Engineering chiude il 2024 in crescita: EBITDA +7,4%. Sale anche il numero di clienti +6%

L’Assemblea degli Azionisti di Engineering ha approvato il bilancio consolidato dell’anno 2024, confermando il trend positivo dei principali indicatori economici.

Il 2024 si è chiuso con un EBITDA adjusted di 276,2 milioni di euro, in crescita del 7,4% rispetto ai 257,3 milioni dell’anno precedente. Il valore della produzione ha raggiunto 1.764,2 milioni di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto al 2023. In crescita anche il numero di clienti, salito del 6% rispetto all’anno precedente.

Il CEO Maximo Ibarra: “I risultati raggiunti nel 2024 confermano la vocazione di Engineering come partner tecnologico affidabile per la crescita del nostro Paese”

Secondo il CEO Maximo Ibarra, i risultati ottenuti nel 2024 confermano l’efficacia del percorso di trasformazione intrapreso dal Gruppo, che ha rafforzato la propria struttura organizzativa e tecnologica per rispondere meglio alle esigenze del mercato.

“Negli ultimi anni il Gruppo Engineering ha intrapreso un profondo processo trasformativo che ha coinvolto l’intera organizzazione e che oggi ci consente di essere più solidi, agili e focalizzati sulle esigenze dei clienti. I risultati ottenuti nel 2024 dimostrano come, pur in un contesto economico complesso, il Gruppo ha saputo migliorare le performance operative facendo crescere la redditività e, in particolare, i margini a fronte di un importante rafforzamento delle basi tecnologiche e organizzative. Su questi pilastri Engineering è pronta a costruire una nuova fase di crescita, anche grazie al supporto dei nostri azionisti, Bain Capital e Renaissance Partners”, commenta Maximo Ibarra, CEO di Engineering, che prosegue:

“Risultati importanti sono stati ottenuti anche sul piano dell’innovazione e sulla nostra capacità di realizzare soluzioni all’avanguardia come EngGPT, confermando Engineering come la digital company di riferimento in ambiti tecnologici strategici come l’Intelligenza Artificiale. In un’epoca segnata da forti discontinuità – economiche, geopolitiche e tecnologiche – il Gruppo ha definito il suo processo di trasformazione e possiede ora maggiori competenze e una più efficace propensione a supportare evoluzione e progresso nei settori chiave dell’economia e della società, per affrontare le sfide globali e cogliere appieno le opportunità che con esse possono arrivare. I risultati raggiunti nel 2024, frutto degli investimenti e degli efficientamenti operati negli anni precedenti, confermano la vocazione di Engineering come partner tecnologico affidabile per la crescita del nostro Paese”.

EngGPT tra le iniziative più rilevanti del 2024

Tra le iniziative più rilevanti dell’anno si segnala il completamento di un’importante emissione obbligazionaria finalizzata a sostenere la crescita futura. Inoltre, Engineering ha rafforzato il proprio impegno sull’Intelligenza Artificiale, in particolare con lo sviluppo di una nuova versione di EngGPT, realizzata in collaborazione con ICSC e CINECA, per offrire soluzioni ottimizzate al contesto italiano, garantendo sicurezza e conformità normativa.

Nel 2024 il Gruppo ha investito 30 milioni di euro in ricerca, attraverso la propria divisione R&I composta da oltre 450 tra ricercatori e data scientist. Questi investimenti hanno sostenuto l’espansione nei settori della cybersicurezza, cloud, realtà aumentata e virtuale, confermando il posizionamento di Engineering come digital company di riferimento.

L’attenzione alla sostenibilità è stata formalizzata con la pubblicazione del nuovo Piano ESG, che definisce obiettivi misurabili nei 21 Paesi in cui il Gruppo opera. Infine, Engineering ha continuato a puntare sulla formazione e sul capitale umano, con oltre 22.200 giornate di formazione erogate attraverso la propria IT & Management Academy e nuovi programmi di accelerazione rivolti ai giovani talenti.

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Machine Unlearning e IA Generativa: il mito della cancellazione dei dati nell’IA

Nell’universo in rapida evoluzione della sicurezza informatica, l’intelligenza artificiale generativa ha introdotto paradigmi completamente nuovi che sfidano le nostre concezioni tradizionali di protezione dei dati, privacy e cybersecurity. Tra le questioni più dibattute e fraintese emerge il concetto di “machine unlearning”, una tecnologia che promette di far “dimenticare” alle IA informazioni specifiche. Ma cosa succede quando questa promessa si scontra con la realtà tecnica? Approfondiamo le implicazioni per la sicurezza informatica di un fenomeno che rischia di creare un pericoloso falso senso di protezione.

Il seguente articolo analizza e sviluppa i concetti presentati nella pubblicazione accademica “Machine Unlearning Doesn’t Do What You Think: Lessons for Generative AI Policy, Research, and Practice” di A. Feder Cooper et al., 2024, e ne approfondisce le implicazioni per la sicurezza informatica contemporanea.

La promessa infranta del Machine Unlearning

Il machine unlearning rappresenta, in teoria, una soluzione elegante a problemi complessi: permettere ai modelli di intelligenza artificiale di “disimparare” informazioni specifiche senza necessità di riaddestrarli completamente. Questa possibilità appare particolarmente allettante nel contesto del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) europeo, che garantisce il “diritto all’oblio”. L’idea che si possa semplicemente “cancellare” dati sensibili o potenzialmente dannosi dai modelli di IA è seducente, ma nasconde una realtà ben più complessa.

A differenza di un database tradizionale, dove è possibile identificare e rimuovere record specifici, un modello di IA generativa non archivia informazioni in modo discreto e facilmente accessibile. Durante l’addestramento, i dati vengono trasformati in pattern codificati nei parametri del modello – pattern che non sono né direttamente né facilmente interpretabili. La rimozione di informazioni da un modello di IA non è quindi paragonabile all’eliminazione di dati da un database.

Questa discrepanza fondamentale crea una vulnerabilità significativa: l’illusione che informazioni sensibili siano state effettivamente rimosse quando, in realtà, tracce di esse potrebbero persistere in forme latenti o emergere in modo inaspettato nelle generazioni future del modello.

I rischi nascosti nei sistemi con rimozione selettiva dei dati

Quando si parla di sicurezza informatica nell’ambito dell’IA generativa, emerge un problema cruciale: la rimozione di informazioni osservate (i dati di addestramento) non garantisce la soppressione di output problematici. In altre parole, anche se si eliminassero tutte le immagini protette da copyright di un personaggio come Spiderman dal dataset di addestramento di un modello, questo non impedirebbe necessariamente al modello di generare output che assomigliano a Spiderman.

Questo fenomeno crea un rischio di sicurezza non trascurabile: organizzazioni e aziende potrebbero credere erroneamente di aver mitigato rischi legali o di sicurezza rimuovendo determinate informazioni dai loro modelli, mentre in realtà rimangono potenzialmente vulnerabili. È un caso classico in cui la percezione di sicurezza diventa più pericolosa dell’assenza di sicurezza stessa, poiché porta a decisioni basate su presupposti errati.

L’aspetto più preoccupante è che, tramite prompt sapientemente costruiti, utenti malintenzionati potrebbero aggirare le misure di unlearning reintroducendo informazioni che si credevano rimosse. Questo scenario è particolarmente allarmante quando si tratta di informazioni sensibili come dati personali, procedure di sicurezza o conoscenze che potrebbero essere sfruttate per attività dannose.

La natura Dual-Use dell’IA e i dilemmi di sicurezza irrisolvibili

Un altro aspetto fondamentale che complica ulteriormente il panorama della sicurezza informatica è la natura intrinsecamente “dual-use” dei sistemi di IA generativa. Come un computer può essere utilizzato sia per progettare un’arma biologica che per comporre il prossimo grande musical di Broadway, anche i sistemi di IA generativa possono essere impiegati per scopi sia benefici che dannosi.

Questa dualità pone una sfida insormontabile: anche output apparentemente innocui, se isolati, potrebbero essere utilizzati per scopi dannosi in contesti diversi. Ad esempio, un modello potrebbe generare informazioni su una singola reazione chimica – perfettamente legittima in un contesto educativo – che, combinata con altre conoscenze in possesso di un utente malintenzionato, potrebbe consentire la creazione di una molecola tossica.

Il problema fondamentale è che nessun metodo di unlearning può anticipare come una persona o un altro agente potrebbe comportarsi con gli output dell’IA in un numero potenzialmente infinito di contesti diversi. Il controllo che i metodi di unlearning possono offrire è limitato ai parametri del modello e ai suoi output diretti, ma non può estendersi agli usi imprevisti o deliberatamente malevoli di tali output.

L’impatto sulla Privacy nell’era Post-GDPR

La privacy rappresenta forse il campo dove le limitazioni del machine unlearning hanno le implicazioni più immediate. L’interpretazione comune del “diritto all’oblio” sancito dal GDPR presuppone che sia possibile rimuovere completamente l’influenza dei dati personali di un individuo da un modello addestrato. Questa interpretazione, sebbene diffusa nella letteratura di ricerca sull’apprendimento automatico, si scontra con limitazioni tecniche significative.

Anche se si rimuovessero tutti i dati personali di un individuo dal dataset di addestramento e si riaddestrasse il modello da zero (il cosiddetto “gold standard” per l’unlearning), non vi sarebbe alcuna garanzia che il modello non possa comunque generare informazioni sensibili su quell’individuo attraverso generalizzazioni basate su informazioni latenti derivate da altri dati.

Questo solleva questioni fondamentali: se un modello di IA può ancora fare inferenze su un individuo dopo che i suoi dati specifici sono stati “disimparati”, si può davvero affermare che il diritto alla privacy di quell’individuo sia stato rispettato? La sicurezza dei dati personali è realmente garantita, o stiamo semplicemente applicando una soluzione superficiale a un problema profondamente radicato nella natura stessa dell’intelligenza artificiale?

