Per Sam Altman Google è il passato di internet

Durante la presentazione di lancio di Atlas, il browser web di OpenAI, Sam Altman, CEO e fondatore dell’azienda, non si è limitato a presentare un nuovo prodotto. Ha tracciato la linea di confine tra il passato e il futuro del web. E nel suo discorso, il “vecchio internet” coincide con un nome preciso: Google.

 “Pensiamo che l’AI rappresenti una rara opportunità, che si presenta solo una volta ogni decennio, per ripensare cos’è e cosa può essere un browser,” ha detto Altman. “Allo stesso modo in cui, per il vecchio internet, la barra degli indirizzi e la casella di ricerca erano un punto di riferimento, oggi stiamo iniziando a vedere che l’esperienza di chat e il browser web possono diventare un nuovo paradigma.”

Atlas, la sfida diretta a Google Chrome

Il progetto del browser di OpenAI circolava da mesi nella Silicon Valley, ma ora la sfida è ufficiale. Chrome, oggi il browser più usato al mondo, rischia di essere scavalcato da un prodotto integrato direttamente con ChatGPT, che conta già 800 milioni di utenti settimanali.

Se anche solo una parte di questi migrasse verso Atlas, Google perderebbe un bacino strategico di dati e traffico. E con il recente divieto del Dipartimento di Giustizia USA di stipulare accordi di esclusività sulla ricerca, la sua posizione nel mercato pubblicitario diventerebbe ancora più fragile.

La ricerca diventa conversazione

Durante la presentazione, il responsabile tecnico di Atlas, Ben Goodger — già tra gli artefici di Firefox e Chrome — ha descritto il nuovo modello come una vera “rivoluzione”.

“Questo nuovo modello di ricerca è davvero potente,” ha spiegato. “È un’esperienza multi-turno: puoi dialogare con i tuoi risultati, invece di essere semplicemente reindirizzato a una pagina web.”

L’AI non aggiunge più un riquadro ai risultati, come fa Google, ma cambia il modo stesso in cui si interagisce con le informazioni. È una ricerca dinamica e contestuale, costruita su dialoghi continui. Se il pubblico la adotterà, sarà difficile per Google replicarla in tempi brevi.

Pubblicità e dati: il nuovo terreno di scontro tra OpenAI e Google

Per ora OpenAI non inserisce pubblicità nei suoi prodotti, ma la prospettiva di farlo è sempre più concreta. Con Atlas, ChatGPT potrà raccogliere dati contestuali direttamente dal browser, un livello di accesso mai visto prima. In pratica, potrà “vedere” ciò che l’utente sta digitando o leggendo, un patrimonio informativo enorme per il targeting pubblicitario.

Un cambio di rotta anche nel modello di business

Atlas non è solo un esperimento tecnologico: è un segnale di come OpenAI stia spostando il focus da visioni futuristiche sull’AGI a strategie di crescita commerciale. Gli analisti parlano della “questione da 300 miliardi di dollari”: i ricavi di OpenAI potranno mai compensare gli investimenti colossali in infrastrutture e data center?

Se la risposta è sì, Atlas potrebbe essere il primo tassello concreto di quella sostenibilità economica.

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OpenAI lancia il nuovo browser Atlas. La fine di Google Chrome?

OpenAI ha annunciato il lancio di Atlas, un browser web di nuova generazione progettato per ampliare la presenza dell’azienda oltre l’ambito delle applicazioni AI, puntando a trasformarsi in una vera e propria piattaforma informatica.

L’iniziativa è stata rivelata durante un evento su YouTube e rappresenta un’evoluzione strategica nell’approccio dell’azienda alla fruizione di contenuti online mediata da intelligenze artificiali.

Atlas si inserisce in un contesto competitivo in rapida trasformazione, dove altri attori come Perplexity con Comet, Google e Microsoft stanno già integrando funzionalità AI nei propri browser.

