Guerra in Iran. Timori Ue per prezzi energia, riunione venerdì. Italia a rischio inflazione e bollette più care

L’Europa affronta gli effetti sul mercato energetico della guerra in Iran

L’aggressione miliare di Stati Uniti e Israele all’Iran mostra subito i suoi primi impatti indiretti sui mercati energetici globali, in particolare sulle forniture all’Unione europea, con i prezzi di gas e petrolio che potrebbero schizzare alle stelle. Venerdì 6 marzo il Collegio dei commissari europei terrà un “dibattito di orientamento” per raccogliere proposte e suggerimenti su come alleggerire il peso delle bollette, considerate un nodo cruciale per la competitività dell’industria europea.

Dopo che il tema è stato al centro dell’ultimo Consiglio Europeo ad Alden-Biesen, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha deciso di rimettere sul tavolo anche opzioni accantonate in passato, compresa la separazione tra il prezzo dell’elettricità e quello del gas, proposta rilanciata da Mario Draghi.

L’escalation in Medio Oriente, con l’attacco all’Iran che ha spinto al rialzo le quotazioni del gas naturale al Ttf di Amsterdam, il principale mercato di riferimento per questa materia.

Chiusura dello stretto di Hormuz, l’impatto su prezzi di gas e petrolio

La paralisi del traffico marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio e del Gnl mondiali, e gli attacchi contro impianti energetici nella regione fanno temere una nuova impennata dei prezzi degli idrocarburi, simile a quella seguita all’inizio della guerra in Ucraina.
A questo si aggiungono anche le voci incontrollate (vere o meno che siano per il momento) di una chiusura da parte dell’Iran dello stretto, che non fanno che aumentare tensioni e paure sui mercati.

Conseguenza diretta, il prezzo del gas europeo è esploso di circa il 90% da venerdì, mentre i due principali riferimenti mondiali del greggio sono saliti di circa il 15%. L’impennata dei prezzi dell’energia riaccende i rischi di “stagflazione“, vale a dire un’inflazione persistente combinata con una crescita debole, sottolinea Neil Wilson, analista di Saxo Markets.

L’oro perdeva stamattina il 3,26% a 5.148,06 dollari l’oncia (31,1 grammi), dopo aver ceduto oltre il 4%, mentre l’argento scendeva dell’8,83% a 81,4834 dollari l’oncia, dopo un calo superiore al 12%. “Gli investitori vendono indiscriminatamente, inclusi beni rifugio come l’oro”, per “precipitarsi sul dollaro e sull’energia“, spiega Kathleen Brooks di XTB, intervistata dall’Afp.

Meloni incontra Eni e Snam per “prime azioni di mitigazione” dei rincari dei prezzi energetici

Nel secondo incontro tenuto oggi dalla Premier Giorgia Meloni sulla crisi in Medio Oriente, a cui si sono aggiunti gli amministratori delegati di Eni Claudio Descalzi e di Snam Agostino Scornajenchi, “è stato affrontato il tema della sicurezza energetica, con un’analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia e sull’economia, nonché delle possibili azioni di mitigazione che il Governo potrebbe adottare nel breve e medio periodo“, si legge in una nota di Palazzo Chigi.

Nella prima riunione, dedicata agli ultimi sviluppi della crisi, con particolare attenzione alle ulteriori misure per assistere e garantire la sicurezza dei cittadini italiani presenti nelle aree coinvolte, avevano partecipato, insieme alla Premier, anche il Vicepresidente e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro della Difesa Guido Crosetto, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e i Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Unem: “Se chiuso lo stretto di Hormuz, a rischio fino al 20% dell’offerta mondiale di petrolio

In caso di chiusura totale prolungata dello Stretto di Hormuz verrebbe meno tra il 15% e il 20% dell’offerta globale di petrolio e ci sarebbe una corsa agli approvvigionamenti che spingerebbe i prezzi verso livelli difficili da immaginare“, ha affermato in una nota il presidente Unem, Gianni Murano.

L’Unem ha ricordato che, attualmente, il 57% del gasolio (3 milioni/tonnellate) e il 20% di jet fuel (500.000 tonnellate) importati dall’Italia transitano per Hormuz, mentre solo il 6% del petrolio (3,3 milioni/tonnellate) passa per lo Stretto, perché gran parte del greggio saudita bypassa lo Stretto di Hormuz fluendo nell’oleodotto East West crude oil pipeline.

Inoltre, il 42% del greggio importato in Italia arriva dal continente africano (Libia primo fornitore con il 24%), il 30% arriva da Azerbaijan e Kazakhstan e il 13% dagli Usa. “È molto difficile prevedere quelli che potranno essere gli sviluppi e dunque gli impatti sull’Italia ma la differenza, rispetto ad altri conflitti ancora in corso, sta nell’importanza dell’Iran come potenza energetica e nella sua posizione geografica, centrale per i traffici di petrolio e gas”, ha sottolineato Murano.

Per Facile.it attesi aumenti in bolletta, a fine anno potremmo pagare un conto energetico di quasi 2.800 euro

Al quinto giorno di conflitto salgono vertiginosamente gli aumenti previsti: 278 euro per la bolletta del gas (erano 121 a ieri) e 91 euro per quella dell’energia elettrica (ieri 45). A tanto ammontano gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it per le bollette delle famiglie italiane a causa del conflitto in corso in Iran. E diventa sempre più difficile trovare sul mercato offerte a prezzo fisso.

Il calcolo, effettuato considerando le stime di Pun e Psv per i prossimi 12 mesi, porta quindi il conto complessivo a 2.796 euro nell’anno, pari al 15% in più rispetto ai 2.427 euro previsti per il 2026 prima che scoppiasse il conflitto.

Non solo prezzi dell’energia. Confesercenti: “Un eventuale shock energetico causato dalla guerra potrebbe portare l’inflazione al 3%

Partiamo dal dato diffuso dall’Istat, secondo cui, attualmente, “l’inflazione va ben oltre le aspettative”. Il dato diffuso sull’andamento dei prezzi a febbraio registra un aumento dello 0,8% su base mensile, un incremento improvviso e significativo, “il doppio rispetto a gennaio” Un dato da inserire in una fase che già di per sè si preannuncia delicata.

Un eventuale shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente potrebbe infatti portare l’inflazione annuale tra il 2,4 e il 3%, un’accelerazione che avrebbe un grave impatto su consumi e recupero del potere d’acquisto”, si legge in una nota diffusa da Confesercenti a commento dei dati preliminari sull’inflazione diffusi dall’Istituto di statistica.

Confapi: “A rischio l’intero complesso energetico europeo e la tenuta del nostro sistema produttivo

L’Europa ha già subito un durissimo colpo alla propria catena di approvvigionamento energetico con l’invasione russa dell’Ucraina ed è stata costretta a una complessa e costosa diversificazione delle fonti. Oggi ci troviamo nuovamente di fronte a uno scenario di estrema vulnerabilità”, ha dichiarato il presidente di Confapi, Cristian Camisa, commentando le tensioni in Medio Oriente e i riflessi sui mercati del gas.

Se il Qatar venisse completamente escluso dall’equazione del Gnl i prezzi potrebbero facilmente tornare verso i 100 euro/MWh, riportandoci ai livelli del 2022. Questo metterebbe a rischio l’intero complesso energetico europeo e, con esso, la tenuta del nostro sistema produttivo, in particolare delle piccole e medie imprese”, ha precisato Camisa.

Il problema poi non è soltanto il +40% registrato sul contratto di aprile del gas naturale. A preoccupare è soprattutto il premio di oltre 5 euro/MWh – ha aggiunto il presidente di Confapi – che si è ricreato tra le scadenze estive e quelle invernali. Se questo differenziale non verrà riassorbito rapidamente, la campagna di stoccaggio in vista del prossimo inverno sarà fortemente penalizzata e rischierà di richiedere nuovi interventi pubblici”.

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UE, ecco 5 cose che i consumatori dovrebbero sapere sulle bollette dell’energia elettrica

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

In un lungo articolo pubblicato nella sezione del sito della Commissione Europea che raccoglie le comunicazioni relative alle politiche energetiche, l’UE ha condiviso una serie di consigli utili per comprendere meglio le bollette e migliorare la gestione delle spese per l’elettricità.

Tra i consigli forniti per abbassare i costi, l’UE invita a confrontare le offerte luce di più fornitori e a valutare se si risparmia di più con le tariffe a prezzo fisso o con quelle indicizzate.

Grazie al comparatore di SOStariffe.it, le famiglie italiane possono fare queste analisi in modo veloce e immediato: questo strumento gratuito mette infatti a confronto le offerte degli operatori partner e permette di verificare quali sono quelle più convenienti.

I consigli dell’UE sulle bollette, tra differenze nazionali e abitudini familiari

Con il suo approfondimento sulle bollette, l’UE ha voluto fornire informazioni utili per comprendere meglio la natura della spesa per l’energia elettrica e dare indicazioni su come ottimizzarla.

I 5 consigli condivisi si concentrano sulla struttura delle bollette, spiegando perché ci sono grandi differenze a livello nazionale, ma anche su ciò che gli utenti possono fare per spendere meno. Infine, l’UE sottolinea il ruolo attivo delle istituzioni europee, ricordando quali sono stati i principali interventi messi in atto per ammodernare le infrastrutture e sostenere la transizione ecologica.

1. Conoscere le differenze nazionali e il loro impatto sui prezzi

Dal momento che il mercato energetico europeo non è unico, l’energia ha costi diversi da Paese a Paese. Anche le bollette hanno strutture diverse e per riuscire a leggerle correttamente e a confrontarle è necessario capire quali sono i fattori che influenzano il costo dell’elettricità.

L’UE ricorda che il prezzo dell’energia elettrica varia a seconda del mix energetico usato nel Paese (con costi minori per chi usa le fonti rinnovabili rispetto al gas, per effetto del funzionamento del sistema del prezzo marginale), della qualità delle infrastrutture e anche della geografia locale (i costi di trasporto sono maggiori in presenza di aree isolate o scarsamente collegate).

