Meta addestra l’AI con i dati degli utenti europei, via libera dal garante irlandese. Dissenso degli attivisti e rischio ricorsi

Dal 27 maggio, Meta potrà ufficialmente iniziare ad addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale utilizzando i dati pubblici degli utenti europei delle sue piattaforme social, come Facebook e Instagram. Il via libera è arrivato dall’Irish Data Protection Commission (DPC), l’autorità competente per la privacy dell’UE per conto di Meta, che ha approvato il nuovo piano dell’azienda, seppur sotto osservazione e tra forti contestazioni.

Le modifiche richieste dal DPC

Secondo il DPC, Meta ha introdotto una serie di correttivi rispetto alla proposta iniziale del 2023 – poi sospesa in seguito a numerosi reclami – che riguardano:

  • aggiornamento delle note informative sulla privacy;
  • modulo di opposizione semplificato, accessibile anche da app mobili, disponibile più a lungo;
  • maggiori chiarimenti su come escludere i propri post pubblici dal trattamento AI;
  • rafforzamento delle misure di sicurezza e della documentazione a norma GDPR.

Inoltre, il DPC ha chiesto a Meta la produzione di un report sull’efficacia delle misure adottate, da consegnare entro ottobre.

Il dissenso degli attivisti e il rischio ricorsi contro Meta

Ma la decisione non ha spento le polemiche. In prima linea c’è l’organizzazione noyb (None Of Your Business), guidata dall’attivista e avvocato Max Schrems, che ha già notificato a Meta una lettera di diffida minacciando una class action nel caso il piano venga attuato. Al centro della contestazione: l’uso della base giuridica del “legittimo interesse” per raccogliere i dati senza consenso esplicito, una strategia già bocciata in sede europea nei casi legati alla profilazione pubblicitaria.

“Nonostante la posizione del DPC, noi e altre organizzazioni stiamo valutando tutte le opzioni legali”, ha dichiarato un portavoce di noyb.

Il caso tedesco e le altre autorità UE

Nel frattempo, anche il Centro per la tutela dei consumatori del Nord Reno-Vestfalia ha presentato ricorso in Germania, chiedendo un’ingiunzione immediata per bloccare l’iniziativa di Meta. La decisione del giudice è attesa nelle prossime ore, ma potrebbe già costituire un precedente rilevante. Diverse autorità privacy europee si sono dette critiche verso il piano di Meta e potrebbero intervenire in autonomia.

La mossa di Meta riapre il dibattito sulla sovranità digitale europea e sulla capacità del GDPR di reggere l’urto della corsa globale all’intelligenza artificiale. La possibilità per una Big Tech di accedere ai contenuti generati dagli utenti (anche se pubblici) per addestrare sistemi AI solleva interrogativi etici, normativi e politici.

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JPMorgan guida maxi-finanziamento da 7 miliardi per il data center di OpenAI ‘Stargate’ in Texas

Un consorzio di istituti finanziari capitanato da JPMorgan Chase ha finalizzato un finanziamento superiore ai 7 miliardi di dollari per sostenere la seconda fase del progetto ‘Stargate’, il colossale data center di OpenAI per l’intelligenza artificiale in costruzione ad Abilene, Texas.

Un’alleanza strategica per la supremazia AI

Il progetto è il risultato della sinergia tra OpenAI, SoftBank, Oracle e MGX, e si inserisce in una visione di investimento a lungo termine che potrebbe raggiungere la soglia dei 500 miliardi di dollari entro il 2029. L’obiettivo: potenziare l’infrastruttura computazionale globale necessaria a sostenere la crescita esponenziale dell’AI. “Questa infrastruttura garantirà la leadership americana nell’AI, creerà centinaia di migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti e genererà un enorme beneficio economico per il mondo intero. Il progetto non solo sosterrà la reindustrializzazione degli Stati Uniti, ma fornirà anche una capacità strategica a tutela della sicurezza nazionale americana e dei suoi alleati”, aveva annunciato OpenAI a gennaio 2025.

Il data center di OpenAI: una potenza senza precedenti

Il centro, una volta completato, ospiterà circa 400.000 chip NVIDIA, che rappresentano il fulcro della potenza elaborativa necessaria per i modelli AI di nuova generazione. La fase attuale prevede la costruzione di otto edifici, ciascuno valutato attorno a 1,4 miliardi di dollari, e segue un finanziamento iniziale da 2,3 miliardi già erogato.

Oracle ha già siglato un accordo di locazione quindicennale, dimostrando l’impegno strategico dell’azienda nel rafforzare la propria presenza nell’ambito dei servizi cloud e dell’AI.

Non solo Usa, anche Emirati Arabi: il caso Stargate UAE

Questa operazione non solo segnala un interesse crescente da parte del settore finanziario per l’infrastruttura digitale, ma evidenzia anche l’affermarsi di un nuovo paradigma industriale: la potenza computazionale come asset strategico, alla pari delle risorse energetiche o logistiche.

Secondo le fonti, OpenAI e i partner intendono replicare l’iniziativa in altri mercati chiave: Giappone, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti. Nel paese del medio oriente OpenAI e i partner hanno avviato una grande espansione internazionale con il progetto Stargate UAE, promosso dal conglomerato tecnologico emiratino G42 insieme a OpenAI, NVIDIA, Oracle, Cisco e SoftBank.

Situato ad Abu Dhabi, il campus sorgerà su una superficie di 10 miglia quadrate e sarà alimentato da una capacità energetica fino a 5 gigawatt, con una prima fase operativa prevista entro la fine del 2026. Il cuore computazionale sarà costituito da circa 100.000 chip NVIDIA Grace Blackwell GB300, distribuiti su 1.400 server ad alte prestazioni.

Stargate UAE punta a consolidare la posizione degli Emirati Arabi Uniti come hub globale dell’AI, con uno sguardo privilegiato verso i mercati emergenti di Africa, India e Medio Oriente. Il progetto è reso possibile anche grazie a un accordo tra Stati Uniti ed Emirati, che ha revocato le restrizioni all’export di chip avanzati verso la regione, rafforzando così la cooperazione strategica tra Washington e Abu Dhabi.

Il progetto Stargate si impone come uno snodo epocale nell’evoluzione dell’ecosistema AI: un modello in cui capitali, innovazione tecnologica e infrastruttura fisica convergono per consolidare la supremazia digitale delle grandi alleanze industriali e tecnologiche.

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Un nuovo paradigma per il cloud italiano ed europeo: aperto, sostenibile e radicato nei territori

Oltre la dipendenza digitale, si parte dall’infrastruttura cloud europea

Nel panorama tecnologico contemporaneo, il cloud computing rappresenta molto più di una semplice infrastruttura: è il fattore abilitante di diverse tecnologie di punta, su cui si costruiscono i servizi digitali, le politiche di intelligenza artificiale, le strategie industriali e le opportunità di sviluppo economico. Eppure, troppo spesso il dibattito si concentra sull’innovazione come fine a sé stessa, trascurando una riflessione più ampia sul modello di cloud che stiamo costruendo e su chi ne detiene il controllo.

