La Spagna taglia l’energia alle grandi imprese: rete elettrica ancora in crisi

Ancora crisi per il istema elettrico spagnolo, sempre sotto stress per l’instabilità della fornitura: Red Eléctrica, il fornitore di sistema spagnolo,  ha interrotto la fornitura di energia elettrica alle grandi industrie per la seconda volta quest’anno. Il gestore del sistema, che non ha ancora segnalato l’accaduto sul proprio sito web, ha dovuto ridurre la produzione delle centrali a gas a ciclo combinato da 15.000 MW a 13.000 MW in una sola ora, durante il picco di domanda che ha raggiunto quasi 39.000 MW a causa della partita tra Inghilterra e Argentina, valida per la finale

La causa di questa nuova interruzione potrebbe essere un problema ai sistemi di alimentazione delle centrali a ciclo combinato, che potrebbero aver messo fuori servizio circa 2.000 MW. Questa situazione ha costretto a ricorrere a tutta l’energia terziaria disponibile (circa 800 MW) e successivamente alla piena capacità del cosiddetto SRAD (Sistema Regionale di Riduzione del Disastro), che ha dovuto essere attivato più volte a causa della durata del problema.

All’epoca il sistema disponeva di un’elevata capacità di generazione eolica, di buone riserve idriche e di un utilizzo quasi totale delle centrali nucleari, con una potenza di quasi 6.000 MW, dato che attualmente un reattore è fuori servizio.

Secondo Red Eléctrica, il sistema SRAD (Active Demand Response) è stato attivato alle 21:43. Il gestore del sistema ha attivato il servizio di risposta attiva alla domanda. L’attivazione è durata 24 ore. La continuità della fornitura non è mai stata compromessa; l’obiettivo di questa attivazione era garantire i livelli di riserva stabiliti nelle procedure operative.

Questo servizio viene utilizzato per la seconda volta, dopo la sua attivazione il 28 gennaio. In quell’occasione, la tempesta Kristin aveva devastato la rete elettrica iberica e Red Electrica era stata costretta a intervenire a seguito di un’improvvisa interruzione della produzione di energia eolica durante l’ora di punta mattutina e di un calo delle importazioni di energia dal Portogallo.

L’operatore aveva previsto una produzione di circa 12.500 MW di energia eolica, ma i forti venti hanno fatto sì che la potenza effettivamente disponibile si riducesse a 7.500 MW, il che significa che circa 5.000 MW sono stati disconnessi in Spagna a causa della tempesta.

Secondo l’Associazione spagnola per l’energia eolica, i parchi eolici operano nel rispetto di rigidi criteri di sicurezza. In caso di venti estremamente forti, che superano i limiti operativi delle turbine (fino a 25 metri al secondo o 90 km/h), queste vengono disconnesse per motivi di sicurezza.

Il 28 maggio, Red Eléctrica ha assegnato un totale di 1.775 megawatt (MW) di capacità di risposta attiva alla domanda (SRAD) per la seconda metà del 2026, una cifra leggermente superiore ai 1.725 MW assegnati per i primi sei mesi dell’anno. Questo risultato ha confermato un leggero aumento della capacità disponibile di questo meccanismo di bilanciamento, sebbene il volume finale assegnato sia risultato inferiore al totale richiesto nella gara d’appalto.

Nello specifico, i 1.775 megawatt (MW) assegnati rappresentano il 76% dei 2.339 megawatt (MW) previsti dal regolamento dell’asta tenutasi giovedì scorso. La maggior parte dei fornitori di servizi, con una capacità pari o superiore a 1 megawatt (MW), ha presentato le proprie offerte tramite rivenditori di energia attivi sul mercato elettrico, individualmente o in forma aggregata.

Gli aggiudicatari riceveranno un prezzo marginale di 42,62 euro per megawatt (MW) assegnato all’ora per la loro disponibilità a ridurre i consumi durante i periodi di tempo stabiliti. In caso di effettiva attivazione del servizio, tale pagamento sarà integrato dal corrispondente prezzo di regolazione terziaria in vigore al momento dell’erogazione del servizio. Praticamente viene stabilito un premio per le aziende che rinunciano a questi megawatt in caso di cresi e si lasciano disconnettere.

Il meccanismo SRAD, implementato nel 2022, è un meccanismo di bilanciamento in linea con le normative europee che consente una maggiore flessibilità del sistema dal lato della domanda. La durata massima di ciascuna attivazione è di due ore ed è consentita una sola attivazione al giorno per ciascun fornitore. Gli orari di attivazione sono dal lunedì al venerdì, dalle 8:00 a mezzanotte, e nei fine settimana e nei giorni festivi tra le 22:00 e le 23:59. I partecipanti devono essere avvisati con un preavviso di almeno 12,5 minuti.

Ovviamente viene ancora ad essere insufficiente la flessibilità dal lato dell’offerta, cioè non ci sono ancora sufficienti centrali energetiche a gas/ ciclo combinato in grado di essere attivate in caso di domanda, o anche punti di accumulo che potrebbero far fronte ai picchi. Si pensa sempre a tagliare, raramente a produrre.

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Petrolio uguale per tutti, tasse no: come il diesel a due velocità sta spaccando l’economia globale

La media mondiale del gasolio viaggia a 1,28 euro al litro, ma questa cifra è un’illusione. Dietro il dato statistico si nasconde un divario drammatico che penalizza l’Europa e l’Italia. Il costo del diesel non è solo un problema per chi fa il pieno. È il vero motore dell’inflazione interna: muove i camion, i trattori e le navi. Quando il carburante sale, i costi di trasporto colpiscono immediatamente ogni singolo bene, a partire da quelli alimentari freschi fino ai prodotti industriali. Un salasso che svuota le tasche dei consumatori e distrugge la competitività delle imprese.

Il mercato globale offre il petrolio greggio allo stesso prezzo a tutti, ma sono le scelte fiscali dei singoli Stati a fare la differenza tra la sopravvivenza economica e il declino. I paesi produttori e quelli a bassa tassazione mantengono i prezzi artificialmente vicini allo zero per sussidiare la produzione. Al contrario, l’Europa usa il carburante come un bancomat di Stato, applicando una pressione fiscale insostenibile.

Grazie al sito GlobalPetrolPrice Ecco la fotografia dei prezzi al litro (espressi in euro) al 6 luglio 2026, che mette a confronto la situazione dei colossi mondiali, delle economie emergenti e dei casi limite.

Paese Prezzo (Euro al litro) Impatto Economico Pratico
Venezuela 0,004 € Prezzo simbolico, totale sussidio statale che azzera i costi logistici domestici.

Uno dei maggiori problemi del paese.

Iran 0,005 € Mercato ultra-sussidiato, isolato dalle dinamiche dei mercati occidentali.

Causa di un vivo contrabbando.

Libia 0,021 € Risorse interne abbondanti e tassazione azzerata sul consumo locale.
Algeria 0,204 € Quarto paese più economico al mondo, forte controllo statale sui prezzi.
Giappone 0,859 € Politica di stabilità fiscale per non affossare i consumi interni della popolazione.
Cina 0,880 € Prezzo calmierato dallo Stato per sostenere la gigantesca macchina dell’export.
India 0,903 € Sussidi mirati per contenere il costo del cibo e dei trasporti per le masse.
Russia 0,925 € Ampia produzione interna usata come barriera contro l’inflazione russa. Ora il sistema di raffinerie è però in crisi
Stati Uniti 1,210 € La grande eccezione occidentale: tasse basse per non frenare i consumi e i trasporti.
Brasile 1,125 € Logistica interna quasi tutta su gomma, sensibilissima a ogni minima variazione.
Polonia 1,397 € Hub logistico dell’Est, stringe i denti per rimanere competitiva rispetto a Berlino.
Sudafrica 1,440 € Prezzo pesante che zavorra una struttura economica già in forte difficoltà.
Spagna 1,518 € Tra i grandi europei è la meno cara, ma la pressione si fa sentire sulla filiera.
Francia 1,814 € Tassazione verde e accise pesanti che gravano come un macigno sulle aziende.
Germania 1,867 € Crisi industriale aggravata dal costo dell’energia e dei trasporti interni.
Italia 1,892 € Record di accise. La logistica scarica l’aggravio direttamente sui banchi dei mercati.
Singapore 2,385 € Costo altissimo, ma compensato da un’economia fortemente finanziaria e non stradale.
Malawi 3,181 € Isolamento geografico e valuta debole creano un vero dramma di approvvigionamento.
Hong Kong 3,768 € Il diesel più caro al mondo: spazio ridotto e tasse altissime come disincentivo.