A incidere sui costi delle bollette sono anche le normative in vigore e la competitività del mercato.

2. Saper scegliere le tariffe luce migliori per i propri bisogni

La “qualità” delle bollette dipende anche dalla capacità degli europei di scegliere le tariffe più adatte alle proprie necessità. L’UE invita a confrontare le offerte proposte dai fornitori di energia e a valutare se sono le tariffe a prezzo fisso a far risparmiare di più rispetto a quelle a prezzo variabile o viceversa.

Per farlo in modo semplice è possibile utilizzare strumenti di comparazione online, come quello di SOStariffe.it, che permettono di mettere a confronto tariffe a prezzo fisso e indicizzato in base ai propri consumi.

L’UE ricorda che circa 3 europei su 4 hanno optato per un’offerta a prezzo fisso, preferendo la stabilità e la prevedibilità dei prezzi. La stessa istituzione sottolinea anche l’importanza di considerare le proprie abitudini: chi usa l’energia elettrica per ricaricare le auto o per il funzionamento delle pompe di calore potrebbe trovare più conveniente attivare un’offerta a prezzo indicizzato o bioraria, usando l’energia nei momenti della giornata e nei periodi in cui costa meno.

Cambiare fornitore quando ci sono offerte più convenienti è un altro comportamento suggerito dall’UE. Il passaggio a un diverso fornitore dell’energia è gratuito e, entro fine 2026, sarà possibile farlo in 24 ore.

Inoltre, per ottimizzare le spese per le bollette l’UE invita a considerare l’autoproduzione e a migliorare l’efficienza energetica degli elettrodomestici usati in casa.

3. Capire il funzionamento del mercato elettrico europeo

La Commissione ricorda poi che il costo delle bollette è influenzato anche dal funzionamento del mercato elettrico europeo.

I meccanismi di mercato intervengono per favorire l’incontro di domanda e offerta, attraverso la libera circolazione dell’energia proveniente da diverse fonti. Il sistema del prezzo marginale incentiva l’uso prioritario delle fonti più economiche, riducendo il peso di quelle fossili.

Secondo le stime, il mercato energetico europeo garantisce alle famiglie un risparmio annuo di 34 miliardi di euro. Proseguendo il percorso di integrazione del mercato, il risparmio potrà arrivare a superare i 40 miliardi entro il 2030.

4. Ridurre la dipendenza da fonti fossili

Un elemento importante che incide sul costo delle bollette è la riduzione della dipendenza dalle fonti fossili. Come ha dimostrato la crisi energetica del 2022 conseguente all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, essere dipendenti dal gas aumenta la volatilità dei mercati e può tradursi in improvvisi rincari delle bollette.

L’UE lavora da tempo per ridurre il peso di gas e carbone nel mix energetico e per promuovere la transizione green. L’introduzione del sistema ETS, che impone alle imprese inquinanti di acquistare crediti per compensare le emissioni di CO2, ad esempio, ha permesso di avere risorse da usare per incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Nel 2024 l’energia verde è stata il 70% del totale e in diversi Paesi l’elettricità proveniente da solare ed eolico ha superato la quantità di energia derivante da gas e carbone.

5. Conoscere i programmi europei

Negli ultimi anni l’UE ha sostenuto la transizione ecologica con diversi programmi e interventi strutturati, pensati per:

  • sostenere le famiglie vulnerabili (Fondo sociale per il clima);
  • favorire la modernizzazione delle infrastrutture locali (Fondo per la modernizzazione);
  • favorire la diversificazione energetica nelle economie più dipendenti da fonti fossili (Fondo europeo per una transizione giusta);
  • sostenere l’uso delle energie rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica (Programmi di ripresa e resilienza);
  • finanziare interventi per la riqualificazione energetica degli edifici (Fondi per la politica di coesione).

Perché comprendere la bolletta è il primo passo per risparmiare

La legislazione europea contribuisce a mantenere il sistema elettrico efficiente e competitivo, anche se una parte importante della bolletta (tasse, oneri di sistema, costi di trasporto e distribuzione) dipende da scelte nazionali. Per questo motivo i prezzi possono variare significativamente tra uno Stato e l’altro e non sempre le variazioni del mercato all’ingrosso si riflettono immediatamente sulle fatture delle famiglie.

Nel medio e lungo periodo, le riforme europee puntano a rendere le bollette più stabili e sostenibili, ampliando la produzione da fonti rinnovabili e rafforzando i diritti dei consumatori e gli strumenti a loro disposizione per risparmiare.

Saper leggere le bollette, informarsi e confrontare regolarmente le offerte proposte sul mercato libero sono strumenti concreti per tutelare il proprio budget. Anche attraverso comparatori online come quello di SOStariffe.it, le famiglie possono verificare se le condizioni del proprio contratto sono ancora competitive e scegliere in modo più consapevole.

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Artico e sicurezza energetica. Il gas naturale questione di geopolitica, la strategia Ue nel Mare di Barents

Il gas nel nuovo scacchiere geopolitico europeo: sicurezza energetica, Artico e transizione climatica

Negli ultimi tre anni il gas naturale è tornato al centro della geopolitica europea. La guerra in Ucraina, il crollo delle forniture russe via tubo e la corsa al GNL (gas naturale liquefatto), hanno mostrato quanto l’energia sia potere politico, leva economica e strumento di influenza internazionale. Oggi il gas non è solo una commodity: è una questione di sicurezza strategica.

In questo contesto si inserisce la revisione della politica artica dell’Unione europea. Bruxelles sta riesaminando il proprio approccio anche alla luce delle potenziali risorse del Mare di Barents, in Norvegia. La questione non è solo ambientale. È profondamente geopolitica.
Siamo davanti alla Russia, Bruxelles divide con Mosca il controllo di quello specchio di acqua gelata.
Nel Mare di Barents si affaccia la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord della Marina russa, quella che controlla i sottomarini nucleari (il mezzo con cui ogni superpotenza prende controllo di mari e oceani, con tutto quello che c’è sotto, e applica deterrenza ai concorrenti).

Secondo un report della US Geological Survey, nell’Artico si troverebbero circa il 30% del gas naturale e il 13% del petrolio ancora non scoperti a livello globale.

Perché il gas è così importante per l’Europa

Il gas copre ancora una quota rilevante del fabbisogno energetico europeo. Serve per riscaldare abitazioni e uffici; produrre elettricità; alimentare settori industriali strategici (chimica, acciaio, ceramica, vetro, fertilizzanti); garantire flessibilità al sistema elettrico quando eolico e solare non producono abbastanza.

Dopo il 2022, l’Europa ha sostituito gran parte del gas russo con GNL proveniente da Stati Uniti, Qatar e altri esportatori. Questo ha evitato un collasso energetico, ma ha aumentato l’esposizione ai mercati globali, ai prezzi spot e alla concorrenza asiatica.

In altre parole: l’Europa è diventata più dipendente dal mare e meno dai gasdotti terrestri. E questo cambia gli equilibri geopolitici.

Perché Bruxelles rivede la sua politica sull’Artico

La revisione della politica artica non nasce da un’improvvisa apertura verso nuove trivellazioni, ma da un dilemma strategico, secondo l’analisi proposta su Rystad Energy da Emil Varre Sandøy, Tore Guldbrandsøy e Elliot Busby.

I progetti nel Mare di Barents hanno tempi lunghi: servono 5–10 anni per passare dalla scoperta alla produzione stabile. Le decisioni prese oggi determineranno se nel 2035 l’Europa avrà più gas norvegese disponibile o dovrà importare ancora più GNL dal mercato globale.

La Norvegia è già oggi il principale fornitore di gas dell’Europa. È un partner politicamente stabile, integrato nel mercato europeo e con standard ambientali elevati. Il Mare di Barents contiene risorse significative già in aree aperte all’esplorazione.

La Commissione europea si trova quindi davanti a una scelta delicata: mantenere una linea molto restrittiva sull’Artico, limitando implicitamente nuovi sviluppi, oppure definire criteri chiari e rigorosi che distinguano tra aree già aperte e nuove frontiere, legando eventuali sviluppi a standard ambientali stringenti.

Non è una questione ideologica. È bene ribadirlo in questo contesto, si tratta più di una questione di sicurezza energetica.

Che ruolo può avere il gas del Barents

Il gas del Barents non rappresenterebbe una rivoluzione quantitativa. L’Europa non sta pianificando una nuova “era del gas” (semmai a livello globale e continentale è già iniziata da tempo). Piuttosto, si tratta di scegliere quali forniture marginali copriranno una domanda in graduale calo.

Secondo gli scenari di mercato, la Norvegia potrebbe continuare a fornire tra il 20% e il 30% della domanda europea nei prossimi decenni, mentre il GNL potrebbe salire fino a coprire metà del fabbisogno.

In questo quadro, il gas proveniente dal Mare di Barents potrebbe rafforzare la sicurezza energetica europea, ridurre l’esposizione al mercato globale del GNL e offrire una fonte relativamente a basse emissioni nella fase upstream (estrazione).

Qui vale la pena aprire un’ulteriore riflessione. Il boom del GNL sta ridisegnando in modo profondo la mappa energetica europea. Nel 2026 le importazioni di gas naturale liquefatto dell’UE hanno raggiunto il livello record di 185 miliardi di metri cubi, con un aumento del 10% rispetto al 2025. È un dato che fotografa una trasformazione strutturale: il GNL non è più una fonte marginale di integrazione, ma una colonna portante del sistema. Gli Stati Uniti coprono circa il 70% di questi volumi, consolidando un nuovo asse energetico transatlantico che ha sostituito quasi integralmente il gas russo. Se nel 2021 Mosca forniva circa 155 miliardi di metri cubi all’Europa, l’obiettivo politico europeo è azzerare completamente questi flussi entro il 2027.