In Europa e in Italia, si apre oggi uno spazio di riflessione importante: è possibile sviluppare un cloud aperto, sostenibile e più inclusivo, capace di promuovere la crescita di un ecosistema tecnologico diversificato e radicato nel territorio?

Un numero ristretto di attori globali detiene oggi una posizione dominante non solo nell’erogazione dei servizi, ma anche nella gestione dei dati, nell’infrastruttura fisica e, sempre più, nell’intelligenza artificiale. Si tratta di un modello efficiente, ma non privo di rischi: la dipendenza tecnologica da fornitori extraeuropei può generare vulnerabilità sul piano economico, strategico e normativo.

In questo contesto, reso ancora più instabile dalle tensioni geopolitiche in atto e dagli attriti internazionali legati alle politiche commerciali aggressive inaugurate da alcuni grandi attori globali, l’idea di una “Private AI” europea, basata su infrastrutture locali e controllate, prende sempre più piede. È un approccio che coniuga sicurezza, trasparenza e conformità con le normative continentali — dall’AI Act al Data Governance Act — promuovendo al contempo l’innovazione “in casa”, nel rispetto dei valori e delle priorità dell’Unione europea.

Il multicloud come strategia di resilienza tecnologica e antidoto al lock-in

In un ecosistema digitale sempre più complesso, la strategia multicloud si presenta come un modello virtuoso per garantire resilienza, interoperabilità e indipendenza tecnologica. L’adozione di architetture che combinano più fornitori cloud — pubblici e privati, internazionali e locali — permette alle organizzazioni di scegliere i servizi più adatti per ciascun ambito applicativo, riducendo al minimo la dipendenza da singoli provider e aumentando la capacità di negoziazione. Questo approccio è oggi particolarmente rilevante in Europa, dove normative come il Data Act e il Digital Markets Act spingono verso una maggiore portabilità dei dati e una più ampia competizione nel mercato dei servizi infrastrutturali.

Nel contesto italiano, il multicloud rappresenta una leva strategica per valorizzare l’ecosistema di fornitori nazionali, favorendo l’interoperabilità tra piattaforme e la creazione di filiere cloud verticali integrate con le specificità dei settori pubblici e privati. È anche uno strumento efficace per mitigare gli effetti del lock-in indotto dai grandi hyperscaler, i cui modelli contrattuali e architetture proprietarie limitano spesso la libertà tecnologica degli utenti finali.

Fornitori italiani di cloud: soluzioni su misura per verticali strategici

Il mercato italiano del cloud computing è oggi animato da una serie di attori locali che offrono soluzioni flessibili, sostenibili e fortemente orientate alle esigenze del territorio. Questi operatori, spesso specializzati in ambiti verticali come la pubblica amministrazione locale, la sanità digitale, il manifatturiero avanzato e la ricerca scientifica, si distinguono per la capacità di personalizzare l’infrastruttura, garantire la conformità normativa (in particolare su privacy e controllo del dato) e fornire supporto tecnico di prossimità.

Un esempio virtuoso è rappresentato da Seeweb, cloud provider italiano che coniuga prestazioni elevate e attenzione all’ambiente, grazie all’adozione di data center alimentati al 100% da fonti rinnovabili e tecnologie di raffreddamento a ciclo chiuso. L’azienda offre servizi cloud GPU e AI-as-a-Service progettati specificamente per use case ad alta intensità computazionale, come il machine learning applicato alla diagnostica medica o alla ricerca universitaria.

“I nostri servizi di GPU as a Service offrono la possibilità alle aziende e alle pubbliche amministrazioni di accedere all’adozione delle nuove tecnologie senza investimenti importanti: abbiamo optato per una politica di democratizzazione dell’AI, intesa come possibilità di offrire i server GPU nel miglior equilibrio possibile tra prezzo e prestazioni.
Abbiamo inoltre deciso di dare spazio a più tipologie di GPU – da Nvidia a Tenstorrent, passando per AMD – senza “chiudere” il cliente all’interno di un unico fornitore.
Il nostro servizio di cloud GPU può essere attivato in self-provisioning, accedendo al nostro pannello di controllo e creando le VM cloud GPU desiderate nel data center preferito, attraverso le API pubbliche che mettiamo a disposizione o attraverso il paradigma dell’”infrastructure as code” ovvero il paradigma del software Terraform
”, ha spiegato a Key4biz Marco Cristofanilli, Head of AI Cloud.

“In particolare, con i servizi di GPU cloud mettiamo a disposizione schede grafiche pronte all’uso e disponibili via API: queste possono essere integrate con il nostro supporto ingegneristico nonché con l’ecosistema dei nostri servizi cloud. Per gli utilizzatori di Kubernetes, i cloud GPU Seeweb potranno inoltre essere integrati con cluster GPU già attivi presso cloud provider terzi o presso il CED aziendale.
Con il nostro servizio di inferenza,
regolo.ai, diamo invece la possibilità di consumare modelli di IA senza impatto sull’ambiente e ottimizzando incredibilmente la creazione di applicazioni di AI generativa. I nostri servizi sono pensati per chi vuole innovare in modo vicino alle proprie esigenze, alle esigenze delle aziende clienti e a quelle del pianeta.
L’impatto della scelta di servizi come i nostri consente all’ecosistema di crescere e alle imprese italiane di essere tecnologicamente più indipendenti. La stessa cosa vale per le pubbliche amministrazioni: i servizi cloud per l’AI sono infatti qualificati ACN e già operativi per i partner che lavorano con la PA, nonché per il mondo della ricerca scientifica
”, ha dichiarato Chiara Grande, Manager di Seeweb.

Queste realtà non solo contribuiscono alla diversificazione del mercato, ma dimostrano che è possibile sviluppare un modello di cloud computing “su misura” per l’Italia: più vicino ai cittadini, alle imprese e alle istituzioni, e al tempo stesso capace di competere per qualità, sostenibilità e affidabilità.

Il ruolo chiave del procurement pubblico

Per sostenere questo cambiamento, è fondamentale riconsiderare il ruolo della domanda pubblica. Gli appalti digitali possono diventare un potente strumento di politica industriale, orientando risorse e opportunità verso fornitori italiani ed europei, soprattutto quelli specializzati in ambiti verticali (sanità, giustizia, pubblica amministrazione locale). Ciò favorirebbe non solo la crescita di imprese tecnologiche locali, ma anche la circolazione di competenze, la valorizzazione dei talenti e l’assorbimento di innovazione su scala territoriale.

Un approccio più bilanciato e lungimirante alla commessa pubblica, soprattutto nel settore cloud e AI, può essere una leva concreta per ridurre il divario digitale e rafforzare la resilienza dell’ecosistema tecnologico nazionale.

Un’infrastruttura sostenibile, il cloud come responsabilità ambientale

Accanto alla dimensione economica e geopolitica, il tema ambientale impone oggi una riflessione urgente. I data center alimentano la trasformazione digitale, ma hanno anche un impatto rilevante in termini di consumo energetico e uso delle risorse idriche. L’addestramento di modelli AI complessi può comportare l’emissione di migliaia di tonnellate di CO2, oltre a un impiego ingente di acqua per il raffreddamento dei server.