Gli Stati Uniti rappresentano la vera anomalia tra i paesi avanzati. Pur essendo un’economia ricca, Washington applica tasse molto basse sul carburante. Questo permette alle merci americane di viaggiare a costi ridotti rispetto a quelle europee, regalando alle loro aziende un enorme vantaggio competitivo strutturale.

In Italia e nel resto d’Europa, la scelta politica è opposta e punitiva. Il gasolio viene spremuto fiscalmente. Il risultato è un’inflazione da costi che colpisce i redditi medio-bassi: ogni aumento del diesel si traduce in un aumento automatico del pane, della verdura e dei beni industriali. Non è una transizione ecologica, è una tassa sul movimento delle merci.

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Le batterie al sodio cinesi sfidano Tesla: la Scienza dietro un sorpasso quasi riuscito

Ci eravamo abituati a considerare le batterie al litio come il traguardo definitivo della mobilità elettrica, con Tesla a fare da incontrastato battistrada tecnologico. Eppure, dal colosso asiatico arriva una novità che sta costringendo ingegneri e analisti a ricalibrare le proprie certezze. Uno studio condotto dai ricercatori della RWTH Aachen University, pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell Reports Physical Science, ha smontato – letteralmente e figurativamente – una cella commerciale al sodio prodotta dalla cinese Hina Battery. Il verdetto? Sorprendente.

La qualità costruttiva, l’uniformità e le prestazioni ad alta potenza di queste celle al sodio eguagliano, e in certi frangenti insidiano, le avanzatissime batterie al litio di Elon Musk. Ma come fa una tecnologia considerata fino a ieri “povera” ad avvicinarsi ai vertici del mercato? La risposta risiede in un mix di chimica innovativa e un’architettura meccanica che l’industria occidentale conosce molto bene.

La chimica: il segreto dell’ossido stratificato

Il litio ha dominato finora per un motivo fisico inoppugnabile: è leggerissimo e ha un potenziale elettrochimico eccellente, il che si traduce in un’alta densità energetica (tanta energia in poco spazio). Il sodio, posizionato subito sotto il litio nella tavola periodica, è più pesante e ha ioni di dimensioni maggiori. Questo lo rende più “pigro” e difficile da immagazzinare negli elettrodi tradizionali.

Caratteristiche della batteria al sodio Hina

Per aggirare l’ostacolo, Hina Battery ha ingegnerizzato materiali specifici.

All’anodo (il polo negativo) troviamo il carbonio duro (hard carbon). A differenza della grafite usata nelle batterie al litio, che ha una struttura cristallina troppo stretta per i grossi ioni di sodio, il carbonio duro presenta una microstruttura disordinata, ricca di micropori che accolgono agevolmente il sodio durante la ricarica, garantendo stabilità.

Ma è al catodo (il polo positivo) che si gioca la partita vera. La cella utilizza un materiale attivo a base di ossido stratificato con una formula specifica: NaCu{1/9}Ni{2/9}Fe{1/3}Mn{1/3}O2.

Invece di affidarsi a metalli rari e costosi come il cobalto, questa composizione impiega elementi comuni come ferro, manganese e, curiosamente, il rame. L’analisi spettroscopica ha rivelato che il rame svolge un ruolo cruciale, distribuendosi in domini isolati che stabilizzano la struttura durante i cicli di carica e scarica, agendo da rinforzo elettromeccanico per sopperire alla natura “ingombrante” degli ioni di sodio.

L’architettura “Tabless”: imparare dai migliori

Avere una buona chimica non basta se la struttura fisica della batteria crea colli di bottiglia. È qui che la batteria cinese sfodera il suo asso nella manica, adottando un design interno che ricalca fedelmente quello introdotto da Tesla per le sue celle cilindriche di ultima generazione: l’architettura tabless.

Nelle batterie cilindriche tradizionali, i lunghi fogli di anodo e catodo sono arrotolati su se stessi (il cosiddetto jelly roll). La corrente esce da queste spire tramite piccole linguette metalliche (i tab). Queste linguette creano resistenza elettrica e colli di bottiglia termici.

Schema batteria jelly roll

Il design tabless elimina le linguette. L’intero bordo del foglio elettrodico funge da conduttore, collegandosi direttamente all’involucro esterno. Il risultato? Una drastica riduzione della resistenza interna (misurata a meno di 3 mΩ in AC), una distribuzione della temperatura incredibilmente omogenea e la capacità di erogare altissime potenze senza surriscaldarsi. Questo accorgimento meccanico è il vero motivo per cui questa cella al sodio riesce a competere ad armi pari con le celle al litio in termini di erogazione istantanea.

Prestazioni a confronto: luci e ombre

La scienza ci consegna quindi un prodotto maturo, ma che non è esente da compromessi tecnici. Per comodità visiva, possiamo riassumerli così:

Caratteristica Batteria al Sodio (Hina) Batteria al Litio (Standard)
Densità Energetica 110 Wh/kg 150 – 250+ Wh/kg
Erogazione di Potenza Eccellente (grazie al design tabless) Eccellente
Scarica a freddo (-20°C) Molto buona (mantiene oltre l’82% dell’energia) Discreta / Buona
Ricarica a freddo (< 0°C) Scadente (forte aumento della resistenza) Limitata ma gestibile
Costo materie prime Basso (sodio, ferro, manganese) Alto (litio, nichel, cobalto)

La densità energetica rimane il tallone d’Achille. Con 110 Wh/kg, siamo lontani dai vertici del litio. Inoltre, se la batteria si comporta egregiamente quando deve cedere energia a -20°C, va letteralmente in crisi se deve essere ricaricata a temperature sotto lo zero, palesando un aumento di resistenza interna spaventoso (fino a 208 volte superiore rispetto ai 25°C). Quindi si può usare, ma NON ricaricare. 

Le ricadute economiche: il sodio come stabilizzatore

Dal punto di vista macroeconomico, l’affermazione del sodio non è solo una curiosità ingegneristica, ma uno shock positivo per le catene di approvvigionamento. Il litio è distribuito in modo disomogeneo a livello globale, soggetto a colli di bottiglia geopolitici e a un’estrema volatilità dei prezzi. Il sodio, al contrario, è tra gli elementi più abbondanti e accessibili del pianeta.

La disponibilità di una batteria al sodio tecnologicamente matura, capace di sopperire alle necessità di stoccaggio stazionario (le grandi reti elettriche) e dei veicoli commerciali a corto raggio, significa poter liberare immense quote di litio. Si attenua la pressione sulla domanda, si stabilizzano i costi di produzione dell’intero comparto e si riduce la dipendenza strategica da pochi paesi estrattori. Non sostituirà il litio nelle auto ad alte prestazioni, ma agirà da fondamentale valvola di sfogo per il mercato globale dell’energia, democratizzando i costi dell’accumulo elettrico.

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Approvato ddl nucleare, entro Natale i decreti attuativi. Che cosa sono i piccoli reattori?

Il ritorno del nucleare in Italia: la scommessa del Governo tra sicurezza energetica, decarbonizzazione e molte incognite

Il disegno di legge Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile ottiene il via libera definitivo alla Camera dei Deputati con 155 sì, 86 no e 8 astenuti. Un passo in avanti decisivo per il ritorno dell’Italia all’energia nucleare da fissione. Il testo ora passa al Senato.

Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin.

Con il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, il Governo Meloni compie il passo politico più significativo degli ultimi quarant’anni sul fronte energetico: non autorizza ancora la costruzione di centrali, ma affida formalmente a sé stesso il compito di riscrivere l’intera normativa italiana sul nucleare e di creare le condizioni per il ritorno della produzione elettrica da fissione nel Paese.

Che cosa è il nucleare sostenibile?

Con questo ddl, inoltre, entra in gioco il concetto di “nucleare sostenibile”, espressione che compare in tutto il provvedimento. La definizione non nasce in Italia ma deriva dalla Tassonomia europea, il sistema che individua le attività considerate sostenibili ai fini degli investimenti finanziari.

Secondo il Governo, il nucleare può essere considerato sostenibile perché produce emissioni molto basse di anidride carbonica durante il ciclo di vita degli impianti e può garantire una produzione costante di energia senza dipendere dalle condizioni meteorologiche. La sostenibilità viene però interpretata in senso ampio: non solo ambientale, ma anche economica e sociale, cioè capacità di fornire energia sicura e a prezzi accessibili.

nucleare

Superati i referendum del 1987 e del 2011?

È una scelta che segna una direzione industriale ed energetica precisa. Dopo i referendum del 1987 e del 2011, che avevano sancito l’abbandono dell’atomo, l’esecutivo sostiene che il contesto tecnologico, climatico e geopolitico sia radicalmente cambiato e che il nucleare di oggi non sia più quello respinto dagli italiani. Nel testo si afferma esplicitamente che le nuove tecnologie rappresentano una “cesura netta” con gli impianti del passato, destinati alla dismissione definitiva salvo eventuali riconversioni dei siti esistenti.

La legge, tuttavia, non autorizza alcuna centrale né individua localizzazioni. Conferisce invece una delega al Governo per adottare entro dodici mesi uno o più decreti legislativi che definiranno il quadro normativo completo del nuovo nucleare italiano: dalla ricerca alla costruzione degli impianti, dalla gestione del combustibile alla sicurezza, fino allo smantellamento e allo smaltimento dei rifiuti radioattivi (e anche qui si dovranno definire dove i siti di smaltimenti andranno collocati, con conseguente e inevitabile reazione sociale dei territori coinvolti).

Nucleare nel mix energetico nazionale per accelerare la decarbonizzazione e favorire l’elettrificazione

Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia ha spiegato il ministro – sarà più libero, più forte e più sicuro“, ha affermato Pichetto Fratin.

Entro Natale presenteremo al Parlamento i decreti attuativi della legge delega sul nucleare“, ha poi aggiunto il ministro in conferenza stampa alla Camera dopo l’approvazione. “Vogliamo mettere il Paese nella condizione di rispondere alla futura domanda di energia in crescita – ha precisato Fratin – Quindi la nostra è una scelta di libertà, una scelta che deve integrare la nostra produzione di energia da fonti rinnovabili con una nuova fonte neutra, il nucleare. Naturalmente affiancata anche con nuove fonti energetiche come l’idrogeno“.

L’obiettivo dichiarato nel ddl è inserire il nucleare nel mix energetico nazionale per contribuire alla decarbonizzazione, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e garantire una produzione elettrica continua a supporto delle fonti rinnovabili. Il Governo parte infatti dalla convinzione che la crescita dei consumi elettrici, alimentata dall’elettrificazione dell’industria, dei trasporti, degli edifici e dall’espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale, non possa essere soddisfatta esclusivamente da eolico e fotovoltaico.

Occhi puntati sui piccoli reattori nucleari (SMR) e i reattori di quarta generazione (AMR)

Il cuore della strategia governativa non riguarda le grandi centrali tradizionali, ma soprattutto le nuove tecnologie. Il testo cita espressamente gli Small Modular Reactor (SMR), i piccoli reattori modulari, e gli Advanced Modular Reactor (AMR), sistemi avanzati di quarta generazione che dovrebbero offrire standard di sicurezza superiori rispetto agli impianti convenzionali, tempi di costruzione più contenuti e maggiore flessibilità operativa.

Gli Small Modular Reactor (SMR) sono reattori nucleari compatti di nuova generazione, progettati per avere una potenza fino a 300 MW per unità e per essere costruiti in serie con componenti prefabbricati, così da ridurre tempi e complessità di installazione. Gli Advanced Modular Reactor (AMR) rappresentano invece un’evoluzione ulteriore, di quarta generazione: usano tecnologie più avanzate, spesso refrigeranti o combustibili diversi rispetto ai reattori tradizionali, e puntano a maggiore efficienza, sicurezza, flessibilità d’impiego e minori scorie, con applicazioni che possono andare dalla produzione elettrica al calore industriale e persino all’idrogeno.

Gli SMR rappresentano oggi la principale speranza tecnologica dei sostenitori del ritorno al nucleare. Si tratta di reattori di dimensioni ridotte, costruiti in larga parte in fabbrica e assemblati sul sito finale. Il Governo ritiene che possano essere commercializzati nei primi anni Trenta e cita le iniziative europee già avviate per favorirne lo sviluppo industriale.

Ma è proprio sui tempi che emergono le prime criticità. Nel disegno di legge non compare alcuna data per l’entrata in funzione del primo reattore italiano.

Ci pensa il ministro Pichetto Fratin a dare un minimo di orizzonte temporale: “Se mi si dice quando pensi di vedere l’energia da fonte nucleare, da fissione, vi dico 2034-2035 perché poi diventerà molto più veloce. Quello che voglio dire, se noi seguiamo quella che che è l’evoluzione della scienza nella ricerca e quindi della tecnologia l’accelerazione è notevole ed è sta avvenendo in tutto il mondo”.

I nodi dei decreti attuativi e dei siti dove costruire i reattori

La tabella di marcia presentata dal ddl prevede soltanto l’approvazione dei decreti legislativi entro un anno dall’entrata in vigore della legge e l’avvio di un Programma nazionale sul nucleare. Successivamente dovranno essere individuati i siti, ottenute le autorizzazioni, costruite le strutture di sicurezza e definiti i meccanismi finanziari. Anche ipotizzando procedure rapide, appare in realtà molto difficile immaginare un primo impianto operativo prima della metà o della fine degli anni Trenta. I più critici parlano di primi anni Quaranta. Del resto, gli stessi SMR non sono ancora entrati in produzione commerciale su larga scala in Europa.

L’incertezza è ancora maggiore sul fronte economico. Uno degli aspetti più sorprendenti del provvedimento riguarda infatti le risorse finanziarie. Il Governo stanzia 20 milioni di euro all’anno per il triennio 2027-2029, per un totale di 60 milioni, destinati essenzialmente alle attività preparatorie, di ricerca e di organizzazione del nuovo quadro normativo. A questi si aggiungono 7,5 milioni di euro per campagne informative e di comunicazione tra il 2025 e il 2026.

Impianto nucleare

Il problema dei costi e dei tempi del nucleare

Sono cifre a dir poco esigue, molto lontane dagli investimenti necessari per costruire una centrale nucleare. Lo stesso Governo ammette che i costi effettivi non sono ancora quantificabili e che eventuali incentivi o sostegni pubblici saranno definiti successivamente.

Ed è qui che si concentra una delle principali debolezze del progetto. L’esperienza internazionale dimostra che il nucleare è caratterizzato quasi sempre da ritardi e aumenti di costo rispetto alle stime iniziali. I casi di Flamanville in Francia, Olkiluoto in Finlandia e Hinkley Point nel Regno Unito mostrano come i tempi di realizzazione possano allungarsi di molti anni e i costi finali moltiplicarsi rispetto alle previsioni iniziali.

Solo per riportare l’esempio di Hinkley Point C: il costo è salito a circa 31-35 miliardi di sterline, con stime più recenti fino a 46 miliardi, mentre l’entrata in funzione è slittata dalla metà degli anni 2020 al 2029-2031 (se tutto andrà bene=.

