Luce e gas, di quanto sono aumentati i prezzi con il conflitto in Medio Oriente

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Luce e gas hanno subito forti rincari dall’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran. Le tensioni geopolitiche interessano un’ampia area del Medio Oriente e coinvolgono Paesi che sono tra i primi esportatori di gas: il risultato sono mercati energetici in subbuglio e prezzi che hanno avuto una rapida impennata. L’aumento ha avuto un importante riflesso sulle bollette, aumentando la spesa di milioni di famiglie.

Non è ben chiaro per quanto tempo ancora i mercati si troveranno in questa situazione di volatilità e se i prezzi continueranno a salire, scenderanno o si stabilizzeranno. Di fronte a questa incertezza, tenere sotto controllo le offerte luce e le offerte gas sul mercato libero è una buona opzione per contenere la spesa: il comparatore di SOStariffe.it mette a confronto le proposte di vari fornitori partner e semplifica la ricerca delle tariffe più convenienti.

PSV gas: a marzo prezzi in impennata

Gli attacchi all’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, con il conseguente blocco dei trasporti in uno degli snodi commerciali più importanti del mondo, hanno provocato l’immediata reazione dei mercati.

Sui mercati del gas sin dai primi giorni di marzo il prezzo di questa materia prima è salito e per tutto il mese ha avuto forti oscillazioni. In Italia il PSV medio mensile è passato da 0,377 €/Smc a febbraio a 0,558 €/Smc a marzo, ma il prezzo giornaliero è salito fino a 0,673 €/Smc.

Nella prima settimana del mese di aprile le quotazioni medie sono state in linea con quelle di marzo, con oscillazioni in salita o in discesa a seconda delle notizie provenienti dallo scenario di guerra. Minacce di azioni militari si traducono in un rialzo dei prezzi, annunci di negoziati e possibili accordi di pace spingono i prezzi in discesa.

PUN luce in rialzo di 30 €/Mwh da inizio guerra

Visto che in Italia il gas è ampiamente utilizzato per la produzione dell’energia elettrica, anche il costo della luce ha subito degli importanti rialzi. Se il PUN di febbraio ha avuto un valore medio di 114 €/MWh, a marzo questo valore è balzato a 143 €/MWh.

Le previsioni per aprile sono incerte: i prezzi potrebbero proseguire sulla scia di quelli di marzo, scendere se verrà siglato un cessate il fuoco duraturo o un accordo di pace oppure salire, se le tensioni geopolitiche proseguiranno e ci sarà una nuova escalation del conflitto.

Bollette più care, ma ci sono soluzioni per risparmiare

I veloci cambiamenti dei prezzi all’ingrosso e le difficoltà nel prevedere l’andamento futuro degli indici di mercato rendono difficile anche prendere decisioni riguardo alle bollette.

La rapida salita dei prezzi di luce e gas ha un po’ colto di sorpresa le famiglie italiane: prima dello scoppio della guerra in Iran i prezzi erano abbastanza stabili e a fine 2025 il gas aveva toccato i valori più bassi da inizio 2024.

L’aumento di PSV e PUN si è tradotto in un immediato aumento delle bollette per chi aveva scelto un’offerta a prezzo indicizzato. Anche le famiglie vulnerabili servite nel Sistema a Tutele Graduali per l’utenza elettrica o nel sistema di tutela della vulnerabilità per l’utenza del gas hanno subito degli aumenti importanti. L’ARERA ha comunicato un rialzo dell’8,1% delle quotazioni dell’elettricità per il secondo trimestre dell’anno e un aumento del 19,2% per il gas nel mese di marzo.

A non aver subito gli aumenti in bolletta finora sono le famiglie che hanno un’offerta attiva con il prezzo del gas o dell’elettricità bloccato. Offerte del genere fissano il prezzo della materia prima per un tempo predefinito (di solito per un minimo di 12 mesi, ma alcuni fornitori propongono anche durate più lunghe, come 24 o 36 mesi) e, in una situazione di incertezza come quella attuale, possono risultare la scelta più prudente.

La volatilità dei prezzi implica anche una forte variabilità delle offerte delle compagnie: confrontare periodicamente le proposte disponibili sul mercato libero aiuta a fare una scelta conveniente. Un comparatore come quello di SOStariffe.it permette di selezionare le migliori offerte dei fornitori partner personalizzando i criteri di ricerca. Grazie a questo confronto si potranno fare una stima dell’importo delle bollette per ogni offerta e orientarsi tra le varie soluzioni tariffarie disponibili, valutando come ognuna riesce a soddisfare i propri bisogni.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/luce-e-gas-di-quanto-sono-aumentati-i-prezzi-con-il-conflitto-in-medio-oriente/568940/




Elettrificazione, Dombrovskis: “È priorità per l’Europa”. In ballo 660 miliardi di euro di investimenti annui fino al 2030

L’economia elettrificata è una priorità fondamentale per l’Europa”, secondo il commissario europeo all’Economia

La crisi del Golfo ha dato “una scossa” all’Europa dell’energia. La grande dipendenza dalle fonti fossili provenienti da zone di guerra non fa altro che alimentare uno stato di emergenza energetica permanente. Prima la guerra in Ucraina e l’abbandono delle forniture di gas e petrolio dalla Russia, ora la stessa cosa dai Paesi del Golfo e in particolare dall’Iran, pongono all’Unione europea la necessità di un cambio di marcia nella transizione energetica e nello specifico nell’accelerare l’elettrificazione del continente.

Al di là della gestione degli shock energetici immediati, una priorità fondamentale è la transizione strutturale verso un’economia elettrificata, anche riducendo il prezzo relativo dell’elettricità rispetto ai combustibili fossili e potenziando le reti”, ha affermato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, nel corso del suo intervento di fronte alla commissione Affari monetari del Parlamento europeo.

A dirlo è un economista, sia per formazione, sia perché in passato è stato a capo del dipartimento di politica monetaria della Banca di Lettonia, e questo conta: “l’unica vera soluzione per proteggere in modo permanente l’economia europea dalla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili e dalle condizioni di approvvigionamento”, ha sottolineato il commissario europeo.

La strategia europea per l’elettrificazione da energia pulita

Lo scorso mese, la Commissione europea ha adottato la “Clean Energy Investment Strategy”, che include reti, stoccaggio, mobilità elettrica e infrastrutture di ricarica, rafforzando la visione di un’economia elettrificata e decarbonizzata.

L’esecutivo europeo, ha spiegato Dombrovskis in commissione, “presenterà proposte per rendere obbligatorie aliquote fiscali più basse sull’elettricità, al fine di garantire che l’elettricità sia tassata meno dei combustibili fossili”, ma anche per “migliorare la produttività delle infrastrutture di rete e modernizzare il sistema di scambio di quote di emissione”, il tanto discusso Ets (Emission Trading System), il sistema di scambio delle emissioni di gas a effetto serra, che il Governo italiano chiede di riformare da tempo.

Una partita da 660 miliardi di euro di investimenti annui fino al 2030 (poi quasi 700 miliardi l’anno fino al 3040)

Per realizzare la transizione verso l’energia pulita saranno necessari investimenti annuali per 660 miliardi di euro fino al 2030, cifra che salirà a 695 miliardi di euro tra il 2031 e il 2040. Nonostante i buoni progressi già compiuti, è necessario aumentare il ritmo e l’entità degli investimenti per garantire che l’economia europea sia alimentata da un’energia sicura, accessibile e pulita. 

Numeri che restituiscono la scala dello sforzo richiesto per decarbonizzare l’economia e sostenere l’elettrificazione di industria, trasporti e consumi civili. L’Unione europea, quindi, decide di accelerare sulla transizione energetica con una strategia che punta a trasformare in profondità il sistema elettrico continentale, rafforzando al tempo stesso l’autonomia strategica e la sicurezza degli approvvigionamenti.

