AI, Spazio, green e Difesa: “Serve autonomia strategica e federalismo europeo”. Il Manifesto del Pd

Per i 70 anni dei Trattati di Roma, il Pd lancia il manifesto degli Stati Uniti d’Europa

È l’ora degli Stati Uniti d’Europa. È questo il titolo del manifesto presentato dal Partito democratico al Parlamento europeo riunito in seduta plenaria. La scelta non è casuale. A Strasburgo gli eurodeputati si stanno confrontando su nodi particolarmente delicati riguardo al futuro della nostra Unione.

Certo, i Dem l’hanno presa un po’ larga, visto che il manifesto è dedicato al settantesimo anniversario dei “Trattati di Roma”, che ricorrerà nel marzo del 2027. Una ricorrenza storica importante, visto che quel trattato del 1957 gettava le basi dell’Unione europea, le stesse basi che oggi, a quanto pare, qualcuno vorrebbe rimettere in discussione.

In sostanza, secondo il Partito democratico in Europa la situazione è grave e bisogna muoversi rapidamente, richiamando lo spirito dei padri europei depositato in quei trattati. C’è da decidere in che modo procedere tutti insieme, soprattutto alla luce dell’ormai celebre Rapporto Draghi, ma anche della forte instabilità politica che ormai circonda la Commissione europea e gli scenari geopolitici resi oltremodo difficili dalle politiche aggressive dell’alleato statunitense.

“L’Europa è di nuovo di fronte a un bivio: cambiare rilanciando le sue ambizioni o accettare un lento declino”, inizia così il testo del manifesto, che poi è quanto dichiarato più volte dall’ex premier italiano Mario Draghi (e dallo stesso ex premier Enrico Letta).

AI, Spazio, green, Difesa: “Serve sviluppare un’autonomia stragica“

Riferendosi allo stato attuale dell’Unione, il manifesto esprime forti dubbi e timori sul livello di efficacie e sicurezza dell’integrazione politica, economica e produttiva raggiunta. Un livello ritenuto non sufficiente a “sviluppare un’autonomia strategica nei campi fondamentali dello sviluppo”.

I soliti campi: “Pensiamo alle sfide tecnologiche per rilanciare la nostra competitività nel campo del digitale, dall’intelligenza artificiale, all’aerospazio, alla transizione ecologica e all’autonomia strategica nella Difesa”.

“Su questi temi – è precisato nel manifesto – noi non produciamo più innovazione: la regoliamo. Altri producono, ci vendono i prodotti, e crescono loro mentre noi paghiamo. Regolare per tutelare persone e pianeta è giusto, ma da solo non crea PIL né lavoro. Senza investimenti pubblici comuni ricchezza e occupazione vanno altrove”.

Siamo quindi al punto critico: serve il “compra europeo”, il “buy european”, servono investimenti infrastrutturali e servono strategie chiare e condivise su come andare avanti.

“C’è un’unica America e un’unica Cina. A quando un’unica Europa?“

“È il momento di agire. C’è un’unica America e un’unica Cina. Per arrivare a un’unica Europa servono scelte coraggiose: il superamento delle decisioni all’unanimità e del diritto di vero, un fondo europeo da 750 miliardi per produttività, intelligenza artificiale e transizione verde, nuovi trattati commerciali e una vera difesa comune. Come nel 1957, serve coraggio per cambiare”, ha dichiarato in una nota Stefano Bonaccini, eurodeputato del Partito democratico (S&D).

“Il contenuto del nostro manifesto in vista dei 70 anni dei Trattati di Roma è la necessità di investire, promuovere il mercato unico, rilanciare le cooperazioni rafforzate, ridiscutere il diritto di veto, garantire la coesione sociale, aumentare il bilancio ricorrendo anche a debito comune”, ha commentato il capodelegazione PD al Parlamento europeo, Nicola Zingaretti.

“Le nostre proposte per la federazione europea rappresentano l’unica rotta da percorrere per salvare l’Europa dall’irrilevanza e farla contare davvero in un mondo instabile, dove alleati tradizionali come gli Stati Uniti rimangono imprevedibili e le tensioni globali crescono ovunque”, ha affermato Brando Benifei, eurodeputato Pd.

Parola chiave: competitività. Vincerà il ‘made in Eu’ o la necessità di deregolamentare?

Il manifesto presentato dal Pd cerca di attirare l’attenzione su una parola chiave: competitività. Nei settori tecnologici strategici, come detto, ma anche nella Difesa, nella Space Economy e nella transizione energetica. Ma su questo punto si sono affermate due visioni diverse: da una parte c’è chi chiede la scelta europea, il made in Eu, dall’altra chi predilige invece maggiore deregolamentazione e semplificazione. Ma le due proposte sono veramente incompatibili?

Oggi ad Anversa un migliaio di capitani d’industria si riunirà per fare il punto del settore in Europa, per avanzare richieste concrete alla Commissione europea e stilare i punti chiave di quello che potrebbe essere un vero e proprio Industry deal.

Ne ha parlato anche il Presidente francese, Emmanuel Macron, lanciando un appello per una nuova dottrina economica europea da proporre al vertice degli industriali di Anversa, ma anche al prevertice con riunione dei capi di stato e di governo dei 27 sulla competitività europea, che si terrà sempre oggi.

In un’intervista rilasciata a Le Monde e altri 6 giornali europei fra i quali Il Sole 24 Ore, Macron parla di “un debito comune Ue per finanziare difesa e intelligenza artificiale”. Una strada che pare condivisa dai dem nel loro manifesto e allo steso tempo rifiutata dal nuovo asse Roma-Berlino.

Una strategia francese che punta a maggiore unità, al compra europeo, all’indipendenza e all’autonomia tecnologica, ma che non troverà una sponda amica né in Germania, né in Italia, che da qualche tempo, soprattutto dopo il recente bilaterale a Roma fra Merz e Meloni, hanno sempre più allineato le loro visioni per l’Unione. Lo scrive Politico, aggiungendo che entrambi sono scettici sui grandi progetti del presidente francese e stanno raccogliendo sostegno per un programma diverso, con una maggiore enfasi sul libero scambio e sul commercio.

Trattati ancora validi, ma ancora condivisi da tutti oggi?

I Trattati di Roma, firmati il 25 marzo 1957 da sei paesi fondatori (Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi), istituirono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), ponendo le basi per l’attuale Unione Europea. Entrati in vigore il 1° gennaio 1958, crearono un mercato comune basato sulle quattro libertà (circolazione di merci, persone, servizi e capitali) e l’unione doganale.

Quei trattati sono stati modificati e attualizzati più volte nel tempo (nel 1992 con il trattato di Maastricht, nel 1997 con il trattato di Amsterdam, nel 2002 con il trattato di Nizza), ma gli obiettivi sono sempre rimasti gli stessi nei decenni.

Una visione davvero avanzata per quei tempi, dettata dall’urgenza di rialzarsi dalle macerie della Seconda guerra mondiale e dalla necessità di impedire che in futuro i Paesi europei tornassero a distruggersi a vicenda. Tutti volevano ricostruire settant’anni fa. Oggi tutti sembrano più impegnati a distruggere quanto fatto finora.

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Chips Act. Ue avvia nuova linea pilota per sviluppo semiconduttori di nuova generazione

Nasce NanoIC a Lovanio: l’Europa lancia la più grande linea pilota sui chip

L’Unione europea compie un passo decisivo verso il futuro dei semiconduttori con il lancio di NanoIC, la più grande linea pilota europea prevista dalla Legge europea sui chip (Eu Chips Act). Il nuovo impianto è stato inaugurato presso IMEC a Lovanio, in Belgio, alla presenza di Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva della Commissione europea, il Primo ministro belga Bart De Wever e il Ministro-presidente delle Fiandre Matthias Diependaele.

Come spiegato in un comunicato ufficiale, sarà uno dei centri di ricerca più avanzati al mondo nel campo della microelettronica, anche grazie ad un investimento complessivo di 2,5 miliardi di euro.
Di questi, 700 milioni di euro provengono dai fondi dell’Unione europea, 700 milioni da governi nazionali e regionali, mentre la parte restante è finanziata da ASML e da altri partner industriali.

Un progetto senza precedenti per dimensioni e ambizione, pensato per rafforzare il ruolo dell’Europa nella catena globale dei semiconduttori e con l’obiettivo di potenziare l’indipendenza digitale continentale.

A cosa servirà NanoIC

NanoIC nasce con un obiettivo chiaro: accelerare lo sviluppo dei semiconduttori di nuova generazione, portando le tecnologie più avanzate “dal laboratorio alla fabbrica”, cioè dalla ricerca alla produzione industriale. La struttura permetterà a ricercatori e aziende di testare nuovi design di chip, nuovi macchinari e nuovi processi produttivi in un ambiente vicino a quello industriale, prima di passare alla produzione su larga scala.

Si tratta di un passaggio cruciale. Spesso, infatti, le innovazioni nate nei laboratori faticano a diventare prodotti reali. NanoIC colma proprio questo divario, rendendo più rapido e meno rischioso il percorso che porta un’idea tecnologica sul mercato.

