Il “Cluster” nucleare di Rosatom in Uzbekistan: mossa strategica o fuga in avanti?
Anche nel settore nucleare russo ci sono delle difficoltà, che la società di stato del settore sta cercando di superare. Desiderosa di contrastare la percezione sempre più diffusa di inaffidabilità dovuta alle difficoltà finanziarie, Rosatom, l’agenzia nucleare russa, sta cercando di raddoppiare le sue promesse di costruzione per potenziare la capacità nucleare dell’Uzbekistan.
Per approfondire:
Invece di limitarsi a costruire reattori, Rosatom sta ora proponendo di creare un “cluster nucleare” , cioè un pacchetto di soluzioni, in Uzbekistan. Secondo quanto riferito, il capo di Rosatom Alexei Likhachev ha fatto l’offerta durante un incontro privato con il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev il 27 gennaio a Tashkent. Il cluster proposto “includerebbe non solo l’energia nucleare, ma anche la medicina nucleare, le competenze radiologiche a beneficio dell’agricoltura, della sanità e della scienza dei materiali”, ha detto Likhachev.
Secondo quanto riferito, la principale entità russa di ricerca e sviluppo nel settore nucleare, l’Istituto Kurchatov, cuore dello sviluppo nucleare russo, sarebbe coinvolta nella costruzione del cluster, che comporterebbe la realizzazione di infrastrutture sociali in grado di ospitare 30.000 persone. Il costo stimato dell’espansione del piano originale di Rosatom non è stato immediatamente reso noto. Lo scorso settembre Rosatom ha accettato di costruire due reattori nucleari su larga scala e due modelli più piccoli, in grado di generare complessivamente oltre 2,1 gigawatt.
Una dichiarazione rilasciata dall’ufficio di Mirziyoyev non ha menzionato l’offerta di Likhachev relativa al polo e ha fornito solo una vaga valutazione delle discussioni, suggerendo che sono stati compiuti pochi progressi nel promuovere la cooperazione nel settore dell’energia nucleare. “Particolare attenzione è stata prestata anche allo sviluppo della cooperazione nell’applicazione delle tecnologie nucleari in agricoltura e medicina, alla formazione di personale qualificato nel settore, allo sviluppo della scienza e all’attuazione di progetti sociali”, ha osservato la dichiarazione presidenziale.
Un’aura di scetticismo sembrava offuscare l’incontro tra Mirziyoyev e Likhachev. Le autorità uzbeke hanno rinviato il getto di calcestruzzo per le fondamenta del primo reattore Rosatom su piccola scala nella regione di Jizzakh, citando la mancanza di autorizzazioni da parte delle agenzie di regolamentazione statali. Tuttavia, i resoconti dei media uzbeki indicavano anche che alcuni dettagli finanziari relativi all’accordo con Rosatom dovevano ancora essere definiti. La dichiarazione di Mirziyoyev del 27 gennaio ha anche sottolineato che “il lavoro di progettazione del primo reattore continua”. L’obiettivo iniziale era quello di rendere operativo il primo reattore nel 2029.
L’Uzbekistan non è l’unico Stato dell’Asia centrale in cui Rosatom sta affrontando crescenti preoccupazioni circa la sua capacità di portare avanti i progetti di energia nucleare. Il Kazakistan, che ha anch’esso stipulato un contratto con Rosatom per la costruzione della prima centrale nucleare del Paese, alla fine del 2025 ha cercato di cautelarsi, firmando un accordo con gli Stati Uniti per condurre lavori esplorativi per l’installazione di piccoli reattori nucleari modulari nel Paese. L’Asia centrale, per quanto ancora legata a Mosca, cerca comunque di muoversi con una propria autonomiam equilibrando i legami operativi con la Russia a operazioni simili con USA e talvolta con la Cina. Comunque Rosatom resta un leader di livello mondiale nello sviluppo nucleare, e questo non può essere ignorato.
Lukoil cede l’impero internazionale a Carlyle: quando le sanzioni colpiscono il “Privato” (e non lo Stato)
Alla fine, anche il colosso privato ha dovuto cedere. Lukoil PJSC, la più internazionale delle compagnie petrolifere russe, ha concordato la vendita della maggior parte dei suoi asset esteri al gigante del private equity Carlyle Group. La notizia, arrivata questo giovedì, segna un punto di svolta: tre mesi dopo l’inasprimento delle sanzioni USA, la pressione finanziaria è diventata insostenibile per chi non ha il “portafoglio illimitato” del Cremlino a coprire le spalle.
Per approfondire:
L’accordo: cosa finisce nel carrello di Carlyle?
L’operazione è massiccia, anche se i termini finanziari sono rimasti (prevedibilmente) riservati. Lukoil si libera di una fetta enorme della sua presenza globale, anche se mantiene un piede in Asia centrale. Ecco i dettagli emersi finora:
Il perimetro: La vendita include la maggior parte degli asset internazionali, compresa la vasta rete di 5.300 stazioni di servizio sparse in 20 paesi e partecipazioni in raffinerie europee.
L’eccezione: Restano fuori dal deal gli asset in Kazakistan, strategici per la vicinanza geografica e politica a Mosca, che quindi saranno ancora gestiti dalla casa madre.
La continuità: Carlyle si è affrettata a dichiarare che l’operazione è strutturata per essere “pienamente conforme” ai requisiti dell’OFAC (l’ufficio di controllo degli asset esteri del Tesoro USA). L’obiettivo dichiarato è “preservare i posti di lavoro e stabilizzare la base patrimoniale”.
Il fallimento di Gunvor e l’ombra di Washington
Non è il primo tentativo di Lukoil di fare cassa e scappare dall’Occidente. A ottobre, la compagnia aveva praticamente chiuso un accordo con il trader energetico Gunvor Group.
Perché è saltato? Semplice: il Dipartimento del Tesoro USA ha definito Gunvor un “burattino” del Cremlino, facendo terra bruciata intorno all’operazione. Questo “niet” americano ha riaperto i giochi, attirando squali del calibro di Exxon Mobil, Chevron e l’ADNOC di Abu Dhabi, prima che il private equity di Carlyle la spuntasse.