Lo stesso documento governativo ne è consapevole e richiama le criticità evidenziate dalla Corte dei Conti francese sul programma EPR2, segnalando l’esigenza di completare la progettazione e garantire la copertura finanziaria prima di assumere decisioni definitive.

Il Governo sostiene che una quota di nucleare compresa tra l’11% e il 22% della produzione elettrica nazionale, equivalente a una capacità installata tra 8 e 16 gigawatt, potrebbe contribuire al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia questa prospettiva presuppone che i nuovi reattori siano disponibili in tempi compatibili con gli obiettivi climatici, che i costi risultino sostenibili e che venga superata la storica opposizione sociale alla localizzazione degli impianti e dei depositi per i rifiuti radioattivi.

L’Italia vuole ricostruire una filiera industriale e scientifica nazionale

In realtà il disegno di legge sembra avere un obiettivo che va oltre la sola produzione di energia. Il Governo punta a ricostruire una filiera industriale e scientifica nazionale che negli ultimi decenni si è progressivamente ridotta. Per questo il provvedimento dedica ampio spazio alla formazione di tecnici, ingegneri e ricercatori, alla collaborazione tra università e imprese e al rilancio della ricerca sulla fissione avanzata e sulla fusione nucleare.

La strategia energetica che emerge è quella di una transizione fondata su un mix di tecnologie. Le fonti rinnovabili restano prioritarie, ma vengono considerate insufficienti da sole a garantire continuità e sicurezza del sistema elettrico. Il nucleare dovrebbe quindi svolgere il ruolo di fonte programmabile e a basse emissioni capace di sostenere l’elettrificazione dell’economia, assicurando energia anche quando sole e vento non sono disponibili.

Resta però una domanda politica fondamentale. Se il nucleare dovrà contribuire alla decarbonizzazione entro il 2050, riuscirà davvero ad arrivare in tempo?

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Corsa alla fusione nucleare: la Corea del Sud lancia la sfida dei 100 milioni di gradi per 300 secondi

Stati Uniti, Cina e ora, con rinnovato vigore, la Corea del Sud, stanno accelerando drasticamente i tempi per la commercializzazione della fusione nucleare, spostando l’orizzonte temporale dal lontano 2050 ai ben più prossimi anni ’30 di questo secolo. Conosciamo bene quello che sta facendo Commonwealth Fusion, ma oggi vogliamo considerare un’altra parte del mondo.

Il protagonista di questa accelerazione asiatica è il reattore KSTAR (Korea Superconducting Tokamak Advanced Research), affettuosamente e ambiziosamente ribattezzato il “sole artificiale” coreano. L’obiettivo dichiarato dal Korea Fusion Energy Research Institute (KFE) è chiaro: mantenere un plasma a 100 milioni di gradi centigradi per 300 secondi. Non si tratta di un semplice record da esibire, ma della soglia critica necessaria per dimostrare che la fusione può passare da esperimento di laboratorio a base per centrali elettriche commerciali.

Lo stato dell’arte: una corsa a tre

Per comprendere la portata della sfida sudcoreana, è utile inquadrare gli attuali record globali, che dimostrano come la ricerca si stia muovendo su binari paralleli ma convergenti verso il medesimo fine:

Progetto / Nazione Record Raggiunto Dettaglio Tecnico
Helion Energy (USA – Privato) 150 milioni di °C Dimostrazione fusione deuterio-trizio. (Temperatura > 10x il nucleo solare).
EAST (Cina – Pubblico) 1.066 secondi Mantenimento del plasma oltre i 100 milioni di gradi per una durata record.
KSTAR (Corea del Sud) 48 secondi Plasma mantenuto stabilmente a 100 milioni di gradi (ultimo record registrato).

Come Seoul intende vincere la sfida tecnica

Il salto dai 48 secondi attuali ai 300 secondi richiesti per la stabilità commerciale non è banale. Il problema principale a queste temperature infernali non è solo generare il calore, ma contenerlo senza distruggere la macchina che lo ospita.

La Corea del Sud sta puntando su una modifica strutturale e sull’intelligenza artificiale. KSTAR sta affrontando operazioni di lunga durata in un ambiente dotato di un divertore in tungsteno. Il tungsteno ha il vantaggio di resistere a temperature estreme, ma presenta un rischio letale per la reazione: se particelle di questo metallo si staccano ed entrano nel plasma, lo raffreddano istantaneamente, spegnendo il “sole”.

KStar

È qui che entra in gioco la vera innovazione su cui punta Seoul. Come spiegato da Yoon Siwoo, vicedirettore del KFE, la soluzione passa per il controllo attivo della forma del plasma tramite Intelligenza Artificiale. Algoritmi avanzati, capaci di reagire in millisecondi, modificheranno i campi magnetici per mantenere il plasma stabile e lontano dalle pareti, impedendo la contaminazione da tungsteno. È l’unione tra forza bruta (calore estremo) e controllo algoritmico millimetrico.

Avremo presto la fusione commerciale?

La strategia sudcoreana va letta in un’ottica macroeconomica ben precisa. Istituti di ricerca statali stanno mutando pelle: da enti di supporto alla ricerca di base a vere e proprie “piattaforme strategiche nazionali”. Investire massicciamente oggi per accaparrarsi i brevetti della fusione significa garantirsi l’indipendenza energetica assoluta domani, e la possibilità di esportare la tecnologia più preziosa del pianeta.

Avremo davvero la fusione commerciale negli anni ’30? È un traguardo tremendamente ambizioso, ma l’immissione di enormi capitali pubblici, unita alla flessibilità e velocità di esecuzione asiatica, rende questa data non più un miraggio ascrivibile alla fantascienza, ma un target industriale concreto. Per ora c’è solo Commonwealth Fusion che afferma di essere in grado di attivare il prossimo anno il proprio reattore dimostrativo a fusione nucleare commerciale con guadagno di potenza. Gli altri progetti hanno tempi più lontani.

Nel frattempo, per non farsi trovare impreparata, la Corea del Sud sta scommettendo pesantemente anche sui Reattori Modulari Piccoli (SMR). Il Korea Atomic Energy Research Institute (KAERI) ha già ottenuto l’approvazione per il design del suo SMR ‘SMART’. Questa tecnologia funge da ponte: garantisce energia baseload stabile, a zero emissioni e a costi prevedibili fin da subito, preparando il terreno industriale e infrastrutturale per il giorno in cui il primo sole artificiale commerciale sarà acceso in modo permanente.  L’autonomia energetica è, alla fine, soprattutto una questione di programmazione e di coretti investimenti di capitali, e smbra che la Corea abbia intrapreso la strada giusta.

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Nucleare in Italia: può essere davvero un’alternativa per abbassare le bollette energetiche?

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

La recente crisi energetica e l’iniziativa del governo che ha lavorato a un disegno di legge sul nucleare hanno riacceso il dibattito sulla reintroduzione di questa fonte nel mix energetico italiano. Il confronto tra favorevoli e contrari si concentra sul ruolo che il nucleare potrebbe svolgere nel processo di decarbonizzazione e nel favorire un abbassamento delle bollette. Le posizioni dei due fronti divergono su molti aspetti e bisogna considerare che, anche se venisse approvato un ritorno al nucleare, i tempi per l’entrata in funzione delle centrali sarebbero lunghi. Per ridurre da subito l’importo delle bollette la cosa migliore da fare è verificare la convenienza della propria tariffa ed eventualmente considerare un cambio di fornitore. Con il comparatore di SOStariffe.it si possono cercare le migliori offerte luce e le migliori offerte gas dei fornitori partner e valutare di quanto si può abbassare la spesa mensile attivando le soluzioni più competitive.

Nucleare sostenibile e di nuova generazione nel futuro dell’Italia?

Nonostante gli studi dimostrino che il nucleare è una tecnologia sicura, l’uso dell’energia generata dalla scissione dell’atomo è stato bocciato dai cittadini italiani già due volte in passato: con il primo referendum del 1987 e con il secondo nel 2011. Ora si sta lavorando a un nuovo intervento legislativo, con una legge delega (atto Camera 2669).