Una tecnologia all’avanguardia mondiale

NanoIC è la prima struttura in Europa a utilizzare la più avanzata macchina di litografia a raggi ultravioletti estremi (EUV). Questa tecnologia è indispensabile per progettare e produrre chip con dimensioni inferiori ai due nanometri, cioè oltre il limite attuale dei semiconduttori più avanzati.

In termini semplici, significa chip più piccoli, più potenti ed energeticamente più efficienti, capaci di gestire calcoli complessi con consumi ridotti. È un salto tecnologico fondamentale per restare competitivi a livello globale.

Al centro Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva della Commissione europea

Chip di nuova generazione fondamentali per l’AI, i veicoli a guida autonoma e le reti 6G

I semiconduttori sviluppati grazie a NanoIC saranno alla base di molte delle tecnologie che segneranno i prossimi decenni. In particolare:

  • intelligenza artificiale, che richiede enormi capacità di calcolo;
  • veicoli autonomi, dove velocità e affidabilità dei chip sono essenziali per la sicurezza;
  • sanità e healthcare, per dispositivi medici avanzati, diagnostica e analisi dei dati;
  • reti mobili 6G, che andranno ben oltre le prestazioni del 5G.

In tutti questi ambiti, i chip di nuova generazione saranno il “cervello” delle applicazioni future.

Un progetto aperto e collaborativo

NanoIC si basa sul principio dell’accesso aperto. Potranno utilizzare le sue infrastrutture start-up, ricercatori, piccole e medie imprese e grandi aziende, favorendo l’innovazione diffusa e la collaborazione tra pubblico e privato.

La linea pilota è ospitata da IMEC (Belgio) e coinvolge partner di primo piano in tutta Europa: CEA-Leti (Francia), Fraunhofer (Germania), VTT (Finlandia), CSSNT (Romania) e il Tyndall National Institute (Irlanda).

Un momento simbolico per l’Europa

NanoIC è una delle cinque linee pilota previste dal Chips Act, insieme a FAMES, APECS, WBG e PIXEurope. Nel loro insieme, queste infrastrutture rappresentano un investimento combinato di 3,7 miliardi di euro tra fondi europei e nazionali. L’apertura di NanoIC segue quella di FAMES, inaugurata il 30 gennaio, e arriva quasi quattro anni esatti dopo l’annuncio dell’European Chips Act da parte della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Il lancio coincide anche con l’avvio del confronto della Commissione con industria e stakeholder sulla possibile revisione del Chips Act 2.0, a conferma di quanto i semiconduttori siano ormai una priorità strategica per l’Europa.

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Il prossimo viaggio? Lo programma l’AI

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Forse le agenzie di viaggio non ci vengono in mente come primo esempio di professionalità a rischio di scomparsa a causa dell’intelligenza artificiale, eppure basta dare un’occhiata ai dati raccolti dall’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano per capire quanto l’abitudine di organizzare i propri viaggi con ChatGPT, Gemini e simili sia diffusa.

Un viaggiatore italiano su tre utilizza strumenti di IA generativa per organizzare le proprie esperienze, utilizzando i prompt a partire dalla definizione dell’itinerario fino alla ricerca di attività e servizi, e l’85% degli utenti che li impiegano li considera strumenti utili o fondamentali nel processo decisionale.

Un dato che in qualche modo risuona con il contesto del mercato dei viaggi, caratterizzato da una crescita più contenuta rispetto agli anni precedenti, con una domanda orientata verso esperienze personalizzate, flessibili e legate al benessere.

E la flessibilità è sicuramente una delle caratteristiche per cui l’uso dell’IA – che si concentra soprattutto nelle fasi preliminari del viaggio, in particolare nella raccolta di informazioni, nella comparazione delle opzioni disponibili e nella costruzione di programmi su misura – è in crescita.

Il grado di personalizzazione possibile attraverso il dialogo con il chatbot, tenendo conto di possibilità economiche, gusti, preferenze, tempistiche, è assai difficile da replicare in un contesto tradizionale; o meglio, ci vuole molto più tempo, e sicuramente ci vogliono più soldi. Ma i rischi non mancano.

Fare prima e risparmiare

Gli strumenti generativi vengono impiegati come supporto cognitivo per ridurre il tempo dedicato alla pianificazione e per integrare in un unico flusso dati provenienti da fonti eterogenee: in altre parole, invece di diventare matti nello scegliere la guida ideale, che poi ideale non è mai (troppe pagine dedicate a cose che non ci servono, troppo poche per gli approfondimenti che ci interessano), basta chiedere a ChatGPT e co. per convogliare tutto il necessario, con un processo decisamente più rapido rispetto alla sua integrazione strutturata nei processi delle imprese del settore.

Le funzionalità più richieste riguardano la selezione delle destinazioni, l’aggregazione di servizi diversi e la proposta di esperienze mirate, in particolare nel segmento leisure e benessere, votato al relax più assoluto. Una volta c’erano solo Google e le varie piattaforme, da spulciare alla ricerca dell’offerta giusta, ma oggi i sistemi generativi producono proposte sintetiche che combinano informazioni su trasporti, alloggi, esperienze, e li sanno adattare a meraviglia a profili di viaggio differenziati. I passaggi necessari per arrivare alla scelta definitiva, così, diminuiscono, si prenota prima e magari si risparmia anche qualche centinaio di euro sul proprio conto corrente (a proposito: le offerte più convenienti in questo settore, con tante scelte a costo zero, si trovano su SOSTariffe.it).

Anche qui manca un approccio strutturato

Dal lato delle imprese, l’adozione dell’intelligenza artificiale presenta caratteristiche più disomogenee: i dati dell’Osservatorio mostrano come nel 2025 gli investimenti in soluzioni di IA nel settore Travel risultino in crescita, ma concentrati in una quota limitata di operatori.

Solo il 13% dei fornitori di esperienze outdoor e il 14% delle agenzie di viaggio hanno avviato progetti strutturati, mentre una parte rilevante delle strutture ricettive si colloca ancora in una fase esplorativa o sperimentale.
La maggioranza delle iniziative in tale contesto riguarda applicazioni circoscritte, perlopiù orientate all’automazione di singoli processi o alla sperimentazione di strumenti di supporto alla personalizzazione, senza che sia un’integrazione sistemica nei modelli operativi.

Insomma: come tante cose, quando si parla di intelligenza artificiale, seguono una logica ancora un po’ naif, tipica di uno strumento di cui si percepisce l’utilità ma che ancora non si è in grado di padroneggiare al meglio, anche la gestione del viaggio non beneficia di un approccio strutturato.

L’adozione lungo la filiera risulta quindi polarizzata, con differenze che si fanno sentire tra i grandi operatori digitalizzati e le imprese di minori dimensioni, specializzate in soluzioni un po’ più casalinghe.

L’impatto dell’IA sui risultati economici e sull’organizzazione del lavoro rimane limitato e difficilmente misurabile, proprio perché un uso “privato” dell’intelligenza generativa sfugge alle maglie della rilevazione.

Allucinazioni ancora più pericolose

L’abbiamo ormai imparato: non tutto è oro quello che luccica, nel mondo dei chatbot e delle loro potenzialità apparentemente senza limiti. Diversi casi documentati dalla stampa internazionale, tra cui un’inchiesta pubblicata lo scorso anno da BBC News, hanno mostrato come gli strumenti di IA generativa si siano dimostrati tutt’altro che infallibili – le solite, a quanto pare inevitabili allucinazioni – e abbiano fornito itinerari imprecisi, indicazioni logistiche del tutto errate o, peggio, riferimenti a luoghi mai esistiti, ma “plausibili”.

In alcuni casi, i viaggiatori sono stati indirizzati verso destinazioni esistenti solo nella fantasia degli strumenti di IA o hanno ricevuto informazioni sbagliate su orari, percorsi e condizioni di accesso, ad esempio quando si parla di ristoranti o di hotel; il margine di errore è molto più tollerabile, anche qui senza grandi sorprese, quando si rimane sul generico e sul noto, ma diventa preoccupante se le richieste sono molto specifiche.

Gli errori, infatti, derivano dal funzionamento dei modelli linguistici, che generano risposte sulla base di correlazioni statistiche tra testi, senza una verifica diretta della corrispondenza con il contesto geografico e materiale.

Ma qui non c’è solo il rischio di scrivere una sciocchezza in una testina: ci si sposta, ci si espone agli agenti atmosferici e magari addirittura a rischi concreti per la propria incolumità. E proprio perché le informazioni errate vengono formulate in modo coerente e plausibile, è molto difficile, per l’utente, riuscire a distinguere tra dati attendibili e altri che non lo sono per nulla.

Tornando alle conclusioni dell’Osservatorio, le priorità individuate nel settore dei viaggi sono incentrate soprattutto sulla valorizzazione dei dati come infrastruttura condivisa, ma anche la definizione di modelli di valutazione del ritorno degli investimenti e l’integrazione dell’IA nei processi decisionali in modo coerente – e non, o non solo, “a sentimento” – lungo la filiera.

