Apple, Google, Booking.com e Bing, l’UE vuole sapere in che modo ci tutelano dalle frodi online

Frodi online: richiesta di informazioni a Apple App Store, Booking.com, Bing, Google Play e Google Search

Decine di milioni di utenti europei, ogni giorno, si affidano a piattaforme web e motori di ricerca per lavorare, studiare, intrattenersi e cercare informazioni. Strumenti ampiamente utilizzati dai criminali online per trovare le loro vittime. Per questo motivo, Bruxelles intende capire in che modo le grandi società tecnologiche che forniscono questi servizi ci tutelano dai rischi legati alle truffe finanziarie e alle frodi online in generale.

La Commissione europea ha inviato richieste di informazioni ad Apple App Store, Booking.com, Bing, Google Play e Google Search proprio per capire in che modo identificano e gestiscono azioni criminali che potrebbero colpire questa enorme massa critica di utenti di internet dei Paesi dell’Unione.

“Si tratta di un passo essenziale per proteggere gli utenti in tutta l’Ue da alcune di queste pratiche e per garantire che anche le piattaforme svolgano il loro ruolo“, ha dichiarato ai giornalisti in conferenza stampa il portavoce per gli Affari digitali dell’UE, Thomas Regnier.

Un’iniziativa della Commissione che è stata comunicata nel giorno in cui il vice presidente esecutivo per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen ha incontrato il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’UE, Andrew Puzder.

L’incontro tra il vicepresidente esecutivo Virkkunen e il nuovo ambasciatore USA Puzder

In questi ultimi tempi, come ben sappiamo, i rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Unione europea si sono fatti molto tesi a causa delle politiche commerciali decise dal Presidente americano Donald Trump, con rilevanti ricadute sul modo in cui l’innovazione tecnologica è regolamentata sulle due sponde dell’Atlantico.

“Abbiamo discusso dell’importanza di proteggere la libertà di parola, un settore in cui l’Ue e gli Stati Uniti devono continuare il dialogo e chiarire eventuali malintesi. Un altro punto di discussione è stato l’importante programma di semplificazione dell’Ue, per garantire che la nostra legislazione, compresa la regolamentazione digitale, sia attuata in modo da sostenere l’innovazione e le imprese”, ha spiegato in un post social Virkkunen.

Questo incontro, ha aggiunto la Commissaria europea, “sottolinea il nostro impegno a lavorare insieme in modo cooperativo attraverso l’Atlantico su tecnologia, innovazione, sicurezza e sicurezza informatica“.

Le frodi tramite app e gli annunci esca

Per Apple App Store e Google Play, la richiesta di informazioni dettagliate sulla valutazione dei pericoli include applicazioni fraudolente che imitano app bancarie, di investimento o di trading legittime.

Per Booking.com, riguarda annunci di alloggi falsi progettati per indurre gli utenti a effettuare pagamenti che non si traducono mai in una prenotazione effettiva.

La verificata dell’identità e il ruolo degli annunci pubblicitari

La Commissione chiede inoltre ad Apple App Store, Google Play e Booking.com come verificano l’identità delle aziende che utilizzano i loro servizi, in base alle norme “Conosci il tuo cliente“, che possono aiutarli a identificare entità sospette prima che causino danni.

Per Bing e Google Search, la richiesta riguarda link e annunci pubblicitari che indirizzano gli utenti a siti web fraudolenti, spesso causando perdite finanziarie.

Il DSA chiede alle piattaforme e ai motori di ricerca di valutare e mitigare i rischi online

Ai sensi del Digital Services Act, le piattaforme online e i motori di ricerca di grandi dimensioni sono tenuti a valutare e mitigare i rischi sistemici associati alla diffusione di contenuti illegali e alla tutela dei consumatori.

Bruxelles chiede inoltre chiede alle società sopra menzionate di fornire dettagli sui propri archivi pubblicitari, ovvero i database in cui le informazioni su tutti gli annunci devono essere archiviate e rese accessibili. Gli archivi consentono alle autorità di regolamentazione, ai ricercatori e al pubblico di individuare annunci fraudolenti e modelli utilizzati dai truffatori.

Microsoft, Google e Booking dicono la loro

In risposta alla richiesta della Commissione, si legge su Le Monde, un portavoce di Microsoft ha affermato che l’azienda è “impegnata a creare esperienze online sicure e continuerà a collaborare con la Commissione europea“.

Google ha dichiarato di aver bloccato centinaia di milioni di “risultati fraudolenti nelle ricerche girnaliere“, mentre Booking ha detto che avrebbe avviato sul tema “un dialogo costruttivo” con Bruxelles, aggiungendo che tra il 2023 e il 2024, l’azienda ha assistito a “un calo di prenotazioni false legate al phishing rilevate e bloccate da 1,5 milioni a 250.000″.

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Maxi-accordo da $42 miliardi per AI, quantistica e nucleare. Londra apre la porta alla supremazia tech americana

Con un pacchetto da 42 miliardi di dollari destinato a rafforzare la cooperazione in ambito intelligenza artificiale, calcolo quantistico ed energia nucleare civile, il futuro tecnologico del Regno Unito sembra sempre più legato, se non addirittura vincolato, alle grandi aziende statunitensi.

