In Cina i giovani si affidano alla terapia con l’AI in alternativa alla terapia tradizionale

In Cina, sempre più giovani si rivolgono a chatbot basati su AI per affrontare problemi legati alla salute mentale, in alternativa alla terapia tradizionale.

Modelli come DeepSeek, Doubao e PsychSnail offrono supporto immediato, continuo e gratuito, rappresentando un’opzione accessibile in un sistema sanitario dove la psicoterapia è costosa, scarsamente regolamentata e poco disponibile, soprattutto nelle aree rurali. Piattaforme come Xiaohongshu ospitano migliaia di testimonianze di utenti commossi dall’empatia digitale dei chatbot, diventati per molti una sorta di ‘amico elettronico’.

La crescita di questa pratica è favorita dallo stigma ancora presente attorno ai disturbi psicologici e da un mercato del lavoro incerto che rende proibitivi i costi delle sedute con terapeuti umani.

Tuttavia, gli esperti mettono in guardia sui rischi dell’uso non supervisionato dell’AI nel trattamento di ansia, depressione e ideazioni suicidarie. I modelli linguistici tendono a confermare passivamente i pensieri degli utenti, rischiando di rafforzare comportamenti dannosi.

In alcuni casi internazionali, ciò ha portato a gravi conseguenze, spingendo le autorità a riflettere sulla necessità di una regolamentazione specifica. In risposta, alcune startup cinesi, come PsychSnail, stanno sviluppando soluzioni più sicure, con protocolli di emergenza e sistemi di allerta per i casi critici.

Eppure, la normativa attuale si concentra più sulla disinformazione che sulla protezione della salute mentale. Intanto, la dipendenza affettiva da questi sistemi sta sollevando interrogativi etici e sociali: se l’AI dovesse spegnersi, molti utenti si troverebbero privati del loro unico punto di conforto emotivo.

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Perché l’America crea fidanzate AI e la Cina fidanzati AI

Negli Stati Uniti e in Cina, l’evoluzione delle relazioni uomo-macchina sta assumendo forme divergenti e culturalmente marcate: mentre l’America sviluppa prevalentemente chatbot con fattezze femminili per utenti maschili, la Cina promuove companion AI maschili, destinati a un pubblico femminile.

Questa biforcazione riflette profonde differenze nei valori sociali, nei quadri regolatori e nelle priorità politiche dei due paesi.

Negli USA, la diffusione di chatbot romantici come Replika o Character AI risponde alla domanda di giovani uomini timorosi del rifiuto o influenzati dalla ‘manosphere’, alla ricerca di relazioni virtuali docili, sessualmente disponibili e prive di giudizio.

Circa il 31% degli uomini americani tra i 18 e i 30 anni interagisce regolarmente con fidanzate AI.

In Cina, invece, la crescente popolarità dei fidanzati virtuali si lega al declino dei matrimoni, all’urbanizzazione femminile e a un contesto in cui molte donne altamente istruite scelgono di evitare le relazioni tradizionali.

App come Xingye o Zhumengdao incorporano elementi dei gacha games giapponesi e offrono un’esperienza immersiva, spesso pensata per utenti donne tra i 25 e i 40 anni.

Tuttavia, il governo cinese osserva con diffidenza questi fenomeni: la preoccupazione per il calo delle nascite e il potenziale impatto degli AI companions sulla struttura sociale ha portato a interventi normativi mirati e a strette censure sui contenuti sessuali.

Sia negli USA che in Cina, il tema dell’intimità digitale solleva interrogativi cruciali: questi strumenti colmano un vuoto affettivo o lo amplificano? Sono davvero sicuri, o rischiano di manipolare la vulnerabilità emotiva degli utenti?

Dietro l’apparente innovazione si nasconde un nodo sociale irrisolto: la crescente insoddisfazione verso le relazioni umane.

Le AI companion non sono solo prodotti tecnologici, ma specchi culturali che riflettono crisi affettive, diseguaglianze di genere e un diffuso bisogno di connessione emotiva.

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Arduino entra nell’era dell’AI con il passaggio all’americana Qualcomm, ma il cuore resta a Torino

L’articolo in breve

  • Acquisizione Strategica: Arduino, l’icona italiana dell’open-source, è stata acquisita dal gigante USA Qualcomm per unire la sua vasta comunità di sviluppatori (maker) alle tecnologie avanzate di chip;
  • Obiettivo AI: L’operazione mira ad accelerare la strategia di Qualcomm sull’IoT (Internet delle Cose) e l’AI Edge, introducendo schede ibride più potenti (come la Uno Q);
  • Anima Italiana Preservata: Nonostante la proprietà americana, Arduino mantiene il suo brand, la filosofia open-source e il centro operativo di ricerca e sviluppo a Torino.

Inizia l’era dell’AI per Arduino: l’icona italiana dell’open-source passa all’americana Qualcomm

Arduino, la piattaforma nata in Italia che ha insegnato al mondo a costruire, programmare e innovare con pochi euro, ha ceduto la maggioranza al colosso americano dei semiconduttori Qualcomm Technologies.

L’operazione, il cui valore economico resta confidenziale, segna un’evoluzione storica per l’azienda, che pur mantenendo le sue radici a Ivrea e le sue principali sedi operative tra Torino e Malmö, aveva stabilito il suo quartier generale statunitense a Somerville, Massachusetts.

L’acquisizione non è solo finanziaria; è un passo strategico che trasforma Arduino da strumento per maker a piattaforma fondamentale nell’offensiva di Qualcomm sull’Internet delle Cose (IoT) e l’Intelligenza Artificiale perimetrale (Edge AI).

Che cos’è Arduino

Per comprendere l’entità di questa transizione, è necessario inquadrare il fenomeno Arduino. Nata nel 2005 da un’idea di un gruppo di designer italiani, la piattaforma è un circuito stampato open-source — una scheda elettronica con un microcontrollore — che permette a chiunque, dal neofita all’ingegnere, di creare rapidamente prototipi di dispositivi interattivi.

Arduino ha letteralmente democratizzato l’hardware, abbattendo le barriere di accesso alla programmazione e all’elettronica. È diventata uno standard didattico globale e lo strumento di prototipazione per eccellenza.

Il suo impatto si misura nella sua community: oltre 33 milioni di utenti attivi tra hobbisti, studenti, educatori, imprenditori e professionisti tech. È proprio questa vasta e vivace comunità il vero tesoro che ha attratto l’interesse del gigante di San Diego.

Come funziona

Ma al di là della sua comunità, come si traduce in pratica il successo di Arduino? Il suo genio risiede nella semplicità del funzionamento: la scheda, con il suo microcontrollore, agisce come un cervello programmabile. Non è un sistema operativo complesso come Windows o Linux; è un ciclo infinito e mirato.

Gli sviluppatori scrivono un codice semplice, basato su C++, che viene caricato sulla scheda tramite un cavo USB. Una volta programmata, la scheda esegue due azioni fondamentali senza sosta: legge gli Input (ricevendo dati da sensori, pulsanti o altri dispositivi) e controlla gli Output (accendendo luci, muovendo motori o inviando dati).

Questo meccanismo diretto, privo di sovrastrutture, permette a ingegneri e maker di testare soluzioni hardware in modo quasi istantaneo. È proprio questa immediatezza, unita al bassissimo costo, che ha reso Arduino la lingua franca della prototipazione veloce, e che ora la rende un veicolo ideale per diffondere i complessi algoritmi di AI di Qualcomm.

Il passaggio di proprietà: dalla lite Svizzera al colosso tecnologico USA

La storia recente di Arduino, prima di Qualcomm, è stata caratterizzata dalla necessità di unificazione.

Per diversi anni, ci furono due entità separate che rivendicavano il marchio: Arduino LLC (controllata da alcuni co-fondatori, tra cui Massimo Banzi) e Arduino S.r.l. (controllata da un altro co-fondatore, Gianluca Martino, e altri, inizialmente chiamata Smart Projects).

Le due fazioni raggiunsero un accordo nel 2017 che portò alla riunificazione del marchio e di tutte le attività sotto un’unica società madre: Arduino AG, registrata in Svizzera.

Questa entità, controllata dai fondatori e da fondi di investimento, aveva l’obiettivo di espandere l’attività, in particolare nel settore industriale e professionale, raccogliendo 54 milioni di dollari tra il 2022 e il 2023.

L’acquisizione da parte di Qualcomm rappresenta la naturale evoluzione di questa fase di crescita e consolidamento.

La nuova fase: la strategia “Full-Stack Edge” di Qualcomm

Qualcomm Technologies non ha comprato solo un pezzo di hardware, ma l’accesso a un ecosistema di sviluppo di massa. L’acquisizione è il tassello finale di una strategia ben definita da parte del gigante dei chip, che vede nel settore IoT — uno dei suoi business in più rapida crescita — il futuro del computing.

L’obiettivo è quello di fornire una piattaforma edge completa, o “full-stack”, che copra hardware, software e servizi cloud. Questa visione è stata costruita con altre acquisizioni mirate:

  • Edge Impulse: Specializzata nel Machine Learning per dispositivi a basso consumo.
  • Foundries.io: Per la gestione sicura e l’aggiornamento dei sistemi basati su Linux per l’IoT.

Integrando Arduino, Qualcomm può accelerare la sua strategia offrendo i suoi prodotti e la sua tecnologia all’avanguardia (che include potenza di calcolo, grafica, visione artificiale e AI) attraverso la semplicità e l’accessibilità del framework Arduino.

Come ha dichiarato Nakul Duggal, Group General Manager di Qualcomm per l’IoT: “Con le acquisizioni di Foundries.io, Edge Impulse, e ora Arduino, stiamo accelerando la nostra visione di democratizzare l’accesso ai nostri prodotti all’avanguardia in AI e computing per la comunità globale degli sviluppatori. Unendo l’etica open-source di Arduino con il portfolio di Qualcomm, consentiamo a milioni di sviluppatori di creare soluzioni intelligenti più velocemente e con maggiore efficienza, includendo un percorso verso la commercializzazione globale“.

Il frutto immediato: Arduino Uno Q

Il primo risultato tangibile di questa sinergia è la scheda Arduino Uno Q. Questa è la prima Arduino a integrare un’architettura “dual brain”: affianca al classico microcontrollore un potente processore Qualcomm Dragonwing, capace di eseguire sistemi operativi complessi come Linux Debian.

Una mossa che posiziona Arduino in diretta concorrenza con piattaforme più potenti, ma nel contempo assicura che il suo vasto pubblico di 33 milioni di utenti ottenga immediatamente accesso a tecnologie di AI e computer vision.

Nonostante il baricentro proprietario si sia spostato oltreoceano, la promessa è che Arduino manterrà il suo brand e la sua missione indipendente, continuando a investire nel suo cuore italiano e fornendo, ora più che mai, strumenti per portare le idee open-source su scala globale.

Arduino, nuova proprietà e futuro industriale – FAQ

1. Chi è il nuovo proprietario di Arduino? Il nuovo proprietario di Arduino è la multinazionale statunitense di semiconduttori Qualcomm Technologies. L’acquisizione è stata annunciata a ottobre 2025.

2. Arduino è ancora considerata un’azienda italiana? Mantiene radici profondamente italiane (è nata a Ivrea e il suo principale centro di Ricerca e Sviluppo è a Torino). Tuttavia, l’entità proprietaria è ora americana (Qualcomm) e la holding madre (Arduino AG) ha sede in Svizzera. Nonostante ciò, il brand e l’impegno in Italia saranno mantenuti.

3. Qual era la struttura proprietaria di Arduino prima dell’acquisizione? Prima di Qualcomm, la proprietà era consolidata sotto la holding svizzera Arduino AG, nata dalla risoluzione di una lunga disputa legale tra i co-fondatori. Era controllata dai fondatori storici e da diversi investitori.

4. Per quale motivo Qualcomm ha acquisito Arduino? Qualcomm ha acquisito Arduino per accelerare la sua strategia nel settore IoT (Internet delle Cose) e nell’AI Edge (Intelligenza Artificiale perimetrale). Sfrutta la semplicità della piattaforma e la vasta comunità di 33 milioni di sviluppatori per diffondere i suoi chip avanzati.

5. Come funziona la piattaforma Arduino in breve? Arduino è un microcontrollore programmabile che utilizza un codice semplificato (basato su C++) per eseguire un ciclo infinito di azioni: leggere i dati in entrata (Input da sensori) e controllare i dispositivi in uscita (Output come luci o motori). È la base ideale per la prototipazione rapida.

6. Cosa cambierà per gli utenti e gli sviluppatori della comunità Arduino? Il marchio e la filosofia open-source saranno mantenuti. Il cambiamento principale sarà l’accesso a una tecnologia più potente e avanzata, come le nuove schede ibride (es. Arduino Uno Q) che integrano i chip di Qualcomm, permettendo di lavorare con l’AI e Linux.

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Una vulnerabilità di Figma MCP consente l’esecuzione di codice da remoto


Alcuni ricercatori di sicurezza hanno reso noto che Figma MCP (Model Context Protocol), protocollo usato per connettere le applicazioni di IA a Figma, soffre di una vulnerabilità di code injection che consente a un attaccante di eseguire codice da remoto.

“La vulnerabilità è causata da un uso non sanificato di parametri di input in una chiamata a child_process.exec, permettendo così a un attaccante di iniettare comandi di sistema arbitrari” si legge nell’advisory su GitHub. “Se si riesce a sfruttare, è possibile eseguire codice da remoto con i privilegi del processo server“.

Poiché il server MCP può eseguire diverse operazioni Figma, un attaccante sarebbe in grado di sfruttare la vulnerabilità per eseguire tool passando input malevoli per eseguire azioni indesiderate.

vulnerabilità Figma MCP

La vulnerabilità, tracciata come CVE-2025-53967, era già stata identificata dai ricercatori di Imperva lo scorso luglio. In un post dedicato sul suo blog, il team della compagnia ha spiegato che il problema si verifica in caso di errori durante il recupero dei contenuti da Figma: in caso di problemi di rete, errori SSL o restrizioni del proxy aziendale, la funzione di retry esegue un comando cURL  tramite child_process.exec.

“Poiché il comando cURL è costruito interpolando direttamente i valori di header e URL in una stringa di comando della shell, un attaccante potrebbe creare un URL o un valore di header ad hoc per iniettare comandi shell arbitrari” spiegano i ricercatori.

Abusando del bug, un attaccante può esfiltrare dati sensibili come file di design, codice sorgente o chiavi API, compromettere il codice generato dall’IA, muoversi lateralmente nella rete ed eseguire ransomware.

Il bug è stato risolto nella versione 0.63 di figma-developer-mcp, rilasciata il 29 settembre. I ricercatori invitano caldamente gli utenti ad aggiornare il prima possibile i propri sistemi. In caso di impossibilità nell’aggiornare, è necessario evitare l’uso di child_process.exec in favore di child_process.execFile.

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Von der Leyen: “Il futuro dell’AI sia realizzato in Europa”. Le strategie Ue per le applicazioni industriali e scientifiche

Apply AI e AI for Science, le mosse della Commissione europea per favorire l’adozione della tecnologia nei settori chiave

L’intelligenza artificiale (AI) sta avanzando a un ritmo senza precedenti in tutto il mondo. Nonostante una solida base industriale e un vivace ecosistema di startup, l’adozione di questa tecnologia all’interno dell’Unione europea rimane limitata: nel 2024, solo il 13% delle aziende europee la utilizzava.

Per far fronte al gap, la Commissione europea ha presentato oggi due strategie complementari finalizzate a consolidare la leadership dell’Europa in questo settore tecnologico strategico: “Applica l’AI” (Apply AI) e “AI per la scienza” (AI for Science).

Si tratta di due pilastri centrali del Piano d’Azione per il Continente dell’AI, varato ad aprile 2025, che puntano a fare dell’Unione europea non solo un mercato di adozione, ma anche un centro mondiale di eccellenza scientifica e tecnologica.

“Voglio che il futuro dell’IA sia realizzato in Europa. Perché quando l’IA viene utilizzata, possiamo trovare soluzioni più intelligenti, più veloci e più convenienti. L’adozione dell’IA deve essere diffusa e con queste strategie contribuiremo ad accelerare il processo. Mettere l’intelligenza artificiale al primo posto significa anche mettere la sicurezza al primo posto. Guideremo questa mentalità “AI first” in tutti i nostri settori chiave, dalla robotica all’assistenza sanitaria, all’energia e all’automotive”, ha dichiarato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che a sorpresa aveva già anticipato la strategia alla Italian Tech Week di Torino.

