AI, data center e rinnovabili guidano la spesa globale in smart grid, stimata a 573 miliardi di dollari entro il 2030

Cosa sono le smart grid?

La trasformazione digitale sta entrando con forza anche nel settore elettrico. Le smart grid, ovvero le reti elettriche intelligenti, rappresentano la nuova frontiera per garantire efficienza, resilienza e sostenibilità ai sistemi energetici.

Basate sull’integrazione di tecnologie digitali – dall’intelligenza artificiale (AI) all’Internet of Things (IoT) – le smart grid consentono di bilanciare domanda e offerta in tempo reale, prevenire guasti, ridurre sprechi e integrare in maniera massiccia le fonti rinnovabili.

Pensando a quanto accaduto in Spagna e Portogallo, le smart grid rendono i blackout di energia elettrica molto meno frequenti, meno gravi e più facili da gestire.

Investimenti record nelle smart grid globali

Secondo l’ultimo report di GlobalData, gli investimenti nelle infrastrutture di trasmissione stanno accelerando per rispondere alla crescente domanda di smart grid. Dopo aver raggiunto 343,2 miliardi di dollari nel 2024 (+10,5% rispetto al 2023), le previsioni indicano un incremento a 372,6 miliardi nel 2025 e un balzo fino a 573,7 miliardi entro il 2030.
Il tasso di crescita annuo composto (CAGR) stimato è del 9,2% nel periodo 2025-2030.

Nel dettaglio, le stazioni di trasformazione (substations) hanno assorbito nel 2024 la quota più significativa degli investimenti, pari a 246,4 miliardi, mentre le linee di trasmissione hanno pesato per 96,4 miliardi.

Quali i driver principali?

La crescita delle smart grid è alimentata da diversi fattori chiave: politiche governative per la decarbonizzazione e la sicurezza energetica; integrazione massiccia delle rinnovabili (solare, eolico) che richiede reti più flessibili e digitalizzate; adozione di tecnologie digitali come smart meter, AI, big data e blockchain per migliorare il monitoraggio e l’automazione; domanda crescente di resilienza contro blackout e instabilità della rete.

L’AI al centro

L’AI è destinata a diventare il cuore pulsante delle smart grid. Grazie ad algoritmi di previsione e manutenzione predittiva, le utility possono ottimizzare i flussi di potenza, automatizzare risposte a instabilità, ridurre i guasti e migliorare la sicurezza della rete.

Diversi sono gli esempi di grandi player del settore. Nvidia e Utilidata stanno sviluppando chip software-defined per reti elettriche regionali più intelligenti. Duke Energy usa AI e machine learning per la manutenzione predittiva delle proprie infrastrutture. Xcel Energy sfrutta la piattaforma Grid Vision di eSmart Systems per monitorare linee e sottostazioni. E.ON applica algoritmi di machine learning per prevedere i guasti ai cavi in media tensione. Southern Company collabora con WeaveGrid per integrare in modo efficiente i veicoli elettrici nella rete.

Il ruolo strategico dei data center

Anche i data center stanno diventando protagonisti della rivoluzione smart grid. Con consumi energetici sempre più elevati e una capacità di elaborazione dati cruciale, i data center forniscono servizi essenziali per il controllo della rete, l’integrazione delle rinnovabili e l’automazione AI-driven.

Iniziative come il programma DCFlex mirano a collegare data center e utility, consentendo maggiore flessibilità operativa e perfino il flusso bidirezionale di energia: in caso di emergenze, i data center avanzati possono restituire elettricità alla rete, rafforzandone la stabilità.

Smart grid, verso una rete elettrica digitale e sostenibile

La smart grid non è solo una tecnologia, ma un tassello fondamentale per la transizione energetica. L’evoluzione della rete elettrica verso modelli intelligenti e interattivi permetterà di ridurre drasticamente inefficienze e interruzioni di servizio, garantendo una maggiore integrazione delle rinnovabili e un uso più razionale delle risorse.

Con quasi 600 miliardi di dollari di investimenti previsti entro il 2030, la sfida è già aperta: la corsa non è solo industriale e tecnologica, ma anche geopolitica, perché chi controllerà le reti intelligenti controllerà il futuro dell’energia.

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Cipro: lo scandalo del terminal GNL che imbarazza l’Europa

Incompetenza colossale o corruzione conclamata? È questa la domanda, neanche troppo velata, che serpeggia tra i corridoi del parlamento cipriota di fronte al disastro del terminale di importazione di Gas Naturale Liquefatto (GNL) a Vassiliko. Un progetto strategico che si è trasformato in una voragine finanziaria e in un imbarazzo internazionale, con l’Unione Europea che ora batte cassa.

La frustrazione, già alta da tempo, è esplosa dopo che il Ministro dell’Energia ha rivelato una notizia a dir poco sgradevole: la Commissione Europea ha chiesto la restituzione di ben milioni di finanziamenti. E non c’è margine di trattativa: Bruxelles ha fissato la scadenza per il rimborso al 6 novembre, senza appello.

Questa somma rappresenta la parte già erogata di un finanziamento totale di milioni concesso dall’Agenzia Esecutiva Europea per il Clima, l’Infrastruttura e l’Ambiente (CINEA) tra il 2017 e il 2018. Un finanziamento approvato mesi prima che, nel dicembre 2019, la società statale ETYFA firmasse il contratto con il consorzio a guida cinese CPP, dando il via a una storia di ritardi, costi fuori controllo e, ora, sospetti pesantissimi.

L’ombra della Procura Europea e le accuse di corruzione

Come se non bastasse la richiesta di rimborso, sul progetto si è allungata l’ombra della Procura Europea (EPPO), che ha avviato un’indagine penale per sospetta frode negli appalti, appropriazione indebita di fondi UE e corruzione. Sebbene l’inchiesta sia partita a marzo 2024, è emerso di recente che gli inquirenti stanno passando al setaccio i conti correnti di politici, funzionari ed ex dirigenti pubblici ciprioti, alla ricerca di movimenti di denaro sospetti.

Le parole dei parlamentari ciprioti non lasciano spazio a interpretazioni. Chrysis Pantelides, del partito DIKO, ha usato un’immagine forte ma efficace: “Nel 2019, specifiche persone nell’amministrazione hanno deciso di assegnare il progetto a quel consorzio. Quindi, o siamo stati degli idioti a prendere queste decisioni, o è corruzione. Parliamoci chiaro: è corruzione. Qualcuno ha ‘mangiato’ dei soldi e ha dato il progetto ai cinesi, e oggi lo Stato cipriota ne paga il prezzo”.