Raffineria Petrotel Ploiesti
Le sanzioni mordono (ma in modo asimmetrico)
Qui sta il punto interessante per chi segue le dinamiche economiche reali. L’amministrazione Trump, tornata a premere l’acceleratore sulle sanzioni lo scorso anno per forzare la mano sulla guerra in Ucraina, ha creato un terremoto. Ma le onde d’urto non colpiscono tutti allo stesso modo.
Mentre i giganti di stato come Rosneft possono contare sul sostegno diretto e illimitato delle casse pubbliche russe (e quindi assorbire meglio i colpi o trovare vie traverse statali), Lukoil paga lo scotto di essere una compagnia privata.
Senza il paracadute diretto dello Stato, e con le banche internazionali che fuggono per paura delle sanzioni secondarie, Lukoil si è trovata in una crisi di liquidità e operatività all’estero molto più acuta rispetto ai suoi “cugini” statali. Le major russe private sono oggi l’anello debole della catena energetica di Mosca: troppo grandi per fallire in patria, ma troppo esposte per sopravvivere all’estero senza svendere i gioielli di famiglia ai fondi americani.
In sintesi: le sanzioni USA stanno funzionando soprattutto contro il capitale privato russo, costringendolo a ripiegare o a vendere (ironia della sorte) proprio a capitali occidentali che promettono “continuità”.
Il 57% dell’energia consumata dall’Ue arriva dall’estero. L’Italia resta tra i Paesi più esposti
Energia, la grande dipendenza europea: numeri, squilibri e sfide nel 7° MED & Italian Energy Report
La sicurezza energetica è tornata al centro del dibattito politico ed economico europeo. I numeri contenuti nel settimo MED & Italian Energy Report, presentato oggi al Parlamento europeo, restituiscono con chiarezza la mappa delle dipendenze energetiche globali e spiegano perché l’energia sia oggi una leva geopolitica decisiva nella competizione tra aree del mondo.
L’Unione europea resta fortemente dipendente dalle importazioni di energia dall’estero: il 56,9% dei consumi energetici complessivi proviene da Paesi terzi. Un dato strutturale, che mette l’Europa in una posizione di vulnerabilità strategica se confrontata con le altre grandi potenze globali. La Cina presenta una dipendenza pari solamente al 24%, mentre gli Stati Uniti risultano sostanzialmente autosufficienti, grazie alla combinazione di produzione interna di petrolio e gas, sviluppo delle rinnovabili e capacità industriale lungo l’intera filiera energetica.
È su questo squilibrio che si gioca una parte cruciale della competizione globale. Chi controlla le fonti, le rotte e le tecnologie energetiche dispone di un vantaggio economico e politico determinante. Per l’Europa, che importa oltre la metà dell’energia che consuma, la sicurezza degli approvvigionamenti è quindi una priorità non solo industriale, ma strategica.
La dipendenza energetica italiana la più elevata nell’Ue
All’interno di questo quadro, l’Italia si colloca tra i Paesi più esposti. La dipendenza energetica nazionale è pari al 74%, in lieve miglioramento rispetto al 75% dell’anno precedente, ma ancora nettamente superiore alla media europea. Un risultato che riflette una storica carenza di risorse energetiche interne e una forte esposizione alle importazioni di gas e petrolio.
Il progressivo aumento della produzione da fonti rinnovabili sta contribuendo ad attenuare questa fragilità, ma non è ancora sufficiente a riequilibrare il quadro complessivo. L’Italia resta dunque particolarmente sensibile alle dinamiche dei mercati internazionali, alle tensioni geopolitiche e alla stabilità delle rotte marittime da cui transitano le principali forniture energetiche.
Francia e Germania: due modelli a confronto
Il confronto con gli altri grandi Paesi europei è illuminante. La Francia, grazie a un mix energetico fortemente basato sul nucleare, presenta una dipendenza energetica del 40,1%, quindi inferiore alla media europea. Il parco nucleare francese consente al Paese non solo di ridurre le importazioni, ma anche di mantenere una maggiore stabilità dei prezzi e una maggiore autonomia strategica.
Situazione opposta per la Germania, che come l’Italia mostra una dipendenza superiore alla media UE e in peggioramento. Berlino ha raggiunto un livello di dipendenza del 66,8%, in crescita, scontando l’uscita dal nucleare e una forte esposizione alle importazioni di gas e petrolio, nonostante il rapido sviluppo delle energie rinnovabili.
Energia, una fragilità strutturale europea
I dati del Rapporto, frutto della sinergia scientifica tra SRM (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) e l’ESL@energycenter Lab del Politecnico di Torino, in collaborazione della Fondazione Matching Energie, confermano che la transizione energetica, pur essendo indispensabile, non elimina automaticamente la dipendenza dall’estero. Al contrario, la crescente elettrificazione e la diffusione delle tecnologie green spostano il problema dalle fonti fossili alle materie prime critiche, anch’esse concentrate in pochi Paesi e trasportate lungo rotte marittime strategiche.
L’energia, oggi più che mai, è uno strumento di potere. La fotografia scattata dal MED & Italian Energy Report mostra un’Europa che resta fragile, un’Italia ancora esposta e un contesto globale in cui l’autosufficienza energetica rappresenta un vantaggio competitivo decisivo. Comprendere questa geografia delle dipendenze è il primo passo per ridisegnare le relazioni internazionali e rafforzare la sicurezza del continente.
Bonus sociale, cosa cambia nel 2026 per l’agevolazione su luce e gas
Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.
L’ARERA ha comunicato gli importi aggiornati per il bonus sociale 2026. I cambiamenti rispetto allo scorso anno sono diversi: rimane l’agevolazione per le famiglie a basso reddito e per chi usa apparecchi elettromedicali salvavita, ma lo sconto in bolletta è inferiore e non si potrà contare sul contributo straordinario erogato nel 2025.
Il bonus luce e gas è un’importante forma di sostegno per la spesa di milioni di famiglie italiane e, insieme alla scelta delle offerte luce e gas più competitive del mercato libero, permette di usare le utenze senza preoccuparsi dei costi.
Con il comparatore di SOStariffe si possono mettere a confronto le tariffe di vari fornitori partner e scorrendo i risultati dell’analisi ci si può fare rapidamente un’idea delle offerte migliori per la propria famiglia.
