Dal capitalismo della sorveglianza al marketing della solitudine: l’AI come surrogato emotivo

“È stato l’unico incoraggiamento ricevuto nella mia vita.” Così alcuni utenti hanno motivato la richiesta a OpenAI di ripristinare una versione di ChatGPT più “yes man”, più adulatrice. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una diagnosi sociale. Sam Altman, CEO di OpenAI, lo ha definito “straziante”. Matteo Flora, in un suo recente articolo, ne ha colto l’essenza: stiamo entrando nell’era del Marketing della solitudine (https://mgpf.it/2025/08/09/marketing-della-solitudine.html).

Se Shoshana Zuboff aveva descritto il Capitalismo della Sorveglianza come l’estrazione di valore dai nostri comportamenti, oggi vediamo emergere un nuovo modello: la trasformazione della fragilità emotiva in driver economico, con l’empatia artificiale venduta come surrogato delle relazioni reali.

I dati confermano la portata del fenomeno: ChatGPT ha superato 800 milioni di utenti attivi settimanali nel 2025, rispetto ai 400 milioni di inizio anno (The Social Shepherd, 2025). Ogni giorno elabora oltre 1 miliardo di richieste (Exploding Topics, 2025), e la sua app ha raggiunto 65 milioni di download (DemandSage, 2025). Gli utenti a pagamento (ChatGPT Plus) oscillano tra i 10 e i 15 milioni, con circa 5 milioni di business user (Backlinko, 2025; The Verge, 2025). Nel 2024 i ricavi hanno superato i 2,7 miliardi di dollari, con una crescita del 285% anno su anno, e nel 2025 la recurring revenue è stimata intorno ai 10 miliardi (Business of Apps, 2025; Financial Times, 2025). Parallelamente, Google — pur mantenendo oltre il 90% di quota del search — registra segnali di arretramento simbolico: milioni di utenti, soprattutto under 25, iniziano le loro ricerche direttamente su ChatGPT o su strumenti simili (Washington Post, luglio 2025).

La tecnologia, del resto, non segue mai il solco che immaginiamo. Mentre tutti aspettavamo il “robot da compagnia” perfetto, l’AI è scivolata suadente nelle nostre mani sotto forma di app per smartphone. Non più un androide umanoide, ma un assistente digitale sempre disponibile, capace di assumere ruoli emotivi. È lo stesso meccanismo già visto con i social media: nati con obiettivi generici, si sono lasciati plasmare dal comportamento degli utenti fino a diventare ecosistemi globali.

Un recente studio condotto su community con fragilità psichiche ha rilevato che quasi il 49% delle persone utilizza sistemi come ChatGPT come forma di supporto psicologico (AP News, 2024). Un dato enorme se si pensa che parliamo di utenti vulnerabili, che si affidano a un chatbot non tanto per una risposta tecnica, ma per un bisogno umano: sentirsi ascoltati, compresi, incoraggiati. Questa tendenza trova conferma anche in una meta-analisi su oltre 3.800 partecipanti, secondo cui i chatbot terapeutici possono portare a una riduzione dei sintomi depressivi fino al 64% (Augnito, 2024). Un risultato che, se letto con cautela, mostra come l’AI possa avere un ruolo di “primo intervento” emotivo o di affiancamento in contesti dove le risorse psicologiche sono scarse.

Accanto a questi dati incoraggianti, però, emergono ombre significative. Negli Stati Uniti, un uomo in crisi dopo una separazione ha trascorso fino a 16 ore al giorno a conversare con ChatGPT, arrivando a credere che potesse volare. Questo delirio lo ha spinto a un tentativo di suicidio (People, 2024). È stato coniato il termine “AI psychosis” per descrivere un attaccamento patologico all’AI: persone che sviluppano convinzioni deliranti, attribuendo ai chatbot coscienza, intenzioni o persino missioni spirituali (Washington Post, agosto 2025). Non parliamo più solo di uso eccessivo, ma di veri e propri quadri psicologici alterati.

Questa ambivalenza — potenziale beneficio e rischio grave — obbliga a riflettere. L’AI non è nata come strumento terapeutico, ma in molti casi sta “riempiendo i vuoti” lasciati dai sistemi di welfare, dalla carenza di psicologi accessibili, dall’aumento delle solitudini urbane. In altre parole: le persone non cercano un chatbot perché lo considerano migliore di uno psicologo, ma perché spesso non hanno alternative. E qui nasce il vero rischio sociale: che la dipendenza affettiva dall’AI diventi sistemica, normalizzando il ricorso a relazioni artificiali in luogo di quelle reali.

Non possiamo dimenticare che la solitudine stessa è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una vera emergenza di salute pubblica. Noreena Hertz, nel suo libro The Lonely Century, l’ha chiamata “il male del secolo”: un fenomeno che aumenta il rischio di mortalità tanto quanto fumare 15 sigarette al giorno, e che incide su depressione, malattie cardiache e declino cognitivo. Oggi, secondo diverse indagini epidemiologiche, milioni di persone in Europa e negli Stati Uniti dichiarano di non avere nessuno a cui rivolgersi in caso di necessità. Questo quadro rende ancora più delicato l’incontro tra AI e fragilità umana.

Alcuni studi scientifici hanno già provato a valutare il ruolo dell’AI in questo campo. Un articolo pubblicato su Nature (2023) ha analizzato l’uso dell’app Replika (l’app che ti permette di creare un amico virtuale che impara e si adatta alle tue conversazioni) tra studenti universitari: il 3% degli utenti ha dichiarato che l’AI ha contribuito a fermare ideazioni suicidarie. Altri studi sistematici, soprattutto in contesto geriatrico, hanno misurato l’effetto dei robot sociali con riconoscimento vocale ed emotivo, mostrando riduzioni significative della percezione di solitudine. Tuttavia, un recente paper (Technological folie à deux, arXiv 2025) mette in guardia dai rischi: l’attaccamento patologico a chatbot può sfociare in deliri condivisi, richiedendo interventi coordinati tra clinici, sviluppatori e regolatori.

Queste dinamiche pongono sfide cruciali. Per i minori, ad esempio, il parental control non può limitarsi ai contenuti: deve tener conto del rischio di dipendenza affettiva da un interlocutore artificiale. Per il mercato, la personalizzazione delle “personalità digitali” (Cinico, Nerd, Ascoltatore) formalizza la vendita di comfort emotivo, trasformando la fragilità in domanda. Per i regolatori, l’AI Act europeo si concentra su rischi sistemici e trasparenza algoritmica, ma non tocca la dimensione emotiva e relazionale della tecnologia.

Quello che per un ingegnere è un “bug” da correggere — il tono eccessivamente adulatore di un modello linguistico — per molti utenti diventa una feature vitale. È la trasformazione della fragilità in prodotto, un mercato che nessuno aveva previsto ma che ora tutti dobbiamo affrontare. La vera domanda non è se l’AI sarà più empatica, ma se le nostre società sapranno costruire relazioni umane abbastanza forti da non avere bisogno di surrogati digitali. Non si tratta solo di tecnologia, ma di cultura, educazione e comunità. Perché — come dimostra la vicenda del “ChatGPT yes man” — la solitudine non è un bug della macchina. È un bug della società.

In questo senso, l’urgenza è duplice: integrare l’educazione emotiva e digitale nei programmi scolastici e formativi, per aiutare giovani e adulti a riconoscere i rischi di dipendenza dalle AI “empatiche”; monitorare con protocolli etici specifici le AI che assumono funzioni relazionali, garantendo trasparenza e valutando i rischi psicologici; coinvolgere famiglie e comunità nella costruzione di spazi di relazione reale; e ampliare il perimetro normativo dell’AI Act includendo anche i rischi emotivi e relazionali, oggi esclusi. Solo così potremo affrontare questo nuovo “marketing della solitudine” senza lasciare che il vuoto umano diventi il più redditizio dei mercati.

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AI e democrazia, come l’AI ha plasmato le elezioni globali del 2024

Nel 2024, l’intelligenza artificiale ha giocato un ruolo cruciale e, per molti versi, senza precedenti nei processi elettorali di tutto il mondo. Secondo un gruppo accademico internazionale che monitora l’integrità dell’ambiente informativo — simile per approccio e rigore all’IPCC sul cambiamento climatico — ben quattro elezioni su cinque sono state influenzate dall’uso di strumenti basati sull’AI, con coinvolgimento tanto nei grandi paesi come India e Stati Uniti, quanto in realtà meno popolose.