L’annuncio, guidato da Microsoft e sostenuto dalle principali corporation americane, arriva in concomitanza con la visita di Stato del presidente Donald Trump, oggi accolto dalla famiglia reale a Windsor Castle.

Il Tech Prosperity Deal

Il cosiddetto “Tech Prosperity Deal” rappresenta il fulcro della seconda visita di Stato di Trump in Gran Bretagna. Secondo Downing Street, l’intesa prevede progetti congiunti per sviluppare modelli di intelligenza artificiale applicati alla sanità, ampliare le capacità del calcolo quantistico e accelerare i programmi di energia nucleare civile.

“L’accordo contribuirà a stimolare la crescita economica, la ricerca scientifica e la sicurezza energetica di entrambi i Paesi”, ha dichiarato il governo.

Tuttavia, non mancano interpretazioni più critiche. L’intesa potrebbe, infatti, consolidare la supremazia tecnologica statunitense in Europa, trasformando il Regno Unito in un avamposto strategico e in uno strumento per frenare le ambizioni di autonomia tecnologica dell’Unione Europea.

Starmer punta sulla crescita

Il premier britannico Keir Starmer ha sottolineato che l’accordo “ha il potenziale di plasmare il futuro di milioni di persone su entrambe le sponde dell’Atlantico, portando crescita e sicurezza”.

Per il Regno Unito, l’obiettivo è chiaro, ossia attrarre ulteriori investimenti e rilanciare un’economia stagnante da anni, adottando un approccio normativo più “leggero”, sul modello americano. Una strategia che contrasta apertamente con la linea più interventista dell’Unione Europea, spesso criticata da Trump, e che mira a rendere Londra la porta d’ingresso europea per le big tech USA.

Investimenti record delle big tech

Tra le iniziative più rilevanti figura la costruzione del più grande supercomputer di intelligenza artificiale del Regno Unito. Nvidia installerà 120.000 GPU nel Paese – il suo più grande dispiegamento europeo – e, in collaborazione con l’azienda britannica Nscale, fornirà fino a 60.000 chip Grace Blackwell Ultra per il progetto Stargate di OpenAI, sviluppato insieme a Microsoft.

Microsoft investirà complessivamente 22 miliardi di sterline per potenziare le infrastrutture cloud e AI, incluso il nuovo supercomputer che sorgerà a Loughton, nell’Essex, a nord-est di Londra.

“Vogliamo garantire che l’America resti un partner tecnologico affidabile per la Gran Bretagna”, ha dichiarato Satya Nadella, presidente e CEO di Microsoft. Brad Smith, presidente della compagnia, ha aggiunto che i rapporti con Londra sono “enormemente migliorati” rispetto ai “giorni bui” prima del via libera all’acquisizione di Activision Blizzard.

David Hogan, vicepresidente di Nvidia, ha affermato che questi investimenti renderanno il Regno Unito “un produttore di intelligenza artificiale, non un semplice utilizzatore”.

Google, dal canto suo, ha annunciato un investimento da 5 miliardi di sterline, che include un nuovo data center a Waltham Cross, a nord di Londra, oltre al rafforzamento della ricerca sull’IA attraverso DeepMind.

La società di cloud computing CoreWeave ha comunicato, invece, un piano da 1,5 miliardi di sterline per data center a basso consumo energetico in collaborazione con la scozzese DataVita, portando a 2,5 miliardi di sterline il totale dei suoi investimenti britannici.

Infine, altri colossi come Salesforce, Scale AI, BlackRock, Oracle, Amazon Web Services e AI Pathfinder hanno annunciato nuovi progetti, con impegni che spaziano da alcune centinaia di milioni a diversi miliardi di sterline.

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Chatbot AI e minori, l’Antitrust USA mette sotto esame Google, Meta, OpenAI, xAI e Snap

Chatbot AI e rapporti con adolescenti e minori, la FTC vuole vederci chiaro

Diverse aziende tecnologiche americane, tra cui OpenAI, Alphabet (casa madre di Google), Meta (da Facebook a Instagram), xAI di Elon Musk, Snap e Character.AI, sono state oggetto di misure di indagine da parte dell’Antitrust degli Stati Uniti sull’utilizzo dei chatbot di intelligenza artificiale (AI), in particolare in relazione ai minori.

La Federal Trade Commission (FTC) vuole capire se queste tecnologie possono o meno avere un impatto negativo sui più giovani, in particolare i bambini.

Chatbot come ‘pericolosi’ compagni di gioco e amici del cuore

“La crescita dell’intelligenza artificiale ha comportato un rapido sviluppo di un mercato di prodotti che offrono chatbot che fungono da compagni e simulano comunicazioni e relazioni interpersonali simili a quelle umane”, si legge nel comunicato della FTC, in cui si chiede in maniera preoccupata “in che modo questi chatbot AI possano interagire con gli utenti più giovani” e con quali conseguenze per la salute psicofisica di questi ultimi.

