Corsa alla fusione nucleare: la Corea del Sud lancia la sfida dei 100 milioni di gradi per 300 secondi

Stati Uniti, Cina e ora, con rinnovato vigore, la Corea del Sud, stanno accelerando drasticamente i tempi per la commercializzazione della fusione nucleare, spostando l’orizzonte temporale dal lontano 2050 ai ben più prossimi anni ’30 di questo secolo. Conosciamo bene quello che sta facendo Commonwealth Fusion, ma oggi vogliamo considerare un’altra parte del mondo.

Il protagonista di questa accelerazione asiatica è il reattore KSTAR (Korea Superconducting Tokamak Advanced Research), affettuosamente e ambiziosamente ribattezzato il “sole artificiale” coreano. L’obiettivo dichiarato dal Korea Fusion Energy Research Institute (KFE) è chiaro: mantenere un plasma a 100 milioni di gradi centigradi per 300 secondi. Non si tratta di un semplice record da esibire, ma della soglia critica necessaria per dimostrare che la fusione può passare da esperimento di laboratorio a base per centrali elettriche commerciali.

Lo stato dell’arte: una corsa a tre

Per comprendere la portata della sfida sudcoreana, è utile inquadrare gli attuali record globali, che dimostrano come la ricerca si stia muovendo su binari paralleli ma convergenti verso il medesimo fine:

Progetto / Nazione Record Raggiunto Dettaglio Tecnico
Helion Energy (USA – Privato) 150 milioni di °C Dimostrazione fusione deuterio-trizio. (Temperatura > 10x il nucleo solare).
EAST (Cina – Pubblico) 1.066 secondi Mantenimento del plasma oltre i 100 milioni di gradi per una durata record.
KSTAR (Corea del Sud) 48 secondi Plasma mantenuto stabilmente a 100 milioni di gradi (ultimo record registrato).

Come Seoul intende vincere la sfida tecnica

Il salto dai 48 secondi attuali ai 300 secondi richiesti per la stabilità commerciale non è banale. Il problema principale a queste temperature infernali non è solo generare il calore, ma contenerlo senza distruggere la macchina che lo ospita.

La Corea del Sud sta puntando su una modifica strutturale e sull’intelligenza artificiale. KSTAR sta affrontando operazioni di lunga durata in un ambiente dotato di un divertore in tungsteno. Il tungsteno ha il vantaggio di resistere a temperature estreme, ma presenta un rischio letale per la reazione: se particelle di questo metallo si staccano ed entrano nel plasma, lo raffreddano istantaneamente, spegnendo il “sole”.

KStar

È qui che entra in gioco la vera innovazione su cui punta Seoul. Come spiegato da Yoon Siwoo, vicedirettore del KFE, la soluzione passa per il controllo attivo della forma del plasma tramite Intelligenza Artificiale. Algoritmi avanzati, capaci di reagire in millisecondi, modificheranno i campi magnetici per mantenere il plasma stabile e lontano dalle pareti, impedendo la contaminazione da tungsteno. È l’unione tra forza bruta (calore estremo) e controllo algoritmico millimetrico.

Avremo presto la fusione commerciale?

La strategia sudcoreana va letta in un’ottica macroeconomica ben precisa. Istituti di ricerca statali stanno mutando pelle: da enti di supporto alla ricerca di base a vere e proprie “piattaforme strategiche nazionali”. Investire massicciamente oggi per accaparrarsi i brevetti della fusione significa garantirsi l’indipendenza energetica assoluta domani, e la possibilità di esportare la tecnologia più preziosa del pianeta.

Avremo davvero la fusione commerciale negli anni ’30? È un traguardo tremendamente ambizioso, ma l’immissione di enormi capitali pubblici, unita alla flessibilità e velocità di esecuzione asiatica, rende questa data non più un miraggio ascrivibile alla fantascienza, ma un target industriale concreto. Per ora c’è solo Commonwealth Fusion che afferma di essere in grado di attivare il prossimo anno il proprio reattore dimostrativo a fusione nucleare commerciale con guadagno di potenza. Gli altri progetti hanno tempi più lontani.

Nel frattempo, per non farsi trovare impreparata, la Corea del Sud sta scommettendo pesantemente anche sui Reattori Modulari Piccoli (SMR). Il Korea Atomic Energy Research Institute (KAERI) ha già ottenuto l’approvazione per il design del suo SMR ‘SMART’. Questa tecnologia funge da ponte: garantisce energia baseload stabile, a zero emissioni e a costi prevedibili fin da subito, preparando il terreno industriale e infrastrutturale per il giorno in cui il primo sole artificiale commerciale sarà acceso in modo permanente.  L’autonomia energetica è, alla fine, soprattutto una questione di programmazione e di coretti investimenti di capitali, e smbra che la Corea abbia intrapreso la strada giusta.

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Nucleare in Italia: può essere davvero un’alternativa per abbassare le bollette energetiche?

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

La recente crisi energetica e l’iniziativa del governo che ha lavorato a un disegno di legge sul nucleare hanno riacceso il dibattito sulla reintroduzione di questa fonte nel mix energetico italiano. Il confronto tra favorevoli e contrari si concentra sul ruolo che il nucleare potrebbe svolgere nel processo di decarbonizzazione e nel favorire un abbassamento delle bollette. Le posizioni dei due fronti divergono su molti aspetti e bisogna considerare che, anche se venisse approvato un ritorno al nucleare, i tempi per l’entrata in funzione delle centrali sarebbero lunghi. Per ridurre da subito l’importo delle bollette la cosa migliore da fare è verificare la convenienza della propria tariffa ed eventualmente considerare un cambio di fornitore. Con il comparatore di SOStariffe.it si possono cercare le migliori offerte luce e le migliori offerte gas dei fornitori partner e valutare di quanto si può abbassare la spesa mensile attivando le soluzioni più competitive.

Nucleare sostenibile e di nuova generazione nel futuro dell’Italia?

Nonostante gli studi dimostrino che il nucleare è una tecnologia sicura, l’uso dell’energia generata dalla scissione dell’atomo è stato bocciato dai cittadini italiani già due volte in passato: con il primo referendum del 1987 e con il secondo nel 2011. Ora si sta lavorando a un nuovo intervento legislativo, con una legge delega (atto Camera 2669).

Alla Camera è attualmente in discussione un disegno di legge sul nucleare che promuove la realizzazione e la messa in funzione nel nostro Paese di piccoli impianti di nuova generazione. Si tratta di impianti SMR (Small Modular Reactors), considerati di più facile installazione rispetto a quelli tradizionali.

I favorevoli al nucleare puntano su energia pulita e indipendenza

Chi sostiene con forza il ritorno del nucleare in Italia ritiene che questa tecnologia riesca a risolvere due problemi cruciali con i quali sta facendo i conti il nostro Paese. Innanzitutto, il nucleare, inserito nel mix energetico nazionale, permetterebbe di ridurre le emissioni climalteranti, permettendo di beneficiare di energia pulita e sostenibile. In secondo luogo, diminuirebbe la dipendenza dell’Italia dalle importazioni estere, rendendo i mercati energetici italiani più resilienti e meno volatili.