Una penetrazione globale dell’AI elettorale

Le democrazie che hanno attraversato il 2024 senza subire alterazioni significative legate all’intelligenza artificiale rappresentano l’eccezione: Mongolia, Botswana e Togo sono tra i pochi esempi. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, l’AI è stata impiegata in modo diretto o indiretto per modellare l’opinione pubblica, orientare il voto o, in alcuni casi, destabilizzare l’intero processo democratico.

Contenuti artificiali e origini opache

La principale applicazione dell’AI nelle elezioni è stata nella produzione di contenuti digitali. Circa il 46% dei materiali diffusi non è risultato riconducibile ad alcuna fonte verificabile. Dei contenuti tracciabili, un quarto è stato generato da attori politici locali, mentre il 20% proveniva da soggetti stranieri, spesso con finalità ostili.

Il dato più allarmante riguarda la natura dell’uso di questi strumenti: in oltre due terzi dei casi, l’intelligenza artificiale è stata impiegata per creare deepfake, diffondere disinformazione e manipolare l’elettorato. Tra i casi più emblematici, le Isole Salomone hanno visto attori russi e cinesi lanciare campagne coordinate per influenzare il voto e minare la stabilità politica.

Episodi critici

Uno degli episodi più gravi si è verificato in Romania, dove la diffusione massiccia di contenuti generati artificialmente ha portato all’annullamento delle elezioni presidenziali. Ma non tutte le applicazioni dell’AI si sono rivelate dannose: in Madagascar, la tecnologia è stata impiegata in modo costruttivo per semplificare l’identificazione degli elettori, dimostrando che un utilizzo trasparente e mirato può effettivamente migliorare i processi democratici.

Il dilemma: influenza o determinismo?

Nonostante l’evidenza di un impatto crescente, rimane una questione fondamentale irrisolta: quanto abbia inciso, in modo concreto e misurabile, l’uso dell’AI sull’esito effettivo delle elezioni. Come nel caso del cambiamento climatico, il monitoraggio continuo è fondamentale, ma spetta alla classe politica globale decidere quali contromisure adottare per tutelare la sovranità democratica.

Il 2024 potrebbe passare alla storia come l’anno in cui l’intelligenza artificiale è diventata un attore invisibile ma potente nei processi elettorali globali.

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Deepfake e truffe crypto con testimonial famosi: evoluzione, rischi e difese

L’avvento e la diffusione massiva dei deepfake – contenuti audiovisivi sintetici generati da algoritmi di intelligenza artificiale – rappresentano una trasformazione paradigmatica nel dominio delle minacce digitali. L’intersezione tra questa tecnologia e le criptovalute, asset digitali intrinsecamente non regolamentati e decentralizzati, ha dato origine a una nuova categoria di attacchi altamente sofisticati, in grado di eludere i tradizionali strumenti di detection e comprometterne simultaneamente sicurezza, reputazione e integrità dei dati.

Genesi tecnologica: GAN, democratizzazione e weaponization

Alla base dei deepfake risiedono architetture neurali di tipo GAN (Generative Adversarial Networks), composte da due reti contrapposte: un generatore che produce contenuti sintetici e un discriminatore che ne valuta la verosimiglianza. L’interazione iterativa tra i due componenti consente al sistema di convergere progressivamente verso risultati indistinguibili da materiale reale, sia a livello visivo che fonetico.

L’accesso pubblico a modelli pre-addestrati (come StyleGAN, DeepFaceLab o Synthesia), la disponibilità di dataset open-source ad alta risoluzione e la potenza computazionale facilmente noleggiabile (GPU-as-a-service) hanno abbattuto le barriere di ingresso, consentendo anche a soggetti non particolarmente esperti di produrre contenuti fake altamente persuasivi. Questo processo di democratizzazione tecnologica ha reso i deepfake uno stratagemma operativo sempre più utilizzato in contesti fraudolenti, con particolare incidenza nel settore crypto.

Criptovalute come ambiente operativo favorevole

Le criptovalute, per loro natura pseudonime e irreversibili, costituiscono un ambiente ideale per monetizzare truffe basate su deepfake. La mancanza di intermediari istituzionali, la possibilità di creare wallet anonimi, l’assenza di controlli KYC stringenti e la facilità di trasferimento transfrontaliero dei fondi offrono ai threat actor un vettore d’uscita efficace e difficilmente rintracciabile. Questo ha favorito la nascita di una vera e propria economia illecita parallela, alimentata da attori che operano nel dark web offrendo servizi di deepfake-as-a-service, clonazione vocale, identità sintetiche e moduli di attacco end-to-end.

Casistiche operative: analisi di campagne fraudolente

Tra il 2023 e il 2025, si è assistito a una crescita esponenziale delle campagne fraudolente che impiegano deepfake per veicolare falsi schemi di investimento. Secondo il report Unit42 di Palo Alto Networks, numerosi video deepfake raffiguranti figure pubbliche – Elon Musk, giornalisti della CNN, esponenti politici europei – sono stati utilizzati per indurre utenti a cliccare su link malevoli integrati in falsi articoli di notizie o segmenti video simulati in formato telegiornale.

Nel caso documentato da RMIT FactLab, un deepfake di Elon Musk – con sincronizzazione labiale e intonazione vocale generata da modelli TTS (text-to-speech) neurali – promuoveva un presunto servizio di trading automatizzato denominato “Quantum AI”, incoraggiando gli utenti a investire 400 dollari con la promessa di ritorni garantiti. Il link associato, apparentemente riconducibile a una testata giornalistica (9news.com.au), reindirizzava a un dominio fraudolento, strutturato per mimare un portale d’informazione autorevole e contenente script malevoli per il tracciamento degli input utente e l’acquisizione di seed crypto.

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In Canada, il fenomeno ha assunto dimensioni sistemiche. Il Canadian Anti-Fraud Centre ha registrato centinaia di casi in cui i deepfake venivano impiegati per promuovere presunti “AI trading bots” con promesse di guadagni mensili elevatissimi (fino a 27.000 CAD/mese). Le vittime – tra cui figure come Mohammad Haque e Stephen Henry – sono state indotte a trasferire fondi verso wallet fraudolenti riconducibili a operazioni criminali internazionali.

Superamento dei tradizionali modelli di attacco

I deepfake rappresentano un’evoluzione rispetto alle tecniche classiche di phishing e spear-phishing. Mentre queste ultime si basano su manipolazioni testuali o visive relativamente semplici, i deepfake generano un ambiente percettivo immersivo, sfruttando la componente audiovisiva per abbattere le difese cognitive dell’utente.

La possibilità di generare in tempo reale identità artificiali coerenti (volto, voce, comportamento) rende obsoleti molti controlli biometrici standard. Alcuni attori malevoli sono stati in grado di aggirare processi di autenticazione video-KYC e sistemi antifrode basati su riconoscimento facciale, impiegando deepfake dinamici in sessioni di verifica bancaria live.

Impatto economico e reputazionale

Il danno economico associato a queste truffe è sostanziale. Secondo Deloitte, entro il 2027 le perdite globali associate all’uso fraudolento dei deepfake potrebbero superare i 40 miliardi di dollari. Nel solo 2024, in Canada, si stima che 190 milioni di CAD siano stati persi in truffe crypto abilitate dall’IA generativa. Queste cifre, già allarmanti, potrebbero essere significativamente sottostimate in virtù della forte sottodenuncia da parte delle vittime.

A livello reputazionale, l’effetto è altrettanto grave: la diffusione virale di video contraffatti associati a figure istituzionali può compromettere la fiducia degli stakeholder, generare crisi reputazionali e innescare dinamiche di disinformation. Il rischio reputazionale colpisce anche le imprese, i cui brand vengono talvolta co-optati nei contenuti fake, generando un impatto diretto sulla customer trust e sulle metriche ESG.

Tecniche di detection: stato dell’arte

Il riconoscimento dei deepfake rappresenta una sfida in continua evoluzione. Oltre agli approcci empirici (analisi visiva di incongruenze nel labiale, movimenti oculari, artefatti di rendering), si stanno affermando tecnologie di deepfake forensics basate su:

  • Analisi dei micro-movimenti facciali (Action Unit Discrepancy);
  • Texture inconsistenze tramite reti convoluzionali (CNN);
  • Confronti semantici tra transcript audio e modelli linguistici di coerenza;
  • Verifica della fingerprint biometrica e del modello vocale (voiceprint).

