DDL AI, rinvio alla discussione in Aula. Cosa può cambiare

Il DDL AI, approvato in prima lettura dal Senato e ora in esame alla Camera, prosegue il suo iter parlamentare con diversi nodi ancora da sciogliere.

Dopo il passaggio alle Commissioni IX (Trasporti, poste e telecomunicazioni) e X (Attività produttive), il testo è entrato nel vivo del confronto tra maggioranza e opposizione, con numerose proposte emendative avanzate dai gruppi parlamentari come si legge nel testo della seduta congiunta del 27 maggio 2025.

Emendamenti, respingimenti e nuovo testo del Governo

Nel bollettino la maggioranza ha confermato un atteggiamento di chiusura nei confronti delle modifiche proposte dalle opposizioni, respingendo una lunga serie di emendamenti mirati a definire meglio le finalità e l’ambito di applicazione dell’AI e garantire una maggiore tutela dei diritti fondamentali, dei dati personali e della cultura nazionale. Inoltre le modifiche dell’opposizione volevano introdurre riferimenti più espliciti ai rischi legati alla profilazione, alla sovranità digitale e alla protezione delle diversità culturali.

Gli emendamenti 1.2 (a firma Fede), 1.5 (Peluffo), 1.6 (Alifano) e 1.7 (Pastorino)sono stati tutti respinti. Il Governo ha nel frattempo presentato il proprio emendamento 6.15, che si prevede venga approvato, rendendo necessaria una terza lettura al Senato.

DDL AI: il Governo cambia idea: “Sì per PA a sistemi su server esteri”

Con l’emendamento 6.15, il Governo propone di eliminare la norma – approvata al Senato – che obbligava le Pubbliche Amministrazioni a utilizzare sistemi di intelligenza artificiale solo se installati su server ubicati in Italia, per motivi di sicurezza nazionale.

La modifica aprirebbe all’uso di AI anche su infrastrutture all’estero, sollevando dubbi sulla tutela dei dati sensibili e sulla sovranità digitale. La richiesta di cancellazione di questa norma era arrivata anche da OpenAI, che la riteneva in contrasto con il principio Ue della libera circolazione dei dati.

DDl AI: il percorso è destinato ad allungarsi

In parallelo, è stato avviato il meccanismo di segnalazione degli emendamenti prioritari da parte dei gruppi parlamentari, con l’obiettivo di concentrare il dibattito su una selezione ristretta di proposte da valutare con maggiore attenzione. Questo passaggio rappresenta una fase chiave per cercare una sintesi tra posizioni differenti e, al tempo stesso, accelerare un esame che rischia di rallentare l’approvazione definitiva del provvedimento.

Il percorso è tuttavia destinato ad allungarsi: l’approvazione dell’emendamento 6.15 comporterà un nuovo passaggio al Senato, con conseguente rinvio della discussione in Aula alla Camera, prevista solo dopo l’esame dell’intero pacchetto di emendamenti, subemendamenti e del testo aggiornato. Di conseguenza, i tempi si allungheranno.

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La sovranità digitale tra sicurezza nazionale e diritti fondamentali

La seconda Tavola Rotonda svoltasi il 16 aprile 2025, durante la 13a Edizione della Cyber Crime Conference, ha coinvolto:

  • Federico Casolari, Professore ordinario di Diritto dell’Unione europea e Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna;
  • Ginevra Cerrina Feroni, Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale italiano e comparato, Vice Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali;
  • Stefania Ducci, Capo della Divisione strategia e politiche di cybersicurezza in ambito UE, del Servizio Strategie e Cooperazione di ACN;
  • Giusella Finocchiaro, Professoressa ordinaria di diritto privato e di diritto di Internet, Università di Bologna;
  • Giorgio Martellino, General Counsel & Compliance Officer di AVIO S.p.A.;
  • Antonio Teti, Responsabile del Settore Sistemi Informativi di Ateneo, Innovazione Tecnologica e Sicurezza Informatica e docente di Cyber Intelligence, IT Governance e Big Data dell’Università di Chieti-Pescara; componente del Comitato di Coordinamento per la Strategia Nazionale sull’Intelligenza Artificiale.

Moderatore:

Mauro Santaniello, Professore Associato in Scienza Politica presso il Dipartimento di Scienze Aziendali – Management e Innovation Systems (DISA-MIS) dell’Università degli Studi di Salerno.

In un mondo sempre più frammentato da tensioni geopolitiche e conflitti regionali, il concetto di sovranità digitale si trasforma ed evolve, assumendo significati più ampi e complessi.

Nel corso della Tavola Rotonda, esperti di diversi settori hanno offerto una panoramica articolata e multidimensionale di come stia cambiando questo concetto fondamentale per gli equilibri globali contemporanei.

Il prof. Mauro Santaniello, introducendo il dibattito, ha tracciato con precisione il quadro storico in cui si inserisce l’attuale discussione sulla sovranità digitale.

Mauro Santaniello cybercrime conference

Il moderatore ha ricordato come ci si trovi, oggi, all’intersezione di due grandi trasformazioni storiche. Da un lato una crisi strutturale dell’ordine internazionale liberale, caratterizzata da crescenti tensioni geopolitiche e conflitti armati; dall’altra una profonda riconfigurazione delle politiche tecnologiche globali, che genera instabilità nei mercati e vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento strategiche.

«In questo contesto, il concetto di sovranità digitale assume nuovi significati e prospettive», ha sottolineato Santaniello, ricordando come questo concetto non sia affatto nuovo nel panorama delle relazioni internazionali: già negli anni ’90, infatti, una coalizione di Stati guidati da Russia e Cina aveva invocato il principio di sovranità per contestare l’ordine tecno-giuridico imposto dall’amministrazione Clinton nella gestione delle risorse critiche di Internet.

La vera novità dell’epoca contemporanea risiede piuttosto nell’espansione di questo principio, rispetto sia all’ambito interessato che agli attori coinvolti: «Il discorso sulla sovranità digitale oggi si è notevolmente espanso, andando oltre i protocolli per raggiungere il livello delle applicazioni, dei dati, delle infrastrutture. Ed è andato anche oltre la rete: parliamo di sovranità digitale in riferimento ai processori e alle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale».

La strategia europea: tra ambizione e ricerca di identità tecnologica

Nel contesto europeo, il concetto di sovranità digitale ha acquisito una centralità inedita all’interno dell’agenda politica comunitaria.

Come ha ricordato Santaniello questa evoluzione è avvenuta nel secondo decennio del XXI° secolo, guidata principalmente da Germania e Francia, che nella prima Commissione von der Leyen e nei due semestri di Presidenza del Consiglio UE hanno tematizzato la sovranità digitale europea; interpretandola inizialmente come limitazione dei poteri delle grandi piattaforme digitali e tutela dei diritti fondamentali dei cittadini europei, sebbene in seguito tale nesso tra sovranità e diritti sia andato affievolendosi.

Stefania Ducci ha approfondito questo aspetto, illustrando come l’Unione Europea abbia sviluppato una complessa strategia per affermare la propria autonomia tecnologica: «Il tema della sovranità digitale è stato oggetto di numerosi interventi da parte dell’Unione Europea, anche perché è un tema strettamente correlato alla sovranità sui dati».

Stefania Ducci cybercrime conference

Ducci ha evidenziato come, negli ultimi anni, questa visione si sia tradotta in iniziative concrete «in campo di cybersicurezza e protezione dei dati personali, ma anche per lo sviluppo su basi etiche di tecnologie strategiche come l’intelligenza artificiale».

Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalla recente “Strategia Europea per la Sicurezza Interna” (ProtectEu) pubblicata dalla Commissione nel 2025, che dedica un intero capitolo «al mondo della resilienza rispetto alle minacce ibride e altre attività ostili, con una sezione dedicata alla sovranità tecnologica in riferimento a tecnologie quali l’intelligenza artificiale, il quantum computing e la crittografia post-quantistica».

