Perché la Russia ha tagliato la propria produzione di petrolio

Poco prima di annunciare il taglio della produzione di 500.000 bpd, il vice primo ministro russo Alexander Novak aveva avvertito del rischio di una riduzione della produzione di petrolio quest’anno. Questo rischio, ha detto Novak, è dovuto ai divieti di importazione dell’UE e ai massimali di prezzo sul greggio e sui prodotti petroliferi russi.

“Sì, ci sono questi rischi. Ma li valuteremo nel prossimo futuro”, ha dichiarato Novak ai giornalisti, come riportato dall’agenzia di stampa russa TASS.

Fino all’annuncio di oggi, la produzione e le esportazioni di petrolio della Russia avevano resistito, sfidando le prime aspettative di un crollo dell’offerta dopo che l’Occidente aveva deciso di imporre sanzioni sul petrolio russo nel tentativo di ridurre le entrate di Vladimir Putin dalle vendite di energia.

Novak aveva detto in precedenza che la produzione petrolifera russa si sarebbe mantenuta a 9,8-9,9 milioni di barili al giorno (bpd) nel gennaio 2023, vicino ai livelli di novembre e dicembre 2022, appena prima dell’embargo dell’UE e del tetto di prezzo sulle importazioni di greggio. La Russia ha mantenuto la produzione anche nella prima settimana di febbraio.

Nel frattempo, le entrate di bilancio della Russia stanno sprofondando a causa dei bassi prezzi della miscela di Urali, il suo fiore all’occhiello. Gli sconti a cui viene offerto il petrolio russo hanno fatto sì che il prezzo dell’Urals sia sceso a circa 30 dollari al barile al di sotto del benchmark internazionale, il Brent.

A causa del basso prezzo dell’Urals a gennaio, il bilancio russo ha registrato un deficit di 24,7 miliardi di dollari (1,76 trilioni di rubli), rispetto all’avanzo del gennaio 2022, poiché le entrate statali da petrolio e gas sono crollate del 46,4% a causa del basso prezzo dell’Urals e delle minori esportazioni di gas naturale, ha dichiarato il Ministero delle Finanze russo nelle stime preliminari di questa settimana.

La Russia sta valutando la possibilità di tassare le aziende petrolifere in base al prezzo del Brent – anziché dell’Urals – per limitare le ricadute sulle entrate di bilancio dovute all’aumento dello sconto dell’Urals sul Brent, ha riferito la settimana scorsa il quotidiano russo Kommersant, citando alcune fonti. Però questo richiede che i prezzi di Ural e Brent non divergano eccessivamente,

Nel bilancio di previsione per gennaio di questa settimana, il Ministero delle Finanze ha confermato parte di questa notizia, affermando che “considerando il fatto che la rilevanza del prezzo degli Urali nel calcolo dei prezzi all’esportazione è diminuita, sono attualmente allo studio vari altri approcci per passare a indicatori di prezzo alternativi a fini fiscali”.

Naturalmente ci sono molte ragioni per cui la Russia vuole aumentare i prezzi del petrolio e sembra che l’OPEC+ non abbia intenzione di resistere a questi sforzi. Ma a prescindere da quali altri fattori siano in gioco, sembra proprio che le sanzioni, gli embarghi e i limiti di prezzo stiano spingendo la produzione russa verso il basso, ma rischiamo di essere noi a pagarne il prezzo.


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“Perché adesso non mandate i carri?” Scholz si toglie qualche sassolino dalla scarpa

Per settimane, Scholz ha affrontato le crescenti critiche degli alleati per aver esitato sulle consegne di carri armati. Alla fine il cancelliere tedesco ha ceduto dopo che gli Stati Uniti hanno accettato di inviare i propri carri armati avanzati. Scholz ha dichiarato che la Germania avrebbe consegnato 14 carri armati Leopard 2 A6 nell’ambito di una più ampia coalizione che avrebbe avuto come obiettivo la fornitura di 80 Leopard 2.

Da allora, tuttavia, alcuni partner si sono dimostrati riluttanti a contribuire all’alleanza, che ora rischia di mettere a repentaglio gli sforzi per far arrivare in Ucraina una quantità sufficiente di carri armati prima della prevista offensiva russa di primavera.