Le sfide di sicurezza nel contesto del copyright e della proprietà intellettuale

Anche nel campo del copyright e della proprietà intellettuale, il machine unlearning solleva problematiche di sicurezza significative. Se un’azienda riceve una richiesta di rimozione per contenuti protetti da copyright nel proprio modello di IA, potrebbe implementare metodi di unlearning per tentare di rimuovere tali contenuti o sopprimere output simili.

Tuttavia, la natura indefinita della “somiglianza sostanziale” nel diritto d’autore rende impossibile programmare in modo completo e affidabile quali opere siano sostanzialmente simili ad altre. Un modello modificato per non generare immagini simili a una particolare immagine di un personaggio protetto da copyright potrebbe comunque generare immagini simili ad altre rappresentazioni dello stesso personaggio – o di altri personaggi dello stesso creatore.

Questa incertezza espone le organizzazioni a rischi legali significativi, creando una zona grigia dove nemmeno le migliori pratiche di unlearning possono garantire una protezione completa. La sicurezza giuridica diventa così un miraggio, con implicazioni economiche potenzialmente devastanti date le severe sanzioni previste per le violazioni del copyright.

Verso un approccio di sicurezza realistico nell’era dell’IA Generativa

Di fronte a queste sfide, è fondamentale sviluppare un approccio alla sicurezza informatica più realistico e sfumato quando si tratta di IA generativa. Il primo passo è riconoscere che il machine unlearning non è una soluzione universale, ma solo uno strumento tra molti nel toolkit della sicurezza informatica e della conformità normativa.

Le organizzazioni dovrebbero adottare una visione più sfumata e orientata al rischio, concentrandosi non solo sulla rimozione delle informazioni dai modelli, ma anche su robusti sistemi di filtraggio degli output e politiche di utilizzo responsabile. Invece di promettere l’impossibile – la rimozione completa e irreversibile di informazioni specifiche – le organizzazioni dovrebbero mirare a “sforzi ragionevoli” per mitigare i rischi, un approccio che potrebbe trovare maggiore comprensione anche tra giudici e regolatori.

È inoltre cruciale comprendere che la sicurezza dell’IA generativa è una questione di sistema, non solo di modello. Gli interventi a livello di sistema (come i filtri di contenuto) sono strumenti importanti per limitare gli output problematici, ma la loro efficacia richiede un’analisi a livello di sistema. I modelli a pesi aperti, come la famiglia Llama di Meta, presentano sfide particolari per l’unlearning, poiché rilasciati come parametri senza possibilità di implementare guardrail a livello di sistema.

Strategie concrete per i professionisti della Sicurezza Informatica

Alla luce delle problematiche evidenziate, i professionisti della cybersecurity che lavorano con sistemi di IA generativa dovrebbero adottare un approccio multistrato che vada oltre il semplice affidarsi alle tecniche di cancellazione dei dati. Ecco alcune strategie concrete:

  1. Implementare sistemi di monitoraggio continuo: Anziché presumere che la rimozione dei dati sia definitiva, è essenziale monitorare costantemente gli output dei modelli per identificare eventuali “fughe” di informazioni che si ritenevano rimosse.
  2. Adottare una difesa a profondità: Combinare diverse tecniche di protezione, inclusi filtri di output, verifiche pre-rilascio, e sistemi di rilevamento di prompt malevoli che tentano di aggirare le protezioni.
  3. Abbracciare il principio del “least privilege”: Limitare l’accesso ai modelli più potenti solo agli usi assolutamente necessari, implementando versioni con capacità ridotte per applicazioni meno critiche.
  4. Sviluppare protocolli di risposta agli incidenti specifici per l’IA: Creare procedure di emergenza dedicate che considerino la possibilità che informazioni “disimparate” possano riemergere in modi inaspettati.
  5. Implementare tecniche di offuscamento dei dati sensibili: Quando possibile, trasformare i dati sensibili prima dell’addestramento in modo da preservare i pattern utili eliminando le informazioni identificative specifiche.

Dal punto di vista organizzativo, è fondamentale che i responsabili della sicurezza informatica:

  • Comunichino chiaramente i limiti delle tecnologie di cancellazione dei dati ai dirigenti e agli stakeholder;
  • Documentino in modo trasparente i rischi residui dopo l’applicazione delle tecniche di unlearning;
  • Integrino valutazioni specifiche per l’IA nei processi di gestione del rischio aziendale;
  • Collaborino strettamente con esperti legali per allineare le aspettative di conformità con le reali capacità tecniche.

Infine, è cruciale adottare un approccio di sicurezza adattivo che riconosca che i modelli di IA generativa sono entità dinamiche. La sicurezza non può essere considerata come uno stato finale da raggiungere, ma come un processo continuo di valutazione, miglioramento e adattamento alle nuove vulnerabilità che emergono con l’evoluzione dei modelli e delle tecniche di attacco.

Ripensare la Sicurezza nell’era Post-Controllo

L’analisi del machine unlearning rivela una verità scomoda: stiamo entrando in un’era in cui l’illusione del controllo tecnologico totale deve essere abbandonata. Le implicazioni di questa realtà sono profonde e richiedono un cambio di paradigma radicale nella sicurezza informatica.

Il settore della cybersecurity ha storicamente operato su un presupposto fondamentale: che con sufficienti risorse, competenze e tecnologie, sia possibile creare sistemi “sicuri”. I modelli di IA generativa sfidano questo assioma in modo fondamentale. Come dimostrato dalle limitazioni intrinseche del machine unlearning, ci troviamo di fronte a sistemi la cui complessità supera la nostra capacità di controllo deterministico.

Questo non è semplicemente un problema tecnico che sarà risolto da metodi più sofisticati in futuro. È una limitazione fondamentale e ineludibile che deriva dalla natura stessa dell’apprendimento automatico avanzato. Ogni tentativo di controllare rigorosamente questi sistemi si traduce inevitabilmente in una riduzione della loro utilità e potenza, creando un compromesso impossibile da risolvere in modo soddisfacente.

La conclusione più radicale è che dobbiamo abbandonare il paradigma della “cyber-sicurezza” in favore di un approccio di “cyber-resilienza”. La differenza è sostanziale: mentre la sicurezza si concentra sulla prevenzione degli incidenti, la resilienza accetta l’inevitabilità di alcuni fallimenti e si concentra sulla capacità di un sistema di continuare a funzionare nonostante gli attacchi o le compromissioni.

Invece di promettere falsamente che le informazioni sensibili possono essere completamente rimosse dai modelli di IA, dovremmo sviluppare architetture che possano funzionare in modo sicuro anche quando alcuni dati vengono inevitabilmente esposti. Questo richiede un cambiamento profondo nella progettazione di sistemi, nelle metodologie di valutazione del rischio e nella formazione professionale.

La vera innovazione nella sicurezza dell’IA non verrà da tentativi sempre più sofisticati di controllare l’incontrollabile, ma da approcci che accettano i limiti del controllo e costruiscono robustezza attraverso ridondanza, compartimentazione e ripristino rapido. Questo è un cambiamento epistemologico profondo, che richiede di abbandonare il confortante ma illusorio paradigma della sicurezza assoluta.

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AI, un mercato globale da 4,8 trilioni di dollari entro il 2033 (più del PIL della Germania)

L’intelligenza artificiale ridisegna l’economia globale: opportunità, rischi e strategie secondo l’Uctad

L’intelligenza artificiale (AI) sta trasformando l’economia globale, promettendo progressi straordinari ma sollevando al contempo importanti interrogativi sull’equità e l’inclusività del suo impatto. Il Technology and Innovation Report 2025 della Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) lancia un appello urgente: occorre agire ora per garantire che l’AI diventi uno strumento al servizio dello sviluppo sostenibile e non un fattore di ulteriore disuguaglianza.

Entro il 2033, il mercato globale dell’intelligenza artificiale è destinato a raggiungere i 4.8 trilioni di dollari, una cifra che supera di poco il PIL della Germania, il Paese più ricco d’Europa, che nel 2023 ha toccato i 4,52 trilioni di dollari, il 4,29% dell’economia mondiale, secondo la Banca Mondiale. 

Un dato straordinario, che conferma il ruolo sempre più centrale di questa tecnologia nella trasformazione digitale delle economie globali.

Tuttavia, l’accesso alle infrastrutture e alle competenze legate all’AI è tutt’altro che equamente distribuito. Oggi, circa il 40% degli investimenti globali in ricerca e sviluppo nel settore privato proviene da appena 100 aziende, per lo più situate negli Stati Uniti e in Cina.

Colossi come Apple, Nvidia e Microsoft hanno una capitalizzazione di mercato che si aggira intorno ai 3.000 miliardi di dollari ciascuna, un valore paragonabile al PIL dell’intero continente africano. Una simile concentrazione di potere rischia di escludere numerose economie emergenti dai benefici dell’innovazione tecnologica.

Secondo l’Unctad, il mercato complessivo delle tecnologie AI, Internet of Things e blockchain potrebbe superare i 10 trilioni di dollari entro il 2033.

Lavoro e automazione, il doppio volto dell’AI

Secondo il rapporto, fino al 40% dei posti di lavoro a livello globale potrebbe essere influenzato dall’intelligenza artificiale. Da un lato, essa offre enormi potenziali in termini di produttività, dall’altro solleva preoccupazioni legate all’automazione e alla possibile sostituzione del lavoro umano, soprattutto nei settori a basso costo del lavoro, tipici dei Paesi in via di sviluppo.

Ma l’AI non è solo distruzione di posti di lavoro: può anche generare nuove industrie e rafforzare le capacità dei lavoratori. È fondamentale, quindi, investire in reskilling e upskilling, promuovendo una formazione continua che consenta alle persone di adattarsi e prosperare nel nuovo scenario tecnologico.