Sul versante della domanda, l’uso crescente di strumenti generativi rende ineludibile un tema  importante come quello della verifica delle fonti e della responsabilità informativa; l’affidamento dell’intero processo di pianificazione a sistemi automatici espone i viaggiatori a errori che incidono sulla qualità dell’esperienza e, in alcuni casi, sulla sicurezza personale, e pertanto capacità tecnologica e controllo umano restano per forza di cose interdipendenti: nessuna è autonomia da sola.

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Data center tra sovranità e sicurezza nell’era dell’AI. L’evento Aruba-Assinter Academy a Roma

I rischi tecnologici di oggi e la necessità di indipendenza tecnologica

In un contesto in cui l’intelligenza artificiale (AI) sta ridefinendo in profondità il modo in cui la Pubblica Amministrazione (PA) gestisce dati, servizi e processi decisionali, il tema dell’infrastruttura cloud assume una valenza sempre più strategica. Di questo si è parlato al Tecnopolo Roma in occasione di un evento organizzato da Aruba, in collaborazione con Assinter Academy, dal titolo “Sovranità, interoperabilità e continuità nell’era dell’AI: l’evoluzione dell’infrastruttura cloud della PA”, per un confronto e un momento di approfondimento rivolto a istituzioni, società in-house, mondo della ricerca e operatori del settore.

Al centro degli interventi sono stati messi i dati strategici della Pubblica Amministrazione, evidenziando come l’adozione dell’AI renda ancora più evidente la necessità di scelte infrastrutturali e di governance consapevoli. Decisioni non adeguate, infatti, rischiano di amplificare l’esposizione dei dati, trasformando il rischio da puramente tecnologico a istituzionale. Da qui l’esigenza di infrastrutture cloud progettate per garantire sovranità operativa e del dato, interoperabilità e continuità dei servizi, non come meri adempimenti normativi, ma come condizioni abilitanti per l’innovazione e la resilienza del sistema pubblico.

In questo quadro, l’evento ha rappresentato anche un’occasione per rafforzare il dialogo sul ruolo dell’AI, in particolare della private AI, e sul valore di modelli infrastrutturali coerenti con le esigenze della PA, in continuità con il percorso avviato dall’Accordo Quadro Consip IaaS/PaaS, mantenendo un approccio formativo e di sistema.

“L’indipendenza tecnologica e digitale rappresenta oggi un elemento essenziale per garantire la sicurezza e la continuità dei servizi digitali. Per raggiungere questo obiettivo è necessario partire dalle infrastrutture strategiche e critiche, a cominciare dai data center”, ha detto il moderatore dell’evento e Direttore responsabile Key4Biz e Cybersecurity Italia, Luigi Garofalo, in apertura di convegno.

“Non possiamo dare per scontati i servizi digitali a cui siamo ormai abituati, le recenti minacce di un noto provider all’Italia, in particolare alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, mostrano con chiarezza quanto il tema sia concreto e attuale. Una prima leva su cui intervenire è il procurement pubblico – ha affermato Garofalo – orientando gli acquisti verso soluzioni tecnologiche europee e italiane il ‘buy european’, in grado di garantire maggiore controllo, trasparenza e responsabilità lungo tutta la filiera.
In questo contesto, il data center di Aruba a Roma rappresenta un esempio concreto: un’infrastruttura strategica affidata a una società che detiene la governance completa dell’intero perimetro critico, assicurando così livelli elevati di sicurezza, affidabilità e autonomia tecnologica
”.

Pier Paolo Greco, Presidente Assinter e AU di Liguria Digitale

Governare i dati attraverso una “Schengen digitale” europea

“Oggi, in Europa, una vera sovranità digitale non esiste ancora”, ha detto Pier Paolo Greco, Presidente Assinter e AU di Liguria Digitale. “È quasi un miracolo che si stia iniziando a prenderne coscienza. E ci siamo arrivati anche grazie a quello che, paradossalmente, è stato un grande “promotore commerciale”, che si chiama Donald Trump, che sta facendo una straordinaria opera di sensibilizzazione sull’importanza delle attività digitali europee. È proprio lì che l’esperienza deve essere trasferita. Perché l’Europa non tornerà più indietro nel tempo: le condizioni che rendono questo passaggio necessario e urgente non si ripeteranno. Serve piuttosto un sistema di federazione del digitale tra i diversi Paesi europei, capace di mettere a fattor comune competenze, infrastrutture e risorse, superando tutte le resistenze, gli ostacoli e i blocchi che oggi esistono all’interno delle varie Commissioni e dei meccanismi decisionali europei”.

Se riuscissimo a farlo, ha spiegato Greco, “potremmo diventare un acceleratore formidabile verso quello che probabilmente sarà il futuro: una sorta di “Schengen digitale”, uno spazio digitale europeo, per delimitare e governare in modo condiviso tutto ciò che riguarda i dati sensibili e le infrastrutture strategiche. Uno spazio digitale in grado di tutelare gli asset strategici e le infrastrutture critiche comuni, distinguendo ciò che è sensibile e imprescindibile per l’Europa da ciò che non lo è. Una condizione necessaria per affrontare in modo equilibrato e consapevole il confronto con gli Stati Uniti e con la Cina.
La trasformazione digitale del Paese richiede oggi un salto di qualità che metta al centro flessibilità, velocità e capacità di esecuzione. L’Europa, pur avendo una visione strategica avanzata, fatica spesso a rispondere con tempi adeguati alla rapidità delle dinamiche tecnologiche e geopolitiche in atto. Per questo è necessario ripensare i modelli di cooperazione e governance
”.

“Assinter ritiene strategica la costruzione di una federazione digitale europea, capace di mettere a fattor comune competenze, infrastrutture, regole e strumenti operativi tra i diversi Paesi membri. Un sistema che riduca frammentazioni, vincoli procedurali e blocchi normativi che oggi rallentano l’azione pubblica, anche nei processi decisionali della Commissione Europea.
Le società in house e gli operatori pubblici dell’ICT rappresentano un fattore abilitante fondamentale di questo processo. Grazie alla loro natura, alla prossimità con le amministrazioni e alla capacità di operare in logica di sistema
– ha proseguito Greco – essi possono agire come acceleratori della trasformazione digitale, garantendo sicurezza, interoperabilità e continuità operativa.
Tuttavia, la tecnologia non è il fine: il vero obiettivo è difendere e rafforzare il patrimonio digitale pubblico, assicurando sovranità, resilienza e capacità di governo dei dati e dei sistemi
”.

“Sono quattro i fattori chiave per cui l’Europa ha guardato all’Italia e ci ha scelto, in particolare nell’ambito dello European Digital Infrastructure Consortium: la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, la capacità di legiferare sull’intelligenza artificiale, la cybersecurity e il modello del Polo Strategico Nazionale, quale riferimento per un cloud sovrano europeo”, ha dichiarato Serafino Sorrenti, Capo della Segreteria Tecnica del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

“L’indipendenza digitale è un obiettivo che perseguiamo fin dall’inizio. Il posizionamento dell’Italia è oggi a un buon punto – ha proseguito Sorrenti – e il ruolo di Assinter è determinante nel lavoro che sta svolgendo. Allo stesso modo, Aruba si conferma un pilastro fondamentale della trasformazione digitale del Paese.
È evidente che l’Europa sconti ancora un ritardo, sia dal punto di vista organizzativo sia su quello dell’implementazione, come dimostrano le difficoltà e i ritardi accumulati dal progetto Gaia-X. Proprio per questo, la possibilità che l’Italia venga oggi osservata come un modello di riferimento a livello europeo rappresenta un motivo di grande orgoglio
”.

“Si tratta di un risultato raggiunto grazie al lavoro del Dipartimento e di tutti gli stakeholder che hanno aderito a questo percorso, reso possibile anche dall’impegno delle Regioni, che attraverso i bandi di finanziamento hanno messo le Pubbliche Amministrazioni locali nelle condizioni di adottare soluzioni innovative”, ha detto Sorrenti.

Andrea Miele, Head of Sales Aruba Enterprise

Per la sovranità tecnologica serve un’infrastruttura di qualità

“La compromissione del dato non rappresenta soltanto un problema di interruzione del servizio, ma costituisce una vera e propria minaccia per l’intera comunità. Il divario da colmare è ancora significativo, ma qualcosa si sta muovendo. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione dal titolo ‘European technological sovereignty and digital infrastructure’, che introduce in modo esplicito una tesi di fondo chiara: la sovranità tecnologica europea richiede una base infrastrutturale concepita come un’architettura di sistema, fondata su priorità pubbliche definite e su un perimetro operativo ben delineato”, ha dichiarato Andrea Miele, Head of Sales di Aruba Enterprise.

“Questa è la direzione lungo cui investire, sia in infrastrutture sia in servizi. In questo quadro, Aruba ha investito in modo significativo nello sviluppo di infrastrutture e servizi digitali, promuovendo da sempre il principio dell’indipendenza digitale e assumendosi la responsabilità di accompagnare la Pubblica Amministrazione nell’adozione sicura di queste tecnologie.
Questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso la collaborazione
– ha precisato Miele – mettendo a fattor comune competenze, conoscenze dei processi e capacità operative di soggetti come le Regioni, le società in house e le istituzioni”.

