Anthropic vale mille miliardi: una sua nuova sede a Milano, che “attira” grazie ai data center

Anthropic sceglie Milano: la capitale italiana dei data center e dell’AI accelera la sua corsa digitale (trainando l’Italia intera)

L’intelligenza artificiale (AI) sta ridefinendo le geografie dell’innovazione globale e Milano si candida sempre più a diventare uno degli hub digitali di riferimento europei per questa trasformazione. A confermarlo è la scelta di Anthropic, una delle aziende più influenti nel panorama mondiale dell’AI, di aprire un nuovo ufficio nel capoluogo lombardo (il primo nel nostro Paese), inaugurando una presenza che va ben oltre la semplice espansione commerciale e che si inserisce in un più ampio processo di consolidamento dell’ecosistema tecnologico italiano.

L’annuncio arriva in una fase di crescita straordinaria per la società fondata nel 2021 da Dario Amodei insieme ad altri ex ricercatori di OpenAI. Anthropic, sviluppatrice dell’assistente AI Claude, ha appena chiuso un nuovo round di finanziamento da 65 miliardi di dollari che porta la sua valutazione post-money a 965 miliardi di dollari, superando quella di OpenAI e diventando la startup AI con il più alto valore al mondo.

L’operazione, denominata Series H, è stata guidata da Altimeter Capital, Dragoneer, Greenoaks e Sequoia Capital, con la partecipazione di Capital Group, Coatue, D1 Capital Partners, GIC, ICONIQ e XN. Nel finanziamento sono inclusi anche 15 miliardi di dollari di investimenti precedentemente impegnati da grandi operatori infrastrutturali del settore tecnologico, tra cui Amazon con 5 miliardi di dollari. Solo pochi mesi fa, a febbraio, Anthropic era valutata 380 miliardi di dollari: in meno di un anno il valore della società è aumentato di oltre due volte e mezzo.

Anthropic in espansione finanziaria

A sostenere questa crescita è soprattutto l’espansione del business. All’inizio del mese il fatturato annualizzato di Anthropic ha superato i 47 miliardi di dollari, dopo che l’azienda aveva già rivisto al rialzo una precedente stima di 30 miliardi. Una progressione che porta il gruppo a viaggiare a una velocità circa cinque volte superiore rispetto a quella registrata l’anno precedente. Una quota significativa di questo sviluppo deriva dagli strumenti di AI per la programmazione software, tra cui Claude Code, sempre più adottati dalle imprese.

“Questo finanziamento ci aiuterà a soddisfare la domanda storica che stiamo registrando, a rimanere all’avanguardia nella ricerca e a portare Claude in un numero crescente di luoghi in cui si svolge il lavoro”, ha dichiarato Krishna Rao, Chief Financial Officer di Anthropic.

Contestualmente alla raccolta di capitale, la società ha presentato Claude Opus 4.8, nuova versione della famiglia di modelli Opus che promette prestazioni superiori nelle attività di coding, nei sistemi agentici e nelle applicazioni professionali avanzate.

L’espansione finanziaria è accompagnata da una massiccia strategia infrastrutturale. Tra i nuovi partner figurano Micron, Samsung e SK hynix, coinvolti per supportare l’aumento della capacità di calcolo necessaria a sostenere la domanda globale di servizi AI. Anthropic ha inoltre sottoscritto accordi con Amazon per fino a cinque gigawatt di nuova capacità computazionale, con Google e Broadcom per ulteriori cinque gigawatt basati sulle nuove generazioni di TPU e con SpaceX per l’accesso a capacità GPU dedicate.

Perché Anthropic ha scelto Milano

È in questo scenario che si inserisce la decisione di aprire una sede italiana a Milano, il sesto ufficio europeo dopo Londra, Dublino, Parigi, Zurigo e Monaco.

La struttura sarà il punto di riferimento per le relazioni con le imprese italiane e con la comunità nazionale degli sviluppatori, si legge in un comunicato ufficiale della società, con l’obiettivo di favorire la diffusione di Claude e promuovere un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale. Il team milanese lavorerà inoltre per contribuire al dibattito sull’impatto economico e sociale dell’AI nel sistema produttivo italiano.

L’annuncio è arrivato pochi giorni dopo la pubblicazione di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’intelligenza artificiale e il primo documento pontificio ad affrontare direttamente il tema. Alla presentazione ha partecipato anche Chris Olah, co-founder di Anthropic, che ha richiamato l’attenzione sulle implicazioni etiche della tecnologia, sostenendo la necessità che comunità religiose, società civile, università e governi contribuiscano insieme a orientarne lo sviluppo verso benefici concreti per l’umanità.

La presenza italiana dell’azienda è già una realtà. Guidato da Thomas Remy, Head of Southern Europe di Anthropic, il team locale collabora con alcuni dei principali gruppi industriali nazionali. Nel settore finanziario figurano Generali Group e Unipol Group; nelle life sciences Angelini Pharma e Bracco Group; nell’energia Enel Group; nell’automotive Pirelli.

L’espansione italiana di Anthropic

Anthropic ha inoltre avviato una partnership con JAKALA, tra i maggiori operatori europei nel settore Data & AI. L’accordo prevede l’estensione dell’utilizzo di Claude a oltre 3.000 collaboratori, con l’obiettivo di liberare circa il 70% del tempo del management senior per attività strategiche ad alto valore aggiunto.

Anche il tessuto dell’innovazione italiana sta adottando rapidamente la piattaforma. Satispay, utilizzata da oltre sei milioni di utenti, ha introdotto Claude all’interno dei propri team di ingegneria riuscendo a comprimere una roadmap prevista in 18 mesi a soli sette mesi e accelerando di dieci volte l’aggiornamento del sistema di pagamento core. In Bending Spoons, una delle aziende tecnologiche italiane più internazionalizzate, la maggior parte delle modifiche al codice viene oggi sviluppata con il supporto di Claude Code.

La società guarda inoltre al mondo creativo. Durante la Milano Design Week ha collaborato con Alcova Milano per un workshop dedicato a designer e professionisti della progettazione, mostrando come l’intelligenza artificiale possa integrarsi nei processi di design industriale, dell’arredo e degli spazi.

“Siamo in Italia per accompagnare grandi aziende e supportare ricerca e cultura in una transizione sicura verso l’intelligenza artificiale. L’Italia è un Paese che ha sempre saputo accogliere trasformazioni profonde e siamo ottimisti riguardo a ciò che la frontier AI può offrire a questo Paese, a grandi gruppi industriali, imprenditori, università e istituzioni culturali”, ha dichiarato Chris Ciauri, Managing Director International di Anthropic.

Milano sempre più hub europeo delle tecnologie strategiche

La scelta di Anthropic non è un caso isolato. Negli ultimi mesi Milano è diventata una delle principali destinazioni europee per gli investimenti nelle tecnologie emergenti e nelle infrastrutture digitali.

Un segnale significativo arriva da Algorithmiq, società specializzata nello sviluppo di software quantistico, che ha deciso di trasferire il proprio quartier generale globale dalla Finlandia a Milano, pur mantenendo importanti attività operative nel Paese nordico. La decisione è stata presa dopo il lancio della Strategia Nazionale Quantistica italiana del 2025, che punta alla costruzione di una solida infrastruttura nazionale per le tecnologie quantistiche.

Contestualmente, Algorithmiq ha raccolto 18 milioni di euro in un round guidato da United Ventures e CDP Venture Capital, con la partecipazione di Inventure VC. L’operazione porta a 36 milioni di euro il totale dei capitali raccolti dalla società e rappresenta il più grande investimento di venture capital mai realizzato in Italia nel settore delle startup quantistiche.

Guidata dalla CEO e co-fondatrice Sabrina Maniscalco, insieme al CSO e co-fondatore Guillermo García-Pérez, al CTO e co-fondatore Matteo Rossi e al Lead Researcher e co-fondatore Boris Sokolov, Algorithmiq utilizzerà Milano come base per sviluppare relazioni commerciali con i principali produttori mondiali di hardware quantistico.

Nel corso del 2025 la società ha inoltre siglato accordi strategici con Microsoft, IBM e Rigetti, rafforzando il proprio posizionamento come partner software di riferimento per alcune delle più importanti aziende tecnologiche globali.

Il ruolo dei data center e la centralità della Lombardia

Dietro l’arrivo di aziende come Anthropic e Algorithmiq c’è anche una ragione infrastrutturale. L’intelligenza artificiale e il quantum computing richiedono enormi capacità di elaborazione dati e disponibilità energetica. In questo contesto la Lombardia rappresenta il principale polo italiano.

Secondo i dati regionali, nel 2024 erano operativi 67 data center in Lombardia, di cui 33 nella sola Milano, su un totale nazionale di 168 strutture nazionali.Si tratta della più elevata concentrazione italiana e di una delle più importanti in Europa.

Le prospettive di crescita sono altrettanto significative. Nei prossimi cinque anni il settore prevede investimenti per 22 miliardi di euro in Italia, dei quali circa 11 miliardi destinati alla Lombardia. Il fabbisogno energetico stimato raggiungerà i 3 gigawatt a livello nazionale, con circa 1,5 gigawatt concentrati nella regione.

