dichiarato: “L’industria dell’IA ha bisogno di un governo che sia dalla sua parte, che non si tiri indietro e si lasci sfuggire le opportunità.

“E in un mondo di concorrenza spietata, non possiamo stare a guardare. Dobbiamo muoverci velocemente e agire per vincere la gara globale”.

Nonostante si trovi all’interno della cintura verde, il sito, che attualmente è un terreno agricolo, è stato considerato idoneo allo sviluppo a causa del suo limitato contributo agli scopi della cintura verde.

Un progetto importante, ma l’energia?

Una volta operativo, il centro dati dovrebbe generare significativi benefici economici, tra cui 21,4 milioni di sterline di tasse commerciali annue e una stima di 1,1 miliardi di sterline di valore aggiunto lordo all’anno.

Si prevede inoltre la creazione di 500 posti di lavoro nella costruzione, 200 ruoli permanenti in cantiere e oltre 13.000 posizioni indirette, di cui una parte significativa nel Sud-Est del Paese.Il corridoio M25 ospiterà il più grande centro dati cloud e AI d’Europa

Il Comune ha annunciato che ci saranno ulteriori benefici per le infrastrutture locali, come miglioramenti di 2 milioni di sterline per i percorsi degli autobus, l’ampliamento degli schemi ciclabili e il miglioramento degli attraversamenti stradali e dei percorsi pedonali.

Il progetto si impegna inoltre a mantenere il 54% dei suoi 85 acri come spazio verde, per ottenere un guadagno netto di biodiversità del 10%.

Includerà una riserva di energia dalla rete nazionale, posizionandosi vicino a percorsi chiave per la fibra ottica e a zone di disponibilità regionale.

Il problema di questa infrastruttura, altrimenti molto importante, è che, appunto, sarà estremamente energivora, ponendo un’ulteriore peso sulla rete energetica britannica. Proprio recentemente il Regno Unito ha visto i prezzi dell’energia esplodere a 240 Sterline a MW , a causa di un calo nella produzione eolica. un impianto di elaborazione dati per la Ai è molto energivoro, e rischia di far peggiorare i problemi energetici britannici.


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Sapete veramente chi finanzia l’Organizzazione Mondiale della Sanità ?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di salute pubblica globale, coordinando le risposte alle crisi e promuovendo il benessere in tutto il mondo. I suoi finanziamenti provengono da un mix di contributi degli Stati membri e di donazioni volontarie da parte di organizzazioni e governi.

Ma chi veramente finanzia questa organizzazione internazionale, messa sotto accusa per non essere stata in grado di affrontare adeguatamente il Covid? Vediamo questa infografica di Visual Capitalist.

Poiché gli Stati Uniti si ritireranno dall’OMS entro un anno, quale sarà l’impatto sul bilancio dell’organizzazione? Molto rilevante:

Dati e conclusioni chiave

Il grafico qui sopra illustra i contributi volontari versati al bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il periodo 2022-23.

Si noti che questi contributi differiscono dai contributi valutati, che sono pagamenti obbligatori che gli Stati membri dell’OMS sono tenuti a versare.

Per questo periodo, i contributi volontari hanno costituito l’81% del finanziamento totale, mentre i contributi valutati hanno rappresentato il 12%. Il restante 7% proviene da altre fonti. Quindi il vero finanziamento è quello dei contributi volontari


Il finanziamento dell’OMS è un gran pasticcio, perché mescola finanziamenti pubblici, privati e di altre organizzazionei. Un’organizzazione internazionale ha, come secondo finanziatore, una fondazione privata, che ora diventerà il primo finanziatore, la Fondazione Gates.

Non solo, il quarto finanziatore è GAVI, a sua volta una formazione pubblico-privata, e dove anche l’Italia è fra i finanziatori. Francamente non sono un amante di organizzazioni che mescolano il privato e il pubblico, perché non si capisce mai chi sia a comandare veramente…

L’America è fuori dall’OMS

La notizia più importante del momento è che il Presidente Trump sta ancora una volta ritirando gli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Come si evince dai dati di bilancio dell’OMS per il 2022-23, gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior contributore volontario, con poco più di 1 miliardo di dollari donati.

In un ordine esecutivo firmato di recente, Trump ha citato “l’incapacità dell’organizzazione di dimostrare l’indipendenza dall’influenza politica inappropriata degli Stati membri dell’OMS”, nonché la sua richiesta di “pagamenti ingiustamente onerosi da parte degli Stati Uniti”.