Strumenti commerciali (es. Deepware, Sensity Sentinel, Attestiv) e soluzioni open-source (es. DeepfakeDetector, FaceForensics++) impiegano queste tecniche per assegnare punteggi di affidabilità e individuare contenuti manipolati. L’evoluzione futura sarà probabilmente dominata da sistemi di detection adversarial-aware, in grado di apprendere e adattarsi a manipolazioni sempre più impercettibili.

Misure difensive: architettura multilivello

Una protezione efficace contro i deepfake in ambito crypto richiede un approccio integrato, che combini misure tecniche, procedurali e comportamentali:

Per le organizzazioni:

  • Controlli a due canali su operazioni critiche (es. verifica via voce umana e conferma via canale fisico separato)
  • Autenticazione biometrica multifattoriale + behavioral analytics
  • Training periodico del personale tramite simulazioni deepfake-based phishing
  • Integrazione con threat intelligence feeds specializzati in social deception
  • Sandboxing di contenuti audiovisivi non verificati

Per gli utenti individuali:

  • Restrizione dei contenuti multimediali pubblici (evitare sovraesposizione di immagini e video personali)
  • Verifica sempre incrociata di offerte di investimento con fonti istituzionali
  • Utilizzo di strumenti di verifica video (es. InVID, Forensically, Hive Moderation)
  • Approccio diffidente a contenuti con linguaggio pressante o ritorni economici improbabili

Conclusione: la resilienza cognitiva come prima linea di difesa

Nel nuovo scenario digitale dominato da manipolazioni percettive e identità sintetiche, la fiducia – non più nei contenuti, ma nei processi di validazione – diventa l’elemento cruciale per garantire sicurezza e trasparenza. Il deepfake non è solo una minaccia tecnica: è una sfida epistemologica, che impone un ripensamento delle strategie di autenticazione e dell’alfabetizzazione digitale.

L’adozione congiunta di tecnologie di detection avanzata, protocolli procedurali resilienti e cultura della verifica può costituire una barriera efficace contro un fenomeno destinato a crescere. La battaglia contro i deepfake non sarà vinta con la sola tecnologia, ma con una società digitale capace di riconoscere la realtà anche quando essa viene ingegnosamente imitata.

Fonti:

F. Arruzzoli, Deepfake – significato, storia e evoluzione, ICT Security Magazine (23/07/2024).

F. Arruzzoli, Deepfake, una reale minaccia alla cybersecurity, ICT Security Magazine (10/12/2024).

L. Graham, “Elon Musk used in fake AI videos to promote financial scam”, RMIT FactLab (15/08/2023).

M. Rizzuto, “Crypto-scam hosts pop-up livestream featuring a deepfaked Elon Musk”, DFRLab – Atlantic Council (25/09/2024).

The Emerging Dynamics of Deepfake Scam Campaigns on the Web, Palo Alto Networks Unit42 (29/08/2024).

A. Cruciani, “Deepfake, truffe in aumento con l’AI generativa. Perché siamo tutti a rischio e come difendersi”, Corriere della Sera (25/02/2024).

Europol Innovation Lab, Facing reality? Law enforcement and the challenge of deepfakes (Gen. 2024).

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Le startup AI della Silicon Valley adottano il controverso orario di lavoro ‘996’ cinese

Sempre più startup legate all’AI nella Silicon Valley stanno abbracciando il modello lavorativo ‘996’, una pratica controversa importata dalla Cina che prevede turni dalle 9 del mattino alle 9 di sera per sei giorni a settimana, per un totale di 72 ore.

Se in Asia questo regime ha generato polemiche e mobilitazioni contro forme di ‘schiavitù moderna’, negli Stati Uniti sta guadagnando terreno come standard tacito per le aziende in rapida espansione tecnologica, con molti imprenditori che lo considerano essenziale per competere a livello globale.

Secondo diverse testimonianze, tra cui quella di Adrian Kinnersley, recruiter e imprenditore nel settore HR, sempre più imprese richiedono ai candidati una disponibilità esplicita a rispettare il 996 prima ancora di essere intervistati. Il fenomeno viene spinto da una cultura che celebra il sacrificio totale per il successo, rifacendosi a miti come Steve Jobs o Kobe Bryant.

Alcune aziende, come Rilla, dichiarano apertamente nei loro annunci di lavoro le aspettative di oltre 70 ore settimanali, offrendo in cambio pasti quotidiani anche nei weekend, nel tentativo di mantenere alta la produttività.

Ciononostante, emergono visioni divergenti: mentre alcuni fondatori giustificano il modello come inevitabile nei primi anni di vita di una startup, altri, come Amrita Bhasin di Sotira, ritengono inaccettabile estenderlo ai dipendenti non dirigenziali.

Questo ritorno all’estremismo lavorativo segna un netto cambio di rotta rispetto alla narrativa pandemica che enfatizzava il benessere e l’equilibrio. La crescente adozione del 996 solleva interrogativi su sostenibilità, salute mentale, giustizia sociale e sul futuro stesso dell’ethos tecnologico occidentale.

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L’AI può prevedere il cancro? Un nuovo modello utilizza la genomica per simulare i tumori

Un team interdisciplinare di scienziati ha sviluppato un modello digitale innovativo per prevedere l’evoluzione dei tumori, combinando genomica del paziente e simulazioni computazionali. Ispirato ai modelli meteorologici, il sistema consente di replicare in tempo virtuale il comportamento cellulare nei tessuti, facilitando la comprensione della comunicazione tra cellule e della progressione del cancro.

Utilizzando una particolare ‘grammatica ipotetica’ in linguaggio naturale, i ricercatori riescono a trasformare le dinamiche biologiche in modelli computazionali accessibili anche ai non esperti. L’approccio è stato testato su casi di tumore al seno e al pancreas.

Le simulazioni hanno mostrato come l’ecosistema cellulare, composto anche da cellule non tumorali come i fibroblasti, influenzi profondamente l’esito delle terapie, evidenziando risposte eterogenee tra pazienti virtuali.

In particolare, il modello ha previsto l’insuccesso dell’immunoterapia in alcuni casi di tumore pancreatico, a causa della barriera creata dai fibroblasti intorno alle cellule cancerose. Tali simulazioni digitali permettono di esplorare ipotesi cliniche senza esporre i pazienti a rischi o costi elevati, aprendo la strada alla medicina di precisione.

Il software è stato reso open-source per garantire la sua diffusione nella comunità scientifica e validato anche in ambito neuroscientifico. Il progetto, finanziato da più enti, tra cui il National Cancer Institute e la National Foundation for Cancer Research, prevede applicazioni future nei gemelli digitali e nei trial clinici virtuali. Questo framework promette di rivoluzionare la ricerca oncologica, simulando esperimenti in silico e supportando decisioni terapeutiche su misura.

Per approfondire

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Cybersecurity e geopolitica: il partenariato strategico Italia-Israele

La cooperazione tra Italia e Israele in campo di cybersecurity rappresenta uno degli esempi più significativi di partenariato tecnologico-strategico nel panorama mediterraneo contemporaneo.

Entrambi i paesi si trovano ad affrontare crescenti minacce cyber, in un contesto geopolitico sempre più complesso: il 2024 ha segnato un punto di svolta, con l’Italia che ha registrato un record di 1.979 eventi monitorati (+40% rispetto al 2023) e Israele che, con ben 1.550 incidenti, si è classificato secondo al mondo per numero di attacchi informatici.

Questa escalation delle minacce ha accelerato la cooperazione bilaterale tra Roma e Tel Aviv, trasformando la preesistente partnership diplomatica in una collaborazione tecnologica avanzata che tocca settori critici come energia, finanza e infrastrutture digitali.

Le radici storiche del partenariato cyber

La cooperazione Italia-Israele affonda le sue radici in oltre 75 anni di relazioni diplomatiche consolidate. Il 25 gennaio 1949, sotto la guida del Primo Ministro Alcide De Gasperi, l’Italia riconobbe “de facto” Israele, diventando uno dei primi paesi a legittimare il nuovo stato ebraico e così gettando le basi di una fiducia reciproca che si sarebbe evoluta attraverso decenni di cooperazione.