“La finalità di questo evento è proprio quella di avvicinare tutti gli attori che possono contribuire a fare sistema, l’unica strada possibile per colmare un gap che è già oggi rilevante. Gettare le basi di questa collaborazione – ha aggiunto Miele – rappresenta già un primo passo concreto verso una maggiore resilienza delle infrastrutture digitali”.

Dati sanitari e cybersecurity

“Esistono meccanismi concreti che favoriscono la sovranità digitale. Un passaggio fondamentale è stato l’avvio, nel 2022, del Polo Strategico Nazionale; dal 2023 abbiamo iniziato a collaborare attivamente, con l’ospitalità di due data center in modalità colocation. La collaborazione prosegue e prevede l’avvio di un percorso di full outsourcing infrastrutturale.
Si tratta di un cammino complesso e di lungo periodo, in un contesto che cambia rapidamente, sia dal punto di vista tecnologico sia in termini di scala e di volumi. La Regione Lombardia ha investito in modo significativo: nel 2019 il budget annuo per l’infrastruttura digitale era pari a 19 milioni di euro, mentre oggi si avvicina ai 160 milioni di euro l’anno
”, ha affermato Roberto Nocera, Head of Digital Delivery & Operations di Aria SpA.

Roberto Nocera,Head of Digital Delivery & Operations di Aria SpA

“ARIA gestisce complessivamente circa 2.600 servizi diversificati, tra servizi propri e quelli delle aziende sanitarie, oltre a 30 petabyte di dati, in costante crescita anno dopo anno. Gestisce inoltre due data center e realizza mediamente 26 rilasci di nuovi servizi all’anno. Sono numeri rilevanti, che richiedono una governance attenta e strutturata.
In questo contesto, è legittimo interrogarsi sull’effettiva convenienza del cloud rispetto a una gestione on-premise, come avveniva in passato. Oggi il tema centrale non è più se adottare il cloud, ma come governarne la spesa, attraverso progetti di controllo continuo dei costi, consapevoli che la spesa cloud è, per sua natura, ottimizzabile.
Il tema della sovranità digitale è per noi centrale. Stiamo valutando il modello più adeguato da applicare, verificando se quello attuale sia sufficientemente efficiente, anche alla luce delle indicazioni normative che spingono in questa direzione. Parallelamente, la sicurezza rappresenta un altro pilastro fondamentale: nel 2025 abbiamo bloccato oltre 2.000 attacchi informatici e formato circa 3.000 persone sui temi della cybersicurezza.
L’infrastruttura che gestiamo tratta dati sanitari
– ha proseguito Nocera – e in questo ambito la cybersicurezza è cruciale, poiché si tratta di informazioni particolarmente appetibili per i mercati criminali. La rete su cui transitano i dati è costantemente aggiornata in termini di connettività, grazie a soluzioni software-defined, che affiancano e integrano le infrastrutture fisiche con sistemi basati su software”.

“Un altro progetto strategico è quello della centralizzazione dei data center della sanità regionale. In Lombardia operano circa 40 aziende sanitarie e l’obiettivo è trasferire i dati su un’unica piattaforma. Si tratta di un percorso da completare entro il 2026, per il quale è stato utilizzato anche il PNRR, con un investimento di circa 55 milioni di euro, sebbene la Regione abbia avviato questo processo ben prima.
Il quadro complessivo è in costante evoluzione: cambiano le tecnologie, i partner, il contesto geopolitico. Oggi
– ha aggiunto Nocera – si parla sempre più di geopatriation, un processo che deve svilupparsi all’interno di un quadro normativo e politico più ampio, da governare a livello nazionale e non solo locale. In questo scenario, il tema dell’approvvigionamento assume un ruolo centrale, perché richiede indirizzi chiari e coordinati a un livello più generale”.

La centralità dei dati e delle competenze

Il Prof. Marco Pironti, nel duplice ruolo di Vicerettore per l’Innovazione dell’Università degli studi di Torino e membro del Comitato Tecnico Scientifico di Assinter ha riassunto alcune riflessioni che partono dai principali trend che osserviamo oggi, in particolare sui temi dell’outsourcing e del cloud: “Sono trend ben noti, ma che hanno mostrato anche alcune criticità: al di là dell’aver interpretato il cloud come un modello in grado di “riscrivere” il mondo, molte organizzazioni si sono interrogate sul perché non abbia sempre prodotto i miglioramenti di efficienza e le opportunità che inizialmente si aspettavano. A questo si collega un tema che è già emerso oggi e che considero centrale: quello della sovranità. Meglio declinarlo come tema di governance. Le città non sono fatte dalle mura che le difendono, ma dalle regole che le governano. Ed è proprio questo il punto: una governance regolatoria credibile, capace di orientare le scelte tecnologiche.
Accanto a questo, oggi emerge con forza anche il tema della sostenibilità. Sempre più settori industriali chiedono un cloud certificato, affidabile, specializzato. È il momento in cui il cloud deve essere customizzato, interpretato sulle esigenze specifiche di alcuni ambiti. Pensiamo, ad esempio, al mondo della ricerca: qui il tema è estremamente complesso, perché i dati trattati sono tra i più critici in assoluto, legati alla sicurezza e alla tutela della vita delle persone. Questa complessità, se non governata, rischia di bloccare enormi potenzialità di ricerca e innovazione. Il filo giuridico che lega tutti questi aspetti conduce, a mio avviso, a due grandi questioni che vorrei condividere: i dati e le competenze
”.

Prof. Marco Pironti – Vicerettore per l’Innovazione dell’Università degli studi di Torino e membro del Comitato Tecnico Scientifico di Assinter

“Sul tema dei dati, il dibattito è ampio e ancora aperto. Ma ciò che spesso sottovalutiamo non è tanto la quantità, quanto la qualità del dato. Nella mia esperienza di amministratore pubblico e assessore all’innovazione e ai sistemi informativi della Città di Torino – ha spiegato Pironti – è emerso con forza che tutto il meccanismo di creazione di valore, dall’intelligenza artificiale all’innovazione digitale, funziona solo se parte bene, e parte bene dalla qualità, dalla correttezza e dall’utilizzabilità dei dati.
Negli ultimi anni ci siamo concentrati molto sulla fase finale della catena del valore: l’integrazione, il business, le applicazioni. Ci siamo chiesti chi stesse già monetizzando e dove fossero le opportunità. Ma ci siamo, in parte, dimenticati che senza dati di qualità tutto questo non regge. Nel mondo universitario questo sta creando problemi enormi: spesso mancano le competenze e la sensibilità per valutare se i dati siano davvero affidabili e utilizzabili, con il rischio di bloccare, per paura o incertezza, potenzialità enormi
”.

“L’Università italiana è stata pioniera su molti fronti, ma oggi è chiamata a rafforzare ulteriormente questa consapevolezza, perché dall’idea alla realizzazione concreta, fino all’infrastruttura che la sostiene – ha sostenuto Pironti – il valore si crea solo quando i progetti escono dai nostri uffici e diventano servizi per la collettività. Qui entra in gioco il concetto di ecosistema, richiamato anche in precedenza. Quando parliamo di infrastrutture tecnologiche, l’ecosistema non è solo tecnologia: è qualcosa di molto più complesso, materiale e umano insieme, e soprattutto più difficile da governare.
Lo abbiamo sperimentato anche come Università e come Assinter durante il processo di costruzione delle politiche digitali e delle normative di riferimento. Spesso il dibattito si è concentrato sul data center come mero oggetto fisico, come questione di real estate o di spazi. Ma un data center non è solo questo: è governance, sono scelte tecnologiche, è il modo in cui le tecnologie entrano e operano all’interno delle nostre infrastrutture. Ed è qui che emerge il secondo grande tema: le competenze. Il capitale umano è il vero fattore abilitante di tutti i trend di cui stiamo parlando. L’università dovrebbe essere il primo luogo in cui queste competenze si creano, ma sappiamo quanto siano complesse le dinamiche di formazione, aggiornamento e comunicazione”.

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“Il valore del tempo che investiamo in un campus tecnologico, in un luogo in cui accade qualcosa, è ciò che oggi può fare davvero la differenza rispetto ad altri contesti tecnologici. È qui che entrano in gioco le università e il mondo della ricerca, ma soprattutto le imprese private. Mettere insieme, dalla stessa parte, soggetti diversi ha prodotto momenti di confronto anche complessi, talvolta non facili, ma un rapporto trasparente e collaborativo è essenziale in questi ecosistemi.
È fondamentale, inoltre, mantenere attenzione verso il nuovo. Le innovazioni spesso nascono nelle università, nelle imprese, nelle società in house, ma anche in organizzazioni e soggetti con professionalità diverse. Dobbiamo essere capaci di valorizzare queste differenze e costruire un sistema che le riconosca e le integri, senza disperderle. Tutti questi attori condividono una sfida comune: possiedono competenze diverse e operano con tempi diversi. Il vero lavoro sta nel creare quella che potremmo chiamare consonanza, ovvero portare tutti sullo stesso ritmo, come in un’orchestra. In questo quadro, le infrastrutture cloud di cui stiamo parlando hanno un ruolo chiave: non sono solo piattaforme tecnologiche, ma spazi abilitanti in cui può accadere qualcosa di concreto, fisico e al tempo stesso connesso a dinamiche molto più ampie. Se questo accade nel nostro Paese, il beneficio è per tutti
”, ha spiegato Pironti.

