COP30 entra nel vivo: oggi il debutto del Green Digital Action Hub
Dopo aver ribadito con forza che gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico procedono troppo lentamente, i leader mondiali hanno lasciato gli edifici della COP30 nella città amazzonica di Belém, in Brasile, per lasciare spazio ai negoziatori di oltre 200 Paesi.
I lavori in programma
Ora inizia il vero lavoro. In particolare, il primo giorno della COP30 segna una svolta per adattamento e tecnologia. Banche multilaterali di sviluppo e partner stanno presentando nuovi strumenti e modelli di finanziamento per trasformare i piani di adattamento in progetti finanziabili e riproducibili in scala, e nel pomeriggio è in programma l’inaugurazione del Green Digital Action Hub, una piattaforma globale per promuovere una trasformazione digitale più verde e inclusiva. Tra le altre iniziative figurano anche l’AI Climate Institute, tecnologie digitali per decarbonizzare e avanzare nella trasparenza dei dati sulle emissioni ICT.
L’arrivo dei leader indigeni
A confermare che COP30 sia entrata nel vivo del dibattito, anche l’arrivo, stamattina a Belèm, dei leader indigeni delle comunità della foresta amazzonica, che hanno chiesto un ruolo più attivo nella gestione “energetica” dei propri territori.
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Un rapporto pubblicato la scorsa settimana da Earth Insight e dalla Global Alliance of Territorial Communities ha, infatti, rilevato che circa il 17% delle aree pluviali occupate da comunità locali, è oggi minacciato da concessioni per trivellazioni di petrolio e gas, attività minerarie e disboscamento.
Ma quello delle comunità indigene è solo uno dei tanti casi presentati in COP30 che ribadiscono un concetto di fondo: la Conferenza delle Parti non può farsi paladina dei più deboli limitandosi ad offrire garanzie finanziarie e fondi d’ investimento.
COP30, gli interessi in gioco
Nelle prossime due settimane, quindi, si discuterà nei dettagli tecnici di tutto, da come ridurre al meglio le emissioni, alla roadmap per abbandonare i combustibili fossili, alla struttura dei fondi per aiutare i Paesi più poveri a far fronte agli impatti di eventi meteorologici sempre più estremi.
In un momento storico, in cui questioni come guerre, dazi e bolle finanziarie, stanno spostando il clima dalla vetta dell’agenda internazionale, qualsiasi accordo finale richiederà, però, anche il consenso dei più scettici. Di chi vede nella transizione energetica “un freno alla crescita”. Nonchè, paradossalmente, dei maggiori produttori di petolio, fomentati dalle politiche trumpiane.
La roadmap del fossile, tutti gli occhi su Trump
Com’è noto, gli Stati Uniti usciranno dall’Accordo di Parigi il prossimo 27 gennaio, e tutt’ora nè Trump nè altri delegati si sono registrati per partecipare ai colloqui della COP30. Tuttavia, c’è tempo fino al termine dei lavori, e funzionari statunitensi potrebbero presentarsi in qualsiasi momento.
Ad ogni modo gli Stati Uniti domineranno le trattative, in linea con il sostegno governativo a combustibili fossili e il disprezzo manifestato per le azioni contro il cambiamento climatico. Oltretutto, alla COP28 di Dubai, i Paesi si erano impegnati a ridurre gradualmente l’uso dei combustibili fossili, ma nessuno dei più di 60 aggiornamenti dei piani climatici nazionali presentati da allora ha fissato obiettivi concreti per ridurre l’effettiva produzione di petrolio e gas.
Una partita complessa densa di interessi geopolitici
Come ben spiegato in un editoriale di Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, il vertice internazionale è una partita complessa, che va giocata su più fronti, tra interessi nazionali e geopolitici. Ma è, tuttavia, una partita iniziata, che difficilmente potrà essere interrotta. Al massimo rallentata dai capricci di Trump.
Il mondo sta vivendo quella che il think tank climatico Ember definisce una “rivoluzione elettrotecnologica” e tra le questioni incombenti rientra inevitabilmente la ricerca del capitale iniziale necessario.
È grazie ai sussidi, infatti, che le politiche governative hanno potuto dare il via allo sviluppo di solare, eolico e batterie. Oggi grazie alla diffusione di tecnologie pulite si è innescato un circolo virtuoso che vede una rapida diffusione delle economie di scala e innovazione accelerata.
Molti Paesi emergenti, per fortuna, vedono ormai la transizione energetica non come un ostacolo allo sviluppo, ma come un motore di crescita. Le aree del mondo storicamente povere di energia vogliono quindi compiere un “salto di fase”, passando direttamente alle nuove tecnologie e sfruttando elettricità abbondante, economica e non inquinante.
L’Agenda di COP30
A differenza delle due edizioni precedenti, la COP30 non punta a un grande risultato emblematico. Tuttavia, un ambito in cui i negoziatori potrebbero compiere progressi concreti riguarda la necessità di adattarsi ai cambiamenti climatici, tema tornato drammaticamente d’attualità con l’uragano Melissa, che ha colpito la Giamaica causando danni stimati fino a 4,2 miliardi di dollari.
I colloqui si concentreranno quindi sulla riduzione della lista degli indicatori di resilienza climatica, passando da 400 a circa 100 entro la chiusura della COP30, in modo da ottenere criteri più chiari per valutare le politiche e il sostegno ai Paesi. L’attuale obiettivo di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento scade alla fine dell’anno, e diversi delegati sperano che venga fissato un nuovo traguardo.
Al via COP30: Tajani “La green economy è un’opportunità, non un vincolo”
La trentesima Conferenza delle Parti ha preso ufficialmente il via. I leader mondiali riuniti da ieri a Belém, in Brasile, hanno infatti iniziato a tracciare il bilancio di dieci anni dall’accordo di Parigi, e di vent’anni da quello di Kyoto, due pietre miliari della lotta globale al cambiamento climatico. Il vertice dei leader e Capi di Stato, rappresentato per l’Italia da Antonio Tajani, anticipa le trattative vere e proprie, che entreranno invece nel vivo lunedi 10 novembre e che dovrebbero, si auspica, portare ad un nuovo ambizioso accordo.
La COP della verità
Il padrone di casa, Luiz Inacio Lula da Silva, nel discorso di apertura con cui ha accolto formalmente i leader dei diversi Paesi, ha parlato di “Cop della verità”, augurando a tutti i presenti un summit caratterizzato da meno parole e più impegni concreti.
https://youtu.be/j-ifXn1H1jQ
“Forze estremiste sono impegnate nella fabbricazione di menzogne per ottenere vantaggi elettorali a danno dell’ambiente“,
ha ammonito il leader brasiliano rivolgendosi all’ampia tavola rotonda dei Paesi del G20, in cui restano vuote le sedie dei Presidenti Donald Trump e Xi Jinping.
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La delegazione europea a COP30
Un’assenza colmata, in parte, dell’Unione Europea, la cui delegazione è composta dal presidente del Consiglio europeo António Costa, dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dalla presidenza danese del Consiglio.
Forte dell’accordo appena raggiunto, dopo mesi di negoziazione, sugli obiettivi climatici UE al 2035 e al 2040, richiesti proprio in occasione della Conferenza, la Presidente della Commissione ha assicurato:
“Faremo di tutto perché questa Cop sia un successo“
Tajani “Ispirati da San Francesco, lasciamo le persone al centro”
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“La green economy non deve essere un problema, ma una grande opportunità” ha affermato il Ministro degli esteri Tajani durante il proprio intervento, rinnovando la linea del Governo italiano sostenuta anche dall’Unione Europea, come emerso dalle ultime riunioni del gruppo dei 27.