Alla Camera è attualmente in discussione un disegno di legge sul nucleare che promuove la realizzazione e la messa in funzione nel nostro Paese di piccoli impianti di nuova generazione. Si tratta di impianti SMR (Small Modular Reactors), considerati di più facile installazione rispetto a quelli tradizionali.

I favorevoli al nucleare puntano su energia pulita e indipendenza

Chi sostiene con forza il ritorno del nucleare in Italia ritiene che questa tecnologia riesca a risolvere due problemi cruciali con i quali sta facendo i conti il nostro Paese. Innanzitutto, il nucleare, inserito nel mix energetico nazionale, permetterebbe di ridurre le emissioni climalteranti, permettendo di beneficiare di energia pulita e sostenibile. In secondo luogo, diminuirebbe la dipendenza dell’Italia dalle importazioni estere, rendendo i mercati energetici italiani più resilienti e meno volatili.

Anche osservando i risultati raggiunti da altri Paesi europei, i favorevoli al nucleare sostengono che la sua introduzione nel mix energetico permetterebbe di abbassare le bollette.

Oltre a essere sostenibile e pulito, il nucleare consentirebbe anche di avere energia in modo costante e programmabile, bypassando quelli che sono i principali limiti delle energie rinnovabili. Eolico e solare hanno infatti cicli produttivi che seguono un andamento irregolare e discontinuo e non sono programmabili.

I contrari criticano tempi, costi e peso del nucleare

Chi boccia il ritorno del nucleare in Italia punta principalmente su aspetti pratici: i tempi necessari affinché l’energia possa essere sfruttata da famiglie e imprese, i costi dell’investimento e il peso che il nucleare avrà nel mix energetico.

L’aspetto su cui si concentrano maggiormente le critiche sono i tempi molto lunghi necessari per la realizzazione del progetto. L’orizzonte temporale è lungo decenni: serve molto tempo per la fase iniziale di definizione dei progetti e per la concessione delle autorizzazioni, ulteriore tempo per la costruzione degli impianti e poi per il loro collaudo prima che possano entrare a regime.

Come è facile intuire, la complessità dell’operazione si traduce anche in costi molto alti. Nel disegno di legge elaborato dal governo si suggerisce in qualche modo l’intervento di privati, ma la spesa rimane comunque un’incognita, così come l’entità dei costi che rimarrebbero a carico della collettività.

Inoltre, i critici del nucleare ritengono che sostenere questi alti costi e attendere così tanto tempo non sia una scelta adeguata, tenendo conto che il nucleare coprirebbe una quota ridotta del fabbisogno energetico nazionale.

Altre critiche puntano sul costo effettivo dell’energia nucleare. Il vicepresidente del Kyoto Club, Francesco Ferrante, fa riferimento ad esempio a studi europei che stimano il costo del nucleare tra le due e le tre volte maggiore delle rinnovabili. Anche sul piano tecnologico ci sono forti perplessità: gli SMR sono infatti ancora in fase di sviluppo o prototipazione. 

Associazioni, esperti e studiosi che non vogliono il ritorno del nucleare suggeriscono la costruzione di un mix energetico trainato da fonti rinnovabili, incentivando un bilanciamento tra fonti programmabili e non.

È urgente accelerare sulla transizione energetica e sulla riduzione delle bollette

Secondo Copernicus i Paesi europei dovrebbero aumentare la velocità del processo di decarbonizzazione e di transizione energetica. I risultati raggiunti lo scorso anno sono buoni, con le rinnovabili che hanno coperto il 46,5% del fabbisogno di elettricità, ma è necessario fare di più anche per rendere l’economia europea più competitiva e più attraente verso gli investitori esteri.

Per le famiglie è invece prioritario ottimizzare le spese per le bollette. Analizzare le offerte disponibili sul mercato e scegliere le tariffe migliori per le utenze di luce e gas diventa fondamentale.

Con il comparatore di SOStariffe.it si possono confrontare in pochi secondi le offerte disponibili sul mercato libero e proposte da tanti fornitori partner. Le migliori offerte luce del momento partono da 0,101 €/kWh per l’energia elettrica e da 0,43 €/Smc per il gas. In entrambi i casi si tratta di offerte a prezzo fisso, con offerta bloccata per 36 mesi.

Si possono anche scegliere offerte a prezzo indicizzato: in questo caso il costo dell’energia elettrica e del gas viene adeguato mensilmente in base all’andamento del corrispondente prezzo all’ingrosso (PUN per l’energia elettrica e PSV per il gas). Chi preferisce avere tariffe allineate al prezzo di mercato può prendere in considerazione le migliori offerte indicizzate del periodo, che partono da 0,129 €/kWh per l’elettricità e da 0,447 €/Smc per il gas.  

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L’Egitto fa centro nel Deserto Occidentale: 70 milioni di barili che cambiano le carte in tavola (e aggirano Suez)

Il mondo ha sete di energia. I mercati globali, scossi dalla guerra in Iran, tremano di fronte ai forti rincari e alle rotte di rifornimento sempre più incerte. In questa situazione critica, l’Egitto tira fuori dal cilindro — o meglio, dalle sabbie del Deserto Occidentale — una scoperta che non è solo una boccata d’ossigeno per le proprie casse, ma una mossa strategica fondamentale per l’economia dell’area.

Parliamo del più grande giacimento scoperto negli ultimi 15 anni in quella specifica zona. È un vero tesoro nascosto che promette di cambiare gli equilibri di un Paese che ha sempre bisogno di energia, strizzando l’occhio a un’Europa attualmente in piena crisi del gas.

I Numeri della Scoperta Bustan South-1X

Il Ministero del Petrolio egiziano ha annunciato con grande soddisfazione i risultati del pozzo esplorativo Bustan South-1X. I lavori, condotti dall’impianto EDC 9 per conto di Agiba Petroleum (una società mista tra la compagnia petrolifera di stato egiziana ed Eni), hanno nettamente superato le attese.

Le stime iniziali sono di tutto rispetto:

Tipo di Risorsa Quantità Stimata
Gas Naturale 330 miliardi di piedi cubi
Condensati e Greggio 10 milioni di barili
Totale Equivalente 70 milioni di barili (BOE)

Questa non è l’unica buona notizia dell’anno per l’Egitto e i suoi partner internazionali. Solo ad aprile, a circa 70 chilometri dalla costa, era stato annunciato il ritrovamento di altri 2000 miliardi di piedi cubi di gas. Negli ultimi due anni, queste operazioni esplorative hanno permesso ad Agiba di portare la produzione nel Deserto Occidentale a 32.000 barili al giorno, il livello massimo da tre anni a questa parte.

Il Triangolo d’Oro: posizione, costi e geopolitica

I numeri sono grandi, ma il vero punto di forza di questa scoperta è la sua posizione. Il nuovo pozzo si trova ad appena 10 chilometri dai tubi e dagli impianti già esistenti. Per chi investe questo significa una cosa molto chiara: si spende molto meno per avviare la produzione. L’allacciamento rapido alla rete energetica permetterà di incassare subito i frutti dell’investimento, senza i lunghi anni di attesa tipici dei nuovi enormi cantieri isolati.

La vera marcia in più, però, è la geopolitica. Lo sfruttamento del giacimento offre un’alternativa sicura alle crisi globali in corso. Il gas e il petrolio potranno infatti arrivare direttamente nel bacino del Mediterraneo, muovendosi verso l’Europa senza dover per forza passare per il difficile e congestionato Canale di Suez e senza sfiorare le acque sempre più pericolose del Mar Nero.

Oppure, scenario altrettanto probabile, queste nuove risorse andranno a saziare la fame cronica di gas dell’Egitto. In questo modo si sosterrà in maniera vitale la domanda dell’economia interna e si eviteranno i pesantissimi danni causati dai continui blackout alle industrie locali.