Anche osservando i risultati raggiunti da altri Paesi europei, i favorevoli al nucleare sostengono che la sua introduzione nel mix energetico permetterebbe di abbassare le bollette.

Oltre a essere sostenibile e pulito, il nucleare consentirebbe anche di avere energia in modo costante e programmabile, bypassando quelli che sono i principali limiti delle energie rinnovabili. Eolico e solare hanno infatti cicli produttivi che seguono un andamento irregolare e discontinuo e non sono programmabili.

I contrari criticano tempi, costi e peso del nucleare

Chi boccia il ritorno del nucleare in Italia punta principalmente su aspetti pratici: i tempi necessari affinché l’energia possa essere sfruttata da famiglie e imprese, i costi dell’investimento e il peso che il nucleare avrà nel mix energetico.

L’aspetto su cui si concentrano maggiormente le critiche sono i tempi molto lunghi necessari per la realizzazione del progetto. L’orizzonte temporale è lungo decenni: serve molto tempo per la fase iniziale di definizione dei progetti e per la concessione delle autorizzazioni, ulteriore tempo per la costruzione degli impianti e poi per il loro collaudo prima che possano entrare a regime.

Come è facile intuire, la complessità dell’operazione si traduce anche in costi molto alti. Nel disegno di legge elaborato dal governo si suggerisce in qualche modo l’intervento di privati, ma la spesa rimane comunque un’incognita, così come l’entità dei costi che rimarrebbero a carico della collettività.

Inoltre, i critici del nucleare ritengono che sostenere questi alti costi e attendere così tanto tempo non sia una scelta adeguata, tenendo conto che il nucleare coprirebbe una quota ridotta del fabbisogno energetico nazionale.

Altre critiche puntano sul costo effettivo dell’energia nucleare. Il vicepresidente del Kyoto Club, Francesco Ferrante, fa riferimento ad esempio a studi europei che stimano il costo del nucleare tra le due e le tre volte maggiore delle rinnovabili. Anche sul piano tecnologico ci sono forti perplessità: gli SMR sono infatti ancora in fase di sviluppo o prototipazione. 

Associazioni, esperti e studiosi che non vogliono il ritorno del nucleare suggeriscono la costruzione di un mix energetico trainato da fonti rinnovabili, incentivando un bilanciamento tra fonti programmabili e non.

È urgente accelerare sulla transizione energetica e sulla riduzione delle bollette

Secondo Copernicus i Paesi europei dovrebbero aumentare la velocità del processo di decarbonizzazione e di transizione energetica. I risultati raggiunti lo scorso anno sono buoni, con le rinnovabili che hanno coperto il 46,5% del fabbisogno di elettricità, ma è necessario fare di più anche per rendere l’economia europea più competitiva e più attraente verso gli investitori esteri.

Per le famiglie è invece prioritario ottimizzare le spese per le bollette. Analizzare le offerte disponibili sul mercato e scegliere le tariffe migliori per le utenze di luce e gas diventa fondamentale.

Con il comparatore di SOStariffe.it si possono confrontare in pochi secondi le offerte disponibili sul mercato libero e proposte da tanti fornitori partner. Le migliori offerte luce del momento partono da 0,101 €/kWh per l’energia elettrica e da 0,43 €/Smc per il gas. In entrambi i casi si tratta di offerte a prezzo fisso, con offerta bloccata per 36 mesi.

Si possono anche scegliere offerte a prezzo indicizzato: in questo caso il costo dell’energia elettrica e del gas viene adeguato mensilmente in base all’andamento del corrispondente prezzo all’ingrosso (PUN per l’energia elettrica e PSV per il gas). Chi preferisce avere tariffe allineate al prezzo di mercato può prendere in considerazione le migliori offerte indicizzate del periodo, che partono da 0,129 €/kWh per l’elettricità e da 0,447 €/Smc per il gas.  

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L’Egitto fa centro nel Deserto Occidentale: 70 milioni di barili che cambiano le carte in tavola (e aggirano Suez)

Il mondo ha sete di energia. I mercati globali, scossi dalla guerra in Iran, tremano di fronte ai forti rincari e alle rotte di rifornimento sempre più incerte. In questa situazione critica, l’Egitto tira fuori dal cilindro — o meglio, dalle sabbie del Deserto Occidentale — una scoperta che non è solo una boccata d’ossigeno per le proprie casse, ma una mossa strategica fondamentale per l’economia dell’area.

Parliamo del più grande giacimento scoperto negli ultimi 15 anni in quella specifica zona. È un vero tesoro nascosto che promette di cambiare gli equilibri di un Paese che ha sempre bisogno di energia, strizzando l’occhio a un’Europa attualmente in piena crisi del gas.

I Numeri della Scoperta Bustan South-1X

Il Ministero del Petrolio egiziano ha annunciato con grande soddisfazione i risultati del pozzo esplorativo Bustan South-1X. I lavori, condotti dall’impianto EDC 9 per conto di Agiba Petroleum (una società mista tra la compagnia petrolifera di stato egiziana ed Eni), hanno nettamente superato le attese.

Le stime iniziali sono di tutto rispetto:

Tipo di Risorsa Quantità Stimata
Gas Naturale 330 miliardi di piedi cubi
Condensati e Greggio 10 milioni di barili
Totale Equivalente 70 milioni di barili (BOE)

Questa non è l’unica buona notizia dell’anno per l’Egitto e i suoi partner internazionali. Solo ad aprile, a circa 70 chilometri dalla costa, era stato annunciato il ritrovamento di altri 2000 miliardi di piedi cubi di gas. Negli ultimi due anni, queste operazioni esplorative hanno permesso ad Agiba di portare la produzione nel Deserto Occidentale a 32.000 barili al giorno, il livello massimo da tre anni a questa parte.

Il Triangolo d’Oro: posizione, costi e geopolitica

I numeri sono grandi, ma il vero punto di forza di questa scoperta è la sua posizione. Il nuovo pozzo si trova ad appena 10 chilometri dai tubi e dagli impianti già esistenti. Per chi investe questo significa una cosa molto chiara: si spende molto meno per avviare la produzione. L’allacciamento rapido alla rete energetica permetterà di incassare subito i frutti dell’investimento, senza i lunghi anni di attesa tipici dei nuovi enormi cantieri isolati.

La vera marcia in più, però, è la geopolitica. Lo sfruttamento del giacimento offre un’alternativa sicura alle crisi globali in corso. Il gas e il petrolio potranno infatti arrivare direttamente nel bacino del Mediterraneo, muovendosi verso l’Europa senza dover per forza passare per il difficile e congestionato Canale di Suez e senza sfiorare le acque sempre più pericolose del Mar Nero.

Oppure, scenario altrettanto probabile, queste nuove risorse andranno a saziare la fame cronica di gas dell’Egitto. In questo modo si sosterrà in maniera vitale la domanda dell’economia interna e si eviteranno i pesantissimi danni causati dai continui blackout alle industrie locali.

