Nuova ceramica raffredda passivamente le pareti

I ricercatori hanno scoperto un nuovo materiale cermico per il raffreddamento radiativo passivo (PRC) progettato per aumentare l’efficienza energetica nell’industria edilizia, offrendo uno strumento promettente nella lotta al riscaldamento globale.  Il nuovo materiale è stato pubblicato sulla rivista Science.

I ricercatori della City University di Hong Kong (CityU) hanno creato un nuovo materiale chiamato ceramica di raffreddamento.

Secondo il comunicato ufficiale, il materiale di nuova concezione ha mostrato “proprietà ottiche ad alte prestazioni per la generazione di raffreddamento senza energia esterna e senza refrigeranti”. Si tratta, per riassumere, di una ceramica estremamente riflettente basata sull’utilizzo di materiali poco costosi, ma dalle caratteristiche di robustezza particolari. 

“La nostra ceramica refrigerante raggiunge proprietà ottiche avanzate e ha una robusta applicabilità. Il colore, la resistenza agli agenti atmosferici, la robustezza meccanica e la capacità di ridurre l’effetto Leidenfrost – un fenomeno che impedisce il trasferimento di calore e rende inefficace il raffreddamento dei liquidi sulla superficie calda – sono caratteristiche fondamentali che assicurano la natura durevole e versatile della ceramica di raffreddamento”, ha dichiarato Edwin Tso Chi-yan, professore associato presso l’università e uno degli autori corrispondenti dell’articolo.

Un materiale veramente unico

Lo studio sottolinea che la forza fondamentale e l’unicità di questo materiale derivano dalla sua “struttura gerarchicamente porosa”.

Questa struttura è semplice da costruire utilizzando normali elementi inorganici come l’allumina. La procedura consiste in due fasi fondamentali: l’inversione di fase e la sinterizzazione. In particolare, questa tecnica non richiede attrezzature complesse o ingredienti costosi, rendendo la produzione su larga scala di ceramica refrigerante più pratica e realizzabile.

Inoltre, la ceramica refrigerante riduce l’assorbimento della luce solare grazie all’elevato bandgap dell’allumina.

“La ceramica di raffreddamento è realizzata in allumina, che garantisce la desiderata resistenza ai raggi UV, un problema tipico della maggior parte dei progetti di PRC a base di polimeri. Inoltre, presenta un’eccezionale resistenza al fuoco, sopportando temperature superiori a 1.000°C, che superano le capacità della maggior parte dei materiali PRC a base polimerica o metallica”, ha spiegato il professor Tso. Tutte caratteriestiche estremamente gradite a livello edilizio.

I ricercatori hanno anche aggiunto due proprietà supplementari al materiale per migliorarne l’efficienza complessiva. Il primo attributo è stato acquisito dagli insetti straordinariamente luminosi noti come coleotteri Cyphochilus, mentre il secondo si basa sulla diffusione Mie, un fenomeno in cui le particelle diffondono la luce.

La ceramica refrigerante è stata in grado di diffondere praticamente tutte le lunghezze d’onda della luce solare replicando la luminosità naturale di questi coleotteri e ottimizzando la struttura porosa in base a questo principio di diffusione.

Il risultato è stato un’eccezionale riflettività solare del 99,6%, uno dei valori più alti mai misurati. È interessante notare che le qualità ottiche migliorate superano le capacità dei materiali ceramici attualmente disponibili sul mercato.

Inoltre, la ceramica refrigerante si comporta bene in varie condizioni atmosferiche e dimostra una stabilità chimica e una notevole resistenza meccanica, che la rendono adatta a un uso estensivo all’esterno.

“Il nostro esperimento ha dimostrato che applicando la ceramica refrigerante sul tetto di una casa si può ottenere più del 20% di elettricità per il raffreddamento degli ambienti, il che conferma il grande potenziale della ceramica refrigerante nel ridurre la dipendenza dalle tradizionali strategie di raffreddamento attivo e fornisce una soluzione sostenibile per evitare il sovraccarico della rete elettrica, le emissioni di gas serra e le isole di calore urbane”, ha dichiarato il professor Tso.

Il suo basso costo e la sua durata ne fanno un ottimo candidato per la commercializzazione in una varietà di applicazioni, soprattutto nell’edilizia, nel prossimo futuro.

Questa tecnologia rappresenta un progresso significativo nella ricerca di metodi di costruzione sostenibili e rispettosi dell’ambiente.

Con l’aumento delle temperature globali, aumenta anche la necessità di sistemi di raffreddamento, contribuendo così al cambiamento climatico. I materiali sostenibili offrono una soluzione a questa crescente esigenza senza aggravare il problema.


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La Cina vuole essere leader nella produzione di robot umanoidi per sostituire l’uomo

La Cina si propone di produrre in serie robot simili agli esseri umani in due anni, un piano ambizioso che, secondo un progetto emesso dal Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione (MIIT), spera renderà il regime di Pechino il leader nel settore della robotica.

L’obiettivo è quello di stabilire un quadro di innovazione per i robot umanoidi e garantire che il Paese possa realizzare autonomamente le parti fondamentali dei robot.

I prodotti, nell’ambito del piano MIIT, soddisferanno gli standard internazionali avanzati di qualità, per l’uso in ambienti difficili, nei settori manifatturiero e dei servizi, secondo la direttiva. Come gli smartphone, i computer e i nuovi veicoli energetici, i robot umanoidi hanno il potenziale “dirompente” per “rivoluzionare” la vita delle persone, afferma il documento. Renderanno inutili i lavoratori, perché potranno sostituirli in tutte le loro funzioni (tranne che percepire la paga).

Il ministero ha detto ai funzionari locali di sfruttare le dimensioni del mercato cinese e il suo “sistema nazionale intero” per accelerare lo sviluppo dei robot umanoidi come settore pilastro per far avanzare la produzione e il dominio digitale della Cina. Praticamente la Cina vuole realizzare nella robotica il successo del cammino percorso nel settore dell’auto EV.