In sostanza, questi chatbot avanzati sono impostati a costruire relazioni personali forti con i giovanissimi e i bambini, con linguaggi che stimolano nell’utente risposte emotive forti, spingendolo ad immaginare che dall’altra parte dello schermo non c’è una macchina ma un essere umano, quindi potenziali amici del cuore, amici con cui “aprirsi”.

“I compagni virtuali basati sull’AI non sono sicuri per i bambini. Sono progettati per creare attaccamento emotivo e dipendenza, il che è particolarmente preoccupante per i cervelli in via di sviluppo degli adolescenti”, ha denunciato pubblicamente lo scorso maggio il Ceo e fondatore dell’organizzazione no-profit Common Sense Media, James P. Steyer.

Un problema che abbiamo già compreso non riguarda solo i più piccoli, sempre più adulti cadono nel tranello psicologico del confidente virtuale, dell’amico on demand a cui rivolgerci quando le cose vanno male, in sostanza una nuova pericolosa forma di dipendenza mentale sviluppata quasi immediatamente nei confronti delle nuove tecnologie.

Un’indagine per comprendere quali misure le società tecnologiche hanno preso per tutelare i più piccoli

La Commissione ha avvito un’indagine conoscitiva tesa a comprendere quali strumenti le aziende sopra citate hanno impiegato per gestire in maniera sicura l’interazione tra AI, adolescenti e ragazzini. Si stanno inoltre cercando informazioni su come queste aziende monetizzano il coinvolgimento degli utenti, sviluppano e approvano i personaggi, utilizzano o condividono informazioni personali, monitorano e applicano il rispetto delle policy aziendali e dei termini di servizio, come mitigano infine gli impatti negativi.

“Proteggere i bambini online è una priorità assoluta per la FTC, così come promuovere l’innovazione nei settori critici della nostra economia”, ha affermato in una nota il presidente della FTC, Andrew Ferguson.

Un’azione sicuramente ispirata da preoccupazioni reali, visto che sono in corso diverse cause legali intentate da associazioni di genitori contro le società tecnologiche che hanno sviluppato i chatbot AI, ma ispirate anche dall’amministrazione Trump.

Nel comunicato si legge: “La Commissione lavorerà per adempiere al nostro mandato di garantire mercati competitivi e proteggere i consumatori da comportamenti fraudolenti e illeciti. Il nostro mandato di tutela dei consumatori è particolarmente importante quando si tratta di bambini. Come ha recentemente affermato la First Lady Melania Trump, in merito all’intelligenza artificiale, stiamo vivendo un momento di meraviglia, ed è nostra responsabilità preparare i bambini americani“.

“La nostra priorità è rendere ChatGPT utile e sicuro per tutti, e sappiamo che la sicurezza è più importante di ogni altra cosa quando sono coinvolti i giovani”, ha dichiarato un portavoce di OpenAI alla CNBC, “riconosciamo che la FTC ha posto domande e preoccupazioni legittime e ci impegniamo a interagire in modo costruttivo e a rispondere apertamente”.

Una linea condivisa anche Character Technologies e Snap. Silenzio per il momento da parte delle altre società sotto esame dell’Antitrust Usa.

Chatbot sensuali e che aiutano a suicidarsi, cresce l’allarme negli USA e aumentano le cause legali

Il mese scorso, 44 procuratori generali hanno firmato una lettera aperta a 11 aziende di chatbot e social media , avvertendole che “risponderanno direttamente alla giustizia” se i loro prodotti danneggeranno consapevolmente i bambini, sollecitando tali aziende a vedere questi software e algoritmi “attraverso gli occhi di un genitore, non di un predatore“. 

Secondo un recente report pubblicato da Reuters, i chatbot AI di Meta avrebbero in più di un’occasione intrattenuto rapporti diretti con dei bambini attraverso conversazioni dal tono esageratamente intimo e “sensuale”.

Ad una bambina di otto anni di età il chatbot avrebbe scritto: “Ogni centimetro di te è un capolavoro, un tesoro che custodisco gelosamente”, tanto da spingere il senatore repubblicano del Missouri, Josh Hawley, ad avviare un’indagine su quanto accaduto.

A seguito di questo fatto, Meta ha introdotto delle modifiche sul modo in cui i suoi chatbot interagiscono con i giovani e i ragazzini, evitando argomenti come erotismo, sesso, suicidio, disturbi alimentari, autolesionismo e altre tematiche controverse ed inappropriate per l’età degli interlocutori.

Da non dimenticare il caso di suicidio di un razzo adolescente in California che vede sul banco degli imputati ChatGPT di OpenAI.

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Google e la privacy: sanzione multimilionaria per informazioni fuorvianti


Google dovrà pagare una multa salata da 425 milioni per informazioni vaghe e fuorvianti sulle proprie politiche di privacy: lo ha deciso la Corte distrettuale del distretto settentrionale della California, come riporta Malware Bytes.

Il caso è iniziato nel 2020 quando Anibal Rodriguez, un utente della compagnia, aveva intentato una causa contro il gigante tech accusandolo di aver confuso volontariamente gli utenti con le impostazioni “Attività web e app”. L’azione legale è diventata in seguito una class action.