Bonus luce e gas: confermata la misura anche per il 2026
Come ogni anno, nei primi giorni di gennaio l’ARERA procede all’aggiornamento degli importi del bonus luce e gas.
Anche per il 2026 è previsto un sostegno per le famiglie:
In una condizione di disagio economico, cioè quelle con un ISEE inferiore a 9.530 euro o 20.000 euro se ci sono almeno 4 figli a carico;
In una condizione di disagio fisico, cioè i nuclei in cui è presente una persona con una malattia che richiede l’uso di apparecchi elettromedicali salvavita.
Rispetto allo scorso anno, invece, non è stato rinnovato il contributo straordinario di 200 euro riconosciuto nella bolletta della luce alle famiglie con ISEE fino a 25.000 euro.
Bonus bollette: gli importi aggiornati per l’energia elettrica e per il gas
Il bonus luce per le famiglie a basso reddito viene erogato in modo costante durante l’anno. L’agevolazione che si può ottenere varia a seconda del numero di persone che vivono in casa:
Per le famiglie composte da 1 o 2 persone il bonus annuo è di 146 euro
Per le famiglie di 3 o 4 persone il bonus è di 186,15 euro
Per le famiglie con più di 4 persone lo sconto annuo in bolletta sale a 204,40 euro
Nel caso della bolletta del gas, invece, l’importo del bonus viene distribuito su base trimestrale durante l’anno, facendo in modo da risultare maggiore nei mesi invernali quando il consumo di gas è più alto. Le famiglie che rientrano nei limiti ISEE previsti dalla normativa ottengono uno sconto in bolletta variabile a seconda di:
Numero di persone che vivono in casa;
Uso che si fa del gas: cottura dei cibi, acqua calda sanitaria, riscaldamento;
Zona climatica di residenza.
L’importo aggiornato del bonus per il 2026 va da un minimo di 39,14 euro annui riconosciuti a chi usa il gas solo in cucina e vive in zona A fino a un massimo di 156,45 euro, per le famiglie numerose che vivono in zona F e usano il gas per il riscaldamento.
Chi ha diritto a ricevere il bonus per disagio fisico ottiene un’agevolazione calcolata tenendo conto dell’extra consumo generato dall’uso dei macchinari salvavita e dalla potenza impegnata del contatore. Il bonus varia indicativamente tra:
142 e 208 euro annui per chi rientra nella fascia di extra consumo entro i 600 kWh;
288 e 336 euro annui per un extra consumo compreso tra 600 e 1.200 kWh;
423 e 465 euro all’anno per chi ha consumi extra oltre i 1.200 kWh.
Cosa fare per ottenere lo sconto in bolletta
Per ottenere il bonus bollette 2026 per disagio economico è sufficiente aver presentato una DSU aggiornata da cui risulti il proprio ISEE. Se l’indicatore rientra nei limiti previsti, il bonus viene erogato in automatico sotto forma di sconto in bolletta.
Chi invece ha diritto a ricevere il bonus luce per disagio fisico deve presentare apposita domanda al Comune di residenza.
Come massimizzare il risparmio in bolletta
Gli importi del bonus bollette previsti per il 2026 risultano in calo rispetto al 2025. Per l’energia elettrica la riduzione varia indicativamente tra i 20 e i 40 euro annui, mentre per il gas il taglio interessa soprattutto le fasce più elevate, con una diminuzione che può arrivare fino a circa 36 euro, senza incidere sugli importi minimi.
Come negli anni precedenti, gli sconti in bolletta sono cumulabili: chi ha un ISEE basso ottiene sia il bonus luce sia quello gas e chi ha in casa una persona gravemente malata può ottenere anche il bonus luce per disagio fisico.
Lo sconto in bolletta non è legato ai consumi ma viene riconosciuto in misura fissa: abbassare la spesa per luce e gas è la soluzione migliore per sfruttare al massimo il bonus bollette.
Oltre ad evitare sprechi e a usare in modo consapevole la luce e il gas, è essenziale scegliere un’offerta conveniente. Mettendo a confronto le offerte luce e gas proposte dai fornitori del mercato libero si può verificare se è possibile risparmiare cambiando offerta: fare quest’analisi regolarmente aiuta a cogliere le migliori opportunità del mercato e ad abbassare gradualmente le bollette.
In questi giorni, le migliori offerte luce partono da 0,09 €/kWh nel caso delle tariffe a prezzo fisso. Per il gas, invece, le offerte più competitive a prezzo fisso partono da 0,32 €/Smc. Le caratteristiche delle offerte disponibili sul mercato libero cambiano molto e per trovare l’offerta ideale bisogna tener conto delle abitudini, dei livelli di consumo e delle preferenze della famiglia.
AI, Meta punta sul nucleare per garantire l’energia dei data center. Due reattori entro il 2032
Meta accelera sul nucleare per alimentare la corsa all’AI. Il gruppo di Menlo Park ha annunciato una serie di accordi strategici che la porteranno a diventare cliente di riferimento per nuovi ed esistenti impianti nucleari negli Stati Uniti, con l’obiettivo di coprire l’enorme fabbisogno energetico dei data center dedicati all’AI. Si tratta di una delle iniziative più ampie mai avviate da un’azienda tecnologica nel settore dell’energia nucleare, che coinvolge TerraPower, Oklo e Vistra.
Nucleare: i piani di Meta
Con TerraPower, società fondata da BillGates, Meta finanzierà la costruzione di due nuovi reattori nucleari da 690 megawatt ciascuno, con entrata in funzione prevista entro il 2032.
L’accordo prevede inoltre la possibilità di estendere il progetto fino a un totale di otto reattori entro il 2035, creando uno dei poli nucleari più rilevanti del Paese. Parallelamente, con Oklo verrà sviluppato un vero e proprio campus nucleare in Ohio, mentre la collaborazione con Vistra riguarda l’acquisto dell’energia prodotta da tre centrali nucleari già operative, accompagnato da investimenti per l’ammodernamento degli impianti e l’estensione delle licenze di esercizio.
Data center sempre più energivori
Alla base di questa strategia c’è l’esplosione della domanda di energia generata dai servizi di AI, sempre più centrali nei modelli di business delle big tech.
