OpenAI sfida TikTok?

OpenAI sta preparando il lancio di una nuova app autonoma dedicata al suo modello di generazione video Sora 2, con un interfaccia che richiama da vicino l’esperienza di TikTok, con feed di clip verticali a scorrimento, suggerimenti personalizzati e funzioni di interazione come like, commenti e remix.

Cosa cambia rispetto a TikTok

La differenza sostanziale, spiega in un anticipazione Wired, è che i contenuti saranno interamente creati dall’AI, senza possibilità per gli utenti di caricare file dai propri dispositivi. Gli utenti potranno generare brevi clip fino a 10 secondi. Tra le funzioni più discusse c’è la verifica dell’identità: chi conferma la propria identità potrà creare video con il proprio volto e consentire ad altri di farlo. Se l’immagine di una persona viene utilizzata, quest’ultima riceverà una notifica, anche se il contenuto non viene pubblicato. Una misura pensata per gestire uno dei nodi più delicati della generazione video tramite AI: l’uso non autorizzato di volti e identità digitali.

La società mira a trasformare il modo in cui il pubblico interagisce con i video generati dall’intelligenza artificiale, sfruttando anche un contesto geopolitico favorevole. Le incertezze legate alla vendita delle attività statunitensi di TikTok aprono infatti una finestra strategica per inserirsi in un mercato in piena evoluzione.

Restano però aperte diverse questioni: copyright, tutela dei minori e limiti etici della creatività artificiale. L’app si rifiuta in molti casi di produrre contenuti che violano diritti, ma OpenAI è già sotto i riflettori per la controversia legale con il New York Times. Per la protezione degli utenti più giovani, l’azienda ha introdotto controlli parentali più severi, incluso un sistema predittivo dell’età capace di individuare l’uso da parte di adolescenti.

Il panorama competitivo si fa sempre più affollato: oltre a OpenAI, anche Google e Meta stanno investendo nella generazione video tramite AI. Con Sora 2, OpenAI non si limita a lanciare un nuovo strumento, ma lancia una vera e propria sfida a TikTok, puntando a ridefinire i confini dell’intrattenimento digitale.

OpenAI sempre più in alto: ricavi in aumento del 16%

Sul fronte economico, OpenAI continua a muoversi in equilibrio tra crescita e sostenibilità. Nei primi sei mesi del 2025 ha registrato circa 4,3 miliardi di ricavi, in aumento del 16% rispetto all’intero 2024, ma con un cash burn di 2,5 miliardi, legato soprattutto ai costi di ricerca, sviluppo e infrastrutture. Nonostante margini ancora negativi, l’azienda può contare su una solida liquidità di oltre 17 miliardi di dollari, che le consente di sostenere un’espansione ambiziosa e di puntare a 13 miliardi di fatturato entro fine anno, mantenendo il burn sotto gli 8,5 miliardi.

A rafforzare il modello ci sono la partnership strategica con Microsoft e il supporto tecnologico di NVIDIA, mentre in prospettiva si valuta anche una tender offer per offrire liquidità ai dipendenti. Un percorso che conferma la rapidità della crescita, ma che solleva al tempo stesso interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo di un business ad altissima intensità di capitale.

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Sostenibilità ambientale, risparmio e sicurezza. Come l’AI sta cambiando il settore delle costruzioni

Innovare per rispondere a una crescente complessità progettuale, a pressioni normative e a una domanda di sostenibilità ambientale. È questa la rotta che le imprese del settore delle costruzioni devono seguire, in uno scenario in cui la digitalizzazione e l’IA non rappresentano più un’opzione, ma una necessità strategica per migliorare efficienza, sicurezza e competitività.

Secondo il rapporto su IA e digitalizzazione presentato da ANCE, nel settore delle costruzioni la Generative AI può avere un impatto economico tra i 90 e i 150 miliardi di dollari a livello mondiale. Come in tutti i processi, chi ha saputo cogliere per primo la sfida è oggi in vantaggio.

Le imprese che si sono attivate in anticipo nell’adozione dell’intelligenza artificiale sono riuscite in minor tempo ad assorbire l’investimento iniziale e ad avere maggiori introiti. Le realtà che si sono mosse dopo dovranno attendere il 2030 e oltre per rientrare dall’investimento

Progettazione digitale e cantieri connessi

Uno dei primi ambiti di applicazione è la progettazione, dove strumenti come il Building Information Modeling (BIM) si affermano come standard. L’IA potenzia il BIM permettendo di integrare grandi quantità di dati, anticipare criticità e simulare scenari complessi. Algoritmi predittivi consentono di stimare costi e tempi con maggiore precisione, riducendo i rischi di sforamenti di budget e ritardi. Inoltre, la generative design, basata su intelligenza artificiale, offre ai progettisti nuove soluzioni architettoniche e strutturali ottimizzate in funzione di materiali, vincoli normativi e impatti ambientali.

Nei cantieri, la diffusione di sensori IoT, droni e robotica si combina con l’IA per monitorare in tempo reale avanzamento lavori, consumi energetici e condizioni di sicurezza. Telecamere intelligenti e sistemi di computer vision individuano comportamenti a rischio, segnalano anomalie e contribuiscono a ridurre gli incidenti. I droni, dotati di algoritmi di riconoscimento delle immagini, eseguono ispezioni rapide delle strutture, limitando l’esposizione dei lavoratori a situazioni pericolose.

Allo stesso tempo, la raccolta dati in cantiere alimenta piattaforme digitali che permettono ai project manager di prendere decisioni informate e tempestive.

Efficienza energetica e sostenibilità

L’attenzione crescente verso la sostenibilità ambientale trova un alleato nell’intelligenza artificiale. Gli edifici di nuova generazione vengono progettati per ridurre consumi energetici e impronta di carbonio, con sistemi di automazione che apprendono dai comportamenti degli utenti e regolano in maniera dinamica illuminazione, riscaldamento e ventilazione.

Nella fase di costruzione, l’analisi predittiva supporta una gestione più efficiente delle risorse e dei materiali, contribuendo a minimizzare sprechi e a promuovere l’economia circolare. L’IA, inoltre, rende possibile monitorare nel tempo le prestazioni degli edifici e pianificare interventi di manutenzione preventiva.

Secondo le stime riportate nel rapporto di ANCE, l’integrazione dell’AI riduce dell’80% i tempi di preparazione delle offerte nelle gare d’appalto, un taglio dal 20 al 30% dei costi di manutenzione, una diminuzione delle tempistiche di sviluppo della progettazione (30-50%), dei tempi di consegna (50-70%) e una precisione nel controllo della qualità e del design maggiore dell’80%.

Settore costruzioni: competenze e nuove professionalità

Questa evoluzione porta con sé anche una trasformazione della forza lavoro. Le competenze richieste non sono più soltanto manuali, ma includono capacità digitali, conoscenze di analisi dati e familiarità con strumenti di IA. Emergono nuove figure professionali, come i data analyst specializzati in edilizia, i tecnici BIM e gli ingegneri esperti di algoritmi predittivi. La formazione diventa quindi un pilastro essenziale per accompagnare la transizione del settore, garantendo che le innovazioni tecnologiche si traducano in un vantaggio competitivo e non in una barriera.