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Per Draghi e Lagarde la transizione green non è un lusso

Rallentare il green deal dell’Ue aggrava le vulnerabilità energetiche, tecnologiche, geopolitiche e climatiche

L’Europa ha scoperto che la transizione energetica non è una questione ambientale separata dalla politica industriale, dalla sicurezza e dalla stabilità economica. È diventata, al contrario, il punto di intersezione tra tutte le grandi fragilità strategiche del continente: la dipendenza energetica dall’estero, il ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, l’esposizione alle crisi geopolitiche e la crescente vulnerabilità climatica. Per questo motivo, nel dibattito europeo sta emergendo una consapevolezza nuova: rallentare il Green Deal non significherebbe proteggere l’economia europea, ma indebolirla ulteriormente.

Gli ultimi mesi hanno accelerato questa presa di coscienza, secondo l’analisi di Antonio Pollio Salimbeni, corrispondente a Bruxelles per Il Sole 24 Ore Radiocor ed esperto di economia internazionale, su La Matinale Européenne. Lo shock geopolitico legato allo Stretto di Hormuz, tornato al centro delle tensioni internazionali dopo i bombardamenti di USA e Israele in Iran, ha ricordato quanto l’Europa resti esposta alle crisi dei combustibili fossili. Negli ultimi anni, una parte significativa del dibattito politico europeo aveva attribuito proprio alla transizione verde l’aumento dei costi energetici e la perdita di competitività industriale.
Molti governi, tra cui il nostro, avevano chiesto apertamente di rallentare o ridimensionare il Green Deal. Ma la nuova instabilità mediorientale ha riportato al centro una realtà spesso rimossa: l’Unione europea (Ue) importa ancora circa il 60% della propria energia e continua a dipendere quasi integralmente da fonti fossili provenienti da aree geopoliticamente instabili.

Per la Presidente della Bce Christine Lagarde il vero costo della transizione è nei suoi ritardi

È in questo contesto che la Banca centrale europea (Bce) ha scelto di intervenire con un messaggio politico ed economico piuttosto orientato inaspettatamente alla transizione green. La presidente della Bce, Christine Lagarde, e il capo economista Philip Lane hanno rilanciato a Francoforte un paradigma strategico europeo caratterizzato non più una contrapposizione tra sostenibilità e crescita, ma dalla convinzione che sicurezza energetica, stabilità dei prezzi, innovazione industriale e autonomia geopolitica siano ormai elementi inseparabili.

Gli ultimi dieci anni hanno messo in luce un paradosso preoccupante – ha affermato Lagarde – ogni nuovo dato sottolinea la necessità di accelerare la transizione verde, eppure questa sta perdendo slancio. L’anno scorso, le emissioni globali di carbonio derivanti dai combustibili fossili hanno raggiunto livelli record e ora stiamo assistendo a un’inversione di tendenza in alcune giurisdizioni”. Il riferimento agli Stati Uniti è evidente, soprattutto dopo il progressivo smantellamento di alcune politiche climatiche federali, ma Lagarde guarda anche alle resistenze interne all’Europa.

La presidente della Bce ha infatti affrontato direttamente il cuore della polemica politica europea: “Negli ultimi anni, abbiamo persino assistito a dibattiti in Europa sull’eventualità che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile in un mondo geopoliticamente instabile, aumentando le bollette energetiche. Eppure, lo status quo è chiaramente insostenibile, dato che l’Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi interamente da combustibili fossili. L’attuale impennata dei prezzi dell’energia ci ricorda il costo di questa dipendenza”.

È un passaggio cruciale perché ribalta completamente la narrativa dominante di una parte del dibattito pubblico europeo. Secondo la Bce, il vero fattore di vulnerabilità non è la transizione energetica, ma il ritardo della transizione stessa. Più l’Europa rimane ancorata ai combustibili fossili, più resta esposta alla volatilità dei prezzi internazionali, alle crisi geopolitiche e alle pressioni strategiche dei grandi esportatori di energia.

Per Mario Draghi le sfide decisive si giocano sulla sicurezza energetica e l’AI

Dal 2020 l’Europa è stata colpita da una pesante sequenza di shock (pandemie, tensioni commerciali, guerre e crisi energetiche) che hanno messo in luce una fragilità strutturale: la dipendenza strategica dall’esterno. Mario Draghi, ospite ieri nel municipio di Aquisgrana, dove è stato insignito del Premio Carlo Magno, di fronte a vari capi di Stato europei, alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e la stessa Lagarde, ha spiecato che la crescita economica è oggi la condizione indispensabile per finanziare la transizione energetica, rafforzare la difesa, sostenere l’invecchiamento della popolazione e costruire le industrie digitali del futuro.

Uno dei punti centrali del discorso dell’ex presidente della Banca centrale europea ed ex premier italiano riguarda proprio l’energia. L’Europa continua a dipendere in modo eccessivo dalle importazioni, in particolare dal gas naturale liquefatto americano e dalle catene di approvvigionamento cinesi per le tecnologie verdi. Questa vulnerabilità rende il continente più esposto agli shock geopolitici e all’aumento dei prezzi. Draghi sostiene che un mercato energetico europeo davvero integrato, con reti, interconnessioni e capacità di stoccaggio condivise, permetterebbe una maggiore sicurezza energetica e accelererebbe la decarbonizzazione. I paesi con una quota più alta di energia pulita, osserva, stanno già pagando prezzi dell’elettricità significativamente più bassi.

Il secondo tema è quello dell’indipendenza economica e strategica. Secondo Draghi, l’Europa non ha ancora costruito un sistema capace di trattenere e investire i propri risparmi nell’economia reale europea. Una parte consistente del capitale europeo continua infatti a finanziare innovazione e crescita negli Stati Uniti, dove il mercato dei capitali è più integrato e dinamico. Questa situazione aumenta la dipendenza europea dall’esterno e limita la capacità del continente di reagire rapidamente alle crisi.

La sfida decisiva riguarda però le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Draghi sottolinea come il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti si stia ampliando, trainato soprattutto dalla maggiore digitalizzazione dell’economia americana. L’AI rappresenta una svolta storica: secondo le stime OCSE, potrebbe generare circa metà della crescita della produttività del prossimo decennio. Ma per competere servono investimenti enormi in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e data center.

Qui l’Europa rischia di restare indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, che stanno investendo su scala molto più ampia. Draghi avverte che l’intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre: migliora con l’uso e crea vantaggi cumulativi permanenti per chi parte prima. Per questo il ritardo europeo non è solo economico, ma strategico.

Il messaggio finale è chiaro: autonomia tecnologica e energetica sono due facce della stessa sfida. Senza integrazione economica, investimenti comuni e capacità industriale, l’Europa rischia di perdere sovranità, competitività e peso geopolitico nel mondo del prossimo decennio.

Fonti rinnovabili per affrontare crisi energetica e climatica

Lagarde, che nel suo discorso ad Aquisgrana per celebrare Draghi ha rilanciato il dovere dell’Europa di “rimanere padrona del proprio destino”, iniziando proprio da “mercati energetici troppo frammentati”, ha anche sottolineato come i Paesi maggiormente avanzati nella produzione elettrica da fonti non fossili abbiano mostrato una maggiore resilienza agli shock energetici. “I Paesi in cui una quota maggiore di elettricità è generata da fonti non fossili, come Spagna e Portogallo, sono stati meglio protetti dall’aumento dei prezzi del gas”, ha spiegato. Non è solo un argomento ambientale: è una questione di autonomia energetica, competitività economica e stabilità macroeconomica.

Philip Lane ha rafforzato questa analisi con un messaggio altrettanto netto. “Sebbene vi siano costi a breve termine, ad esempio a causa delle tasse sul carbonio, il passaggio alle energie rinnovabili renderà l’area dell’euro più resiliente riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e dovrebbe anche ridurre la volatilità dell’inflazione”, ha dichiarato il capo economista della BCE. È un cambio di prospettiva importante anche per una banca centrale tradizionalmente concentrata esclusivamente sulla stabilità monetaria. Oggi Francoforte considera il cambiamento climatico e la dipendenza energetica fattori diretti di instabilità inflazionistica.