L’idea alla base di questa mossa è che la navigazione del web sarà sempre più dominata da agenti intelligenti, e la creazione di un browser dedicato consentirà a OpenAI di controllare meglio l’interazione tra AI e contenuti digitali.

Parallelamente, OpenAI sta costruendo un vero ecosistema: ChatGPT Pulse fornisce aggiornamenti proattivi basati sulla cronologia delle conversazioni, mentre l’app Sora consente la creazione e condivisione di video generati da AI, in competizione diretta con colossi come Meta e TikTok.

Inoltre, la piattaforma supporta integrazioni con servizi come Spotify, Zillow ed Etsy, permettendo agli utenti di acquistare prodotti o accedere a servizi direttamente tramite ChatGPT.

Atlas potrebbe cambiare le regole del gioco, ma resta da vedere se riuscirà a sottrarre quote di mercato significative a browser consolidati come Chrome.

Il browser, al momento disponibile solo per i sistemi operativi IOS, rappresenta il prossimo tassello nel tentativo di OpenAI di trasformarsi in un sistema operativo cognitivo che non solo risponde, ma anticipa i bisogni degli utenti.

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Come Sam Altman ha legato i colossi tecnologici a OpenAI

Sam Altman ha orchestrato una serie di accordi di portata storica con aziende leader del settore tecnologico, tra cui Nvidia, Oracle, AMD e Broadcom, consolidando il ruolo centrale di OpenAI nell’ecosistema AI globale.

Attraverso manovre strategiche e una visione espansiva, Altman ha assicurato oltre 650 miliardi di dollari in impegni infrastrutturali, puntando a costruire data center su scala senza precedenti.

Tali alleanze non solo hanno fatto schizzare alle stelle le capitalizzazioni di mercato dei partner coinvolti, ma hanno anche posizionato OpenAI come l’epicentro dell’economia tecnologica statunitense, sebbene l’azienda non sia ancora redditizia.

Il piano, che include la costruzione di 250 gigawatt di capacità computazionale entro il 2033, comporta investimenti che superano i 10.000 miliardi di dollari.

Nvidia, in particolare, ha accettato di fornire fino a 5 milioni di chip a OpenAI, con costi stimati intorno ai 350 miliardi, mentre AMD ha concesso fino al 10% del proprio capitale futuro come incentivo. Allo stesso modo, Oracle ha stipulato un contratto da 300 miliardi di dollari.

Queste iniziative hanno provocato una corsa all’oro nel settore AI, spingendo in alto le azioni tecnologiche e alimentando timori di una possibile bolla finanziaria.

La visione di Altman si fonda sull’idea che l’aumento della potenza computazionale produrrà ricavi proporzionali, giustificando spese colossali ancor prima di una monetizzazione effettiva.

Alcuni partner, come Microsoft, inizialmente riluttanti, hanno ora ripreso le trattative per fornire ulteriore capacità cloud.

L’approccio aggressivo di Altman, unito alla sua capacità di sfruttare rivalità e ambizioni dei giganti della tecnologia, ha reso OpenAI una figura ineludibile nel panorama globale, trasformando ogni sua mossa in un evento di mercato.

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FIEG contro Google: “AI Overview è un traffic killer”. Chiesto l’intervento dell’Agcom per violazione del DSA

La Federazione Italiana Editori Giornali ha presentato all’Agcom, in qualità di Coordinatore nazionale dei Servizi Digitali, un reclamo formale contro AI Overview, il nuovo sistema di risposte generate dall’intelligenza artificiale di Google.

L’iniziativa, coordinata con l’ENPA (European Newspaper Publishers’ Association), punta a ottenere dalla Commissione Europea l’apertura di un’istruttoria ai sensi del Digital Services Act (DSA).

Secondo la FIEG, con l’introduzione di AI Overview in Italia – e ancor più con la recente estensione della modalità AI Mode – Google violerebbe diverse disposizioni fondamentali del regolamento europeo, “con effetti pregiudizievoli sugli utenti, i consumatori e le imprese editoriali”.

