Made in Ue, si inizia con le auto elettriche. Sussidi solo se 70% componenti prodotti localmente

Incentivi solo per auto elettriche prodotte con componenti europei, il 26 febbraio la Commissione Ue presenterà l’Industrial Accelerator Act

Le auto elettriche in Europa sono croce e delizia, amate dagli automobilisti (che però ne sottolineano sempre i punti critici, dai costi all’autonomia) e osteggiate dalle grandi industrie automobilistiche. Se ne vorrebbe fare meno, ma non si può e allora Bruxelles, nel tentativo di accontentare tutti, cerca di andare avanti sul tema della mobilità elettrica, sfruttando la nuova onda dell’autonomia tecnologica europea con l’obiettivo strategico generale, perché qui si parla di industria, di salvare i livelli di competitività tanto cari a Mario Draghi e Enrico Letta.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, che ha avuto modo di visionare la nuova bozza dell’Industrial Accelerator Act, al momento atteso per il prossimo 26 febbraio, la Commissione europea starebbe valutando l’introduzione di una soglia minima del 70% di componenti prodotti nell’Unione europea per consentire ai veicoli elettrici di accedere agli incentivi pubblici.

Una nuova mossa per vincolare gli aiuti di Stato per i costruttori di auto elettriche a criteri stringenti di produzione europea. Nella bozza di proposta che la Commissione dovrebbe presentare la prossima settimana, infatti, si prevede che le nuove auto elettriche, ibride e a celle a combustibile beneficiarie di sussidi statali – o acquistate e noleggiate da enti pubblici – siano assemblate nell’Unione e contengano almeno il 70% di componenti (escluse le batterie) realizzato nel blocco europeo, calcolato in base al valore.

La soglia del 70% potrebbe cambiare ulteriormente, visto che nella prima bozza era al 60%.

Difendere la manifattura europea

In ballo, secondo Milano Finanza c’è l’intero settore manifatturiero, nel mirino dei dazi sempre minacciati dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Un comparto che vale 2.600 miliardi di euro e che oggi è sotto pressione per l’aggressività americana e cinese: la prima per le tariffe commerciali al 50% su acciaio e alluminio europei, la seconda per la concorrenza sleale a basso costo (visti gli imponenti aiuti di Stato).

Per questo l’Industrial Accelerator Act includerebbe anche requisiti di contenuto locale per altri settori: almeno il 25% dell’alluminio e il 30% delle plastiche per finestre e porte utilizzate nelle costruzioni dovrebbero essere prodotti nell’Ue per accedere a sussidi o appalti pubblici.

Il nodo batterie

Chiaro che per le auto elettriche il vero punto critico è la batteria e le sue componenti. Questo è un settore che da anni è controllato dalla Cina. Realizzare batterie in Europa con materie prime locali è a dir poco un obiettivo sfidante (se non, per alcuni, impossibile) da raggiungere.

L’Europa fatica a produrre batterie per veicoli elettrici con componenti interamente locali, a causa della forte dipendenza dalla Cina nella supply chain upstream, dai minerali critici alla raffinazione, fino ai catodi. Pechino controlla tra il 70 e l’80% della produzione globale di questi elementi chiave, rendendo difficile l’autosufficienza europea nonostante progetti all’avanguardia come le gigafactory.

La Cina gestisce estrazione, raffinazione (litio, nichel, cobalto) e produzione di componenti chiave come i catodi, di cui l’Europa ha solo impianti pilota, come quello in Polonia frutto della joint venture sostenuta da PowerCo (Gruppo Volkswagen) e Umicore creata nel 2023.

D’altronde la Commissione europea appena a luglio dell’anno scorso lanciava ancora progetti definiti “pioneristici”, per la precisione nel numero di 6, per la produzione di celle per veicoli elettrici, con un investimento contenuto di di 852 milioni di euro.

Il mercato dell’auto elettrica in Europa

Le vendite di auto elettriche (BEV) nell’UE sono in crescita nel 2025-2026, con quote di mercato intorno al 16-20% nei dati recenti disponibili fino a gennaio 2026.

Nei primi 10 mesi del 2025, immatricolazioni BEV in UE a 1,47 milioni di unità (16,4% quota), salendo a oltre 2 milioni includendo UK ed EFTA (18,3%). A ottobre 2025: 173.173 BEV (+38,6% yoy), quota 18,9% UE. Anno intero 2025: circa 20% quota, con +2,4% mercato totale; Volkswagen leader (274.417 unità, +56%).

Secondo le prime stime per gennaio 2026, in Olanda la quota BEV è salita al 40,3% (dal 34,7% del 2024), in Belgio al 34,3% (dal 28,2% del 2024), in gran Bretagna al 23,5% (dal 19,6%), in Francia al 20,1% (dal 17% circa). Per fare un confronto chiaro: in Germania sono state vendute più di 52mila auto BEV a gennaio, in Italia siamo a poco più di 9.300.

Ecco che la partita degli incentivi torna ad essere fondamentale per il futuro dell’industria automobilistica europea, in particolare italiana. I primi mesi del 2026 continueranno a beneficiare della corsa agli incentivi di ottobre, si legge nel commento dai dati di gennaio di Motus-E, ma in prospettiva il ritardo sulla mobilità elettrica dell’Italia rischia di tornare ad aumentare.

In mercati come Francia e Spagna gli incentivi all’elettrico sono stati confermati in toto e stanno contribuendo in modo decisivo alla tenuta del mercato auto complessivo, mentre in Germania sono stati addirittura reintrodotti i bonus con oltre 3 miliardi di fondi, nonostante la poderosa crescita messa a segno dall’elettrico anche senza agevolazioni all’acquisto.

In assenza di una accurata pianificazione degli strumenti di supporto alla domanda, l’Italia rischia seriamente di diventare un Paese di secondo piano nello scacchiere automotive europeo.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/made-in-ue-si-inizia-con-le-auto-elettriche-sussidi-solo-se-70-componenti-prodotti-localmente/565701/




Energia pulita. Trump taglia progetti per 35 miliardi di dollari (“perché la CO2 non fa male”)

Stati Uniti, l’anno nero dell’energia pulita: investimenti in caduta libera nella nuova era Trump

Il 2025 doveva essere l’anno della maturità per la transizione energetica americana. Dopo l’ondata di investimenti seguita all’Inflation Reduction Act (IRA) del 2022, gli Stati Uniti avevano attirato centinaia di miliardi di dollari in nuovi impianti per batterie, veicoli elettrici, impianti di fonti energetiche rinnovabili e infrastrutture di rete. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha però segnato un’inversione netta e drastica di rotta sull’energia green rispetto al recente passato.

Secondo il rapportoClean Economy Works – December 2025 Analysis” del think tank E2, nel 2025 sono stati cancellati, chiusi o ridimensionati progetti per 34,8 miliardi di dollari, a fronte di appena 12,3 miliardi di nuovi investimenti annunciati

In altre parole, per ogni dollaro investito in energia pulita, quasi tre sono stati abbandonati.
È la prima volta, da quando E2 monitora sistematicamente il settore (dal 2022), che le perdite superano in modo così marcato i nuovi annunci. E il dato non è solo simbolico e rappresenta un vero e proprio punto di svolta per l’industria americana dell’energia pulita.

Un crollo senza precedenti nel settore dell’energia pulita

I numeri raccontano la portata del taglio.
Nel 2023 le cancellazioni avevano riguardato poco più di 1 miliardo di dollari di investimenti e nel 2024 circa 2,5 miliardi. Nel 2025 si è arrivati a 34,8 miliardi.

Un salto di scala che pare il frutto di una decisione politica e di un’impostazione ideologica.
Ancora più pesante l’impatto occupazionale: 38.031 posti di lavoro cancellati nel solo 2025, a fronte di 22.905 nuovi posti annunciati nello stesso anno

Il saldo è negativo per oltre 15.000 unità. Nessun anno precedente aveva registrato una simile emorragia.