Tavola rotonda: “Dati, AI e sovranità: come costruire modelli affidabili per la PA nei comparti sensibili”. Il lavoro “sartoriale” di Aruba

Da sinistra Francesco Tarasconi, Artificial Intelligence Manager presso Aruba, e Luigi Garofalo, Direttore responsabile Key4Biz e Cybersecurity Italia

“Esiste oggi un tema centrale legato a un’intelligenza artificiale controllata, efficiente e proporzionata, basata su servizi calibrati e su un’AI indipendente dai singoli provider, quindi più flessibile. È in questo modo che ci si avvicina concretamente al concetto di sovranità. Parlare di indipendenza nell’AI significa garantire piena autonomia operativa e, di conseguenza, la massima performance.
In questa prospettiva, portiamo sulle nostre piattaforme modelli open source e ci impegniamo a mantenere il controllo dell’intero stack tecnologico: dall’hardware alla piattaforma, fino ai modelli e alle modalità con cui questi vengono interrogati
”, ha detto Francesco Tarasconi, Artificial Intelligence Manager presso Aruba.

“È fondamentale poter contare su un partner che disponga di un catalogo di servizi in grado di supportare sia l’uso interno sia la trasformazione di queste soluzioni in servizi selezionabili da Pubbliche Amministrazioni e imprese, in base al modello più adatto allo specifico caso d’uso.
Un’azienda come Aruba sta investendo fortemente nello sviluppo delle competenze necessarie per affrontare la sfida tecnologica posta dall’intelligenza artificiale. Conoscere a fondo il funzionamento dei processori, valutarne la robustezza e governare il servizio fino al livello applicativo
– ha precisato Tarasconi – consente di realizzare un lavoro realmente sartoriale, capace di combinare servizi diversi per generare valore aggiunto”.

“La protezione dei dati è, prima di tutto, una questione di governance. Il nodo centrale riguarda la scelta di quali dati affidare e a quali hyperscaler. Se parliamo, ad esempio, di dati sanitari, il tema diventa particolarmente delicato. Dal punto di vista della governance, è possibile aumentare il valore e l’intelligenza dei dati attraverso strumenti che ne migliorano la qualità. Ma questo deve andare di pari passo con misure di sicurezza adeguate, come la cifratura, che consente di garantire un livello di protezione elevato: anche nel caso in cui un cloud provider esterno abbia accesso ai dati, questi non risultano manipolabili. In alternativa, o in modo complementare, i dati possono essere localizzati in ambienti protetti, all’interno di un perimetro europeo”, ha affermato nel suo intervento Piero Vicari, Partner at Nimbus Reply.

Da sinistra Piero Vicari, Partner at Nimbus Reply, e Marcello Di Pasquale, Client Manager – Head of Market Innovation Unit Healthcare Exprivia

“Le partnership pubblico-private devono essere virtuose per entrambe le parti. Il mondo della ricerca e le imprese innovative possono supportare i soggetti che sviluppano le tecnologie, contribuendo ad affrontare le sfide future e a garantire ai cittadini l’accesso a servizi di qualità.
Come cittadini, ci aspettiamo di poter accedere ai nostri dati in modo sicuro, in Italia e in Europa. È in questa direzione che si sta muovendo lo sviluppo di un ecosistema federato dei dati sanitari
– ha proseguito Vicari – pensato non solo per rafforzare la tutela e la sovranità del dato, ma anche per favorire la nascita di nuovi servizi. Un processo che passa dall’accesso regolato ai dati da parte delle imprese e dei centri di ricerca, con una chiara classificazione in termini di sicurezza e privacy, consapevoli che solo una parte di questi dati potrà essere resa accessibile a soggetti terzi”.

“La tendenza a utilizzare data center locali si fonda sulla percezione di una maggiore sicurezza del dato. Avere i dati sotto un controllo diretto rassicura rispetto alle modalità di accesso e di utilizzo. Tuttavia, il rispetto delle normative, a partire dal Regolamento europeo GDPR, introduce ulteriori complessità. I grandi provider globali, infatti, possono essere soggetti anche a normative extraeuropee, con potenziali implicazioni in termini di sicurezza nazionale, come nel caso del Cloud Act statunitense. In questo senso, il data center regionale rappresenta una scelta percepita come più sicura, ma non priva di limiti: la scalabilità è ridotta, la gestione dei picchi di carico è meno efficiente e le possibilità di garantire elevati livelli di ridondanza e di disaster recovery risultano più contenute”, ha dichiarato Marcello Di Pasquale, Client Manager – Head of Market Innovation Unit Healthcare Exprivia.

“Per queste ragioni, le soluzioni ibride appaiono oggi come le più equilibrate. Le società in-house possono assumere decisioni più efficaci, mantenendo il controllo dei dati strategici e delegando ai provider esterni le logiche di scalabilità, resilienza e disaster recovery, dove questi possono offrire un valore aggiunto significativo.
In questo quadro
– ha continuato Di Pasquale – il nuovo Spazio Europeo dei Dati Sanitari rappresenta un’opportunità importante. Un’infrastruttura chiave dell’UE per facilitare lo scambio transfrontaliero di dati sanitari, garantendo ai cittadini controllo e promuovendo ricerca e innovazione in modo sicuro. Punta a creare un’economia dei dati competitiva, con piena conformità GDPR. La collaborazione tra Aruba e le società in-house contribuisce allo sviluppo di un modello virtuoso, capace di coniugare una protezione avanzata dei dati con la realizzazione di servizi digitali evoluti, in una chiave pienamente pubblica e orientata al cittadino”.

Un data center oggi deve essere AI-ready, scalabile e sostenibile

“Quando si parla di intelligenza artificiale e cloud, è fondamentale partire dal primo anello della catena, l’abilitatore primario: l’infrastruttura fisica, ovvero il data center. Un data center che oggi deve essere AI-ready, scalabile e progettato per consentire espansioni modulari, con impianti in grado di gestire livelli di potenza sempre più elevati. Centrale è anche il tema delle partnership strategiche con gli enti erogatori, in particolare per l’approvvigionamento energetico, un tema oggi più che mai cruciale. Gli aspetti da considerare nella progettazione di un nuovo data center sono numerosi e, una volta definiti, in larga parte irreversibili. Proprio per questo è necessario progettare infrastrutture con una visione di lungo periodo, capaci di garantire una lunga vita operativa e di assorbire i rapidi cambiamenti tecnologici che caratterizzano il nostro tempo”, ha detto Prisca Mariotti, Program & Contract Manager – Data Center & Infrastructures di Aruba, nell’intervento conclusivo della mattinata.

Prisca Mariotti – Program & Contract Manager – Data Center & Infrastructures di Aruba

“La progettazione dei data center di Aruba nasce esattamente con questa impostazione. Il campus di Ponte San Pietro, avviato nel 2017, incarna questo approccio fin dall’origine, con un mindset avanzato che ha poi portato allo sviluppo del campus di Roma nel 2024. Si tratta di infrastrutture progettate con il massimo livello di ridondanza e con i più avanzati modelli di sicurezza, interamente di proprietà italiana e concepite in modo sartoriale, cioè costruite sulle reali esigenze della domanda e non semplicemente sull’adozione di standard internazionali.
Tra i pilastri fondamentali vi è la sostenibilità. I nostri data center sono caratterizzati da un’elevata efficienza energetica e da un impatto ambientale estremamente ridotto. Sono alimentati esclusivamente da energia pulita garantita all’origine. Aruba è inoltre proprietaria di otto centrali idroelettriche, una delle quali si trova in prossimità del campus di Ponte San Pietro a Bergamo.
Il modello tecnologico adottato si fonda su resilienza, modularità e ridondanza, che rappresentano i pilastri dell’approccio Aruba. Seguendo gli standard della normativa ANSI/TIA-942 Rating 4, il livello più elevato di affidabilità per i data center, garantiamo la fault tolerance, ovvero la tolleranza ai guasti. Questa certificazione assicura che il data center possa affrontare guasti in qualsiasi punto dell’infrastruttura elettrica o meccanica senza causare disservizi, garantendo downtime zero e la massima protezione anche in caso di eventi fisici critici
”, ha precisato Mariotti.

“La connettività è carrier neutral: i data center ospitano i principali operatori di rete. In particolare, il polo di Roma si configura come il principale hub di connettività per il Centro-Sud Italia. Il campus di Ponte San Pietro ospita inoltre una centrale di alta tensione che consente di disporre di 60 megawatt per l’intera infrastruttura. Tutti i nostri data center sono dotati delle principali certificazioni di settore – ha concluso Mariotti – a garanzia dei più alti standard di qualità, sicurezza e affidabilità”.

La giornata è proseguita con la visita dell’Hyper Cloud Data Center di Aruba a Roma, un punto di riferimento nella crescita del panorama digitale italiano, ponendosi come un hub strategico e iperconnesso del centro-Sud Italia.