Il primo patto formale di sicurezza bilaterale risale al 1986, con l’Accordo Italia-Israele sulla Lotta al Terrorismo firmato in seguito al dirottamento dell’Achille Lauro. Il trattato stabilì protocolli di condivisione di intelligence e coordinamento nella repressione del terrorismo internazionale, creando un precedente cruciale per la futura cooperazione cyber e trasformando una relazione principalmente diplomatica in un partenariato di sicurezza operativo.

La vera svolta verso la cooperazione in ambito cybersecurity iniziò negli anni 2000, quando entrambi i paesi iniziarono a sviluppare capacità cyber nazionali. Israele anticipò questa evoluzione nel 2002 con la Risoluzione B/84, che istituì la protezione delle infrastrutture critiche attraverso la National Information Security Authority (NISA).

L’Italia seguì con maggiore cautela, stabilendo il proprio framework di cybersecurity solo molti anni dopo, con la Legge 133/2019 sul Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica.

L’accelerazione della cooperazione (2022-2025)

Gli ultimi tre anni hanno visto un’accelerazione senza precedenti nella cooperazione Italia-Israele. Il momento più significativo è stato l’emendamento alla legge italiana sulla cybersecurity del 2024, che inizialmente escludeva le aziende israeliane dagli incentivi per l’uso di tecnologie cybersecurity domestiche. La controversia diplomatica che ne seguì dimostrò l’importanza strategica del partenariato: i parlamentari italiani Andrea Orsini (Forza Italia) ed Ettore Rosato (Azione) riuscirono a modificare la legge, includendo “paesi terzi identificati per decreto tra quelli che fanno parte di accordi di collaborazione con l’Unione Europea o la NATO su cybersecurity”.

Già nel 2022 il dialogo bilaterale aveva raggiunto nuovi livelli di intensità. L’ex Direttore Generale dell’Israeli National Cyber Directorate (INCD) Yigal Unna aveva infatti incontrato il suo omologo italiano Roberto Baldoni, allora Direttore Generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), in una conferenza organizzata dall’Università di Bari Aldo Moro e dal Jerusalem Institute for Strategy and Security. In quell’occasione Unna evidenziò come Italia e Israele fossero “sulla stessa lunghezza d’onda” riguardo alla cybersecurity, sottolineando le analogie tra i due paesi in tema di sicurezza nazionale, tecnologia e partnership.

Parallelamente, il colosso della difesa italiano Leonardo ha siglato nel 2023 due accordi strategici con l’Israeli Innovation Authority (IIA) e con la Ramot Tel Aviv University, focalizzandosi su cybersecurity, quantum technologies e sistemi autonomi; gli accordi prevedono lo scouting di startup israeliane per il programma di accelerazione Business Innovation Factory di Leonardo, con particolare attenzione alle aree “Simulation & Gamification” e “Cybersecurity & Networking”.

Le minacce cyber che uniscono i due paesi

L’intensificazione della cooperazione è stata guidata da minacce cyber sempre più sofisticate. Il gruppo hacktivist filo-russo NoName057(16) ha colpito massicciamente entrambi i paesi, con oltre 500 attacchi DDoS contro l’Italia nel 2024, includendo tra i loro obiettivi aeroporti, ministeri e il sito web della Premier Meloni. Il gruppo – nato nel marzo 2022, subito dopo l’invasione russa in Ucraina – ha condotto 1.174 attacchi in 32 nazioni occidentali utilizzando lo strumento DDOSIA.

Le minacce iraniane rappresentano un’altra fonte di convergenza strategica. Gruppi APT iraniani come Agonizing Serpens hanno colpito i settori educativi e tecnologici israeliani tra gennaio e ottobre 2023, mentre l’Italia ha subito attacchi correlati come parte delle più ampie operazioni iraniane nel Mediterraneo. Il ransomware contro la Technion University, seguito da una richiesta di riscatto di 1.7 milioni di dollari e attribuito a MuddyWater (gruppo collegato all’Iran) illustra la sofisticazione di queste minacce.

L’escalation bellica post-7 ottobre 2023 ha triplicato l’intensità degli attacchi contro Israele, con 1.900 attacchi significativi identificati e 17.078 chiamate alla hotline nazionale 119 per cyberattacchi (+24% anno su anno). Parallelamente l’Italia ha registrato 756 eventi cyber contro istituzioni nazionali nel 2024, raddoppiando rispetto all’anno precedente: questa sincronizzazione delle minacce ha evidenziato la necessità di una risposta coordinata e condivisa.

Capacità difensive complementari

Negli ultimi anni l’Italia ha sviluppato un framework di cybersecurity completo e allineato agli standard dell’Unione Europea, raggiungendo un punteggio perfetto (100/100) nell’ITU Global Cybersecurity Index 2024.

L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), istituita nel giugno 2021, coordina gli sforzi nazionali con un budget di 2.2 miliardi di euro per la Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026. La strategia italiana si concentra su tre obiettivi fondamentali: protezione, risposta e sviluppo, con 82 misure da implementare entro il 2026.

Dal canto suo Israele opera uno degli ecosistemi cybersecurity più avanzati al mondo, guidato dall’esperienza militare e da un fiorente settore privato. L’Israel National Cyber Directorate (INCD) coordina la cybersecurity civile mantenendo una stretta integrazione con le capacità difensive militari: l’approccio israeliano a tre livelli – Robustezza Cyber Aggregata, Resilienza Cyber Sistemica e Difesa Cyber Nazionale – riflette una mentalità operativa plasmata da decenni di conflitti interni e internazionali.

La protezione delle infrastrutture critiche presenta approcci complementari nei due paesi. L’Italia ha implementato la Legge sul Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica del 2019, che stabilisce requisiti di sicurezza per settori essenziali come energia, trasporti, banche e sanità. La direttiva NIS2 e la compliance DORA per le istituzioni finanziarie (effettiva dal gennaio 2025) ampliano ulteriormente la copertura protettiva.

Israele si è dotato sin dal 2002 di un framework di Critical Infrastructure Protection (CIP) che prevede centri settoriali di risposta alle emergenze cyber; e applica la metodologia Israeli Cyber Defense Methodology (ICDM), basata sul framework NIST.

Il ruolo dei settori critici: finanza ed energia

Il settore energetico rappresenta un obiettivo prioritario per entrambi i paesi, con vulnerabilità condivise in reti elettriche, infrastrutture petrolifere e di gas, nonché nei relativi sistemi di distribuzione.

Negli ultimi anni l’Italia ha registrato attacchi significativi contro le sue infrastrutture energetiche, mentre Israele ha subito attacchi mirati ai sistemi idrici e alle centrali elettriche, condotti sfruttando apparecchiature industriali. La cooperazione in questo settore include condivisione di intelligence sulle minacce, sviluppo di tecnologie di protezione avanzate e coordinamento delle risposte agli incidenti.

Nel settore finanziario, entrambi i paesi implementano standard di resilienza operativa digitale sempre più stringenti. L’Italia ha visto il settore bancario e finanziario investire 388 milioni di euro in cybersecurity nel 2023, mentre la Banca d’Italia ha siglato un memorandum d’intesa con l’ACN per lo scambio di informazioni e la cooperazione nella difesa contro le minacce cyber.

Il mercato italiano della cybersecurity, valutato a 3,63 miliardi di euro nel 2025, lascia prevedere una crescita CAGR del 9,96% dal 2025 al 2033.

Israele, d’altronde, domina il mercato globale della sicurezza informatica con oltre 500 aziende attive e 3,8 miliardi di dollari raccolti nel 2024 (+56% rispetto al 2023); il 38% degli investimenti tecnologici israeliani è destinato alla cybersecurity, mostrando il ruolo centrale del settore nell’economia nazionale. La cooperazione finanziaria Italia-Israele include il trasferimento di tecnologie avanzate di rilevamento minacce e sistemi di risposta automatizzata agli incidenti.

Cyber Warfare e implicazioni geopolitiche

Il conflitto cyber ha assunto dimensioni geopolitiche sempre più evidenti, con attacchi coordinati e massicci in corrispondenza dei periodi di maggiore tensione internazionale.

La guerra in Ucraina ha intensificato le operazioni cyber russe contro l’Occidente, mentre il periodo successivo al 7 ottobre 2023 ha visto un aumento degli attacchi filo-palestinesi contro Israele. Questi schemi dimostrano come il cyberspazio sia diventato un dominio operativo integrato a pieno titolo nella più vasta competizione geopolitica globale.

