Judge: Google can keep Chrome, must share search data with “qualified competitors”

This service will be available for five years instead of the ten years the DOJ wanted. Google will only have to provide organic results and can impose normal commercial usage restrictions, like prohibiting scraping or indexing of the results. In addition, the court has decided that companies syndicating Google’s search results can only use Google’s results for 40 percent of their queries for the first year. That cap may go down over time, pushing companies to innovate rather than simply mirroring Google.

While DuckDuckGo isn’t happy with the more limited data sharing, Kagi founder Vladimir Prelovac is more optimistic. He praised the judge for ignoring the “meaningless remedies” like selling Chrome. He calls the move to open up Google’s index and search data “directionally correct.”

Google is naturally unhappy with this part of the ruling. “We have concerns about how these requirements will impact our users and their privacy, and we’re reviewing the decision closely,” said Google’s Lee-Anne Mulholland.

What comes next?

While this ruling is a pretty clear win for Google, it still technically lost the case. Google probably isn’t going to just accept the “monopolist” label, though. The company previously said it planned to appeal the case, and now it has that option.

The court’s remedies are supposed to be enforced by a technical committee, which will oversee the company’s operations for six years. The order says that the group must be set up within 60 days. However, Google will most likely ask to pause the order while it pursues an appeal. It did something similar with the Google Play case brought by Epic Games, but it just lost that appeal.

With the high likelihood of an appeal, it’s possible Google won’t have to make any changes for years—if ever. If the company chooses, it could take the case all the way to the US Supreme Court. If a higher court overturns the verdict, Google could go back to business as usual, avoiding even the narrow remedies chosen by Mehta.

This story was updated on September 3 with additional comments and details on the ruling.

https://arstechnica.com/gadgets/2025/09/google-wont-have-to-sell-chrome-judge-rules/




Google. Multa sospesa in Europa, Bruxelles ha paura di Trump? E negli USA arriva la sentenza salva-Chrome

Google si salva, rinviate le sanzioni antitrust UE

Doveva arrivare una multa e invece non è accaduto niente. La Commissione europea ha sospeso all’ultimo minuto una sanzione antitrust contro Google, destinata a punire le presunte pratiche abusive del gigante tecnologico nel mercato della pubblicità online. La decisione, secondo quanto riportato da Lewis Crofts, Khushita Vasant e Nicholas Hirst su MLex, è stata messa in discussione da “pressioni interne ed esterne”, in particolare da parte di Washington, a dimostrazione di come le questioni di politica commerciale stiano ormai influenzando pesantemente le scelte di regolamentazione dell’Unione europea (Ue).

Il caso Google: un conflitto d’interessi

L’indagine della Commissione, avviata nel 2021, verteva su un presunto conflitto di interessi di Google, che opera contemporaneamente sia sul lato dell’acquisto che su quello della vendita degli spazi pubblicitari online. Gli investigatori di Bruxelles sospettano che Google abbia favorito i propri servizi di ad-tech, a scapito dei concorrenti e degli editori online. La sanzione avrebbe previsto una multa salata e, potenzialmente, un ordine per Google di cedere parte delle sue attività. Nonostante le rassicurazioni iniziali, che parlavano di una “modesta” sanzione, il caso si è trasformato in un’accesa disputa politica.

L’ombra di Washington sulle decisioni di Bruxelles

La sospensione della sanzione è arrivata dopo un weekend di intense trattative e scambi diplomatici. Il commissario europeo per il commercio, Maroš Šefčovič, avrebbe eccezionalmente messo in discussione la decisione della sua collega alla concorrenza, Teresa Ribera, che era pronta ad annunciare la sanzione. Allo stesso tempo, il Dipartimento di Giustizia statunitense è intervenuto, con una nota dell’assistente procuratore generale Gail Slater che chiedeva un rinvio della decisione, sebbene volesse separare il caso antitrust dalle trattative commerciali.