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Per Draghi e Lagarde la transizione green non è un lusso

Rallentare il green deal dell’Ue aggrava le vulnerabilità energetiche, tecnologiche, geopolitiche e climatiche

L’Europa ha scoperto che la transizione energetica non è una questione ambientale separata dalla politica industriale, dalla sicurezza e dalla stabilità economica. È diventata, al contrario, il punto di intersezione tra tutte le grandi fragilità strategiche del continente: la dipendenza energetica dall’estero, il ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, l’esposizione alle crisi geopolitiche e la crescente vulnerabilità climatica. Per questo motivo, nel dibattito europeo sta emergendo una consapevolezza nuova: rallentare il Green Deal non significherebbe proteggere l’economia europea, ma indebolirla ulteriormente.

Gli ultimi mesi hanno accelerato questa presa di coscienza, secondo l’analisi di Antonio Pollio Salimbeni, corrispondente a Bruxelles per Il Sole 24 Ore Radiocor ed esperto di economia internazionale, su La Matinale Européenne. Lo shock geopolitico legato allo Stretto di Hormuz, tornato al centro delle tensioni internazionali dopo i bombardamenti di USA e Israele in Iran, ha ricordato quanto l’Europa resti esposta alle crisi dei combustibili fossili. Negli ultimi anni, una parte significativa del dibattito politico europeo aveva attribuito proprio alla transizione verde l’aumento dei costi energetici e la perdita di competitività industriale.
Molti governi, tra cui il nostro, avevano chiesto apertamente di rallentare o ridimensionare il Green Deal. Ma la nuova instabilità mediorientale ha riportato al centro una realtà spesso rimossa: l’Unione europea (Ue) importa ancora circa il 60% della propria energia e continua a dipendere quasi integralmente da fonti fossili provenienti da aree geopoliticamente instabili.

Per la Presidente della Bce Christine Lagarde il vero costo della transizione è nei suoi ritardi

È in questo contesto che la Banca centrale europea (Bce) ha scelto di intervenire con un messaggio politico ed economico piuttosto orientato inaspettatamente alla transizione green. La presidente della Bce, Christine Lagarde, e il capo economista Philip Lane hanno rilanciato a Francoforte un paradigma strategico europeo caratterizzato non più una contrapposizione tra sostenibilità e crescita, ma dalla convinzione che sicurezza energetica, stabilità dei prezzi, innovazione industriale e autonomia geopolitica siano ormai elementi inseparabili.

Gli ultimi dieci anni hanno messo in luce un paradosso preoccupante – ha affermato Lagarde – ogni nuovo dato sottolinea la necessità di accelerare la transizione verde, eppure questa sta perdendo slancio. L’anno scorso, le emissioni globali di carbonio derivanti dai combustibili fossili hanno raggiunto livelli record e ora stiamo assistendo a un’inversione di tendenza in alcune giurisdizioni”. Il riferimento agli Stati Uniti è evidente, soprattutto dopo il progressivo smantellamento di alcune politiche climatiche federali, ma Lagarde guarda anche alle resistenze interne all’Europa.

La presidente della Bce ha infatti affrontato direttamente il cuore della polemica politica europea: “Negli ultimi anni, abbiamo persino assistito a dibattiti in Europa sull’eventualità che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile in un mondo geopoliticamente instabile, aumentando le bollette energetiche. Eppure, lo status quo è chiaramente insostenibile, dato che l’Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi interamente da combustibili fossili. L’attuale impennata dei prezzi dell’energia ci ricorda il costo di questa dipendenza”.

È un passaggio cruciale perché ribalta completamente la narrativa dominante di una parte del dibattito pubblico europeo. Secondo la Bce, il vero fattore di vulnerabilità non è la transizione energetica, ma il ritardo della transizione stessa. Più l’Europa rimane ancorata ai combustibili fossili, più resta esposta alla volatilità dei prezzi internazionali, alle crisi geopolitiche e alle pressioni strategiche dei grandi esportatori di energia.

Per Mario Draghi le sfide decisive si giocano sulla sicurezza energetica e l’AI

Dal 2020 l’Europa è stata colpita da una pesante sequenza di shock (pandemie, tensioni commerciali, guerre e crisi energetiche) che hanno messo in luce una fragilità strutturale: la dipendenza strategica dall’esterno. Mario Draghi, ospite ieri nel municipio di Aquisgrana, dove è stato insignito del Premio Carlo Magno, di fronte a vari capi di Stato europei, alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e la stessa Lagarde, ha spiecato che la crescita economica è oggi la condizione indispensabile per finanziare la transizione energetica, rafforzare la difesa, sostenere l’invecchiamento della popolazione e costruire le industrie digitali del futuro.

Uno dei punti centrali del discorso dell’ex presidente della Banca centrale europea ed ex premier italiano riguarda proprio l’energia. L’Europa continua a dipendere in modo eccessivo dalle importazioni, in particolare dal gas naturale liquefatto americano e dalle catene di approvvigionamento cinesi per le tecnologie verdi. Questa vulnerabilità rende il continente più esposto agli shock geopolitici e all’aumento dei prezzi. Draghi sostiene che un mercato energetico europeo davvero integrato, con reti, interconnessioni e capacità di stoccaggio condivise, permetterebbe una maggiore sicurezza energetica e accelererebbe la decarbonizzazione. I paesi con una quota più alta di energia pulita, osserva, stanno già pagando prezzi dell’elettricità significativamente più bassi.

Il secondo tema è quello dell’indipendenza economica e strategica. Secondo Draghi, l’Europa non ha ancora costruito un sistema capace di trattenere e investire i propri risparmi nell’economia reale europea. Una parte consistente del capitale europeo continua infatti a finanziare innovazione e crescita negli Stati Uniti, dove il mercato dei capitali è più integrato e dinamico. Questa situazione aumenta la dipendenza europea dall’esterno e limita la capacità del continente di reagire rapidamente alle crisi.

La sfida decisiva riguarda però le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Draghi sottolinea come il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti si stia ampliando, trainato soprattutto dalla maggiore digitalizzazione dell’economia americana. L’AI rappresenta una svolta storica: secondo le stime OCSE, potrebbe generare circa metà della crescita della produttività del prossimo decennio. Ma per competere servono investimenti enormi in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e data center.

Qui l’Europa rischia di restare indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, che stanno investendo su scala molto più ampia. Draghi avverte che l’intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre: migliora con l’uso e crea vantaggi cumulativi permanenti per chi parte prima. Per questo il ritardo europeo non è solo economico, ma strategico.

Il messaggio finale è chiaro: autonomia tecnologica e energetica sono due facce della stessa sfida. Senza integrazione economica, investimenti comuni e capacità industriale, l’Europa rischia di perdere sovranità, competitività e peso geopolitico nel mondo del prossimo decennio.