Questo passaggio segna una svolta geopolitica epocale: l’Europa si è liberata dalla dipendenza da un unico grande fornitore via gasdotto, ma al prezzo di una maggiore esposizione al mercato globale del GNL, più volatile nei prezzi, più competitivo e fortemente legato agli equilibri internazionali e alla capacità di esportazione americana (aprendo quindi, di fatto, una nuova dipendenza, peraltro ‘forzata’, visti gli accordi con Washington, da un altro fornitore estero).

Ma non bisogna semplificare. Anche se l’estrazione norvegese ha un’intensità emissiva inferiore alla media globale, il gas resta una fonte fossile. Quando viene bruciato, produce CO₂.

Il Barents può essere una scelta “meno impattante” rispetto ad altre fonti di gas. Non è una scelta climaticamente neutrale.

Il peso delle infrastrutture: il vero collo di bottiglia

Il gas non è solo una questione di risorse nel sottosuolo. È soprattutto una questione di infrastrutture.

Nel Barents, oggi l’unico grande sbocco è l’impianto di liquefazione di Hammerfest LNG, legato principalmente al giacimento di Snøhvit. Per aumentare significativamente i flussi servirebbero quindi nuove capacità di esportazione, eventualmente un gasdotto verso la rete norvegese nel Mare del Nord e maggiore coordinamento tra più progetti per rendere sostenibili gli investimenti.

Le infrastrutture energetiche europee sono quindi decisive. Gasdotti, terminali GNL, stoccaggi e interconnessioni determinano quali forniture sono economicamente competitive, quali sono politicamente sostenibili e quali rischiano di diventare stranded assets (asset inutilizzati) se la domanda cala più rapidamente del previsto.

Ed è qui che il rischio aumenta: investire oggi in nuove infrastrutture gas significa impegnare capitali per 20–30 anni, mentre l’UE ha l’obiettivo di neutralità climatica al 2050.

Il nodo della sicurezza (anche cyber) delle infrastrutture

Il gas artico del Mare di Barents, trainato soprattutto dalla Norvegia e da giacimenti come Johan Castberg, è diventato una componente strategica dell’Europa post-REPowerEU, ma la sua rilevanza geopolitica si accompagna a criticità tecniche e di sicurezza non trascurabili.

Le infrastrutture sottomarine che collegano il Barents ai mercati europei – tra gasdotti e impianti come Snøhvit – operano in condizioni estreme, a profondità comprese tra i 2.000 e i 3.000 metri, dove ghiaccio dinamico, correnti marine intense e instabilità dei fondali possono provocare stress meccanici, erosioni e rischi strutturali. Le attività di manutenzione sono complesse e costose, fino al 50% in più rispetto ad aree come il Mediterraneo, e in caso di incidente i tempi di ripristino possono allungarsi per mesi, con impatti immediati sui prezzi europei del gas.

A queste fragilità fisiche si aggiunge il fronte della cybersicurezza: i sistemi industriali e di controllo (SCADA/ICS) che gestiscono gasdotti e impianti sono esposti a minacce ibride, in un’area – il Barents – attraversata da tensioni tra Russia e NATO. Attacchi informatici contro operatori energetici europei, utilizzo di ransomware su infrastrutture operative e vulnerabilità legate a protocolli legacy, rappresentano rischi concreti in un contesto in cui l’Ue rafforza le regole con la direttiva NIS2, mentre la cooperazione con la Norvegia resta cruciale.

Nel 2026 Oslo fornirà circa 120 miliardi di metri cubi di gas all’UE, di cui una quota crescente dal Barents, e qualsiasi interruzione significativa potrebbe tradursi in forti rialzi del TTF e maggiore ricorso al GNL statunitense o qatariota. Il rischio, dunque, è reale, ma nel breve termine appare gestibile grazie a investimenti in protezione fisica e digitale, maggiore coordinamento europeo e nuove misure di sorveglianza nell’Artico.

Gas naturale e emissioni inquinanti

L’Unione europea si è data obiettivi climatici ambiziosi:

  • riduzione drastica delle emissioni entro il 2030;
  • neutralità climatica entro il 2050.

Il gas è stato presentato come “combustibile di transizione” perché emette meno CO₂ del carbone e del petrolio nella generazione elettrica. Inoltre, l’Europa punta a criteri sempre più stringenti su:

  • intensità di carbonio;
  • riduzione delle perdite di metano;
  • fine del flaring routinario;
  • elettrificazione delle piattaforme offshore.

Tutto questo è positivo. Ma non elimina il problema strutturale: il gas è una fonte fossile.

Anche se estratto con basse emissioni, quando viene consumato rilascia CO₂. La distinzione tra “gas più pulito” e “gas più sporco” non cancella l’impatto climatico complessivo.

Uno studio del Professor Robert W. Howarth, della Cornell University di New York, ha evidenziato come le emissioni di metano possono rendere l’uso del GNL addirittura peggiore di quello del carbone, con un’impronta di gas serra superiore del 33%.

emissioni

Il paradosso europeo

L’Europa ha promosso il gas a risorsa strategica per tre ragioni: sicurezza energetica, competitività industriale, stabilità del sistema elettrico.

E ha ragione a farlo nel breve e medio termine. Senza gas, molte industrie europee perderebbero competitività rispetto a Stati Uniti e Asia. Senza gas, il sistema elettrico avrebbe difficoltà a gestire l’intermittenza delle rinnovabili.

Ma c’è un rischio: trasformare una soluzione temporanea in una dipendenza strutturale.
Se l’Europa investe troppo nel gas, rischia di rallentare lo sviluppo delle rinnovabili, l’elettrificazione dei consumi, l’efficienza energetica, lo stoccaggio elettrico e l’idrogeno verde.

La direzione da prendere

Un approccio realistico dovrebbe basarsi su tre pilastri concettuali e di ragionamento:

  1. il gas resterà necessario ancora per molti anni, soprattutto per l’industria e per la flessibilità elettrica;
  2. la sicurezza energetica richiede forniture affidabili e partner stabili come la Norvegia;
  3. la neutralità climatica non è compatibile con un’espansione permanente delle fonti fossili.

Il gas del Barents può avere un ruolo nella sicurezza energetica europea, soprattutto se vincolato a standard ambientali severi e verificabili. Può contribuire a una diversificazione più sicura rispetto al GNL globale.

Ma la priorità strategica di lungo periodo deve restare un’altra: ridurre strutturalmente la domanda di gas.

Questo significa:

  • accelerare su eolico e solare;
  • investire in reti e sistemi di accumulo;
  • sviluppare soluzioni di flessibilità non fossili;
  • elettrificare l’industria dove possibile;
  • sostenere tecnologie come l’idrogeno verde e se serve il biometano.

Il gas è oggi una leva geopolitica centrale per l’Europa. Il Mare di Barents rappresenta una possibile assicurazione energetica per il prossimo decennio. Ignorarlo sarebbe ingenuo. Puntarci in modo strutturale sarebbe miope. La vera competitività del continente, nel lungo periodo, non dipenderà da quale gas importerà, ma da quanto rapidamente saprà liberarsene. L’autonomia energetica, vero obiettivo strategico dell’Unione, passa inevitabilmente per le fonti energetiche rinnovabili e pulite.

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Enel, più risorse su reti e rinnovabili. La domanda elettrica cresce per AI, data center e robotica

L’elettrificazione guida il Piano strategico 2026-2028 di Enel

Per i prossimi due anni Enel ha pianificato investimenti totali lordi pari a circa 53 miliardi di euro, 10 miliardi di euro circa in più rispetto al precedente piano. Lo comunica il gruppo nel suo Piano strategico 2026-2028. In particolare, sono previsti oltre 26 miliardi di euro nel business integrato, di cui oltre 23 miliardi di euro in Europa e Nord America e circa 3 miliardi di euro in America Latina; più di 26 miliardi di euro nelle reti, con focus su Europa (oltre 20 miliardi di euro) e America Latina (oltre 6 miliardi di euro).

“Le azioni manageriali intraprese negli ultimi tre anni ci garantiscono oggi una flessibilità finanziaria per investire nei mercati più dinamici dal punto di vista della domanda elettrica. Grazie alla chiara visibilità sui risultati del Gruppo e all’esecuzione del nostro programma di share buy-back prevediamo di incrementare ulteriormente la remunerazione degli azionisti, con un utile netto ordinario per azione che aumenterà fino a un valore compreso tra 0,80 e 0,82 euro nel 2028 e che supporterà la crescita del dividendo, grazie ai ritorni delle società controllate a livello internazionale”, ha affermato Flavio Cattaneo, amministratore delegato del Gruppo Enel. 

Cresce la domanda di energia elettrica per AI, data center e automazione

Nella nota stampa di ENEL si legge: “Il Piano Strategico 2026-2028 si inserisce infatti in uno scenario globale che prevede una forte crescita della domanda elettrica, trainata dallo sviluppo dei data center, dell’intelligenza artificiale, della robotica e dell’automazione, oltre che dall’elettrificazione dei trasporti e dalla ripresa industriale. Si prevede che tale crescita avverrà più rapidamente in alcune geografie rispetto ad altre: negli Stati Uniti, ad esempio, questi fenomeni sono già in corso”.

Per il periodo di riferimento, “Enel prevede di aumentare la propria leva finanziaria a circa 3,0x”, livello “comunque ben inferiore alla media di settore” così da “liberare circa 15 miliardi di euro aggiuntivi per incrementare gli investimenti nelle geografie a più alto potenziale di crescita e migliorare ulteriormente la remunerazione degli azionisti“.

20 miliardi di euro di investimenti sulle rinnovabili per portare la capacità installata a oltre 80 Gw

Il gruppo prevede una forte accelerazione degli investimenti nelle rinnovabili, che raggiungeranno circa 20 miliardi di euro (+8 miliardi di euro circa rispetto al precedente Piano), con focus nelle geografie caratterizzate da significativa crescita della domanda elettrica.