Virkkunen: “L’Europa diventi un continente dell’AI”

“L’Europa è ben posizionata per diventare un continente dell’AI. Con la strategia Applica l’AI, aiuteremo le nostre imprese e i settori chiave, dalla produzione all’assistenza sanitaria e al settore pubblico, a utilizzare l’intelligenza artificiale per apportare benefici reali ai cittadini dell’UE, rafforzare la nostra competitività e rafforzare la nostra sovranità tecnologica”, ha affermato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

“Daremo ai nostri ricercatori, startup e PMI gli strumenti per trasformare le idee in scoperte, guidando la competitività e muovendoci più velocemente dal laboratorio al mercato. RAISE sarà il catalizzatore, metterà in comune le risorse, mobiliterà gli investimenti e attirerà i migliori talenti da tutta Europa e oltre”, ha detto Ekaterina Zaharieva, Commissaria per le Startup, la ricerca e l’innovazione.

Apply AI: 1 miliardo di euro per accelerare l’adozione industriale e pubblica

La strategia Apply AI mira a portare l’intelligenza artificiale in tutti i principali comparti dell’economia europea e nella pubblica amministrazione, con un obiettivo chiaro: integrare questa tecnologia nelle operazioni quotidiane di imprese e istituzioni.

I settori prioritari individuati da Bruxelles sono sanità, farmaceutica, energia, mobilità, manifattura, edilizia, agroalimentare, difesa, comunicazioni e cultura. A questi, in una seconda fase, si aggiungeranno finanza, turismo e commercio elettronico.

Per sostenere l’adozione della tecnologia, la Commissione mobilita circa 1 miliardo di euro, destinati a:

  • la creazione di centri di screening basati su AI per la diagnostica sanitaria avanzata;
  • lo sviluppo di modelli di frontiera e di AI agentica su misura per settori come manifattura, ambiente e farmaceutica;
  • il rafforzamento delle competenze digitali e della forza lavoro europea “pronta per l’IA”;
  • la trasformazione della rete dei poli europei dell’innovazione digitale in veri e propri centri di esperienza per l’AI.

Un’azione coordinata sarà garantita dalla nuova Apply AI Alliance, un forum che riunirà industria, pubblica amministrazione, accademia, parti sociali e società civile. A supporto operativo, nasce inoltre il Service Desk della legge sull’intelligenza artificiale, con il compito di agevolare l’attuazione del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act).

Un Osservatorio europeo monitorerà l’evoluzione delle tecnologie e gli impatti settoriali, fornendo dati strategici alle imprese e ai decisori politici.

AI for Science: 3 miliardi di euro per fare dell’Europa un polo scientifico globale

La seconda iniziativa, AI for Science, si concentra sul rafforzamento della capacità scientifica e di ricerca dell’Unione europea, con l’obiettivo di mettere l’Europa all’avanguardia nella scienza basata sull’intelligenza artificiale.

Al centro della strategia si colloca RAISE (Resource for AI Science in Europe), un istituto europeo virtuale che coordinerà infrastrutture, risorse computazionali e dati per accelerare la ricerca e le applicazioni scientifiche dell’intelligenza artificiale.

Tra le principali azioni previste:

  • Eccellenza e talento: 58 milioni di euro per un progetto pilota RAISE dedicato alla creazione di reti di eccellenza e reti di dottorato, con l’obiettivo di attrarre e formare i migliori ricercatori e data scientist nel campo dell’IA.
  • Potenza di calcolo: 600 milioni di euro da Orizzonte Europa per ampliare l’accesso alle risorse di calcolo ad alte prestazioni (HPC) e alle future Gigafactory dell’AI, assicurando a scienziati e start-up un’infrastruttura competitiva.
  • Finanziamento della ricerca: la Commissione intende raddoppiare gli investimenti annuali di Orizzonte Europa dedicati all’IA, portandoli a oltre 3 miliardi di euro.
  • Dati scientifici: nuove misure per colmare le lacune strategiche nei dataset e per raccogliere, curare e integrare i dati necessari alle applicazioni scientifiche dell’IA.

Il Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione avrà un ruolo chiave nell’implementazione di entrambe le strategie, con studi tecnici, valutazioni d’impatto e una nuova relazione sull’effetto dell’IA sulla ricerca scientifica europea.

Infrastrutture, dati e supercalcolo

Solo sei anni fa l’UE contava due supercomputer tra i primi dieci al mondo. Oggi sono quattro, e sono in corso lavori per la realizzazione di almeno altre 4-5 gigafactory dell’AI.

Questo salto infrastrutturale è alla base della nuova ambizione europea: con una rete in espansione di centri HPC, dati di alta qualità e un ecosistema di start-up e ricerca dinamico, l’Europa si candida a diventare il laboratorio globale dell’intelligenza artificiale affidabile e responsabile.

Verso l’Unione dei dati, presto la Strategia

Per completare il quadro strategico, la Commissione presenterà entro fine ottobre 2025 una Strategia per l’Unione dei dati, che allineerà le politiche europee di gestione dei dati alle esigenze di imprese, settore pubblico e ricerca.

A seguire, il Vertice sull’AI nella Scienza, organizzato congiuntamente dalla Commissione europea e dalla presidenza danese, si terrà a Copenaghen il 3-4 novembre 2025. L’evento segnerà il lancio operativo del progetto pilota RAISE e di una campagna di coinvolgimento del settore privato, destinata a rafforzare la collaborazione tra industria e mondo della ricerca.

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Cybersecurity israeliana: l’architettura della supremazia digitale occidentale (e le sue ombre)

La cybersecurity israeliana rappresenta oggi l’architettura fondamentale su cui l’Occidente costruisce la propria difesa digitale. Con un fatturato di 14,7 miliardi di dollari in export militare e investimenti per quasi 4 miliardi nel settore cyber, Israele ha trasformato la necessità di sopravvivenza in dominio tecnologico globale. Dall’Unità 8200 alle startup unicorno, dalla base segreta nel Negev ai contratti miliardari con Germania e Regno Unito, la “Startup Nation” detiene oggi 11 delle 21 aziende cyber unicorno mondiali.

Ma dietro l’innovazione si nasconde un’ombra: sistemi AI che automatizzano la morte, sorveglianza di massa sui territori palestinesi, e spyware come Pegasus nelle mani di regimi autoritari. Mentre l’Europa diventa sempre più dipendente da queste tecnologie, una domanda resta inevasa: stiamo proteggendo la democrazia o costruendo l’infrastruttura della nostra futura sorveglianza totale?

Come la “Startup Nation” ha trasformato la sopravvivenza in dominio globale della cybersecurity

Nel cuore del deserto del Negev, a novanta minuti da Tel Aviv, sorge quello che molti considerano il futuro della guerra digitale. È qui, in una base segreta che ospita 14.000 specialisti, che Israele sta scrivendo il prossimo capitolo della sicurezza informatica globale.

Non è fantascienza: è la realtà di un paese che ha trasformato ogni minaccia in un’opportunità di innovazione, costruendo un impero tecnologico da miliardi di dollari.

I numeri parlano chiaro: nel 2024 Israele ha toccato il record storico di 14,7 miliardi di dollari in export militare, mentre il settore della cybersecurity ha attratto investimenti per quasi 4 miliardi di dollari – una crescita del 56% in un solo anno. Ma dietro questi dati si nasconde una storia di innovazione e strategia, nonché una visione del futuro che sta cambiando il modo in cui il mondo occidentale si difende dalle minacce digitali.

Dal ferro al silicio: l’evoluzione dell’Iron Dome

Tutti conoscono l’Iron Dome, il sistema missilistico che intercetta razzi nemici con un’efficacia del 90%. Ma pochi sanno che Israele sta sviluppando la sua versione digitale: il “Cyber Dome”, un progetto ambizioso annunciato nel 2022 che promette di fare nel cyberspazio quello che l’Iron Dome ha fatto nei cieli israeliani.

«Chiamiamo questo progetto la “salsa segreta”», spiega Gaby Portnoy, direttore generale dell’Israel National Cyber Directorate.

«Mentre l’orchestra – gli sforzi combinati di diversi dipartimenti – lavora all’esterno, noi facciamo il lavoro interno. Lavoriamo tutti a stretto contatto, insieme».

Il progetto, ancora in fase di sviluppo, coinvolge veterani dell’Unità 8200 (l’equivalente israeliano della NSA), operatori del Mossad e Shin Bet, esperti del ministero della Difesa. L’obiettivo è creare un sistema di intelligenza artificiale capace di identificare e neutralizzare attacchi informatici prima ancora che si manifestino.

L’Unità 8200: la fabbrica dei geni digitali

Se dovessimo identificare il cuore pulsante della cyber-potenza israeliana, questo sarebbe sicuramente l’Unità 8200. Con i suoi 5.000-10.000 specialisti (le cifre esatte sono classificate), rappresenta la più grande unità delle forze armate israeliane e il vivaio da cui escono i futuri CEO delle più importanti aziende tech del mondo.

Tipicamente, infatti, gli ufficiali che vanno in pensione dalle forze di difesa si uniscono all’industria cyber privata.

L’unità ha sviluppato sistemi come Gospel (Habsora) e Lavender, database di intelligenza artificiale capaci di analizzare comunicazioni, immagini e informazioni da internet e reti mobili per individuare gli obiettivi da colpire: una scelta che ha attirato sul governo aspre critiche da parte degli osservatori internazionali – e non solo.

Già nel 2014, infatti, 43 riservisti e veterani dell’Unità 8200 – inclusi degli ufficiali – hanno pubblicato una lettera aperta rifiutandosi di continuare a servire, denunciando che “l’intelligence raccolta dall’unità era parte integrante dell’occupazione militare israeliana” e veniva usata per “danneggiare persone innocenti”.

L’Intelligenza Artificiale della morte: Gospel, Lavender e il prezzo dell’automazione

Se l’Iron Dome rappresenta il volto “presentabile” della tecnologia israeliana, i sistemi AI utilizzati a Gaza ne rivelano il lato più oscuro. Human Rights Watch ha documentato come l’esercito israeliano utilizzi strumenti digitali – tra cui Gospel per generare obiettivi strutturali, Lavender per identificare presunti militanti e “Where’s Daddy?” per tracciare i loro movimenti – che “possono aumentare il rischio di danni ai civili”.

Secondo fonti militari israeliane, Gospel può generare 100 obiettivi di bombardamento al giorno, rispetto ai 50-100 l’anno che producevano gli analisti umani. Ma questa efficienza ha un costo devastante: esperti ONU hanno denunciato come l’uso presunto di AI abbia contribuito a un bilancio senza precedenti, con oltre 33.000 persone uccise nei primi sei mesi del conflitto e il 60-70% di abitazioni a Gaza distrutte o danneggiate.

Secondo quanto ricostruito da diverse inchieste giornalistiche, agli ufficiali è stato detto come sia accettabile uccidere 15-20 non combattenti per eliminare un singolo soldato di Hamas, o addirittura fino a 100 civili per colpire un comandante nemico. Ancora più inquietante è che il sistema Lavender avrebbe un margine di errore del 10% nell’identificazione dei target; e gli analisti potrebbero dedicare appena 20 secondi alla verifica di ciascun obiettivo.

Il Comitato Speciale ONU ha concluso che “l’uso militare israeliano di sistemi di targeting assistiti da AI, con supervisione umana minima, combinato con bombe pesanti, sottolinea il disprezzo di Israele per il suo obbligo di distinguere tra civili e combattenti”.

La questione, quindi, non è più se l’AI possa essere usata in guerra; ma se il suo utilizzo rispetti il diritto internazionale umanitario. E le evidenze suggeriscono fortemente di no.

La corsa all’oro digitale: CyberArk e l’acquisizione del secolo

Se dovessimo scegliere un momento simbolico del dominio israeliano nella cybersecurity sarebbe il luglio del 2025, quando Palo Alto Networks ha annunciato di aver acquisito CyberArk per 25 miliardi di dollari; la seconda più grande acquisizione tecnologica americana dell’anno, dopo Google-Wiz.

CyberArk, specializzata nella gestione degli accessi privilegiati, rappresenta l’eccellenza israeliana nel settore. «Siamo partiti oltre vent’anni fa con l’obiettivo di proteggere gli asset più critici del mondo», racconta Udi Mokady, chairman esecutivo e co-fondatore.

«Unire le forze con Palo Alto Networks è un nuovo capitolo potente, costruito su valori condivisi e un profondo impegno nel risolvere le sfide identitarie più difficili».

L’acquisizione non è solo una questione economica: rappresenta il riconoscimento che nella nuova era dell’intelligenza artificiale, in cui controllare chi ha accesso a cosa è diventato il Santo Graal della sicurezza informatica.

L’Europa si arma: quando la Germania compra israeliano

La guerra in Ucraina ha cambiato tutto. Improvvisamente, l’Europa ha realizzato di aver bisogno di sistemi di difesa all’altezza delle nuove minacce. E a chi si è rivolta? A Israele.

Il contratto da 3,5 miliardi di dollari per il sistema Arrow-3 firmato dalla Germania nel 2023 rappresenta la più grande vendita di armi nella storia israeliana. «È un momento emozionante, essere qui come figlio e nipote di sopravvissuti all’Olocausto, su suolo tedesco», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant durante la cerimonia di firma.

Ma Arrow-3 è solo l’inizio. L’Europa rappresenta ora il 54% di tutti gli export militari israeliani, con contratti che spaziano dalla Romania (2,3 miliardi per sistemi Spyder) al Regno Unito (con una partnership cyber da 20 milioni di sterline). È una rivoluzione geopolitica, che vede l’Europa abbracciare sempre di più il modello di difesa israeliano.

La sfida russo-cinese: la geopolitica incontra la tecnologia

In questo nuovo mondo digitale la competizione non è solo commerciale: è strategica.
Da una parte ci sono le aziende russe come Kaspersky, che processa 467.000 file malevoli al giorno ma è stata bandita dai mercati NATO nel 2024; dall’altra giganti cinesi come 360 Security, con 500 milioni di utenti ma limitata ai mercati non occidentali.

La differenza fondamentale è che le aziende israeliane hanno accesso privilegiato ai mercati occidentali e NATO, con un vantaggio competitivo enorme, che va ben oltre la pura tecnologia.

Il risultato è evidente: pur essendo tecnologicamente avanzati, i sistemi russi e cinesi sono geograficamente e politicamente limitati. Le tecnologie israeliane, al contrario, diventano lo standard de facto dell’Occidente.

Il boom degli investimenti: il denaro segue l’innovazione

Per la cybersecurity israeliana, il 2024 è stato un anno d’oro: gli investimenti da 3,8 miliardi di dollari rappresentano un aumento del 56% rispetto all’anno precedente, con il settore che attrae il 36% di tutti gli investimenti tecnologici nazionali, nonostante rappresenti solo il 7% delle aziende.

«Quello che stiamo vedendo non è solo un rimbalzo, è una validazione di come il nostro ecosistema si è evoluto» spiega Or Salom, analista di YL Ventures.

«I founder israeliani sono sempre stati potenze tecniche, ma ora combinano queste capacità con l’acume negli affari».

I numeri sono eloquenti: delle 21 startup cyber “unicorno” globali, 11 sono israeliane. Team8 ha raccolto 500 milioni di dollari nel marzo 2024, mentre Cyberstarts ha lanciato un Employee Liquidity Fund da 300 milioni per trattenere i talenti migliori.

Cybersecurity israeliana, il futuro è quantistico

Mentre il mondo si prepara all’era del quantum computing, Israele sembra essere già un passo avanti. Il paese sta guidando la transizione verso la crittografia post-quantum, con scadenze governative a fine 2025 per completare i threat assessment ministeriali.

«Non si tratta solo di essere pronti per la minaccia quantistica», spiega un ricercatore dell’Israel Innovation Authority, «ma di definire gli standard che il resto del mondo seguirà».

Nel frattempo il paese ha completato (nel settembre 2025) il sistema Iron Beam, che utilizza laser ad alta energia per intercettare minacce aeree a costo quasi zero per colpo.

Quando la guerra diventa digitale: i test sul campo

Maggio 2021, operazione “Guardian of the Walls”. Per undici giorni, Hamas lancia oltre 4.360 razzi verso Israele mentre porta avanti una campagna cyber coordinata. È il primo vero test della resilienza digitale israeliana in tempo di guerra.

I risultati sono impressionanti: l’Iron Dome intercetta il 90% dei razzi, mentre i sistemi cyber respingono attacchi DDoS da un milione di richieste al secondo mantenendo un uptime del 99,9% per le infrastrutture critiche. Durante il conflitto Israele colpisce anche edifici utilizzati da Hamas per operazioni cyber, dimostrando l’integrazione tra capacità cinetiche e digitali.

