Fusione nucleare su piccola scala? L’obiettivo che si è data Avalanche Energy, con componenti disponibili commercialmente

Uno dei beneficiari di questa bonanza, Avalanche Energy, spera di riuscire dove altri hanno fallito con un approccio efficiente in termini di capitale e di dimensioni per generare elettricità dalla fusione. La startup per l’energia da fusione nucleare, con sede a Seattle, intende utilizzare una tecnica elettrostatica non convenzionale per ridurre le dimensioni della sua cella di fusione modulare a quelle di un estintore.

Per ottenere la fusione, l’idrogeno deve essere convertito in plasma, una trasformazione che richiede temperature di milioni di gradi, molto più calde persino del nucleo del sole. Nel mezzo del plasma, gli elettroni con carica negativa si separano dai nuclei atomici con carica positiva.

Le macchine per la fusione comprimono e confinano il plasma per spingere i nuclei liberati così vicini da superare le forze elettrostatiche repellenti e infine fondersi. Questo processo rilascia neutroni, ed è questa energia che gli scienziati sognano di raccogliere per fare cose come azionare una turbina convenzionale. Il problema è che per catalizzare la fusione è necessaria più energia di quanta ne risulti dal processo, molta di più. Il Santo Graal che tutti cercano è un processo che crea più energia di quella necessaria per alimentarlo, detta anche energia netta o produzione positiva.

Molti dei team che si occupano di fusione lavorano su scala gigantesca e richiedono laser giganti o magneti massicci in materiali esotici, senza contare le ingenti somme di denaro e il personale. I dispositivi di confinamento magnetico, come i tokamak, richiedono grandi proprietà immobiliari: il progetto europeo del reattore termonucleare sperimentale internazionale occupa quasi 450 acri.

In netto contrasto, l’approccio modulare su piccola scala di Avalanche è più simile al design delle batterie per veicoli elettrici di Tesla, ha dichiarato in un’intervista a Canary Media il cofondatore e CEO Robin Langtry. Si tratta di centinaia di piccole celle che possiamo produrre in serie in una fabbrica di giga-fusione. Potrebbero servirne poche per un’auto, una dozzina per un autobus, forse 100 per un aereo”.

Langtry e l’altro cofondatore di Avalanche, il direttore operativo Brian Riordan, hanno lavorato entrambi per anni presso la società di esplorazione spaziale Blue Origin di Jeff Bezos. Come dice Langtry, “stavano lavorando su alcune delle prime architetture per il signor Bezos”, poi hanno deciso di concentrarsi su “qualcosa di più vicino alla Terra”, anche se poi il suo reattore sarebbe stato scelto per uno sviluppo come generatore per i viaggi spazioni.

“Quello che ci piace del ‘nuovo spazio’ è che è davvero veloce da testare”, ha detto Riordan, che vuole applicare questo principio di progettazione veloce da testare allo sviluppo della fusione nucleare. Le dimensioni ridotte, la natura modulare e l’architettura un po’ meno esotica del prototipo di Avalanche si prestano a questo processo.

“Storicamente, un esperimento di fusione richiede anni, se non decenni, e miliardi di dollari per essere messo a punto, ma Avalanche è in grado di eseguire esperimenti reali poche volte alla settimana con una spesa di pochi milioni di dollari”, secondo Clay Dumas, general partner di Lowercarbon Capital e investitore di Avalanche.

Invece di affidarsi a massicci magneti superconduttori, il prototipo di Avalanche Energy utilizza campi elettrostatici per intrappolare gli ioni di fusione, impiegando anche una tecnica di confinamento degli elettroni di magnetron per raggiungere densità ioniche più elevate. La reazione di fusione che ne deriva produce neutroni che possono essere trasformati in calore.

Il magnetron utilizzato dalla startup è una variante di un dispositivo “che si trova nei forni a microonde di tutti i giorni” che permette di ottenere le “densità e le sezioni d’urto necessarie per la fusione”, secondo l’investitore di Avalanche Joshua Posamentier, managing partner di Congruent Ventures.

Riordan ha dichiarato a Canary: “Questa configurazione non aveva laser giganti e magneti giganti, e la sua fisica non voleva essere in un fattore di forma più grande di un estintore. [È il fattore di forma giusto per la scalabilità, la costruzione rapida, i test, le correzioni e l’iterazione in cicli di sviluppo stretti. Volevamo fare un reattore di piccole dimensioni perché pensavamo che fosse la strada per la scalabilità”.