Nello specifico, il gruppo ha pianificato di investire circa il 50% dei capex destinati alle rinnovabili in Europa, da allocare tra aste pubbliche, ibridizzazioni e repowering di impianti, oltre che opportunità brownfield. Al contempo, il gruppo ha pianificato di investire i rimanenti capex negli altri Paesi definiti Tier 1, in particolare negli Stati Uniti, con progetti supportati da schemi contrattuali di lungo periodo, come i Ppa (Power Purchase Agreements), che garantiscono piena visibilità sul contributo alla creazione di valore di gruppo.

Attraverso questi investimenti, il Gruppo prevede di incrementare la propria capacità installata a oltre 80 Gw da circa 68 Gw a fine 2025. La capacità addizionale rinnovabile, pari a circa 15 Gw complessivi, proverrà per circa 9 Gw da progetti greenfield (sviluppi su terreni vergini o inedificati, partendo da zero senza strutture preesistenti) e per 6 Gw circa da brownfield (riutilizzo o riqualificazione di siti esistenti, spesso ex industriali contaminati o dismessi). Inoltre, si prevede che la nuova capacità sarà costituita per più del 75% da eolico e tecnologie programmabili, quali impianti di accumulo a batteria di tipo BESS (Battery Energy Storage Systems).

Solare ed eolico, un miliardo di dollari di investimenti negli USA

In aggiunta, attraverso le società interamente controllate Enel Green Power North America e EGPNA Project Holdco 2, per un corrispettivo pari a circa 1 miliardo di dollari (equivalente a circa 850 milioni di euro), il Gruppo ha firmato accordi con Excelsior Energy Capital per l’acquisizione di un portafoglio di impianti eolici e solari, situati negli Stati Uniti, con una capacità installata complessiva di 830 MW e una produzione attesa media annua pari a circa 2,1 TWh.

Oltre il 2028: sempre rinnovabili, reti e sostenibilità ambientale 

Guardando avanti, quindi oltre il 2028, ENEL potrebbe concentrarsi su diversi punti chiave sempre in evoluzione del Piano strategico appena presentato.

In particolare, è spiegato nel comunicato, il Gruppo si attende che al 2030 la capacità rinnovabile installata continuerà a crescere con un CAGR di circa il 5%, rispetto ai 68 GW del 2025, e la RAB (Regulatory Asset Base per le reti elettriche, la base patrimoniale regolatoria, calcolata come valore netto degli asset infrastrutturali) delle reti aumenterà con un CAGR di circa il 6% rispetto ai 47 miliardi di euro stimati per il 2025.

L’EPS, invece, dovrebbe confermare la crescita con un CAGR di circa il 6% rispetto ai circa 0,69 euro per azione attesi al 2025. 

Enel taglia le emissioni dirette e indirette

Sul fronte della sostenibilità ambientale, il Gruppo intende proseguire con la riduzione delle proprie emissioni dirette e indirette di gas a effetto serra, in linea con l’Accordo di Parigi e con lo scenario di 1,5°C, come certificato dalla Science Based Targets initiative (SBTi).

Nel documento si legge che nel 2025 ENEL ha ridotto le proprie emissioni totali di quasi il 70% rispetto al 2017 ed è già prossimo a raggiungere il target fissato per il 2030. Si conferma infine l’obiettivo di raggiungere zero emissioni nette in tutti gli Scope entro il 2040. 

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Ambiente, studio britannico: mondiali di calcio USA 2026 rischiano di essere “i più sporchi” della storia

Il lato oscuro del pallone, quanto inquina il calcio e perché i Mondiali 2026 rischiano di essere i più sporchi di sempre

Il calcio è passione, identità, spettacolo globale. È lo sport più seguito al mondo: circa 220 milioni di persone ogni anno assistono alle partite dei principali campionati nazionali e si stima che 5 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) abbiano “interagito” con i Mondiali maschili del 2022 in Qatar. Numeri giganteschi. Ma dietro questa straordinaria macchina culturale, emotiva ed economica si nasconde un’altra realtà, molto meno celebrata: l’impronta ambientale del calcio.

Una ricerca condotta da Scientists for Global Responsibility e dal New Weather Institute stima che l’impronta carbonica globale del settore calcistico sia compresa tra 64 e 66 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Per avere un termine di paragone, è un valore simile alle emissioni annuali di un intero Paese europeo come l’Austria. Ora le preoccupazioni maggiori si concentrano sul prossimo appuntamento mondiale per il calcio: FIFA 2026 in Messico, Canada e Stati Uniti.

E il dato più sorprendente e controverso riguarda le sponsorizzazioni.

Il presidente della FIFA Gianni Infantino consegna il premio per la pace al presidente Donald Trump durante l’estrazione della Coppa del Mondo FIFA 2026 al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington DC

Le sponsorizzazioni ad alto contenuto di carbonio, che c’entra il petrolio con il calcio?

Secondo lo studio, circa il 75% delle emissioni attribuibili al calcio deriverebbe dalle cosiddette “emissioni sponsorizzate. Si tratta dell’impatto climatico legato all’aumento delle vendite di prodotti altamente inquinanti, come petrolio, gas, voli aerei, automobili e fast food, promosso attraverso le sponsorizzazioni sportive.

Il meccanismo è semplice: aziende ad alta intensità di carbonio investono miliardi nello sport per associare il proprio marchio a emozioni positive, successo e identità collettiva. È una strategia già utilizzata in passato dall’industria del tabacco. Oggi, secondo i ricercatori, a occupare quello spazio sono soprattutto compagnie petrolifere e compagnie aeree.

La FIFA, ad esempio, ha recentemente siglato un accordo con Aramco, il colosso saudita del petrolio e del gas, che sarà tra i principali sponsor dei Mondiali FIFA 2026 in Nord America (Canada, Messico e Stati Uniti). La nazionale dell’Inghilterra vede l’Emirates come sponsor della FA Cup; la squadra di calcio del Manchester City è legato a Etihad; il Real Madrid a Emirates; il Paris Saint-Germain ha uno degli accordi più ricchi con Qatar Airways.

L’Arabia Saudita, ricca di petrolio come ben sappiamo, è spesso accusata di “sportwashing“, ma allo stesso tempo è stata designata come paese ospitante per la Coppa del Mondo 2034, mentre nel frattempo è uno dei maggiori investitori Premier League inglese .
Allo stesso modo, va considerato l’accordo di sponsorizzazione della FIFA con Aramco, un’azienda che si stima sia responsabile del 4% delle emissioni globali di gas serra dal 1965. Segnali evidenti di un rapporto sempre più stretto tra Big Oil e settore sportivo, nello specifico calcistico.

Questi flussi di denaro, secondo gli studiosi, contribuiscono a “normalizzare” stili di vita ad alto consumo energetico proprio mentre il mondo cerca di ridurre drasticamente le emissioni.

Viaggi, stadi e partite: quanto pesa sull’ambiente una singola gara?

Al di là delle sponsorizzazioni, ci sono le emissioni più dirette e tangibili: viaggi dei tifosi, spostamenti delle squadre, costruzione e gestione degli stadi. Una partita media di un campionato nazionale massimo livello, come la Premier League o LaLiga, genera circa 1.700 tonnellate di CO2 equivalente. Circa la metà deriva dagli spostamenti dei tifosi, soprattutto in auto.

Se si passa a una competizione internazionale come la Champions League, le emissioni aumentano di circa il 50% a causa dei voli dei tifosi ospiti. Per semifinali e finali l’impatto è ancora maggiore.
Ma è ai Mondiali che i numeri esplodono.

Secondo le stime, una singola partita di Coppa del Mondo può generare tra 44.000 e 72.000 tonnellate di CO2 equivalente: tra 26 e 42 volte una partita di campionato nazionale. È un’impronta paragonabile alle emissioni annuali di oltre 30.000 automobili.

Un fattore cruciale è la costruzione di nuovi stadi. Alcuni metodi contabili distribuiscono l’impatto ambientale su decenni di utilizzo futuro. Ma in molti casi, soprattutto nei Paesi che non hanno una forte domanda per impianti da 40.000 posti (dimensione minima richiesta dalla FIFA), questi stadi restano sottoutilizzati. Per questo, i ricercatori sostengono che gran parte delle emissioni da costruzione dovrebbe essere attribuita direttamente al torneo.

Una riproduzione del trofeo FIFA di fronte allo stadio 974, una delle sedi della Coppa del Mondo FIFA 2022 in Qatar

Qatar 2022, un pericoloso precedente

Il Mondiale di calcio in Qatar del 2022 è stato già oggetto di forti critiche ambientali. La FIFA lo ha definito “carbon neutral”, ma numerose analisi indipendenti hanno messo in discussione questa affermazione, evidenziando una sottostima delle emissioni reali.

Tra le fonti più controverse ci sono stati i voli privati: secondo alcune ricostruzioni, durante il torneo sono atterrati circa 1.846 jet privati. A questo si sono aggiunti i voli internazionali di milioni di tifosi e la costruzione di stadi in un’area relativamente ristretta ma priva di infrastrutture adeguate preesistenti.

Il Qatar ha rappresentato un modello centralizzato, con distanze relativamente brevi tra le sedi. Ma il 2026 potrebbe essere molto diverso.

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Mondiali 2026: numeri record, emissioni record?

I mondiali di calcio del 2026 sarà la più grande della storia: 104 partite, distribuite in 16 città tra Stati Uniti, Canada e Messico. Si prevedono tra 6 e 7,3 milioni di spettatori complessivi negli stadi. Di questi, tra 3,5 e 4 milioni dovrebbero arrivare da Paesi extra-USA, con forti presenze attese da Germania, Inghilterra, Brasile e Argentina.
Trump ha anche assicurato in una conferenza stampa di dicembre 2025 che i possessori di biglietti per le partite del mondiale che si svolgeranno negli Stati Uniti un sistema di facilitazione per l’ottenimento del visto.