Le leve strategiche: infrastrutture digitali, dati e competenze

L’intelligenza artificiale deve essere al centro delle strategie di sviluppo nazionale. Secondo l’Unctad, le politiche industriali moderne dovrebbero focalizzarsi su tre ambiti chiave: infrastrutture digitali, dati e competenze.

La capacità di posizionarsi strategicamente in questi settori sarà decisiva per i Paesi che vorranno integrare efficacemente l’AI nei propri sistemi produttivi e sociali.

L’Unctad supporta i Paesi in via di sviluppo nella definizione di queste strategie, offrendo strumenti di analisi e assistenza per costruire ecosistemi dell’innovazione resilienti e capaci di rispondere alle sfide future.

Governare l’AI, includere il Sud globale

Un dato preoccupante è che ben 118 Paesi, in gran parte del Sud globale, sono attualmente esclusi dai principali forum internazionali sulla governance dell’intelligenza artificiale. In un momento in cui si stanno scrivendo le regole del gioco – tra etica, regolazione e standard – è essenziale che queste nazioni abbiano voce in capitolo.

La Segretaria Generale dell’Unctad, Rebeca Grynspan, ha sottolineato la necessità di “spostare il focus dalla tecnologia alle persone”, proponendo una cornice di cooperazione internazionale in grado di co-creare una governance globale dell’IA che metta al centro l’inclusività e la sostenibilità.

Un piano d’azione per l’AI inclusiva, le persone al centro dell’innovazione tecnologica

Il rapporto dell’Unctad propone una serie di raccomandazioni concrete per garantire uno sviluppo equo dell’intelligenza artificiale:

  • Impegno industriale: sull’esempio dei criteri ESG, un meccanismo di trasparenza pubblica può migliorare la responsabilità delle imprese in ambito IA.
  • Infrastruttura condivisa: un hub globale accessibile può democratizzare l’accesso alle risorse computazionali.
  • Innovazione aperta: l’uso di dati e codice open source può favorire la collaborazione globale e la diffusione del sapere.
  • Capacity building: progetti di cooperazione Sud-Sud e condivisione della conoscenza possono rafforzare le competenze nei Paesi emergenti.

L’intelligenza artificiale ha il potenziale per diventare un catalizzatore di progresso, innovazione e prosperità condivisa. Ma questo potenziale si realizzerà solo se i governi, le imprese e le istituzioni internazionali lavoreranno insieme per mettere le persone al centro dello sviluppo tecnologico. È tempo di passare dalle promesse all’azione.

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L’AI generativa sta imparando a fare spionaggio per l’esercito statunitense

Generative AI Insights è la rubrica curata da Recomb, il think tank dedicato all’esplorazione dell’impatto e del potenziale dell’AI generativa in vari aspetti della vita umana. Recomb studia l’AI generativa da tutte le angolazioni: professionale, etica, tecnica, legale, economica, ambientale, sociale, educativa e culturale. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Generative AI Insights su Key4biz clicca qui..

Durante un’esercitazione militare nel Pacifico, un’unità dei Marines americani ha testato l’impiego dell’AI generativa per analizzare, tradurre e sintetizzare grandi volumi di intelligence open-source. Lo strumento, sviluppato da Vannevar Labs, ha dimostrato di poter offrire supporto in tempo reale, permettendo ai militari di redigere report più velocemente e monitorare il sentiment della stampa estera rispetto alle operazioni in corso.

Le capacità dell’AI includono la traduzione multilingue, l’analisi di immagini e video, e la rilevazione di minacce, il tutto gestito tramite un’interfaccia simile a un chatbot. Il Pentagono ha investito 99 milioni di dollari per diffondere questa tecnologia in altre unità, segnalando un’accelerazione nell’adozione dell’AI generativa anche per operazioni di sorveglianza e supporto decisionale.

Tuttavia, numerosi esperti mettono in guardia rispetto ai limiti strutturali di questi modelli: errori nell’analisi del sentiment, vulnerabilità alla disinformazione e la difficoltà per gli operatori umani di validare ogni output generato. Inoltre, l’uso di dati open-source espone i sistemi a manipolazioni da parte di bot e campagne orchestrate. I

l rischio principale identificato è quello di un’eccessiva fiducia nei risultati offerti dall’AI, che potrebbe portare a decisioni strategiche errate o a un’escalation ingiustificata in scenari delicati. Il dibattito resta aperto: queste tecnologie saranno solo strumenti di supporto o finiranno per sostituire l’analisi umana nelle decisioni critiche? L’efficienza è innegabile, ma a quale costo in termini di controllo, precisione e responsabilità?

Per la prima volta l’intelligenza artificiale viene utilizzata in una centrale nucleare

La centrale nucleare Diablo Canyon, situata a San Luis Obispo e destinata a iniziare il processo di dismissione nel 2029, è diventata teatro del primo impiego operativo di AI generativa all’interno di un impianto nucleare statunitense.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra PG&E e la startup Atomic Canyon, che ha sviluppato Neutron Enterprise, un sistema avanzato di ricerca documentale alimentato da chip NVIDIA H100.

L’obiettivo immediato di questa tecnologia è supportare i lavoratori nell’accesso rapido e preciso a milioni di pagine normative e tecniche, ottimizzando un’attività che attualmente richiede circa 15.000 ore l’anno.

Sebbene non destinato a prendere decisioni operative, Neutron Enterprise rappresenta un primo passo verso l’integrazione dell’AI nel comparto nucleare, aprendo scenari che suscitano preoccupazioni tra legislatori e osservatori.

Alcuni richiedono l’introduzione urgente di regole più stringenti per garantire che la tecnologia non superi i limiti del controllo umano. Il software, che opera offline per questioni di sicurezza, è stato concepito per minimizzare i rischi e rafforzare la conformità agli standard della Nuclear Regulatory Commission. I rappresentanti locali e statali hanno espresso posizioni variegate: da un lato si riconosce il valore dell’AI per l’efficienza e la gestione della conoscenza, dall’altro emergono timori su un possibile ampliamento del suo utilizzo senza adeguata supervisione.

Atomic Canyon sta già dialogando con altri impianti e istituzioni, prospettando future applicazioni della propria tecnologia anche durante le fasi di dismissione. Il fondatore, Trey Lauderdale, insiste sulla necessità di ‘guardrail’ normativi solidi, ribadendo che non immagina un futuro prossimo in cui l’AI possa gestire autonomamente centrali nucleari.

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Le assunzioni nel settore tech potrebbero rallentare a causa dei timori di recessione: può l’AI essere d’aiuto?

Con l’incombere di una possibile recessione, molte imprese stanno adottando strategie conservative per proteggere i margini di profitto, e il rallentamento nelle assunzioni nel settore tecnologico ne è una diretta conseguenza. Secondo i dati raccolti da CompTIA, a marzo si è registrata una perdita di 29.000 posti di lavoro nel comparto tech, spingendo le aziende a valutare con attenzione l’adozione dell’AI per colmare lacune operative. Il CEO di Shopify, Tobi Lutke, ha recentemente affermato che ogni nuova assunzione deve essere giustificata da un’incapacità dell’AI di svolgere quella funzione, dimostrando un cambio di paradigma nella gestione delle risorse umane. John Schneider, CMO di Betterworks, sottolinea come l’AI non sia ancora pronta per sostituire interamente la forza lavoro esistente, ma la sua capacità di aumentare l’efficienza potrebbe rallentare l’incremento del personale. Tuttavia, Schneider avverte dei rischi legati a una sostituzione spinta dell’elemento umano: una riduzione delle assunzioni oggi potrebbe compromettere la formazione dei leader tecnologici di domani. L’eliminazione di ruoli per neofiti potrebbe infatti indebolire la catena di crescita interna, privando le aziende di futuri esperti e ingegneri senior. Nonostante l’attrattiva dell’automazione, alcune abilità umane — come l’intelligenza emotiva, la comunicazione e la capacità decisionale — restano inimitabili. L’AI dovrebbe quindi essere vista non come un sostituto, ma come uno strumento per valorizzare il lavoro umano, integrando e potenziando le capacità delle persone esistenti.

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Slopsquatting: quando l’IA consiglia pacchetti che non esistono


La diffusione dell’IA e il progressivo miglioramento degli LLM ha reso questi strumenti un aiuto ormai essenziale per il mondo dello sviluppo software. Nonostante i guadagni in produttività, l’uso di questi tool comporta anche numerosi rischi di sicurezza, tra i quali anche il novello “Slopsquatting“.

Il termine, coniato da Seth Larson, ricercatore per la Python Software Foundation, indica l’introduzione da parte degli attaccanti di package Python con nomi che potrebbero essere generati (per sbaglio) dagli assistenti di IA. Questi pacchetti contengono codice malevolo; la speranza è appunto che, per via delle allucinazioni degli strumenti, qualche sviluppatore lo copi e lo installi senza rendersi conto che sia falso.

Slopsquatting

Blue futuristic networking technology vector

Gli errori degli LLM

In un post dedicato all’argomento, il team di Socket riporta i risultati di una ricerca proprio sulle allucinazioni legate ai nomi dei package Python nel codice generato dagli LLM. Condotta da un team della University of Texas e della University of Oklahoma, la ricerca ha testato 16 tra i modelli di generazione del codice più usati, sia commerciali che open-source.

Dai risultati è emerso che il 19,7% dei pacchetti consigliati dagli LLM non esiste. I modelli open-source hanno commesso errori più frequentemente rispetto a quelli commerciali, con CodeLlama 7B e CodeLlama 34B che hanno “allucinato” più degli altri, in più di un terzo degli input. Il meno prono a errori è stato invece GPT-4 Turbo con tasso di allucinazione del 3,59%. In tutto, sono stati generati 205.000 nomi errati e unici di pacchetti.