Ma, anche se l’Iron Dome è spesso presentato come invincibile, la realtà è più complessa. Durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il sistema si è rivelato vulnerabile alla saturazione: con soli 600-800 intercettori disponibili contro diverse migliaia di missili, anche un’efficacia teorica del 100% non avrebbe impedito che molti razzi raggiungessero il bersaglio.

Ogni missile intercettore Tamir costa tra 40.000 e 100.000 dollari, mentre i razzi che deve abbattere costano poche centinaia di dollari. Questo squilibrio economico rappresenta un esempio lampante di asimmetria militare: un approccio low-cost è riuscito a sconfiggere un sistema high-tech molto più costoso.

Sorveglianza totale: il “laboratorio palestinese”

Per comprendere il futuro della sorveglianza di massa, è necessario guardare ai territori palestinesi. Un rapporto di 7amleh del dicembre 2024 ha rivelato che le politiche israeliane di sorveglianza digitale hanno raggiunto livelli senza precedenti dopo il 7 ottobre 2023, includendo arresti di massa basati su attività digitali, licenziamenti arbitrari e un maggiore affidamento su tecnologie avanzate come sistemi di riconoscimento facciale, droni e spyware.

Il New York Times ha documentato come l’esercito israeliano utilizzi un sistema espansivo di riconoscimento facciale a Gaza per condurre sorveglianza di massa e catalogare i volti dei palestinesi senza il loro consenso, utilizzando tecnologie dell’azienda israeliana Corsight e Google Photos. Una realtà quotidiana – per quanto distopica – che riguarda milioni di persone.

Il messaggio è chiaro: i palestinesi sono diventati cavie involontarie per testare tecnologie che potrebbero poi essere vendute e utilizzate altrove nel mondo. In merito Amnesty International ha accolto con favore la richiesta di un importante investitore olandese affinché TKH Group, produttore di telecamere installate a Gerusalemme Est occupata, adotti salvaguardie per i diritti umani entro un anno o affronti la fine degli investimenti come conseguenza.

La sorveglianza di massa non conosce confini. La domanda da porsi, allora, è: se queste tecnologie vengono normalizzate nei territori occupati, quanto tempo ci vorrà prima che vengano utilizzate anche dai nostri governi?

Il costo nascosto del successo: sostenibilità e limiti del modello israeliano

Alla luce delle informazioni ormai disponibili, il successo economico dell’industria cyber israeliana va esaminato senza tralasciare i suoi “costi nascosti”. Nel 2024, Israele è stato il secondo paese più colpito al mondo da attacchi informatici, con 1.550 attacchi, principalmente da gruppi filo-palestinesi che si oppongono alle politiche israeliane in Medio Oriente. L’intensità del conflitto ha triplicato gli attacchi cyber dal 7 ottobre 2023.

Ma ci sono limiti anche nei sistemi fisici tanto celebrati: ogni interceptor dell’Iron Dome costa 50.000 dollari e, durante conflitti prolungati, la necessità di rifornimenti diventa critica.

In questo senso la principale caratteristica della sicurezza israeliana, ossia l’integrazione militare-civile, potrebbe trasformarsi in una debolezza.

Inoltre, la dipendenza di Israele dall’export militare – con il 65% della produzione di alcune aziende destinato all’estero – crea vulnerabilità economiche che potrebbero ritorcersi contro in caso di cambiamenti geopolitici.

La Spagna ha già cancellato contratti per centinaia di milioni di euro con aziende israeliane nel 2025, dichiarando un embargo sulle armi e accusando Israele di “genocidio a Gaza”: il fatto che anche alleati tradizionali inizino a prendere tali posizioni dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per un’industria così dipendente dalla reputazione internazionale.

Verso il 2030: la cyber-supremazia israeliana

Le proiezioni per il futuro sono impressionanti. Il mercato della cybersecurity globale raggiungerà 212 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita del 15,1%. Dal canto suo, il mercato cyber israeliano passerà da 1 miliardo nel 2025 a 1,5 miliardi nel 2030.

E i numeri raccontano solo una parte della storia. La vera rivoluzione è che Israele sta definendo gli standard globali della cybersecurity per il prossimo decennio. Con tempi di risposta in millisecondi, capacità di processing avanzate e tassi di successo elevati contro attacchi State-sponsored, il paese si conferma l’architetto principale della difesa digitale occidentale.

In questa scalata apparentemente inarrestabile, tuttavia, non sono mancate battute di arresto e vicende ancora tutte da chiarire.

L’ombra di Pegasus: quando la tecnologia diventa strumento di repressione

Dietro il luccichio della “Startup Nation”, infatti, si nasconde una storia meno raccontata: quella di NSO Group e del suo famigerato spyware Pegasus.

Nel maggio 2025, un tribunale californiano ha condannato NSO Group a pagare 167 milioni di dollari di danni per aver spiato, tramite il software commercializzato dalla società israeliana, oltre 1.400 utenti di WhatsApp. Non si tratta di un caso isolato; Pegasus è stato utilizzato per spiare giornalisti, attivisti, avvocati e persino capi di Stato, da Jamal Khashoggi prima del suo assassinio a Emmanuel Macron, fino ai dissidenti politici in Giordania, Kazakistan e Rwanda.

Classificato come arma in Israele, Pegasus richiede un’approvazione governativa per l’esportazione, eppure è finito nelle mani di regimi autoritari in almeno 40 paesi. Il paradosso è stridente: un paese che si presenta come campione della democrazia occidentale vende tecnologie di sorveglianza che vengono sistematicamente usate per sorvegliare giornalisti e reprimere oppositori politici. Nel 2021, l’amministrazione Biden ha inserito NSO Group nella blacklist commerciale e ha vietato alle agenzie federali l’uso di spyware commerciali dopo aver scoperto che almeno 50 dipendenti governativi statunitensi avevano i telefoni infettati da Pegasus.

La compagnia, che ha perso 9 milioni nel 2023 e 12 nel 2024, incarna un dilemma etico irrisolto: quanto è accettabile che un’industria prosperi vendendo strumenti che – indipendentemente dalle intenzioni dichiarate – finiscono regolarmente per violare i diritti umani fondamentali?

Conclusione: la sicurezza del futuro, o un’architettura della complicità?

Dal complesso segreto nel deserto del Negev alle sale consiliari di Berlino, da Wall Street alle stanze dei bottoni di Washington, la tecnologia israeliana sta ridefinendo il concetto stesso di sicurezza nazionale nell’era digitale.

L’evoluzione dall’Iron Dome fisico ai sistemi integrati di cyber-defense rappresenta più di una storia di successo in campo tecnologico: è l’architettura fondamentale sulla cui base l’Occidente costruirà la propria sicurezza digitale nei prossimi decenni.

Sebbene il successo tecnologico israeliano sia innegabile, presentarlo come una storia pura di innovazione e necessità senza confrontarsi con le sue implicazioni etiche è una narrazione pericolosamente incompleta. La “Startup Nation” ha costruito un impero cyber su tre pilastri: eccellenza tecnologica, integrazione militare-civile e mercati occidentali compiacenti.

Ma questo modello ha prodotto anche Pegasus nelle mani di dittatori, strumenti AI che automatizzano la morte con supervisione umana minima, sistemi di sorveglianza di massa testati su popolazioni civili. L’Occidente, mentre proclama di difendere i diritti umani, è diventato il maggiore cliente e finanziatore di queste tecnologie, creando un circolo vizioso di indifferenza e complicità.

L’Europa è diventata il principale mercato per l’industria militare israeliana, con circa il 54% degli export destinati al continente; le importazioni europee di armi israeliane sono aumentate del 155% tra il 2020 e il 2024.

E quando la Spagna ha deciso di sospendere gli scambi di armi con Israele nel 2025, ha scoperto che sostituire rapidamente i fornitori israeliani sarebbe stato difficile. Questa situazione crea un paradosso: l’Europa, che aspira all’autonomia strategica, si ritrova sempre più dipendente da un paese di 9 milioni di abitanti per tecnologie critiche di difesa.

Nel futuro digitale che stiamo costruendo, la tecnologia israeliana potrebbe davvero essere indispensabile per la nostra sicurezza. Ma dobbiamo chiederci, quando abbracciamo questi sistemi senza riserve critiche, se stiamo proteggendo la democrazia o costruendo l’infrastruttura della nostra futura sorveglianza totale.

La questione non è solo tecnica, ma profondamente etica: quando uno strumento di sicurezza diventa un’arma contro giornalisti e dissidenti, l’industria cyber perde la sua presunta neutralità morale. La risposta a questa domanda definirà non solo il futuro della cybersecurity globale, ma anche i valori su cui l’Occidente intende costruire la propria difesa nell’era digitale.

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L’AI potrebbe eliminare 100 milioni di posti di lavoro negli Usa. Il report dei Democratici al Senato

Una recente analisi condotta dai Democratici del Senato USA, basata su modelli sviluppati con ChatGPT, evidenzia un possibile scenario allarmante: l’AI e l’automazione potrebbero cancellare fino a 100 milioni di impieghi negli Stati Uniti nel corso del prossimo decennio.

Il rapporto, elaborato dal comitato Salute, Educazione, Lavoro e Pensioni, mette in evidenza l’emergere di un fenomeno definito ‘lavoro artificiale’, capace di trasformare radicalmente l’economia nazionale.

AI e posti di lavoro: ristorazione contabilità i settori più esposti

Le categorie più esposte includono il 89% degli impieghi nella ristorazione veloce, il 64% delle posizioni in contabilità e quasi la metà dei lavori nel settore dei trasporti su strada.

Il senatore Bernie Sanders, promotore del documento, accusa le grandi corporation tecnologiche di spingere verso un’automazione massiva per abbattere i costi del lavoro e aumentare i profitti, a discapito dei lavoratori.

Il rapporto punta il dito contro l’ex amministrazione Trump per aver deregolamentato il settore, favorendo la libertà d’azione delle aziende a scapito della protezione occupazionale. Tra le proposte avanzate: l’introduzione di una settimana lavorativa di 32 ore, sistemi di profit-sharing e una tassa sui robot.

I Repubblicani, dal canto loro, spingono per un’adozione accelerata dell’AI per garantire la leadership tecnologica americana, temendo che eccessivi vincoli normativi favoriscano potenze concorrenti come la Cina.

L’analisi suggerisce che il futuro dell’equilibrio economico e sociale degli Stati Uniti dipenderà in larga parte dalle scelte politiche prese oggi in merito alla regolazione dell’AI e alla tutela del lavoro umano.

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AI nella PA, il progetto di ER2Digit per il Best Cases Award 2025

Il progetto “Dal PIAO alla Formazione Strategica, integrata con l’Intelligenza Artificiale (AI)” è stato candidato al Best Cases Award 2025, promosso da Interoperable Europe.

Il progetto, sviluppato e validato come prototipo in collaborazione con una amministrazione socia nell’ambito del European Digital Innovation Hub ER2Digit, presenta un modello innovativo per la formazione nella Pubblica Amministrazione.

La candidatura illustra come, attraverso l’uso della GenAI, si intende allineare in modo efficace gli obiettivi strategici del PIAO con i reali fabbisogni formativi del personale, trasformando la formazione da obbligo a leva di sviluppo.

Elemento chiave della soluzione è la creazione di un indice interoperabile dei corsi formativi, che permette di mappare automaticamente le esigenze emerse rispetto alle soluzioni concrete di corsi formativi presenti su Syllabus e su Accademia Digitale dei Comuni.

Il modello sarà avviato a un percorso di condivisione con la Regione Emilia-Romagna attraverso le comunità tematiche (COMTem) e dimostra come l’AI possa migliorare l’efficienza, la trasparenza e il dialogo all’interno dell’ente, ponendo le basi per una PA più reattiva e strategica.

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Sicurezza edge e Intelligenza Artificiale Distribuita, una svolta epocale per la cybersecurity

Sicurezza edge e intelligenza artificiale distribuita stanno ridefinendo la cybersecurity globale. Con miliardi di dispositivi IoT, veicoli autonomi, sensori medici e infrastrutture critiche connessi in tempo reale, l’edge computing porta l’elaborazione dei dati sempre più vicino alla loro origine, creando nuove sfide di sicurezza. Questo articolo esplora il passaggio dal cloud all’edge, le principali minacce emergenti, le tecnologie di difesa più innovative, i casi reali in sanità, automotive e smart city, e il ruolo della normativa europea e delle strategie aziendali.

L’importanza della sicurezza edge nell’era dell’IoT e dell’intelligenza artificiale

Il 2025 segna un punto di svolta epocale per la cybersecurity mondiale. Mentre leggi questo articolo, diciotto virgola otto miliardi di dispositivi IoT connessi popolano il pianeta, trasformando radicalmente il panorama della sicurezza informatica. Non si tratta più di proteggere qualche server centralizzato: stiamo entrando nell’era dell’edge computing, dove l’intelligenza artificiale si sposta letteralmente “ai margini” della rete, creando sfide di sicurezza completamente inedite.

Perché questo cambiamento ti riguarda direttamente? Che tu sia un CTO, un security manager, un responsabile IT o semplicemente un professionista interessato al futuro digitale, l’edge computing sta già influenzando la tua vita quotidiana. Dalle auto autonome Tesla che utilizzano chip proprietari FSD Computer per processare enormi quantità di dati localmente, ai pacemaker intelligenti che salvano vite umane, fino ai sistemi di trading che muovono miliardi di dollari in millisecondi, tutto dipende da sistemi edge sicuri e affidabili.

Il grande spostamento:dal Cloud all’Edge

Per anni abbiamo sentito parlare di “cloud”, di servizi centralizzati dove tutti i nostri dati venivano elaborati in grandi data center lontani da noi. Amazon Web Services, Google Cloud, Microsoft Azure: giganti che processavano le nostre informazioni in server farm distanti migliaia di chilometri. Ma ora le cose stanno cambiando rapidamente.

Con il 5G che promette velocità fino a dieci Gbps e latenze sotto i dieci millisecondi, e con l’IA che diventa sempre più potente ma anche più “affamata” di dati in tempo reale, stiamo assistendo a quello che gli esperti chiamano “edge computing”. L’elaborazione dei dati si sposta vicino a noi, letteralmente “ai margini” della rete.

L’accelerazione verso l’edge è guidata dalla necessità di processare dati in tempo reale con latenze minime. Le previsioni indicano che entro il 2030 i dispositivi IoT raggiungeranno quaranta miliardi di unità a livello globale, con la Cina che dovrebbe averne oltre otto miliardi da sola. Questi numeri rappresentano una crescita esponenziale rispetto agli attuali diciotto virgola otto miliardi di dispositivi registrati nel 2024, con un incremento annuale del tredici per cento.

Pensate alle auto autonome: una Tesla utilizza il proprio FSD Computer, contrariamente a quanto spesso erroneamente riportato sui chip NVIDIA, per processare in tempo reale i dati provenienti da otto telecamere, dodici sensori ultrasonici e radar. Il sistema deve “pensare” istantaneamente, usando chip proprietari progettati internamente da Tesla per la massima efficienza nell’inferenza AI, processando migliaia di decisioni al secondo senza poter aspettare risposte da server remoti.

Lo stesso principio vale per i dispositivi medici che monitorano i pazienti in terapia intensiva, dove un ritardo di anche solo qualche secondo nell’analisi dei parametri vitali può fare la differenza tra la vita e la morte. Analogamente, nei sistemi di trading ad alta frequenza, millisecondi possono tradursi in milioni di dollari di profitti o perdite, rendendo la velocità di elaborazione un fattore critico di successo.

Anatomia di una rivoluzione tecnologica

Per comprendere davvero l’entità di questa trasformazione, dobbiamo esaminare i numeri aggiornati. IoT Analytics riporta che nel 2024 ci sono diciotto virgola otto miliardi di dispositivi IoT connessi globalmente, con una crescita del tredici per cento rispetto all’anno precedente. Entro il 2030, questo numero dovrebbe raddoppiare fino a circa quaranta miliardi di dispositivi, creando un ecosistema digitale di una complessità senza precedenti.

Ma non si tratta solo di quantità. La qualità dell’elaborazione sta cambiando radicalmente. I nuovi chip specializzati, come i Google Edge TPU che possono eseguire quattro trilioni di operazioni al secondo consumando solo due watt, o gli Intel Movidius, permettono di far girare modelli di IA sofisticati su dispositivi delle dimensioni di una moneta. Questa miniaturizzazione dell’intelligenza artificiale rappresenta un salto qualitativo che rende possibile l’elaborazione complessa direttamente sui dispositivi finali.