Le distanze tra le sedi saranno enormi. Si passerà da Vancouver a Città del Messico, da New York a Los Angeles. Questo comporterà un aumento significativo dei voli interni e internazionali.

Le stime sull’impatto complessivo variano molto: si parla di un intervallo tra 9 e 70 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Le valutazioni più conservative parlano di 66,7 milioni di tonnellate includendo anche le fasi preliminari. Se questi numeri venissero confermati, sarebbe il Mondiale con l’impronta climatica più alta di sempre.
Di questi giorni l’annuncio dell’EPA e le dichiarazioni di Trump che riportano indietro di anni quanto fatto fino ad ora dagli Stati Uniti in termini di decarbonizzazione.

Secondo il professore e ricercatore dell’Okanagan College in Canada, Dr. Tim Walters, le decisioni logistiche relative al mondiale di calcio nordamericano aumenteranno significativamente le emissioni, contribuendo, secondo stime scientifiche, a una quantità di gas serra sufficiente a causare 70.000 morti premature a livello globale.
I numeri, piuttosto inquietanti, sono ottenuti applicando le teorie del filosofo sloveno Slavoj Žižek, che esplorano l’economia politica del calcio globale nel contesto dell’emergenza climatica. 

Il pericolo ondate di calore

Nel frattempo, il paradosso è evidente: Los Angeles, una delle città ospitanti, è stata recentemente colpita da incendi record. Inoltre, 14 delle 16 sedi potrebbero affrontare condizioni di caldo estremo durante il torneo, con rischi per la salute dei giocatori e dei tifosi.

Un caso è l’approccio proattivo in termini di resilienza sia all’inquinamento, sia alle ondate di calore, della Città di Dallas, che utilizzerà sensori atmosferici attraverso il suo Community Air Management Program in prossimità dei siti coinvolti dalla manifestazione calcistica, come Fair Park.
I sensori raccolgono dati sull’inquinamento a cui potrebbero essere esposti i residenti.

Allo stesso tempo, la città prevede di pubblicare una guida per pianificare e rendere più efficaci gli interventi per affrontare le ondate di calore, per fornire indicazioni a residenti e soprattutto ai visitatori/tifosi su come proteggersi in caso di caldo estremo.
La dirigenza medica della FIFA sta inoltre collaborando con la municipalità di Dallas per elaborare un piano di intervento straordinario in vista dei Mondiali estivi.

Il calcio, insomma, non è solo vittima del cambiamento climatico. Ne è anche parte.

Le promesse (e i limiti) “net zero” della FIFA

La FIFA ha aderito al quadro delle Nazioni Unite “Sports for Climate Action”, impegnandosi a ridurre le emissioni del 25% entro il 2030 e a raggiungere il “net zero” entro il 2040.

Ma molti critici sostengono che gli obiettivi siano vaghi e basati in parte su compensazioni di carbonio (offset), un meccanismo che permette di bilanciare le emissioni finanziando progetti ambientali altrove, senza necessariamente ridurre le emissioni dirette nel breve termine.

Nel frattempo, il numero di partite internazionali continua ad aumentare: la Champions League è passata da 125 a 189 partite in una sola stagione, mentre il Mondiale è cresciuto da 64 gare nel 2022 a 104 nel 2026.

Più partite significano più voli, più trasferte, più emissioni?

Può il calcio cambiare rotta?

Secondo i ricercatori, le priorità sono chiare: eliminare progressivamente le sponsorizzazioni da parte di aziende ad alta intensità di carbonio e ridurre il numero di competizioni internazionali, incentivando la partecipazione di tifosi locali invece di quelli che viaggiano per migliaia di chilometri.

Ci sarebbe anche un effetto positivo sul piano sportivo: meno partite ridurrebbero il rischio di burnout per i calciatori, sempre più sovraccarichi. Il calcio ha un’enorme forza simbolica. Se decidesse davvero di guidare la transizione ecologica, invece di rallentarla, potrebbe influenzare miliardi di persone.

Perché il pallone unisce il mondo. Ma oggi il mondo chiede al pallone di fare la sua parte.

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DL Bollette, un bonus da 315 euro famiglie in difficoltà. Procedure più snelle per i data center

Meloni: “Benefici per imprese e famiglie nell’ordine di 5 miliardi di euro”. Le misure del DL bollette

È un decreto che avrà un impatto rilevante e garantirà risparmi e benefici diretti per famiglie e imprese nell’ordine di oltre 5 miliardi di euro”. Queste le risorse complessive annunciate dalla Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, nell’illustrare il decreto legge approvato in Consiglio dei ministri che introduce le “Misure urgenti per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas in favore delle famiglie e delle imprese, per la competitività delle imprese e per la decarbonizzazione delle industrie”. Tradotto, misure che si spera alleggeriranno le bollette energetiche delle famiglie.

Una misura attesa da tempo che comprende anche disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche e di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico, su cui si era fortemente impegnato anche il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin.

Bollette più leggere per le famiglie vulnerabili

Il primo punto del decreto vede crescere il bonus sociale già previsto di 200 euro l’anno di altri 115 euro per lo sconto in bolletta sull’energia elettrica, che complessivamente porta il contributo statale a 315 euro, che secondo il Governo corrisponde “alla metà del costo medio annuale della bolletta elettrica”.

Per 4,5 milioni di famiglie con ISEE inferiore a 25.000 euro “e non titolari di bonus sociali” il decreto prevede un contributo fino a 60 euro in bolletta, sempre per l’energia elettrica.

Qui però il Governo precisa che tale misura viene riconosciuta “su base volontaria dalle imprese venditrici di energia elettrica a copertura dei costi di acquisto dell’energia del primo bimestre utile dell’anno”.

I contributi per le imprese

Corposo anche il capitolo dedicato alle imprese, “tutte”, con contributi sulla bolletta dell’energia elettrica “di 431 milioni di euro per il 2026, 500 milioni per il 2027, 68 milioni per il 2028”, che secondo quanto previsto dal testo di legge “si traduce in uno sconto pari a 3,4 euro/MWh per l’anno 2026, 4 euro/MWh per l’anno 2027 e 0,54 euro/MWh per l’anno 2028”.

Qui ha spiegato Meloni si è intervenuto con “il taglio dei tempi di pagamento degli oneri di sistema che le aziende energetiche sono tenute a versare allo Stato” e con “l’aumento dell’Irap del 2% sulle aziende che producono, distribuiscono e forniscono energia e prodotti energetici”.

Le risorse ricavate saranno impiegate “per abbattere gli oneri di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese”, ha aggiunto la Premier.

Il decreto promuove anche il “ricorso ai Power Purchase Agreement (PPA) da parte delle PMI, per favorire una contrattazione a lungo termine di energia pulita a costi inferiori”, aggregando la domanda tramite associazioni di categoria, aggregatori territoriali e Acquirente Unico.
L’obiettivo è disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, “garantendo energia rinnovabile a prezzi più bassi”.

Costruiamo una piattaforma pubblica che consente alle aziende, anche le più piccole, di aggregarsi per acquistare direttamente dai produttori l’energia di cui hanno bisogno, svincolandosi dal mercato attuale e quindi anche dalla speculazione. Questo consentirà, facendo leva sul mercato dei cosiddetti “PPA”, di abbassare il prezzo dell’energia, anche grazie alla garanzia dello Stato attraverso il ruolo del GSE e di SACE”, ha affermato Meloni.

Procedure più snelle per la realizzazione dei data center

Il decreto prevede diversi strumenti per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, con una norma per evitare la “saturazione virtuale della rete”, mentre per i data center si va a semplificare il processo autorizzativo, garantendo un approccio integrato alla valutazione dei progetti.

In questo caso, si legge nel testo, “si prevede un procedimento unico in cui l’Autorità competente è la stessa dell’autorizzazione integrata ambientale (sino a 300 MW la Regione, con possibilità di delega alla Provincia; sopra i 300 MW il MASE)”.

È la strada giusta? Non tutti d’accordo

Per il Codacons si parla di misura non soddisfacente, perché la misura “non appare in grado di determinare un rapido calo delle bollette di luce e gas a carico degli italiani”. Il bonus per le famiglie “è un palliativo che non risolve il problema del caro-energia in Italia, stessa cosa dicasi per il contributo su base volontaria lasciato alla totale discrezione delle aziende energetiche”.

Non si ravvisa nel decreto, secondo il Codacons, “l’attesa riduzione strutturale della tassazione che vige sulle bollette, e che pesa in media per il 30% sulla spesa energetica degli italiani”.

Anche il mondo ambientalista si esprime sul decreto bollette e il Wwf teme che “si sia ribaltato il principio chi inquina paga” e che “lo sconto vada forse a vantaggio delle imprese, ma a spese delle famiglie e dei ceti medio-bassi è altissimo”.

Il sistema ETS e le ricadute sulle famiglie

Qui il riferimento è allo scorporo dei diritti ETS dal prezzo dell’energia, un sistema stabilito in Europa per ridurre le emissioni di gas serra, come la CO2. Il sistema ETS (Emission Trading System) fissa un tetto massimo (cap) alle emissioni totali consentite nei settori coperti, come energia, industria pesante e aviazione, distribuendo quote di emissione che le aziende devono bilanciare con le loro emissioni annue.

 Un sistema che nella migliore delle ipotesi aumenta i livelli di innovazione e di decarbonizzazione, ma allo stesso tempo anche i costi per le industrie ad alta intensità energetica, come la chimica, riducendo la competitività rispetto a USA e Cina dove non ci sono sanzioni simili.

Un ulteriore possibile impatto negativo è che poi queste aziende scaricano i costi sostenuti con il sistema ETS direttamente sui consumatori finali, tramite prezzi maggiorati dei prodotti, spesso senza investire in innovazione.

Il rischio maggiore, secondo il Wwf è che alla fine le imprese più grandi smetteranno di impegnarsi nella decarbonizzazione, mantenendo comunque alto il prezzo finale al consumatore. Una doppia beffa insomma.