Il cancelliere non ha fatto il nome di nessun Paese, ma parte della sua frustrazione è probabilmente rivolta a Paesi come la Finlandia, che il mese scorso ha segnalato la possibilità di inviare Leopard se anche la Germania lo facesse, ma non ha ancora dato seguito alla richiesta.

Anche l’Olanda, prima gasatissima nell’inviare i carri armati a parole, ora sta rivalutando la cosa. Il Canada invierà solo quattro carri, la Spagna ha chiesto mesi per riadattare i propri 2A4 e per ora invierà solo tre o quattro carri. La Svezia non ha fatto seguire fatti alle parole.

Il cancelliere ha affermato che la Germania è stata piuttosto veloce nell’invio dei carri, per cui è tempo che chi ha spinto verso questa decisione si prenda le proprie responsabilità.

Pochi fatti spiegano la vera natura dell’Europa quanto questa vicenda dei carri Leopard 2

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Total Energy fa profitti record, ma ai francesi le briciole

TotalEnergies  ha visto raddoppiare l’utile netto nel 2022, raggiungendo la cifra record di 36,2 miliardi di dollari, e ha annunciato un aumento dei dividendi e del riacquisto di azioni dopo i migliori risultati annuali di sempre per la società e per le Big Oil.

La multinazionale francese dell’energia ha comunicato mercoledì un utile netto rettificato di 36,2 miliardi di dollari per il 2022, raddoppiato rispetto all’anno precedente, grazie all’aumento della produzione di petrolio e gas, ai prezzi più alti, al balzo delle vendite di GNL e a quella che ha descritto come una performance “storica” nel segmento downstream.

Per il quarto trimestre del 2022, TotalEnergies ha registrato un flusso di cassa di 9,1 miliardi di dollari e un utile netto rettificato di 7,6 miliardi di dollari, in crescita dell’11% rispetto al quarto trimestre del 2021. Per l’intero anno 2022, la società ha generato un flusso di cassa di 45,7 miliardi di dollari.

“Sebbene in calo rispetto ai massimi del trimestre precedente a causa delle incertezze sulle prospettive della domanda, nel quarto trimestre i prezzi del petrolio e del gas e i margini di raffinazione sono rimasti forti in mercati con un’offerta limitata. Beneficiando di questo contesto favorevole e dell’aumento della produzione di idrocarburi (+5%) e delle vendite di GNL (+22%), grazie alla sua posizione unica in Europa, TotalEnergies ha registrato un flusso di cassa di 9,1 miliardi di dollari e un utile netto rettificato di 7,6 miliardi di dollari“, ha dichiarato l’amministratore delegato Patrick Pouyanné in un comunicato.

Il consiglio di amministrazione di TotalEnergies propone un aumento del 6,5% del dividendo ordinario per il 2022, più un dividendo speciale di 1,07 dollari (1 euro) per azione già pagato nel dicembre 2022. Il consiglio ha confermato una politica di ritorno per gli azionisti per il 2023 che punta a un payout del 35-40%, che combinerà un aumento degli acconti sui dividendi di oltre il 7% e riacquisti di azioni per 2 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2023.

Guardando al futuro, la società ha dichiarato: “Le tensioni sui prezzi del gas in Europa viste nel 2022 dovrebbero continuare nel 2023, in quanto la limitata crescita della produzione globale di GNL dovrebbe soddisfare sia la maggiore domanda europea di GNL per sostituire il gas russo ricevuto nel 2022, sia la maggiore domanda cinese di GNL”.

In tutto questo i cittadini francesi, che pagano buona parte dei maggiori utili della società, riceveranno le briciole. Siamo in una situazione in cui i popoli si impoveriscono e le grandi società, anche a partecipazione statale, ingrassano.


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Francia: le proteste contro le pensioni bloccano le raffinerie di petrolio

Uno sciopero nazionale in Francia per una proposta di riforma delle pensioni ha interrotto martedì la spedizione di carburante dalle raffinerie e da un deposito di TotalEnergies, ha dichiarato la multinazionale energetica francese a Reuters.