Idealmente modificando queste impostazioni Google permetteva agli utenti di preservare la propria privacy disabilitando la raccolta di informazioni; in realtà, la compagnia non smetteva di raccogliere i dati, ma si limitava ad anonimizzarli. 

google privacy

Nel dettaglio, queste informazioni venivano raccolte tramite Firebase, un database per il monitoraggio delle attività che opera in maniera indipendente da “Attività web e app”. I dati venivano raccolti da applicazioni quali Uber, Shazam, Duolingo, Instagram e molte altre, con 98 milioni di utenti ignari di questa operazione.

I legali di Google si sono opposti all’accusa chiarendo che, modificando le impostazioni di privacy, viene mostrato all’utente un popup di conferma dal quale è possibile navigare su un dettaglio dei dati raccolti, e che quindi l’operato dell’azienda è trasparente.

I giudici, però, non hanno condiviso questa visione e hanno sottolineato che la compagnia dovrebbe essere più chiara nelle comunicazioni, soprattutto considerando che gli utenti spesso sono “superficiali” non dei lettori attenti; un dettaglio che, per quanto possa far sorridere, evidentemente ha avuto un certo peso nella decisione finale.

“Questa decisione fraintende il modo in cui funzionano i nostri prodotti” ha affermato Jose Castaneda, Policy Communication Manager presso Google. “I nostri tool per la privacy danno alle persone il controllo sui loro dati, e quando disabilitano la personalizzazione, noi rispettiamo quella scelta“.

In merito al caso, il giudice Richard Seeborg ha affermato che “Le comunicazioni interne di Google indicano che la compagnia sapeva di essere ‘intenzionalmente vaga’ sulla distinzione tecnica tra i dati raccolti da un account Google e quelli ottenuti al di fuori di esso perché la verità ‘sarebbe potuta sembrare allarmante per gli utenti’“.

Google ha comunicato l’intenzione di fare ricorso.

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Multa Ue a Google, impedita la conferenza stampa del Commissario Ribera

Niente conferenza stampa sulla multa a Google e niente palco per la Commissaria Ribera

C’è un retroscena abbastanza grave legato alla notizia della multa a Google per abuso di posizione dominante sul mercato della pubblicità online in Europa. Secondo quanto riportato da Capitol Forum, alla Vicepresidente esecutiva della Commissione europea e Commissaria europea per la concorrenza, Teresa Ribera, è stato impedito di tenere una conferenza stampa sulla sanzione al gigante tecnologico americano.

“La responsabile della concorrenza dell’Ue è stata bloccata dal tenere una conferenza stampa sull’ultima multa inflitta a Google (GOOG) per violazione delle norme antitrust, nel tentativo di evitare un’escalation delle tensioni con Washington tra i timori di ritorsioni commerciali da parte degli Stati Uniti, secondo fonti vicine al dossier”, si legge nel testo rilanciato sui social da Alexandra Geese, europarlamentare dal 2019 e responsabile della legge sui servizi digitali (DSA, Digital Services Act) per il gruppo parlamentare Verdi/ALE.

“Per anni – si legge nel documento – multe di questo genere erano state rese pubbliche in eventi di alto profilo guidati dall’allora commissaria europea alla concorrenza, Margrethe Vestager. Ma venerdì, la nuova responsabile, Teresa Ribera, esponente socialista spagnola, non ha potuto tenere la propria conferenza stampa, come hanno riferito diverse fonti dirette”.

“La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, dovrà spiegarlo: impedire a un vicepresidente esecutivo di tenere una conferenza stampa sul caso Google è inaccettabile!”, ha accusato Geese sui social, aggiungendo che “L’EVP Ribera ha finalmente dimostrato il coraggio di difendere la stampa libera invece di assecondare leader autoritari e aziende tecnologiche monopolistiche”.

La dichiarazione della Commissaria

Sul sito della Commissione europea, però, è stata pubblicata la dichiarazione scritta di Ribera.

Nel testo si spiegava che Google ha violato le norme UE sulla concorrenza abusando della sua posizione dominante nel settore delle tecnologie per la pubblicità display (“Adtech”); che la pubblicità digitale è la spina dorsale dell’economia online e finanzia; che Google controlla molti degli strumenti fondamentali che fanno funzionare questo settore e che ha abusato del suo potere, favorendo i propri servizi tecnologici di pubblicità display online a scapito dei suoi concorrenti, degli inserzionisti online e degli editori.

“Ciò è illegale secondo le norme UE sulla concorrenza e pertanto la nostra decisione ordina a Google di pagare una multa di 2,95 miliardi di euro”, ha scritto il Commissario Ribera, “per questo motivo abbiamo anche ordinato a Google di porre fine alle sue pratiche illegali e al suo intrinseco conflitto di interessi nel settore AdTech”.

“Dobbiamo agire nel rispetto dello stato di diritto, un valore fondamentale europeo e democratico, tutelando i diritti di difesa e garantendo prevedibilità e trasparenza nell’applicazione delle nostre regole”, sottolineando in particolare che come Commissione “continueremo ad applicare le nostre regole con fermezza ed equità, senza timori o favoritismi, nei confronti di tutte le aziende che operano in Europa”, precisando, e qui c’è l’azione politica di Riber, che “i nostri Trattati fondativi, le nostre leggi e i nostri valori fondamentali non sono in discussione”. 