Tuttavia, esistono già soluzioni alternative e virtuose. Provider come Seeweb dimostrano che è possibile coniugare alte prestazioni con un approccio attento alla sostenibilità: data center alimentati esclusivamente da energie rinnovabili, utilizzo di infrastrutture ad alta densità e gestione circolare delle risorse idriche sono esempi concreti di come innovazione e responsabilità possano andare di pari passo.

Competenze e filiera: costruire un ecosistema distribuito

Un cloud più aperto e diversificato non è soltanto un’opzione tecnica: è anche un’opportunità economica. Supportare imprese locali, promuovere reti regionali di data center, investire in formazione avanzata sono elementi fondamentali per costruire una filiera del valore capace di competere e innovare nel lungo periodo.

In particolare, favorire la coesistenza tra soluzioni cloud pubbliche, private e ibride, interoperabili e modulari, può contribuire a contenere gli effetti del lock-in e a garantire una maggiore autonomia da parte delle organizzazioni, sia pubbliche che private. Un approccio che privilegia il pluralismo tecnologico e la complementarità tra attori.

Una sfida europea, un’opportunità per l’Italia

L’Italia, con la sua rete di PMI digitali, i suoi poli di ricerca e le sue competenze ingegneristiche, può svolgere un ruolo strategico nel promuovere un nuovo paradigma di cloud computing. Un modello che metta al centro la sostenibilità ambientale, la trasparenza tecnologica e l’inclusività economica, creando le condizioni per una crescita equilibrata e duratura.

Promuovere un cloud aperto significa anche favorire la nascita di un mercato europeo più equo, dove le imprese locali possano contribuire allo sviluppo di infrastrutture e soluzioni AI su misura, nel rispetto dei principi di autonomia digitale e sostenibilità.

Oggi, più che mai, la scelta del modello di cloud è una scelta di visione. Non si tratta solo di tecnologia, ma di quale futuro vogliamo costruire.

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Rapporto annuale 2025 dell’Istat. AI e cloud strumenti di resilienza e competitività per le imprese italiane

Capitale umano e conoscenza i pilastri della trasformazione digitale

Nel cuore dell’economia italiana, la trasformazione digitale si fa sempre più strategica. Dall’adozione dell’intelligenza artificiale (IA) al cloud computing fino alla fatturazione elettronica, le tecnologie digitali stanno ridefinendo le fondamenta del sistema produttivo nazionale. A rivelarlo è il Rapporto Annuale 2025 dell’Istat, che dedica una sezione specifica alla diffusione della conoscenza e alla digitalizzazione nell’economia.

Il rapporto evidenzia come la crescita del valore aggiunto sia stata più intensa nei comparti ad alta tecnologia e nei servizi basati sulla conoscenza, rispetto ai settori tradizionali. Tuttavia, l’Italia mostra ancora un ritardo strutturale nella dotazione di capitale umano specializzato in scienza e tecnologia: nel 2023, solo il 40% della forza lavoro rientrava nella categoria delle “Risorse umane in scienza e tecnologia”, contro il 50% circa di Germania e Spagna, e ben il 57% della Francia.

Intelligenza artificiale e cloud strumenti di resilienza e competitività

Tra le tecnologie emergenti, l’intelligenza artificiale gioca un ruolo sempre più rilevante, in particolare nei processi di ottimizzazione delle catene produttive, nella manutenzione predittiva e nella personalizzazione dei servizi. Il cloud computing, dal canto suo, permette alle imprese – soprattutto alle PMI – di abbattere i costi infrastrutturali e aumentare la flessibilità operativa, potenziando l’accesso a risorse informatiche avanzate senza grandi investimenti iniziali.

Nel biennio 2023-2024, secondo i dati riportati nel Rapporto, si è registrato un incremento dell’adozione di soluzioni cloud e IA in particolare nei settori manifatturiero, dei servizi ICT e nei servizi professionali e tecnici, contribuendo direttamente alla produttività dei comparti più dinamici.

tecnologie considerate centrali per il proseguimento della trasformazione digitale della nostra economica anche dal Tavolo tecnico permanente appena inaugurato dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale (DTD) e dedicato alla filiera italiana delle comunicazioni elettroniche, della società dell’informazione e dei media audiovisivi.

Fatturazione elettronica centrale nella trasformazione digitale

Un altro pilastro della digitalizzazione è rappresentato dalla fatturazione elettronica, ormai diffusa obbligatoriamente nel sistema imprenditoriale italiano. Questo strumento ha ridotto drasticamente i tempi di pagamento e migliorato la tracciabilità dei flussi economici, contribuendo alla semplificazione fiscale e alla lotta all’evasione.

Per le PMI italiane c’è un ritardo da colmare

Nonostante l’avanzamento, permane un divario tecnologico tra grandi imprese e PMI. Molte piccole aziende, soprattutto in settori tradizionali e in aree periferiche, mostrano una adozione limitata delle tecnologie digitali, frenata da competenze insufficienti, resistenze culturali e scarsa disponibilità di risorse.

Ciò ha implicazioni dirette sulla produttività totale dei fattori (PTF), che nel 2024 è addirittura diminuita, segnalando una difficoltà del sistema economico a convertire conoscenza e innovazione in efficienza produttiva.

Come già emerso per le tecnologie digitali, anche in tema di R&S e commercio hi-tech le PMI italiane appaiono in ritardo. Solo una piccola parte di esse investe in modo strutturato in innovazione, e le collaborazioni con centri di ricerca, università e hub tecnologici sono ancora troppo limitate. Questo incide negativamente sulla produttività totale dei fattori, che nel 2024 è tornata a calare, riflettendo una scarsa capacità di trasformare capitale umano, tecnologia e conoscenza in output competitivo.

Ricerca e sviluppo, una leva ancora sottodimensionata

L’Italia continua a soffrire di un cronico ritardo negli investimenti in Ricerca e Sviluppo, sia pubblici che privati. La spesa per R&S sul PIL resta sotto la media europea, limitando la capacità del Paese di generare innovazione endogena. Nel contesto produttivo, l’R&S si concentra soprattutto nelle grandi imprese, mentre le PMI — che rappresentano la struttura portante del tessuto industriale italiano — faticano ad accedere a progetti di innovazione complessi.

Nonostante ciò, si registra un miglioramento nella diffusione di competenze tecnico-scientifiche, specialmente nei settori ICT, biomedicale, elettronico e nei servizi ad alta intensità di conoscenza. Questo dinamismo, tuttavia, non è ancora sufficiente a colmare i gap con le principali economie europee.

Nel contesto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e delle nuove strategie industriali europee, la sfida per l’Italia è duplice: da un lato, favorire la trasformazione digitale delle imprese (soprattutto piccole e medie), dall’altro potenziare in modo significativo l’infrastruttura di R&S, promuovendo sinergie tra pubblico e privato.

Solo così sarà possibile rafforzare la competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali, invertire la tendenza alla stagnazione della produttività e garantire al sistema economico una traiettoria sostenibile e innovativa.