Nonostante i progressi già compiuti e gli annunci roboanti, il ritmo degli investimenti resta insufficiente. Il nodo centrale non è solo mobilitare risorse pubbliche, ma soprattutto attivare capitali privati su larga scala. In questo contesto si inserisce il ruolo della Banca europea per gli investimenti (Bei), che si propone come catalizzatore finanziario della transizione: oltre 75 miliardi di euro di nuovi finanziamenti nei prossimi tre anni per sostenere infrastrutture, innovazione e nuovi modelli di business energetici.

Oltre all’elettrificazione, l’altra priorità è la sicurezza energetica

La strategia europea per l’elettrificazione non è solo una questione climatica, ma anche geopolitica. La crisi energetica degli ultimi anni ha evidenziato la vulnerabilità dell’Europa rispetto alle importazioni di combustibili fossili, in particolare gas e petrolio. Ridurre questa dipendenza significa rafforzare l’autonomia strategica del continente, limitando l’esposizione a shock esterni e tensioni internazionali.

In questo scenario, l’elettrificazione alimentata da fonti rinnovabili rappresenta il pilastro della nuova politica energetica europea: più energia prodotta internamente, meno importazioni, maggiore stabilità dei prezzi e sicurezza degli approvvigionamenti.

Un recente report sulle politiche energetiche dell’Unione indica che accelerare l’elettrificazione (elettrificazione industriale, edifici, trasporti e ruolo dei “prosumer”) potrebbe portare all’Europa risparmi complessivi fino a 250 miliardi di euro all’anno entro il 2040, essenzialmente riducendo la spesa per importare energia fossile.

Il tasso di elettrificazione oggi è intorno al 21% dell’energia finale, ma le simulazioni suggeriscono che spingere verso il 35% entro il 2030 richiederebbe investimenti ingenti, soprattutto in reti, stoccaggio e tecnologie elettrificate, generando un mercato di centinaia di miliardi di euro nel periodo 2025–2035.

Reti avanzate e affidabili sono il cuore dell’elettrificazione

Uno degli elementi chiave della strategia adottata dalla Commissione riguarda il rafforzamento delle reti elettriche, spesso considerate il “collo di bottiglia” della transizione. L’integrazione massiccia di fonti rinnovabili, per loro natura intermittenti e distribuite, richiede infrastrutture più moderne, digitalizzate e resilienti.

Per questo, la BEI intende migliorare l’accesso ai mercati dei capitali per gli operatori delle reti elettriche, anche attraverso strumenti innovativi come un fondo strategico per le infrastrutture (SII Fund), con una dotazione iniziale indicativa fino a 500 milioni di euro. L’obiettivo è rafforzare la componente di equity, spesso carente, e facilitare investimenti su larga scala.

Parallelamente, si valuta la creazione di meccanismi di cartolarizzazione dei flussi di entrate future degli operatori, così da garantire liquidità immediata e rendere più attrattivi i progetti per gli investitori istituzionali.

Più credito e nuovi strumenti finanziari

Un secondo asse della strategia punta a sostenere la capacità delle banche di finanziare il settore energetico, in particolare gli operatori di dimensioni più ridotte. L’espansione delle operazioni di cartolarizzazione dei prestiti e del credito intermediato, in collaborazione con la Bei, mira a liberare capitale nei bilanci bancari e ad aumentare il volume complessivo dei finanziamenti disponibili.

Questo approccio riflette un cambio di paradigma: non solo finanziamenti diretti, ma creazione di un ecosistema finanziario più ampio e dinamico, in grado di sostenere la transizione nel lungo periodo.

Innovazione tecnologica (nucleare) e efficienza energetica

La decarbonizzazione europea non potrà prescindere dall’innovazione. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), circa il 35% delle riduzioni di emissioni necessarie entro il 2050 dipenderà da tecnologie oggi non ancora mature o diffuse sul mercato.

Per questo, la Commissione europea e la Bei intendono rafforzare il sostegno alle tecnologie emergenti, inclusa la ricerca sui piccoli reattori nucleari modulari (SMR), che potrebbero contribuire alla produzione di energia a basse emissioni in modo flessibile e scalabile.

Allo stesso tempo, viene rilanciato il tema dell’efficienza energetica, spesso definita la “prima fonte” di energia. Tra le iniziative previste, un programma pilota da 500 milioni di euro per promuovere modelli di “energy efficiency as a service, capaci di ridurre i consumi senza richiedere investimenti iniziali da parte degli utenti finali.

Un nuovo dialogo con gli investitori da coinvolgere nella transizione

Infine, la creazione di un Energy Transition Investment Council rappresenta un tassello fondamentale per allineare politiche pubbliche e esigenze del mercato. Il coinvolgimento diretto della comunità finanziaria mira a ridurre le incertezze regolatorie, migliorare la prevedibilità degli investimenti e attrarre capitali di lungo termine, in particolare da parte dei grandi investitori istituzionali.

La strategia europea per l’elettrificazione e la decarbonizzazione non si limita a interventi settoriali, ma configura una trasformazione sistemica dell’economia. Energia, industria, finanza e geopolitica sono sempre più interconnesse.

Il successo di questa transizione dipenderà dalla capacità dell’Europa di combinare innovazione tecnologica, strumenti finanziari avanzati e una visione strategica coerente. In gioco non c’è solo il raggiungimento degli obiettivi climatici, ma la competitività industriale del continente e la sua autonomia in un contesto globale sempre più instabile.

In questo scenario, la mobilitazione di capitali privati – resa possibile da un uso intelligente delle risorse pubbliche – sarà la vera leva per trasformare gli obiettivi in realtà.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/elettrificazione-dombrovskis-e-priorita-per-leuropa-in-ballo-660-miliardi-di-euro-di-investimenti-annui-fino-al-2030/568961/




Dalle turbine in fondo al mare 110 terawattora all’anno nel mondo. Al primo posto Francia e GB

Il mare può contribuire alla fame globale di elettricità? Vincere la sfida con le turbine di marea

La crescita della domanda di elettricità sta diventando uno dei temi centrali della trasformazione energetica globale. L’espansione dei data center, l’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale e la progressiva elettrificazione dei consumi stanno accelerando i fabbisogni energetici a ritmi sostenuti. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la domanda globale di elettricità aumenterà con tassi medi superiori al 3,5% annuo fino al 2030, con prospettive di ulteriore espansione nei decenni successivi.

In questo scenario, la transizione energetica non può prescindere da un rafforzamento deciso delle fonti rinnovabili e da un’elettrificazione sempre più capillare dei sistemi produttivi e dei servizi digitali. Accanto a sole, vento e geotermia, anche il mare si sta affermando come una risorsa strategica, grazie allo sviluppo di tecnologie come le turbine a marea.

Energia prevedibile per un sistema elettrico sempre più digitale

Le turbine mareomotrici rappresentano una delle applicazioni più interessanti dell’energia marina. Il loro funzionamento è analogo a quello delle turbine eoliche, con la differenza che sono installate sui fondali marini e sfruttano il movimento delle correnti di marea per generare elettricità.

Come ha spiegato Danny Coles, Senior Research Associate del dipartimento di Ingegneria dell’Università di Oxford, il principale vantaggio di questa tecnologia è la prevedibilità: “le maree sono determinate dall’interazione gravitazionale tra Terra, Luna e Sole e possono essere anticipate con grande precisione anche a distanza di anni. In un sistema elettrico sempre più digitalizzato, dove la gestione dei carichi e l’integrazione delle rinnovabili sono fondamentali, questa caratteristica rappresenta un asset strategico“.

Il progetto europeo delle turbine di marea e i principali impianti

L’Europa si sta muovendo in prima linea. Un progetto congiunto tra Francia e Regno Unito punta a installare almeno 400 megawatt di capacità mareomotrice entro il 2035, una quantità sufficiente ad alimentare una grande città come Leeds o Amsterdam.

