Caro energia, il prezzo fisso è l’unico scudo contro i rincari per i consumatori

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Il caro energia scatenato dalla guerra in Medio Oriente rischia di trasformarsi in una stangata per le famiglie italiane.

Il blocco dello stretto di Hormuz e la riduzione dell’export di gas e petrolio da parte dei Paesi del Golfo rischia di avere serie conseguenze per l’economia italiana e per quella europea.

Le preoccupazioni sono legate soprattutto all’andamento dei costi dell’energia: subito dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran il prezzo del petrolio è salito a livelli che non si vedevano dal 2022 e anche i mercati di luce e gas in Europa hanno iniziato la loro corsa al rialzo.

L’effetto domino di rialzo dei prezzi scatenato dall’attacco all’Iran ha conseguenze immediate sulle bollette: tutti gli indici sono cresciuti sensibilmente da inizio marzo, con aumenti che superano anche il 50% nei prezzi all’ingrosso rispetto ai livelli precedenti alla guerra.

A non risentire del recente aumento delle quotazioni del mercato è chi ha attiva un’offerta luce o gas a prezzo fisso: in questo tipo di tariffa, infatti, il costo della materia prima rimane stabile al livello concordato con il fornitore per tutta la durata dell’offerta.

Anche in una situazione di grande volatilità e incertezza come quella attuale, confrontare le offerte dei fornitori di energia partner di SOStariffe.it e verificare quali sono le tariffe a prezzo fisso più convenienti può aiutare a risparmiare una cifra importante.

Caro energia: cosa sta succedendo

Una delle conseguenze più immediate dell’attacco di USA e Israele all’Iran è stato il blocco dei trasporti nello stretto di Hormuz. Questo tratto del Mar Arabico è un passaggio strategico per i flussi di gas e petrolio provenienti dalla Penisola Arabica.

Il blocco dei trasporti ha provocato subito forti tensioni sui mercati energetici, che hanno fatto salire rapidamente il prezzo del petrolio e del gas. Il petrolio greggio ha superato per la prima volta dal 2022 i 100 dollari al barile e anche il petrolio brent ha fatto registrare aumenti notevoli.

Anche sul mercato del gas i prezzi hanno preso a correre. Le incertezze legate alla ripresa del traffico delle navi che trasportano GNL e l’aumento della domanda globale hanno fatto schizzare le quotazioni, rendendo più caro l’approvvigionamento anche dai Paesi lontani dal Medio Oriente.

Dopo quella originata dall’invasione della Russia in Ucraina, c’è quindi una nuova crisi energetica all’orizzonte. Il suo impatto sui mercati e sull’inflazione è ancora incerto e dipenderà essenzialmente dalla durata della guerra. Secondo gli analisti, se la guerra dovesse durare poche settimane i prezzi del petrolio non dovrebbero superare i 120 dollari al barile, mentre se il conflitto dovesse protrarsi per un mese i prezzi potrebbero arrivare fino a 150-160 dollari al barile (prima dello scoppio della guerra era attorno ai 70 dollari al barile).

Qual è la situazione dei prezzi all’ingrosso di gas e luce in Italia

Le tensioni sui mercati energetici internazionali hanno avuto forti riflessi anche sui mercati all’ingrosso italiani. Anche se l’Italia può contare su uno stock di gas che è in linea con l’andamento della domanda e al momento non ci sono particolari preoccupazioni sulla sicurezza degli approvvigionamenti futuri, i prezzi negli ultimi giorni sono saliti rapidamente.

Dall’inizio di marzo sia per il PUN, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, sia per il PSV, il prezzo all’ingrosso del gas, i rincari sono stati quasi quotidiani. Nei primi 10 giorni del mese sono stati toccati i seguenti picchi:

  • Il PUN è passato da 0,105 €/kWh a 0,168 €/kWh;
  • Il PSV è passato da 0,35 €/Smc a 0,63 €/Smc.

I valori sono poi calati leggermente ma restano ben al di sopra del valore mensile di febbraio. Anche l’indice TTF, il prezzo all’ingrosso del gas che si forma sulla Borsa di Amsterdam, ha registrato aumenti notevoli, con un balzo di oltre il 50% dall’inizio della guerra.

Contro il caro energia conviene scegliere un’offerta a prezzo fisso?

La volatilità che sta interessando i mercati in questo periodo causa forti oscillazioni dei prezzi e la complessità del quadro geopolitico rende molto difficile fare previsioni sulle tendenze future.

In un contesto incerto come quello attuale, puntare sulla stabilità delle offerte luce e gas a prezzo fisso può rivelarsi la strategia migliore. Dal momento che i prezzi all’ingrosso variano su base giornaliera, anche le tariffe dei fornitori di energia vengono aggiornate di frequente. È quindi fondamentale monitorare regolarmente le offerte del periodo e verificare quali sono le soluzioni tariffarie migliori.

Gli operatori partner di SOStariffe.it propongono tariffe luce a prezzo fisso a partire da 0,127 €/kWh, mentre nel caso del gas le tariffe a prezzo fisso migliori partono da 0,39 €/Smc (dati riferiti al 13 marzo). Attivando una di queste tariffe si ottiene un prezzo bloccato per 12 mesi: il corrispettivo per l’energia non cambierà durante questo periodo, anche se i prezzi all’ingrosso dovessero salire ancora.

L’ARERA ricorda ai consumatori che, per legge, se si attiva un contratto di fornitura a prezzo bloccato i fornitori:

  • Non possono fare modifiche unilaterali del contratto in corso;
  • Non possono interrompere anticipatamente l’offerta.

In caso di irregolarità o se si sospetta che le compagnie stiano mettendo in atto delle pratiche commerciali scorrette ci si può rivolgere allo Sportello del consumatore e inviare una segnalazione all’Autorità.  

Nel frattempo, per monitorare l’andamento del mercato e contrastare eventuali comportamenti scorretti da parte delle società energetiche, l’ARERA ha istituito un’Unità di Vigilanza Energetica. Quest’organismo dell’Autorità ha il compito di verificare due volte al giorno l’evoluzione dei prezzi, per fornire informazioni puntuali e aggiornate sulla situazione di mercato.

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Energia solare spina dorsale della nuova economia elettrica globale. Crescita guidata da AI e data center

Rinnovabili globali verso il raddoppio della capacità entro il 2031: solare e AI guidano la nuova economia energetica

La transizione energetica globale accelera. Nei prossimi cinque anni la capacità installata di energia da fonti rinnovabili è destinata a più che raddoppiare, passando da 4,1 terawatt (TW) nel 2025 a 8,4 TW entro il 2031, con un tasso medio annuo di crescita (CAGR) del 13%. È questa la previsione centrale del nuovo report “Renewable Energy: Strategic Intelligence” pubblicato da GlobalData, che fotografa un sistema energetico mondiale sempre più orientato verso tecnologie pulite, spinte da riduzione dei costi, innovazione tecnologica e domanda crescente di elettricità.

Secondo gli analisti della società di intelligence economica, il motore principale della crescita sarà il solare fotovoltaico, sostenuto da una scalabilità senza precedenti e da una continua deflazione dei costi lungo l’intera filiera produttiva. Parallelamente, l’intelligenza artificiale e l’esplosione dei data center stanno emergendo come nuovi driver della domanda elettrica globale, contribuendo a rafforzare il ruolo delle rinnovabili nella sicurezza energetica.

In un contesto internazionale segnato da volatilità nei mercati di petrolio e gas, conflitti geopolitici e nuove competizioni industriali, la diffusione delle energie pulite appare sempre più come una leva strategica per ridurre le dipendenze energetiche e stabilizzare i sistemi economici.

Rinnovabili dominate dal fotovoltaico, eolico a ruota. Solare ‘spina dorsale’ del sistema elettrico mondiale

Il report evidenzia come il 2025 rappresenti un anno record per la capacità installata mondiale, con tutte le principali tecnologie rinnovabili in crescita. La capacità rinnovabile globale ha raggiunto livelli senza precedenti, con il solare fotovoltaico che domina il mix energetico, rappresentando il 56,1% della capacità installata totale.

Seguono:

  • Eolico: 33,5%
  • Bioenergia: 5,3%

Il sorpasso tecnologico è ormai compiuto anche sul fronte della generazione elettrica. Nel 2025 il solare è diventato la principale fonte rinnovabile di produzione di elettricità, superando l’eolico:

  • Produzione solare: 2.800 TWh
  • Produzione eolica: 2.770 TWh

Secondo Rehaan Aleem Shiledar, Power Analyst di GlobalData: “Il solare fotovoltaico e l’eolico continueranno a essere centrali nella transizione energetica globale. Nel 2025 il solare è diventato la principale fonte di generazione elettrica rinnovabile, superando l’eolico”.

Il dato segnala una trasformazione strutturale dei mercati energetici: il solare non è più una tecnologia emergente, ma la spina dorsale del sistema elettrico globale in costruzione.

Il predominio asiatico: la Cina guida la transizione

Dal punto di vista geografico, il report evidenzia con chiarezza il peso crescente dell’Asia-Pacifico. La regione APAC domina sia il solare sia l’eolico, con: 699,5 GW di capacità eolica e 1.550 GW di capacità solare fotovoltaica

Il vero epicentro della rivoluzione energetica è però la Cina. Il Paese ha accelerato massicciamente lo sviluppo del fotovoltaico grazie a: obiettivi di neutralità carbonica, investimenti industriali lungo l’intera filiera e forti riduzioni dei costi tecnologici.

Il risultato è impressionante. Nel 2025 la Cina ha generato 1.150 TWh di elettricità solare, pari a circa il 41% della produzione globale di fotovoltaico.

Il report sottolinea inoltre che: oltre il 90% della crescita degli investimenti energetici nel 2025 in Cina è arrivata dal clean energy; la filiera delle rinnovabili ha contribuito per oltre un terzo alla crescita economica complessiva del Paese

In altre parole, Pechino sta utilizzando la transizione energetica come leva industriale e geopolitica.