Secondo tali principi, le politiche ambientali non devono rappresentare un vincolo, bensì una leva di progresso e libertà, un motore per investimenti, crescita e innovazione tecnologica. Richiamandosi alla figura di San Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottocentenario dalla morte, Tajani ha ricordato che “l’uomo è al centro della tutela della natura” e che solo salute e prosperità possono rendere le comunità meno vulnerabili ai cambiamenti climatici.
Tajani si è, quindi, soffermato sulla questione sociale, spiegando che l’Italia promuove una transizione energetica equa e neutrale.
“Le fonti rinnovabili coprono ormai il 50% della produzione elettrica italiana, e per la prima volta eguagliano il contributo dei combustibili fossili.
Ma questo non basta.
Dobbiamo utilizzare tutte le tecnologie disponibili, includendo il nucleare di nuova generazione, l’idrogeno verde e i biocarburanti” ha scandito il Ministro.
Proprio in tema di biocarburanti, Tajani ha annunciato l’iniziativa presentata dal Bel paese insieme a Brasile e Giappone, volta a quadruplicare la produzione di carburanti sostenibili entro il 2035, invitando tutti gli altri Paesi ad aderire.
Fondazione Marevivo: “A Belém si lavori per salvare il polmone blu del pianeta”
“Il mare è il nostro migliore alleato contro il caos climatico, ma lo stiamo portando al collasso. Le decisioni della COP30 devono riflettere questa realtà. Proteggere gli oceani è una misura di adattamento e mitigazione climatica tra le più efficaci, se non la più efficace, che abbiamo a disposizione – spiega Rosalba Giugni, Presidente di Marevivo. – Dobbiamo agire subito per proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030, come richiesto dalla comunità scientifica e dagli accordi internazionali. Servono impegni specifici e misurabili per la protezione degli ecosistemi marini e costieri – continua Giugni. – Difendere le ‘foreste blu’ di mangrovie e le praterie sottomarine come strumento di mitigazione del carbonio; investire in programmi di osservazione degli oceani per comprendere appieno l’accelerazione dei cambiamenti e sviluppare strategie di adattamento efficaci; affrontare congiuntamente cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento – in particolare, da plastica – che minacciano la salute degli oceani e la loro funzione climatica”.
Italia innovatore in tecnologie spaziali applicabili nella transizione
Dopo un passaggio sui nuovi provvedimenti adottati per promuovere l’economia circolare, migliorare la gestione del ciclo di vita delle batterie e la gestione sostenibile dei rifiuti, il Titolare della Farnesina ha elogiato il ruolo dell’Italia come fornitore di nuove tecnologie spaziali, utilizzate per promuovere un’agricoltura sostenibile con un minore impiego di acqua e pesticidi.
“Siamo inoltre in prima linea nell’uso innovativo della meteorologia, grazie al servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare, un’eccellenza italiana al servizio dei nostri partner internazionali.
Penso anche all’applicazione, in agricoltura, delle tecnologie di evoluzione assistita, e alle competenze italiane nella gestione efficiente delle risorse idriche, a beneficio della produzione agricola e dello sviluppo tecnologico dell’intero sistema agroalimentare.
L’acqua è vita, è essenziale per il benessere delle persone, e la sua gestione responsabile è cruciale per la sostenibilità del pianeta” ha continuato.
Tajani ha concluso annunciando che Roma ospiterà, nell’ottobre del prossimo anno, il primo Forum Euro-Mediterraneo sull’Acqua, nonchè la riunione dei ministri degli Esteri e dell’Ambiente dell’Unione per il Mediterraneo, dedicata proprio al tema dell’acqua.
Canada: addio al tetto sulle emissioni? Il nuovo governo Carney punta su mercati e tecnologia, dimenticando Trudeau
Cambio di rotta radicale a Ottawa sulla politica climatica.Il nuovo governo federale canadese, guidato da Mark Carney, sembra intenzionato a mandare in soffitta il controverso piano sul “tetto alle emissioni” (emissions cap) del settore oil & gas, una misura bandiera del precedente esecutivo di Justin Trudeau.
Per approfondire:
La nuova “Strategia per la Competitività Climatica“, delineata nel Bilancio 2025, sposta il focus dai divieti agli investimenti, preferendo un approccio basato sul mercato e sulla tecnologia, non fissando un limite diretto alle emissioni di CO2.
Il piano del governo Trudeau, presentato lo scorso anno, era ambizioso: un limite massimo all’inquinamento da gas serra per il settore, con l’obiettivo di ridurre le emissioni del 35% rispetto ai livelli del 2019.Una mossa che aveva messo l’ex PM in rotta di collisione diretta con l’Alberta, la provincia cuore della produzione petrolifera canadese.
L’Alberta, sostenuta dall’industria, ha sempre contestato la misura, definendola di fatto un “tetto alla produzione”. “Non si tratta di emissioni,” dichiarò l’anno scorso Rebecca Schulz, Ministro dell’Ambiente dell’Alberta, “Si tratta del fatto che il governo federale vuole tagliare la produzione di petrolio e gas… anche se costa migliaia di posti di lavoro”. Uno scontro istituzionale ed economico non da poco.
Ora, il Bilancio 2025 presentato dal governo Carney cambia le carte in tavola. La nuova strategia climatica si basa “sullo stimolare gli investimenti, non sui divieti, e sui risultati, non sugli obiettivi”.
Come intende il nuovo governo raggiungere la riduzione delle emissioni? Attraverso tre pilastri principali:
Mercati del carbonio efficaci (efficaci, non solo punitivi).
Regolamenti rafforzati sulle emissioni di metano.
L’implementazione su larga scala di tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCUS).
Il documento di bilancio è chiaro: se questo approccio funzionerà, “il tetto alle emissioni di petrolio e gas non sarebbe più necessario, poiché avrebbe un valore marginale nella riduzione delle emissioni”.
In sostanza, la nuova amministrazione Carney cerca una via più pragmatica per garantire la sostenibilità del settore energetico canadese, indispensabile per l’accesso ai mercati internazionali che privilegiano la sostenibilità, senza però strangolare la propria industria di punta.
Impianto d’estrazione del petrolio pesante dalla sabbia in Alberta
Domande e risposte
Perché il nuovo governo canadese vuole eliminare il tetto alle emissioni? Il nuovo governo Carney ritiene che un tetto rigido (un “divieto”) sia meno efficace e più dannoso per l’economia rispetto a un approccio basato sugli incentivi e sul mercato. La nuova strategia punta a stimolare gli investimenti in tecnologie pulite (come il CCUS) e a migliorare i mercati del carbonio. L’idea è che se queste misure funzionano, rendono il “tetto” (la vecchia misura di Trudeau) obsoleto, ottenendo gli stessi risultati di riduzione delle emissioni senza imporre un limite diretto alla produzione, che l’Alberta vedeva come una minaccia.
Cosa si intende per “cattura e stoccaggio del carbonio” (CCUS)?Il CCUS (Carbon Capture, Utilization and Storage) è un insieme di tecnologie progettate per catturare le emissioni di anidride carbonica (CO2) prodotte da processi industriali o centrali elettriche, prima che vengano rilasciate nell’atmosfera. Una volta catturata, la CO2 viene compressa e trasportata (spesso tramite pipeline) per essere stoccata in profondità nel sottosuolo, in formazioni geologiche sicure (come giacimenti di petrolio e gas esauriti). L’obiettivo è impedire che la CO2 contribuisca al cambiamento climatico.
Perché la provincia dell’Alberta era contraria al piano di Trudeau? L’Alberta è il cuore dell’industria petrolifera e del gas canadese. Il governo provinciale sosteneva che il “tetto” (cap) proposto da Trudeau non fosse realmente una misura ambientale, ma un tentativo di limitare forzatamente la produzione di energia. Riteneva che imporre un taglio così netto (35% rispetto al 2019) avrebbe reso le operazioni antieconomiche, costringendo le aziende a chiudere o ridurre l’estrazione, con una conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro e un danno significativo all’economia provinciale e nazionale.