Come ha ricordato la relatrice, un’assoluta novità riguarda le certificazioni di cybersicurezza: «la Strategia contiene delle novità importanti: va ricordato che questi certificati devono essere rilasciati valutando non solo requisiti tecnici, ma anche sulla base di esigenze politico-strategiche».

Questo rappresenta un significativo cambio di paradigma nell’approccio regolatorio europeo, introducendo nel processo di validazione tecnica considerazioni di natura politica e strategica.
Del resto – ha sottolineato Ducci – il percorso verso l’autonomia tecnologica europea si scontra con un contesto globale altamente competitivo.

«A livello globale abbiamo da un lato la Cina, attore avanzato nello sviluppo di sistemi di AI, soprattutto generativa. Dall’altro lato abbiamo startup europee che hanno l’esigenza di testare i propri prodotti e le proprie tecnologie, facendo ricorso anche alle risorse computazionali dei “colossi” tech, per poi metterle sul mercato al fine di essere più concorrenziali; ma che al tempo stesso sono sempre più oggetto di un approccio “predatorio” da parte di soggetti extra-UE, in particolar modo statunitensi».

Ne risulta uno scenario complesso, dove la sfida è bilanciare le esigenze di mercato con la difesa della sovranità tecnologica.

In merito Ducci ha ricordato come l’ACN abbia già in campo una serie di iniziative e investimenti sia per la costruzione di competenze avanzate che per la creazione di Cyber Hub transnazionali, al fine di rafforzare le risorse mirate ad agevolare l’implementazione coordinata di tecnologie avanzate, come la crittografia quantistica, nel contesto europeo.

La relatrice ha infine ricordato come anche al di là dei confini comunitari – in particolare a livello di G7 – l’Italia stia attivamente lavorando con i paesi alleati per rafforzare i meccanismi di cooperazione a tutela della sicurezza delle infrastrutture critiche, nonché delle catene di approvvigionamento sottostanti alle tecnologie strategiche, prima fra tutte l’intelligenza artificiale.

Le tensioni costituzionali nell’era della tecno-sovranità

Un contributo fondamentale alla discussione è venuto da Ginevra Cerrina Feroni, che ha esplorato le frizioni tra il concetto di sovranità digitale e i principi fondamentali del costituzionalismo democratico.

Ginevra Cerrina Feroni cybercrime conference

Cerrina Feroni ha subito messo in discussione una premessa implicita del dibattito: «Non sempre i regimi democratici, di fronte alle crisi, si muovono nell’alveo dei principi costituzionali. In realtà, spesso la storia insegna che è proprio una situazione di emergenza a dare il via libera per un sovvertimento di tali principi».

A titolo di esempio, la vicepresidente del Garante per la protezione dei dati personali ha ricordato che durante la recente pandemia sono stati compressi «diritti e libertà costituzionali come mai era successo in oltre 70 anni di storia repubblicana, incidendo su tutti i diritti compreso pure il lavoro, che – nelle parole di Costantino Mortati – è l’asse portante della forma di Stato».

Introducendo il concetto di “costituzionalismo digitale”, la relatrice ha offerto una prospettiva illuminante: «Lo spazio digitale ci pone di fronte a interrogativi e paradigmi nuovi. E io sostengo che lo spazio digitale non sia una nuova tecnologia, ma un nuovo mondo con il quale dobbiamo confrontarci. Con quali strumenti? Io non ne vedo altri che quelli del costituzionalismo “analogico”».

La professoressa ha ricordato come il costituzionalismo nasca per due finalità fondamentali: limitare il potere statale, nonché garantire diritti e libertà fondamentali. «Queste sono le due stelle polari; e mi sembra siano principi che funzionano anche in questa nuova dimensione tecnologica».

Proseguendo nell’analisi, Cerrina Feroni ha poi identificato tre aree di tensione fra sovranità digitale e costituzionalismo. In primo luogo «un affievolimento della responsabilità politica e giuridica», poiché i gestori delle piattaforme tecnologiche incarnano «nuovi poteri privati che si sottraggono alla cosiddetta accountability istituzionale, cioè al dovere di rendere conto delle proprie azioni». Si tratta di «soggetti potentissimi che immuni da qualsiasi tipo di controllo»; una situazione aggravata dalle questioni di giurisdizione, nonché dalla difficoltà di «esercitare un controllo su azioni ad alto tasso di complessità tecnica».

In secondo luogo, la vicepresidente ha evidenziato le potenziali violazioni dei diritti fondamentali: dalla privacy all’autodeterminazione informativa, fino alla libertà di espressione e a quello che il grande giurista Guido Alpa definiva “il diritto di essere sé stessi”.

La relatrice ha osservato come questo diritto venga minacciato «laddove i nostri desideri e i nostri bisogni vengono anticipati, nel momento in cui si interagisce col sistema ancor prima che il bisogno e il desiderio si configuri». In questo contesto «chi raccoglie, aggrega e analizza dati, ovvero chi fa profilazione, ha un potere enorme», tale da sollevare interrogativi fondamentali: «E come lo fa, con quali garanzie, quali principi? Proporzionalità? Minimizzazione? Esattezza del dato?».

Il terzo punto di tensione riguarda il ricorso alla “disciplina emergenziale”, in quanto «pandemie, guerre ibride o altre emergenze sono da sempre fattori di aumento del potere».

Cerrina Feroni ha quindi ribadito come oggi la principale sfida sia far sì che «aumentino in parallelo gli anticorpi, affinché ci sia una barriera a questo decisionismo tecnologico», citando tra i rischi emergenti i bias ancora ricorrenti nei processi deduttivi dell’intelligenza artificiale.

La professoressa ha infine ricordato che «i principi costituzionali – legalità, trasparenza, proporzionalità – non vanno ritenuti ostacoli al progresso ma servono a evitare che una democrazia si trasformi in tecnocrazia», ribadendo come la tecnologia debba sempre essere utilizzata a servizio delle persone «e non viceversa».

L’architettura normativa europea: complessità, frammentazione e necessità di coerenza

Nel suo intervento, Giusella Finocchiaro ha offerto un’analisi sistematica della normativa sviluppata dall’Unione Europea nell’ambito digitale.

Giusella Finocchiaro cybercrime conference

«La sovranità digitale è un tema centrale nell’ambito politico europeo», ha esordito la docente, ricordando come tale centralità sia stata ribadita già nel 2020 dalla prima Commissione von der Leyen.

Finocchiaro ha quindi classificato il corpus normativo europeo in quattro macro-ambiti: «Il primo comprende la privacy e la protezione (ma anche la valorizzazione) dei dati, personali e non; il secondo è relativo alle piattaforme digitali; il terzo grande ambito è quello dell’identità digitale, oggetto del nuovo regolamento eIDAS2; mentre l’ultimo riguarda il tema dell’intelligenza artificiale».

Un elemento comune è la sicurezza, che caratterizza l’intero quadro regolatorio nelle diverse aree.
«La sicurezza è trasversale», ha osservato Finocchiaro, portando ad esempio la protezione dei dati personali: «Abbiamo una serie di regole di responsabilità e di accountability, aventi tutte come presupposto la sicurezza dei dati personali, non solo dal punto di vista tecnologico». Garantire la sicurezza richiede infatti strutture adeguate e una cultura multidisciplinare, oltre a investimenti «tanto nelle misure di sicurezza tecnologiche e giuridiche, quanto negli aspetti di compliance e contrattuali».

La relatrice ha evidenziato come il principale obiettivo perseguito sia «evidentemente, affermare la sovranità digitale europea: ma questo passa attraverso la limitazione dei poteri privati». Queste grandi piattaforme, ha ribadito, «sono fondamentalmente extra europee» e la regolamentazione diventa, allora, «un modo di affermare i valori e i diritti fondamentali europei».

Guardando al futuro, Finocchiaro ha identificato due esigenze fondamentali per l’evoluzione del quadro normativo comunitario.