La posizione di Israele nel contesto mediorientale lo rende un obiettivo primario per attori statali e non statali della regione: l’Iran utilizza gruppi proxy come Hezbollah per condurre operazioni cyber contro infrastrutture israeliane, mentre realtà hacktivist come Handala Hack sono emerse dopo il 7 ottobre 2023.

L’Italia, come membro NATO e UE, affronta minacce sia regionali che globali, con particolare vulnerabilità agli attacchi informativi e di disinformazione filo-russi.

La cooperazione Italia-Israele per la cybersecurity si inserisce del resto in un framework geopolitico complesso, che include NATO, ONU e UE, oltre ad iniziative multilaterali. Il ruolo della NATO crea sfide strutturali, poiché Israele non è membro dell’alleanza; tuttavia, i meccanismi di partnership consentono forme di cooperazione operativa.

Per parte sua l’UE fornisce quadri normativi e di certificazione che facilitano la cooperazione bilaterale, mentre le iniziative ONU offrono framework per comportamenti responsabili nel cyberspazio.

Cooperazione internazionale e multilaterale

L’iniziativa Global Cyber Cabinet – guidata da Israele – mira a includere Italia, Stati Uniti, Germania, Giappone, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti in una cooperazione cyber rafforzata. L’istituzione di una simile piattaforma multilaterale riflette il riconoscimento che le minacce cyber trascendono i confini statali e continentali, richiedendo risposte coordinate a livello internazionale.

Il programma CyberSouth dell’UE-Consiglio d’Europa opera invece in Algeria, Giordania, Libano, Marocco e Tunisia, creando un framework regionale mediterraneo per le attività di capacity building in ambito cybersecurity: l’iniziativa completa la cooperazione bilaterale Italia-Israele inserendola in un contesto regionale più ampio, che affronta le sfide cyber del Mediterraneo meridionale.

L’esercizio “Collective Strength”, guidato da Israele, ha incluso l’Italia in una simulazione di attacchi cyber al sistema finanziario globale, dimostrando l’importanza della cooperazione multilaterale nella difesa delle infrastrutture critiche interconnesse. Questi esercizi sviluppano procedure operative standardizzate e testano le capacità di risposta coordinata alle crisi cyber.

Tensioni critiche nella cooperazione Italia-Israele

Sebbene la partnership si sia consolidata nel corso del triennio 2022-2025, nello stesso periodo non sono mancate controversie politiche, conflitti commerciali e pressioni geopolitiche che hanno evidenziato diverse criticità legate alla collaborazione strategica tra Italia e Israele.

Il report Albanese: la cybersecurity come pilastro dell’economia del genocidio

Un primo aspetto problematico riguarda la posizione dell’Italia sulla “questione palestinese”.

Il rapporto “From economy of occupation to economy of genocide” (30 giugno 2025) di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, presenta un’analisi devastante del ruolo delle tecnologie cybersecurity nella costruzione di quella che viene definita “economia del genocidio”. Il report identifica le tecnologie di sorveglianza, cybersicurezza e intelligenza artificiale come pilastri fondamentali del sistema di occupazione israeliano, con implicazioni dirette per la cooperazione Italia-Israele.

Il settore tecnologico è infatti identificato come uno dei cinque pilastri che sostengono l’infrastruttura globale del genocidio, insieme a quello militare, edilizio, finanziario e accademico. Il rapporto documenta come “la repressione e il genocidio dei palestinesi sono diventati progressivamente automatizzati”, con aziende tecnologiche che forniscono “infrastrutture di sorveglianza, droni, biometria, cloud computing e sistemi di targeting guidati dall’IA”.

Nell’analisi di Albanese risulta centrale il ruolo di Microsoft, accusata di aver “integrato le sue tecnologie nei sistemi militari, di sorveglianza, carcerari ed educativi israeliani dal 1991″ nonché di “supportare l’espansione della cybersicurezza israeliana”. La cooperazione tra Microsoft e Israele, attraverso il progetto da 1.2 miliardi di dollari “Nimbus” – insieme ad Amazon e Google – è descritta come cruciale per “migliorare la sorveglianza statale, l’elaborazione dati e le operazioni di targeting militare”.

Le implicazioni per l’Italia emergono attraverso il caso Leonardo, esplicitamente citato nel rapporto per la sua collaborazione con istituzioni israeliane. Il documento evidenzia come “l’università collabora inoltre con aziende coinvolte nelle operazioni militari israeliane, tra cui Leonardo S.p.A. e l’Università Ben Gurion attraverso un laboratorio congiunto su intelligenza artificiale e scienza dei dati, condividendo ricerche direttamente connesse agli attacchi contro i palestinesi”.

L’analisi di Albanese rivela come la Palestina sia diventata un “banco di prova unico per la tecnologia militare”, con aziende che traggono profitto dal territorio palestinese occupato come laboratorio per testare sistemi di sorveglianza avanzati. I droni israeliani, “dotati di sistemi d’arma automatizzati e capacità di sciame”, vengono utilizzati per “identificare e colpire obiettivi insieme ai caccia”, trasformando Gaza in una zona di test per armi dal vivo.

Il rapporto identifica Palantir Technologies come fornitore di “sistemi di IA per campi di battaglia in tempo reale, strumenti di polizia predittiva e software militare chiave per l’esercito israeliano”. I sistemi Palantir elaborano dati di battaglia e producono liste di obiettivi in tempo reale utilizzando piattaforme come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”, evidenziando come l’IA sia integrata nella warfare moderna.

L’ecosistema di cybersecurity israeliano viene descritto come profondamente integrato nel sistema di apartheid e occupazione. Il rapporto cita un colonnello israeliano che nel luglio 2024 ha dichiarato: “La tecnologia cloud è diventata un’arma in ogni senso della parola”. IBM è accusata di aver “addestrato il personale dell’intelligence israeliana e gestito il database biometrico centrale dell’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione di Israele”, permettendo un “regime di permessi discriminatorio”.

La dimensione economica risulta allarmante: mentre Gaza veniva devastata, “la Borsa di Tel Aviv è salita del 213%, accumulando oltre 220 miliardi in guadagni di mercato, inclusi 76,8 miliardi di dollari USA solo nell’ultimo mese”. Questo dimostra che “per alcuni, il genocidio è redditizio”, evidenziando come il sistema economico sia strutturalmente incentivato a perpetuare la violenza.

Le raccomandazioni di Albanese hanno implicazioni dirette per la cooperazione cybersecurity Italia-Israele. Il rapporto sollecita gli Stati membri a “imporre sanzioni e un embargo completo sulle armi a Israele, inclusi tutti gli accordi esistenti e articoli a doppio uso come tecnologia e macchinari civili pesanti” e a “sospendere tutti gli accordi commerciali e le relazioni di investimento”.

Il rapporto conclude che “le entità aziendali devono rifiutare di essere complici nelle violazioni dei diritti umani e nei crimini internazionali o essere chiamate a rispondere”, definendo la situazione come una “joint criminal enterprise” dove “gli atti di uno contribuiscono ultimamente a un’intera economia che guida, fornisce e abilita questo genocidio”.

Per l’Italia, ciò pone interrogativi fondamentali sulla sostenibilità etica e legale della cooperazione in campo di cybersecurity con Israele.

Dilemmi etici e diritti umani nella cooperazione cyber

La cooperazione Italia-Israele solleva infatti significative questioni etiche e di diritti umani, che riflettono tensioni più ampie tra sicurezza nazionale e protezione delle libertà civili. L’uso di tecnologie di sorveglianza israeliane da parte dell’Italia ha evidenziato come “l’uso di tecnologie invasive non sia limitato a regimi autoritari, ma rappresenti una tendenza globale che solleva importanti questioni etiche, legali e di diritti umani”.

Il caso più emblematico è rappresentato dal contratto da 1.4 milioni di euro tra il Ministero dell’Economia italiano e la compagnia israeliana Cognyte Ltd per la fornitura della piattaforma Hiwire alla Guardia di Finanza. Cognyte “ha esportato i suoi software in Paesi dove la libertà di stampa e i diritti civili sono costantemente sotto attacco: Myanmar, Emirati Arabi Uniti, Nigeria e molti altri. E Meta, nel 2021, ha identificato oltre 100 account legati a Cognyte utilizzati per attività di sorveglianza non etica”.

