Enel accelera. Semestre in crescita, buyback da 1 miliardo e utili verso l’alto

Enel archivia il primo semestre 2025 con risultati solidi e coerenti con il proprio piano strategico, sostenuti dal contributo positivo della Spagna, dalla stabilità della rete e da una strategia finanziaria mirata a creare valore. Il semestre si chiude con una conferma delle stime annuali e l’avvio di un ambizioso piano di buyback che rafforza ulteriormente la remunerazione degli azionisti.

Ricavi in crescita: il mercato wholesale traina

Nel primo semestre 2025, Enel ha registrato ricavi pari a 40,816 miliardi di euro, in crescita del +5,4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il balzo è attribuibile principalmente all’aumento delle vendite di commodity sul mercato wholesale, favorito da prezzi medi più elevati e da un contesto di mercato in ripresa. Contributi significativi sono arrivati anche da Enel Grids, grazie alla crescita dei volumi distribuiti e agli adeguamenti tariffari in Italia e Argentina.

EBITDA ordinario stabile, reti e Spagna compensano Italia e idroelettrico

Il margine operativo lordo ordinario (EBITDA ordinario) si attesta a 11,468 miliardi di euro, segnando un lieve incremento del +0,9% a perimetro omogeneo. I margini ridotti nel retail italiano (per effetto di prezzi più bassi) e la minore produzione idroelettrica sono stati ampiamente compensati dai business integrati spagnoli, dalle reti elettriche e da un contributo positivo dell’America Latina – nonostante un impatto cambi negativo di circa 270 milioni di euro.

In calo invece l’EBITDA totale, a 11,092 miliardi di euro (-11,6%), per effetto della mancata replica dei proventi straordinari (oltre 1,7 miliardi di euro) connessi al disposal plan concluso nel 2024.

Risultato netto ordinario in crescita, cala il risultato totale

Il risultato netto ordinario del Gruppo è salito a 3,823 miliardi di euro (+4,4%), sostenuto da una solida gestione operativa e da minori oneri finanziari dovuti a un indebitamento in calo. Il risultato netto complessivo scende invece a 3,428 miliardi di euro (-11%), penalizzato come l’EBITDA dal confronto con gli incassi straordinari dell’anno precedente.

Debito in discesa, flussi operativi e cambi favorevoli

L’indebitamento finanziario netto si riduce a 55,447 miliardi di euro, in calo dello 0,6% rispetto a fine 2024. Determinanti per il miglioramento: flussi di cassa solidi, emissioni di obbligazioni ibride (oltre 1 miliardo), andamento favorevole dei tassi di cambio e gestione selettiva degli investimenti.

Buyback da 1 miliardo di euro

Con decorrenza 1° agosto 2025, Enel ha avviato un programma di riacquisto di azioni proprie fino a 1 miliardo di euro, con un massimo di 495 milioni di azioni. L’obiettivo? Annullare i titoli e riconoscere una remunerazione aggiuntiva agli azionisti, oltre al dividendo già solido (0,47 euro per azione nel 2025).

“Stiamo migliorando il profilo rischio-rendimento del Gruppo e aumentando la visibilità del nostro business,” ha dichiarato l’AD Flavio Cattaneo, sottolineando come l’utile netto ordinario dovrebbe posizionarsi nella parte più alta della guidance 2025 (6,7–6,9 miliardi di euro).

Strategia 2025–2027

Nel suo Piano Strategico 2025–2027, Enel ribadisce i tre capisaldi della propria evoluzione:

  1. Redditività selettiva: investimenti in aree regolatorie più prevedibili.
  2. Efficienza operativa: ottimizzazione di offerta, clienti e servizi.
  3. Sostenibilità finanziaria e ambientale: con oltre 43 miliardi di euro di investimenti lordi previsti nel triennio.

Gli investimenti si concentreranno su:

  • 26 miliardi di euro nelle reti (digitalizzazione, resilienza)
  • 12 miliardi nelle rinnovabili (focus su brownfield e ritorni ottimizzati)
  • 2,7 miliardi nel retail (offerte integrate e customer management)

Focus Spagna e America Latina

Nel semestre, Enel ha rafforzato la propria presenza in Spagna, dove ha acquisito 34 impianti idroelettrici per un valore di 961 milioni di euro. In Grecia, la partecipata Principia ha avviato l’acquisizione di 150 MW eolici. In Cile, la controllata Enel Américas ha lanciato un piano di buyback fino al 4% del capitale.

Energia, produzione e distribuzione

  • Produzione netta: 93,32 TWh (-1,2% a perimetro omogeneo), con le rinnovabili ancora protagoniste (66,24 TWh contro 15 TWh da termoelettrico).
  • Distribuzione: 231,4 TWh totali, di cui 101,3 TWh in Italia e 130,1 TWh all’estero.
  • Vendite elettriche: 123,8 TWh (-7,8% a perimetro costante).
  • Gas venduto: 3,5 miliardi di m³ (-14,6%).

La potenza consolidata è salita a 85,8 GW, con nuovi impianti in Italia (ciclo combinato e BESS) e l’acquisizione di capacità idroelettrica in Spagna.

Enel conferma la propria solidità in un contesto ancora incerto e ribadisce la validità della sua strategia: capital allocation efficiente, focalizzazione geografica, attenzione alla sostenibilità e remunerazione crescente degli azionisti. La conferma della guidance 2025, unitamente all’avvio del buyback, è un chiaro segnale della fiducia nella traiettoria di crescita del Gruppo.