I lavoratori e gli impiegati di vari settori, tra cui il settore energetico, i dipendenti pubblici e gli insegnanti, sono in sciopero da settimane per protestare contro il piano del presidente Emmanuel Macron di innalzare l’età pensionabile.

I lavoratori delle raffinerie di petrolio di Donges e Feyzin, gestite da TotalEnergies, sono in sciopero oggi, ha dichiarato a Reuters un rappresentante del sindacato Force Ouvriere. Anche i lavoratori del deposito di carburante di Flandres si sono uniti alla massiccia azione industriale in Francia, ha aggiunto il funzionario.

Non è la prima volta che le forniture di carburante vengono interrotte da scioperi quest’anno. Due settimane fa, lo sciopero in Francia ha bloccato le consegne di carburante all’ingrosso da tre raffinerie gestite da TotalEnergies, nel primo giorno di una serie di scioperi programmati a livello nazionale in molti settori. Le raffinerie di Donges, Normandia e Feyzin di TotalEnergies hanno interrotto la fornitura all’ingrosso di benzina e gasolio, mentre la raffineria di Feyzin ha dovuto ridurre al minimo i tassi di lavorazione il 19 gennaio.

TotalEnergies e l’unità francese di ExxonMobil detengono la maggior parte della capacità di raffinazione in Francia. Si prevede che gli scioperi contro l’impopolare riforma pensionistica di Macron continueranno, secondo una tradizione francese di dura contraposizione.

L’ultima ondata di scioperi arriva tre mesi dopo che i lavoratori delle raffinerie hanno scioperato per settimane a settembre e ottobre per una questione di salari. Nell’autunno del 2022 gli scioperi nelle raffinerie francesi hanno messo fuori uso oltre il 60% della capacità di raffinazione del Paese, mentre le stazioni di servizio a Parigi e dintorni e nella parte settentrionale del Paese hanno iniziato a rimanere senza carburante.

Gli scioperi contro la prevista riforma delle pensioni arrivano proprio mentre l’UE ha vietato le importazioni di prodotti petroliferi dalla Russia a partire dal 5 febbraio. Tutto questo rischia di avere un effetto moltiplicativo di eventuali variazioni dei prezzi dei carburanti.


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Eurostat approva la moneta fiscale

Il 1° febbraio 2023 Eurostat ha approvato la moneta fiscale, perché nel tentativo di boicottare il credito d’imposta cedibile del Superbonus 110%, in realtà ne autorizza l’utilizzo, ma con un trattamento contabile diverso da quello previsto dal Regolamento (UE) n.549/2013, che istituisce il Sistema Europeo dei Conti SEC 2010.

Infatti nell’aggiornamento 2022 del Manuale del Deficit e del Debito Pubblico, sezione 2.2.2 punto 30, Eurostat ritiene che il “SEC non copre i nuovi modelli di crediti d’imposta che consentono il trasferimento a terzi o il differimento, in particolare a tempo indeterminato, dell’utilizzo dei crediti d’imposta, o quei crediti d’imposta che possono compensare il debito fiscale totale piuttosto che una specifica imposta sottostante”.

Per questi “nuovi modelli di crediti d’imposta” creati in Italia, Eurostat ritiene che la formulazione del SEC “dovrebbe essere interpretata in senso più ampio, vale a dire che i crediti d’imposta possono diventare “pagabili” se ci sono elementi nel regime di credito d’imposta che indicano una probabilità molto alta che il credito d’imposta alla fine non venga perso”.

Cosa prevede il Regolamento

Questa nuova interpretazione del Manuale è molto diversa dalla definizione di credito d’imposta presente nel Regolamento, dove al punto 20.167 viene specificato che: “I crediti d’imposta possono essere “pagabili”, nel senso che l’eventuale ammontare del credito che superi il debito d’imposta viene pagato al beneficiario. Per contro, alcuni crediti d’imposta sono “non pagabili” e sono descritti come “non recuperabili”. Sono limitati all’ammontare del debito d’imposta”.