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L’attrice creata con l’AI pronta a rubare il lavoro a quelle reali

Chi è Tilly Norwood? Una vera attrice o no? Come è stata creata?

Tilly Norwood è una figura che ha scosso le fondamenta di Hollywood e un po’ tutto il mondo del cinema, ma non esiste in realtà: è la prima attrice interamente generata dall’Intelligenza Artificiale (AI). Non si tratta di una persona “vera”, ma di un personaggio virtuale iperrealistico, creato utilizzando una serie di strumenti di generazione di video, voce e animazione.

La sua creazione è opera di Xicoia, uno studio di talenti basato sull’AI e una divisione della società di produzione Particle6, entrambe fondate dall’attrice, comica e tecnologa olandese Eline Van der Velden. Secondo i suoi creatori, Tilly Norwood è stata realizzata e addestrata utilizzando dieci diversi strumenti di intelligenza artificiale per poter offrire “sfumature, emozione e coerenza” ed essere pronta all’ingaggio e disponibile su richiesta come qualsiasi attore umano.

Tilly Norwood è stata presentata per la prima volta al pubblico in uno sketch comico interamente generato dall’AI intitolato AI Commissioner e ha fatto il suo debutto ufficiale per gli addetti ai lavori in occasione dello Zurich Summit, tenutosi a margine dello Zurich Film Festival nel settembre 2025.

Facciamo attenzione a questo punto, l’attrice generata dall’AI di cui tanto si sta parlando, al momento l’abbiamo vista alla prova solamente in un brevissimo video.
Per tutto il resto vale sempre il detto: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.
Un mare di cose da fare, di lavoro e di investimenti. Un mare che prenderà forma solo ed esclusivamente se gli spettatori lo vorranno, cioè noi.

L’attrice che fa paura a Hollywood

L’introduzione di questa “attrice che non esiste” ha provocato un immediato allarme nell’industria cinematografica di Hollywood. Il motivo principale è il fatto che Norwood sia stata concepita non come un semplice espediente tecnico, ma come una potenziale star del cinema destinata a competere con attori in carne e ossa.

L’allarme è cresciuto in seguito alla rivelazione, da parte di Eline Van der Velden, che diverse agenzie di talenti di Hollywood erano in trattativa per rappresentare l’attrice virtuale.
Sebbene Xicoia la presenti come un “lavoro creativo” e uno “strumento nuovo”, la prospettiva che un’attrice non umana possa essere “scritturata” in un mercato tradizionalmente riservato agli attori reali ha generato sgomento e concreta preoccupazione.

“Crediamo che la prossima generazione di icone culturali sarà sintetica: star che non si stancano mai, non invecchiano mai e sanno interagire con i fan. Ma proprio come nelle migliori case di produzione, la chiave non è la tecnologia, ma la narrazione e le persone dietro quelle storie“, ha dichiarato Eline Van der Velden spiegando che cos’è Xicoia. 

Attrice sintetica e minaccia ai posti di lavoro, ma soluzione ideale per i produttori

Molti attori, alcuni dei quali di spicco come Emily Blunt e Melissa Barrera, hanno espresso pubblicamente il loro sdegno, vedendo in Tilly Norwood una potenziale minaccia diretta al proprio lavoro e alla professione in generale, specialmente alla luce del recente sciopero SAG-AFTRA che ha avuto tra le sue richieste proprio la regolamentazione dell’IA.

Per alcuni, questa tipologia di attore/attrice rappresenta il “prototipo ideale” di interprete per l’establishment di Hollywood: un’attrice che non ha un ego, non invecchia, non richiede un salario elevato e può essere completamente malleabile alle esigenze di registi e produttori.

Van der Velden ha anche accennato a considerazioni economiche, suggerendo che l’AI possa ridurre i costi di produzione e i vincoli di budget, sottolineando anche in maniera provocatoria che “siamo agli albori di una nuova categoria: la proprietà intellettuale delle celebrità basata sull’intelligenza artificiale. La missione di Xicoia è plasmarla, farla propria e stabilire lo standard creativo. Proprio come il XX secolo è stato caratterizzato dall’ascesa di star del cinema e icone pop, crediamo che il XXI secolo sarà caratterizzato dal talento sintetico“. 

Poi sul talento sintetico ci sarebbe da scrivere un fiume di parole. Veramente vogliamo vedere sullo schermo attori/attrici perfetti/e, denti bianchissimi, pelle diafana, occhi di tutti i colori, capelli soffici e fluenti, con zero capacità recitativa? Non bastano gli algoritmi, la bellezza e la seduzione degli esseri umani sta anche se non soprattutto nell’imperfezione.

Che ne sarà del cinema al tempo dell’AI?

Non ultime, sono state sollevate anche preoccupazioni etiche sul fatto che la creazione del volto di Tilly Norwood possa aver utilizzato come base le fattezze di centinaia di attrici reali (o magari persone comuni), senza riconoscerne il lavoro o un giusto corrispettivo.

L’emergere di questo fenomeno (probabilmente siamo solo agli albori di un nuovo mondo cinematografico) costringe l’industria a un ripensamento profondo sul futuro della creatività, dell’identità, del lavoro nell’intrattenimento e dei diritti correlati.
Rimanendo solo nel settore cinematografico e audiovisivo, a questo punto, quando guardiamo all’AI, vediamo solo un semplice strumento di “effetti speciali”, o una potenziale sostituta di talenti umani sullo schermo?

Siamo decisamente ancora ad un livello più di marketing che di produzione effettiva (quanta pubblicità gratuita stiamo facendo alla signora Eline Van der Velden?), ma a seconda di come risponderemo a questa domanda davanti a noi avremo solo due strade, è solo una questione di tempo.

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AI, data center e rinnovabili guidano la spesa globale in smart grid, stimata a 573 miliardi di dollari entro il 2030

Cosa sono le smart grid?

La trasformazione digitale sta entrando con forza anche nel settore elettrico. Le smart grid, ovvero le reti elettriche intelligenti, rappresentano la nuova frontiera per garantire efficienza, resilienza e sostenibilità ai sistemi energetici.

Basate sull’integrazione di tecnologie digitali – dall’intelligenza artificiale (AI) all’Internet of Things (IoT) – le smart grid consentono di bilanciare domanda e offerta in tempo reale, prevenire guasti, ridurre sprechi e integrare in maniera massiccia le fonti rinnovabili.

Pensando a quanto accaduto in Spagna e Portogallo, le smart grid rendono i blackout di energia elettrica molto meno frequenti, meno gravi e più facili da gestire.

Investimenti record nelle smart grid globali

Secondo l’ultimo report di GlobalData, gli investimenti nelle infrastrutture di trasmissione stanno accelerando per rispondere alla crescente domanda di smart grid. Dopo aver raggiunto 343,2 miliardi di dollari nel 2024 (+10,5% rispetto al 2023), le previsioni indicano un incremento a 372,6 miliardi nel 2025 e un balzo fino a 573,7 miliardi entro il 2030.
Il tasso di crescita annuo composto (CAGR) stimato è del 9,2% nel periodo 2025-2030.

Nel dettaglio, le stazioni di trasformazione (substations) hanno assorbito nel 2024 la quota più significativa degli investimenti, pari a 246,4 miliardi, mentre le linee di trasmissione hanno pesato per 96,4 miliardi.

Quali i driver principali?