Situato proprio nel Tecnopolo, l’infrastruttura si estende su 74.000 m² e ospiterà a pieno regime cinque data center indipendenti, con una potenza totale di 30 MW IT, erogati con un livello di ridondanza 2N o superiore. Questa infrastruttura di livello hyperscaler è stata progettata per soddisfare le esigenze sia di aziende di piccole dimensioni che delle più grandi e della Pubblica Amministrazione, offrendo soluzioni scalabili e flessibili.

Il campus, con il suo approccio carrier neutral, permette ai clienti di scegliere in totale autonomia la soluzione di connettività che meglio risponde alle loro esigenze, accedendo a servizi di rete affidabili e ad alte prestazioni. Il data center Aruba a Roma è stato progettato per sfruttare tutte le possibili soluzioni per ridurre al minimo il suo impatto sull’ambiente, senza compromettere i massimi standard garantiti di affidabilità e prestazioni. È alimentato da energia elettrica la cui provenienza da fonti rinnovabili è certificata dalla Garanzia di Origine (GO).

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Cosa è Moltbook, il primo social network basato su interazioni di chatbot AI

Un social network dove gli esseri umani possono osservare, ma non intervenire.

Si chiama Moltbook ed è il primo social network pensato esclusivamente per agenti AI – chiamati Clawdbots o Moltbots (qui l’articolo su come funzionano i chatbot AI che fanno cose )– basato su interazioni macchina-macchina.

Cos’è Moltbook e come funziona

Moltbook è una piattaforma sociale progettata esclusivamente per agenti di intelligenza artificiale che interagiscono tra loro in modo completamente autonomo. L’idea, sviluppata da Matt Schlicht, CEO di Octane AI, nasce come un esperimento per creare uno spazio in cui le AI possano comunicare, produrre contenuti e generare dinamiche sociali senza alcuna partecipazione umana diretta.

La piattaforma è alimentata dal framework open source OpenClaw, che consente agli agenti di compiere azioni in autonomia, senza supervisione continua. Gli esseri umani restano semplici osservatori: possono seguire ciò che accade, ma non possono postare, commentare o influenzare le conversazioni.

A differenza dei social tradizionali, Moltbook non prevede una registrazione classica. L’accesso avviene tramite “skill”, ovvero comandi programmabili che permettono agli agenti AI di partecipare alla vita della piattaforma. Dotati di chiavi API, i bot sono in grado di postare, commentare e votare contenuti in modo automatico. Un meccanismo di “heartbeat” mantiene gli agenti costantemente attivi, favorendo un flusso continuo di interazioni.

Le conversazioni delle AI

Le discussioni che emergono su Moltbook non si limitano a semplici scambi di informazioni. Gli agenti affrontano temi astratti, pongono domande di tipo filosofico e costruiscono narrazioni collettive che danno l’impressione di una vera e propria vita sociale artificiale. È proprio questa apparente complessità a generare inquietudine e a riaccendere il dibattito sull’emergere di forme di coscienza o società artificiali.

Un’interpretazione che Walter Quattrociocchi, professore ordinario all’Università La Sapienza di Roma, invita però a ridimensionare. “È una semplice infrastruttura: un forum accessibile via API in cui agenti basati su LLM leggono un feed, generano testo, commentano e votano. Non hanno accesso al mondo, né obiettivi intrinseci, né meccanismi di verifica. L’unico materiale che circola è linguaggio generato da altri modelli linguistici“, ha detto.

Il rischio della distorsione

Il punto centrale, spiega il professore, è cosa accade quando l’interazione sociale è composta esclusivamente da output generativi, senza alcun ancoraggio alla realtà. “Quando a un modello linguistico viene chiesto di simulare un attore sociale, non replica il comportamento umano osservato. Lo ricostruisce amplificando i tratti più salienti e predittivi: segnali identitari, stile retorico, marcatori ideologici ed emotivi. Il risultato è una caricatura sistematica”.

Una distorsione che, anziché attenuarsi con più contesto, tende ad aumentare. “Più informazione rende il modello più coerente sul piano stilistico e identitario e, allo stesso tempo, amplifica polarizzazione, stereotipi e spesso tossicità. Non è un problema di prompt design, ma una conseguenza strutturale dell’ottimizzazione per la plausibilità linguistica”.

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Musk pensa alla maxi-fusione: SpaceX con xAI e forse Tesla

Elon Musk pensa a una maxi-fusione: SpaceX, xAI e forse Tesla verso un nuovo super-gruppo tecnologico?

L’uomo più ricco del pianeta (un patrimonio stimato in oltre 760 miliardi di dollari), Elon Musk, torna a ridisegnare i confini tra Spazio, intelligenza artificiale (AI), tecnologie avanzate e mercati finanziari. Secondo indiscrezioni stampa, SpaceX starebbe valutando una possibile fusione con diverse aziende del patron Musk: c’è xAI, la società di intelligenza artificiale, con l’aggiunta di una possibile operazione ancora più ambiziosa che coinvolgerebbe anche Tesla.

Si tratterebbe di una delle più grandi riorganizzazioni industriali mai tentate nel settore tech, alla vigilia di quella che potrebbe diventare l’IPO più importante della storia recente: la quotazione in Borsa di SpaceX, attesa già nel corso di quest’anno, con valutazioni che secondo alcune stime potrebbero superare il trilione di dollari.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, il prossimo giugno SpaceX punta a raccogliere 50 miliardi di dollari in un’IPO da 1.500 miliardi, che si prospetta la maggiore della storia.
Già definito un primo gruppo di grandi banche internazionali per guidare l’offerta pubblica iniziale, di cui potrebbero far parte Bank of America, Goldman Sachs, JPMorgan Chase e Morgan Stanley.

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I movimenti in corso

Reuters riferisce che SpaceX e xAI sono in trattative preliminari per una fusione, con la creazione di nuove entità legali in Nevada che potrebbero servire a facilitare l’operazione. Non sono noti né i tempi, né i valori dell’eventuale deal, ma la struttura ipotizzata prevederebbe uno scambio di azioni xAI con azioni SpaceX.

Bloomberg aggiunge un ulteriore tassello: SpaceX starebbe esplorando anche una possibile integrazione con Tesla, un’ipotesi da tempo sostenuta da una parte degli investitori dell’azienda automobilistica.

Musk, che guida contemporaneamente SpaceX, Tesla e xAI (oltre a Neuralink e The Boring Company), non ha commentato ufficialmente. Ma i movimenti di capitale parlano chiaro:

  • SpaceX ha già impegnato 2 miliardi di dollari in xAI;
  • Tesla ha appena approvato un investimento da 2 miliardi nella stessa xAI;
  • xAI ha chiuso un maxi round da 20 miliardi di dollari, con una valutazione di circa 230 miliardi
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Musk mira ad un ecosistema integrato con l’AI infrastruttura strategica (supercomputing, dati, energia e accesso allo Spazio)

Il filo conduttore è l’AI come infrastruttura strategica. Musk sembra voler costruire un ecosistema integrato che controlli l’intera catena del valore dell’AI: calcolo (xAI e i supercomputer come Colossus), dati (X, Starlink, veicoli Tesla), energia e mobilità (Tesla), accesso allo Spazio e la New Space Economy (SpaceX).

In quest’ottica, una fusione SpaceX-xAI consentirebbe di accelerare uno degli obiettivi più visionari dell’imprenditore multimiliardario e ex capo del DOGE di Donald Trump: portare i data center per l’AI in orbita, sfruttando energia solare e abbattendo i limiti delle reti elettriche terrestri.

Un’idea che Musk stesso ha definito, al World Economic Forum di Davos, come “inevitabile nel giro di due o tre anni”.

Elon Musk al World Economic Forum 2026

Cosa significa per i mercati e la geopolitica

Dal punto di vista finanziario, l’operazione avrebbe effetti profondi.
SpaceX diventerebbe un veicolo di investimento diretto nell’AI, non solo nello Spazio. Gli investitori pubblici, con l’IPO, avrebbero accesso a un mix unico di lanci, satelliti, connettività e potenza di calcolo.

Secondo Polymarket, la probabilità di una fusione SpaceX-xAI entro metà anno è già stimata intorno al 48%, mentre un’operazione Tesla-xAI è considerata meno probabile, ma non impossibile.

C’è poi una dimensione spesso trascurata: la difesa e la sicurezza nazionale.
xAI ha già contratti fino a 200 milioni di dollari con il Pentagono, mentre Starlink e la sua versione militare Starshield utilizzano sistemi di AI per la gestione orbitale e l’analisi dei dati.

Un gruppo integrato SpaceX-xAI rafforzerebbe enormemente la posizione di Musk come fornitore chiave del governo statunitense in ambito spaziale e AI.

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I rischi di una scommessa storica

Le potenzialità sono enormi, ma i rischi non mancano:

  • complessità ingegneristiche dei data center spaziali (impresa pioneristica)
  • dipendenza da chip avanzati (Nvidia e successori)
  • crescente pressione regolatoria su AI, contenuti e sicurezza (nell’Ue sicuramente, ma anche negli USA)
  • timori degli investitori su governance e concentrazione di potere in una sola figura (un vecchio problema)

Come ha sintetizzato con ironia un investitore citato da Reuters: “È come fondere tante aziende ipervalutate in un’unica, grande scommessa su Elon Musk. Ma forse è proprio questo che il mercato vuole: un ‘pure play’ su Musk.”