COP30, l’UE tenta l’ultimo accordo sugli obiettivi. È scontro tra Paesi
L’Unione Europea ci riprova. Dopo il fallimento dello scorso settembre, i Paesi membri ora si affrettano a raggiungere un compromesso sul Clima a pochi giorni dall’incontro, il prossimo 6 novembre, della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen con gli altri leader mondiali. A Bruxelles, i ministri dell’Ambiente e i Capi di Stato dei 27, riuniti per il Consiglio straordinario ambiente, stanno facendo un ultimo tentativo per portare a COP30 un nuovo obiettivo di neutralità carbonica al 2040.
Il rischio è quello di presentarsi al vertice delle Nazioni Unite, in partenza il 10 novembre a Belem, in Brasile, senza una proposta concreta per ridurre drasticamente le emissioni di CO2.
Com’è noto, la Conferenza delle parti, giunta alla sua trentesima edizione, ha lo scopo di testare la volontà delle grandi potenze di proseguire nella lotta al cambiamento climatico. In questo contesto, un fallimento dell’Ue nel trovare un accordo minerebbe dunque la credibilità del blocco europeo. Soprattutto in un momento segnato dalla chiara opposizione del Presidente USA, Donald Trump, alle politiche ambientali globali.
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C’è da dire che finora l’Europa si è dimostrata virtuosa nel contrastare il riscaldamento globale, adottando alcune delle politiche di riduzione della CO2 più ambiziose al mondo. Tuttavia, emerge in maniera sempre più netta, la posizione di industrie e governi scettici riguardo alla possibilità di sostenere tali misure senza sacrificare altre priorità, come competitività e sostegno alla Difesa.
Così, paradossalmente, mentre Paesi come Cina, Regno Unito e Australia hanno già presentato i nuovi obiettivi climatici in vista della COP30, Bruxelles arranca sulla tabella di marcia alla ricerca di una soluzione comune.
La posizione dell’Italia
Il Bel Paese non ha un ruolo meno significativo nel gioco delle parti. Il Titolare dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha, infatti, dichiarato che un obiettivo di riduzione così ambizioso deve necessariamente essere accompagnato da opportune condizioni abilitanti e flessibilità.
“L’attuale proposta sui crediti internazionali è largamente insufficiente, – ha dichiarato il Ministro – chiediamo pertanto che la quota sia aumentata almeno al 5% a livello europeo, con un meccanismo di acquisto attraverso una piattaforma europea dedicata, e che l’entrata in vigore di questo meccanismo sia anticipata al 2031.
Fratin ha quindi sottolineato come le indicazioni dei Capi di Stato e di Governo riguardo ai crediti internazionali siano estremamente chiare:
“Dobbiamo prevedere un adeguato quantitativo di crediti. Non si tratta di una possibilità, ma di un elemento essenziale del quadro che stiamo delineando. Di conseguenza, chiediamo di eliminare il termine “possibile” in riferimento all’utilizzo dei crediti al fine di assicurare coerenza e chiarezza normativa” ha chiosato.
L’Italia ha, inoltre, ribadito la richiesta di rimuovere i blocchi normativi che limitano l’uso degli assorbimenti tecnologici (CCS, DACCS, BECCS). In base a tale proposta, ogni Stato membro deve poter scegliere liberamente come impiegare tutti gli strumenti a propria disposizione utilizzando tutte le leve disponibili secondo le priorità nazionali.
Fratin, dopo aver proposto l’introduzione di una nuova flessibilità per consentire agli Stati membri di utilizzare, solo se necessario, un ulteriore 5% di crediti internazionali per il raggiungimento dell’obiettivo nazionale nel rispetto del principio di costo-efficacia è tornato sul principio di neutralità tecnologica.
“A tal riguardo è per noi fondamentale includere un riferimento ai biofuel sostenibili per il settore del trasporto su strada, come anche indicato nella lettera della Presidente von der Leyen” ha detto.
Verso un obiettivo UE più flessibile
La base dei negoziati è la proposta della Commissione Europea di ridurre le emissioni nette di gas serra del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990, così da mantenere la traiettoria verso la neutralità climatica al 2050.
Mentre Italia, Polonia e Repubblica Ceca hanno espresso forti riserve, annoverando tra le varie motivazioni gli alti costi energetici, concorrenza cinese e dazi statunitensi, Paesi Bassi, Spagna e Svezia al contrario, spingono per traguardi più ambiziosi. Tra questi anche la necessità di recuperare terreno sulla Cina nella produzione di tecnologie verdi.
Una bozza di compromesso, che incorpora una clausola richiesta dalla Francia, prevede la possibilità di rivedere al ribasso l’obiettivo del 2040 qualora le foreste europee non riuscissero ad assorbire sufficiente CO₂ per rispettarlo.
Per favorire un’intesa, Bruxelles si è detta pronta a modificare alcune misure chiave, tra cui il meccanismo di controllo dei prezzi nel futuro mercato del carbonio e una possibile revisione del divieto di vendita dei motori a combustione dal 2035, su richiesta della Germania.
L’accordo, che i ministri tenteranno di raggiungere, dovrà anche stabilire in che misura il taglio del 90% delle emissioni potrà essere compensato attraverso l’acquisto di crediti di carbonio stranieri, riducendo così la pressione sulle industrie europee. La Francia, ad esempio, propone di portare questa quota al 5%, rispetto al 3% inizialmente previsto dalla Commissione, mentre altri Paesi sostengono che le risorse dovrebbero essere investite nel sostegno diretto alle imprese europee, anziché nell’acquisto di crediti esterni.
Per approvare il nuovo target servirà il voto favorevole di almeno 15 dei 27 Stati membri. Secondo fonti diplomatiche dell’UE, la votazione si preannuncia molto serrata e potrebbe dipendere dal cambio di posizione di uno o due Paesi chiave.
ExxonMobile: il petrolio della Guyana e del Permiano spinge gli utili in alto
Exxon Mobil (ha superato le aspettative di Wall Street per il terzo trimestre, registrando un utile rettificato di 8,1 miliardi di dollari, pari a 1,88 dollari per azione, in aumento rispetto ai 7,1 miliardi di dollari del secondo trimestre, grazie alla produzione record della Guyana e del Bacino Permiano. Secondo i dati LSEG, gli analisti avevano previsto un utile di 1,82 dollari per azione.
Per approfondire:
La forza operativa del trimestre è stata raggiunta nonostante il calo dei prezzi del greggio, con una media di 68,17 dollari al barile di Brent, in calo del 13% su base annua. La produzione di petrolio e gas è salita a 4,8 milioni di boe/giorno dai 4,6 milioni del secondo trimestre, con una produzione record in entrambe le regioni chiave che ha contribuito a compensare la debolezza dei prezzi. Il flusso di cassa libero, tuttavia, è sceso a 6,3 miliardi di dollari dagli 11,3 miliardi di un anno fa, poiché Exxon ha speso di più per l’acquisizione di terreni nel Permiano.
Exxon-Mobile utili per azione da Tradingeconomics
Exxon ha aumentato il dividendo trimestrale del 4% a 1,03 dollari per azione e ha confermato che è sulla buona strada per completare 20 miliardi di dollari di riacquisti di azioni quest’anno, dopo aver restituito 9,3 miliardi di dollari agli azionisti nell’ultimo trimestre. La società ha registrato 510 milioni di dollari di costi di ristrutturazione, ma ha affermato che la spesa in conto capitale per l’intero anno sarà leggermente inferiore alla previsione di 27-29 miliardi di dollari.