Azione politica volta a dimostrare la necessità di non mostrarsi troppo timidi, o magari deboli, nell’affrontare le aggressive politiche commerciali americane, e allo stesso tempo a criticare l’atteggiamento di Bruxelles, che vuole a tutti i costi evitare non solo lo scontro con Washington, ma anche ogni minima tensione politica.

Solo un briefing tecnico al posto della conferenza stampa, è scontro von der Leyen-Ribera

Secondo quanto riportato da politico.eu, venerdì pomeriggio c’è stato un semplice e breve briefing con esperti e non la sessione con i giornalisti, con vive proteste di questi ultimi: “la linea della Commissione è che tutti erano d’accordo sul fatto che questa fosse la soluzione più pratica”.

Inoltre, sempre secondo Politico, la portavoce della Commissione europea ha giustificato la mancata conferenza spiegando che “Ribera doveva prendere un aereo molto presto sabato mattina”, ma a quanto pare secondo altre fonti il volo era previsto per la sera. Non solo, sembrerebbe che Ribera era a Palazzo Berlaymont venerdì pomeriggio, “apparentemente disponibile, con la sua agenda pubblica priva di impegni”, è sottolineato nel “Brussels Playbook” di Sarah Wheaton. 

Un Commissario non può tenere una conferenza stampa di propria iniziativa, ha bisogno di essere autorizzato e questo avviene tramite il portavoce e il gabinetto della Presidenza. È quindi von der Leyen ha decidere.

Tra Ribera e von der Leyen non c’è una buona intesa, lo si può vedere chiaramente dallo scontro istituzionale interno alla Commissione emerso sulla questione delle politiche green, sull’accordo commerciale con gli Stati Uniti e in particolare su Gaza, con la Commissaria alla Concorrenza che ha parlato senza mezzi termini di “genocidio della popolazione palestinese”, subendo a stretto giro la smentita della portavoce della Presidenza.

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Ignoring Trump threats, Europe hits Google with 2.95B euro fine for adtech monopoly

Google may have escaped the most serious consequences in its most recent antitrust fight with the US Department of Justice (DOJ), but the European Union is still gunning for the search giant. After a brief delay, the European Commission has announced a substantial 2.95 billion euro ($3.45 billion) fine relating to Google’s anti-competitive advertising practices. This is not Google’s first big fine in the EU, and it probably won’t be the last, but it’s the first time European leaders could face blowback from the US government for going after Big Tech.

The case stems from a complaint made by the European Publishers Council in 2021. The ensuing EU investigation determined that Google illegally preferenced its own ad display services, which made its Google Ad Exchange (AdX) marketplace more important in the European ad space. As a result, the competition says Google was able to charge higher fees for its service, standing in the way of fair competition since at least 2014.

A $3.45 billion fine would be a staggering amount for most firms, but Google’s earnings have never been higher. In Q2 2025, Google had net earnings of over $28 billion on almost $100 billion in revenue. The European Commission isn’t stopping with financial penalties, though. Google has also been ordered to end its anti-competitive advertising practices and submit a plan for doing so within 60 days.

“Google must now come forward with a serious remedy to address its conflicts of interest, and if it fails to do so, we will not hesitate to impose strong remedies,” said European Commission Executive Vice President Teresa Ribera. “Digital markets exist to serve people and must be grounded in trust and fairness. And when markets fail, public institutions must act to prevent dominant players from abusing their power.”

Europe alleges Google’s control of AdX allowed it to overcharge and stymie competition.

Credit: European Commission

Europe alleges Google’s control of AdX allowed it to overcharge and stymie competition. Credit: European Commission

Google will not accept the ruling as it currently stands—company leadership believes that the commission’s decision is wrong, and they plan to appeal. “[The decision] imposes an unjustified fine and requires changes that will hurt thousands of European businesses by making it harder for them to make money,” said Google’s head of regulatory affairs, Lee-Anne Mulholland.

Harsh rhetoric from US

Since returning to the presidency, Donald Trump has taken a renewed interest in defending Big Tech, likely spurred by political support from heavyweights in AI and cryptocurrency. The administration has imposed hefty tariffs on Europe, and Trump recently admonished the EU for plans to place limits on the conduct of US technology firms. That hasn’t stopped the administration from putting US tech through the wringer at home, though. After publicly lambasting Intel’s CEO and threatening to withhold CHIPS and Science Act funding, the company granted the US government a 10 percent ownership stake.

https://arstechnica.com/gadgets/2025/09/europe-slaps-google-with-2-95b-euro-fine-over-advertising-monopoly/




Ue infligge a Google una multa da 2,95 miliardi di euro: “Stop agli abusi nella pubblicità online”

Super multa a Google, l’Ue alza la voce

La Commissione europea ha multato Google. L’esecutivo comunitario ha annunciato una nuova sanzione da 2,95 miliardi di euro contro il colosso statunitense, con l’accusa di abuso di posizione dominante nel mercato della pubblicità online, favorendo sistematicamente i propri servizi a discapito dei concorrenti. E’ una delle sanzioni più alte mai inflitte alla Big Tech in Europa.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, Bruxelles accusa Google di aver “autopreferito” i propri servizi di display advertising, limitando di fatto la concorrenza e rafforzando ulteriormente la propria posizione dominante nell’intera filiera dell’ad tech.