Le tecnologie di sorveglianza israeliane utilizzate nel contesto palestinese presentano implicazioni etiche dirette per l’Italia. La “Palestina negli anni è diventata il laboratorio per lo sviluppo di queste tecniche” e “l’Italia e l’Europa hanno imparato anche questo da Israele”. L’adozione di sistemi sviluppati in contesti di “occupazione coloniale basata sulla logica “maximum land, minimum Palestinians” solleva interrogativi sulla compatibilità con i valori democratici europei.

La questione diventa particolarmente complessa con l’uso dell’intelligenza artificiale nei conflitti. Israele “ha sfruttato strumenti di intelligenza artificiale che destano preoccupazioni etiche per la sorveglianza, l’errata identificazione e danni involontari ai civili”. L’implementazione di queste tecnologie in contesti civili italiani richiede un’attenta valutazione delle implicazioni per i diritti fondamentali dei cittadini.

Il trasferimento di competenze militari al settore civile rappresenta un ulteriore dilemma etico. Molte società di sicurezza informatica israeliane, infatti, “sono state fondate da ex membri dell’IDF” e utilizzano expertise acquisite in tale contesto per sviluppare applicazioni ad uso civile.

Questa intersezione tra capacità militari e sorveglianza civile esige rigorosi controlli democratici in merito alla compatibilità con le garanzie costituzionali; senza dimenticare che l’uso di tecnologie israeliane implica la condivisione di informazioni sensibili e la creazione di potenziali backdoor nei sistemi critici nazionali.

Pressioni dell’UE e autonomia strategica

L’Italia affronta, inoltre, un dilemma strategico fondamentale tra mantenere la partnership con Israele e rispondere alle pressioni dell’UE per l’autonomia strategica digitale.

La Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026 dell’Italia enfatizza il raggiungimento della “autonomia tecnologica”, mentre l’Unione Europea spinge per ridurre la dipendenza dalle tecnologie non-UE.

La Direttiva NIS2 crea restrizioni implicite sulla cooperazione cybersicurezza con paesi non-UE, richiedendo agli Stati membri di valutare i rischi cybersicurezza nelle relazioni con i fornitori. L’Italia ha implementato il Regolamento UE 2019/881 attraverso il Decreto Legislativo n. 123 del 2022, stabilendo lo Schema Europeo di Certificazione Cybersicurezza sui Criteri Comuni (EUCC) nel gennaio 2024.

Anche i controlli all’esportazione UE per le tecnologie dual-use creano barriere per la cooperazione italiana-israeliana. Il Regolamento UE 2021/821 richiede licenze per esportazioni di tecnologie di cyber-sorveglianza che potrebbero essere usate per “repressione interna” o violazioni dei diritti umani.

Diverse organizzazioni per le libertà digitali, incluse EDRi e Access Now, hanno sollecitato la Commissione europea a rivedere lo status di adeguatezza dei dati di Israele secondo il GDPR. Al riguardo sono state identificate sei aree di preoccupazione: deterioramento dello stato di diritto in Israele, quadro legale insufficiente per la protezione dei dati, esenzioni per sicurezza nazionale e sorveglianza, questioni di ambito territoriale nei territori palestinesi occupati, processo di revisione UE inadeguato e violazioni del diritto internazionale.

Lo scandalo Paragon del 2025

Il 2025 – quando è emerso che i servizi di intelligence nazionali avevano utilizzato lo spyware Graphite, prodotto dall’israeliana Paragon, per condurre operazioni di sorveglianza su cittadini italiani – ha segnato un momento di svolta critico nella cooperazione Italia-Israele.

Le rivelazioni trapelate sulla stampa internazionale hanno documentato l’uso sistematico di questa tecnologia contro giornalisti e operatori del soccorso migranti: nelle operazioni erano coinvolte figure di spicco dell’informazione italiana, oltre ad attivisti dell’ONG Mediterranea Saving Humans.

Un’indagine ufficiale ha poi rivelato come i Servizi italiani avessero utilizzato lo spyware per attività di sorveglianza autorizzate dal Sottosegretario Mantovano il 5 settembre 2024, suscitando un’ondata di critiche e richieste di chiarimenti.

Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR) ha confermato l’utilizzo di tecnologie israeliane da parte dei servizi di intelligence interni ed esterni, giustificando la sorveglianza degli attivisti di Mediterranea nell’ambito del contrasto all’immigrazione irregolare.

In seguito alle pressioni mediatiche e politiche, il governo italiano ha rescisso il contratto con Paragon nel giugno 2025; il caso ha tuttavia esposto le forti implicazioni etiche della cooperazione Italia-Israele, evidenziando sia i rischi per la privacy dei cittadini sia la necessità di meccanismi di accountability più robusti, nonché di una maggiore trasparenza nell’attuazione dei partenariati tecnologici.

Conclusioni: verso un partenariato strategico maturo

La cooperazione tra Italia e Israele in ambito di cybersecurity – combinando l’expertise normativo e istituzionale italiano con l’innovazione tecnologica e l’esperienza operativa israeliana – rappresenta un modello di partenariato efficace nel contrasto alle minacce informatiche odierne, affermandosi come elemento centrale dell’architettura di cybersecurity mediterranea.

Gli sviluppi recenti (2022-2025) mostrano una maturazione strategica del partenariato, con una cooperazione che include condivisione di intelligence, trasferimenti tecnologici, accordi industriali e ricerca accademica congiunta. Il futuro sarà probabilmente caratterizzato da maggiore integrazione tecnologica, risposta coordinata alle minacce e approfondimento dell’integrazione cyber entro più ampi framework di sicurezza.

La sfida principale riguarda l’equilibrio tra cooperazione bilaterale e vincoli multilaterali, particolarmente nel contesto delle politiche UE e NATO: in tal senso, il “triangolo di tensioni” tra cooperazione bilaterale, conformità UE e pressioni regionali suggerisce un approccio più cauto e sensibile ai partenariati Italia-Israele nell’immediato futuro.

Casi come lo scandalo Paragon, inoltre, dimostrano che queste tensioni possono manifestarsi in crisi politiche concrete. Mentre i conflitti mediorientali e le preoccupazioni etiche continuano a complicare la cooperazione bilaterale, appare sempre più importante sviluppare rigorosi framework internazionali per la regolamentazione delle tecnologie di sorveglianza e implementare valutazioni di impatto sui diritti umani per i relativi strumenti, contribuendo a migliorare i livelli di trasparenza e accountability nel dominio globale della sicurezza cyber.

Fonti

Rapporti ufficiali e istituzioni governative

Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Strategia Nazionale di Cybersicurezza italiana 2022-2026

NATO – Cyber defence. Politiche e strategie NATO per la difesa cyber

Ministero degli Affari Esteri – Accordi Italia-Israele. Accordi di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica

Embassies.gov.il – Relazioni bilaterali. Relazioni diplomatiche ufficiali Italia-Israele

Analisi e ricerche specializzate

FIRSTonline – Cybersecurity Italia 2024. Report ACN su attacchi cyber in Italia nel 2024

Times of Israel – Attacchi cyber contro Israele. Statistiche sugli attacchi cyber contro Israele

Calcalistech – Settore cyber israeliano. Investimenti nel settore cyber israeliano ($3,79 miliardi nel 2024)

Computer Weekly – Operazioni cyber israeliane. Analisi delle operazioni di cybersicurezza israeliane

Cooperazione bilaterale e accordi

Decode39 – Intervista Yigal Unna. Intervista all’ex direttore Israeli National Cyber Directorate

Leonardo – Accordi con Israele. Accordi Leonardo con Israeli Innovation Authority e Tel Aviv University

Times of Israel – Emendamento cyber italiano. Modifica della legge italiana per includere aziende israeliane

Fonti su tensioni e criticità

Al Jazeera – Scandalo Paragon. Rottura contratti Italia-Paragon per scandalo sorveglianza

Times of Israel – Paragon e Italia. Dettagli sulla fine dei rapporti Italia-Paragon

Pressioni e questioni normative

European Digital Rights (EDRi). Richiesta di revisione dello status di adeguatezza dati di Israele

Cybersecurity Italia – Esclusione aziende israeliane. Tentativo di esclusione aziende israeliane dalla legge cyber italiana

Questioni etiche e diritti umani

Cybersecurity 360 – Spyware Paragon. Analisi del caso Paragon e implicazioni etiche