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Made in Ue, si inizia con le auto elettriche. Sussidi solo se 70% componenti prodotti localmente

Incentivi solo per auto elettriche prodotte con componenti europei, il 26 febbraio la Commissione Ue presenterà l’Industrial Accelerator Act

Le auto elettriche in Europa sono croce e delizia, amate dagli automobilisti (che però ne sottolineano sempre i punti critici, dai costi all’autonomia) e osteggiate dalle grandi industrie automobilistiche. Se ne vorrebbe fare meno, ma non si può e allora Bruxelles, nel tentativo di accontentare tutti, cerca di andare avanti sul tema della mobilità elettrica, sfruttando la nuova onda dell’autonomia tecnologica europea con l’obiettivo strategico generale, perché qui si parla di industria, di salvare i livelli di competitività tanto cari a Mario Draghi e Enrico Letta.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, che ha avuto modo di visionare la nuova bozza dell’Industrial Accelerator Act, al momento atteso per il prossimo 26 febbraio, la Commissione europea starebbe valutando l’introduzione di una soglia minima del 70% di componenti prodotti nell’Unione europea per consentire ai veicoli elettrici di accedere agli incentivi pubblici.

Una nuova mossa per vincolare gli aiuti di Stato per i costruttori di auto elettriche a criteri stringenti di produzione europea. Nella bozza di proposta che la Commissione dovrebbe presentare la prossima settimana, infatti, si prevede che le nuove auto elettriche, ibride e a celle a combustibile beneficiarie di sussidi statali – o acquistate e noleggiate da enti pubblici – siano assemblate nell’Unione e contengano almeno il 70% di componenti (escluse le batterie) realizzato nel blocco europeo, calcolato in base al valore.

La soglia del 70% potrebbe cambiare ulteriormente, visto che nella prima bozza era al 60%.

Difendere la manifattura europea

In ballo, secondo Milano Finanza c’è l’intero settore manifatturiero, nel mirino dei dazi sempre minacciati dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Un comparto che vale 2.600 miliardi di euro e che oggi è sotto pressione per l’aggressività americana e cinese: la prima per le tariffe commerciali al 50% su acciaio e alluminio europei, la seconda per la concorrenza sleale a basso costo (visti gli imponenti aiuti di Stato).

Per questo l’Industrial Accelerator Act includerebbe anche requisiti di contenuto locale per altri settori: almeno il 25% dell’alluminio e il 30% delle plastiche per finestre e porte utilizzate nelle costruzioni dovrebbero essere prodotti nell’Ue per accedere a sussidi o appalti pubblici.

Il nodo batterie

Chiaro che per le auto elettriche il vero punto critico è la batteria e le sue componenti. Questo è un settore che da anni è controllato dalla Cina. Realizzare batterie in Europa con materie prime locali è a dir poco un obiettivo sfidante (se non, per alcuni, impossibile) da raggiungere.

L’Europa fatica a produrre batterie per veicoli elettrici con componenti interamente locali, a causa della forte dipendenza dalla Cina nella supply chain upstream, dai minerali critici alla raffinazione, fino ai catodi. Pechino controlla tra il 70 e l’80% della produzione globale di questi elementi chiave, rendendo difficile l’autosufficienza europea nonostante progetti all’avanguardia come le gigafactory.

La Cina gestisce estrazione, raffinazione (litio, nichel, cobalto) e produzione di componenti chiave come i catodi, di cui l’Europa ha solo impianti pilota, come quello in Polonia frutto della joint venture sostenuta da PowerCo (Gruppo Volkswagen) e Umicore creata nel 2023.

D’altronde la Commissione europea appena a luglio dell’anno scorso lanciava ancora progetti definiti “pioneristici”, per la precisione nel numero di 6, per la produzione di celle per veicoli elettrici, con un investimento contenuto di di 852 milioni di euro.

Il mercato dell’auto elettrica in Europa

Le vendite di auto elettriche (BEV) nell’UE sono in crescita nel 2025-2026, con quote di mercato intorno al 16-20% nei dati recenti disponibili fino a gennaio 2026.

Nei primi 10 mesi del 2025, immatricolazioni BEV in UE a 1,47 milioni di unità (16,4% quota), salendo a oltre 2 milioni includendo UK ed EFTA (18,3%). A ottobre 2025: 173.173 BEV (+38,6% yoy), quota 18,9% UE. Anno intero 2025: circa 20% quota, con +2,4% mercato totale; Volkswagen leader (274.417 unità, +56%).

Secondo le prime stime per gennaio 2026, in Olanda la quota BEV è salita al 40,3% (dal 34,7% del 2024), in Belgio al 34,3% (dal 28,2% del 2024), in gran Bretagna al 23,5% (dal 19,6%), in Francia al 20,1% (dal 17% circa). Per fare un confronto chiaro: in Germania sono state vendute più di 52mila auto BEV a gennaio, in Italia siamo a poco più di 9.300.

Ecco che la partita degli incentivi torna ad essere fondamentale per il futuro dell’industria automobilistica europea, in particolare italiana. I primi mesi del 2026 continueranno a beneficiare della corsa agli incentivi di ottobre, si legge nel commento dai dati di gennaio di Motus-E, ma in prospettiva il ritardo sulla mobilità elettrica dell’Italia rischia di tornare ad aumentare.

In mercati come Francia e Spagna gli incentivi all’elettrico sono stati confermati in toto e stanno contribuendo in modo decisivo alla tenuta del mercato auto complessivo, mentre in Germania sono stati addirittura reintrodotti i bonus con oltre 3 miliardi di fondi, nonostante la poderosa crescita messa a segno dall’elettrico anche senza agevolazioni all’acquisto.

In assenza di una accurata pianificazione degli strumenti di supporto alla domanda, l’Italia rischia seriamente di diventare un Paese di secondo piano nello scacchiere automotive europeo.

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Energia pulita. Trump taglia progetti per 35 miliardi di dollari (“perché la CO2 non fa male”)

Stati Uniti, l’anno nero dell’energia pulita: investimenti in caduta libera nella nuova era Trump

Il 2025 doveva essere l’anno della maturità per la transizione energetica americana. Dopo l’ondata di investimenti seguita all’Inflation Reduction Act (IRA) del 2022, gli Stati Uniti avevano attirato centinaia di miliardi di dollari in nuovi impianti per batterie, veicoli elettrici, impianti di fonti energetiche rinnovabili e infrastrutture di rete. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha però segnato un’inversione netta e drastica di rotta sull’energia green rispetto al recente passato.

Secondo il rapportoClean Economy Works – December 2025 Analysis” del think tank E2, nel 2025 sono stati cancellati, chiusi o ridimensionati progetti per 34,8 miliardi di dollari, a fronte di appena 12,3 miliardi di nuovi investimenti annunciati

In altre parole, per ogni dollaro investito in energia pulita, quasi tre sono stati abbandonati.
È la prima volta, da quando E2 monitora sistematicamente il settore (dal 2022), che le perdite superano in modo così marcato i nuovi annunci. E il dato non è solo simbolico e rappresenta un vero e proprio punto di svolta per l’industria americana dell’energia pulita.

Un crollo senza precedenti nel settore dell’energia pulita

I numeri raccontano la portata del taglio.
Nel 2023 le cancellazioni avevano riguardato poco più di 1 miliardo di dollari di investimenti e nel 2024 circa 2,5 miliardi. Nel 2025 si è arrivati a 34,8 miliardi.

Un salto di scala che pare il frutto di una decisione politica e di un’impostazione ideologica.
Ancora più pesante l’impatto occupazionale: 38.031 posti di lavoro cancellati nel solo 2025, a fronte di 22.905 nuovi posti annunciati nello stesso anno

Il saldo è negativo per oltre 15.000 unità. Nessun anno precedente aveva registrato una simile emorragia.

Il cuore del problema è nella manifattura green: oltre 30 miliardi di dollari di investimenti persi riguardano impianti produttivi, in particolare nei settori dei veicoli elettrici (EV) e delle batterie, che da soli hanno concentrato oltre 21 miliardi di dollari ciascuno in investimenti cancellati o ridimensionati

La CO2 non fa male per Trump

L’Agenzia per la protezione ambientale (Epa) degli Stati Uniti è pronta ad abrogare la decisione che più di 15 anni fa portò a stabilire che i gas serra, come CO2 e metano, oltre a riscaldare il pianeta ed alterare la composizione della nostra atmosfera, sono molto dannosi per la salute umana.
Una decisione che divenne perno centrale del Clean Air Act e che ha permesso di stabilire standard rilevanti sulle emissioni di gas climalteranti provenienti da industrie, trasporti e mobilità privata.

Secondo Washington questo è un passo in avanti decisivo per il rilancio industriale ed economico americano. Trump si era impegnato in campagna presidenziale per il raggiungimento di questo obiettivo, che potrebbe a suo dire far risparmiare al Paese 1300 miliardi di dollari l’anno, con un calo dei prezzi delle autovetture e di mezzi di trasporto pesanti.

Il problema è che la politica, qualunque sia l’orientamento partitico e nonostante i grandi interessi economico-finanziari in ballo, non può ignorare gli allarmi scientifici che negli ultimi decenni sono stati lanciati più volte da università e centri di ricerca.
L’organizzazione meteorologica mondiale ha recentemente certificato che i tassi di crescita della CO2 sono triplicati dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi, raggiungendo ormai livelli che esistevano più di 800.000 anni fa (quando noi sapiens ancora non c’eravamo sul pianeta Terra).

L’inquinamento costa e uccide, ma per Trump non è così

Senza regolamentazione restrittiva sugli inquinanti atmosferici, la recente abrogazione trumpiana dell’endangerment finding dell’EPA potrebbe aggiungere 18 miliardi di tonnellate di emissioni CO2 entro il 2055, causando 58.000 morti premature e 37 milioni di attacchi d’asma cumulativi.