L’obiettivo è “costruire davvero una di questi generatori”, dice Langtry. Il primo passo consiste nel finanziare un piccolo team per costruire un minuscolo reattore a fusione a un ritmo molto veloce. Avalanche prevede che la cella di fusione modulare proposta, che avrà un diametro di circa 5 pollici, produrrà da 5 a 15 kilowatt di potenza.

L’azienda sottolinea che il suo magnetron è una variante di un dispositivo di uso quotidiano e che la tecnologia della base elettrostatica è un derivato di un prodotto disponibile da ThermoFisher Scientific, ampiamente utilizzato per la spettrometria di massa commerciale. Stiamo prendendo due dispositivi già esistenti, che si possono acquistare in commercio per varie applicazioni”, ha detto Langtry. “Li stiamo solo mettendo insieme in un modo nuovo e interessante a tensioni molto più elevate” per costruire un prototipo di “fusione a ricircolo di fascio”.

Avalanche ha ricevuto un finanziamento relativamente modesto di 5 milioni di dollari in un round guidato da Azolla Ventures insieme a Congruent Ventures e Lowercarbon Capital di Chris Sacca – una semplice goccia nello tsunami di denaro che sta affluendo nella tecnologia della fusione nucleare in questi giorni. La startup si trova a competere con attori molto più grandi e ricchi che stanno costruendo prototipi di fusione su scala  massiva.

TAE Technologies ha raccolto più di 880 milioni di dollari da investitori come Vulcan, Venrock e Google. Il progetto di fusione di TAE spara fasci di plasma in un recipiente dove vengono trattenuti da un campo magnetico. Il progetto condivide alcune proprietà con gli acceleratori di particelle.

Helion Energy ha chiuso alla fine dello scorso anno un round di raccolta fondi di 500 milioni di dollari per la sua fusione magneto-inerziale che combina la fusione magnetica e il riscaldamento della fusione inerziale pulsata. Sam Altman, ex presidente di Y Combinator, ha guidato il round di finanziamento. L’intento di Helion è quello di convertire l’energia di fusione direttamente in elettricità, saltando la fase di raccolta del calore.

La canadese General Fusion, sviluppatrice della fusione con bersaglio magnetizzato (un processo che combina anche il confinamento magnetico con la compressione e il riscaldamento del confinamento inerziale), sostiene di stare sviluppando “il percorso più veloce, pratico e a basso costo verso l’energia di fusione commerciale”. L’azienda ha raccolto 322 milioni di dollari da investitori tra cui Bezos Expeditions.

Il progetto del reattore di Zap Energy comprime il plasma con un getto di corrente elettrica che crea un campo magnetico, invece di utilizzare costosi magneti. Nel 2021 Zap ha raccolto 27,5 milioni di dollari in finanziamenti di serie B per la sua tecnologia di energia da fusione in un round guidato da Addition. L’azienda prevede un reattore a fusione delle dimensioni di un camper che fornisca 200 megawatt di energia termica.

Riordan sostiene che le dimensioni ridotte di Avalanche le conferiscono un vantaggio rispetto agli operatori più grandi. A suo avviso, chiedere 5 milioni di dollari per finanziare un team di 15 persone per dimostrare la fisica fondamentale è molto meglio che chiedere: “Potete darmi 1,5 miliardi di dollari per costruire un tokamak?”.

Gli amministratori delegati delle startup che operano nel settore della fusione si lasciano spesso andare a una serie di dichiarazioni aggressive sulla rapidità con cui le loro aziende porteranno la fusione commerciale sul mercato, con tempi che vanno da pochi anni a un decennio. Anche l’amministratore delegato di Avalanche promette una tempistica ridotta per la commercializzazione: “Non siamo a 10 anni di distanza. Siamo molto più vicini”.

L’approccio progettuale di Avalanche potrebbe aprire nuove applicazioni per la fusione che non riguardano la connessione alla rete elettrica, am per mini cellule energetiche per sistemi separati, come ad esempio il trasporto. Dato che si sono dati degli obiettivi a breve termine sapremo presto se funziona o no.


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“La fame fa bene”. L’articolo “Satirico” del sito dell’ONU che non fa ridere, ma spiega molto

“I Benefici della Fame”: ecco il bel titolo di un articolo che appariva sino a qualche giorno fa sul sito dell’ONU e che, chissà come mai, negli scorsi giorni è stato fatto sparire. Probabilmente qualcuno si è reso conto  che era un po’ troppo “Satirico”, come hanno cercato di farlo passare, oppure diceva un po’ troppo la verità. Però internet non perdona e una copia è stata salvata dalla Web Archive, dove potete trovarla.

A scrivere l’articolo è George Kent, professore di Scienze Politiche alle Hawaii, dove non si soffre la fame, e lavora nei “Diritti umani, relazioni internazionali, sviluppo e problemi ambientali”. Siamo proprio ben mesi.