Il cuore del problema è nella manifattura green: oltre 30 miliardi di dollari di investimenti persi riguardano impianti produttivi, in particolare nei settori dei veicoli elettrici (EV) e delle batterie, che da soli hanno concentrato oltre 21 miliardi di dollari ciascuno in investimenti cancellati o ridimensionati

La CO2 non fa male per Trump

L’Agenzia per la protezione ambientale (Epa) degli Stati Uniti è pronta ad abrogare la decisione che più di 15 anni fa portò a stabilire che i gas serra, come CO2 e metano, oltre a riscaldare il pianeta ed alterare la composizione della nostra atmosfera, sono molto dannosi per la salute umana.
Una decisione che divenne perno centrale del Clean Air Act e che ha permesso di stabilire standard rilevanti sulle emissioni di gas climalteranti provenienti da industrie, trasporti e mobilità privata.

Secondo Washington questo è un passo in avanti decisivo per il rilancio industriale ed economico americano. Trump si era impegnato in campagna presidenziale per il raggiungimento di questo obiettivo, che potrebbe a suo dire far risparmiare al Paese 1300 miliardi di dollari l’anno, con un calo dei prezzi delle autovetture e di mezzi di trasporto pesanti.

Il problema è che la politica, qualunque sia l’orientamento partitico e nonostante i grandi interessi economico-finanziari in ballo, non può ignorare gli allarmi scientifici che negli ultimi decenni sono stati lanciati più volte da università e centri di ricerca.
L’organizzazione meteorologica mondiale ha recentemente certificato che i tassi di crescita della CO2 sono triplicati dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi, raggiungendo ormai livelli che esistevano più di 800.000 anni fa (quando noi sapiens ancora non c’eravamo sul pianeta Terra).

L’inquinamento costa e uccide, ma per Trump non è così

Senza regolamentazione restrittiva sugli inquinanti atmosferici, la recente abrogazione trumpiana dell’endangerment finding dell’EPA potrebbe aggiungere 18 miliardi di tonnellate di emissioni CO2 entro il 2055, causando 58.000 morti premature e 37 milioni di attacchi d’asma cumulativi.

Senza un intervento governativo per ridurre le emissioni, gli impatti del cambiamento climatico non faranno che intensificarsi e le famiglie americane (ma non solo, perchè l’inquinamento ha effetti globali, non conoscendo frontiere o confini) ne sosterranno il peso finanziario e sanitario.

Gli impatti sono sia immediati, sia a lungo termine. Molti si stanno già verificando, basta vedere gli incendi estivi sempre più estesi e i danni causati dal fumo alla salute umana, ma anche le inondazioni sempre più frequenti con danni alle infrastrutture e alle abitazioni, l’innalzamento del livello dei mari, o al contrario le prolungate siccità che impattano sulle riserve idriche, sulla generazione di energia elettrica e sull’agricoltura.

I cambiamenti climatici e l’inquinamento hanno un costo economico gigantesco, che si cumula nel tempo e che diventa insostenibile. Lo sa bene chi abita nelle aree colpite da qualche catastrofe legata al climate change: dove si cumula distruzione, non si può ricostruire e per le popolazioni locali non c’è possibilità di continuare la vita di prima.

Perché sta accadendo

Tornando all’abbandono delle politiche e gli standard energetici green, le cause sono intrecciate, ma il fattore politico è centrale: all’energia pulita sono state preferite (di nuovo) le risorse fossili (da cui deriva la maggior parte dell’inquinamento planetario).

L’IRA aveva introdotto un sistema di crediti fiscali e incentivi di lungo periodo, offrendo agli investitori una visibilità pluriennale. Nel corso del 2025, però, il quadro è cambiato: attacchi crescenti alle politiche climatiche e la revisione e restrizione di alcuni crediti fiscali hanno aumentato l’incertezza regolatoria

Per settori ad alta intensità di capitale, come batterie ed EV, la stabilità normativa è fondamentale. Parliamo di impianti che richiedono miliardi di dollari e orizzonti di ammortamento di 10-20 anni. Se il quadro fiscale può essere modificato rapidamente, il rischio aumenta e il capitale si sposta.

A questo si aggiungono alcuni fattori di mercato, come il rallentamento della domanda di veicoli elettrici rispetto alle aspettative più ottimistiche del 2022-2023, la pressione competitiva cinese su batterie e componenti, i tassi di interesse ancora elevati, che rendono più costoso finanziare nuovi impianti, le tensioni geopolitiche e la ridefinizione delle catene di fornitura.

Da tutto questo ne conseguono meno incentivi, più incertezza e una domanda meno brillante. Quando la fiducia si incrina, i progetti più grandi sono i primi a saltare.

Un impatto trasversale, anche politico

Un elemento interessante del rapporto E2 è la distribuzione geografica e politica delle perdite. I distretti congressuali a guida repubblicana hanno perso 19,9 miliardi di dollari e oltre 24.500 posti di lavoro, mentre quelli democratici 10,6 miliardi e oltre 12.600 posti.
Il fenomeno è dunque bipartisan.

Durante la sua campagna presidenziale, Trump ha sollecitato continuamente l’industria petrolifera americana, chiedendo un miliardo di dollari al settore per il sostegno alla sua presidenza, offrendo in cambio piena deregolamentazione del settore. Le cose non sembra siano andate proprio così, ma nel complesso è riuscito ad ottenere quasi 30 milioni di dollari dall’industria petrolifera e del gas.

Tra gli Stati più colpiti figurano Michigan (oltre 8 miliardi di dollari persi e più di 9.000 posti di lavoro), Illinois, Georgia, New York e Arizona.

Molti di questi territori erano diventati simboli della rinascita manifatturiera “verde” americana.

La conclusione è evidente: la volatilità delle politiche energetiche non colpisce una sola parte politica, ma intere filiere industriali e comunità locali.

Gli annunci non bastano più

È vero che nel 2025 sono stati annunciati 85 nuovi progetti per oltre 12 miliardi di dollari, ma rispetto al boom del 2022 e 2023, la postura delle imprese è cambiata: investimenti più piccoli, meno posti di lavoro per progetto, maggiore cautela. In sostanza, la traiettoria è passata da espansione aggressiva a gestione prudente del rischio.

EV e batterie continuano a dominare tra i nuovi annunci, ma non compensano la mole di cancellazioni. Inoltre, molte iniziative sono espansioni incrementali di impianti esistenti, non nuove grandi fabbriche destinate a ridisegnare le catene del valore.

Le prospettive: rischio delocalizzazione

L’aspetto forse più critico è che il capitale non scompare: si sposta. Il rapporto sottolinea che gli investimenti non realizzati negli Stati Uniti vengono sempre più reindirizzati verso mercati con politiche più prevedibili e incentivi più stabili.

Europa e Asia, in questo contesto, possono diventare destinazioni alternative per la nuova capacità produttiva. Se la tendenza dovesse consolidarsi, gli Stati Uniti rischierebbero di perdere non solo posti di lavoro nel breve termine, ma anche la leadership industriale nelle tecnologie chiave della transizione: batterie avanzate, componentistica per veicoli elettrici, tecnologie di rete e accumulo.

Tuttavia, lo scenario non è irreversibile. Il mercato americano resta enorme, il sistema finanziario profondo, l’innovazione tecnologica vivace. Molto dipenderà dalla stabilità delle politiche fiscali nei prossimi anni, dall’evoluzione della domanda di elettrificazione e dalla capacità dell’industria di ridurre i costi e competere globalmente.

Tutto questo dimostra quanto rapidamente possa invertire la rotta un ciclo di investimenti fondato su segnali politici forti. Se quei segnali si indeboliscono, il capitale reagisce con la stessa velocità.

Quando l’energia green diventa fattore chiave per competitività e geopolitica. La Cina ringrazia

Per la seconda presidenza Trump, la questione energetica non è solo ambientale, ma industriale e geopolitica. La scelta tra continuità, revisione o smantellamento delle politiche di sostegno determinerà se gli Stati Uniti resteranno un polo attrattivo per la manifattura pulita o se lasceranno spazio ad altri concorrenti globali.

Solo per fare un rapido confronto, il mercato delle clean tech in Cina è tra i più dinamici al mondo, con un valore stimato intorno ai 255 miliardi di dollari USA nel 2024 e investimenti nel settore che nel 2025 hanno raggiunto quasi 1.000 miliardi di dollari, trainando oltre un terzo della crescita del PIL nazionale.