Notizie Geopolitiche – Cognyte. Contratto Italia-Cognyte e questioni di diritti umani

Cybersecurity 360 – AI nel conflitto Gaza. Uso controverso dell’IA israeliana nel conflitto

Meltingpot – Modello Israele. Influenza del modello israeliano sulle politiche italiane

Fonti economiche e investimenti

Osservatori.net – Mercato cybersecurity Italia. Crescita mercato cybersecurity italiano (2,48 miliardi euro 2024)

Intesa Sanpaolo – Investimenti Neva. Investimenti Neva SGR in cybersecurity israeliana (20+ milioni euro)

Leonardo – Finmeccanica accordi Israele. Contratti Leonardo-Israele per 850 milioni di dollari

StartupItalia – Investimenti cybersecurity Israele. 4 miliardi di dollari raccolti dal settore cyber israeliano nel 2024

Analisi economiche approfondite

Peacelink – Concetto sicurezza nazionale. Analisi economica cooperazione militare Italia-Israele

Pagine Esteri – Accordo Med-Or. Accordo tra Fondazione Med-Or e INSS di Tel Aviv

Fonti sul rapporto Francesca Albanese

Rapporti ufficiali UN:

UN OHCHR – Report originale “From economy of occupation to economy of genocide”

UN Question of Palestine Genocide as colonial erasure”

Analisi e commenti

Centro Ateneo Diritti Umani – Univ. Padova. Analisi accademica del rapporto Albanese

Business & Human Rights Resource Centre. Database aziende coinvolte secondo il rapporto

Democracy Now – Intervista post-sanzioni USA a Francesca Albanese

Middle East Eye -Analisi delle aziende tech nominate nel rapporto

Mondoweiss – Economia genocidio. Analisi economica del rapporto Albanese

AOAV – Aziende globali. Mappatura aziende secondo il rapporto

Fonti di supporto e contesto

Analisi accademiche

Agenda Digitale – Eccellenza cyber Israele. Analisi del modello israeliano per l’Italia

IEMed – Cybersecurity Mediterraneo. Capacity building cybersecurity UE nel Mediterraneo

Fonti governative e diplomatiche

Al-Monitor – Meloni e Netanyahu. Evoluzione rapporti diplomatici Italia-Israele

TechApp – Cooperazione cyber. Analisi della cooperazione tecnologica

Fonti su minacce e incidenti

CSIS – Incidenti cyber significativi. Database incidenti cyber globali

Cybernews – Gruppo NoName. Attacchi del gruppo NoName contro Italia e Israele

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Disinformazione, qual è il vero costo per le imprese al tempo dell’AI?

Disinformazione, un pericolo multiforme e miliardario: dai danni finanziari all’alterazione dei mercati

La disinformazione, che si manifesta sotto forma di notizie false, account social media hackerati e, più recentemente, deepfake (contenuti digitali creati o alterati con intelligenza artificiale avanzata per produrre immagini, video e audio realistici ma falsi), sta infliggendo danni finanziari e reputazionali incalcolabili alle aziende di tutto il mondo.

Questa minaccia, ha spiegato Jesus Serrano in un approfondimento per il World Economic Forum, amplificata esponenzialmente dai social media e dalle tecnologie più avanzate, come l’intelligenza artificiale (AI) può portare a crolli dei prezzi azionari, perdite di fatturato e, soprattutto, a una profonda erosione della fiducia dei consumatori.

Secondo uno studio del 2019 condotto dal Professor Roberto Cavazos dell’Università di Baltimora, in collaborazione con l’azienda di cybersecurity CHEQ, il costo annuale delle fake news era stimato in 39 miliardi di dollari in perdite del mercato azionario e ulteriori 17 miliardi di dollari in decisioni finanziarie sbagliate derivanti dalla disinformazione.
Il rapporto complessivo stimava il costo totale intorno ai 78 miliardi di dollari all’anno a livello globale.

L’impatto si estende ben oltre le borse valori. Un esempio lampante è stato l’hack del 2013 all’account Twitter di The Associated Press, che, riportando falsamente due esplosioni alla Casa Bianca e un infortunio a Barack Obama, ha causato una perdita di 136 miliardi di dollari nel valore dell’indice S&P 500 in soli tre minuti, come riportato da Reuters.

Il fenomeno delle recensioni false e l’impatto sull’’ecommerce

Ma la disinformazione colpisce anche a livello più granulare. Le recensioni online false, ad esempio, hanno un’influenza enorme. Uno studio Trustpilot del 2020 ha rivelato che l’89% del fatturato globale dell’e-commerce è influenzato dalle recensioni online, con il 49% dei consumatori che considera le recensioni positive tra i primi tre fattori di acquisto.

Le recensioni false, secondo uno studio del 2021 sempre di Cavazos, costano alle aziende 152 miliardi di dollari a livello globale. Casi emblematici includono una società idraulica californiana che ha subito un calo del 25% del suo business e licenziato due dipendenti a causa di recensioni false di un concorrente, e un chirurgo plastico australiano che ha visto la sua attività diminuire del 23% nella settimana successiva a una recensione fasulla.

L’AI è anche un acceleratore di rischi

Il World Economic Forum ha classificato la disinformazione come uno dei principali rischi globali per il 2025, sottolineando come le “falsità guidate dall’AI si diffondano più velocemente e più ampiamente che mai“.

I deepfake sono al centro di questa escalation. Un rapporto del Financial Times del 2024 ha confermato un caso in cui un dipendente finanziario ha autorizzato trasferimenti per 25 milioni di dollari dopo essere stato ingannato da una videochiamata con una versione deepfake del suo direttore finanziario.

Inoltre, un’indagine recente della società forense Regula ha evidenziato che il 42% delle aziende considera il furto d’identità il rischio maggiore associato ai deepfake.
Si stima che solo nel 2024, metà di tutte le imprese siano state vittime di attacchi deepfake, con perdite medie per incidente di quasi 450.000 dollari.

La capacità dell’AI di generare contenuti realistici e convincenti, unita alla predisposizione umana a retwittare notizie false (ricercatori del Massachusetts Institute of Technology nel 2018 hanno scoperto che le notizie false hanno il 70% di probabilità in più di essere ritwittate rispetto a quelle vere), amplifica i rischi reputazionali a livelli senza precedenti.

Secondo l’Edelman Crisis & Risk Thought Leadership Report del 2024, otto su dieci dirigenti sono preoccupati per i danni reputazionali che la disinformazione guidata dall’AI può causare, e oltre un terzo ammette che le proprie aziende non sono adeguatamente preparate ad anticipare, identificare e gestire queste minacce.

Come ha sottolineato Julian Payne, presidente globale di Edelman Crisis & Risk, “La fiducia non è più un lusso, ma una necessità strategica“. In un’economia guidata dalla percezione, la reputazione è diventata uno degli asset più preziosi per un’azienda, con circa il 63% dei consumatori che acquisterà marchi di cui si fida e oltre l’80% che afferma di aver bisogno di fidarsi di un marchio prima di effettuare un acquisto, secondo la ricerca Edelman.

Strategie di difesa nell’era digitale e dell’AI

La protezione delle imprese dal fallout finanziario della disinformazione richiede un approccio strategico e proattivo.

Ad esempio, è considerato cruciale collaborare con fact-checker di terze parti e utilizzare strumenti di monitoraggio basati sull’AI per tracciare e contrastare la diffusione della disinformazione prima che sfugga al controllo.

È indispensabile avere piani di risposta validati e portavoce fidati per reagire in tempo reale. Simulazioni e esercitazioni di comunicazione possono aiutare le aziende a non farsi cogliere impreparate.

Investire nella formazione del personale per individuare e segnalare la disinformazione è una buona pratica per ridurre il rischio. La “pre-bunking”, ovvero la condivisione di informazioni fattuali prima che una falsità inizi a diffondersi, si è dimostrata efficace nel contrastare le narrazioni virali.

Iniziative come la Global Coalition for Digital Safety del World Economic Forum stanno accelerando la cooperazione pubblico-privata per affrontare i contenuti dannosi online. Anche la regolamentazione gioca un ruolo crescente, come dimostra il Codice di condotta dell’UE sulla disinformazione, parte del Digital Services Act, che fornisce un quadro per mitigare le falsità online preservando la libertà di parola.