Pechino spera di avere due o tre aziende con influenza globale entro il 2025 e di coltivare un numero maggiore di imprese più piccole dedicate al settore. Tra altri due anni, l’obiettivo è creare una “filiera sicura e affidabile” per la tecnologia e rendere il Paese competitivo a livello globale. A quel punto, si afferma, tali prodotti saranno profondamente integrati nell’economia e diventeranno un “nuovo motore” per la crescita economica.

Il “cervello”, il “cervelletto” e gli “arti” dei robot dovrebbero essere al centro dell’attenzione, e l’industria dovrebbe mirare a creare robot “altamente affidabili” per condizioni difficili o pericolose, afferma la linea guida. Nel monitorare e salvaguardare “luoghi strategici”, i robot devono essere in grado di muoversi in “terreni altamente complicati”, valutare la situazione e prendere decisioni intelligenti, ha affermato, aggiungendo che i robot avranno bisogno di una maggiore capacità di proteggersi e di lavorare con livelli più elevati. precisione in scenari come i lavori di salvataggio o in cui sono coinvolti esplosivi.

Secondo il documento, le autorità competenti devono approfondire la cooperazione internazionale, incoraggiare le aziende straniere a creare centri di ricerca in Cina e portare i prodotti cinesi sul mercato internazionale. Insomma , c’è una caccia agli utili idioti stranieri, ma non sappiamo se ci sarà un numero sufficiente di aziende tedesche necessarie alla bisogna. 

Desideroso di partecipare alla definizione dello standard globale per le tecnologie emergenti, Pechino ha affermato che vorrebbe essere “profondamente coinvolta nelle regole internazionali e nella definizione degli standard” e “contribuire alla saggezza cinese” allo sviluppo del settore, si legge nel documento.

La direttiva è l’ultimo tentativo della Cina di aumentare l’autosufficienza tecnologica mentre gli Stati Uniti inaspriscono il divieto sull’accesso della Cina ai chip statunitensi avanzati. Ampliando i controlli sui chip in Cina dall’ottobre dello scorso anno, a metà ottobre l’Ufficio dell’Industria e della Sicurezza del Dipartimento del Commercio ha richiesto a più aziende statunitensi di ottenere una licenza prima di poter esportare chip di semiconduttori avanzati in Cina, un passo che secondo loro è necessario per impedire a Pechino di utilizzare questi chip per i propri fini militari. Il 23 ottobre, il governo degli Stati Uniti ha detto a Nvidia di interrompere la spedizione della maggior parte dei suoi chip chiave di intelligenza artificiale in Cina.

Senza citare tali azioni da parte degli Stati Uniti, il documento chiedeva all’industria di progettare chip IA per robot umanoidi che consentissero l’autoapprendimento e altre capacità tipiche dell’uomo. 

Una mezza dozzina di società di intelligence cinesi hanno visto le loro azioni balzare fino al 20% il giorno dopo l’annuncio, e anche il valore delle azioni di altri dispositivi elettronici robotici è aumentato.

La tabella di marcia del regime di Pechino implica che sarà in concorrenza con aziende internazionali come Samsung, Microsoft e Tesla che stanno investendo nel settore.

Il CEO di Tesla Elon Musk ha cercato di costruire un robot umanoide chiamato Optimus o Tesla Bot. Dopo tanto clamore l’anno scorso, però, l’esibizione del robot che cammina lentamente sul palco e saluta il pubblico non è stata all’altezza delle aspettative. Ora l’evoluzione di Optimus è dietro le quinte.

Comunicazione o realtà distopica?

Sembra esserci ottimismo riguardo alla tecnologia tra i media cinesi. Lu Hanchen, direttore del Gaogong Industry Research Institute, ha dichiarato al Securities Times di proprietà statale che, sebbene la Cina sia ad una certa distanza dalla produzione di robot umanoidi su larga scala, tale obiettivo non è lontano.

Più di 10 aziende cinesi quest’anno hanno rivelato innovazioni legate ai robot umanoidi, ha osservato, aggiungendo che la Cina dispone già di alcune strutture di supporto per lo sviluppo di robot industriali.

Pechino ha stanziato circa 10 miliardi di yuan (circa 1,4 miliardi di dollari) per finanziare lo sviluppo della robotica. Il 6 novembre, la Cina ha aperto nella capitale del paese il primo centro di innovazione a livello provinciale sui robot umanoidi per lavorare alla risoluzione di “problemi comuni chiave” urgenti, tra cui un sistema di controllo operativo, software open source e prototipi di robot.

Almeno una società cinese, la Jiangsu Miracle Logistics System Engineering Co., ha promesso di introdurre il suo primo robot umanoide entro la fine del 2019.

Una volta costruiti i perfetti robot umanoidi il governo del PCC avrà raggiunto il proprio scopo, quello di aver reso inutile il popolo per i propri obiettivi e di aver superato anche l’ultimo ostacolo, quello demografico. Certo, ci sarà da chiedersi che senso abbia il governo, se non quello di soddisfare i desideri di un gruppo di vecchi incapaci di distaccarsi dal potere.


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Battuta di arresto per i reattori nucleari di NuScale: cancellato grosso progetto negli USA. L’azione cade

NuScale Power  ha dichiarato mercoledì di aver concordato con un gruppo energetico dello Utah di terminare il progetto di un piccolo reattore modulare dell’azienda, assestando un duro colpo alle ambizioni degli Stati Uniti per un’ondata di energia nucleare per combattere il cambiamento climatico e facendo crollare le azioni di NuScale del 20. % che diventa oltre il 30% se confrontato con gli ultimi massimi. .