Un traffic killer che riduce la visibilità delle fonti

Nel documento tecnico depositato all’Autorità, gli editori accusano Google di essersi trasformato in un vero e proprio traffic killer in quanto le risposte generate da Google Overview vengono visualizzate direttamente nella pagina dei risultati, spesso in cima, senza che l’utente debba cliccare sui link delle testate da cui quei contenuti provengono.

“Un prodotto che si pone in diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali”, scrive la FIEG, “determinando una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi dei relativi introiti pubblicitari”.

Un effetto che, secondo gli editori, “minaccia la sostenibilità economica del settore, la pluralità dell’informazione e la qualità del dibattito democratico”.

A causa di Google Overview calo medio del traffico editoriale tra il 10% e il 15%

Come abbiamo scritto nel nostro approfondimento di settembre, “Calano gli accessi ai siti (anche in Italia) per colpa dell’AI Overview di Google. I dati”, l’effetto di AI Overview si è già fatto sentire sui numeri. Secondo le analisi di piattaforme di monitoraggio SEO e di diversi centri media, il traffico organico proveniente da Google verso i siti editoriali ha subito un calo medio tra il 10% e il 15%, con punte che in alcuni casi raggiungono il 25%.

I primi a risentirne sono stati i portali di informazione generalista, ma anche i siti verticali di tecnologia, salute e cultura hanno registrato flessioni importanti nelle visite provenienti da ricerca.

Le pagine che prima comparivano tra i primi risultati, oggi si trovano sotto i blocchi di risposte AI: snippet, box esplicativi e, sempre più spesso, un riassunto generato automaticamente che ingloba le informazioni principali prese dalle fonti originali.

In pratica, l’utente ottiene la risposta senza bisogno di visitare il sito: un cambiamento che – come confermano i dati – sta alterando la struttura stessa del traffico online.

La questione regolatoria e il DSA

La mossa della FIEG segna una svolta sul piano istituzionale. Il reclamo richiama direttamente il Digital Services Act, che impone alle grandi piattaforme obblighi di trasparenza, correttezza e non discriminazione verso i fornitori di contenuti.

Secondo gli editori, AI Overview viola questi principi, privilegiando un sistema chiuso che sfrutta contenuti di terzi senza adeguata visibilità o compensazione.

In parallelo, azioni simili sono in corso anche in altri Paesi dell’Unione, coordinate da ENPA, con l’obiettivo di spingere la Commissione a intervenire a livello comunitario. L’argomento è tutt’altro che tecnico: si tratta di stabilire se un prodotto come AI Overview debba essere considerato motore di ricerca o intermediario di contenuti, con tutte le conseguenze normative che questo comporta.

Un equilibrio sempre più fragile

Il reclamo della FIEG arriva in un momento cruciale per il rapporto tra AI e informazione. Gli editori denunciano che la combinazione di Overview e AI Mode rischia di “chiudere” il web dentro l’ecosistema Google, riducendo la libera circolazione dei contenuti e spostando l’attenzione su risposte sintetiche, spesso decontestualizzate.

Il rischio, dicono, è duplice: da un lato la perdita di entrate pubblicitarie e traffico qualificato; dall’altro, la diffusione di informazioni parziali o errate, perché la sintesi dell’AI non sempre restituisce la complessità delle notizie.

Un tema che si intreccia con la disinformazione, la mancanza di trasparenza sugli algoritmi e la necessità di regole condivise sull’uso dei contenuti generati da modelli di intelligenza artificiale.

Verso un “caso Google” europeo

Se la Commissione Europea dovesse accogliere la richiesta di istruttoria, si aprirebbe un precedente simile a quello che anni fa portò al negoziato su Google News Showcase e sulla remunerazione dei contenuti giornalistici. Ma questa volta la posta in gioco è più alta: non si parla solo di diritti economici, ma del modo stesso in cui l’informazione viene generata, distribuita e letta.