Non è un caso che a Milano hanno aperto uffici negli ultimi anni altre grandi società tecnologiche, tra cui Cisco, Ericsson, Capgemini, IBM, Accenture, Avenade e DXC Technology, ma già prima avevano preso posto giganti del calibro di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Samsung, SAP e Oracle.

Per governare questa espansione, il Consiglio regionale lombardo ha approvato una nuova legge dedicata all’insediamento dei data center. Il provvedimento punta a favorire il riutilizzo di aree industriali dismesse e siti di rigenerazione urbana, limitando il consumo di nuovo suolo e introducendo procedure autorizzative coordinate attraverso uno Sportello regionale dedicato.

Data center fondamentali per la crescita e la competitività, ma attenzioni alla questione ambientale e sociale

L’obiettivo è trasformare la crescita delle infrastrutture digitali in un fattore di sviluppo sostenibile e competitivo, capace di attrarre investimenti internazionali senza compromettere l’equilibrio ambientale del territorio.

In questo quadro, l’apertura della sede milanese di Anthropic assume un significato che va oltre la singola azienda. È il segnale di una trasformazione più profonda: Milano si sta consolidando come punto di incontro tra capitale finanziario, ricerca avanzata, infrastrutture digitali e innovazione industriale. Un ecosistema che oggi attrae alcune delle imprese più importanti al mondo dell’intelligenza artificiale e che potrebbe diventare uno dei principali motori della competitività tecnologica italiana ed europea nei prossimi anni.

Tutto questo però ha un costo, energetico in primis, ma anche ambientale e quindi sociale. Non sono poche le resistenze politiche all’arrivo dei data center sui territori e le comunità locali si iniziano ad organizzare per chiedere maggiore attenzione ai consumi energetici, idrici e di suolo di queste infrastrutture vitali, sì, ma anche dall’elevato impatto ambientale. Un nuovo capitolo questo che si è appena iniziato a scrivere e che probabilmente vedrà crescere critiche e opposizioni ai data center, come già sta accadendo in altri Paesi, tra cui certamente gli Stati Uniti.

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Fastweb + Vodafone lancia ROSS, l’assistente AI agentica. Come funziona

Fastweb + Vodafone presenta ROSS, il nuovo assistente di intelligenza artificiale agentica pensato per semplificare il lavoro quotidiano di persone e professionisti. L’obiettivo è liberare tempo, ridurre il peso delle attività operative e permettere agli utenti di concentrarsi su compiti più strategici e creativi.

La soluzione è sviluppata da NextMindLab, startup innovativa italiana detenuta al 100% da Fastweb Spa, e si propone come un agente AI capace non solo di rispondere a domande, ma anche di comprendere le richieste dell’utente, trasformarle in attività concrete ed eseguirle direttamente al suo posto.

Cos’è ROSS e cosa può fare

ROSS non si limita a produrre testi o risposte, ma può gestire autonomamente una serie di attività operative.

Tra le funzioni indicate ci sono la gestione dell’agenda, la conduzione di ricerche approfondite, la redazione di documenti, la creazione di un sito web in pochi click, il monitoraggio di notizie rilevanti e la pianificazione di attività complesse.

L’assistente è inoltre pensato per memorizzare preferenze, priorità e contesto specifico dell’utente, migliorando progressivamente la propria capacità di supporto nel tempo. In questo modo può diventare non solo uno strumento di produttività, ma un vero assistente personale digitale, capace di anticipare bisogni e adattarsi al modo di lavorare dell’utente.

Giovanni Germani: “AI concreta, utile e responsabile”

“Con ROSS non parliamo dell’ennesima corsa all’hype dell’intelligenza artificiale, ma di una tecnologia progettata per essere concretamente utile nella vita quotidiana e lavorativa delle persone. ROSS è l’AI che non si limita a rispondere: agisce davvero. Aver creato uno spin-off ci permette di muoverci con velocità, ascoltare quotidianamente i clienti e trasformare esigenze reali in prodotti concreti. Crediamo che il futuro dell’intelligenza artificiale non appartenga solo ai grandi colossi tecnologici, ma anche a startup capaci di innovare con responsabilità, trasparenza e visione”, ha dichiarato Giovanni Germani, Head of AI di Fastweb + Vodafone.

Sicurezza, privacy e modelli europei

Uno degli elementi centrali del progetto riguarda sicurezza e privacy. Fastweb + Vodafone sottolinea che i modelli linguistici e le infrastrutture di ROSS sono conformi al Regolamento europeo sulla protezione dei dati e all’AI Act europeo.

La società evidenzia inoltre che tutti gli applicativi nelle conversazioni con ROSS non vengono mai impiegati per addestrare modelli AI, né proprietari né di terze parti. La privacy viene garantita anche attraverso una segregazione dello spazio in cui i dati vengono conservati: ogni utente dispone di un ambiente privato e dedicato, separato da quello degli altri utenti. L’utente può inoltre chiedere in qualsiasi momento la cancellazione completa di tutti i dati utilizzati e caricati.

Pensato per diverse esigenze

ROSS è progettato per adattarsi a necessità differenti, sia professionali sia personali. La piattaforma viene presentata come accessibile, senza barriere tecniche e con un’interfaccia semplice e intuitiva.

L’assistente è disponibile su heyross.ai con tre piani tariffari pensati per esigenze diverse. L’utente può iniziare usando la versione gratuita dell’AI, pensata per esplorare le potenzialità dello strumento, oppure scegliere piani più completi per semplificare le attività quotidiane, organizzare meglio il proprio tempo e sfruttare al massimo le funzionalità dell’assistente.

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Anthropic Claude gratuito e open source per gli avvocati italiani

20 agenti AI specializzati per il diritto italiano, gratuiti e open-source su Anthropic Claude Cowork

Nel giorno dell’inaugurazione dei primi uffici italiani di Anthropic a Milano, un team di sviluppatori di Zurigo lancia BetterCallClaude, la prima piattaforma di intelligenza artificiale (AI) legale gratuita e open-source dedicata al mercato italiano.

La piattaforma dispone di 20 agenti AI specializzati, 19 comandi ottimizzati, 14 skill integrate e 7 server MCP. BetterCallClaude non è un chatbot generico ma un sistema di agenti intelligenti progettato per chi lavora quotidianamente con Cassazione, Corte Costituzionale e normativa italiana. La soluzione copre tutte le 20 regioni italiane.

Sette aree di applicazione dell’AI legale

BetterCallClaude, si legge sul sito stesso del servizio, copre sette aree specializzate che includono la ricerca sui precedenti della Cassazione, la strategia processuale, l’analisi avversariale (l’analisi strategica delle mosse, delle argomentazioni e delle prove della parte avversa), la redazione legale, la verifica delle citazioni, l’intelligenza documentale e l’arbitrato sportivo CAS/TAS. Queste funzionalità sono state sviluppate per rispondere alle esigenze concrete degli avvocati italiani nella gestione quotidiana dei casi.

La piattaforma è distribuita con licenza Apache 2.0, che consente utilizzo gratuito senza costi di licenza, modifica del codice sorgente, redistribuzione delle versioni personalizzate, utilizzo commerciale da parte di studi legali e integrazione con software gestionali esistenti. Questa trasparenza è cruciale per il settore legale, dove la privacy dei dati sensibili dei clienti è prioritaria e gli avvocati possono verificare direttamente come vengono trattate le informazioni.

Le barriere all’AI legale in Italia

L’arrivo di BetterCallClaude in Italia coincide, come anticipato, con l’annuncio odierno di Anthropic che apre il suo primo ufficio a Milano, la prima grande azienda di AI a stabilire una presenza fisica nel paese. Il mercato AI italiano, che vale un terzo di quello tedesco, registra però un utilizzo di Claude il doppio del peso demografico nazionale, segnalando forte interesse tra i professionisti per soluzioni tecnologiche avanzate.

L’iniziativa potrebbe certamente ridurre le barriere all’adozione dell’AI legale, rappresentate soprattutto dal costo e dalla mancanza di specializzazione. Rimangono però dei nodi da sciogliere e anche rilevanti.

Open-source e gratuito cosa? E i dati dove vanno?

Ciò che è open-source sono i 20 agenti, le 14 skill, i 19 comandi e i 7 server MCP. Il “cervello” che esegue tutto è Claude di Anthropic: un modello proprietario, closed-source, che richiede un abbonamento Cowork a pagamento. Senza Claude, il repository non funziona, come ha spiegato su LinkedIn Marco Graziano commentando la notizia: “è gratuita la “colla”, non lo stack completo”.

Sul fronte della sovranità dei dati, per uno strumento che processa query legali italiane e che pubblicizza la protezione del segreto professionale, si legge sempre nel commento, “vale la pena segnalare che le query passano attraverso infrastruttura USA, prima ancora di arrivare a Claude (anch’esso servito da Anthropic negli Stati Uniti)”.

Nulla toglie al valore tecnico del progetto, che rimane un ottimo esempio di plugin open-source costruito attorno a un modello proprietario. Tuttavia, c’è chi ancora nutre qualche dubio sulla compliance al Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR).

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Bernini annuncia “Lisa”, il primo sistema Ue per applicazioni AI che potenzia il supercomputer Leonardo. L’11 giugno l’inaugurazione

L’Italia candida Bologna a nodo di punta della rete “Frontier AI” e a giugno arriva Lisa a potenziare il supercomputer Leonardo

L’Italia accelera sulla frontiera europea dell’intelligenza artificiale (AI) e sceglie Bologna come epicentro della propria strategia tecnologica. Il Tecnopolo del capoluogo emiliano ospiterà infatti LISA, acronimo di “Leonardo Improved Supercomputing Architecture”, la nuova infrastruttura progettata per potenziare il supercomputer Leonardo nelle applicazioni di AI generativa e nei modelli linguistici di grandi dimensioni.