Gli Stati Uniti si sono ritirati per la prima volta dall’OMS nel 2020 in risposta alla gestione dell’organizzazione della pandemia COVID-19. Il presidente Biden ha ritrattato la decisione. Il Presidente Biden ha ritrattato questa decisione quando è entrato in carica nel 2021, riportando gli Stati Uniti nell’organizzazione.

Quanto ha contribuito la Cina nel 2022-23?

Sebbene non sia stato esplicitamente menzionato nel suo ordine esecutivo, una delle lamentele di Trump nei confronti dell’OMS riguarda il suo rapporto con la Cina.

I contributi volontari della Cina nel 2022-23 ammontano a 41 milioni di dollari, pari allo 0,6% del finanziamento volontario totale. Si noti che i contributi volontari sono spesso destinati a scopi specifici, limitando la flessibilità dell’OMS nel loro utilizzo. Quindi, praticamente, la Cina non finanzia nulla.

Per quanto riguarda i contributi valutati, alla Cina è stato richiesto di pagare 115 milioni di dollari nel 2022-23, mentre agli Stati Uniti è stato richiesto di pagare 219 milioni di dollari. L’argomentazione di Trump contro questi pagamenti è che la popolazione cinese è diverse volte più grande di quella americana.


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BlackRock scandalizza: i Paesi Xenofobi saranno più ricchi e più stabili

Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock e probabilmente uno degli uomini più potenti del pianeta, afferma apertamente che i Paesi con politiche di immigrazione “xenofobe” avranno un tenore di vita più elevato, una crescita più rapida della produttività e saranno maggiormente in grado di gestire l’impatto sociale dei progressi dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni.

“Siamo sempre stati abituati a pensare che la diminuzione della popolazione fosse una causa di crescita negativa. Ma nelle mie conversazioni con i dirigenti di questi grandi Paesi sviluppati che hanno politiche di immigrazione xenofobe, che non permettono a nessuno di entrare, la disoccupazione si riduce, scusate, la demografia si riduce.

Questi Paesi svilupperanno rapidamente la robotica, l’intelligenza artificiale e la tecnologia.
E se la promessa, non ho detto che accadrà, ma la promessa di tutto ciò trasforma la produttività, cosa che la maggior parte di noi pensa che accadrà, saremo in grado di elevare il tenore di vita dei Paesi e il tenore di vita degli individui anche con popolazioni in calo”, ha detto Fink.

“Il paradigma della crescita demografica negativa è destinato a cambiare. E i problemi sociali che si presenteranno nel sostituire gli esseri umani con le macchine saranno molto più semplici nei Paesi in cui la popolazione è in calo”.

La BlackRock di Fink gestisce un patrimonio di 10,6 trilioni di dollari e ha accesso ai leader mondiali, agli amministratori delegati e ad alcune delle menti più brillanti del pianeta, quindi quando parla, la gente dovrebbe ascoltarlo, indipendentemente dal fatto che ciò che dice piaccia o meno.

Quando Fink parla di Paesi xenofobi, si riferisce a Paesi come la Corea del Sud, la Cina e il Giappone, dove la robotica e l’IA vengono utilizzate per gestire la situazione demografica invece dell’immigrazione di massa.

Va notato che lo stesso Fink ha svolto un ruolo chiave nel guidare le politiche DEI nelle aziende. BlackRock ha usato i suoi trilioni di dollari di investimenti per costringere le aziende ad adottare queste politiche, ma la società non solo si sta rivoltando contro queste politiche, ma Fink e altri potrebbero anche vedere la scritta sul muro con l’IA e l’automazione, e come molti dei Paesi asiatici sembrano superare l’Occidente. Alla fine la stessa Blackrock è dovuta uscire dal club delle istituzioni finanziarie che combattono il CO2. Alla fine le mode costano troppo.

Gli esempi di come questi Paesi stiano rapidamente sostituendo la manodopera umana abbondano e alcuni dei cambiamenti più drammatici sono avvenuti solo negli ultimi anni, se non negli ultimi mesi.

In Giappone, ad esempio, si stanno impiegando robot per la consegna di cibo al posto di migranti provenienti dai Paesi del Terzo Mondo, gli stessi che in Occidente sono costretti a guadagnare una miseria sopportando condizioni di lavoro precarie.

Nel frattempo, la Cina sta impiegando autobus a guida autonoma per trasportare le persone al posto dei rifugiati o dei migranti. La tendenza dei veicoli autonomi sta esplodendo e nei prossimi cinque anni non potrà che accelerare fino al punto in cui la maggior parte dei trasporti pubblici sarà automatizzata e, se ci sarà un autista, sarà presente solo in caso di emergenza.