Per garantire continuità operativa, sostenibilità e controllo dei costi, le aziende stanno cercando soluzioni energetiche autonome e stabili nel lungo periodo. In questo contesto, il nucleare sta tornando al centro delle strategie industriali come fonte affidabile, a basse emissioni e compatibile con carichi di lavoro costanti come quelli dei data center.
Nucleare a AI: cosa fanno le altre Big Tech
Anche le altre big tech stanno accelerando sul fronte energetico, con strategie molto simili a quella di Meta.
Microsoft è tra le più avanzate sul nucleare. Ha siglato un accordo con Constellation Energy per riavviare un reattore della centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania, dismesso dopo l’incidente del 1979. L’energia prodotta sarà destinata ai data center che supportano i servizi cloud e di AI di Azure. In parallelo, Microsoft investe nei piccoli reattori modulari (SMR), considerati più flessibili e adatti a un’integrazione diretta con grandi infrastrutture digitali.
AWS
Amazon Web Services segue una doppia strada. Da un lato ha firmato accordi per l’acquisto di energia nucleare da impianti esistenti, dall’altro ha investito direttamente in startup che sviluppano SMR, come X-energy. AWS punta a garantire capacità energetica dedicata per i propri data center negli Stati Uniti, riducendo la dipendenza dalla rete e mantenendo gli impegni di decarbonizzazione.
Google
Google, storicamente più focalizzata su rinnovabili come eolico e solare, ha iniziato a guardare con maggiore interesse al nucleare avanzato. Nel 2023 ha annunciato partnership esplorative con aziende del settore SMR per valutare l’uso del nucleare come fonte continua di energia “carbon free” a supporto dei carichi AI, soprattutto nelle aree dove le rinnovabili non garantiscono sufficiente stabilità.
Australia, data center assetati: fino a 40 milioni di litri al giorno per il raffreddamento
In Australia cresce la preoccupazione per l’impatto ambientale dell’espansione delle infrastrutture digitali, in particolare dei data center legati all’AI, sul sistema idrico nazionale.
A lanciare l’allarme è laWater Services Association of Australia (WSAA), secondo cui la domanda d’acqua dei centri dati sta raggiungendo livelli comparabili a quelli di intere aree residenziali.
I numeri indicati dall’associazione sono significativi: i data center australiani richiedono oggi tra i 5 e i 40 milioni di litri d’acqua al giorno, un consumo equivalente a quello di circa 80.000 abitazioni. L’acqua è utilizzata principalmente per il raffreddamento dei server e per garantire la stabilità operativa di infrastrutture che lavorano ininterrottamente e con carichi computazionali sempre più elevati, soprattutto a causa dell’adozione di sistemi di AI ad alta intensità di calcolo.
Sydney, principale hub tecnologico del Paese, rappresenta il caso più critico. Secondo le proiezioni del WSAA, entro il 2035 i data center potrebbero arrivare a consumare fino a 90 miliardi di litri d’acqua all’anno, pari al 15-20% dell’intera fornitura idrica cittadina. Un dato che pone interrogativi diretti sulla resilienza delle infrastrutture idriche urbane e sulla capacità di sostenere, in parallelo, crescita tecnologica e fabbisogni della popolazione.
Il rapporto evidenzia come l’espansione accelerata dell’AI stia amplificando in modo esponenziale le esigenze non solo energetiche, ma anche idriche e infrastrutturali. Per questo, la WSAA propone cinque raccomandazioni chiave: migliorare l’efficienza dei sistemi di raffreddamento, incentivare il riutilizzo dell’acqua, aumentare la trasparenza sui consumi, rafforzare il dialogo tra operatori dei data center e utility idriche, e definire nuovi criteri regolatori per lo sviluppo di queste infrastrutture.
Il tema è entrato anche nel dibattito politico. Abigail Boyd, deputata dei Verdi, ha sollevato la questione in Parlamento, avvertendo che entro il 2035 i centri dati potrebbero arrivare a consumare fino a 250 megalitri di acqua al giorno. Una prospettiva che, secondo Boyd, rischia di mettere sotto stress un sistema idrico già esposto agli effetti del cambiamento climatico e a periodi di siccità sempre più frequenti.
Dal governo arriva una risposta prudente. La ministra Rose Jackson ha ribadito che la priorità resta l’edilizia abitativa, pur riconoscendo la necessità di sostenere la crescita del settore tecnologico. L’obiettivo dichiarato è trovare un equilibrio che consenta lo sviluppo dell’AI senza compromettere la disponibilità di una risorsa critica come l’acqua.
Trump vuole il petrolio del Venezuela, come gli USA controlleranno il mercato globale del greggio
Trump: “Siamo noi al comando”. Le compagnie americane pronte a mettere le mani sul petrolio del Venezuela
Un quinto delle riserve mondiali ‘certificate’ di petrolio (circa il 18%) si trova nel sottosuolo del Venezuela. Secondo i calcoli confermati dalla U.S. Energy Information Administration, si parla di oltre 303 miliardi di barili di oro nero. Questo significa che chi controlla questo immenso volume di greggio non solo ha la possibilità di incrementare le proprie ricchezze, ma anche di influenzare in maniera diretta l’intero mercato mondiale del petrolio.
Sabato gli Stati Uniti hanno attaccato militarmente il Venezuela, prendendo in custodia l’ormai ex Presidente Nicolas Maduro e sua moglie. Ora la presidenza ad interim è nelle mani di Delcy Rodriguez, ma di fatto è Washington a dettare le regole.
In attesa di capire come gli Stati Uniti e in particolare il Presidente americano, Donald Trump, vogliono gestire questa crisi politica, militare ed economica da loro stessi innescata nel Paese latinoamericano, con ampi e ad oggi poco chiari risvolti geopolitici mondiali, in molti si concentrano sul futuro delle riserve petrolifere venezuelane e le possibili ricadute sul mercato globale del greggio.
Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, durante il viaggio da Mar-a-Lago verso Washington, riferendosi al Venezuela, Trump ha detto chiaramente “Siamo noi al comando”, aggiungendo che “se non si comportano bene siamo pronti ad un secondo attacco”.