Fonti rinnovabili per affrontare crisi energetica e climatica

Lagarde, che nel suo discorso ad Aquisgrana per celebrare Draghi ha rilanciato il dovere dell’Europa di “rimanere padrona del proprio destino”, iniziando proprio da “mercati energetici troppo frammentati”, ha anche sottolineato come i Paesi maggiormente avanzati nella produzione elettrica da fonti non fossili abbiano mostrato una maggiore resilienza agli shock energetici. “I Paesi in cui una quota maggiore di elettricità è generata da fonti non fossili, come Spagna e Portogallo, sono stati meglio protetti dall’aumento dei prezzi del gas”, ha spiegato. Non è solo un argomento ambientale: è una questione di autonomia energetica, competitività economica e stabilità macroeconomica.

Philip Lane ha rafforzato questa analisi con un messaggio altrettanto netto. “Sebbene vi siano costi a breve termine, ad esempio a causa delle tasse sul carbonio, il passaggio alle energie rinnovabili renderà l’area dell’euro più resiliente riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e dovrebbe anche ridurre la volatilità dell’inflazione”, ha dichiarato il capo economista della BCE. È un cambio di prospettiva importante anche per una banca centrale tradizionalmente concentrata esclusivamente sulla stabilità monetaria. Oggi Francoforte considera il cambiamento climatico e la dipendenza energetica fattori diretti di instabilità inflazionistica.

La questione climatica non viene più interpretata come un rischio futuro, ma come una variabile economica già pienamente operativa. Secondo le stime dell’Organizzazione meteorologica mondiale riportate da Shiv Yucel, Dottoranda in Geografia e Ambiente presso l’Università di Oxford, in un articolo pubblicato su The Conversation, l’ondata di calore dell’estate 2025 ha contribuito a un aumento annuo dei prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell’Eurozona compreso tra lo 0,4% e lo 0,7%. Non solo, si è scoperto che quattro anni dopo una siccità, o un’alluvione, la produzione regionale resta mediamente inferiore di tre punti percentuali rispetto ai livelli precedenti.

L’impatto umano è altrettanto drammatico. Nell’estate del 2025, dieci giorni di caldo estremo hanno provocato 2.300 morti in dodici grandi città europee, di cui 1.500 attribuibili direttamente ai cambiamenti climatici che hanno amplificato le temperature tra uno e quattro gradi. Le ondate di calore, secondo i dati internazionali, sono state responsabili di quasi mezzo milione di morti l’anno nel mondo tra il 2000 e il 2019. A ciò si aggiungono lo scioglimento accelerato dei ghiacciai europei e un’estensione senza precedenti degli incendi boschivi.

Lane ha insistito anche su un elemento spesso sottovalutato nelle dinamiche monetarie: “L’inflazione nel settore alimentare gioca un ruolo significativo nel determinare la percezione delle famiglie sul tasso di inflazione prevalente e le loro aspettative di inflazione a breve termine”. In altre parole, la crisi climatica non colpisce soltanto la produzione agricola, ma influenza direttamente la fiducia sociale e la stabilità delle aspettative economiche.

Come si legge nel bollettino economico pubblicato oggi dalla Bce: l’inflazione dei beni energetici è balzata al 10,9% dopo il 5,1% di marzo, mentre per quanto concerne i beni alimentari, ha registrato un lieve aumento, al 2,5%, “i rischi al rialzo per l’inflazione e quelli al ribasso per la crescita si sono intensificati”.

La transizione green è sempre più una strategia industriale e geopolitica per l’Europa, che qui si gioca un pezzo di sovranità

Il punto centrale, tuttavia, è che la transizione energetica europea non può essere ridotta a una semplice politica climatica. È ormai una strategia industriale e geopolitica. L’Europa si trova stretta tra due modelli di capitalismo industriale aggressivo: quello americano, sostenuto da enormi incentivi pubblici e dal protezionismo tecnologico dell’Inflation Reduction Act, e quello cinese, basato sul controllo delle catene globali delle materie prime critiche, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie verdi.

L’Unione europea rischia di trovarsi contemporaneamente dipendente dall’estero per l’energia e subordinata tecnologicamente nelle filiere strategiche della transizione. È questo il vero nodo politico del Green Deal nella sua nuova fase: non solo decarbonizzare, ma costruire una capacità industriale europea autonoma nelle reti elettriche, nell’idrogeno, nelle batterie, nei semiconduttori, nei materiali critici e nelle tecnologie pulite.

Anche per questo la Commissione europea ha progressivamente modificato il proprio approccio. Se nella prima fase del Green Deal il focus era prevalentemente regolatorio, oggi Bruxelles guarda sempre più agli aspetti strutturali del sistema energetico europeo: interconnessione delle reti, accumulo energetico, infrastrutture comuni, diversificazione delle fonti di approvvigionamento e politica industriale continentale. L’obiettivo non è soltanto ridurre le emissioni, ma costruire una vera sovranità energetica europea.

In questo quadro assume particolare rilievo la posizione di Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese ed ex commissario europeo all’Economia. Rehn, in passato associato alle teorie dell’“austerità espansiva”, oggi sostiene che l’Europa debba affrontare simultaneamente tre grandi sfide strategiche: la sicurezza continentale, la transizione energetica e climatica e la crescita economica fondata sugli investimenti.

Il messaggio è chiaro: senza investimenti massicci nella trasformazione energetica e tecnologica, l’Europa rischia di perdere definitivamente peso economico e politico nello scenario globale. La transizione green non è più un capitolo separato delle politiche pubbliche europee. È diventata il terreno decisivo su cui si giocheranno la competitività industriale, la stabilità economica e l’autonomia strategica del continente nei prossimi decenni.

Il ritorno (inevitabile) del green

Oggi Draghi e Lagarde presentano la transizione energetica come la risposta quasi naturale alla fragilità europea: meno dipendenza dai fossili importati, più resilienza agli shock, più autonomia strategica. Ma questa lettura arriva dopo anni in cui le istituzioni europee hanno trattato il clima soprattutto come un dossier tecnico, da integrare con prudenza nei modelli macroeconomici e nei bilanci delle banche centrali, non come una questione di potere, sicurezza e sovranità industriale.

Chi la pensava diversamente finiva spesso per essere etichettato come “complottista”, ingenuo o legato a impostazioni ideologiche dannose per l’Europa.

Il risultato di questo ‘ripensamento’ generale è una narrazione molto più ambiziosa sul piano politico, ma anche più comoda: attribuisce alla transizione green un ruolo risolutivo, proprio mentre l’Europa paga il prezzo di ritardi, scelte sbagliate (queste sì legate a ideologie retrograde), contraddizioni e dipendenze costruite nel tempo.

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Luce e gas, in arrivo nuove misure anti crisi per proteggere le fasce deboli

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L’ARERA è al lavoro per introdurre nuove misure contro il caro bollette. Il bonus luce e gas rimane la principale forma di sostegno su cui fanno affidamento le famiglie a basso reddito, ma sono allo studio interventi aggiuntivi pensati per alleggerire la spesa per le utenze.

In attesa di conoscere quali saranno le soluzioni adottate, è possibile reagire alla crisi energetica andando alla ricerca di offerte luce e offerte gas convenienti.

