L’analisi ASviS. I rischi dell’AI dalla disinformazione alle infrastrutture critiche

L’intelligenza artificiale sta entrando in una fase in cui la potenza di calcolo, la capacità dei modelli e la loro diffusione crescono più velocemente delle strutture di controllo. Entro il 2030 i sistemi saranno più autonomi, multimodali e integrati nei processi decisionali pubblici e privati. La traiettoria, però, non è neutra: aumenta la scala dei benefici, ma crescono anche i rischi sistemici, dalla disinformazione automatizzata alla vulnerabilità delle infrastrutture critiche.

È questo il quadro che emerge dall’International AI safety report 2026, seconda edizione del rapporto internazionale sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, guidato dallo scienziato Yoshua Bengio e sviluppato con il contributo di oltre 100 esperti e dei rappresentanti di oltre 30 Paesi. Pubblicato dal Department for Science, Innovation and Technology del Regno Unito, il report offre una valutazione indipendente dei rischi emergenti e delle misure di mitigazione necessarie. Si inserisce in un percorso di monitoraggio periodico sull’evoluzione dei modelli avanzati e dei loro impatti, con uno sguardo proiettato al 2030.

Modelli più grandi, capacità più autonome

Uno dei trend centrali riguarda la crescita esponenziale delle capacità dei modelli AI più avanzati oggi disponibili, i cosiddetti modelli di frontiera. Negli ultimi anni la potenza di calcolo utilizzata per l’addestramento è aumentata di ordini di grandezza e il report stima che, mantenendo l’attuale ritmo di investimento, entro il 2030 i sistemi potrebbero superare significativamente le performance umane in un numero crescente di compiti cognitivi complessi.

I modelli stanno diventando agenti capaci di pianificare, eseguire azioni in ambienti digitali, interagire con altri sistemi e apprendere in modo continuo. La potenza di calcolo usata per addestrare le AI è cresciuta in modo esponenziale dal 2012 al 2025.

L’integrazione tra linguaggio, visione, codice e dati in tempo reale rende plausibile uno scenario in cui l’AI sarà incorporata nei flussi decisionali aziendali, nella ricerca scientifica, nella gestione delle reti energetiche o finanziarie.

Il Rapporto sottolinea però che l’aumento delle capacità comporta anche un aumento della imprevedibilità. Sistemi più complessi possono sviluppare comportamenti inattesi o difficili da interpretare. La ricerca sulla robustezza, sull’allineamento agli obiettivi umani e sulla trasparenza procede, ma non alla stessa velocità con cui vengono sviluppati e rilasciati nuovi modelli sempre più potenti. Gli incidenti legati alla generazione automatica di contenuti sono aumentati negli ultimi anni. Il grafico qui sotto riporta i casi registrati nel database AI Incidents and Hazards Monitor dell’Ocse.

 Rischi sistemici: dalla disinformazione alle infrastrutture critiche

Guardando al 2030, il documento individua alcune aree di rischio che potrebbero intensificarsi.
La prima è la produzione su larga scala di contenuti artificiali indistinguibili dal reale. Con modelli sempre più sofisticati, la generazione automatica di testi, immagini, audio e video potrebbe rendere strutturale la difficoltà di distinguere informazione e manipolazione.

Allo stesso tempo, la disinformazione assistita dall’AI può diventare più mirata, personalizzata e difficile da tracciare, con impatti potenziali su processi elettorali, mercati finanziari e coesione sociale. L’automazione consente di moltiplicare contenuti e interazioni a costi marginali bassissimi.
Un secondo ambito riguarda la sicurezza informatica. I sistemi di AI possono essere utilizzati sia per rafforzare le difese sia per automatizzare attacchi complessi. Entro il 2030, l’uso di modelli avanzati per identificare vulnerabilità, scrivere codice malevolo o orchestrare campagne di phishing sofisticate potrebbe aumentare il livello di esposizione di imprese e infrastrutture critiche.

Il Rapporto richiama anche il tema delle applicazioni in ambito biologico e chimico. L’accesso a strumenti di modellazione avanzata può accelerare la ricerca scientifica, ma solleva interrogativi sulla possibilità di utilizzi impropri. La diffusione di capacità avanzate richiede quindi controlli, monitoraggio e cooperazione internazionale.