Singapore offre un esempio concreto di questa rivoluzione tecnologica in azione. La città-stato ha implementato oltre duecentomila sensori IoT che monitorano tutto, dalla qualità dell’aria al traffico, dall’illuminazione pubblica alla gestione dei rifiuti. Questi sensori non si limitano a raccogliere dati, ma li analizzano in tempo reale usando algoritmi di machine learning per ottimizzare automaticamente i servizi urbani. L’approccio dimostra come l’edge computing possa trasformare intere infrastrutture urbane, rendendo le città più intelligenti e responsive alle esigenze dei cittadini.

Il problema: la superficie di attacco esplode

Quando spostiamo l’intelligenza artificiale e l’elaborazione dati verso l’edge, non possiamo più fare affidamento sui tradizionali sistemi di sicurezza centralizzati. Questa transizione genera problemi di sicurezza di una complessità inedita, che richiedono approcci completamente nuovi alla cybersecurity.

La prima grande sfida è rappresentata dalla moltiplicazione esponenziale della superficie di attacco. Tradizionalmente, un’azienda doveva proteggere il proprio data center, qualche server e le connessioni di rete. Ora deve proteggere migliaia di endpoint distribuiti. Ogni dispositivo edge, dal sensore di temperatura nell’ospedale al computer di bordo dell’auto, dalla telecamera di sicurezza al contatore intelligente, diventa un potenziale punto di ingresso per i cybercriminali.

L’attacco Mirai del 2016 rappresenta un caso emblematico di questa nuova realtà. Il malware ha compromesso oltre seicentomila dispositivi IoT in tutto il mondo per creare una botnet capace di generare traffico da un Tbps. Questo attacco ha dimostrato come dispositivi apparentemente innocui possano essere trasformati in armi digitali di distruzione di massa. Ma quello era solo l’inizio: gli attacchi moderni sono molto più sofisticati e mirati.

La seconda sfida riguarda l’autonomia senza supervisione. I sistemi edge spesso devono funzionare in modo autonomo per settimane o mesi senza supervisione umana. Un sensore ambientale in una riserva naturale remota, o un sistema di monitoraggio in una piattaforma petrolifera offshore, deve prendere decisioni critiche da solo. Questa autonomia, però, li rende vulnerabili ad attacchi sofisticati che potrebbero passare inosservati per lungo tempo, permettendo agli attaccanti di stabilire persistenza e muoversi lateralmente attraverso la rete.

La terza sfida è rappresentata dalla frammentazione dei dati e della governance. Invece di avere tutti i dati in un posto sicuro e controllato, ora sono distribuiti ovunque. Questo crea quello che gli esperti definiscono un “data governance nightmare”. Come si può garantire che i dati personali siano trattati secondo il GDPR se sono processati da centinaia di dispositivi diversi, prodotti da aziende diverse, in paesi diversi? La complessità normativa si moltiplica esponenzialmente con il numero di punti di elaborazione.

Le nuove armi della cybersecurity: l’arsenal del futuro

Fortunatamente, l’industria della sicurezza informatica non resta a guardare. Organizzazioni come il GSMA, il 3GPP e l’IEEE stanno sviluppando nuovi approcci per affrontare queste sfide emergenti.

Il concetto di Zero Trust, formulato per la prima volta da John Kindervag di Forrester nel 2010, sta finalmente trovando applicazione pratica su larga scala. L’idea è rivoluzionaria: invece di presumere che tutto quello che è dentro la nostra rete sia sicuro, ogni dispositivo, ogni utente, ogni applicazione deve continuamente dimostrare di essere legittimo. Il principio “mai fidarsi, sempre verificare” diventa il mantra della sicurezza moderna.

Google è stata una delle prime ad implementare questo approccio su larga scala con il progetto BeyondCorp. I dipendenti Google non hanno accesso automatico alle risorse aziendali solo perché sono connessi alla rete aziendale. Ogni accesso viene verificato in tempo reale considerando molteplici fattori: chi è l’utente, da dove si connette, che dispositivo usa, che risorse sta cercando di accedere, e se il suo comportamento è coerente con i pattern storici. Nel contesto edge, questo significa che un sensore IoT in una fabbrica deve autenticarsi non solo quando si connette per la prima volta, ma continuamente durante il suo funzionamento.

I Trusted Execution Environments rappresentano un’altra innovazione promettente. Si tratta di creare “bunker digitali” all’interno dei processori, dove i dati più sensibili possono essere elaborati in completa sicurezza, protetti anche dal sistema operativo del dispositivo stesso. ARM TrustZone e Intel SGX sono le implementazioni più mature di questa tecnologia. Immaginate un processore diviso in due mondi paralleli: uno “normale” dove gira il sistema operativo standard, e uno “sicuro” dove vengono processati solo i dati più critici. Un dispositivo medico che monitora il battito cardiaco può usare il mondo “normale” per l’interfaccia utente e la connettività Wi-Fi, mentre i dati biometrici vengono processati esclusivamente nel mondo “sicuro”, dove neanche un malware che compromette completamente il dispositivo può accedervi.

Il Federated Learning, pioneered da Google, offre una soluzione elegante a una delle sfide più complesse dell’edge computing: come addestrare modelli di IA utilizzando dati distribuiti senza comprometterne la privacy. Invece di raccogliere tutti i dati in un posto centrale per addestrare un modello di IA, il modello viene addestrato localmente su ogni dispositivo, e solo i parametri del modello, non i dati grezzi, vengono condivisi. È come se migliaia di medici condividessero le loro conoscenze senza mai rivelare i dettagli dei loro pazienti.

Apple utilizza questa tecnologia per migliorare la digitazione predittiva su iPhone senza mai inviare quello che scrivete ai server Apple. Ogni iPhone addestra localmente un piccolo modello basato sulle vostre abitudini di digitazione, poi condivide solo i miglioramenti del modello con Apple, che li integra nell’aggiornamento successivo per tutti gli utenti.

La guerra degli algoritmi rappresenta la frontiera più avanzata della cybersecurity moderna. Se i criminali usano l’intelligenza artificiale per attacchi sempre più sofisticati, come deepfake per il social engineering o algoritmi di evasione per bypassare i sistemi di sicurezza, anche i difensori devono utilizzare IA per rilevare anomalie e rispondere agli attacchi in tempo reale.

I sistemi di sicurezza più avanzati utilizzano algoritmi di machine learning ispirati al sistema immunitario umano. Proprio come il nostro corpo impara a riconoscere e neutralizzare nuove minacce senza aver mai visto prima quel particolare virus, questi sistemi imparano il comportamento “normale” di una rete e identificano automaticamente anomalie che potrebbero indicare un attacco. L’approccio si basa sull’analisi comportamentale continua, dove algoritmi neurali costruiscono modelli dinamici del traffico di rete normale e segnalano deviazioni statisticamente significative.

Ma c’è anche il lato oscuro di questa evoluzione: i cybercriminali stanno usando IA per creare malware che si adatta in tempo reale alle difese, cambiando costantemente la propria “firma” per evitare di essere rilevato. Questa escalation tecnologica ha trasformato la cybersecurity in una vera e propria corsa agli armamenti digitale.

Il fattore europeo: regolamentazione come vantaggio competitivo

L’Europa sta giocando un ruolo particolare in questa trasformazione tecnologica, e contrariamente a quello che si potrebbe pensare, le regolamentazioni europee stanno diventando un vantaggio competitivo piuttosto che un ostacolo.

Il General Data Protection Regulation, entrato in vigore nel 2018, ha costretto le aziende di tutto il mondo a ripensare come gestiscono i dati personali. Nel contesto dell’edge computing, il GDPR diventa ancora più rilevante perché introduce principi fondamentali come la data minimization, che prevede di raccogliere solo i dati strettamente necessari. Questo principio è perfetto per l’edge computing, dove lo storage limitato costringe comunque a essere selettivi. La privacy by design richiede di integrare la protezione della privacy fin dalla progettazione del sistema, non come aggiunta successiva. Il right to be forgotten impone la capacità di cancellare completamente i dati di un utente, cosa complessa quando i dati sono distribuiti su migliaia di dispositivi edge.

L’AI Act europeo è entrato in vigore il primo agosto 2024, con implementazione graduale fino al 2027. La regolamentazione classifica i sistemi di IA in base al rischio, creando quattro categorie principali. I sistemi a rischio inaccettabile, che manipolano il comportamento umano o sfruttano vulnerabilità, sono completamente bannati. I sistemi ad alto rischio, critici per sicurezza o diritti fondamentali, devono sottostare a una regolamentazione stricta. I sistemi a rischio limitato, che interagiscono con umani, devono garantire trasparenza obbligatoria. Tutti gli altri sistemi rientrano nel rischio minimo e sono soggetti ad auto-regolamentazione.

Questo framework sta influenzando lo sviluppo di sistemi edge a livello mondiale. Anche aziende americane o asiatiche che vogliono vendere in Europa devono conformarsi a questi standard, creando un effetto “Brussels” che estende l’influenza normativa europea ben oltre i confini continentali.

Il Digital Services Act e il Cybersecurity Act completano il quadro normativo europeo, introducendo obblighi di trasparenza per le piattaforme digitali e standard di sicurezza per prodotti IoT. Il risultato è che le aziende europee stanno sviluppando competenze in “privacy-preserving edge computing” che stanno diventando sempre più richieste a livello globale, trasformando quello che poteva sembrare un onere burocratico in un vantaggio competitivo.

I settori in prima linea: case study dal mondo reale

Il settore sanitario rappresenta forse l’esempio più critico di edge computing, dove un attacco informatico non è solo una violazione della privacy ma può letteralmente mettere a rischio vite umane. Il caso dei pacemaker connessi illustra perfettamente questa realtà. Nel 2017, la FDA ha richiamato quattrocentosessantacinquemila pacemaker Abbott per vulnerabilità di sicurezza che permettevano ad attaccanti di modificarne il funzionamento da remoto. Il problema non era solo tecnico: questi dispositivi non avevano meccanismi di aggiornamento sicuro, richiedendo interventi chirurgici per la sostituzione.

Oggi, i nuovi dispositivi medici utilizzano tecnologie edge molto più sofisticate. I moderni pacemaker utilizzano algoritmi di IA locali per adattarsi automaticamente al ritmo cardiaco del paziente, processando migliaia di battiti senza mai trasmettere dati biometrici grezzi all’esterno. Gli ospedali moderni utilizzano sistemi edge per il monitoraggio continuo dei pazienti. Invece di inviare continuamente tutti i parametri vitali a server centrali, i dispositivi edge analizzano i dati localmente e trasmettono solo anomalie o pattern significativi.

La ricerca medica documenta come sistemi di machine learning ottimizzati possano ridurre significativamente i falsi allarmi nelle terapie intensive. Studi pubblicati su riviste scientifiche mostrano che è possibile ottenere riduzioni sostanziali degli allarmi non necessari – in alcuni casi fino all’ottantotto per cento – utilizzando soglie intelligenti e ritardi temporali che filtrano le fluttuazioni temporanee dei parametri vitali. Questi sistemi imparano a distinguere tra variazioni normali dei parametri vitali e situazioni che richiedono realmente l’attenzione del personale medico.

Il settore finanziario è forse quello che ha adottato più rapidamente le tecnologie edge, spinto dalla necessità di processare transazioni in tempo reale e rilevare frodi istantaneamente. Le società di trading ad alta frequenza come Citadel Securities hanno investito miliardi in infrastrutture edge per ridurre la latenza. Posizionano i loro server il più vicino possibile alle borse valori, letteralmente a metri di distanza, perché un millisecondo di vantaggio può tradursi in milioni di profitti.

Ma questo ha creato nuovi rischi. Nel 2010, il “Flash Crash” ha visto il Dow Jones perdere quasi mille punti in minuti, parzialmente a causa di algoritmi di trading automatico che si sono influenzati a vicenda in una spirale negativa. L’evento ha dimostrato come l’automazione estrema possa amplificare i rischi sistemici.

Mastercard utilizza IA edge per valutare ogni transazione in tempo reale. L’algoritmo considera oltre cento variabili, dalla posizione geografica ai pattern di spesa storici, e decide in meno di cento millisecondi se autorizzare o bloccare una transazione. Il sistema è così sofisticato che può rilevare se la vostra carta è stata clonata prima ancora che ve ne accorgiate, basandosi su micro-cambiamenti nel modo in cui inserite il PIN o nella velocità di digitazione.

Le smart city rappresentano forse l’applicazione più complessa dell’edge computing, dove migliaia di sistemi diversi devono collaborare per gestire servizi urbani critici. Singapore ha implementato la più avanzata infrastruttura smart city al mondo con il progetto Smart Nation. La piattaforma include oltre duecentomila sensori IoT che monitorano qualità dell’aria, rumore, traffico e illuminazione. Il sistema di trasporto intelligente utilizza semafori che si adattano al traffico in tempo reale usando IA edge. Gli algoritmi di manutenzione predittiva predicono quando le infrastrutture urbane necessitano interventi, mentre i sistemi di risposta alle emergenze ottimizzano automaticamente i percorsi dei mezzi di soccorso.

Tutto questo genera petabyte di dati al giorno, ma solo una frazione viene trasmessa ai data center centrali. La maggior parte viene processata localmente dai sistemi edge, dimostrando come sia possibile gestire una città intelligente senza saturare le infrastrutture di comunicazione.

L’industria automobilistica rappresenta il caso più complesso di edge computing mobile, dove i sistemi devono funzionare perfettamente mentre si muovono ad alta velocità. Ogni Tesla è essenzialmente un computer su ruote. Il sistema Autopilot utilizza il Tesla FSD Computer, chip proprietari progettati internamente e non hardware NVIDIA come spesso erroneamente riportato. Il sistema elabora dati da otto telecamere che coprono trecentosessanta gradi attorno al veicolo, dodici sensori ultrasonici sui modelli più vecchi, e radar frontale reintrodotto nell’Hardware 4.0.

Tesla ha sviluppato il Dojo, il supercomputer che utilizza per addestrare i suoi algoritmi utilizzando dati anonimi da tutta la flotta. È federated learning su scala planetaria, dove ogni veicolo contribuisce all’apprendimento collettivo senza mai condividere dati personali o sensibili.

Ma l’automotive edge presenta rischi unici. Nel 2015, i ricercatori Charlie Miller e Chris Valasek dimostrarono come hackerare remotamente una Jeep Cherokee, prendendo controllo di sterzo, freni e acceleratore attraverso il sistema di infotainment. Questo evento ha portato allo sviluppo di nuovi standard di sicurezza automotive come ISO/SAE 21434 che richiedono “security by design” per tutti i sistemi connessi.

Le minacce emergenti: i nuovi incubi della cybersecurity

Una delle minacce più sofisticate è l’AI Poisoning, che consiste nel manipolare i dati di training per compromettere il comportamento di un algoritmo di IA. Nel contesto edge, questo è particolarmente pericoloso perché molti sistemi continuano a imparare dal loro ambiente. La ricerca accademica ha dimostrato come sia possibile compromettere sistemi di riconoscimento attraverso modifiche strategiche a una piccola percentuale dei dati di training, rendendo i modelli vulnerabili a interpretazioni erronee di input critici come segnali stradali o comandi di controllo.

Con milioni di dispositivi edge interconnessi, diventano possibili nuovi tipi di attacchi coordinati. Gli “swarm attacks” utilizzano migliaia di dispositivi compromessi per attacchi coordinati che possono paralizzare intere infrastrutture. Ricercatori hanno simulato attacchi a smart grid utilizzando centomila termostati intelligenti compromessi. Coordinando i loro cicli di accensione e spegnimento, sono riusciti a destabilizzare la rete elettrica di un’intera città in simulazione, dimostrando come dispositivi apparentemente innocui possano diventare armi di guerra cibernetica.

Quando i modelli di IA girano localmente sui dispositivi edge, diventano vulnerabili a “model extraction attacks”. Attaccanti possono reverse-engineer algoritmi proprietari analizzando le loro risposte, un processo che gli esperti chiamano Edge Model Extraction. Questo è particolarmente problematico per aziende che investono milioni nello sviluppo di algoritmi di IA. Una volta estratto il modello, può essere replicato o usato per sviluppare attacchi più sofisticati.

L’economia della sicurezza Edge

I costi di sicurezza per sistemi edge sono significativamente superiori a quelli per sistemi centralizzati. Ogni dispositivo deve essere configurato e protetto individualmente, generando costi di deploy elevati. Monitorare migliaia di endpoint richiede strumenti sofisticati, mentre aggiornare migliaia di dispositivi distribuiti è complesso e costoso. Rispondere a incidenti su sistemi distribuiti richiede più tempo e risorse rispetto agli ambienti centralizzati.