C’è da aspettarsi una nuova fase di “protagonismo” energetico americano? Secondo l’American Petroleum Institute: “Eventi geopolitici come questo rafforzano l’importanza di una forte leadership energetica degli Stati Uniti“.
Il Nord America e il Venezuela in evidenza
Una rivendicazione storica
Ciò che gli Stati Uniti vogliono da Rodriguez, probabilmente, ruoterà attorno al petrolio venezuelano, che Trump e altri funzionari statunitensi hanno definito senza mezze parole “petrolio statunitense”. Una rivendicazione storica che risponde, militarmente, alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera eseguita da Caracas tra gli anni ’70 del secolo scorso e 2000, che ha costretto la maggior parte delle compagnie petrolifere statunitensi ad andarsene.
Su questo, prima di partire dalla sua residenza privata, il Presidente USA è stato abbastanza chiaro: “Faremo intervenire le nostre compagnie petrolifere, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture petrolifere, ora gravemente danneggiate”.
Gli USA controlleranno il mercato mondiale del petrolio?
Pur rimanendo, per il momento, in vigore l’embargo al petrolio di Caracas, gli Stati Uniti hanno preso de facto il controllo delle risorse naturali del Venezuela e questo permetterà loro di influenzare pesantemente le dinamiche del mercato mondiale del petrolio, in particolare del suo prezzo al barile.
John Gong, professore presso l’Università di Economia e Commercio Internazionale di Pechino, ha spiegato che “L’Opec e le altre nazioni esportatrici di petrolio vedranno inevitabilmente diminuire la loro autonomia e il predominio degli Stati Uniti nell’ordine energetico mondiale sarà notevolmente rafforzato”, secondo quanto riportato dal South China Morning Post.
“La chiave è prendere il controllo dell’energia, non solo per profitto, ma per riconquistare un potere di determinazione dei prezzi a livello globale”, ha affermato Wang Yiwei, direttore dell’Istituto per gli affari internazionali presso la Renmin University of China di Pechino: “Il sistema del petrodollaro non è più solido come prima, con i paesi del Medio Oriente che perseguono attivamente la diversificazione energetica”.
Ovviamente, quanto accaduto in Venezuela non è visto per niente di buon occhio dalla Cina. Pechino contava molto sulle forniture di petrolio da Caracas (era il primo acquirente su scala mondiale) e i rapporti tra i due Paesi erano più che ottimi.
Trump dovrà gestire interessi contrapposti
Su Avvenire, Demostenes Floros, responsabile Energia del Centro Europa Ricerche e docente di Geopolitica dell’Energia presso l’Università di Padova, ha fatto un’analisi molto interessante, relativa all’azione americana e alle possibili conseguenze su scala globale.
I principali analisti internazionali si aspettano che dal Venezuela arrivino molti milioni di barili di petrolio in più all’anno sul mercato mondiale, con conseguente diminuzione dei prezzi. “gli Stati Uniti hanno bisogno di poter sfruttare anche il petrolio venezuelano in virtù di una situazione di indebitamento pubblico ed estero molto grave – ha premesso Floros – e in aggiunta la sempre maggiore difficoltà di mantenere il dollaro come riserva internazionale, come valuta per il commercio internazionale”.
Questa situazione da una parte spingerà gli USA a fare pressioni su Paesi alleati e di gran peso come Arabia Saudita e Emirati Arabi (tra i maggiori produttori mondiali di barili di petrolio), dall’altra però lo stesso Trump dovrà anche trovare un punto di equilibrio con gli interessi dei suoi grandi elettori del settore energetico americano.
Le aziende petrolifere americane, che estraggono petrolio in casa, anche attraverso il fracking, devono sostenere costi molto alti e di conseguenza hanno bisogno di vendere ad un prezzo elevato i barili sul mercato. Paradossalmente, fare gli interessi di questi ‘grandi elettori’ del settore energetico, va contro gli interessi della ben più ampia base elettorale che ha votato Trump, i cittadini che tutti i giorni devono prender la macchina e pagare la benzina, che vogliono al prezzo più basso possibile (senza contare il peso del prezzo del petrolio sui trasporti e quindi sui beni di consumo).
Se gli Stati Uniti dovessero decidere di aumentare la produzione di venezuelana di barili di petrolio, entro i prossimi 5 anni, passando da 1 a 3 milioni di barili al giorno, creerebbero un eccesso di offerta, con conseguenze riduzione dei prezzi di vendita.
Se da un lato questo scenario andrebbe a ridurre i margini dei produttori di shale, tra cui gli americani stessi, dall’altro darebbe a Washington nuove leve strategiche.
Gli USA potrebbero usare il petrolio venezuelano per rafforzare il proprio grip sul mercato globale, deviando esportazioni verso raffinerie proprie e riducendo drasticamente la dipendenza da fornitori mediorientali. In questo modo si andrebbe ad erodere il potere di paesi arabi come Arabia Saudita e Emirati Arabi, costretti a tagliare output per evitare crolli dei prezzi, indebolendo anche l’Iran, perché ne limiterebbe ulteriormente le esportazioni (già sanzionate).
Complessivamente, questo scenario sarebbe estremamente sfavorevole a tutti i Paesi aderenti all’OPEC, mentre gli Stati Uniti guadagnerebbero ulteriore leva geopolitica sulle forniture e sul mercato mondiale nel suo insieme.
Ciò darebbe a Washington un’influenza indiretta ma significativa all’interno dell’Organizzazione e sull’offerta globale, interrompendo il delicato equilibrio che i membri cercano di mantenere da anni e colpendo anche l’economia iraniana.
AI, nel 2025 emessa più CO2 di New York e consumate tutte le bottiglie di acqua in circolazione
Data center e AI: l’impatto ambientale poco conosciuto dell’economia digitale globale
L’intelligenza artificiale è diventata il principale acceleratore dell’economia digitale: dalla produttività aziendale ai servizi cloud, dalla sanità alla finanza. Tuttavia, dietro l’espansione rapidissima dei modelli di AI generativa e delle piattaforme digitali, cresce un’infrastruttura tanto strategica quanto poco trasparente sotto vari punti di vista: i data center. Ed è proprio qui che si concentra un impatto ambientale sempre più rilevante, in termini di consumi energetici, emissioni di CO₂ e utilizzo di acqua.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Patterns da Alex de Vries-Gao, data scientist di De Nederlandsche Bank e ricercatore presso la Liberà Università di Amsterdam, fornisce un’analisi molto interessante sul tema, mettendo in luce non solo l’entità del fenomeno, ma soprattutto le criticità legate alla mancanza di trasparenza da parte delle grandi società tecnologiche globali.