Senza un intervento governativo per ridurre le emissioni, gli impatti del cambiamento climatico non faranno che intensificarsi e le famiglie americane (ma non solo, perchè l’inquinamento ha effetti globali, non conoscendo frontiere o confini) ne sosterranno il peso finanziario e sanitario.

Gli impatti sono sia immediati, sia a lungo termine. Molti si stanno già verificando, basta vedere gli incendi estivi sempre più estesi e i danni causati dal fumo alla salute umana, ma anche le inondazioni sempre più frequenti con danni alle infrastrutture e alle abitazioni, l’innalzamento del livello dei mari, o al contrario le prolungate siccità che impattano sulle riserve idriche, sulla generazione di energia elettrica e sull’agricoltura.

I cambiamenti climatici e l’inquinamento hanno un costo economico gigantesco, che si cumula nel tempo e che diventa insostenibile. Lo sa bene chi abita nelle aree colpite da qualche catastrofe legata al climate change: dove si cumula distruzione, non si può ricostruire e per le popolazioni locali non c’è possibilità di continuare la vita di prima.

Perché sta accadendo

Tornando all’abbandono delle politiche e gli standard energetici green, le cause sono intrecciate, ma il fattore politico è centrale: all’energia pulita sono state preferite (di nuovo) le risorse fossili (da cui deriva la maggior parte dell’inquinamento planetario).

L’IRA aveva introdotto un sistema di crediti fiscali e incentivi di lungo periodo, offrendo agli investitori una visibilità pluriennale. Nel corso del 2025, però, il quadro è cambiato: attacchi crescenti alle politiche climatiche e la revisione e restrizione di alcuni crediti fiscali hanno aumentato l’incertezza regolatoria

Per settori ad alta intensità di capitale, come batterie ed EV, la stabilità normativa è fondamentale. Parliamo di impianti che richiedono miliardi di dollari e orizzonti di ammortamento di 10-20 anni. Se il quadro fiscale può essere modificato rapidamente, il rischio aumenta e il capitale si sposta.

A questo si aggiungono alcuni fattori di mercato, come il rallentamento della domanda di veicoli elettrici rispetto alle aspettative più ottimistiche del 2022-2023, la pressione competitiva cinese su batterie e componenti, i tassi di interesse ancora elevati, che rendono più costoso finanziare nuovi impianti, le tensioni geopolitiche e la ridefinizione delle catene di fornitura.

Da tutto questo ne conseguono meno incentivi, più incertezza e una domanda meno brillante. Quando la fiducia si incrina, i progetti più grandi sono i primi a saltare.

Un impatto trasversale, anche politico

Un elemento interessante del rapporto E2 è la distribuzione geografica e politica delle perdite. I distretti congressuali a guida repubblicana hanno perso 19,9 miliardi di dollari e oltre 24.500 posti di lavoro, mentre quelli democratici 10,6 miliardi e oltre 12.600 posti.
Il fenomeno è dunque bipartisan.

Durante la sua campagna presidenziale, Trump ha sollecitato continuamente l’industria petrolifera americana, chiedendo un miliardo di dollari al settore per il sostegno alla sua presidenza, offrendo in cambio piena deregolamentazione del settore. Le cose non sembra siano andate proprio così, ma nel complesso è riuscito ad ottenere quasi 30 milioni di dollari dall’industria petrolifera e del gas.

Tra gli Stati più colpiti figurano Michigan (oltre 8 miliardi di dollari persi e più di 9.000 posti di lavoro), Illinois, Georgia, New York e Arizona.

Molti di questi territori erano diventati simboli della rinascita manifatturiera “verde” americana.

La conclusione è evidente: la volatilità delle politiche energetiche non colpisce una sola parte politica, ma intere filiere industriali e comunità locali.

Gli annunci non bastano più

È vero che nel 2025 sono stati annunciati 85 nuovi progetti per oltre 12 miliardi di dollari, ma rispetto al boom del 2022 e 2023, la postura delle imprese è cambiata: investimenti più piccoli, meno posti di lavoro per progetto, maggiore cautela. In sostanza, la traiettoria è passata da espansione aggressiva a gestione prudente del rischio.

EV e batterie continuano a dominare tra i nuovi annunci, ma non compensano la mole di cancellazioni. Inoltre, molte iniziative sono espansioni incrementali di impianti esistenti, non nuove grandi fabbriche destinate a ridisegnare le catene del valore.

Le prospettive: rischio delocalizzazione

L’aspetto forse più critico è che il capitale non scompare: si sposta. Il rapporto sottolinea che gli investimenti non realizzati negli Stati Uniti vengono sempre più reindirizzati verso mercati con politiche più prevedibili e incentivi più stabili.

Europa e Asia, in questo contesto, possono diventare destinazioni alternative per la nuova capacità produttiva. Se la tendenza dovesse consolidarsi, gli Stati Uniti rischierebbero di perdere non solo posti di lavoro nel breve termine, ma anche la leadership industriale nelle tecnologie chiave della transizione: batterie avanzate, componentistica per veicoli elettrici, tecnologie di rete e accumulo.

Tuttavia, lo scenario non è irreversibile. Il mercato americano resta enorme, il sistema finanziario profondo, l’innovazione tecnologica vivace. Molto dipenderà dalla stabilità delle politiche fiscali nei prossimi anni, dall’evoluzione della domanda di elettrificazione e dalla capacità dell’industria di ridurre i costi e competere globalmente.

Tutto questo dimostra quanto rapidamente possa invertire la rotta un ciclo di investimenti fondato su segnali politici forti. Se quei segnali si indeboliscono, il capitale reagisce con la stessa velocità.

Quando l’energia green diventa fattore chiave per competitività e geopolitica. La Cina ringrazia

Per la seconda presidenza Trump, la questione energetica non è solo ambientale, ma industriale e geopolitica. La scelta tra continuità, revisione o smantellamento delle politiche di sostegno determinerà se gli Stati Uniti resteranno un polo attrattivo per la manifattura pulita o se lasceranno spazio ad altri concorrenti globali.

Solo per fare un rapido confronto, il mercato delle clean tech in Cina è tra i più dinamici al mondo, con un valore stimato intorno ai 255 miliardi di dollari USA nel 2024 e investimenti nel settore che nel 2025 hanno raggiunto quasi 1.000 miliardi di dollari, trainando oltre un terzo della crescita del PIL nazionale.

Pechino inoltre ringrazia Washington, perché una politica di deregolamentazione spinta da parte degli Stati Uniti potrebbe dare alla Cina qualsiasi tipi di giustificazione per decisioni future.

Una lezione non solo per gli Stati Uniti, ma anche per la nostra Europa, sempre più impegnata nella ricerca di una strada per uscire dalla trappola della stagnazione e del pericolo della dipendenza crescente dall’estero e dell’irrilevanza storica.

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Dl Energia, in bozza 315 milioni di euro per alleggerire le bollette. Interventi anche per rinnovabili, reti e data center

Bollette, nuove risorse per famiglie fragili e interventi strutturali su gas e imprese: cosa prevede la bozza in arrivo in Cdm

Un fondo da 315 milioni di euro per sostenere le famiglie più fragili, un contributo straordinario da 90 euro in bolletta, l’estensione degli aiuti ai nuclei con Isee fino a 25mila euro e una serie di interventi tecnici per ridurre il costo di luce e gas per imprese e sistema produttivo. È questo il cuore della bozza del nuovo decreto legge sulle bollette che il Governo dovrebbe portare in Consiglio dei ministri la prossima settimana.

Il provvedimento, anticipato in settimana dal ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, si suddivide in 12 articoli, con un titolo lungo e programmatico: “Misure urgenti di agevolazione tariffaria per la fornitura di energia elettrica e gas e di riduzione delle bollette elettriche in favore delle famiglie e delle imprese, per la competitività delle imprese e per la decarbonizzazione delle industrie, nonché misure urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche e di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico”.

Una cornice che chiarisce subito l’ambizione dell’intervento: non solo sostegni temporanei, ma anche misure strutturali sul mercato energetico.

315 milioni per le famiglie con bonus sociale

Il capitolo più immediato riguarda le famiglie economicamente più vulnerabili. La bozza prevede per il 2026 una spesa di 315 milioni di euro, coperti dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), destinati a finanziare un contributo straordinario una tantum da 90 euro per i nuclei già titolari del bonus sociale elettrico.

Si tratta di un rafforzamento temporaneo dello strumento esistente, che punta ad alleggerire direttamente la bolletta della luce per chi si trova in condizioni di disagio economico. In un contesto in cui il costo dell’energia continua a incidere in modo significativo sui bilanci familiari, il Governo sceglie di intervenire con un sostegno mirato e automatico.

Aiuti anche a chi ha Isee fino a 25mila euro

Una delle novità più rilevanti è l’estensione del contributo.
Per il 2026 e il 2027, il decreto prevede un contributo straordinario anche per i clienti domestici che non beneficiano del bonus sociale, ma che hanno un Isee annuo non superiore a 25.000 euro.

Si amplia così la platea dei beneficiari includendo una fascia di famiglie che non rientrano nei criteri più restrittivi del bonus sociale, ma che risentono comunque del peso delle bollette. È una scelta che intercetta il cosiddetto “ceto medio energeticamente vulnerabile”, ovvero nuclei che non sono formalmente in povertà ma che subiscono in modo marcato l’aumento dei costi energetici.

Un intervento da 2,5–3 miliardi tra famiglie e imprese

Secondo le indiscrezioni, l’impatto complessivo delle misure contenute nel decreto potrebbe collocarsi tra 2,5 e 3 miliardi di euro.

Oltre ai contributi diretti, il testo interviene infatti sulla struttura delle bollette e sul funzionamento dei mercati.

Tra le misure principali troviamo la riduzione della componente Asos (oneri generali di sistema) nelle bollette elettriche, la riduzione degli oneri derivanti dalle bioenergie, gli interventi per abbattere il costo del gas naturale utilizzato per la produzione di elettricità e il sostegno alle utenze non domestiche, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese.