Gli utili a monte hanno raggiunto i 5,7 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 5,4 miliardi del secondo trimestre. La raffinazione ha contribuito con 1,8 miliardi di dollari. Il CEO Darren Woods ha dichiarato agli investitori che la società continua a concentrarsi sugli investimenti a lungo termine nonostante la debolezza del mercato a breve termine. “Il settore deve aumentare la produzione solo per mantenere la posizione”, ha affermato, sottolineando l’intenzione di Exxon di continuare ad espandere la capacità produttiva in previsione di una domanda futura più forte.
Woods ha anche rivelato che Exxon sta “procedendo” alla revoca della forza maggiore sul suo progetto Rovuma LNG da 30 miliardi di dollari in Mozambico, grazie al miglioramento delle condizioni di sicurezza. La mossa segue la decisione di TotalEnergies di riavviare il suo progetto vicino, aprendo potenzialmente la strada al Mozambico per diventare uno dei primi 10 produttori mondiali di gas entro il 2040.
I risultati del terzo trimestre evidenziano un’azienda in equilibrio tra espansione e disciplina: finanziando la crescita in Guyana, nel Permiano e nel GNL, mantenendo al contempo il capitale limitato e gli azionisti pagati. Dopo un anno di prezzi volatili, il messaggio di Exxon è chiaro: il lungo termine è ancora importante.
Distributore della Exxon
Domande e risposte
Come ha fatto Exxon ad aumentare gli utili se il prezzo del petrolio è sceso?
Il calo del prezzo del greggio (-13% annuo) è stato più che compensato da un significativo aumento dei volumi di produzione. Exxon ha raggiunto livelli record di estrazione nelle sue aree chiave, la Guyana e il Bacino Permiano, portando la produzione totale a 4,8 milioni di barili equivalenti al giorno. In breve: ha venduto molto più petrolio e gas, anche se a un prezzo unitario inferiore rispetto all’anno precedente, riuscendo così a battere le aspettative degli analisti.
Perché il flusso di cassa libero è diminuito se gli utili sono aumentati?
L’utile è una misura contabile, mentre il flusso di cassa (cash flow) misura il denaro contante reale. Sebbene gli utili siano saliti, il flusso di cassa libero è crollato da 11,3 a 6,3 miliardi di dollari. Exxon ha spiegato che ciò è dovuto principalmente a maggiori spese per investimenti (“capital expenditure”), in particolare per l’acquisizione strategica di nuovi terreni nel Bacino Permiano. L’azienda sta quindi reinvestendo più denaro per la crescita futura.
Qual è la strategia a lungo termine di Exxon, oltre a Guyana e Permiano?
Oltre a massimizzare la produzione nelle aree già avviate, il CEO Darren Woods punta forte sul Gas Naturale Liquefatto (GNL). L’azienda sta infatti procedendo per rimuovere la “forza maggiore” sul gigantesco progetto Rovuma LNG da 30 miliardi di dollari in Mozambico, grazie al miglioramento delle condizioni di sicurezza. Questa mossa, simile a quella di TotalEnergies, punta a trasformare il Mozambico in uno dei primi 10 produttori mondiali di gas entro il 2040.
Quali sono le 10 maggiori raffinerie del mondo? E dov’è l’Europa nell’elenco?
Mentre in Europa ci si concentra (forse un po’ troppo) esclusivamente sulla transizione energetica, la mappa globale dell’industria pesante, quella che fa funzionare davvero il mondo, è in pieno subbuglio. E la notizia del giorno arriva dall’Africa, precisamente dalla Nigeria.
Per approfondire:
La Dangote Refinery, già un impianto di tutto rispetto, ha annunciato un piano di espansione a dir poco colossale. A confermarlo è stato lo stesso presidente del gruppo, Alhaji Aliko Dangote: l’impianto passerà dagli attuali 650.000 barili al giorno (bpd) a ben 1,4 milioni di barili al giorno.
I lavori di costruzione per questo raddoppio, ha assicurato Dangote, inizieranno senza ulteriori ritardi.
L’obiettivo è chiaro e dichiarato: “Al completamento, questa diventerà la più grande raffineria del mondo, superando la raffineria Jamnagar in India“. Un sorpasso che segna un cambiamento significativo negli equilibri energetici globali, spostando il baricentro della raffinazione verso l’Africa occidentale.
Le raffinerie di petrolio sono i veri templi dell’economia moderna: complessi industriali mastodontici che trasformano il greggio in tutto ciò che ci muove, dalla benzina alla plastica. Richiedono investimenti di capitale immensi e tecnologie all’avanguardia.
Ma chi sono, attualmente, i dominatori di questo mercato? Ecco la classifica dei 10 colossi mondiali che la Nigeria si prepara a scalare.
Le 10 più grandi raffinerie di petrolio al mondo (per capacità attuale)
Questa è la classifica attuale, in attesa che Dangote completi la sua scalata:
Jamnagar Refinery (India)
Proprietario: Reliance Industries
Capacità: 1.240.000 bpd
Jamnagar refinery
Paraguana Refinery Complex (Venezuela)
SK Energy Ulsan Complex (Corea del Sud)
Proprietario: SK Energy
SK Ulsan
Capacità: 900.000 bpd
Yeosu Refinery (Corea del Sud)
Proprietario: GS Caltex
Capacità: 840.000 bpd
Ruwais Refinery (Emirati Arabi Uniti)
Proprietario: Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC)
Capacità: 827.000 bpd
Ruwais Refinery
Onsan Refinery (Corea del Sud)
Proprietario: S-Oil Corporation
Capacità: 669.000 bpd
Dangote Refinery (Nigeria)
Proprietario: Dangote Industries
Capacità: 650.000 bpd (Attuale, in espansione a 1,4m bpd entro il 2028)
Galveston Bay Refinery (Stati Uniti)
Proprietario: Marathon Petroleum Corporation
Galveston
Capacità: 631.000 bpd
Beaumont Refinery (Stati Uniti)
Proprietario: ExxonMobil
Capacità: ~630.000 bpd
Port Arthur Refinery (Stati Uniti)
Proprietario: Motiva Enterprises
Capacità: 600.000 bpd
Notate che non c’è nessuna raffineria europea, né dell’Ovest, né dell’Est né della Russia. Un indicatore molto chiaro della decadenza industriale del Vecchio Continente.
Domande e Risposte (FAQ)
1. Perché l’espansione della raffineria Dangote è così strategica? Per la Nigeria, significa passare da importatore netto di prodotti raffinati (nonostante sia un grande produttore di greggio) a esportatore. Questo rafforza la sua bilancia commerciale e la sua sicurezza energetica. A livello globale, crea un nuovo, enorme polo di raffinazione in Africa, capace di servire sia il mercato interno africano che quello europeo e americano, alterando i flussi commerciali consolidati e sfidando i colossi asiatici e statunitensi.
2. Cosa emerge dalla classifica attuale delle raffinerie? La classifica mostra una chiara dominanza dell’Asia (India e, soprattutto, Corea del Sud) nella raffinazione ad altissima capacità. Questi paesi hanno investito massicciamente per diventare hub globali di raffinazione. Anche gli Stati Uniti mantengono una presenza forte, con impianti storici e molto grandi, principalmente concentrati sulla costa del Golfo del Messico (Texas). La presenza della venezuelana Paraguana al secondo posto è quasi “storica”, data la sua attuale capacità operativa ridotta.
3. Cosa significa “bpd” (barili al giorno) in termini pratici? “Bpd” sta per Barrels Per Day. Un barile di petrolio corrisponde a 42 galloni USA, circa 159 litri. Quando la raffineria di Dangote raggiungerà 1,4 milioni di bpd, significa che sarà in grado di processare fisicamente 1,4 milioni di barili di greggio ogni singolo giorno, trasformandoli in benzina, diesel, cherosene (carburante per aerei), GPL e altre materie prime chimiche. Si tratta di un volume di lavorazione industriale quasi inimmaginabile.
Gas, possibile rivoluzione in arrivo per il mercato all’ingrosso in Italia. Cosa cambierà
Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.