Commercio di prodotti ad alta tecnologia: luci e ombre

Secondo i dati contenuti nel rapporto, l’Italia mostra un modesto dinamismo nel commercio di beni ad alta tecnologia. In termini di esportazioni, i settori più rilevanti sono quelli farmaceutico, chimico e dell’elettronica, che hanno registrato incrementi sostenuti anche tra il 2019 e il 2024. Tuttavia, l’incidenza complessiva dei beni ad alta tecnologia sulle esportazioni italiane rimane contenuta, a conferma di una specializzazione industriale ancora troppo orientata verso settori tradizionali.

Sul fronte delle importazioni, il quadro è più variegato: l’Italia continua ad acquistare dall’estero tecnologie avanzate, soprattutto nei comparti della componentistica elettronica, dei dispositivi digitali e delle apparecchiature scientifiche, a testimonianza di una dipendenza tecnologica significativa dai partner esteri, in particolare Germania, Cina e Stati Uniti.

Un futuro ancora da scrivere

Per colmare il gap e sfruttare appieno il potenziale del digitale, l’Istat sottolinea l’importanza di rafforzare la formazione tecnica e scientifica, incentivare la digitalizzazione delle PMI attraverso politiche mirate e accelerare gli investimenti in infrastrutture digitali.

In uno scenario globale sempre più competitivo e incerto, la digitalizzazione non è solo una leva di efficienza: è una condizione imprescindibile per la sopravvivenza e la prosperità del tessuto produttivo italiano.

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Comunicazioni elettroniche, al via il Tavolo tecnico. Butti: “Diffondere l’Edge Cloud Computing nelle reti degli operatori di Tlc”

Un Tavolo tecnico permanente e in ascolto dell’intera filiera delle comunicazioni elettroniche

Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale (DTD) ha ufficialmente inaugurato il Tavolo tecnico permanente dedicato alla filiera italiana delle comunicazioni elettroniche, della società dell’informazione e dei media audiovisivi. Si tratta di una nuova piattaforma di confronto strutturato e continuativo tra Governo, Autorità di regolazione e imprese, concepita per affrontare in modo sistemico le sfide e le opportunità dell’innovazione digitale.

“Questo Tavolo rappresenta la naturale evoluzione del ciclo di incontri e consultazioni, svolti dal DTD e da me presieduti, nel corso dei quali sono già state tracciate alcune direttrici per orientare le discussioni con il Governo e tra tutti i soggetti del mercato interessati” ha sottolineato il Sottosegretario Alessio Butti. “Si tratta di uno strumento operativo di confronto stabile, trasversale e orientato ai risultati, capace di accompagnare con continuità l’evoluzione di un settore strategico e in costante trasformazione”.

Il Tavolo, ha spiegato Butti nel suo intervento, “è stato istituito con un obiettivo chiaro e ambizioso: promuovere un confronto strutturato, permanente e costruttivo tra tutti i portatori di interesse della filiera, favorendo un dialogo aperto e orientato alla condivisione di proposte, criticità e visioni strategiche. Si tratta, quindi, uno strumento operativo di confronto stabile, trasversale e orientato ai risultati, capace di accompagnare con continuità l’evoluzione di un settore strategico e in costante trasformazione”.

“In questo contesto – ha proseguito il Sottosegretario – il Tavolo si propone di perseguire due obiettivi prioritari. Il primo è quello di massimizzare la qualità e l’accessibilità dei servizi digitali utilizzati dai clienti e la loro sostenibilità. Il secondo obiettivo riguarda il rafforzamento delle politiche pubbliche nazionali dei diversi settori di interesse”.

Uno strumento che pone al centro la valorizzazione di “principi fondamentali”: “Parliamo, ad esempio, di inclusione digitale, trasparenza e legalità dei contenuti, neutralità tecnologica, interoperabilità tra sistemi e tutela rafforzata dei diritti degli utenti”, ha precisato Butti.

Le tecnologie al centro della trasformazione

Butti ha anche indicato dei “trend” specifici che vanno a plasmare la realtà economica, infrastrutturale e digitale del Paese.

“Trend settoriali che interessano direttamente la trasformazione digitale di ambiti strategici come la Pubblica Amministrazione, la mobilità, la sanità, l’istruzione, l’industria e l’ambiente”, ha specificato il Sottosegretario, e “trend tecnologici, che sono leve, da un lato, per la crescita economica e sociale e, dall’altro, per l’architettura della rete e per i modelli di business degli operatori di telecomunicazioni e dei provider di contenuti e di applicazioni. Tra i principali vediamo i nuovi modelli di intelligenza artificiale, basati su LLM (Large Language Models), che utilizzano tecniche di deep learning e sono specializzati nella comprensione, analisi e generazione del linguaggio naturale”.

A questi si aggiungono i “trend tecnologici, che stanno trasformando in profondità le architetture delle reti: penso, ad esempio, al Cloud RAN, all’Edge Cloud Computing, all’IoT, alle reti 6G, alle soluzioni ‘Open’ (come l’Open RAN) o all’integrazione con le reti non terrestri (NTN – Non-Terrestrial Networks)”.

A chiudere ci sono i trend normativi, che secondo Butti “plasmano l’ecosistema digitale. Tra questi si riaffermano alcuni principi fondanti, la cui attualità risulta rafforzata dalle sfide tecnologiche in corso. Primo fra tutti, il principio di neutralità della rete, che garantisce la libera circolazione delle informazioni, e un accesso equo e non discriminatorio ai contenuti e ai servizi online. Allo stesso modo, il diritto di accesso a Internet assume una valenza sempre più marcata come diritto sociale e rappresenta precondizione per l’effettiva cittadinanza digitale”.

Da non dimenticare il principio di sovranità tecnologica, intesa come la capacità dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri di sviluppare, governare e regolare le tecnologie strategiche.

Queste tecnologie non solo rappresentano la base per lo sviluppo di nuovi modelli di business, ma hanno anche un impatto diretto su settori strategici come sanità, mobilità, istruzione e industria, contribuendo a rafforzare la competitività del sistema Italia a livello globale.

Centralità dell’Edge Cloud Computing

“Sulla base di quanto da voi rappresentato nel corso delle recenti audizioni, un primo ambito concreto, su cui possiamo da subito avviare una collaborazione efficace, riguarda la diffusione dell’Edge Cloud Computing nelle reti degli operatori di telecomunicazioni. Si tratta di una sfida strategica e, al tempo stesso, di una reale opportunità”, ha sottolineato il Sottosegretario.

La Commissione europea – attraverso la DG CONNECT – ha riconosciuto come l’Edge Cloud Computing rappresenti un abilitatore chiave per migliorare le prestazioni dei servizi applicativi sulle reti geografiche, e ha delineato una traiettoria chiara e ambiziosa all’interno della visione per la Digital Decade 2030.

“In parallelo, sempre a livello euro-unitario, sono stati avviati importanti programmi di cooperazione, iniziative di standardizzazione aperta, reti di sperimentazione e piattaforme federate, costruite in sinergia con industrie, PMI, start-up e centri di ricerca.
Anche a livello nazionale
– ha aggiunto Butti – il Governo si è attivato con iniziative concrete. In particolare, nel predetto ambito dell’Edge Cloud Computing nelle reti degli operatori di telecomunicazioni, abbiamo già avviato le prime sperimentazioni sul campo, per verificare sul territorio le potenzialità di queste tecnologie e preparare il terreno a uno sviluppo coordinato ed efficace”.