Nel successivo punto 20.168 viene specificato il trattamento contabile. Il credito d’imposta non pagabile “viene registrato come una riduzione del debito d’imposta e pertanto come una riduzione del gettito fiscale delle amministrazioni pubbliche”, mentre i crediti d’imposta pagabili, che sono utilizzabili anche dai non contribuenti, “sono classificati come spesa e registrati come tali per il loro importo totale”.

Quindi il Regolamento è semplice e chiaro, il credito d’imposta è “pagabile” solo se lo Stato si impegna a rimborsartelo quando non hai sufficiente capienza fiscale, altrimenti è “non pagabile”. Invece il Manuale sostiene che un credito d’imposta “non pagabile” può diventare “pagabile” se c’è una probabilità molto alta che il credito d’imposta alla fine “non venga perso”. Ma la minore perdibilità non può cambiare la natura del credito d’imposta, che è e rimane “non rimborsabile” anche se utilizzabile al 100%.

Il credito d’imposta del Superbonus 110%

Il Superbonus 110% rientravano sicuramente nella fattispecie “non pagabile” prevista dal Regolamento, infatti concedeva crediti d’imposta cedibili verso tutti, ma mai rimborsabili da parte dello Stato, quindi non c’era alcun obbligo di pagamento da parte dello Stato. In questo modo sono stati redatti n.3 bilanci dello Stato nel 2020, 2021 e 2022, che sono stati tranquillamente approvati e lodati dall’Unione Europea.

La misura ha generato una crescita economica sostenibile per l’Italia, senza aumento del debito pubblico ma soprattutto senza nuove emissioni di titoli di stato sui mercati finanziari. Per questo motivo qualcuno ha deciso che bisognava fermarla a tutti i costi.

Fatto dimettere Giuseppe Conte, è arrivato Mario Draghi che ha subito iniziato una campagna di disinformazione, amplificata dai media, per demonizzare il Superbonus 110% sostenendo che:

– ha triplicato i prezzi nell’edilizia (falso perché sono aumentati in altri paesi più che da noi);

– è un costo eccessivo per lo Stato (smentito dagli studi di Luiss Business School e Nomisma);

– ha generato molte frodi (in realtà erano solo il 3% di quelle presunte).

Il nuovo Manuale del Deficit e del Debito Pubblico

Nel frattempo i dirigenti di Istat, tramite il nostro rappresentante in Eurostat, hanno cercato in tutti i modi di modificare il Manuale del Deficit e del Debito Pubblico, per dare un significato nuovo e diverso all’interpretazione delle norme del SEC 2010, al solo fine di depotenziare questi nuovi strumenti creati dall’Italia.

In pratica non potendo dimostrare che il credito d’imposta è “pagabile” secondo l’interpretazione del Regolamento, visto che è dichiaratamente “non rimborsabile”, hanno introdotto nel Manuale il concetto nuovo e diverso di “alta probabilità di utilizzo”, che oltre ad essere impossibile da quantificare, non equivale alla certezza di utilizzo, che c’è solo nel caso in cui il credito sia “rimborsabile” dallo Stato.

Ma questa nuova versione ha un problema: se metto come spesa il 100% del credito d’imposta emesso e ho un’alta probabilità di utilizzo, ad esempio del 99%, finirei comunque per considerare debito anche quell’1% che in realtà andrà perso e non costituisce quindi un mancato gettito.

Fortunatamente esiste una soluzione per evitare che il credito d’imposta cedibile a tutti sia considerato debito pubblico, perché, secondo il punto 38 del Manuale, “è quindi da considerarsi un credito d’imposta pagabile, a meno che non vi sia la prova che un importo non trascurabile andrà sprecato”.

Quindi basta dimostrare che c’è sempre la possibilità di perdere il credito d’imposta oppure introdurre una piccola perdita in percentuale automatica ad ogni cessione o riporto negli anni successivi, per avere la “prova” che un importo non trascurabile andrà sicuramente sprecato.

La moneta fiscale è possibile 

In conclusione, nonostante sia chiaro il tentativo, da parte di Eurostat,  di boicottare il credito d’imposta cedibile, cambiando le norme per farlo considerare debito pubblico anziché mancato gettito, in realtà questa modifica rende possibile creare una nuova forma di credito d’imposta amplificato, che può essere cedibile a tutti infinite volte, riportabile agli anni successivi ed utilizzabile per compensare qualsiasi debito verso lo Stato.