La questione climatica non viene più interpretata come un rischio futuro, ma come una variabile economica già pienamente operativa. Secondo le stime dell’Organizzazione meteorologica mondiale riportate da Shiv Yucel, Dottoranda in Geografia e Ambiente presso l’Università di Oxford, in un articolo pubblicato su The Conversation, l’ondata di calore dell’estate 2025 ha contribuito a un aumento annuo dei prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell’Eurozona compreso tra lo 0,4% e lo 0,7%. Non solo, si è scoperto che quattro anni dopo una siccità, o un’alluvione, la produzione regionale resta mediamente inferiore di tre punti percentuali rispetto ai livelli precedenti.

L’impatto umano è altrettanto drammatico. Nell’estate del 2025, dieci giorni di caldo estremo hanno provocato 2.300 morti in dodici grandi città europee, di cui 1.500 attribuibili direttamente ai cambiamenti climatici che hanno amplificato le temperature tra uno e quattro gradi. Le ondate di calore, secondo i dati internazionali, sono state responsabili di quasi mezzo milione di morti l’anno nel mondo tra il 2000 e il 2019. A ciò si aggiungono lo scioglimento accelerato dei ghiacciai europei e un’estensione senza precedenti degli incendi boschivi.

Lane ha insistito anche su un elemento spesso sottovalutato nelle dinamiche monetarie: “L’inflazione nel settore alimentare gioca un ruolo significativo nel determinare la percezione delle famiglie sul tasso di inflazione prevalente e le loro aspettative di inflazione a breve termine”. In altre parole, la crisi climatica non colpisce soltanto la produzione agricola, ma influenza direttamente la fiducia sociale e la stabilità delle aspettative economiche.

Come si legge nel bollettino economico pubblicato oggi dalla Bce: l’inflazione dei beni energetici è balzata al 10,9% dopo il 5,1% di marzo, mentre per quanto concerne i beni alimentari, ha registrato un lieve aumento, al 2,5%, “i rischi al rialzo per l’inflazione e quelli al ribasso per la crescita si sono intensificati”.

La transizione green è sempre più una strategia industriale e geopolitica per l’Europa, che qui si gioca un pezzo di sovranità

Il punto centrale, tuttavia, è che la transizione energetica europea non può essere ridotta a una semplice politica climatica. È ormai una strategia industriale e geopolitica. L’Europa si trova stretta tra due modelli di capitalismo industriale aggressivo: quello americano, sostenuto da enormi incentivi pubblici e dal protezionismo tecnologico dell’Inflation Reduction Act, e quello cinese, basato sul controllo delle catene globali delle materie prime critiche, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie verdi.

L’Unione europea rischia di trovarsi contemporaneamente dipendente dall’estero per l’energia e subordinata tecnologicamente nelle filiere strategiche della transizione. È questo il vero nodo politico del Green Deal nella sua nuova fase: non solo decarbonizzare, ma costruire una capacità industriale europea autonoma nelle reti elettriche, nell’idrogeno, nelle batterie, nei semiconduttori, nei materiali critici e nelle tecnologie pulite.

Anche per questo la Commissione europea ha progressivamente modificato il proprio approccio. Se nella prima fase del Green Deal il focus era prevalentemente regolatorio, oggi Bruxelles guarda sempre più agli aspetti strutturali del sistema energetico europeo: interconnessione delle reti, accumulo energetico, infrastrutture comuni, diversificazione delle fonti di approvvigionamento e politica industriale continentale. L’obiettivo non è soltanto ridurre le emissioni, ma costruire una vera sovranità energetica europea.

In questo quadro assume particolare rilievo la posizione di Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese ed ex commissario europeo all’Economia. Rehn, in passato associato alle teorie dell’“austerità espansiva”, oggi sostiene che l’Europa debba affrontare simultaneamente tre grandi sfide strategiche: la sicurezza continentale, la transizione energetica e climatica e la crescita economica fondata sugli investimenti.

Il messaggio è chiaro: senza investimenti massicci nella trasformazione energetica e tecnologica, l’Europa rischia di perdere definitivamente peso economico e politico nello scenario globale. La transizione green non è più un capitolo separato delle politiche pubbliche europee. È diventata il terreno decisivo su cui si giocheranno la competitività industriale, la stabilità economica e l’autonomia strategica del continente nei prossimi decenni.

Il ritorno (inevitabile) del green

Oggi Draghi e Lagarde presentano la transizione energetica come la risposta quasi naturale alla fragilità europea: meno dipendenza dai fossili importati, più resilienza agli shock, più autonomia strategica. Ma questa lettura arriva dopo anni in cui le istituzioni europee hanno trattato il clima soprattutto come un dossier tecnico, da integrare con prudenza nei modelli macroeconomici e nei bilanci delle banche centrali, non come una questione di potere, sicurezza e sovranità industriale.

Chi la pensava diversamente finiva spesso per essere etichettato come “complottista”, ingenuo o legato a impostazioni ideologiche dannose per l’Europa.

Il risultato di questo ‘ripensamento’ generale è una narrazione molto più ambiziosa sul piano politico, ma anche più comoda: attribuisce alla transizione green un ruolo risolutivo, proprio mentre l’Europa paga il prezzo di ritardi, scelte sbagliate (queste sì legate a ideologie retrograde), contraddizioni e dipendenze costruite nel tempo.

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Luce e gas, in arrivo nuove misure anti crisi per proteggere le fasce deboli

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

L’ARERA è al lavoro per introdurre nuove misure contro il caro bollette. Il bonus luce e gas rimane la principale forma di sostegno su cui fanno affidamento le famiglie a basso reddito, ma sono allo studio interventi aggiuntivi pensati per alleggerire la spesa per le utenze.

In attesa di conoscere quali saranno le soluzioni adottate, è possibile reagire alla crisi energetica andando alla ricerca di offerte luce e offerte gas convenienti.

Con un’analisi mirata fatta sul comparatore di SOStariffe.it si mettono a confronto le proposte di numerosi fornitori partner. Oltre a poter scegliere tra tariffe a prezzo fisso o indicizzato, si ottiene anche una stima del risparmio che si può avere in bolletta.

Più sostegni per le famiglie a basso reddito

Negli ultimi mesi i prezzi del gas e, di conseguenza, quelli dell’elettricità sono saliti rapidamente a causa della crisi scatenata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. La forte volatilità dei mercati energetici ha avuto un immediato riflesso sulle bollette, aumentando le difficoltà finanziarie per le famiglie a basso reddito.

È in questo contesto che si inserisce la decisione dell’ARERA di lavorare allo sviluppo di nuove forme di sostegno che si vadano ad affiancare al bonus luce e gas.

ARERA apre al confronto con le parti interessate

Con la delibera 138/2026/R/com, l’ARERA ha aperto allo studio di misure pensate per rafforzare le tutele per chi già percepisce il bonus sociale sulle bollette luce e gas, eventualmente anche attraverso l’introduzione di nuovi sostegni.

Il lavoro sarà svolto attraverso tavoli tecnici che coinvolgeranno gli stakeholders e tramite documenti di consultazione predisposti dall’ARERA. La fase di confronto e di raccolta delle proposte sarà attiva fino a fine anno.

Con la sua iniziativa, l’ARERA punta non solo a mitigare gli effetti negativi del caro prezzi, ma vuole anche aumentare la consapevolezza delle scelte contrattuali degli utenti e limitare le condizioni di morosità. Sono allo studio anche delle modifiche alle modalità di erogazione dei bonus, per semplificare le procedure e accorciare i tempi.

L’iniziativa dell’ARERA punta anche a introdurre dei bonus analoghi per il settore ambientale e per quello idrico.