Perché la fame è un bene? “Perché le persone affamate sono le persone più produttive, soprattutto quando si tratta di lavori manuali.” Prosegue poi l’autore che si lavora per la fame (cosa non corretta, un noto detto romanesco afferma che Se lavora e se fatica pe’ la panza e pe’ la f…)  e che “.. quanti di noi venderebbero i propri servizi a così poco prezzo se non fosse per la minaccia della fame? Quando vendiamo i nostri servizi a basso costo, arricchiamo altri, coloro che possiedono le fabbriche, le macchine e le terre e, in ultima analisi, le persone che lavorano per loro. Per coloro che dipendono dalla disponibilità di manodopera a basso costo, la fame è il fondamento della loro ricchezza.”

Non è finito, l’articolo prosegue con l’esame del perché la gente fa la fame : il pensiero convenzionale è che la fame sia causata da lavori poco remunerativi. Per esempio, un articolo riporta “Gli schiavi dell’etanolo in Brasile: 200.000 tagliatori di zucchero migranti che sostengono il boom delle energie rinnovabili”. Se è vero che la fame è causata da lavori poco remunerativi, dobbiamo capire che la fame provoca allo stesso tempo la creazione di lavori poco remunerativi. Chi avrebbe creato in Brasile massicce operazioni di produzione di biocarburanti se non sapesse che ci sono migliaia di persone affamate abbastanza disperate da accettare i terribili posti di lavoro che offrirebbero? Chi avrebbe costruito un qualsiasi tipo di fabbrica se non avesse saputo che molte persone sarebbero state disponibili ad accettare i posti di lavoro a basso salario? Non fa una piega, se uno lavora per un tozzo di pane, allora qualcuno che lo sfrutta lo trova.ò Un po’ come accade al sud per i migranti: accettano di raccogliere i pomodori per due euro alla cassetta e, per far contento l’attore pariolino di turno, qualcuno glieli dà. Peccato che lo sfruttatore potrebbe anche comprare una macchina che taglia la canna da zucchero, o che raccoglie i pomodori, e pagare degli stipendi decenti a lavoratori che non soffrirebbero la fame. A quel punto gli affamati magari coltiverebbero la propria terra e NON farebbero la fame, ma il benestante attore pariolino non potrebbe dire che “Senza i migranti non ci sarebbero i pomodori” e, magari, in Brasile non produrrebbero l’etanolo, ma lo zucchero alimentare e sfrutterebbero meno il terreno.

L’ONU ha fatto sparire il pezzo, perché rivelava troppo come la fame sia veramente uno strumento di repressione e sfruttamento, e infatti l’autore non si spiegava tanto bene perché bisognerebbe farla sparire.Il discorso, anche se satirico, era un po’ troppo chiaro ed evidente. Meglio cancellare la pagina….

Post Scriptum: purtroppo gli scienziati economici non apprezzano il metodo sperimentale che, in questo caso, sarebbe stato invece estremamente utile. Far provare all’autore un po’ di fame gli avrebbe permesso di capire meglio il problema…


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Anche la Libia taglia il gas all’Italia, ma per fortuna è poco

La notizia che stiamo per dare potrebbe essere preoccupante se, per fortuna o sfortuna, non riguardasse la grande oppportunità persa dall’Italia e distrutta dalla Francia: il gas libico.

La Libia ridurrà del 25% le esportazioni di gas all’ENI italiana. La notizia è stata rivelata ieri dal governo libico di Tripoli, che ha dichiarato di aver bisogno del gas per il consumo locale, presumibilmente per la produzione di energia elettrica in un momento di tensioni politiche locali molto forti. Nella stagione calda cresce la domanda elettrica interna e le fonti fossili, gas in primis, sono le uniche disponibili. Il paese ne avrebbe in abbondanza, ma il clima di insicurezza sorto dopo la fine del regime di Gheddafi.

Si ricorda che la produzione e l’esportazione di petrolio sono state bloccate dalla Libia orientale dall’aprile di quest’anno e che tutti i tentativi di riaprire i canali di export sono andati a vuoto a causa di rivolte interne, scontri fra fazioni o vere e proprie guerre civili. Recentemente proprio a Tobruk la folla inferocita ha attaccato il parlamento locale, dandolo alle fiamme , in protesta contro l’elevato costo dei carburanti e dei generi alimentari.