La prima è quella del consolidamento: «abbiamo moltissime norme europee (e alcune italiane) che andrebbero consolidate e razionalizzate, perché spesso le imprese e gli attori che oggi devono applicarle rischiano di perdersi in un ambiente ormai un po’ troppo ricco di soluzioni».

La seconda esigenza riguarda la valutazione circa l’efficacia dell’approccio regolatorio europeo. «L’Europa vuole tutelare i suoi valori e i suoi diritti fondamentali: è però necessario fare una riflessione autocritica, chiedendosi se lo strumento utilizzato sia sempre adeguato agli obiettivi o se – forse – siano opportuni degli interventi di semplificazione».

Valori, normativa e realtà operativa: il divario da colmare

Federico Casolari ha esordito ricordando come la sovranità digitale europea altro non sia che un’emanazione della sua autonomia strategica: un concetto sviluppato dall’Unione europea sin dal 2013, nell’ambito della Politica Estera di Sicurezza Comune (PESC), e poi divenuto trasversale a tutti i suoi ambiti di azione.

Federico Casolari cybercrime conference

In questa prospettiva, la sovranità digitale è uno dei numerosi ambiti in cui si concretizza oggi la sfida – tutt’altro che semplice – di conciliare i valori identitari dell’Unione con gli specifici interessi di volta in volta in gioco.

In effetti, la normativa europea sul digitale, ed in particolare quella sull’IA, rappresenta un esempio paradigmatico di come il sovranismo digitale dell’Unione determini lo sviluppo di normative che cercano di concretizzare la tutela dei valori dell’Unione – anche attraverso l’imposizione di obblighi in capo ai privati – rispetto a minacce e interferenze esterne. In particolare, il relatore ha citato l’interesse dell’Unione ad avviare – anche nell’ambito digitale – una decisa azione di contrasto nei confronti delle c.d. minacce ibride, rispetto alle quali l’implementazione della strategia sovranazionale si sta traducendo in una crescente «ibridazione degli strumenti normativi UE».

Ad esempio, anche rispetto al dominio digitale, è sempre più frequente il ricorso a « strumenti teoricamente non vincolanti che in realtà sembrano imporre degli obblighi in capo agli Stati membri, richiedendo ad un’implementazione di dettaglio da affidare ad organi ad hoc». Perfino gli strumenti di diritto derivato che rientrano nelle categorie classiche del diritto dell’Unione europea, come i regolamenti, le direttive o le decisioni, «sembrano non rispondere più alle definizioni di esse date nei Trattati ».

Il prof. Casolari ha poi ricordato «la sfida enorme dell’implementazione» del quadro regolatorio introdotto dall’Unione ed il rischio – insito in tale quadro – di creare «un giardino dell’Eden dal punto di vista normativo, che risulti, però, un inferno sul piano economico per imprenditori ed attori del settore».

Quale deve essere, allora, «la “bussola” che i giuristi devono utilizzare per cercare di orientarsi e di orientare gli operatori?» Concordando con quanto già osservato nei precedenti interventi, il relatore ha ribadito come sia cruciale «tornare ai principi generali dell’ordinamento giuridico dell’Unione europea, applicando quelli che sono gli elementi fondanti del costituzionalismo nazionale e sovranazionale per mettere in contesto la nostra capacità di affrontare le attuali transizioni».

Il ruolo delle aziende nel processo regolamentare

Focalizzandosi sulla partecipazione degli attori economici al processo regolamentare, l’intervento di Giorgio Martellino ha richiamato l’importanza di «coinvolgere le aziende nelle consultazioni pubbliche sulle normative».

Giorgio Martellino cybercrime conference

Attribuire al mondo aziendale un ruolo attivo nell’iter di adozione di nuove regole che lo riguardino consente infatti di verificare, prima dell’implementazione, se le soluzioni individuate dal legislatore «siano realmente sostenibili in termini di risorse economiche e umane», facilitando una «compliance integrata» che garantisce la piena e consapevole attuazione delle normative.

Iniziative come il progetto GaiaX o il programma Copernicus dimostrano, del resto, che il partenariato pubblico-privato ha già permesso lo sviluppo di tecnologie innovative a livello comunitario. Ma va considerato che delegare interamente alle aziende la gestione di processi cruciali – tra cui la valutazione del rischio – può portare al diffondersi di «sistemi autoreferenziali» in cui manca una visione d’insieme del quadro regolatorio; senza tralasciare l’esposizione degli attori europei ai rischi insiti nella supply chain globale, ulteriore minaccia per la sovranità digitale.

Sulla scorta della sua esperienza professionale Martellino ha citato l’ambito spaziale, ricordando che il Regolamento UE in materia (annunciato da tempo ma non ancora elaborato) avrebbe il merito di garantire la sicurezza del dominio spaziale comunitario; e soprattutto ribadendo che, oggi, «chi non ha accesso allo spazio rinuncia a una parte importante della propria sovranità».

L’evoluzione auspicabile va quindi verso un coordinamento tra istituzioni e aziende che consenta a queste ultime un’effettiva partecipazione al processo regolamentare, nonché una puntuale valutazione della sostenibilità economica delle previsioni normative.

In merito a tale aspetto, il relatore ha concluso l’intervento sollevando una questione fondamentale: «O riconosciamo che sulla sovranità digitale – come sulla cybersecurity o sulla privacy – servono investimenti e budget adeguati, oppure c’è qualcosa che non va».

L’intelligenza artificiale come nuovo terreno di competizione geopolitica

Antonio Teti ha offerto un’analisi illuminante sulle implicazioni dell’IA nel contesto della competizione tecnologica globale, illustrando come essa stia rivoluzionando le dinamiche dell’intelligence globale.

Antonio Teti cybercrime conference

Il professore ha esordito ponendo alla platea una domanda provocatoria: «immaginando piattaforme di intelligenza artificiale sviluppate in Europa, con tutte le relative garanzie e conseguenti limitazioni, pensate che le aziende sceglieranno di utilizzarle o privilegeranno altri strumenti, sviluppati in Paesi extra-UE?»

Teti ha aggiunto che «Naturalmente anche il settore dell’intelligence è particolarmente interessato allo sviluppo di queste piattaforme; e stiamo assistendo già ad alcune evoluzioni in tal senso».

Portando come esempio il caso cinese, ha poi ricordato che «due anni fa la Cina ha condotto attività di spionaggio certificate, attraverso le quali è riuscita a prelevare informazioni da un’azienda olandese che realizza macchine che servono a produrre i semiconduttori». Questa operazione ha consentito alla Cina di «raggiungere, non più tardi di sei mesi fa, l’autonomia nella produzione di semiconduttori»: un risultato di straordinaria importanza strategica e geopolitica.

Un altro caso, dai risvolti inquietanti, citato nell’intervento riguarda l’utilizzo dell’IA per operazioni di spionaggio su larga scala. «Nel 2018 la Cina ha condotto un’attività di cyber intelligence contro circa 10.000 funzionari governativi tedeschi». Il relatore ha osservato come sarebbe illusorio credere che tali attività siano state condotte manualmente: «In realtà, funzionari e dipendenti interagivano con chatbot alimentati dall’intelligenza artificiale».

La vera minaccia di questi sistemi, secondo Teti, risiede nella loro capacità di apprendimento. «Questi chatbot imparano da noi chi siamo, come pensiamo, cosa vogliamo […] e inoltre rappresentano un amico con cui confidarsi, traendone tutta una serie di informazioni».

È intuitivo che le implicazioni per il futuro dell’intelligence siano profonde.
Questi sistemi, infatti, «oltre a produrre delle operazioni di spionaggio, possono essere utilizzati anche per realizzare dei modelli previsionali, per capire quale sarà il contesto geografico su cui proiettare particolari operazioni di intelligence, come attingere le informazioni e come raffinarle: stiamo parlando, in pratica, di tutte le operazioni sinora svolte da un analista di intelligence».