In un mondo in cui il valore di un’azienda si basa in gran parte sulla fiducia dei suoi clienti, la necessità di proteggere la propria reputazione non è mai stata così grande. Il costo finanziario dell’inazione contro la disinformazione è semplicemente troppo alto per essere sostenibile.
Le imprese devono evolvere le loro strategie di gestione della crisi, del rischio e della reputazione per mantenere il passo con le minacce sempre più sofisticate dell’era dell’AI.

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AI, l’eliminazione totale delle allucinazioni è praticamente impossibile?

Le principali aziende tecnologiche stanno accelerando gli sforzi per ridurre le cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale generativa, ovvero le risposte inventate dai chatbot che compromettono l’affidabilità dei sistemi in ambiti critici come sanità, diritto e finanza. Secondo quanto riportato dal Financial Times, giganti come Google, Amazon, OpenAI, Mistral e Cohere stanno investendo in nuove tecniche e architetture per minimizzare questi errori.

Nonostante i progressi, molti esperti ritengono che l’eliminazione totale delle allucinazioni sia praticamente impossibile. La ragione è strutturale: i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) funzionano sulla base di previsioni probabilistiche, generando la parola successiva di una frase senza sempre verificare coerenza e veridicità dell’informazione.

Le soluzioni allo studio

Per affrontare il problema, le aziende stanno adottando approcci complementari:

  • Miglioramento dei dati di addestramento, per ridurre bias e lacune che portano a risposte inventate.
  • Tecniche di grounding, che ancorano le risposte a database e fonti verificate, come nel caso dei modelli di Mistral connessi ai flussi dell’agenzia AFP.
  • RAG (Retrieval-Augmented Generation), che consente ai modelli di accedere a fonti esterne controllate, diminuendo gli errori fattuali.
  • Algoritmi di decodifica avanzati come il beam search, capaci di valutare più opzioni e scartare quelle incoerenti.
  • Sistemi di verifica automatica, come gli evaluator models e i controlli logici introdotti da AWS, che analizzano la correttezza delle risposte prima che vengano fornite agli utenti.

Un equilibrio delicato

Ridurre le allucinazioni non è privo di compromessi. Modelli più “rigidi” risultano più accurati ma meno creativi, mentre quelli con maggiore libertà creativa possono generare contenuti più interessanti ma anche meno affidabili. L’uso di dati online, inoltre, espone a rischi come i prompt injection, attacchi che inducono i modelli a produrre errori sistematici.

Infine, alcuni studiosi criticano l’uso del termine “allucinazione”, ritenendolo fuorviante perché attribuisce caratteristiche umane a sistemi che, di fatto, operano esclusivamente attraverso calcoli statistici.

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Con ChatGPT-5 l’AI diventa davvero generale. Altman: “Il miglior modello al mondo”

OpenAI ha ufficialmente presentato ChatGPT-5, il nuovo modello AI che promette di cambiare il volto di ChatGPT, spingendolo ancora più vicino all’idea di “agente digitale” in grado di agire al posto nostro.

La novità più importante? ChatGPT-5 non si limita a rispondere alle domande o scrivere testi, ma inizia a svolgere veri e propri compiti operativi: dalla creazione di applicazioni software alla gestione di calendari, fino alla redazione di sintesi complesse. In pratica, OpenAI sta trasformando ChatGPT in uno strumento capace di agire in autonomia, su incarico dell’utente.

Il cuore del nuovo modello è un “router” in tempo reale, una sorta di cervello interno che sceglie automaticamente come rispondere nel modo più efficace, semplificando l’interazione con l’utente. Il tutto, a detta di OpenAI, con prestazioni significativamente più veloci e coerenti rispetto al passato.

Accesso gratuito e nuove opzioni per tutti

In un cambio di strategia, GPT-5 è disponibile da subito anche per gli utenti non paganti. Un’apertura notevole rispetto al passato, dove le funzionalità più avanzate erano spesso riservate agli abbonati.

Per chi sceglie il piano “Pro”, invece, arriva GPT-5 Pro, con capacità di ragionamento ancora più avanzate. Gli sviluppatori potranno inoltre accedere a tre versioni API – gpt-5, gpt-5-mini e gpt-5-nano – pensate per esigenze e budget differenti.

Non manca l’attenzione alla personalizzazione: ChatGPT guadagna nuove “personalità” configurabili, che permettono di adattare tono e stile dell’assistente in base ai propri gusti o obiettivi.

Verso l’intelligenza artificiale generale

Secondo Sam Altman, CEO di OpenAI, “GPT-5 è il miglior modello al mondo”. I benchmark parlano chiaro: il nuovo modello eccelle nei test di programmazione e nelle prove scientifiche, con un tasso di allucinazioni ridotto al 4,8%, contro oltre il 20% dei predecessori.

Anche la gestione di contenuti delicati è stata potenziata, così come la capacità di distinguere tra usi legittimi e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, in alcuni ambiti GPT-5 resta alla pari con i modelli concorrenti, alimentando il dibattito su quanto sia realmente rivoluzionario questo aggiornamento.

Con GPT-5, OpenAI continua la sua corsa verso l’AGI (Artificial General Intelligence), ossia un’intelligenza artificiale davvero generalista, in grado di comprendere e agire come un essere umano.

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X introdurrà pubblicità nelle risposte di Grok

Elon Musk ha rivelato che X, la piattaforma social da lui posseduta, integrerà annunci pubblicitari direttamente nelle risposte di Grok, il chatbot AI sviluppato internamente.

L’iniziativa mira a sostenere un business pubblicitario in difficoltà, specialmente dopo l’uscita dell’ex CEO Linda Yaccarino.

Durante un incontro in diretta con inserzionisti, Musk ha dichiarato che finora gli sforzi si sono concentrati sul rendere Grok ‘l’AI più intelligente e accurata al mondo’, ma ora l’attenzione si sposterà sul reperire risorse per coprire i costi elevati delle GPU necessarie al funzionamento del sistema.

La strategia prevede che gli inserzionisti possano pagare per far apparire i propri contenuti come suggerimenti pertinenti alle domande degli utenti, puntando a un tipo di pubblicità mirata e contestuale.

Musk ha sottolineato che, se un utente cerca di risolvere un problema tramite Grok, proporre una soluzione sponsorizzata in quel momento rappresenterebbe un’opportunità ideale.

Inoltre, il miliardario intende sfruttare le tecnologie di xAI, la sua startup specializzata in intelligenza artificiale, per affinare la precisione del targeting pubblicitario sulla piattaforma.

Questa mossa, parte di una strategia più ampia, segue l’acquisizione di X da parte di xAI per 45 miliardi di dollari all’inizio dell’anno, e potrebbe ridefinire il modello di monetizzazione del servizio, creando un punto d’incontro tra interazioni AI e inserzioni a pagamento.

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James Cameron avverte di un ‘apocalisse in stile Terminator’ se l’AI verrà armata

James Cameron, celebre regista di capolavori come ‘Titanic’ e ‘Avatar’, ha espresso forti timori riguardo all’uso dell’AI in un contesto di corsa globale agli armamenti, ipotizzando scenari catastrofici simili a quelli rappresentati nella saga di ‘Terminator’.

In un’intervista concessa a Rolling Stone, a margine della promozione del libro ‘Ghosts of Hiroshima’ di Charles Pellegrino, che Cameron intende adattare per il cinema, il regista ha avvertito che l’integrazione di sistemi d’arma, persino nucleari, con AI potrebbe accelerare tempi di reazione e processi decisionali fino a rendere indispensabile il coinvolgimento di una super-intelligenza.

Pur auspicando la presenza di un controllo umano, Cameron ha sottolineato la fallibilità delle persone e il rischio di errori potenzialmente devastanti, ricordando episodi storici in cui si è sfiorata la guerra nucleare.

Secondo lui, l’umanità si trova su una soglia critica, con tre minacce esistenziali che convergono: degrado ambientale, arsenali nucleari e super-intelligenza.

Cameron, pur utilizzando l’AI per ottimizzare costi e velocità nelle produzioni cinematografiche — anche grazie al suo ruolo nel consiglio di amministrazione di Stability AI — rimane scettico sulla possibilità che questa tecnologia possa sostituire la creatività umana nella scrittura, ribadendo che le emozioni autentiche nascono solo dall’esperienza diretta.

Le sue parole si collocano in un momento di dibattito globale su come gestire il potenziale di un’AI sempre più potente, bilanciando innovazione e sicurezza.

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