Anche se non vengono fatti nomi, il riferimento all’allora Ministro dell’Energia, Giorgos Lakkotrypis, in carica dal 2013 al 2020, appare evidente.

Georgios Lakkotrypis

Cronaca di un disastro annunciato: costi e ritardi

Il progetto del terminal GNL di Vassiliko è un campionario di inefficienze e spese impreviste. Un parlamentare di AKEL, Costas Costa, ha definito l’intera vicenda “uno scandalo enorme”, riassumendo la catastrofica sequenza di eventi:

  • Contratto iniziale: Circa milioni.
  • Extra costi: Il costruttore ha chiesto e ottenuto milioni in più per l’aumento del prezzo dell’acciaio.
  • Sblocco della nave: Cipro ha pagato milioni solo per far partire la nave metaniera (FSRU) “Prometheas” da Shanghai.
  • Manutenzione e ricambi: Sono stati spesi milioni per i costi della nave in Malesia e altri milioni per l’acquisto di componenti, come un’unità di azoto, che secondo il consorzio cinese non spettavano a Cipro.
  • Spese legali: Ad oggi, le parcelle per gli avvocati che rappresentano Cipro presso la corte arbitrale di Londra ammontano a ben milioni.

A questo si aggiunge la farsa delle scadenze. Il terminal doveva essere completato entro luglio 2022. Da allora, sono state mancate altre quattro scadenze: settembre 2022, luglio 2023, ottobre 2023 e, infine, luglio 2024. Nello stesso mese, il consorzio cinese ha abbandonato il cantiere, citando differenze inconciliabili.

Le anomalie della gara d’appalto

Ma come si è arrivati a questo punto? La relazione della Corte dei Conti cipriota, pubblicata a gennaio 2024, è una lettura sconcertante e svela una serie di “acrobazie” procedurali che avrebbero dovuto far suonare più di un campanello d’allarme.

Nonostante i ripetuti avvertimenti della Corte dei Conti sul rischio di perdere i fondi UE e sulla fragilità finanziaria del progetto, nel novembre 2019, durante una riunione presieduta dall’allora presidente Nicos Anastasiades, si decise di andare avanti. La motivazione? L’urgenza. I problemi, si disse, si sarebbero risolti “strada facendo”.

Oggi, quella “strada” sembra condurre a un vicolo cieco. Il governo ha incaricato un nuovo consulente, Technip, di effettuare una “gap analysis” per valutare lo stato dei lavori. Lo scenario peggiore, avvertono i parlamentari, è che si scoprano difetti strutturali tali da costringere a demolire tutto e ricominciare da capo. In quel caso, Cipro vedrebbe il suo gas non prima del 2029 o 2030, dopo aver bruciato centinaia di milioni di euro in un progetto che puzza di scandalo lontano un miglio.

Il termina LNG di Vassiliko – Cipro

Domande e Risposte per i Lettori

1) Perché questo terminal GNL è così cruciale per Cipro e perché l’UE lo ha finanziato? Il terminal GNL di Vassiliko è un progetto strategico per Cipro, volto a ridurre la sua dipendenza dai combustibili fossili più inquinanti (come il petrolio pesante) per la produzione di elettricità. L’uso del gas naturale permetterebbe di abbassare i costi energetici per cittadini e imprese e di ridurre le emissioni di CO2. L’Unione Europea ha co-finanziato il progetto proprio perché si inserisce nel quadro della transizione energetica e della sicurezza degli approvvigionamenti, obiettivi chiave della politica comunitaria. Il fallimento del progetto rappresenta quindi un duro colpo sia per l’economia cipriota che per gli obiettivi energetici europei nella regione.

2) Chi sono i principali responsabili di questo disastro e cosa rischiano? Le accuse politiche puntano dritte verso l’amministrazione in carica nel 2019, in particolare verso l’allora Ministro dell’Energia Giorgos Lakkotrypis e i membri del consiglio di amministrazione di ETYFA, la società statale che ha gestito l’appalto. La responsabilità ultima è stata la decisione politica di ignorare i pareri della Corte dei Conti in nome dell’urgenza. Ora, con l’indagine della Procura Europea (EPPO), i soggetti coinvolti rischiano incriminazioni per reati gravi come corruzione, frode ai danni dell’UE e appropriazione indebita. Se condannati, potrebbero affrontare pene detentive oltre a dover rispondere del danno erariale.

3) Quali sono le prospettive future? Il terminal verrà mai completato? Il futuro è molto incerto. Il governo attuale insiste sulla volontà di completare l’opera, ma tutto dipende dall’analisi tecnica della società Technip. Se i lavori eseguiti finora saranno giudicati validi, si cercherà un nuovo costruttore per terminare il progetto, con ulteriori ritardi e costi. Nello scenario peggiore, se venissero rilevati difetti strutturali gravi, potrebbe essere necessario demolire parte delle strutture e ripartire da zero. In questo caso, il completamento potrebbe slittare al 2029-2030, trasformando un progetto strategico in un monumento allo spreco di denaro pubblico.

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Cina, nuovi obiettivi: spinta alle rinnovabili, ma i data center impongono cautela

Gli obiettivi climatici resi pubblici mercoledì da Pechino confermano la volontà di espandere il settore delle rinnovabili, che il Paese continua a installare a ritmi record. Tuttavia, il Gigante asiatico non ha mai fissato impegni precisi né sulla loro quota nella produzione elettrica né sulla riduzione del carbone.

Cina, sei volte più rinnovabili entro il 2035

Quelli annunciati dal presidente Xi Jinping sono quindi i primi obiettivi concreti di riduzione delle emissioni. Secondo le stime comunicate, la Cina porterà la capacità eolica e solare, già la più grande al mondo, a 3.600 gigawatt entro il 2035, sei volte i livelli del 2020.

Già lo scorso anno Pechino aveva raggiunto con largo anticipo il traguardo di 1.200 GW, segno di una strategia che punta su obiettivi facilmente raggiungibili.

Obiettivi poco ambiziosi

Per Greenpeace East Asia, tuttavia, i nuovi traguardi restano poco ambiziosi: “Se l’espansione di eolico e solare continuerà al ritmo attuale, le installazioni supereranno i 3.000 GW entro il 2030 e raggiungeranno i 4.500 GW entro il 2035“, ha spiegato alla Reuters Yao Zhe, policy adviser dell’organizzazione.

Secondo diversi analisti, la vera sfida per la Cina non è tanto installare nuovi impianti, quanto garantire che l’energia rinnovabile venga effettivamente immessa in rete, sostituendo elettricità da carbone e gas. Non a caso, Xi ha annunciato un obiettivo di riduzione dei gas serra tra il 7% e il 10% rispetto al picco (che deve ancora essere definito), con una possibile anticipazione del traguardo del 2030.