Ce lo ripetiamo sempre, lo abbiamo fatto anche sulle pagine di Key4Biz: l’AI è uno strumento tecnologico fondamentale, imprescindibile per la crescita e il miglioramento della produttività economica di ogni settore chiave, dall’industria al commercio, dalla sanità alla finanza, passando per i servizi, l’editoria e il mondo delle assicurazioni (ognuno in diverso modo e con regole proprie). Ciò non toglie che l’AI è anche un’arma potentissima che se utilizzata per finalità aggressive e criminali (e nella guerra ibrida) è in grado di causare danni enormi. Allo stesso tempo, alimentare questo sistema tecnologico avanzato comporta elevati consumi energetici ed idrici, da non tacere e a cui porre rimedio.
AI ed energia: consumi paragonabili a quelli di uno Stato o una città come New York
Secondo lo studio, i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero essere responsabili, già nel 2025, di emissioni comprese tra 32,6 e 79,7 milioni di tonnellate di CO₂, generate dall’energia elettrica necessaria al loro funzionamento. Il dato più alto colloca l’AI al di sopra delle emissioni annuali di interi Paesi, come Cile, Repubblica Ceca o Romania, e persino di una grande metropoli come New York City.
Il motivo è strutturale: l’AI è oggi il principale driver di crescita dei data center. Secondo le stime richiamate da de Vries-Gao, nel 2024 l’AI rappresentava già tra il 15% e il 20% della domanda elettrica globale dei data center. Entro la fine del 2025, la potenza richiesta dai soli sistemi di AI potrebbe raggiungere 23 gigawatt, avvicinandosi ai consumi medi di un Paese industrializzato come il Regno Unito.
Questa crescita è alimentata dall’uso intensivo di hardware specializzato (GPU e acceleratori), che opera senza interruzioni e richiede infrastrutture altamente affidabili, ridondanti e energivore.
Non tutti i data center inquinano allo stesso modo
Un elemento chiave emerso dallo studio è la forte variabilità dell’impatto ambientale dei data center. Le emissioni dipendono in larga parte dal mix energetico locale. I grandi operatori statunitensi ed europei – come Google, Microsoft, Meta e Apple – mostrano in media un’intensità di carbonio più bassa (circa 0,32–0,35 tonnellate di CO₂ per MWh), grazie a reti elettriche relativamente più “verdi”.
In Italia, ad esempio, come Key4Biz ha più volte riportato, abbiamo diversi esempi di data center green, ad alta efficienza energetica e che sfruttano fonti energetiche rinnovabili, quindi pulite, come Aruba, con il suo Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro a Bergamo o quello a Roma, raggiungendo livelli di eccellenza per autosufficienza energetica e superando molti hyperscaler esteri in produzione proprietaria green.
Al contrario, i data center situati in altre aree del mondo, come quelli operati da grandi aziende cinesi, presentano intensità di carbonio significativamente più elevate, segno che la localizzazione geografica è un fattore decisivo. Tuttavia, questa informazione resta spesso invisibile all’esterno: nessuna grande azienda pubblica dati specifici sui carichi AI, né sulle emissioni associate ai singoli siti.
Il grande nodo dell’acqua: una crisi sottovalutata
Secondo de Vries-Gao, l’impronta idrica complessiva dell’AI – includendo sia l’uso diretto nei data center sia quello indiretto legato alla produzione di elettricità – potrebbe raggiungere nel 2025 tra 312 e 764 miliardi di litri d’acqua.
Un volume paragonabile, e in alcuni scenari superiore, all’intero consumo mondiale annuo di acqua in bottiglia.
Lo studio mostra anche che le stime ufficiali tendono probabilmente a sottovalutare l’uso indiretto di acqua, cioè quella impiegata dalle centrali elettriche per generare l’energia destinata ai data center. Analisi dettagliate su singoli operatori, come Meta, Apple e Google, indicano valori di consumo idrico per kWh molto più elevati rispetto alle medie diffuse dall’Agenzia Internazionale dell’Energia.
Impatti locali e tensioni sociali
Questi numeri non sono solo astratti. In diverse aree degli Stati Uniti, l’espansione dei data center ha già prodotto tensioni con le comunità locali, soprattutto in territori soggetti a stress idrico. Aumenti dei costi dell’acqua, pressione sulle falde e timori per la sostenibilità a lungo termine hanno portato a proteste e richieste di moratorie sulla costruzione di nuove strutture.
Il punto critico, sottolinea lo studio, è che l’impatto non è uniforme: in zone con abbondanza di risorse idriche l’effetto può essere gestibile, mentre in aree aride o colpite da siccità l’insediamento di data center AI può diventare un fattore di rischio sistemico.
Trasparenza: la vera infrastruttura mancante
Il messaggio centrale di de Vries-Gao è chiaro: senza trasparenza non può esserci sostenibilità. Oggi i report ambientali delle Big Tech sono frammentari, incoerenti e raramente distinguono tra carichi AI e altre attività. Nessuna azienda fornisce dati completi su emissioni e consumi idrici specificamente attribuibili all’intelligenza artificiale.
Eppure, l’urgenza cresce. I data center sono infrastrutture strategiche per lo sviluppo dell’AI e dell’economia digitale, ma il loro impatto ambientale rischia di diventare unfattore limitante, sia sul piano sociale sia su quello regolatorio.
Una sfida strategica per l’Europa e l’economia globale, ma servono dati aperti e verificabili
Per l’Europa – e per Paesi come l’Italia, sempre più coinvolti nelle strategie di cloud e AI – il tema è doppiamente strategico. Da un lato, i data center sono essenziali per la sovranità digitale e la competitività industriale. Dall’altro, richiedono politiche chiare su energia, acqua e localizzazione, oltre a obblighi di disclosure più stringenti.