Allo studio del governo ci sono misure che permetterebbero di annullare lo spread tra il prezzo all’ingrosso italiano (il PSV) e quello usato a livello europeo (il TTF). Questa novità potrebbe essere inserita già nel Decreto Energia 2025, atteso entro fine ottobre.
A beneficiare dell’allineamento tra i prezzi all’ingrosso italiano ed europeo sarebbero direttamente gli utenti del gas, ma indirettamente anche quelli dell’elettricità.
In attesa che le novità vengano ufficializzate, confrontare le offerte gas e luce disponibili sul mercato libero rimane lo strumento migliore per risparmiare sulle bollette: grazie alla comparazione fatta da SOStariffe.it è possibile individuare rapidamente le tariffe più convenienti degli operatori partner.
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Spread tra PSV e TTF: cos’è e perché incide sulle bollette
Nella quasi totalità dei casi, le tariffe gas proposte sul mercato italiano, tanto nel mercato libero quanto in quello tutelato, sono determinate sulla base del PSV (Punto di Scambio Virtuale), cioè il prezzo all’ingrosso che si forma dall’incontro tra domanda e offerta.
L’indice PSV viene utilizzato per determinare le tariffe a partire da ottobre 2022. Nel 2021 e fino a settembre 2022, le offerte gas proposte sul mercato italiano erano prevalentemente legate al TTF (Title Transfer Facility), il prezzo del gas che si forma sulla borsa di Amsterdam e che è preso come riferimento per l’intero mercato europeo.
Il valore dei due indici non coincide e il PSV tende a essere superiore rispetto al TTF. Anche se il divario tra i due prezzi all’ingrosso si è ridotto molto dopo i valori eccezionali raggiunti durante la crisi energetica del 2022 con il PSV che si è mantenuto al di sopra del TTF di qualche punto percentuale.
Questa differenza è giustificata, in parte, dai costi necessari per il trasporto del gas sulla rete italiana e in parte dalla gestione degli stock nazionali. Una quota dei maggiori costi è legata però anche a dinamiche speculative, ed è proprio su questo che il governo vuole intervenire.
Il fatto che il PSV sia superiore al TTF è uno dei motivi per i quali le bollette italiane sono superiori rispetto a quelle degli altri Paesi. In un recente question time al Senato, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin, ha annunciato la volontà del governo di intervenire su questo punto per eliminare lo spread tra il prezzo del gas italiano e quello europeo.
Le misure allo studio per rivoluzionare il mercato all’ingrosso
Secondo quanto dichiarato da Pichetto Fratin, gli interventi che dovranno superare il differenziale tra PSV e TTF dovrebbero essere inclusi nel Decreto Energia 2025, che potrebbe essere approvato entro la fine di ottobre.
Le misure allo studio sono tese a raggiungere due obiettivi ambiziosi. Da un lato, si vuole allineare il prezzo del gas nazionale con quello europeo. Dall’altro lato, si vuole intervenire per disaccoppiare il prezzo del gas da quello dell’elettricità, ricorrendo a contratti e ad accordi di lungo termine come i PPA (Power Purchase Agreement) e i CfD (Contracts for Difference). In questo modo, in caso di aumento del costo del gas non ci sarebbe un’automatica ripercussione anche sul prezzo dell’elettricità, come avviene ora.
I benefici in bolletta dell’equiparazione tra PSV e TTF
Intervenire per ridurre il prezzo all’ingrosso del gas ha un effetto immediato sulle bollette. Il minore costo della materia prima implica infatti un risparmio per famiglie e imprese, soprattutto durante i mesi invernali.
Dal momento che il gas viene utilizzato per produrre una quota rilevante dell’elettricità, abbassare il costo all’ingrosso del gas finisce per avere un effetto indiretto anche sulla bolletta dell’elettricità, almeno fino a quando il meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità non verrà riformato.
Nell’attesa di conoscere le novità inserite nel Decreto Energia 2025, la soluzione più efficace per ridurre da subito la spesa per le bollette è confrontare le proposte dei fornitori del mercato libero. Il comparatore di SOStariffe.it fa un’analisi veloce ed affidabile delle offerte di più operatori partner del servizio e permette di individuare a colpo d’occhio quelle più convenienti sulla base dei consumi e delle abitudini della propria famiglia.
Manovra, caro energia: che fine hanno fatto i 25 miliardi di aiuti alle imprese?
Non meri aggiustamenti tecnici, ma un vero e proprio cambiamento di paradigma che contempli una visione integrata, fatta di norme efficaci, infrastrutture moderne, politiche industriali coerenti, incentivi economici, formazione e finanza sostenibile.
È quanto occorre al Paese in questo momento secondo il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. C’è ora da capire quali riforme troveranno supporto concreto nella Manovra finanziaria 2026, appena approvata dal Governo, un’operazione da 18,7 miliardi di euro. “Per le imprese parliamo di circa 8 miliardi di investimenti, c’è il “super e iper ammortamento con investimenti ammessi pari a 4 miliardi di euro” ha riferito in conferenza stampa la Premier Meloni. Ma, ha aggiunto, “stiamo valutando la possibilità di usare la revisione a medio termine della politica di coesione per aumentare sensibilmente queste risorse.”
Si era, infatti, parlato inizialmente di 25 miliardi di euro. Non tardano ad arrivare le prime critiche. Una è quella di Simone Gamberini, presidente di Legacoop:
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“Manca la spinta per la crescita. Servirebbe una terapia d’urto per promuovere gli investimenti, soprattutto in questa fase, nella quale per rimanere competitivi occorre puntare sull’innovazione e sul digitale. Non ci sono interventi sul costo dell’energia, che per le imprese italiane è doppio rispetto ai concorrenti europei: ancora non arriva il disaccoppiamento dei prezzi di elettricità e gas, e sono insufficienti i sostegni per le aziende energivore“.
Ma andiamo per ordine.
Caro energia, Fratin: “L’Italia non può essere paragonata a Francia o Spagna”
Gilberto Pichetto Fratin, in sede di question time in Senato, torna a discutere dello scenario energetico italiano nel contesto europeo, in particolare dei costi dell’energia e di transizione energetica, ribadendo un concetto più volte esposto: l’Italia è un caso a sè stante e dunque non è accettabile il confronto con gli altri Paesi europei.
Di fronte ai quesiti posti dalle Senatrici Silvia Fregolent e Raffaella Paita (Italia Viva) circa i temi dolenti, ormai noti agli italiani, del caro bollette e delle difficoltà patite dall’Industria nostrana a causa degli alti costi dell’energia, aggravate di recente anche dai dazi statunitensi, il Titolare dell’Ambiente ha sottolineato le profonde differenze strutturali tra i principali partner europei:
“Certamente il confronto con Spagna e Francia non è possibile. La Francia ha il nucleare e non paga ETS; la Spagna gode dei frutti dell’isolamento, ha utilizzato il nucleare e ha l’Andalusia tappezzata di fotovoltaico, ma con qualche problema di rete; la Germania ha deciso di mettere 26 miliardi direttamente sul sistema bollette, che sono 6,5 miliardi l’anno. Questa è la differenza”.
Un’analisi che, dietro la valutazione geopolitica, lascia intravedere una rivalutazione implicita del nucleare come possibile opzione strategica.
Bollette e oneri di sistema: misure per famiglie e PMI
Tuttavia, nel rispondere al quesito parlamentare, Fratin ha riconosciuto il gap competitivo dell’Italia sui costi di generazione elettrica, determinato dal diverso mix energetico rispetto agli altri Paesi europei:
“In relazione al quesito posto dagli onorevoli interroganti, siamo consapevoli del gap dell’Italia sui costi di generazione elettrica derivante dalla diversità del mix di fonti e per questo stiamo lavorando ad una serie di misure di carattere strutturale.