In particolare, molti degli incidenti che si verificano sui mezzi pubblici sono dovuti a errori umani.
La Corea del Sud possiede alcune delle fabbriche più altamente automatizzate al mondo. In effetti, il Paese è in testa alla classifica mondiale della densità di robot e presenta un robot ogni dieci lavoratori umani nel settore manifatturiero. Ha sostituito con successo il 10% della sua forza lavoro attraverso l’automazione. Queste tendenze non potranno che accelerare, dato che i robot umanoidi sono sempre più in grado di svolgere mansioni umane, uno sviluppo che cancellerà milioni di posti di lavoro in fabbrica nei prossimi anni.

Migranti illegali al confine con il Messico

Fink sostiene, in sostanza, che questi Paesi asiatici “xenofobi” continueranno a essere leader in termini di automazione, in parte a causa del loro calo demografico, che rende l’innovazione una necessità. In realtà, la dipendenza dell’Occidente da ondate di manodopera straniera, che è diventata anche un grave onere per il sistema previdenziale, ha danneggiato la produttività, in quanto le aziende ritengono che non sia necessario innovare quando molti compiti possono essere risolti con manodopera a basso costo.

Non è nemmeno vero che l’immigrazione abbia portato a un miglioramento del tenore di vita. Gli Stati Uniti, che hanno visto il più grande afflusso di immigrati nella storia dell’umanità, lamentano continuamente una carenza di manodopera, compresa una “crisi” che riguarda la mancanza di “manodopera qualificata”. Sembra che, indipendentemente dal numero di milioni di persone che arrivano nel Paese dall’estero, la carenza di manodopera qualificata non faccia che aumentare, soprattutto perché si fa entrare chi non ha nesssuna capacità o preparazione specifica. Si potrebbe anche preparare queste persone  nel loro paese, ma allora perché dovrebbero poi alimentare il traffico illecito di esseri umani? Prenderebbero un aereo.

Robot PUDU aòl lavoro

Quindi sarà brutto, ma i Paesi che sfruttano la meccanizzazione, l’automazione e la AI, invece che migliaia di disperati o peggio, secondo Larry Fink, il capitalista più buonista del mondo e che controlla il futuro di intere nazioni, avrà un futuro migliore rispetto a chi  non sarà razzista e accoglierà milioni di immigrati senza preparazione e capacità.

C’è solo un problema adesso: chi lo dice ai Dem di tutto il mondo?


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La Germania dovrebbe mantenere attivabili le centrali a carbone ancora per molti anni, se non vuole pagare prezzi altissimi

La Germania potrebbe essere costretta ad affidarsi alla produzione di energia elettrica a carbone in standby più a lungo di quanto previsto in precedenza, per mantenere il sistema elettrico stabile e i prezzi dell’energia da picchi quando la produzione rinnovabile è bassa. Per Standby si intende che la centrale a Carbone non è attiva, ma pronta a entrare in produzione in brevissimo tempio su richiesta.

I piani tedeschi per la costruzione di nuove centrali a gas naturale sono in ritardo rispetto alla tabella di marcia, mentre i margini di riserva del sistema si sono ridotti da quando la più grande economia europea ha chiuso la sua ultima centrale nucleare nel 2023.

Senza alternative per la generazione di riserva per garantire l’alimentazione nei picchi di domanda e con basse velocità del vento, le centrali a carbone potrebbero essere necessarie anche nel 2030, ha dichiarato Christoph Mueller, amministratore delegato dell’operatore di rete tedesco Amprion GmbH, in un’intervista pubblicata mercoledì da Bloomberg. Uno smacco per il paese che voleva guidare la transizione verde.

“Alcuni di questi impianti hanno attualmente una prospettiva operativa solo fino al 2026, la maggior parte fino al 2031”, ha detto Mueller, riferendosi alle centrali a carbone in standby.
“Dovremmo fare un’analisi adeguata ora, nel caso in cui avessimo bisogno di queste centrali per un periodo più lungo”, ha aggiunto il dirigente.

La Germania ha bisogno di procedere al più presto all’assegnazione di gare d’appalto per nuove capacità di gas naturale che sostituiscano le centrali a carbone se vuole raggiungere l’obiettivo di eliminare gradualmente il carbone dalla produzione di energia entro la fine del decennio, ha dichiarato lo scorso anno il gigante tedesco dell’energia Uniper.

