Terre rare, oggi a Londra il tentativo di disgelo USA-Cina

Gli Stati Uniti e la Cina tornano al tavolo dei negoziati nella capitale britannica, con l’obiettivo di allentare le crescenti tensioni commerciali e affrontare uno dei dossier più spinosi degli ultimi mesi, che da mesi tiene con il fiato sospeso il mercato globale, ossia il controllo cinese sulle terre rare, minerali essenziali per tecnologia, difesa ed energia verde.

De-escalation dopo il fallimento di Ginevra?

L’incontro, guidato da alti rappresentanti commerciali di entrambe le superpotenze, potrebbe segnare un punto di svolta dopo settimane di recriminazioni. Le due parti si erano già incontrate a Ginevra lo scorso 12 maggio, ma l’intesa raggiunta si è rapidamente dissolta tra accuse reciproche di aver disatteso gli impegni presi.

La tregua di 90 giorni, finalizzata a smantellare parte dei dazi a tripla cifra imposti dall’inizio dell’anno dall’amministrazione Trump, scade ad agosto. Se non venisse rinnovata, la Casa Bianca potrebbe riportare le tariffe ai livelli annunciati in aprile, superiori all’attuale soglia del 10%, con ripercussioni devastanti sui mercati azionari. 

Solo l’annuncio dell’accordo ha, infatti, innescato un rally globale. Negli Stati Uniti nell’ultimo mese, gli indici hanno recuperato gran parte delle perdite: l’S&P 500, che ad aprile era sceso di quasi il 18% dopo l’introduzione dei dazi generalizzati del “Liberation Day”, attualmente è al 2% dal massimo storico di metà febbraio.

Le questioni irrisolte

Tuttavia, l’impegno temporaneo non ha toccato i nodi più delicati della relazione bilaterale: dalla crisi del fentanyl al futuro di Taiwan, fino alle critiche americane sul modello economico cinese, dominato dallo Stato e orientato all’export. Questioni che difficilmente verranno risolte nel breve termine. In breve, l’incontro di Ginevra non ha fatto altro che evidenziare quanto sia difficile costruire un’intesa duratura tra Pechino e Washington. 

“C’è stata confusione, forse voluta, su ciò che era stato realmente concordato“, ha spiegato Josh Lipsky, esperto del Consiglio Atlantico. “Hanno lasciato troppe zone grigie e ora ne stanno pagando le conseguenze.“

É indubbio che per la Cina, le esportazioni minerarie rappresentano un’importante leva strategica. Washington, dal canto suo, protesta per la drastica riduzione delle forniture di magneti, indispensabili per l’industria americana dei veicoli elettrici e per i sistemi militari. 

Nel frattempo, la diplomazia prova a smussare gli angoli. Dopo il colloquio tra i leader, il Ministero degli Esteri cinese ha riferito che Trump avrebbe confermato la volontà di accogliere studenti cinesi negli Stati Uniti. 

“Entrambe le parti vogliono tornare al punto in cui erano in Svizzera“, conclude Lipsky, “ma stavolta con accordi chiari su cosa sarà autorizzato e cosa no.”

Le rassicurazioni di Trump

Anche Trump, intanto, cerca di rassicurare i mercati: “I colloqui andranno molto bene“, ha scritto sui social, offrendo una lettura ottimistica di una relazione finora altalenante.

La posta in gioco è altissima: dalle forniture di magneti per auto elettriche e smartphone, fino alle tecnologie critiche per la difesa americana.

A rappresentare Washington saranno il Segretario al Tesoro Scott Bessent, il Segretario al Commercio Howard Lutnick e il Rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, come annunciato dallo stesso Trump in un post su Truth Social. A guidare la delegazione cinese sarà invece il vicepremier He Lifeng. 

Segnali di apertura 

Sabato, la Cina ha annunciato l’approvazione di alcune richieste di esportazione di terre rare, ma senza chiarire a quali Paesi o settori saranno destinate. La mossa è arrivata all’indomani delle dichiarazioni di Trump, secondo cui il presidente Xi Jinping avrebbe promesso di riattivare i flussi di materiali e magneti interrotti ad aprile.

“Vogliamo che le terre rare tornino a fluire come prima — senza cavilli tecnici a rallentare il processo“, ha dichiarato ieri Kevin Hassett, capo del Consiglio Economico Nazionale USA.

Fa ben sperare anche la recente telefonata tra Trump e Xi , ma gli investitori restano cauti. Finora, l’unico nuovo accordo commerciale firmato da Trump è stato con il Regno Unito.

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Elettricità troppo costosa: la soluzione di Confindustria per il futuro dell’Italia

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Il costo dell’elettricità in Italia è un tema caldo, che interessa tanto le famiglie quanto gli attori economici. Di recente, in occasione dell’assemblea annuale di Confindustria, il presidente dell’associazione degli industriali italiani ha suggerito alcune soluzioni per abbassare le bollette e per migliorare la competitività delle imprese rispetto a quelle di altri Paesi UE.

Nonostante nelle ultime settimane il prezzo dell’elettricità sia in calo rispetto ai valori di inizio anno, in Italia le bollette si mantengono piuttosto elevate e saper confrontare le offerte luce diventa di fondamentale importanza per riuscire a risparmiare. Per confrontare in contemporanea le tariffe di più operatori si può usare il comparatore di SOStariffe.it, che analizza le migliori soluzioni proposte da vari fornitori partner.