Come conclude lo studio pubblicato su Patterns, senza dati aperti e verificabili sarà impossibile identificare le soluzioni più efficaci – dall’efficienza energetica ai nuovi sistemi di raffreddamento, fino alla progettazione di modelli di AI meno energivori. La partita dell’intelligenza artificiale non si gioca solo sugli algoritmi, ma anche – e sempre di più – sulle infrastrutture fisiche che li rendono possibili.
La Cina accende la “Super Batteria ad aria fredda” più grande al mondo nel deserto del Gobi
La Cina prosegue la sua marcia industriale con un pragmatismo che lascia poco spazio alle incertezze. Nel deserto del Gobi, precisamente fuori Golmud nella provincia nord-occidentale del Qinghai, sta per entrare in funzione quella che è stata ribattezzata la “Super Air Power Bank“: il più grande impianto di stoccaggio di energia ad aria liquida (LAES) (liquid air energy storage) al mondo.
Per approfondire:
Si tratta di un progetto che unisce la grandeur infrastrutturale tipica di Pechino a una soluzione tecnica ingegnosa per risolvere l’eterno problema delle rinnovabili: l’intermittenza.
Come funziona la “Banca dell’Aria”
Il principio fisico alla base dell’impianto, sviluppato dal China Green Development Investment Group in collaborazione con l’Accademia Cinese delle Scienze, è affascinante nella sua linearità industriale. L’impianto utilizza l’energia elettrica in eccesso (prodotta quando il sole splende o il vento soffia forte, ma la domanda è bassa) per azionare dei compressori.
Come funziona il LAES
Questi compressori purificano l’aria e la raffreddano fino a -194 gradi Celsius (-317 Fahrenheit). A questa temperatura criogenica, l’aria diventa liquida e viene stoccata in enormi serbatoi bianchi a pressione atmosferica. Quando la rete elettrica necessita di energia, il processo si inverte:
L’aria liquida viene riscaldata.
Tornando allo stato gassoso, il suo volume si espande di circa 750 volte.
Questa espansione violenta aziona una turbina che genera elettricità.
È, in sostanza, una gigantesca batteria termodinamica che non richiede litio o terre rare, ma solo aria e ingegneria.
I numeri del progetto
Per comprendere la portata dell’opera e il suo impatto sulla stabilità della rete locale, è utile osservare i dati tecnici forniti dai ricercatori:
Parametro
Dettaglio
Capacità di stoccaggio
600.000 kWh
Potenza erogata
60.000 kW
Durata scarica
10 ore continue
Output annuale
180 milioni di kWh (fabbisogno di 30.000 case)
Efficienza stoccaggio freddo
> 95%
Efficienza “round-trip”
> 55%
L’impianto è collegato a un parco fotovoltaico da 250.000 kilowatt, creando un ciclo chiuso che, come spiegato dai tecnici cinesi, “immagazzina energia fuori picco per l’uso di picco”.
l’Impianto fotovoltaico nel deserto dei Gobi
La sfida globale dello stoccaggio
Wang Junjie, ricercatore del TIPC-CAS, ha centrato il punto macroeconomico della questione: l’energia fotovoltaica ed eolica è caratterizzata da “casualità, volatilità e intermittenza”. Senza sistemi di accumulo massivi, queste fonti rischiano di destabilizzare la rete anziché sostenerla.
La tecnologia LAES (Liquid Air Energy Storage) offre vantaggi strategici notevoli:
Densità energetica: L’aria liquida è molto densa, permettendo stoccaggi elevati in spazi contenuti.
Pulizia: Nessuna emissione in loco, il fluido di lavoro è semplice aria.
Durata: Gli impianti hanno una vita operativa lunga e non soffrono del degrado chimico tipico delle batterie elettrochimiche.
La Cina non è sola in questa corsa, ma è – come spesso accade – la più veloce. La Corea del Sud ha avviato un impianto simile (ma più piccolo) a settembre, mentre nel Regno Unito un impianto a Manchester dovrebbe essere completato solo nel 2026. Pechino, nel frattempo, ha già premuto l’interruttore, dimostrando ancora una volta come la pianificazione industriale statale, se ben indirizzata, possa accelerare l’innovazione tecnologica su larga scala.
Domande e risposte
Perché si usa l’aria liquida invece delle normali batterie al litio?
L’uso dell’aria liquida risponde a esigenze di scala e geologia. Le batterie al litio sono eccellenti per risposte rapide e stoccaggi minori, ma costose e legate a materie prime critiche per grandi accumuli di lunga durata. L’aria è gratuita e disponibile ovunque. Inoltre, gli impianti LAES (Liquid Air Energy Storage) hanno una vita utile molto più lunga delle batterie chimiche, che degradano nel tempo, e possono essere costruiti in luoghi estremi come il deserto del Gobi senza rischi di incendio o problematiche ambientali complesse.
Quanto è efficiente questo sistema rispetto ad altre tecnologie?
L’articolo cita un’efficienza di “stoccaggio del freddo” del 95%, ma il dato cruciale è l’efficienza “round-trip” (ciclo completo carica-scarica), che si attesta sopra il 55%. Sebbene sia inferiore all’efficienza delle batterie al litio (che superano l’85-90%) o dell’idroelettrico a pompaggio, il sistema recupera competitività grazie all’utilizzo di calore di scarto e alla possibilità di immagazzinare enormi quantità di energia per molte ore (long-duration storage), cosa che per le batterie chimiche sarebbe economicamente insostenibile su questa scala.
Qual è l’impatto reale sulla produzione di energia verde in Cina?
L’impatto è strategico più che volumetrico. 180 milioni di kWh annui sono una goccia nel mare del consumo cinese, ma questo impianto è un “dimostratore” su scala industriale. Risolve il problema del “curtailment” (lo spreco di energia rinnovabile quando la rete non può assorbirla). Dimostrando che si può stabilizzare la produzione erratica di solare ed eolico nel deserto, la Cina apre la strada alla costruzione di massicce “basi energetiche” rinnovabili in regioni remote, rendendo la transizione verde tecnicamente fattibile e non solo ideologica.