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Luce e gas, i fornitori puntano sul prezzo bloccato. Una buona scelta in questo momento?

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Molti fornitori sul mercato libero stanno proponendo offerte a prezzo bloccato per le utenze di luce e gas. A differenza del recente passato, il periodo per il quale le tariffe rimangono bloccate si è allungato: è infatti comune trovare tariffe a prezzo fisso per 24 mesi.

Queste offerte luce e gas possono risultare molto convenienti in caso di futuro rialzo delle quotazioni all’ingrosso, ma come sempre è necessario confrontare le diverse opzioni a disposizione e verificare quali riducono al minimo la spesa per le bollette.

È importante fare periodicamente un’analisi delle tariffe migliori del mercato, anche per valutare se è opportuno passare a un nuovo fornitore. Per farlo in modo rapido e preciso si può usare il comparatore di SOStariffe.it, che offre un riepilogo completo delle offerte luce e gas più convenienti dei fornitori partner.

Offerte a prezzo bloccato: componente energia fissa per 24 mesi

Durante la crisi energetica 2022 i fornitori luce e gas hanno gradualmente eliminato dal mercato le offerte a prezzo bloccato. L’imprevedibilità dei prezzi e i rialzi repentini rendevano queste tariffe troppo rischiose sia per i fornitori sia per i clienti. Una volta passata la crisi, le tariffe a prezzo fisso hanno iniziato a fare la loro ricomparsa sul mercato libero, con il prezzo della componente energia stabile per 12 mesi.

Oggi la situazione è ancora cambiata e chi vuole scegliere un’offerta a prezzo bloccato ha tante opzioni a disposizione, tra tariffe luce, gas o offerte dual fuel. In molti casi, inoltre, i fornitori fissano il prezzo della componente energia per 2 anni.

Offerte luce e gas: il prezzo fisso per 2 anni conviene?

Attualmente le migliori offerte luce proposte dai fornitori partner del servizio di SOStariffe.it hanno un costo dell’energia da 0,10 €/kWh. Questo prezzo rimane bloccato per 24 mesi, indipendentemente dall’andamento del costo all’ingrosso dell’energia elettrica.

Considerando che il PUN, il prezzo della luce sul mercato all’ingrosso italiano nel mese di luglio è stato grossomodo di 0,11 €/kWh le offerte a prezzo bloccato risultano convenienti, soprattutto in caso di futuri aumenti del costo dell’elettricità.

La situazione è simile per il mercato del gas: le offerte più convenienti proposte dal comparatore di SOStariffe.it hanno un costo di 0,38 €/Smc, leggermente inferiore rispetto al valore medio del PSV, il prezzo all’ingrosso registrato finora nel corso del mese di luglio. Anche sul mercato del gas molte delle offerte a prezzo fisso più convenienti del momento prevedono il blocco del costo della componente energia per 24 mesi.

Optare per un’offerta a prezzo bloccato, per 12 o 24 mesi, può rivelarsi una buona scelta sia in caso di stabilità sia in caso di rialzo dei prezzi. La convenienza di questa soluzione inizia a ridursi solo in presenza di una discesa del prezzo all’ingrosso del gas o della luce. In uno scenario del genere, è comunque possibile cambiare fornitore e attivare una nuova offerta che abbia un prezzo inferiore rispetto a quello di partenza e aggiornato alle più recenti condizioni di mercato.

Per individuare l’offerta più vantaggiosa, il modo migliore è confrontare in pochi minuti le proposte disponibili su SOStariffe.it. Il comparatore analizza decine di tariffe luce e gas attive sul mercato libero. Basta inserire pochi dati, come il proprio consumo annuo e la tipologia di utenza, per ottenere una panoramica chiara e personalizzata delle soluzioni tariffarie tra cui è possibile scegliere.

Se si trova un’offerta più economica rispetto a quella attivata con il proprio fornitore si può procedere con il passaggio alla nuova tariffa. Cambiare offerta è sempre gratuito, non comporta interruzioni della fornitura né costi o penali, anche se si è ancora sotto contratto con un altro fornitore.

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Terre rare: gli USA puntano sulle Filippine per sfidare il monopolio cinese

Con una svolta silenziosa ma significativa, i funzionari statunitensi hanno manifestato un crescente interesse per le Filippine come potenziale fornitore di terre rare, nell’ambito di una strategia più ampia volta a contrastare il quasi monopolio della Cina sui minerali critici.

Durante un incontro tenutosi il 10 luglio a Kuala Lumpur, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha confermato l’interesse degli Stati Uniti per “la ricchezza delle Filippine in minerali critici”, tra cui gli elementi delle terre rare, materiali essenziali per tutto, dai motori dei veicoli elettrici ai sistemi di difesa.

Cosa c’è nel sottosuolo filippino

Secondo fonti interne, negli ultimi decenni le Filippine hanno inconsapevolmente fornito alla Cina minerali contenenti terre rare, tra cui cerio, neodimio, lantanio e materiali ricchi di bastnäsite. Si tratta degli stessi elementi utilizzati nella produzione high-tech, nell’industria aerospaziale e in applicazioni militari, secondo quanto riportato dal South China Morning Post.