Trump rallenterà la crescita del solare negli USA. India in ascesa

Dietro la Cina, i principali mercati emergenti del solare sono Stati Uniti e India.

Produzione solare nel 2025:

  • USA: 486 TWh
  • India: 189 TWh

In entrambi i Paesi la crescita è sostenuta da forti riduzioni dei costi, politiche di supporto e necessità di decarbonizzare il sistema elettrico

Negli Stati Uniti un ruolo decisivo è stato svolto dall’Inflation Reduction Act, mentre in India il governo continua a sostenere il settore con le grandi missioni nazionali per il solare.

Tuttavia il report evidenzia un cambiamento politico significativo negli Stati Uniti. Secondo GlobalData, con il secondo mandato di Donald Trump, il mercato energetico americano potrebbe entrare in una fase più complessa.

Le energie rinnovabili stanno entrando in una fase di espansione a due velocità: negli Stati Uniti il sostegno federale si sta orientando verso i combustibili fossili e lontano dagli incentivi verdi, rallentando lo sviluppo dei progetti e aumentando i costi”, ha precisato Shiledar.

Questo potrebbe tradursi in: costi più elevati per i progetti, maggiore volatilità, tempi di realizzazione più lunghi.

Il solare domina, ma l’eolico resta pilastro della transizione

Dal punto di vista tecnologico, il report mostra una chiara gerarchia.

Solare fotovoltaico. È la tecnologia con il più alto tasso di espansione grazie a: scalabilità industriale, forte riduzione dei costi e tempi rapidi di installazione. Il solare è ormai tra le fonti più economiche di produzione elettrica.

Eolico. Resta il secondo pilastro della transizione energetica, soprattutto nelle installazioni su larga scala e offshore. Nonostante il sorpasso del fotovoltaico nella produzione elettrica, l’eolico mantiene una quota del 33,5% della capacità installata rinnovabile globale.

Bioenergia. Con una quota del 5,3%, rappresenta una componente stabile del mix energetico rinnovabile, soprattutto per applicazioni industriali e di cogenerazione.

L’intelligenza artificiale diventa il “cervello” del futuro sistema energetico a rinnovabili

Uno degli aspetti più interessanti del report riguarda il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nella gestione delle energie rinnovabili. Secondo GlobalData, l’AI sta diventando un elemento indispensabile per l’integrazione delle fonti intermittenti come solare ed eolico.

L’intelligenza artificiale consente infatti di analizzare enormi flussi di dati meteorologici, migliorare la previsione della produzione, ottimizzare l’uso delle batterie, coordinare le smart grid e ridurre le perdite di energia.

Consentendo il bilanciamento in tempo reale tra domanda e offerta di elettricità – ha proseguito Shiledar – l’intelligenza artificiale riduce la curtailment e i costi operativi, rafforzando allo stesso tempo la resilienza complessiva della rete”.

Numerosi grandi player industriali stanno già adottando queste tecnologie su larga scala, tra cui: Vestas, ENERCON, JinkoSolar, First Solar. L’AI sta trasformando le rinnovabili da tecnologie intermittenti a sistemi energetici intelligenti e gestibili in tempo reale.

Data center e AI: il nuovo grande motore della domanda elettrica da rinnovabili

La diffusione dell’intelligenza artificiale non incide solo sulla gestione delle reti, ma anche sulla domanda di energia. I data center per l’AI stanno diventando uno dei principali fattori di crescita del consumo elettrico globale.

Per questo motivo le grandi aziende tecnologiche stanno accelerando gli investimenti nelle energie rinnovabili. Tra gli esempi citati nel report:

  • Google e NextEra Energy hanno annunciato nel dicembre 2025 una collaborazione per sviluppare data center AI su scala gigawatt alimentati da energia pulita
  • Equinix ha siglato un accordo con CleanMax per un progetto di 33 MW di energia rinnovabile dedicata

Gli hyperscaler stanno dunque diventando attori centrali della transizione energetica, contribuendo a finanziare nuovi impianti rinnovabili.

Un mondo a due velocità: da una parte Cina (e Asia) dall’altra gli USA

Il report di GlobalData parla esplicitamente di una transizione energetica “a due velocità”. Da una parte ci sono Cina, Asia-Pacifico e gran parte del resto del mondo che stanno accelerando rapidamente la diffusione delle rinnovabili.

Dall’altra, gli Stati Uniti rischiano una fase di rallentamento a causa delle nuove politiche federali. Il risultato è una progressiva “decoupling” della transizione energetica globale dalla politica energetica americana.

Petrolio, gas e conflitti: perché le rinnovabili sono una questione geopolitica

La crescita delle rinnovabili non è soltanto una questione ambientale o tecnologica. È sempre più una questione geopolitica. La volatilità dei mercati di petrolio e gas, aggravata negli ultimi anni da: conflitti regionali, tensioni commerciali, interruzioni delle catene di approvvigionamento.

ha dimostrato quanto le economie siano vulnerabili alla dipendenza dai combustibili fossili.
Le rinnovabili, al contrario: riducono l’esposizione ai mercati globali delle materie prime, rafforzano l’autonomia energetica, stabilizzano i costi dell’elettricità nel lungo periodo.

La partita europea: autonomia energetica e competitività industriale

In questo nuovo scenario globale, l’Europa si trova di fronte a una partita decisiva. Dopo la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, l’Unione europea ha accelerato la strategia di indipendenza energetica, puntando su: solare, eolico offshore, idrogeno verde e reti elettriche intelligenti.

Il programma REPowerEU ha già dimostrato come le rinnovabili possano diventare uno strumento per ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas.

Tuttavia l’Europa deve affrontare tre sfide fondamentali:

  1. recuperare terreno industriale rispetto alla Cina nella produzione di tecnologie energetiche;
  2. accelerare le autorizzazioni per nuovi impianti;
  3. rafforzare le infrastrutture di rete e accumulo.

Il rischio è che il continente rimanga leader nella regolazione ma non nella produzione industriale della nuova economia energetica.

Verso la nuova economia elettrica globale

Il quadro delineato da GlobalData è chiaro: il sistema energetico mondiale sta entrando in una nuova fase. Le rinnovabili non sono più una nicchia tecnologica, ma la struttura portante dell’economia energetica del XXI secolo.

Solare, eolico, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali stanno convergendo per costruire un sistema energetico: più distribuito; più intelligente; meno dipendente dai combustibili fossili.

Se le previsioni si realizzeranno, entro il 2031 il mondo disporrà di 8,4 TW di capacità rinnovabile installata. Un cambiamento che non riguarda solo l’energia, ma l’intero equilibrio economico e geopolitico globale.

D’altronde, come ha ben evidenziato l’International Energy Agency (IEA), nel suo ultimo rapporto Electricity 2026, si stima che la domanda globale di elettricità crescerà in media di oltre il 3,5% all’anno fino al 2030, a un ritmo almeno 2,5 volte superiore rispetto alla domanda complessiva di energia primaria. Si apre una nuova era per l’elettricità.

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Energia pulita, Bruxelles mobilita 75 miliardi. Il piano Ue per bollette più basse e autonomia energetica

L’Europa accelera sull’energia pulita e l’autonomia energetica, ma serve un cambiamento radicale

Oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi tre anni, un impegno fino a 500 milioni di euro per il Fondo per le infrastrutture strategiche, 200 milioni aggiuntivi per le tecnologie nucleari innovative e un aumento delle risorse europee per le reti energetiche fino a quasi 30 miliardi nel prossimo bilancio Ue.

La Commissione europea accelera sulla transizione energetica con un pacchetto di iniziative (Energy Package) che mette al centro investimenti, infrastrutture e industria europea. L’obiettivo è rafforzare l’indipendenza energetica dell’Unione, ridurre la volatilità dei prezzi e rendere l’energia più accessibile per cittadini e imprese.

Il punto di partenza è una constatazione ormai condivisa a Bruxelles: la dipendenza dai combustibili fossili importati espone l’Europa a rischi geopolitici e a forti oscillazioni dei prezzi. Per questo la strategia europea punta a rafforzare la produzione interna di energia pulita e a costruire un sistema energetico più resiliente.

Servono più investimenti per l’energia europea

Il cuore della nuova strategia è la mobilitazione di capitali per accelerare la trasformazione del sistema energetico europeo. Secondo la Commissione, uno dei principali ostacoli alla transizione è il divario tra il capitale privato disponibile e gli investimenti necessari per sviluppare nuove infrastrutture energetiche.

Per colmare questo gap Bruxelles punta su un meccanismo di riduzione del rischio dei progetti, con l’obiettivo di attrarre investimenti privati in settori chiave come:

  • reti elettriche e infrastrutture energetiche
  • tecnologie pulite innovative
  • efficienza energetica

In questo processo avrà un ruolo centrale la Banca europea per gli investimenti (BEI), che prevede di mobilitare oltre 75 miliardi di euro nei prossimi tre anni a sostegno della transizione energetica.

Una parte di queste risorse sarà destinata al Fondo di investimento per le infrastrutture strategiche, che riceverà un contributo indicativo fino a 500 milioni di euro. Il fondo fungerà da capitale iniziale per attrarre ulteriori capitali privati verso progetti energetici di grande scala.

L’obiettivo è accelerare lo sviluppo delle infrastrutture necessarie alla crescita delle rinnovabili e alla modernizzazione delle reti energetiche europee.

Reti energetiche più forti

Le infrastrutture sono uno degli anelli più critici della transizione energetica europea. L’espansione delle fonti rinnovabili richiede infatti reti elettriche più integrate e capaci di gestire flussi energetici più complessi.

Per questo Bruxelles ha già presentato il pacchetto sulle reti europee, che mira a rafforzare le infrastrutture energetiche e migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti.

La Commissione ha inoltre proposto un aumento significativo dei finanziamenti europei destinati alle infrastrutture energetiche nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione.

Nel quadro finanziario 2028-2034, il bilancio del Meccanismo per collegare l’Europa (CEF) per l’energia dovrebbe passare da 5,84 miliardi a 29,91 miliardi di euro, quasi cinque volte di più rispetto al periodo precedente.