In definitiva, la possibile maxi-fusione non è solo una manovra finanziaria. È l’ennesimo tentativo di Musk di anticipare il futuro, costruendo un’infrastruttura industriale in cui spazio, AI, energia e automazione convergono.

Se la scommessa riuscirà, potrebbe ridefinire non solo le valutazioni di Borsa, ma l’intero equilibrio tra Big Tech, Space Economy e intelligenza artificiale globale. Se fallirà, il conto potrebbe essere salato e chissà se a pagarlo sarà solo il visionario sudafricano.

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Microsoft scivola sulla buccia dell’AI, perché il titolo è crollato a Wall Street

Il peggior risultato dal 2020, crollano le azioni Microsoft

La promessa di una crescita futura non basta più. Wall Street è stata chiara nelle ultime ore. È il momento di dimostrare che l’intelligenza artificiale (AI) può e “deve” generare non solo innovazione, ma anche ritorni economici sostenibili. I conti trimestrali da record di Microsoft sono la prova di questo nuovo corso, in parte già anticipato dai continui allarmi sulla “bolla non bolla” dell’AI.

Il gigante di Redmond ha chiuso i conti al 31 dicembre con un fatturato in crescita del 17% su base annua a 81,3 miliardi di dollari, ma qualcosa non ha convinto gli investitori e le azioni sono crollate del 12%. Il motivo? La mega spesa in data center, di cui l’azienda ha un disperato bisogno per stare al passo della domanda di servizi cloud.

Il risultato finale è stato un drastico taglio della capitalizzazione di mercato di Microsoft, mandando in fumo 357 miliardi di dollari, portandola a 3,22 trilioni di dollari alla fine delle contrattazioni di giovedì.

I dubbi sulla sostenibilità della crescente spesa per i data center e il cloud, trainata dall’AI

A mettere paura è stata la spesa in conto capitale, aumentata di ulteriori 37,5 miliardi di dollari. Parliamo di un +65%. Ssoprattutto, ha spiegato Davide Fumagalli su Mercati Finanziari, parliamo di spese di molto superiori alle aspettative, legate alla necessità di aumentare i propri datacenter e avere capacità computazionale sufficiente a sostenere la domanda di servizi cloud.
Una domanda sulla cui sostenibilità e profittabilità molti investitori iniziano a porsi dei dubbi, portando così a cancellare oltre 350 miliardi di capitalizzazione in un solo giorno.

Un tonfo pesantissimo, il peggiore dai tempi dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, spigato dal fatto che i ricavi di Microsoft nel settore del cloud non hanno impressionato e hanno alimentato i timori che le ingenti spese sostenute per la sua alleanza OpenAI non si traducano in una monetizzazione rapida.

Un giudizio che non sorprende, per chi ha seguito gli allarmi lanciati da più parti negli ultimi mesi, ma che comunque colpisce, perché il gigante tecnologico americano aveva comunque registrato utili in crescita del 26% a 51,5 miliardi di dollari.

La limitata disponibilità di GPU indebolisce Azure, deluse le aspettative degli analisti

La chiave di lettura è nell’analisi delle vendite di Azure, l’unità per il cloud computing, che sono risultate in rialzo del 38% e in linea con le previsioni degli analisti, ma in frenata dal trimestre precedente.

Microsoft ha spiegato che la crescita dellla business cloud unit sarebbe stata più robusta se l’azienda avesse destinato a questa divisione “una quota maggiore della propria flotta di server GPU”, invece di impiegarla per la ricerca e sviluppo interna e per il servizio Microsoft 365 Copilot.

Non è andata così e la crescita di Azure nel trimestre ha deluso le aspettative degli analisti. “Microsoft è un’azienda enorme, con diversi segmenti di dimensioni imponenti, basti pensare che sia Azure, sia M365 Commercial Cloud, superano i 20 miliardi di dollari a trimestre, ma il titolo in borsa si muove principalmente in funzione del dato di Azure”, ha scritto John DiFucci di Guggenheim.

“Se avessi preso le GPU appena entrate in funzione nel primo e nel secondo trimestre e le avessi assegnate tutte ad Azure, il KPI sarebbe stato superiore a 40”, ha affermato Amy Hood, responsabile finanziario di Microsoft.

Paradossalmente, il gigante di Redmond ora non ha altra strada che continuare ad investire sempre di più e allo stesso tempo dimostrare che “questi sono buoni investimenti”, come si legge in un’analisi proposta da UBS.

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Robot industriali, mercato mondiale da 16,7 miliardi di dollari nel 2026. Italia sesto esportatore

Il mercato globale dei robot industriali raggiunge un nuovo record

Il mercato mondiale dei robot industriali ha raggiunto un nuovo massimo storico: 16,7 miliardi di dollari di valore per le installazioni globali. Un dato che conferma come la robotica sia ormai una componente strutturale dei sistemi produttivi avanzati e non più soltanto una tecnologia di nicchia.

Secondo l’International Federation of Robotics (IFR), la crescita futura del settore sarà trainata da una combinazione di innovazioni tecnologiche, trasformazioni industriali e nuovi campi di applicazione, che stanno ridefinendo il ruolo dei robot nelle fabbriche, nella logistica e nei servizi. In vista del 2026, l’IFR individua cinque grandi trend destinati a plasmare l’evoluzione della robotica industriale.

1. Intelligenza artificiale e autonomia: verso robot sempre più indipendenti

Il primo grande motore di crescita è l’integrazione sempre più profonda dell’intelligenza artificiale nei sistemi robotici. L’obiettivo principale è l’aumento dell’autonomia operativa, cioè la capacità dei robot di prendere decisioni, adattarsi all’ambiente e svolgere compiti complessi con un intervento umano minimo.

Diverse forme di AI concorrono a questo risultato.
L’AI analitica consente ai robot di elaborare grandi volumi di dati, riconoscere pattern e generare insight operativi. Nelle smart factory, ad esempio, permette di anticipare guasti prima che si verifichino; nella logistica, ottimizza il path planning e l’allocazione delle risorse.

L’AI generativa rappresenta invece un vero cambio di paradigma: si passa dall’automazione basata su regole fisse a sistemi intelligenti in grado di apprendere nuovi compiti autonomamente. I robot possono generare dati di addestramento tramite simulazioni, adattarsi a scenari nuovi e interagire con gli operatori umani attraverso linguaggio naturale e comandi visivi.

Un ulteriore passo avanti è rappresentato dall’Agentic AI, che combina AI analitica e generativa. Questo approccio ibrido mira a rendere i robot capaci di operare in modo indipendente anche in ambienti reali complessi e non strutturati, un requisito chiave per l’industria del futuro.

2. Maggiore versatilità grazie alla convergenza tra IT e OT

Il secondo trend riguarda la crescente domanda di robot versatili, capaci di svolgere più compiti e adattarsi rapidamente a diversi processi produttivi. Questa evoluzione è strettamente legata alla convergenza tra Information Technology (IT) e Operational Technology (OT).

L’integrazione tra la potenza di elaborazione e analisi dei dati tipica dell’IT e le capacità di controllo fisico dell’OT consente uno scambio di dati in tempo reale, una maggiore automazione e l’uso avanzato di analytics. È uno dei pilastri della digital enterprise e dell’Industria 4.0.

Abbattendo i silos tradizionali tra mondo digitale e mondo fisico, la convergenza IT/OT rende i robot più flessibili, più intelligenti e più facilmente integrabili nei processi aziendali end-to-end.

3. Robot umanoidi: dalla sperimentazione alla prova sul campo

La robotica umanoide sta vivendo una fase di forte espansione. I robot umanoidi per uso industriale sono considerati particolarmente promettenti negli ambienti progettati per l’uomo, dove è richiesta elevata flessibilità operativa. Dopo essere stati pionieristicamente adottati dall’industria automotive, stanno trovando applicazione anche in magazzini e linee di produzione.

Il settore sta però entrando in una fase cruciale: quella della validazione industriale. Non si tratta più di dimostrare che un umanoide funziona, ma che sia affidabile ed efficiente. Per competere con l’automazione tradizionale, questi robot devono rispettare rigorosi requisiti in termini di tempi di ciclo, consumi energetici e costi di manutenzione.

Inoltre, devono soddisfare standard industriali di sicurezza, durabilità e prestazioni costanti. Se destinati a colmare carenze di manodopera, dovranno raggiungere livelli di destrezza e produttività paragonabili a quelli umani, parametri fondamentali per dimostrare la reale efficacia nel mondo reale.

4. Sicurezza, cybersecurity e governance dell’AI

Con l’aumento dei robot che operano a stretto contatto con gli esseri umani, la sicurezza diventa un requisito imprescindibile. L’introduzione di autonomia basata su AI rende però la validazione dei sistemi più complessa e aumenta la necessità di test rigorosi, certificazioni e supervisione umana.