Sebbene le riserve del Paese rimangano in gran parte non quantificate e sottoutilizzate, The Diplomat ha già sottolineato in precedenza che le Filippine possiedono vasti giacimenti di minerali critici, per lo più inesplorati, con solo il 5% delle riserve conosciute esplorate e il 3% sotto contratto. Quindi c’è largo spazio per lo sfruttamento, nel momento in cui gli USA desiderino mettere a disposizione i necessari capitali.

Mappa dei giacimenti delle terre rare nelle Filippine

Poiché la Cina mantiene il controllo su circa il 90% della lavorazione globale delle terre rare, gli Stati Uniti sono alla ricerca urgente di nuovi partner politicamente stabili per l’approvvigionamento di minerali strategici.

La potenziale collaborazione con le Filippine rappresenta un cambiamento significativo nel panorama dei minerali critici nel Sud-Est asiatico. Manila potrebbe ora diventare un partner privilegiato negli sforzi per diversificare l’approvvigionamento, non solo nell’estrazione, ma anche nella raffinazione e nella lavorazione, con una collaborazione anche industriale.


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Al via la “radiografia” aerospaziale dell’Italia, oltre 302 mila km² sotto la lente del satellite

L’Italia è pronta per essere scannerizzata. Non si tratta di un volo turistico o di una missione spaziale, ma di una vera e propria mappatura ad altissima precisione del territorio nazionale, isole comprese. Obiettivo? Proteggere il Paese dai rischi naturali e pianificare in modo più intelligente il suo sviluppo.

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha dato ufficialmente il via a una campagna di telerilevamento aerospaziale che interesserà oltre 302 mila chilometri quadrati. Il progetto rientra nel SIM – Sistema Integrato di Monitoraggio, uno degli interventi strategici della Missione 2 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Due missioni per un solo scopo

La campagna si articola su due direttrici chiave:

  1. Modellazione del territorio con tecnologia LiDAR (Laser Scanning), per ottenere mappe tridimensionali ad altissima risoluzione del suolo e della vegetazione. Strumenti indispensabili per valutare frane, alluvioni, erosioni e criticità idrogeologiche.
  2. Aggiornamento del database gravimetrico nazionale, per migliorare la precisione dei sistemi di posizionamento GPS e studiare la struttura del sottosuolo. In pratica: una nuova mappa della gravità terrestre in Italia, con risvolti anche per l’edilizia e le grandi opere.

A guidare tecnicamente l’iniziativa è il Dipartimento Sviluppo Sostenibile del MASE, con il supporto tecnologico di Leonardo ed e-GEOS, eccellenze italiane nel campo del monitoraggio satellitare.

Il ministro Pichetto: “Così difendiamo davvero il territorio”

“Questo intervento fornirà al Paese una base conoscitiva aggiornata e integrabile, con dati di altissima qualità, in linea con gli standard europei più avanzati”, ha dichiarato il ministro Gilberto Pichetto.

“È un progetto strategico per la difesa del territorio e per la gestione delle risorse naturali. Colmerà le lacune nella conoscenza della morfologia italiana, aiutando non solo le amministrazioni pubbliche ma anche imprese, urbanisti, protezione civile e ambientalisti” ha aggiunto.

Dati condivisi, collaborazione rafforzata

I risultati non resteranno chiusi nei cassetti, ma verranno condivisi progressivamente con le amministrazioni pubbliche coinvolte, che potranno monitorare lo stato di avanzamento e contribuire al processo di validazione.

Un’occasione, quindi, anche per rafforzare la cooperazione istituzionale tra enti locali, centrali e soggetti privati che operano nel campo della tutela ambientale e della pianificazione territoriale.

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Auto elettriche, Pichetto Fratin: “600 milioni di euro di incentivi da settembre”

In arrivo nuovo decreto per gli incentivi, obiettivo 39 mila veicoli a zero emissioni entro giugno 2026

Settembre 2025 segna il via a una nuova fase di incentivi statali per l’acquisto di veicoli elettrici, o forse un ritorno ad una misura centrale per accelerare per davvero la decarbonizzazione del parco auto italiano. Lo ha confermato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, durante un Question time alla Camera, illustrando le novità introdotte in seguito alla quinta revisione tecnica del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e alla decisione di esecuzione del Consiglio Ecofin del 20 giugno 2025.

L’obiettivo va considerato per quello che è, ambizioso: raggiungere l’acquisto di almeno 39 mila veicoli a emissione zero entro il 30 giugno 2026.
Ambizioso perché le condizioni economiche generali non sono favorevoli a questo tipo di acquisti, perché il Governo non ha mai speso parole positive a sostegno della transizione all’elettrico, tutt’altro, e perché la disinformazione ha ormai minato la fiducia dei consumatori, che ora sono più disorientati che mai.

Incentivi con rottamazione: chi può beneficiarne e con quali importi

La misura, che prevede complessivamente risorse finanziarie per circa 600 milioni di euro, si rivolge a due categorie principali di beneficiari:

  • persone fisiche residenti in aree urbane funzionali: ovvero le città e le relative aree di pendolarismo, che intendano acquistare veicoli privati elettrici della categoria M1. Gli incentivi variano in base all’ISEE:
    • fino a un massimo di 11.000 euro per ISEE inferiore o pari a 30.000 euro.
    • fino a un massimo di 9.000 euro per ISEE compreso tra 30.000 e 40.000 euro.
    • per accedere a questi incentivi, è richiesta la rottamazione di un veicolo termico.
  • microimprese: per l’acquisto di veicoli commerciali elettrici delle categorie N1 e N2. In questo caso, l’incentivo coprirà fino al 30% del prezzo di acquisto, con un massimale di 20.000 euro per ogni veicolo nuovo. Anche per le microimprese, è prevista la rottamazione di un veicolo termico.