La crescita delle smart grid è alimentata da diversi fattori chiave: politiche governative per la decarbonizzazione e la sicurezza energetica; integrazione massiccia delle rinnovabili (solare, eolico) che richiede reti più flessibili e digitalizzate; adozione di tecnologie digitali come smart meter, AI, big data e blockchain per migliorare il monitoraggio e l’automazione; domanda crescente di resilienza contro blackout e instabilità della rete.

L’AI al centro

L’AI è destinata a diventare il cuore pulsante delle smart grid. Grazie ad algoritmi di previsione e manutenzione predittiva, le utility possono ottimizzare i flussi di potenza, automatizzare risposte a instabilità, ridurre i guasti e migliorare la sicurezza della rete.

Diversi sono gli esempi di grandi player del settore. Nvidia e Utilidata stanno sviluppando chip software-defined per reti elettriche regionali più intelligenti. Duke Energy usa AI e machine learning per la manutenzione predittiva delle proprie infrastrutture. Xcel Energy sfrutta la piattaforma Grid Vision di eSmart Systems per monitorare linee e sottostazioni. E.ON applica algoritmi di machine learning per prevedere i guasti ai cavi in media tensione. Southern Company collabora con WeaveGrid per integrare in modo efficiente i veicoli elettrici nella rete.

Il ruolo strategico dei data center

Anche i data center stanno diventando protagonisti della rivoluzione smart grid. Con consumi energetici sempre più elevati e una capacità di elaborazione dati cruciale, i data center forniscono servizi essenziali per il controllo della rete, l’integrazione delle rinnovabili e l’automazione AI-driven.

Iniziative come il programma DCFlex mirano a collegare data center e utility, consentendo maggiore flessibilità operativa e perfino il flusso bidirezionale di energia: in caso di emergenze, i data center avanzati possono restituire elettricità alla rete, rafforzandone la stabilità.

Smart grid, verso una rete elettrica digitale e sostenibile

La smart grid non è solo una tecnologia, ma un tassello fondamentale per la transizione energetica. L’evoluzione della rete elettrica verso modelli intelligenti e interattivi permetterà di ridurre drasticamente inefficienze e interruzioni di servizio, garantendo una maggiore integrazione delle rinnovabili e un uso più razionale delle risorse.

Con quasi 600 miliardi di dollari di investimenti previsti entro il 2030, la sfida è già aperta: la corsa non è solo industriale e tecnologica, ma anche geopolitica, perché chi controllerà le reti intelligenti controllerà il futuro dell’energia.

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L’AI nei board d’impresa: dall’analisi dei bilanci all’indipendenza digitale

La nuova alfabetizzazione che non può più attendere

Immaginate di entrare in un board meeting dove si discute di EBITDA, cash flow, debt-to-equity. Tutti parlano la stessa lingua, tutti comprendono le implicazioni. Ora immaginate lo stesso board di fronte a decisioni su AI, algoritmi, dipendenze cloud. Quanti possono davvero dire di avere il controllo?

Mentre l’AI ridefinisce interi settori con forza dirompente, troppi CdA continuano a trattarla come “roba da tecnici”. Ma delegare oggi significa cedere il controllo del proprio futuro. Pensateci: se un algoritmo può determinare il successo del vostro modello di business, se un’interruzione cloud può paralizzare l’operatività, se un cambio normativo sull’AI può rendere obsoleti investimenti milionari… potete davvero permettervi di non capire?

Dall’umiltà di dover (ri)imparare nasce il vantaggio competitivo

ROI, EBITDA, NPV – per decenni questo vocabolario ha definito il buon amministratore. Competenze che restano fondamentali, certo, ma che oggi raccontano solo metà della storia.

L’altra metà? Si chiama indipendenza digitale. Non un concetto astratto, ma una strategia misurabile che in RED OPEN abbiamo aiutato decine di aziende a costruire.

Cos’è davvero l’indipendenza digitale
(e perché vi serve ora)

Dimentichiamo per un attimo le definizioni teoriche. L’indipendenza digitale è la vostra capacità di:

Controllare ciò che è vostro

  • I vostri dati sono davvero vostri? O vivono su piattaforme che domani potrebbero cambiare regole, prezzi, disponibilità?
  • Potete cambiare fornitore tecnologico senza paralizzare l’azienda?
  • Quanto tempo vi serve per riprendervi se un servizio esterno si interrompe?

Costruire competenze che restano

  • Quanti progetti digitali gestite internamente versus quanti delegate a consulenti che poi se ne vanno?
  • Il vostro team comprende davvero cosa fa l’AI o si limita a usarla?
  • State formando le persone o comprando soluzioni chiavi in mano che nessuno capisce?

Innovare con autonomia

  • State sviluppando tecnologie proprietarie o solo assemblando quelle di altri?
  • La vostra cultura aziendale abbraccia il cambiamento o lo subisce?
  • Avete una governance dell’AI o navigate a vista?

Le metriche che contano (quelle che dovreste monitorare già da domani)

Nei nostri progetti con RED OPEN, abbiamo identificato indicatori concreti che ogni board dovrebbe tenere sotto controllo:

  • Autonomia dei dati: che percentuale dei vostri dati critici è gestita internamente?
  • Competenze interne: quanti progetti digitali riuscite a gestire senza consulenti esterni?
  • Flessibilità tecnologica: quanto tempo vi serve per cambiare un fornitore tecnologico critico?
  • Resilienza operativa: in quanto tempo vi riprendete da un’interruzione di servizi esterni?

Sono numeri che parlano. Come l’EBITDA, come il ROI. Solo che questi numeri determinano se domani esisterete ancora.

AI ResponsAbility By Design™: oltre la compliance

L’AI Act è qui. Le responsabilità sono definite. Ignorarle non è un’opzione. Ma conformarsi non basta.

Il metodo AI ResponsAbility By Design™ che abbiamo sviluppato in RED OPEN va oltre: coniuga produttività con responsabilità sociale, efficienza con etica. Non è un comitato in più, è un nuovo modo di pensare che permea l’organizzazione.

Perché un’AI mal governata non è solo un rischio legale. È un rischio esistenziale.

Le domande che il vostro board dovrebbe porsi (stasera)

Sedetevi con i vostri consiglieri. Guardate negli occhi il vostro CEO. E chiedetevi:

  • Abbiamo una vera governance dell’AI o solo un Chief Digital Officer che fa da parafulmine?
  • Conosciamo i nostri vincoli tecnologici o scopriamo le dipendenze solo quando è troppo tardi?
  • L’AI sta migliorando le nostre decisioni o stiamo solo automatizzando vecchi processi?
  • Stiamo costruendo competenze interne o accumulando contratti di consulenza?
  • Abbiamo metriche per misurare la nostra autonomia digitale o navighiamo al buio?

Se non avete risposte chiare, non siete soli. Ma non è una consolazione: è un campanello d’allarme.

Il management del futuro è già qui

L’AI non sostituirà i manager. Ma i manager che sanno usare l’AI sostituiranno quelli che non lo sanno fare. È brutale? Sì. È vero? Assolutamente.

I nuovi leader non sono solo interpreti di bilanci. Sono architetti di sistemi dove tecnologia, persone e strategia danzano insieme. Leggono pattern nei dati come leggono il cash flow. Valutano rischi algoritmici come valutano quelli finanziari.