Anticipando le future tendenze nel settore, Teti ha concluso il suo intervento con una fosca previsione sul relativo mercato del lavoro. «Fino a qualche tempo fa, le agenzie di intelligence a livello mondiale erano alla disperata ricerca di laureati in informatica e in ingegneria dell’informazione»; mentre oggi «Michael Hayden, ex direttore della NSA statunitense, sostanzialmente afferma che “queste lauree non servono più”».

La ragione di questo cambiamento è che «è possibile far sviluppare un linguaggio, un programma, un’architettura o un’infrastruttura di rete e di sistemi di un’azienda, ad una piattaforma di intelligenza artificiale. Quindi non avremo più bisogno di sviluppatori o di amministratori di rete e di sistemi; semplicemente perché queste piattaforme non mangiano, non bevono, non dormono, non vanno in vacanza, non si ammalano e, soprattutto, non vengono retribuite mensilmente».

Verso una nuova sintesi tra sovranità tecnologica e costituzionalismo democratico

La Tavola Rotonda ha offerto una panoramica straordinariamente ricca e sfaccettata delle molteplici dimensioni – giuridica, tecnologica, geopolitica ed economica – della sovranità digitale, nonché delle sfide da essa poste alle democrazie contemporanee.

Emerge con chiarezza che, in un mondo caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e da una rapida evoluzione tecnologica, la sovranità digitale non possa più essere concepita semplicemente come affermazione di autonomia tecnologica, né vada limitata alla protezione dei dati dei cittadini.

La vera sfida, sottolineata da tutti i relatori, è costruire un modello di sovranità digitale che non sacrifichi i principi fondamentali del costituzionalismo democratico sull’altare della sicurezza nazionale o dell’efficienza tecnologica; un modello che, come suggerito da Cerrina Feroni, integri la necessità di proteggere l’autonomia tecnologica con il rispetto dei diritti fondamentali e del principio di accountability.

In questo contesto, l’Unione europea ricopre una posizione unica e delicata.
Se da un lato, infatti, deve costruire una propria autonomia tecnologica per ridurre la dipendenza da attori extra-europei, dall’altro è tenuta a farlo in modo coerente con i valori fondanti dell’Unione, in particolare con il rispetto dello stato di diritto e delle libertà fondamentali.

Come emerso dal dibattito, la “via europea alla sovranità digitale” passa necessariamente dalla costruzione di un quadro normativo coerente ed efficace, che limiti il potere degli attori privati senza soffocare l’innovazione e la competitività; e che, soprattutto, garantisca la sicurezza senza compromettere i diritti delle persone.

In un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce costantemente i confini tra pubblico e privato, nazionale e globale, sicurezza e libertà, individuare questo equilibrio rappresenta molto più di una sfida tecnica o normativa, rivelandosi una questione centrale – e non ulteriormente rimandabile – per il futuro delle democrazie nell’era digitale.

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Azienda saudita di AI lancia un fondo di venture capital da 10 miliardi di dollari

La nuova società saudita di AI, Humain, interamente controllata dal Public Investment Fund (PIF) del regno, si propone di attrarre investitori tecnologici statunitensi e di diventare un attore dominante nell’infrastruttura globale dell’AI.

Con un fondo di venture capital da 10 miliardi di dollari e una strategia di investimento che tocca USA, Europa e Asia, Humain mira a consolidare una posizione centrale in tutto l’ecosistema dell’intelligenza artificiale: dall’hardware ai data center, fino alla progettazione di chip.

Tareq Amin, CEO della società e già a capo di Aramco Digital, ha dichiarato che Humain è in trattative con importanti nomi come OpenAI, xAI di Elon Musk e il fondo Andreessen Horowitz. L’ambizione è creare, entro il 2030, una capacità di elaborazione pari al 7% del ‘training’ e ‘inferencing’ globale di modelli AI, con una potenza di data center che raggiungerà i 6.6 GW nel 2034.

A supporto di tale visione, sono già stati stipulati accordi per 23 miliardi di dollari con colossi come Nvidia, AMD, AWS e Qualcomm. La società prevede inoltre un impianto pilota da 50 MW alimentato da 18.000 chip Nvidia, con espansioni successive fino a 500 MW. Il progetto complessivo potrebbe valere 77 miliardi di dollari.

Humain ha già firmato una joint venture da 10 miliardi con AMD e un investimento da 2 miliardi con Qualcomm per la creazione di un centro di progettazione chip a Riyadh. Amin sottolinea la rilevanza strategica della collaborazione con partner americani, anche alla luce del ritiro di restrizioni statunitensi sulla vendita di chip AI a paesi come l’Arabia Saudita.

Per attrarre ulteriormente operatori globali, il regno offre elettricità a prezzi ridotti e infrastrutture dedicate. La normativa saudita prevede che i dati ospitati nei data center siano soggetti alle leggi del paese d’origine del cliente, tentando così di allinearsi ai criteri di ‘data sovereignty’ internazionali.

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Meta perde la maggior parte del team originale di LLaMA AI a favore dei concorrenti

Meta sta affrontando una significativa emorragia di talenti nel settore AI: 11 dei 14 creatori originari del modello LLaMA hanno lasciato l’azienda, molti dei quali per unirsi a rivali emergenti come Mistral. Questo esodo solleva seri interrogativi sulla capacità di Meta di mantenere una posizione competitiva e di proseguire l’innovazione in un panorama AI sempre più competitivo.

Il modello LLaMA, considerato il fulcro della strategia open-source di Meta, è ora privo della maggior parte dei suoi sviluppatori iniziali, tra cui spiccano Guillaume Lample e Timothée Lacroix, ora ai vertici di Mistral AI. La partenza del team coincide con i ritardi nello sviluppo del modello ‘Behemoth’ e un’accoglienza tiepida della community verso LLaMA 4.

Inoltre, le nuove destinazioni degli ex-dipendenti – tra cui DeepMind, Microsoft AI, Anthropic e Cohere – rafforzano la concorrenza diretta. Anche la figura di Joëlle Pineau, leader storica del FAIR di Meta, ha lasciato un vuoto strategico, accentuando la fragilità interna del colosso tech.

La situazione è ulteriormente complicata da pressioni interne e controversie legali: tra esse, una causa per violazione di copyright riguardo l’uso di libri piratati nel training dei modelli LLaMA. A peggiorare il quadro, Meta ha interrotto il suo programma di fact-checking esterno negli Stati Uniti, segno di una ridefinizione delle priorità aziendali.

Nonostante ciò, Meta continua a investire in AI e ha lanciato nuove iniziative come il LLaMA API e la diffusione di LLaMA 4 su Amazon Bedrock. Tuttavia, il successo futuro dipenderà dalla capacità dell’azienda di attrarre nuovi talenti, consolidare il know-how interno e gestire efficacemente le sfide etiche, legali e finanziarie del settore.

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Gli hyperscaler investiranno quest’anno 300 miliardi negli USA, tra reti elettriche insufficienti e speculazioni immobiliari

I data center e la centralità delle infrastrutture digitali

La crescita esplosiva dell’intelligenza artificiale (AI) sta riscrivendo le regole delle infrastrutture digitali, mettendo i data center — la spina dorsale del mondo digitale — al centro di una trasformazione ad alto rischio. Mentre hyperscaler come Amazon Web Services (AWS), Microsoft Azure, Google Cloud e Meta investono centinaia di miliardi per espandere la propria capacità, i loro sforzi sono frenati non da una mancanza di domanda, ma da colli di bottiglia infrastrutturali e regolatori.

Gli hyperscaler non si ritirano, ma ricalibrano

Contrariamente ai recenti titoli di giornale che suggeriscono un rallentamento, ha raccontato Jackie Snow in un approfondimento pubblicato da qz.com, i principali fornitori cloud non stanno riducendo gli investimenti per dubbi sul potenziale dell’AI. L

e decisioni come l’annullamento da parte di Microsoft di data center in Ohio o la revisione di affitti da parte di Amazon riflettono un’ottimizzazione del portafoglio, non un calo della domanda.