Pechino inoltre ringrazia Washington, perché una politica di deregolamentazione spinta da parte degli Stati Uniti potrebbe dare alla Cina qualsiasi tipi di giustificazione per decisioni future.

Una lezione non solo per gli Stati Uniti, ma anche per la nostra Europa, sempre più impegnata nella ricerca di una strada per uscire dalla trappola della stagnazione e del pericolo della dipendenza crescente dall’estero e dell’irrilevanza storica.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/energia-pulita-trump-taglia-progetti-per-35-miliardi-di-dollari-perche-la-co2-non-fa-male/565550/




Dl Energia, in bozza 315 milioni di euro per alleggerire le bollette. Interventi anche per rinnovabili, reti e data center

Bollette, nuove risorse per famiglie fragili e interventi strutturali su gas e imprese: cosa prevede la bozza in arrivo in Cdm

Un fondo da 315 milioni di euro per sostenere le famiglie più fragili, un contributo straordinario da 90 euro in bolletta, l’estensione degli aiuti ai nuclei con Isee fino a 25mila euro e una serie di interventi tecnici per ridurre il costo di luce e gas per imprese e sistema produttivo. È questo il cuore della bozza del nuovo decreto legge sulle bollette che il Governo dovrebbe portare in Consiglio dei ministri la prossima settimana.

Il provvedimento, anticipato in settimana dal ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, si suddivide in 12 articoli, con un titolo lungo e programmatico: “Misure urgenti di agevolazione tariffaria per la fornitura di energia elettrica e gas e di riduzione delle bollette elettriche in favore delle famiglie e delle imprese, per la competitività delle imprese e per la decarbonizzazione delle industrie, nonché misure urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche e di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico”.

Una cornice che chiarisce subito l’ambizione dell’intervento: non solo sostegni temporanei, ma anche misure strutturali sul mercato energetico.

315 milioni per le famiglie con bonus sociale

Il capitolo più immediato riguarda le famiglie economicamente più vulnerabili. La bozza prevede per il 2026 una spesa di 315 milioni di euro, coperti dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), destinati a finanziare un contributo straordinario una tantum da 90 euro per i nuclei già titolari del bonus sociale elettrico.

Si tratta di un rafforzamento temporaneo dello strumento esistente, che punta ad alleggerire direttamente la bolletta della luce per chi si trova in condizioni di disagio economico. In un contesto in cui il costo dell’energia continua a incidere in modo significativo sui bilanci familiari, il Governo sceglie di intervenire con un sostegno mirato e automatico.

Aiuti anche a chi ha Isee fino a 25mila euro

Una delle novità più rilevanti è l’estensione del contributo.
Per il 2026 e il 2027, il decreto prevede un contributo straordinario anche per i clienti domestici che non beneficiano del bonus sociale, ma che hanno un Isee annuo non superiore a 25.000 euro.

Si amplia così la platea dei beneficiari includendo una fascia di famiglie che non rientrano nei criteri più restrittivi del bonus sociale, ma che risentono comunque del peso delle bollette. È una scelta che intercetta il cosiddetto “ceto medio energeticamente vulnerabile”, ovvero nuclei che non sono formalmente in povertà ma che subiscono in modo marcato l’aumento dei costi energetici.

Un intervento da 2,5–3 miliardi tra famiglie e imprese

Secondo le indiscrezioni, l’impatto complessivo delle misure contenute nel decreto potrebbe collocarsi tra 2,5 e 3 miliardi di euro.

Oltre ai contributi diretti, il testo interviene infatti sulla struttura delle bollette e sul funzionamento dei mercati.

Tra le misure principali troviamo la riduzione della componente Asos (oneri generali di sistema) nelle bollette elettriche, la riduzione degli oneri derivanti dalle bioenergie, gli interventi per abbattere il costo del gas naturale utilizzato per la produzione di elettricità e il sostegno alle utenze non domestiche, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese.

Agire sugli oneri di sistema significa incidere su una parte della bolletta che non dipende dal consumo diretto di energia, ma che finanzia politiche pubbliche e incentivi. La loro riduzione può produrre un effetto immediato sull’importo finale pagato da famiglie e imprese.

Riduzione degli oneri gas per i grandi consumatori

Un passaggio tecnico, ma significativo, riguarda anche il gas.

La bozza prevede che Arera, entro il 28 febbraio, adotti uno o più provvedimenti per definire le modalità di riduzione, per il 2026, degli oneri e delle componenti tariffarie di trasporto e distribuzione del gas naturale per i clienti finali con consumi superiori a 80.000 Smc all’anno.

Si tratta in larga parte di soggetti industriali energivori. L’obiettivo è alleggerire il costo dell’energia per le imprese più esposte, rafforzandone la competitività.

Più concorrenza nel mercato del gas

Il decreto interviene anche sul mercato all’ingrosso del gas naturale.
È prevista l’introduzione, da parte di Arera, di un “servizio di liquidità” fino a un massimo di 200 milioni di euro. Il meccanismo dovrebbe prevedere la sottoscrizione di contratti tra Snam, principale operatore del trasporto gas in Italia, e operatori selezionati tramite procedure competitive.

Questi operatori avranno il diritto di ricevere un premio, ma anche l’obbligo di formulare offerte di vendita sui mercati a pronti del gas a prezzi specifici. L’obiettivo è aumentare la liquidità del mercato, ridurre possibili distorsioni e favorire una maggiore stabilità dei prezzi.

Le risorse per il servizio verrebbero reperite dalla vendita di gas stoccato da parte dell’impresa maggiore di trasporto, secondo modalità definite da Arera.

Entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto, l’Autorità dovrà inoltre presentare al Mase una proposta per la piena integrazione dei mercati del gas italiano e tedesco, attraverso le infrastrutture in territorio svizzero. Un passo verso una maggiore integrazione europea, considerata strategica per ridurre differenziali di prezzo e frammentazioni.

Rinnovabili, reti e data center

Il decreto non si limita agli interventi tariffari. Tra le misure contenute nella bozza figurano le disposizioni per promuovere la contrattazione di lungo termine dell’energia elettrica da fonti rinnovabili da parte delle imprese; le misure urgenti per la connessione alla rete degli impianti alimentati da fonti rinnovabili; gli interventi per risolvere la saturazione virtuale delle reti elettriche, che oggi rallenta nuovi allacciamenti; il potenziamento delle infrastrutture di interconnessione elettrica con l’estero; le norme per l’autorizzazione e l’integrazione dei centri di elaborazione dati (data center) nel sistema elettrico.

Questi ultimi sono grandi consumatori di energia e rappresentano una sfida crescente per la pianificazione delle reti. L’obiettivo è gestirne l’impatto senza compromettere la stabilità del sistema.

Come ha ricordato il ministro Pichetto Fratin, intervenendo a Roma all’Evento di presentazione del World Energy Outlook 2025, in una “fase di rapida trasformazione” del settore, come quella che stiamo vivendo, che “segnata da forti modificazioni nei mercati e nelle politiche energetiche, aggravate da tensioni geopolitiche”, l’intelligenza artificiale, con le sue infrastrutture critiche, emerge come fattore chiave, “accelerando la domanda di elettricità”,

Una risposta nazionale in un quadro europeo che vede l’energia questione urgente da affrontare

Il Governo sottolinea che il tema dei prezzi dell’energia è anche europeo. Tuttavia, in attesa di riforme più ampie a livello Ue, il decreto punta a fornire una risposta nazionale immediata.

Nel complesso, l’impianto del provvedimento combina tre livelli di intervento, che vanno dal sostegno diretto alle famiglie più fragili, con estensione a una fascia più ampia di popolazione all’alleggerimento tecnico delle bollette, attraverso la riduzione di oneri e componenti tariffarie, fino alle riforme strutturali del mercato del gas e del sistema elettrico, per rafforzare concorrenza, integrazione europea e sviluppo delle rinnovabili.