La mossa di Šefčovič e di Washington è vista da molti come un tentativo di evitare ritorsioni da parte degli Stati Uniti, in un momento delicato per le relazioni transatlantiche. L’Ue e gli USA hanno recentemente raggiunto un accordo commerciale che prevede, tra l’altro, una riduzione dei dazi statunitensi sulle auto europee.
Alcuni funzionari europei temono che una sanzione “a sorpresa” contro un’azienda americana come Google possa spingere l’amministrazione statunitense a bloccare la riduzione dei dazi o a inasprire il clima dei negoziati in corso.

La battaglia tra concorrenza e politica commerciale

La vicenda mette in luce un’evidente tensione all’interno della Commissione europea. Mentre la commissaria Ribera ha espresso la ferma intenzione di applicare le leggi europee contro le grandi aziende tecnologiche, senza cedere alle minacce di rappresaglia, la logica della politica commerciale sembra prevalere.

Il caso Google sta diventando un simbolo del dilemma che Bruxelles si trova ad affrontare: garantire un’equa concorrenza e proteggere i mercati europei, senza al contempo compromettere gli accordi commerciali con un partner fondamentale come gli Stati Uniti.

La Commissione per la Concorrenza tedesca ha definito la sospensione un “precedente allarmante per l’indipendenza dell’applicazione del diritto antitrust europeo“, affermando che la protezione della concorrenza non dovrebbe diventare una “pedina dell’amministrazione Trump“.
Il destino della sanzione rimane incerto, ma è chiaro che le decisioni future della Commissione saranno sempre più influenzate dal complesso intreccio tra diritto della concorrenza e politica estera.

Secondo il giornalista e fondatore di netzpolitik.org, Markus Beckedahl, il problema è di natura strutturale: “l’Autorità garante della concorrenza dell’Ue non è indipendente, ma direttamente subordinata alla Commissione. Chi dovrebbe negoziare conflitti commerciali con gli Stati Uniti e controllare allo stesso tempo i monopoli delle Big Tech non può decidere liberamente“.

Secondo Beckedahl, alle egole per far rispettare la democrazia e la concorrenza abbiamo preferito tariffe commerciali sulle automobili più convenienti. Attraverso politiche del genere non facciamo altro che indebolire costantemente ogni tentativo di rafforzare la nostra autonomia politica ed economica.

Buone notizie anche per Chrome negli USA, “niente spezzatino”

Ma non finiscono qui le buone notizie per Google, che ha ottenuto una significativa vittoria legale negli Stati Uniti. Il giudice federale Amit Mehta ha respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia di smembrare l’azienda, il celebre “spezzatino”, una mossa che avrebbe costretto Google a cedere proprietà chiave come il sistema operativo Android e il browser web Chrome.

Questa decisione segna un punto di svolta nel panorama legale che circonda le Big Tech e fornisce una guida per i futuri casi antitrust.

Nel 2024, il giudice Mehta aveva stabilito che Google aveva agito illegalmente per mantenere un monopolio nella ricerca online. Tuttavia, la recente sentenza sui rimedi ha evitato le sanzioni più estreme. Sebbene Google possa mantenere Android e Chrome, e continuare a pagare altre aziende per essere il motore di ricerca predefinito, dovrà apportare modifiche significative alle sue pratiche.
L’azienda sarà obbligata a condividere i dati con le rivali e le sarà proibito firmare contratti esclusivi che limitano la concorrenza.

Il giudice ha sottolineato la necessità di “umiltà” da parte dei tribunali nel formulare i rimedi, una dichiarazione che riflette la cautela nel non danneggiare un’azienda in modo sproporzionato. Questa sentenza rappresenta il più importante caso sulla Silicon Valley dai tempi di quello contro Microsoft di vent’anni fa.