Se l’Algeria ci tagliasse del 25% il gas domani saremmo in un mare di guai, ma la Libia è un fornitore marginale di gas, anche perché, ringraziando la guerra di Sarkozy del 2011, non siamo mai riusciti a sviluppare adeguatamente le potenzialità del paese, molto ricco anche in  metano, a causa del caos politico che risultò da quella guerra e dal successivo interventismo di Parigi, quindi del Cairo, Ankara e Mosca. Ora un paese ricco di risorse energetiche e a due passi da casa non può aiutarci.


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L’Austria pensa di sostiuire il gas con il …petrolio. Altra “Vittoria” dell’ipocrisia verde

Il ministro dell’Energia austriaco ha dichiarato che intende ordinare all’industria e ai servizi di pubblica utilità di non utilizzare più il gas naturale, nel tentativo di accumulare più gas naturale per evitare danni per il taglio delle forniture russe, come ha riferito martedì la Reuters.

L’Austria incoraggerà l’industria e i servizi pubblici a utilizzare combustibili alternativi come il petrolio greggio, ha dichiarato il ministro austriaco dell’Energia Leonore Gewessler.

L’Austria riceve l’80% del suo gas naturale dalla Russia. Sebbene l’elettricità sia generata principalmente da energia idroelettrica, il settore industriale e i servizi pubblici utilizzano una quantità significativa di gas naturale. Il gas naturale è comunemente utilizzato per il teleriscaldamento.

“Le centrali elettriche e le aziende industriali saranno istruite ad aggiornare i loro sistemi per il doppio funzionamento nella misura in cui ciò sia tecnicamente ed economicamente fattibile. Ciò significa che gli impianti potranno funzionare sia con il gas naturale che con altre fonti energetiche – nella maggior parte dei casi si tratterà di petrolio greggio”, ha dichiarato Gewessler in una conferenza stampa.

Il governo sta lavorando a una bozza delle direttive che fornirà all’industria e alle utility, ma dovrà essere approvata dalla commissione principale della Camera bassa del Parlamento.

L’annuncio giunge mentre l’Austria deve fare i conti con un rallentamento della quantità di gas naturale destinato allo stoccaggio.

Il Presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato a fine maggio che la Russia continuerà a rispettare i suoi impegni di fornitura di gas naturale all’Austria. L’austriaca OMV ha aperto un conto in rubli con Gazprombank per pagare le importazioni di gas russo, ma le forniture di gas sono diminuite a giugno del 50% dopo che Gazprom ha dichiarato che avrebbe ridotto la quantità di gas fornita.

Martedì scorso, l’Austria OMV ha dichiarato che le sue importazioni di gas dalla Russia sono tornate al 60% dei volumi contrattuali. Poco, ma abbastanza per sopravvivere.

Naturalmente il passaggio dal gas naturale al petrolio è l’ennesima “Vittoria” dell’ideologia Green di cui l’Austria è la maggiore sostenitrice, tanto da voler agire alla corte europea CONTRO l’inclusione del gas e del nucleare nella cosiddetta “Tassonomia” degli investimenti verdi. L’ennesimo caso di ipocrisia green, dove si combatte una fonte per imporne una anche peggiore.


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Default della Russia: cosa rimane a una settimana?

Una settimana fa è avvenuto il famoso “Default” sul debito estero della Russia. Un default contestato, perché la federazione Russa ha affermato di aver depositato le relative cifre nel sistema Euroclear, che si occupa di questo tipo di transazioni. La cifra poi era ridicola: 100 milioni di dollari, per uno stato che incassa miliardi dalle esportazioni di petrolio e gas. Un default provocato dalle sanzioni, e non dovuto alla mancanza di valuta estera della Russia.

Bene cosa è successo? NIENTE

Il Rublo è ancora ai livelli pre covid, neanche pre guerra in Ucraina

Sorretto da un potente avanzo delle partite correnti il Rublo tiene, anzi è fin troppo  forte, in quanto NON compensato dall’export europeo o  americano. Bisognerebbe veramente dare un premio nobel a chi ha reso problematiche le esportazioni di scarpe o di formaggio grana, noti strumenti utili per lo sforzo bellico di Mosca. Invece senza il gas russo la Germania sta andando dritta come un treno in crisi e anche noi non ci sentiamo molto bene.

Anzi le sanzioni, avendo reso il mercato incerto, hanno fatto esplodere i costi delle materie energetiche, migliorando la posizione internazionale della Russia.

Quindi il default non ha danneggiato la Russia, e , nel breve, non la danneggerà. Sicuramente ha danneggiato le istituzioni occidentali che hanno nei propri portafogli titoli russi il cui rating ora è in default. Le banche dovranno distrarre capitale dai prestiti per coprirli.