Il decreto bollette lo stiamo chiudendo”, aveva annunciato in settimana il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, a margine di un convegno a Roma, assicurando che “per la prossima settimana sarà in Consiglio dei ministri”.

Il perno del provvedimento è quindi la riduzione del costo del gas utilizzato per la generazione della luce, con l’obiettivo di abbattere il prezzo di quest’ultima, più che proporzionalmente, facendo leva sul criticato sistema del prezzo marginale.

D’altronde, la questione del prezzo dell’energia, in particolare dell’energia elettrica, è stata fin da subito una delle “urgenze” definite al Consiglio informale dei 27 capi di Stato e di Governo dell’Unione europea tenuto in Belgio, sia per salvaguardare e rafforzare la competitività europea, sia perché è anche un tema sociale.

I temi della competitività sono molti. Personalmente e a nome dell’Italia mi sono concentrata e mi concentrerò soprattutto sulla questione dei prezzi dell’energia”, avevo detto la Premier italiana Giorgia Meloni.

Resta ora da vedere quali modifiche emergeranno nel passaggio in Consiglio dei ministri. Ma la direzione è tracciata: contenere la spesa energetica nel breve periodo e, al tempo stesso, intervenire sui meccanismi che determinano i prezzi nel medio-lungo termine.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/dl-energia-in-bozza-315-milioni-di-euro-per-alleggerire-le-bollette-interventi-anche-per-rinnovabili-reti-e-data-center/565362/




Luce e gas, il prezzo all’ingrosso aumenta: è il momento di bloccare il costo?

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Anche nei primi giorni di febbraio i consumatori devono fare i conti con gli effetti del trend di aumento del prezzo all’ingrosso dell’elettricità. Il PUN è salito sin dall’inizio dell’anno e si mantiene stabilmente sopra ai livelli registrati a fine 2025. Questo rialzo delle quotazioni significa bollette più care per molte famiglie. Esiste però qualche soluzione per evitare gli aumenti, come confrontare le migliori offerte luce degli operatori partner di SOStariffe.it e valutare l’attivazione di una tariffa a prezzo fisso.

PUN in salita: come comportarsi?

Il PUN, il Prezzo Unico Nazionale che determina il costo dell’energia elettrica, ha superato il prezzo medio degli ultimi mesi dello scorso anno. Mentre nella seconda parte dell’anno un MWh di energia costava all’incirca tra 100 e 115 euro, a gennaio si è attestato a 133 euro e a febbraio il dato parziale è attorno ai 131 euro. Rispetto alla media, quindi, l’aumento è compreso tra il 17 e il 18%.

Anche se nello stesso periodo dello scorso anno il PUN era ancora più alto (aveva raggiunto quota 150 €/MWh a febbraio 2025), l’aumento preoccupa comunque i consumatori, che rischiano di ricevere bollette particolarmente salate.

L’aumento registrato in queste prime settimane dell’anno sembra dovuto a fattori stagionali e a contribuire al rialzo delle quotazioni è soprattutto il clima più rigido, che ha spinto all’insù la domanda.

Di fronte a questi aumenti, che si stanno protraendo anche a febbraio, è opportuno capire come muoversi per evitare ulteriori futuri rincari delle bollette.

Confrontare le tariffe a prezzo indicizzato e a prezzo fisso per risparmiare

Una soluzione immediata ed efficace per evitare gli effetti negativi dei rialzi dei prezzi è scegliere un’offerta luce a prezzo fisso. Attivando questo tipo di offerta si conosce in anticipo il prezzo dell’elettricità, che rimane costante per il periodo indicato nel contratto, tipicamente 12 o 24 mesi.

Con le offerte a prezzo fisso, sulla base dei propri consumi, si può fare una stima di quanto si spenderà e non avere brutte sorprese in caso di rialzo improvviso del PUN.

Al contrario, se si sceglie un’offerta a prezzo indicizzato il costo dell’elettricità viene aggiornato ogni mese in base all’andamento del prezzo all’ingrosso. Tipicamente, le società che forniscono l’energia elettrica calcolano il prezzo per i clienti prendendo come riferimento il PUN e applicando una maggiorazione (o spread).

Proprio per il loro funzionamento, le offerte a prezzo indicizzato rendono la spesa meno prevedibile, perché il costo varia mese per mese. Inoltre, dal momento che sono direttamente legate all’andamento del PUN, comportano una salita della spesa per le bollette ogni volta che il prezzo all’ingrosso aumenta.

In questo periodo di rialzi decisi del PUN, vale la pena considerare di attivare un’offerta a prezzo fisso che permette di non preoccuparsi di ulteriori salite delle quotazioni di mercato e consente nell’immediato di pagare l’elettricità meno di quanto succeda con le offerte indicizzate.

Confrontando le soluzioni tariffarie degli operatori partner di SOStariffe.it, infatti, si nota come le migliori offerte a prezzo fisso partano da 0,096 €/kWh, con validità 24 mesi, mentre le migliori offerte a prezzo variabile partono da 0,125 €/kWh.

Questa differenza tra i prezzi può aumentare o diminuire nel corso dei mesi, a seconda di come evolverà il costo della materia prima, ma a meno di una discesa molto consistente delle quotazioni, il prezzo fisso offre ottime opportunità di risparmio.

Prima di sottoscrivere una nuova fornitura, è sempre consigliabile analizzare con attenzione le diverse offerte disponibili sul mercato e confrontare non solo il prezzo della componente energia, ma anche le condizioni contrattuali, la durata delle offerte e gli altri costi previsti.

Per trovare l’offerta giusta è fondamentale considerare anche le abitudini di consumo della propria famiglia. L’offerta ottimale può essere diversa, ad esempio, per chi utilizza molta elettricità nelle ore serali o utilizza grandi quantità di energia per il funzionamento di una pompa di calore o per le ricariche dell’auto elettrica, oppure per chi ha consumi contenuti e regolari durante l’anno.

Grazie al confronto delle tariffe proposte sul mercato libero e alla valutazione dei consumi annui si può comprendere meglio se la scelta migliore è quella di puntare sulla stabilità di un prezzo fisso o di accettare la variabilità di una tariffa indicizzata.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/luce-e-gas-il-prezzo-allingrosso-aumenta-e-il-momento-di-bloccare-il-costo/565204/




2030, il decennio dell’elettricità tra rinnovabili, nucleare e la spinta dei data center

L’Età dell’Elettricità: perché la domanda globale corre e i data center ne sono il nuovo baricentro

La domanda mondiale di energia elettrica sta entrando in una fase di espansione strutturale. Non si tratta più di un semplice rimbalzo ciclico legato alla crescita economica, ma di un cambiamento profondo nel modo in cui produciamo, consumiamo e digitalizziamo l’energia, soprattutto in relazione alla crescita delle infrastrutture digitali, dove emerge chiaro il ruolo dei data center.

L’International Energy Agency (IEA), nel suo ultimo rapporto Electricity 2026, prevede che la domanda globale di elettricità crescerà in media di oltre il 3,5% all’anno fino al 2030, a un ritmo almeno 2,5 volte superiore rispetto alla domanda complessiva di energia primaria.

Siamo ufficialmente entrati nell’“Age of Electricity”. E i data center – spinti soprattutto dall’avanzata poderosa dell’intelligenza artificiale – ne sono uno dei motori principali.

Un trend che potrebbe segnare record assoluti anche nel decennio che va dal 2030 al 2040, quando la domanda globale di elettricità è stimata raggiungere i 13.300 terawattora (TWh), ovvero quasi l’equivalente dell’attuale consumo di elettricità di Cina e Stati Uniti messi insieme.

I data center rimarrebbero il fattore determinante nella crescita della domanda di energia. Entro il 2035, il consumo di elettricità dei data center a livello globale è atteso eguagliare il fabbisogno energetico delle grandi economie.

Una crescita senza precedenti: industria, mobilità elettrica e AI

Secondo l’IEA, l’incremento dei consumi elettrici nei prossimi anni sarà trainato da quattro grandi fattori:

  • maggiore elettrificazione dei processi industriali;
  • diffusione dei veicoli elettrici;
  • aumento dell’uso di climatizzazione (soprattutto nei Paesi emergenti);
  • espansione dei data center e delle applicazioni di intelligenza artificiale.