Stiamo affrontando il tema del peso degli oneri generali di sistema in bolletta soprattutto sulle famiglie e le piccole e medie imprese che non possono beneficiare di alcune agevolazioni riservate agli energivori” ha affermato.
Disaccoppiamento dei prezzi e riforme strutturali
Riguardo alla questione del “disaccoppiamento dei prezzi dell’energia”, il Ministro ha convenuto poi che non si tratti esclusivamente di una questione economica, ma soprattutto culturale e politica.
“Oggi assistiamo a un raddoppio dello spread tra gas e prezzo dell’energia elettrica, dovuto al peso del gas e della produzione termoelettrica nella determinazione del prezzo finale. È il risultato di scelte compiute negli ultimi 27 anni”.
Fratin ha quindi citato l’eliminazione dello spread tra il TTF (Title Transfer Facility) e il PSV (punto di scambio virtuale) italiano tra le soluzioni necessarie al problema del caro energia, descrivendola alla platea parlamentare come l’unica in grado di portare benefici ai consumatori sia di gas sia di elettricità.
Energy release
Il Titolare dell’Ambiente ha dunque accennato alla misura dell’energy release, finalizzata a promuovere il contributo delle imprese energivore alla creazione di nuova capacità di generazione di energia elettrica da fonte rinnovabile, assicurando nel medio termine alle imprese partecipanti l’accesso a energia elettrica a prezzi contenuti.
“Abbiamo proposto altresì una risoluzione della saturazione virtuale della rete che non solo serve a sbloccare un coacervo di richieste stratificatesi nel tempo, che non consentirebbero lo sviluppo di progetti di fonti rinnovabili, ma garantisce pro-futuro la razionalizzazione e la minimizzazione degli interventi sulle reti elettriche con evidenti riduzioni di oneri in bolletta”.
L’obiettivo di questo insieme di misure è favorire la competitività delle nostre imprese e dare respiro alle famiglie, tenuto conto degli obiettivi di decarbonizzazione che ci siamo dati al 2030” ha concluso.
I quesiti irrisolti
Sono diversi i punti, rimasti senza risposta, che la senatrice Paita ha voluto evidenziare nella replica al Ministro.
“Che fine hanno fatto i 25 miliardi di euro annunciati in aiuti alle imprese? Intendete destinarli davvero al sostegno della produzione italiana? Sì o no? Per ora, risposta non pervenuta” ha domandato.
La senatrice ha poi toccato il tema di Industria 5.0, sottolineando come il piano attuale non stia funzionando come previsto.
“Sarebbe bastato riprendere il modello adottato dal Governo Renzi con il piano Industria 4.0 o con lo Sblocca Italia, che avevano prodotto risultati concreti.”
Altro nodo critico sollevato da Paita riguarda l’ipotesi di escludere l’ETS (Emission Trading System) dal comparto turbogas, una misura che, secondo la senatrice, consentirebbe un risparmio di circa 25 euro per megawattora, con un impatto immediato sui costi energetici.
“Le imprese lo chiedono da tempo e continuano a sollecitare una risposta che non arriva. Senza interventi, le aziende italiane continueranno a pagare un deficit strutturale rispetto ai competitor europei, con effetti pesanti anche su famiglie e produttività. È esattamente quanto già sottolineato dall’ex premier Mario Draghi” ha sottolineato.
In chiusura, Paita ha rivolto un monito diretto al Ministro:
“Oggi, più che ricordarci che siamo in ritardo rispetto agli altri Paesi, sarebbe stato utile sapere quali azioni concrete intende adottare per migliorare la situazione. La risposta, purtroppo, non è arrivata. Speriamo che nella Legge di Bilancio emerga finalmente qualche idea.”
Cambio fornitore luce e gas in 24 ore, la rivoluzione del mercato è stata rimandata
Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.
Quella del cambio fornitore in 24 ore era la novità più attesa da parte dei consumatori. Sarebbe dovuta partire dal 1° gennaio 2026, ma per il momento è tutto rimandato. Le modifiche alla normativa hanno rinviato l’arrivo della riforma, che sarà finalmente operativa entro la fine del prossimo anno.
Si prevede che poter cambiare fornitore di energia elettrica in un giorno avrà un impatto forte sul mercato, incentivando la concorrenza e spingendo i consumatori a confrontare le offerte e ad approfittare delle migliori opportunità di mercato.
Già oggi il confronto delle tariffe è una strategia efficace per abbassare le bollette: comparatori come quello di SOStariffe.it incrociano i dati riguardanti tante offerte luce e gas dei fornitori partner, per riuscire a fornire informazioni attendibili e aggiornate sulle soluzioni migliori del periodo.
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Lo switch lampo è rinviato entro fine 2026
A introdurre la possibilità per i consumatori di procedere con il cambio fornitore in 24 ore, anche indicato come switch lampo, è stata la Direttiva UE 2019/944, recepita in Italia dal Decreto Legislativo n. 210/2021. Queste norme fissavano la data di entrata in vigore della novità da gennaio 2026.
A poche settimane dalla data X l’UE è tornata sui suoi passi e ha emanato un provvedimento di rettifica che sposta in avanti il termine entro cui i fornitori di elettricità e gas devono adeguarsi. Bisognerà attendere l’approvazione di una delibera attuativa dedicata per conoscere in dettaglio le date entro cui la riforma sarà effettiva.
Ma in cosa consiste questo cambio fornitore in 24 ore? La riforma interviene accorciando notevolmente i tempi richiesti per il passaggio di un’utenza luce o gas da un operatore a un altro. Le nuove norme impongono ai fornitori di comunicare tempestivamente le richieste di cambio fornitore al Sistema Informativo Integrato (SII), che ha il compito di gestire sul piano tecnico il passaggio delle utenze. A questo punto la palla passa ai fornitori, che dovranno gestire l’attivazione dell’offerta commerciale.
Vantaggi e rischi del cambio fornitore in un giorno
Il cambio fornitore in 24 ore si traduce in un grande risparmio di tempo: se attualmente servono fino a 8 settimane per cambiare fornitore di luce e gas, con la nuova procedura tutto il processo non durerà più di 3 settimane.
Inoltre, poter passare velocemente a un altro fornitore incentiva i consumatori a confrontare le offerte e a cogliere le opportunità più interessanti del mercato. Ci si aspetta che questo sistema stimoli la concorrenza, portando a un graduale abbassamento delle tariffe.
Il possibile effetto positivo sul prezzo dell’elettricità e del gas però non mette tutti d’accordo. C’è infatti chi teme che i maggiori costi a carico dei fornitori di energia per la gestione delle richieste di cambio operatore possano riflettersi sulle bollette, con un risparmio nullo o quasi per gli utenti.
C’è poi il rischio del cosiddetto “turismo energetico”, cioè la presenza di utenti che chiedono continuamente cambi di fornitura, allo scopo di eludere il pagamento delle bollette. Per arginare questo rischio, le compagnie che forniscono luce e gas hanno ipotizzato l’introduzione di un deposito cauzionale, sul quale avrebbero la possibilità di rivalersi, oppure di prevedere un tetto annuo al numero di richieste di cambio fornitura.
Come abbassare le bollette in attesa dello switch rapido
Quando sarà attivo lo switch lampo sarà possibile iniziare subito a beneficiare di discese nei prezzi e di promozioni. Anche ora, comunque, monitorare il mercato libero permette di trovare soluzioni interessanti per abbassare le proprie bollette.
Il comparatore di SOStariffe.it, ad esempio, incrocia i dati relativi a decine di offerte luce e gas ed evidenzia quelle che offrono il maggior risparmio. Si possono anche ottenere risultati personalizzati: basta inserire una stima dei propri consumi annui e qualche informazione relativa alle proprie abitudini di consumo dell’elettricità o del gas.