A livello globale, gli impianti più rilevanti si concentrano proprio in Europa e in Asia. Tra questi spicca MeyGen, nello stretto di Pentland Firth in Scozia, attualmente il più grande progetto al mondo con una capacità di circa 252 MW, espandibile fino a 398 MW. In Corea del Sud, la centrale di Sihwa Lake raggiunge i 254 MW ed è operativa dal 2011, mentre in Francia La Rance, attiva dal 1966, continua a rappresentare uno dei casi pionieristici con una capacità di 240 MW.

Non mancano soluzioni innovative come O2, nelle Isole Orcadi, una turbina galleggiante da 2 MW tra le più potenti della sua categoria. Complessivamente, oltre l’80% della capacità mareomotrice globale è concentrata in questi poli, con il Regno Unito in posizione dominante.

[embedded content]

Quanto può contribuire il mare alla transizione elettrica?

La domanda chiave resta: quanta energia possiamo realmente ottenere dal mare? Secondo le stime riportate da Coles su The Conversation, considerando 90 siti tra i più studiati al mondo, le turbine mareomotrici potrebbero generare circa 110 terawattora all’anno, una quantità paragonabile al consumo elettrico annuo del Portogallo.

Le risorse più significative si trovano in Stati Uniti, Regno Unito, Nuova Zelanda, Canada, Cina e Indonesia. In alcuni Paesi, come Regno Unito, Indonesia e Nuova Zelanda, il contributo potenziale potrebbe coprire almeno il 10% del fabbisogno nazionale. Nei grandi sistemi energetici come Stati Uniti e Cina, invece, la quota sarebbe più contenuta ma comunque rilevante.

Per l’Europa, le stime indicano una capacità installabile fino a 8 gigawatt, in linea con le proiezioni della Commissione europea.

Necessario investire in nuove reti e sistemi di accumulo

L’integrazione dell’energia mareomotrice nei sistemi elettrici non è però priva di criticità. Molti dei siti più promettenti si trovano in aree remote, lontane dai principali centri di consumo. Questo implica la necessità di investire in infrastrutture di rete avanzate e in sistemi di accumulo, fondamentali per garantire flessibilità e continuità operativa.

In un contesto di crescente elettrificazione, le reti intelligenti (smart grid) e le tecnologie di storage diventano elementi chiave per valorizzare appieno il potenziale delle rinnovabili marine, integrandole con le altre fonti e con i nuovi carichi digitali.

Un potenziale ancora inesplorato

La ricerca presentata da Coles ha individuato oltre 400 siti potenzialmente idonei allo sfruttamento dell’energia mareomotrice in 19 Paesi tra Europa, Americhe, Asia e Australia. Tuttavia, considerando vincoli come rotte di navigazione, pesca e aree marine protette, solo una quota compresa tra l’1% e il 20% dell’energia disponibile è attualmente sfruttabile.

Inoltre, in diverse aree – tra cui Norvegia, Corea del Sud e Filippine – mancano ancora misurazioni dettagliate delle correnti di marea. Questo significa che il potenziale globale potrebbe essere sottostimato e destinato a crescere con l’avanzare delle attività di ricerca.

Elettrificazione e nuove fonti: una sfida sistemica

La crescita della domanda elettrica globale, alimentata anche dalla rivoluzione digitale, rende necessario un approccio sistemico alla transizione energetica. Le fonti rinnovabili marine, pur non rappresentando da sole la soluzione, possono contribuire in modo significativo a diversificare il mix energetico e a rafforzare l’autonomia energetica, soprattutto in Europa.

In un mondo sempre più elettrico, dove l’efficienza energetica e la gestione intelligente dei consumi diventano centrali, il mare si candida a essere una delle frontiere più promettenti per la produzione di energia pulita, prevedibile e integrabile nei sistemi digitali avanzati.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/dalle-turbine-in-fondo-al-mare-110-terawattora-allanno-nel-mondo-al-primo-posto-francia-e-gb/561278/




Crisi energetica, l’UE spinge su smart working e meno viaggi. Jørgensen: “Situazione molto seria”

Lavorare di più da casa per chi può, ridurre gli spostamenti in auto e in aereo e accelerare con urgenza sulle energie rinnovabili.

Secondo quanto riporta Politico, l’Unione europea si prepara a una crisi energetica prolungata e invita cittadini e governi a cambiare rapidamente comportamento. L’allarme lanciato dalla Commissione arriva nel pieno delle tensioni legate al conflitto nel Golfo, che sta mettendo sotto pressione i mercati globali dell’energia.

Una crisi senza fine a breve termine

Durante un intervento che richiama i toni delle prime fasi della pandemia da Covid-19, il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha parlato di una “situazione molto seria”, senza una prospettiva chiara di uscita.

Anche se la pace arrivasse domani, non torneremmo comunque alla normalità nel prossimo futuro”, ha dichiarato, al termine di una riunione straordinaria dei ministri dell’Energia dei 27 Paesi UE.

Ridurre consumi e mobilità

Tra le misure suggerite, Bruxelles punta su una riduzione immediata dei consumi, in particolare di petrolio e carburanti strategici come diesel e jet fuel.

La riduzione degli spostamenti è fondamentale”, ha sottolineato Jørgensen, confermando la linea già emersa nei giorni precedenti. Che si traduce in meno viaggi, più attenzione all’uso dell’energia.

Il commissario ha invitato gli Stati membri a seguire le raccomandazioni dell’Agenzia internazionale dell’energia, che includono:

  • Lavoro da remoto dove possibile
  • Riduzione dei limiti di velocità di 10 km/h
  • Maggiore utilizzo del trasporto pubblico
  • Accesso alternato alle auto private
  • Incremento del car sharing
  • Guida più efficiente

Accelerazione sulle rinnovabili

Nel medio-lungo periodo, la priorità resta la transizione energetica.

Questo deve essere il momento in cui cambiamo davvero rotta e diventiamo finalmente indipendenti dal punto di vista energetico”, ha affermato Jørgensen, sollecitando un’accelerazione decisa sugli investimenti nelle rinnovabili.

L’incontro tra i ministri si è concluso senza decisioni operative concrete. Tuttavia, la Commissione europea ha annunciato che presenterà a breve un pacchetto di misure a livello UE.

Secondo fonti diplomatiche, l’obiettivo principale del vertice era coordinare le risposte tra i Paesi membri, più che definire interventi immediati.

Prezzi in forte crescita e timori globali

Le preoccupazioni aumentano anche per l’impatto globale della crisi. Dall’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, oltre un mese fa, i prezzi di petrolio e gas sono saliti fino al 70%.

Alla base dell’impennata c’è il blocco di una quota rilevante delle forniture mondiali: circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto transita nel Golfo Persico, oggi area ad alta tensione.

Durante il confronto tra i ministri si è discusso anche di possibili aiuti di Stato, del rafforzamento del nucleare e del sostegno ai biocarburanti, considerati strumenti utili per aumentare la sicurezza energetica europea.

Le aspettative, però, restavano basse già alla vigilia dell’incontro. Più che decisioni immediate, l’urgenza è costruire una strategia comune per affrontare una crisi che potrebbe superare, per impatto, persino lo shock petrolifero degli anni ’70.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/crisi-energetica-lue-spinge-su-smart-working-e-meno-viaggi-jorgensen-situazione-molto-seria/561130/




Data center e consumi energetici, gli USA chiedono più trasparenza alle big tech

Negli Stati Uniti cresce la pressione politica sul tema del consumo energetico dei data center, infrastrutture sempre più centrali nello sviluppo di AI e servizi cloud.

Una richiesta bipartisan guidata dai senatori Elizabeth Warren e Josh Hawley sollecita l’Energy Information Administration (EIA) a introdurre una raccolta sistematica e annuale dei dati sui consumi, oggi ancora frammentaria e incompleta.