Da dove cominciare (davvero)

La trasformazione verso l’indipendenza digitale non è un progetto IT. È una strategia di sopravvivenza che richiede:

  1. Assessment onesto del vostro livello attuale di dipendenza tecnologica
  2. Roadmap concreta con milestone misurabili, non solo buone intenzioni
  3. Investimento in formazione del board e del management, non solo dei tecnici
  4. Partner strategico che vi guidi senza creare nuove dipendenze

Il tempo delle deleghe è finito

L’indipendenza digitale non è un nice-to-have. È il nuovo requisito minimo per la continuità del business.

In RED OPEN abbiamo accompagnato decine di aziende in questo percorso. Non vendendo soluzioni preconfezionate, ma costruendo insieme la loro autonomia digitale. Perché crediamo che ogni azienda debba essere padrona del proprio destino digitale.

La domanda non è se dovete iniziare questo percorso. È se potete permettervi di aspettare ancora.

Il vostro prossimo board meeting potrebbe essere quello giusto per iniziare a fare le domande che contano. E se vi serve una guida per trovare le risposte, all’edizione IBE 2025 questi temi saranno centrali.

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Cybersecurity e AI Act: come l’UE regolamenta l’intelligenza artificiale sul lavoro

L’adozione dell’AI Act europeo ha ridefinito il panorama normativo sulla gestione dei dati dei dipendenti, introducendo nuove sfide e opportunità per le aziende. Questo articolo analizza come l’Unione Europea stia consolidando il suo ruolo di “polo regolatore” nell’ambito dell’intelligenza artificiale, ponendo particolare attenzione alla tutela dei lavoratori come portatori di interesse strategici nell’ecosistema digitale. L’approccio europeo, caratterizzato dall’integrazione tra AI Act e GDPR, riflette una strategia geopolitica volta a coniugare innovazione tecnologica e protezione dei diritti fondamentali, con particolare focus sulla cybersecurity e sulla gestione algoritmica del lavoro.

Quadro normativo AI Act: obiettivi e metodologia della ricerca

Lo scopo di questo lavoro è di sintetizzare il quadro normativo sulla gestione dei dati dei dipendenti dopo l’adozione dell’AI ACT. I dipendenti sono dei portatori di interesse interni alle aziende la cui tutela ha ricadute su tutta la popolazione, rendendoli un punto di vista strategico, nonostante siano stati spesso trascurati dal legislatore europeo. Il punto di partenza è quello della strategia europea in materia di intelligenza artificiale, dove emerge un’attenzione su due punti: il primo quello del diventare un “polo regolatore”, il secondo quello di tutelare la propria sicurezza informatica.

Questo approccio viene calato nell’ordinamento italiano, già ampiamente normato da statuto dei lavoratori e decreto trasparenza, che negli anni è stato arricchito dal legislatore europeo e l’IA Act rappresenta l’ultimo passo; in particolare, ci si sofferma sulle interazioni con il GDPR – l’altro regolamento in materia – e sulle procedure di monitoraggio introdotte nel capo IX.

Le criticità che l’ultimo regolamento va a toccare sono anche oggetto di diverse certificazioni ISO, che possono fornire un modello per risolvere il problema dell’affidabilità degli algoritmi e delle intelligenze artificiali, una sorta di “problema zero” dell’automazione. Nelle conclusioni si propone proprio la soluzione a questo problema come prospettiva per analizzare le attuali normative – e anche le prossime – facendo emergere proprio le tutele dei lavoratori e il coinvolgimento delle loro organizzazioni nel processo di costruzione della fiducia verso le nuove tecnologie.

Intelligenza Artificiale e Geopolitica: Unione Europea come polo regolatore?

Negli ultimi anni il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) ha preso sempre più importanza nel dibattito politico ordinario, seppur con alti e bassi, uscendo dalla zona di quegli argomenti che interessa a pochi addetti ai lavori. Sicuramente una causa dietro questo fenomeno è da trovarsi nel potenziale impressionante che questa tecnologia sta dimostrando di avere, ne sono un esempio gli ultimi sviluppi delle IA “generaliste” – cioè in grado di fare più compiti superando la necessità di una iper specializzazione – ma non è l’unica. Infatti, ci sono diverse tecnologie che nell’ultimo decennio hanno visto passi in avanti significativi come le reti blockchain, la realtà aumentata legata al metaverso o anche il settore della produzione energetica sostenibile.

Quello che ha coltivato l’interesse nella rivoluzione IA è il suo ruolo strategico sia nella possibilità di portare i livelli di produttività ad un nuovo balzo, grazie alla capacità di concepire soluzioni e tattiche fuori dalla portata di una mente umana, e l’integrazione che questa tecnologia ha con la data economy che è senza dubbio diventata uno dei motori portanti delle economie dei paesi più avanzati, inclusa l’Italia.

Al fine di comprendere gli scopi e le preoccupazioni degli attori coinvolti è necessario analizzare questo sviluppo tecnologico contestualizzandolo all’interno della realtà in cui è emerso. In questa partita non giocano un ruolo solo grandi e piccole aziende di sviluppo informativo, ma operano anche gli attori statali. Non c’è da stupirsi; è da dopo la pandemia gli interessi pubblici sono tornati a pesare sempre di più, portando gli stati a intervenire direttamente nell’economia e nei vari livelli di governance – intesa proprio come gestione degli interessi vivi della società.

Il punto di vista privilegiato dell’analisi condotta in questa tesi è quello europeo. Il motivo è da trovarsi nel fatto che in una partita di queste proporzioni, in cui gli attori in gioco sono Stati Uniti, Cina e Russia, gli stati europei sarebbero destinati all’irrilevanza se non si coordinassero tramite l’Unione Europea.

Questo è diventato particolarmente evidente nello sviluppo geopolitico degli ultimi anni, caratterizzato dallo scoppio di nuovi conflitti, tensioni, rotture e in generale dal declino di quel clima di collaborazione globale che aveva caratterizzato gli anni successivi alla fine della guerra fredda. La vicinanza con la Russia e la Cina, e dall’elezione di Donald Trump anche quella con gli Stati Uniti, inizia a far emergere delle conseguenze negative che quindi vanno soppesate rispetto ai benefici; in altre parole, è necessaria una rivalutazione della strategia internazionale europea.

È possibile vedere come questo nuovo contesto si rifletta anche nella partita per lo sviluppo delle IA. L’ultimo esempio è stato quando in Cina il fondo finanziario High-Flyer ha rilasciato il suo modello di ChatBot “DeepSeek[1]” in aperta competizione con l’americano ChatGPT rilasciato da OpenAI. Il semplice ingresso della Cina su questo mercato con un modello paragonabile a quello statunitense ha fatto impazzire i mercati portando a centinaia di miliardi di dollari di perdite.

Si prepara una lunga stagione di dazi, restrizioni d’accesso ed altre forme di protezionismo. Questa tesi non è il luogo per confrontare i vari modelli di IA, svelare la speculazione finanziaria alle spalle di queste aziende o approfondire altri temi affascinanti che girano attorno a questa tecnologia; invece, è fondamentale delineare quale sia la posizione che l’UE si stia ritagliando in questa competizione storica che è effettivamente unica nello scenario globale.