Le proposte di Confindustria per migliorare la competitività dell’Italia

Nel discorso tenuto in occasione dell’assemblea annuale di Confindustria, il presidente Emanuele Orsini ha affrontato il tema del caro bollette, un argomento che preoccupa molti, tra industriali e piccoli imprenditori.

Secondo Orsini è prioritario intervenire per ridurre i costi a carico delle famiglie e delle imprese e per aumentare la competitività del sistema economico italiano, che rischia di perdere terreno nei confronti del resto dell’UE.

Il Decreto Bollette adottato dal governo è un primo passo, ma non sufficiente per incidere in maniera significativa sul caro bollette. Secondo Confindustria c’è bisogno di fare delle riforme strutturali del sistema, intervenendo su più livelli. Per Orsini le priorità sono in particolare due:

  • Disaccoppiare il prezzo dell’energia elettrica e del gas;
  • Ridurre gli oneri di sistema in bolletta.

Disaccoppiare i prezzi di elettricità e gas per risparmiare sulle bollette

In Italia il prezzo dell’elettricità è molto più elevato rispetto ad altri Stati UE come la Spagna, la Germania e la Francia. All’origine di questa differenza ci sono diversi fattori, ma secondo Orsini bisognerebbe intervenire per slegare il prezzo dell’elettricità da quello del gas.

In base al sistema attualmente in vigore, il prezzo del gas naturale influenza direttamente quello dell’elettricità e questo causa notevoli rincari in caso di aumento dei prezzi sul mercato all’ingrosso. Secondo Confindustria, questo meccanismo distorce il mercato e non tiene sufficientemente conto del ruolo delle rinnovabili.

Come dichiarato da Orsini, famiglie e imprese hanno contribuito allo sviluppo del settore delle rinnovabili con un volume di incentivi pari a 170 miliardi di euro: nonostante questo, il prezzo dell’energia è ancora strettamente legato a quello del gas.

Ridurre gli oneri di sistema per abbassare la spesa di famiglie e imprese

L’altro intervento suggerito da Confindustria per alleggerire le bollette italiane è la riduzione degli oneri di sistema. Questo costo incide per circa 30-40 €/MWh e ha un peso importante sulla spesa per l’elettricità: contenere questa spesa aiuterebbe a rendere più sostenibili le bollette di famiglie e di imprese.

Inoltre, Confindustria suggerisce di ampliare le fonti di produzione dell’energia, investendo nel nucleare. La soluzione proposta dagli industriali è quella di puntare su piccoli impianti, con reattori modulari in grado di produrre piccole quantità di energia e di soddisfare la domanda in un’area circoscritta.

Bolletta della luce: il risparmio passa dal confronto delle offerte

Rendere le bollette sostenibili è una priorità per famiglie e imprese. Nell’attesa che la politica agisca per interventi strutturali a livello nazionale ed europeo, è possibile abbassare la spesa dell’elettricità approfittando delle offerte più convenienti disponibili sul mercato libero.

Grazie al confronto tra tariffe, si possono rapidamente individuare le soluzioni che fanno risparmiare: il comparatore di SOStariffe.it fornisce un’analisi personalizzata, basata sui propri consumi e sulle proprie esigenze.

Le migliori offerte del periodo degli operatori partner partono da 0,10 €/kWh per le tariffe a prezzo bloccato, ideali per chi vuole bollette prevedibili e preferisce la stabilità delle condizioni contrattuali, e da 0,11 €/kWh per le offerte a prezzo indicizzato, la soluzione migliore per avere una spesa flessibile che segue l’andamento dei prezzi all’ingrosso e permette di sfruttare il trend di discesa del PUN.

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Cina, Ripresa delle Centrali a Carbone nel 2025: Sfida al Boom di Rinnovabili

Dopo il primo calo annuale delle autorizzazioni per la costruzione di centrali a carbone dal 2021, registrato lo scorso anno, all’inizio del 2025 il numero di progetti di centrali a carbone approvati in Cina ha registrato una ripresa, secondo quanto riportato giovedì da Greenpeace East Asia in una nuova ricerca.

Secondo l’analisi dei documenti ufficiali condotta da Greenpeace, nel primo trimestre del 2025 la Cina ha approvato 11,29 gigawatt (GW) di nuova capacità di energia elettrica da carbone. Questo ritmo di approvazioni di centrali a carbone supera già i 10 GW approvati dalla Cina nella prima metà del 2024.

Lo scorso anno si è registrato un cambiamento significativo nelle autorizzazioni per l’energia da carbone, con un calo del 41,5% su base annua a 62,24 GW, segnando il primo calo annuale dal 2021.

Tuttavia, il ritmo delle autorizzazioni ha subito un’accelerazione quest’anno, nonostante il boom continuo degli impianti solari ed eolici. Evidentemente qualcosa non sta funzionando nell’eccesso di impianti solari ed eolici e le autorità stanno cercnado di compensare.

I dati ufficiali cinesi mostrano che nel primo trimestre del 2025 la capacità eolica e solare installata in Cina ha raggiunto i 1.482 GW, superando per la prima volta i 1.450 GW di energia termica, ha osservato Greenpeace.

“Il proseguimento delle autorizzazioni per il carbone rappresenta un rischio significativo”, ha affermato Gao Yuhe, responsabile dei progetti sul clima e l’energia di Greenpeace East Asia con sede a Pechino.