Emissioni: riduzione limitata

Si tratta del primo aggiornamento dagli impegni del 2020, quando Pechino aveva promesso di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060. Tuttavia i nuovi target, secondo molti osservatori, restano inferiori al taglio del 30% che servirebbe a tenere il Paese in carreggiata verso la neutralità.

Le cautele di Pechino si spiegano anche con l’incertezza sulla crescita della domanda, spinta non solo dagli utenti tradizionali ma anche da settori emergenti come i data center. “La Cina sarà molto restia a porre limiti alla crescita dei consumi“, ha osservato Michael Davidson, professore alla University of California di San Diego.

Carbone, nessun passo indietro

Colpisce, infine, l’assenza di nuove promesse sul carbone: Xi non ha menzionato l’impegno del 2020 di “ridurre gradualmente” l’uso tra il 2026 e il 2030, mentre il Paese continua a costruire e autorizzare nuove miniere.

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Bonus casa e bonus elettrodomestici anche nel 2026? Le ultime novità

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

La fine dell’anno porta con sé delle importanti scadenze o delle sostanziali modifiche ai bonus in vigore. L’attenzione è puntata soprattutto sul bonus casa, concesso a chi fa dei lavori di ristrutturazione o di manutenzione straordinaria degli edifici, e sul bonus elettrodomestici, che riconosce uno sconto in fattura per la sostituzione di un grande elettrodomestico. Il governo è al lavoro per definire i contenuti della Legge di Bilancio per il 2026 e non è escluso che i bonus in questione vengano prorogati.

Negli ultimi anni le detrazioni fiscali e gli sconti garantiti dai bonus edilizi hanno sostenuto le spese di tante famiglie e hanno permesso di migliorare l’efficienza energetica di abitazioni ed elettrodomestici. I minori consumi e la scelta di offerte luce e gas convenienti hanno avuto l’effetto di ridurre in modo sostanziale le bollette. In attesa del rinnovo dei bonus per il 2026, si può subito agire sul fronte delle bollette, verificando quali sono le migliori offerte disponibili sul mercato libero e proposte dagli operatori partner di SOStariffe.it.

Bonus casa: attesa la proroga per il 2026

Il bonus casa consente di detrarre parte delle spese sostenute per la ristrutturazione, il restauro e le opere di manutenzione straordinaria delle abitazioni. Fino a fine anno la percentuale di detrazione per le prime case è del 50% (per le seconde case è del 36%), ripartita in 10 anni e con un tetto di spesa di 96.000 euro.

Salvo proroghe, dal 2026 la percentuale di detrazione scenderà al 36% per la prima casa (e al 30% per le seconde case). L’ipotesi su cui si sta lavorando è quella di prorogare il bonus per il 2026, mantenendo l’attuale percentuale di detrazione ed eventualmente consentendo di accorciare il periodo delle detrazioni a 5 anni.

Bonus elettrodomestici: in arrivo il decreto attuativo

Nonostante l’approvazione del bonus elettrodomestici sia arrivata a settembre, la misura non è ancora operativa. Si attende, infatti, il decreto attuativo che contiene tutte le indicazioni di dettaglio sul funzionamento del bonus.

Il decreto, oltre alle istruzioni operative e alle date entro le quali può essere richiesto il bonus, dovrebbe ufficializzare anche l’estensione della misura per il biennio 2026-2027, come previsto dalla scorsa Legge di Bilancio che ha introdotto il bonus.

Il bonus elettrodomestici prevede uno sconto in fattura del 30% del prezzo d’acquisto, fino al tetto di 100 euro (200 euro per le famiglie con un ISEE fino a 25.000 euro). Si può richiedere il contributo una sola volta e per la sostituzione di un grande elettrodomestico. 

Per poter usufruire del bonus è necessario acquistare un prodotto che rientri in una delle categorie interessate, scegliere un modello realizzato in UE e di una classe energetica superiore rispetto a quella dell’elettrodomestico che si va a sostituire.

Bollette più basse grazie a efficienza energetica e offerte

Misure come il bonus casa e il bonus elettrodomestici permettono di migliorare l’efficienza energetica della casa e ridurre i consumi, con un risparmio in bolletta. Per massimizzare il risparmio, però, avere abitazioni ed elettrodomestici efficienti non basta: è essenziale, infatti, avere tariffe luce e gas convenienti. Tenere sotto controllo le offerte disponibili sul mercato libero consente di accedere a offerte e promozioni per risparmiare.

Con il comparatore di SOStariffe.it è possibile fare un confronto accurato tra più offerte degli operatori partner. Avendo sottomano una stima dei consumi elettrici e del gas del proprio nucleo familiare, si può avere una simulazione della spesa mensile per ogni tariffa e giudicare con più precisione quali soluzioni offrono il maggiore risparmio.

Quando si è alla ricerca delle offerte luce e gas migliori per la propria quotidianità è opportuno anche mettere a confronto le tariffe a prezzo bloccato e quelle a prezzo indicizzato. Dal momento che le prime bloccano il prezzo della componente energia per 12 o 24 mesi e le seconde vengono aggiornate mensilmente in base all’andamento dei prezzi all’ingrosso, scegliere una o l’altra opzione ha un diverso effetto sulle bollette e bisogna tenerne conto se l’obiettivo è ridurre la spesa. 

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Accordo UE–Indonesia. Focus su materie prime, tlc, superconduttori e automotive

ll 23 settembre 2025 segna una data storica per le relazioni economiche tra Europa e Asia. Dopo quasi dieci anni di negoziati, l’Unione Europea e l’Indonesia hanno finalizzato il Comprehensive Economic Partnership Agreement (CEPA) e l’Investment Protection Agreement (IPA). Si tratta di due intese di ampio respiro destinate a ridisegnare le catene globali del valore, favorire l’innovazione e garantire forniture sicure e sostenibili di energia e materie prime critiche.

Un passo decisivo reso possibile dall’accordo politico raggiunto lo scorso luglio dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e dal Presidente indonesiano Prabowo Subianto, e guidato in prima linea dal Commissario europeo al Commercio e alla Sicurezza Economica Maroš Šefčovič, oggi in visita a Giacarta per incontrare imprese europee e locali.

Ci impegniamo a rafforzare ulteriormente la diversificazione e i partenariati, per sostenere l’occupazione nell’UE e favorire la crescita economica. L’accordo con l’Indonesia apre nuove opportunità per imprese e agricoltori in un’economia ampia e in rapida espansione, garantendoci al contempo una fornitura stabile e prevedibile di materie prime critiche, fondamentali per le tecnologie pulite e l’industria siderurgica europea” ha commentato la Presidente della Commisione Europea Ursula von der Leyen.