Il prossimo traguardo che bisogna definire, ha detto il Sottosegretario, consiste nella pianificazione di soluzioni, che sfruttino “servizi e tecnologie innovative”, con un’attenzione particolare alle potenzialità dell’Edge Cloud Computing.

Collaborazioni istituzionali e impegno condiviso

Il Governo chiede in questo percorso uno sforzo condiviso “per migliorare la qualità dei servizi offerti a cittadini, imprese e pubbliche Amministrazioni, pur mantenendo elevati gli standard di efficienza imposti dalle dinamiche industriali di settore. Il Governo ha già intrapreso un percorso chiaro in questa direzione, attraverso il PNRR e altri strumenti di policy messi in campo”, ha precisato Butti.

A conferma della rilevanza sistemica dell’iniziativa, partecipano al Tavolo anche l’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Le imprese della filiera sono chiamate a contribuire attivamente, promuovendo elevati standard qualitativi e un ecosistema digitale innovativo e resiliente.

Prime azioni operative e prossimi passi

Tra le prime misure concrete proposte dal DTD figura la promozione dell’Edge Cloud Computing nelle reti degli operatori di telecomunicazioni, in linea con le sperimentazioni già avviate a livello nazionale. Particolare attenzione sarà dedicata alla cooperazione tra operatori, fornitori di contenuti, applicazioni e piattaforme digitali.

Il percorso del Tavolo continuerà con incontri periodici e la creazione di gruppi tematici incaricati di sviluppare proposte operative da presentare nei prossimi appuntamenti. L’obiettivo è sostenere in modo efficace le politiche pubbliche per la trasformazione digitale del Paese.

Il Tavolo rappresenta un passo fondamentale verso un’Italia più digitale, trasparente e tecnologicamente avanzata. È il simbolo di una strategia pubblica che vuole rendere la trasformazione digitale non solo un obiettivo, ma una realtà condivisa e concreta.

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Klarna ha utilizzato un avatar AI del suo CEO per presentare i risultati finanziari

Klarna ha fatto parlare di sé sostituendo il suo CEO umano, Sebastian Siemiatkowski, con una versione digitale generata tramite AI per presentare i risultati trimestrali.

Il video pubblicato su YouTube mostra un avatar quasi indistinguibile dal dirigente reale, con movimenti leggermente meccanici e una somiglianza visiva notevole.

L’intento dichiarato non era solo dimostrare l’efficienza della tecnologia, ma anche rafforzare l’identità dell’azienda come realtà profondamente integrata con l’AI, in vista della sua prossima quotazione in borsa.

La società ha attribuito i propri successi finanziari, inclusi quattro trimestri consecutivi di utile, all’adozione massiccia di strumenti basati su AI, che hanno consentito una drastica riduzione della forza lavoro – circa il 40% in meno – portando i dipendenti da 5.000 a circa 3.000.

Questo ha incrementato in modo significativo la produttività, con un fatturato medio per impiegato vicino al milione di dollari. Il gesto, ironico ma emblematico, ha riacceso il dibattito sull’eventualità che le AI possano assumere ruoli di leadership aziendale.

Nonostante alcuni studi, come uno pubblicato su Harvard Business Review, suggeriscano che modelli come GPT-4o possano superare i CEO umani in varie funzioni strategiche, permangono limiti evidenti nella gestione di eventi imprevedibili.

La stessa ricerca ha evidenziato come un avatar AI, pur performante in situazioni normali, fallisca dinanzi a eventi ‘cigno nero’, come le crisi finanziarie globali.

Klarna, pur non rilasciando ulteriori commenti, sembra voler continuare a percorrere questa strada, sfruttando la visibilità e l’efficienza offerte dall’integrazione dell’AI nei suoi processi aziendali.

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L’AI rappresenta una minaccia maggiore per il lavoro femminile rispetto a quello maschile, secondo un rapporto

Secondo un rapporto pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) delle Nazioni Unite, l’adozione crescente dell’AI comporta rischi occupazionali significativamente più elevati per le donne rispetto agli uomini, specialmente nei paesi ad alto reddito.

Il documento evidenzia che circa il 9,6% dei ruoli tradizionalmente femminili è destinato a subire trasformazioni profonde, rispetto al 3,5% dei lavori storicamente associati alla forza lavoro maschile.

Le professioni amministrative e di segreteria, occupate prevalentemente da donne, sono tra le più esposte alla ridefinizione delle mansioni causata dall’intelligenza artificiale generativa. Il rapporto chiarisce che non si tratta tanto di una sostituzione completa delle occupazioni, quanto della possibilità concreta che molte attività quotidiane vengano automatizzate.

Nonostante ciò, la componente umana continuerà a essere cruciale, soprattutto nei compiti che richiedono empatia, giudizio e interazione sociale. I settori dei media, del software e della finanza sono anch’essi indicati come altamente esposti alla trasformazione indotta dall’AI, data la rapida evoluzione delle capacità dei modelli generativi.

L’OIL invita governi, datori di lavoro e rappresentanze sindacali a pianificare in modo proattivo strategie che consentano di sfruttare l’AI per migliorare la produttività senza compromettere la qualità dell’occupazione.

È essenziale sviluppare politiche inclusive che garantiscano una transizione equa, con particolare attenzione alla tutela delle lavoratrici che rischiano di essere maggiormente penalizzate dalla riconfigurazione tecnologica del mercato del lavoro.

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Come l’esercito cinese potrebbe usare tattiche anti-AI sui campi di battaglia del futuro

Le forze armate cinesi stanno esplorando nuove strategie per neutralizzare i vantaggi offerti dall’uso dell’AI in ambito militare, con particolare attenzione a comprometterne l’efficacia su tre livelli chiave: dati, algoritmi e capacità computazionale.

Secondo il PLA Daily, organo ufficiale dell’esercito, il successo in futuri conflitti dipenderà dalla capacità di ostacolare l’elaborazione delle informazioni da parte delle AI nemiche. Una delle tattiche suggerite è la ‘contaminazione dei dati’, ovvero l’introduzione di informazioni fuorvianti per alterare l’apprendimento dei modelli linguistici avversari. Q

uesto approccio può includere l’uso di armi camuffate o la diffusione intenzionale di dati fittizi nelle reti nemiche, misure già impiegate da alcune forze armate straniere.

A tali pratiche si aggiunge la ‘deception logica’ degli algoritmi, consistente nell’agire al di fuori del perimetro logico previsto dai sistemi di AI. Ad esempio, sciami di droni potrebbero compiere manovre irregolari per rendere difficile la previsione dei loro schemi operativi.

La riflessione sull’uso della guerra ‘ingannevole’ non è nuova per l’Esercito Popolare di Liberazione, ma acquisisce oggi un ruolo centrale nel quadro di una rivalità tecnologica sempre più marcata tra potenze militari.

L’adozione di queste contromisure suggerisce che la supremazia futura sui campi di battaglia non dipenderà soltanto da chi dispone della tecnologia AI più avanzata, ma anche da chi saprà eluderla con maggiore efficacia.