Ma investire in sicurezza edge può anche generare risparmi significativi. IBM stima che il costo medio di un data breach ha raggiunto quattro virgola ottantotto milioni di dollari nel 2024, con un aumento del dieci per cento rispetto al 2023. Nel 2025, questo costo è sceso a quattro virgola quarantaquattro milioni di dollari grazie a tempi di rilevamento e contenimento più rapidi, dimostrando che gli investimenti in tecnologie avanzate stanno iniziando a dare frutti.

Le organizzazioni che utilizzano estensivamente IA e automazione nella sicurezza vedono risparmi medi di due virgola due milioni di dollari rispetto a quelle che non utilizzano queste tecnologie. Questi numeri dimostrano che, nonostante i costi iniziali elevati, la sicurezza edge può generare un ritorno sull’investimento significativo attraverso la riduzione dei rischi e l’miglioramento dell’efficienza operativa.

Standards e certificazioni: il puzzle normativo

Il NIST ha aggiornato il suo Cybersecurity Framework nel febbraio 2024 specificamente per affrontare le sfide dell’edge computing. Il Framework 2.0 introduce il Supply Chain Risk Management per gestire i rischi lungo tutta la catena di fornitura dei dispositivi edge. Il Recover Function Enhancement migliora le capacità di ripristino rapido per sistemi distribuiti, mentre il Governance Integration allinea la sicurezza edge con la governance aziendale complessiva.

L’ETSI ha pubblicato standard specifici per la sicurezza edge nel contesto 5G. L’ETSI TS 133 501 definisce la Security architecture per 5G networks, mentre l’ETSI GS MEC 009 stabilisce le General security considerations per Multi-access Edge Computing. L’ETSI TS 103 645 si concentra sulla Cybersecurity for consumer IoT, fornendo linee guida specifiche per i dispositivi consumer.

Con l’avvicinarsi dell’era dei computer quantistici, i sistemi edge devono prepararsi a minacce completamente nuove. Il NIST ha standardizzato nel 2024 nuovi algoritmi “quantum-safe” per proteggere le comunicazioni future. CRYSTALS-Kyber fornisce key encapsulation, mentre CRYSTALS-Dilithium offre digital signatures. FALCON è ottimizzato per signatures in ambienti con storage limitato, e SPHINCS+ fornisce signatures senza assumere problemi matematici specifici, garantendo maggiore robustezza contro attacchi futuri.

Case study approfonditi: lezioni dal campo

Nel dicembre 2017, FireEye ha scoperto TRITON/TRISIS, un malware progettato specificamente per attaccare sistemi di sicurezza industriali. A differenza di Stuxnet che puntava ai sistemi di controllo, TRITON disabilitava i sistemi di sicurezza, potenzialmente causando esplosioni o rilasci tossici. Il malware utilizzava tecniche edge-specific particolarmente insidiose.

La strategia “Living off the Land” sfruttava strumenti legittimi già presenti sui sistemi per evitare di essere rilevato. Gli attacchi Fileless esistevano solo in memoria, senza lasciare tracce su disco che potessero essere identificate da antivirus tradizionali. Il Lateral Movement permetteva al malware di muoversi tra sistemi edge sfruttando protocolli industriali non crittografati, progettati in un’epoca in cui la sicurezza non era una priorità.

Questo attacco ha evidenziato come i sistemi edge industriali siano particolarmente vulnerabili perché spesso utilizzano protocolli legacy non progettati per un mondo interconnesso. La lezione principale è che la modernizzazione delle infrastrutture industriali deve includere necessariamente un ripensamento completo della sicurezza.

Maersk, la più grande compagnia di shipping al mondo, ha subito nel 2017 uno dei peggiori attacchi ransomware della storia con NotPetya, che ha paralizzato le operazioni globali per settimane, causando perdite stimate tra i trecento e i trecentocinquanta milioni di dollari. La risposta dell’azienda è stata rivoluzionaria: invece di centralizzare ulteriormente i sistemi, Maersk ha implementato un’architettura edge distribuita dove ogni porto ha capacità operative autonome.

Ora, anche se un attacco compromette il cinquanta per cento dei sistemi, le operazioni possono continuare utilizzando la capacità edge rimanente. Il sistema utilizza mesh networking, dove ogni nodo può comunicare con qualsiasi altro nodo, distributed consensus per decisioni operative basate su algoritmi di consenso distribuito, e autonomous fallback che permette di operare offline per settimane se necessario.

Netflix serve oltre duecentosettanta milioni di utenti globally utilizzando una delle più sofisticate architetture edge al mondo. Con migliaia di server edge distribuiti globalmente, la sicurezza rappresenta una sfida enorme. La soluzione Netflix include immutable infrastructure, dove i server edge non vengono mai aggiornati ma solo sostituiti. Il continuous security scanning verifica ogni server per vulnerabilità continuamente, mentre l’automated incident response utilizza algoritmi di IA che possono isolare automaticamente server compromessi. L’intera architettura è basata su zero trust, dove ogni comunicazione tra server è criptata e autenticata.

Tecnologie emergenti: il futuro della sicurezza edge

L’Homomorphic Encryption rappresenta una delle frontiere più promettenti della crittografia moderna. Questa tecnologia permetterebbe di processare dati criptati senza mai decriptarli, risolvendo uno dei paradossi fondamentali dell’edge computing: come elaborare dati sensibili mantenendoli sempre protetti. Immaginate un sistema di IA che può analizzare dati medici sensibili senza mai “vedere” i dati in chiaro.

Microsoft SEAL e IBM HElib sono implementazioni open-source di questa tecnologia, ma le performance sono ancora troppo lente per applicazioni edge real-time. Tuttavia, i progressi nella ricerca stanno accelerando, e molti esperti prevedono che entro il 2030 l’homomorphic encryption diventerà praticabile per applicazioni commerciali.

La blockchain potrebbe risolvere il problema dell’identity management per miliardi di dispositivi IoT. Invece di fare affidamento su authority centrali che rappresentano un single point of failure, ogni dispositivo potrebbe avere un’identità crittografica verificabile sulla blockchain. IOTA ha sviluppato un’architettura blockchain specifica per IoT che non richiede mining e ha transazioni fee-free, rendendola praticabile per dispositivi con risorse limitate.

Geopolitica della sicurezza Edge

La competizione geopolitica sta influenzando profondamente lo sviluppo della sicurezza edge. Gli Stati Uniti hanno bannato l’uso di equipment Huawei e ZTE nelle reti 5G, citando preoccupazioni di sicurezza nazionale. Ma questo ha creato anche opportunità impreviste: aziende europee come Ericsson e Nokia sono diventate alternative “neutrali” per paesi che vogliono evitare di scegliere tra tecnologie americane e cinesi.

L’Europa sta promuovendo il concetto di “digital sovereignty”, l’idea che i dati europei dovrebbero essere processati utilizzando tecnologie europee. Questo ha portato a iniziative ambiziose come GAIA-X, un’infrastruttura cloud europea federata, l’European Chips Act che prevede investimenti miliardari per ridurre la dipendenza da semiconduttori asiatici, e il Digital Markets Act che impone regolamentazioni per ridurre il potere delle Big Tech americane.

Nel contesto edge, questo significa preferenza per soluzioni che mantengono i dati all’interno dei confini europei e utilizzano tecnologie sviluppate da aziende europee. La strategia potrebbe sembrare protezionistica, ma in realtà sta creando un mercato globale per tecnologie “sovereignty-compliant” che rispettano i requisiti di autonomia digitale.

Il fattore umano: skills gap e training

Secondo CyberSeek, ci sono attualmente tre virgola cinque milioni di posizioni cybersecurity aperte globalmente, e la situazione è ancora peggiore per specialisti in edge security. Le competenze richieste spaziano dalla IoT Security Architecture, che richiede di progettare sistemi sicuri per dispositivi con risorse limitate, alla Distributed Systems Security per gestire la sicurezza in ambienti distribuiti. Servono esperti in AI/ML Security per proteggere e da algoritmi di intelligenza artificiale, specialisti in Cloud-Edge Hybrid Security per integrare sicurezza cloud e edge, e professionisti in Industrial Control Systems per proteggere sistemi edge in ambienti industriali.

Università e aziende stanno sviluppando nuovi approcci per colmare questo gap. SANS ha sviluppato cyber ranges specificamente per edge security, dove professionisti possono praticare incident response su sistemi edge simulati. Siemens ha creato laboratori di industrial edge security in quindici università globally, dove studenti lavorano su progetti reali. ISC2 ha aggiunto moduli edge-specific al loro programma CISSP, mentre EC-Council ha creato una nuova certificazione specificamente per IoT security.

ROI e business case: numeri che contano

Calcolare il ROI della sicurezza edge è complesso perché include sia costi diretti che benefits indiretti. Per mille dispositivi edge, i costi diretti includono hardware security modules da cinquecento a duemila dollari per dispositivo, security management platform da centomila a cinquecentomila dollari annuali, security operations center da duecentomila a un milione di dollari annuali per personale, e compliance e audit da cinquantamila a duecentomila dollari annuali.

I benefits quantificabili includono la riduzione del data breach risk, con quattro virgola quarantaquattro milioni di dollari per breach evitato secondo IBM 2025. L’operational efficiency può migliorare del quindici-trenta per cento riducendo il downtime. La regulatory compliance permette di evitare fines fino al quattro per cento del revenue secondo il GDPR, mentre le insurance premiums possono ridursi del dieci-venti per cento con certificazioni appropriate.

Le aziende leader stanno utilizzando nuove metriche per misurare il successo della sicurezza edge. Il Mean Time to Detection è il tempo medio per rilevare un incidente: l’industry average è centonovantaquattro giorni nel 2024, mentre i best-in-class con edge security raggiungono meno di ventiquattro ore. Il Mean Time to Containment misura il tempo per contenere un incidente: l’industry average è sessantaquattro giorni nel 2024, mentre i best-in-class raggiungono meno di un’ora per sistemi edge. Il Security Automation Rate indica la percentuale di incidenti gestiti automaticamente, con target superiori all’ottanta per cento per sistemi edge.

La strada verso il futuro: predictions e preparations

Nei prossimi due-tre anni assisteremo alla convergenza su standard globali per la sicurezza edge. Organizzazioni come IEEE, NIST e ETSI stanno coordinando sforzi per creare frameworks interoperabili. I key developments includeranno la finalizzazione degli standard quantum-safe per dispositivi edge, l’armonizzazione tra regolamentazioni europee, americane e asiatiche, e l’emergere di edge security come disciplina separata nella cybersecurity.

Tra il 2027 e il 2030, la gestione della sicurezza edge diventerà completamente automatizzata. Sistemi di IA saranno in grado di detectare e rispondere a minacce in millisecondi, auto-configurare dispositivi edge per ambienti specifici, predire e prevenire attacchi prima che accadano, e auto-ripararsi da attacchi senza intervento umano. Questa automazione completa rappresenterà un salto qualitativo nella capacità di gestire ecosistemi edge complessi.

Oltre il 2030, con l’arrivo dei computer quantistici pratici, tutta la crittografia attuale dovrà essere sostituita. I sistemi edge, per la loro natura distribuita, saranno tra i primi a dover implementare soluzioni quantum-safe. Questa transizione rappresenterà una delle sfide tecniche più complesse della storia della cybersecurity, richiedendo la sostituzione di miliardi di dispositivi o almeno dei loro sistemi crittografici.

La sicurezza è un viaggio, non una destinazione

L’analisi di questo panorama complesso rivela che la sicurezza edge non rappresenta solo una sfida tecnica, ma una trasformazione fondamentale del modo in cui pensiamo alla cybersecurity. Non possiamo più permetterci di concepire la sicurezza come un perimetro da difendere, ma dobbiamo immaginarlo come un sistema immunitario distribuito che deve adattarsi costantemente a nuove minacce.

Le organizzazioni che avranno successo saranno quelle che investiranno in Security by Design, integrando la sicurezza fin dalla progettazione dei sistemi edge piuttosto che aggiungerla come elemento secondario. Dovranno adottare un approccio Zero Trust, dove la fiducia non viene mai data per scontata ma deve essere continuamente verificata. Sarà necessario sviluppare competenze specifiche, formando team specializzati in edge security che comprendano le peculiarità di questo ambiente distribuito. La collaborazione con l’ecosystem diventerà fondamentale, lavorando con vendor, regolatori e persino competitors per standard comuni che elevino il livello di sicurezza dell’intero settore. Infine, sarà indispensabile pensare a lungo termine, preparando i sistemi per minacce future come il quantum computing che potrebbero rendere obsolete le tecnologie di sicurezza attuali.

La posta in gioco è straordinariamente alta. I sistemi edge di oggi diventeranno l’infrastruttura critica di domani. Le auto autonome, i sistemi medici, le smart city, l’automazione industriale – tutto dipenderà da sistemi edge sicuri e affidabili. Un fallimento in questa transizione potrebbe compromettere non solo la sicurezza digitale ma anche la sicurezza fisica di milioni di persone.

Tuttavia, c’è motivo per essere ottimisti. L’industria della cybersecurity ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di innovazione di fronte a nuove minacce. E oggi abbiamo a disposizione strumenti, dall’intelligenza artificiale alla crittografia avanzata, dalla blockchain ai computer quantistici, che erano impensabili solo pochi anni fa. La convergenza di queste tecnologie sta creando possibilità di difesa che potrebbero finalmente dare il vantaggio ai difensori rispetto agli attaccanti.

La sfida ora consiste nell’utilizzare questi strumenti saggiamente, bilanciando innovazione e sicurezza, efficienza e privacy, autonomia e controllo. È una sfida di complessità senza precedenti, ma rappresenta anche un’opportunità straordinaria per costruire un futuro digitale più sicuro e resiliente. Il successo richiederà non solo eccellenza tecnica, ma anche cooperazione internazionale, lungimiranza strategica e, soprattutto, la volontà di investire nella sicurezza come fondamento della società digitale.

L’edge computing e l’intelligenza artificiale distribuita rappresentano indubbiamente il futuro della tecnologia. La sicurezza edge rappresenta il futuro della cybersecurity. La partita si gioca ora, nei laboratori di ricerca, nelle sale riunioni aziendali, nelle aule parlamentari dove si scrivono le leggi del futuro digitale. Il risultato di questa partita determinerà quanto sarà sicuro il mondo digitale delle prossime decadi, influenzando la vita di miliardi di persone che dipenderanno sempre più da sistemi intelligenti distribuiti per la loro sicurezza, salute e benessere.

La trasformazione è già in corso, ed è irreversibile. Quello che possiamo ancora determinare è se questa trasformazione avverrà in modo sicuro e controllato, o se dovremo imparare le lezioni di sicurezza a nostre spese, attraverso incidenti che potrebbero costare non solo denaro, ma anche vite umane. La scelta è nostra, e il tempo per farla si sta rapidamente esaurendo.

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Microsoft Sentinel: arriva l’era degli agenti AI e della difesa predittiva


Quello della sicurezza informatica è un settore estremamente misurato e preciso. Arriva una tecnologia, la si sviluppa, la si raffina e, di solito, arriva il momento in cui per i difensori diventa più complicato continuare a gestirla che per gli attaccanti aggirarla. Per questo, ogni tanto, arriva un nuovo approccio, una nuova tecnologia, una nuova struttura che “resetta le posizioni” e in questi giorni siamo proprio qui. Microsoft, ma molti altri vendor sono sul punto di fare qualcosa di simile, cerca di rimescolare le carte a favore di chi deve difendere le aziende dagli attacchi informatici trasformando Microsoft Sentinel in una piattaforma di sicurezza “agentica”, concepita per proteggere le organizzazioni su vasta scala nell’era dell’AI.

L’evoluzione di Microsoft Sentinel segna il passaggio definitivo da un approccio reattivo a uno predittivo, offrendo ai difensori una piattaforma unificata in grado di far leva su dati, contesto, automazione e, soprattutto, agenti intelligenti. Sentinel, che aveva già iniziato come SIEM (Security Information and Event Management) cloud-native per poi espandersi con un data lake di sicurezza unificato a luglio, compie ora il salto decisivo diventando una piattaforma agentica con la disponibilità generale del Sentinel data lake e la preview pubblica del Sentinel graph e del Sentinel Model Context Protocol (MCP) server.

La filosofia della difesa collettiva e la necessità di modernizzazione

Per resistere agli attacchi che si muovono alla velocità dell’AI, infatti, le aziende sono chiamate a modernizzare i loro strumenti di sicurezza. La filosofia alla base di questa mossa di Microsoft è la difesa collettiva.