È vero che secondo questa nuova interpretazione il credito d’imposta verrebbe considerato debito pubblico, come avviene già oggi per le banconote e le monete metalliche, ma sarebbe solo un fatto formale, che non infuisce sul debito di Maastricht, visto che nella sostanza non c’è alcuna obbligazione finanziaria a carico dello Stato.

Quindi, nel tentativo di boicottare queste nuove forme di crediti d’imposta cedibili, Eurostat in fondo li ha dichiarati legali e perfettamente realizzabili, come diciamo noi da tanti anni, rendendo possibile introdurre nel nostro sistema economico una vera e propria “moneta fiscale”, utilizzabile per fare spesa pubblica.

Con il vantaggio che la moneta fiscale sarebbe creata dallo Stato senza emettere titoli di stato, senza contrarre debiti verso i mercati finanziari e senza pagare interessi.

Scusa se è poco.

Fabio Conditi

Presidente dell’associazione Moneta Positiva

https://monetapositiva.it/


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Inflazione area Euro in calo, ma la BCE vuole proseguire con la stretta creditizia

Il tasso di inflazione annuo nell’area dell’euro è sceso al minimo di otto mesi dell’8,5% nel gennaio del 2023 dal 9,2% di dicembre, al di sotto delle previsioni di mercato del 9%, secondo le stime preliminari. I dati per l’inflazione in Germania non sono disponibili, poiché l’ufficio statistico del paese ha dovuto ritardare il rilascio delle proprie cifre a causa di problemi tecnici con l’elaborazione dei dati. L’inflazione è rallentata in Italia, Irlanda e Paesi Bassi, ma è aumentata in Spagna e Francia. A gennaio, i prezzi dell’energia sono aumentati a un ritmo più lento (17,2% vs 25,5%) e anche l’inflazione dei servizi è diminuita (4,2% vs 4,4%) mentre i costi sono aumentati più rapidamente per alimentari, alcol e tabacco (14,1% vs 13,8%) e non energetici beni industriali (6,9% vs 6,4%). Rispetto al mese precedente, i prezzi al consumo sono diminuiti dello 0,4%, come a dicembre, guidati da un calo dello 0,9% del costo dell’energia.

Ora l’inflazione sembra rallentare, semplicemente perché si stanno esaurendo, o stanno riducendo il peso, le cause esterne energetiche che l’hanno causata. Ora la BCE ha pare orientata ad applicare ancora almeno due aumenti dei tassi di interesse che i paesi nordici, Olanda i testa, vorrebbero dell’ordine complessivo del punto percentuale. Vedendo l’andamento dell’inflazione potremmo pensare che si tratti di una variazione eccessiva, che rischia di accentuare un trend già innescato, ma il massimalismo monetario pare non avere limiti.


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Gli insoluti delle carte di credito USA rischiano di far saltare le società minori

Il consumo USA è da sempre basato sul credito, anche se, recentemente, il finanziamento a breve, soprattutto tramite Carta di Credito, ha di molto superato il risparmio, ponendo le basi per una situazione di insolvenza del sistema a medio termine, come si può vedere dal seguente grafico

Questo fenomeno di super-credito si è fortemente accresciuto nel 2022, quando i consumi erano elevati, ma gli aiuti dello stato dovuti al covid sono terminati. La crescita dei tassi di interesse sul credito al consumo, legato alla stretta monetaria della FED, è stato però sensibile ponendo un forte rischio di insolvibilità

Come nota Zerohedge l’insolvenza nelle carte di credito non porterà grossi problemi al settore bancario USA, anche perché questo è, in questo momento, ben capitalizzato, e ha riserve per far fronte a queste perdite. Se mai la ricaduta sarà sulle società che gestiscono carte di credito, a partire da quelle più piccole, quindi più deboli, nell’affrontare questi problemi. Un esempio è Discovery che emette carte soprattutto a favore di clienti con una affidabilità media o medio bassa, che è previsto  veda una crescita molto forte delle insolvenze nel 2023, ovviamente a scapito degli utili.