Mix energetico cinese sino al 2024

“L’approvazione di una nuova ondata di progetti su larga scala nel settore del carbone rischia di creare sovraccapacità, asset bloccati e costi di transizione più elevati. Ciò finirà per compromettere i progressi verso un sistema energetico più pulito e flessibile”, ha aggiunto Gao.

A livello globale, la Cina è leader nelle installazioni di capacità di energia rinnovabile, ma è anche leader nell’energia a carbone e continua a essere il motore principale della domanda globale di carbone, che ha raggiunto livelli record.

Inoltre, quest’anno la Cina sta cercando di aumentare la domanda interna di carbone e i relativi prezzi. Quest’anno i prezzi del carbone in Cina sono stati depressi, pesando sui profitti e sulla redditività dei produttori di carbone.

La Cina ha chiesto alle sue centrali elettriche a carbone di aumentare le scorte con l’approvvigionamento interno, poiché le autorità mirano a spingere al rialzo la domanda e i prezzi locali, secondo quanto riferito la scorsa settimana da fonti anonime vicine alla questione a Reuters.


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DDL Concorrenza, priorità agli operatori con meno del 40% delle colonnine di ricarica

Nel disegno di legge sulla concorrenza 2025, approvato dal Consiglio dei Ministri, arrivano regole decisive per il futuro della mobilità elettrica in Italia. L’obiettivo? Accelerare lo sviluppo delle infrastrutture di ricarica, garantendo un mercato più competitivo, trasparente e sostenibile..

64.000 punti di ricarica a fronte di 303.000 veicoli elettrici

Avevamo già parlato delle novità riguardanti il settore, con il dirottamento dei fondi PNRR dalle infrastrutture di ricarica al rinnovo del parco circolante e alla rottamazione. Da quanto riportato dal Ministro Foti nella recente audizione sulla rimodulazione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, al 31 dicembre 2024, sul territorio nazionale erano presenti 64.391 punti di ricarica, a fronte di 303.000 auto elettriche immatricolate al 30 aprile 2025.

Numeri incoraggianti che riflettono i progressi fatti dal nostro Paese rispetto al resto dell’Unione Europea, ma non immuni al rischio delle concentrazioni di mercato. La crescita registrata negli ultimi anni non è, infatti, priva di squilibri: la gestione delle colonnine tende a finire nelle mani di pochi operatori, con potenziali ripercussioni sui prezzi e sulla concorrenza. La norma passata in CdM, e ora in attesa dell’esame parlamentare, punta proprio a stabilizzare il settore, rendendolo più equo e trasparente.

Più concorrenza nella gestione delle colonnine di ricarica

Tra le misure più rilevanti contenute nel disegno di legge, spicca l’articolo 3, che introduce nuove regole per evitare la concentrazione di mercato a livello locale. In particolare, si prevede che, a parità di condizioni tra le richieste di autorizzazione, i Comuni debbano dare priorità agli operatori che detengono meno del 40% delle infrastrutture di ricarica già installate o autorizzate sul proprio territorio.

Pluralità di operatori e prezzi più equi

Più nel dettaglio, la norma percepisce e risponde a un’esigenza segnalata anche dall’Antitrust, ossia evitare la formazione di posizioni dominanti da parte di pochi Charging Point Operator (CPO), che potrebbero esercitare un potere di mercato tale da alzare i prezzi delle ricariche o limitare l’accesso ad altri operatori, come i Mobility Service Provider (MSP). Spesso, infatti, i CPO operano anche come MSP, controllando così più fasi del servizio.

Infrastrutturazione gestita dai Comuni, ma con regole più chiare

Attualmente, la realizzazione e gestione delle infrastrutture di ricarica è disciplinata a livello comunale. I Comuni possono autorizzare soggetti pubblici e privati, anche a titolo gratuito, attraverso procedure competitive, trasparenti e non discriminatorie. La nuova legge ha o scopo di rafforzare questo impianto, richiedendo di favorire la presenza di più operatori, prevenendo così fenomeni di oligopolio.

Il Governo punta dunque a correggere le distorsioni di un mercato ancora giovane, ma strategico per la transizione ecologica. La scommessa è chiara: più concorrenza per abbassare i costi, ampliare l’offerta e rendere la mobilità elettrica un’opzione davvero accessibile a tutti.

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Rinnovabili, a Fiumicino nasce il più grande storage d’Italia con batterie second-life

All’aeroporto di Roma-Fiumicino prende vita uno dei progetti più avanzati d’Europa in materia di accumulo di energia rinnovabile. Si chiama Pioneer ed è il più grande sistema italiano di storage energetico con batterie second-life ibride, integrato a fonti solari. Un impianto innovativo che incarna pienamente i principi dell’economia circolare e della transizione energetica.

Il progetto, sviluppato da Enel e Aeroporti di Roma (ADR) con il contributo scientifico del prestigioso istituto tedesco Fraunhofer, è stato installato all’interno dello scalo internazionale “Leonardo da Vinci”, recentemente incluso nella Top 10 mondiale degli aeroporti secondo Skytrax. Pioneer si propone di immagazzinare energia rinnovabile prodotta dal vicino impianto fotovoltaico – la “Solar Farm” inaugurata nel 2025 – per renderla disponibile anche quando il sole non splende, garantendo così energia pulita 24 ore su 24.