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Un bug zero-day di Oracle E-Business Suite è stato sfruttato in una campagna di estorsione


Una vulnerabilità di Oracle E-Business Suite (EBS) è stata sfruttata in un’estesa campagna di estorsione che ha colpito decine di organizzazioni: a dirlo è il team del Google Threat Intelligence Group (GTIG) in un post pubblicato ieri che dettaglia le attività dei cyberattaccanti.

La campagna è stata individuata la prima volta lo scorso 29 settembre e sembrerebbe opera di un gruppo affiliato a Cl0p, nota gang ransomware attiva da molti anni. Le attività malevole, però, sarebbero cominciate ben prima di fine settembre: almeno dal 9 agosto, ma sono state rilevate attività sospette anche a inizio luglio.

“Gli attaccanti hanno cominciato a inviare un elevato volume di email ai dirigenti di numerose organizzazioni, affermando di aver rubato dati sensibili dagli ambienti Oracle E-Business Suite” ha spiegato il GTIG. A supporto delle loro affermazioni, gli attaccanti hanno allegato alle email delle liste di file di ambienti EBS appartenenti a diverse organizzazioni.

Nelle email il gruppo ha specificato che, per evitare la pubblicazione dei dati, le vittime avrebbero dovuto pagare un riscatto, senza specificare però né il metodo di pagamento, né l’importo effettivo; queste informazioni verrebbero rivelate solo dopo un primo contatto da parte delle vittime.

Il gruppo ha sfruttato la CVE-2025-61882, una vulnerabilità zero-day che colpisce il componente BI Publisher Integration della suite Oracle nelle versioni 12.2.3 – 12.2.14. Considerato “facilmente sfruttabile” dal NIST, il bug permette a un attaccante non autenticato con accesso HTTP di compromettere Oracle Concurrent Processing, funzionalità che consente di eseguire contemporaneamente task non interattivi.

Secondo il team di Google, il gruppo avrebbe in realtà usato diverse catene di exploit per sottrarre i dati da EBS, tutti, in ogni caso, legati al bug CVE-2025-61882. La patch rilasciata da Oracle il 4 ottobre sembrerebbe comunque efficace contro i diversi exploit.

Il GITG non ha ancora attribuito formalmente la campagna a un gruppo specifico, ma ha specificato che, oltre al legame con Cl0p, ci sarebbero molte similarità con le tecniche e i tool usati da FIN11, gruppo attivo dal 2017 noto per l’ampia scala delle sue campagne malware. Anche l’uso di una vulnerabilità zero-day per una campagna di estorsione su larga scala è un modus operandi storicamente attribuito a FIN11.

“I gruppi affiliati a Cl0p quasi certamente considerano queste campagne di sfruttamento di massa come un successo, visto che hanno adottato questo approccio almeno dalla fine del 2020” spiegano i ricercatori.

Per proteggersi da questi attacchi, la prima cosa da fare è applicare le patch rilasciate da Oracle a inizio ottobre. Il GTIG consiglia inoltre di controllare la presenza di template malevoli nel database EBS, in particolare nelle tabelle XDO_TEMPLATES_B e XDO_LOBS, e di limitare il traffico non essenziale in uscita dai server EBS.

Oltre a ciò, occorre monitorare i log per individuare eventuali indicatori di compromissione, come le richieste all’endpoint TemplatePreviewPG con un TemplateCode con prefisso TMP o DEF, e analizzare i processi Java associati a EBS per individuare codice malevolo.

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YouTube prepares to welcome back banned creators with “second chance” program

A few weeks ago, Google told US Rep. Jim Jordan (R-Ohio) that it would allow creators banned for COVID and election misinformation to rejoin the platform. It didn’t offer many details in the letter, but now YouTube has explained the restoration process. YouTube’s “second chances” are actually more expansive than the letter made it seem. Going forward, almost anyone banned from YouTube will have an opportunity to request a new channel. The company doesn’t guarantee approval, but you can expect to see plenty of banned creators back on Google’s video platform in the coming months.