Nel 2020, il Dipartimento dell’Energia ha approvato 1,35 miliardi di dollari in 10 anni per l’impianto, noto come Carbon Free Power Project, soggetto a stanziamenti del Congresso. NuScale ha ricevuto circa 600 milioni di dollari dal dipartimento dal 2014 per supportare la progettazione, la concessione di licenze e la localizzazione del progetto.

NuScale aveva pianificato di sviluppare il progetto di sei reattori da 462 megawatt con la Utah Associated Municipal Power Systems (UAMPS) e di lanciarlo nel 2030. Si trattava di un grosso progetto per generare complessivi 2,7 GW, ma diverse città si sono ritirate dal progetto a causa dell’aumento dei costi e questo ha portato  quindi alla cancellazione del progetto. 

John Hopkins, presidente e amministratore delegato di NuScale, ha dichiarato in un comunicato che la società continuerà, insieme agli altri clienti nazionali e internazionali, a portare sul mercato la tecnologia americana dei piccoli reattori modulari (SMR) e ad aumentare le basi di produzione nucleare degli Stati Uniti.

NuScale spera di costruire SMR in Romania, Kazakistan, Polonia e Ucraina. Quelli in Ucraina ovviamente sono messi in dubbio dalla situazione militare nell’area, e comunque la possibilità di conflitti militari con al Russia pone in pericolo la realizzazione di moti di questi progetti.

Si prevedeva che l’impianto di NuScale nello Utah sarebbe stato il primo SMR a ottenere una licenza per la costruzione dalla Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti. Ma NuScale ha affermato che sembra improbabile che il progetto disponga di un sostegno dalle amministrazioni locali sufficiente per proseguire verso la distribuzione.

NuScale ha dichiarato a gennaio che il prezzo indicativo per l’energia prodotta dall’impianto era di 89 dollari per megawattora, in aumento del 53% rispetto alla stima precedente di 58 dollari per MWh, sollevando preoccupazioni sulla disponibilità a pagare dei clienti. Il problema è che la domanda di nuovi reattori è stata tale da portare ad aumenti dei costi molto elevati, che hanno falsato le previsioni iniziali dei costi di produzione. Magari NuScale, visto che produce modularmente, o così vuole fare, dovrebbe iniziare a pensare a spostare la produzione dove i costi sono minori, ad esempio in certi paesi europei.

La cancellazione di questo grande ordine ha avuto delle forti conseguenze sulle quotazioni previste del titolo NuScale, che ha perso un 20% in poco tempo nelle quotazioni dei future, ma oltre il 30% se confrontato con i massimi dei giorni scorsi:

La scorsa settimana era stato toccato perfino il livello di 3,63 dollari ad azione, mentre i future ora parlano di 2,18.

Ora sta a NeScalee riuscire a sostituire l’ordine perso con altri progetti, e quanto prima. Il problema dei prezzi rischia di essere il freno principale al ritorno del nucleare di nuova generazione.


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USA ed Europa contro la Cina nello scacchiere africano delle terre rare

Con la transizione del mondo verso l’energia verde, è in atto una corsa al controllo dell’estrazione e della raffinazione di minerali vitali come il cobalto, il litio e la grafite. L’attuale leader in questa corsa è di gran lunga la Cina, che controlla la maggior parte del mercato. Ma questa posizione dominante viene rapidamente messa in discussione dall’Occidente.

Durante il Global Gateway Forum tenutosi il mese scorso a Bruxelles, l’Unione Europea ha reso nota la sua intenzione di sfidare il dominio cinese nell’estrazione e nella lavorazione dei minerali che alimentano l’elettronica e i veicoli elettrici. Negli ultimi mesi, anche gli Stati Uniti hanno annunciato diversi piani per assicurarsi le forniture di minerali dall’Africa, ricca di risorse. Questi piani saranno efficaci?

In Africa centrale, la Repubblica Democratica del Congo (RDC) fornisce oltre il 70% del cobalto mondiale, esportato quasi esclusivamente in Cina. Poco più a sud della RDC, la Cina ha effettuato ingenti investimenti in Zambia, che possiede uno dei depositi di rame più pregiati al mondo.

Ora entrambi i Paesi sono corteggiati dall’UE e dall’America.

A margine del Global Gateway Forum, l’UE ha firmato un memorandum d’intesa con la RDC e lo Zambia per sviluppare le catene di fornitura delle materie prime critiche e strategiche. Un accordo simile è stato siglato con gli Stati Uniti lo scorso anno.

La strategia Global Gateway dell’UE, che si propone di contrastare la Belt and Road Initiative cinese da mille miliardi di dollari, prevede di mobilitare 300 miliardi di euro (318 miliardi di dollari) in cinque anni per finanziare le infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo.
In occasione del forum del 25-26 ottobre, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno anche concordato di aiutare l’Angola, la RDC e lo Zambia a sviluppare il “Corridoio di Lobito”, un collegamento di trasporto che collegherà la RDC meridionale e lo Zambia nordoccidentale ai mercati commerciali regionali e globali attraverso la città portuale angolana di Lobito.

Gli Stati Uniti avevano inizialmente promesso 250 milioni di dollari per uno studio sul corridoio.

Secondo gli analisti, l’obiettivo è quello di creare una catena di approvvigionamento con un’impronta meno cinese. L’Occidente potrebbe poi giocare d’anticipo cementando l’influenza economica e politica attraverso accordi commerciali.

Ma rimangono dubbi sulla disponibilità del settore privato a finanziare tali progetti.

Uno dei segmenti principali del Corridoio di Lobito è la ferrovia Benguela dell’Angola, un tracciato di 1.344 km (835 miglia) che collega il porto di Lobito alla città angolana orientale di Luau, al confine con la RDC.
La ferrovia era il principale collegamento per il trasporto di minerali prima di essere chiusa durante la guerra civile angolana del 1975-2002.