Secondo un’agenzia Radiocor del Sole 24 Ore, l’annuncio è arrivato dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e da Antonio Zoccoli, presidente della Fondazione Icsc – Centro Nazionale di Ricerca in High-Performance Computing, Big Data e Quantum Computing, durante il convegno “L’Italia del Pnrr: creare il modello, fare sistema, orientare il futuro”, in corso a Milano. L’inaugurazione ufficiale è prevista l’11 giugno al Tecnopolo di Bologna.

Contestualmente, il Governo italiano ha candidato Bologna a diventare uno dei nodi principali di “Frontier AI”, la futura infrastruttura europea dedicata alla ricerca avanzata sull’intelligenza artificiale. Una scelta che rafforza il posizionamento internazionale del polo emiliano come uno dei più importanti ecosistemi europei nel supercalcolo, nei big data e nell’AI.

Che cos’è Lisa e perché è importante

La nuova architettura LISA rappresenta un passaggio strategico nell’evoluzione di Leonardo, oggi già considerato tra i supercomputer più potenti al mondo e stabilmente inserito nella top ten della classifica internazionale TOP500. La macchina, installata al Tecnopolo DAMA di Bologna e gestita dal Cineca nell’ambito dell’iniziativa europea EuroHPC, è in grado di eseguire 240 milioni di miliardi di operazioni al secondo ed è utilizzata per attività scientifiche di altissima complessità: dalla modellazione climatica alla ricerca farmaceutica, dalla fisica delle particelle ai materiali avanzati, fino alle applicazioni industriali e aerospaziali.

Con LISA, però, il paradigma cambia. Leonardo nasce come infrastruttura general purpose destinata al calcolo scientifico avanzato; il nuovo modulo è invece concepito specificamente per l’intelligenza artificiale. Si tratta del primo sistema europeo di questo tipo realizzato nell’ambito dell’ecosistema EuroHPC e rappresenta un salto tecnologico cruciale per l’Europa nella competizione globale sull’AI.

Il cuore della nuova infrastruttura sarà costituito da 166 server GPU ad altissime prestazioni, interconnessi attraverso una rete a bassissima latenza e progettati per sostenere l’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni e applicazioni multimodali capaci di elaborare simultaneamente testo, immagini, video e dati complessi. In altre parole, LISA consentirà di sviluppare in Europa tecnologie comparabili ai sistemi di AI generativa oggi dominati dai grandi operatori statunitensi e cinesi.

L’investimento complessivo per LISA ammonta a 28,2 milioni di euro. Il 35% sarà finanziato da EuroHPC JU, il partenariato europeo dedicato ai supercomputer strategici dell’Unione, mentre il restante 65% arriverà dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso il Centro Nazionale HPC, Big Data e Quantum Computing nato con il Pnrr.

Il valore economico e industriale di questa operazione è potenzialmente enorme. L’accesso a capacità di calcolo avanzate rappresenta infatti uno dei principali fattori abilitanti della nuova economia dell’intelligenza artificiale: permette di accelerare la ricerca scientifica, sviluppare farmaci, ottimizzare reti energetiche, simulare materiali innovativi, migliorare i sistemi manifatturieri e creare nuovi servizi digitali ad alto valore aggiunto.

Un’AI più europea per rafforzare l’autonomia tecnologica

La posta in gioco va ben oltre il semplice incremento di potenza di calcolo. LISA rafforza infatti il tema dell’autonomia tecnologica europea, diventato centrale dopo la corsa globale all’intelligenza artificiale generativa. Disporre di infrastrutture proprietarie per addestrare modelli avanzati significa poter sviluppare capacità strategiche senza dipendere integralmente dalle piattaforme extraeuropee, preservando sovranità tecnologica, sicurezza dei dati e competitività industriale.

In questo scenario l’Italia parte da una posizione particolarmente favorevole. Il Paese dispone già di uno dei sistemi HPC più articolati d’Europa e Bologna si sta progressivamente consolidando come capitale continentale del supercalcolo. Attorno al Tecnopolo convivono infatti il supercomputer Leonardo, il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), infrastrutture scientifiche internazionali, centri di ricerca e la AI Factory italiana IT4LIA, selezionata dalla Commissione europea tra le prime sette del continente.

Bologna nodo strategico per il supercalcolo europeo

Secondo i dati illustrati dalla ministra Bernini durante l’incontro tenuto qualche giorno fa a Bologna con la commissaria europea per le Start-up, la Ricerca e l’Innovazione, Ekaterina Zaharieva, Cineca è oggi il secondo centro HPC europeo per volume di produzione scientifica. Nel 2024 il 15% delle pubblicazioni realizzate attraverso le sue infrastrutture è già rientrato nel top 10% mondiale per citazioni scientifiche. Solo nel 2025 sono state messe gratuitamente a disposizione di università ed enti di ricerca oltre 550 milioni di ore di calcolo, per un valore stimato superiore ai 130 milioni di euro.

Anche IT4LIA mostra già numeri rilevanti: quasi 500 progetti avviati in appena un anno di attività operativa. Un dato che evidenzia come l’ecosistema bolognese stia rapidamente trasformando la potenza computazionale in innovazione concreta per imprese, ricerca e pubblica amministrazione.

Per questo Bologna non viene più considerata soltanto un polo scientifico nazionale, ma un’infrastruttura strategica europea. La candidatura italiana a “Frontier AI” punta proprio a consolidare questo ruolo: fare del Tecnopolo il luogo in cui ricerca, supercalcolo e intelligenza artificiale convergono per costruire la prossima generazione di tecnologie europee.

Con LISA, l’Italia prova dunque a entrare stabilmente nel gruppo ristretto dei Paesi capaci non solo di utilizzare l’intelligenza artificiale, ma anche di costruirne l’infrastruttura industriale e scientifica di base. Un passaggio decisivo in una competizione globale in cui la disponibilità di potenza computazionale sta diventando un fattore geopolitico oltre che economico.

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L’AI al centro della prima enciclica di Papa Leone per fine maggio

Entro fine maggio la prima enciclica firmata da Papa Leone XIV, l’annuncio il 22. Al centro ci sarà il ruolo dell’AI nel nostro mondo

C’è grande attesa in Vaticano per quella che potrebbe diventare la prima enciclica di Papa Leone XIV, un testo che secondo indiscrezioni e anticipazioni della stampa internazionale dovrebbe affrontare il tema dell’intelligenza artificiale (AI) inserendolo dentro una riflessione più ampia sulla crisi dell’ordine globale, sul lavoro, sulla pace e sul futuro della persona umana nell’era digitale.

Diverse fonti avevano indicato che il documento sarebbe stato firmato questo 15 maggio, coincidendo con l’anniversario della pubblicazione di Rerum novarum, la grande enciclica sociale di Leone XIII. Tuttavia, il direttore dell’Ufficio Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha informato i giornalisti che l’annuncio ufficiale del documento si terrà il prossimo 22 maggio.

Il titolo provvisorio dovrebbe essere “Magnifica Humanitas” e la scelta simbolica di uscire a maggio riporta all’anniversario della storica Rerum Novarum di Leone XIII (15 maggio 1891). Una scelta che suggerisce già la direzione culturale e politica del documento: proporre una nuova dottrina sociale per il tempo dell’intelligenza artificiale, così come alla fine dell’Ottocento la Chiesa intervenne davanti agli effetti della rivoluzione industriale.

Il parallelismo non è casuale. Allora il problema era la macchina industriale che trasformava il lavoro e ridefiniva i rapporti sociali, oggi il nodo è l’algoritmo che entra nei processi decisionali, nell’economia, nella comunicazione, nella sicurezza e perfino nella produzione culturale.

Secondo quanto riportato da Axios, Le Monde e da diverse testate vicine al Vaticano, in particolare Infovaticana, Leone XIV considera l’AI non semplicemente come una nuova tecnologia, ma come “una forza storica destinata a incidere profondamente sugli equilibri politici, economici e antropologici del XXI secolo”.

Un’etica per l’AI e il digitale, con l’uomo sempre al centro

La posizione della Santa Sede, almeno stando alle anticipazioni, appare lontana sia dagli entusiasmi tecnocratici sia dalle visioni apocalittiche. Il Vaticano non demonizza l’intelligenza artificiale e non propone una lettura anti-scientifica dell’innovazione.

Negli ultimi anni, grazie a Papa Francesco, la Chiesa ha cercato di costruire un rapporto sempre più strutturato con il mondo tecnologico, sostenendo iniziative come il “Rome Call for AI Ethics”, aprendo tavoli di confronto con aziende e centri di ricerca e sviluppando linee guida interne sui temi dell’etica digitale e della cybersicurezza.

L’idea di fondo è che l’innovazione rappresenti una straordinaria opportunità per la medicina, l’educazione, l’organizzazione sociale e la diffusione della conoscenza, ma che debba restare governata da criteri umani, politici ed etici.