L’AI ha una fame insaziabile: i Data Center montano motori d’aereo per aggirare i ritardi della rete elettrica
Mentre le utility arrancano con tempi di attesa biblici, Big Tech paga il doppio pur di avere energia subito. E l’ambiente? Può attendere.
Per approfondire:
La corsa all’Oro dell’Intelligenza Artificiale si sta scontrando con un ostacolo fisico, molto meno virtuale degli algoritmi: la mancanza di elettroni. La rete elettrica non riesce a tenere il passo con la domanda esplosiva dei data center e, in un classico esempio di mercato che aggira la burocrazia e i limiti infrastrutturali, gli sviluppatori stanno ricorrendo a soluzioni drastiche. Se la rete non c’è, se la costruiscono in casa, minigrid, reti locali, letteralmente montando motori di aerei collegati a generaziori e piazzati nei cortili dei server farm.
La situazione, riportata dal Financial Times, svela un paradosso industriale notevole. I tempi di attesa per connettersi alla rete elettrica tradizionale possono arrivare fino a sette anni. Un’eternità per un settore, quello dell’AI, dove un mese vale un anno. Di conseguenza, i colossi del tech stanno acquistando turbine “aeroderivate” (sostanzialmente motori a reazione adattati per uso terrestre) e generatori diesel o a gas per rendersi indipendenti.
Il mercato delle turbine decolla (senza volare)
L’ironia della sorte vuole che aziende nate per l’aviazione stiano facendo cassa tenendo i motori a terra.
GE Vernova ha visto gli ordini per le sue turbine aeroderivate aumentare di un terzo. Sta fornendo quasi 1 Gigawatt di potenza per il progetto “Stargate” (OpenAI, Oracle, SoftBank) in Texas.
ProEnergy sta vendendo turbine da 50 megawatt basate sui cuori dei motori Boeing 747.
Boom Supersonic, startup che prometteva il ritorno dei voli supersonici, ora finanzia il suo sogno aeronautico vendendo turbine a terra. Il CEO Blake Scholl ha raccontato un aneddoto gustoso: Sam Altman (OpenAI) lo ha chiamato implorando:“Per favore, per favore, per favore costruiteci qualcosa”.
Questi generatori, nati come sistemi di backup, stanno diventando la fonte di energia primaria, in assenza di una rete che possa fornire una quantità di energia adeguata alla domanda.
Costi e Ambiente: il conto è salato
Questa fretta ha un prezzo, sia economico che ambientale. L’efficienza di un generatore in loco non può competere con le economie di scala di una grande centrale.
Ecco un confronto rapido basato sulle stime di BNP Paribas:
Voce
Rete Elettrica (Industriale)
Generazione In-Loco (Gas/Turbine)
Costo stimato
~$80-90 per MWh
$175 per MWh
Emissioni
Variabili (mix energetico)
Alte (minore efficienza)
Tempi di attivazione
Anni (fino a 7)
Mesi
Del resto non sono turbine ottimizzate per la produzione elettrica, ma per altri usi. Gli analisti notano che il costo dell’energia autoprodotta è quasi il doppio rispetto alla media industriale. Ma per Big Tech, il costo dell’energia è irrilevante rispetto al costo di arrivare secondi nella corsa all’AI.
Il paradosso “Green” e la politica
Mentre l’Europa e gli USA spingono per la transizione verde, la realtà fisica impone il ritorno al fossile “sporco” e decentralizzato. Le autorità di regolamentazione, messe alle strette, stanno allentando i vincoli. In Virginia, la “Data Center Alley”, si valuta di permettere l’uso più frequente di generatori diesel. Chris Wright, Segretario all’Energia, ha suggerito pragmaticamente di requisire i generatori di backup esistenti per fortificare la rete. La cosa però puzza di ridicolo: se la rete non è in grado di fornire l’energia necessaria il generatore di backup, sin dall’inizio, è quello principale, non quello ‘demergenza.
Mark Dyson del Rocky Mountain Institute avverte: le emissioni saranno molto peggiori rispetto all’uso della rete. Ma in questo momento, tra salvare il pianeta e addestrare ChatGPT-5, il mercato ha scelto chiaramente la seconda opzione, più attraente economicamente. Resta da vedere se questa domanda reggerà o se, come suggeriscono alcuni analisti, si sgonfierà quando gli “hyperscalers” rallenteranno le spese in conto capitale. Per ora, il rombo dei motori d’aereo si sente a terra, non in cielo. Oppure se arriverà qualche innovazione tecnologica in grado di far calare l’assorbimento dei data center.
Data Center: sarà una bolla? Unsplash
Domande e risposte
Perché i data center usano motori di aerei invece della normale rete elettrica?
La motivazione principale è la velocità. Connettersi alla rete elettrica tradizionale può richiedere fino a sette anni a causa della burocrazia e della mancanza di infrastrutture di trasmissione adeguate. I motori di aerei adattati (turbine aeroderivate) e i generatori a gas possono essere installati e attivati molto rapidamente, permettendo ai data center di operare subito e addestrare i modelli di intelligenza artificiale senza attendere i tempi biblici delle utility pubbliche.
Questa soluzione è sostenibile dal punto di vista ambientale?
No, è decisamente meno sostenibile rispetto all’uso della rete. I generatori in loco, essendo più piccoli, sono meno efficienti delle grandi centrali a ciclo combinato e non beneficiano del mix di energie rinnovabili spesso presente nella rete nazionale. L’uso di turbine a gas o generatori diesel “dietro il contatore” comporta emissioni di CO2 e inquinanti locali significativamente più alte. Tuttavia, le normative ambientali vengono in alcuni casi allentate per accomodare questa urgenza tecnologica.
Quanto costa produrre energia in questo modo?
Costa molto di più. Secondo le stime di BNP Paribas, l’energia prodotta in loco con impianti a gas dedicati può costare circa 175 dollari per megawattora. Questo è all’incirca il doppio rispetto al prezzo medio dell’elettricità per i clienti industriali collegati alla rete. Tuttavia, per le aziende tecnologiche impegnate nella corsa all’AI, questo sovraccosto è accettabile pur di garantire l’operatività immediata, dato che il costo dell’energia è una frazione del valore economico potenziale dei loro modelli.