Ma oltre il confine, nella RDC, i binari sono in cattive condizioni e lo Zambia non ha un collegamento ferroviario con il corridoio. L’accordo con l’UE e gli USA prevede la costruzione del collegamento ferroviario Zambia-Lobito.

Anche le aziende cinesi stanno apportando miglioramenti alle infrastrutture per consentire loro di trasferire facilmente i minerali al porto. A marzo, le filiali di Jiayou International Logistics e Zijin Mining Group hanno annunciato un investimento congiunto di 363 milioni di dollari per migliorare le strade e le infrastrutture tra la RDC e Lobito.
Nel frattempo, l’UE e gli Stati Uniti continuano a parlare del corridoio di trasporto.

“Il corridoio di trasporto di Lobito sarà anche un elemento di svolta per incrementare il commercio regionale e globale”, ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dopo la firma del MOU a Bruxelles il 26 ottobre.

Il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che: “La nuova linea ferroviaria, che collega lo Zambia nordoccidentale alla ferrovia atlantica di Lobito e al porto di Lobito, rappresenta la più significativa infrastruttura di trasporto che gli Stati Uniti abbiano contribuito a sviluppare nel continente africano”.

In occasione del forum, l’UE ha anche firmato un altro accordo, questa volta con la Namibia, sulle catene di fornitura delle materie prime e sull’idrogeno rinnovabile, sostenuto da investimenti per un miliardo di euro.

Il blocco dei 27 Paesi sosterrà anche uno studio per lo sviluppo del porto di Walvis Bay, a metà della costa namibiana, in un hub industriale e logistico per la regione.

Ma la Cina non sta affatto distogliendo lo sguardo dall’Africa. In occasione del forum Belt and Road tenutosi a Pechino il mese scorso, la Cina ha annunciato che investirà nella seconda fase della miniera di rame e cobalto di Kamoa, nella Repubblica Democratica del Congo, e nel progetto della miniera di potassio di Kururi, in Eritrea, dal momento che il sale potassico è diventato un materiale a valore aggiunto fondamentale per le batterie al litio-metallo.

Christian-Geraud Neema, analista minerario e politico congolese, ha dichiarato che gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno lavorando per costruire e sviluppare nuove catene di approvvigionamento e rotte per servire i loro mercati.

“L’obiettivo sarebbe quello di avere una catena di approvvigionamento con una minore impronta o influenza cinese”, ha detto Neema a proposito dell’accordo sul Corridoio di Lobito. Ma questo corridoio avrebbe senso solo se prima si trovassero fornitori di cobalto e rame nella RDC e in Zambia, ha aggiunto.
Poiché la RDC sta raffinando il rame, attualmente elencato come minerale critico dall’UE e dagli Stati Uniti, il Corridoio di Lobito sarebbe utile per consegnare le forniture direttamente in Europa.

L’utilità aumenterebbe notevolmente se la RDC sviluppasse una solida industria di lavorazione del cobalto, dato che l’Europa non dispone di questa capacità. Sarebbe nell’interesse dei paesi europei che questa infrastruttura fosse sviluppata direttamente in Congo, in modo da ottenere un materiale già pronto alla produzione, non dei minerali grezzi. 

Gyude Moore, senior policy fellow presso il Centre for Global Development di Washington ed ex ministro della Liberia, ha affermato che il dominio della Cina nei settori minerario e dei trasporti nella regione significa che l’Occidente sta giocando a recuperare terreno, per cui il Corridoio di Lobito rappresenta un’importante opportunità per l’Occidente.

“Fondamentalmente, si tratta di una gara per guidare la transizione verso lo zero netto e la nuova economia che ne deriverà. L’accesso a questi minerali determinerà la vittoria e la sconfitta, e in questo contesto va oltre la semplice opposizione alla Belt and Road Initiative”.

Carlos Lopes, professore presso la Nelson Mandela School of Public Governance dell’Università di Città del Capo, ha affermato che il coinvolgimento precoce e completo della Cina in Africa le ha permesso non solo di assicurarsi minerali critici, ma anche di stabilire un’influenza economica e politica attraverso accordi commerciali, investimenti e sviluppo di infrastrutture.

Questo vantaggio strategico mette gli Stati Uniti a rischio di continuare a dipendere dalla Cina come intermediario nella catena di approvvigionamento dei minerali critici.

“Il Corridoio di Lobito potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nel fornire un percorso più diretto per il trasporto dei minerali dalla RDC alla costa angolana, riducendo la dipendenza da quelle che sono percepite come rotte controllate dalla Cina”, ha affermato Lopes.

“Nel complesso, queste iniziative per contrastare la Belt and Road Initiative della Cina ignorano il desiderio africano di aggiungere valore e ridurre la dipendenza dalle materie prime”.


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Medio Oriente: interessanti sorprese dall’export di alcuni paesi

Il Medio Oriente è ampiamente riconosciuto per il suo ruolo significativo nel mercato globale dell’energia. Tuttavia, i paesi della regione promuovono anche altre industrie importanti, tra cui metalli, prodotti chimici e agricoltura.

Niccolo Conte e Sabrina Lam di Visual Capitalist hanno creato il grafico seguente, utilizzando i dati sulle esportazioni del 2021 dell’Osservatorio della complessità economica, per aiutare a spiegare l’economia del Medio Oriente.


ℹ Sebbene l’Afghanistan non faccia parte del Medio Oriente tradizionalmente definito, lo abbiamo incluso perché diverse organizzazioni lo considerano parte della regione.

Principali esportazioni dei paesi del Medio Oriente nel 2021

Nel 2021, le esportazioni del Medio Oriente hanno raggiunto un valore totale di 127o miliardi di dollari. Sebbene la regione sia in ritardo rispetto all’Asia, all’Europa e al Nord America nelle esportazioni globali, supera l’Africa e il Sud America.