Con un’analisi mirata fatta sul comparatore di SOStariffe.it si mettono a confronto le proposte di numerosi fornitori partner. Oltre a poter scegliere tra tariffe a prezzo fisso o indicizzato, si ottiene anche una stima del risparmio che si può avere in bolletta.

Più sostegni per le famiglie a basso reddito

Negli ultimi mesi i prezzi del gas e, di conseguenza, quelli dell’elettricità sono saliti rapidamente a causa della crisi scatenata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. La forte volatilità dei mercati energetici ha avuto un immediato riflesso sulle bollette, aumentando le difficoltà finanziarie per le famiglie a basso reddito.

È in questo contesto che si inserisce la decisione dell’ARERA di lavorare allo sviluppo di nuove forme di sostegno che si vadano ad affiancare al bonus luce e gas.

ARERA apre al confronto con le parti interessate

Con la delibera 138/2026/R/com, l’ARERA ha aperto allo studio di misure pensate per rafforzare le tutele per chi già percepisce il bonus sociale sulle bollette luce e gas, eventualmente anche attraverso l’introduzione di nuovi sostegni.

Il lavoro sarà svolto attraverso tavoli tecnici che coinvolgeranno gli stakeholders e tramite documenti di consultazione predisposti dall’ARERA. La fase di confronto e di raccolta delle proposte sarà attiva fino a fine anno.

Con la sua iniziativa, l’ARERA punta non solo a mitigare gli effetti negativi del caro prezzi, ma vuole anche aumentare la consapevolezza delle scelte contrattuali degli utenti e limitare le condizioni di morosità. Sono allo studio anche delle modifiche alle modalità di erogazione dei bonus, per semplificare le procedure e accorciare i tempi.

L’iniziativa dell’ARERA punta anche a introdurre dei bonus analoghi per il settore ambientale e per quello idrico.

Come risparmiare, con i bonus luce e gas e il confronto delle offerte 

Attualmente, le famiglie a basso reddito possono ottenere uno sconto sulle bollette di luce e gas, con importo variabile a seconda delle caratteristiche del proprio nucleo familiare.

Il bonus sociale per disagio economico è stato rinnovato anche per il 2026, con un ISEE leggermente più alto rispetto allo scorso anno: il bonus è infatti riconosciuto ai nuclei familiari che hanno presentato una DSU aggiornata e che hanno un ISEE fino a 9.796 euro (lo scorso anno era 9.530 euro). Per le famiglie numerose, cioè con almeno 4 figli a carico, la soglia ISEE rimane di 20.000 euro.

Il bonus luce per il 2026 va da un minimo di 146 euro annui per i nuclei formati da 1 o 2 persone fino a 204,40 euro per le famiglie composte da più di 4 persone. Il bonus viene ripartito in quote costanti e applicato in bolletta con cadenza mensile o bimestrale a seconda delle condizioni contrattuali concordate con il proprio fornitore.

L’importo del bonus gas dipende non solo dalla numerosità del nucleo familiare, ma anche dall’uso che si fa del gas e dalla zona climatica di residenza. Gli importi vengono aggiornati trimestralmente dall’ARERA e sono differenziati durante l’anno, garantendo un maggior sostegno durante i mesi più freddi. Per il primo trimestre dell’anno lo sconto in bolletta è stato compreso tra 14,40 euro e 78,30 euro.

Il bonus luce e gas per disagio economico viene applicato in automatico in bolletta se si rispettano i requisiti di reddito previsti dalla normativa. Inoltre, il Decreto Bollette ha introdotto un contributo straordinario una tantum di 115 euro sulla bolletta elettrica, riconosciuto a chi percepisce il bonus sociale. Lo stesso decreto ha previsto la possibilità che i fornitori dell’elettricità riconoscessero un contributo facoltativo fino a 60 euro per il primo bimestre 2026 per i clienti che non percepiscono il bonus bollette e che hanno un ISEE fino a 25.000 euro.

Sin dalla sua introduzione, il bonus luce e gas è stato una misura importante per aiutare le famiglie a basso reddito, specialmente nei periodi di crisi economica. Dal momento che l’importo del bonus non è legato ai propri consumi, abbassare la spesa diventa fondamentale per massimizzare i benefici ottenibili e risparmiare. A influire in modo particolare sulle bollette è la tariffa scelta: sul mercato libero si possono confrontare le proposte di più fornitori e capire quale garantisce il massimo risparmio.

Il comparatore di SOStariffe.it fa un’analisi precisa delle soluzioni tariffarie di vari fornitori partner e consente di confrontare offerte a prezzo fisso o indicizzato, aiutando nel percorso di ricerca delle opzioni più convenienti. Per una stima più affidabile e precisa del proprio risparmio è anche possibile richiedere un’analisi personalizzata della bolletta. Sulla base dei consumi e delle abitudini di utilizzo dell’elettricità e del gas, si ricevono consigli su misura che aiutano nella scelta del miglior fornitore.

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Anche la guerra diventa green? Uno studio della NATO: “Più forti e autonomi con le rinnovabili”

Uno studio del Centro per la sicurezza energetica della NATO spiega perché è fondamentale puntare sulle rinnovabili

Un modello energetico più orientato alle fonti energetiche rinnovabili e alternative ai combustibili fossili porterebbe a una drastica “riduzione della dipendenza da carburanti tradizionali“, a un “aumento del 20% dell’efficienza energetica” e a “un miglioramento del 35% dell’autonomia energetica“.

Questi sono alcuni dei numeri chiave dello studio realizzato dall’Energy Security Centre of Excellence della NATO in Lituania, che illustra la necessità di valutare un nuovo mix energetico per la sicurezza operativa delle missioni dell’Alleanza atlantica, in termini di prontezza, autonomia, operatività ed efficienza.

La NATO opera in diversi contesti climatici e geografici e non ovunque è possibile impiegare i vecchi sistemi di alimentazione energetica degli impianti utilizzati per alimentare le basi militari, dalla logistica base alle strutture in essi contenuti, fino agli avamposti.

La guerra in Iran e la crisi del Golfo nel suo insieme ha messo in difficoltà anche gli apparati militari dell’Alleanza atlantica, stimolando un confronto interno tra i partner sul modo migliore di superare i vecchi modelli energetici e sviluppare nuove fonti e tecnologie.

Transizione energetica green più per l’autonomia energetica che per l’ambiente

Probabilmente la transizione energetica, in questo caso, è più vista in termini di miglioramento dell’efficienza e della sicurezza, che di decarbonizzazione o attenzione alla questione ambientale.
Questo approccio risponde a minacce ibride, dipendenze da fornitori instabili e alla transizione energetica globale.

Investire in fonti rinnovabili e pulite, o comunque alternative a petrolio e gas, “rafforza la capacità di risposta militare”, secondo i ricercatori del Centro NATO. Sfruttare nuove tecnologie legate al solare e all’eolico, ma anche all’idrogeno e al biodiesel, consente di abbandonare i tradizionali generatori diesel, ad esempio, che presentano “notevoli svantaggi logistici”, si legge nello studio.