Infatti, il 75%–85% della nuova capacità dei data center fino al 2029 è già pre-affittata, per lo più a clienti di alta qualità. I giganti tech — Microsoft, Google, Amazon e Meta — spenderanno complessivamente oltre 300 miliardi di dollari solo nel 2025 per le infrastrutture.

C’è da sempre da ricordare, inoltre, che è in fase di sviluppo il progetto “Stargate“ su cui l’amministrazione americana conta molto e che vede impegnate direttamente OpenAI, SoftBank, Oracle e MGX.
Per accelerare la seconda fase del progetto, JPMorgan Chase ha finalizzato un finanziamento superiore ai 7 miliardi di dollari.

Il vero collo di bottiglia è la rete elettrica americana

Il problema non è la domanda, ma l’offerta. In particolare, la rete elettrica statunitense fatica a soddisfare i requisiti energetici enormi delle applicazioni AI. I data center consumano già oltre il 4% dell’elettricità nazionale, e questa percentuale potrebbe salire al 12% entro il 2028.

Ogni struttura hyperscale può richiedere centinaia di megawatt — energia sufficiente per alimentare intere città. Stati come la Virginia hanno visto le vendite di elettricità aumentare vertiginosamente e le utility ora affrontano un arretrato di richieste che proiettano la pianificazione della rete fino al 2029 (e oltre).

La bolla speculativa: terra e energia come merci

Un altro ostacolo è la speculazione. Proprietari terrieri, fondi di private equity e sviluppatori stanno entrando nel mercato, gonfiando i valori fondiari fino a sei volte dopo aver aggiunto semplici studi energetici.

Queste operazioni speculative generano un’ondata di richieste di connessione alla rete — spesso per progetti che non si concretizzano — sovraccaricando i sistemi di pianificazione delle utility.

Questa è la vera bolla nel settore dei data center, non l’infrastruttura AI in sé. Gli esperti prevedono che questo fenomeno speculativo possa crollare nei prossimi 12–24 mesi.

Innovazione energetica e sostenibilità, verso la flessibilità di rete

Per affrontare i limiti della rete, stanno emergendo nuove strategie. L’istituto indipendente EPRI (Electric Power Research Institute) sta guidando iniziative come DCFlex, che punta a trasformare i data center in risorse attive per la rete elettrica.

Attraverso la modulazione dei carichi di lavoro, la gestione dei sistemi di raffreddamento e l’uso dei generatori di backup, i data center possono passare da semplici attori consumatori a fattori critici di stabilizzazione della rete.

Nel frattempo, l’Europa offre un approccio più sostenibile e integrato, come dimostra LuxConnect in Lussemburgo, dove la pianificazione energetica e infrastrutturale è parte del progetto sin dall’inizio — in netto contrasto con l’approccio più reattivo e orientato al profitto adottato negli Stati Uniti.

Efficienza vs domanda: un’equazione complessa

L’innovazione tecnologica potrebbe bilanciare, nel tempo, il rapporto tra consumi e capacità. Così come la virtualizzazione ha trasformato la densità dei server negli anni 2000, futuri sviluppi potrebbero rendere l’infrastruttura AI più efficiente.

Modelli come DeepSeek promettono prestazioni elevate con consumi ridotti. Tuttavia, questo potrebbe essere annullato dalle previsioni di Nvidia, secondo cui i rack server del futuro consumeranno fino a 600kW — un salto enorme rispetto allo standard storico di 10–20kW.

Inoltre, mentre l’AI passa dalla fase di addestramento all’inferenza — cioè all’esecuzione dei modelli per gli utenti in tempo reale — la domanda diventa continua e costante, aumentando la pressione sulle infrastrutture.

Scenari futuri e sfide critiche

Possiamo ipotizzare a partire dall’articolo pubblicato su qz.com, alcuni scenari critici principali e relative conseguenze su un settore strategico, quello delle infrastrutture digitali e dell’AI, che negli Stati Uniti potrebbe crescere molto più rapidamente di quanto si immagini e che invece soffre di mali che possiamo catalogare come ‘atavici’: infrastrutture limitate e speculazioni dannose.

Scenario uno: espansione strategica e collaborazione con la rete

Se hyperscaler, utility e regolatori riusciranno a collaborare, la crescita guidata dall’AI potrà essere gestita attraverso tecnologie di rete intelligenti, diversificazione geografica e investimenti mirati.

Scenario due: blocco normativo e infrastrutturale

Se la speculazione continua e le utility restano sovraccariche, progetti fondamentali potrebbero subire ritardi e alcune regioni potrebbero imporre moratorie energetiche o nuovi limiti ambientali.

Scenario tre: salto tecnologico

Innovazioni nell’efficienza dei chip e dei modelli AI potrebbero stabilizzare la domanda, permettendo alla rete di recuperare terreno. Tuttavia, questi progressi non sono ancora immediati.

Aspetti critici da monitorare

  • Modernizzazione della rete: la velocità degli aggiornamenti sarà cruciale.
  • Evoluzione normativa: potrebbero emergere leggi per distinguere progetti strategici da quelli speculativi.
  • Metriche ambientali: la sostenibilità sarà un fattore chiave nell’approvazione dei progetti.
  • Espansione urbana vs rurale: i centri urbani sono saturi; si punta a nuovi mercati come Columbus o Minneapolis.

L’AI non sta provocando una ritirata dagli investimenti infrastrutturali — sta accelerando una trasformazione radicale su come e dove questi investimenti avvengono.
Mentre gli hyperscaler si adattano e gli speculatori si ritirano, gli Stati Uniti si trovano a un bivio: modernizzare la rete elettrica e adottare una pianificazione intelligente, oppure rischiare di restare indietro nella rivoluzione computazionale più importante dai tempi di internet.

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https://www.key4biz.it/gli-hyperscaler-investiranno-questanno-300-miliardi-negli-usa-tra-reti-elettriche-insufficienti-e-speculazioni-immobiliari/533152/




Check Point acquisisce Veriti e la sua tecnologia di Preemptive Exposure Management


Check Point ha annunciato l’acquisizione di Veriti, la prima azienda ad aver introdotto la Preemptive Exposure Management in una piattaforma di cybersecurity.

La compagnia, fondata nel 2021, mette a disposizione la prima piattaforma completamente automatizzata e multi-vendor per la gestione proattiva e la mitigazione dell’esposizione alle minacce. 

Veriti ha aperto la strada alla tecnologia di Preemptive Exposure Management garantendo rilevazione e mitigazione proattive dei rischi tra strumenti isolati. La piattaforma è in grado di monitorare log, indicatori di minacce e vulnerabilità degli ambienti e di attivare le protezioni in tempo reale, integrandosi con oltre 70 vendor di sicurezza.

Preemptive Exposure Management

Lo strumento applica istantaneamente protezioni sicure su numerosi tool di terze parti basandosi su debolezze identificate da piattaforme come CrowdStrike, Tenable e Rapid7. La piattaforma è inoltre in grado di analizzare gli indicatori di minaccia di qualsiasi strumento connesso per orchestrare le protezioni su firewall, endpoint, WAF e piattaforme cloud. 

Veriti acquisisce insight sulle esposizioni cloud da Wiz  ed esegue patching virtuale automatico delle risorse attraverso i gateway sia di Check Point che di altri vendor. La piattaforma inoltre analizza l’ambiente del cliente per applicare i controlli necessari e senza impatti operativi.

La soluzione di Veriti risponde alla necessità di rispondere a un numero sempre maggiore di attacchi su larga scala potenziati dall’intelligenza artificiale. Le aziende operano con risorse distribuite su cloud, data center ed endpoint che ampliano la superficie d’attacco e le rendono più vulnerabili alle minacce; per questo è necessario evolvere i propri strumenti ed essere in grado non solo di rilevare, ma soprattutto prevenire gli attacchi senza ritardi.