Nonostante molti paesi abbiano intrapreso sforzi per diversificare le proprie economie e ridurre la dipendenza dal petrolio, la maggior parte delle esportazioni proviene ancora dai combustibili fossili.

Ecco la tabella paese per paese con il bene di maggior valore esportato esportato, il suo valore (in miliardi) e l’export totale (in Miliardi) (B è billioni, miliardi)

🇦🇪 UAE Crude petroleum $58.5B $296.0B
🇸🇦 Saudi Arabia Crude petroleum $138.0B $256.0B
🇹🇷 Turkey Cars $10.0B $234.0B
🇶🇦 Qatar Petroleum gas $57.2B $94.7B
🇮🇶 Iraq Crude petroleum $72.0B $81.1B
🇮🇱 Israel Diamonds $9.1B $64.1B
🇰🇼 Kuwait Crude petroleum $40.1B $58.2B
🇴🇲 Oman Crude petroleum $24.2B $56.9B
🇪🇬 Egypt Refined petroleum $4.8B $44.5B
🇧🇭 Bahrain Refined petroleum $4.3B $15.0B
🇮🇷 Iran Ethylene polymers $3.2B $14.0B
🇯🇴 Jordan Potassic fertilizers $1.2B $12.0B
🇱🇧 Lebanon Gold $0.4B $4.8B
🇾🇪 Yemen Crude petroleum $1.1B $2.0B
🇦🇫 Afghanistan Grapes $0.4B $1.9B
🇵🇸 Palestine Building stone $0.2B $1.5B
🇸🇾 Syria Pure olive oil $0.1B $1.0B

Il Medio Oriente rappresenta un terzo della produzione mondiale di petrolio, producendo oltre 30 milioni di barili al giorno. Cinque dei dieci maggiori produttori di petrolio del mondo si trovano nella regione.

Ma alcuni paesi come la Turchia vantano economie più diversificate. Le esportazioni del paese spaziano dai minerali ai macchinari e ai tessili, con le automobili come principale esportazione. Il paese è in realtà uno dei maggiori esportatori automobilistici del mondo.

Israele è un’altra delle economie più diversificate del Medio Oriente. Le principali esportazioni del paese comprendono elettronica, software e petrolio raffinato, ma i diamanti tagliati sono la più grande esportazione singola del paese in termini di valore.

L’Iran ha sfruttato le sue ampie riserve di petrolio e gas naturale in modo diverso, diventando un importante produttore di plastica. Attualmente, la plastica e la gomma costituiscono un quarto delle esportazioni iraniane.

Come il Medio Oriente influisce sull’economia globale
Dato che il settore petrolifero è uno dei più significativi dell’economia globale sia in termini di volume che di valore delle transazioni, molti paesi del Medio Oriente sono attori importanti nella politica internazionale.

Nazioni come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno un impatto diretto sul mercato petrolifero e svolgono un ruolo fondamentale nel determinare il prezzo della merce.

A causa delle massicce esportazioni (e importazioni di beni) della regione e dell’importanza del petrolio e del gas nella produzione di beni in tutto il mondo, anche i conflitti regionali dei paesi del Medio Oriente hanno un impatto diretto sui mercati globali.


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Sud Africa: il fallimento della logistica ha il marchio Transnet

Si è parlato degli enormi problemi energetici del Sud Africa, legati all’incapacità dell’azienda di stato Eskom di far fronte alla domanda con i propri impianti superati e insufficienti. Ora i blackout sono diminuiti, non per una migliore efficienza di Eskom, ma semplicemente perché il governo ha rinunciato agli standard minimi ambientali, riattivando centrali inquinanti, e perché la gente si è dotata di pannelli solari.

Ora il problema drammatico è diventata la logistica, con la società di stato Transnet, che controlla ferrovia, gasdotti e porti. Secondo una “roadmap” di svolta commissionata dall’Operazione Vulindlela (“sgombrare il sentiero” in isiZulu), il programma di riforma rapida della Presidenza e del Tesoro nazionale sul sistema logistico sudafricano, il tonnellaggio generale di Transnet ha raggiunto il suo picco nel 1983 e ora opera a circa il 30% di quello. Il problema non è l’aumento della domanda, ma l’offerta che è scomparsa, cancellata dall’inefficienza e dalle ruberie. 

L’unico sistema funzionante ora per la spedizione di minerali, carbone, merci in container e veicoli ai porti è il camion. E così il numero di camion pesanti immatricolati nel Paese è aumentato del 72% dal 2007, alla faccia dell’economicità e dei consumi. Tutta merce che un tempo viaggiava in treno nei mezzi della società stata.

Il crollo del trasporto ferroviario di merci in Sudafrica ha colpito duramente gli esportatori di materie prime. L’industria mineraria rappresenta il 7,5% del prodotto interno lordo del Sudafrica e dà lavoro a quasi mezzo milione di persone, secondo il Consiglio dei Minerali, un organismo che rappresenta i minatori. I problemi dei minatori sono quelli dei sindacati e, quindi, quelli del partito di governo, l’ANC.

Secondo i minatori le perdite per l’inefficienza dei trasporti sono state di 1,4 miliardi di Dollari  nel 2021 e oltre 2 miliardi nel 2022. Al solo più grande produttore di ferro l’inefficienza di Transnet è costat 600 milioni di dollari. Tutto questo, alla fine, costa posti di lavoro nelle miniere: si parla di piani di ristrutturazione con 4 mila licenziamenti, e questo ha ricadute politiche.

In Sudafrica, ciò che danneggia le miniere danneggia il Tesoro. Il 1° novembre, il ministro delle Finanze rilascerà una dichiarazione di bilancio a medio termine. Probabilmente annuncerà un forte scostamento dal bilancio di febbraio – fino a 50 miliardi di rand – e i fallimenti di Transnet ne sono una causa significativa. Il Tesoro ha ragione a preoccuparsi. Ci sono 516 miliardi di rand di prestiti nazionali ed esteri in scadenza nei prossimi tre anni, cioè 27 miliardi di dollari….