Le azioni di Google si impennano dell’8%

La decisione è stata accolta con un inevitabile grande sollievo a Wall Street, dove le azioni di Google sono salite dell’8%. Nonostante la vittoria, Google ha già annunciato che farà ricorso, indicando che la battaglia legale è lungi dall’essere conclusa.

Per il governo americano, la sentenza rappresenta un duro colpo agli sforzi per regolamentare il settore delle Big Tech, in particolare per le amministrazioni Biden e Trump che avevano sostenuto una linea più dura. L’indagine contro Google, avviata nel 2020 durante la prima presidenza Trump, ha portato a una sentenza storica nel 2024 che ha dichiarato Google un monopolista. La recente decisione di Mehta, tuttavia, sembra rassicurare gli altri giganti della Silicon Valley, riducendo l’incertezza su possibili future azioni antitrust.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/google-multa-sospesa-in-europa-bruxelles-ha-paura-di-trump-e-negli-usa-arriva-la-sentenza-salva-chrome/544604/




Google says Gmail security is “strong and effective” as it denies major breach

The sky is falling, and Gmail has supposedly been hacked to bits by malicious parties unknown. Or has it? Reports circulated last week claiming that Gmail was the subject of a major data breach, citing a series of warnings Google has distributed and increasing reports of phishing attacks. The hysteria was short-lived, though. In a brief post on its official blog, Google says that Gmail’s security is “strong and effective,” and reports to the contrary are mistaken.

This story seems to have developed due to a random confluence of security events. Google experienced a Gmail data breach in June, but the attack was limited to the company’s corporate Salesforce server. The hacker was able to access publicly available information like business names and contact details, but no private information was compromised.

Over the following weeks, Google alerted Gmail users to an increase in phishing attacks in July and August. It didn’t offer many details, but many believed the spike in phishing was related to the corporate server breach. Indeed, more people are talking about hacking attempts on social media right now. This led to the claim that Gmail’s entire user base of 2.5 billion people was about to be hacked at any moment, with some reports advising everyone to change their passwords and enable two-factor authentication. While that’s generally good security advice, Google says the truth is much less dramatic.

https://arstechnica.com/gadgets/2025/09/google-says-reports-of-massive-gmail-data-breach-are-entirely-false/




Il data breach contro Salesloft impatta centinaia di servizi


Lo scorso 20 agosto Salesloft aveva avvertito di un incidente di sicurezza che ha colpito Drift, il proprio chatbot di IA usato per convertire le interazioni utente in lead di Salesforce. Gli attaccanti sono riusciti a entrare in possesso di token Drift OAuth per accedere a istanze di Salesforce e sottrarre grandi volumi di dati. 

“L’autore dell’attacco ha esportato sistematicamente grandi volumi di dati da numerose istanze aziendali di Salesforce. GTIG ritiene che l’obiettivo principale dell’autore dell’attacco fosse quello di raccogliere credenziali. Dopo aver sottratto i dati, il gruppo ha cercato tra i dati informazioni riservate che potessero essere potenzialmente utilizzate per compromettere gli ambienti delle vittime” ha spiegato Google Threat Intelligence Group in un report.

Salesloft

La campagna, iniziata l’8 agosto e durata almeno fino al 18 agosto, sarebbe a opera del gruppo UNC6395. Se inizialmente sembrava che il pericolo fosse limitato solo a quei clienti che integrano Drift in Salesforce, gli ultimi aggiornamenti di Google avvertono che la campagna impatta anche su altre integrazioni. “Consigliamo ora a tutti i clienti Salesloft Drift di considerare tutti i token memorizzati o connessi alla piattaforma Drift come potenzialmente compromessi” si legge nel report aggiornato.

Come si legge su un articolo di Krebs On Security, questo significa che potenzialmente gli hacker hanno sottratto token d’autenticazione per centinaia di servizi che si possono integrare con la piattaforma, inclusi Slack, Google Workspace, Amazon S3, Azure e OpenAI.