È qui che emerge il cuore della riflessione cattolica sull’AI. Il timore del Vaticano non riguarda la tecnologia in sé, bensì il rischio che l’uomo venga progressivamente subordinato ai sistemi tecnologici, trasformato in dato, funzione produttiva o profilo algoritmico.

Papa Francesco aveva già denunciato il pericolo di una società dominata dalla sorveglianza digitale, dall’automazione della guerra e da modelli economici capaci di aumentare disuguaglianze e marginalizzazione. Leone XIV sembra intenzionato a sistematizzare ulteriormente questo approccio, portandolo dentro una vera enciclica sociale.

Difendere il lavoro umano

Particolare attenzione sarebbe riservata al tema del lavoro. Come la Rerum Novarum affrontò gli effetti sociali del capitalismo industriale, così Magnifica Humanitas potrebbe interrogarsi sull’impatto dell’automazione intelligente sulle professioni, sulla redistribuzione della ricchezza e sulla dignità del lavoro umano.

Non è un caso che molti osservatori leggano nella scelta del nome Leone XIV un richiamo esplicito a Leone XIII e alla stagione storica in cui la Chiesa decise di intervenire direttamente nella questione sociale. Secondo diversi studiosi cattolici citati dalla stampa americana, il nuovo Papa vede nell’intelligenza artificiale una trasformazione comparabile a quella della rivoluzione industriale, con il rischio concreto di una sostituzione accelerata del lavoro umano e di una concentrazione senza precedenti del potere economico e informativo nelle mani di pochi soggetti globali.

La Chiesa, naturalmente, non pretende di sostituirsi alle istituzioni democratiche nella regolazione dell’intelligenza artificiale. In uno Stato laico spetta ai governi, ai parlamenti e agli organismi internazionali definire norme, limiti e sistemi di controllo per tecnologie che avranno un impatto enorme sull’economia, sulla sicurezza e sui diritti individuali.
Tuttavia, sarebbe ingenuo sottovalutare il peso culturale e politico della voce del Vaticano su temi di questa portata.

La Santa Sede continua a rappresentare uno dei principali attori morali globali e mantiene una forte capacità di influenza nel dibattito pubblico internazionale, soprattutto su questioni che riguardano il rapporto tra sviluppo tecnologico, dignità della persona e giustizia sociale.

L’AI trasformerà il nostro mondo, non lasciamo tutto in mano al mercato e alle superpotenze

In questo senso l’intervento di Leone XIV arriva in una fase storica particolarmente instabile, segnata da tensioni geopolitiche, crisi della governance internazionale, guerre ibride, trasformazioni del mercato del lavoro e accelerazione tecnologica.

L’intelligenza artificiale viene ormai percepita non soltanto come un fattore economico, ma come un elemento capace di ridefinire gli equilibri di potere globali. Il Vaticano sembra voler affermare che una trasformazione di questa portata non possa essere lasciata esclusivamente alle logiche del mercato o alla competizione strategica tra grandi potenze.

Il messaggio che emerge dalle anticipazioni è chiaro: la tecnologia deve restare uno strumento al servizio dell’uomo e non diventare il principio che organizza la società. È una posizione che unisce etica, politica e visione antropologica e che punta a riportare al centro del dibattito il tema della responsabilità umana nell’epoca dell’automazione intelligente.

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In Cina Trump non riesce a “piazzare” le aziende USA, neanche i chip di Nvidia. Ma gli affari di famiglia sì

Trump lascia Pechino elogiando Xi, ma a mani vuote?

Poche ore fa l’Air Force One è decollato dall’aeroporto di Pechino per riportare a casa il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il suo numeroso equipaggio fatto di funzionari statali e alcuni tra gli imprenditori più ricchi e potenti del mondo. La visita di Stato di Trump in Cina si è conclusa, questa l’unica certezza, molto meno però si sa su eventuali accordi commerciali e soprattutto tecnologici tra le due superpotenze in competizione per la leadership globale digitale.

Il Presidente americano ha avuto parole di elogio per il suo omologo cinese, Xi Jinping, definendolo “un grande leader”, addirittura “un amico”. Al centro dei tre giorni di incontri e tavole imbandite, certamente ci sono state le questioni politiche più scottanti, Taiwan e Iran in testa, la Russia anche, le tensioni commerciali che interessano i rapporti tra le due grandi economie, la necessità di un migliore coordinamento sui temi internazionali e il rafforzamento della comunicazione tra le due principali sponde del Pacifico.

Mosca, nel frattempo, ha seguito tutto con grande attenzione, come ha riferito il portavoce del Presidente russo. Anche Vladimir Putin, infatti, volerà in Cina nei prossimi giorni: “speriamo di avere informazioni di prima mano su quanto si sono detti (Trump e Xi, ndr).Quando saremo in Cina, ci sarà una buona opportunità per scambiare opinioni sui contatti che i cinesi hanno avuto con gli americani”, ha commentato il portavoce Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Interfax.

Erano tante le attese, a dire il vero, in particolare quelle relative ad eventuali accordi sui chip AI e gli hardware necessari allo sviluppo delle infrastrutture digitali, ma in base a quanto riportato dalla stampa americana ed internazionale Trump è ripartito a mani vuote.

Perché Trump si è portato un codazzo di super CEO in Cina? Soft power? Marketing di Stato? O puro business?

Pensando al gran numero di super CEO delle più grandi imprese americane, che per capitalizzazione di mercato rappresentavano tutte assieme decine di trilioni di dollari di valore, ci si aspettava un risultato rilevante in termini di strategie industriali e tecnologiche, in particolare per i chip AI.

Sull’aereo presidenziale sedevano Jensen Huang di Nvidia, Elon Musk di Tesla e SpaceX, Tim Cook di Apple, più alti dirigenti di Meta e Qualcomm, solo per citare le aziende pi conosciute al grande pubblico.

Secondo quanto riferito dal rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, le società americane hanno avuto modo di presentare proposte e piani industriali ai corrispettivi cinesi, ricevendo rassicurazioni sulla volontà del gigante asiatico di aprire, ancora di più, il proprio mercato alle imprese americane.

La partita chiave dei chip AI e delle terre rare

Greer ha però anche confermato che non si è parlato di “accordi o controlli” sulle esportazioni di chip durante il bilaterale Trump-Xi.

Al momento, secondo quanto riportato dalla Reuters, si sa solo che, già prima del volo verso Pechino di Trump, gli Stati Uniti avevano autorizzato la vendita di chip H200 per l’intelligenza artificiale di Nvidia a diverse società tecnologiche cinesi.

In cambio, i cinesi hanno promesso di allentare la stretta sul flusso di terre rare e minerali critici verso gli stati Uniti. Questo è un settore che la Cina controlla rigidamente e che però è fondamentale per la transizione digitale ed energetica di tutti i mercati occidentali, compreso quello americano.
Si attendeva qualche indiscrezione sulla proroga dell’accordo in vigore tra USA e Cina e anche qui Greer è stato molto sibillino: “Ci sono buone probabilità…vedremo, c’è la volontà di entrambe le parti di continuare e anzi estendere la capacità di approvvigionamento, ma sono processi lenti”.

Vanno a gonfie vele, invece, gli affari della famiglia Trump sulle criptovalute e l’AI. Accordi con i vertici del Partito comunista cinese?

In compenso, Eric Trump, terzogenito del presidente degli Stati Uniti e top manager della Trump Organization (la grande cassaforte della famiglia Trump), sembrerebbe aver chiuso affari d’oro in Cina. Accompagnando il padre nel viaggio di Stato, Eric avrebbe perfezionato accordi (di cui al momento non si sa molto) con un’azienda cinese attiva nel settore dell’AI, la Nano Labs.

Accordi relativi alla costruzione di data center AI negli Stati Uniti e che vedono della partita anche un’azienda americana delle criptovalute, Alt5Sigma.

Da destra Donald Trump e i figli Donald Jr., Ivanka e Eric

Nella Alt5Sigma sarebbero stati investiti milioni di dollari direttamente dalla World Liberty Financial (piattaforma di trading in criptovalute fondata nel 2024 dalla famiglia Trump), racconta Marco Contini su La Repubblica, nel cui board siedono Zach Witkoff come presidente (fidato mediatore del Presidente Trump nelle principali crisi internazionali), e Eric Trump come osservatore.
Anche i figli di Witkoff sono presenti nella World Liberty Financial.

Un intreccio di affari e famiglie di potere, dunque, che però ha messo in allarme il Congresso degli Stati Uniti perché, secondo quanto riportato dal Financial Times, la Nano Labs è una società che vede impegnati i vertici del Partito comunista cinese e probabilmente delle stesse forze armate cinesi.

Le criptovalute della famiglia Trump hanno generato oltre 1 miliardo di dollari di profitti dai progetti crypto, secondo un’analisi Reuters, con World Liberty Financial come impresa più redditizia. Il progetto è stato anche al centro di controversie legali, tra cui una causa per diffamazione contro l’imprenditore crypto Justin Sun, accusato di aver condotto una campagna di diffamazione pubblica e di aver corteggiato il progetto per poi fare shorting del token.

La combinazione tra affari privati della famiglia Trump e il progetto crypto World Liberty Financial solleva notevoli questioni di conflitto di interesse, trasparenza e possibile influenza su regolamenti e politiche pubbliche, soprattutto in un contesto in cui il presidente americano controlla direttamente o indirettamente progetti finanziari ad alto rischio e ad alta esposizione mediatica.