Automotive e tecnologia

Uno degli aspetti più innovativi dell’intesa riguarda il settore automotive. L’accordo riduce drasticamente le barriere tecniche e i costi di omologazione: i veicoli UE con certificazioni ONU già riconosciute non dovranno più sottoporsi a ulteriori test in Indonesia, aprendo così la strada a un accesso più rapido ed economico al mercato.

Entro il 2033, l’Indonesia allineerà completamente le proprie normative agli standard UNECE 1958, garantendo che le tecnologie europee – dai veicoli elettrici ai sistemi avanzati di sicurezza – siano accettate senza ritardi o duplicazioni burocratiche. Allo stesso tempo, l’accordo facilita l’ingresso nel mercato europeo dei veicoli indonesiani conformi agli stessi standard, creando un ecosistema competitivo e sostenibile.

Maroš Šefčovič, Commissario per il Commercio e la Sicurezza Economica, Relazioni Interistituzionali e Trasparenza, ha dichiarato in merito:

Rimuovendo gradualmente il dazio del 50% sulle importazioni di auto dall’Indonesia, l’accordo crea nuove opportunità per le esportazioni automobilistiche europee e per gli investimenti nei veicoli elettrici. Sono convinto che la conclusione dei negoziati odierna rappresenti solo l’inizio di un entusiasmante nuovo capitolo. Nell’economia globale odierna, caratterizzata da incertezze, le relazioni commerciali non sono semplicemente strumenti economici: sono asset strategici che riflettono fiducia, allineamento e resilienza“.

Materie prime critiche e semiconduttori

L’Indonesia è tra i principali produttori mondiali di materie prime critiche, essenziali per la rivoluzione verde e digitale. Parliamo di nichel, rame, bauxite e altri minerali strategici, indispensabili per batterie, energie rinnovabili e tecnologie digitali.

Il CEPA rafforza la sicurezza delle catene di approvvigionamento europee, assicurando flussi commerciali prevedibili, affidabili e sostenibili. L’intesa include, inoltre, impegni sulla valutazione degli impatti ambientali, sulla cooperazione in materia di sostenibilità e sulla riduzione dei dazi per agevolare esportazioni e investimenti.

Per l’UE, questo significa ridurre la dipendenza da fornitori instabili e garantire l’accesso a risorse fondamentali per lo sviluppo di settori chiave come l’automotive elettrico, l’eolico offshore, l’idrogeno e la produzione di semiconduttori.

Innovazione digitale e servizi ad alto valore aggiunto

Interessante è il capitolo sul commercio digitale, che introduce regole vincolanti per rendere più sicuri e trasparenti i flussi di dati, garantendo al tempo stesso la tutela della privacy come diritto fondamentale. Le imprese europee potranno operare in Indonesia con piena proprietà nei settori di punta come ICT, telecomunicazioni e servizi finanziari, senza obbligo di presenza locale.

Un vantaggio cruciale per PMI e startup tecnologiche, che potranno inserirsi più facilmente in uno dei mercati più dinamici dell’Asia, beneficiando di procedure semplificate e di una maggiore certezza giuridica.

Opportunità per imprese e agricoltori

L’eliminazione dei dazi sul 98,5% delle linee tariffarie porterà a un risparmio annuo stimato di 600 milioni di euro per gli esportatori europei. Ciò significa prodotti più competitivi sul mercato indonesiano, dalle automobili ai macchinari industriali, ma anche nuove aperture per l’agroalimentare, con la tutela di oltre 220 indicazioni geografiche europee.

Un pilastro di sostenibilità condivisa

Il CEPA non guarda solo all’economia, ma integra obiettivi di clima, lavoro e ambiente, riconoscendo l’Accordo di Parigi come elemento essenziale. L’intesa promuove investimenti in energie rinnovabili e tecnologie a basse emissioni di carbonio, oltre a rafforzare il dialogo su temi sensibili come l’olio di palma.

Un nuovo equilibrio globale

Con questo accordo, l’UE consolida la propria presenza in un’area strategica e, al contempo, contribuisce a definire le regole globali su commercio, energia, tecnologia e sostenibilità. L’intesa con l’Indonesia non è solo un trattato commerciale: è un patto per l’innovazione e la transizione verde, con al centro automotive, digitale, energia e materie prime critiche.

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Energia elettrica, alle imprese italiane costa il 40% in più che in Francia e Germania

L’elettricità costa tantissimo agli italiani

Ad agosto i prezzi dell’elettricità in Europa hanno registrato una flessione generalizzata, spinti dal calo della domanda e dal prezzo del gas TTF sceso ai minimi degli ultimi dodici mesi. Tuttavia, l’Italia si conferma al vertice della classifica europea per il costo dell’energia elettrica: secondo i dati di Ember aggiornati al 2 settembre, il prezzo medio all’ingrosso del mercato del giorno prima è stato pari a 109,07 €/MWh, nonostante un calo del 3,7% su base mensile.

Il confronto con i principali partner europei mette in luce un divario crescente: in Francia il prezzo medio è stato di 78,01 €/MWh (-1,7%), in Germania di 77,67 €/MWh (-13,7%), in Spagna di 69,09 €/MWh (-6,5%). La Svezia, pur avendo segnato un balzo del 44,8%, rimane la più competitiva con soli 42,4 €/MWh. Anche nei Paesi dell’Europa centro-orientale i prezzi si attestano sotto la soglia italiana: Polonia 89,64 €/MWh, Slovacchia 78,9 €/MWh, Ungheria 80,29 €/MWh.

Paghiamo come italiani il 40% in più rispetto ai francesi e ai tedeschi, ancora di più rispetto agli spagnoli.

La dinamica continentale è stata favorita dal prezzo del gas TTF che, secondo i dati ICE, ad agosto si è attestato in un range tra 34 e 35 €/MWh, con un minimo di 31,6 €/MWh negli ultimi giorni del mese: il livello più basso dall’agosto 2024.

Essere il Paese con i prezzi più alti dell’elettricità non è un titolo di merito. Anzi, rappresenta un fattore di debolezza sistemica che si riflette sulla competitività dell’industria nazionale. L’elevato costo dell’energia, che grava su manifattura, acciaio, chimica e comparto tecnologico, erode i margini e riduce la capacità di competere con i player europei e globali.