Nel medio periodo, in teoria, dovrebbe esserci un calo degli investimenti esteri in Russia. Raramente le società private hanno un rating superiore  allo stati quindi i canali ufficiali finanzieranno meno gli investimenti in Russia, e il flusso di queste risorse era stato interessante in passato. C’è però un “Ma”, e molto grande. L’economia aggira  le dighe e gli ostacoli artificiali, e i soldi continueranno ad affluire, se ben remunerati e garantiti, anche in Russia.

Cosa insegna questo default artificiale: che l’economia reali, quella delle industrie, delle attività produttive, delle risorse agricole, energetiche e minerarie se ne infischia di un default. Si tratta di un fatto basilare di cui ci siamo dimenticati, sempre a inseguire un BCE pazzerella e indicatori come lo spread, il debito / PIL,  invece di interessarci di quanto grano, capi di bestiame, acciaio, ferro, automobili, treni , energia, aerei produciamo e  costruiamo. Abbiamo corso 30 anni dietro un’illusione finanziaria, l’olografia dell’economia, ed ora ci stanno proponendo un brusco risveglio.


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Cina: riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici del 30% in alcune province. Anche in Cina scoprono Mario Monti….

Qualcosa sta cambiando nelle amministrazioni locali cinesi. Recentemente è stato riferito che i dipendenti pubblici del governo nel Guangdong, Zhejiang, Jiangsu e in altri luoghi hanno ricevuto tagli salariali consistenti, con stipendi  scesi fino al 30%, il che ha suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica. Inoltre, le autorità  hanno chiesto ai medici in un ospedale della città di Zhaotong, provincia dello Yunnan, la restituzione dei compensi per i turni di notte e gli straordinari degli ultimi cinque anni. 

Per fare un esempio pratico che è circolato sui social media cinesi, un quadro statale dipendente pubblico della regione dello Longhua poteva fino a ieri guadagnare 370 mila Yuan annui, circa 52 mila Euro (alla faccia dei cinesi che lavorano per una ciotola di riso..). Ora molti hanno scoperto che il loro stipendio è calato di circa 100 mila Yuan, cioè 14 mila Euro. In altre aree ci sono stati dei dipendenti pubblici che hanno visto tagliato il loro stipendio del 40%.

Lettera in cui si chiede ai medici di restituire gli straordinari.

Il problema è che anche in Cina le amministrazioni locali iniziano ad avere dei grossi problemi di bilancio. I Lockdown hanno fatto calare le entrate e aumentare le spese, a causa delle spese enormi per i test di massa. Inoltre un’altra importante entrata delle amministrazioni locali, cioè le tasse per la vendita dei terreni pubblici ai privati, sono calate a causa della crisi immobiliare, che rense queste operazioni non più interessanti come prima.

A questo poi si aggiunge la difficoltà della amministrazioni ad adattarsi alla nuova realtà post covid. Ad esempio le entrate, e quindi le uscite, della provincia dello Zhejiang crescevano del 10% prima del covid, ma nel 2020 sono  cresciute solo del 2,83%, quindi c’è la necessità di rimettere a posto i bilanci.

Allora entra in azione Mario Monti in versione cinese, e NON è una cosa leggera: i bonus solitamente dati ai dipendenti pubblici da 40 a 50 mila Yuan sono stati tagliati. Ai medici dell’ospedale della regione di Zhaotong è stata chiesta la restituzione di 12 milioni di Yuan in straordinari e turni notturni, pari a cica 1,7 milioni di Euro. Ovviamente ci sono state forti proteste, con i dipendenti che si lamentano perché i costi degli affitti , delle case e del cibo non sono scesi, ma non c’è molto da fare. Anche se questa tensione sociale è una novità per un Paese che, fino a ieri, distribuiva denaro senza troppi controlli. Questo rischia di avere delle gravi ricadute sul consenso al governo.


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Tetti sui prezzi di petrolio e gas: perché non funzioneranno. Draghi appare un dilettante dei mercati

Anche al G7 il Presidente del Consiglio Mario Draghi è tornato sul tema dei tetto sui prezzi del gas e del petrolio. Purtroppo lo ha fatto in modo molto confuso, come nelle scorse settimane, e questo, paradossalmente, ha innervosito i mercato i fatto aumentare il prezzo del petrolio, che da poco più di 100 Dollari ante meeting, è tornato a superare quota 115 con il Brent. I mercati non amano la nebulosità e l’incertezza, e un ex banchiere centrale dovrebbe saperlo.

Il problema è che il tetto ai prezzi non ha ricevuto molti appoggi, al di là di un generico “Discutiamone”, perché non ha molto senso, e dirgli seccamente che è un’idea non sostenibile non fa fine , a livello internazionale.