Nel fare la ricerca ci si può concentrare sulle offerte a prezzo bloccato, che fissano il costo della componente energia per 12 o 24 mesi (ma ci sono fornitori che arrivano fino a 36 mesi), oppure quelle a prezzo indicizzato, nelle quali il costo della componente energia viene aggiornato mensilmente sulla base dell’andamento del prezzo all’ingrosso (PUN nel caso dell’energia elettrica o PSV per il gas).
A cambiare, con lo switch lampo, saranno solo i tempi del cambio fornitore. La procedura per l’utente rimarrà praticamente la stessa, l’operazione resta gratuita e il confronto tra le proposte dei fornitori rimane lo strumento più potente per alleggerire la spesa per le bollette di luce e gas.
Green Deal? Per gli italiani va eliminato. Urso e Fratin “necessario approccio realistico”. L’evento
Il 65% degli italiani pensa che il Green Deal Europeo vada eliminato, il 75% non acquisterebbe mai un’auto elettrica, il 68% crede che la transizione green danneggi l’economia. I dati, allarmanti, sono emersi da un sondaggio effettuato da Adnkronos, illustrato oggi durante il Convegno “Sostenibilità al bivio”, organizzato dalla stessa agenzia di stampa presso Palazzo dell’Informazione a Roma.
Green Deal, neutralità tecnologica e competitività
I numeri indubbiamente offrono una fotografia chiara (e piuttosto inquietante) del pensiero comune sul processo di decarbonizzazione e la lotta al cambiamento climatico, riflettendo la convinzione secondo cui adottare standard di efficienza energetica e di sostenibilità ambientale rappresenti una minaccia per la produttività del Paese.
A confermare i timori, vi è poi la traiettoria seguita dal Governo, sempre più protesa verso il principio della neutralità tecnologica. Un criterio semplice, simile alla “teoria del meno peggio”: inquina, ma inquina di meno. Una condizione apparentemente complementare al processo di elettrificazione in atto, presentata come necessaria a sbloccare lo stallo in cui si trova l’Italia, ma che rischia di minare uno dei pilastri portanti del Green Deal europeo, quello del Net Zero.
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Dibattito sul Green Deal a Piazza Mastai: istituzioni, imprese e governo a confronto
E proprio di Green Deal, competitività industriale e zero emissioni si è discusso durante l’acceso dibattito che ha visto confrontarsi istituzioni, rappresentanti del mondo privato e figure governative nella cornice di Piazza Mastai. Tra gli interventi di spicco quello di Carlo Corazza, Direttore dell’ufficio del Parlamento europeo in Italia, Enrico Giovannini, Direttore ASviS ed ex ministro, e del Ministro della Transizione energetica Gilberto Pichetto Fratin.
Sullo sfondo il video discorso registrato, in apertura del Convegno, del Ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso:
“L’energia rappresenta una delle sfide più importanti per il nostro Paese e per l’Europa: una sfida complessa, anche perché è spesso intrappolata nella logica ideologica del Green Deal, che ha già tarpato le ali a molte imprese europee”.
Urso “Green Deal, impostazione ideologica”
“Fin dal nostro insediamento abbiamo scelto di assumerci un ruolo da protagonisti nella gestione di questo processo, proponendo in Europa un approccio equilibrato, responsabile e realistico, capace di rendere la transizione sostenibile. È un approccio che si discosta nettamente dall’impostazione ideologica del Green Deal, basato esclusivamente sull’elettrificazione — una tecnologia in cui la Cina domina e sulla quale l’Europa è tuttora in ritardo.” haavvertito il titolare del Mimit.
I traguardi raggiunti nel settore Automotive
“Abbiamo già conseguito risultati concreti – ha quindi aggiunto – salvaguardando comparti strategici come quello automobilistico e riportando l’Italia al centro delle scelte europee in materia industriale ed energetica. Tuttavia, la questione dell’auto dimostra che non basta “fare i compiti a casa”: è indispensabile cambiare le regole europee, come anche la Germania ora condivide con noi.
L’Italia ha guidato una solida alleanza europea, presentando un anno fa alla Commissione un documento di indirizzo strategico — il cosiddetto Non Paper — che ha portato l’Unione a rivedere il regolamento sulle emissioni di CO₂. Oggi siamo finalmente nel pieno delle riforme necessarie. Si sta aprendo la strada verso soluzioni più aderenti alle esigenze del lavoro, dei cittadini e delle imprese europee, introducendo un principio fondamentale: la neutralità tecnologica. In questo modo, la riduzione delle emissioni potrà essere perseguita senza pregiudizi ideologici, valorizzando tutte le tecnologie che la scienza mette a disposizione”.
Il Piano Transizione 5.0
“Questi temi sono al centro sia del documento congiunto che abbiamo inviato, insieme al Ministero dell’Economia tedesco, alla Commissione europea, sia delle posizioni condivise da molte associazioni e imprese europee. Tutti chiediamo con forza che l’Europa agisca subito: non c’è più tempo da perdere” ha chiosato il Ministro Urso, ribadendo che sulla scia dei risultati ottenuti si sia deciso di proseguire con lo stesso metodo anche su altri fronti, come quello delle industrie energivore.Il Piano Transizione 5.0, finanziato con le risorse del PNRR attraverso il capitolo RepowerEU, e la richiesta della revisione sostanziale del CBAM, il meccanismo di controllo del carbonio alle frontiere, che oggi penalizza le imprese europee dell’energia, della siderurgia, della chimica, della ceramica, del vetro e dello spazio, rientrano in questo scenario.
“Il piano ha già registrato prenotazioni per 2,5 miliardi di euro e, entro la fine dell’anno, supererà presumibilmente i 3 miliardi in appena tredici mesi di attuazione: un risultato significativo.
Ora stiamo lavorando a una nuova misura di innovazione e investimento a sostegno delle imprese, utilizzando le risorse del bilancio nazionale nei prossimi tre anni. In collaborazione con Confindustria e le principali associazioni di categoria, vogliamo rendere questi fondi più mirati e coerenti con le reali necessità delle imprese, per incentivare l’innovazione sia digitale sia green e vincere una doppia sfida.
Questa misura, finanziata con risorse nazionali, sarà finalmente libera dai vincoli imposti dal Green Deal europeo e potrà quindi essere destinata alle imprese che ne hanno più bisogno — in particolare a quelle energivore finora escluse dai limiti comunitari, come ceramica, carta, siderurgia e chimica. Si è inoltre appena concluso lo sportello per i mini-contratti STEM, dedicato a progetti nei settori strategici dell’idrogeno e della digitalizzazione.
Questa è la strada da seguire. Solo così potremo garantire competitività e affrontare insieme la duplice sfida della transizione digitale e di quella energetica” ha, infine, concluso il Ministro.
Sostenibilità “leva” per crescita e competitività
L’intervento del Ministro Adolfo Urso non ha lasciato indifferenti gli altri speaker, offrendo numerosi spunti di conversazione. Dai numerosi interventi è emerso un messaggio chiaro: la sostenibilità deve diventare un fattore strutturale, capace di guidare le scelte economiche, industriali e tecnologiche. Norme efficaci, infrastrutture moderne, politiche industriali coerenti, incentivi economici, formazione e finanza sostenibile costituiscono la chiave per mantenere la leadership tecnologica e industriale dell’Italia e dell’Europa, garantendo al contempo benessere e tutela ambientale.
“Parlare oggi di Green Deal significa affrontare non solo una questione ambientale, ma una vera e propria sfida economica, industriale e geopolitica. L’Europa, in generale, si sta preparando a un futuro di decarbonizzazione, a un modello in cui la sostenibilità ambientale diventa il fulcro anche delle politiche industriali” ha ricordato il professor Enrico Giovannini.