In arrivo nuova piattaforma informatica dedicata

“Per consentire il raggiungimento del target entro i termini indicati – ha spiegato il Ministro Pichetto Fratin – stiamo finalizzando il decreto ministeriale che definirà criteri e modalità di concessione degli incentivi, rendendo possibile l’avvio della misura già dal prossimo mese di settembre“.
Questa tempistica serrata evidenzia la ritrovata e del tutto nuova volontà del Governo di accelerare la transizione verso una mobilità più sostenibile.

Per facilitare l’accesso ai fondi, verrà allestita una piattaforma informatica dedicata.
Attraverso questa piattaforma, i soggetti beneficiari potranno presentare le domande per accedere agli incentivi, mentre gli operatori economici avranno la possibilità di proporre i veicoli elettrici nuovi rientranti nelle categorie agevolate.

Questa nuova ondata di incentivi rappresenta un’occasione significativa per il settore automotive italiano, anche perchè il sito Ecobonus del ministero delle Imprese e del made in Italy è in rosso da tempo, spingendo verso l’adozione di veicoli a emissioni zero e contribuendo agli obiettivi del Pnrr in termini di sostenibilità ambientale e sicurezza energetica.

Il Governo Meloni ha spesso sostenuto il principio della “neutralità tecnologica“, argomentando che la transizione ecologica non debba avvenire esclusivamente attraverso l’elettrico, ma debba includere anche altre soluzioni come i biocarburanti, i carburanti sintetici (e-fuels) e l’idrogeno.

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Nucleare sostenibile, arriva l’ok delle Regioni alla legge delega. In autunno in Parlamento

In un contesto internazionale in cui il nucleare torna a essere considerato parte della transizione ecologica, anche Roma prepara il suo rientro in campo.

Produzione di energia dall’ idrogeno, smantellamento degli impianti esistenti, gestione dei rifiuti radioattivi, fusione e formazione scientifica. Il Governo getta così le basi per il ritorno del nucleare in Italia, proponendo una cornice normativa sull’intero ciclo di vita della nuova tecnologia, sia a fissione che a fusione. Con la proposta di legge delega, l’Esecutivo delinea un quadro giuridico unitario per rilanciare il settore in chiave moderna, sicura e sostenibile.

La Conferenza delle Regioni ha già dato il proprio via libera, e ora la parola passa al Parlamento, chiamato a scrivere una nuova pagina dell’energia italiana.

L’ok delle Regioni arriva proprio alla vigilia della pausa estiva, imprimendo un’accelerazione all’iter legislativo. Obiettivo dichiarato, allineare il Paese agli impegni europei per la decarbonizzazione al 2050, ma anche rafforzare la sicurezza energetica e la competitività nazionale.

L’Italia punta così a rientrare nel club dei Paesi che investono sul nucleare come fonte complementare alle rinnovabili (è noto che l’energia nucleare sia una fonte energetica a basse emissioni di CO2, sebbene costruzione, ciclo del combustibile e smaltimento delle scorie possano comportare emissioni di gas serra).

Una scelta strategica, pensata per garantire una produzione programmabile, contribuire all’idrogeno low-carbon e dare stabilità al mix energetico nazionale, ma che potrebbe nascondere delle insidie.

Un’architettura normativa per la sicurezza, la ricerca e l’innovazione

Il cuore della riforma non è solo tecnico, ma scientifico e strategico. Il provvedimento prevede, infatti, il rafforzamento della formazione universitaria e post-universitaria in ambito nucleare, favorendo collaborazioni con enti di ricerca, imprese e soggetti sperimentatori, per ricostruire una filiera nazionale altamente qualificata.

Ampio spazio è dedicato, quindi, alla valorizzazione della ricerca e del trasferimento tecnologico, con particolare attenzione alle nuove generazioni di reattori, più piccole e modulabili (Small Modular Reactor) e agli scenari di decarbonizzazione su scala industriale. 

Con grande soddisfazione – ha dichiarato in una nota il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – prendo atto della valutazione della più autorevole sede di confronto interistituzionale. Ora il testo sarà trasmesso rapidamente al Parlamento, per avviare un percorso molto atteso, che può dare all’Italia l’opportunità di sviluppare un’energia sicura, pulita, innovativa e orientata alla decarbonizzazione. Una strada di futuro – ha concluso Pichetto – su cui oggi facciamo un altro passo avanti”.

Riorganizzazione delle competenze e nuova governance

Tra le colonne portanti della legge delega vi è la riorganizzazione delle funzioni e delle competenze nel settore. Il Governo potrà intervenire per semplificare e razionalizzare i procedimenti autorizzativi, rivedere le regole su sicurezza e vigilanza e ridefinire i ruoli degli organi preposti. Inoltre, non è esclusa l’introduzione di una nuova autorità indipendente per presidiare il settore.

Tale organismo, da valutare anche alla luce delle direttive Euratom, avrebbe funzioni di certificazione, vigilanza e controllo sul rispetto delle normative tecniche, in piena sintonia con le migliori prassi internazionali.

In alternativa, si prevede la riorganizzazione o soppressione degli enti esistenti con funzioni sovrapposte, così da concentrare le competenze in un assetto più efficace e trasparente.