La cybersecurity, una componente fondamentale

L’UE si presenta come una sorta di “polo regolatore” che non promuove semplicemente lo sviluppo di modelli in competizione con gli altri, ma un intero approccio alternativo che possa andare a misurarsi non solo sull’efficacia di queste tecnologie ma sul loro impatto positivo. Proprio come per tutte le regolamentazioni attorno al mercato unico, la strategia europea consiste nel fare leva sulla propria superiorità in tema di valori etici e sociali.

In materia di IA si parla proprio di “Intelligenze Sociali per il bene comune”[2] e negli ultimi anni il legislatore comunitario si è concentrato sul far emergere un regolamento che andasse subito a chiarire i limiti per questa tecnologia tenendo a mente anche la necessità di innovazione. Questo iter si è tradotto nella pubblicazione del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, anche noto come AI Act, nell’estate del 2024.

Abbiamo già detto come le IA si vadano a integrare in un ecosistema economico informatico, digitale e basato sui dati, ma all’interno di un sistema conflittuale va tenuto a mente anche la necessità di proteggere questa infrastruttura da parte di attacchi di guerra ibrida e digitale – di cui il nostro paese è già stato soggetto in passato. All’interno di questa competizione non ci si può aspettare uno spirito sportivo e leale – forse nemmeno gli stati europei possono fregiarsi di averlo – e quindi diventa necessario inserire nella strategia europea una terza componente fondamentale, quella della cybersecurity.

Come vedremo nel corso della tesi, la sicurezza informatica o cybersicurezza rappresenta un vero e proprio approccio paradigmatico fondamentale per la regolamentazione. Questo perché si tratta di un metodo complesso volto a costruire interventi specifici per ogni singola organizzazione, partendo dai rischi e dalle opportunità particolari.

Questa prassi traspare non solo all’interno dell’AI Act, ma anche in tutti gli interventi normativi europei precedenti riguardo il mercato digitale. In particolare, si fa attenzione sia alle minacce esterne che emergono dal contesto internazionale sia a quelle interne dovute alla oggettiva novità e difficoltà tecnica. Il principio fondamentale, in ultima analisi, non è quello di tutelare la tecnologia in sè per sè, ma quello di tutelare il primato come mercato sicuro che tutela i propri cittadini. Non si parla solo della cybersecurity nel senso di protezione da attacchi hacker, ma come costruzione di un’infrastruttura sicura. Un approccio già presente con il regolamento sulla gestione dei dati personali, l’ormai celebre GDPR.

Ed è proprio il concetto di tutela che diventa il filo conduttore di questa ricerca, il cui fine è quello di studiare e sintetizzare quale sia il quadro complessivo che è emerso a seguito dell’ultimo regolamento in materia di IA. La lente specifica con cui è stata fatta questa analisi è quella del rapporto di lavoro e della base giuslavorista. Il motivo è che il ruolo dei lavoratori in queste dinamiche sociali non è secondario. Sono i lavoratori che fanno materialmente funzionare le aziende, le pubbliche amministrazioni e ogni altro aspetto della nostra economia, incluso lo sviluppo delle IA.

Gestione algoritmica e tutela dei lavoratori nell’AI Act

Una delle applicazioni con più alto potenziale per questa tecnologia prende forma all’interno della gestione algoritmica, o algorithmic management, in cui il processo automatizzato è quello di organizzazione del lavoro, stadardizzazione e valutazione dei processi produttivi. Non si tratta di una prospettiva futura, ma della realtà già presente per aziende colossali e critiche nell’economia nazionale e globale.

I lavoratori sono dei portatori di interesse che nella tutela del diritto alla privacy e dei dati personali tendono a non emergere quanto altre figure, come per esempio i consumatori. Questo è un’opportunità persa, che questa tesi cerca di cogliere. Le tutele dei lavoratori sono un aspetto altrettanto strategico che ha un impatto quotidiano sulla vita di tutti.

L’analisi condotta evidenzia come l’AI Act rappresenti un tassello fondamentale nella strategia europea di regolamentazione dell’intelligenza artificiale, con particolare riferimento alla gestione dei dati dei dipendenti. L’approccio dell’Unione Europea come “polo regolatore” si distingue per l’integrazione tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali, creando un framework normativo che coniuga GDPR e nuove disposizioni sull’IA.

Il prossimo capitolo approfondirà l’implementazione di queste normative nel contesto nazionale, analizzando il principio della limitazione delle finalità, gli obblighi informativi per il datore di lavoro e il quadro complessivo post-AI Act.

Per una comprensione completa e operativa di questi temi, è disponibile il white paper gratuito di Biagio Poliseno “Standard di gestione dei dati dei dipendenti dopo l’AI ACT”, una risorsa essenziale per professionisti e aziende che devono navigare il nuovo panorama normativo europeo.

Fonti:

[1] In cinese: 深度求索, shēn dù qiú suǒ
[2]“Artificial Intelligence For Social Good” abbreviato in AI4SG. L. FLORIDI, Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide, Raffaello Cortina Editore, 2022, p. 300. Citato in Tebano L. (2023) “Poteri datoriali e dati biometrici nel contesto dell’AI Act”.

Profilo Autore

Biagio Poliseno è nato a Bari il 21 agosto 2000. Dopo essersi trasferito a Roma, ha intrapreso un percorso accademico internazionale, conseguendo con lode una laurea triennale in Affari Internazionali presso la John Cabot University nel dicembre 2021. A marzo 2024 ha completato con il massimo dei voti la laurea magistrale in Scienze dell’amministrazione e della politica pubblica presso Sapienza – Università di Roma, con una tesi sul algorithmic management e il ruolo del sindacato nella regolazione dell’intelligenza artificiale nei contesti lavorativi.

Parallelamente alla formazione accademica, ha maturato esperienze in ambito amministrativo, redazionale e universitario, con tirocini in contesti di ONG e aziende. Durante la pandemia ha ricoperto il ruolo di Covid Manager, coordinando l’applicazione dei protocolli di sicurezza durante eventi sportivi organizzati da l’ACI.

Nel 2025 ha concluso con lode il master di II livello in Informatica giuridica, diritto delle nuove tecnologie alla Sapienza, presentando una tesi dedicata agli standard di gestione dei dati dei dipendenti alla luce del Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act).

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Il “muro dei droni” a Est. Kubilius (Ue): “Potrebbe essere pronto entro un anno”

Un muro di droni sul fianco orientale dell’Unione europea

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non solo ci ha riportati in un progressivo ‘stato di guerra’ che molti di noi pensavano ormai relegato agli archivi storici, ma ha anche introdotto nell’informazione quotidiana il termine droni.

Li conoscevamo bene come gadget, come oggetti tecnologici per giocare, da far volare dai balconi di casa o in giardino, mentre ora sono connotati come armi da guerra, spesso ad alto potenziale distruttivo.

Non solo, i droni militari impiegati negli attacchi in Ucraina, Russia, Iran, Israele, Palestina, Cisgiordania e altri Paesi martoriati dalla guerra, sempre più spesso divengono anche motivo di scontro diplomatico e strumento di provocazione. Non serve che colpiscano un bersaglio militare o civile, basta che violino uno spazio aereo per cercare/creare una reazione dello Stato coinvolto.