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Dichiarazione dei redditi, ecco come funzionerà il chatbot per il MEF (video). Ma si basa sull’AI di quale società?

MEF e Sogei hanno sviluppato un chatbot AI sperimentale per l’analisi delle dichiarazioni fiscali

La trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione va progressivamente a migliorare la qualità e la produttività di ogni settore. Comporta anche una revisione radicale e quindi profonda del modo in cui tramite la tecnologia si esamina, si tratta e si gestisce l’enorme volume di dati relativo ai redditi degli italiani.

Il Dipartimento delle Finanze – Direzione studi e ricerche economico fiscali del ministero dell’Economia e delle finanze (MEF) ha illustrato al FORUM PA 2025, un’applicazione sviluppata in collaborazione con Sogei che attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) consente di migliorare la produttività delle attività di analisi dei dati del Dipartimento assicurando un accesso più celere ed efficace ai dati e consentendo l’utilizzo di tecniche avanzate di analisi.

Un nuovo assistente virtuale, “ad uso interno”, in aiuto di funzionari e dirigenti delle Finanze per analizzare e tradurre le migliaia di variabili che offrono i documenti inviati da 42,5 milioni di contribuenti italiani tra modelli di dichiarazione “Redditi Persone Fisiche” e “730”, oppure indirettamente tramite la comunicazione dei sostituti d’imposta, secondo dati ufficiali del ministero.

Durante l’intervento del Direttore della Direzione studi e ricerche economico fiscali, Maria Teresa Monteduro, e dalla Dirigente dell’Ufficio IV, dott.ssa Barbara Bratta, è stato spiegato il funzionamento dell’assistente virtuale progettato per l’analizzare sia documenti di testo, sia dati aggregati relativi alle dichiarazioni fiscali.

L’IA offre grandi potenzialità per la PA, ma deve essere adottata in modo responsabile, etico e collaborativo. La sfida non è solo tecnica, ma anche culturale e organizzativa.

AI, design user-friendly e supervisione umana

Come spiegato da Monteduro nella sua presentazione dal titolo “L’Intelligenza Artificiale: nuove frontiere e nuove potenzialità per la gestione di banche dati statistiche”, l’intelligenza artificiale svolge ormai già oggi un ruolo sempre più importante nella Pubblica Amministrazione, in particolare nell’ambito della gestione e valorizzazione dei dati fiscali e statistici.

Nel contesto del Dipartimento delle Finanze, l’AI è già applicata per gestire i dati fiscali, che vengono raccolti, verificati e pubblicati con l’obiettivo di “garantire qualità e affidabilità”. La grande mole di dati e la necessità di elaborazioni rapide e accurate hanno portato “all’implementazione di chatbot basati su tecniche di machine learning”.
Questi strumenti non solo consentono di “velocizzare i processi e migliorare l’efficienza operativa”, ma permettono anche di “rendere più fluido il rapporto tra cittadino e istituzione”.
In particolare, il chatbot sviluppato dal Dipartimento è in grado di “analizzare dati aggregati e documenti testuali relativi alle dichiarazioni fiscali, elaborando le informazioni per generare risposte, report, tabelle e grafici”, contribuendo così a un significativo miglioramento della produttività della PA.

Un punto centrale della presentazione è l’importanza di “un approccio antropocentrico e collaborativo nella progettazione dei sistemi di intelligenza artificiale”. L’IA, infatti, dovrebbe essere pensata per supportare l’utente e semplificarne le attività quotidiane, attraverso “un design intuitivo e user-friendly”, evitando di introdurre inutili complicazioni. Inoltre, è fondamentale che la tecnologia sia in grado di adattarsi alle esigenze specifiche di ogni individuo, mantenendo sempre il controllo umano nei processi decisionali e operativi.

La relatrice affronta poi le principali sfide etiche legate all’uso dell’AI, tra cui la “protezione dei dati personali”, che deve essere sempre conforme alle normative come il GDPR.

Un altro nodo critico è rappresentato dalla “tracciabilità” e dalla “comprensibilità dei modelli”, che spesso si presentano come “black box”, rendendo difficile ricostruire il ragionamento alla base delle risposte fornite.

A tutto ciò si aggiunge la necessità di “garantire la responsabilità delle decisioni, attraverso una chiara accountability” e una costante supervisione umana. Viene anche sottolineata l’“importanza di riconoscere e mitigare i bias algoritmici”, favorendo l’utilizzo di dataset diversificati per prevenire distorsioni nei risultati.

Come funziona il chatbot

Il chatbot sperimentato dal ministero rappresenta un’innovazione importante nella digitalizzazione della pubblica amministrazione, unendo linguaggio naturale, analisi dei dati e visualizzazione interattiva in un’unica piattaforma. Grazie alla sua architettura ibrida (LLM + RAG + interpreti), è in grado di fornire risposte affidabili, verificabili e ricche di contenuto, contribuendo a una gestione più intelligente e strategica delle informazioni fiscali.

Come spiegato nella presentazione di Barbara Bratta, il sistema si basa sull’integrazione di grandi modelli linguistici, noti come LLM (Large Language Models), che vengono addestrati su grandi quantità di testo per comprendere e generare linguaggio naturale.
Tuttavia, questi modelli presentano limiti, tra cui la possibilità di produrre risposte inesatte (allucinazioni), la mancanza di tracciabilità delle fonti e l’incapacità di effettuare calcoli numerici complessi.

Per superare queste criticità, il MEF ha adottato un approccio che unisce la generazione testuale degli LLM con la capacità di recuperare informazioni da fonti esterne, attraverso la tecnica denominata RAG (Retrieval Augmented Generation). Questa combinazione consente di fornire risposte basate esclusivamente su documenti interni ufficiali, migliorando la qualità e la trasparenza delle risposte.

Un ulteriore elemento innovativo è l’integrazione con interpreti di codice. Quando l’utente formula una domanda, il chatbot è in grado di trasformarla in codice, che viene poi eseguito da un interprete capace di effettuare operazioni matematiche, produrre grafici e mappe geografiche. Questo rende possibile, utilizzando un linguaggio semplice e naturale, ottenere analisi complesse e visualizzazioni dinamiche dei dati fiscali.

Il risultato è un assistente virtuale altamente specializzato, pensato per uso interno, che consente ai funzionari del Dipartimento delle Finanze di interagire in modo semplice ed efficiente con enormi volumi di dati, migliorando la qualità delle analisi e accelerando i processi decisionali.

Ancora nessuna comunicazione ufficiale

Il dipartimento ha annunciato l’impiego del chatbot, ma al momento manca una comunicazione ufficiale del ministero e di Sogei.

Proprio in questi giorni comunque Sogei ha pubblicato una nota relativa al processo di integrazione dell’intelligenza artificiale nel suo piano industriale 2025-2027, evidenziando “il ruolo cruciale di questa tecnologia nel potenziare servizi, processi e infrastrutture pubbliche. Tale iniziativa si propone di generare benefici concreti per cittadini, imprese e istituzioni”.