“Oggi i team di sicurezza soffrono di una carenza di proattività: le esposizioni non vengono solo rilevate, ma si aggravano, nascondendosi tra strumenti, team e scadenze varie” ha dichiarato Adi Ikan, CEO e co-fondatore di Veriti. “Abbiamo fondato Veriti per aiutare le organizzazioni non solo a individuare i rischi, ma anche a porvi rimedio in modo sicuro, su scala e, soprattutto, senza interruzioni. Insieme, aiuteremo le organizzazioni a ridurre più rapidamente l’esposizione ai rischi informatici, sfruttando gli strumenti di sicurezza che già conoscono e a cui si affidano“.

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Indipendenza Digitale: Butti: “Certificare la sovranità dei prodotti tecnologici e creare un cloud europeo”

“Uno Stato non deve utilizzare solamente tecnologia sviluppata all’estero, il Governo vuole giocare un ruolo di primo piano nella digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e dare vita ad una politica industriale che fino a qualche tempo non esisteva per quel che riguarda le telecomunicazioni e atri settori strategici”, ha affermato il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale, Alessio Butti, intervenendo alla Prima Conferenza sull’Indipendenza Digitale in Italia, organizzata da Key4biz in collaborazione con RED OPEN.

Il Sottosegretario ha sottolineato che è evidente la necessità di una sovranità tecnologica europea, con particolare attenzione all’indipendenza digitale e al controllo dei dati: “Mettere insieme sicurezza del dato, indipendenza tecnologica e sovranità digitale penso sia un primo passo per costruire una strategia efficace per il futuro“.

Nel suo discorso ha espresso “preoccupazione per la regolamentazione dell’intelligenza artificiale”, sottolineando l’importanza di non basarsi su “concetti obsoleti come la neutralità” e di concentrarsi invece sull’identificazione e il “superamento delle debolezze tecnologiche europee”.

Ha sostenuto “l’importanza di un ruolo attivo dello Stato nella digitalizzazione e nella politica industriale, promuovendo l’interoperabilità e l’interconnessione tra sistemi”.

Fondamentale per Butti “la necessità di controllare le infrastrutture digitali, promuovere una dimensione industriale europea competitiva, investire nella ricerca scientifica e stabilire standard normativi che riflettano gli interessi nazionali”.

Il Sottosegretario ha proposto “un patto per le competenze per trattenere i talenti in Europa e attrarre quelli che si trovano all’estero”.

Centrale in questo momento storico è anche comprendere le strategie di Cina e Stati Uniti, evidenziando la “necessità per l’Europa di combinare investimenti pubblici e privati”.

Altro tema chiave per comprendere la centralità dell’indipendenza digitale è la proprietà delle tecnologie in campo. Butti ha rilanciato ad esempio l’idea di una “certificazione della sovranità per prodotti tecnologici europei”, con un maggiore impegno nello “sviluppo di un cloud sovrano europeo” e nuove risorse per lavorare alla creazione di “super fabbriche” che integrino parallelamente produzione, ricerca e formazione.

Butti ha poi indicato altri passaggi chiave per il rafforzamento di una politica europea veramente dedicata alla ricerca di un’indipendenza digitale continentale.

Intanto, la priorità strategica è certamente la sovranità tecnologica e in tema di tecnologie strategiche non poeteva mancare l’intelligenza artificiale e la sua regolamentazione, con forte preoccupazione per la fase finale del trilogo europeo in relazione all’AI Act.

Ulteriori temi messi sul tavolo dal Sottosegretario, quasi a voler scrivere un’agenda dei lavori da portare avanti, sono il controllo dei dati, che passa per l’identità informativa e la gestione del “clone digitale”, il ruolo dello Stato nel portare avanti la trasformazione digitale, nello sviluppo di una politica industriale avanzata e nella promozione dell’interoperabilità.

C’è la necessità di un maggior controllo giuridico, tecnico, operativo e politico delle infrastrutture digitali, punto strategico su cui far leva per riuscire a competere a livello globale grazie a politiche industriali coordinate.

Butti parla di necessari nuovi e più consistenti investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, partendo ovviamente dalle università e i centri di ricerca di cui l’Italia può vantare eccellenze a livello internazionale. Le competenze sono fondamentali per tornare a competere e assicurarsi un futuro digitale e per questo serve un “patto per trattenere e attrarre talenti”.

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Oltre l’Intelligence e l’Intelligenza Artificiale: la metamorfosi del mondo secondo Mario Caligiuri alla 13a Cyber Crime Conference

In occasione della 13ª Cyber Crime Conference, il Prof. Mario Caligiuri – ordinario all’Università della Calabria e Presidente della Società Italiana di Intelligence – ha offerto un’analisi critica sul rapporto tra società contemporanea, intelligenza artificiale e sistemi di intelligence, delineando le sfide che attendono il futuro dell’umanità in questa fase di transizione epocale.

Un salto di specie nell’era digitale

«Secondo l’ultimo rapporto Eurispes, il 68% degli italiani ritiene di sapere poco o nulla sull’Intelligenza Artificiale, mentre il restante 32% ritiene di saperne qualcosa. Personalmente ritengo che non si tratti della caduta dell’Impero romano, né della scoperta dell’America o della presa della Bastiglia: ma piuttosto dell’uomo di Neanderthal che sta diventando Homo sapiens, del bruco che sta diventando farfalla», ha esordito Caligiuri, definendo la rivoluzione tecnologica attuale come un vero e proprio “salto di specie”.

Secondo il professore, quindi, oggi stiamo utilizzando «parole, concetti culturali, categorie mentali e teorie giuridiche che fanno riferimento a un mondo in estinzione».

Questa riflessione è emersa commentando l’AI Act dell’Unione Europea, il primo tentativo al mondo di regolamentare l’intelligenza artificiale.

Pur riconoscendo la necessità di regole per evitare il “far west digitale”, Caligiuri si domanda: «possiamo regolamentare con uno strumento rigido come la legge un fenomeno inedito nella storia del mondo, che si modifica in misura velocissima?», aggiungendo un’osservazione geopolitica fondamentale: «Noi in Europa siamo 455 milioni, su oltre 8 miliardi di abitanti del pianeta. Quali piattaforme regolamentiamo? A chi ci stiamo rivolgendo?».

Guarda il video integrale dell’intervento:

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La società della disinformazione

Una parte centrale dell’intervento ha riguardato quello che Caligiuri definisce «l’emergenza educativa e democratica di questo tempo», ossia la disinformazione.

«La metamorfosi del mondo è resa opaca dalla disinformazione» ha affermato il professore, descrivendo un contesto caratterizzato dalla «dismisura dell’informazione da un lato e il basso livello di istruzione sostanziale dall’altro», che concorrono nell’allontanare sempre più le persone dalla comprensione della realtà.

Condividendo dati allarmanti, Caligiuri ha ricordato che «secondo Tullio De Mauro, il 76% dei nostri concittadini non comprende una frase complessa della nostra lingua» e «oltre il 30% degli italiani, secondo l’OCSE, è analfabeta funzionale». E ha aggiunto con preoccupazione: «Stiamo parlando delle stesse persone che rispondono ai sondaggi, navigano sui social e votano».

«Siamo come i pesci nell’acqua» ha spiegato, citando una metafora efficace: «quello di cui i pesci non sanno assolutamente nulla è proprio l’acqua. Proprio perché siamo totalmente immersi nella disinformazione, non ce ne rendiamo affatto conto».

Intelligence: comprendere la complessità

Ricordando che il ruolo degli intellettuali è quello di rendere accessibile la complessità, il relatore ha chiarito come il termine “intelligence” identifichi realtà diverse: «un apparato dello Stato dei cosiddetti, impropriamente definiti, “Servizi Segreti”; poi un metodo di trattazione delle informazioni che utilizziamo tutti per supportare le nostre decisioni; e infine il complesso di queste funzioni».

Sottolineando che «un dato da solo non serve a nulla», Caligiuri ha sottolineato che l’intelligence «è fondamentale perché contestualizza i dati», aiutandoci a «individuare le informazioni rilevanti, unire punti che sembrano dispersi e ridurre i bias cognitivi».