Durante l’esperimento, i ricercatori hanno eseguito per 10 volte ognuno dei 500 prompt di sviluppo di codice. Dalle prove è emerso che il 43% dei pacchetti inesistenti è stato riproposto ogni volta, mentre il 39% non è più comparso dopo la prima volta. “Questa netta differenza suggerisce un pattern bimodale nel comportamento dei modelli: le allucinazioni sono o altamente stabili o del tutto imprevedibili” ha spiegato il team di Socket.

Ancora più significativo è il fatto che il 58% dei pacchetti falsi è stato ripetuto più di una volta durante le ripetizioni: ciò significa che la maggior parte delle allucinazioni non sono solo “rumore casuale” ma nomi ripetibili che dipendono da come i modelli rispondono ai prompt. Questo facilita il lavoro degli attaccanti nell’individuare gli LLM più proni a errori e i nomi dei package errati più ripetuti, così da creare i pacchetti malevoli con quei nomi.

Un’altra questione preoccupante è che la maggior parte dei nomi falsi dei pacchetti è semanticamente convincente, con il 38% dei risultati che erano molto simili a quelli reali e ne simulavano la struttura di naming. Inoltre, l’8,7% dei pacchetti Python “allucinati” erano in realtà pacchetti npm validi.

Un aspetto positivo è che alcuni modelli riescono a identificare i nomi errati che hanno generato con un’accuratezza media del 75%.

Slopsquatting: un rischio per la supply chain

Lo Slopsquatting si aggiunge alla lista di attacchi di tipo “package confusion” che mettono a serio rischio la supply chain. “I pacchetti “allucinati” possono essere generati in maniera consistente e condivisi ampiamente con auto-completamenti, tutorial e porzioni di codice scritte dall’IA“.

Questa minaccia può scalare in breve tempo: se un pacchetto falso viene consigliato da sempre più modelli e un attaccante ha registrato quel nome, il codice malevolo si diffonde senza troppi problemi. “Visto che molti sviluppatori si fidano dell’output dei tool di IA senza una validazione rigorosa, la finestra di opportunità è spalancata“. Con sempre più sviluppatori che affidano all’IA l’implementazione completa del codice, il rischio di fidarsi ciecamente delle dipendenze introdotte dall’IA e di non verificare l’esistenza dei pacchetti aumenta.

Aumentare il livello di attenzione in questo caso è essenziale: se l’IA è un ottimo aiuto per velocizzare la produzione di codice, è importante verificare attentamente gli output, soprattutto quando si sceglie di usare librerie e pacchetti. Visto l’impatto dello Slopsquatting, è anche indispensabile fare affidamento a strumenti in grado di segnalare pacchetti pubblicati di recente o sospetti prima che vengano installati.

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Banking Innovation e AI. Vantaggi ma anche pericoli per la corporate democracy e la sostenibilità sociale

Banche e  IA: quale scenario?

Come sta cambiando e potrà cambiare il mondo bancario e finanziario con la diffusione dell’Intelligenza artificiale (IA)? Quali effetti sulla condotta delle banche e degli intermediari finanziari, sulla efficienza operativa, ma soprattutto sull’ allocazione delle risorse? Quali ricadute sul mercato e sulla clientela?  

A queste domande se ne possono aggiungere altre, più particolari, come quelle riguardanti l’organizzazione del lavoro, l’occupazione del settore, l’evoluzione delle professionalità. Accanto ai possibili vantaggi e  alle conseguenze positive che si possono immaginare  sul piano economico e sociale –  sviluppo economico e  progresso – che dovrebbero essere prevalenti, quali nuovi rischi e pericoli  si possono prevedere sul piano della sicurezza e della stabilità finanziaria? Quali pericoli  per la privacy  della clientela e  per la tutela dei risparmiatori?

Il dibattito su queste questioni, e su altre ancora a loro connesse, è solo agli inizi; la ricerca volta a verificare le tendenze in atto non ha dato ancora risposte convincenti, i temi  da affrontare sono numerosi ma non sono ancora ben  chiaramente  inquadrabili in una visione unitaria, necessaria per una comprensione soprattutto delle interrelazioni fra i vari aspetti coinvolti. Questi vanno dal generale al particolare, dalla problematica della regolamentazione, ai profili tecnici per passare a quelli strategici e organizzativi, a quelli dello sviluppo economico.

Certamente, partire da una visione ampia e generale, anche se con contorni non  ancora ben definiti,   è necessario, comprendendovi anzitutto  la questione dei produttori-sviluppatori (provider) dei sistemi di IA, degli utilizzatori (deployer) e della loro regolamentazione. La Ue si è mossa in questa direzione con  l’Artificial Intelligence Act (regolamento 2024/1689) con l’obiettivo  di armonizzare i  requisiti  di conformità per l’immissione sul mercato, in tutti i settori, di tali sistemi. Le questioni giuridiche coinvolte sono importanti  e, da un punto di vista generale, riguardano anzitutto  la cybersicurezza e la protezione dei dati personali. Il tema dei rischi e del loro contenimento attualmente  prevale  con una normativa che guarda alla loro rilevanza (alta, limitata, minima) e  di conseguenza agli obblighi  più meno stringenti a cui i sistemi sono sottoposti. Si pensi alle differenze tra le applicazioni IA che riguardano i rischi sistemici e  quelle che  interessano i rischi non  sistemici.  

Le banche si trovano, prevalentemente, in una posizione di utilizzatori  dei sistemi di IA che coinvolgono in modo ampio tutto il framework dei loro rischi. Per comprendere la dimensione del  problema, basti pensare che l’IA si prospetta quale innovazione tecnologica-organizzativa determinante  per un’ evoluzione ulteriore  degli attuali modelli imprenditoriali bancari – già ampiamente digitalizzati, con assetti  snelli e piatti, da anni orientati al continuo efficientamento – verso modelli molto più radicali  dal punto di vista dell’attuazione  del virtual e del digital  banking. 

La rivoluzione digitale che le banche italiane ed europee hanno intensificato nell’ultimo decennio va vista  come  una risposta alla necessità di ridurre i costi operativi, in un contesto di crisi permanente e di rallentamento dell’economia, snellendo e semplificando i modelli organizzativi, grazie alla digitalizzazione dei processi, tramite il ridimensionamento delle reti degli sportelli, sostituiti dalle reti digitali,  e delle  strutture centrali. Queste ristrutturazioni hanno portato a una forte riduzione degli  organici  del personale ma anche dei livelli direttivi e soprattutto del middle management.

Impatto invasivo dell’IA sui modelli di  business bancari

Per comprendere pertanto  l’interesse delle banche per i sistemi di IA e il loro impiego, sia a livello strategico che organizzativo, occorre  collocarne l’impatto  nell’ambito dei trend dei cambiamenti tuttora in corso    verso modelli bancari più informatizzati, automatizzati e digitalizzati,  basati su piattaforme tecnologiche sempre più complesse in grado di supportare l’intera gestione.

L’orientamento all’efficientamento è accentuato da governance aziendali centrate sulla creazione di valore per gli azionisti e non solo dalle pressioni competitive che risultano  peraltro contenute in un settore ad alta   concentrazione con la  dominanza di un ristretto numero di grandi gruppi bancari. Vi sono  d’altra parte, tra  questi gruppi,  condotte imitative che determinano effetti di isomorfismo  tecnologico-organizzativo per cui  il  settore tende ad evolvere, potremmo dire,  a stadi  su basi di relativa omogeneità.

Ma con l’IA si possono  avere non solo  risparmi di costi,  l’aspetto più rilevante è certamente l’aumento  dell’efficacia decisionale.

Quello del miglioramento del processo di decision-making è uno degli aspetti maggiormente promettenti, ma  anche più controversi, tra quelli associati all’ adozione dell’ IA. Secondo quanto  dicono i provider di sistemi IA, se intere strutture  operative  basate sul lavoro umano possono essere sostituite da  algoritmi decisionali, di analisi, diagnosi e  controllo,  è possibile conseguire anche un aumento di efficacia, rapidità, delle stesse  decisioni,   con  la riduzione degli errori, dei rischi,  e una loro migliore gestione.  Queste potenziali  ricadute sul miglioramento delle  performance sono di conseguenza  molto  attrattive per un top management bancario che punta a incrementare il rendimento del capitale e a individuare le migliori combinazioni rischio-rendimento.

L’applicazione dell’AI ai processi decisionali e di controllo delle banche si preannuncia quindi  invasiva ma anche con pericoli vista la  natura essenzialmente “opaca” degli algoritmi che possono celare scelte di valore e “pregiudizi” (bias)  da parte dei produttori nella loro  concreta realizzazione. I sistemi di IA possono assegnare implicitamente un peso maggiore a obiettivi di ottimizzazione di specifiche funzioni target al fine di valorizzare l’affidabilità predittiva dei modelli, non tenendo tuttavia in debito conto le possibili implicazioni (anche sistemiche) per il settore bancario e creditizio nel suo insieme, oltre che per le diverse categorie di stakeholders a vario titolo interessate dalle decisioni del top management.

Si pensi, nelle funzioni di staff,  alle attività di risk management, programmazione e controllo di gestione, marketing, pianificazione strategica:  queste funzioni di supporto  possono essere sia integrate  dai sistemi di IA  sia addirittura sostituite da tali sistemi, restringendo così i  team  che affiancano il top management.  Proprio la scelta di sostituire, anziché  integrare, i team di supporto con soluzioni AI-empowered, espone  però il top management a rischi di “cattura” da parte dei fornitori di sistemi di IA, i quali possono surrettiziamente orientarne le scelte senza tuttavia assumerne la responsabilità.