Per quanto riguarda i suoi servizi, Google ha revocato i token compromessi degli utenti impattati e ha temporaneamente disabilitato l’integrazione tra Workspace e Drift. La compagnia ha invitato inoltre tutti i clienti di Salesloft Drift che integrano la piattaforma a revocare e ruotare le credenziali per le applicazioni connesse.

Nell’ultima comunicazione, Salesloft ha specificato di aver ingaggiato Mandiant e Coalition per analizzare e gestire l’incidente. “Consigliamo a tutti i clienti Drift che gestiscono le proprie connessioni Drift ad applicazioni di terze parti tramite chiave API di revocare in modo proattivo la chiave esistente e riconnettersi utilizzando una nuova chiave API per queste applicazioni. Ciò riguarda solo le integrazioni Drift basate su chiave API. Le applicazioni OAuth vengono gestite direttamente da Salesloft” ha dichiarato la compagnia.

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FTC claims Gmail filtering Republican emails threatens “American freedoms”

Federal Trade Commission Chairman Andrew Ferguson accused Google of using “partisan” spam filtering in Gmail that sends Republican fundraising emails to the spam folder while delivering Democratic emails to inboxes.

Ferguson sent a letter yesterday to Alphabet CEO Sundar Pichai, accusing the company of “potential FTC Act violations related to partisan administration of Gmail.” Ferguson’s letter revives longstanding Republican complaints that were previously rejected by a federal judge and the Federal Election Commission.

“My understanding from recent reporting is that Gmail’s spam filters routinely block messages from reaching consumers when those messages come from Republican senders but fail to block similar messages sent by Democrats,” Ferguson wrote. The FTC chair cited a recent New York Post report on the alleged practice.

The letter told Pichai that if “Gmail’s filters keep Americans from receiving speech they expect, or donating as they see fit, the filters may harm American consumers and may violate the FTC Act’s prohibition of unfair or deceptive trade practices.” Ferguson added that any “act or practice inconsistent with” Google’s obligations under the FTC Act “could lead to an FTC investigation and potential enforcement action.”

“While outside my purview, I believe such conduct may also violate applicable state consumer protection laws,” Ferguson’s letter said in a footnote.

Google beat RNC in court

Google provided Ars with a statement today. “Gmail’s spam filters look at a variety of objective user signals—like whether a user marks an email as spam or if a particular ad agency is sending a high volume of emails on behalf of their clients that are often marked by users as spam. This applies equally to all senders, regardless of political ideology. We will review this letter and look forward to engaging constructively,” Google said.

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/08/ftc-claims-gmail-filtering-republican-emails-threatens-american-freedoms/




Google Pixel 10 series review: Don’t call it an Android

I’ve been using a pre-production version of the new software, but even for early Pixel software, there have been more minor UI hitches than expected. Several times, I’ve seen status bar icons disappear, app display issues, and image edits becoming garbled. There are no showstopping bugs, but the new software could do with a little cleaning up.

The OS changes are more than skin-deep—Google has loaded the Pixel 10 series with a ton of new AI gimmicks aimed at changing the experience (and justifying the company’s enormous AI spending). With the more powerful Tensor G5 to run larger Gemini Nano on-device models, Google has woven AI into even more parts of the OS. Google’s efforts aren’t as disruptive or invasive as what we’ve seen from other Android phone makers, but that doesn’t mean the additions are useful.

It would be fair to say Magic Cue is Google’s flagship AI addition this year. The pitch sounds compelling—use local AI to crunch your personal data into contextual suggestions in Maps, Messages, phone calls, and more. For example, it can prompt you to insert content into a text message based on other messages or emails.

Despite having a mountain of personal data in Gmail, Keep, and other Google apps, I’ve seen precious few hints of Magic Cue. It once suggested a search in Google Maps, and on another occasion, it prompted an address in Messages. If you don’t use Google’s default apps, you might not see Magic Cue at all. More than ever before, getting the most out of the Pixel means using Google’s first-party apps, just like that other major smartphone platform.