Batterie d’auto, nuova vita nei cieli di Roma

Il cuore tecnologico di Pioneer è rappresentato da un sistema BESS (Battery Energy Storage System) da 10 MWh, realizzato dal system integrator Loccioni utilizzando ben 762 pacchi batteria provenienti da veicoli elettrici di tre diversi costruttori: Nissan, Mercedes-Benz e Stellantis. Si tratta di batterie non più idonee alla propulsione, ma ancora perfettamente funzionali per applicazioni stazionarie: una soluzione sostenibile, efficiente e scalabile.

È la prima volta in Europa che batterie second-life eterogenee vengono integrate in un sistema unico di accumulo, segnando un primato tecnico e ambientale nel panorama energetico europeo.

Un’infrastruttura strategica per l’energia e l’ambiente

Il sistema Pioneer non è solo una novità tecnologica, ma rappresenta un tassello chiave della strategia di decarbonizzazione e autonomia energetica dell’aeroporto. Integrato con la più grande installazione fotovoltaica in autoconsumo mai realizzata in uno scalo europeo, il progetto contribuirà ad abbattere oltre 16.000 tonnellate di CO₂ in dieci anni.

Per il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, Pioneer è “un modello avanzato per la transizione energetica e digitale, che unisce sostenibilità ambientale e competitività industriale, rafforzando il ruolo strategico dell’Italia in Europa”.

Un progetto europeo riconosciuto

Pioneer è stato selezionato tra i vincitori del bando Innovation Fund SSC-2020, promosso dall’Agenzia Europea per il Clima, l’Ambiente e le Infrastrutture (CINEA), a conferma del valore strategico e della portata innovativa dell’iniziativa anche a livello internazionale.

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Corsa alle “terre rare” negli abissi, Trump sfida la Cina sui fondali del Pacifico

Dopo gli accordi con Ucraina e Congo per garantirsi l’accesso alle terre rare, Donald Trump punta ora alle profondità oceaniche. Il suo ultimo ordine esecutivo è un chiaro segnale delle ambizioni “subacquee” dell’ex presidente, decise a spostare il baricentro della competizione globale per le materie prime.

La posta in gioco nei fondali del Pacifico

La storica contesa tra Stati Uniti e Cina sul controllo delle terre rare potrebbe trovare una nuova arena negli abissi marini. Trump ha messo gli occhi sulla Clarion-Clipperton Zone (CCZ), una vasta area tra Hawaii e Messico, dove si concentra una delle più ricche riserve sottomarine di noduli polimetallici. Questi aggregati rocciosi, carichi di cobalto, nichel e terre rare, sono fondamentali per la produzione di tecnologie avanzate e dispositivi elettronici. Secondo le stime, il fondo della CCZ custodisce oltre 500 miliardi di tonnellate di materiali strategici.

Un ordine esecutivo per accelerare la corsa

Con un ordine firmato a fine aprile, Trump ha avviato un’accelerazione decisa verso l’estrazione in acque profonde. L’obiettivo è evidente: spezzare il monopolio cinese sulle materie prime critiche. Tra i primi beneficiari c’è The Metals Company, con sede a Vancouver, che da tempo mira a ottenere licenze operative nella zona. Le azioni dell’azienda sono quasi raddoppiate nel giro di un mese.

Mentre il resto del mondo – Cina in testa – si accaparra le ultime risorse terrestri, Washington tenta un colpo audace: aprire un “fronte marino” per garantirsi l’approvvigionamento di materiali vitali per la difesa e la transizione energetica. Un piano B ambizioso, e in parte disperato.

Una filiera ancora troppo fragile

Nonostante le immense risorse a disposizione, gli Stati Uniti restano vulnerabili. Mancano strutture capaci di raffinare autonomamente le terre rare pesanti, rendendo il Paese fortemente dipendente dalla filiera cinese. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) avverte: le recenti restrizioni all’export imposte da Pechino – che coinvolgono elementi strategici come samario, gadolinio e terbio – potrebbero avere effetti devastanti per l’industria americana.

Il Pentagono ha stanziato oltre 439 milioni di dollari per creare impianti di trattamento interni entro il 2027. Ma, nel breve termine, la domanda rischia comunque di non essere soddisfatta.

Il nodo legale: acque internazionali, diritti incerti

Tuttavia, il piano statunitense si scontra con ostacoli legali di non poco conto. La Clarion-Clipperton Zone ricade sotto l’autorità dell’International Seabed Authority (ISA), istituita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). Gli Stati Uniti, però, non hanno mai ratificato l’UNCLOS, rendendo la loro posizione in quelle acque quantomeno ambigua.

Alcune aziende americane sostengono che, non avendo aderito al trattato, gli USA possano agire autonomamente o attraverso partnership private. Una posizione che rischia di violare le norme internazionali e di alimentare tensioni diplomatiche. L’ISA ha ribadito che nessuno può operare nelle acque internazionali senza sottostare al proprio regolamento.

Nel frattempo, l’incertezza normativa frena gli investimenti. Molti progetti sono sospesi o relegati alla fase esplorativa, in attesa che Washington chiarisca la propria posizione.

L’ambiente paga il prezzo dell’ambizione

Ma i problemi non finiscono qui. L’estrazione in acque profonde solleva preoccupazioni ambientali enormi. La CCZ è uno degli ecosistemi meno esplorati del pianeta, e gli scienziati temono che l’attività industriale possa compromettere habitat fragili e ancora sconosciuti.