Parlando proprio della guerra in Ucraina, in occasione del discorso sullo Stato dell’Unione europea e in particolare degli “Stati membri in prima linea”, riferendosi a Estonia, Lituania e Lettonia, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “Dobbiamo rispondere all’appello dei nostri amici baltici e costruire questo muro di droni”.

Il Commissario Kubilius incontra i ministri degli Esteri dei Paesi Ue del ‘fianco orientale’

I recenti casi di presunti attacchi di droni in Romania, Polonia, Estonia e Danimarca (molti di questi ancora non sono chiari in termini di provenienza e attori coinvolti) hanno causato estrema preoccupazione e tensione militare non solo nei Paesi europei coinvolti, ma anche a livello di Alleanza atlantica (NATO).

“L’UE potrebbe migliorare significativamente le sue capacità di rilevamento dei droni entro un anno, ma ci vorrà molto più tempo per sviluppare una rete completa su terra e mare in grado di tracciare e distruggere gli obiettivi“, ha dichiarato a Euractiv il commissario alla Difesa Andrius Kubilius.
Un lavoro che potrebbe richiedere molto più tempo, ha spiegato il commissario, “per creare una rete completa sulla terraferma e in mare in grado di tracciare e distruggere gli obiettivi“.

Come ha spiegato in un post social il Rappresentante della Commissione europea, Thomas Regnier, “questo venerdì il commissario Andrius Kubilius discuterà del muro dei droni durante una riunione con i sette Stati membri in prima linea”.

“Dobbiamo capire che non abbiamo la capacità di rilevare i droni“, ha affermato Kubilius martedì all’evento di lancio di Euractiv per la sua newsletter quotidiana sulla difesa FIREPOWER, aggiungendo che “forse abbiamo una buona capacità di rilevare caccia e missili, ma i droni hanno una specificità: volano molto bassi e sono piccoli“.

Regnier cita direttamente Estonia, Lettonia, Finlandia, Lituania, Polonia, Romania, Bulgaria, Danimarca e Ucraina.  I colloqui dovrebbero fare luce sulle capacità esistenti, sulle lacune militari e sulle esigenze finanziarie.

Il portavoce ha ricordato inoltre che “l’Unione ha già compiuto grandi passi, si sta muovendo rapidamente, ma questo è solo l’inizio”, citando “il pacchetto Readiness 2030 e il relativo Libro bianco per individuare le lacune critiche”, menzionando lo stanziamento provvisorio di 150 miliardi di euro agli Stati membri “per stimolare gli investimenti nel settore della difesa”, senza dimenticare le “iniziative imminenti, come la tabella di marcia per la difesa e il pacchetto sulla mobilità militare”.

Che cos’è il “Drone wall” e il sistema di difesa multistrato?

Il fianco orientale dell’Unione europea, quindi tutti i Paesi che più degli altri hanno a che fare direttamente o pienamente con la Russia, dovrebbe rientrare in questo sistema difensivo o scudo di droni chiamato “muro”.

Ma in cosa consiste? Lo spiega Anna Desmarais in un articolo su EuroNews: “un sistema di difesa multistrato chiamato Eirshield, una piattaforma anti-drone sviluppata attraverso una partnership congiunta tra DefSecIntel e la società lettone Origin Robotics”.

Il sistema è completamente automatizzato e basato su soluzioni di intelligenza artificiale (AI), ha spiegato Agris Kipurs, cofondatore e CEO di Origin Robots.

Il muro “utilizza radar, telecamere, rilevatori di radiofrequenze, la direzione del drone e il suo livello di minaccia per decidere se un drone ostile debba essere disturbato o bloccato o se debba essere colpito da un altro drone”, ha dichiarato Jaanus Tamm, presidente e amministratore delegato dell’azienda di difesa estone DefSecIntel.

Tamm ha aggiunto che probabilmente dovranno essere apportate alcune modifiche al sistema Eirshield utilizzato in Ucraina per soddisfare gli standard Nato e per il “tempo di pace” nei Paesi Baltici.

L’alleanza dei droni con l’Ucraina

La stessa von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, ha dichiarato: “Possiamo utilizzare la nostra forza industriale per aiutare l’Ucraina a rispondere a questi attacchi con i droni. Possiamo contribuire a trasformare l’ingegnosità ucraina in un vantaggio sul campo di battaglia e in un processo di industrializzazione condiviso”.

“È per questo che l’Europa anticiperà 6 miliardi di euro dai prestiti per l’accelerazione delle entrate straordinarie e concluderà un’Alleanza per i droni (Drone alliance) con l’Ucraina”, ha precisato la Presidente della Commissione europea.

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Nvidia e OpenAI trattano per un accordo sul leasing dei chip. Un nuovo standard per l’intera industria?

Nvidia e OpenAI stanno trattando un’intesa rivoluzionaria: la società guidata da Jensen Huang avrebbe proposto a OpenAI un modello di leasing dei chip invece della classica vendita diretta.

La proposta, riportata in anteprima da The Information, rappresenta una formula innovativa che, secondo le prime stime, consentirebbe alla creatura di Sam Altman di ridurre i costi operativi tra il 10 e il 15%, garantendo al tempo stesso maggiore flessibilità nell’impiego delle risorse.

Leasing dei chip: una nuovo standard per l’intera industria?

In questo scenario, il leasing non rappresenterebbe soltanto un’opzione di finanziamento, ma una vera e propria leva strategica: ridurre l’impatto finanziario di investimenti stimati in centinaia di miliardi di dollari, accelerare la disponibilità di potenza di calcolo e limitare i rischi legati all’obsolescenza hardware.

Per Nvidia, il vantaggio sarebbe altrettanto evidente: flussi di ricavi ricorrenti e una posizione ancora più forte come partner esclusivo per OpenAI.

L’accordo potrebbe sollevare l’attenzione dell’antitrust

Un accordo di tale portata, con investimenti e capacità di calcolo su scala senza precedenti, potrebbe sollevare l’attenzione delle autorità antitrust, preoccupate per l’effetto escludente nei confronti di altri fornitori.

Le indagini regolatorie, in questo senso, sembrano un passaggio quasi inevitabile. Se l’intesa dovesse andare in porto, ci troveremmo davanti a un cambio di paradigma: il capitale fisso trasformato in servizio continuativo, con incentivi e rischi condivisi tra fornitore e utilizzatore.

Nvidia e l’accordo con OpenAI da 100 miliardi di dollari

Questa notizia conferma evidenzia la simbiosi crescente tra le due aziende. Proprio qualche giorno fa l’azienda di chip ha annunciato un investimento fino a 100 miliardi di dollari in OpenAI per supportare la costruzione di una colossale infrastruttura di data center alimentata dai propri chip AI.

Il progetto chiamato Project Stargate, definito ‘monumentale’ dal CEO Huang, prevede la realizzazione di strutture con una potenza combinata di 10 gigawatt, corrispondenti a circa 4-5 milioni di GPU.

Il primo investimento, pari a 10 miliardi di dollari, sarà attivato al completamento del primo gigawatt di capacità. Secondo fonti interne, i fondi saranno versati progressivamente e al valore di mercato corrente. Questo piano di sviluppo avrà inizio nella seconda metà del 2026, con l’adozione dei nuovi sistemi Vera Rubin di Nvidia.