Tutto ciò spiega l’improvviso interesse politico per Transnet. Il piano di risanamento dell’Operazione Vulindlela prevede che il Tesoro si faccia carico di circa la metà del debito di Transnet, pari a 130 miliardi di rand, e che inietti altri 47 miliardi di rand per il rinnovo delle infrastrutture, un boccone amaro per il ministro delle Finanze Enoch Godongwana, che ha cercato di tenere sotto controllo le finanze pubbliche. I dettagli non sono ancora stati resi noti e il piano non è stato approvato, ma se verrà accettato, il prezzo del ministro sarà senza dubbio una stretta condizionalità e una liberalizzazione a tappeto dell’accesso alla rete logistica.

Nel governo molti si opporranno alla privatizzazione della rete e dei servizi di trasporto e, magari, a ragione, ma qualcuno deve trasportare la merce, oppure le miniere e le attività commerciali chiudono. Se la Transnet non ce la fa, dovrà farlo qualcun altro. I favori al governo dovrà farli qualcun altro.


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Moneta unica e differenziali di inflazione: nel 1999 Prodi prevedeva il disastro italiano

Vi proponiamo un pezzo scritto da Canale Sovranista che ha scovato una chicca, un’intervista a Romano Prodi nella quale prevedeva i mali dell’Italia nell’Euro, ovviamente senza essere in grado né di fare marcia indietro Nè di trovare soluzioni al problema.

Ecco l’articolo originale:

Stessa moneta per tutti ma risultati economici diversi, soprattutto per l’obiettivo cardine del “sistema euro” ovvero la stabilità dei prezzi. Prima di analizzare oltre vent’anni di dati sull’inflazione, partiamo con una dichiarazione di Romano Prodi datata 21 giugno 1999 e pubblicata da Radio Radicale.

Ecco qui l’estratto audio (min 6:12 – 8:17) e la relativa trascrizione, buon ascolto e/o lettura.

Ieri Padoa Schioppa sul Corriere ha fatto un articolo in cui, tra le altre cose estremamente sagge, ne aggiungeva una. Dice: noi abbiamo avuto un’inflazione molto bassa l’anno scorso, soltanto del 2%, però i nostri concorrenti europei l’hanno avuto in media dell’1%.

Attenzione se noi continuiamo ad andare avanti così nel tempo, i nostri costi, in pochi anni, divergono da quelli degli altri paesi europei e noi non riusciamo PIÙ a stare nell’Euro!

Sono riflessioni estremamente elementari, da non prendere in modo angosciante perché abbiamo tempo, ma grandissime! È chiaro che anche un solo punto di divergenza l’anno è una tragedia, se dura nel tempo.

Quindi noi dobbiamo essere estremamente attenti a una ripresa della produttività, a mettere tutta la società in tensione perché questo avvenga. Altrimenti noi fra 3 o 4 anni troviamo che l’Italia diventerà un luogo di fuga, perché i costi non terranno più.

Cioè siamo entrati nell’euro in condizioni molto buone, tranquille, direi con un cambio decente, no? Tutto sommato. Però se perdiamo un punto all’anno di competitività, in pochi anni noi siamo FRITTI, veramente siamo FRITTI.

Ecco perché il problema dell’euro è una grande sfida, è una grande opportunità, è una grande occasione. MA se noi non cambiamo in modo RADICALE, se noi non cambiamo in modo radicale, evidentemente il discorso dell’Euro diventa un discorso che, invece della nostra grande occasione, può anche diventare la nostra CONDANNA.

Ripeto abbiamo tempo, basta che ce ne accorgiamo in fretta, che dobbiamo comportarci in modo più “virtuoso” di tutti, ma lo dobbiamo assolutamente fare. Queste sono le riflessioni che riguardano Italia ed Europa.

In condizioni di sovranità monetaria piena il recupero di competitività, verso i nostri concorrenti (non partner), sarebbe avvenuto attraverso l’aggiustamento del tasso di cambio, ossia una svalutazione. Ma avendo la stessa moneta ciò non si può più fare.

Prodi era perfettamente consapevole di questo e, che alla lunga, questo ci avrebbe mandato in crisi, anzi alla “condanna“. L’ennesima dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, della malafede di quelli che ci hanno portati in questa gabbia.

I DATI DELL’INFLAZIONE

Ecco come promesso l’evoluzione dell’inflazione armonizzata annuale (HICP), che è quella migliore per le comparazioni internazionali, prendendo come punto di partenza il 1996, ossia il rientro nello SME (sistema monetario europeo) avvenuto durante il governo Prodi.

FONTE: Eurostat – HICP annual data (anno di riferimento spostato al 1996)

Prese le prime quattro economie dell’eurozona, è evidente come sin da subito Spagna e Italia perdano competitività rispetto a Francia e Germania. Dal 2005 ad oggi l’inflazione aggiuntiva dell’Italia rispetto alla Germania variava fra il 9% e il 15,5% (2012), ed era del 9,9% nel 2022.

Quelli erano i dati “cumulati”, vediamo ora le medie suddivise per periodo: il ritorno nello SME e la preparazione del lancio effettivo (1997-2001); il corso legale dell’euro e prima della crisi dei subprime (2002-2007); la doppia recessione (2008-2013); la lenta ripresa (2014-2019) e infine i giorni nostri delle crisi pandemica ed energetica (2020-2022).

FONTE: Eurostat – HICP annual data

Anche qui appare evidente che, nel medio periodo, Italia e Spagna erano nettamente svantaggiate rispetto a Francia e Germania. Tutto questo presentò il conto nella crisi del 2012-13, con la disoccupazione dei Paesi periferici che toccò “vette” mai sperimentate prima.