Autorizzazioni più snelle e Ministero in regia

Un altro elemento chiave della riforma riguarda la semplificazione autorizzativa. Sperimentazione, localizzazione, costruzione e gestione di nuovi impianti nucleari saranno sottoposti a un procedimento abilitativo integrato, gestito dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

Il titolo abilitativo rilasciato sostituirà ogni altro atto amministrativo, fatta eccezione per le valutazioni ambientali, e potrà anche comportare varianti agli strumenti urbanistici. Gli interventi saranno dichiarati di pubblica utilità, urgenti e indifferibili, a sottolineare la centralità strategica del nucleare nelle politiche energetiche nazionali.

Il ruolo dei territori e la partecipazione pubblica

Grande attenzione viene poi riservata al coinvolgimento degli enti territoriali, nel rispetto del principio di leale collaborazione. I decreti legislativi emanati dal Governo individueranno i casi in cui sarà necessaria l’intesa delle Regioni interessate o della Conferenza Unificata, e disciplineranno anche l’eventuale esercizio del potere sostitutivo da parte dello Stato.

È inoltre previsto un forte impegno sulla trasparenza nei confronti dei cittadini e delle amministrazioni locali, soprattutto in materia di sicurezza e radioprotezione.

Si deduce quindi, che nella nuova fase atomica italiana, i territori non saranno più spettatori passivi. In particolare, la legge prevede che le comunità ospitanti siano coinvolte in processi di valorizzazione e sviluppo, anche attraverso strumenti di consultazione, per promuovere fiducia e consenso intorno alle scelte energetiche.

Il capitolo finanziario, 20 milioni l’anno 

Tra le questioni più controverse e degne di nota, non si può non citare il piano triennale da 60 milioni per sostenere gli investimenti previsti dalla nuova legge delega sul nucleare. Ma senza nuovi oneri per la finanza pubblica. Come è possibile? Con un puzzle di fondi speciali, riserve strategiche e relazioni tecniche che promettono sostenibilità economica oltre che ambientale.

Il Governo mette nero su bianco le coperture facendo riferimento a un pacchetto di 60 milioni di euro suddivisi in tre annualità, dal 2027 al 2029, interamente destinati al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Fondi già iscritti a bilancio, che serviranno ad attuare gli investimenti strategici previsti dalla nuova normativa.

Ma il disegno è più articolato.

7,5 milioni per due deleghe chiave

Già a partire dal 2025, la macchina si mette in moto con una dotazione mirata da 1,5 milioni di euro per coprire i costi iniziali legati ad alcuni articoli chiave della legge (in particolare le lettere v) e z) del comma 1 dell’articolo 3). L’anno successivo, nel 2026, il finanziamento sale a 6 milioni, per un totale di 7,5 milioni nei due anni.

I fondi arriveranno da una riduzione programmata del fondo speciale di parte corrente del Ministero dell’Economia e delle Finanze, già previsto nella missione “Fondi da ripartire”. In parole semplici: niente tagli improvvisi, ma un ricalcolo interno delle risorse disponibili.

Nessun impatto sui conti pubblici

C’è un principio guida che attraversa tutta la norma: nessun nuovo onere per la finanza pubblica. Ogni decreto legislativo attuativo, infatti, dovrà essere accompagnato da una relazione tecnica che certifichi la neutralità finanziaria delle misure, oppure ne quantifichi con precisione gli eventuali costi e le relative coperture.

E se queste coperture non ci fossero? In quel caso, i decreti non potranno essere emanati finché il Parlamento non approverà un provvedimento specifico che stanzia le somme necessarie. Un sistema a prova di sforamento.

“Fare bene, senza spendere di più”

Per evitare impatti imprevisti, le amministrazioni coinvolte dovranno agire “a legislazione vigente”, cioè utilizzando le risorse già disponibili (umane, strumentali e finanziarie) senza chiedere ulteriori stanziamenti.

Un’impostazione rigida, che mira a mantenere il controllo della spesa pubblica, ma che potrebbe rivelarsi una sfida non banale per la macchina burocratica.

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L’UE si piega a Trump e il Green Deal affoga in 750 miliardi di petrolio e gas. Ma il piano è irrealizzabile

Più che una sfida commerciale, quella lanciata da Donald Trump all’Europa con l’accordo siglato in Scozia al fianco di Ursula von der Leyen, somiglia a una rivincita geopolitica sul fallito patto con la Cina del 2019 , e a una mina vagante per la transizione energetica globale.

Energia fossile in cambio di dazi più leggeri

Il dato politico che balza all’occhio non è tanto il dazio del 15% su tutte le esportazioni europee verso gli Stati Uniti, quanto piuttosto l’impegno, ancora più audace (o avventato), da parte dell’Unione Europea ad acquistare energia americana per un valore di 250 miliardi di dollari all’anno per tre anni. Vale a dire 750 miliardi di dollari in combustibili fossili, principalmente petrolio greggio e gas naturale liquefatto (LNG), in piena epoca di Green Deal.

Un controsenso clamoroso.

Una promessa impossibile

Fortunatamente si tratta di una promessa impossibile. Chi mastica numeri lo capisce subito: l’obiettivo è irrealizzabile. L’UE non ha la capacità infrastrutturale né il fabbisogno per acquistare simili volumi, e anche se li avesse, gli USA non riuscirebbero a fornirli.