OpenAI con Oracle e SoftBank pianifica altri 5 data center

OpenAI, in collaborazione con Oracle e SoftBank, ha annunciato inoltre un’iniziativa monumentale per la costruzione di cinque nuovi data center dedicati all’AI negli Stati Uniti, nell’ambito di ‘Stargate’.

I nuovi siti saranno dislocati in Texas, New Mexico, Ohio e in una località non divulgata del Midwest. Tre saranno costruiti congiuntamente da OpenAI e Oracle, mentre gli altri due coinvolgeranno anche una società affiliata a SoftBank.

L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere una capacità complessiva di 10 gigawatt nei prossimi anni, portando il totale già in sviluppo a quasi 7 gigawatt e oltre 400 miliardi di dollari di investimenti. Le nuove strutture dovrebbero generare circa 25.000 posti di lavoro diretti.

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OpenAI fa razzia di talenti Apple e sfida Meta sull’AI

La società guidata da Sam Altman ha avviato un’intensa campagna di reclutamento di ex dipendenti Apple, con l’obiettivo di costruire un team hardware capace di sviluppare dispositivi consumer strettamente integrati con la propria tecnologia AI.

L’operazione è diretta da Tang Tan, ex dirigente della divisione design di Cupertino, che sta guidando la selezione di profili specializzati in fotocamere, acustica, supply chain e ingegneria industriale. La portata dell’operazione ha spinto OpenAI a coinvolgere anche alcuni dei principali fornitori di Apple, come Luxshare Precision, incaricata di assemblare un primo prototipo, e Goertek, contattata per componenti audio.

Secondo fonti vicine al progetto, il lancio di un dispositivo ‘tascabile’ è previsto per la fine del 2026 o l’inizio del 2027.

Tra le ipotesi valutate emergono soluzioni come uno smart speaker senza display, occhiali intelligenti, registratori vocali e wearable pin, anche se non esiste ancora un formato definito. L’idea centrale è creare un prodotto ‘AI-native’ capace di interazioni naturali, contestuali e persistenti, senza replicare modelli già saturi di mercato.

L’acquisizione di io Products, realtà fondata da Jony Ive, contribuisce ulteriormente al rafforzamento del know-how nel design. Il reclutamento da Apple e l’alleanza con partner chiave del suo ecosistema mettono in luce una strategia aggressiva che potrebbe modificare gli equilibri dell’hardware consumer nei prossimi anni. Per

OpenAI, questa operazione rappresenta un passo decisivo verso l’ingresso nel settore dei dispositivi fisici, mentre per Apple si profila il rischio di una significativa perdita di competenze strategiche. L’iniziativa, se confermata nei tempi indicati, potrebbe sancire la nascita di un nuovo attore di rilievo nell’arena dei prodotti AI di largo consumo.

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Il boom dell’AI fa bene alle azioni, ma non altrettanto ai posti di lavoro

L’espansione accelerata dell’AI sta alimentando una crescita significativa del mercato azionario e del PIL statunitense, ma senza tradursi in una parallela creazione di impieghi.

A fronte di ingenti investimenti in infrastrutture e tecnologie legate all’AI, il mercato del lavoro mostra segni di rallentamento.

Nonostante il tasso di disoccupazione resti relativamente basso (4,3%), la media mensile di nuovi posti creati si è ridotta drasticamente rispetto all’anno precedente, e la percezione dei lavoratori circa la possibilità di trovare un nuovo impiego è ai minimi storici.

Secondo il presidente della Fed di Minneapolis, Neel Kashkari, il paradosso tra crescita economica e stagnazione occupazionale è solo apparente: i settori trainati dall’AI generano valore senza richiedere una forza lavoro numerosa. La costruzione di data center, ad esempio, implica un picco di occupazione iniziale, ma la fase operativa richiede pochi addetti.

Questo fenomeno rischia di acuire disuguaglianze economiche, con grandi ritorni per investitori e azionisti ma poche opportunità per la forza lavoro tradizionale. Il dibattito politico si divide nettamente: l’amministrazione Trump scommette sulla capacità del libero mercato di adattarsi, minimizzando l’intervento governativo.

I Democratici, al contrario, mettono in guardia dal rischio di disoccupazione strutturale e invocano politiche attive di riqualificazione.

Il senatore Mark Kelly ha definito l’aggiornamento delle competenze lavorative ‘la priorità assoluta’.

Nel contesto attuale, l’AI è al centro di una riconfigurazione del tessuto produttivo. La sfida sarà capire se l’economia riuscirà a reintegrare i lavoratori esclusi o se si andrà verso una polarizzazione sempre più marcata tra capitale e lavoro.

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Chatbot e social, la proposta Madia-Mennuni per l’età minima

Il rapporto complesso e rischioso dei minori con le nuove tecnologie

Il rapporto tra ragazzi e strumenti tecnologici è da tempo oggetto di studio e indagine. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) e la diffusione delle sue applicazioni, soprattutto di chatbot, ha aumentato l’attenzione di esperti e Istituzioni sulla relazione tra minori e servizi digitali, che si è fatta sempre più complessa.

Sul tema, la Rome Future Week di cui Key4Biz è media partner ha organizzato presso il Teatro Palazzo Santa Chiara la conferenza “AI Ragione Tu! L’infanzia incontra i chatbot”, con l’obiettivo di delineare un quadro teorico e critico per analizzare la natura del rapporto tra chatbot affettivi e sviluppo emotivo dei minori, a partire da tre prospettive chiave: tecnologica, psicosociale e normativa.

L’attualità stessa ci ricorda quanto il tema sia urgente: casi di cronaca, come quello denunciato da due genitori americani secondo cui un chatbot avrebbe contribuito al suicidio del figlio adolescente, mostrano in modo drammatico i rischi di un’interazione non mediata con sistemi conversazionali sempre disponibili e con pochissimi limiti.

Scorza (Garante Privacy): “Pendiamo troppo facilmente dalle labbra dei chatbot”

In un video messaggio dalla 47ª Global Privacy Assembly di Seul, Guido Scorza, Componente del Collegio del Garante per la Protezione dei Dati Personali, ha ricordato che l’estrema dipendenza dell’uomo della tecnologia è un vecchio problema, già evidenziato nel 1966 dall’informatico Joseph Weizenbaum con il suo chatbot sperimentale “Eliza”, primordiale programma informatico che consentiva a uomo e macchina di ‘dialogare’ con un linguaggio che sembrasse il più possibile naturale.

“Un esperimento accademico ben riuscito, ma che fin da subito ha posto al suo sviluppatore molti dubbi sulle potenzialità di questa tecnologia. Weizenbaum aveva capito che gli uomini troppo facilmente si affidano alle macchine”, ha commentato Sforza.

“Il numero di chatbot potrebbe presto superare quello degli esseri umani al mondo – ha detto Scorza – milioni di persone ogni giorno pendono dalle labbra dei chatbot. I bambini sono i più esposti e sono anche le prime vittime di questa tecnologia”.

Il componente del Collegio dell’Autorità si è chiesto poi: “Chi difende il diritto ad una crescita sana ed equilibrata? Chi vigila sull’impatto che questi servizi basati sull’AI hanno sulla mente dei più piccoli? Generalmente i benefici dell’innovazione tecnologica superano sempre i rischi, ma in questo caso il dubbio è lecito: questa tecnologia rappresenta davvero un progresso? O forse stiamo guidando a fari spenti in mezzo alla nebbia, consapevoli che ci sono bambini che attraversano la strada di continuo?”.