Come risparmiare, con i bonus luce e gas e il confronto delle offerte 

Attualmente, le famiglie a basso reddito possono ottenere uno sconto sulle bollette di luce e gas, con importo variabile a seconda delle caratteristiche del proprio nucleo familiare.

Il bonus sociale per disagio economico è stato rinnovato anche per il 2026, con un ISEE leggermente più alto rispetto allo scorso anno: il bonus è infatti riconosciuto ai nuclei familiari che hanno presentato una DSU aggiornata e che hanno un ISEE fino a 9.796 euro (lo scorso anno era 9.530 euro). Per le famiglie numerose, cioè con almeno 4 figli a carico, la soglia ISEE rimane di 20.000 euro.

Il bonus luce per il 2026 va da un minimo di 146 euro annui per i nuclei formati da 1 o 2 persone fino a 204,40 euro per le famiglie composte da più di 4 persone. Il bonus viene ripartito in quote costanti e applicato in bolletta con cadenza mensile o bimestrale a seconda delle condizioni contrattuali concordate con il proprio fornitore.

L’importo del bonus gas dipende non solo dalla numerosità del nucleo familiare, ma anche dall’uso che si fa del gas e dalla zona climatica di residenza. Gli importi vengono aggiornati trimestralmente dall’ARERA e sono differenziati durante l’anno, garantendo un maggior sostegno durante i mesi più freddi. Per il primo trimestre dell’anno lo sconto in bolletta è stato compreso tra 14,40 euro e 78,30 euro.

Il bonus luce e gas per disagio economico viene applicato in automatico in bolletta se si rispettano i requisiti di reddito previsti dalla normativa. Inoltre, il Decreto Bollette ha introdotto un contributo straordinario una tantum di 115 euro sulla bolletta elettrica, riconosciuto a chi percepisce il bonus sociale. Lo stesso decreto ha previsto la possibilità che i fornitori dell’elettricità riconoscessero un contributo facoltativo fino a 60 euro per il primo bimestre 2026 per i clienti che non percepiscono il bonus bollette e che hanno un ISEE fino a 25.000 euro.

Sin dalla sua introduzione, il bonus luce e gas è stato una misura importante per aiutare le famiglie a basso reddito, specialmente nei periodi di crisi economica. Dal momento che l’importo del bonus non è legato ai propri consumi, abbassare la spesa diventa fondamentale per massimizzare i benefici ottenibili e risparmiare. A influire in modo particolare sulle bollette è la tariffa scelta: sul mercato libero si possono confrontare le proposte di più fornitori e capire quale garantisce il massimo risparmio.

Il comparatore di SOStariffe.it fa un’analisi precisa delle soluzioni tariffarie di vari fornitori partner e consente di confrontare offerte a prezzo fisso o indicizzato, aiutando nel percorso di ricerca delle opzioni più convenienti. Per una stima più affidabile e precisa del proprio risparmio è anche possibile richiedere un’analisi personalizzata della bolletta. Sulla base dei consumi e delle abitudini di utilizzo dell’elettricità e del gas, si ricevono consigli su misura che aiutano nella scelta del miglior fornitore.

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Anche la guerra diventa green? Uno studio della NATO: “Più forti e autonomi con le rinnovabili”

Uno studio del Centro per la sicurezza energetica della NATO spiega perché è fondamentale puntare sulle rinnovabili

Un modello energetico più orientato alle fonti energetiche rinnovabili e alternative ai combustibili fossili porterebbe a una drastica “riduzione della dipendenza da carburanti tradizionali“, a un “aumento del 20% dell’efficienza energetica” e a “un miglioramento del 35% dell’autonomia energetica“.

Questi sono alcuni dei numeri chiave dello studio realizzato dall’Energy Security Centre of Excellence della NATO in Lituania, che illustra la necessità di valutare un nuovo mix energetico per la sicurezza operativa delle missioni dell’Alleanza atlantica, in termini di prontezza, autonomia, operatività ed efficienza.

La NATO opera in diversi contesti climatici e geografici e non ovunque è possibile impiegare i vecchi sistemi di alimentazione energetica degli impianti utilizzati per alimentare le basi militari, dalla logistica base alle strutture in essi contenuti, fino agli avamposti.

La guerra in Iran e la crisi del Golfo nel suo insieme ha messo in difficoltà anche gli apparati militari dell’Alleanza atlantica, stimolando un confronto interno tra i partner sul modo migliore di superare i vecchi modelli energetici e sviluppare nuove fonti e tecnologie.

Transizione energetica green più per l’autonomia energetica che per l’ambiente

Probabilmente la transizione energetica, in questo caso, è più vista in termini di miglioramento dell’efficienza e della sicurezza, che di decarbonizzazione o attenzione alla questione ambientale.
Questo approccio risponde a minacce ibride, dipendenze da fornitori instabili e alla transizione energetica globale.

Investire in fonti rinnovabili e pulite, o comunque alternative a petrolio e gas, “rafforza la capacità di risposta militare”, secondo i ricercatori del Centro NATO. Sfruttare nuove tecnologie legate al solare e all’eolico, ma anche all’idrogeno e al biodiesel, consente di abbandonare i tradizionali generatori diesel, ad esempio, che presentano “notevoli svantaggi logistici”, si legge nello studio.

In futuro, si prevede un’ampia elettrificazione dei sistemi dei campi e un utilizzo notevolmente maggiore delle fonti di energia rinnovabile“, si legge nel documento, in cui è sottolineato come “i pannelli solari integrati con l’energia eolica potrebbero rappresentare una delle soluzioni di prossima generazione più facilmente impiegabili in diversi scenari”.

Tutti d’accordo sulle rinnovabili? Sicuramente non gli Stati Uniti

Lo studio indica certamente una direzione, ma non da conto delle posizioni dei singoli alleati. In Europa l’orientamento green è più marcato, ma di certo non è condiviso dagli Stati Uniti, che a più riprese con l’amministrazione Trump hanno messo in discussione la transizione energetica, ostacolandola concretamente soprattutto nell’ultimo anno (almeno a livello federale, in numeri Stati invece le rinnovabili stanno avanzando).

L’amministrazione Trump ha revocato sussidi IRA (Inflation Reduction Act), cancellato prestiti per oltre 83 miliardi di dollari in progetti solari, eolici e storage, e promosso il ricorso ai combustibili fossili con “Drill baby drill”. Washington è inoltre uscita dagli Accordi di Parigi, bloccando nuovi permessi per progetti eolici onshore/offshore, ritardando valutazioni ambientali e contestando le posizioni dell’IEA che definiscono i combustibili fossili come dannosi. Risultato: le installazioni solari sono calate del 14% nel 2025 rispetto al 2024.

Primi test di carburanti alternativi

Anche in termini di carburanti per gli aerei militari, sia d’attacco, sia da trasporto materiali e truppe, si guarda con grande interesse a soluzioni alternative. In un articolo su politico.eu, si riporta che la Norvegia ha già utilizzato carburante sintetico sostenibile per l’aviazione sul caccia F-35, mentre la Francia l’ha testato sugli elicotteri da combattimento.

Le difficoltà degli approvvigionamenti di carburante in aree di guerra, come in Ucraina, hanno spinto i vertici militari a sperimentare nuove soluzioni. Le truppe di Kiev si sono trovare più volte, anche sulla linea del fronte, a dover sopperire con urgenza alla mancanza di carburante per alimentare i propri mezzi, fino al razionamento. Una condizione insostenibile durante un conflitto, che mette a repentaglio strategie e tattiche.

La NATO ha già adottato il Climate Change and Security Action Plan (2021), che promuove efficienza energetica, micro-reti ibride e soluzioni autonome per le forze armate, riducendo la dipendenza da combustibili fossili logistici vulnerabili.

Proprio in Italia, a Taranto, il Centro operativo Sud NATO ha messo a punto una strategia orientata alla neutralità energetica, con impianto fotovoltaico da 240 kW e sistemi di accumulo, primo progetto pilota globale della “NATO Green Energy Initiative”.

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