Energia più economica (e accessibile) per cittadini e imprese

Accanto agli investimenti, la Commissione vuole intervenire anche sul lato dei consumatori. Con il pacchetto “Energia per i cittadini”, Bruxelles propone una serie di misure per rendere l’energia più accessibile e ridurre le bollette.

La nuova guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran (ormai allargata ad altri attori regionali) sta spaventando i cittadini europei. Si teme ovviamente un possibile coinvolgimento diretto dei propri Paesi e allo stesso tempo si guarda con viva preoccupazione a quali possono essere anche le conseguenze in termini economici ed energetici per l’Unione europea.

Bruxelles per questo ha deciso di agire tempestivamente, almeno sulla carta, pensando proprio a come fronteggiare, mitigare e contrastare fin da subito l’impatto delle guerre in corso sulle bollette energetiche e il portafogli di famiglie e imprese europee.

Tra le principali azioni previste dal pacchetto energia proposto dalla Commissione, troviamo:

  • accelerare il cambio di fornitore di energia, aumentando la concorrenza nei mercati;
  • ridurre imposte e oneri sulle bollette elettriche, quando possibile;
  • migliorare la trasparenza delle bollette e dei contratti energetici;
  • favorire la nascita di comunità energetiche, in cui cittadini e imprese producono e condividono energia rinnovabile.

Queste misure sono pensate anche per affrontare il problema della povertà energetica, che continua a colpire milioni di famiglie europee.

Tecnologie energetiche ‘made in EU’ e autonomia strategica

Un altro pilastro della strategia riguarda lo sviluppo di una filiera industriale europea per le tecnologie energetiche pulite. Bruxelles vuole rafforzare i contenuti industriali europei e costruire una catena di approvvigionamento interna per tecnologie chiave, riducendo le dipendenze dalle importazioni.

Questo approccio è considerato essenziale per garantire l’autonomia strategica dell’Unione e rafforzare la leadership europea nelle tecnologie a zero emissioni nette.

La questione dell’autonomia e della sicurezza energetica si intreccia, ovviamente, con quella della competitività. In questa strategia europea emerge con chiarezza il legame sempre più stretto tra energia e competitività industriale. Negli ultimi anni il differenziale dei prezzi energetici ha pesato fortemente sull’economia europea: secondo diverse stime, i costi dell’energia per l’industria nell’UE sono arrivati a essere fino al 158% più alti rispetto a quelli degli Stati Uniti, comprimendo i margini delle imprese e indebolendo la capacità competitiva del sistema produttivo. Da qui la scelta di Bruxelles di integrare autonomia energetica, politica industriale e preferenza per il “buy European” in una stessa strategia.

L’idea è che rafforzare la produzione interna di energia pulita, semplificare le regole per gli investimenti energetici, anche attraverso il pacchetto di semplificazioni noto come Energy Omnibus, e sostenere la domanda di tecnologie europee possa ridurre strutturalmente i costi per le imprese. Secondo le stime della Commissione, queste misure potrebbero contribuire a ridurre le bollette energetiche industriali tra il 15% e il 25% entro il 2030, creando le condizioni per un rilancio della manifattura europea nei settori strategici della transizione energetica.

Buy European” vale anche per l’energia

Nel pacchetto di misure per rafforzare la competitività industriale europea si inserisce anche l’Industrial Accelerator Act (IAA), la proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea il 3 marzo 2026 per accelerare la produzione industriale a basse emissioni e rafforzare le filiere strategiche interne all’Unione. Il provvedimento introduce, tra le altre cose, una forma di preferenza industriale europea negli appalti pubblici e negli aiuti di Stato, con l’obiettivo di sostenere la manifattura “made in Europe” nei settori considerati critici per la transizione energetica e industriale, tra cui acciaio, cemento, alluminio, tecnologie solari, nucleare ed e-mobility.

In particolare, i prodotti europei a basse emissioni potranno ottenere priorità negli appalti pubblici quando il loro costo sia comparabile con quello delle alternative extra-UE, con uno scarto massimo stimato tra il 10% e il 15%. Il regolamento prevede inoltre procedure autorizzative più rapide, attraverso uno sportello unico digitale per i progetti industriali e tempi di approvazione che potrebbero scendere a 6-12 mesi per gli investimenti legati alla decarbonizzazione. Parallelamente, Bruxelles propone anche un rafforzamento dei controlli sugli investimenti esteri nei settori strategici, in particolare nei casi in cui un Paese terzo detenga una quota dominante della capacità produttiva globale.

In queste situazioni, i grandi progetti industriali (sopra i 100 milioni di euro) dovranno rispettare una serie di condizioni, tra cui una quota significativa di occupazione europea, trasferimento di know-how e possibili joint venture con limiti alla partecipazione extra-UE. La proposta è ancora nelle fasi iniziali dell’iter legislativo: Parlamento e Consiglio dovranno negoziare il testo definitivo nei prossimi mesi, con una possibile approvazione entro la fine del 2026. Nel frattempo il mondo industriale guarda alla misura con interesse ma anche con cautela, temendo possibili aumenti dei costi e nuove complessità burocratiche.

La scommessa sui piccoli reattori modulari, il nucleare rientra dalla finestra e i dubbi rimangono tutti in piedi

Nel pacchetto presentato dalla Commissione trova spazio anche il nucleare di nuova generazione. Dopo anni di marginalità — una scelta che in diversi Paesi europei era stata sancita anche da decisioni democratiche e referendarie — questa fonte energetica, oggi classificata tra le tecnologie utili alla transizione, torna progressivamente nell’agenda politica europea.

Le ragioni sono in gran parte legate al nuovo contesto energetico e geopolitico: la necessità di ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e di garantire una produzione stabile di energia sta spingendo alcuni governi dei Ventisette a rivalutare il nucleare come possibile componente del mix energetico futuro.

In questo quadro si inserisce la nuova strategia europea sui piccoli reattori modulari (SMR), che punta a consentire agli Stati membri interessati di avviare i primi impianti operativi all’inizio degli anni 2030. Si tratta tuttavia di un calendario che molti osservatori considerano ancora incerto.

Riferendosi proprio agli SMR, “vogliamo che questa nuova tecnologia sia operativa in Europa entro l’inizio degli anni ’30, in modo che possa svolgere un ruolo chiave accanto ai reattori nucleari tradizionali, in un sistema energetico flessibile, sicuro ed efficiente. Proponiamo tre serie principali di misure. Innanzitutto, abbiamo bisogno di regole semplici. Creeremo sandbox normativi in ​​modo che le aziende possano testare tecnologie innovative. E collaboreremo con gli Stati membri affinché le regole siano allineate a livello transfrontaliero“, ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento al vertice mondiale sull’energia nucleare.

Ad oggi, infatti, la tecnologia degli SMR è ancora in fase sperimentale: esistono soprattutto prototipi e progetti pilota, mentre non è ancora chiaro quale sarà l’effettivo fabbisogno di investimenti per sviluppare su scala industriale queste infrastrutture nucleari di nuova generazione.

Le esperienze più avanzate mostrano già alcune difficoltà. Negli Stati Uniti, ad esempio, i primi progetti dimostrativi hanno registrato slittamenti temporali verso il 2030 o oltre, con costi significativamente superiori alle stime iniziali. Diverse analisi indipendenti, tra cui quelle dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), evidenziano criticità ricorrenti legate a ritardi nei progetti, incertezze tecnologiche e costi difficili da prevedere.

Gli SMR sono concepiti come reattori nucleari di dimensioni più ridotte, progettati per essere costruiti in modo modulare e con tempi teoricamente più rapidi rispetto alle centrali tradizionali. L’idea alla base è che la produzione seriale possa ridurre i costi. Tuttavia, i dati finora disponibili mostrano una realtà più complessa.

Gli SMR sono davvero una soluzione al problema e una strada “sostenibile” da seguire?

I costi inizialmente stimati tra 3.000 e 5.000 dollari per kilowatt installato sono stati progressivamente rivisti al rialzo, in alcuni casi oltre 10.000–20.000 dollari per kilowatt, anche a causa della mancata realizzazione delle economie di scala previste. Anche sul fronte dei prezzi dell’energia prodotta si registrano revisioni: il progetto NuScale, inizialmente stimato intorno ai 55 dollari per megawattora, ha visto salire le previsioni oltre 80–100 dollari per megawattora, livelli che rendono la tecnologia meno competitiva rispetto a molte fonti rinnovabili.

Non mancano poi interrogativi su sicurezza e gestione dei rifiuti. Alcuni studi indicano che, in rapporto all’energia prodotta, gli SMR potrebbero generare una quantità di scorie radioattive superiore rispetto ai reattori di grande taglia, con conseguenti sfide aggiuntive per il loro trattamento e smaltimento.

Nonostante queste incognite, la Commissione europea intende sostenere lo sviluppo della tecnologia. Bruxelles sta valutando fino a 200 milioni di euro di risorse aggiuntive nell’ambito di InvestEU, finanziate attraverso il Fondo per l’innovazione, con l’obiettivo di ridurre il rischio dei primi progetti commerciali.

Parallelamente, assicurano da Bruxelles, proseguirà il lavoro dell’Alleanza industriale europea sui piccoli reattori modulari, che riunisce industria, istituzioni e centri di ricerca per accelerare lo sviluppo della tecnologia e costruire una possibile filiera industriale europea.

Il percorso resta tuttavia complesso. Nel frattempo si registrano anche le prime difficoltà industriali, con progetti cancellati e casi di fallimento aziendale nel settore, come quello della società statunitense Ultra Safe Nuclear, entrata in crisi nel 2024.

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Comunità energetiche, un tassello dell’autonomia strategica. Corte dei conti Ue: raggiunto solo il 27% del target 2025

La promessa europea delle comunità energetiche rallenta. La Corte dei conti punta il dito su burocrazia e limiti tecnici

Le comunità energetiche sono state a lungo considerate una delle leve più promettenti per trasformare il sistema energetico europeo: energia prodotta localmente da cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche, grazie alle fonti energetiche rinnovabili, condivisa all’interno di quartieri o piccoli territori e capace di ridurre bollette e dipendenza dalle grandi utility.