Le organizzazioni ambientaliste lanciano l’allarme: dispersione di sedimenti, rilascio di sostanze tossiche, inquinamento acustico. I rischi sono profondi, come l’ambiente che li ospita. Sempre più esperti chiedono una moratoria globale, almeno finché gli impatti ecologici non saranno pienamente compresi.

Diversi Paesi hanno già avanzato richieste formali per sospendere l’avvio delle operazioni nei fondali, temendo che una corsa prematura comprometta decenni di politiche per la tutela degli oceani.

Il Pacifico, nuovo teatro della competizione strategica

Nonostante tutto, il valore strategico del fondo oceanico è sempre più evidente. La Cina detiene già diverse licenze di esplorazione nella CCZ e ha investito massicciamente nella ricerca oceanica. Il recente lancio di un laboratorio sottomarino nel Mar Cinese Meridionale testimonia la portata delle sue ambizioni.

Per gli Stati Uniti, il Pacifico diventa così una nuova frontiera geopolitica: non solo riserva di risorse, ma campo di battaglia nella competizione globale per il dominio tecnologico ed energetico. Resta da capire se Washington riuscirà a colmare il divario o se resterà impantanata tra vincoli ambientali, limiti industriali e incertezze giuridiche.

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Energia elettrica, in Italia costi più alti rispetto ad altri Paesi UE. Perchè?

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Il confronto tra i costi delle bollette tra Italia ed Europa ci dice che gli italiani pagano l’energia elettrica più di quanto facciano gli altri europei. Anche se, rispetto agli scorsi anni, i prezzi sono in discesa, nel 2024 in Italia il costo dell’energia elettrica è stato più alto che nel resto dell’UE anche dell’86%.

Questa differenza nei costi non solo rende le bollette della luce più care, ma rende anche meno competitive le industrie italiane rispetto a quelle estere. In attesa che si intervenga per risolvere le inefficienze del settore elettrico nazionale e che i prezzi proseguano la loro discesa, la soluzione migliore per abbassare le bollette è fare un confronto delle offerte luce più convenienti del mercato libero.

Prezzo della luce in Italia: perché è tra i più alti in UE?

Durante lo scorso anno l’energia elettrica in Italia ha avuto un costo ben superiore rispetto a quello registrato nei principali mercati energetici europei. Il differenziale più alto è stato quello tra Italia e Spagna: mentre in Italia il PUN medio 2024 è stato di 108 €/MWh, in Spagna il costo medio dell’elettricità nello stesso periodo è stato di 63 €/MWh. L’energia elettrica in Italia è risultata più cara anche rispetto a quella in Germania (78 €/MWh) e a quella in Francia (58 €/MWh).

Anche se nel corso dei primi mesi del 2025 i prezzi stanno gradualmente scendendo, le differenze sono ancora accentuate e gli italiani continuano a pagare l’elettricità più degli altri europei. Nei primi giorni di maggio 2025, ad esempio, il PUN si attestava attorno agli 80 €/MWh. Nonostante il forte calo rispetto al dato medio dello scorso anno, il confronto con i principali Stati UE penalizza ancora una volta il nostro Paese. In Germania a inizio maggio l’energia elettrica aveva infatti un costo di circa 66 €/MWh, in Francia di 63 €/MWh e in Spagna addirittura di 11 €/MWh.

Queste differenze così nette nei prezzi dell’energia elettrica sono dovute principalmente alla struttura del mercato energetico italiano e al particolare meccanismo di formazione dei prezzi che lo caratterizza. In Italia i prezzi dell’energia elettrica e del gas naturale sono fortemente interconnessi, perché il gas naturale viene impiegato nella produzione dell’elettricità e il prezzo del primo influenza largamente quello della seconda.

Spesa energia: come abbassare le bollette elettriche

Questi dati e le particolarità del mercato energetico italiano rispetto al mercato europeo sono contenuti in un’analisi condotta dal ricercatore dell’ENEA Livio De Chicchis, riportata da IlSole24Ore. L’analisi completa è stata presentata nel corso del webinar dell’MCE “Industria ed energia: strategie e tecnologie per ridurre i costi senza compromettere la produttività”.

La ricerca ha anche analizzato la struttura del mercato energetico italiano, rilevando come la quota più rilevante dei consumi elettrici (il 45% del totale) sia assorbita dall’industria. A seguire, il settore dei servizi, che consuma circa il 30% dell’elettricità italiana e solo al terzo posto i consumi familiari, pari al 22% del totale.

Per le famiglie che vogliono abbassare i costi delle bollette il confronto delle tariffe disponibili sul mercato libero rimane l’arma più potente. Utilizzando il comparatore di SOStariffe.it si possono verificare giorno per giorno le migliori soluzioni tariffarie degli operatori partner.

Attualmente le migliori tariffe a prezzo bloccato fissano il costo dell’energia per almeno un anno, con offerte a partire da 0,10 €/kWh. Chi preferisce maggiore flessibilità e confida in un’ulteriore discesa del prezzo all’ingrosso dell’elettricità può orientarsi verso le tariffe a prezzo indicizzato. In questo caso ai consumi viene applicato un prezzo pari al PUN mensile, maggiorato di una quota fissa stabilita dal fornitore. Al momento, le migliori offerte hanno un costo a partire da 0,11 €/kWh, con aggiornamento mensile delle tariffe.

Quando si trova un’offerta in grado di garantire un buon risparmio in bolletta si può cambiare fornitore in modo rapido e gratuito. Basta attivare la nuova offerta e attendere che il trasferimento dell’utenza venga completato, senza dover sostenere dei costi e senza dover cambiare contatore.