In futuro, si prevede un’ampia elettrificazione dei sistemi dei campi e un utilizzo notevolmente maggiore delle fonti di energia rinnovabile“, si legge nel documento, in cui è sottolineato come “i pannelli solari integrati con l’energia eolica potrebbero rappresentare una delle soluzioni di prossima generazione più facilmente impiegabili in diversi scenari”.

Tutti d’accordo sulle rinnovabili? Sicuramente non gli Stati Uniti

Lo studio indica certamente una direzione, ma non da conto delle posizioni dei singoli alleati. In Europa l’orientamento green è più marcato, ma di certo non è condiviso dagli Stati Uniti, che a più riprese con l’amministrazione Trump hanno messo in discussione la transizione energetica, ostacolandola concretamente soprattutto nell’ultimo anno (almeno a livello federale, in numeri Stati invece le rinnovabili stanno avanzando).

L’amministrazione Trump ha revocato sussidi IRA (Inflation Reduction Act), cancellato prestiti per oltre 83 miliardi di dollari in progetti solari, eolici e storage, e promosso il ricorso ai combustibili fossili con “Drill baby drill”. Washington è inoltre uscita dagli Accordi di Parigi, bloccando nuovi permessi per progetti eolici onshore/offshore, ritardando valutazioni ambientali e contestando le posizioni dell’IEA che definiscono i combustibili fossili come dannosi. Risultato: le installazioni solari sono calate del 14% nel 2025 rispetto al 2024.

Primi test di carburanti alternativi

Anche in termini di carburanti per gli aerei militari, sia d’attacco, sia da trasporto materiali e truppe, si guarda con grande interesse a soluzioni alternative. In un articolo su politico.eu, si riporta che la Norvegia ha già utilizzato carburante sintetico sostenibile per l’aviazione sul caccia F-35, mentre la Francia l’ha testato sugli elicotteri da combattimento.

Le difficoltà degli approvvigionamenti di carburante in aree di guerra, come in Ucraina, hanno spinto i vertici militari a sperimentare nuove soluzioni. Le truppe di Kiev si sono trovare più volte, anche sulla linea del fronte, a dover sopperire con urgenza alla mancanza di carburante per alimentare i propri mezzi, fino al razionamento. Una condizione insostenibile durante un conflitto, che mette a repentaglio strategie e tattiche.

La NATO ha già adottato il Climate Change and Security Action Plan (2021), che promuove efficienza energetica, micro-reti ibride e soluzioni autonome per le forze armate, riducendo la dipendenza da combustibili fossili logistici vulnerabili.

Proprio in Italia, a Taranto, il Centro operativo Sud NATO ha messo a punto una strategia orientata alla neutralità energetica, con impianto fotovoltaico da 240 kW e sistemi di accumulo, primo progetto pilota globale della “NATO Green Energy Initiative”.

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L’Impero di Dangote si espande: la mossa in Kenya per la vera indipendenza africana

L’uomo più ricco d’Africa, Aliko Dangote, guarda a est. Dopo aver avviato la sua enorme raffineria da 20 miliardi di dollari a Lagos, in Nigeria, l’imprenditore vuole ripetere l’impresa dall’altra parte del continente. Il piano prevede un nuovo gigantesco impianto capace di lavorare 650.000 barili di petrolio al giorno, per un costo stimato tra i 15 e i 17 miliardi di dollari. Per dare l’idea della capacità di raffinazione un paese come la Libia produce 1,4 milioni di barili al giorno.

La scelta del luogo ha già innescato tensioni politiche e diplomatiche. All’inizio si parlava di costruire la struttura a Tanga, in Tanzania. Ora, però, Dangote preferisce nettamente Mombasa, in Kenya. Il motivo è sia logistico che economico: Mombasa ha un porto più grande e profondo, perfetto per far attraccare le enormi navi petroliere, e il Kenya rappresenta un mercato interno che consuma molta più energia. La produzione petrolifera keniota è minima , 25000 barili tendenti ai 50000 barili al giorno, ma la posizione del paese è ottima per intercettare sia le produzioni di Oman e Arabia sia quelle della Somalia, se le recenti esplorazioni andassero in porto.  Inoltre c’è la possibilità di costruire infrastrutture verso l’Uganda e Sud Sudan.

Akito Dangote Akito Dangote

Aliko Dangote

La presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan, ha preso malissimo questo cambio di rotta, protestando in modo molto acceso in un incontro privato con il presidente keniota William Ruto.

Al di là delle liti tra vicini, questa scelta mostra un grande cambiamento per l’economia africana. Per decenni, l’Africa ha venduto all’estero il proprio petrolio grezzo, a basso costo, per poi essere costretta a ricomprare i carburanti raffinati a prezzi molto alti. Ora, l’obiettivo è fare tutto in casa.

Tuttavia, come spesso accade per i grandi progetti industriali, il mercato libero da solo non basta a creare sviluppo. Dangote è estremamente pratico: per costruire la sua fabbrica in Kenya, chiede terreni, fondi e, soprattutto, una forte protezione dallo Stato contro la concorrenza estera.

  • Difesa dai prezzi stracciati: Senza barriere o dazi, il mercato dell’Africa orientale verrebbe inondato da benzina a basso costo proveniente dalla Russia o dall’India, distruggendo l’industria locale prima ancora che nasca.
  • Supporto all’industria nazionale: Nella storia, nessuna grande industria pesante è mai nata senza un primo periodo di forte tutela pubblica. Serve l’intervento dello Stato per difendere gli enormi capitali investiti e l’economia del Paese.

Passare dalla semplice estrazione alla vera lavorazione industriale è il vero motore della ricchezza. Vendere risorse grezze arricchisce pochi; trasformarle sul posto crea migliaia di posti di lavoro stabili, sviluppa nuove aziende e trattiene i soldi all’interno dei confini nazionali. I grandi investimenti nelle infrastrutture, guidati e protetti dallo Stato, si confermano la strada migliore per far crescere un’economia reale.

I risultati di questo approccio si vedono già chiaramente in Nigeria. Mentre le guerre e le tensioni internazionali bloccano le navi e fanno salire i prezzi in tutto il mondo, la raffineria di Lagos funziona a pieno ritmo. La Nigeria oggi non subisce la mancanza di carburante e arriva perfino a vendere carburante per aerei alle compagnie europee in difficoltà. I guadagni per la società sono raddoppiati.

L’Africa sta imparando a rendersi autonoma per le cose essenziali: energia, cibo e cure mediche. Se il Kenya troverà un accordo con Dangote, si farà un passo enorme verso la vera libertà economica del continente. L’Africa inizia a industrializzarsi in modo serio, dettando finalmente le proprie condizioni.

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Luce e gas: i prezzi all’ingrosso in leggero calo ad aprile

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Le tensioni geopolitiche continuano a far sentire i propri effetti sui mercati energetici. Ad aprile i prezzi all’ingrosso di luce e gas in Italia si sono mantenuti sopra al livello di inizio anno, anche se in discesa rispetto al picco di marzo.