“Google deve ora presentare un rimedio serio per affrontare i suoi conflitti di interesse, e se non lo farà non esiteremo a imporre rimedi forti”, ha dichiarato la commissaria alla Concorrenza Teresa Ribera, avvertendo che, in caso di mancata collaborazione, la Commissione potrebbe arrivare a imporre la cessione di parti del business pubblicitario.

Google ha 60 giorni di tempo per comunicare come intende conformarsi alla decisione.

La replica di Mountain View

La reazione di Google è stata immediata. “La Commissione impone una multa ingiustificata e richiede cambiamenti che danneggeranno migliaia di imprese europee, rendendo più difficile per loro generare ricavi”, ha dichiarato Lee-Anne Mulholland, vicepresidente e responsabile globale degli affari regolatori del gruppo. L’azienda ha inoltre confermato che presenterà ricorso.

Il gigante californiano ha denunciato la misura come esempio di un’applicazione “disproporzionata” delle regole europee nei confronti delle big tech americane, in linea con le critiche già espresse da altre società come Meta.

Ombre sui rapporti UE–USA

La decisione è maturata in maniera poco chiara e certamente in un contesto di tensioni crescenti tra le due sponde dell’Atlantico. Secondo fonti comunitarie, l’annuncio era inizialmente previsto per lunedì, ma è stato bloccato all’ultimo minuto dal commissario al Commercio Maroš Šefčovič, preoccupato delle ripercussioni sulle relazioni economiche con Washington.

Il rischio è quello di una nuova escalation nelle tensioni transatlantiche. Solo poche settimane fa, infatti, Donald Trump aveva minacciato tariffe ritorsive contro i Paesi che introducono tasse o regolamenti punitivi nei confronti delle aziende tecnologiche americane.
E di certo non è un caso che lo stesso Presidente americano abbia di nuovo annunciato un “ritocco verso l’alto dei dazi sulle importazioni di semiconduttori”, che andranno a colpire anche l’Europa.

Mercoledì, Šefčovič ha chiarito di non voler interferire con il lavoro della commissaria Ribera, ribadendo di aver avuto “contatti regolari negli ultimi giorni” e di “sostenere pienamente l’indagine”, ma allo stesso tempo ha ricordato che “le procedure interne della Commissione esistono per una ragione”.

Una vicenda che a questo punto, ci aspettiamo, sicuramente aprirà un nuovo capitolo di polemiche tra Stati Uniti e Commissione europea, con probabili conseguenze in termini di nuove fibrillazioni commerciali.

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https://www.key4biz.it/ue-infligge-a-google-una-multa-da-295-miliardi-di-euro-stop-agli-abusi-nella-pubblicita-online/545140/




Calano gli accessi ai siti (anche in Italia) per colpa dell’AI Overview di Google. I dati

Per oltre vent’anni la ricerca su internet è stata sinonimo di Google. Scrivevamo una parola chiave, scorrevamo una lista di link, cliccavamo sul sito che sembrava più promettente. Quel meccanismo, che ha dato forma a un intero ecosistema fatto di SEO, pubblicità digitale e modelli di business editoriali, oggi vacilla.

L’arrivo di ChatGPT e dei sistemi di intelligenza artificiale generativa ha inaugurato un modo diverso di cercare: non più una lista di risultati, ma una risposta immediata, in forma conversazionale. È un cambiamento silenzioso, ma con conseguenze dirompenti per chi pubblica contenuti online.

Secondo una recente analisi di Statista, negli Stati Uniti gli utenti che usano l’AI come primo strumento di ricerca potrebbero passare da circa 13 milioni nel 2024 a oltre 90 milioni entro il 2027. Questo spiega perché termini come zero-click search stiano diventando di uso comune: sempre più utenti ottengono ciò che cercano direttamente nella finestra dell’assistente, senza alcuna necessità di aprire un sito.

Sempre meno persone cliccano sui siti a causa dell’AI

Il fenomeno è documentato da numeri concreti. Una ricerca del Pew Research Center (luglio 2025) mostra che quando compare un AI Overview, il tasso di clic sui link si dimezza: dal 15% all’8%, e solo l’1% degli utenti clicca su un link dentro il riepilogo AI. Un’analisi di Ahrefs conferma che il primo risultato organico perde in media il 34,5% dei clic quando la query è accompagnata da un Overview. Secondo l’associazione Digital Content Next, nei primi mesi del 2025 gli editori hanno registrato un calo medio del 10% nel traffico referral da Google, con punte del 25% su alcune testate.