DFS ha previsto che i suoi charge offs saliranno fino al 3,9% quest’anno (ha fornito un intervallo tra il 3,50% e il 3,90%), che è più del doppio del tasso netto di charge off dell’1,82% che ha registrato per tutto il 2022 ed è stato di circa 100bps superiore alla stima di consenso del 2,8%. In realtà negli anni scorsi questi valori erano tenuti artificialmente bassi da tassi di interesse bassissimi e aiuti dello stato, ma il risveglio per i consumatori rischia di essere molto brutto e coinvolgere le società più deboli del settore.


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Il Kazakistan esporterà petrolio in Germania attraverso gli oleodotti russi. Mosca comunque al centro

Il Kazakistan ha ottenuto dalla Russia l’autorizzazione a utilizzare le sue infrastrutture di oleodotti per trasportare 300.000 tonnellate di petrolio ad acquirenti in Germania nel primo trimestre di quest’anno, ha annunciato il 13 gennaio una società statale.

Kaztransoil, una società statale di trasporto del petrolio, ha dichiarato che il petrolio proveniente dal giacimento di Karachaganak, nel Kazakistan occidentale, sarà pompato attraverso l’oleodotto russo Druzhba e consegnato alla Polonia attraverso la Bielorussia prima di raggiungere la Germania. Le consegne a gennaio ammonteranno a 20.000 tonnellate.

Il Ministro dell’Energia kazako Bolat Akchulakov ha recentemente dichiarato ai giornalisti che il Kazakistan prevede di esportare 1,5 milioni di tonnellate in Germania attraverso la Russia nel 2023, ma che questo volume potrebbe essere incrementato fino a 7 milioni di tonnellate.

“C’è abbastanza capacità [di trasporto negli oleodotti]. La cosa principale è che i consumatori [della Germania] lo accettino. Non abbiamo mai avuto grossi problemi con la Russia in termini di pompaggio”, ha dichiarato Akchulakov all’inizio dell’anno.

L’approvazione da parte della Russia, tuttavia, è tutt’altro che garantita. Il petrolio che la Germania sta acquistando dal Kazakistan è destinato a compensare parzialmente la mancanza di forniture di greggio causata dal boicottaggio dei prodotti russi imposto dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina.

La quantità fornita dal Kazakistan è di gran lunga inferiore ai 20 milioni di tonnellate all’anno che la Russia era solita vendere alla Germania.

Le restrizioni dell’Unione Europea sulla fornitura di petrolio russo riguardano il materiale trasportato via mare, ma non impediscono ai Paesi terzi di utilizzare le infrastrutture russe per far arrivare le loro merci sul mercato europeo.

L’anno scorso si è parlato molto di come il Kazakistan stesse esplorando rotte di esportazione che evitassero del tutto la Russia. La chiave era il cosiddetto Corridoio di Mezzo, che prevede il carico di petrolio su navi cisterna che attraversano il Mar Caspio prima di scaricare il greggio su mezzi di trasporto che attraversano Azerbaigian, Georgia e Turchia. Questo percorso è ancora di portata limitata e molto più costoso rispetto all’utilizzo delle rotte russe.

Se la Russia ha accettato questo accordo, è improbabile che lo abbia fatto per fare un favore al Kazakistan.

Come ha ipotizzato Nurlan Zhumagulov, responsabile del sito web di analisi Energy Monitor, in un post su Facebook di dicembre, il Kazakistan potrebbe cercare di importare dalla Russia una quantità di petrolio pari a quella che invia in Europa. Il greggio potrebbe essere inviato alle raffinerie nazionali, ha scritto Zhumagulov.

“Sarebbe un modello ideale che soddisfa tutti: Russia, Kazakistan e Germania”, ha scritto Zhumagulov.

Inoltre, il Kazakistan ha una carta vincente. A dicembre ha raggiunto un accordo intergovernativo con la Russia, valido fino al 2034, che consente di utilizzare il suo territorio per il transito di petrolio verso la Cina. Dal momento che la Cina è diventata uno dei più importanti clienti della Russia per il petrolio, il Kazakistan ha così guadagnato una leva da impiegare nei propri accordi commerciali sull’energia con l’Occidente.