Draghi: “Domanda di elettricità aumenterà del 40% per i centri dati entro 2030”

Non è un caso che Mario Draghi, nel suo Rapporto sulla competitività industriale commissionato dall’Unione europea, abbia posto l’accento proprio sul differenziale dei costi energetici. Draghi ha sottolineato come l’Europa, e in particolare Paesi come l’Italia, rischino di perdere terreno nei confronti di Stati Uniti e Cina, dove l’energia costa sensibilmente meno e l’industria può programmare investimenti di lungo termine con maggiore stabilità.

Un anno dopo, a Bruxelles, l’ex Premier italiano ha avuto modo di tornare sull’argomento, sottolineando che l’Europa finora ha allentato le norme sugli aiuti di Stato “in modo che gli Stati membri possano sovvenzionare i prezzi. Ciò potrebbe offrire un sollievo temporaneo. Non risolve però le ragioni strutturali per cui l’energia in Europa è così costosa. Tra queste vi sono i prezzi del gas che, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, sono ancora circa il doppio rispetto ai livelli pre-Covid; un sistema di determinazione dei prezzi in cui il gas continua a fissare il prezzo di mercato dell’elettricità nella maggior parte dei casi, anche con l’espansione delle energie rinnovabili; e oneri e tasse elevati”.

Costo che ha un peso enorme anche sui data center e quindi sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni nei Paesi dell’Unione: “I prezzi del gas naturale nell’UE sono ancora quasi quattro volte superiori a quelli degli Stati Uniti. I prezzi dell’energia industriale sono in media più che raddoppiati. Se questo divario non si ridurrà, la transizione verso un’economia high-tech subirà una battuta d’arresto. L’energia è fondamentale quanto la tecnologia per promuovere l’IA. La domanda di elettricità dei centri dati in Europa aumenterà del 70 per cento entro il 2030. L’energia rappresenta già fino al 40 per cento dei loro costi operativi”.

Le conseguenze per l’Europa

Il quadro continentale resta fragile. Al 1° settembre 2025, secondo la piattaforma AGSI, gli stoccaggi europei di gas erano pieni al 78,1%, contro il 92,36% dello stesso periodo 2024. La riduzione delle forniture norvegesi per manutenzioni stagionali e la concorrenza asiatica per il GNL hanno reso più complesso il riempimento degli stoccaggi estivi. Tuttavia, la prospettiva di un rallentamento della domanda asiatica apre spiragli per maggiori flussi di GNL verso l’Europa nei prossimi mesi.

Nonostante ciò, la struttura dei prezzi rimane fragile e soggetta a shock esterni. Per economie come quella italiana, altamente energivore e dipendenti dalle importazioni, la volatilità resta un fattore di rischio.

La sfida e le priorità per l’Italia

Per l’Italia, prima in Europa nel costo dell’energia, la priorità è ridurre il gap strutturale attraverso:

  • investimenti massicci in rinnovabili e accumuli per abbattere il costo marginale della produzione elettrica;
  • rafforzamento delle interconnessioni con i mercati vicini per ridurre i picchi di prezzo;
  • politiche industriali coordinate con l’Ue, come indicato da Draghi, per sostenere la competitività delle imprese nei settori strategici.

Il caro energia non è un’emergenza passeggera, ma una questione strategica che mette in discussione la capacità del Paese di restare un polo industriale attrattivo in Europa. Senza un intervento deciso, l’Italia rischia di trasformare questo involontario primato nel prezzo dell’elettricità in un ostacolo permanente allo sviluppo.

Dalla metà degli anni Novanta, secondo il Rapporto sulla produttività 2025 del CNEL, l’Italia ha iniziato ad accumulare un ritardo nella crescita della produttività, mostrando una dinamica più debole rispetto ai principali partner europei: nel periodo 1995-2024, vale a dire gli ultimi tre decenni, l’incremento medio annuo si è attestato attorno allo 0,2%, a fronte dell’1,2% registrato nell’UE27 (1,0% in Germania, 0,8% in Francia, 0,6% in Spagna).
Sono diversi i fattori critici che incidono su questo risultato (ricerca e sviluppo; competenze e investimenti; struttura del sistema produttivo; divari territoriali), ma certamente l’energia ha avuto in questi ultimi anni un peso non indifferente.

Paghiamo l’energia fino a 5 volte più che gli USA

Il costo dell’energia in questo Paese è insostenibile, perché quando lo paghiamo 4-5 volte in più verso gli Stati Uniti e lo paghiamo il 30-60% in più di alcuni Paesi europei è ovvio che diventa un problema per le aziende energivore”, ha dichiarato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, in occasione dell’assemblea pubblica di Confindustria Emilia Area Centro.

Le microimprese italiane, che costituiscono il 95% del totale delle attività economiche presenti nel Paese e il 42% circa degli addetti, nel primo semestre del 2024 hanno pagato l’energia elettrica oltre due volte e mezzo in più delle grandi imprese (+164,7%), secondo stime dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre.

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Bonus sociale: è davvero efficace per ridurre le bollette? I numeri

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

I dati resi noti dall’Istat dimostrano che lo scorso anno il bonus sociale si è rivelato insufficiente per sostenere le famiglie in una condizione di povertà energetica. Le modifiche apportate dal governo Meloni alle condizioni di accesso al bonus hanno ridotto l’efficacia della misura, che ha permesso di sostenere la spesa per le bollette solo di una percentuale ridotta di chi ne avrebbe bisogno.

L’indebolimento di questo sostegno alle famiglie a basso reddito rende ancora più cruciale la scelta di offerte luce e gas competitive. Scegliere tariffe convenienti è la migliore soluzione per abbassare le bollette, sia per chi rientra nei parametri di reddito richiesti per l’erogazione del bonus sociale sia per chi ne è escluso. Per un confronto rapido delle soluzioni disponibili sul mercato libero si può fare affidamento sul comparatore di SOStariffe.it, che elenca le migliori offerte luce e le offerte gas proposte dagli operatori partner.

Bonus sociale: nel 2024 meno beneficiari e importi ridotti

Nella Nota sull’andamento dell’economia italiana, l’Istat ha diffuso degli interessanti dati relativi alla diffusione e all’efficacia del bonus sociale. Questo bonus, adottato dal 2008 per sostenere la spesa per le bollette delle famiglie a basso reddito, è stato potenziato a partire dal 2021 per affrontare il caro energia.

In particolare, negli anni 2022 e 2023, caratterizzati da prezzi molto elevati sia per l’energia elettrica sia per il gas, il bonus sociale ha scontato le bollette, rispettivamente, di 3,5 e 4,5 milioni di utenze. Nel 2024, con la modifica ai requisiti richiesti per l’accesso al bonus, la platea dei beneficiari si è ridotta a 2,7 milioni di famiglie.