E fu così che “grazie” (si fa per dire) a milioni di disoccupati finalmente i differenziali di inflazione italiani e spagnoli divennero inferiori di quelli francesi e tedeschi, come si vede nel periodo 2014-19. È notorio che la capacità di spesa, di chi è disoccupato, rasenta lo zero e l’inflazione dunque si adegua al ribasso.

In tempi più recenti la Germania continua ad avere l’inflazione media più alta, ma la strada del recupero della competitività perduta è ancora molto lunga. Sempre nell’ultimo triennio, la Francia se l’è cavata meglio dei suoi “concorrenti”, visto che dal punto di vista dell’autonomia energetica è più indipendente.

COME I DIRITTI SON STATI “FRITTI”

L’ultima considerazione è riguardo i “cambi radicali“, perché sempre durante il primo governo Prodi si diede il via alla stagione delle “precarizzazioni” con il pacchetto Treu del 1997. Ne seguirono altre – le più note sono: Legge Biagi, Legge Fornero e Jobs Act – con quali risultati oggi?

Che solo il 60% degli occupati può definirsi “standard”, ovvero tempo indeterminato full time oppure lavoratori indipendenti con dipendenti a carico. Lo ha certificato l’ISTAT in un suo recente podcast. Per il restante 40% si “tira a campare” e anche questo assicura la “stabilità dei prezzi”.

Insomma dopo oltre 20 anni possiamo acclarare che il “problema dell’euro” è stata la “nostra condanna“. E cosa va dire Romano Prodi in televisione nel 2023? Che è stato un “servo dell’Unione Europea” (video sotto).

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Ora capite perché la moneta unica “andava fatta” contro ogni evidenza? Perché avevamo una classe politica di servi, di cui uno orgoglioso di esserlo…


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La Thailandia vuole restare un polo dell’auto asiatico, anche con l’auto EV

La Thailandia, conosciuta come la “Detroit dell’Asia” per la sua produzione di automobili con motore a combustione interna, vuole entrare nella fascia più alta dei produttori di veicoli elettrici con l’obiettivo di attirare 1000 milardi baht (26 miliardi di Euro) di investimenti esteri in quattro anni.

La Thailandia ha prodotto 1,84 milioni di auto nel 2022, e superava i 2 milioni nel 2019, prima della crisi del Covid. Si tratta del doppio di quanto produca l’Italia, e questo dà un’idea della dimensione dell’industria automobilistica nel paese. 

Auto prodotte in Thailandia, da Statista

A tal fine, la nazione del sud-est asiatico ha istituito un centro di “operazioni speciali” per catturare quello che il capo del suo comitato per gli investimenti definisce il “pesce grosso” dell’industria dei veicoli elettrici e di altri settori strategici. I produttori cinesi di veicoli elettrici sono uno degli obiettivi principali, ha affermato in un’intervista Narit Therdsteerasukdi, segretario generale del Board of Investment.

L’obiettivo di investimento dell’agenzia per i quattro anni fino al 2027 non è stato precedentemente segnalato. EV e automotive, elettronica, digitale, le cosiddette sedi regionali e green economy sono le cinque “industrie strategiche” a cui il consiglio di amministrazione ha dato la priorità per gli investimenti, ha affermato Narit.


Sebbene la Thailandia abbia già attratto un gran numero di aziende cinesi tra cui BYD Co., Great Wall Motor Co. e SAIC Motor Corp., uno sguardo alle tendenze degli investimenti in veicoli elettrici nel 2022 mostra l’urgenza per la nazione di entrare in azione. Secondo i dati di fDi Markets, Stati Uniti, Ungheria, Messico, Indonesia e Germania hanno accaparrato la maggior parte degli oltre 106 miliardi di dollari di investimenti promessi in progetti di veicoli elettrici a livello globale lo scorso anno.

I produttori cinesi di veicoli elettrici investono denaro nel “settore pionieristico” della Thailandia

Il Centro Operativo Speciale per gli Investimenti Strategici, recentemente istituito con sede a Bangkok, sta ora lavorando quasi 24 ore su 24 per identificare investitori ad alto potenziale, organizzare incontri ad alto livello per il governo e accompagnare il Primo Ministro Srettha Thavisin in importanti viaggi all’estero in provare a bloccare gli impegni di investimento.

Dopo la visita di Srettha negli Stati Uniti il mese scorso, il consiglio sta anche corteggiando quelli che Narit chiama “hyperscaler”, tra cui Microsoft Corp., Google e Amazon Web Services, per costruire o aumentare la loro presenza in Thailandia attraverso nuovi investimenti.

“I prossimi anni rappresenteranno un’occasione d’oro per la Thailandia per attrarre investimenti sfruttando la ristrutturazione della catena di fornitura globale e le tendenze di delocalizzazione. Dobbiamo coglierlo”, ha detto Narit, che la settimana scorsa ha partecipato agli incontri di Srettha con potenziali nuovi investitori a Pechino. “Da oggi intensificheremo i nostri sforzi”.

L’obiettivo quadriennale di investimenti esteri della BOI è in linea con l’impegno del governo di stimolare la crescita economica a circa il 5% annuo nello stesso periodo – una ripresa tanto necessaria dopo che la seconda economia più grande del Sud-Est asiatico è rimasta indietro rispetto alla maggior parte dei suoi concorrenti regionali negli ultimi anni.

La Thailandia spera di attirare più investimenti ora rispetto agli impegni di 981 miliardi di baht (25 miliardi di Euro) ricevuti tra il 2019 e il 2022, utilizzando meno della metà delle industrie target di allora. Adesso la Thailandia vuole diventare leader nel settore delle energie avanzate non solo puntanto sull’elettrico, ma anche sui motori a idrogeno.

Nel 2022, le richieste di investimenti esteri diretti nel settore automobilistico hanno raggiunto quasi 100 miliardi di baht (2,6 miliardi di Euro), un aumento del 347% rispetto al 2021. In gran parte a causa della corsa ai veicoli elettrici, il settore automobilistico è stato il terzo maggior investimento dopo l’elettronica e i macchinari, rappresentando circa il 23% del valore dei progetti esteri quell’anno.