“L’Azienda è attivamente impegnata nello sviluppo di un’infrastruttura sicura e autonoma, sfruttando soluzioni di intelligenza artificiale generativa. È stato, inoltre, istituito un Centro di Competenza dedicato – si legge nella nota – che ha il compito di coordinare progetti in settori strategici come sanità, fiscalità e gestione del patrimonio pubblico”.

È chiaro che l’impiego dell’AI può essere una risorsa fondamentale per una gestione efficiente e ottimale di tale mole di dati, offrendo la possibilità di modernizzare la PA aumentando l’efficienza dei processi e delle mansioni e supportando decisioni più rapide ed efficaci.

L’AI di chi?

Le Pubbliche Amministrazioni devono essere un motore fondamentale nel processo di innovazione e cambiamento della nostra società, in quanto la disponibilità di una vasta quantità di dati di alta qualità rappresenta il contesto ideale per valutare le potenzialità dell’utilizzo dell’IA nella gestione delle banche dati statistiche pubbliche. Ma ci sono dei punti di criticità che vanno sollevati proprio per la rilevanza strategica sia di questo settore, sia della tecnologia che si va ad impiegare.

Non c’è nessun dubbio sulla necessità di impiego di tecnologie avanzate per lo studio, l’esame e il trattamento dei dati relativi ai nostri redditi o di altra natura. Ci piace un Fisco che usa l’AI, ma al giorno d’oggi non si possono annunciare novità così rilevanti senza il massimo livello di trasparenza che ci si aspetta dalla PA centrale e in questo caso dal ministero e per questo attendiamo un comunicato ufficiale più dettagliato.

Si tratta di applicare il principio chiave dell’“AI explainable”, o intelligenza artificiale spiegabile (nota anche come XAI – Explainable AI): un ramo dell’AI che si occupa di rendere comprensibili e trasparenti le decisioni e i comportamenti dei modelli di AI, in particolare quelli più complessi come le reti neurali e i modelli di deep learning.
L’AI spiegabile è una risposta etica, tecnica e normativa alla crescente adozione dell’intelligenza artificiale. Rende i sistemi non solo più trasparenti e affidabili, ma anche più controllabili e accettabili da parte di utenti, cittadini e istituzioni. In un mondo dove l’AI è sempre più pervasiva, capire il perché di una decisione è importante quanto la decisione stessa.
Un principio che assume un’importanza strategica e istituzionale nelle organizzazioni pubbliche, dove la trasparenza, la responsabilità e l’affidabilità dei processi decisionali sono fondamentali per il rapporto con i cittadini e per il rispetto delle normative.

Noi cittadini dobbiamo avere conto di chi fornisce la tecnologia di cui si parla. Tutto deve essere spiegato e illustrato in maniera chiara e accessibile, ad esempio, sapere su quale tecnologia si basa il chatbot e quale/quali società ha/hanno offerto le soluzioni tecnologiche di base. Un Paese moderno chiede soprattutto questo.

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12mila PA iniziano a parlarsi con la piattaforma PDND. Butti: “Anche con IO semplifichiamo la PA”

“Raggiungere una piena interoperabilità tra enti pubblici è la chiave per mettere finalmente in pratica il principio “once only”, evitando ai cittadini di fornire ripetutamente alle PA le stesse informazioni. Dall’insediamento di questo Governo abbiamo compiuto un enorme balzo in avanti verso questo traguardo” ha dichiarato il Sottosegretario Alessio Butti a margine del suo intervento presso ForumPA 2025 a Roma.

“La piattaforma PDND, che abilita lo scambio dati tra enti, ha visto una crescita che in pochi ritenevano possibile: da 123 enti aderenti a oltre 12.000, tra cui ben 7.000 comuni. E i numeri sono inequivocabili: quasi 600 milioni di sessioni di scambio dati effettuate in soli due anni e mezzo. Stiamo costruendo un sistema pubblico digitale sempre più efficiente e in grado di rispondere velocemente alle esigenze di cittadini e PA.”

Il sottosegretario ha spiegato in che modo l’App IO è la vera killer application per la Pa digitale. App IO che già ha iniziato a integrare l’IT wallet pubblico e che pian piano andrà ad integrare la parte dei servizi privati all’interno della piattaforma digitale.

“Abbiamo di fronte a noi due esigenze fondamentali. La prima è favorire la diffusione dell’utilizzo della Carta di Identità Elettronica (CIE). La seconda, altrettanto cruciale, riguarda l’adozione consapevole dell’App IO, che rappresenta un’infrastruttura strategica per l’interazione digitale tra cittadini e pubblica amministrazione”, ha spiegato nel suo intervento il Sottosegretario. “Non basta, infatti, avere oltre 50 milioni di download se solo 5 milioni di cittadini la utilizzano regolarmente. Serve un cambio di passo culturale e operativo, affinché strumenti come App IO possano sprigionare tutto il loro potenziale“, ha aggiunto.

“L’importanza di questa sfida è evidente, ad esempio, nelle sperimentazioni avviate in Lombardia, dove l’uso intelligente dell’App IO ha già prodotto risultati brillanti nella riduzione delle liste d’attesa sanitarie e dei no-show (assenze ingiustificate agli appuntamenti). Ma questi risultati possono diventare strutturali solo se cresce l’uso attivo e consapevole da parte dei cittadini”, ha spiegato Butti.

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Bilancio UE 2025, von der Leyen: “Un Fondo Unico per la competitività per investire in AI, Spazio, Difesa e green tech”

Bilancio UE, il discorso di Ursula von der Leyen

La Conferenza annuale sul Bilancio dell’UE 2025 è stata aperta dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, con un messaggio chiaro: il bilancio europeo deve evolversi per affrontare un mondo profondamente trasformato.

Dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale (AI), passando per la sicurezza energetica e la semplificazione dei finanziamenti, la Presidente nel suo discorso ha delineato le direttrici di un nuovo piano finanziario europeo capace di sostenere l’innovazione e rispondere alle crisi emergenti.

Il Fondo per la competitività europea

Uno dei passaggi più rilevanti per il mondo tech riguarda l’annuncio del nuovo European Competitiveness Fund, un fondo unico per sostenere l’innovazione strategica nei settori dell’AI, delle biotecnologie, dello Spazio e della Difesa.
Questo fondo sarà dotato di regole semplificate, un punto di accesso unico e strumenti finanziari integrati, pensati per accompagnare un progetto dalla ricerca di base fino alla produzione su scala globale.

Temi che sono stati al centro anche dello storico vertice bilaterale ‘post-Brexit’ tra Regno Unito e Unione europea, che ha visto una svolta nel rilancio della cooperazione economica, tecnologica e geopolitica tra le due sponde della Manica, ponendo al centro energia, intelligenza artificiale, cybersicurezza, tecnologie emergenti e Spazio.

Von der Leyen ha sottolineato l’urgenza di adattarsi a una realtà tecnologica in rapido cambiamento: “Quando abbiamo negoziato l’attuale bilancio, pensavamo che l’AI avrebbe raggiunto il ragionamento umano intorno al 2050. Ora prevediamo che questo possa avvenire già il prossimo anno”. Questo scenario impone un bilancio più agile, in grado di anticipare e sostenere le tecnologie emergenti.