Attualmente il bonus sociale viene riconosciuto ai nuclei familiari che hanno un ISEE fino a 9.530 euro. Nel 2022 questa soglia era stata alzata fino a 12.000 euro e nel 2023 il bonus veniva riconosciuto alle famiglie con ISEE fino a 15.000 euro.

Questo inasprimento delle condizioni di accesso al bonus fa sì che solo una piccola percentuale di chi ne ha effettivamente bisogno riesce a utilizzarlo per sostenere le spese. I dati Istat mostrano come nel 2024 solo il 17,2% delle famiglie in povertà energetica, cioè che non hanno risorse a sufficienza per sostenere i costi necessari a riscaldare adeguatamente la casa e a sostenere i consumi elettrici essenziali, ha risolto i propri problemi grazie al bonus.

Un altro 30,3% delle famiglie ha migliorato la propria condizione ma è rimasta in uno stato di povertà energetica, mentre il 52,6% delle famiglie in difficoltà non percepisce il bonus, soprattutto perché non presenta annualmente la DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica), che accerta il proprio ISEE.

Questi numeri sono peggiori rispetto a quelli degli ultimi anni: nel 2022 il bonus è stato risolutivo per il 38,5% delle famiglie e la percentuale di chi era in condizione di bisogno e non riceveva il bonus era del 39,1%. Nel 2023 il contributo in bolletta ha sostenuto il 26,6% delle famiglie in povertà energetica, mentre a non ricevere il bonus pur avendone bisogno è stato il 42,5%, il 10% in meno rispetto al 2024.

I suggerimenti per una riforma del bonus sociale

Diverse associazioni dei consumatori hanno commentato questi numeri suggerendo delle ipotesi di riforma che possano rendere più equo ed efficace il bonus sociale.

Innanzitutto, si suggerisce un ritorno al passato, con un aumento della soglia ISEE richiesta per poter ottenere il bonus. Questa ipotesi di riforma dei requisiti è giustificata con il fatto che, mentre la soglia ISEE da rispettare per l’accesso al sostegno è tornata allo stesso livello pre-crisi, i prezzi dell’elettricità e del gas sono più alti di quanto non fossero fino al 2020.

Tra le ipotesi di riforma avanzate c’è anche quella che prevede una modifica delle modalità di assegnazione del bonus. Finora il bonus bollette è stato riconosciuto sotto forma di sconto in bolletta, con un importo fisso slegato dal volume dei consumi. Questa modalità non tiene conto delle effettive necessità dei nuclei familiari e rischia di generare delle bollette con importi a credito. Inserire i consumi tra i criteri di ripartizione del bonus potrebbe portare a una più equa distribuzione delle risorse e a migliorare l’efficacia della misura.

Risparmiare sulle bollette con le offerte luce e gas migliori

Lo sconto in bolletta garantito dal bonus sociale lo scorso anno si è ridotto drasticamente: con l’eliminazione del contributo straordinario inserito in precedenza e con il restringimento della platea dei beneficiari, si è passati da uno sconto medio di oltre 1.000 euro all’anno a uno sconto medio di circa 500 euro.

Chi è in una condizione di povertà energetica o si trova in difficoltà con il pagamento delle bollette, oltre a presentare l’ISEE e verificare se rispetta i requisiti per l’ottenimento del bonus sociale, può cambiare fornitore per l’utenza della luce o del gas e scegliere le offerte più economiche del mercato libero.

Il comparatore di SOStariffe.it permette di ottenere una stima personalizzata dei costi da sostenere caso per caso: basta indicare i propri consumi medi per avere la classifica delle tariffe più economiche proposte dagli operatori partner.

Per la bolletta dell’energia elettrica si parte da 0,10 €/kWh e si può scegliere tra tariffe a prezzo bloccato per 12 o 24 mesi e a prezzo indicizzato. Si può ulteriormente ottimizzare la spesa optando per una tariffa monoraria o per una bioraria o trioraria.

Per le utenze del gas, invece, le offerte partono da 0,36 €/Smc. Chi preferisce avere costi prevedibili può orientarsi verso le offerte a prezzo bloccato, che fissano il costo della componente energia per 1 o 2 anni. In alternativa, se si vogliono avere bollette in linea con l’andamento dei prezzi di mercato si può optare per un’offerta a prezzo indicizzato, che prevede l’adeguamento mensile del costo del gas.  

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Clima, Europa divisa, l’Italia frena. “No” a nuovi target alla COP30. Scadenze ONU mancate

L’Europa non riuscirà a rispettare la scadenza globale per la definizione di nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni, né presenterà target più ambiziosi alla COP30 di novembre. La causa dell’impasse dell’Unione sui target stabiliti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è da attribuire essenzialmente alle divisioni interne, che vedono i diversi Paesi disallineati sulle strategie da adottare.

La conferma di quanto avevamo già scritto in passato è arrivata dai ministri del Clima dell’UE, riuniti a Bruxelles per il Consiglio Ambiente.

Intanto, a differenza del Vecchio Continente, le grandi potenze inquinanti — tra cui la Cina — sembrano intenzionate a rispettare la scadenza.

Compromessi i negoziati per gli obiettivi al 2035

Per dare seguito all’invito dell’ONU a presentare piani climatici aggiornati all’Assemblea Generale della prossima settimana, al fine di rinforzare la sfida globale al cambiamento climatico, l’UE aveva pianificato di concordare questo mese nuovi obiettivi climatici sia per il 2040 che per il 2035. Tale slancio, però, è stato frenato sia dal ritiro degli impegni climatici statunitensi sotto la presidenza di Donald Trump, sia dalle difficoltà dei governi nel bilanciare la tutela ambientale con le sfide economiche e geopolitiche del momento. La conseguenza è stata che Paesi come Germania, Francia e Polonia, hanno chiesto di discutere prima l’obiettivo del 2040, compromettendo inevitabilmente anche i negoziati sull’obiettivo del 2035.

L’UE ha sempre preso queste decisioni dopo intensi dibattiti. Non è mai stato un tema facile. Dobbiamo fare attenzione a non dividere ulteriormente l’Unione sulle politiche climatiche”, ha dichiarato il sottosegretario tedesco al clima Jochen Flasbarth, sottolineando che questo vale soprattutto per i Paesi più poveri dell’ Est Europa.

Dal canto suo, il commissario europeo per il clima, Wopke Hoekstra, ha difeso il percorso intrapreso dal blocco, affermando: “Se si guarda al quadro complessivo, si può vedere che continuiamo a essere tra i più ambiziosi a livello globale”.