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Sull’orlo del baratro”: 4.000 famiglie senza futuro. Colpa di un accordo che il Regno Unito non doveva firmare

Ben 4.000 posti di lavoro sono a rischio dopo che il proprietario del più grande impianto di bioetanolo della Gran Bretagna ha avvertito che potrebbe chiudere entro pochi giorni, pare anche a causa tariffaria tra Regno Unito e Stati Uniti.

ABF, proprietaria dell’impianto Vivergo Fuels nello Yorkshire, ha scritto agli agricoltori avvertendoli che intende sospendere gli acquisti di grano utilizzato nel processo di produzione, a meno che il governo non intervenga con urgenza.

L’impianto è in grado di produrre fino a 420 milioni di litri di bioetanolo da oltre 1 milione di tonnellate di grano da foraggio proveniente da migliaia di aziende agricole situate principalmente nello Yorkshire e nel Lincolnshire. L’impianto impiega oltre 160 lavoratori qualificati e la sua catena di approvvigionamento sostiene circa 4.000 posti di lavoro.

ABF ha affermato che il futuro dello stabilimento potrebbe diventare insostenibile a seguito dell’accordo commerciale tra Regno Unito e Stati Uniti che ha eliminato una tariffa del 19% sulle importazioni di etanolo, consentendo all’etanolo statunitense fortemente sovvenzionato di vendere a prezzi inferiori a quelli dei produttori britannici.

I dirigenti dei due maggiori impianti di bioetanolo del Regno Unito hanno scritto al Primo Ministro il 9 maggio, prima di incontrare il Segretario al Commercio e all’Industria Jonathan Reynolds il 14 maggio, il quale ha affermato che avrebbe agito “in pochi giorni, non in settimane”, ma le aziende sostengono che da allora non ci siano state “prove di urgenza” da parte del governo.

Ben Hackett, amministratore delegato di Vivergo Fuels, ha dichiarato: “Non è una posizione in cui avremmo mai voluto trovarci.

Biocarburante : Vivergo fuel

Abbiamo chiesto al governo di aumentare la domanda interna di bioetanolo attraverso una semplice modifica della normativa e di fornirci il sostegno a breve termine e a prezzi accessibili di cui abbiamo bisogno fino a quando tale domanda non si concretizzerà. Finora non è stato fatto nulla.

L’abolizione dei dazi sull’etanolo statunitense, insieme agli ostacoli normativi esistenti, ci ha impedito di competere in condizioni di parità. Di conseguenza, dovremo ridurre gli acquisti di grano per rispettare solo i nostri attuali impegni contrattuali… il tempo sta rapidamente scadendo”.

“Vantaggio di costo imbattibile”

Il mese scorso, l’amministratore delegato di ABF George Weston ha dichiarato a City AM che l’impianto è stato ostacolato dalla decisione del governo di conteggiare due volte i certificati di carburante rinnovabile per i produttori esteri, il che “conferisce loro un vantaggio di costo imbattibile”.

“Non crediamo che il governo fosse obbligato a farlo, ha scelto di farlo e con la sua azione ha messo questa azienda in una posizione impossibile“, ha affermato.

“Stiamo davvero facendo tutto il possibile per salvare lo stabilimento, non vogliamo metterlo in disuso o chiuderlo, ma potremmo essere costretti a farlo”.

I problemi dello stabilimento dello Yorkshire, insieme al calo generale dei prezzi dello zucchero, hanno contribuito a far registrare alla divisione zucchero di ABF una perdita di 122 milioni di sterline nei sei mesi fino a marzo, in calo rispetto all’utile di 121 milioni di sterline dell’anno precedente.

Un portavoce del governo ha dichiarato: “Abbiamo firmato un accordo con gli Stati Uniti nell’interesse nazionale per garantire migliaia di posti di lavoro in settori chiave.

“Stiamo ora lavorando a stretto contatto con l’industria per comprendere l’impatto dell’accordo commerciale tra Regno Unito e Stati Uniti sulle due aziende produttrici di bioetanolo del Regno Unito e siamo aperti a discutere le possibili opzioni di sostegno.

“Il ministro per gli Affari economici ha incontrato i rappresentanti del settore del bioetanolo e alti funzionari continuano a valutare le opzioni disponibili per sostenere le aziende colpite”. Intanto però senza un pronto intervento l’impianto chiuderà perché non competitivo con quelli negli USA.


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Nucleare, Fratin: “Governo pronto a sostenere le tecnologie più avanzate”

“La fusione nucleare è la più grande sfida scientifica e tecnologica del nostro secolo, e l’Italia c’è. Oggi celebriamo un passo concreto verso il futuro dell’energia pulita, tutta italiana.” Con queste parole il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha salutato la presentazione del primo magnete superconduttivo del reattore sperimentale DTT – Divertor Tokamak Test, avvenuta nello stabilimento di ASG Superconductors alla Spezia.

Il magnete, realizzato in collaborazione con ENEA e DTT S.c.a.r.l., è il primo di una serie di diciotto che andranno a comporre il “cuore tecnologico” del reattore sperimentale per la fusione nucleare, attualmente in costruzione presso il Centro di Ricerche ENEA di Frascati (Roma).