Ma la rivoluzione dal basso procede più lentamente del previsto. Secondo un nuovo rapporto della Corte dei conti europea (ECA) dal titolo “Relazione speciale 10/2026: Comunità energetiche – Un potenziale ancora da sfruttare”, a quasi dieci anni dal lancio delle politiche europee per promuoverle, lo sviluppo delle comunità energetiche è ancora lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione.

Gli auditor europei parlano di un’idea “convincente in teoria ma difficile da realizzare nella pratica”. Ostacoli normativi, limiti tecnici delle reti elettriche e un quadro regolatorio ancora poco chiaro stanno frenando un modello che Bruxelles considera cruciale per la transizione energetica.
Da non sottovalutare anche gli ostacoli, spesso di natura ideologica, creati dagli stessi Governi nazionali, come in Italia, che in base alla sesta revisione del PNRR, condotta dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, si è decisa una riduzione della dotazione finanziaria per le comunità energetiche rinnovabili.

Cosa sono le comunità energetiche

Le comunità energetiche sono strutture legali che permettono a cittadini, enti locali e piccole imprese di unirsi per produrre, condividere e consumare energia rinnovabile a livello locale.

In pratica si tratta di organizzazioni (spesso cooperative o associazioni) che gestiscono impianti come pannelli solari su tetti condominiali, piccoli parchi eolici o sistemi di accumulo condivisi. L’energia prodotta può essere utilizzata direttamente dai membri della comunità oppure immessa in rete.

L’Unione europea ha definito giuridicamente queste realtà con due direttive chiave: la RED II (2018) sulle energie rinnovabili e la direttiva sul mercato elettrico (2019/944).
L’obiettivo è favorire un modello energetico più decentralizzato e partecipativo, in cui i cittadini diventano anche produttori – i cosiddetti prosumer.

I benefici attesi sono molteplici:

  • riduzione delle bollette energetiche;
  • maggiore indipendenza dalle fonti fossili;
  • sviluppo locale e partecipazione dei cittadini;
  • accelerazione della diffusione delle rinnovabili;
  • progressivo rafforzamento dell’autonomia energetica locale.

Non a caso Bruxelles ha stimato che entro il 2030 le comunità energetiche potrebbero arrivare a coprire circa il 21% della capacità solare e il 17% di quella eolica dell’UE, pari a circa 50 gigawatt per ciascuna tecnologia.

Oggi ci sono 8.000 comunità energetica (contro le 10.000 attese dall’Ue entro il 2025). Germania in testa, nettamente indietro Italia e Francia

La diffusione è reale, ma più lenta del previsto. Secondo le stime più recenti, nel 2025 nell’Unione europea sono attive oltre 8.000 comunità energetiche, con alcune valutazioni che arrivano a circa 9.000-9.200 iniziative.

La distribuzione però è molto disomogenea.

  • Germania: circa 5.000 comunità, il mercato più sviluppato.
  • Spagna: oltre 600.
  • Italia: circa 600 nel 2025.
  • Francia: tra 300 e 400.

L’UE aveva fissato un obiettivo ambizioso: almeno una comunità energetica basata su rinnovabili in ogni comune con più di 10.000 abitanti entro il 2025.

Secondo i dati raccolti dalla Corte dei conti europea, tuttavia, solo il 27% del target è stato effettivamente raggiunto.

Perché lo sviluppo è più lento del previsto

Il rapporto della Corte dei conti individua diversi fattori che stanno rallentando la crescita.

1. Norme poco chiare

Uno dei problemi principali è la confusione normativa. Le direttive europee hanno introdotto il concetto di comunità energetica, ma in molti paesi non è ancora chiaro: cosa rientri esattamente nella definizione; quale forma giuridica adottare; come condividere l’elettricità prodotta; come vendere l’energia in eccesso.

Questa incertezza scoraggia soprattutto cittadini e piccole realtà locali. Il problema è ancora più evidente nei condomini, dove vive quasi la metà della popolazione europea. Creare una comunità energetica può significare aggiungere una nuova entità legale oltre alle tradizionali associazioni di proprietari, aumentando burocrazia e complessità.

2. Reti elettriche sotto pressione

Un secondo ostacolo è di natura tecnica: la congestione delle reti elettriche. In molte aree europee i gestori di rete stanno ritardando o rifiutando nuove connessioni per impianti rinnovabili perché le infrastrutture non riescono a gestire i picchi di produzione.
Il problema nasce anche dalla discrepanza tra produzione e consumo: il fotovoltaico produce soprattutto a mezzogiorno; la domanda domestica è più alta la mattina e la sera.

3. Mancanza di un numero sufficiente di sistemi di accumulo

Una soluzione sarebbe l’uso diffuso di sistemi di accumulo energetico, come batterie condivise, che permettono di immagazzinare l’energia prodotta e utilizzarla quando serve. Secondo la Corte dei conti europea, però, la Commissione non ha ancora dato priorità al sostegno allo storage per le comunità energetiche, perdendo un’importante opportunità per accelerarne la crescita.

I programmi europei a sostegno

Nonostante le difficoltà, Bruxelles continua a puntare sulle comunità energetiche.

Negli ultimi anni sono stati attivati diversi strumenti:

  • REPowerEU, il piano energetico nato dopo la crisi energetica del 2022;
  • progetti pilota LIFE-CET, che hanno già sostenuto oltre 400 comunità;
  • il nuovo European Energy Communities Facility, che assisterà circa 140 nuove comunità entro il 2028.

Inoltre la direttiva RED III del 2023 ha rafforzato il ruolo delle rinnovabili fissando l’obiettivo di almeno il 42,5% di energia rinnovabile entro il 2030, e promuove le comunità energetiche come strumenti chiave per edifici efficienti e produzione distribuita.
Bruxelles sta anche preparando un Citizens Energy Package, che dovrebbe semplificare le regole, favorire l’inclusione delle famiglie vulnerabili e promuovere sistemi di accumulo.

Le coomunità energetiche restano una leva strategica per ridurre i costi energetici

Nonostante i ritardi, il potenziale delle comunità energetiche resta enorme.

In un contesto di prezzi dell’energia volatili e crescente attenzione alla sicurezza energetica, questi modelli permettono di:

  • ridurre i costi per famiglie e imprese;
  • stabilizzare le bollette nel lungo periodo;
  • aumentare l’autonomia energetica dei territori;
  • accelerare la diffusione delle rinnovabili senza grandi infrastrutture centralizzate.

Per molti esperti rappresentano uno degli strumenti più efficaci per democratizzare l’energia, trasformando cittadini e comunità locali in protagonisti della transizione energetica.

I nuovi strumenti legislativi dell’Ue: lo European grids package, poi il futuro Electrification Act

Nel frattempo, la Commissione europea sta preparando nuovi strumenti legislativi che potrebbero dare impulso al settore. Il pacchetto sulle reti europee (European grids package) e la Clean Energy Investment Strategy sono previste per questo mese di marzo 2026, mentre nelle prossime settimane si attende l’Electrification Act. Tutte azioni che mirano a vario titolo a rafforzare la diffusione delle rinnovabili e l’elettrificazione dei consumi, promuovendo modelli di produzione energetica più decentralizzati e distribuiti sul territorio.

L’obiettivo del pacchetto reti è migliorare l’interconnettività transfrontaliera, promuovere l’elettrificazione e accelerare il rilascio delle autorizzazioni per le reti, rendendo al contempo le infrastrutture transfrontaliere più resilienti e sicure.

Il prossimo 16 marzo, in occasione del consiglio europeo per l’energia, in ministri competenti avranno modo di confrontarsi su come accelerare gli investimenti in energia pulita per la competitività europea. Speriamo sia il consesso giusto per parlare anche di comunità energetiche.

Questo potrebbe tradursi in procedure più semplici e maggiore spazio per le comunità energetiche locali. Tuttavia, gli osservatori avvertono che senza interventi concreti su semplificazione normativa, accesso ai finanziamenti e infrastrutture di rete, il ritardo accumulato rischia di consolidarsi: l’obiettivo europeo di avere una comunità energetica in ogni comune con più di 10 mila abitanti entro il 2025 è stato finora raggiunto solo per il 27%, e senza nuove misure il divario potrebbe persistere anche nei prossimi anni.

Il messaggio della Corte dei conti europea è chiaro: l’idea funziona, ma servono regole più semplici e strumenti più efficaci.
Per far decollare davvero le comunità energetiche, l’Europa dovrà: semplificare le normative nazionali; facilitare l’accesso ai finanziamenti per piccoli progetti; investire nelle reti elettriche; sostenere lo sviluppo dello storage energetico.

Solo così quella che oggi appare ancora una promessa incompiuta potrà diventare uno dei pilastri della transizione energetica europea.

Scarica la “Relazione speciale 10/2026: Comunità energetiche – Un potenziale ancora da sfruttare”

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Reti elettriche fattore di resilienza e autonomia energetica: ogni euro investito si traduce in 1,3 euro di PIL

Reti elettriche e rinnovabili, leva strategica per la competitività dell’Italia

In una fase storica segnata da tensioni geopolitiche, conflitti e crescente instabilità dei mercati energetici, le reti energetiche tornano al centro del dibattito economico e industriale europeo. In questo contesto, la Rete di Trasmissione Nazionale rappresenta una leva strategica per rafforzare sicurezza energetica, competitività e autonomia del sistema produttivo italiano. La domanda mondiale di energia elettrica sta entrando in una fase di espansione strutturale. Siamo ufficialmente entrati nell’Age of Electricity e le infrastrutture di rete diventano centrali.

È quanto emerge dallo studioSicurezza e indipendenza energetica: la rete di trasmissione come leva per la competitività dell’Italia”, promosso da TEHA Group in collaborazione con Terna, che fotografa il ruolo chiave delle infrastrutture di rete nella transizione energetica e nell’economia del Paese.