L’obiettivo è fare chiarezza su un fenomeno in rapida espansione, che solleva interrogativi sia sul piano economico sia su quello della sostenibilità delle reti elettriche.

Data center: consumi energetici in forte crescita

L’espansione dei data center sta determinando un aumento significativo della domanda di elettricità. Strutture sempre più grandi e complesse, necessarie per supportare modelli di AI e infrastrutture cloud, richiedono quantità elevate e costanti di energia.

Questo trend alimenta preoccupazioni crescenti tra i decisori pubblici. Da un lato, si teme un impatto diretto sulle bollette dei consumatori; dall’altro, emergono dubbi sulla capacità delle reti elettriche di sostenere una crescita così rapida e concentrata.

Il problema dei dati mancanti

Uno dei nodi principali è l’assenza di un sistema federale strutturato per monitorare i consumi energetici dei data center. Attualmente, molte informazioni sono raccolte in modo volontario e spesso considerate sensibili dalle aziende tecnologiche.

Questa opacità rende difficile avere una fotografia precisa della situazione. La stessa Energy Information Administration ha avviato un programma pilota, ma si tratta ancora di un primo passo, insufficiente per garantire una visione completa e affidabile.

A complicare ulteriormente il quadro è la diffusione di soluzioni “behind-the-meter”, ovvero sistemi di alimentazione autonoma installati direttamente presso i data center. Queste configurazioni sfuggono in parte ai sistemi di monitoraggio tradizionali, rendendo ancora più complessa la stima complessiva dei consumi.

Un altro elemento critico riguarda il rischio di sovrastima della domanda energetica. Le utility, infatti, possono basare le proprie previsioni su progetti duplicati o su iniziative che non verranno mai realizzate.

Data center e consumi energetici: le pressioni sulle Big Tech

L’iniziativa dei senatori si inserisce in un contesto più ampio di crescente attenzione verso il ruolo delle grandi aziende tecnologiche. Il timore è che i costi energetici legati all’espansione dei data center possano essere, direttamente o indirettamente, trasferiti sui cittadini.

Per questo, alcune proposte legislative puntano a imporre ai data center l’obbligo di produrre autonomamente l’energia necessaria, riducendo l’impatto sulle reti pubbliche e sui consumatori.

Trasparenza e regolazione: le sfide aperte

Il tema centrale resta quello della trasparenza. Senza dati affidabili e comparabili, diventa difficile pianificare infrastrutture energetiche adeguate e valutare l’impatto reale della crescita digitale.

Resta da capire se la raccolta dei dati diventerà obbligatoria e quali saranno i livelli di accesso e condivisione delle informazioni. Due elementi considerati cruciali sia per la credibilità degli impegni ambientali del settore tecnologico sia per la definizione di politiche energetiche efficaci.

In gioco non c’è solo la sostenibilità dell’AI, ma l’equilibrio complessivo tra innovazione, infrastrutture e costi per cittadini e imprese.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/data-center-e-consumi-energetici-gli-usa-chiedono-piu-trasparenza-alle-big-tech/560977/




DL bollette. Carbone per l’Italia fino al 2038. Scelta sconveniente, dipendiamo dall’import e prezzo instabile per la guerra

Carbone fino al 2038: scelta di emergenza o passo indietro? Costi, rischi e contraddizioni della strategia energetica italiana

Il Governo apre alla possibilità di mantenere operative le centrali a carbone fino al 2038, tredici anni oltre la scadenza fissata dal Piano nazionale energia e clima (Pniec), che prevedeva lo stop entro dicembre 2025. La proroga è entrata nel decreto Bollette (D.L. n. 21/2026), attraverso emendamenti presentati da Lega e Azione e approvati in Commissione Attività produttive della Camera.
Decreto che inizierà il suo esame in aula proprio oggi.

È strano doverne riparlare a distanza di anni, ma la motivazione ufficiale è la sicurezza energetica. “Tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, devono essere utilizzate al meglio”, ha dichiarato il ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Tommaso Foti. I deputati della Lega parlano di una scelta “giusta e responsabile” in una fase di crisi internazionale.

Ma le critiche non mancano. Per il Pd si tratta di “chiacchiere pericolose e propaganda”, come ha affermato Andrea Orlando, sottolineando che molti impianti sono fermi da anni e difficilmente riattivabili in tempi brevi. Ancora più netto Angelo Bonelli (Europa Verde), che accusa l’esecutivo di “climafreghismo”.

Una scelta dettata dall’emergenza

Il decreto si inserisce in un contesto globale complesso: diversi Paesi stanno rallentando l’uscita dal carbone. Negli Stati Uniti sono stati rimossi vincoli sulle emissioni, il Giappone ha aumentato temporaneamente il ricorso al carbone, mentre in Germania (dove il phase-out è previsto proprio nel 2038) non si escludono rinvii.

Anche in Italia il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha indicato la volontà di mantenere “in riserva” centrali come Brindisi e Civitavecchia. Il ritorno al carbone diventerebbe economicamente sostenibile, secondo il ministero, solo con prezzi del gas stabilmente sopra i 70 €/MWh, ben oltre i circa 55 €/MWh attuali.

Ma questa è una fotografia parziale. Il vero nodo riguarda i costi strutturali e i rischi futuri.

Carbone, una storia di dipendenza dall’estero

L’Italia importa tra il 90% e il 100% del carbone che utilizza. La produzione nazionale è residuale, limitata alla miniera del Sulcis in Sardegna. Negli anni recenti, le importazioni si sono attestate tra 4 e 7 milioni di tonnellate annue, con un totale stimato di circa 14,7 milioni di tonnellate nel 2025.

I principali fornitori sono sempre gli Stati Uniti (20-25%), seguiti da Colombia, Australia, Indonesia, Sudafrica (quote variabili). La dipendenza dalla Russia, un tempo al 50%, oggi è stata fortemente ridimensionata, ma rimane ancora rilevante.

Il trasporto avviene quasi esclusivamente via mare, attraverso una flotta di 50-60 navi bulk carrier. Le rotte globali, però, espongono il sistema a rischi geopolitici crescenti, anche e soprattutto a causa dell’attuale conflitto avviato da Stati Uniti e Israele in Iran, che colpisce il Golfo, lo stretto di Hormuz e che ora torna ad infiammare il canale strategico del Mar Rosso e dello stretto di Bāb el-Mandeb (sotto tiro delle milizie Houthi filo iraniane e filo palestinesi).

Il fattore Mar Rosso e l’aumento dei costi. Il carbone non è un fonte energetica sicura

La crisi del Mar Rosso, aggravata a partire dallo scorso anno dagli attacchi Houthi, sta già incidendo sui costi logistici. Circa il 25-30% delle forniture, in particolare quelle dall’Australia, è costretto a deviare dal Canale di Suez passando per il Capo di Buona Speranza.

Le conseguenze sono diverse e tutte pesanti per noi: ritardi di 10-15 giorni; aumento dei costi di trasporto tra il 20% e il 40%; freight rate saliti da 20-30 $/tonnellata a 35-45 $.

Nel complesso, si stima un aumento dei prezzi del carbone del 10-15%. Un segnale chiaro: il carbone non è una fonte stabile, non è sicura, non è prevedibile.

Il nodo politico: emergenza o strategia?

Il Governo difende la proroga come misura temporanea. Ma il rischio è che l’eccezione diventi regola, rallentando investimenti già insufficienti nelle rinnovabili e nelle infrastrutture di accumulo.

Il punto critico non è solo ambientale, ma industriale: continuare a investire, o anche solo mantenere, il carbone significa sottrarre risorse alla transizione.

La scelta di estendere l’uso del carbone fino al 2038 può apparire, nel breve periodo, una risposta prudenziale alla crisi energetica. Ma i numeri raccontano un’altra storia: costi crescenti, dipendenza estera, rischi geopolitici e impatti sanitari elevati.