Caffo (Telefono Azzurro): “Dobbiamo costruire un sistema di mediazione tra le imprese e le persone”

“Se prima la grande battaglia era sulla regolamentazione per la protezione dei dati, oggi la sfida è molto più complessa. Se non riusciamo a porre limiti all’accesso dei bambini al mondo del digitale e dei suoi servizi riusciremo difficilmente a governare questo processo”, ha affermato Ernesto Caffo, Presidente Fondazione S.O.S. Il Telefono Azzurro ETS.

“Oggi abbiamo l’AI nelle scuole e questo va avanti senza nessun tipo di limitazione. I dati raccolti non si sa che fine fanno e come sono trattati. I ragazzi accedono su piattaforme come chatGPT o Grok che sono fortemente attrattivi. Piattaforme dove i ragazzi, che non vengono giudicati o ripresi in alcun modo e dove quindi si sentono liberi, pensano di essere in grado di vivere la propria esperienza senza pericoli, subendo invece un processo di mercificazione”, ha proseguito Caffo.

“I ragazzi arrivano da noi che hanno già parlato prima con i vari chatbot e non va dimenticato che i più giovani sono dei grandi produttori di dati e quindi delle miniere d’oro per i fornitori di queste tecnologie. Dobbiamo costruire un sistema di mediazione tra le imprese e le persone, a livello nazionale ed europeo.
In Europa ho percepito un grande sbilanciamento tra le grandi aziende tecnologiche e i Governi, apparentemente troppo fragili sul tema. Le leggi proposte ed attuate sembrano strumenti più dichiarativi che sostanziali
– ha aggiunto Caffo –  e serve un dibattito pubblico più ampio, perché dobbiamo trovare gli strumenti di supporto migliori, i più adeguati, per non trovarci in situazioni sempre più critiche”.

Lapenta (John Cabot University): “I minori passano più tempo con l’AI che genitori e insegnanti”

“Ogni tecnologia crea una forma di dipendenza”, ha sottolineato Francesco Lapenta, Direttore dell’Institute of Future and Innovation Studies presso John Cabot University.

“II problema dell’AI in rapporto con i bambini e i minori in generale è che si sta riducendo il tempo che i giovani passano con le Istituzioni di questo paese, dalla famiglia alla scuola. Dobbiamo capire quando la tecnologia è additiva, cioè crea possibilità, o è sottrattiva, come nel caso dell’AI”, ha precisato Lapenta.

“II genitore, il legislatore o l’insegnante, hanno a cuore il futuro dei bambini certamente più di OpenAI o Google. Questi si occupano di mercato e profitti, non di cura e attenzione alla fragilità. La sottrazione diventa pericolosa ancora di più quando queste istituzioni pensano di poter delegare il benessere del minore a queste piattaforme. La fragilità non è causata dalle piattaforme, le cause preesistono, vengono prima, sono di altra origine. L’AI risponde nel contesto, ‘here and now’, la responsabilità dell’insegnante o dello psicologo si misura nel tempo”, ha chiarito Lapenta.

Madia (PD): “Serve una legge che stabilisca un’età minima di accesso a internet e social”

“Quando ci si occupa di diritti dei minori non si può strumentalizzare il problema come ‘di parte’, bisogna muoversi insieme e collaborare il più possibile. La nostra è stata una scelta etica di base, partita dal voler superare la cultura del divieto come metodo per risolvere i problemi. Se le imprese stesse pongono dei limiti di età per frequentare queste piattaforme, questi ‘luoghi’ di interazione, che offrono opportunità e nascondono dei rischi, che non possiamo ignorare, significa che il problema del rapporto tra minori e tecnologia sussiste e va affrontato”, ha dichiarato Marianna Madia, Deputata del Partito democratico e già Ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione.

“La scienza ha dimostrato che un uso prematuro di questi strumenti può portare a varie forme di dipendenza, a forme di ansia e depressione, espone a truffe, bullismo digitale, violenza psicologica e purtroppo può portare a vere e proprie tragedie. Si può constatate inoltre un calo del livello di apprendimento, di attenzione, della vista – ha detto Madia – fino all’insorgere di disturbi endocrini, di obesità e di salute mentale. Nel momento in cui è dimostrato che il crollo del costo dello smartphone, che oggi è il regalo più diffuso per bambini di 10 anni, va di pari passo con la crescita esponenziale di accessi a neuropsichiatria infantile, noi ci chiediamo come rapportarci a questa tecnologia. Siamo dentro una bomba sociale, che è amplificata dall’uso prematuro di questi strumenti tecnologici”.

“Serve una legge nazionale che stabilisca un’età minima di accesso a internet e ai social network. Solo così possiamo garantire ai nostri bambini e ragazzi una reale tutela dai rischi online. Noi vogliamo introdurre nel nostro ordinamento una età minima per entrare sui social, i 15 anni. Lo ha detto anche la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non possono essere gli algoritmi ad educare i nostri figli. Noi italiani possiamo lavorare ad una legge pioneristica su questo”, ha concluso Madia.

Madia ha avviato un percorso parlamentare con un testo bipartisan insieme alla senatrice Lavinia Mennuni per regolare l’accesso a social e internet e introdurre un’età minima, con l’obiettivo di rendere effettive le leggi europee sul divieto di profilazione dei minori, che senza un chiaro limite di età ed efficaci sistemi di verifica diventano inapplicabili.

Mennuni (FdI): “Nel mini wallet digitale europeo le piattaforma dovranno verificare l’età degli utenti con un sistema unificato”

“Speriamo che la legge venga approvata. Abbiamo pareri favorevoli sul testo, ma un elemento molto positivo è stato che durante l’anno, a livello trasversale, i parlamentari si sono riconosciuti sul tema, grazie alla comunità scientifica che ha confermato l’importanza della proposta, ci sono tutti i presupposti perché l’iniziativa vada a buon fine”, ha dichiarato la stessa senatrice Lavinia Mennuni.

“In commissione bicamerale c’è stato un dibattito sui disturbi alimentari, che sono aumentati a dismisura da quando sono arrivati gli smartphone – ha proseguito Mennuni – perché i ragazzi hanno una fruizione delle notizie e delle conoscenze che prima non c’era. Vuoi dimagrire rapidamente, te lo spiega un chatbot, che può darti anche i migliori consigli per suicidarti, come se fosse la cosa più normale del mondo.
I ragazzi passano anche 7 ore al giorno sul telefono, molto di più che con i genitori, che di fatto non si accorgono di cosa accade nella vita dei figli, rapiti da queste tecnologie
”.

“È impossibile delegare il ruolo di controllo ai genitori. Le istituzioni devono intervenire e un limite minimo per la libertà di accesso è già un aiuto. A 15 anni c’è una maturità maggiore rispetto ai 13 previsti oggi per interagire con queste piattaforme. Sull’age verification l’Europa deve fare presto e meglio. L’Italia fa parte del programma pilota per la sperimentazione del mini wallet digitale europeo, dove le piattaforme, obbligate dal DSA, potranno verificare l’età degli utenti con maggiore facilità, tramite un sistema unificato valido per tutti. Un strumento in più contro le pratiche online che mettono a rischio i nostri figli”, ha sottolineato la senatrice.

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