Secondo lo studio, lo sviluppo delle reti elettriche, insieme alla crescente integrazione delle fonti rinnovabili e dei sistemi di accumulo, è uno dei principali fattori in grado di migliorare la sicurezza energetica e ridurre strutturalmente il costo dell’energia.

Il valore economico degli investimenti nella rete

Gli investimenti nella rete elettrica hanno un impatto diretto e significativo sull’economia. Lo studio evidenzia infatti un forte effetto moltiplicatore: ogni euro investito nella rete di trasmissione genera 2,98 euro di valore della produzione (il totale dell’output economico generato in un esercizio, indipendentemente dalla vendita effettiva dei beni o servizi prodotti) e 1,31 euro di PIL.

Nel complesso, gli investimenti previsti nel quinquennio del Piano Industriale di Terna sono destinati a generare 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di PIL, favorendo la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.

Le infrastrutture energetiche si confermano quindi un pilastro per la crescita economica, oltre che un elemento fondamentale per rafforzare la resilienza del sistema energetico nazionale in uno scenario internazionale caratterizzato da instabilità e forte volatilità dei prezzi.

Reti elettriche infrastruttura strategica, fattore di sicurezza nazionale e di resilienza, soprattutto in tempo di guerre

Le reti elettriche stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella transizione energetica, diventando un vero e proprio asset strategico capace di abilitare l’integrazione delle fonti rinnovabili, garantire resilienza cyber-fisica delle infrastrutture e sostenere la competitività industriale in un contesto geopolitico sempre più instabile. In Italia la rete di trasmissione si conferma una leva fondamentale per rafforzare l’indipendenza energetica: nel 2025 consente l’integrazione di circa il 50% della produzione elettrica da fonti rinnovabili, contribuendo a ridurre i costi dell’energia e la dipendenza da forniture estere.

A livello europeo, la modernizzazione delle infrastrutture è al centro delle politiche energetiche: con lEuropean Grid Package l’Unione europea ha destinato 650 milioni di euro alle interconnessioni transfrontaliere attraverso il programma CEF 2026, con particolare attenzione alla resilienza delle reti contro minacce ibride nei Paesi baltici e alla sincronizzazione dei sistemi elettrici per ridurre la dipendenza dal gas russo. Il piano mira inoltre ad accelerare l’adeguamento delle reti alla crescita della domanda elettrica legata a intelligenza artificiale, industria e digitalizzazione, sostenendo investimenti in sistemi di accumulo e smart grid.

La sicurezza delle infrastrutture energetiche è diventata inoltre una priorità strategica: la guerra in Ucraina ha dimostrato la vulnerabilità delle reti elettriche agli attacchi militari, mentre il conflitto in Iran ha visto per la prima volta colpiti i data center di un hyperscaler.

Parallelamente, l’Europa e l’Italia stanno vivendo un forte boom dei data center, con una domanda energetica prevista in Italia fino a dieci volte superiore entro il 2030. Questa trasformazione sta aumentando la pressione sulla stabilità del sistema elettrico e richiede nuovi standard di sicurezza, sia fisica sia cyber, per garantire resilienza contro blackout, attacchi informatici e volatilità dei prezzi dell’energia.

Rinnovabili sempre più competitive: hanno contribuito per circa metà della produzione elettrica europea

Il rafforzamento della rete diventa ancora più strategico alla luce della rapida crescita delle energie rinnovabili, trainata dal crollo dei costi delle tecnologie.

A livello globale, tra il 2010 e il 2024, il costo medio di produzione dell’energia è diminuito di circa il 90% per il solare e il 70% per l’eolico.

Grazie a questa crescente competitività, nel 2025 in Europa solare ed eolico hanno raggiunto il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Considerando tutte le fonti rinnovabili, queste hanno contribuito per circa metà della produzione elettrica complessiva europea.

Anche l’Italia segue una traiettoria analoga. Negli ultimi vent’anni, la quota di generazione da fonti rinnovabili è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%.

Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata in Italia ha raggiunto quasi 82 GW, con un aumento del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 GW di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e entreranno in esercizio nei prossimi anni.

Questa crescita sta contribuendo anche a rafforzare l’autonomia energetica del Paese: tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa 9 punti percentuali.

Il nodo della volatilità del gas, una vulnerabilità e un problema per il prezzo dell’elettricità

Nonostante questi progressi, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei combustibili fossili. Nel 2024 il prezzo del gas ha determinato il prezzo dell’elettricità per oltre il 60% delle ore.

Per questo motivo, lo sviluppo delle rinnovabili e delle infrastrutture di rete rappresenta una delle principali leve per ridurre la vulnerabilità dell’Italia agli shock energetici internazionali.

Le nuove sfide della transizione energetica

Un sistema elettrico caratterizzato da un’elevata penetrazione di rinnovabili presenta nuove sfide operative. La variabilità di sole e vento rende infatti più complessa la regolazione della frequenza e della tensione della rete, richiedendo maggiori investimenti in tecnologie, competenze, risorse umane e sistemi di accumulo.

Le attività di Terna negli ultimi anni sono state proprio orientate a consentire una maggiore integrazione delle rinnovabili garantendo al tempo stesso sicurezza di esercizio e adeguatezza del sistema elettrico.

Una rete efficiente e competitiva

La rete italiana si distingue inoltre per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio. Il costo di trasmissione dell’energia nel 2024 è stato pari a 11,2 euro per MWh, uno dei più bassi in Europa.

Il confronto con altri Paesi evidenzia la competitività del sistema italiano:

  • Francia: 12,1 €/MWh
  • Spagna: 15 €/MWh
  • media europea: 16,5 €/MWh

Anche sul fronte degli investimenti per integrare nuova capacità rinnovabile, il sistema italiano si distingue: il costo unitario per gigawatt di infrastruttura è circa due volte inferiore rispetto ai valori di Germania, Francia e Regno Unito.

Il piano di sviluppo della rete

Per sostenere la transizione energetica e l’integrazione delle nuove rinnovabili, il Piano di Sviluppo decennale di Terna prevede investimenti per 23 miliardi di euro entro il 2034.

L’obiettivo è aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 GW, oltre a rafforzare le interconnessioni con l’estero, rendendo il sistema elettrico italiano più flessibile e integrato nel mercato europeo.

Il mix energetico del futuro

Nel breve e medio periodo, lo studio sottolinea che le rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per rafforzare sicurezza energetica e ridurre i costi dell’energia, avendo ormai raggiunto una piena maturità commerciale e tecnologica.

Guardando invece al medio-lungo termine, tra 2040 e 2050, sarà necessario garantire un mix equilibrato tra solare ed eolico, affiancato da un contributo tra il 10% e il 15% di tecnologie programmabili a basse emissioni, in grado di assicurare stabilità e sostenibilità economica al sistema elettrico.

In un contesto globale segnato da instabilità geopolitica e competizione industriale sempre più intensa, lo sviluppo delle reti energetiche e delle fonti rinnovabili si conferma quindi un elemento chiave per rafforzare la sicurezza, la resilienza e la competitività dell’Italia. Le infrastrutture energetiche non sono solo una componente tecnica del sistema elettrico, ma una vera e propria infrastruttura strategica per lo sviluppo economico del Paese.

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Greggio oltre i 90 dollari, carburanti sotto pressione: Italia, Francia e Germania a confronto

L’impennata del greggio provocata dall’escalation militare in Medio Oriente ha avuto un effetto quasi immediato sui prezzi dei carburanti in Europa. Nella seduta di venerdì 6 marzo il Brent ha chiuso a 92,69 dollari al barile, dopo aver toccato in giornata livelli ancora più elevati e con quotazioni intraday segnalate fino a circa 93,6 dollari. Quando il mercato petrolifero entra in una fase di forte tensione geopolitica non si muove soltanto il prezzo del greggio, ma si rivalutano immediatamente anche i prodotti raffinati. In particolare il diesel, che per struttura del mercato e per la catena logistica tende a incorporare più rapidamente le tensioni sulla raffinazione e sui flussi commerciali.

Per misurare con precisione la velocità con cui l’aumento del petrolio si trasferisce ai prezzi finali dei carburanti, il riferimento più affidabile resta il confronto tra i dati armonizzati della Commissione europea e le rilevazioni giornaliere dei principali mercati nazionali. Il Weekly Oil Bulletin della Commissione, che fotografa la situazione al 2 marzo 2026, registra prima del pieno scarico dello shock prezzi medi nazionali pari a 1,670 euro al litro per la benzina e 1,721 per il diesel in Italia, 1,759 e 1,701 in Francia, 1,888 e 1,812 in Germania.

Nel giro di pochi giorni il rialzo del petrolio si è però trasferito rapidamente alla pompa. In Italia, secondo le più recenti rilevazioni del sistema di monitoraggio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy rielaborate dagli osservatori di mercato, il 7 marzo la benzina self sulla rete ordinaria si colloca attorno a 1,763 euro al litro, mentre il gasolio nella modalità self supera 1,90 euro al litro, con una media attorno a 1,91. Il confronto con il dato europeo di inizio settimana implica quindi un aumento di circa 9 centesimi per la benzina e di quasi 19 centesimi per il diesel nell’arco di pochi giorni, a dimostrazione di quanto rapidamente il mercato italiano abbia incorporato il rialzo del greggio.

Una dinamica analoga si osserva anche negli altri grandi mercati europei. In Francia le rilevazioni del portale governativo dei carburanti indicano nella prima settimana di marzo livelli medi attorno a 1,85 euro al litro per la benzina e circa 1,95 euro per il gasolio. Rispetto ai valori registrati dal bollettino europeo del 2 marzo, questo significa un incremento dell’ordine di 9-10 centesimi per la benzina e superiore ai 20 centesimi per il diesel. Anche il mercato francese ha quindi registrato un adeguamento quasi immediato dei prezzi alla pompa.