The Verge ha documentato come l’introduzione di AI Overview da parte di Google, il riquadro che sintetizza automaticamente le risposte in cima alla pagina dei risultati, stia riducendo sensibilmente i click verso i siti, in particolare per ricerche informative e tutorial. Gli editori statunitensi parlano già di un crollo del traffico organico, e i dati riportati dal Wall Street Journal mostrano come il New York Times abbia visto calare la quota di visite da ricerca organica dal 44% al 36,5% tra il 2022 e l’aprile 2025.

Google AI Overview, la funzione che divide

AI Overview è la grande scommessa di Google nata per non farsi scavalcare dall’ondata ChatGPT. In pratica è un riquadro generato dall’intelligenza artificiale che compare in cima ai risultati di ricerca e che prova a rispondere subito alla domanda dell’utente, senza bisogno di cliccare sui tradizionali “link blu”. È il tentativo di Mountain View di non perdere centralità nel momento in cui le persone si abituano a chiedere tutto direttamente a un chatbot.

L’algoritmo funziona come un collage: prende pezzi di contenuti sparsi sul Web, li ricompone e li mostra sotto forma di riepilogo. Un po’ come fa Wikipedia, con la differenza che qui l’utente non deve aprire nulla. È proprio questo il punto che manda su tutte le furie gli editori. Da un lato i loro contenuti vengono usati per alimentare la risposta; dall’altro il traffico si ferma al box AI e non arriva più al sito che ha prodotto l’informazione. In sostanza: sfruttati sì, ma senza ritorno.

La pigrizia fisiologica degli utenti amplifica il problema: se la risposta è già lì, pochi scorrono in basso per cliccare. Lo ha fatto notare anche il Wall Street Journal, che ha sottolineato come testate di riferimento stiano registrando cali di traffico organico attribuiti proprio a questi nuovi meccanismi.

I grandi editori trattano con le big tech, quelli piccoli fanno causa

Se le grandi testate cercano di trattare direttamente con le big tech, vendendo l’accesso ai propri archivi in licenza per l’addestramento dei modelli, gli editori più piccoli hanno scelto la strada legale. L’Independent Publishers Alliance, con il sostegno di Foxglove Legal Community Interest Company e del Movement for an Open Web, ha denunciato Google alla Commissione Europea per abuso di posizione dominante. Secondo loro, AI Overview obbliga di fatto gli editori a cedere i propri contenuti: se non autorizzi l’uso, rischi di scomparire del tutto dai risultati di ricerca; se invece acconsenti, sei comunque penalizzato perché il lettore si ferma al riassunto AI.

Il contenzioso non si ferma all’Europa. Azioni simili sono partite nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove si moltiplicano le cause legali contro Google e contro le società che sviluppano chatbot generativi. Il sospetto è sempre lo stesso: sfruttare gratuitamente il lavoro giornalistico altrui per costruire prodotti che rischiano di sostituirlo.

Sul tema sono intervenute anche le principali associazioni editoriali. In Europa, ENPA (European Newspaper Publishers’ Association) e News Media Europe hanno avvertito che l’uso dell’AI nell’ecosistema informativo deve essere regolato con maggiore trasparenza e con un giusto compenso per i titolari dei diritti, richiamando l’applicazione dell’AI Act e dei codici di condotta.

La difesa di Google

Google, dal canto suo, difende la bontà della nuova funzione. Secondo l’azienda, AI Overview non riduce le opportunità per gli editori ma le amplia, perché stimola nuove domande e apre nuove strade di scoperta. “Le nuove esperienze di intelligenza artificiale nella ricerca – ha dichiarato un portavoce – consentono alle persone di porre ancora più domande, creando nuove opportunità per scoprire contenuti e aziende”. Mountain View sostiene inoltre che le oscillazioni del traffico web dipendono da molti fattori: la stagionalità, i cambi di interesse degli utenti, i regolari aggiornamenti dell’algoritmo di ricerca. Insomma, non tutta la colpa sarebbe di AI Overview.

Il parere dell’esperto

“L’introduzione di risultati frutto di una elaborazione generativa delle informazioni non pone solamente un rischio ai modelli di business basati sul traffico web, ma ha ricadute reputazionali per le aziende”, spiega a Key4biz Andrea Boscaro, Founder & Partner di The Vortex. “Il margine di errore di cui occorre sempre tenere conto quando si adottano i modelli linguistici produce infatti la possibilità che le informazioni aziendali pubblicate sui siti siano riprodotte in modo differente, non fedele alle intenzioni, non aggiornato. Possibilità tanto più grave quando più gli utenti si abituano, anziché fare una ricerca, ad accontentarsi di una risposta. Quella comodamente confezionata dall’AI”, conclude Boscaro.

Dal clickbait al trustbait

In questo nuovo scenario, i vecchi strumenti perdono valore. Il clickbait, che per anni ha garantito traffico con titoli sensazionalistici e promesse esagerate, viene ignorato dagli algoritmi generativi. Ciò che conta è la sostanza: contenuti affidabili, chiari, con dati verificabili. È quello che alcuni iniziano a chiamare trustbait: non più attrarre click a tutti i costi, ma costruire fiducia.