Il carbone non è più una soluzione economica né strategica. È, piuttosto, il segno di una transizione incompleta e di una scelta ideologica che non porta da nessuna parte (al solito, “ci guardiamo l’ombelico”).
In un sistema energetico sempre più orientato alla sicurezza, alla sostenibilità e alla competitività, il vero errore non è solo tornare al carbone, è non aver accelerato abbastanza sulle alternative.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/dl-bollette-carbone-per-litalia-fino-al-2038-scelta-sconveniente-dipendiamo-dallimport-e-prezzo-instabile-per-la-guerra/560965/




Cambio fornitore energia elettrica in 24 ore, lo switch rapido arriva a fine 2026

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Con una deliberazione dedicata, l’ARERA ha comunicato che dal 1° dicembre arriverà l’atteso cambio fornitore di energia elettrica in 24 ore. La novità, introdotta da una direttiva europea, vuole incentivare la concorrenza sul mercato libero e semplificare le operazioni di cambio fornitore per i clienti.

L’accorciamento dei tempi riguarda principalmente il processo tecnico di migrazione tra società, che dovrà avvenire entro un giorno lavorativo.

L’intero passaggio dal vecchio al nuovo fornitore, invece, si dovrà concludere entro un massimo di tre settimane (attualmente può arrivare fino a due mesi). Questi cambiamenti contribuiranno a rendere più flessibili le scelte tariffarie: in caso di riduzione dei costi all’ingrosso o, in un periodo di rincari come quello attuale, si potrà approfittare subito di promozioni o di offerte che garantiscono risparmio e stabilità. Ancora una volta, affidarsi a un comparatore come quello di SOStariffe.it e individuare le offerte luce più competitive dei fornitori partner è la prima cosa da fare per riuscire a risparmiare sulle bollette.

Come funziona il cambio fornitore energia elettrica in 24 ore

La decisione di ridurre i tempi per il cambio fornitore è stata presa in sede europea già nel 2019. La direttiva n. 944 del 2019 ha introdotto infatti l’obbligo per i Paesi membri di permettere ai clienti di procedere con lo switch rapido entro il 2026.

Alcuni Stati membri hanno già adottato la novità (in Germania, ad esempio, è attiva da giugno 2025), mentre l’Italia ha fissato per dicembre 2026 l’avvio della nuova procedura che gestisce il cambio di fornitore.

A regolare dal punto di vista legale lo switch è il Decreto Legislativo n. 210 del 2021, che demanda all’ARERA il compito di regolamentare il processo. Con la deliberazione del 3 marzo 2026, l’ARERA ha chiarito come si svolgerà lo switch e quali saranno i tempi effettivi richiesti per completare il cambio di fornitore.

Quando un utente attiva una nuova offerta luce, il nuovo fornitore entro 24 ore dovrà provvedere a fare lo switch. In pratica, dovrà segnalare al Sistema Informativo Integrato (SII, gestito da Acquirente Unico) il cambio fornitore e dovrà richiedere l’aggiornamento del Registro Centrale Ufficiale. Una volta fatto lo switch, l’utenza risulterà associata al nuovo fornitore.

Con la nuova procedura lo switch tecnico dovrà essere completato entro un massimo di 24 ore dal passaggio a un nuovo fornitore. Lo switch non è però l’unica operazione che sarà svolta: dovranno infatti essere fatti anche dei controlli preventivi, per verificare che l’utente sia autorizzato al passaggio e che non ci siano ostacoli tecnici. Questi controlli presumibilmente richiederanno circa cinque giorni, rendendo possibile il completamento della richiesta di cambio fornitore in massimo tre settimane.

Cambio fornitore energia elettrica: quando è possibile fare lo switch rapido

Lo switch in 24 ore sarà possibile:

  • Per le utenze domestiche di energia elettrica;
  • Se l’utente non è in una condizione di morosità grave e prolungata;
  • Se il fornitore non ha fatto ricorso al sistema di indennizzo.

I fornitori temono che questa riforma possa causare il cosiddetto turismo energetico, cioè la continua richiesta da parte degli utenti di cambiare fornitore allo scopo di non pagare le bollette.

Per controllare questo fenomeno e disincentivare comportamenti del genere, l’ARERA ha già annunciato l’intenzione di intervenire con una riforma del sistema di indennizzo, il meccanismo previsto dalla normativa che obbliga il fornitore uscente a ricevere una compensazione economica in caso di switch. Questo sistema serve a tutelare i fornitori dalle perdite causate da clienti che cambiano operatore lasciando debiti insoluti.

Al momento quando un fornitore fa ricorso a questo sistema in un certo senso segnala che il cliente ha una posizione problematica. In caso di cambio fornitore, durante i controlli preventivi la nuova compagnia rileva questa segnalazione e blocca il processo di switch rapido.

Più concorrenza e flessibilità per fornitori e clienti

Con la riforma della procedura di cambio fornitore si potrà beneficiare della nuova tariffa scelta in meno di un mese, con un sostanziale dimezzamento dei tempi. Questo risultato dovrebbe incentivare la concorrenza sul mercato, spingendo le società energetiche a proporre tariffe più vantaggiose per gli utenti.

Inoltre, poter passare in tempi ridotti a un altro fornitore garantisce maggiore flessibilità per gli utenti. Quando si passa a un’altra offerta spesso lo si fa per ottenere un risparmio in bolletta e meno tempo bisogna aspettare per alleggerire la spesa per l’elettricità, meglio è.  

Il vantaggio dato da tempi più brevi per lo switch è particolarmente evidente se si sceglie di attivare un’offerta a prezzo indicizzato. In questo caso, la tariffa viene aggiornata mensilmente in base all’andamento del PUN: il prezzo mostrato dal fornitore oggi è in un certo senso indicativo e quello che sarà effettivamente applicato in bolletta sarà quello in vigore al momento dell’attivazione del contratto. Se si attiva un’offerta del genere per beneficiare di un prezzo particolarmente conveniente è quindi cruciale che il passaggio avvenga il prima possibile.

Fino a quando non entrerà in vigore la riforma, a dicembre 2026, serviranno fino a due mesi per completare lo switch e in questo lasso di tempo il prezzo favorevole che aveva giustificato la richiesta di cambio fornitore potrebbe essere cambiato al momento dell’effettiva attivazione del contratto, vanificando in parte o del tutto il risparmio atteso.

Chi sceglie una tariffa a prezzo fisso è meno esposto a questo rischio, visto che la componente energia viene bloccata contrattualmente per un periodo definito (tipicamente 12 mesi) indipendentemente da quando avviene l’attivazione.

Parola d’ordine: confronto delle offerte per risparmiare

Uno degli obiettivi della riforma è quello di favorire la migrazione delle utenze tra fornitori, premiando quelli che propongono i prezzi più bassi. Per trovare le offerte di volta in volta più convenienti diventa essenziale confrontare le soluzioni tariffarie in vigore.

Tenere sotto controllo il mercato libero e verificare periodicamente quali sono le offerte luce più competitive dovrebbe diventare un’abitudine. Se si nota un’offerta conveniente si può subito richiedere lo switch e ottenere il prezzo più basso.

Con il comparatore di SOStariffe.it questa verifica richiede solo pochi secondi e si può subito fare un confronto tra l’offerta luce del proprio fornitore e le migliori del periodo. Per le tariffe a prezzo indicizzato si parte da 0,145 €/kWh, mentre per quelle a prezzo fisso da 0,127 €/kWh, con prezzo della componente energia bloccato per 12 mesi (dati aggiornati al 17 marzo).