Parallelamente, il programma Horizon Europe, descritto come “il più rinomato programma di ricerca al mondo”, manterrà la sua autonomia ma verrà strettamente integrato con il nuovo fondo, per garantire un flusso continuo tra ricerca fondamentale, applicata e imprenditoria.

Clima ed energia: un bilancio pronto a intervenire con rapidità

Il cambiamento climatico è stato un altro tema centrale. Von der Leyen ha evidenziato l’inadeguatezza del bilancio attuale – concepito nel 2020 – per affrontare la nuova normalità fatta di eventi climatici estremi e crisi energetiche. Il futuro bilancio dovrà quindi trasformarsi in una sorta di “forza d’intervento d’emergenza”, capace di reagire rapidamente a incendi, alluvioni e siccità, che saranno sempre più frequenti.

Tra le novità previste, anche la maggiore partecipazione delle autorità locali nella progettazione degli investimenti, soprattutto in settori come le reti energetiche, la gestione dell’acqua e l’adattamento ai cambiamenti climatici. “Ogni territorio ha i suoi bisogni. Dobbiamo ascoltare le regioni e superare l’approccio ‘taglia unica’”, ha dichiarato la Presidente.

Le novità del Bilancio UE 2025: flessibilità, coerenza, semplicità

Von der Leyen ha proposto un bilancio radicalmente ristrutturato secondo tre principi fondamentali:

  1. Flessibilità – Oggi il 90% delle risorse è pre-allocato. Il nuovo bilancio prevederà una quota molto più ampia per far fronte agli imprevisti e alle priorità emergenti.
  2. Coerenza strategica – Meno frammentazione, più sinergia tra fondi europei, nazionali e privati. Verranno create partnership regionali e nazionali per riforme e investimenti, con un focus su coesione e agricoltura modernizzate.
  3. Semplificazione radicale – Troppe aziende rinunciano ai fondi UE per via della burocrazia. Con il nuovo fondo per la competitività e procedure semplificate, l’obiettivo è ridurre i costi amministrativi e attrarre PMI, start-up, università e investitori.

Sostenibilità finanziaria e nuove “risorse proprie” per l’UE

Infine, Von der Leyen ha affrontato il nodo della sostenibilità del bilancio. Oltre a dover finanziare nuove priorità, l’UE deve iniziare a rimborsare i prestiti contratti per il NextGenerationEU. Per questo, la Commissione punta a introdurre nuove risorse proprie. “I bilanci nazionali da soli non possono sostenere questo peso”, ha avvertito, chiedendo uno sforzo collettivo per trovare soluzioni durature.

In chiusura, la Presidente ha ribadito che il bilancio europeo è più di una contabilità: è “il motore che trasforma le priorità in azione”. Con questo nuovo impianto, l’UE mira a consolidare la sua posizione globale come potenza tecnologica, sostenibile e resiliente.

“Il nostro budget deve tenere il passo con un mondo che cambia. Questa è la nostra missione”, ha infine dichiarato von der Leyen.

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La storia che ha fatto infuriare OpenAI

Cosa succede quando un laboratorio nato per “salvare il mondo dall’intelligenza artificiale” diventa uno degli attori più potenti nella corsa globale all’AI?

È questa la domanda al centro del nuovo libro Empire of AI: Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI, firmato dalla giornalista investigativa Karen Hao, ex corrispondente di MIT Technology Review.

Attraverso un’inchiesta lunga anni e un accesso diretto agli uffici e ai dirigenti di OpenAI, Hao ricostruisce la metamorfosi della società fondata nel 2015. Oggi, OpenAI è tutt’altro: una macchina tecnologica e commerciale al centro di interessi strategici, partnership miliardarie e crescenti polemiche.

Gli inizi nel 2019

Nel 2019, Karen Hao ottenne un raro permesso per osservare da vicino il lavoro quotidiano di OpenAI. Intervistò a lungo figure chiave come Greg Brockman (cofondatore e oggi presidente) e Ilya Sutskever (chief scientist). Già allora, il clima era teso. L’organizzazione stava cambiando pelle: dall’iniziale modello no-profit alla struttura “capped-profit”, una forma ibrida pensata per attrarre investitori mantenendo una vocazione sociale.

Quella trasformazione si concretizzò poco dopo con l’accordo da un miliardo di dollari con Microsoft, che garantì alla Big Tech l’accesso esclusivo all’infrastruttura cloud (Azure) per lo sviluppo dei modelli OpenAI. Secondo Hao, fu il primo vero segnale di come la missione iniziale stesse lasciando spazio a logiche di mercato e alle pressioni dell’industria.

Empire of AI mette in discussione la narrativa ufficiale di OpenAI

L’AGI – intelligenza artificiale generale – è l’obiettivo dichiarato di OpenAI. Un software capace di emulare o superare l’intelligenza umana in quasi ogni ambito, dalla medicina al clima. Ma mentre Brockman e Sutskever ne parlavano come di una rivoluzione positiva, Hao ha posto interrogativi centrali: chi controllerà questa tecnologia? A quale costo sociale, ambientale ed etico sarà raggiunta?

Durante la sua visita, Hao raccolse segnali inquietanti: accessi negati, comunicazioni filtrate, dipendenti sottoposti a rigide restrizioni. Poco dopo la pubblicazione del suo articolo nel 2020, OpenAI interruppe ogni comunicazione con lei. La cultura della trasparenza, pilastro fondante del progetto, sembrava essere svanita.

Empire of AI mette in discussione la narrativa ufficiale di OpenAI. L’azienda oggi controlla tecnologie che alimentano ChatGPT e altri sistemi sempre più centrali in applicazioni educative, sanitarie, aziendali e governative. Eppure, come ricostruisce Hao, la corsa al primato ha portato a decisioni discutibili: manodopera sottopagata per la moderazione dei contenuti, uso smisurato di risorse computazionali ad alto impatto ambientale, opacità crescente nelle relazioni esterne.

La spinta a “essere i primi”, afferma Hao, ha giustificato l’accumulo incontrollato di dati, la dipendenza da infrastrutture energetiche e la concentrazione del potere tecnologico in poche mani. Una corsa che rischia di amplificare le disuguaglianze anziché sanarle.

L’illusione del beneficio condiviso

Secondo Brockman, la missione rimane invariata: costruire un’AGI benefica e redistribuirne i vantaggi. Ma Hao solleva dubbi concreti: quali sono i meccanismi previsti per questa redistribuzione? Chi stabilisce cosa è “benefico”? Il rischio, evidenziato nel libro, è che l’AGI – come il fuoco, le auto o internet – sia un’innovazione tanto potente quanto potenzialmente pericolosa, se lasciata senza regole condivise.

Il parallelo con le utility energetiche, avanzato da Brockman, appare fragile: l’AI non è un servizio, ma un sistema che potrebbe ristrutturare intere società.

Empire of AI è un libro necessario in un momento in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo equilibri economici, politici e culturali. OpenAI rappresenta un caso emblematico: un’organizzazione nata per “salvare il mondo” che si trova oggi al centro delle sue contraddizioni.

Le domande che pone Hao non riguardano solo un’azienda, ma il futuro di tutti: chi controlla l’AI? A chi serve davvero? E siamo pronti a gestirne le conseguenze?

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