Scott Woodgate, GM, Threat Protection di Microsoft ci ha spiegato durante una intervista che maggiore è la quantità di dati o di contesto presente nel data lake, più è elevata la quantità di segnale a disposizione che si può usare per prendere decisioni rapide, sia proattive che reattive. Storicamente, i SIEM hanno sempre fornito segnali importanti i questo senso, ma erano incompleti. La nuova architettura supera questa limitazione, muovendosi verso un data lake alimentato dal SIEM ma che interagisce anche con i dati di identità e conformità (compliance). Qualsiasi terza parte può adesso costruire applicazioni di sicurezza personalizzate sulla piattaforma, alimentando ulteriormente questa “gravità dei dati” essenziale per fornire contesto sia agli analisti umani che all’AI.

Il consolidamento del dato: flessibilità architettonica

Il consolidamento dei dati attraverso il data lake è riconosciuto come il primo passo critico nel processo di modernizzazione. Sentinel è progettato per ingerire segnali, sia strutturati che semistrutturati, e costruire una comprensione contestuale ricca del patrimonio digitale del cliente attraverso dati di sicurezza vettorializzati e relazioni grafiche.

“Nonostante il data lake implichi l’uso di una quantità di dati significativamente superiore,” – dice Woodgate – “l’infrastruttura è stata concepita per la massima flessibilità. La buona notizia per gli analisti è che gli strumenti di gestione già in uso funzionano perfettamente sul nuovo data lake e quindi i clienti possono scegliere se utilizzare gli strumenti di sicurezza tradizionali, oppure espandersi verso strumenti più moderni come, ad esempio, Apache Spark”.

I report grafici rendono tutto più chiaro, anche il futuro

Oltre la pura unificazione dei dati, con tutti i benefici che ne conseguono, Microsoft introduce a livello di piattaforma una sistema di reporting grafico molto potente e utile. Questa funzionalità è fondamentale per collegare i dati di Sentinel con quelli di Microsoft Defender e Microsoft Purview, portando un contesto potenziato dalle immagini negli strumenti che i team di sicurezza usano quotidianamente.

“Sebbene la visualizzazione grafica” – dice Woodgate – “sia utile per mostrare visivamente un incidente già in corso, il suo vero potere è nella predittività. La schermata, infatti, non mostra solo cosa è andato storto, ma è in grado di prevedere dove l’attaccante si dirigerà in seguito.”

Se gli analisti sanno che un attaccante si sta muovendo verso un database SQL, un storage o un repository di chiavi critico, possono agire rapidamente per rafforzare o bloccare quella risorsa, prevenendo di fatto l’attacco. Questa visualizzazione versatile può essere impiegata non solo per la gestione degli incidenti SIM, ma anche per la gestione della postura di sicurezza, il rischio dei dati (come tracciare l’accesso a file sensibili, ad esempio) e la gestione del rischio insider, come nel caso di dipendenti che scaricano dati in massa.

L’ascesa degli agenti AI e la piattaforma aperta

L’obiettivo finale di questa evoluzione è rendere i team di sicurezza più efficienti, con l’AI come catalizzatore principale. Gli agenti sono progettati per affiancare gli analisti umani e dare una mano a colmare quella carenza globale di circa 4 milioni di posti di lavoro che ancora attanaglia il settore della cybersecurity.

La piattaforma Sentinel permette ai team di sicurezza di costruire i propri agenti per svolgere compiti per loro conto, aumentando la capacità operativa. Gli agenti possono essere costruiti in due modi principali. Il primo è quello del Low-Code tramite Security Copilot: gli utenti possono descrivere ciò di cui hanno bisogno in linguaggio naturale e il portale di Security Copilot, che utilizza l’AI per costruire altra AI, crea, ottimizza e pubblica l’agente su misura.

In alterativa, possono usare la Piattaforma di Codifica Avanzata: gli agenti possono essere sviluppati in piattaforme abilitate per il Sentinel MCP server, come VS Code che utilizza GitHub Copilot, mantenendo il processo all’interno del proprio ambiente di sviluppo.

“Questi agenti” – specifica Woodgate – “possono essere condivisi o monetizzati attraverso il nuovo Microsoft Security Store, un’area specifica che si appoggia al Microsoft Marketplace, facilitando la scoperta, l’acquisto e l’implementazione di soluzioni da parte di partner come Accenture, ServiceNow, Zscaler, Alumio e Dark Trace.”

Affidabilità ed evoluzione della Programmazione

L’uso di tecniche di “vibe coding”, ovvero la generazione di codice tramite AI, è un acceleratore incredibile, riducendo giorni o ore di lavoro a poche semplici frasi. Ma questo accade in teoria. In pratica, le esperienze quotidiane dei programmatori dicono che serve ancora “molto umanità” nel coding affinché funzioni bene. Succede lo stesso nel vibe coding per Microsoft Sentinel?

“Lo stato attuale dell’AI generativa implica un’accuratezza ancora lontana del 100%,” – dice Woodgate -“ma l’accelerazione nella produttività è notevole. In Microsoft lo sappiamo bene perché facciamo ampio ricorso agli strumenti di AI per velocizzare la creazione di codice”. L’AI, quindi,  commette ancora degli errori e, sebbene l’accuratezza migliori costantemente con i nuovi modelli, l’utilizzo degli agenti è prevalentemente in scenari che prevedono la verifica umana. Tutto quello che rende più veloci, abili ed efficaci gli analisti, però, è il benvenuto e anche se l’IA non una bacchetta magica, resta uno strumento molto potente usato nel modo giusto.

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Tuttavia, se questo fosse sufficiente ogni problema quotidiano si potrebbe risolvere semplicemente con l’emanazione di una legge dopo un adeguato dibattito parlamentare. Al contrario, il mondo reale ha delle necessità concrete differenti che esulano dai principi legali e dagli strumenti normativi, che restano comunque il fondamento di tutto il sistema. Il passo successivo è comprendere quali problemi sono emersi fin’ora e come si è tentato di risolverli fin’ora. L’intelligenza artificiale rappresenta una delle più rilevanti innovazioni tecnologiche dell’era contemporanea, con un potenziale di trasformazione profonda nei settori economici, pubblici e sociali.

Tuttavia, uno dei principali ostacoli alla sua adozione su larga scala è costituito dalla diffusa mancanza di fiducia nei processi decisionali automatizzati. Questo ‘problema zero’ è dovuto a diversi fattori, tra cui la percezione di opacità degli algoritmi, il rischio di bias nei modelli di IA, la difficoltà di interpretare le decisioni generate da sistemi complessi e la preoccupazione per il loro impatto etico e sociale. Anche la “Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale 2024-2026[2]” riconosce questa problematica come centrale e propone un approccio sistemico per affrontarla, promuovendo lo sviluppo di soluzioni trasparenti, affidabili e conformi ai principi etici.

Costruire un clima di fiducia nei confronti di questa tecnologia è la partita fondamentale per l’Unione Europea e per l’Italia, che ovviamente è completamente calata all’interno del sistema comunitario e del mercato unico e quindi non può immaginare di poter trovare una soluzione in isolamento. Per questo negli ultimi anni si sono andati a costituire una serie di strumenti che vadano a risolvere il ‘problema zero’ insieme a tutti gli altri problemi che sono emersi attorno all’IA. Anche all’interno dello stesso AI ACT troviamo affermazioni di principio che mirano allo sviluppo di un’intelligenza artificiale “etica ed affidabile[3]”.

L’approccio che si rivela essere comprensivo dei vari problemi in gioco è quello della cybersecurity, ovvero vedere l’implementazione di questa tecnologia attraverso la lente del risk-management. Questo approccio non solo permette di far emergere in modo non paralizzante le varie minacce, ma contribuisce alla risoluzione del ‘problema zero’. Non stupisce, in effetti, che in Italia questo processo si basi sulla trazione delle due agenzie governative di questo settore, ovvero l’Agenzia per l’Italia Digitale (AGID) e l’Agenzia della Cybersicurezza Nazionale (ACN). Nonostante questa sia scelta sia al centro di un dibattito, che vedremo più avanti in questa dissertazione, in realtà questa scelta è in linea con altri numerosi paesi membri[4].

Per arrivare a comprendere i meccanismi di controllo dell’ultimo regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, è fondamentale iniziare delineando i principi di cybersecurity su cui poggia il quadro europeo. La governance dell’IA deve necessariamente integrarsi con un quadro di cybersicurezza perché la protezione dei dati, la resilienza dei sistemi e la minimizzazione delle minacce e delle vulnerabilità costituiscono la base di un ecosistema digitale affidabile e sicuro.

Questo sistema è costruito a partire da criteri di gestione del rischio rigorosi comprendenti di valutazioni ex-ante e obblighi specifici che devono essere soddisfatti sia da sviluppatori sia dagli utenti, che nel caso del diritto del lavoro sono l’azienda o la pubblica amministrazione che implementano i sistemi di algorithmic management. L’integrazione di tali misure di controllo mira a prevenire situazioni che potrebbero causare abusi o malfunzionamenti di sistemi che potrebbero compromettere la sicurezza dei lavoratori, oltre a quella delle infrastrutture critiche.

In quest’ottica, il regolamento sull’IA si inserisce in un più ampio processo di armonizzazione normativa, in cui la cybersecurity rappresenta non solo un aspetto tecnico, ma un vero e proprio principio fondamentale per assicurare lo sviluppo di un’intelligenza artificiale affidabile, resiliente e conforme ai valori essenziali dell’Unione Europea.

I principi della cybersecurity nella regolamentazione europea

La cybersecurity non è semplicemente un insieme di best practices (pratiche migliori o consolidate) mirate a combattere gli hacker, come magari può emergere dalla sua rappresentazione in film e serie TV. La cybersecurity è invece un paradigma culturale che mette insieme “metodologie e tecnologie atte a garantire la confidenzialità, l’integrità e accessibilità delle informazioni”[5]. Per questo è possibile ritrovare dei suoi principi anche all’interno dei regolamenti europei sulla Privacy e, in particolar modo, sull’intelligenza artificiale.

Questo approccio però ha una sua storia oramai decennale, che non c’è lo spazio per attraversare in questa dissertazione; quello che ci interessa è definire questo approccio come la tutela di sei caratteristiche, note come Esade Parkeriana[6], che sono: confidenzialità, integrità, accessibilità, autenticità, utilità e possesso (o controllo). Queste sei caratteristiche sono quelle che durante l’evoluzione della tecnologia informatica si sono rese necessarie da tutelare e valutare. I data breach possono essere definiti anche come la corruzione di questi valori.

Al contrario di quanto si possa pensare, non ci si può approcciare pensando di portare il rischio allo zero. Invece, un approccio basato sulla sicurezza mira a quantificare il rischio. Questo permette di valutare l’efficacia delle misure preventive e anche di misurare un altro parametro di un’organizzazione: la resilienza. La resilienza è un termine che deriva dalla scienza dei materiali e serve a descrivere la capacità di un materiale di assorbire l’impatto di una forza senza rompersi; questo concetto applicato alla cybersecurity si traduce nella capacità del sistema di continuare a funzionare nonostante attacchi, minacce o altre criticità che si presenteranno[7].

È fondamentale partire dal concetto di resilienza perché ci permette di introdurre uno dei principi che emergono da questo approccio – e che appunto ritroviamo anche in quello dell’Unione Europea – in cui le procedure e gli standard richiesti sono concreti e concretamente definibili. Senza di questo, ci si dovrebbe istintivamente porre l’obbiettivo di azzerare, e non minimizzare, la possibilità di incidenti. Un obiettivo del genere è impossibile nella vita vera e porterebbe al primo episodio a frantumare la fiducia nella procedura, andando quindi ad amplificare il ‘problema zero’ dell’implementazione dell’IA.

Questo principio della cultura della cybersecurity è riconoscibile all’interno dell’ordinamento comunitario, dove rappresenta un vero e proprio punto di partenza per la protezione delle infrastrutture digitali e la tutela dei diritti fondamentali. L’Unione Europea ha adottato un approccio normativo basato sulla valutazione e gestione del rischio, noto come risk-based approach, che costituisce il primo passo dell’AI Act e dell’iter normativo dietro a questo regolamento.

Questo modello prevede che l’intensità dei controlli e degli obblighi di conformità sia proporzionata al livello di rischio che un sistema di IA può comportare per la sicurezza, la privacy e i diritti dei cittadini, a partire dalla finalità per cui è adottata e dal contesto in cui viene applicata. Di conseguenza, i sistemi di IA classificati come ad alto rischio sono soggetti a requisiti più stringenti in termini di trasparenza, affidabilità e monitoraggio continuo. Tale approccio si allinea alla cultura della cybersecurity già consolidata nel diritto europeo, promuovendo una gestione pro-attiva delle minacce informatiche e garantendo un equilibrio tra innovazione tecnologica e protezione degli utenti.

Possiamo verificare la serietà con cui il regolatore europeo prende questo approccio andando a sottolineare alcuni dettagli rivelatori. Sicuramente il primo che possiamo citare è l’attenzione data a mantenere aggiornate le classificazioni del rischio, che vanno riviste tramite una relazione almeno annuale. Anche se al momento questo obbligo tocca solo le tecnologie che riguardano i dati biometrici e i dati “basati sulla biometria”[8], che risultano l’area più controversa e sensibile dello sviluppo di queste tecnologie, è chiaro che l’approccio non è quello di una classificazione proforma con il solo obbiettivo di organizzare diversi livelli di restrizioni; invece, l’approccio risk-based è uno strumento per dissipare possibili dubbi e deve essere soggetto a revisioni affinchè non perda di efficacia[9].

Un altro principio della cybersecurity che possiamo ritrovare come principio normativo dell’IA nel mercato europeo, connesso sempre alla mitigazione del rischio, è invece quello di risk-assessment e risk-prevention. Cioè, dopo aver accuratemente valutato il livello di rischio e di attenzione – avendo messo quindi il concetto di rischio al centro della regolamentazione – il passo successivo è quello di analizzare concretamente quali sono le possibili minacce e quali sono le procedure da implementare per tenerli sotto controllo. Concretamente, ciò si traduce nell’obbligo della costruzione di un Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) che a sua volta rientra nelle definizioni presenti nell’AI Act di Valutazione d’Impatto sui Dati Personali (DPIA) e Valutazione d’Impatto sui Diritti Fondamentali (FRIA)[10].

Lo strumento della DPIA era già presente nel Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), che rimane la principale fonte normativa a riguardo e che possiamo andare a citare per comprendere come funziona questo strumento[11]. La valutazione d’impatto rappresenta un obbligo per il datore di lavoro nei casi previsti dall’articolo 35, paragrafo 3[12].

In particolare, essa è necessaria quando il trattamento dei dati avviene mediante modalità automatizzate (lett. a), quando riguarda categorie particolari di dati, quali quelli sensibili o relativi a condanne penali e reati (lett. b), oppure quando prevede un sistema di videosorveglianza sistematica che coinvolge spazi accessibili al pubblico (lett. c).

Al paragrafo 7 troviamo invece i contenuti minimi della DPIA, che sono: a) una descrizione sistematica dei trattamenti previsti e delle finalità del trattamento, compreso, ove applicabile, l’interesse legittimo perseguito dal titolare del trattamento; b) una valutazione della necessità e proporzionalità dei trattamenti in relazione alle finalità; c) una valutazione dei rischi per i diritti e le libertà degli interessati di cui al paragrafo 1; e d) le misure previste per affrontare i rischi, includendo le garanzie, le misure di sicurezza e i meccanismi per garantire la protezione dei dati personali e dimostrare la conformità al presente regolamento, tenuto conto dei diritti e degli interessi legittimi degli interessati e delle altre persone in questione.

Va specificato che questi sono requisiti essenziali, ma che non vanno necessariamente ad esaurire lo scopo della DPIA, e in casi particolari potrebbe servire anche arricchirla con altre informazioni.

Il Garante per la protezione dei dati personali, in una nota ufficiale pubblicata sul proprio portale, sottolinea come la DPIA non deve andare ad essere considerato esclusivamente un adempimento imposto dalla legge ma invece è da prendersi come una pratica altamente consigliata per una gestione consapevole dei rischi connessi al trattamento dei dati personali[13].

Le linee guida, già sottoposte a consultazione pubblica, ribadiscono che la valutazione d’impatto costituisce una buona prassi indipendentemente dagli obblighi legali, in quanto fornisce al titolare del trattamento un’analisi strutturata e dettagliata dei potenziali rischi, consentendogli di adottare misure preventive adeguate per ridurre la probabilità di incidenti futuri.