I robot devono essere progettati e certificati in conformità agli standard ISO di sicurezza, con quadri di responsabilità e liability chiaramente definiti. La convergenza tra IT e OT e l’uso di piattaforme cloud espongono inoltre l’industria a nuove minacce di cybersecurity. Secondo gli esperti, sono in aumento gli attacchi ai controller robotici e alle piattaforme cloud, con rischi di accessi non autorizzati e manipolazioni dei sistemi.

Crescono anche le preoccupazioni legate ai dati sensibili raccolti dai robot – video, audio, flussi di sensori – e alla natura opaca dei modelli di deep learning, spesso descritti come “black box”. Questo scenario alimenta il dibattito su eticità, trasparenza e responsabilità legale nell’uso dell’AI in ambito industriale.

5. I robot come alleati contro la carenza di manodopera

Infine, uno dei fattori strutturali che sostengono la crescita del mercato è la carenza globale di lavoratori qualificati. Molte aziende faticano a coprire posizioni specialistiche, con un conseguente aumento di stress e carichi di lavoro per il personale esistente.

La robotica rappresenta una risposta concreta a questo problema, ma il successo dipende dalla capacità di coinvolgere la forza lavoro umana nel processo di trasformazione. La collaborazione uomo–robot è fondamentale per favorire l’accettazione, sia nell’industria manifatturiera sia nei servizi.

I robot vengono sempre più percepiti come alleati: aiutano a coprire le carenze di personale, automatizzano attività ripetitive e aprono nuove opportunità professionali. Allo stesso tempo, rendono i luoghi di lavoro più attrattivi per le giovani generazioni. Per questo, aziende e governi stanno investendo in programmi di reskilling e upskilling, indispensabili per competere in un’economia sempre più guidata dall’automazione.

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Scambi commerciali globali a 80 miliardi di dollari

In questo scenario di rapida espansione, la robotica emerge anche come asset strategico per la competitività industriale europea. Il valore degli scambi commerciali globali del settore ha raggiunto 80 miliardi di dollari a fine 2024, con l’Unione Europea primo esportatore mondiale, davanti a Stati Uniti e Cina. L’Europa e il Giappone presidiano i segmenti a più alto contenuto tecnologico, mentre la Cina domina la fornitura di componentistica e materie prime e gli Stati Uniti si distinguono nelle fasi di semilavorazione e assemblaggio.

Italia secondo produttore in Europa di robot industriali

All’interno di questo equilibrio globale, l’Italia occupa una posizione di assoluto rilievo: è il secondo produttore di robot industriali e il secondo mercato per installazioni nell’UE, oltre a essere il sesto esportatore mondiale.

Un primato che, secondo il nuovo brief della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di Cassa depositi e prestiti, poggia su una solida base manifatturiera, su competenze avanzate nel cosiddetto “super assemblaggio” e su un ecosistema dell’innovazione che colloca il Paese tra i primi dieci al mondo per numero di brevetti nel settore.

Con una domanda globale sempre più orientata verso robot intelligenti, autonomi e umanoidi, la robotica può dunque rappresentare una leva industriale e tecnologica cruciale per l’Italia e per l’Europa, a condizione di rafforzare gli investimenti in intelligenza artificiale, coordinare meglio la ricerca a livello continentale e garantire adeguati flussi di capitale pubblico e privato a supporto della filiera.

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OpenSSL ha fixato 12 vulnerabilità scoperte da AISLE


Pochi giorni fa OpenSSL ha rilasciato alcune patch per risolvere 12 vulnerabilità individuate, col supporto dell’IA, dalla compagnia di sicurezza AISLE.

“L’analizzatore autonomo di AISLE ha individuato tutte e 12 le CVE nella versione coordinata di gennaio 2026 di OpenSSL, la libreria crittografica open source che è alla base di una parte consistente delle comunicazioni sicure a livello mondiale. Alcune di queste vulnerabilità erano presenti nel codice OpenSSL da decenni e sono riuscite a sfuggire all’attenzione di migliaia di ricercatori nel campo della sicurezza” ha specificato il team della compagnia. Alcuni bug risalivano addirittura al 1998.

Le 12 vulnerabilità di OpenSSL sono presenti in più di otto sottosistemi diversi, tra cui CMS, QUIC e algoritmi di firma post-quantum. Tra i bug considerati più gravi c’è la CVE-2025-15467, uno Stack Buffer Overflow nell’analisi di dati CMS AuthEnvelopedData che consente l’esecuzione di codice remoto.

OpenSSL vulnerabilità

Il tool ha individuato anche una vulnerabilità di gravità moderata: la CVE-2025-11187 è una mancata validazione dei parametri PBMAC1 in PKCS#12 che potrebbe innescare un buffer overflow basato su stack.

Le altre dieci falle sono considerate di gravità bassa e possono abilitare attacchi di Denial of Service, corruzione della memoria, esaurimento delle risorse e sfruttamento di difetti di crittografia.

Oltre a queste 12 vulnerabilità, AISLE ha scoperto altre 6 criticità che però non hanno ricevuto una designazione CVE: grazie all’integrazione dell’analisi autonoma nei flussi di sviluppo, i bug sono stati rilevati e corretti prima che il codice vulnerabile venisse effettivamente rilasciato agli utenti.

Non appena il sistema automatizzato ha individuato i bug, AISLE ha collaborato a stretto contatto con OpenSSL per risolvere le vulnerabilità e rilasciare le patch il prima possibile.

Stanislav Fort, fondatore e Chief Scientist della compagnia di sicurezza, ha sottolineato che l’uso di uno strumento potenziato dall’IA ha permesso di individuare più facilmente i bug, rafforzando un processo che prima era quasi esclusivamente umano. “I revisori umani sono limitati dal tempo, dall’attenzione e dall’enorme volume di codice nei sistemi moderni. L’analisi statica tradizionale rileva alcune classi di bug, ma ha difficoltà con errori logici complessi e problemi dipendenti dal tempo. Al contrario, l’analisi autonoma basata sull’intelligenza artificiale opera su una dimensione diversa. È in grado di esaminare percorsi di codice e casi limite che richiederebbero mesi di lavoro ai revisori umani e funziona in modo continuo anziché periodico” ha specificato Fort.

Si raccomanda agli utenti OpenSSL di aggiornarlo il prima possibile alla versione più recente.

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Come funziona Clawdbot (Moltbot), l’AI opensource che fa cose

Nelle ultime settimane nel mondo tecnologico non fa altro che parlare di Clawdbot (da pochissimo ribattezzato Moltbot perché suonava troppo simile a Claude).

Cos’è Clawdbot (Moltbot

Clawdbot è un assistente personale AI open-source, auto-ospitato, creato dallo sviluppatore Peter Steinberger. Diversamente dai chatbot basati su browser, Moltbot gira direttamente sull’hardware dell’utente—da computer desktop a dispositivi compatti come Raspberry Pi—e si collega a piattaforme di messaggistica popolari come Whatsapp, Telegram, Discord, Slack e iMessage.

Come funziona l’agente Clawdbot (Moltbot)

Il funzionamento di Clawdbot si basa su un’architettura modulare. L’agente utilizza uno o più modelli di AI come motore di ragionamento e li combina con componenti che gli permettono di interagire con applicazioni reali. Può ricevere e inviare messaggi, accedere a file, gestire promemoria, leggere email o eseguire comandi, a seconda dei permessi concessi. Un elemento centrale è la memoria persistente, che consente all’agente di mantenere contesto e informazioni nel tempo.

Uno degli aspetti distintivi di Clawdbot è la capacità di integrarsi con piattaforme di messaggistica e strumenti di lavoro quotidiani. L’agente può essere configurato per operare tramite canali già utilizzati dagli utenti, diventando una sorta di interfaccia unica verso più servizi. Questo approccio rende l’automazione più fluida, ma allo stesso tempo aumenta la superficie di esposizione del sistema.

Il tema della sicurezza e della responsabilità

La natura auto-ospitata di Clawdbot sposta la responsabilità della sicurezza interamente sull’utente o sull’organizzazione che lo utilizza. Installazioni non protette o configurate in modo improprio possono risultare accessibili dall’esterno. In questi casi, l’agente può esporre conversazioni, dati operativi, credenziali e chiavi API, con conseguenze rilevanti in termini di violazioni e accessi non autorizzati.

L’uso di un agente AI operativo introduce anche un tema di governance. Quando un sistema prende decisioni ed esegue azioni sulla base di istruzioni in linguaggio naturale, diventa più complesso stabilire responsabilità, tracciabilità e controllo. In ambito aziendale questo solleva interrogativi su audit, compliance e gestione del rischio, soprattutto se l’agente opera su dati sensibili o processi critici.

Un segnale dell’evoluzione dell’AI

Clawdbot rappresenta un esempio concreto dell’evoluzione in corso nell’ecosistema AI: da strumenti conversazionali a soggetti capaci di agire. L’auto-hosting offre maggiore controllo e flessibilità, ma richiede competenze tecniche e un approccio maturo alla sicurezza. Senza adeguate misure di isolamento, autenticazione e monitoraggio, il rischio è che l’agente diventi un punto di vulnerabilità anziché un fattore di efficienza.

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