Se in passato la crescita della domanda era concentrata quasi esclusivamente nelle economie emergenti, oggi anche le economie avanzate tornano a registrare un aumento dei consumi dopo oltre 15 anni di stagnazione. Entro il 2030, i Paesi industrializzati contribuiranno per circa un quinto alla crescita complessiva della domanda elettrica globale.

L’IEA stima che l’aumento dei consumi da qui al 2030 sarà equivalente all’ipotetica aggiunta di due volte i consumi dell’Unione europea al sistema elettrico mondiale. Una trasformazione di scala epocale.

Il mix di generazione cambia: rinnovabili e nucleare al 50%

Per soddisfare questa domanda crescente, la produzione elettrica dovrà espandersi in modo significativo. Il dato più rilevante riguarda la transizione del mix energetico:

  • le rinnovabili, trainate da un dispiegamento record del solare fotovoltaico, stanno per superare il carbone come prima fonte di generazione globale.
  • il nucleare ha raggiunto un nuovo record di produzione.
  • entro il 2030, rinnovabili e nucleare insieme rappresenteranno circa il 50% della produzione elettrica mondiale, rispetto al 42% attuale.

Parallelamente, anche il gas naturale continuerà a crescere, soprattutto negli Stati Uniti e in Medio Oriente, dove sostituisce progressivamente il petrolio nella generazione elettrica. Il carbone, invece, perderà terreno, tornando ai livelli del 2021 entro la fine del decennio.

Un risultato significativo è che, nonostante l’aumento dei consumi, le emissioni globali di CO2 del settore elettrico sono attese rimanere sostanzialmente stabili fino al 2030, grazie alla maggiore penetrazione delle fonti a basse emissioni.

Il collo di bottiglia delle reti elettriche

Ma la vera sfida non è solo produrre più energia: è trasportarla e gestirla.

Oggi oltre 2.500 gigawatt di progetti – tra rinnovabili, sistemi di accumulo e grandi carichi come data center – sono bloccati nelle code di connessione alle reti elettriche. Senza un’accelerazione negli investimenti infrastrutturali, la crescita rischia di essere frenata.

L’IEA sottolinea che gli investimenti annuali nelle reti dovranno aumentare del 50% entro il 2030 e che le tecnologie di potenziamento delle reti e riforme regolatorie potrebbero consentire l’integrazione di circa 1.600 GW di progetti in tempi relativamente brevi.

In parallelo, si registra una forte crescita dei sistemi di accumulo a batteria su larga scala, fondamentali per gestire un sistema sempre più dipendente da fonti intermittenti come solare ed eolico.

Il ruolo crescente dei data center

In questo scenario già molto dinamico, i data center rappresentano una variabile decisiva.

Secondo Gartner, il consumo elettrico globale dei data center passerà da 448 TWh nel 2025 a 980 TWh nel 2030: più del doppio in soli cinque anni. Si tratta di una crescita impressionante, con un aumento del 16% già nel 2025.

Il principale responsabile? I server ottimizzati per l’intelligenza artificiale. Il loro consumo elettrico è destinato a quintuplicare: da 93 TWh nel 2025 a 432 TWh nel 2030.

Se oggi rappresentano il 21% dei consumi dei data center, nel 2030 arriveranno al 44%, coprendo il 64% della crescita incrementale della domanda del settore.

L’AI, dunque, non è solo una rivoluzione digitale: è anche una rivoluzione energetica.

Geografia dell’energia digitale: USA e Cina in testa

Stati Uniti e Cina guideranno la crescita della domanda elettrica dei data center, rappresentando oltre due terzi del consumo globale del settore.

Negli Stati Uniti, il peso dei data center sul consumo elettrico totale regionale passerà dal 4% nel 2025 al 7,8% nel 2030. In Europa, la quota salirà dal 2,7% al 5%.

La Cina, grazie a infrastrutture pianificate in modo più centralizzato e a server più efficienti, appare meglio posizionata per integrare questa crescita senza destabilizzare il sistema elettrico.

La partita si vince sulla sostenibilità energetica dei data center

L’attuale modello, fortemente dipendente dai combustibili fossili per la generazione on-site, non è sostenibile nel lungo periodo. Nel breve termine, il gas naturale rimarrà la fonte principale per alimentare nuovi data center, soprattutto per garantire affidabilità e rapidità di connessione.

Tuttavia, entro 3-5 anni si prevede una rapida espansione dei sistemi di accumulo (BESS) per bilanciare la variabilità di solare ed eolico.

Guardando alla fine del decennio, stanno emergendo soluzioni più strutturali, come idrogeno verde, microreti geotermiche, piccoli reattori modulari nucleari (SMR).

Queste tecnologie potrebbero diventare alternative concrete per l’alimentazione delle “microgrid” dedicate ai grandi campus digitali, anche se oggi restano limitate da costi iniziali elevati e complessità autorizzative.

Già oggi i numeri ci dicono che i data center a trazione green stanno crescendo. Le fonti rinnovabili (eolico, solare, idro) passeranno dal 27% al 50% dell’elettricità per data center, richiedendo +450 TWh di generazione extra entro 2035. Nonostante diversità regionali evidenti, secondo precedenti studi IEA, è evidente che le strategie delle tech company sono sempre più rivolte ad un’espansione rapida di solare/eolico nelle infrastrutture digitali e per aumentare la competitività e abbattere i costi.

Un equilibrio delicato tra crescita, prezzi e sicurezza

L’espansione della domanda elettrica pone anche una questione di accessibilità economica. In molti Paesi, i prezzi dell’elettricità sono cresciuti più rapidamente dei redditi dal 2019, con impatti su famiglie e imprese.

Inoltre, sistemi elettrici più digitalizzati e interconnessi sono anche più esposti a eventi climatici estremi, cyberminacce e vulnerabilità infrastrutturali.

Modernizzare le reti, rafforzare la resilienza e migliorare la flessibilità operativa sarà tanto importante quanto aumentare la capacità installata.

L’energia è il nuovo “collo di bottiglia” dell’economia digitale?

La crescita dei data center e dell’intelligenza artificiale sta trasformando l’elettricità in un fattore strategico centrale per lo sviluppo tecnologico globale. Non è più solo un costo operativo: è una variabile geopolitica, industriale e infrastrutturale.

Nei prossimi anni, la competizione non si giocherà solo sulla potenza di calcolo o sugli algoritmi, ma anche sulla capacità dei sistemi elettrici di fornire energia affidabile, flessibile e a basse emissioni.

Chi saprà integrare infrastrutture digitali ed energetiche in modo efficiente avrà un vantaggio competitivo decisivo nell’economia dell’AI.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/2030-il-decennio-dellelettricita-tra-rinnovabili-nucleare-e-la-spinta-dei-data-center/565201/




Energia, la vera partita della competitività europea

Energia troppo cara, a rischio competitività, innovazione e crescita. L’appello degli industriali

L’energia come fattore decisivo per il futuro industriale dell’Europa. È attorno a questo nodo che si è articolato l’Antwerp European Industry Summit, riunitosi nelle Fiandre in occasione del vertice informale dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea (Ue) al castello di Alden Biesen, in Belgio. Mentre i leader politici discutono la strategia per rafforzare la competitività del continente rispetto a Stati Uniti e Cina, dall’industria arriva un appello netto: senza un drastico intervento sui costi dell’energia, l’Europa rischia una deindustrializzazione strutturale.

Perché l’Europa è così indietro rispetto al resto del mondo? È una questione energetica”, ha dichiarato alla Reuters Conrad Keijzer, amministratore delegato della svizzera Clariant, specializzata in prodotti chimici.

Jon Morrish, CEO per l’Europa di Heidelberg Materials, è stato altrettanto esplicito: “La priorità numero uno sono i prezzi dell’energia: devono scendere. Le istituzioni devono prenderci sul serio e capire che questo sta realmente frenando la competitività europea”.