DTT, la fusione nucleare made in Italy

Il progetto DTT rappresenta una delle infrastrutture più ambiziose in Europa nel campo della fusione, con l’obiettivo di testare e sviluppare soluzioni tecnologiche avanzate per i futuri reattori a fusione. Una sfida strategica che proietta l’Italia tra i leader del settore a livello internazionale.

“Essere qui oggi significa celebrare non solo un avanzamento tecnico – ha dichiarato Pichetto Fratin – ma anche il successo di una filiera industriale e scientifica nazionale che, da decenni, rappresenta un’eccellenza riconosciuta nel mondo”.

Italia al centro della nuova era nucleare

Il Titolare dell’Ambiente ha sottolineato come la presenza dell’industria italiana in progetti d’avanguardia, come DTT e ITER, confermi la solidità di un comparto che, nonostante le scelte politiche del passato, non ha mai smesso di investire in competenze, ricerca e tecnologia.

“In questi anni – ha spiegato – l’Italia ha mantenuto una rete industriale robusta, una supply chain strategica e un capitale umano di alto profilo. Formiamo il 10% degli ingegneri nucleari europei: è evidente che abbiamo tutte le carte in regola per essere protagonisti nella transizione verso l’energia da fusione”.

Il Governo:“quadro normativo per il ritorno dell’energia nucleare in Italia”

Il Ministro ha ribadito l’impegno del Governo nel promuovere un quadro giuridico e normativo chiaro e abilitante, che consenta in futuro anche in Italia la produzione di energia da fonte nucleare, sfruttando le tecnologie più sicure e innovative, sia nella fusione che nella fissione di nuova generazione.

“Continueremo a lavorare – ha concluso – affinché la scienza diventi forza produttiva e generi sviluppo concreto. L’Italia non può permettersi di restare spettatrice: dobbiamo essere tra i Paesi che costruiscono il futuro dell’energia”.

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L’allarme dell’ASviS “Italia ferma sul futuro”. DaI Festival un appello al Governo

Un quadro di ombre con alcuni elementi positivi quello dipinto oggi durante l’evento conclusivo del Festival dello Sviluppo Sostenibile, “L’ora della verità per lo sviluppo sostenibile a dieci anni dall’Agenda 2030, dagli Accordi di Parigi e dalla Laudato si’“. A una decade dall’accordo che ha smosso il mondo sui temi del cambiamento climatico, e dalla prima edizione della kermesse annuale promossa e organizzata dall’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, il dato che emerge con maggiore chiarezza è che l’Italia non si trova affatto su un sentiero di sviluppo sostenibile. Certo, dei progressi sono stati fatti, miglioramenti che tuttavia sono stati descritti da illustri rappresentanti istituzionali tra cui Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva della Commissione europea, Amina J. Mohammed, Vicesegretaria Generale delle Nazioni Unite, Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente, Giorgio Mulè, Vicepresidente della Camera dei Deputati, come “molto contenuti“. In pratica, siamo ancora lontani dal raggiungere i 17 obiettivi stabiliti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

L’appello di ASvis

Quello lanciato da ASviS, oltre che un allarme è un appello rivolto a tutte le amministrazioni.

“Tutti parlano dei costi della transizione energetica – dice Giulio Lo Iacono, Segretario Generale dell’ASviS – ma non dovrebbero essere considerati costi, bensì investimenti nel nostro futuro. Nessuno parla, invece, dei costi dell’inazione, perché anche stare fermi ha un costo. Stare fermi ha un costo nascosto molto elevato che pagheremo tutti piano piano. Dobbiamo stare molto attenti a non rimanere nella nostra comfort zone”. 

Eppure i dati sciorinati durante l’incontro dimostrano chiaramente che le imprese che investono in sostenibilità sono quelle più competitive, in quanto in grado di cogliere le nuove opportunità in modo più dinamico. 

Come sottolineato da Lo Iacono, l’approccio ESG ha cambiato totalmente il modo di operare delle imprese. Anche per Marcella Mallen, Presidente dell’ASviS, la transizione ecologica oltre che giusta deve essere considerata conveniente. Come evidenziato nel Rapporto ASviS di primavera 2025 ”investire nella sostenibilità rafforza produttività, competitività e solidità finanziaria delle imprese italiane“.

“Basterebbe seguire quanto previsto dalla Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, adottata dal governo italiano il 18 settembre 2023, e attuare quello che lo stesso governo si è impegnato a fare, ossia predisporre un piano di accelerazione per l’Italia, che purtroppo stiamo ancora aspettando” aggiunge la Mallen. 

Il futuro dei giovani 

Un‘ attenzione particolare viene poi rivolta ai giovani, per i quali si propone di adottare e rendere operativa una valutazione di impatto generazionale. La pubblicazione realizzata di recente da ASviS “Le giovani generazioni tra presente e futuro – Strumenti per una scuola che cambia” è l’emblema dell’impegno dell’Associazione per le nuove generazioni e le nuove, complesse, sfide che si trovano a dover affrontare in tema di “futuro”. Impegno ribadito da Lo Iacono, che si è soffermato sull’importanza di Ecosistema Futuro, l’iniziativa ispirata al Patto sul Futuro e alla Dichiarazione sulle future generazioni approvate dalle Nazioni Unite, alla quale hanno già aderito oltre 30 tra centri di ricerca, università, aziende, ed enti del terzo settore: 

“Quello che proponiamo al governo e al Parlamento è di sostenere questa partnership, promuovere forme di governance anticipante a supporto del governo e del Parlamento sul modello dell’Ue e di altri Paesi, adottare e rendere operativa la Valutazione di impatto generazionale e sostenere la creazione di un’Assemblea nazionale sul futuro in cui i giovani siano sovrarappresentati, per lanciare una grande conversazione nazionale sul futuro del Paese“.