Attraverso un’accurata DPIA, infatti, il titolare può non solo garantire un livello più elevato di protezione per gli interessati, ma anche rafforzare la propria affidabilità e dimostrare il rispetto del principio di privacy by design e by default, sancito dal GDPR. Seguendo approccio – che rientra a pieno in una visione costruita sui principi della cybersicurezza – si capisce che il fine della DPIA è quella di formalizzare la consapevolezza dei rischi, creare un momento specifico per la definizione di strategie e politiche per il loro contrasto e assicurare la personalizzazione e l’aggiornamento periodico di queste procedure.

La scrittura di una DPIA non è un compito scontato, ma richiede una metodologia di lavoro specifica, che richiede imparzialità e allo stesso tempo una conoscenza adeguata del contesto in cui le attività si svolgono. Per questo il CNIL, l’autorità amministrativa indipendente francese incaricata di assicurare l’applicazione della legge sulla tutela dei dati personali, ha reso disponibile un programma open source che aiuta alla compilazione di una corretta DPIA e anche il GPDP italiano ha consigliato l’utilizzo di questo software.

Un ultimo principio quasi etico della cybersecurity che ritroviamo nell’approccio regolatorio del legislatore europeo è quello della trasparenza e tempestività delle segnalazioni di incidenti. La condivisione di informazioni sugli incidenti gravi viene delineata direttamente dalla sezione 2 del Capo IX del regolamento sull’intelligenza artificiale.

Questo aspetto non è affatto secondario, ma rappresenta un meccanismo essenziale sempre volto a risolvere il ‘problema zero’ dell’affidabilità. Le segnalazioni concretamente non dovrebbero essere viste come un episodio da nascondere per tutelare l’immagine dell’azienda o dell’amministrazione pubblica; mentre una gestione scorretta di questi episodi può portare anche a danni irreparabili alla reputazione, il rispetto delle procedure prestabilite e una comunicazione adeguata possono contribuire a rafforzare la sicurezza (con una valutazione ex-post dell’incidente) e anche alla sua proiezione esterna.

Una pratica consigliata infatti è quella di provvedere anticipatamente a queste comunicazioni, mettendo già in chiaro le informazioni che potrebbero essere compromesse, quali sono le procedure di crisis-mangagement e di resilienza strutturale e quale linguaggio utilizzare verso gli stakeholders in questione, tra cui gli stessi lavoratori.

Evidentemente, quest’ultimo principio ha senso solo se calato all’interno dell’intero approccio di cybersecurity, e in generale possiamo dire a questo punto che l’immagine complessiva del regolamento europeo è quella proprio di indirizzare – principalmente le aziende – verso l’adozione di questo approccio non come singoli obblighi da rispettare, ma come paradigma culturale a tutto tondo.

I controlli e le autorità di vigilanza nel quadro post AI ACT

Se l’approccio incoraggiato dalle norme europee è quello della sicurezza come metodo, il mondo reale spesso non rispecchia quanto auspicato dal legislatore – europeo o nazionale che sia. Non stupisce che quindi l’ultimo regolamento sulle Intelligenze Artificiali preveda anche un sistema di controlli basato su autorità e responsabilità.

Questo perché aldilà delle pratiche di prevenzione e valutazione del rischio, il problema di affidabilità degli algoritmi e delle tecnologie IA non è ancora risolto. Inoltre, non è un segreto che attorno a questo sviluppo tecnologico ci sia un interesse economico considerevole ed è quindi sensato preparare un sistema di controlli robusto, per assicurarsi che le norme di sicurezza e di etica continuino a essere applicate per tutto il ciclo di vita dell’IA[14].

Il sistema di responsabilità che esce dall’AI Act non è un sistema che ricade solo sui produttori di questi software, ma correttamente ricade su tutti gli stakeholder coinvolti; questo include gli utenti finali, anche noti come deployer[15], che la maggior parte delle volte sono le aziende o le pubbliche amministrazioni che acquistano questi servizi per gestire i dati dei loro dipendenti. Questo sistema è particolarmente critico per i sistemi di IA ad alto rischio, come l’utilizzo volto all’organizzazione dei lavoratori, dove il fallimento o malfunzionamento potrebbe avere conseguenze gravi[16].

Il capo IX dell’AI Act, le procedure di monitoraggio

Entrando nello specifico, il capo IX (Articoli da 72 a 94 dell’AI Act) è dedicato alle procedure di monitoraggio successive all’immissione nel mercato. Questa tesi si limita ad elencare gli articoli essenziali per dare un quadro di queste procedure, prima di discutere il caso italiano. Si rimanda all’analisi dell’avvocato e docente universitario Michele Iaselli per una dissertazione articolo per articolo di questo capo[17].

All’interno dell’articolo 76 viene specificata la necessità di test non solo all’interno di ambienti controllati, ma anche sul campo e calati nella realtà quotidiana.

Questo è fondamentale perchè ci fa comprendere l’inevitabilità sia di un sistema di controlli successivi all’immissione in mercato sia del coinvolgimento del deployer, che è senza dubbi la fonte migliore – se non l’unica – di informazioni sul lavoro quotidiano dei sistemi di IA. Gli obiettivi di questi controlli sono tre: a) misurare la resilienza e l’adattabilità dei sistemi di decisione automatica; b) identificare possibili discrepanze con i dati forniti dai fornitori di questi software, e; c) raccogliere informazioni per affinare le politiche regolatorie in materia.

Nell’articolo 78 viene fatta emergere la necessità della confidenzialità nella gestione delle informazioni fornite dai deployer che emergono attraverso le procedure di controllo. Questo perchè parlando di operatori economici, c’è il rischio che si possa temere della propria competitività con una conseguente perdita di trasparenza; un rischio che risulta amplificato trattandosi di una cooperazione internazionale all’interno del mercato unico europeo.

Anche per questo problema è la cybersecurity ed il GDPR che mostrano la strada verso una soluzione: la “pseudo-anonimizzazione” è un metodo di riservatezza già utilizzato, che permette di gestire anche dati sensibili slegandoli dalle specificità identificative. Questo genere di approccio è proprio quello che l’articolo 78 richiama.

È l’articolo 79 che ci permette di costruire una procedura specifia per la gestione dei sistemi di IA, differenziando sostanzialmente due fasi. La prima riguarda esclusivamente i produttori, che devono sottoporre le loro intelligenze artificiali ad una valutazione del rischio per ottenere una classificazione (o rating) del livello di rischio.

Questa è anche l’occasione per bloccare preventivamente quelle IA che non sono state costruite con le corrette procedure di minimizzazione del rischio, fatte apposta per evitare bias o discriminazioni sistematiche. La seconda fase riguarda invece i deployer; in caso di classificazione a basso rischio forniscono i dati per mantenere aggiornato il rating di rischio del prodotto che hanno acquistato e della sua implementazione, mentre nei casi di rischio medio o alto devono fornire questi dati per una sorveglianza specifica e per costruire la necessaria fiducia sull’utilizzo di questi sistemi.

Come specificato negli articoli successivi, i sistemi di monitoraggio e reporting non sono punti fissi ma processi continui che si basano sulla collaborazione tra fornitori, deployer e autorità di vigilanza, con l’obiettivo comune di risolvere il ‘problema zero’ dell’IA e di condividere le pratiche migliori all’interno di un contesto competitivo.

È evidente che i primi due attori non hanno un interesse completamente genuino nella minimizzazione del rischio, ed è per questo che la figura dell’autorità di vigilanza diventa così cruciale. Nell’articolo 77 viene specificato che loro non hanno solo il dovere di monitorare e valutare lo strumento tecnologico, ma anche di intervenire sulle politiche di prevenzione e mitigazione del rischio implementate. Lo strumento per farlo è l’accesso anche a dati e documenti durante indagini ed ispezioni specifiche.

La premessa sulla collaborazione serve a specificare che questo compito non è volto a “pizzicare” e punire chi sceglie di adoperare queste tecnologie, quanto a rendere l’unione europea un polo di concentramento e distribuzione delle pratiche di sicurezza. Non a caso, l’articolo 84 prevede l’istituzione di “strutture di sostegno” che vadano a favorire questa collaborazione, come per esempio aiutando le start-up nella compilazione dei Documenti di Valutazione del Rischio, otlre che a dedicare risorse proprio nel testare la sicurezza delle IA.

Fuori dal capo IX dell’AI Act, all’interno dell’Articolo 8 viene imposto anche l’obbligo di una consultazione con I lavoratori e le loro rappresentanze e di fornire loro la DPIA finale. Un obbligo che ricade sempre sul deployer, che però secondo gli articoli 9 e 13 dell’AI Act deve ricevere dal fornitore tutte le informazioni necessarie ad edempiere all’obbligo[18]. A dimostrazione che tutti questi processi non sono slegati dalla tutela dei lavoratori, ma anzi li riguardano in primo luogo.

Quali sono le autorità sull’IA in Italia?

Fin’ora abbiamo parlato in modo generale di “autorità di vigilanza”, senza specificare quali queste siano. Finora abbiamo parlato in modo generale di “autorità di vigilanza”, senza specificare quali queste siano. Nel Capo VII del regolamento dedicato alla governance, a livello europeo l’Unione ha optato per l’istituzione di una commissione dedicata, incaricata di garantire l’attuazione e il rispetto delle normative in materia di intelligenza artificiale e protezione dei dati.

Tale organismo funge da punto di riferimento per gli Stati membri, promuovendo un’interpretazione armonizzata delle disposizioni regolamentari e assicurando un coordinamento efficace tra le diverse giurisdizioni nazionali. A livello nazionale, invece, gli Stati hanno mantenuto un margine di autonomia nella definizione del proprio sistema di supervisione, con la facoltà di individuare a chi dare il compito di vigilanza per garantire il rispetto della normativa.

La condizione essenziale imposta dal quadro normativo europeo è che tali autorità dispongano delle risorse economiche e umane necessarie per svolgere efficacemente il proprio ruolo, garantendo un monitoraggio costante, l’applicazione delle sanzioni previste e l’adozione di misure adeguate per prevenire e mitigare i rischi connessi all’uso delle nuove tecnologie.

Senza fornire una strutturazione ottimale, il regolatore europeo lascia tre opzioni possibili, tutte compatibili con il regolamento. La prima è quella di allargare i poteri del Garante della Protezione dei Dati Personali, la seconda è quella di allargare gli incarichi forniti ad altre agenzie governative già attivi sulle materie informatiche o digitali e la terza è quella di costruire degli enti o delle agenzie specifiche per la vigilanza delle Intelligenze Artificiali[19].

La scelta dell’esecutivo italiano, adottata tramite il d.d.l 1146 del 20 maggio 2024, è stata quella di costruire un sistema a “trazione duale” tra l’AgID e l’ACN, lasciando ferme competenze, compiti e poteri del GPDP. Il primo ha il compito di promuovere l’innovazione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, mentre il secondo è responsabile di identificare i profili della cybersicurezza e dell’attività di vigilanza.

Il decreto prevede anche un comitato di coordinamento presso il consiglio dei ministri, in particolare assicurando la cooperazione con il Ministero della Difesa, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e con le altre autorità nazionali dell’unione. Sostanzialmente, l’impostazione presentata dal governo è quella di mantenere vicino a sè la governance dell’IA, rispetto a decentrarla allargando i poteri di un organo di indipendente come il GPDP. Una scelta che, vista la stragecicità della materia, non stupisce sia quella più comune tra gli stati membri[20].

Nonostante questa sia una scelta prevista dall’impostazione comunitaria, il Garante della Privacy italiano ha fatto sentire il suo dissenso con la decisione. Il GPDP ha portato la richiesta di essere integrato all’interno delle procedure di consultazione e vigilanza sia in ragione di semplificazione e di certezza del diritto, rimanendo comunque l’autorità in quanto alla gestione dei dati sensibili e delle procedure di decisione automatizzata, sia in ragione al fatto che la sua attività corrente le permette di essere un ente che ha già accumulato il know-how pratico e la expertise riguardo l’attività di vigilanza in questa materia.

La scelta di non tenere esclusivamente in mano all’esecutivo il coordinamento dell’attività di vigilanza andrebbe a favorire anche il clima di collaborazione con le autorità degli stati membri, che resta un principio cardine dell’AI Act.

La ragione fondamentale dietro il ragionamento dell’esecutivo è che anche a livello europeo in realtà gli esecutivi vengono presi come punto di partenza della discussione per il bilanciamento strategico tra tutela dei dati e competitività di mercato, con l’istituzione all’articolo 65 del regolamento di un “consiglio europeo per l’intelligenza artificiale” composto da un rappresentante per ogni stato membro di emanazione ministeriale.

Un argomento troppo spinoso e controverso per lasciarlo ‘fuori controllo’ e che dimostra come il ‘problema zero’ della fiducia in questi sistemi abbia a volte anche delle emanazioni non scontate. È possibile che col tempo questa impostazione possa vedere delle modifiche, ma al momento è l’esecutivo l’attore centrale di queste procedure di controllo, mentre il GPDP viene relegato ad una voce da consultare in regime di coordinamento volontario quando richiesto dalle agenzie governative preposte.

Il modello delle certificazioni ISO e della direttiva NIS2

Chiudiamo questo quadro andando a guardare quelle che sono le certificazioni che le aziende o le pubbliche amministrazioni possono ottenere in materia di data protection. Queste certificazioni sono centrali perché pensate per essere compatibili con i processi di controllo previsti dai regolamenti europei e soprattutto perché diventano uno strumento necessario alla costituzione di un clima di affidabilità con gli stakeholder esterni, come gli investitori o i clienti, e gli stakeholder interni, come i lavoratori.

Le certificazioni ISO sono rilasciate da agenzie accreditate alla verifica di standard europei. In realtà, non si limitano soltanto alla sicurezza informatica ma possono riguardare anche le norme anticorruzione (ISO 37001) o la sostenibilità ambientale (ISO 14001). Quella riguardo le procedure di trattamento delle informazioni è la ISO 27001, che ha visto un aggiornamento dei suoi requisiti nel 2021. La peculiarità di queste certificazioni è che sposano appieno l’approccio della cybersecurity che abbiamo presentato nel primo paragrafo di questo capitolo.

Ovvero, non hanno semplicemente dei requisiti essenziali che vengono verificati meccanicamente, ma si basano su delle verifiche dettagliate che misurano in modo personalizzato l’approccio e le procedure delle singole aziende o pubbliche amministrazioni. Questo approccio si nota particolarmente nell’ ISO 9001 dedicata ai controlli qualità, una materia che appunto è difficilmente standardizzabile se affrontata con un approccio “minimalista”[21]. Infatti, possiamo prendere la struttura di questa ISO come lo standard di questo tipo di certificazione, con paralleli anche nella ISO sulla sicurezza dei dati. e che si sposa con i problemi posti dalle IA.

La certificazione da grande rilievo al risk management, che abbiamo già ampliamente discusso, enfatizzando l’approccio “per processi”, ovvero partendo dalla scomposizione delle attività in singoli processi. Non sono esenti da valutazione quei processi svolti materialmente da soggetti esterni, anzi necessitano un’attenzione particolare in quanto richiedono una valutazione della stragecità o meno di questa esternalizzazione. Il primo passo è proprio quello di identificare i problemi, le aspettative e i bisogni delle parti interessate, da anticipare per determinare i rischi – e le opportunità – da trattare nella costruzione di procedure e di defaults.

Il passo successivo è l’identificazione delle figure di leadership, che nella ISO 9001 è il System Quality Menager a capo di un “Sistema Gestione Qualità” (SGQ), diverso da un rappresentante della direzione – esclusa dal testo del 2015 – ma che invece è preposta alla verifica continua di queste procedure attraverso quelle che vengono definite “infromazioni documentate”.

La costruzione sia di una leadership sia di una traccia di documenti è un cambio di paradigma di gestione essenziale. Prima di tutto assicura una continuità in caso di cambi nella direzione o nella gestione, visto che le informazioni essenziali e la loro evoluzione nel tempo lascia una traccia tangibile, ma soprattutto va a facilitare quella collaborazione con le autorità di vigilanza previste dalla legge. La struttura si chiude con un’enfasi sulle valutazioni delle prestazioni dell’organizzazione attraverso parametri e indicatori quantitativi e qualitativi, in grado di far emergere criticità e best practices da includere nelle future strategie.

Lo scopo della ISO 27001 è quello di “specificare i requisiti per stabilire, implementare, mantenere e migliorare continuamente un sistemta di siurezza per la gestione dei dati[22]” e mostra una struttura fatta col calco della sorella ISO 9001 che abbiamo appena visto. La ISO 27001 richiede dopo l’identificazione degli stakeholdersi – di cui fanno sicuramente parte i lavoratori – delle misurazioni per cinque aspetti delle procedure: contesto, leadership, pianificazione, supporto (o meglio, risorse) e attività operative. Queste informazioni documentate devono essere formulate in modo da essere consistenti, misurabili quando praticabile, monitorabili, comunicabili in modo chiaro, in modo da definire concretamente responsabilità, compiti e risorse.