Separiamo ora il tetto del petrolio da quello del gas e consideriamo i due casi separatamente:

  • sul petrolio la UE avrebbe già deciso un bando parziale, e quindi il tetto non avrebbe molto senso. Recentemente si era parlato di concordare un “Tetto” con gli altri paesi che attualmente stanno importando il petrolio russo, cioè Cina e India in primis, ma in questo caso il tetto, da applicarsi SOLO al petrolio russo, non avrebbe senso: questi due stati già acquistano con uno sconto del 30% sul prezzo di mercato di riferimento, quindi hanno già un tetto del prezzo. Potrebbero perfino dire si all’idea di un tetto, ma , oggettivamente, non cambierebbe nulla. Il danno per Mosca sarebbe pari a zero, rispetto alla situazione attuale;
  • sul gas, che giunge da strutture fisse, come i gasdotti, il discorso avrebbe ricadute diverse, ma comunque l’efficacia sarebbe uguale. Prima di tutto non è detto che la Russia accetti di proseguire a fornirci. Sinora i paesi occidentali hanno sempre sopravvalutato sia il proprio peso economico, sia la capacità della Russia di resistere alle pressioni esterne sotto forma di dazi o simili. Abbiamo già assistito ad un dimezzamento delle forniture di gas alla UE, alla fine Mosca potrebbe anche decidere di chiudere i rubinetti, ritenendo di aver già incassato abbastanza per l’anno. Dato che il tetto si applica solo a quello russo, questa forma di pressione verrebbe a perdere efficacia, diventando solo l’ennesimo orpello europeo. Quindi passiamo ai problemi di mercato, per il quali mi rifaccio ad una precisa speigazione di Sergio Giraldo su La Verità.  In Europa purtroppo esiste il mercato spot del gas TTF, o meglio “Dutch TTF”, di riferimento.  Dalla primavera del 2021, per volontà di Mosca, il gas che arriva in Europa vi giunge solo sulla base di contratti a lungo termine, non c’è più gas spot che va sul mercato olandese del TTF. Questa scelta, nella seconda metà del 2021, fece esplodere i prezzi spot perché mancava la materia prima, mandando in crisi tutta l’economia europea, dato che i prezzi al dettaglio sono poi legati NON ai contratti a lungo termine, ma proprio a quelli del TTF (altra genialata della Commissione). Nel caso fosse imposto un tetto del prezzo da parte dei compratori, che agirebbero in blocco, al gas russo, questo non potrebbe che essere molto più basso rispetto al prezzo di mercato imposto sul TTF. A questo punto cosa impedirebbe a un operatore  che acquista gas calmierato dalla Russia di rivenderlo sul mercato TTF, lucrando una forte utile in un tempo brevissimo. Non sarebbe invece possibile mettere un tetto al TTF dove viene offerto anche gas da Mare del Nord e dai rigassificatori. Quindi, alla fine, il “Tetto sul prezzo non darebbe nessun sollievo ai consumatori, ma si convertirebbe in un utile, veramente extra, per gli importatori.

Sinceramente sono stupito che proprio il nostro Presidente del Consiglio si sia intestardito con un’idea che non può funzionare o che, anche se funzionasse parzialmente, non darebbe alcun vantaggio dal punto di vista pratico. L’impressione che ne traggo è che non si tratti di null’altro che una cortina fumogena stesa a favore dei mass media, sempre pronti a basse attività di lecchinaggio. Questo spiega perchè nessun altro leader europeo sia andato, su questo campo, oltre a qualche parola di cortesia.


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Ci scommettiamo il futuro: il Qatar vuole contratti a lungo termine con i paesi UE. A che prezzi?

Incoraggiato da un recente accordo ventennale sul LNG che una società energetica tedesca ha firmato con un esportatore statunitense, il Qatar – un altro dei principali esportatori di LNG – sta ora cercando di ottenere contratti a lungo termine con gli importatori dell’UE, che stanno facendo a gara per procurarsi gas non russo, secondo quando riportato da Bloomberg.

La situazione però è in contrasto con tutto quello che, in teoria, ha predicato la UE negli ultimi 20 anni, con la creazione del mercato TTF spot del gas, da un lato, e le politiche di decarbonizzazione dall’altro. Inoltre una fornitura ventennale risulta estremamente rigida nelle quantità da consegnare, vincolando quindi per un lungo tempo i produttori di energia occidentali all’uso del gas e impedendo loro di trovare fonti alternative.

Il mese scorso il Qatar ha firmato un accordo con la Germania sulla partnership energetica che potrebbe trasformarsi in relazioni commerciali per il LNG, ma poi questo accordo di massima non si è tradotto in nessuna transazione commerciale.