Pixel 10 AI

Google is searching for more ways to leverage generative AI.

Credit: Ryan Whitwam

Google is searching for more ways to leverage generative AI. Credit: Ryan Whitwam

Google says it can take about a day after you set up the Pixel 10 before Magic Cue will be done ingesting your personal data—it takes that long because it’s all happening on your device instead of in the cloud. I appreciate Google’s commitment to privacy in mobile AI because it does have access to a huge amount of user data. But it seems like all that data should be doing more. And I hope that, in time, it does. An AI assistant that anticipates your needs is something that could actually be useful, but I’m not yet convinced that Magic Cue is it.

https://arstechnica.com/gadgets/2025/08/google-pixel-10-series-review-dont-call-it-an-android/




The personhood trap: How AI fakes human personality

Knowledge emerges from understanding how ideas relate to each other. LLMs operate on these contextual relationships, linking concepts in potentially novel ways—what you might call a type of non-human “reasoning” through pattern recognition. Whether the resulting linkages the AI model outputs are useful depends on how you prompt it and whether you can recognize when the LLM has produced a valuable output.

Each chatbot response emerges fresh from the prompt you provide, shaped by training data and configuration. ChatGPT cannot “admit” anything or impartially analyze its own outputs, as a recent Wall Street Journal article suggested. ChatGPT also cannot “condone murder,” as The Atlantic recently wrote.

The user always steers the outputs. LLMs do “know” things, so to speak—the models can process the relationships between concepts. But the AI model’s neural network contains vast amounts of information, including many potentially contradictory ideas from cultures around the world. How you guide the relationships between those ideas through your prompts determines what emerges. So if LLMs can process information, make connections, and generate insights, why shouldn’t we consider that as having a form of self?

Unlike today’s LLMs, a human personality maintains continuity over time. When you return to a human friend after a year, you’re interacting with the same human friend, shaped by their experiences over time. This self-continuity is one of the things that underpins actual agency—and with it, the ability to form lasting commitments, maintain consistent values, and be held accountable. Our entire framework of responsibility assumes both persistence and personhood.

An LLM personality, by contrast, has no causal connection between sessions. The intellectual engine that generates a clever response in one session doesn’t exist to face consequences in the next. When ChatGPT says “I promise to help you,” it may understand, contextually, what a promise means, but the “I” making that promise literally ceases to exist the moment the response completes. Start a new conversation, and you’re not talking to someone who made you a promise—you’re starting a fresh instance of the intellectual engine with no connection to any previous commitments.

https://arstechnica.com/information-technology/2025/08/the-personhood-trap-how-ai-fakes-human-personality/




Cloud, il 60% del mercato globale delle infrastrutture in mano agli americani

La spesa in infrastrutture cloud aumenta a livello mondiale

Il mercato mondiale delle infrastrutture cloud continua a correre e nel 2025 è destinato a superare, per la prima volta, la soglia dei 400 miliardi di dollari di ricavi. A confermarlo sono le ultime stime di Synergy Research Group, che fotografano un settore non solo in piena espansione, ma anche sempre più centrale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa.

Nel secondo trimestre del 2025, la spesa globale per servizi cloud infrastrutturali ha raggiunto i 99 miliardi di dollari, con una crescita di oltre 20 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un incremento del 25% su base annua. Numeri che mostrano come, nonostante le dimensioni già colossali del mercato, la traiettoria resti fortemente positiva e anzi accelerata negli ultimi trimestri.

Settore in mano a tre Big Tech

La competizione rimane però altamente concentrata. A livello globale, è Amazon Web Services (AWS) a mantenere la leadership con una quota del 30% del mercato, grazie a una piattaforma che rappresenta ancora il pilastro più redditizio del gruppo fondato da Jeff Bezos.