Gli impatti settoriali e le politiche pubbliche

I punti toccati nel corso degli interventi sono stati molteplici. Un argomento comune è stato senz’altro il contributo ancora troppo limitato delle politiche pubbliche italiane al processo di transizione energetica. “Il piano strutturale di bilancio non affronta in modo adeguato i nodi fondamentali: riforma fiscale, crescita, transizione ecologica, pubblica amministrazione. Le misure attuali sono frammentarie, spesso contraddittorie e talvolta in contrasto con il Green Deal, rallentando la trasformazione del tessuto produttivo, come abbiamo visto anche nel settore delle rinnovabili” ha chiosato Lo Iacono. 

Forse il Bel Paese riflette l’andamento dell’Unione Europea? Proprio su questo trend si è espresso in una nota Enrico Giovannini, Direttore scientifico dell’ASvis, che per accertamenti medici non ha potuto presenziare alla giornata di chiusura del Festival: “Dopo lo straordinario impulso degli anni scorsi, l’Unione europea rischia di tornare indietro sulle politiche legate alla sostenibilità. Questo sarebbe un grave errore, e i dati presentati nel corso del Festival dello sviluppo sostenibile, come quelli contenuti nel ‘Rapporto di Primavera’, lo dimostrano“.

Il posizionamento dell’opinione pubblica

Secondo il centro ricerche Ipsos, una quota rilevante di cittadini italiani ritiene che il Paese debba fare di più per contrastare il cambiamento climatico. L’Italia si colloca a metà classifica, segno che la consapevolezza c’è, ma va rafforzata. Tra le proposte ASviS, quella di bloccare il consumo di suolo nel 36% dei comuni italiani, applicando la Nature Restoration Law. “Questo non significa fermare lo sviluppo: significa adottare un nuovo modello, fondato sulla rigenerazione urbana e la riqualificazione. La tutela della biodiversità può essere anche un’opportunità economica, se guidata da un paradigma di sviluppo sostenibile” dice dal palco Lo Iacono.

Accelerare la trasformazione, un piano nazionale

Con il Patto sul Futuro (settembre 2024), i leader mondiali si sono impegnati ad accelerare l’attuazione dell’Agenda 2030. È stato, infatti, riconosciuto che sia necessario dotarsi di piani nazionali rigorosi per raggiungere gli SDGs. Innegabile anche che, per guidare questa trasformazione, occorra una governance forte e coerente. Il Piano di accelerazione trasformativa secondo l’Alleanza dovrebbe essere in capo alla Presidenza del Consiglio, l’unico organo con una visione d’insieme. 

Se il settore privato mostra vivacità, il settore pubblico infatti arranca. Lo Iacono è netto: “Le misure attuali sono frammentarie, contraddittorie, spesso in contrasto con il Green Deal”. Un’accusa pesante che trova riscontro nelle difficoltà strutturali della transizione energetica italiana.

Ma è proprio su questo punto che si è espresso con realismo il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin: “Non tutto va bene, ma neanche tutto va male. La realtà è complessa e va governata con lucidità”.

Il Ministro ha ricordato i progressi: da 1 a 7,5 GW di rinnovabili installate nel 2024, con l’obiettivo ambizioso – e imprescindibile – di raggiungere 80 GW entro il 2030. Un risultato che, se centrato, porterà benefici ambientali, economici e sociali.

Comunità energetiche, adattamento climatico e il nodo del nucleare

Pichetto Fratin ha evidenziato, in particolare, l’importanza delle comunità energetiche rinnovabili, sostenute con 5,7 miliardi di euro, e la necessità di superare il carbone senza sacrificare la sicurezza energetica. Ha anche aperto alla possibilità di valutare, dal 2030, l’introduzione del nucleare di nuova generazione, previa analisi rigorosa di sostenibilità.

L’adattamento ai cambiamenti climatici, colpevolmente ignorato per anni, è ora all’ordine del giorno. È stato redatto un piano nazionale, ma – ammonisce il Ministro – “scrivere un piano non basta: bisogna attuarlo”.

ASviS: segnali positivi e passi avanti

Come dice il Ministro, non tutto, dunque, è fermo. Alcuni segnali sono incoraggianti e sono così sintetizzabili:

  • L’approvazione della valutazione di impatto generazionale al Senato.
  • Collaborazioni virtuose, come quella con Save the Children per la giustizia intergenerazionale.
  • L’intervento della BCE che avverte dei rischi sistemici legati a un allentamento della rendicontazione ESG.
  • Le recenti sentenze della Corte Costituzionale e del TAR del Lazio che potrebbero velocizzare le autorizzazioni per gli impianti rinnovabili.

ASviS: oltre la retorica, verso la responsabilità

Il Festival dello Sviluppo Sostenibile 2025 si chiude lasciando sul tavolo una consapevolezza: il tempo dell’attesa è finito. Il sogno della sostenibilità non può più essere rinviato, né banalizzato con parole vuote.

L’Italia è chiamata a decidere se restare imprigionata nei suoi ritardi o diventare leader di un modello nuovo, più equo e lungimirante. Il futuro non aspetta. Sta a noi, oggi, iniziare a costruirlo davvero.

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