YouTube will now allow banned creator to request reinstatement, but this is separate from appealing a ban. If a channel is banned, creators continue to have the option of appealing the ban. If successful, their channel comes back as if nothing happened. After one year, creators will now have the “second chance” option.

“We know many terminated creators deserve a second chance,” the blog post reads, noting that YouTube itself doesn’t always get things right the first time. The option for getting a new channel will appear in YouTube Studio on the desktop, and Google expects to begin sending out these notices in the coming months. However, anyone terminated for copyright violations is out of luck—Google does not forgive such infringement as easily as it does claiming that COVID is a hoax.

The readmission process will still come with a review by YouTube staff, and the company says it will take multiple factors into consideration, including whether or not the behavior that got the channel banned is still against the rules. This is clearly a reference to COVID and election misinformation, which Google did not allow on YouTube for several years but has since stopped policing. The site will also consider factors like how severe or persistent the violations were and whether the creator’s actions “harmed or may continue to harm the YouTube community.”

https://arstechnica.com/gadgets/2025/10/youtube-explains-how-banned-creators-can-get-a-second-chance/




Apple and Google reluctantly comply with Texas age verification law

Apple yesterday announced a plan to comply with a Texas age verification law and warned that changes required by the law will reduce privacy for app users.

“Beginning January 1, 2026, a new state law in Texas—SB2420—introduces age assurance requirements for app marketplaces and developers,” Apple said yesterday in a post for developers. “While we share the goal of strengthening kids’ online safety, we are concerned that SB2420 impacts the privacy of users by requiring the collection of sensitive, personally identifiable information to download any app, even if a user simply wants to check the weather or sports scores.”

The Texas App Store Accountability Act requires app stores to verify users’ ages and imposes restrictions on those under 18. Apple said that developers will have “to adopt new capabilities and modify behavior within their apps to meet their obligations under the law.”

Apple’s post noted that similar laws will take effect later in 2026 in Utah and Louisiana. Google also recently announced plans for complying with the three state laws and said the new requirements reduce user privacy.

“While we have user privacy and trust concerns with these new verification laws, Google Play is designing APIs, systems, and tools to help you meet your obligations,” Google told developers in an undated post.

The Utah law is scheduled to take effect May 7, 2026, while the Louisiana law will take effect July 1, 2026. The Texas, Utah, and Louisiana “laws impose significant new requirements on many apps that may need to provide age appropriate experiences to users in these states,” Google said. “These requirements include ingesting users’ age ranges and parental approval status for significant changes from app stores and notifying app stores of significant changes.”

New features for Texas

Apple and Google both announced new features to help developers comply.

“Once this law goes into effect, users located in Texas who create a new Apple Account will be required to confirm whether they are 18 years or older,” Apple said. “All new Apple Accounts for users under the age of 18 will be required to join a Family Sharing group, and parents or guardians will need to provide consent for all App Store downloads, app purchases, and transactions using Apple’s In-App Purchase system by the minor.”

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/10/apple-and-google-reluctantly-comply-with-texas-age-verification-law/




Google Offers Up to $20,000 in New AI Bug Bounty Program

Google this week announced a new dedicated AI Vulnerability Reward Program (VRP) that builds on the 2023 Abuse VRP extension covering issues and vulnerabilities in its AI systems.

To date, bug hunters have earned more than $430,000 in rewards for AI-product related vulnerabilities, and the new VRP builds on that momentum and has been shaped based on the feedback received from participating researchers.

One of the most important aspects of the new AI bug bounty program is that prompt injections, jailbreaks, and alignment issues are not in its scope. However, Google encourages researchers to report these content-related issues as well.

“We don’t believe a Vulnerability Reward Program is the right format for addressing content-related issues. The primary goal of our VRP is to encourage researchers to report security vulnerabilities and abuse issues directly to Google, and to provide timely, valuable rewards to incentivize those reports,” Google explains.

All Google AI products, the company says, have in-product functionality that can be used to report content-based issues. Such reports should include information on the used model, context, and other metadata.