La situazione italiana

A frenare sugli obiettivi climatici è anche l’Italia. Le parole del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, non lasciano spazio a dubbi:

Con pragmatismo abbiamo cercato di portare il nostro contributo con richieste che consentano all’Unione europea di diventare avanguardia tra le economie internazionali. La grave crisi internazionale che stiamo vivendo ci impone realismo e concretezza: dobbiamo rispondere ai cittadini con azioni comuni che non mettano in discussione gli impegni assunti negli ultimi anni, ma che guardino al futuro con una programmazione economica seria” ha dichiarato durante il proprio intervento.

Il ministro ha ribadito il sostegno dell’Italia al principio di neutralità tecnologica — “Non accetteremo esclusioni non basate sulla scienza” — sottolineando che tutte le tecnologie capaci di ridurre le emissioni devono essere prese in considerazione: rinnovabili, nucleare, stoccaggio, CCS, CCU, geotermia, idroelettrico, biocarburanti sostenibili e nuove soluzioni innovative. Al centro delle proposte italiane resta, quindi, il tema delle condizioni abilitanti.

Non possiamo chiedere alle imprese di competere a livello globale con regole più rigide senza adeguati strumenti finanziari, né ai cittadini di sostenere il costo della transizione senza garanzie sull’accessibilità energetica. Senza un sistema europeo coerente e protezioni efficaci, la transizione rischia di alimentare disuguaglianze e divisioni, invece di rafforzare l’Unione” ha chiosato il Ministro.

Fratin ha infine avvertito che chiudere la porta a intere filiere produttive significherebbe condannare l’Europa a rincorrere gli altri attori globali, perdendo competitività e leadership.

Il tema dei crediti internazionali

Il Ministro dell’Ambiente ha poi affrontato un tema delicato: quello dei crediti internazionali.

“Riteniamo che rappresentino un’opportunità per cooperare in un contesto globale, attirando investimenti anche in settori che faticano a svilupparsi” ha spiegato Fratin.

Sul fronte degli assorbimenti naturali, il ministro ha espresso le stesse preoccupazioni di molti Stati membri rispetto all’incertezza del settore LULUCF: “Una volta compensate le emissioni, tutti i vincoli rigidi devono cadere. Bloccare la piena contabilizzazione degli assorbimenti non ha senso né sul piano politico né su quello scientifico”.

Fratin ha aggiunto che lo stesso principio dovrebbe valere anche per le rimozioni tecnologiche: limitarne l’uso ai soli settori hard to abate sarebbe, a suo avviso, un’imposizione ingiustificata. L’Italia, insieme alla Repubblica Ceca, si colloca infatti tra i Paesi che si oppongono alla proposta della Commissione di fissare al 2040 un obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra. Tra le richieste italiane figura inoltre l’allentamento di alcune misure già in vigore, come il divieto di produrre nuovi veicoli a combustione interna dal 2035.

“Ogni Stato deve poter scegliere liberamente come utilizzare gli strumenti a disposizione, secondo le proprie priorità nazionali. Solo così potremo garantire un quadro efficace, flessibile e pragmatico” ha ribadito il ministro.

E ha concluso con un monito: “La credibilità delle nostre decisioni passa dalla chiarezza delle scelte che offriamo a cittadini e imprese. È questo il momento di decidere se costruire un’Europa capace di guidare la transizione, oppure un’Europa destinata a restare intrappolata tra obiettivi irraggiungibili e divisioni interne”.

Le divisioni tra i Paesi UE

Come soluzione temporanea, i ministri dell’UE pubblicheranno a breve una “dichiarazione di intenti” volta a delineare un obiettivo climatico comunitario in grado di ottenere consenso unanime.
Secondo una bozza già circolata, l’UE proverà a fissare un target di riduzione delle emissioni compreso tra il 66,3% e il 72,5% entro il 2035. Il documento precisa inoltre che l’Unione intende comunque presentare un obiettivo definitivo entro la COP30 di novembre, quando quasi 200 Paesi negozieranno i prossimi passi per affrontare il riscaldamento globale.

“Stiamo vivendo un momento difficile. C’è una guerra nel nostro continente… mentre si lavora per raggiungere obiettivi climatici ambiziosi, bisogna anche preoccuparsi della base industriale”, ha dichiarato il ministro danese del Clima Lars Aagaard.

Altri governi, come Spagna e Danimarca, spingono invece per un’azione climatica più decisa, richiamando le gravi ondate di calore e gli incendi che ogni estate devastano l’Europa, oltre alla necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.

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Usa-Uk, in arrivo il nuovo patto atlantico per il nucleare civile

Una nuova partnership atlantica per l’energia nucleare. Un’espressione che, in tempi di tensioni globali, potrebbe evocare scenari inquietanti. Un patto tra Regno Unito e Stati Uniti dedicato esclusivamente all’atomo, infatti, suona a prima vista come il preludio a una corsa agli armamenti.

Ma non è questa la lettura offerta da Donald Trump, in visita di Stato, insieme al premier britannico Keir Starmer e al ministro dell’Energia UK Ed Miliband. L’accordo che i due governi si preparano a firmare ha tutt’altra finalità, ossia accelerare la produzione di energia pulita e rafforzare la sicurezza energetica di Londra, attirando miliardi di investimenti privati e creando migliaia di posti di lavoro.

Del resto, la NATO rimane l’unico patto militare transatlantico, e non prevede alcun ruolo nella produzione di energia nucleare civile. Il suo compito si limita alla deterrenza militare. Questa nuova intesa, invece, si muove su un piano completamente diverso: quello della transizione energetica.

I progetti alla base dell’accordo

In breve, il cuore della Atlantic Partnership for Advanced Nuclear Energy dovrebbe essere semplificare e velocizzare le procedure per le aziende che intendono costruire nuove centrali nucleari nel Regno Unito e negli Stati Uniti. L’obiettivo principale è ambizioso: dimezzare i tempi di approvazione dei progetti, passando dagli attuali quattro anni a due.

In concreto, ciò significa che se un reattore ha già superato i controlli di sicurezza in uno dei due Paesi, i risultati potranno essere riconosciuti anche dall’altro, evitando di ripetere interamente l’iter autorizzativo.

Resta però una sfida aperta. Molti dei progetti previsti sono ancora in fase embrionale e potrebbero volerci anni prima che i nuovi impianti siano in grado di fornire energia a case e imprese.

Reattori modulari e progetti britannici

Ma di quale nucleare si tratta, esattamente? Il Primo Ministro Sir Keir Starmer ha già dichiarato di voler riportare il Regno Unito tra “i leader mondiali dell’energia nucleare”.