Quegli strani investimenti di Trump in Apple, Tesla e Nvidia

Appena conclusa la visita ufficiale di Donald Trump in Cina, sono emersi nuovi dettagli sulle operazioni finanziarie del presidente americano legate ad alcune delle aziende presenti nella delegazione che lo ha accompagnato nel viaggio.

Secondo i dati dell’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti, ripresi dalla stampa economica americana e riportati da Sandra Riccio su La Stampa, nei primi mesi del 2026 Trump avrebbe incrementato in modo rilevante i propri investimenti in Apple, arrivando a destinare fino a 7,2 milioni di dollari al gruppo guidato da Tim Cook.

Al fianco del presidente, durante la missione in Cina, c’erano anche Elon Musk, Jensen Huang di Nvidia e Kelly Ortberg di Boeing. Le analisi finanziarie statunitensi sottolineano inoltre come, nei mesi precedenti alla visita, Trump abbia effettuato diverse operazioni di acquisto e vendita sui titoli proprio di queste aziende. C’è da chiedersi fino a che punto tutto questo sia normale e fino a che punto tutto questo non abbia ricadute serie sullo stato di salute della democrazia americana e non solo.

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Palantir passa all’ICE una lista di 20 milioni di americani da sorvegliare

Palantir usato per la sorveglianza di massa ‘data driven’ dell’ICE

Negli Stati Uniti l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), la potente agenzia federale incaricata del controllo dell’immigrazione e delle espulsioni, sta ampliando la propria capacità operativa grazie ai sistemi sviluppati da Palantir, la società americana specializzata nell’analisi massiva dei dati fondata dal controverso imprenditore, ‘oscuro profeta’ del digitale apocalittico, Peter Thiel.

Durante il Border Security Expo (la fiera delle tecnologie più avanzate per “difendere i confini da ogni minaccia”, in particolare, sembra, quella dei migranti), tenutosi nei giorni scorsi a Phoenix, un alto funzionario dell’ICE ha descritto con sorprendente franchezza la portata di questa trasformazione. Secondo quanto riportato dalla piattaforma media indipendente 404, proprio grazie a Palantir, gli agenti ICE avrebbero oggi accesso direttamente dai loro iPhone a un archivio di circa 20 milioni di persone potenzialmente individuabili, localizzabili e tracciabili.

Questo è un punto cruciale su cui soffermarsi, non solo per la gravità dell’informazione, ma anche perchè, come hanno scritto Betty Gedlu e Cindy Cohn sul sito di Electronic Frontier Foundation, Palantir su questo è ambigua, afferma spesso il contrario, ma sono gli stessi agenti e funzionari ICE che più volte hanno confermato questa collaborazione.

Al di là della retorica securitaria e delle cifre che meritano cautela, il punto centrale è un altro: l’uso delle piattaforme Palantir sta rendendo l’apparato di controllo migratorio statunitense molto più rapido, capillare e invasivo. Non si tratta soltanto di software amministrativi o di strumenti investigativi tradizionali. Siamo di fronte a un modello tecnologico che cambia la natura stessa dell’enforcement migratorio, trasformandolo in un sistema di sorveglianza data-driven capace di aggregare, in maniera opaca, enormi quantità di informazioni personali e convertirle in obiettivi operativi.
Attenzione, però, perché tale sistema non riguarda o riguarderà solo una fascia sfortunata di persone, ma tutti i cittadini americani.

Gli algoritmi che aiutano gli agenti ICE a profilare esseri umani, con un tasso di successo dell’80%

Palantir non produce direttamente banche dati. La sua forza consiste nel mettere in relazione archivi pubblici e privati che normalmente rimarrebbero separati: dati amministrativi, registri telefonici, informazioni sanitarie, indirizzi, precedenti giudiziari, movimenti finanziari, profili sociali, documenti governativi e database commerciali.

Attraverso algoritmi di correlazione e sistemi di visualizzazione avanzata, queste informazioni vengono fuse in un’unica interfaccia interrogabile dagli operatori. In pratica, la piattaforma costruisce profili dettagliati delle persone, individua connessioni, suggerisce indirizzi probabili e attribuisce livelli di “affidabilità” o “rischio” alle informazioni raccolte.

Secondo quanto riportato da 404, l’ICE avrebbe dichiarato che grazie a Palantir il tasso di successo nell’individuazione delle persone da arrestare sarebbe passato da circa il 27% a quasi l’80%. Un’indagine che prima richiedeva ore, sostengono i funzionari, oggi può essere completata in pochi minuti.

Questo salto di efficienza è reso possibile dall’accesso simultaneo a decine di database differenti e dalla capacità della piattaforma di trasformare dati dispersi in mappe operative immediatamente utilizzabili sul campo.

Con il sistema ELITE gli agenti ICE hanno sempre una mappa aggiornata delle persone da ‘colpire’ e deportare

Tra gli strumenti sviluppati per l’ICE c’è anche ELITE, acronimo di Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement, già rivelato nei mesi scorsi da alcune inchieste giornalistiche americane.

Il sistema consente agli agenti di visualizzare su una mappa le persone considerate potenziali target di deportazione, accedere a dossier individuali e ottenere un “confidence score”, cioè una valutazione automatica sulla probabilità che una persona si trovi realmente a un determinato indirizzo.

Le informazioni proverrebbero da fonti molto diverse, incluse banche dati sanitarie e prodotti commerciali di data brokerage, come CLEAR di Thomson Reuters.

È qui che il problema smette di essere soltanto tecnologico e diventa profondamente politico e democratico. L’uso di Palantir da parte dell’ICE non rappresenta semplicemente un aumento dell’efficienza amministrativa: segna un salto di qualità nella capacità dello Stato di vedere, correlare e colpire. Quando un’agenzia di questo livello dispone di strumenti che aggregano dati eterogenei e trasformano individui in “bersagli operativi” (come accade tragicamente in Ucraina e in Iran, o a Gaza), il confine tra investigazione e sorveglianza di massa diventa estremamente fragile.

Privacy vittima del data repurposing, quando i dati raccolti per un motivo vengono poi usati per altri scopi. E tu non lo sai

Il primo rischio riguarda la privacy. In un ecosistema di questo tipo, informazioni raccolte originariamente per finalità completamente diverse possono essere riutilizzate per operazioni di enforcement. Dati sanitari, amministrativi o commerciali finiscono così dentro un’infrastruttura di controllo senza che le persone coinvolte abbiano reale consapevolezza del processo.

La logica è quella del data repurposing: ciò che era stato fornito per ottenere assistenza medica, registrarsi a un servizio o completare una pratica burocratica viene trasformato in uno strumento di identificazione e localizzazione.
In questo modo sempre l’ICE, grazie ad un accordo di condivisione dei dati tra il Dipartimento della Sicurezza Interna e i Centri per i Servizi Medicare e Medicaid, ha passato al setaccio i dati personali di quasi 80 milioni di cittadini americani.

Il secondo nodo riguarda il due process e le garanzie democratiche. Sistemi di questo tipo funzionano attraverso correlazioni probabilistiche e inferenze algoritmiche, non attraverso certezze assolute.

Anche quando vengono presentati come strumenti “oggettivi”, possono produrre errori, falsi positivi e decisioni opache difficili da contestare. Una persona può essere identificata erroneamente come target sulla base di dati incompleti, obsoleti o associati in modo scorretto.
Eppure, nel momento in cui l’algoritmo accelera le operazioni sul campo, il tempo per verificare e correggere gli errori si riduce drasticamente.

Questo problema è aggravato dalla scarsissima trasparenza che circonda tali sistemi. Le agenzie federali raramente spiegano nel dettaglio quali dataset vengano utilizzati, come funzionino i modelli di correlazione o quali meccanismi di supervisione indipendente esistano realmente.

Il risultato è uno spostamento del potere decisionale verso infrastrutture tecnologiche difficili da scrutinare da parte dei giudici, dei parlamenti e dell’opinione pubblica. La promessa dell’efficienza investigativa rischia così di prevalere sul principio fondamentale della contestabilità delle decisioni pubbliche.

Ambienti sorvegliati che producono paura e insicurezza, come cambiano i nostri comportamenti

Esiste poi un ulteriore effetto, meno visibile ma forse ancora più profondo: il cosiddetto chilling effect. Quando comunità migranti, attivisti o semplici cittadini percepiscono di vivere dentro un ambiente di monitoraggio permanente, cambiano i comportamenti sociali e politici.

Le persone evitano proteste, riducono la partecipazione pubblica, limitano gli spostamenti o interrompono relazioni considerate rischiose. La sorveglianza non agisce soltanto attraverso l’arresto o la deportazione: produce conformismo, paura e autocensura.

Il caso dell’ICE mostra con chiarezza una tendenza ormai globale. Le tecnologie di analisi predittiva e integrazione massiva dei dati stanno ridefinendo il rapporto tra cittadini e istituzioni. Sistemi nati per migliorare l’efficienza amministrativa vengono progressivamente trasformati in infrastrutture permanenti di controllo. E quando queste capacità si concentrano nelle mani di apparati securitari con ampi margini operativi e limitati obblighi di trasparenza (quello che Trump ha voluto per l’ICE), il rischio non riguarda più soltanto i migranti. Riguarda l’equilibrio stesso tra sicurezza, libertà e democrazia.