Per le imprese europee, l’energia costa oggi oltre il doppio rispetto a Stati Uniti e Cina. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e la fine delle forniture di gas russo a basso costo, i prezzi hanno subito un’impennata, colpendo in particolare i settori energy intensive. A incidere sulle bollette non sono solo le quotazioni del gas, strutturalmente più elevate in Europa rispetto agli Stati Uniti, ma anche reti congestionate, imposte nazionali e il prezzo della CO2 nel sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS).

Il meccanismo marginalista del mercato elettrico europeo, che lega il prezzo all’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda (spesso a gas), espone l’intero sistema alla volatilità del metano. “La struttura dei prezzi dell’energia è una grande sfida”, ha osservato Morrish, sottolineando che Heidelberg Materials (primo produttore mondiale di cemento, con la Germania come mercato di riferimento) sta già spostando parte degli investimenti fuori dall’Europa.

La comunità della dichiarazione di Anversa: un’industria sotto pressione

Alla vigilia del vertice di Alden Biesen, gli industriali che hanno sottoscritto la Dichiarazione di Anversa, composta da oltre 1.300 aziende, associazioni tra cui Glass Alliance (Federazione europea del settore del vetro), la Federazione europea dei contenitori in vetro (Feve) e sindacati, hanno lanciato un appello per “adottare misure urgenti e coraggiose per ripristinare la competitività industriale dell’Europa, salvaguardare posti di lavoro di alta qualità e trasformare il Clean Industrial Deal in risultati concreti per le aziende nel 2026”.

La comunità rappresenta l’industria europea energy intensive, un comparto con un fatturato superiore a 1,5 trilioni di euro e 6,6 milioni di dipendenti diretti. Nell’ultimo anno, secondo i dati diffusi, sono andati persi 200.000 posti di lavoro e la produzione ha registrato cali fino al 40% in alcuni segmenti.

L’appello è stato rilanciato durante il Vertice europeo dell’industria ad Anversa, che ha riunito oltre 500 leader industriali e rappresentanti di associazioni, alla presenza della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e sotto l’egida del primo ministro belga, Bart De Wever. Hanno partecipato, tra gli altri, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, il Presidente francese Emmanuel Macron, il Primo Ministro olandese Dick Schoof e il Cancelliere austriaco Christian Stocker, a testimonianza della rilevanza politica della crisi industriale.

La Dichiarazione di Anversa, documento programmatico firmato il 20 febbraio 2024, delinea un percorso in 10 punti per un “Patto Industriale Europeo” che ponga la competitività al centro dell’agenda 2024-2029. Le richieste si concentrano su tre assi: ridurre i costi dell’energia e delle emissioni di carbonio; sostenere il commercio globale equo e migliorare l’accesso ai finanziamenti; rafforzare gli strumenti contro la concorrenza sleale per garantire condizioni di reale parità.

La risposta di Ursula von der Leyen: più rinnovabili e Unione dell’energia

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha riconosciuto che “i prezzi restano troppo alti e volatili”, attribuendone le cause alla “mancanza di interconnessioni e di reti adeguate” e alla dipendenza dai combustibili fossili.

Intervenendo al Parlamento europeo, ha ribadito che “completare il Mercato unico significa anche completare l’Unione dell’energia”. I dati sui costi di generazione nel 2025 rafforzano, secondo la Commissione, la necessità di accelerare sulla transizione: l’elettricità prodotta dal gas ha superato in media i 100 euro per megawattora; quella solare si è attestata a 34 euro per megawattora; il nucleare tra 50 e 60 euro per megawattora.

Nel 2024, per la prima volta, l’Unione ha prodotto più elettricità da solare ed eolico che da tutti i combustibili fossili messi insieme.

Per consolidare questa traiettoria, Bruxelles ha proposto a dicembre una revisione legislativa per accelerare i permessi sulle infrastrutture di rete e ha lanciato il pacchetto “Reti europee”. A gennaio è stato siglato l’accordo sul progetto Bornholm Energy Island, che collegherà Danimarca e Germania a 3 gigawatt di eolico offshore, trasformando “il vento del Baltico da risorsa nazionale a energia europea condivisa“.

Sul breve periodo, la Commissione ha anche suggerito di ridurre le imposte nazionali sull’energia, ma la proposta ha incontrato scarso sostegno tra gli Stati membri, impegnati a finanziare nuove priorità come la difesa.

L’Ue alla ricerca di energia “abbondante e accessibile”

Come possiamo quindi rafforzare il business case dell’Europa? Servono velocità, scala, potenza e nuovi mercati per competere in un mondo inarrestabile. Velocità, per espandere la produzione e crescere. Scala, per mobilitare maggiori investimenti e attrarre capitali. E potenza, ovvero energia abbondante e accessibile. E abbiamo bisogno di nuovi mercati per rafforzare e ridurre i rischi delle nostre catene di approvvigionamento“, ha dichiarato von der leyen ad Anversa.

La Presidente della Commissione ha poi anticipato l’arrivo del 28° regime a marzo, dell’Industrial Accelerator Act a fine mese e la proposta di un’Unione del risparmio e degli investimenti, tutti strumenti chiave per favorire gli investimenti, aumentare la capacità competitiva e aiutare i settori produttivi, anche se il passo decisivo sarà arrivare ad offrire energia affidabile e accessibile: “Questo è fondamentale per sostenere il business case dell’Europa, soprattutto per i settori ad alta intensità energetica“.

Le critiche ambientaliste: “Non arretrare sulla transizione”

Le organizzazioni ambientaliste contestano l’idea che la competitività possa essere recuperata rallentando o attenuando le politiche climatiche. A loro avviso, l’attuale crisi dimostra la fragilità di un sistema ancora troppo dipendente dai combustibili fossili importati.

Ridurre il prezzo dell’energia attraverso sussidi al gas o un indebolimento dell’ETS, sostengono, rischierebbe di ritardare gli investimenti in rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione industriale.

La vera risposta strutturale, secondo questa prospettiva, è accelerare sulle fonti a basse emissioni, potenziare le reti e favorire contratti a lungo termine che disaccoppino progressivamente il prezzo dell’elettricità dalla volatilità del gas.

In questa chiave, progetti come Bornholm Energy Island e il rafforzamento delle interconnessioni sono considerati strumenti essenziali per stabilizzare i prezzi e rafforzare l’autonomia strategica europea.

Competitività e decarbonizzazione: una sintesi ancora da costruire

Nel suo intervento ad Anversa, Bart De Wever ha definito la situazione industriale in Belgio, Germania, Paesi Bassi e Francia “semplicemente drammatica”, avvertendo che l’Europa è “sull’orlo di una crisi esistenziale”. Senza “innovazione, produttività e competitività”, ha affermato, “la decarbonizzazione dell’Europa diventerà sinonimo della sua deindustrializzazione”.

Tra Anversa e Alden Biesen si gioca dunque una partita strategica: conciliare sicurezza energetica, prezzi sostenibili e transizione climatica. L’energia, con il suo costo, le fonti, le infrastrutture e le regole di mercato, è il terreno su cui si misura la capacità dell’Unione europea di restare un attore industriale globale senza rinunciare agli obiettivi climatici. La sintesi tra queste esigenze definirà il profilo economico e geopolitico dell’Europa nel prossimo decennio.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/energia-la-vera-partita-della-competitivita-europea/565144/




Bolletta del gas: +10,5% in un solo mese

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Le basse temperature e il conseguente aumento della domanda del gas hanno avuto un effetto immediato sul suo prezzo all’ingrosso, che nelle ultime settimane è salito rapidamente.

Tenendo conto delle quotazioni di mercato, l’ARERA ha comunicato l’aggiornamento del prezzo della componente energia per la bolletta di gennaio dei clienti del Servizio di tutela della vulnerabilità. Rispetto allo scorso mese, la crescita è del 10,5%: le bollette, quindi, saranno più care, ma approfittando delle migliori offerte gas degli operatori partner di SOStariffe.it si può risparmiare.

Servizio di tutela della vulnerabilità del gas: bollette più care a gennaio

L’ARERA aggiorna mese per mese il costo della componente energia del gas per i clienti vulnerabili che non sono passati al mercato libero. Questi utenti sono serviti a condizioni di tutela, con il prezzo del gas fissato dall’ARERA sulla base dell’andamento delle quotazioni registrate nel mercato all’ingrosso.