All’inizio di questa settimana, però, l’azienda elettrica tedesca EnBW ha firmato un accordo di fornitura ventennale con l’impresa statunitense Venture Global LNG, il primo accordo vincolante diretto per l’acquisto di GNL statunitense a lungo termine firmato da un’azienda tedesca. A questo punto il Qatar non è rimasto a guadare

L’anno scorso il Qatar ha annunciato il più grande progetto di LNG al mondo, che dovrebbe portare la capacità di produzione di LNG del Qatar da 77 milioni di tonnellate all’anno (mmtpa) a 110 mmtpa. Il progetto, che dovrebbe iniziare la produzione nel quarto trimestre del 2025, costerà 28,75 miliardi di dollari. Il Qatar ha in programma anche un’altra fase di espansione del North Field, il più grande giacimento di gas naturale al mondo, che condivide con l’Iran. La seconda fase di espansione sarà il North Field South Project (NFS), destinato ad aumentare ulteriormente la capacità di produzione di LNG del Qatar da 110 mmtpa a 126 mmtpa, con una data di inizio produzione prevista per il 2027.


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Gas Naturale: entreremo in stato di allerta per la crisi del gas, ma in realtà non faremo nulla

L’Italia potrebbe dichiarare la prossima settimana lo stato di allerta se le forniture di gas naturale dalla Russia continueranno a essere limitate, hanno dichiarato venerdì a Reuters fonti governative.

Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, l’Italia si riforniva di circa il 40% del gas dalla Russia. L’Italia ha cercato di diversificare le proprie importazioni di gas con maggiori forniture da parte di produttori nordafricani, ma è ancora un grande consumatore di quello proveniente da Mosca.

Lo stato di allerta è la seconda fase dei protocolli di emergenza gas dell’Italia. Il Paese è in stato di pre-allerta da febbraio, quando la Russia ha invaso l’Ucraina, mentre la terza fase del protocollo è lo stato di emergenza.

Se le riduzioni persistono nei prossimi giorni, il Ministero della Transizione Ecologica italiano potrebbe decidere la prossima settimana di far passare l’Italia dall’attuale stato di pre-allerta allo stato di allarme, hanno dichiarato venerdì all’agenzia di stampa italiana ANSA fonti del Ministero.

Lo stato di allerta comporterebbe, tra l’altro, il razionamento della fornitura di gas ad alcune utenze industriali, l’aumento delle importazioni di gas da altri fornitori e l’incremento della produzione delle centrali elettriche a carbone.

Per tutta la settimana, l’Italia ha ricevuto dalla Russia una diminuzione dei volumi di gas, con tagli che si sono intensificati ogni giorno a partire da martedì. All’inizio della settimana, la fornitura russa all’Italia è stata ridotta del 15%. Il taglio è salito al 35% dei volumi richiesti per giovedì e venerdì la major energetica italiana Eni ha segnalato ulteriori tagli alle forniture. L’Eni riceverà solo la metà dei volumi richiesti per la giornata, ha dichiarato, anche se queste erano superiori a quelle dei giorni precedenti.

Draghi parla di motivazioni politiche, e non tecniche, ma questa affermazione non produce il gas naturale di cui abbiamo bisogno. In questo momento, per la verità, avremmo bisogno di un gas, di energia a costi accettabili, non di sapere che le cause sono politiche. Anche perché allora, se andiamo a vedere le cause in profondità, dovremmo condannare tutti i politici europei, tedeschi e quasi tutti quelli italiani degli ultimi dieci anni e non solo Putin. Comunque sarebbe opportuno rivedere quanto prima la PITESAI, il piano per impedire l’estrazione di gas in Italia, e permetterci di affrontare meglio l’emergenza.


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Starlink di Elon Musk fa paura alla Cina. Ecco perchè cercheranno di farlo fuori

Starlink di Elon Musk sta rendendo molto nervoso il Paritto Comunista Cinese perchè aggiunge una variabile inattesa a un gioco, la conquista dello spazio, che la Cina pensava di aver già vinto, almeno secondo un esperto del settore.”È importante capire che la società SpaceX di Elon Musk è l’unica cosa che mantiene gli Stati Uniti nella corsa allo spazio con la Cina”, ha dichiarato Brandon Weichert, esperto di spazio e autore di “Winning Space: How America Remains a Superpower“, ha dichiarato a The Epoch Times in un’intervista rilasciata a fine maggio.

Secondo l’esperto, Starlink, ora “probabilmente una componente vitale del processo bellico”, sta rendendo “nervosi” i rivali dell’America, ma Elon Musk è sotto un duplice “attacco” da parte della Casa Bianca e dell’establishment militare.