Passando a considerare i potenziali benefici dell’IA, sul piano sia dei costi che dell’efficacia, essi  sono conseguibili  soprattutto nei comparti operativi del core business, come nella valutazione del rischio di credito, nella gestione degli investimenti finanziari, nell’asset management, nella consulenza e nella gestione delle relazioni con la clientela. In linea teorica, una banca può essere gestita da un “sistema di  sistemi di IA” interconnessi,  che dialogano fra di loro, visto che le banche gestiscono informazioni, mezzi di pagamento e strumenti finanziari immateriali,   che circolano nei sistemi informatici e digitali non solo all’interno delle banche ma anche fra le banche  e  all’esterno,  nel mercato,   grazie ai collegamenti  con il resto del sistema finanziario,  con la banca centrale, le autorità di vigilanza  e  il sistema  economico.

Anche a seguito del cambio di paradigma introdotto con l’approccio “guidato dai dati” (data-driven), che si propone come alternativo e in aperto antagonismo con quello “simbolico” che ha caratterizzato la prima fase di sviluppo dell’IA (nota come GOFAI), di cui i “sistemi esperti” costituivano la cifra peculiare, l’attuale fase si caratterizza proprio per la diffusione di modelli di “apprendimento automatico”. Questi modelli non solo  sono in  grado  di fornire risposte a quesiti formulati, ma hanno anche  la capacità “autonoma” di individuare i modelli descrittivi reputati più adeguati alla complessità dei fenomeni oggetto di analisi, sulla scorta precipua dell’ elaborazione di moli di dati di enorme dimensione (Big Data Analytics), condotta tramite reti neurali artificiali “profonde” (deep learning).

Si  potrebbe quindi pensare che l’IA  possa riguardare  nelle banche la maggior parte delle decisioni in modo automatico, senza l’intervento umano,  per cui sostanzialmente si realizzerebbe un  autogoverno  mediante piattaforme tecnologiche monitorate da un vertice assistito da una  tecnocrazia che, a sua volta assistita  da IA,  si occupa del monitoraggio  dell’intero  sistema tecnologico. Tale scenario rivela i rischi di possibile “eterodirezione” delle decisioni, che risulterebbero guidate dalle scelte implicite, implementate nei sistemi di IA da parte dei produttori.

Banche, IA e responsabilità sociale

Questa visione, che stiamo delineando, è certamente lontana dall’ attuale realtà ed esperienza delle banche  nell’ applicazione della  IA alle  proprie attività, ma non è poi così utopistica come potrebbe  sembrare.  Le  traiettorie che si  possono prefigurare è  verosimile che vadano, o tentino di andare, in tali direzioni sull’onda dell’innovazione tecnologica che sta invadendo   il mondo delle imprese, dell’economia e della società. Vi è da chiedersi  pertanto quali sono gli effetti sociali ed economici di banche governate dalla IA, tenuto conto  dell’evoluzione del settore bancario verso un aumento del  suo grado di concentrazione e   un minor grado  di concorrenza,   che  ne mettono  in discussione  anche la sostenibilità sociale.

Come  già osservato, siamo in presenza non solo  Italia, ma in  anche in Europa,  di un crescente grado di  concentrazione bancaria-finanziaria  con la dominanza di  pochi grandi gruppi bancari e finanziari  che accentrano la gran parte dei flussi finanziari dell’economia. Questo verticismo finanziario, che mette nelle mani di un ristretto numero di persone le decisioni di allocazione delle risorse,  è guidato dal rendimento del capitale per cui i sistemi di  IA , fino a prova contraria, seguiranno tale  principio efficientistico in modo automatico rendendo ancora più selettivo, e meno inclusivo,  il processo allocativo.

Vi è quindi un “rischio alto” per un’ economia europea  che si propone sostenibile, e che dovrebbe essere supportata da una finanza sostenibile, qualora i sistemi di IA non siano impostati sulla base  di criteri di sostenibilità. Questi criteri possono però essere incorporati dall’IA, anzi questa dovrebbe facilitarne l’inclusione   rendendo oggettivo e meno arbitrario il rispetto dei criteri ESG (environmental, social, governance). Ma qui entrano  in gioco il mercato dell’IA e la condotta  delle banche come utilizzatori. Secondo l’AI Act,  i deployer  devono monitorare tali sistemi qualora  si presuma che vi sia un rischio per la salute, la sicurezza o la tutela dei diritti fondamentali delle persone.

Se si traduce questa previsione  dal punto di vista dell’attività bancaria, e quindi  sul piano economico-finanziario, si può parlare di “alto rischio”  dei sistemi di IA bancari, non solo per gli impatti  di tipo sistemico  ma anche  per quelli riguardanti l’allocazione delle risorse, per cui  dovrebbero essere  sollecitate  valutazioni  di affidabilità  anche da parte dei provider. Sarebbe quindi  opportuno che fossero le stesse banche a sviluppare sistemi IA propri,  tenuto conto anche dei  risvolti competitivi di  differenziazione che una banca dovrebbe   tutelare a proprio diretto vantaggio.

Utilizzando  le banche i medesimi  sistemi di IA prodotti dal mercato,  possono aversi comportamenti  uniformi  con  problemi anche per  la stabilità finanziaria soprattutto quando  tali comportamenti sono amplificati dal conformismo indotto da soluzioni tecnologiche standardizzate, basate su logiche algoritmiche reputate “oggettive” ma  che comportano  effetti pro-ciclici,  un’ allocazione distorta delle risorse (risparmio in primis)  e, si ripete,  rischi sistemici.

Ma  a parte questi effetti,  i compotamenti  possono  essere condizionati da determinati interessi economico-finanziari;  se, per fare un esempio, le   banche europee, nel sostenere una  politica industriale comunitaria,  che promuova la  competitività e la crescita, si trovano a mobilitare   il risparmio privato,      un approccio tendenzialmente  unitario  nei servizi di “risparmio gestito”  può essere indirettamente  guidato dai centri di potere  dominanti  che controllano anche  i flussi    informativi.

Non si tratta di una visione fantascientifica ma della possibilità  che i sistemi di IA   possano essere pilotati da forze dirigistiche che sfuggono al controllo sociale.  Siamo  peraltro in presenza di problemi  che rientrano  nell’ambito della cybersicurezza e della data protection, visto  che le informazioni rilevanti sono gestite ed elaborate in forma sempre più accentrata, a causa dell’impiego pervasivo e imprescindibile di piattaforme di cloud-computing. Queste,  da un lato, amplificano gli effetti negativi legati a indisponibilità dei dati a seguito di malfunzionamenti, dall’altro lato,  aggravano i rischi di dipendenza tecnologica legati a pratiche di lock-in realizzate dai fornitori, che condizionano l’effettiva disponibilità del patrimonio informativo aziendale. Ciò che rileva a questi riguardi  è  l’elevata asimmetria conoscitiva che vi è tra chi progetta, attua e gestisce i sistemi di IA e chi li utilizza, per cui il potere risiede  di fatto in questa tecnostruttura che diventa classe  professionale e settore dominante. I sistemi di IA sono forniti da grandi imprese tecnologiche  per cui il potere di influenza di cui stiamo parlando  è fortemente concentrato.

Oltre ai  problemi tecnici di sicurezza  dei sistemi informativi e di rete, vi sono  anche  problemi politici di sicurezza  riguardanti  l’ingente mole di  dati  che l’IA deve processare. I dati  devono essere  adeguati e pertinenti  e quindi di  elevata qualità. Si possono infatti avere decisioni errate e imprecise   ma prodotte dall’IA generativa  come se fossero corrette, sostenute da informazioni secondarie inventate dalla stessa IA; si parla di “allucinazioni” dell’IA  dovute al fatto che, essendo addestrata a ragionare sulla base delle parole statisticamente plausibili,  ciò che è linguisticamente probabile non è però  sempre fattualmente corretto.  Ma  a prescindere dalla qualità dei dati,  ciò che già sta creando sospetti nell’opinione pubblica è soprattutto  la questione della trasparenza del funzionamento dei sistemi di IA,  aspetti che  non sono comunicati, anche perché non facilmente spiegabili, e quindi non controllabili. 

Le  decisioni  automatiche riguardanti i finanziamenti  possono essere discriminanti  e inique perché gli  algoritmi sono  già predisposti per escludere e selezionare in modo prevenuto  creando disparità di accesso. La normativa dell’Ai Act stabilisce al riguardo  il principio che  le decisioni non siano legate univocamente  a  trattamenti automatizzati che  producono  effetti giuridici ma che  i sistemi siano  di supporto; sono previste tuttavia  deroghe quando  il trattamento automatizzato abbia ricevuto il consenso esplicito  degli interessati. Se la  questione dell’IA applicata alle banche presenta complicazioni  sul piano giuridico,  resta di grande interesse  quella dei  pericoli che  abbiamo sollevato a proposito  degli effetti economici  e sociali.

AI e nuovi dei modelli organizzativi e manageriali bancari

 Come la  digitalizzazione dei processi ha  favorito, nel settore bancario, in questi ultimi decenni, lo sviluppo di assetti   organizzativi snelli e piatti con una forte riduzione del personale  e della gerarchia soprattutto nei livelli intermedi, così  ci si attende effetti simili con la diffusione dei sistemi di IA  che sono in grado di  sostituire non solo gran parte dei lavori operativi ma anche compiti e attività decisionali affidati  al management.  Gli obiettivi in parte sono i medesimi   e riguardano l’ulteriore riduzione dei costi operativi a cui si deve aggiungere  una maggiore efficacia nella gestione dei rischi, nei processi decisionali, nella gestione delle relazioni con il mercato  con l’effetto di migliorare la capacità competitiva e  le  complessive performance aziendali.  