Considerata la possibilità, a partire da dicembre 2026, di completare il passaggio a un nuovo fornitore in poche settimane, monitorare regolarmente queste offerte diventerà ancora più utile: individuare il momento giusto per cambiare e agire tempestivamente potrà fare una differenza concreta sulla bolletta.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/cambio-fornitore-energia-elettrica-in-24-ore-lo-switch-rapido-arriva-a-fine-2026/569121/




Ecobonus moto e motorini 2026 al via da oggi, come ottenerlo

Al via il bonus per moto e motorini elettrici e ibridi

Dalle ore 12.00 di oggi, mercoledì 18 marzo 2026, i concessionari possono prenotare sul portale dedicato gli ecobonus per l’acquisto di veicoli di categoria Le, quindi anche moto e scooter. Si tratta di un incentivo pubblico pensato per aiutare chi vuole comprare un motociclo o ciclomotore nuovo a basse emissioni, con un contributo che può arrivare fino a 4.000 euro.

Per chi sta valutando l’acquisto di una due ruote più moderna e meno inquinante, questa è una misura importante da conoscere: riduce il prezzo finale, favorisce il ricambio del parco circolante e sostiene la diffusione della mobilità elettrica e ibrida. Ma per ottenere il bonus bisogna rispettare regole precise. Ecco una guida semplice per capire cos’è l’ecobonus moto 2026, come funziona, chi può richiederlo e cosa bisogna fare per non perdere il contributo.

Cos’è l’ecobonus per le due ruote

L’ecobonus è il contributo messo a disposizione dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per incentivare l’acquisto di veicoli non inquinanti e contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2. La misura rientra negli obiettivi di miglioramento della qualità dell’aria, in coerenza con la normativa europea, con il PNIEC e con l’Agenda 2030.

Il fondo destinato a questi incentivi era stato previsto dalla legge di bilancio 2021 con uno stanziamento complessivo di 150 milioni di euro: 20 milioni l’anno dal 2021 al 2023 e 30 milioni l’anno dal 2024 al 2026.

In concreto, il bonus riguarda i veicoli di categoria Le, cioè motocicli e ciclomotori a due, tre o quattro ruote appartenenti alle classi: L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e e L7e.

A quanto ammonta il contributo Ecobonus moto 2026

L’incentivo viene calcolato come percentuale del prezzo di acquisto del veicolo nuovo. Gli importi cambiano a seconda che ci sia o meno una rottamazione.

Bonus senza rottamazione: chi acquista un veicolo nuovo può ottenere un contributo pari al 30% del prezzo, fino a un massimo di 3.000 euro.

Bonus con rottamazione: se invece si rottama un vecchio veicolo di categoria Le, il contributo sale al 40% del prezzo di acquisto, fino a un massimo di 4.000 euro.

È questa la formula più vantaggiosa per il consumatore, perché consente di aumentare lo sconto e allo stesso tempo eliminare dalla circolazione un mezzo più vecchio e più inquinante.

Quali veicoli rientrano nell’ecobonus

L’incentivo è rivolto a chi acquista un veicolo nuovo di fabbrica elettrico o ibrido appartenente alle categorie da L1e a L7e. Attenzione però a un punto fondamentale: in assenza di rottamazione, il contributo è riconosciuto solo per motocicli e ciclomotori elettrici. Per i veicoli non elettrici, la rottamazione è obbligatoria.

Inoltre, per i motocicli e ciclomotori non elettrici è previsto anche uno sconto minimo del concessionario pari almeno al 5% del prezzo del veicolo nuovo.

Quando serve la rottamazione e quali requisiti deve avere il veicolo usato

La rottamazione può fare la differenza sia per ottenere un incentivo più alto sia, in alcuni casi, per accedere proprio al contributo. Il veicolo da rottamare deve rispettare queste condizioni:

  • deve appartenere alla categoria Le;
  • deve essere intestato da almeno 12 mesi all’acquirente del nuovo veicolo oppure a un familiare convivente;
  • deve essere omologato alle classi Euro da 0 a 3;
  • deve essere provvisto di targa a 6 caratteri, secondo quanto previsto dal Decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti 2 febbraio 2011 n. 76.

Un altro aspetto utile da sapere è che le sottocategorie da L1e a L7e sono interscambiabili per la rottamazione. In pratica, non è necessario che il veicolo usato appartenga esattamente alla stessa sottocategoria del nuovo mezzo acquistato.

Chi può ottenere il bonus moto

L’ecobonus può essere richiesto sia da persone fisiche sia da persone giuridiche. C’è però un vincolo preciso: chi acquista il veicolo con incentivo ha l’obbligo di mantenere la proprietà per almeno 12 mesi.

Questo significa che il mezzo non può essere rivenduto subito dopo l’acquisto se si vuole restare in regola con le condizioni del contributo.

Come ottenere l’ecobonus moto 2026

Dal punto di vista pratico, il consumatore non presenta da solo la domanda sul portale: è il concessionario a prenotare il bonus attraverso la piattaforma dedicata.

Per ottenere il contributo, quindi, il percorso corretto è questo:

1. Scegliere un motociclo o ciclomotore ammesso all’incentivo: bisogna verificare che il veicolo nuovo rientri tra le categorie Le agevolate e che abbia le caratteristiche richieste per beneficiare del bonus;

2. Capire se si può accedere con o senza rottamazione: questo è uno dei passaggi più importanti. Se si ha un vecchio veicolo Le da demolire, si può puntare al contributo più alto. Se non si ha un mezzo da rottamare, il bonus resta comunque possibile, ma solo per l’acquisto di motocicli e ciclomotori elettrici;

3. Rivolgersi al concessionario: è il concessionario a gestire la prenotazione dell’ecobonus sul portale ufficiale. Per il cliente, quindi, è fondamentale fornire tutta la documentazione necessaria e chiarire subito se c’è un veicolo da rottamare;

4. Controllare che nell’atto di acquisto siano riportati tutti i dati richiesti: nel contratto di acquisto del veicolo nuovo, il concessionario deve indicare i dati del motociclo o ciclomotore da rottamare, se presente, e il riferimento al contributo Ecobonus DPCM 20 maggio 2024.

5. Verificare che vengano rispettati i tempi per la demolizione: entro 15 giorni dalla data di consegna del nuovo veicolo, il concessionario deve consegnare l’usato a un rottamatore e chiedere la cancellazione per demolizione allo sportello telematico dell’automobilista.

Per il consumatore questo passaggio è decisivo: anche se gli adempimenti operativi spettano al venditore, è bene assicurarsi che tutto venga fatto correttamente e nei termini previsti.

A cosa serve davvero l’ecobonus moto

Per chi compra, il vantaggio è immediato: il bonus consente di abbassare il costo di acquisto di un motociclo o ciclomotore nuovo, rendendo più accessibili i modelli elettrici e ibridi.

Ma la misura ha anche un obiettivo più ampio. L’ecobonus serve a:

  • favorire il rinnovo dei mezzi circolanti;
  • ridurre le emissioni inquinanti;
  • spingere la diffusione di veicoli più efficienti;
  • accompagnare la transizione verso una mobilità urbana più sostenibile.

In altre parole, non è soltanto uno sconto: è uno strumento di politica industriale e ambientale che punta a cambiare, gradualmente, il parco circolante delle due ruote.

Ecobonus moto 2026: cosa deve fare subito il consumatore

Chi vuole sfruttare l’incentivo dovrebbe muoversi con ordine. Le azioni essenziali sono poche, ma vanno fatte bene:

  • verificare se il veicolo desiderato rientra tra quelli incentivati;
  • controllare se si possiede un mezzo Le rottamabile con i requisiti richiesti;
  • chiedere al concessionario la prenotazione dell’ecobonus;
  • leggere con attenzione il contratto di acquisto;
  • conservare la proprietà del veicolo per almeno 12 mesi.