La questione Palantir-ICE è di fatto un precedente che interroga direttamente il futuro delle società democratiche: fino a che punto siamo disposti ad accettare che lo Stato utilizzi infrastrutture digitali capaci di trasformare ogni traccia informativa in uno strumento di sorveglianza?
Dove finiscono e come vengono utilizzati i nostri dati?
Noi, oggi, siamo ormai (diventati) anche un cluster di dati. Trovare queste risposte equivale a garantirci sicurezza e libertà personali. E soprattutto, è necessario capire chi davvero raccoglie, usa e controlla i nostri dati? Chi realmente (lo Stato o le grandi corporation del settore tecnologico?) stabilisce le regole di questa sorveglianza di massa e con quali scopi?

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Per Draghi e Lagarde la transizione green non è un lusso

Rallentare il green deal dell’Ue aggrava le vulnerabilità energetiche, tecnologiche, geopolitiche e climatiche

L’Europa ha scoperto che la transizione energetica non è una questione ambientale separata dalla politica industriale, dalla sicurezza e dalla stabilità economica. È diventata, al contrario, il punto di intersezione tra tutte le grandi fragilità strategiche del continente: la dipendenza energetica dall’estero, il ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, l’esposizione alle crisi geopolitiche e la crescente vulnerabilità climatica. Per questo motivo, nel dibattito europeo sta emergendo una consapevolezza nuova: rallentare il Green Deal non significherebbe proteggere l’economia europea, ma indebolirla ulteriormente.

Gli ultimi mesi hanno accelerato questa presa di coscienza, secondo l’analisi di Antonio Pollio Salimbeni, corrispondente a Bruxelles per Il Sole 24 Ore Radiocor ed esperto di economia internazionale, su La Matinale Européenne. Lo shock geopolitico legato allo Stretto di Hormuz, tornato al centro delle tensioni internazionali dopo i bombardamenti di USA e Israele in Iran, ha ricordato quanto l’Europa resti esposta alle crisi dei combustibili fossili. Negli ultimi anni, una parte significativa del dibattito politico europeo aveva attribuito proprio alla transizione verde l’aumento dei costi energetici e la perdita di competitività industriale.
Molti governi, tra cui il nostro, avevano chiesto apertamente di rallentare o ridimensionare il Green Deal. Ma la nuova instabilità mediorientale ha riportato al centro una realtà spesso rimossa: l’Unione europea (Ue) importa ancora circa il 60% della propria energia e continua a dipendere quasi integralmente da fonti fossili provenienti da aree geopoliticamente instabili.

Per la Presidente della Bce Christine Lagarde il vero costo della transizione è nei suoi ritardi

È in questo contesto che la Banca centrale europea (Bce) ha scelto di intervenire con un messaggio politico ed economico piuttosto orientato inaspettatamente alla transizione green. La presidente della Bce, Christine Lagarde, e il capo economista Philip Lane hanno rilanciato a Francoforte un paradigma strategico europeo caratterizzato non più una contrapposizione tra sostenibilità e crescita, ma dalla convinzione che sicurezza energetica, stabilità dei prezzi, innovazione industriale e autonomia geopolitica siano ormai elementi inseparabili.

“Gli ultimi dieci anni hanno messo in luce un paradosso preoccupante – ha affermato Lagarde – ogni nuovo dato sottolinea la necessità di accelerare la transizione verde, eppure questa sta perdendo slancio. L’anno scorso, le emissioni globali di carbonio derivanti dai combustibili fossili hanno raggiunto livelli record e ora stiamo assistendo a un’inversione di tendenza in alcune giurisdizioni”. Il riferimento agli Stati Uniti è evidente, soprattutto dopo il progressivo smantellamento di alcune politiche climatiche federali, ma Lagarde guarda anche alle resistenze interne all’Europa.

La presidente della Bce ha infatti affrontato direttamente il cuore della polemica politica europea: “Negli ultimi anni, abbiamo persino assistito a dibattiti in Europa sull’eventualità che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile in un mondo geopoliticamente instabile, aumentando le bollette energetiche. Eppure, lo status quo è chiaramente insostenibile, dato che l’Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi interamente da combustibili fossili. L’attuale impennata dei prezzi dell’energia ci ricorda il costo di questa dipendenza”.

È un passaggio cruciale perché ribalta completamente la narrativa dominante di una parte del dibattito pubblico europeo. Secondo la Bce, il vero fattore di vulnerabilità non è la transizione energetica, ma il ritardo della transizione stessa. Più l’Europa rimane ancorata ai combustibili fossili, più resta esposta alla volatilità dei prezzi internazionali, alle crisi geopolitiche e alle pressioni strategiche dei grandi esportatori di energia.

Per Mario Draghi le sfide decisive si giocano sulla sicurezza energetica e l’AI

Dal 2020 l’Europa è stata colpita da una pesante sequenza di shock (pandemie, tensioni commerciali, guerre e crisi energetiche) che hanno messo in luce una fragilità strutturale: la dipendenza strategica dall’esterno. Mario Draghi, ospite ieri nel municipio di Aquisgrana, dove è stato insignito del Premio Carlo Magno, di fronte a vari capi di Stato europei, alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e la stessa Lagarde, ha spiecato che la crescita economica è oggi la condizione indispensabile per finanziare la transizione energetica, rafforzare la difesa, sostenere l’invecchiamento della popolazione e costruire le industrie digitali del futuro.

Uno dei punti centrali del discorso dell’ex presidente della Banca centrale europea ed ex premier italiano riguarda proprio l’energia. L’Europa continua a dipendere in modo eccessivo dalle importazioni, in particolare dal gas naturale liquefatto americano e dalle catene di approvvigionamento cinesi per le tecnologie verdi. Questa vulnerabilità rende il continente più esposto agli shock geopolitici e all’aumento dei prezzi. Draghi sostiene che un mercato energetico europeo davvero integrato, con reti, interconnessioni e capacità di stoccaggio condivise, permetterebbe una maggiore sicurezza energetica e accelererebbe la decarbonizzazione. I paesi con una quota più alta di energia pulita, osserva, stanno già pagando prezzi dell’elettricità significativamente più bassi.

Il secondo tema è quello dell’indipendenza economica e strategica. Secondo Draghi, l’Europa non ha ancora costruito un sistema capace di trattenere e investire i propri risparmi nell’economia reale europea. Una parte consistente del capitale europeo continua infatti a finanziare innovazione e crescita negli Stati Uniti, dove il mercato dei capitali è più integrato e dinamico. Questa situazione aumenta la dipendenza europea dall’esterno e limita la capacità del continente di reagire rapidamente alle crisi.

La sfida decisiva riguarda però le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Draghi sottolinea come il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti si stia ampliando, trainato soprattutto dalla maggiore digitalizzazione dell’economia americana. L’AI rappresenta una svolta storica: secondo le stime OCSE, potrebbe generare circa metà della crescita della produttività del prossimo decennio. Ma per competere servono investimenti enormi in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e data center.

Qui l’Europa rischia di restare indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, che stanno investendo su scala molto più ampia. Draghi avverte che l’intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre: migliora con l’uso e crea vantaggi cumulativi permanenti per chi parte prima. Per questo il ritardo europeo non è solo economico, ma strategico.

Il messaggio finale è chiaro: autonomia tecnologica e energetica sono due facce della stessa sfida. Senza integrazione economica, investimenti comuni e capacità industriale, l’Europa rischia di perdere sovranità, competitività e peso geopolitico nel mondo del prossimo decennio.

Fonti rinnovabili per affrontare crisi energetica e climatica

Lagarde, che nel suo discorso ad Aquisgrana per celebrare Draghi ha rilanciato il dovere dell’Europa di “rimanere padrona del proprio destino”, iniziando proprio da “mercati energetici troppo frammentati”, ha anche sottolineato come i Paesi maggiormente avanzati nella produzione elettrica da fonti non fossili abbiano mostrato una maggiore resilienza agli shock energetici. “I Paesi in cui una quota maggiore di elettricità è generata da fonti non fossili, come Spagna e Portogallo, sono stati meglio protetti dall’aumento dei prezzi del gas”, ha spiegato. Non è solo un argomento ambientale: è una questione di autonomia energetica, competitività economica e stabilità macroeconomica.

Philip Lane ha rafforzato questa analisi con un messaggio altrettanto netto. “Sebbene vi siano costi a breve termine, ad esempio a causa delle tasse sul carbonio, il passaggio alle energie rinnovabili renderà l’area dell’euro più resiliente riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e dovrebbe anche ridurre la volatilità dell’inflazione”, ha dichiarato il capo economista della BCE. È un cambio di prospettiva importante anche per una banca centrale tradizionalmente concentrata esclusivamente sulla stabilità monetaria. Oggi Francoforte considera il cambiamento climatico e la dipendenza energetica fattori diretti di instabilità inflazionistica.

La questione climatica non viene più interpretata come un rischio futuro, ma come una variabile economica già pienamente operativa. Secondo le stime dell’Organizzazione meteorologica mondiale riportate da Shiv Yucel, Dottoranda in Geografia e Ambiente presso l’Università di Oxford, in un articolo pubblicato su The Conversation, l’ondata di calore dell’estate 2025 ha contribuito a un aumento annuo dei prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell’Eurozona compreso tra lo 0,4% e lo 0,7%. Non solo, si è scoperto che quattro anni dopo una siccità, o un’alluvione, la produzione regionale resta mediamente inferiore di tre punti percentuali rispetto ai livelli precedenti.