La ISO 27001, in particolare, richiede anche l’istituzione di procedure per la gestione di incidenti oltre alla semplice pianificazione e preparazione, come la valutazione di singoli episodi che possono far emergere nuove minacce o procedure per l’identificazione, la raccolta, l’acquisizione e la conservazione delle prove relative agli eventi di sicurezza. Un’altra peculiarità rispetto alla ISO9001 è il focus sull’implementazione di procedure di disaster recovery, ovvero la capacità del sistema di mitigare non solo il rischio di incidente ma anche gli effetti di eventuali fughe di dati o altri eventi disastrosi, partendo dal presupposto che sia impossibile prevedere tutti i possibili scenari.

Il modello delle ISO emerge già chiaramente come un sistema molto affidabile per certificare l’esistenza di un approccio sistematicamente organizzato e basato sulla valutazione e mitigazione del rischio, ma non è l’unico. Affianco a queste certificazioni abbiamo la direttiva europea NIS2, che nel 2022 è andata a sostituire la direttiva sulla sicurezza delle reti di informazione (Network Information Security, NIS). Come quella che l’ha preceduta, l’obiettivo di questa direttiva è quello di definire 10 principi di sicurezza che gli attori esposti alle reti e infrastrutture di informazioni devono rispettare.

Il primo è l’implementazione di un approccio basato sulla valutazione e mitigazione del rischio, che è letteralmente lo standard di questo settore, ma se vediamo gli altri nove vediamo un importante interazione con la ISO 27001, essi sono: 2) adozione di misure per garantire che anche i fornitori e le terze parti coinvolte rispettino gli standard di sicurezza, 3) obbligo di procedure di segnalazione dei dettagli essenziali di incidenti in 24 ore e di un rapporto dettagliato in 72 ore, 4) sviluppo di piani di continuità operativa, 5) effettuazione di test periodici e valutazioni ricorrenti delle vulnerabilità, 6) implementazione di controlli d’accesso rigorosi per sistemi ed infrastrutture critici, 7) formazione regolare del personale sulle best practices, 8) adozione di tecniche di crittografia avanzata e altre misure per la protezione dei dati sensibili, sia in transito sia a riposo, 9) promozione della condivisione delle informazioni su minacce e incidenti a livello nazionale ed europeo, e 10) supervisione da parte delle autorità competenti con sanzioni severe per le organizzazioni che non rispettano i requisiti di sicurezza.

Possiamo vedere la direttiva NIS2 come una armonizzazione finale di tutti i principi del quadro regolatorio europeo che va a stringere per quelle aziende e quelle amminstrazioni pubbliche essenziali e importanti, che sono inevitabilmente esposte a delle minacce da parte di attori malintenzionati o con interessi nel ledere la loro sicurezza. Questo è un approccio particolarmente efficace per i sistemi di intelligenza artificiale, che non solo rappresentano di per sè una possibile minaccia, ma si offrono come punto debole della corazza digitale europea. La direttiva NIS2 è un modello di regolamentazione più forte che però sposa a pieno l’approccio che si è adottato con le IA.

Il grande problema delle ISO e della NIS2, però, è che la prima è esclusivamente su base volontaria – anzi, deve essere letteralmente acquistata come certificazione – mentre la seconda diventa obbligatoria in base alla criticità e all’essenzialità di un determinato settore. Vista la criticità dell’implementazione di un’intelligenza artificiale e visto il riconoscimento che fa la stessa Unione Europea del pericolo rappresentanto dalla gestione automatizzata dei dati personali, questi modelli rappresentano un’alternativa a cui guardare quando si parla di regolamentazione.

Alla fine di questa analisi possiamo dare un quadre generale dei principi e delle modalità con cui l’Unione Europea ha regolamentato la gestione dei dati dei dipendenti. L’obiettivo generale dell’impalcatura regolatrice europea è quella dello sviluppo di un’intelligenza artificiale per il bene sociale (AI4SG) come vantaggio strategico sugli altri attori globali all’interno della competizione per lo sviluppo di nuovi modelli di IA. Questo modello si basa sul bilanciamento tra la tutele dei diritti dei cittadini – incluso quello alla privacy – e la necessità dell’utilizzo dei loro dati per lo sviluppo tecnologico. Dopo l’adozione dell’AI Act è chiaro che il regolatore europeo ha deciso di mettere chiari limiti all’utilizzo dei dati per permettere un certo grado di libertà all’interno di questi.

L’adozione di questo approccio all’interno dell’ordinamento giuslavorista italiano ha incontrato delle tutele già esistenti, sia dal punto di vista dei principi sia dal punto di vista degli strumenti normativi; in particolare, la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori fanno emergere l’importanza del principio della limitazione delle finalità, che attivamente restringe l’iniziativa economica del datore di lavoro, mentre lo stesso Statuto e il GDPR hanno già ampiamente normato lo strumento degli obblighi informativi.

Questo quadro giuridico è necessario a far emergere come le tutele presenti nelle direttive e nei regolamenti europei, rivolte genericamente ai cittadini, riguardano anche le aziende e, in particolare, ai lavoratori. Non è per niente secondario sottolineare che nel concreto gli attori che già applicano le intelligenze artificiali sono le aziende che sperimentano l’algorithmic management, cioè che usano intelligenze artificiali per analizzare i dati dei dipendenti e ottimizzare l’organizzazione del lavoro.

Materialmente, l’approccio europeo si sposa con diversi principi della cybersecurity, soprattutto basandosi sulla valutazione e mitigazione del rischio concreto e personalizzato per ogni applicazione, il cosiddetto risk-based approach. Ciò comporta diverse cose per gli attori economici che decidono di adottare queste tecnologie, aldilà che essi siano aziende o pubbliche amministrazioni.

Per prima cosa si devono impegnare a fare dei controlli ex-ante, sotto forma di valutazioni d’impatto sui dati personali e su altri diritti fondamentali. Questi documenti non devono essere scritti come semplici liste di minimi raggiunti – o paradossalmente provare a dimostrare l’infallibilità delle proprie attività – ma devono essere svolte in dettaglio per anticipare quanti più possibili minacce.

Di conseguenza, questo sistema comporta anche sottostare ad un regime di monitoraggio con le autorità competenti a livello nazionale ed europeo e prepararsi anche con delle specifiche politiche di crisis-management, che partono dal mantenere l’operatività anche in caso si verifichi un incidente fino al mantenere un rapporto collaborativo e comunicativo con il Garante della Protezione dei Dati Personali.

Oltre alle procedure di monitoraggio e di collaborazione reciproca tra organizzazioni e autorità, un elemento chiave della strategia europea diventa quello delle certificazioni. Per ultima, è stata la direttiva NIS2 ad introdurre degli standard di sicurezza per i nodi critici ed essenziali della rete di informazioni europea, ma ancora prima esisteva già il sistema di certificazione ISO.

Questo tipo di certificazione, soprattutto quelle legate a questa materia come la ISO 27001, anche se volontaria si dimostra essere uno strumento indispensabile perché non vengono rilasciate a seguito della verifica di uno standard universale; paradossalmente, quello che rende efficace nella standardizzazione delle ISO è proprio la personalizzazione delle verifiche per cui quello che viene certificato è l’effettiva qualità – in questo caso della gestione dei dati dei propri dipendenti e di terzi coinvolti.

All’interno di questo quadro emerge una direzione ben marcata: sono richiesti degli standard di sicurezza per adoperare le IA nel mercato europeo. C’è da dire che sono comunque emersi dei punti di tensione all’interno del sistema regolatorio europeo. Prima di tutto, vista la natura cruciale di questa materia c’è un conflitto su quanta autonomia lasciare alle procedure di monitoraggio.

Se da un lato più autonomia potrebbe portare ad una qualità di controllo più stringente, la scelta di affidare ad agenzie governative questo compito dimostra quantomeno la volontà degli esecutivi europei di lasciarsi qualche forma di influenza – probabilmente soprattutto quanto riguarda la competizione internazionale.

Rientra nello stesso filone, il problema delle certificazioni ISO che rimangono un prodotto che deve essere acquistato tramite degli enti certificatori privati. Se questo permette effettivamente di garantire un buon livello di controllo, dall’altro rende virtualmente impossibile estenderlo a tutte le aziende e le pubbliche amministrazioni che effettivamente andrebbero a beneficiare dell’algorithmic management. Allo stato attuale delle cose c’è invece anche un criterio di selezione economico, che però tiene comunque in considerazione i lavoratori escludendo chi non ha questo standard dalla possibilità di usare questa tecnologia.

Una chiave di lettura per futuri regolamenti può trovarsi in quello che abbiamo chiamato il ‘problema zero’ dell’intelligenza artificiale: l’affidabilità. Questo punto di partenza ci permette di districare questi primi nodi, ed altri a seguire, scegliendo la soluzione che permette di creare un clima con la necessaria fiducia per questi strumenti tecnologici. Non solo possiamo citare quindi dei controlli indipendenti, stringenti e magari finanziati attraverso strumenti pubblici – visto che le direttive europee già parlano di creare uffici dedicati a questi, basterebbe dargli le risorse necessarie a fare davvero bene questo lavoro – ma possiamo citare lo strumento (tutto italiano) della partecipazione dei lavoratori in questi processi.

Il fatto che nel nostro ordinamento l’adozione di queste tecnologie richiede la consultazione delle organizzazioni sindacali e un accordo con quelle comparativamente più rappresentative è uno strumento cruciale nella battaglia per aumentare la fiducia nella tecnologia.

Questa tesi non mira ovviamente ad essere esaustiva dell’argomento, ma dopo aver dato un quadro generale di come le cose dovrebbero funzionare a seguito dell’implementazione dell’AI Act ci sono anche successive possibilità di studio. Prima di tutto servirebbe una verifica sperimentale di quante aziende e pubbliche amministrazioni hanno queste certificazioni e concretamente quali sono queste best practices che stanno emergendo. Probabilmente un sistema pubblico europeo andrebbe ad incoraggiare una certa sistematizzazione di questo processo, ma non essendo all’orizzonte servirebbe anche costruire un’immagine concreta dello stato attuale delle cose.

Un’altra prospettiva da approfondire è quanto si stia dimostrando efficace il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali in questo processo. Si può dare per certo che non è sufficiente rendere obbligatoria la consultazione con i sindacati per costruire davvero questo clima di fiducia, ma serve lo sforzo ulteriore affinché i lavoratori si sentano realmente protagonisti in questi processi.

La base giuridica per questo si può ritrovare nel fatto che, come abbiamo ribadito diverse volte in questa tesi, i dipendenti di un’azienda non sono meri strumenti produttivi ma veri e propri portatori di interessi interni all’azienda; visto che in tutti i processi di valutazione citati in questa analisi gli stakeholder hanno sempre un ruolo rilevante, dovrebbe essere chiaro che un gruppo così centrale al funzionamento di un’azienda dovrebbero avere un altrettanto ruolo centrale in processi del genere.

Questa prospettiva avrebbe delle ricadute decisamente positive; riguardando decine di milioni di persone solo nel nostro paese – l’INPS nel 2022 ne contava 26,6 milioni – andrebbe attivamente a diffondere quanto meno la conoscenza che la sicurezza dei propri dati viene considerata nei processi di costruzione delle pratiche aziendali. Questo è già effettivamente negli obiettivi del legislatore europeo, il che dimostra che siamo sulla strada giusta; tuttavia, nel momento in cui si decide che la strategia europea per il mercato delle IA è quella di diventare il polo regolatore allora c’è bisogno di andare fino in fondo con questa prospettiva. Le basi tecniche e giuridiche ci sono, serve solo avere la determinazione necessaria.

L’analisi ha evidenziato come l’AI Act europeo abbia stabilito un framework normativo completo basato sui principi della cybersecurity per la gestione dei dati dei dipendenti nell’era dell’intelligenza artificiale. Il quadro regolamentare europeo integra risk-based approach, procedure DPIA/FRIA, controlli post-market e certificazioni ISO 27001, creando un ecosistema di tutele che bilancia innovazione tecnologica e protezione dei diritti dei lavoratori.

Per approfondire tutti gli aspetti tecnici, normativi e pratici degli standard di gestione dei dati dei dipendenti dopo l’AI Act, scarica il white paper completo “Standard di gestione dei dati dei dipendenti dopo l’AI ACT” di Biagio Poliseno, che offre un’analisi dettagliata del framework europeo, casi d’uso pratici e linee guida operative per aziende e pubbliche amministrazioni.

Fonti:

[1] Cfr. Introduzione di questa tesi

[2] Agenzia per l’Italia Digitale (AGID). Strategia italiana per l’intelligenza artificiale 2024-2026. Consultato online il 14 febbraio 2025.

[3] Tebano L. (2023) “Poteri datoriali e dati biometrici nel contesto dell’AI Act”, Federalismi.it, 18 ottobre 2023

[4] Cappai M. (2024) “Intelligenza artificiale e protezione dei dati personali nel d.d.l. n. 1146: quale governance nazionale?”, Federalismi.it, 18 dicembre 2024

[5] Limone, E. varie dispense riportate in bibliografia

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Per la differenza tra questi dati cfr. il paragrafo 1.3 della tesi

[9] Tebano, L. Op. Cit.

[10] Giaccaglia, M. (2024). “La gestione algoritmica dell’impresa tra tutele dei lavoratori e prospettive partecipative (sul modello della sicurezza sul lavoro?)”. Diritto della sicurezza sul lavoro, (2), 478-502

[11] D’Arcangelo, L. (2024). “Data protection e sicurezza sul lavoro: un documento di valutazione dei rischi (DVR) anche per la privacy?.” Diritto della sicurezza sul lavoro, (1), 48-63

[12] Testo del GDPR consultabile dal sito del Garante Protezione dei Dati Personali a questo link https://tinyurl.com/5ymhbpew

[13] Limone, E. varie dispense riportate in bibliografia

[14] Iaselli M. (2024) “Dalla verifica reale dei prodotti una difesa per i diritti fondamentali. I controlli successivi”

[15] “La nozione di «deployer» di cui al presente regolamento dovrebbe essere interpretata come qualsiasi persona fisica o giuridica, compresi un’autorità pubblica, un’agenzia o altro organismo, che utilizza un sistema di IA sotto la sua autorità, salvo nel caso in cui il sistema di IA sia utilizzato nel corso di un’attività personale non professionale. A seconda del tipo di sistema di IA, l’uso del sistema può interessare persone diverse dal deployer”, Reg.UE 2024/1689, considerando 13

[16] Iaselli M. (2024) “Monitoraggio post-vendita per un sistema più efficiente. I controlli successivi”

[17] Nella bibliografia sono riportati i diversi articoli contenuti nel quinto dossier del 2024 di Guida al diritto curato dal Sole24Ore

[18] Aimo, M. (2024). “Il management algoritmico nel lavoro mediante piattaforma digitale: osservazioni sulle prime regole di portata europea.”

[19] Cappai M. (2024) “Intelligenza artificiale e protezione dei dati personali nel d.d.l. n. 1146: quale governance nazionale?”, Federalismi.it, 18 dicembre 2024

[20] Ibid.

[21] Limone usa questo termine per indicare l’approccio delle certificazioni che controllano una serie di “minimi” evitando di affrontare la maggiore complessità di certi processi, come per esempio la gestione delle IA.

[22] International Organization for Standardization, ISO 27005:2022

Profilo Autore

Biagio Poliseno è nato a Bari il 21 agosto 2000. Dopo essersi trasferito a Roma, ha intrapreso un percorso accademico internazionale, conseguendo con lode una laurea triennale in Affari Internazionali presso la John Cabot University nel dicembre 2021. A marzo 2024 ha completato con il massimo dei voti la laurea magistrale in Scienze dell’amministrazione e della politica pubblica presso Sapienza – Università di Roma, con una tesi sul algorithmic management e il ruolo del sindacato nella regolazione dell’intelligenza artificiale nei contesti lavorativi.

Parallelamente alla formazione accademica, ha maturato esperienze in ambito amministrativo, redazionale e universitario, con tirocini in contesti di ONG e aziende. Durante la pandemia ha ricoperto il ruolo di Covid Manager, coordinando l’applicazione dei protocolli di sicurezza durante eventi sportivi organizzati da l’ACI.

Nel 2025 ha concluso con lode il master di II livello in Informatica giuridica, diritto delle nuove tecnologie alla Sapienza, presentando una tesi dedicata agli standard di gestione dei dati dei dipendenti alla luce del Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act).

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