In definitiva, «l’intelligence serve per difendere la democrazia da sé stessa, dalle proprie inevitabili degenerazioni».

Richiamando Aristotele, il professore ha ribadito che «ogni sistema politico inevitabilmente degenera: la monarchia in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia e la democrazia in demagogia. Oggi la chiamiamo populismo, ma è la stessa identica cosa».

Il futuro dell’Italia tra crisi e opportunità

Dopo aver ricordato che la crisi fiscale – oggi riecheggiata dall’aumento vertiginoso del debito pubblico e dalla “battaglia dei dazi” condotta dall’amministrazione Trump – storicamente è stata all’origine di grandi cambiamenti, come la rivoluzione francese o quella americana, Caligiuri è passato ad analizzare la situazione italiana, evidenziandone i principali punti di debolezza.

Innanzitutto, «la demografia: saremo sempre di meno e ciò significa essere sempre più poveri. Poi il problema dell’istruzione, rispetto a cui abbiamo un sistema molto debole, che per di più registra un abisso tra nord e sud del paese».

Il professore ha sottolineato che «studiare al sud è una cosa, studiare al nord è un’altra; curarsi al sud è una cosa, curarsi al nord un’altra; chiedere prestiti in banca al nord è una cosa, farlo al sud un’altra. L’Italia è divisa in due». Ampliando l’analisi a livello globale, ha poi ricordato che «in base ai dati OCSE, i paesi del Sud-Est asiatico dal punto di vista dell’istruzione volano, mentre tutto l’Occidente è in regressione».

Infine, «un problema gigantesco» è rappresentato dalla criminalità organizzata.

L’educazione come strumento cruciale

Di fronte ai molteplici problemi della società contemporanea, «si invoca sempre più l’educazione. Perché? Perché tutte le altre ricette sono già fallite». Tuttavia, Caligiuri ha avvertito che «per come sono strutturate, scuole e università non sono la soluzione ma fanno parte del problema».

Al riguardo il relatore ha identificato due criticità fondamentali: «Ogni apparato burocratico è autoreferenziale, quindi la scuola e l’università pensano prima di tutto a se stesse»; inoltre, «nell’educazione tutto accade cinquant’anni più tardi».

Un dato sorprendente citato da Caligiuri riguarda l’impatto dell’IA nell’apprendimento.
«La Banca Mondiale ha sperimentato un tutor di intelligenza artificiale per il periodo di giugno-luglio 2024 e ha verificato che sei settimane di utilizzo del tutor di intelligenza artificiale corrispondono a circa due anni di educazione tradizionale»; in merito ai nuovi strumenti di conoscenza, il relatore ha ricordato «l’importanza di conoscere i rischi per poter cogliere le opportunità».

Oltre l’intelligenza artificiale

In conclusione del suo intervento, Caligiuri ha sollevato una questione cruciale: «Se le intelligenze artificiali diventano efficaci ed efficienti, ma solo poche persone sono in grado di utilizzarle, noi escludiamo le moltitudini».

Richiamando il pensiero di Harari ha ricordato come si prospettino, così, «due distinte razze umane: una piccola minoranza che utilizzerà i vantaggi dell’intelligenza artificiale e le moltitudini che ne saranno dominate».

Per contrastare questa deriva, secondo il professore, «dovremmo investire per migliorare le qualità dell’uomo, accorciando i tempi di apprendimento», senza tuttavia dimenticare di «coltivare l’umanità».

In merito si potrebbe riscoprire l’importanza dell’oralità nell’educazione, immaginando «il ritorno a quello che c’era nelle università medievali: la disputatio, ossia la discussione tra studenti e docenti, senza la quale non si poteva accedere a sostenere l’esame».

Guardando al futuro Caligiuri si è interrogato su cosa ci sarà oltre l’intelligenza artificiale, menzionando «la fisica quantistica, il metaverso, persino il teletrasporto» e ricordando che «nella storia del mondo la frontiera dell’impossibile si è sempre spostata progressivamente più in là».

«La realtà è sempre davanti agli occhi di tutti, ma noi non la vediamo» ha concluso il professore, citando il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han che «parla di crisi della verità, spiegando che nei paesi autoritari la verità non si può dire; mentre nelle società democratiche la si può dire ma viene ignorata, perché oggi non comporta alcuna conseguenza».

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Indipendenza digitale. Gli interventi di Vito Di Marco (Cineca), Fabrizio Garrone (Aruba) e Antonio Morabito (TIM Enterprise)

Si è svolto il 27 maggio a Roma, presso Palazzo Wedekind, il panel “Il 1° Rapporto sull’Indipendenza Digitale in Italia: la fotografia analizzata dal punto di vista delle aziende e geopolitico. E le alternative tecnologiche italiane”, all’interno della conferenza “Indipendenza Digitale – Un patto per il futuro economico e tecnologico dell’Europa e degli europei”, organizzata da Supercom e promossa da Key4biz in collaborazione con RED OPEN.

Il panel ha offerto una riflessione concreta sulla sovranità tecnologica italiana ed europea, grazie al contributo di tre protagonisti dell’ecosistema nazionale: Aruba, TIM Enterprise e Cineca.

L’Europa come spazio sovrano del cloud

Fabrizio Garrone, Enterprise Solution Director di Aruba, ha ribadito che l’indipendenza digitale non è solo un tema tecnico, ma un valore politico europeo, da costruire giorno dopo giorno attraverso scelte concrete.

“Non basta ospitare fisicamente i server in Italia per parlare di sovranità: se non controlliamo cosa accade dentro quelle macchine, non possiamo definirci indipendenti. Bisogna lavorare su tutta la catena del valore, costruendo sistemi interoperabili, aperti, che coinvolgano anche i piccoli attori. Solo con eccellenza tecnologica possiamo aspirare a una reale autonomia.”

In questa direzione si inserisce l’iniziativa SECA – Sovereign European Cloud API, promossa da Aruba con IONOS e Dynamo, che offre un set di API aperte e standardizzate per gestire ambienti cloud in maniera interoperabile, conforme e indipendente:

“SECA API nasce dal mercato, non per imposizione istituzionale, ed è uno strumento concreto per evitare il lock-in tecnologico, permettendo alle istituzioni e alle imprese di accedere a fornitori multipli con le stesse modalità”. Garrone ha inoltre annunciato un passo storico: “Per la prima volta, un cloud provider italiano è stato incluso nella convenzione Consip per la fornitura di servizi cloud alla pubblica amministrazione. Questo significa che oggi, finalmente, la PA potrà acquistare e utilizzare un cloud interamente progettato, gestito e localizzato in Italia, nel pieno rispetto dei principi di trasparenza, sicurezza e autonomia”, ha concluso.

L’esperienza industriale di TIM Enterprise

L’intervento di Antonio Morabito, Responsabile Business Development e Marketing di TIM Enterprise, ha messo in luce l’impegno dell’azienda nella costruzione di un ecosistema sovrano e sostenibile:

“L’indipendenza digitale – ha dichiarato Morabito – richiede infrastrutture sovrane, cybersecurity integrata e un corretto dimensionamento energetico. In TIM Enterprise puntiamo su un’innovazione sostenibile, basata su tecnologie sicure e nuove competenze, formando professionalità capaci di integrare cloud, intelligenza artificiale ed edge computing nei processi pubblici e privati. Con la partecipazione in PSN siamo protagonisti del caso di maggior successo in Europa di cloud sovrano e siamo i principali fornitori di sistemi per le smart cities in Italia. Lavoriamo ogni giorno per costruire un ecosistema europeo realmente indipendente e sostenibile.”

Il supercalcolo pubblico al servizio della competitività

Vito Di Marco, Responsabile Relazioni Istituzionali di Cineca, ha chiuso il dibattito sottolineando il valore strategico delle infrastrutture pubbliche per la ricerca, come il Tecnopolo di Bologna e il supercomputer Leonardo, punto di riferimento europeo nel calcolo ad alte prestazioni.