Le quotazioni mantengono un andamento altalenante e volatile, a causa delle incertezze legate alla durata del conflitto in Iran e alla ripresa dei traffici nello stretto di Hormuz. In questo contesto di imprevedibilità e di rapidi cambiamenti, è importante monitorare il mercato libero e controllare quali sono le condizioni contrattuali proposte dalle migliori offerte luce e le migliori offerte gas.

Il comparatore di SOStariffe.it consente di confrontare le tariffe dei fornitori partner e permette di stimare il risparmio che si può ottenere passando a un’offerta diversa.

PSV in calo, ma i prezzi del gas si mantengono alti

A seguito dello scoppio della guerra in Iran e del blocco dello stretto di Hormuz, l’Europa è stata investita da una crisi energetica che sta spingendo all’insù i prezzi del gas e del petrolio. Anche sul mercato italiano sono evidenti i riflessi delle tensioni internazionali: il PSV (Punto di Scambio Virtuale), il prezzo all’ingrosso usato come riferimento dalla maggior parte dei fornitori, ha iniziato a salire subito dopo l’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele in Iran.

Dopo mesi di relativa stabilità, le quotazioni sono salite rapidamente: se a febbraio il valore medio mensile del PSV è stato di 0,377 €/Smc, a marzo si è arrivati a 0,558 €/Smc. Durante il mese di aprile si è registrato un lieve calo, con un valore medio di 0,492 €/Smc, ma i prezzi continuano a variare rapidamente.

Osservando l’andamento del PSV nelle ultime settimane si nota una riduzione dei prezzi nella prima metà del mese di aprile, con una ripresa della salita nella seconda metà del mese. L’incertezza riguardo alla riapertura dello stretto di Hormuz tiene ancora alta la tensione sui mercati e rende difficile prevedere la durata della crisi.

PUN in calo, con prezzi molto volatili

La composizione del mix energetico italiano e il meccanismo del prezzo marginale fanno sì che le quotazioni del gas influenzino direttamente anche il prezzo dell’elettricità. La crisi in corso, quindi, ha comportato un immediato aumento anche del prezzo della luce.

Il PUN, il Prezzo Unico Nazionale, ha avuto un andamento simile rispetto a quello del PSV, passando da valori inferiori a 110 €/MWh a febbraio a circa 140 €/MWh a marzo, per poi scendere attorno ai 120 €/MWh ad aprile.

Nonostante il prezzo all’ingrosso di aprile abbia fatto segnare un lieve calo su base mensile, i prezzi risultano molto volatili. Su base giornaliera, durante il mese ci sono state variazioni in aumento e in diminuzione che hanno superato anche il 20% e la forbice tra il valore più alto e quello più basso del mese di aprile è di circa 50 €/MWh (il minimo è stato di 101 €/MWh il 12 aprile e il massimo di 160 €/MWh il 1° del mese).

Confrontare le migliori offerte per abbassare la spesa per le bollette

Grazie al confronto delle offerte luce e gas disponibili sul mercato libero, si possono trovare buone occasioni per ridurre la spesa per le bollette.

Per individuare le tariffe che fanno risparmiare di più rispetto a quella attivata con il proprio fornitore si può fare affidamento sul comparatore di SOStariffe.it. Basta inserire una stima dei propri consumi o chiedere un’analisi gratuita della bolletta per ricevere un’indicazione personalizzata delle soluzioni più convenienti proposte dai fornitori partner.

Quando si valutano offerte alternative è importante considerare di che tipo di tariffa si tratta: la scelta è tra offerte a prezzo bloccato, che fissano il prezzo della componente energia (nel caso dell’elettricità) o della materia prima (nel caso del gas) per un periodo minimo di 12 mesi, e offerte a prezzo indicizzato, nelle quali il costo di luce o gas si adegua mensilmente in base all’andamento dei prezzi all’ingrosso.

Scegliendo un’offerta a prezzo fisso si conosce in anticipo il prezzo che verrà pagato per l’energia elettrica e per il gas. Le migliori offerte dei fornitori partner di SOStariffe.it al momento partono da 0,10 €/kWh per l’elettricità e da 0,43 €/Smc per il gas. Optando per un’offerta a prezzo indicizzato, invece, si accetta che il prezzo vari mese per mese a seconda dell’evoluzione delle quotazioni: le migliori offerte del momento a prezzo variabile partono da 0,129 €/kWh per l’elettricità e da 0,447 €/Smc per il gas.  

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Cambio fornitore energia elettrica, cosa prevede il piano dell’UE

L’UE accelera sui tempi della riforma del cambio fornitore, con l’approvazione del regolamento di esecuzione della direttiva 944/2019. Entro fine 2026 tutti i Paesi membri dovranno permettere ai cittadini di ottenere lo switch rapido, da completare entro 24 ore dalla richiesta e disponibile tutti i giorni lavorativi.

In Italia la nuova procedura entrerà in vigore ancora prima, visto che l’ARERA ha fissato al 1° dicembre il termine di avvio della riforma. Il piano dell’UE punta a incentivare la concorrenza sul mercato, favorendo cambi frequenti di fornitura e spingendo i cittadini a confrontare le offerte luce. L’uso di comparatori come SOStariffe.it diventerà ancora più centrale: grazie all’analisi regolare delle tariffe proposte dai fornitori sarà possibile approfittare rapidamente di promozioni o di prezzi in discesa.

Cambio fornitore energia elettrica, switch tecnico in 24 ore

Il processo di riforma del cambio fornitore sta per entrare nel vivo: la decisione dell’UE di accorciare i tempi richiesti per il passaggio a un nuovo fornitore è stata presa nel 2019, ma bisognerà aspettare la fine del 2026 affinché diventi effettivamente operativa in tutta Europa.

La riforma che introduce lo switch rapido si inserisce in un quadro più ampio che punta a rinnovare e a rafforzare il sistema energetico europeo. Una delle direttrici su cui lavora l’Europa è aumentare la competizione dei mercati, offrendo ai cittadini strumenti per abbassare le bollette e per combattere la povertà energetica.

L’introduzione del cambio fornitore in 24 ore accorcerà di molto i tempi richiesti per il passaggio a una nuova offerta luce: se attualmente i cittadini italiani devono aspettare fino a due mesi per lo switch commerciale, con l’entrata in vigore del nuovo sistema serviranno al massimo tre settimane.

Nel regolamento di esecuzione della direttiva 944/2019, l’UE ha definito i criteri di interoperabilità e le procedure non discriminatorie e trasparenti per l’accesso ai dati richiesti per completare il cambio. L’insieme delle indicazioni contenute in questo regolamento costituisce il riferimento tecnico e normativo che i fornitori dovranno seguire per gestire i passaggi degli utenti.

Quando si richiede l’attivazione di un’offerta proposta da un fornitore luce diverso, il nuovo fornitore dovrà fare dei controlli preventivi per verificare che non ci siano ostacoli al cambio e poi dovrà richiedere che l’utenza venga associata al proprio servizio. Proprio questo passaggio è quello interessato maggiormente dalle novità: la registrazione del nuovo fornitore dovrà avvenire entro 24 ore dalla richiesta.