Within the AI VRP scope, however, the company has included attacks that modify a victim’s account or data, leak sensitive information without user approval, exfiltrate model parameters, lead to the persistent manipulation of a victim’s AI environment, lead to the exfiltration of data, enable server-side features without authorization, or cause persistent denial-of-service (DoS).

Attacks that enable phishing through persistent, cross-user injection of HTML code on Google-branded sites without a “user-generated content” warning are also within scope, if they are deemed a convincing attack vector.

As part of the program, Google’s AI products are split into three tiers, namely flagship (includes AI features on Google Search, Workspace core applications, and Gemini Apps), standard (AI features in AI Studio, Jules, and Google Workspace non-core applications), and other (other AI integrations in Google products, with certain exceptions).

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The highest rewards offered as part of the new VRP are $20,000 for attacks leading to victim account or data modifications in flagship products. For similar attacks in standard products, researchers can earn rewards of up to $15,000.

The highest reward for sensitive data exfiltration from flagship and standard products is of $15,000. Researchers who find these issues in products from the ‘other’ tier can earn rewards of up to $10,000.

“Going forward, a unified reward panel will review all rewards, and will issue the highest reward possible across the abuse and security tables,” Google says.

Additional information on the AI VRP can be found on the program’s rules page.

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AI Mode arriva in Italia. Google trasforma la ricerca online: dalla risposta statica al dialogo intelligente

La notizia in breve

  • AI Mode introduce in Italia la ricerca conversazionale basata su intelligenza artificiale.
  • Utilizza ragionamento multi-step e tecnologia query fan-out per analizzare e sintetizzare risultati complessi.
  • Disponibile nell’app Google per Android e iOS, supporta input testuali, vocali e visivi.

AI Mode adesso anche in Italia, che cos’è

Una modalità di ricerca più approfondita, un’assistente virtuale ancora più smart, basato sull’intelligenza virtuale, ma con capacità di ragionamento. Questo è AI mode, la nuova funzione di Google estesa in 36 lingue, e che da oggi arriva anche in Italia.

Presente in 50 Paesi, Google AI mode si basa su una tecnica di ricerca chiamata “query fan out”, una soluzione che consiste nel suddividere la domanda dell’utente in più sottoquery, ossia richieste correlate, per esplorare vari angoli e fonti di dati.

In pratica, adesso è possibile conversare con l’intelligenza artificiale come si farebbe con un amico o un collega, facendogli domande complesse, esplorando in profondità, e ricevendo risposte altrettanto articolate. 

Qual è la differenza tra AI Mode di Google e AI Overview?

Quindi, in sintesi, AI Mode si basa su quegli standard di qualità e ranking che utilizzavamo per la ricerca tradizionale, prima che l’AI Overview riepilogasse rapidamente la pagina dei risultati di Google in una singola panoramica sull’argomento.

L’obiettivo di AI Mode è offrire un’esperienza di ricerca più “avanzata”, con capacità conversazionali, ragionamento multi-step, supporto multimodale (testo, voce, immagini) e la possibilità di esplorare seguendo domande successive (“follow-up”).

L’aspetto innovativo, dunque, che poi è anche la differenza sostanziale tra le due funzionalità, consiste nel fatto che AI Mode è progettata principalmente per il dialogo, mentre AI Overview è un “risultato” statico (anche se aggiornabile) con link per approfondire.

Come usare AI Mode di Google

Più semplice a farsi che a dirsi. Attivando la tecnologia già integrata nel motore di ricerca (su mobile nell’App di Google per Android e iOS), è possibile ottenere risposte scrivendo, parlando, fotografando o caricando un’immagine. É così possibile organizzare un viaggio in pochi minuti, ma anche confrontare prodotti, redigere report approfonditi o analisi complesse su dati in tempo reale.