Segue Microsoft Azure con il 20% e Google Cloud con il 13%. Insieme, i tre colossi statunitensi controllano oltre il 60% del mercato mondiale, lasciando ai concorrenti minori – come Alibaba Cloud, Oracle, IBM e Tencent – percentuali ridotte, spesso confinate a basse cifre a una sola cifra percentuale.

L’effetto AI sul cloud

Se il cloud è la nuova infrastruttura critica dell’economia digitale, l’intelligenza artificiale generativa sta diventando il principale motore della sua crescita. Secondo Synergy, i servizi cloud legati specificamente alla GenAI hanno registrato nel secondo trimestre del 2025 tassi di crescita compresi tra il 140% e il 180%.

“È un buon momento per essere un fornitore di servizi cloud”, ha commentato John Dinsdale, chief analyst di Synergy Research Group, “l’AI non solo traina l’espansione dei servizi dedicati, ma contribuisce anche a potenziare l’intero portafoglio di offerta cloud”.

Un settore strategico e conteso

Con il traguardo dei 400 miliardi di dollari in vista e una crescita a doppia cifra che non sembra rallentare, il cloud si conferma come uno dei settori più strategici dell’economia digitale globale.
Non sorprende quindi che la competizione tra i grandi player mondiali resti altissima, con investimenti miliardari destinati non solo a consolidare la leadership, ma anche a conquistare nuove quote in un mercato sempre più plasmato dalle esigenze dell’intelligenza artificiale.

Un problema enorme: la dipendenza

A leggere questi dati, c’è un evidente problema di concentrazione e dipendenza strategica: tre sole aziende americane – Amazon, Microsoft e Google – detengono oltre il 60% del mercato mondiale del cloud, con quote ben più elevate in Europa e in molti Paesi dove gli operatori locali hanno capacità limitate.

Basti pensare che, nonostante la rapida crescita del mercato cloud europeo, che nel 2024 ha raggiunto i 61 miliardi di euro, la quota detenuta dai provider continentali continua a rappresentare un modesto 15%.

Questo dominio degli hyperscalers pone almeno tre ordini di problemi:

  1. autonomia digitale – Se i dati di governi, imprese strategiche e cittadini risiedono su server controllati da aziende statunitensi, c’è un tema di autonomia e di applicazione di normative nazionali ed europee. Il Cloud Act americano, ad esempio, consente alle autorità statunitensi di accedere a dati archiviati da provider USA anche se conservati all’estero.
  2. concorrenza limitata – Con AWS al 30%, Azure al 20% e Google Cloud al 13%, lo spazio per operatori nazionali o europei si riduce drasticamente. Fortunatamente ci sono i player locali (come OVHcloud in Francia, Aruba e Engineering in Italia, o Deutsche Telekom in Germania) che pur subendo un danno da questa situazione si propongono come valida alternativa ed esempio concreto è il Sovereign European Cloud Application Programming Interface (SECA API) di Aruba, IONOS e Dynamo.
  3. prezzi e innovazione – Una concentrazione così elevata lascia poca pressione competitiva: le tre big hanno la forza di imporre condizioni contrattuali, prezzi e standard tecnologici, orientando il mercato in base ai propri interessi.

E l’Europa?

Proprio per rispondere a questa situazione, l’Unione europea ha promosso – ma senza successo – iniziative come Gaia-X, un progetto nato per sviluppare un ecosistema cloud federato e interoperabile, che garantisca standard comuni di trasparenza, portabilità e sovranità dei dati.
Gaia-X, di cui fanno parte numerosi provider italiani, procede però troppo a rilento e, nel frattempo, le aziende europee continuano a rivolgersi massicciamente agli hyperscalers per portare avanti il proprio business e restare competitive e per ragioni di affidabilità, scalabilità e costi.

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Android, più sicurezza con la verifica dell’identità sviluppatori


Google ha deciso di aumentare la sicurezza dei dispositivi Android annunciando la verifica dell’identità degli sviluppatori: qualsiasi applicazione, anche quelle non distribuite sul Play Store, potrà essere installato solo se l’identità dello sviluppatore è riconosciuta dalla compagnia.