Agire sugli oneri di sistema significa incidere su una parte della bolletta che non dipende dal consumo diretto di energia, ma che finanzia politiche pubbliche e incentivi. La loro riduzione può produrre un effetto immediato sull’importo finale pagato da famiglie e imprese.

Riduzione degli oneri gas per i grandi consumatori

Un passaggio tecnico, ma significativo, riguarda anche il gas.

La bozza prevede che Arera, entro il 28 febbraio, adotti uno o più provvedimenti per definire le modalità di riduzione, per il 2026, degli oneri e delle componenti tariffarie di trasporto e distribuzione del gas naturale per i clienti finali con consumi superiori a 80.000 Smc all’anno.

Si tratta in larga parte di soggetti industriali energivori. L’obiettivo è alleggerire il costo dell’energia per le imprese più esposte, rafforzandone la competitività.

Più concorrenza nel mercato del gas

Il decreto interviene anche sul mercato all’ingrosso del gas naturale.
È prevista l’introduzione, da parte di Arera, di un “servizio di liquidità” fino a un massimo di 200 milioni di euro. Il meccanismo dovrebbe prevedere la sottoscrizione di contratti tra Snam, principale operatore del trasporto gas in Italia, e operatori selezionati tramite procedure competitive.

Questi operatori avranno il diritto di ricevere un premio, ma anche l’obbligo di formulare offerte di vendita sui mercati a pronti del gas a prezzi specifici. L’obiettivo è aumentare la liquidità del mercato, ridurre possibili distorsioni e favorire una maggiore stabilità dei prezzi.

Le risorse per il servizio verrebbero reperite dalla vendita di gas stoccato da parte dell’impresa maggiore di trasporto, secondo modalità definite da Arera.

Entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto, l’Autorità dovrà inoltre presentare al Mase una proposta per la piena integrazione dei mercati del gas italiano e tedesco, attraverso le infrastrutture in territorio svizzero. Un passo verso una maggiore integrazione europea, considerata strategica per ridurre differenziali di prezzo e frammentazioni.

Rinnovabili, reti e data center

Il decreto non si limita agli interventi tariffari. Tra le misure contenute nella bozza figurano le disposizioni per promuovere la contrattazione di lungo termine dell’energia elettrica da fonti rinnovabili da parte delle imprese; le misure urgenti per la connessione alla rete degli impianti alimentati da fonti rinnovabili; gli interventi per risolvere la saturazione virtuale delle reti elettriche, che oggi rallenta nuovi allacciamenti; il potenziamento delle infrastrutture di interconnessione elettrica con l’estero; le norme per l’autorizzazione e l’integrazione dei centri di elaborazione dati (data center) nel sistema elettrico.

Questi ultimi sono grandi consumatori di energia e rappresentano una sfida crescente per la pianificazione delle reti. L’obiettivo è gestirne l’impatto senza compromettere la stabilità del sistema.

Come ha ricordato il ministro Pichetto Fratin, intervenendo a Roma all’Evento di presentazione del World Energy Outlook 2025, in una “fase di rapida trasformazione” del settore, come quella che stiamo vivendo, che “segnata da forti modificazioni nei mercati e nelle politiche energetiche, aggravate da tensioni geopolitiche”, l’intelligenza artificiale, con le sue infrastrutture critiche, emerge come fattore chiave, “accelerando la domanda di elettricità”,

Una risposta nazionale in un quadro europeo che vede l’energia questione urgente da affrontare

Il Governo sottolinea che il tema dei prezzi dell’energia è anche europeo. Tuttavia, in attesa di riforme più ampie a livello Ue, il decreto punta a fornire una risposta nazionale immediata.

Nel complesso, l’impianto del provvedimento combina tre livelli di intervento, che vanno dal sostegno diretto alle famiglie più fragili, con estensione a una fascia più ampia di popolazione all’alleggerimento tecnico delle bollette, attraverso la riduzione di oneri e componenti tariffarie, fino alle riforme strutturali del mercato del gas e del sistema elettrico, per rafforzare concorrenza, integrazione europea e sviluppo delle rinnovabili.

Il decreto bollette lo stiamo chiudendo”, aveva annunciato in settimana il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, a margine di un convegno a Roma, assicurando che “per la prossima settimana sarà in Consiglio dei ministri”.

Il perno del provvedimento è quindi la riduzione del costo del gas utilizzato per la generazione della luce, con l’obiettivo di abbattere il prezzo di quest’ultima, più che proporzionalmente, facendo leva sul criticato sistema del prezzo marginale.

D’altronde, la questione del prezzo dell’energia, in particolare dell’energia elettrica, è stata fin da subito una delle “urgenze” definite al Consiglio informale dei 27 capi di Stato e di Governo dell’Unione europea tenuto in Belgio, sia per salvaguardare e rafforzare la competitività europea, sia perché è anche un tema sociale.

I temi della competitività sono molti. Personalmente e a nome dell’Italia mi sono concentrata e mi concentrerò soprattutto sulla questione dei prezzi dell’energia”, avevo detto la Premier italiana Giorgia Meloni.

Resta ora da vedere quali modifiche emergeranno nel passaggio in Consiglio dei ministri. Ma la direzione è tracciata: contenere la spesa energetica nel breve periodo e, al tempo stesso, intervenire sui meccanismi che determinano i prezzi nel medio-lungo termine.

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Luce e gas, il prezzo all’ingrosso aumenta: è il momento di bloccare il costo?

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Anche nei primi giorni di febbraio i consumatori devono fare i conti con gli effetti del trend di aumento del prezzo all’ingrosso dell’elettricità. Il PUN è salito sin dall’inizio dell’anno e si mantiene stabilmente sopra ai livelli registrati a fine 2025. Questo rialzo delle quotazioni significa bollette più care per molte famiglie. Esiste però qualche soluzione per evitare gli aumenti, come confrontare le migliori offerte luce degli operatori partner di SOStariffe.it e valutare l’attivazione di una tariffa a prezzo fisso.

PUN in salita: come comportarsi?

Il PUN, il Prezzo Unico Nazionale che determina il costo dell’energia elettrica, ha superato il prezzo medio degli ultimi mesi dello scorso anno. Mentre nella seconda parte dell’anno un MWh di energia costava all’incirca tra 100 e 115 euro, a gennaio si è attestato a 133 euro e a febbraio il dato parziale è attorno ai 131 euro. Rispetto alla media, quindi, l’aumento è compreso tra il 17 e il 18%.

Anche se nello stesso periodo dello scorso anno il PUN era ancora più alto (aveva raggiunto quota 150 €/MWh a febbraio 2025), l’aumento preoccupa comunque i consumatori, che rischiano di ricevere bollette particolarmente salate.

L’aumento registrato in queste prime settimane dell’anno sembra dovuto a fattori stagionali e a contribuire al rialzo delle quotazioni è soprattutto il clima più rigido, che ha spinto all’insù la domanda.

Di fronte a questi aumenti, che si stanno protraendo anche a febbraio, è opportuno capire come muoversi per evitare ulteriori futuri rincari delle bollette.

Confrontare le tariffe a prezzo indicizzato e a prezzo fisso per risparmiare

Una soluzione immediata ed efficace per evitare gli effetti negativi dei rialzi dei prezzi è scegliere un’offerta luce a prezzo fisso. Attivando questo tipo di offerta si conosce in anticipo il prezzo dell’elettricità, che rimane costante per il periodo indicato nel contratto, tipicamente 12 o 24 mesi.

Con le offerte a prezzo fisso, sulla base dei propri consumi, si può fare una stima di quanto si spenderà e non avere brutte sorprese in caso di rialzo improvviso del PUN.

Al contrario, se si sceglie un’offerta a prezzo indicizzato il costo dell’elettricità viene aggiornato ogni mese in base all’andamento del prezzo all’ingrosso. Tipicamente, le società che forniscono l’energia elettrica calcolano il prezzo per i clienti prendendo come riferimento il PUN e applicando una maggiorazione (o spread).

Proprio per il loro funzionamento, le offerte a prezzo indicizzato rendono la spesa meno prevedibile, perché il costo varia mese per mese. Inoltre, dal momento che sono direttamente legate all’andamento del PUN, comportano una salita della spesa per le bollette ogni volta che il prezzo all’ingrosso aumenta.

In questo periodo di rialzi decisi del PUN, vale la pena considerare di attivare un’offerta a prezzo fisso che permette di non preoccuparsi di ulteriori salite delle quotazioni di mercato e consente nell’immediato di pagare l’elettricità meno di quanto succeda con le offerte indicizzate.

Confrontando le soluzioni tariffarie degli operatori partner di SOStariffe.it, infatti, si nota come le migliori offerte a prezzo fisso partano da 0,096 €/kWh, con validità 24 mesi, mentre le migliori offerte a prezzo variabile partono da 0,125 €/kWh.

Questa differenza tra i prezzi può aumentare o diminuire nel corso dei mesi, a seconda di come evolverà il costo della materia prima, ma a meno di una discesa molto consistente delle quotazioni, il prezzo fisso offre ottime opportunità di risparmio.

Prima di sottoscrivere una nuova fornitura, è sempre consigliabile analizzare con attenzione le diverse offerte disponibili sul mercato e confrontare non solo il prezzo della componente energia, ma anche le condizioni contrattuali, la durata delle offerte e gli altri costi previsti.

Per trovare l’offerta giusta è fondamentale considerare anche le abitudini di consumo della propria famiglia. L’offerta ottimale può essere diversa, ad esempio, per chi utilizza molta elettricità nelle ore serali o utilizza grandi quantità di energia per il funzionamento di una pompa di calore o per le ricariche dell’auto elettrica, oppure per chi ha consumi contenuti e regolari durante l’anno.

Grazie al confronto delle tariffe proposte sul mercato libero e alla valutazione dei consumi annui si può comprendere meglio se la scelta migliore è quella di puntare sulla stabilità di un prezzo fisso o di accettare la variabilità di una tariffa indicizzata.

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