Negli anni ’90, questa fonte energetica produceva circa il 25% dell’elettricità britannica, ma oggi la quota è scesa al 15%, complice anche l’invecchiamento degli impianti. Molti reattori sono ormai obsoleti, da dismettere nel prossimo decennio, e nel frattempo non sono state realizzate nuove centrali. La svolta è arrivata, infatti, solo nel novembre 2024, quando il Regno Unito e altri 30 paesi hanno firmato un impegno globale per triplicare la capacità nucleare entro il 2050.

Il programma britannico, quindi, prevede già lo sviluppo dei reattori modulari di piccola taglia (SMR), versioni compatte delle grandi centrali. A guidare il progetto è Rolls-Royce, selezionata per progettare e costruire il primo SMR nel Regno Unito.

Parallelamente, tra gli accordi attesi questa settimana spicca quello tra il gruppo statunitense X-Energy e la britannica Centrica (proprietaria di British Gas), per realizzare fino a 12 reattori modulari avanzati (AMR) a Hartlepool.

La differenza tra SMR e AMR

La differenza è sostanziale: mentre gli SMR utilizzano l’acqua come refrigerante, gli AMR si basano su gas come l’elio, tecnologia molto meno diffusa. A livello globale, infatti, esistono pochissimi esempi di AMR in funzione commerciale, tra cui il reattore cinese HTR-PM.

Negli Stati Uniti, X-Energy punta a costruire un impianto in Texas. Dopo la partnership annunciata nel 2021 con il colosso chimico Dow, solo lo scorso marzo l’azienda ha presentato la richiesta di permesso alla Nuclear Regulatory Commission.

L’obiettivo dichiarato da X-Energy è chiaro: fare del reattore texano un modello replicabile a livello mondiale, capace di aprire la strada a una nuova generazione di impianti nucleari.

L’impatto previsto 

Secondo il governo britannico, l’accordo di Hartlepool potrebbe garantire energia a 1,5 milioni di abitazioni e creare fino a 2.500 nuovi posti di lavoro.

Il Segretario all’Energia Ed Miliband ha sottolineato il valore strategico dell’intesa: “Il nucleare alimenterà le nostre case con energia pulita e prodotta in patria. Sarà il settore privato a costruirla in Gran Bretagna, generando crescita e posti di lavoro qualificati e ben retribuiti.”

Non tutti, però, condividono lo stesso entusiasmo. Greenpeace UK mette in guardia: una corsa al nucleare potrebbe tradursi in bollette più alte e in un incremento delle emissioni di CO₂, soprattutto alla luce dei costi crescenti.

E i numeri parlano chiaro: la costruzione della centrale Sizewell C nel Suffolk, che vede tra gli investitori proprio Centrica, è lievitata da 20 a 38 miliardi di sterline.

Il CEO di Centrica, Chris O’Shea, invita però a leggere il quadro in prospettiva: “Ritardi e aumenti di costo sono comuni a tutti i grandi progetti. Ma la forza degli SMR e degli AMR sta nella replicabilità: più ne costruisci, più impari. Ed è proprio questa ripetizione che può ridurre i costi e migliorare l’affidabilità.”

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Idrogeno a basse emissioni, la Cina domina gli elettrolizzatori, ma la produzione globale avanza

La Cina guida decisamente la corsa globale all’idrogeno a basse emissioni. Con il 65% della capacità mondiale di elettrolizzatori installata e quasi il 60% della capacità produttiva globale, il gigante asiatico primeggia incontrastato sebbene gli altri Paesi cerchino di colmare il divario. A riportarlo è l’ultima analisi dell’IEA, Global Idrogen Review 2025.

Domanda globale in aumento, ma progetti a basse emissioni rallentati

Nonostante ritardi e cancellazioni, la produzione di idrogeno “verde” è destinata a crescere fino al 2030, seppur a un ritmo più lento rispetto alle previsioni di inizio decennio. L’edizione 2025 del Global Hydrogen Review evidenzia come la domanda globale nel 2024 abbia superato i 100 milioni di tonnellate, in crescita del 2% rispetto al 2023, trainata da raffinazione del petrolio e industria. La maggior parte dell’idrogeno prodotto deriva ancora da fonti fossili senza cattura delle emissioni, più economico rispetto alle alternative a basse emissioni.

Costi e infrastrutture frenano la crescita

Secondo il report, il divario di costo con l’idrogeno “verde” dovrebbe ridursi entro il 2030 grazie al calo dei prezzi tecnologici, alla diffusione delle rinnovabili e a nuove regolamentazioni. Tuttavia, costi elevati, domanda incerta e lentezza nello sviluppo delle infrastrutture frenano l’espansione del settore. La produzione potenziale di idrogeno a basse emissioni stimata per il 2030 si è ridotta a 37 milioni di tonnellate annue, dai 49 milioni previsti un anno fa.

Crescita prevista fino al 2030

Non tutti i progetti annunciati si concretizzeranno, ma la produzione è comunque destinata a salire: le iniziative già operative, in costruzione o con decisione finale d’investimento raggiungeranno oltre 4 milioni di tonnellate annue entro il 2030, cinque volte i livelli del 2024, con un ulteriore potenziale di 6 milioni di tonnellate annue se verranno adottate politiche mirate.

Il commento dell’IEA

L’interesse degli investitori per l’idrogeno è esploso all’inizio del decennio, grazie al suo ruolo chiave negli obiettivi energetici nazionali“, spiega Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA. “Oggi lo sviluppo è sotto pressione per fattori economici e incertezze politiche, ma i segnali di progresso globale restano chiari. Per sostenere la crescita servono supporto pubblico, stimolo della domanda e infrastrutture adeguate“.

Focus sul settore marittimo

Per una diffusione più ampia dei carburanti a base di idrogeno servono porti attrezzati e tecnologie compatibili. Ma molte infrastrutture esistenti si trovano già vicino a siti di produzione, offrendo opportunità concrete. Circa 80 porti nel mondo hanno esperienza nella gestione di prodotti chimici, segnalando una buona predisposizione all’uso dell’idrogeno.

Sud-Est asiatico, mercato in rapida crescita

La produzione a basse emissioni nella regione potrebbe passare da 3.000 a 430.000 tonnellate annue entro il 2030, se accelerano le rinnovabili, le politiche mirate e i progetti pilota per sviluppare competenze.

Strumenti e dati aggiornati

Il rapporto è completato dall’aggiornamento del Database globale sui progetti di produzione e infrastrutture e dal lancio di un nuovo strumento online per monitorare progetti, costi per regione e tecnologia, e oltre 1.000 misure politiche adottate o annunciate nel mondo dal 2020.

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