La Germania presenta una dinamica ancora più evidente. Secondo le rilevazioni dell’ADAC, il principale automobile club tedesco che monitora quotidianamente i prezzi dei carburanti, il 6 marzo la media nazionale si colloca attorno a 2,01 euro al litro per la benzina E10 e circa 2,10 euro per il diesel. Rispetto ai livelli rilevati dalla Commissione europea all’inizio della settimana, il differenziale è compreso tra circa 6 e oltre 12 centesimi per la benzina e tra 23 e quasi 30 centesimi per il diesel. Anche in Germania, dunque, il rincaro dei carburanti si è manifestato con grande rapidità.

Il dato più significativo riguarda proprio il gasolio. In tutti e tre i Paesi la benzina registra un aumento, ma il diesel mostra variazioni più ampie e rapide. La ragione è strutturale: il diesel risente più direttamente delle tensioni sulla raffinazione, dei costi logistici e dei premi di rischio nel commercio internazionale dei prodotti petroliferi. Per questo motivo il trasferimento dello shock geopolitico sui prezzi alla pompa risulta più rapido e più intenso proprio sul gasolio.

Tabella riassuntiva prezzi 

Paese Benzina (2 Mar) Benzina (7 Mar) Variazione Diesel (2 Mar) Diesel (7 Mar) Variazione
Italia 1,670 € 1,763 € + 0,093 € 1,721 € 1,910 € + 0,189 €
Francia 1,759 € 1,850 € + 0,091 € 1,701 € 1,950 € + 0,249 €
Germania 1,888 € 2,010 € + 0,122 € 1,812 € 2,100 € + 0,288 €

Un elemento tecnico spesso poco considerato riguarda inoltre il meccanismo di formazione dei prezzi. I carburanti non vengono venduti sulla base del costo storico delle scorte presenti nei depositi, ma del costo di sostituzione, cioè del prezzo necessario per ricostituire quelle stesse scorte sul mercato internazionale. Quando il greggio e i prodotti raffinati salgono rapidamente, l’adeguamento dei prezzi alla pompa tende quindi a essere quasi immediato: il prezzo finale riflette il costo dei nuovi approvvigionamenti più che quello, ormai superato, delle scorte acquistate in precedenza.

Se la dinamica di mercato spiega la velocità del rincaro, le differenze nei livelli finali dei prezzi dipendono invece in larga misura dalla struttura fiscale applicata ai carburanti nei diversi Paesi. I dati ufficiali della Commissione europea aggiornati a febbraio 2026 indicano che sull’Euro-super le accise sono pari a 0,6729 euro al litro in Italia, 0,6902 in Francia e 0,6545 in Germania. Sul diesel, invece, le accise ammontano a 0,6729 euro al litro in Italia, 0,6075 in Francia e 0,4704 in Germania. A queste imposte si aggiunge l’IVA, fissata al 22% in Italia, al 20% in Francia e al 19% in Germania. Nel caso tedesco esiste inoltre una componente aggiuntiva legata al sistema nazionale di carbon pricing, pari a circa 0,148 euro al litro sulla benzina e 0,162 euro sul diesel.

Il confronto fiscale evidenzia una differenza strutturale rilevante. Sulla benzina la pressione tributaria è elevata in tutti e tre i Paesi e la Francia presenta addirittura un’accisa leggermente superiore a quella italiana. Sul diesel, invece, l’Italia rimane il Paese con il prelievo più elevato: l’accisa italiana di 67,29 centesimi al litro supera quella francese di oltre 6 centesimi e quella tedesca di più di 20 centesimi. Ciò significa che quando il prezzo del greggio accelera sui mercati internazionali, come accaduto nelle ultime settimane, il rincaro si innesta in Italia su una base fiscale già particolarmente pesante.

La lettura complessiva dei dati porta quindi a una conclusione chiara. Il balzo del petrolio oltre i 90 dollari al barile si è trasferito quasi immediatamente ai prezzi dei carburanti in tutta Europa, con dinamiche molto simili nei tre principali mercati continentali. Le differenze tra i prezzi pagati dagli automobilisti non dipendono tanto dalla velocità con cui il mercato reagisce allo shock petrolifero, quanto dalla diversa struttura delle accise e dell’IVA che gravano sui carburanti.

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Clima, sono 10mila le imprese nel mondo che ci credono. Le richieste degli investitori. L’incertezza normativa europea

L’azione climatica delle imprese sta entrando in una nuova fase. A inizio 2026 il numero di aziende con obiettivi di riduzione delle emissioni validati dalla Science Based Targets initiative (SBTi) ha raggiunto quota 10.000 a livello globale, un traguardo che fotografa la crescente centralità del settore privato nella lotta al cambiamento climatico.

Si tratta di imprese che rappresentano oltre il 40% della capitalizzazione di mercato mondiale, distribuite in più di 90 Paesi e appartenenti praticamente a tutti i principali settori industriali. Tra queste figurano nomi molto noti, come Arsenal Football Club, Danone, ING, Lenovo, McLaren Racing e Ørsted.

Il dato è indicativo di una trasformazione profonda: la decarbonizzazione non è più solo una questione di politiche pubbliche, ma sempre più un elemento strategico per la competitività delle imprese e per il funzionamento dei mercati finanziari.

Cosa sono gli Science-Based Targets

La Science Based Targets initiative è una delle principali piattaforme internazionali che aiutano le aziende a definire obiettivi di riduzione delle emissioni coerenti con la scienza climatica e con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, in linea con l’Accordo di Parigi.

Per ottenere la validazione della SBTi, le aziende devono definire target di riduzione delle emissioni secondo criteri e metodologie standardizzate. La verifica viene effettuata da SBTi Services, l’organismo che certifica che gli obiettivi siano credibili, ambiziosi e coerenti con un percorso verso il net zero entro il 2050.

La crescita dell’iniziativa è stata rapidissima.
La prima azienda è stata validata nel 2015, la millesima nel 2021 e oggi, appena cinque anni dopo, si è arrivati a 10.000 imprese, con oltre 2.800 nuove adesioni solo nel 2025.

Anche la distribuzione geografica sta cambiando. Se le imprese europee restano numerose, negli ultimi anni è cresciuta molto la partecipazione asiatica. Il Giappone è oggi il Paese con più aziende con target validati, oltre 2.000, seguito da Regno Unito, Stati Uniti e Cina.

Un tassello chiave per gli obiettivi dell’Agenda 2030

L’impegno delle imprese è cruciale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare l’Obiettivo 13 sul clima, ma anche quelli legati all’energia, all’industria sostenibile e alla produzione responsabile.
Mancano meno di cinque anni ormai.

Gran parte delle emissioni globali di gas serra proviene infatti dalle attività economiche: produzione industriale, trasporti, energia, agricoltura e catene globali di approvvigionamento. Senza una trasformazione dei modelli produttivi, gli obiettivi climatici globali resterebbero irraggiungibili.

In questo senso, l’adesione alla SBTi rappresenta un segnale importante: indica che sempre più imprese stanno integrando la transizione ecologica nella propria strategia industriale.

Come ha spiegato David Kennedy, amministratore delegato della Science Based Targets initiative:

“Raggiungere le 10.000 aziende con obiettivi validati è una pietra miliare significativa, sia per le imprese coinvolte sia per l’azione climatica nel suo complesso. Le aziende stanno adottando target scientifici perché riconoscono i benefici strategici, reputazionali e finanziari della trasformazione verso il net zero”.

Secondo Kennedy, questo traguardo dimostra che un numero crescente di imprese vuole impegni credibili e verificabili, e non semplici dichiarazioni di principio.

Gli investitori chiedono risultati concreti dalle imprese, l’indagine

Se fino a pochi anni fa bastava annunciare obiettivi climatici, oggi gli investitori stanno cambiando atteggiamento. Il mercato finanziario vuole capire se gli impegni annunciati si tradurranno davvero in risultati.

Secondo un’indagine della International Organization of Securities Commissions (IOSCO), gli investitori stanno iniziando a utilizzare i piani di transizione climatica per valutare le imprese, orientare le decisioni di investimento e analizzare i rischi. Un piano di transizione credibile consente infatti a un’azienda ad alte emissioni di spiegare come intende decarbonizzare restando competitiva e redditizia.

Anche il quadro normativo internazionale sta evolvendo rapidamente. Gli standard di disclosure climatica dell’International Sustainability Standards Board (ISSB) sono già stati adottati in 37 giurisdizioni, mentre la Fondazione IFRS ha pubblicato linee guida specifiche sui piani di transizione climatica.
In altre parole, il mercato sta passando dalla fase delle promesse a quella dell’esecuzione.

Il problema della distanza tra obiettivi e azioni

Nonostante i progressi, il percorso resta complesso. Molte aziende hanno annunciato obiettivi di neutralità climatica, ma non sempre hanno definito un piano operativo chiaro. Un’analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) su grandi aziende indiane mostra alcune criticità diffuse a livello globale:

  • le azioni di decarbonizzazione spesso non sono collegate in modo chiaro agli obiettivi climatici;
  • i piani di investimento raramente integrano la transizione energetica;
  • i sistemi di governance e incentivi manageriali sono ancora deboli;
  • la rendicontazione sulle emissioni spesso si limita alle emissioni dirette.

Molte imprese, inoltre, non utilizzano strumenti come il prezzo interno del carbonio, che aiuterebbe a orientare le decisioni di investimento verso tecnologie a basse emissioni.

Come ‘certificare’ la credibilità dell’azione climatica delle imprese. La direttiva Ue Green Claims, l’Italia ha già fatto la sua parte?

In un contesto geopolitico instabile e con economie sotto pressione, qualcuno si chiede se la priorità climatica resterà centrale. In realtà, sempre più imprese stanno scoprendo che la transizione ecologica è anche una questione economica.

Il cambiamento climatico rappresenta infatti un rischio diretto per le aziende: eventi estremi, instabilità delle filiere, volatilità dei prezzi energetici e cambiamenti normativi. Allo stesso tempo, la transizione verso un’economia a basse emissioni diventa un fattore abilitatore di innovazione e competitività, creando allo stesso tempo nuovi mercati, tecnologie e opportunità di investimento.

Il problema è che troppo spesso ci troviamo davanti non a piani e strategie di reale decarbonizzazione, ma a fastidiosi casi di “greenwashing”.