Lo sottolinea anche l’Osservatorio Artificial Intelligence del PoliMi, che ha rilevato come le aziende italiane stiano già rivedendo le proprie strategie di acquisizione: non basta più la SEO tradizionale, occorre rendere i contenuti leggibili e utilizzabili dai modelli generativi. È qui che entra in gioco la Answer Engine Optimization (AEO): testi chiari, strutturati, con dati verificabili, pensati per diventare direttamente parte della risposta fornita da un assistente AI. In altre parole, non basta più essere “primi su Google”: serve essere integrati nella risposta che l’utente legge senza cliccare.

La sfida dell’AEO

Se la SEO ha guidato vent’anni di visibilità online, l’obiettivo dell’AEO non è più scalare la SERP (Search Engine Results Page), ma diventare la risposta.

Tradotto in pratica significa:

  • strutturare testi che rispondano direttamente alle domande frequenti,
  • usare titoli, sottotitoli e FAQ per favorire l’estrazione automatica,
  • inserire dati, grafici e fonti verificabili,
  • curare la formattazione (elenchi, schemi, tabelle) in modo che siano leggibili anche per un modello linguistico.

Chi saprà adattarsi a questa logica potrà mantenere visibilità anche in un contesto in cui l’utente non clicca più sui link, ma si ferma alla risposta AI.

L’AI cambierà per sempre l’informazione generalista

Le ricerche locali, gli eventi in tempo reale, i contenuti multimediali manterranno ancora una dimensione “cliccabile”. Ma per l’informazione generalista, le guide, i contenuti di servizio, il futuro è già arrivato: la ricerca online è diventata un dialogo con un assistente, non più un elenco di link, una trasformazione che mette in gioco non solo il destino di singole testate o portali, ma il pluralismo stesso dell’informazione.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/calano-gli-accessi-ai-siti-come-lai-overview-di-google-sta-cambiando-il-traffico-online/544769/




COVID vaccine locations vanish from Google Maps due to supposed “technical issue”

Vaccine results in Maps

Results for the flu vaccine appear in Maps, but not COVID. The only working COVID results are hundreds of miles away.

Credit: Ryan Whitwam

Results for the flu vaccine appear in Maps, but not COVID. The only working COVID results are hundreds of miles away. Credit: Ryan Whitwam

Ars reached out to Google for an explanation, receiving a cryptic and somewhat unsatisfying reply. “Showing accurate information on Maps is a top priority,” says a Google spokesperson. “We’re working to fix this technical issue.”

So far, we are not aware of other Maps searches that have been similarly affected. Google has yet to respond to further questions on the nature of the apparent glitch, which has wiped out COVID vaccine information in Maps while continuing to return results for other medical services and immunizations.

The sudden eroding of federal support for routine vaccinations lurks in the background with this bizarre issue. When the Trump administration decided to rename the Gulf of Mexico, Google was widely hectored for its decision to quickly show “Gulf of America” on its maps, aligning with the administration’s preferred nomenclature. With the ramping up of anti-vaccine actions at the federal level, it is tempting to see a similar, nefarious purpose behind these disappearing results.

At present, we have no evidence that the change in Google’s search results was intentional or targeted specifically at COVID immunization—indeed, making that change in such a ham-fisted way would be inadvisable. It does seem like an ill-timed and unusually specific “technical issue,” though. If Google provides further details on the missing search results, we’ll post an update.

https://arstechnica.com/gadgets/2025/09/covid-vaccine-locations-vanish-from-google-maps-due-to-alleged-technical-issue/




Google’s Material 3 Expressive UI rolls out to Pixel 6 and newer

Google has spent the last few weeks hyping up its new Pixel 10 phones, which are very nice devices. They’re just not a big leap over last year’s phones. If you’ve decided to hang onto your Android phone a bit longer, there are some new goodies headed your way. If you’ve got a Pixel, Google’s revamped Material 3 Expressive interface is rolling out.

Google’s Pixel Drop updates, which arrive quarterly, are not quite a new version of Android, but they include more than the bug fixes and security patches you get in other monthly updates. The September Pixel Drop (previously tested as Android 16 QPR1) is beginning its rollout today with one big change and a few little ones.

At the top of the list is the new Material 3 Expressive interface. Google revealed Material 3 in May, promising it would come to Android 16 phones later, but it didn’t intend to include it with the initial OS release. Indeed, Android 16 launched without Material 3 earlier this summer. Google’s new Pixel 10 series shipped with the new UI, and now more of the Pixel lineup is following.

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Material 3 Expressive comes to more phones.

Google says it’s adding Material 3 Expressive to all of its phones from the Pixel 6 onward. This interface makes better use of theme colors, which are automatically extracted from your wallpaper. Google also included more bouncy animations, resizable quick settings, custom call screens, and more. While Google didn’t mention it, the new update should also have the new desktop mode experience.

Pixel phones are also getting a few more features for connected accessories. Later this month, Google will enable Adaptive Audio on the Pixel Buds Pro 2. This will allow the buds to adjust volume based on ambient noise levels. If you’ve got an Android smartwatch paired with your Pixel, Google Maps will open automatically when you begin navigation on your phone.

https://arstechnica.com/gadgets/2025/09/googles-material-3-expressive-ui-rolls-out-to-pixel-6-and-newer/