Sempre meno click sui siti

Secondo la casa di Mountain View, chi ha già testato AI Mode formula domande due o tre volte più lunghe rispetto a una ricerca tradizionale. Tuttavia la conseguenza di questa vera e propria rivoluzione, non può che essere una e inesorabile: la classica lista di risultati per tema lascia il posto a risposte integrate e generate dall’intelligenza artificiale. Questo significa che il meccanismo che ha dato forma a un intero ecosistema fatto di SEO, pubblicità digitale e modelli di business editoriali, continuerà a vacillare, fino (forse) a scomparire del tutto.

Il fenomeno è documentato da numeri concreti. Una ricerca del Pew Research Center (luglio 2025) mostra che quando compare un AI Overview, il tasso di clic sui link si dimezza: dal 15% all’8%, e solo l’1% degli utenti clicca su un link dentro il riepilogo AI. Un’analisi di Ahrefs conferma che il primo risultato organico perde in media il 34,5% dei clic quando la query è accompagnata da un Overview. Secondo l’associazione Digital Content Next, nei primi mesi del 2025 gli editori hanno registrato un calo medio del 10% nel traffico referral da Google, con punte del 25% su alcune testate.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

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Play Store changes coming this month as SCOTUS declines to freeze antitrust remedies

Changes are coming to the Play Store in spite of a concerted effort from Google to maintain the status quo. The company asked the US Supreme Court to freeze parts of the Play Store antitrust ruling while it pursued an appeal, but the high court has rejected that petition. That means the first elements of the antitrust remedies won by Epic Games will have to be implemented in mere weeks.

The app store case is one of three ongoing antitrust actions against Google, but it’s the furthest along of them. Google lost the case in 2023, and in 2024, US District Judge James Donato ordered a raft of sweeping changes aimed at breaking Google’s illegal monopoly on Android app distribution. In July, Google lost its initial appeal, leaving it with little time before the mandated changes must begin.

Its petition to the Supreme Court was Google’s final Hail Mary to avoid opening the Play Store even a crack. Google asked the justices to pause remedies pending its appeal, but the court has declined to do so, Reuters reports. Hopefully, Google planned for this eventuality because it must implement the first phase of the remedies by October 22.

The more dramatic changes are not due until July 2026, but this month will still bring major changes to Android apps. Google will have to allow developers to link to alternative methods of payment and download outside the Play Store, and it cannot force developers to use Google Play Billing within the Play Store. Google is also prohibited from setting prices for developers.

https://arstechnica.com/gadgets/2025/10/supreme-court-refuses-to-pause-play-store-changes-while-google-appeals-antitrust-case/




Can today’s AI video models accurately model how the real world works?

But on other tasks, the model showed much more variable results. When asked to generate a video highlighting a specific written character on a grid, for instance, the model failed in nine out of 12 trials. When asked to model a Bunsen burner turning on and burning a piece of paper, it similarly failed nine out of 12 times. When asked to solve a simple maze, it failed in 10 of 12 trials. When asked to sort numbers by popping labeled bubbles in order, it failed 11 out of 12 times.

For the researchers, though, all of the above examples aren’t evidence of failure but instead a sign of the model’s capabilities. To be listed under the paper’s “failure cases,” Veo 3 had to fail a tested task across all 12 trials, which happened in 16 of the 62 tasks tested. For the rest, the researchers write that “a success rate greater than 0 suggests that the model possesses the ability to solve the task.”

Thus, failing 11 out of 12 trails of a certain task is considered evidence for the model’s capabilities in the paper. That evidence of the model “possess[ing] the ability to solve the task” includes 18 tasks where the model failed in more than half of its 12 trial runs and another 14 where it failed in 25 to 50 percent of trials.

Past results, future performance

Yes, in all of these cases, the model technically demonstrates the capability being tested at some point. But the model’s inability to perform that task reliably means that, in practice, it won’t be performant enough for most use cases. Any future model that could become a “unified, generalist vision foundation models” will have to be able to succeed much more consistently on these kinds of tests.

https://arstechnica.com/ai/2025/10/can-todays-ai-video-models-accurately-model-how-the-real-world-works/