“L’Italia è terzo Paese al Mondo per capacità computazionale. La vera scommessa allora è come la manifattura italiana sfrutterà l’AI. Da qui, il ruolo delle AIFactory. Da parte sua, CINECA sta mantenendo un ruolo chiave nell’infrastruttura pubblica e nelle relative catene del valore”, ha detto. “C’è una grande attenzione istituzionale su questi temi. Tutti i progetti citati – dai centri iFactory all’ISA, fino al calcolo quantistico – sono frutto di investimenti pubblici, spesso in collaborazione con enti di ricerca come l’INFN. Leonardo è utilizzabile gratuitamente da chi fa ricerca, anche da aziende private, ed è nato per essere una risorsa aperta all’innovazione. La vera sfida oggi è portare anche le PMI e il manifatturiero, soprattutto in territori come Milano e Bologna, a sfruttare le potenzialità del supercalcolo e dell’intelligenza artificiale.”

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AI. Per otto americani su dieci “meglio etica e affidabile”, senza correre

Le grandi aziende tecnologiche spingono sull’acceleratore dello sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI), ma la maggioranza degli americani vorrebbe “rallentare” questa corsa. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio Axios Harris Poll 100 del 2025, che fotografa una nazione più interessata alla sicurezza e all’etica dell’AI che alla velocità dell’innovazione.

Una spinta tecnologica che vuole solo il mercato?

Nel mondo del business e dell’innovazione, l’intelligenza artificiale è il protagonista indiscusso. CEO, venture capitalist e colossi della tecnologia parlano apertamente di una “corsa all’oro” per conquistare il primato nell’AI, spingendo verso sviluppi sempre più rapidi, come se il futuro dell’economia dipendesse da chi arriva primo.

Tuttavia, questo entusiasmo non trova eco tra i cittadini. Secondo il sondaggio, ben il 77% degli americani preferisce che le aziende rallentino lo sviluppo dell’IA per “farlo bene al primo tentativo”, anche a costo di ritardare scoperte e innovazioni.

Solo il 23% è disposto ad accettare uno sviluppo rapido, pur con il rischio di errori lungo la strada.

Un’ansia trasversale alle generazioni

L’indagine offre un interessante spaccato generazionale, mostrando che la cautela verso questa tecnologia non è un sentimento isolato a una fascia d’età specifica:

  • 91% dei baby boomer (nati tra il 1946 e il 1964) chiedono lentezza e attenzione;
  • 77% della Gen X (1965–1980) condividono questo approccio prudente;
  • Il dato scende al 63% tra i millennial (1981–1996), generazione cresciuta con la rivoluzione digitale;
  • Ma risale al 74% per la Gen Z (1997–2012), i cosiddetti “nativi digitali”.

Un quadro che sfida l’idea comune secondo cui le generazioni più giovani sarebbero automaticamente più aperte a una rapida adozione dell’IA. In realtà, la Gen Z sembra chiedere un’intelligenza artificiale etica, sicura e affidabile, prima che veloce.

Il Divario tra Silicon Valley e opinione pubblica

Questo contrasto tra l’agenda dei leader tecnologici e le aspettative dei cittadini americani riflette un divario sempre più evidente. Mentre a San Francisco e a New York si moltiplicano le startup AI e gli annunci di nuovi prodotti, molti cittadini guardano con scetticismo alla mancanza di trasparenza, alle possibili discriminazioni algoritmiche, ai rischi occupazionali e alla sicurezza dei dati.

La fiducia nel futuro dell’IA c’è — ma è condizionata alla responsabilità.

Verso un’economia dell’AI etica?

Il messaggio del pubblico è chiaro: “non vogliamo solo innovazione, vogliamo innovazione giusta”.

C’è da chiedersi se realmente i dati del sondaggio possano o meno influenzare le strategie di comunicazione e sviluppo delle aziende tecnologiche, obbligandole a bilanciare velocità e responsabilità.
Non sarà scontato, ne semplice, viste anche le uscite del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che vede di buon occhio uno sviluppo più rapido dell’AI, anche sotto la spinta delle Big Tech o di interessi “di parte” del suo principale sostenitore, Elon Musk (proprietario della società xAI fornitrice del chatbot Grok), non soggetta a regolamentazione troppo rigida.

Il futuro dell’IA non sarà solo una questione di codice e calcolo, ma anche di consenso e cultura.

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Nuove competenze digitali. Governo mette sul piatto un miliardo di euro, ma profondo il gap con gli altri Paesi Ue

Nuove risorse per il Fondo nazionale competenze, basteranno?

Le nuove competenze tecnologiche non sono un lusso, ma un elemento essenziale per garantire benessere, crescita, sicurezza e sostenibilità. Investire in formazione digitale – dalla scuola primaria alla formazione professionale – significa investire nel futuro del Paese.

In un mondo sempre più guidato dall’innovazione, le competenze tecnologiche rappresentano una leva strategica per lo sviluppo economico, l’occupazione e la competitività di un Paese.
Dalla capacità di innovare nel settore produttivo all’efficienza della Pubblica Amministrazione, fino alla resilienza sociale e ambientale, la padronanza degli strumenti digitali è oggi fondamentale per affrontare le sfide del presente e costruire un futuro sostenibile e inclusivo.
Investire nelle competenze digitali non è solo una scelta tecnica, ma una priorità nazionale.

L’Italia in questo non è stata mai la prima della classe e ora il Governo Meloni sembra voler metterci una pezza, sperando, come sempre, che non sia peggio del fatidico buco.
Non è solo un problema di risorse, ma di come queste vengono spese. I percorsi formativi, di ogni ordine e grado, non sembrano al momento rispondere in maniera efficace alle necessità delle imprese e queste ultime hanno paura ad investire in innovazione.
Molte aziende italiane sono di piccole dimensioni e non hanno risorse né visione strategica per integrare tecnologie complesse

Secondo quanto comunicato dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, le risorse per la terza edizione del Fondo Nuove Competenze salgono a un miliardo e 49 milioni di euro, grazie a un ulteriore stanziamento di 318,8 milioni di “risorse aggiuntive”.

L’integrazione è contenuta nel decreto direttoriale della Direzione generale Politiche attive del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, appena pubblicato, che ora sarà inviato agli uffici competenti per i previsti controlli contabili.

Una misura che dovrebbe nelle intenzioni del ministero promuovere e accompagnare i processi di transizione digitale ed ecologica delle aziende italiane, favorendo nuova occupazione e promuove le reti tra imprese.

“L’acquisizione e l’aggiornamento delle competenze è centrale per affrontare le transizioni, soprattutto alla luce delle dinamiche demografiche“, ha affermato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone.

Il Fondo Nuove Competenze è stato selezionato quale operazione di importanza strategica del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro in quanto fornisce un contributo fondamentale agli obiettivi del programma, in particolare alla priorità 3 – Nuove competenze per le transizioni digitale e verde.

Meno di un italiano su due ha competenze di base, solo l’8% delle imprese usa l’AI

Una misura necessaria, come già detto, ma difficilmente sufficiente per colmare il gap di competenze digitali e tecnologiche in generale che pesa sul nostro Paese.

L’Italia è drammaticamente indietro rispetto agli altri Paesi europei in termini di competenze digitali, il divario con Germania, Spagna e Francia è significativo e si manifesta sia nella popolazione generale che nel tessuto produttivo.

Secondo i dati più recenti, solo il 45,8% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro una media UE del 55,6%.

La situazione è particolarmente critica nel Mezzogiorno, dove la percentuale scende al 36,1%.
Inoltre, solo il 22% della popolazione italiana ha competenze digitali superiori a quelle di base, posizionando l’Italia al 23° posto su 27 Paesi europei.

Nel 2024, secondo quanto riportato da Reuters, solo l’8% delle imprese italiane ha utilizzato l’intelligenza artificiale, un dato significativamente inferiore rispetto alla Germania (20%) e anche rispetto a Francia e Spagna. Questo indica una bassa intensità digitale nel settore produttivo italiano.

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