Il Paese ha anche deciso di accelerare l’eliminazione del carbone al 2030, rispetto alla data precedentemente prevista del 2038, ma la Germania ha riattivato alcune centrali elettriche a carbone messe fuori servizio negli ultimi inverni dopo la cessazione delle forniture di gas naturale russo.

Alla fine dello scorso anno, i prezzi dell’energia elettrica in Germania hanno subito un’impennata a causa dell’abbassamento del cosiddetto margine di potenza, ovvero l’offerta di elettricità disponibile per soddisfare la domanda, in quanto la bassa velocità del vento e il clima più freddo stavano mettendo a dura prova il sistema elettrico.

All’inizio di questo mese, la lobby tedesca degli importatori di carbone, VDKi, ha dichiarato che le centrali a carbone rimangono un pilastro della produzione di energia elettrica tedesca nei periodi di bassa velocità del vento.

“Le moderne centrali a carbone sono un’importante spina dorsale della rete elettrica tedesca”, ha dichiarato Alexander Bethe, amministratore delegato di VDKi.

“Al fine di fornire un numero sufficiente di centrali elettriche controllabili per la sicurezza dell’approvvigionamento, è quindi necessario introdurre al più presto un MERCATO DELLA CAPACITÀ centralizzato, aperto dal punto di vista tecnologico e competitivo”, ha aggiunto Bethe.

Prò i Verdi non vogliono ritardare la chiusura delle centrali a Carbone. preferiscono strapagare l’energia. Del resto loro non producono nulla.


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Il Ministro Verde tedesco Habeck Non vuole dipendere troppo dal gas e dal petrolio USA

L’Europa non deve dipendere troppo dal petrolio e dal gas statunitensi, ha dichiarato martedì il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck, Verde ed uscente, un giorno dopo l’insediamento di Donald Trump come 47° presidente degli Stati Uniti.

L’Europa deve “andare incontro all’amministrazione Trump con una mano tesa, ma senza farci tagliare la mano”, ha detto Habeck al vertice sull’energia Handelsblatt a Berlino, proprio mentre il Presidente Trump esortava ancora una volta l’Europa ad acquistare più petrolio e gas americani.

Durante la presidenza Trump, l’UE deve rimanere unita e definire i propri interessi, anche nel settore energetico, ha affermato Habeck, citato da Bloomberg.

Habeck, membro del partito dei Verdi in Germania, ha anche criticato il ritiro di Trump dall’Accordo di Parigi avvenuto il primo giorno.

“È l’inizio di un fallimento storico”, ha dichiarato il ministro tedesco, che ha sostenuto l’accelerazione della transizione energetica in Germania e in Europa per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.

Habeck incontra il Principe saudita

Habeck ha anche criticato il piano di Trump di imporre tariffe ai partner commerciali, affermando che queste indebolirebbero le economie e aumenterebbero l’inflazione sia negli Stati Uniti che in Europa.

Habeck può sempre acquistare il gas dalla Russia

La situazione sta diventanto sempre più divertente: la UE vuole eliminare completamente le importazioni di GNL russo, anche se in modo graduale. Ora però i Vedi affermano che non si può dipendere dall’unico altro produttore che può incrementare la capacità produttiva rapidamente gli USA, perché c’è Trump.

Se per motivi ideologici Habeck non vuole dipendere dagli USA di Trump può sempre riprendre a importare dalla Russia, che sarà ben felice di fornire nuovamente l’Europa. Altrimenti può produrre lui il gas naturale, oppure può costruire delle centrali nucleari, alle quali i verdi sono contrari.

Il Presidente Trump ha esortato l’Unione Europea ad aumentare gli acquisti di greggio e gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti se vuole evitare le tariffe su tutte le importazioni.

“L’unica cosa che possono fare rapidamente è comprare il nostro petrolio e il nostro gas”, ha detto Trump ai media lunedì, come citato da Bloomberg. “Risolveremo la questione con le tariffe, oppure dovranno comprare il nostro petrolio e il nostro gas”.

È la seconda volta che il Presidente Trump esorta l’Europa a comprare più energia americana, dopo aver minacciato “TARIFFE a oltranza!!!” a dicembre.

Nel suo primo giorno di mandato, il Presidente ha revocato la cosiddetta pausa sulla costruzione di nuovi terminali di esportazione di GNL che l’amministrazione Biden aveva imposto al settore a seguito di uno studio che sosteneva che le esportazioni di GNL avevano un’impronta di carbonio superiore a quella del carbone. Questo può permettere agli USA di incrementare le esportazioni di GNL in modo discretamente rapido.


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