L’impatto umano è altrettanto drammatico. Nell’estate del 2025, dieci giorni di caldo estremo hanno provocato 2.300 morti in dodici grandi città europee, di cui 1.500 attribuibili direttamente ai cambiamenti climatici che hanno amplificato le temperature tra uno e quattro gradi. Le ondate di calore, secondo i dati internazionali, sono state responsabili di quasi mezzo milione di morti l’anno nel mondo tra il 2000 e il 2019. A ciò si aggiungono lo scioglimento accelerato dei ghiacciai europei e un’estensione senza precedenti degli incendi boschivi.

Lane ha insistito anche su un elemento spesso sottovalutato nelle dinamiche monetarie: “L’inflazione nel settore alimentare gioca un ruolo significativo nel determinare la percezione delle famiglie sul tasso di inflazione prevalente e le loro aspettative di inflazione a breve termine”. In altre parole, la crisi climatica non colpisce soltanto la produzione agricola, ma influenza direttamente la fiducia sociale e la stabilità delle aspettative economiche.

Come si legge nel bollettino economico pubblicato oggi dalla Bce: l’inflazione dei beni energetici è balzata al 10,9% dopo il 5,1% di marzo, mentre per quanto concerne i beni alimentari, ha registrato un lieve aumento, al 2,5%, “i rischi al rialzo per l’inflazione e quelli al ribasso per la crescita si sono intensificati”.

La transizione green è sempre più una strategia industriale e geopolitica per l’Europa, che qui si gioca un pezzo di sovranità

Il punto centrale, tuttavia, è che la transizione energetica europea non può essere ridotta a una semplice politica climatica. È ormai una strategia industriale e geopolitica. L’Europa si trova stretta tra due modelli di capitalismo industriale aggressivo: quello americano, sostenuto da enormi incentivi pubblici e dal protezionismo tecnologico dell’Inflation Reduction Act, e quello cinese, basato sul controllo delle catene globali delle materie prime critiche, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie verdi.

L’Unione europea rischia di trovarsi contemporaneamente dipendente dall’estero per l’energia e subordinata tecnologicamente nelle filiere strategiche della transizione. È questo il vero nodo politico del Green Deal nella sua nuova fase: non solo decarbonizzare, ma costruire una capacità industriale europea autonoma nelle reti elettriche, nell’idrogeno, nelle batterie, nei semiconduttori, nei materiali critici e nelle tecnologie pulite.

Anche per questo la Commissione europea ha progressivamente modificato il proprio approccio. Se nella prima fase del Green Deal il focus era prevalentemente regolatorio, oggi Bruxelles guarda sempre più agli aspetti strutturali del sistema energetico europeo: interconnessione delle reti, accumulo energetico, infrastrutture comuni, diversificazione delle fonti di approvvigionamento e politica industriale continentale. L’obiettivo non è soltanto ridurre le emissioni, ma costruire una vera sovranità energetica europea.

In questo quadro assume particolare rilievo la posizione di Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese ed ex commissario europeo all’Economia. Rehn, in passato associato alle teorie dell’“austerità espansiva”, oggi sostiene che l’Europa debba affrontare simultaneamente tre grandi sfide strategiche: la sicurezza continentale, la transizione energetica e climatica e la crescita economica fondata sugli investimenti.

Il messaggio è chiaro: senza investimenti massicci nella trasformazione energetica e tecnologica, l’Europa rischia di perdere definitivamente peso economico e politico nello scenario globale. La transizione green non è più un capitolo separato delle politiche pubbliche europee. È diventata il terreno decisivo su cui si giocheranno la competitività industriale, la stabilità economica e l’autonomia strategica del continente nei prossimi decenni.

Il ritorno (inevitabile) del green

Oggi Draghi e Lagarde presentano la transizione energetica come la risposta quasi naturale alla fragilità europea: meno dipendenza dai fossili importati, più resilienza agli shock, più autonomia strategica. Ma questa lettura arriva dopo anni in cui le istituzioni europee hanno trattato il clima soprattutto come un dossier tecnico, da integrare con prudenza nei modelli macroeconomici e nei bilanci delle banche centrali, non come una questione di potere, sicurezza e sovranità industriale.

Chi la pensava diversamente finiva spesso per essere etichettato come “complottista”, ingenuo o legato a impostazioni ideologiche dannose per l’Europa.

Il risultato di questo ‘ripensamento’ generale è una narrazione molto più ambiziosa sul piano politico, ma anche più comoda: attribuisce alla transizione green un ruolo risolutivo, proprio mentre l’Europa paga il prezzo di ritardi, scelte sbagliate (queste sì legate a ideologie retrograde), contraddizioni e dipendenze costruite nel tempo.

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OSINT Offensivo: l’arma invisibile che precede ogni attacco

Nella cybersecurity esiste una contraddizione che viene sistematicamente sottovalutata: quanto più un’organizzazione comunica, si promuove e si digitalizza, tanto più amplia involontariamente la propria superficie di attacco. Non attraverso falle nel codice o configurazioni errate, ma attraverso qualcosa di molto più ordinario: le informazioni pubblicamente disponibili su se stessa.

OSINT offensivo: la ricognizione invisibile che precede ogni attacco

L’Open Source Intelligence offensiva, nota come offensive OSINT, è la pratica con cui attori malevoli raccolgono, correlano e trasformano in arma questi dati pubblici, tutto senza mai toccare un sistema target, senza inviare un pacchetto sospetto, senza lasciare traccia nei log. Come documenta ShadowDragon nel suo riferimento 2026 sull’argomento, la ricognizione passiva non interagisce con la presenza online del bersaglio e rimane non rilevabile, non lasciando alcuna traccia dell’attività di raccolta informazioni. È invisibile per definizione.

Questa invisibilità è la prima ragione per cui l’offensive OSINT è tanto pericolosa quanto sottostimata.

La guerra inizia prima dell’attacco: la fase di ricognizione

La ricognizione precede ogni intrusione. Nel framework MITRE ATT&CK, la tattica TA0043 cataloga formalmente le tecniche con cui gli avversari raccolgono informazioni utili a pianificare operazioni future, distinguendo tra raccolta attiva e passiva. La distinzione non è accademica: determina il profilo di rischio dell’attaccante e la tracciabilità dell’operazione.

La ricognizione passiva si alimenta di tutto ciò che è già pubblico: record DNS, certificati digitali, metadati nei documenti, profili LinkedIn, offerte di lavoro, repository GitHub, comunicati stampa. Nulla di illegale, nulla di tecnico nel senso tradizionale del termine. Eppure questi dati, correlati con metodo, costruiscono un profilo operativo estremamente preciso di qualsiasi organizzazione.

La ricognizione attiva, invece, prevede un’interazione diretta con i sistemi del bersaglio, come la scansione delle porte o l’enumerazione dei servizi, e per questa ragione genera tracce rilevabili. Gli attaccanti sofisticati tendono a restare nella fase passiva il più a lungo possibile, spostandosi all’attivo solo quando hanno già un quadro sufficientemente dettagliato per operare in modo chirurgico.

Come osserva Vectra AI nel suo approfondimento del marzo 2026 sulla ricognizione, la profilazione OSINT include la mappatura dei ruoli dei dipendenti, dei fornitori e delle tecnologie a partire da fonti pubbliche come LinkedIn, le offerte di lavoro e i repository di codice. Queste attività non generano telemetria difensiva: compaiono nel log solo dopo, come precisione inaspettata nelle fasi successive dell’attacco.

Che cosa cercano davvero gli attaccanti: non vulnerabilità ma contesto

L’errore più comune nel ragionare sull’offensive OSINT è pensare che gli attaccanti cerchino vulnerabilità tecniche. In realtà, nella fase di ricognizione cercano soprattutto contesto: chi prende le decisioni, quali fornitori si utilizzano, quale stack tecnologico è in produzione, quale ufficio gestisce i bonifici, chi ha appena cambiato ruolo, chi è in trasferta.

Questi dati, individualmente irrilevanti, diventano letali una volta aggregati. SecurityScorecard evidenzia nel suo aggiornamento del 2026 che la raccolta passiva permette ai threat actor di costruire profili completi delle organizzazioni target prima ancora di passare a metodi di raccolta attiva come la scansione delle porte o le verifiche sulle applicazioni web. Questa ricognizione rivela spesso vettori d’attacco che i team di sicurezza trascurano.

Le fonti preferite degli attaccanti includono: offerte di lavoro (che rivelano stack tecnologici e strumenti di sicurezza adottati); profili sui social network professionali (che espongono organigrammi, riporti diretti e responsabilità operative); repository pubblici di codice (dove credenziali hardcoded e configurazioni sensibili compaiono con frequenza sorprendente); certificate transparency log (che rivelano sottodomini e infrastruttura interna); e breach database pubblicamente accessibili (che contengono credenziali riutilizzate o pattern di password aziendali).

Il ruolo abilitante dell’intelligenza artificiale

Se la reconnaissance manuale richiedeva tempo e competenze, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro offensivi ha abbattuto entrambe le barriere. Il Google Threat Intelligence Group documenta nel suo report del febbraio 2026 che gli APT actor hanno usato strumenti di AI a supporto di diverse fasi del ciclo di vita dell’attacco, con un focus specifico sulla ricognizione e sullo sviluppo dei target per facilitare il compromesso iniziale.