Starlink, una costellazione di Internet via satellite gestita dalla società SpaceX di Musk, è attualmente composta da oltre 2.400 satelliti che orbitano intorno alla Terra a un’altitudine più di 60 volte inferiore a quella dei satelliti che oggi trasportano la maggior parte di Internet nel mondo.

Secondo l’esperto spaziale, il motivo per cui gli avversari degli Stati Uniti sono resi inquieti  dalla presenta di Starlink è che il sistema satellitare è resistente agli attacchi su larga scala di cui sono attualmente capaci gli avversari degli Stati Uniti e rende quindi molto più difficile “distruggere” l’infrastruttura spaziale americana rispetto al passato.

“Starlink è un ottimo esempio di un motivo di profitto del settore privato che fornisce un esempio chiave di come si possano proteggere le costellazioni satellitari militari, vitali ma vulnerabili“, ha detto Weichert.

“La forza di Starlink è la sua ridondanza. L’estate scorsa un’eruzione solare ha messo fuori uso circa 20, o forse 40, satelliti Starlink e Musk non ha battuto ciglio nel giro di un giorno. Quei sistemi sono stati sostituiti perché sono piccoli ed economici“, ha osservato.

Come spiega Weichert nel suo libro, in passato Russia e Cina erano in grado di impedire alle forze armate statunitensi di accedere alle reti di comunicazione attaccando i satelliti americani, ad esempio con attacchi a impulsi elettromagnetici.

Ora Starlink minaccia gli avversari degli Stati Uniti perché la sostituibilità della rete satellitare impedisce loro di mantenere un vantaggio sugli Stati Uniti nella guerra spaziale.

“Russia e Cina sono entrambe minacciate da questa capacità, perché sanno che gli americani potrebbero usarla come vantaggio“, ha aggiunto. “Ed è per questo che questi due Paesi sono in fibrillazione in questo momento e stanno cercando disperatamente di trovare delle contromisure per mantenere quello che ritengono essere il loro vantaggio, con capacità contro-spaziali, la capacità di negare agli americani l’uso dello spazio in caso di conflitto“.

Secondo l’esperto, un segnale che indica che il PCC è minacciato da Starlink è stato quando il PCC si è lamentato presso le Nazioni Unite del fatto che la stazione spaziale cinese “Tiangong” ha dovuto manovrare per evitare la collisione con i satelliti Starlink in due distinti casi.

“La Cina è uscita allo scoperto urlando che uno dei satelliti Starlink di Elon Musk era quasi entrato in collisione con la loro nuova stazione spaziale modulare, il che ovviamente era un’esagerazione… ma ci hanno fatto capire che hanno molta paura di questo nuovo sistema di comunicazione“, ha detto Weichert.

Gli Stati Uniti hanno confutato le affermazioni della PCC in una nota verbale di risposta. SpaceX ha rilasciato una dichiarazione in cui riconosce l’incontro e afferma di monitorare la traiettoria di volo dei suoi satelliti per mantenere una distanza di sicurezza da Tiangong.

L’esperto ha aggiunto che Starlink ha capacità di cyber-difesa che sembrano impressionanti anche agli specialisti della difesa del Pentagono.

“Lo specialista di guerra elettronica del Pentagono ha assistito in tempo reale agli operatori di Starlink di SpaceX che difendevano il sistema di bordo del satellite Starlink dagli attacchi informatici russi, attacchi informatici incessanti“, ha detto Weichert, citando Dave Tremper, direttore della guerra elettronica del Pentagono, che ha detto a Breaking Defense che le capacità di SpaceX gli fanno venire l’acquolina in bocca.

Pertanto, se l’esercito cinese tentasse un attacco informatico ai sistemi operativi di bordo di Starlink, secondo Weichert, “si troverebbe di fronte a un brusco risveglio”.

Musk ha creato un sistema ridondante, sicuro e a basso costo, il che rende il controllo dello spazio da parte degli USA molto più sicuro e soprattutto resistente agli attacchi informatici o fisici di Cina e Russia. Però lo ha fatto privatamente, senza essere un fornitore ufficiale della Difesa USA o della NASA, al di fuori del controllo dello stato federale. Il suo modello è straordinariamente resistente dal punto di vista tecnologico, pe cui cercheranno di distruggerlo dal punto di vista personale. Ne vedrete delle belle sia con Twitter sia con Tesla, anche perchè, parliamoci chiaro, il governo USA non è impermeabile agli interessi di Pechino. Nello stesso tempo Musk ha svelato un segreto pericolosissimo: i grandi programmi statali sono fragili, solo una pluralità di sistemi può garantire la sicurezza nello spazio. 


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