Ma c’è di più. Se l’Europa provasse davvero ad aumentare gli acquisti di energia americana fino a quei livelli, i flussi energetici globali subirebbero sconvolgimenti colossali. Non si tratta solo di geopolitica, ma di logistica, disponibilità, prezzi. In pratica, un terremoto annunciato.

Non è la prima volta che Trump rincorre cifre irrealistiche. Basti ricordare l’“accordo Fase 1” con la Cina, che prevedeva 200 miliardi di dollari di acquisti energetici aggiuntivi entro il 2021. Mai realizzati. Anzi, Pechino non tornò nemmeno ai livelli pre-guerra commerciale del 2017.

I numeri non tornano

Numeri alla mano, è possibile dare un peso a queste affermazioni. Nel 2024, l’UE ha importato:

  • 3,38 miliardi di barili di petrolio (da tutto il mondo)
  • 82,68 milioni di tonnellate di LNG
  • Carbone metallurgico per 6,72 miliardi di dollari

Di questi:

  • 573 milioni di barili di petrolio sono arrivati dagli USA (valore: 40,1 miliardi)
  • 35,13 milioni di tonnellate di LNG dagli USA (valore: 21,78 miliardi)
  • Carbone USA per 2,67 miliardi di dollari

Complessivamente quindi, nel 2024, le importazioni energetiche in Europa dagli USA hanno raggiunto un valore di 64,55 miliardi di dollari. Poco più di un quarto dell’obiettivo fissato dall’accordo.

Per arrivare a 250 miliardi l’anno, l’UE dovrebbe più che triplicare queste cifre, portandole a rappresentare l’85% di tutta la sua spesa energetica fossile.

Neanche gli USA ce la fanno

Sempre guardando i dati (fonte Reuters), nemmeno Washington potrebbe reggere la promessa. Nel 2024, gli USA hanno esportato:

  • 1,45 miliardi di barili di greggio (101,5 miliardi di $)
  • 87 milioni di tonnellate di LNG (54 miliardi di $)
  • 51 milioni di tonnellate di carbone metallurgico (10,3 miliardi di $)

La somma totale fa 165,8 miliardi di dollari. É dunque chiaro che anche se l’UE si accaparrasse il 100% dell’export energetico USA, resterebbe sotto di oltre 80 miliardi rispetto all’obiettivo.

Un’illusione condivisa?

Alcune fonti vicine all’accordo parlano poi di carburanti raffinati e combustibili nucleari inclusi nel computo. Tuttavia, pur volendo inserirli nel conteggio, si fatica comunque ad arrivare alla cifra promessa. Ad esempio:

  • Nel 2024, gli USA hanno esportato verso l’UE 110 milioni di barili di prodotti raffinati (come il diesel), per circa 10,9 miliardi di dollari.

Insufficienti a colmare il divario.

Una strategia del rinvio

Alla luce di queste considerazioni, l’unica domanda da porsi è: se tutti sanno che è impossibile, perché firmare un impegno del genere? L’ipotesi più verosimile è che l’UE stia cercando di guadagnare tempo. Di certo potremmo emulare il comportamento della Cina, che dal 2019 a questa parte ha solo negoziato senza mai rispettare gli accordi, forse sperando in un cambio di vertice alla Casa Bianca.

Nel frattempo, però, l’Europa rischia di pagare un prezzo altissimo, soprattutto in termini di credibilità e coerenza politica in ambito energetico, nonchè di indipendenza strategica nell’approvvigionamento delle fonti.

Il Green Deal, con buona pace degli annunci, potrebbe finire sepolto sotto un mare di greggio texano.

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Cosa possiamo attenderci dal prossimo Meeting dell’OPEC+ per i prezzi?

L’OPEC+ sembra intenzionata a mantenere la rotta durante la riunione congiunta del Comitato ministeriale di monitoraggio di lunedì, con quattro delegati anonimi che hanno dichiarato a Reuters che il gruppo non dovrebbe modificare la propria politica di produzione.

Una quinta fonte ha affermato che è troppo presto per dirlo. Il piano sul tavolo rimane invariato: aumentare la produzione di 548.000 barili al giorno in agosto, nell’ambito di una riduzione volontaria di 2,2 milioni di barili al giorno da parte di otto membri, già annunciata in precedenza.

A prima vista, si tratta di una mossa logica per riconquistare quote di mercato mentre la domanda estiva sostiene i prezzi. Ma prima di iniziare a scontare questi barili in più, è bene usare cautela: queste “fonti vicine alla questione” anonime hanno già sbagliato in passato, e non di rado. Il gruppo stesso non ha commentato direttamente prima della riunione. E come alcuni analisti hanno saggiamente sottolineato, la produzione effettiva non riflette necessariamente i piani di produzione.

I segnali più generali provenienti dall’OPEC+ negli ultimi mesi suggeriscono una svolta attentamente calcolata. Il blocco guidato dall’Arabia Saudita ha frenato l’offerta per anni per sostenere i prezzi, ma ora, con i costi della benzina negli Stati Uniti sotto esame e Washington che spinge per un aumento della produzione, sta trovando un nuovo equilibrio. La consegna anticipata da parte degli Emirati Arabi Uniti dell’aumento di 300.000 barili al giorno della loro quota è emblematica di questo cambiamento.

Nonostante questi aumenti programmati, i prezzi del petrolio rimangono entro un intervallo ristretto. Venerdì il Brent oscillava intorno ai 69 dollari, un prezzo non proprio rialzista, ma nemmeno in caduta libera. Ciò è in parte dovuto al fatto che non tutti i membri hanno effettivamente raggiunto i propri obiettivi di aumento, attenuando l’impatto dell’espansione delle quote.