L’ecobonus moto 2026 è una delle opportunità più interessanti per chi vuole acquistare un motociclo o ciclomotore elettrico o ibrido spendendo meno. Il contributo può arrivare fino a 3.000 euro senza rottamazione e fino a 4.000 euro con rottamazione, ma le condizioni cambiano in base al tipo di veicolo acquistato e alla presenza di un usato da demolire.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/ecobonus-moto-e-motorini-2026-al-via-come-ottenerlo/568841/




Il tesoro sotto i ghiacci del Nord, in Europa sale la febbre per il gas e il petrolio dell’Artico

Artico ed energia, la nuova partita geopolitica dell’Europa tra sicurezza degli approvvigionamenti e transizione verde

La partita energetica europea si gioca sempre più a Nord. Mentre Bruxelles rivede la propria strategia sull’Artico, cresce il peso geopolitico di una regione che custodisce una quota rilevante delle risorse fossili ancora non sfruttate. Secondo le stime dello U.S. Geological Survey (USGS), sotto i ghiacci artici si troverebbe circa il 22% delle risorse energetiche mondiali non ancora scoperte, tra cui il 13% del petrolio globale e circa il 30% del gas naturale, oltre a una quota significativa di gas naturale liquefatto.

La revisione della politica artica dell’Unione europea, la cui consultazione pubblica si è chiusa oggi 16 marzo, arriva in un contesto internazionale particolarmente turbolento: la guerra in Medio Oriente, le tensioni nello Stretto di Hormuz e la ridefinizione degli equilibri energetici globali stanno riportando al centro del dibattito la sicurezza degli approvvigionamenti.

Il risultato è un equilibrio sempre più complesso tra tre obiettivi: sicurezza energetica, autonomia strategica e transizione climatica.

La Norvegia si propone come pilastro energetico europeo

In questo scenario la Norvegia sta rafforzando il proprio ruolo di fornitore energetico chiave per l’Europa. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Oslo è diventata il principale fornitore di gas via pipeline dell’Unione europea, sostituendo gran parte dei flussi che un tempo arrivavano dalla Russia.

Tutto il gas che produciamo in Norvegia va in Europa e tra il 90 e il 95% del petrolio finisce sul mercato europeo”, ha spiegato su Politico l’amministratore delegato della compagnia energetica Equinor, Anders Opedal.

Il primo ministro Jonas Gahr Støre ha sottolineato come le tensioni internazionali rendano ancora più evidente la necessità per l’Europa di poter contare su partner energetici affidabili. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, ha osservato il Premier norvegese, sta già influenzando i mercati energetici globali: “È una guerra che sembra non avere un piano. In tempi così imprevedibili, la Norvegia deve essere un partner stabile”.

Il governo di Oslo, però, ha precisato Støre, che già stimato che la capacità produttiva attuale è ormai vicina al limite. “Siamo al massimo della produzione”, ha confermato il ministro dell’Energia norvegese, Terje Aasland, sottolineando che eventuali aumenti richiederebbero nuovi investimenti e attività di esplorazione sul plateau continentale norvegese.

Il nodo dello sviluppo energetico nell’Artico

La revisione della strategia artica europea si scontra con una questione politica centrale: la possibilità di limitare o vietare nuove attività di estrazione di petrolio e gas nella regione. L’attuale politica dell’UE prevede infatti l’impegno a promuovere una moratoria internazionale sulle nuove estrazioni fossili nell’Artico, ma la posizione è ora sotto revisione.

Norvegia, industria energetica e sindacati stanno facendo pressione su Bruxelles affinché questa linea venga rivista. Secondo Oslo, fermare lo sviluppo energetico artico mentre l’Europa sta ancora riducendo la dipendenza dalla Russia sarebbe un segnale contraddittorio.

Il ministro Aasland ha citato come esempio il giacimento Johan Castberg nel Mare di Barents, entrato in funzione nel 2025, il cui primo carico di petrolio è stato destinato direttamente al mercato europeo.
Qui l’Europa concentra da tempo i suoi interessi energetici e geopolitici primari, anche perché condivide (controvoglia) il controllo strategico di questo specchio d’acqua ghiacciata proprio con la Russia..

Forniamo petrolio e gas dall’Artico da decenni”, ha spiegato il ministro, “e continueremo a sviluppare queste risorse”. Oggi la Norvegia fornisce circa un terzo delle importazioni di gas dell’Unione europea, anche se il contributo specifico dell’Artico è ancora limitato — circa il 3% delle importazioni europee di gas.

L’Artico nella nuova geopolitica energetica

Il crescente interesse per la regione non riguarda solo l’Europa. L’Artico è sempre più al centro della competizione energetica globale, con la Russia che continua a sviluppare grandi progetti di gas naturale liquefatto come Yamal LNG e Arctic LNG 2.

Il cambiamento climatico sta accelerando questa trasformazione. Lo scioglimento dei ghiacci rende infatti accessibili nuove rotte commerciali e nuove aree di esplorazione energetica. “Se non ci fosse il cambiamento climatico non parleremmo di geopolitica dell’Artico”, ha osservato Malte Humpert, fondatore dell’Arctic Institute, “è il clima che sta ridisegnando la mappa delle rotte commerciali e delle opportunità economiche”.

La guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz fanno esplodere la vulnerabilità energetica europea

Le tensioni internazionali mostrano però anche la fragilità strutturale del sistema energetico europeo. L’eventuale blocco dei traffici nello stretto di Hormuz, snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, potrebbe avere effetti significativi sui mercati energetici.

Secondo un’analisi del think tank ECCO firmata da Francesca Andreoli e Giulia Signorelli, il conflitto in Medio Oriente “mostra ancora una volta la vulnerabilità strutturale dell’Europa: la forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili”.
Questa dipendenza espone le economie europee a shock geopolitici con effetti immediati sui prezzi dell’energia, sulla competitività industriale e sul costo dell’energia per famiglie e imprese.

Le prime stime indicano che una riduzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe spingere il prezzo medio del gas europeo dai circa 30 euro per megawattora di febbraio 2026 fino a una fascia compresa tra 45 e 60 euro per MWh nel corso dell’anno, a seconda della durata del conflitto.

Per l’Italia l’impatto potrebbe essere particolarmente rilevante. Secondo le analisi citate nel report, l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe portare fino a un punto percentuale aggiuntivo di inflazione nel quarto trimestre del 2026.

I progressi della transizione energetica

Rispetto alla crisi energetica del 2022, tuttavia, l’Europa affronta questa nuova fase con una struttura energetica parzialmente diversa. Le politiche del Green Deal europeo e il piano REPowerEU hanno accelerato la diffusione delle energie rinnovabili, migliorato l’efficienza energetica e ridotto la domanda di gas.

Tra il 2021 e il 2024 la capacità rinnovabile europea è cresciuta del 37%, con 190 gigawatt di nuova capacità installata. Questo sviluppo ha consentito di ridurre le importazioni di gas di circa 50-60 miliardi di metri cubi, una quantità vicina al consumo annuo italiano.

Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto quasi il 48% della produzione elettrica europea e, per la prima volta, eolico e solare hanno superato la generazione da fonti fossili.

Anche la domanda di gas è diminuita: tra il 2021 e il 2024 il consumo europeo è sceso del 19%.

Il ritardo italiano sulle rinnovabili

L’Italia, tuttavia, procede più lentamente. Tra il 2022 e il 2024 sono stati installati circa 15 gigawatt di nuova capacità rinnovabile, circa la metà del ritmo necessario per raggiungere l’obiettivo governativo di 9 gigawatt all’anno fino al 2030.

Secondo il Report ECCO, accelerare lo sviluppo delle rinnovabili consentirebbe di sostituire oltre 2 miliardi di metri cubi di gas all’anno, con un risparmio sulle importazioni pari a circa un miliardo di euro annui.

Al contrario, un rallentamento della transizione energetica rischierebbe di mantenere elevata la dipendenza dal gas e dalle importazioni energetiche.