Il cambio fornitore energia elettrica in 24 ore arriverà in Italia da dicembre

Con una delibera dedicata (delibera 58/2026/R/eel), l’ARERA ha fissato i tempi e i passaggi tecnici che i fornitori devono rispettare per garantire il cambio fornitore in 24 ore sul sistema elettrico italiano.

La novità dello switch rapido in Italia arriverà a inizio dicembre, qualche settimana prima rispetto a gran parte d’Europa (bisogna considerare, comunque, che alcuni Paesi si sono già adeguati: in Germania, ad esempio, lo switch rapido è attivo da giugno 2025).  

Probabilmente nei prossimi mesi ci saranno ulteriori interventi normativi: in particolare, i fornitori temono che la nuova procedura possa incentivare il fenomeno del cosiddetto turismo energetico, con utenti che presentano continue richieste di cambio fornitore per evitare il pagamento delle bollette.

Più competizione e prezzi convenienti grazie al confronto delle offerte

Accorciare i tempi per il cambio faciliterà l’esercizio del diritto degli utenti a passare a un diverso fornitore. Attualmente i tempi molto lunghi per vedersi attivata una nuova offerta scoraggiano una fetta di cittadini e, in alcuni casi, vanificano anche il potenziale risparmio proposto dalle migliori tariffe di mercato.

Dover aspettare meno di un mese per beneficiare di una nuova offerta permetterà di iniziare da subito a risparmiare concretamente, rendendo i consumatori i veri protagonisti del mercato libero. La velocità della procedura consentirà infatti di sfruttare al meglio le promozioni a tempo dei fornitori, che spesso hanno una validità limitata e richiedono una reattività che l’attuale sistema non permette.

In particolare, lo switch rapido rende ancora più vantaggioso optare per le tariffe indicizzate. Queste offerte, legate direttamente all’andamento del PUN (Prezzo Unico Nazionale), permettono di pagare l’energia in maniera proporzionale alle quotazioni registrate sul mercato all’ingrosso. Con la nuova riforma, è possibile approfittare tempestivamente delle discese del PUN: se il prezzo dell’energia cala bruscamente, il consumatore può migrare verso offerte indicizzate più competitive quasi in tempo reale, senza restare bloccato per mesi in contratti a prezzo fisso ormai fuori mercato.

Questa flessibilità offre indubbi vantaggi per gli utenti, che grazie al monitoraggio costante del mercato possono avere una panoramica aggiornata sulle migliori condizioni disponibili. Confrontare le offerte con un comparatore come SOStariffe.it è un’abitudine che permette di risparmiare sensibilmente sulle bollette: approfittando delle oscillazioni del mercato e assicurandosi che la propria tariffa sia sempre allineata alle offerte più competitive, si può ridurre la spesa per l’elettricità.

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Pichetto Fratin: “Nel 2025 rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda energetica in Italia”

Fonti rinnovabili per l’autonomia energetica

Le fonti energetiche rinnovabili sono ormai stabilmente al centro di ogni strategia energetica nazionale, soprattutto all’indomani della prima crisi del 2022-2023, seguita dalla nuova fase emergenziale legata alla guerra che Stati Uniti e Israele hanno avviato contro l’Iran e che coinvolge tutta l’area del Golfo, fino al Mar Rosso.

Uno scenario internazionale che ormai non rende più prorogabile trovare una soluzione al problema dell’eccessiva dipendenza da gas e petrolio, che per l’Unione europea si traduce in approvvigionamenti incerti e rischiosi, in aumento dei prezzi per consumatori e imprese, in debolezza sistemica e vulnerabilità nei confronti di attori statali spesso ostili all’Europa.

Per questo l’Europa e l’Italia in particolare sono chiamate a dare risposte concrete e immediate alla nuova fase di forte instabilità energetica, che potrebbe tradursi in vera e propria crisi già nelle prossime settimane. Le rinnovabili si presentano come strumento principe per ridurre la dipendenza da fonti fossili e per rafforzare l’autonomia energetica continentale.

In Italia le rinnovabili coprono il 41% della domanda energetica nazionale. Boom del fotovoltaico (+25%)

Rispondendo alla Camera dei deputati, nel corso del question time, a un’interrogazione di FdI sul mix energetico italiano del 2025 e sulle prospettive future, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato l’ottimo trend delle rinnovabili in Italia e ha sconfessato le accuse di ostilità da parte del Governo alle fonti pulite.

Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, con il record annuale di produzione fotovoltaica pari a oltre il 25% in più rispetto all’anno precedente, grazie all’entrata in esercizio di nuova capacità rinnovabile per oltre 7 GW”, ha detto Pichetto Fratin, secondo quanto riportato dall’Agenzia Radiocor del Sole 24 Ore.

Un dato peraltro confermato su scala mondiale dall’ultima ricerca Ember, con le fonti rinnovabili che hanno coperto tutta la nuova domanda di energia elettrica al mondo durante l’anno passato: aumentata di 849 TWh, mentre la generazione da fonti pulite è cresciuta di 887 TWh.

La generazione termoelettrica ha coperto il 44% del fabbisogno, mentre le importazioni di energia elettrica attraverso le interconnessioni con l’estero hanno coperto circa il 15% dello stesso. Ulteriore dato di rilievo è il crescente ruolo dei sistemi di accumulo elettrico, necessari per le fonti non programmabili, con una capacità complessiva di oltre 17 GWh”, ha precisato il ministro.

Decreto Fer 2 e i tempi per le nuove aste

In merito alla tecnologia eolica off-shore, il ministero sta procedendo ad una rivisitazione del Decreto Fer2, che sia in grado di coniugare le esigenze degli operatori di settore con il perseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione, garantendo al contempo una razionale programmazione degli interventi e della spesa per la collettività“, ha risposto il ministro, spiegando che, in una prima fase, “sono stati raccolti i contributi dei principali operatori e delle associazioni di categoria, utili a predisporre una bozza di modifica del Decreto specifica per l’eolico off-shore che verrà sottoposta alla valutazione di un tavolo di settore di prossima convocazione, molto a breve“.

Una volta ridefinito il quadro regolatorio, le tempistiche del processo per giungere alle aste saranno coerenti con l’approvazione del decreto revisionato in sede comunitaria“, ha aggiunto il ministro.

Governo mai ostile alle rinnovabili

Un trend in crescita negli ultimi tre anni, a discapito di chi ha paventato una presunta ostilità verso le rinnovabili“, ha sottolineato il ministro, riferendosi all’azione di Governo.

In linea con quanto previsto nel Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), quindi, ha risposto Pichetto Fratin: “L’obiettivo prioritario resta promuovere la crescita nel mix di generazione della capacità di generazione rinnovabile, riducendo sempre più il peso delle fonti fossili, che consentirà sia di ridurre i costi per i consumatori, sia di raggiungere una maggiore indipendenza energetica, anche attraverso meccanismi volti a disaccoppiare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas”.

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