Le previsioni mensili dell’OPEC dipingono un quadro equilibrato. Il gruppo prevede una domanda solida per tutta la seconda metà del 2025, sostenuta dalla crescita dei viaggi e del settore petrolchimico, in particolare in Asia. Tuttavia, segnala anche una persistente incertezza: i dati economici deboli, il rallentamento della crescita cinese e la diffusione dei veicoli elettrici minacciano la stabilità della domanda.

Quindi, anche se lunedì il JMMC potrebbe raccomandare di non apportare modifiche, è bene prendere le voci con una dose di scetticismo. Come sempre con l’OPEC+, il vero segnale politico arriva spesso solo quando i barili, o la loro mancanza, raggiungono il mercato.


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Italia-Algeria, Fratin: “Verso una filiera italo-africana delle materie prime critiche”

Materie prime critiche, metano, idrogeno e trasizione energetica, al centro del quinto vertice intergovernativo Italia-Algeria, tenutosi a Roma. I riflettori del bilaterale si sono accesi in particolare sul Piano Mattei, nuovo pilastro della politica estera italiana in Africa. Protagonisti dell’incontro sul partenariato energetico, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, e l’omologo algerino dell’Energia, Mohamed Arkab, in un summit che ha riaffermato la crescente centralità dell’Algeria nella strategia energetica nazionale.

“Sicurezza energetica e transizione sostenibile sono le nostre priorità – ha dichiarato Pichetto Fratin – e l’Algeria, così come altri Paesi del Mediterraneo allargato, gioca un ruolo cruciale in questo percorso, in linea con la visione del Piano Mattei”.

La cooperazione energetica tra Bel Paese e Africa, prosegue infatti nella direzione tracciata lo scorso anno da Governo e Parlamento. Un piano da oltre cinque miliardi di euro, fortemente voluto dal premier Giorgia Meloni, che punta a rafforzare la collaborazione tra i due Paesi anche in chiave industriale e formativa.

Italia hub energetico del Mediterraneo

Il Piano Mattei mira a trasformare l’Italia in un vero e proprio hub energetico del Mediterraneo. Un’ambizione che passa, in primo luogo, attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas, in un contesto segnato dalla necessità di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. In questo senso, l’Algeria ha assunto un ruolo strategico: oggi è il primo fornitore di gas per l’Italia, e l’incremento dei flussi algerini è stato determinante nel riorientare gli equilibri energetici del Paese.

“Abbiamo vinto la sfida dell’indipendenza dal gas russo – ha sottolineato Pichetto – grazie anche all’impegno congiunto con Algeri e a una visione energetica di lungo termine”.

Secondo le stime del Gas Exporting Countries Forum (GECF), basato su dati forniti da Snam, l’Italia avrebbe, infatti, registrato un significativo incremento delle importazioni di gas dall’Algeria nei primi due mesi del 2025, con una crescita del 31% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel medesimo periodo si è invece verificato un drastico calo delle importazioni di gas dalla Libia, diminuite del 75% rispetto ai primi due mesi del 2024. Complessivamente a inizio anno, le importazioni di gas dal Nord Africa (cioè Algeria e Libia) hanno raggiunto 3,5 miliardi di metri cubi (bcm), con un aumento complessivo del 21% su base annua.

Idrogeno e corridoi verdi

Il vertice ha inoltre rilanciato il progetto del Corridoio Meridionale dell’Idrogeno, infrastruttura strategica che collegherà Italia e Algeria per lo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno verde, in linea con gli obiettivi climatici europei e con la Strategia Nazionale del’Idrogeno presentata lo scorso novembre. “Un’iniziativa che non guarda solo alla sicurezza energetica, ma anche a stabilità e crescita condivisa” ha spiegato il ministro.

Il progetto “SouthH2 Corridor“, riconosciuto dall’Unione Europea come Progetto di Interesse Comune (PCI), non collegherà soltanto le due coste del Mediterraneo, ma consentirà il trasporto dell’idrogeno rinnovabile dal Nord Africa all’Europa, passando per Algeria, Tunisia e Bel Paese, fino a raggiungere Germania e Austria.

A questo si affianca il progetto Medlink, un ulteriore corridoio in fase di studio, che potrebbe rafforzare ulteriormente le interconnessioni energetiche tra le due sponde del Mediterraneo.

Materie prime critiche e nuove filiere

Un altro tema cruciale affrontato dai due ministri è quello delle materie prime critiche, fondamentali per la transizione verde e per settori come le batterie, i pannelli fotovoltaici e l’elettronica. Pichetto ha lanciato l’idea di una collaborazione strutturata con l’Algeria, non solo per l’estrazione, ma anche per la trasformazione in loco e la formazione tecnica, al fine di creare una filiera africana integrata e sostenibile.

“È un tema che riguarda il futuro – ha dichiarato – e su cui l’Algeria può diventare un partner strategico per l’Italia e per l’Europa”.

Verso una cooperazione più ampia, il dossier metano

Infine, il vertice ha affrontato anche il delicato tema delle emissioni di metano, su cui i due Paesi intendono intensificare la cooperazione tecnologica e regolatoria. L’obiettivo è promuovere una riduzione significativa delle emissioni nel settore energetico, attraverso investimenti comuni, innovazione e trasferimento di competenze.