Molte applicazioni Android, anche legittime, vengono rese disponibili al di fuori dei canali ufficiali Google, alimentando il fenomeno del cosiddetto “sideloading“, ovvero il download di app al di fuori del Play Store. Ciò però espone gli utenti a numerose minacce: i cybercriminali sfruttano questo meccanismo per distribuire malware mobile più facilmente.

“Abbiamo visto come gli autori di attacchi informatici si nascondano dietro l’anonimato per danneggiare gli utenti, spacciandosi per sviluppatori e utilizzando la loro fama per creare app false convincenti. La portata di questa minaccia è significativa: la nostra recente analisi ha rilevato una quantità di malware proveniente da fonti di sideloading su Internet oltre 50 volte superiore rispetto a quella presente nelle app disponibili su Google Play” specifica la compagnia sul suo blog.

Android sicurezza

Per garantire più sicurezza ai propri utenti, Google ha deciso di permettere l’installazione di applicazioni su dispositivi Android (certificati) solo se distribuite da sviluppatori verificati. Questa nuova funzionalità si occuperà di controllare esclusivamente l’identità dell’autore dell’app, ma non il contenuto, né la provenienza. 

“Da quando abbiamo implementato i requisiti di verifica su Google Play nel 2023, abbiamo constatato in prima persona quanto sia utile l’identificazione degli sviluppatori per impedire ai malintenzionati di sfruttare l’anonimato per distribuire malware, commettere frodi finanziarie e rubare dati sensibili” continua la compagnia. “L’introduzione di un processo simile su Android su più ampia scala fornirà una base di riferimento coerente e di buon senso per la responsabilità degli sviluppatori in tutto l’ecosistema“.

Coloro che distribuiscono applicazioni al di fuori di Google Play potranno completare il processo di verifica direttamente su Android Developer Console. Facilitando la verifica anche a chi non pubblica sui canali ufficiali, la compagnia mira a lasciare la libertà di scelta agli utenti, favorendo un sistema open senza rinunciare alla sicurezza.

Secondo la timeline condivisa di Google, a partire da ottobre alcuni sviluppatori selezionati potranno prendere parte a un programma early access per la verifica dell’identità e alla community dedicata; da marzo 2026 il processo sarà aperto a tutti i developer. I requisiti di verifica per le app diventeranno effettivi da settembre 2026 in Brasile, Singapore, Indonesia e Thailandia, i Paesi più impattati dalle operazioni fraudolente tramite app mobile, mentre verranno estesi nel resto del mondo a partire dal 2027.

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Google improves Gemini AI image editing with “nano banana” model

Something unusual happened in the world of AI image editing recently. A new model, known as “nano banana,” started making the rounds with impressive abilities that landed it at the top of the LMArena leaderboard. Now, Google has revealed that nano banana is an innovation from Google DeepMind, and it’s being rolled out to the Gemini app today.

AI image editing allows you to modify images with a prompt rather than mucking around in Photoshop. Google first provided editing capabilities in Gemini earlier this year, and the model was more than competent out of the gate. But like all generative systems, the non-deterministic nature meant that elements of the image would often change in unpredictable ways. Google says nano banana (technically Gemini 2.5 Flash Image) has unrivaled consistency across edits—it can actually remember the details instead of rolling the dice every time you make a change.

Google says subjects will retain their appearance as you edit.

This unlocks several interesting uses for AI image editing. Google suggests uploading a photo of a person and changing their style or attire. For example, you can reimagine someone as a matador or a ’90s sitcom character. Because the nano banana model can maintain consistency through edits, the results should still look like the person in the original source image. This is also the case when you make multiple edits in a row. Google says that even down the line, the results should look like the original source material.

https://arstechnica.com/ai/2025/08/google-improves-gemini-ai-image-editing-with-nano-banana-model/