L’impatto sull’organizzazione delle banche è certamente un aspetto rilevante in quanto può accelerare   ulteriormente le tendenze da tempo in atto  della lean & flat organization con un impatto sia sull’organizzazione del lavoro sia sui  modelli manageriali. L’art. 3 dell’Ai Act definisce il sistema di intelligenza artificiale come  “ un sistema automatizzato progettato per operare  con vari livelli di autonomia, con la capacità di adattarsi dopo la distribuzione, generando output come previsioni, raccomandazioni o decisioni  che possono influenzare ambienti fisici o virtuali”. Questa definizione è  molto ampia  e lascia aperta la possibilità di diversi utilizzi nel settore bancario che hanno impatti molti differenti sul piano organizzativo e dei comportamenti.

Due sono i profili dell’IA  maggiormente rilevanti, peraltro  interconnessi,  da  considerare:   la capacità di operare in autonomia e quella decisionale.  Se  l’IA viene vista come supporto alle decisioni  che vengono già prese  dai  ruoli sia manageriali sia operativi,  l’impatto organizzativo resta confinato nell’ambito della razionalizzazione delle decisioni per cui  è  sempre centrale il fattore umano la cui intelligenza si trova, potremmo dire,  a dialogare con quella artificiale. Le decisioni non sono quindi necessariamente delegate  alle macchine e il fattore  umano può  intervenire sempre con il suo giudizio beneficiando  di un confronto che può generare apprendimento. L’effetto apprendimento   è un fattore da tenere in considerazione anche perché un approccio fideistico nei confronti dell’IA, come detto, comporta dei rischi, che la singola  banca potrebbe non essere  disposta a subire. Ne deriva quindi uno  stimolo alla comprensione del perché  delle previsioni, delle raccomandazioni e delle decisioni forniti dai sistemi di IA. 

Se l’IA viene invece  utilizzata  per sostituire attività e   decisioni, di diversa natura e rilievo,  che finora sono state prese a livello manageriale e operativo,   le conseguenze organizzative sono diverse perché in questo caso le macchine sostituiscono il fattore umano. Ciò significa  delegare autonomie  decisionali  alle stesse macchine. Quindi  un ulteriore snellimento organizzativo  e la  conseguente  accettazione di  responsi e condotte generate in modo automatico. Qualora il sistema di IA sia predisposto per avere la massima autonomia, esso  deve però anche  avere   la capacità  autoapprendimento e di adattarsi  dopo la sua implementazione all’evoluzione del contesto in cui opera la banca  affinché   su di esso si possa contare  ritenendolo in grado  di  “ragionare” molto oltre le capacità umane. 

Il peso di questi  due diversi approcci –  supporto e sostituzione del fattore umano –  è una questione che deve  essere   approfondita sulla base delle strategie che le banche  stanno seguendo e seguiranno,  ma è probabile che  i due approcci saranno variamente  combinati. Entrambi sono destinati in ogni caso  a produrre un   cambiamento organizzativo  significativo che  può prendere diverse  direzioni  nell’ evoluzione e innovazione dei  modelli organizzativi e manageriali  con l’obiettivo di renderli non solo più efficienti ma anche più efficaci.  

AI, etica aziendale e corporate democracy

Ciò che interessa qui sottolineare è il fatto che,  con la   diffusione dell’IA  nel settore bancario (come in altri settori),   si  realizza  un salto strutturale  sul piano non solo tecnologico ma anche organizzativo perché la banca, come  le altre imprese,    può semplificare ma  anche modificare il proprio assetto  in modo  sia evolutivo/incrementale  che radicale   andando verso i modelli  de-gerarchizzati  che sono proposti dall’Agile Organization  e dal  Self Management.   Queste evoluzioni comportano però  che l’innovazione tecnologica sia coniugata con quella organizzativa in modo da favorire e rispettare  le coerenze  tra le varie componenti dell’intero sistema aziendale. Quanto alle conseguenze per il personale,  vi sono  ricadute sull’organizzazione  che l’innovazione tecnologica non deve trascurare, come la motivazione, il clima aziendale, lo sviluppo del capitale umano.

Può prevalere però  l’idea che con l’IA le conoscenze siano incorporabili nelle macchine e negli algoritmi per cui  il capitale cognitivo resta di conseguenza accentrato  così  come il potere decisionale  può essere ancor più verticalizzato. Ma  questo modo di vedere gli effetti dell’IA è in contrasto  con le esigenze che  provengono sempre più pressanti dal mondo del lavoro,  cioè dalle richieste dei lavoratori  per  una maggiore valorizzazione della professionalità   a favore dello sviluppo professionale   tramite la partecipazione e il  coinvolgimento nei processi decisionali e nella  vita attiva delle aziende.

Un approccio all’IA di tipo sostitutivo andrebbe pertanto  a peggiorare  il clima organizzativo  che   non gioverebbe  dal punto  di vista della produttività e  coesione aziendale.  Se l’innovazione e il progresso  tecnologico  devono migliorare le condizioni di lavoro,  non peggiorarle, l’approccio all’ IA  deve essere soprattutto di tipo supportivo  e  comunque, quando  è sostitutivo, deve  consentire di valorizzare le  competenze dell’intero sistema aziendale.

Come già ricordato,  negli ultimi decenni la digitalizzazione dei processi nelle banche ha   soprattutto  perseguito la riduzione dei costi  operativi in un contesto di  crisi economica  permanente e di forte aumento dei rischi  che ha  indotto a  un maggiore accentramento decisionale presso il vertice anche per  conseguire economie di scala e attuare un più stretto coordinamento e controllo.  Le autonomie decentrate si sono  pertanto ridotte anche per effetto di una pervasiva proceduralizzazione del lavoro in tutte le funzioni aziendali.  Ciò ha determinato, e sta determinando, gravi effetti demotivazionali e di disengagement,  che comportano anche situazioni di stress, come emerge dai risultati di diverse survey al riguardo, non solo presso il personale, con ruoli sempre più operativi, ma anche presso il middle management che ha visto svuotarsi di contenuti il proprio tradizionale ruolo di connessione tra il vertice e la base operativa.  

Orbene, se  applicata a questo contesto, ci si deve chiedere se l’IA rischia di  acuire il verticismo organizzativo  e decisionale – come è molto probabile – peggiorando così il clima aziendale che andrebbe invece migliorato con modelli organizzativi e manageriali che, come detto, valorizzino le persone e la loro intelligenza emotiva e collaborativa. Oggi stiamo assistendo a un’ evoluzione  dei valori sociali che impongono alle imprese nuovi modelli organizzativi. Le persone in azienda, soprattutto le giovani generazioni,  richiedono più libertà e responsabilità: l’organizzazione del lavoro deve quindi  evolvere verso modelli in cui le persone  si sentano   libere di esprimersi e di poter dare il proprio contributo alle azioni collettive in un contesto di maggiore fiducia.

Queste pressioni sociali interne alle aziende e alle banche non sembrano attualmente avere risposte dal top management  sia  perché  considerate una componente inevitabile sia perché le stesse direzioni del  personale non sanno come poterle gestire se non con cambiamenti nell’organizzazione del lavoro con un maggiore decentramento, coinvolgimento e stili direzionali partecipativi. Ma se la tendenza è il verticismo che l’IA tende ad  accentuare,   questa prospettiva si allontana,  evidenziando che vi sono contraddizioni, come detto,  tra tecnologia e organizzazione, non facilmente evitabili ma che vanno evitate e risolte.

Il punto di debolezza su cui riflettere non è tanto la cultura manageriale quanto la   governance aziendale  da cui la prima discende. La governance dovrebbe mettere  al centro dei  propri valori,  da condividere,  quelli della corporate  democracy che viene già  violata con l’accentramento decisionale   e il  confinamento del personale a ruoli esecutivi e operativi. Lo sviluppo dell’ IA,   perseguita dal management per migliorare l’efficienza e la creazione di valore per gli azionisti, non deve avere effetti peggiorativi e  discriminatori nei confronti degli  stakeholder come accade quando, con l’accentramento, il personale viene penalizzato  sul piano della sua valorizzazione e crescita professionale. Ciò contrasta peraltro con i criteri ESG che le banche dovrebbero osservare anzitutto nei confronti di se stesse.

Una domanda aperta: verso un’ “intelligenza aumentata”?

Resta da rispondere, per completare gli spunti  di discussione proposti in questo contributo,  alla domanda su quale sia un equilibrato  approccio all’IA  nelle banche per un positivo impatto sull’organizzazione del  lavoro nel settore bancario in cui, oltre alle pressioni competitive esterne, stanno  prevalendo  le pressioni sociali  interne legate alla motivazione e allo sviluppo del capitale umano.

Premesso che l’IA  che sostituisce il lavoro operativo, e quindi  ruoli essenzialmente  poco motivanti,  contribuisce  certamente a uno sviluppo organizzativo migliorativo, vi è da interrogarsi sulla verticalizzazione delle decisioni che è   destinata a rafforzarsi. Anche con un’ IA avente  funzioni soprattutto  di supporto, la diffusione dei  processi automatici tende  pur sempre a impoverire  le professionalità data la conseguente esclusione di gran parte   del personale dalla gestione di  spazi di autonomia decisionale. Il potere organizzativo resta infatti  confinato nella tecnostruttura delle unità  di staff  in cui si concentrano le maggiori e più alte  competenze.

Contrastare queste tendenze significa mettere al centro del cambiamento le persone e non la tecnologia; ma ciò comporta di progettare modelli aziendali in cui la combinazione tra organizzazione e tecnologia risponde alle aspettative del personale, al mantenimento di un clima e contesto  aziendale positivo. Occorre quindi che il  decentramento e la delega di spazi di  autonomia non siano soffocati dal prevalere delle macchine tecnologiche; l’intelligenza umana deve essere  quindi sempre sollecitata  per cui le  competenze di economia e tecnica bancaria e finanziaria devono essere  prevalenti rispetto a quelle tecnologico-informatiche il cui contributo  valoriale   deve in ogni caso rendersi funzionale ai principi  della sana e prudente gestione. 