Giovannini “Il Green Deal è una strategia economica”
“Oggi il contesto politico e geopolitico è complesso. La Commissione europea ribadisce di voler mantenere la traiettoria stabilita nel 2019, confermando molti degli impegni assunti. Ma allo stesso tempo cresce, in diversi Paesi membri e tra alcune forze politiche, una spinta di segno opposto: una reazione che in alcuni casi si traduce in un vero e proprio rifiuto di quell’impegno.
Permettetemi però di partire da un punto di metodo: a me piace ragionare sui fatti.
Domando: quanti di voi hanno letto davvero il testo del Green Deal europeo, pubblicato nel dicembre 2019? Pochi, immagino. Eppure è da lì che bisogna partire, perché molte delle percezioni diffuse oggi sul Green Deal non corrispondono a ciò che quel documento realmente dice.
Il Green Deal non è una strategia ambientalista. È, prima di tutto, una strategia economica. L’idea di fondo è semplice: se l’Europa saprà produrre beni e servizi sostenibili all’avanguardia, avrà davanti un mercato globale immenso. In altre parole, la sostenibilità diventa un fattore competitivo. I benefici ambientali sono un effetto positivo, ma non il fine principale” ha aggiunto il Direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile.
Corazza”Nel concepire il Green Deal sono stati commessi errori”
Anche Carlo Corazza, Direttore dell’ufficio del Parlamento europeo in Italia, ha ricordato come il Green Deal sia prima di tutto un atto politico approvato dalle istituzioni europee, non un provvedimento imposto dall’alto. Ha evidenziato come le maggioranze politiche siano cambiate, suggerendo la necessità di ripensare il Green Deal in chiave strategica alla luce degli avvenimenti che hanno sconvolto il mondo negli ultimi anni. Corazza ha quindi sottolineato l’importanza di una politica industriale solida come base per una transizione sostenibile e per la sicurezza energetica dell’Europa.
“Il punto centrale è che, nel concepire il Green Deal, sono stati commessi errori. È nato nel 2019, in un contesto completamente diverso. Poi sono arrivati la pandemia, la crisi energetica, l’inflazione, l’instabilità geopolitica, la crescente assertività della Cina e la competizione sulle materie prime. È inevitabile dunque chiedersi se il Green Deal del 2019 sia ancora lo strumento adatto alle sfide del 2025.
Su un punto, però, tutti concordano: non si può realizzare una transizione industriale di questa portata senza investire risorse adeguate. La Cina ha costruito la propria leadership sui pannelli solari e sulle terre rare grazie a vent’anni di investimenti e sussidi. Gli Stati Uniti, con l’Inflation Reduction Act, hanno fatto lo stesso. L’Europa, invece, ha destinato risorse insufficienti: è vero che un terzo del bilancio comunitario è stato assegnato al Green Deal, ma il bilancio dell’Unione rappresenta appena l’1% del PIL complessivo dei 27 Stati membri.
E non sembra che, su questo fronte, la Commissione Europea abbia cambiato impostazione. È un limite serio: nel momento più solenne della vita istituzionale europea, quando la Presidente della Commissione pronuncia il discorso sullo Stato dell’Unione e afferma che “l’Europa è in guerra per difendere la sua indipendenza, la sua libertà e i suoi valori”, non si può proporre lo stesso bilancio del 2019” ha commentato il Direttore.
Corazza conclude poi aggiungendo che errori analoghi sono stati commessi nel settore automobilistico:
“non abbiamo litio, non abbiamo cobalto, non abbiamo sviluppato una filiera tecnologica autonoma. Per anni ci siamo affidati alla Cina. È giusto correggere queste scelte, ma non possiamo accettare che la nostra indipendenza economica e industriale dipenda da regimi autocratici. Difendere la nostra libertà significa anche non essere ricattabili sull’approvvigionamento di materie prime, sull’energia o sulla tecnologia. L’energia, in particolare, deve costare quanto in Spagna o in Italia: non possiamo permetterci squilibri strutturali all’interno dell’Unione.
Difesa e sicurezza, infatti, non significano solo più armi o più spesa militare. Significano anche una base industriale più solida. Allo stesso modo, un Green Deal credibile deve poggiare su un’industria forte e innovativa, perché è l’industria il motore dell’innovazione e la fonte delle soluzioni tecnologiche che servono alla transizione. Abbiamo ancora filiere in cui possiamo eccellere — come quelle legate al terminal storage o allo stoccaggio energetico tramite idrogeno ed elettricità — ma su molte altre siamo in ritardo, e sarà difficile recuperare terreno. Tuttavia, oggi non possiamo rinunciare al Green Deal: dobbiamo ripensarlo in chiave strategica.
Sarebbe un errore per l’Italia e per l’Europa abbandonare questa ambizione o lasciarla in mano a potenze autoritarie, senza investire le risorse necessarie per realizzarla” ha avvertito.
Fratin, “mentalità psicologica fondamentale per competitività e innovazione”
Lo stesso Ministro della Transizione energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha puntato l’attenzione sulla mentalità psicologica come elemento fondamentale per la competitività e l’innovazione. “La capacità di affrontare le sfide globali dipende dal modo in cui un Paese, un’impresa o un gruppo integrano conoscenza, tecnologia e cultura industriale”, ha spiegato. Pichetto Fratin ha ribadito l’importanza di infrastrutture energetiche moderne, reti elettriche efficienti e norme chiare, evidenziando come la transizione richieda investimenti concreti e coordinamento tra istituzioni, imprese e cittadini.
“Il nostro Paese, come molte altre nazioni europee, si trova in una fase di profonda trasformazione. Siamo chiamati a produrre il meglio di ciò che sappiamo fare, mantenendo alta la competitività non solo sul piano dei prezzi, ma soprattutto sulla qualità, sull’efficienza produttiva e sull’impatto ambientale. I nostri prodotti non devono essere valutati solo per il loro costo, ma per il valore che rappresentano: il frutto di un sistema industriale capace di coniugare innovazione, sostenibilità e visione di lungo periodo.
Per questo motivo è necessario che ogni gruppo, ogni realtà produttiva, sia orientata alla ricerca creativa e tecnologica. La tecnologia, infatti, non è soltanto uno strumento operativo, ma un fattore culturale che riflette il livello di benessere, di conoscenza e di visione di una società. La capacità di valutare e integrare le diverse forme di sapere e di competenza costituisce oggi il vero vantaggio competitivo.
Tutto ciò deve però calarsi in un contesto concreto: non possiamo prescindere dal sistema produttivo nel quale operiamo. Viviamo in una città e in un Paese che fanno parte dell’Unione Europea, una realtà caratterizzata da processi industriali complessi, ma anche da vincoli energetici e ambientali sempre più stringenti. Il nostro compito è quello di inserire il corpo produttivo — fatto di imprese, lavoratori e innovatori — all’interno di un sistema coerente, capace di superare le frammentazioni e di creare connessioni tra obiettivi economici, qualità ambientale e crescita sociale.
Siamo in un’epoca di transizione, segnata da sfide strutturali come la decarbonizzazione, la sicurezza energetica e la riduzione delle disuguaglianze. Per questo è necessario adottare un approccio realistico, capace di bilanciare ambizione e pragmatismo. Non possiamo limitarci agli slogan o alle mode del momento: dobbiamo dimostrare, con i fatti, di essere un Paese che crede nei biocarburanti, nelle energie rinnovabili e nell’efficienza produttiva” ha detto.
Il Ministro ha quindi illustrato l’importanza della normativa e del Just Transition Fund per le aree svantaggiate, sottolineando che senza risorse e strumenti adeguati le regole rimarrebbero lettera morta. Ha citato, inoltre, l’esperienza italiana nella gestione dei veicoli elettrici e delle energie rinnovabili, evidenziando vincoli infrastrutturali e la necessità di modernizzare la rete elettrica e stabilizzare i prezzi dell’energia per garantire competitività e sostenibilità.