Rispetto agli ultimi mesi, l’anno si è aperto con un rapido e deciso aumento dei prezzi, giustificato essenzialmente dall’incremento della domanda, dovuto alle basse temperature del periodo.

Se a dicembre il costo per un metro cubo standard di gas per gli utenti vulnerabili era stato di 0,327985 euro, a gennaio è salito fino a 0,403934 euro. Questo valore si riferisce alla componente del prezzo del gas a copertura dei costi di approvvigionamento (Cmem,m).

Aumento di oltre il 10% per le bollette gas degli utenti vulnerabili

Il prezzo del gas attuale è al livello più alto da giugno, ma comunque inferiore rispetto a quello dello scorso inverno.

Rispetto a dicembre, il prezzo di riferimento del gas per il cliente tipo (consumo annuo di 1.100 Smc) è aumentato del 10,5%. Sul totale della bolletta, il costo per l’approvvigionamento e per il contributo di vendita del gas pesa per oltre il 43% del totale.

Considerando tutte le voci di spesa presenti in bolletta (consumi, altre componenti di costo, oneri di sistema e imposte) per un metro cubo di gas il cliente tipo paga 1,1302 euro.

Confrontando questo dato con quello dei mesi scorsi l’incremento dei costi è particolarmente evidente: a dicembre il prezzo dello stesso quantitativo di gas era infatti di 1,02 euro, a novembre era di 1,04 euro e a ottobre di 1,05 euro.

Come affrontare l’aumento delle tariffe del gas?

I livelli elevati del PSV, il Punto di Scambio Virtuale utilizzato come riferimento per il prezzo della componente energia del gas, si riflettono direttamente in bollette più alte per la maggior parte delle famiglie con un’utenza attiva.

L’aumento comunicato dall’ARERA riguarda direttamente chi è nel Servizio di tutela della vulnerabilità, ma l’andamento del PSV incide anche sulle forniture del mercato libero, a meno che non si sia scelta un’offerta gas a prezzo bloccato.

Il valore di mercato del gas tende a crescere durante la stagione invernale e, anche in questo periodo, è importante monitorare l’evoluzione dei prezzi, valutando con attenzione le diverse offerte disponibili. Per limitare l’impatto di eventuali nuovi rincari, si può prendere in considerazione la sottoscrizione di tariffe a prezzo fisso: queste soluzioni permettono di bloccare per almeno 12 mesi il costo della materia prima, senza risentire nell’immediato delle oscillazioni dei prezzi all’ingrosso.

Facendo un confronto con SOStariffe.it si può avere un riepilogo delle migliori offerte proposte dagli operatori partner. In questo periodo si possono attivare offerte gas a prezzo fisso a partire da 0,314 €/Smc, bloccando il costo della materia prima per 12 mesi. Chi ha un atteggiamento più prudente può considerare anche l’idea di bloccare il costo della materia prima gas per un periodo più lungo: ci sono fornitori, ad esempio, che fissano il prezzo per 24 mesi, con tariffe da 0,329 €/Smc.

Queste offerte sono sottoscrivibili sia da chi è già passato al mercato libero e vuole cambiare fornitore sia da chi è un cliente vulnerabile soggetto agli aumenti comunicati dall’ARERA. In entrambi i casi, il trasferimento dell’utenza a un nuovo fornitore è gratuito e viene gestito con una procedura molto semplice per il cliente.

Se dal confronto delle offerte si individua una tariffa che fa risparmiare in bolletta, l’unica cosa che bisogna fare è attivarla. Il passaggio dell’utenza dal vecchio al nuovo fornitore viene gestito interamente dalle società che si occupano della distribuzione del gas. Durante il periodo necessario per completare il processo di trasferimento dell’utenza alla nuova compagnia la fornitura del gas rimane attiva senza interruzioni e non c’è bisogno di cambiare contatore. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/bolletta-del-gas-105-in-un-solo-mese/564480/




Il “Cluster” nucleare di Rosatom in Uzbekistan: mossa strategica o fuga in avanti?

Anche nel settore nucleare russo ci sono delle difficoltà, che la società di stato del settore sta cercando di superare.  Desiderosa di contrastare la percezione sempre più diffusa di inaffidabilità dovuta alle difficoltà finanziarie, Rosatom, l’agenzia nucleare russa, sta cercando di raddoppiare le sue promesse di costruzione per potenziare la capacità nucleare dell’Uzbekistan.

Invece di limitarsi a costruire reattori, Rosatom sta ora proponendo di creare un “cluster nucleare” , cioè un pacchetto di soluzioni, in Uzbekistan. Secondo quanto riferito, il capo di Rosatom Alexei Likhachev ha fatto l’offerta durante un incontro privato con il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev il 27 gennaio a Tashkent. Il cluster proposto “includerebbe non solo l’energia nucleare, ma anche la medicina nucleare, le competenze radiologiche a beneficio dell’agricoltura, della sanità e della scienza dei materiali”, ha detto Likhachev.

Secondo quanto riferito, la principale entità russa di ricerca e sviluppo nel settore nucleare, l’Istituto Kurchatov, cuore dello sviluppo nucleare russo, sarebbe coinvolta nella costruzione del cluster, che comporterebbe la realizzazione di infrastrutture sociali in grado di ospitare 30.000 persone. Il costo stimato dell’espansione del piano originale di Rosatom non è stato immediatamente reso noto. Lo scorso settembre Rosatom ha accettato di costruire due reattori nucleari su larga scala e due modelli più piccoli, in grado di generare complessivamente oltre 2,1 gigawatt.

Una dichiarazione rilasciata dall’ufficio di Mirziyoyev non ha menzionato l’offerta di Likhachev relativa al polo e ha fornito solo una vaga valutazione delle discussioni, suggerendo che sono stati compiuti pochi progressi nel promuovere la cooperazione nel settore dell’energia nucleare. “Particolare attenzione è stata prestata anche allo sviluppo della cooperazione nell’applicazione delle tecnologie nucleari in agricoltura e medicina, alla formazione di personale qualificato nel settore, allo sviluppo della scienza e all’attuazione di progetti sociali”, ha osservato la dichiarazione presidenziale.

Un’aura di scetticismo sembrava offuscare l’incontro tra Mirziyoyev e Likhachev. Le autorità uzbeke hanno rinviato il getto di calcestruzzo per le fondamenta del primo reattore Rosatom su piccola scala nella regione di Jizzakh, citando la mancanza di autorizzazioni da parte delle agenzie di regolamentazione statali. Tuttavia, i resoconti dei media uzbeki indicavano anche che alcuni dettagli finanziari relativi all’accordo con Rosatom dovevano ancora essere definiti. La dichiarazione di Mirziyoyev del 27 gennaio ha anche sottolineato che “il lavoro di progettazione del primo reattore continua”. L’obiettivo iniziale era quello di rendere operativo il primo reattore nel 2029.

L’Uzbekistan non è l’unico Stato dell’Asia centrale in cui Rosatom sta affrontando crescenti preoccupazioni circa la sua capacità di portare avanti i progetti di energia nucleare. Il Kazakistan, che ha anch’esso stipulato un contratto con Rosatom per la costruzione della prima centrale nucleare del Paese, alla fine del 2025 ha cercato di cautelarsi, firmando un accordo con gli Stati Uniti per condurre lavori esplorativi per l’installazione di piccoli reattori nucleari modulari nel Paese. L’Asia centrale, per quanto ancora legata a Mosca, cerca comunque di muoversi con una propria autonomiam equilibrando i legami operativi con la Russia a operazioni simili con USA e talvolta con la Cina. Comunque Rosatom resta un leader di livello mondiale nello sviluppo nucleare, e questo non può essere ignorato.

Google NewsGoogle News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!