La Thailandia sta preparando incentivi per mantenere lo slancio degli investimenti nei veicoli elettrici e sedare le preoccupazioni sulla continuità sollevate dagli investitori, ha detto Narit. I cosiddetti nuovi pacchetti di incentivi “EV 3.5” dovrebbero essere presentati presto al governo, ora che Srettha mercoledì ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione EV del paese sotto la sua presidenza.

Questo è uno dei vantaggi di essere sganciati da complessi trattati internazionali che limitano o vincolano la capaictà di concedere contributi per la rilocalizzazione delle indurstrie provenienti dall’estero.


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La Cina scopre una serie di grossi giacimenti di gas e petrolio

Il gigante statale cinese del petrolio e del gas  CNOOC, ha annunciato la scoperta di quello che i media cinesi chiamano un grande giacimento di metano da giacimento di carbone, situato in profondi giacimenti, con riserve geologiche comprovate di oltre 100 miliardi di metri cubi di gas naturale. Una scoperta di questa portata rappresenta la seconda grande scoperta di gas onshore della CNOOC, che viene annunciata come un passo importante verso l’espansione della produzione non convenzionale della Cina.

La scoperta rappresenta anche il primo giacimento di metano da giacimento di carbone profondo del paese. Il giacimento di gas scoperto a Shenfu si trova nel nord del Paese, a Yulin, con giacimenti di carbone a una profondità di circa 2.000 metri. La produzione di prova ha visto il pozzo produrre 19.000 metri cubi di gas al giorno, secondo i media cinesi, e CNOOC sta progettando oltre 100 pozzi sul campo.


A luglio, la Cina ha rivendicato la prima scoperta di scisto offshore da parte di CNOOC nel Golfo di Beibu nel Mar Cinese Meridionale presso un pozzo scavato senza nessuna rilevazione precedente. Si stima che il pozzo Weiye 1 contenga circa 8,76 miliardi di barili di petrolio di scisto.

Un mese dopo, l’azienda statale cinese Sinopec ha annunciato la scoperta di un enorme giacimento petrolifero nel bacino del Tarim, contenente 1,7 miliardi di tonnellate di riserve petrolifere e ritenuto uno dei giacimenti commerciali più profondi del mondo.

Le scoperte si sono accumulate negli ultimi 24 mesi e l’ultima scoperta di gas di questa settimana arriva quando si dice che le raffinerie cinesi stiano ricorrendo alle scorte di greggio, l’ultima volta a settembre. Secondo l’editorialista di Reuters Clyde Russell, le raffinerie stanno attingendo alle riserve nazionali e questo è dimostrato dal fatto che le importazioni siano diminuite a fronte di volumi di lavorazione record. Reuters ha notato che le importazioni cinesi di greggio a settembre sono diminuite di oltre il 10% rispetto ad agosto, citando i dati doganali.

Questo significa sia che la Cina sta sfruttaando le proprie riserve in magazzino, accumulate nel momento in cui i prezzi erano bassi, ma  anche che sta sfruttando al massimo le proprie produzioni nazionali, diventando meno dipendente dall’estero.


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La vera evasione fiscale in Italia: quella verso i paradisi fiscali UE

Mentre il PD vorrebbe la caccia al tassista o all’idraulico, e l’Agenzia delle Entrate va a caccia di ricavi non dichiarati da POS, facendo un mezzo disastro, la vera evasione in Italia viene effettuata, praticamente in modo legale, portando le sedi e gli utili aziendali fuori dal paese, con schemi di controllo complessi e che hanno come unica giustificazione quella di dichiarare la minor quantità di utili possibile nel nostro paese.

Secondo il sito https://atlas-offshore.world/che calcola la percentuale di utili che le multinazionali sono in grado di sottrarre al fisco delle proprie nazioni d’origine esterovestendo la propria attività, le aziende o multinazionali italiane hanno sottratto il 13% dei propri utili portandoli in paradisi fiscali:

Come potete vedere il 13% delle imposte societarie italiane sarebbe perso attrvarso l’esterovestizione e questo avviene non tanto verso località esotiche, dove va solo 1,5% delle nostre imposte, un valore francamente esiguo, ma verso altri paesi della UE, come Lussemburgo, Irlanda o Paesi Bassi è pari all’11,5% dell’utile.

Gli Italiani hanno poi una certa quantità di attività finanziarie all’estero. Una percentuale non enorme, ma significativa e che, soprattutto, è  interessante da seguire per la sua evoluzione nel tempo.

Le risorse finanziarie riconducibili ad italiani depositate all’estero sono calate sino al 2011, per mantenersi costanti, o con crescita limitata , sino al 2016. Probabilmente alla base di questo cambiamento c’è stata la famosa, e all’epoca contestata, legge dello “Scudo fiscale”, che ha permesso il ritorno di importanti risorse finanziare.

Notiamo che a partire dal 2016 le risorse finanziarie hanno iniziato a fluire nuovamente in Svizzera mentre, in generale, salivano le risorse finanzierie degli italiani all’estero. Dopo la svizzera, anche in questo caso, vi è un ruolo importantissimo dei paradisi fiscali europei.

Per concludere vi è un danno importante al fisco italiano derivante dalla deviazione all’estero degli utili di imprese italiane, e che questo avviene verso al UE, non verso paesi extra UE. Nello stesso modo le risorse finanziarie degli tìitaliani all’estero, dopo un minimo nel 2011, hanno ripreso a salire e, in questo caso, i paesi UE e la Svizzera sono le mete preferite dei soldi degli italiani.

PS: come mai i giornaloni non parlano di questi numeri? Non è che le loro holding portano i soldi all’estero ?


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