Sarebbe quindi  un passo in  avanti in questa  direzione coinvolgere il personale nel monitoraggio (progettazione-riprogettazione) dei processi digitali evitando una soluzione centralizzata che esclude l’esperienza degli utilizzatori. Del resto, la progettazione dei sistemi di IA nelle banche, per la specialità dell’attività bancaria, sottoposta a una stretta regolamentazione,  richiede   che le competenze tecnologiche siano   al servizio dei sistemi gestionali bancari e  non questi a    rispondere alle esigenze  della tecnologia.  Chi  progetta i sistemi di  IA deve  pertanto conoscere l’economia della banca e i suoi processi. 

Tuttavia, la   tecnologia  non solo proviene dall’esterno al mondo bancario ma sta  sempre più imponendosi come driver del cambiamento organizzativo delle banche.  E il  personale  bancario lo  sta subendo  visto che   tali sistemi  vengono inseriti in contesti che sono costretti  ad  adattarsi   con effetti di maggiore criticità tenuto conto dei problemi esistenti che permangono o si acuiscono, come abbiamo  rimarcato in questo contributo, mancando una visione e un approccio  sistemici. Occorre quindi che siano attivate più strette relazioni collaborative-integrative tra le funzioni aziendali che in ogni banca presidiano lo sviluppo tecnologico, quello organizzativo e del capitale umano.

A tal fine, piuttosto che assecondare  le suggestioni (che  potrebbero rivelarsi fatali) di una facile a ampia  “sostituzione tecnologica” delle competenze e conoscenze professionali maturate all’interno delle aziende bancarie, andrebbe al contrario adottato un approccio di “intelligenza aumentata”. In altri termini, un approccio  equilibrato è quello per cui  al centro deve restare  l’intelligenza rappresentata proprio da quelle competenze professionali  che sono ad appannaggio precipuo delle risorse umane, ma “aumentate” dal supporto dell’IA soprattutto in termini di capacità e rapidità di analisi di grosse quantità di dati e informazioni. In tal modo  si valorizzano  le capacità di valutazione  contestualizzando i risultati offerti dai modelli predittivi automatizzati.

E’ pertanto  è auspicabile l’adozione di paradigmi di knowledge management, che superino i vincoli dettati dai silos informativi, inclusi quelli indotti dai sistemi di IA di terze parti, contribuendo così a coinvolgere costruttivamente il personale nei processi di incremento della “conoscenza diffusa”, riducendo la summenzionata asimmetria conoscitiva e  migliorando di conseguenza i processi decisionali del top management.

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Quantum computing. L’Italia avvia la strategia nazionale, 227 milioni di euro in tre anni

Quantum computing, la Strategia nazionale prende forma

Poco, troppo poco per una vera strategia nazionale per lo sviluppo del quantum computing italiano. Secondo quanto riportato in un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore a firma di Luca Biase, il Governo italiano ha predisposto un piano di investimenti pari a 227 milioni di euro da realizzare in tre anni, a cui farà seguito “un aumento” di risorse finanziarie, al momento non quantificabile, e la creazione di un polo nazionale.

La strategia in questione ancora è solo su carta, ma, a quanto si legge sul quotidiano di economia e finanza, l’esecutivo “si prepara alla prossima fase”, cioè quella più operativa. La ministra dell’Università e la ricerca, Anna Maria Bernini, ha affidato il compito di coordinamento del gruppo di lavoro chiamato a redigere la Strategia nazionale a Tommaso Calarco, professore ordinario presso l’Università di Colonia e l’Università di Bologna, direttore dell’Institute for Quantum Control del Peter Grünberg Institute presso il Forschungszentrum Jülich.

Un lavoro “svolto in autonomia”, è specificato nell’articolo di De Biase, a cui comunque hanno collaborato il ministero dell’Università e della ricerca, il ministero della Difesa, il ministero delle Imprese e del made in Italy, il dipartimento per la Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

Il ministero delle Imprese e l’Osservatorio Quantum computing del Politecnico di Milano hanno lavorato ad un attento esame dell’ecosistema industriale italiano delle tecnologie quantistiche.

Come ha spiegato Calarco l’anno passato, in occasione del G7 Scienza e ricerca, il futuro del quantum italiano può essere molto positivo, in quanto il nostro Paese parte da una base scientifica di altissimo livello: ”Sarà fondamentale seguire le orme dell’approccio europeo già segnato anni fa, ossia integrare il mondo della ricerca con quello dell’industria“, aggiungendo che di certo “dobbiamo sviluppare le tecnologie e dobbiamo farlo anche per evitare dipendenza economica e tecnologica dall’estero”.

Quantum la nuova frontiera tecnologica, ma servono investimenti maggiori

Come è giustamente sottolineato nell’articolo del Sole 24 Ore, il quantum computing con tutta probabilità sarà la nuova frontiera tecnologica su cui tutti cercheranno di prevalere e competere per la leadership. Ma servono più investimenti in ricerca e innovazione, in infrastrutture e formazione.

I soldi che l’Italia ha messo sul piatto sono pochi, è fondamentale trovare nuove risorse. Il nostro ecosistema quantum è piccolo, ma consistente, in termini di competenze e centri capacità di fare ricerca. Su questo dobbiamo fare leva per tentare la scalata.

Tecnologie già in rapida fase di sviluppo e maturazione, ma che non saranno industrializzate prima di cinque anni nel nostro Paese.

Come spiegato da Anitec e Assinform nella seconda edizione del Report “Ricerca a Innovazione ICT in Italia”, le tecnologie quantum computing hanno il potenziale per ampliare e migliorare esponenzialmente prestazioni e funzionalità di soluzioni tecnologiche cruciali per il digitale, quali la sicurezza informatica, l’intelligenza artificiale e la gestione dei dati.

Italia indietro rispetto a Germania e Francia

Pur avendo un crescente impegno in questo settore grazie al PNRR, l’Italia è ancora indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, ma anche Germania e Francia, in termini di investimenti e produttività brevettuale. Le soluzioni quantum sensors e quantum communication stanno già mostrando applicazioni concrete, mentre il quantum computing, sebbene in fase prototipale, promette sviluppi significativi in settori come farmaceutica, chimica, aerospaziale, automotive e finance.

Per competere a livello globale nella corsa allo sviluppo di nuovi mercati di tecnologie e componenti quantistiche, l’Italia deve aumentare “da milioni a miliardi di euro” gli investimenti per il quantum attraverso ricerca applicata, protezione brevettuale e sviluppo di ecosistemi di innovazione che integrino ricerca avanzata ed esigenze industriali.

Per fare un confronto e capire la centralità di questa competizione tecnologica con i nostri pari europei, la Germania ha avviato un piano nazionale dedicato allo sviluppo delle tecnologie quantistiche da 3 miliardi di euro (2023-2026). Per il suo “Quantum plan”, invece, la Francia ha investito 1,8 miliardi di euro (2021-2026).

Anche in Europa i ricercatori chiedono maggiori risorse, competere è costoso e richiede impegno (e coraggio)

Poi c’è l’Unione europea, che nel 2018 ha lanciato il Quantum Flagship, iniziativa che può contare su un budget di 1 miliardo di euro distribuito su un decennio. L’obiettivo è sviluppare una rete quantistica europea che integri computer, simulatori e sensori quantistici attraverso reti di comunicazione quantistica.

Ma appunto non basta. A marzo di quest’anno, un gruppo di ricercatori e scienziati hanno pubblicato il Libro Bianco “Artificial Intelligence and Quantum Computing” in cui si chiedono con urgenza maggiori risorse finanziarie per fare in modo che l’Europa rimanga competitiva e all’avanguardia nell’innovazione tecnologica avanzata, nello specifico nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie quantistiche.

Lo stesso Prof. Calarco, in veste di Direttore dell’Istituto per il Controllo Quantistico PGI-8 presso il Forschungszentrum Jülich, ha dichiarato: “L’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico devono evolversi di pari passo. L’Europa vanta solide capacità di ricerca in entrambi i campi, ma è intrappolata nella forte concorrenza di Stati Uniti e Cina, in particolare nell’intelligenza artificiale. Il nostro libro bianco chiarisce che, per garantire la leadership in questa rivoluzione tecnologica, l’Europa deve investire in una sinergia strategica tra intelligenza artificiale e calcolo quantistico“.

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Cresco8, Enea accende il nuovo supercomputer italiano. Sarà tra i più veloci al mondo (TOP500)

Cos’è CRESCO8

CRESCO8 è il nuovo supercomputer di ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), inaugurato presso il Centro Ricerche di Portici (Napoli). Si tratta dell’ultima evoluzione della famiglia di supercalcolatori CRESCO e rappresenta una svolta epocale per la capacità di calcolo scientifico in Italia.

Con una potenza di oltre 9 PFlops (9 milioni di miliardi di operazioni al secondo), CRESCO8 si posiziona tra le infrastrutture HPC (High Performance Computing) più potenti d’Europa, con un’efficienza energetica all’avanguardia grazie alla tecnologia Lenovo Neptune.

Sarà incluso nella prossima classifica TOP500 dei supercomputer più veloci al mondo, lista che verrà ufficializzata in occasione della conferenza ISC di Amburgo a giugno prossimo.

Come funziona il nuovo supercomputer italiano

Il cuore di CRESCO8 è basato su un’architettura Lenovo ThinkSystem SD650 V3 Neptune: 758 nodi di calcolo, ciascuno con 2 CPU Intel Xeon Platinum 8592.

La peculiarità tecnologica è il raffreddamento ad acqua diretto, che cattura fino al 98% del calore generato dai processori, riducendo il consumo energetico per il raffreddamento fino al 40%. Questo consente di mantenere alte prestazioni senza sacrificare la sostenibilità, un punto chiave per le moderne infrastrutture HPC.