SEGUICI

https://scenarieconomici.it/il-cluster-nucleare-di-rosatom-in-uzbekistan-mossa-strategica-o-fuga-in-avanti/




Lukoil cede l’impero internazionale a Carlyle: quando le sanzioni colpiscono il “Privato” (e non lo Stato)

Alla fine, anche il colosso privato ha dovuto cedere. Lukoil PJSC, la più internazionale delle compagnie petrolifere russe, ha concordato la vendita della maggior parte dei suoi asset esteri al gigante del private equity Carlyle Group. La notizia, arrivata questo giovedì, segna un punto di svolta: tre mesi dopo l’inasprimento delle sanzioni USA, la pressione finanziaria è diventata insostenibile per chi non ha il “portafoglio illimitato” del Cremlino a coprire le spalle.

L’accordo: cosa finisce nel carrello di Carlyle?

L’operazione è massiccia, anche se i termini finanziari sono rimasti (prevedibilmente) riservati. Lukoil si libera di una fetta enorme della sua presenza globale, anche se mantiene un piede in Asia centrale. Ecco i dettagli emersi finora:

  • Il perimetro: La vendita include la maggior parte degli asset internazionali, compresa la vasta rete di 5.300 stazioni di servizio sparse in 20 paesi e partecipazioni in raffinerie europee.

  • L’eccezione: Restano fuori dal deal gli asset in Kazakistan, strategici per la vicinanza geografica e politica a Mosca, che quindi saranno ancora gestiti dalla casa madre.

  • La continuità: Carlyle si è affrettata a dichiarare che l’operazione è strutturata per essere “pienamente conforme” ai requisiti dell’OFAC (l’ufficio di controllo degli asset esteri del Tesoro USA). L’obiettivo dichiarato è “preservare i posti di lavoro e stabilizzare la base patrimoniale”.

Il fallimento di Gunvor e l’ombra di Washington

Non è il primo tentativo di Lukoil di fare cassa e scappare dall’Occidente. A ottobre, la compagnia aveva praticamente chiuso un accordo con il trader energetico Gunvor Group.

Perché è saltato? Semplice: il Dipartimento del Tesoro USA ha definito Gunvor un “burattino” del Cremlino, facendo terra bruciata intorno all’operazione. Questo “niet” americano ha riaperto i giochi, attirando squali del calibro di Exxon Mobil, Chevron e l’ADNOC di Abu Dhabi, prima che il private equity di Carlyle la spuntasse.

Raffineria Petrotel Ploiesti

Le sanzioni mordono (ma in modo asimmetrico)

Qui sta il punto interessante per chi segue le dinamiche economiche reali. L’amministrazione Trump, tornata a premere l’acceleratore sulle sanzioni lo scorso anno per forzare la mano sulla guerra in Ucraina, ha creato un terremoto. Ma le onde d’urto non colpiscono tutti allo stesso modo.

Mentre i giganti di stato come Rosneft possono contare sul sostegno diretto e illimitato delle casse pubbliche russe (e quindi assorbire meglio i colpi o trovare vie traverse statali), Lukoil paga lo scotto di essere una compagnia privata.

Senza il paracadute diretto dello Stato, e con le banche internazionali che fuggono per paura delle sanzioni secondarie, Lukoil si è trovata in una crisi di liquidità e operatività all’estero molto più acuta rispetto ai suoi “cugini” statali. Le major russe private sono oggi l’anello debole della catena energetica di Mosca: troppo grandi per fallire in patria, ma troppo esposte per sopravvivere all’estero senza svendere i gioielli di famiglia ai fondi americani.

In sintesi: le sanzioni USA stanno funzionando soprattutto contro il capitale privato russo, costringendolo a ripiegare o a vendere (ironia della sorte) proprio a capitali occidentali che promettono “continuità”.

Google NewsGoogle News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!

SEGUICI

https://scenarieconomici.it/lukoil-cede-limpero-internazionale-a-carlyle-quando-le-sanzioni-colpiscono-il-privato-e-non-lo-stato/




Il 57% dell’energia consumata dall’Ue arriva dall’estero. L’Italia resta tra i Paesi più esposti

Energia, la grande dipendenza europea: numeri, squilibri e sfide nel 7° MED & Italian Energy Report

La sicurezza energetica è tornata al centro del dibattito politico ed economico europeo. I numeri contenuti nel settimo MED & Italian Energy Report, presentato oggi al Parlamento europeo, restituiscono con chiarezza la mappa delle dipendenze energetiche globali e spiegano perché l’energia sia oggi una leva geopolitica decisiva nella competizione tra aree del mondo.

L’Unione europea resta fortemente dipendente dalle importazioni di energia dall’estero: il 56,9% dei consumi energetici complessivi proviene da Paesi terzi. Un dato strutturale, che mette l’Europa in una posizione di vulnerabilità strategica se confrontata con le altre grandi potenze globali.
La Cina presenta una dipendenza pari solamente al 24%, mentre gli Stati Uniti risultano sostanzialmente autosufficienti, grazie alla combinazione di produzione interna di petrolio e gas, sviluppo delle rinnovabili e capacità industriale lungo l’intera filiera energetica.

È su questo squilibrio che si gioca una parte cruciale della competizione globale. Chi controlla le fonti, le rotte e le tecnologie energetiche dispone di un vantaggio economico e politico determinante. Per l’Europa, che importa oltre la metà dell’energia che consuma, la sicurezza degli approvvigionamenti è quindi una priorità non solo industriale, ma strategica.

La dipendenza energetica italiana la più elevata nell’Ue

All’interno di questo quadro, l’Italia si colloca tra i Paesi più esposti. La dipendenza energetica nazionale è pari al 74%, in lieve miglioramento rispetto al 75% dell’anno precedente, ma ancora nettamente superiore alla media europea. Un risultato che riflette una storica carenza di risorse energetiche interne e una forte esposizione alle importazioni di gas e petrolio.

Il progressivo aumento della produzione da fonti rinnovabili sta contribuendo ad attenuare questa fragilità, ma non è ancora sufficiente a riequilibrare il quadro complessivo. L’Italia resta dunque particolarmente sensibile alle dinamiche dei mercati internazionali, alle tensioni geopolitiche e alla stabilità delle rotte marittime da cui transitano le principali forniture energetiche.

Francia e Germania: due modelli a confronto

Il confronto con gli altri grandi Paesi europei è illuminante. La Francia, grazie a un mix energetico fortemente basato sul nucleare, presenta una dipendenza energetica del 40,1%, quindi inferiore alla media europea. Il parco nucleare francese consente al Paese non solo di ridurre le importazioni, ma anche di mantenere una maggiore stabilità dei prezzi e una maggiore autonomia strategica.

Situazione opposta per la Germania, che come l’Italia mostra una dipendenza superiore alla media UE e in peggioramento. Berlino ha raggiunto un livello di dipendenza del 66,8%, in crescita, scontando l’uscita dal nucleare e una forte esposizione alle importazioni di gas e petrolio, nonostante il rapido sviluppo delle energie rinnovabili.

Energia, una fragilità strutturale europea

I dati del Rapporto, frutto della sinergia scientifica tra SRM (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) e l’ESL@energycenter Lab del Politecnico di Torino, in collaborazione della Fondazione Matching Energie, confermano che la transizione energetica, pur essendo indispensabile, non elimina automaticamente la dipendenza dall’estero. Al contrario, la crescente elettrificazione e la diffusione delle tecnologie green spostano il problema dalle fonti fossili alle materie prime critiche, anch’esse concentrate in pochi Paesi e trasportate lungo rotte marittime strategiche.

Per l’Europa, ridurre la dipendenza energetica significa agire su più livelli: diversificazione delle fonti e dei fornitori, rafforzamento del dialogo euro-mediterraneo sulle rinnovabili, investimenti nelle infrastrutture e nelle tecnologie.

L’energia, oggi più che mai, è uno strumento di potere. La fotografia scattata dal MED & Italian Energy Report mostra un’Europa che resta fragile, un’Italia ancora esposta e un contesto globale in cui l’autosufficienza energetica rappresenta un vantaggio competitivo decisivo. Comprendere questa geografia delle dipendenze è il primo passo per ridisegnare le relazioni internazionali e rafforzare la sicurezza del continente.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/il-57-dellenergia-consumata-dallue-arriva-dallestero-litalia-resta-tra-i-paesi-piu-esposti/563483/