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Mar Nero: costo noli navali in crescita, anche per il petrolio

Le tariffe di trasporto nel Mar Nero sono aumentate del 20% dall’inizio dell’anno a causa dell’aumento dei premi assicurativi contro i rischi di guerra, ha riferito la Reuters, citando fonti industriali senza nome. Questo mentre nel resto del mondo il costo dei noli navali crolla.

Inoltre, alcuni assicuratori hanno smesso di fornire copertura a navi e aerei che trasportano merci da e verso Bielorussia, Russia e Ucraina. Anche i riassicuratori si sono ritirati dalla regione a causa dell’aumento dei rischi.

Il Mar Nero, condiviso da Romania, Bulgaria, Ucraina, Russia, Georgia e Turchia, è un’importante arteria di trasporto di petrolio e prodotti petroliferi. “L’effetto (dell’uscita dei riassicuratori) sta riducendo la capacità (di sottoscrizione) nel mercato del rischio di guerra e significherà che quest’anno la gente pagherà di più”, ha spiegato una delle fonti Reuters.

Questi tassi più elevati e la limitata disponibilità di copertura riassicurativa si aggiungono ai problemi del settore legati al tetto di prezzo imposto dal G7 alle esportazioni di petrolio russo. Secondo le regole del regime di massimale, agli assicuratori occidentali, che costituiscono circa il 90% di tutti gli assicuratori marittimi, è vietato fornire copertura alle navi che trasportano greggio russo venduto a oltre 60 dollari al barile.

Secondo un recente rapporto del FT, circa un quarto delle spedizioni di petrolio russo a dicembre aveva una copertura assicurativa occidentale, il che suggerisce che almeno questo quarto sia stato venduto a meno di 60 dollari al barile. In effetti, l’Urals russo è stato scambiato sotto i 60 dollari al barile per più di un mese.

L’aumento delle tariffe di trasporto per il Mar Nero, tuttavia, aumenterebbe i costi delle merci che vengono trasportate attraverso il punto di strozzatura.

“Per le spedizioni in entrata e in uscita dalla Russia i premi aumenteranno. Potrebbero facilmente aumentare del 50% (rispetto alla fine dell’anno scorso) per riflettere il costo del capitale dovuto alla mancata riassicurazione”, ha detto un’altra fonte della Reuters.

Sul versante opposto, le tariffe delle navi cisterna sono diminuite nonostante le aspettative di un’impennata dopo l’entrata in vigore dell’embargo UE sul greggio russo. Tra le ragioni c’è l’embargo stesso: Le raffinerie europee hanno incrementato l’acquisto di greggio russo prima del 5 dicembre e dopo tale data la corsa agli acquisti si è attenuata, riducendo di fatto la domanda di navi cisterna.


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Italia: ormai si vendono meno auto che negli anni ’70. Però l’Euro ci ha protetto

L’automobile non sarà uno status symbol, ma indubbiamente è un simbolo del benessere e della modernità di una società. Un’auto nuova è un investimento importante e il rinnovo del parco macchine permette di diminuire consumi e inquinamento.

Però questo rinnovamento si è fermato, anzi siamo tornati indietro: come mette in evidenza un’elaborazione di Canale Sovranista il numero di auto immatricolate in Italia è sceso ai livelli degli anni ’70…

Volendo fare un parallelo siamo anche scesi ai peggiori momenti della crisi del debito, praticamente le immatricolazioni si sono azerate.

Senza voler essere consumisti, comunque l’auto è un simbolo del benessere diffuso. Se le famiglie non possono permettersi di cambiarla, bisognerà farsi qualche  domanda ed analizzarne le cause che poi sono due e banali:

  • le famiglie non hanno redditi sufficienti per rinnovare il parco macchine dato che le remunerazioni reali sono precipitate
  • Le auto elettriche-ibride costano troppo. Infatti in Italia è un boom di auto economiche a GPL, con la DR che ha realizzato un +196% delle vendite nel 2022. Alla fine la gente vuole auto buone e economiche, non elettriche.

Il risultato è che stiamo diventando come Cuba: si aggiustano vecchie auto perché non ci sono i soldi per comprare quelle nuove.


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