Il dibattito europeo sull’ETS

In questo contesto si inserisce anche il dibattito sul sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS), lo strumento che mette un prezzo alle emissioni di CO2. Il governo italiano ha proposto di compensare i costi dell’ETS per le centrali elettriche a gas attraverso una componente tariffaria nelle bollette. L’obiettivo sarebbe ridurre il prezzo dell’elettricità.

Secondo il report del think tank italiano per il clima, tuttavia, la sospensione o il depotenziamento dell’ETS rischierebbe di produrre effetti opposti. L’ETS, si legge, non è solo uno strumento climatico, ma anche un segnale economico che orienta gli investimenti verso tecnologie meno dipendenti dalle fonti fossili.

Indebolirlo significherebbe rallentare gli investimenti in rinnovabili e mantenere elevata la dipendenza dal gas.

Il nuovo equilibrio europeo

La revisione della strategia artica e le tensioni energetiche globali pongono dunque l’Europa di fronte a una scelta complessa. Da un lato c’è la necessità di garantire forniture energetiche sicure e prezzi sostenibili, dall’altro, però, rimane forte e sentito l’obiettivo di ridurre la dipendenza da combustibili fossili e allo stesso tempo di rafforzare l’autonomia strategica del continente.

Come sottolineato nel Report, la transizione energetica non è soltanto una politica climatica, ma una strategia economica e geopolitica. La partita dell’Artico, in questo senso, rappresenta uno dei fronti più delicati della nuova sicurezza energetica europea. Perché sotto i ghiacci del Nord non si nascondono soltanto risorse energetiche, ma anche una parte significativa del futuro equilibrio energetico del continente.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/il-tesoro-sotto-i-ghiacci-del-nord-in-europa-sale-la-febbre-per-il-gas-e-il-petrolio-dellartico/568525/




Caro energia, il prezzo fisso è l’unico scudo contro i rincari per i consumatori

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Il caro energia scatenato dalla guerra in Medio Oriente rischia di trasformarsi in una stangata per le famiglie italiane.

Il blocco dello stretto di Hormuz e la riduzione dell’export di gas e petrolio da parte dei Paesi del Golfo rischia di avere serie conseguenze per l’economia italiana e per quella europea.

Le preoccupazioni sono legate soprattutto all’andamento dei costi dell’energia: subito dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran il prezzo del petrolio è salito a livelli che non si vedevano dal 2022 e anche i mercati di luce e gas in Europa hanno iniziato la loro corsa al rialzo.

L’effetto domino di rialzo dei prezzi scatenato dall’attacco all’Iran ha conseguenze immediate sulle bollette: tutti gli indici sono cresciuti sensibilmente da inizio marzo, con aumenti che superano anche il 50% nei prezzi all’ingrosso rispetto ai livelli precedenti alla guerra.

A non risentire del recente aumento delle quotazioni del mercato è chi ha attiva un’offerta luce o gas a prezzo fisso: in questo tipo di tariffa, infatti, il costo della materia prima rimane stabile al livello concordato con il fornitore per tutta la durata dell’offerta.

Anche in una situazione di grande volatilità e incertezza come quella attuale, confrontare le offerte dei fornitori di energia partner di SOStariffe.it e verificare quali sono le tariffe a prezzo fisso più convenienti può aiutare a risparmiare una cifra importante.

Caro energia: cosa sta succedendo

Una delle conseguenze più immediate dell’attacco di USA e Israele all’Iran è stato il blocco dei trasporti nello stretto di Hormuz. Questo tratto del Mar Arabico è un passaggio strategico per i flussi di gas e petrolio provenienti dalla Penisola Arabica.

Il blocco dei trasporti ha provocato subito forti tensioni sui mercati energetici, che hanno fatto salire rapidamente il prezzo del petrolio e del gas. Il petrolio greggio ha superato per la prima volta dal 2022 i 100 dollari al barile e anche il petrolio brent ha fatto registrare aumenti notevoli.

Anche sul mercato del gas i prezzi hanno preso a correre. Le incertezze legate alla ripresa del traffico delle navi che trasportano GNL e l’aumento della domanda globale hanno fatto schizzare le quotazioni, rendendo più caro l’approvvigionamento anche dai Paesi lontani dal Medio Oriente.

Dopo quella originata dall’invasione della Russia in Ucraina, c’è quindi una nuova crisi energetica all’orizzonte. Il suo impatto sui mercati e sull’inflazione è ancora incerto e dipenderà essenzialmente dalla durata della guerra. Secondo gli analisti, se la guerra dovesse durare poche settimane i prezzi del petrolio non dovrebbero superare i 120 dollari al barile, mentre se il conflitto dovesse protrarsi per un mese i prezzi potrebbero arrivare fino a 150-160 dollari al barile (prima dello scoppio della guerra era attorno ai 70 dollari al barile).

Qual è la situazione dei prezzi all’ingrosso di gas e luce in Italia

Le tensioni sui mercati energetici internazionali hanno avuto forti riflessi anche sui mercati all’ingrosso italiani. Anche se l’Italia può contare su uno stock di gas che è in linea con l’andamento della domanda e al momento non ci sono particolari preoccupazioni sulla sicurezza degli approvvigionamenti futuri, i prezzi negli ultimi giorni sono saliti rapidamente.

Dall’inizio di marzo sia per il PUN, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, sia per il PSV, il prezzo all’ingrosso del gas, i rincari sono stati quasi quotidiani. Nei primi 10 giorni del mese sono stati toccati i seguenti picchi:

  • Il PUN è passato da 0,105 €/kWh a 0,168 €/kWh;
  • Il PSV è passato da 0,35 €/Smc a 0,63 €/Smc.

I valori sono poi calati leggermente ma restano ben al di sopra del valore mensile di febbraio. Anche l’indice TTF, il prezzo all’ingrosso del gas che si forma sulla Borsa di Amsterdam, ha registrato aumenti notevoli, con un balzo di oltre il 50% dall’inizio della guerra.

Contro il caro energia conviene scegliere un’offerta a prezzo fisso?

La volatilità che sta interessando i mercati in questo periodo causa forti oscillazioni dei prezzi e la complessità del quadro geopolitico rende molto difficile fare previsioni sulle tendenze future.

In un contesto incerto come quello attuale, puntare sulla stabilità delle offerte luce e gas a prezzo fisso può rivelarsi la strategia migliore. Dal momento che i prezzi all’ingrosso variano su base giornaliera, anche le tariffe dei fornitori di energia vengono aggiornate di frequente. È quindi fondamentale monitorare regolarmente le offerte del periodo e verificare quali sono le soluzioni tariffarie migliori.

Gli operatori partner di SOStariffe.it propongono tariffe luce a prezzo fisso a partire da 0,127 €/kWh, mentre nel caso del gas le tariffe a prezzo fisso migliori partono da 0,39 €/Smc (dati riferiti al 13 marzo). Attivando una di queste tariffe si ottiene un prezzo bloccato per 12 mesi: il corrispettivo per l’energia non cambierà durante questo periodo, anche se i prezzi all’ingrosso dovessero salire ancora.

L’ARERA ricorda ai consumatori che, per legge, se si attiva un contratto di fornitura a prezzo bloccato i fornitori:

  • Non possono fare modifiche unilaterali del contratto in corso;
  • Non possono interrompere anticipatamente l’offerta.

In caso di irregolarità o se si sospetta che le compagnie stiano mettendo in atto delle pratiche commerciali scorrette ci si può rivolgere allo Sportello del consumatore e inviare una segnalazione all’Autorità.  

Nel frattempo, per monitorare l’andamento del mercato e contrastare eventuali comportamenti scorretti da parte delle società energetiche, l’ARERA ha istituito un’Unità di Vigilanza Energetica. Quest’organismo dell’Autorità ha il compito di verificare due volte al giorno l’evoluzione dei prezzi, per fornire informazioni puntuali e aggiornate sulla situazione di mercato.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/caro-energia-il-prezzo-fisso-e-lunico-scudo-contro-i-rincari-per-i-consumatori/568375/