Oltre 40 accordi firmati

Con oltre 40 intese siglate, Italia e Algeria dimostrano la volontà concreta di consolidare una partnership a tutto campo, che abbraccia energia, industria, ambiente e sicurezza. Un rapporto strategico che affonda le sue radici nel Trattato di amicizia e buon vicinato del 2003, e che oggi si rafforza alla luce delle nuove sfide globali.

Come ha ribadito il ministro Tommaso Foti, il Piano Mattei rappresenta “un modello strategico, solido e operativo”, capace di coniugare interessi economici, geopolitici e sostenibilità ambientale. E l’Algeria, sempre più centrale nello scacchiere mediterraneo, si conferma partner privilegiato in questo disegno ambizioso.

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Fusione nucleare, al via i test sui magneti superconduttori

Nel cuore dei Castelli Romani, a pochi chilometri da Roma, prende vita una delle infrastrutture più avanzate d’Europa. Il Frascati Coil Cold Test Facility (FCCTF), è un laboratorio progettato per mettere alla prova i potentissimi magneti che saranno usati nel Divertor Tokamak Test (DTT), il primo reattore sperimentale italiano per la fusione nucleare.

Il Progetto del DTT

Il DTT, in costruzione presso il Centro Ricerche ENEA di Frascati, è un progetto strategico per l’Italia e per tutta l’Europa. Il suo obiettivo? Riprodurre in laboratorio le stesse reazioni che avvengono nel cuore del Sole, per produrre un’energia pulita, sicura e praticamente infinita.

Il nuovo laboratorio può essere, quindi, definito un’infrastruttura d’eccellenza, progettata per collaudare i componenti più critici della futura energia da fusione. 

Si tratta di un impianto all’avanguardia, unico nel suo genere a livello nazionale, in grado di ricreare le condizioni operative estreme necessarie per qualificare 26 super magneti:

  • 18 bobine toroidali,
  • 6 moduli del solenoide centrale,
  • 2 bobine poloidali.

Il cuore magnetico della fusione

Nel dettaglio, il nuovo laboratorio FCCTF servirà a testare i superconduttori verificando che siano in grado di adempiere al loro compito fondamentale, ossia confinare il gas di idrogeno (deuterio e trizio) all’interno del reattore e trasformarlo in plasma, uno stato della materia così caldo da superare i 100 milioni di gradi. È proprio in queste condizioni estreme che può avvenire la fusione nucleare controllata, una delle sfide scientifiche più ambiziose del nostro tempo.

I test saranno eseguiti in condizioni estreme, simili a quelle operative, con i magneti raffreddati a -269 °C grazie all’uso dell’elio liquido, necessario per mantenere la superconduttività.

Non solo fusione: un laboratorio per la scienza del futuro

Ma il laboratorio non sarà utile solo al progetto del Tokamak. Il Frascati Coil Cold Test Facility  sarà, infatti, messo a disposizione anche della comunità scientifica internazionale, diventando un punto di riferimento per lo sviluppo e la sperimentazione di nuove tecnologie superconduttive, come i cavi ad alta temperatura critica che funzionano a temperature più “calde”, come -196 °C (l’azoto liquido).

Questi cavi potrebbero rivoluzionare trasporti elettrici, reti energetiche intelligenti e sistemi di accumulo. In altre parole, ciò che si testa oggi in questo laboratorio potrebbe trovare spazio domani nelle nostre città e nelle nostre case.

Tecnologia italiana al servizio della scienza mondiale

“Il DTT è un progetto strategico per l’Italia e per l’Europa. Con il FCCTF mettiamo a disposizione della comunità scientifica un’infrastruttura unica per testare tecnologie chiave per la fusione,”
ha spiegato Francesco Romanelli, presidente di DTT Scarl e professore all’Università di Roma Tor Vergata.

Il laboratorio impiegherà un team di circa 10 tra ricercatori e tecnici e contribuirà in modo concreto all’avanzamento delle tecnologie per la produzione di energia pulita.

“Con questa nuova infrastruttura, ENEA rafforza il proprio ruolo nella ricerca sulla fusione,”
ha dichiarato anche Paola Batistoni, responsabile della Divisione Sviluppo Energia da Fusione di ENEA.
“Il laboratorio non supporterà solo il reattore DTT, ma sarà anche un trampolino per nuove scoperte nel campo dell’energia del futuro.”

Un laboratorio “super freddo” per tecnologie “super calde”

Nel laboratorio FCCTF troveranno spazio tecnologie tra le più sofisticate oggi disponibili, tra cui:

  • Un criostato capace di contenere magneti fino a 7 metri di lunghezza e 17 tonnellate di peso
  • Un refrigeratore ad elio supercritico, che permette di mantenere temperature fino a -269 °C
  • Un sistema di alimentazione elettrica da ben 43.000 ampere
  • Una Fast Discharge Unit, un sistema di sicurezza che protegge i magneti da guasti improvvisi
  • Una postazione di test ad azoto liquido per i cavi superconduttori ad alta temperatura

Italia in prima linea

Con l’attivazione della FCCTF, l’Italia si posiziona in prima linea nella corsa globale alla fusione nucleare. Questa infrastruttura non solo garantirà il successo del reattore DTT, ma diventerà anche una risorsa chiave per l’intera comunità scientifica nel cammino verso un’energia pulita, sicura e virtualmente inesauribile.

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