I casi documentati dal GTIG sono precisi e verificati. APT42, il gruppo iraniano noto anche come Charming Kitten o Mint Sandstorm, ha impiegato modelli AI per cercare indirizzi email ufficiali di specifiche entità, condurre ricognizioni su potenziali partner commerciali e costruire persona credibili a partire dalla biografia dei target. UNC2970, il gruppo nordcoreano collegato a Lazarus Group, ha sintetizzato intelligence open source per profilare figure di alto valore nel settore della difesa e della cybersecurity, mappando ruoli tecnici specifici e informazioni salariali per affinare le campagne di spear phishing.

La portata di questa accelerazione diventa concreta guardando i dati operativi. Il Palo Alto Networks Unit 42 Global Incident Response Report 2026, basato su oltre 750 indagini in più di 50 paesi, certifica che nel 2025 gli attacchi più veloci hanno raggiunto l’esfiltrazione dei dati in soli 72 minuti dall’accesso iniziale, rispetto ai 285 minuti dell’anno precedente: una riduzione quadrupla del tempo che i difensori hanno a disposizione per rilevare e contenere una minaccia.

Questo è il paradosso che l’AI introduce nell’equazione: mentre velocizza e personalizza la ricognizione sul lato offensivo, comprime drammaticamente la finestra di risposta disponibile sul lato difensivo.

La supply chain come bersaglio strategico: l’anello debole è il tuo fornitore

L’offensive OSINT non si limita al perimetro diretto dell’organizzazione target. Uno dei suoi utilizzi più efficaci è la mappatura della catena di fornitura: identificare i fornitori critici, le loro integrazioni tecniche, i contratti pubblici, le partnership dichiarate. Una volta individuato l’anello più debole dell’ecosistema, l’attaccante non ha bisogno di affrontare le difese del bersaglio principale.

I dati del Unit 42 Report 2026 certificano che nel 2025 le applicazioni SaaS di terze parti sono state rilevanti nel 23% dei casi analizzati. In un’indagine documentata nel report, gli attaccanti hanno sfruttato token OAuth validi di una piattaforma commerciale compromessa per accedere agli ambienti Salesforce dell’organizzazione target. La revisione post-incidente ha rivelato quasi 100 integrazioni di terze parti collegate all’istanza, molte delle quali inattive, non monitorate o associate a ex dipendenti.

Per un threat actor che ha condotto una ricognizione OSINT accurata, l’identificazione di questa rete di trust è tutt’altro che casuale: è il risultato di settimane di analisi pubblica delle relazioni tra fornitori, dei contratti pubblicati, degli annunci di partnership. Informazioni che esistono nel dominio pubblico e che nessuno, nel frattempo, stava aggregando e interpretando con intento offensivo.

Il tema è strettamente collegato alle pratiche di threat intelligence e gestione del rischio di terze parti, su cui ICT Security Magazine ha già pubblicato approfondimenti specifici nel contesto della conformità NIS2.

La velocità come elemento sistemico

Un dato del Unit 42 Report 2026 richiede una riflessione separata: gli attaccanti cominciano a scansionare nuove vulnerabilità entro 15 minuti dall’annuncio pubblico di un CVE. In molti casi, i tentativi di exploit iniziano prima che i team di sicurezza abbiano terminato di leggere l’advisory.

Questo dato ridefinisce il problema. L’OSINT offensiva non è soltanto uno strumento per la fase preparatoria degli attacchi mirati: è anche un meccanismo di monitoraggio continuo che consente agli attaccanti di identificare opportunità in tempo reale. La stessa logica con cui un analista difensivo monitora le fonti pubbliche per anticipare le mosse degli avversari viene applicata specularmente da chi vuole sfruttarle.

Le strutture di identità digitale delle organizzazioni sono l’altra faccia del problema. Sempre secondo il Unit 42 Report 2026, le debolezze nell’identità hanno giocato un ruolo materiale in circa il 90% delle indagini condotte. Non perché le credenziali siano state rubate attraverso attacchi tecnici sofisticati, ma perché informazioni pubblicamente disponibili, abbinate a tecniche di social engineering alimentate da ricognizione OSINT, hanno reso i tentativi di compromissione dell’identità estremamente efficaci.

Questo legame diretto tra offensive OSINT e attacchi di social engineering è uno degli aspetti più critici e meno presidiati del panorama attuale.

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L’AI svuota il mercato degli hard disk rendendo impossibile archiviare su Internet

L’esplosione della domanda di infrastrutture AI sta producendo un effetto collaterale inatteso: hard disk e sistemi di storage stanno diventando sempre più costosi e difficili da reperire, mettendo in difficoltà archivisti digitali, università, Wikimedia e persino Internet Archive.

Secondo un’inchiesta pubblicata da 404 Media, la corsa globale ai data center per l’intelligenza artificiale ha generato un’impennata dei prezzi di SSD, RAM e dischi ad alta capacità, con aumenti che in alcuni casi superano il 150%. Alcuni modelli sono completamente esauriti, mentre sul mercato secondario iniziano a comparire fenomeni di bagarinaggio digitale e rivendita a prezzi gonfiati.

Hard disk: Prezzi fuori controllo

Negli ultimi mesi i prezzi dello storage sono aumentati in modo significativo sia nel segmento consumer sia enterprise. 404 Media cita il caso di un SSD esterno Samsung da 2TB acquistato lo scorso autunno per 159 dollari e oggi venduto a oltre 575 dollari.

Anche PC Part Picker, piattaforma che monitora l’andamento dei prezzi hardware, mostra un incremento costante dei costi a partire dalla fine del 2025. In molti negozi SSD e hard disk risultano esauriti, soprattutto quelli ad alta capacità utilizzati nei data center AI.

Internet Archive: “Problema reale che ci costa tempo e denaro”

Tra le realtà più colpite c’è Internet Archive, il progetto che gestisce la Wayback Machine e uno dei più importanti archivi della storia del web.

Brewster Kahle, fondatore dell’organizzazione, ha spiegato a 404 Media che la situazione sta creando difficoltà operative concrete.

“Abbiamo scoperto che i dischi da 28-30TB che preferiamo usare semplicemente non sono disponibili o hanno prezzi molto elevati”, ha dichiarato.

Internet Archive raccoglie oltre 100 terabyte di nuovi materiali ogni giorno e conserva già più di 210 petabyte di dati archiviati. Un’infrastruttura di questo tipo richiede aggiornamenti continui e un flusso costante di nuovi hard disk.

“È un problema molto reale che ci costa tempo e denaro”, ha aggiunto Kahle, spiegando che l’organizzazione sta cercando supporto anche direttamente dai produttori di hard disk.

Anche Wikipedia teme l’impatto

Le difficoltà riguardano anche Wikimedia Foundation, che gestisce Wikipedia e Wikimedia Commons.

“Con oltre 65 milioni di articoli solo su Wikipedia, l’accesso a server e capacità di storage è vitale per noi”, ha spiegato un portavoce della fondazione a 404 Media.

Secondo Wikimedia, gli aumenti dei prezzi riguardano non solo hard disk e memoria, ma anche i tempi di consegna dei server e la possibilità di pianificare nuovi ordini.

Essendo una no profit, Wikimedia deve valutare attentamente ogni investimento hardware. Per questo la fondazione sta cercando di estendere la vita utile dei sistemi esistenti e rendere più flessibile la gestione delle infrastrutture.

I produttori privilegiano i data center AI

Dietro la crisi dello storage c’è la priorità data ai grandi clienti AI. Western Digital avrebbe già praticamente venduto tutta la propria capacità produttiva 2026 a clienti enterprise, molti dei quali legati ai data center AI.

Micron, invece, ha annunciato l’uscita dal mercato consumer Crucial, spiegando che la domanda generata dall’AI nei data center ha reso necessario concentrare produzione e supporto sui clienti strategici.

Il risultato è che progetti di archiviazione digitale, università, ricercatori e piccoli operatori stanno faticando a trovare componenti disponibili.

I data hoarder rinunciano ad archiviare

Il tema domina anche le discussioni nella community Reddit r/DataHoarder, dove archivisti amatoriali e appassionati di backup condividono frustrazione e strategie di sopravvivenza.

Molti utenti dichiarano di aver sospeso l’acquisto di nuovi dischi o di aver ridotto drasticamente i propri progetti di archiviazione. Alcuni cercano modi per riutilizzare vecchi hard disk di piccola capacità, altri parlano apertamente di “aspettare il 2029” sperando in una normalizzazione del mercato.

In diversi commenti emerge la convinzione che le grandi aziende AI e i data center abbiano già preacquistato gran parte della produzione disponibile per gli anni futuri.

Il costo nascosto della corsa all’AI

La crisi dello storage mostra uno degli effetti meno visibili della corsa globale all’intelligenza artificiale. L’AI non sta solo consumando enormi quantità di energia e potenza computazionale: sta anche drenando componenti hardware fondamentali per altri settori.

Il rischio è che archivi storici, progetti culturali, ricerca accademica e iniziative di conservazione digitale inizino a rallentare proprio mentre la rete produce quantità sempre maggiori di dati.

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