Per rafforzare la credibilità dell’azione climatica delle imprese c’è il nuovo quadro normativo europeo contro il greenwashing. La Direttiva UE sui Green Claims (2024/825), poi riformulata e quindi integrata nell’Empowering Consumers for the Green Transition Directive (ECGT), dovrà essere recepita da tutti i Paesi Ue entro il 27 marzo 2026, con piena applicazione dal 27 settembre sempre di quest’anno, introduce regole molto più stringenti sulle dichiarazioni ambientali delle aziende.
L’Italia si è portata avanti a novembre 2025, con l’approvazione ‘preliminare’, da parte del Consiglio dei ministri, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di un decreto di attuazione che segna di fatto l’avvio del percorso nazionale di recepimento di una delle riforme europee più ambiziose e contestate in materia di sostenibilità. La sfida sarà arrivare alla vera attuazione della direttiva europea.

In pratica, affermazioni come “carbon neutral”, “sostenibile” o “a basse emissioni” dovranno essere supportate da evidenze scientifiche verificabili, come analisi del ciclo di vita dei prodotti (Life Cycle Assessment – LCA) o metodologie riconosciute a livello internazionale, ad esempio gli standard ISO 14040.

Chi controlla le imprese e le sanzioni previste

Le verifiche dovranno essere effettuate da organismi indipendenti accreditati, mentre le imprese saranno obbligate a mettere a disposizione dati e documentazione sia ai consumatori sia alle autorità di controllo, in Italia l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM). Il sistema prevede controlli preventivi sulle comunicazioni pubblicitarie e sulle etichette ambientali per evitare claim generici o fuorvianti, oltre alla possibilità di indagini su segnalazione.

Le sanzioni sono rilevanti: da 10mila euro fino a 10 milioni o al 4% del fatturato globale, un meccanismo simile a quello introdotto dal GDPR per la protezione dei dati. La direttiva stabilisce anche criteri più rigorosi per pratiche come la compensazione delle emissioni, consentita solo per quote residuali e attraverso schemi certificati, e vieta confronti ambientali incompleti, ad esempio basati solo sulle emissioni dirette (Scope 1) senza considerare l’intera catena del valore. L’obiettivo è ridurre drasticamente il greenwashing e aumentare la trasparenza del mercato, premiando le imprese che già oggi adottano standard rigorosi di sostenibilità.

Il ruolo chiave degli SBTi

In questo contesto, un ruolo chiave nel rafforzare la credibilità degli impegni climatici delle imprese è svolto, come detto, anche dagli audit della Science Based Targets initiative (SBTi), considerati uno degli strumenti più efficaci per contrastare il greenwashing.
La SBTi è un partenariato internazionale nato nel 2015 tra CDP, UN Global Compact, World Resources Institute (WRI) e WWF, con l’obiettivo di aiutare le aziende a definire obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra coerenti con le evidenze scientifiche sul clima e con l’Accordo di Parigi, in particolare con la traiettoria di contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C. Il processo di validazione segue un percorso rigoroso. In primo luogo le imprese devono misurare in modo completo le proprie emissioni, includendo obbligatoriamente quelle dirette (Scope 1) e quelle legate all’energia acquistata (Scope 2), che devono coprire oltre il 95% delle emissioni operative, mentre le emissioni indirette lungo la catena del valore (Scope 3) devono essere considerate quando rappresentano più del 40% del totale.

Successivamente le aziende definiscono obiettivi di riduzione a breve termine (5-10 anni) e un percorso di neutralità climatica al 2050, basato su riduzioni assolute delle emissioni e non solo su miglioramenti di efficienza. I target vengono quindi sottoposti al team tecnico della SBTi, che ne verifica la coerenza scientifica attraverso un processo di revisione che può durare tre-sei mesi, al termine del quale viene rilasciata una validazione pubblica.

L’impegno non si esaurisce con l’approvazione: le aziende devono pubblicare report annuali sui progressi e ricalibrare i propri obiettivi almeno ogni cinque anni. Proprio questo sistema di verifica continua rende la SBTi una sorta di “bollino di credibilità” internazionale, capace di ridurre l’uso di dichiarazioni ambientali vaghe e di spingere le imprese verso obiettivi misurabili e verificabili lungo tutta la catena del valore.

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PUN e PSV in leggero calo a febbraio, ma le tensioni geopolitiche spingono i prezzi all’insù

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Le quotazioni di mercato dell’energia elettrica e del gas nel mese di febbraio non hanno mostrato una grande volatilità e, a consuntivo, i prezzi all’ingrosso sono stati leggermente inferiori rispetto a quelli del mese precedente.

Gennaio 2026 ha fatto registrare i massimi dell’ultimo periodo e a febbraio i listini hanno mostrato una lieve flessione, mantenendosi comunque superiori rispetto a quelli delle stagioni estiva e autunnale.

A fine mese si è iniziato a notare un generale rialzo dei mercati energetici, causato dall’inizio dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran: l’attuale quadro geopolitico sta spingendo al rialzo i costi di energia elettrica e gas, alimentando le preoccupazioni delle famiglie.

Di fronte a questa incertezza e al rischio di una nuova crisi energetica, è più che mai utile confrontare le offerte luce e gas disponibili sul mercato libero e valutare la convenienza delle diverse soluzioni tariffarie. Il comparatore di SOStariffe.it consente di personalizzare la ricerca, selezionando il tipo di tariffa preferita, tra offerte a prezzo fisso o indicizzato e di ottenere consigli su misura grazie all’analisi gratuita della bolletta.

PUN luce: prezzi in discesa a febbraio 2026

Sul mercato elettrico a febbraio la situazione è stata piuttosto tranquilla. Dopo la fiammata dei prezzi di gennaio, causata soprattutto dall’influenza esercitata dall’andamento del prezzo del gas, il PUN si è attestato attorno a 114 €/MWh, in calo rispetto ai 133 €/MWh di gennaio. I prezzi all’ingrosso nella prima parte del 2026 risultano più alti rispetto a quelli della seconda parte del 2025, ma nel mese di febbraio il trend è stato in discesa.

In questi primi giorni di marzo gli occhi sono puntati sul Medio Oriente: il contesto geopolitico sta causando forti tensioni sui mercati energetici. Osservato speciale è lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Il blocco dei traffici attraverso questo snodo cruciale ha portato a un rialzo immediato del gas, provocando una reazione altrettanto rapida dei prezzi all’ingrosso sul mercato dell’elettricità.

Gli effetti della crisi si fanno sentire sul PUN medio di marzo 2026 (dato parziale aggiornato al 5 marzo) che risulta pari a 134 €/MWh e, quindi, in linea con le quotazioni di gennaio, avendo annullato il calo di febbraio. Per ora, però, è ancora molto presto per stimare con precisione quale sarà il valore medio del mese in corso.

PSV: a febbraio andamento altalenante, con dati in rialzo a fine mese

L’andamento del PSV a febbraio ha alternato momenti di discesa e di rialzi, portando comunque a un leggero calo dei valori medi rispetto a gennaio 2026, mese in cui l’indice ha raggiunto 0,404 €/Smc, il valore più alto da giugno 2025. Il trend di crescita con cui è iniziato il 2026 si è interrotto subito.

Nel corso del mese di febbraio 2026, infatti, il dato medio è stato di 0,377 €/Smc, con un calo rispetto al mese precedente. Anche in questo caso, però, questo calo è stato cancellato dai rincari arrivati a inizio marzo con il valore giornaliero dell’indice che ha superato quota 0,5 €/Smc.

Come reagire all’aumento dei prezzi di marzo?

I dati rassicuranti del mese di febbraio sono stati rapidamente ridimensionati dagli effetti sul mercato della crisi geopolitica mondiale.

L’aumento rapido e imprevisto dei prezzi sta avendo conseguenze dirette sulle tariffe energetiche, colpendo soprattutto chi ha attivato un’offerta a prezzo indicizzato. Anche se bisognerà attendere la fine del mese per avere informazioni aggiornate sui valori mensili del PUN e del PSV, è altamente probabile che le bollette di marzo saranno più care rispetto a quelle del mese precedente.

Il rialzo dei prezzi non tocca invece chi ha scelto un’offerta a prezzo bloccato: in questo caso le tariffe di luce e gas rimangono invariate al livello stabilito nel contratto per la durata di tempo concordata con il fornitore di energia.

Anche se è difficile fare previsioni sulla durata della crisi energetica, ci si può tutelare dal rischio di ulteriori futuri aumenti dei prezzi all’ingrosso valutando l’attivazione di un’offerta a prezzo bloccato. Le migliori offerte a prezzo bloccato del momento su SOStariffe.it per la componente energia partono da 0,097 €/kWh per la luce e da 0,341 €/Smc per il gas. Il passaggio al mercato libero o il cambio di fornitore sono sempre gratuiti e vengono gestiti dalle società energetiche: le uniche cose che bisogna fare sono monitorare regolarmente il mercato e scegliere la tariffa luce o gas che assicura il maggiore risparmio

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L’isola di Kharg nel mirino: il blocco del petrolio iraniano entra nel dibattito dei media

L’operazione israelo-americana “Epic Fury” contro l’Iran è giunta al suo sesto giorno e il dibattito sui grandi media si sta rapidamente evolvendo. Dopo una prima fase concentrata sulla degradazione delle capacità aeree, navali e terrestri delle Guardie della Rivoluzione (IRGC), l’attenzione si sposta ora sul vero tallone d’Achille di Teheran: l’economia reale. Non si tratta più soltanto di colpire infrastrutture militari, ma di tagliare alla radice i flussi finanziari che sostengono il regime.

Il centro focale di questa nuova fase è l’isola di Kharg. Il generale Keith Kellogg, ex inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, ha portato la questione al grande pubblico intervenendo ai microfoni di Fox News. L’idea di occupare o neutralizzare il principale terminale petrolifero iraniano non è più un’ipotesi confinata alle simulazioni dei centri studi, ma una prospettiva strategica discussa in diretta televisiva.