“Aumentare la potenza di calcolo e ridurre i consumi energetici è una sfida cruciale e complessa per il nostro settore. La nuova infrastruttura mette insieme potenza e tecnologie per affrontare carichi di lavoro estremamente articolati che spaziano dalle simulazioni numeriche avanzate al trattamento dei big data e dell’intelligenza artificiale”, ha commentato Giovanni Ponti, responsabile della Divisione ENEA Sviluppo di sistemi per l’informatica e ICT del Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili.

Perché è importante

CRESCO8 è molto più di un semplice supercomputer: è un abilitatore strategico per la ricerca scientifica, la competitività industriale e la trasformazione digitale del Paese. Il sistema supporterà attività complesse in settori fondamentali per il futuro dell’Italia, tra cui:

  • Energia da fusione nucleare, con simulazioni avanzate per il progetto DTT (Divertor Tokamak Test facility) che mira a sviluppare nuove tecnologie per la produzione di energia pulita.
  • Cambiamenti climatici, attraverso modelli previsionali più accurati e a lungo termine.
  • Intelligenza Artificiale e Big Data, potenziando la capacità nazionale di sviluppare soluzioni AI in autonomia.
  • Materiali avanzati e nuovi processi industriali, accelerando la ricerca in ambiti come l’aerospazio, la medicina, l’energia e la mobilità sostenibile.

Verso l’indipendenza digitale

Uno degli aspetti cruciali di CRESCO8 è il suo contributo all’indipendenza digitale dell’Italia e dell’Europa. Disporre di una risorsa HPC di questo livello significa:

  • Non dover dipendere da supercomputer stranieri o cloud esterni per condurre simulazioni e analisi strategiche.
  • Proteggere i dati sensibili e le proprietà intellettuali, mantenendo le informazioni all’interno di un’infrastruttura pubblica nazionale.
  • Accelerare lo sviluppo di tecnologie digitali locali, stimolando l’ecosistema dell’innovazione e la crescita di nuove competenze.

Un motore per la trasformazione digitale del Paese

L’accesso a CRESCO8 sarà garantito a università, enti pubblici di ricerca e imprese, creando una vera e propria piattaforma condivisa per l’innovazione. Questo permetterà:

  • L’ammodernamento dei processi produttivi tramite simulazioni numeriche e digital twin.
  • La formazione di una nuova generazione di professionisti HPC e AI.
  • La nascita di nuove collaborazioni pubblico-private per progetti PNRR e Horizon Europe.

Uno sguardo al futuro

CRESCO8 entrerà nella classifica TOP500 dei supercomputer più veloci al mondo a giugno 2025, durante la conferenza ISC di Amburgo. Un riconoscimento che certifica il ruolo crescente dell’Italia nell’ambito delle infrastrutture scientifiche strategiche globali.

UNISCITI all’iniziativa “Indipendenza Digitale” di Key4biz, in collaborazione con ReD OPEN, spin-off dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, con la prima Conferenza italiana sull’Indipendenza Digitale del 27 maggio 2025 a Roma: “Indipendenza digitale ~ Un patto per il futuro tecnologico e economico dell’Europa e degli europei“.

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Majorana 1: il futuro quantistico è qui

Nel grande circo della fisica moderna, ci sono nomi che fanno rumore anche solo a pronunciarli. Uno di questi è Ettore Majorana. E se pensavi che il suo lascito fosse confinato ai libri di storia e alle teorie scritte in gesso sulla lavagna, è tempo di aggiornarti: Majorana 1 è il nome che sta iniziando a circolare nei laboratori di fisica, nei corridoi delle startup deep-tech, e persino tra chi progetta le fondamenta dei futuri computer quantistici.

Ettore Majorana fu un fisico italiano geniale, scomparso misteriosamente nel 1938. Tuttavia, il suo pensiero continua a vivere grazie alle particelle che portano il suo nome: i fermioni di Majorana. Queste entità teoriche – predette da lui stesso – sono particelle che coincidono con le loro antiparticelle. Una roba che farebbe impallidire anche Schrödinger e il suo gatto.

Nel 2012, esperimenti avanzati hanno iniziato a suggerire che i fermioni di Majorana non sono solo un esercizio di stile quantistico, ma potrebbero esistere davvero. Da qui è partita una corsa globale per sfruttarli. E nasce così il progetto Majorana 1: non (solo) un laboratorio, ma una vera e propria piattaforma tecnologica e teorica per cambiare il paradigma dell’informatica quantistica.

Come definiamo Majorana 1? Un qubit topologico basato sul comportamento dei fermioni di Majorana, ovvero un sistema sperimentale prototipo, capace di simulare e osservare interazioni quantistiche stabili.

In pratica nuova architettura quantistica che promette di risolvere il problema fondamentale dell’informatica quantistica: la decoerenza.

Immaginiamo un computer quantistico in cui i dati non “svaniscono” per colpa del rumore ambientale, ma restano coerenti, precisi e scalabili. Majorana 1 è il tentativo concreto di farlo accadere.

I qubit topologici sono strutturalmente più stabili. Il rumore quantistico, nemico giurato dei calcoli quantistici affidabili, viene aggirato con grazia matematica. La maggior parte dei computer quantistici oggi funziona in ambienti altamente controllati e poco scalabili. Majorana 1, se confermato, potrebbe essere la base di reti quantistiche distribuite in ambienti meno sterili.

Mentre altri cercano di difendersi dalla minaccia dei computer quantistici, Majorana 1 potrebbe essere la chiave per costruire sistemi sicuri dall’interno, usando le stesse leggi della meccanica quantistica.

Chimica, biologia molecolare, materiali avanzati: Majorana 1 potrebbe far girare simulazioni oggi impossibili, aiutandoci a progettare nuovi farmaci, catalizzatori o materiali intelligenti.

Sarebbe una beffa storica se il paese che ha generato Majorana non fosse tra i leader della sua “rinascita quantistica”. Ma qualcosa si muove: partnership universitarie, progetti europei, e startup deep-tech stanno iniziando a guardare con interesse ai Majorana-based qubit. C’è bisogno però di investimenti seri, una visione strategica e – diciamolo chiaramente – il coraggio di rischiare.

Majorana 1 non è solo un omaggio a un genio scomparso. È la prima soglia di una nuova era, dove la fisica quantistica (pensate le applicazioni con IA…) smette d’essere un mistero per pochi e diventa strumento di civiltà, impresa e libertà tecnologica.

Il futuro potrebbe parlare con accento italiano.                                          

GLOSSARIO EXPRESS in box– Capire Majorana 1 in 60 secondi

Fermione di Majorana: una particella (o quasiparticella) che è uguale alla sua antiparticella. Una stranezza quantistica con proprietà super utili per l’informatica del futuro.

Qubit: è il bit quantistico: può essere 0, 1 oppure entrambi contemporaneamente (sovrapposizione). È la base del calcolo quantistico.

Qubit topologico: un qubit progettato per essere ultra-stabile. Invece di essere disturbato da ogni interferenza, mantiene le sue informazioni grazie a proprietà geometriche “annodate” nello spazio quantistico.                                               

Decoerenza: il nemico n.1 dei computer quantistici: è ciò che fa perdere al qubit il suo stato magico di sovrapposizione, mandando tutto in crash. Majorana 1 nasce per combatterla.

Crittografia quantistica: sistema di sicurezza informatica che usa la meccanica quantistica per rendere impossibile l’intercettazione dei dati senza farsi scoprire.

Simulazione molecolare: uso del computer per “provare” reazioni chimiche e comportamenti dei materiali prima di realizzarli. Con i qubit di Majorana, diventa molto più veloce e preciso.

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Magnino (Fastweb + Vodafone): “Abbiamo sviluppato un LLM proprietario, addestrato al 70% in lingua italiana”

“In questa storica di innovazione, che sta procedendo a passi veloci, l’obiettivo è realizzare sinergie, soprattutto trovare le risorse che sono necessarie per supportare i Comuni, le amministrazioni e l’intero settore. Un settore che richiede anche soluzioni efficaci per la propria sicurezza, con importanti investimenti nell’intelligenza artificiale in Italia”, ha spiegato Alessandro Magnino, Chief Strategy & Transformation Officer, membro dell’Executive Committee, di Fastweb + Vodafone, intervistato dal direttore di Key4biz, Luigi Garofalo, in occasione della settima edizione della Conferenza “Telecommunications of the Future” promossa dal CNIT e organizzata dal nostro editore Supercom, di cui Key4biz è tra i media partner.

“In termini strategici, stiamo continuando ad investire in reti fisse e mobile, quindi ad investire sostanzialmente, per potenziare l’esperienza dell’utente”, ha precisato Magnino.

“Stiamo addestrando l’intelligenza artificiale in italiano. Abbiamo realizzato in Italia, a partire da luglio 2024, il primo supercomputer con tecnologia Nvidia per PA e imprese. In questo modo possiamo ospitare su territorio italiano i dati delle nostre imprese. Oltre allo sviluppo della infrastruttura abbiamo lavorato ad un LLM proprietario che rilasceremo tra poche settimane, allenato con il 70% dei dati in lingua italiana, equivalente a 11 milioni di libri. Un asset dedicato a aziende e PA per sviluppare proprie soluzioni di AI. Abbiamo sviluppato internamente oltre 100 casi d’uso per essere più efficaci nel raccontare e proporre soluzioni al mercato”, ha affermato Magnino.

“Attendiamo più indicazioni dall’UE per partecipare alla call per la costruzione delle gigafactory. Nel contesto italiano servono infrastrutture di connettività e per l’AI, anche per favorire gli investimenti. Il settore delle telecomunicazioni è in sofferenza, si sono persi negli anni qualcosa come 13 miliardi di euro di valore. Senza sostenibilità è difficile continuare ad investire in questo settore”, ha proseguito Magnino.

“Siamo favorevoli al consolidamento e la razionalizzazione del mercato – ha sottolineato il manager di Fastweb + Vodafone – perché pensiamo possano liberare energie e investimenti”.

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