“Spero davvero che vadano a prendere l’isola di Kharg”, ha dichiarato Kellogg, riassumendo la questione con pragmatismo tecnico. “Se si elimina quell’isola, si colpisce l’80-90% dell’utilizzo di petrolio degli iraniani. In sostanza, li si spegne economicamente. Non possono più sostenere la Cina. Non possono sostenere la Russia. Prima o poi, l’altra parte si renderà conto che queste sono pessime notizie”.

La logica, di stampo prettamente macroeconomico, è ineccepibile. I pianificatori militari sanno bene che le guerre si vincono azzerando la capacità di spesa dell’avversario. Ecco un riepilogo della situazione attuale:

  • Asfissia finanziaria: Tagliare l’export petrolifero significa interrompere il principale canale di afflusso di valuta estera per l’Iran.

  • Impatto geopolitico globale: Il blocco dei flussi energetici creerebbe un immediato problema di approvvigionamento per partner strategici come Pechino e Islamabad

  • Consapevolezza mainstream: Le menzioni dell’isola di Kharg  sulle testate monitorate da Bloomberg stanno registrando una vera e propria impennata.

Anche gli analisti politici si stanno allineando a questa visione. Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, si è domandato pubblicamente su X se il Presidente Trump stia valutando seriamente la presa del terminale.

Di seguito, un inquadramento dei dati chiave che spiegano l’importanza dell’obiettivo:

Indicatore Dettaglio Strategico
Quota di Export 80% – 90% delle esportazioni totali di greggio iraniano
Obiettivo Primario Blocco dei canali di finanziamento del regime e dell’IRGC
Indicatori di Mercato Aumento vertiginoso delle ricerche media (dati Bloomberg)

Nel frattempo, i mercati speculativi non perdono tempo. Sulla piattaforma Polymarket gli scommettitori si stanno già posizionando sulla probabilità che l’infrastruttura di Kharg venga colpita entro il 31 marzo. Come spesso accade, la finanza cerca di anticipare la geopolitica. Quando l’informazione generalista inizia a metabolizzare e diffondere l’ipotesi di un blocco energetico, significa, con ogni probabilità, che i pianificatori militari hanno già i piani operativi sul tavolo.

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Guerra in Iran. Timori Ue per prezzi energia, riunione venerdì. Italia a rischio inflazione e bollette più care

L’Europa affronta gli effetti sul mercato energetico della guerra in Iran

L’aggressione miliare di Stati Uniti e Israele all’Iran mostra subito i suoi primi impatti indiretti sui mercati energetici globali, in particolare sulle forniture all’Unione europea, con i prezzi di gas e petrolio che potrebbero schizzare alle stelle. Venerdì 6 marzo il Collegio dei commissari europei terrà un “dibattito di orientamento” per raccogliere proposte e suggerimenti su come alleggerire il peso delle bollette, considerate un nodo cruciale per la competitività dell’industria europea.

Dopo che il tema è stato al centro dell’ultimo Consiglio Europeo ad Alden-Biesen, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha deciso di rimettere sul tavolo anche opzioni accantonate in passato, compresa la separazione tra il prezzo dell’elettricità e quello del gas, proposta rilanciata da Mario Draghi.

L’escalation in Medio Oriente, con l’attacco all’Iran che ha spinto al rialzo le quotazioni del gas naturale al Ttf di Amsterdam, il principale mercato di riferimento per questa materia.

Chiusura dello stretto di Hormuz, l’impatto su prezzi di gas e petrolio

La paralisi del traffico marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio e del Gnl mondiali, e gli attacchi contro impianti energetici nella regione fanno temere una nuova impennata dei prezzi degli idrocarburi, simile a quella seguita all’inizio della guerra in Ucraina.
A questo si aggiungono anche le voci incontrollate (vere o meno che siano per il momento) di una chiusura da parte dell’Iran dello stretto, che non fanno che aumentare tensioni e paure sui mercati.

Conseguenza diretta, il prezzo del gas europeo è esploso di circa il 90% da venerdì, mentre i due principali riferimenti mondiali del greggio sono saliti di circa il 15%. L’impennata dei prezzi dell’energia riaccende i rischi di “stagflazione“, vale a dire un’inflazione persistente combinata con una crescita debole, sottolinea Neil Wilson, analista di Saxo Markets.

L’oro perdeva stamattina il 3,26% a 5.148,06 dollari l’oncia (31,1 grammi), dopo aver ceduto oltre il 4%, mentre l’argento scendeva dell’8,83% a 81,4834 dollari l’oncia, dopo un calo superiore al 12%. “Gli investitori vendono indiscriminatamente, inclusi beni rifugio come l’oro”, per “precipitarsi sul dollaro e sull’energia“, spiega Kathleen Brooks di XTB, intervistata dall’Afp.

Meloni incontra Eni e Snam per “prime azioni di mitigazione” dei rincari dei prezzi energetici

Nel secondo incontro tenuto oggi dalla Premier Giorgia Meloni sulla crisi in Medio Oriente, a cui si sono aggiunti gli amministratori delegati di Eni Claudio Descalzi e di Snam Agostino Scornajenchi, “è stato affrontato il tema della sicurezza energetica, con un’analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia e sull’economia, nonché delle possibili azioni di mitigazione che il Governo potrebbe adottare nel breve e medio periodo“, si legge in una nota di Palazzo Chigi.

Nella prima riunione, dedicata agli ultimi sviluppi della crisi, con particolare attenzione alle ulteriori misure per assistere e garantire la sicurezza dei cittadini italiani presenti nelle aree coinvolte, avevano partecipato, insieme alla Premier, anche il Vicepresidente e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro della Difesa Guido Crosetto, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e i Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Unem: “Se chiuso lo stretto di Hormuz, a rischio fino al 20% dell’offerta mondiale di petrolio

In caso di chiusura totale prolungata dello Stretto di Hormuz verrebbe meno tra il 15% e il 20% dell’offerta globale di petrolio e ci sarebbe una corsa agli approvvigionamenti che spingerebbe i prezzi verso livelli difficili da immaginare“, ha affermato in una nota il presidente Unem, Gianni Murano.

L’Unem ha ricordato che, attualmente, il 57% del gasolio (3 milioni/tonnellate) e il 20% di jet fuel (500.000 tonnellate) importati dall’Italia transitano per Hormuz, mentre solo il 6% del petrolio (3,3 milioni/tonnellate) passa per lo Stretto, perché gran parte del greggio saudita bypassa lo Stretto di Hormuz fluendo nell’oleodotto East West crude oil pipeline.

Inoltre, il 42% del greggio importato in Italia arriva dal continente africano (Libia primo fornitore con il 24%), il 30% arriva da Azerbaijan e Kazakhstan e il 13% dagli Usa. “È molto difficile prevedere quelli che potranno essere gli sviluppi e dunque gli impatti sull’Italia ma la differenza, rispetto ad altri conflitti ancora in corso, sta nell’importanza dell’Iran come potenza energetica e nella sua posizione geografica, centrale per i traffici di petrolio e gas”, ha sottolineato Murano.

Per Facile.it attesi aumenti in bolletta, a fine anno potremmo pagare un conto energetico di quasi 2.800 euro

Al quinto giorno di conflitto salgono vertiginosamente gli aumenti previsti: 278 euro per la bolletta del gas (erano 121 a ieri) e 91 euro per quella dell’energia elettrica (ieri 45). A tanto ammontano gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it per le bollette delle famiglie italiane a causa del conflitto in corso in Iran. E diventa sempre più difficile trovare sul mercato offerte a prezzo fisso.

Il calcolo, effettuato considerando le stime di Pun e Psv per i prossimi 12 mesi, porta quindi il conto complessivo a 2.796 euro nell’anno, pari al 15% in più rispetto ai 2.427 euro previsti per il 2026 prima che scoppiasse il conflitto.

Non solo prezzi dell’energia. Confesercenti: “Un eventuale shock energetico causato dalla guerra potrebbe portare l’inflazione al 3%

Partiamo dal dato diffuso dall’Istat, secondo cui, attualmente, “l’inflazione va ben oltre le aspettative”. Il dato diffuso sull’andamento dei prezzi a febbraio registra un aumento dello 0,8% su base mensile, un incremento improvviso e significativo, “il doppio rispetto a gennaio” Un dato da inserire in una fase che già di per sè si preannuncia delicata.

Un eventuale shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente potrebbe infatti portare l’inflazione annuale tra il 2,4 e il 3%, un’accelerazione che avrebbe un grave impatto su consumi e recupero del potere d’acquisto”, si legge in una nota diffusa da Confesercenti a commento dei dati preliminari sull’inflazione diffusi dall’Istituto di statistica.

Confapi: “A rischio l’intero complesso energetico europeo e la tenuta del nostro sistema produttivo

L’Europa ha già subito un durissimo colpo alla propria catena di approvvigionamento energetico con l’invasione russa dell’Ucraina ed è stata costretta a una complessa e costosa diversificazione delle fonti. Oggi ci troviamo nuovamente di fronte a uno scenario di estrema vulnerabilità”, ha dichiarato il presidente di Confapi, Cristian Camisa, commentando le tensioni in Medio Oriente e i riflessi sui mercati del gas.

Se il Qatar venisse completamente escluso dall’equazione del Gnl i prezzi potrebbero facilmente tornare verso i 100 euro/MWh, riportandoci ai livelli del 2022. Questo metterebbe a rischio l’intero complesso energetico europeo e, con esso, la tenuta del nostro sistema produttivo, in particolare delle piccole e medie imprese”, ha precisato Camisa.

Il problema poi non è soltanto il +40% registrato sul contratto di aprile del gas naturale. A preoccupare è soprattutto il premio di oltre 5 euro/MWh – ha aggiunto il presidente di Confapi – che si è ricreato tra le scadenze estive e quelle invernali. Se questo differenziale non verrà riassorbito rapidamente, la campagna di stoccaggio in vista del prossimo inverno sarà fortemente penalizzata e rischierà di richiedere nuovi interventi pubblici”.

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