Governance e capacità istituzionale

Un altro filone riguarda la distanza tra sviluppo tecnologico e capacità di regolazione. Il documento osserva che, sebbene siano in corso iniziative normative in diverse aree del mondo, la governance globale dell’AI resta frammentata. Le imprese leader concentrano risorse, dati e potenza di calcolo, mentre le istituzioni pubbliche faticano a dotarsi delle competenze tecniche necessarie per valutare e supervisionare modelli sempre più complessi.Entro il 2030, secondo il documento, sarà cruciale rafforzare tre dimensioni:

  1. la trasparenza sui processi di addestramento e sulle capacità dei modelli;
  2. i meccanismi di auditing indipendente;
  3. la cooperazione internazionale sui rischi transfrontalieri.

Senza un coordinamento efficace, la competizione geopolitica potrebbe incentivare una corsa all’innovazione con minori vincoli di sicurezza. La traiettoria verso il 2030 non è dunque predeterminata. Dipenderà dalle scelte di investimento in sicurezza, dalla qualità delle regole e dalla capacità di integrare la gestione del rischio nei processi di sviluppo. La finestra temporale dei prossimi cinque anni appare, nella lettura del documento, decisiva. L’innovazione continuerà a correre. La questione è se la sicurezza saprà tenere il passo.

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Agenti AI, OpenAI assume il creatore di OpenClaw (Moltbot)

OpenAI assume Peter Steinberger il creatore di OpenClaw, uno strumento di intelligenza artificiale già conosciuto come Moltbot, in grado di eseguire in autonomia una serie di compiti nel mondo reale come leggere email o fare il check-in dei voli.

Steinberger “si unisce a OpenAI per guidare la prossima generazione di agenti personali – ha scritto Altman in un post su X -. È un genio con tante idee sorprendenti sul futuro di agenti intelligenti che interagiscono tra loro per fare cose utili per le persone”.

I motivi di OpenAI

In primis per OpenAI la posta in gioco è economica. Nonostante la base di utenti sfiori il miliardo a livello globale, solo una piccola percentuale sottoscrive un abbonamento a pagamento. L’azienda deve quindi ampliare il modello di business per sostenere impegni di spesa che ammontano a centinaia di miliardi di dollari tra infrastrutture, ricerca e partnership strategiche. L’evoluzione verso agenti capaci di svolgere compiti complessi potrebbe aprire a nuovi servizi premium, integrazioni enterprise e soluzioni verticali ad alto valore aggiunto.

Nel frattempo OpenAI ha iniziato a testare anche formati pubblicitari all’interno di ChatGPT negli Stati Uniti, una sperimentazione che ha già generato perplessità sul fronte della privacy e della neutralità delle risposte. L’eventuale integrazione tra agenti autonomi e modelli sostenuti da advertising rappresenta un ulteriore nodo delicato: come si garantisce che l’interesse dell’utente resti centrale?

I dubbi sulla sicurezza

L’ingresso di Steinberger può dunque essere letto come un tassello strategico in una fase di trasformazione profonda. Se i chatbot hanno segnato la prima ondata dell’AI generativa, gli agenti personali potrebbero rappresentare la seconda: meno conversazione e più azione.

È un passaggio tecnologico rilevante, che apre nuove opportunità ma solleva anche interrogativi su sicurezza, controllo e responsabilità. Un agente che può accedere alla posta elettronica o effettuare operazioni online introduce inevitabilmente questioni legate alla protezione dei dati, all’autenticazione e alla gestione dei permessi.

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Secondo Microsoft i lavori d’ufficio scompariranno in 12-18 mesi

Entro 12-18 mesi i sistemi basati su AI raggiungeranno prestazioni paragonabili a quelle umane nella maggior parte delle attività professionali svolte al computer: vorrà dire che molte mansioni tipiche del lavoro d’ufficio diventeranno automatizzabili su larga scala.

L’ha detto Mustafa Suleyman, alla guida della divisione AI di Microsoft, in un’intervista al Financial Times. Il manager ha spiegato che nei settori tecnici la transizione è già in corso. Una parte consistente della produzione di codice, ad esempio, avviene ormai attraverso strumenti assistiti da modelli generativi. Piattaforme come Copilot stanno diventando parte integrante della quotidianità di sviluppatori, analisti, consulenti e manager, modificando il modo in cui si scrive software, si redigono documenti, si analizzano dati o si pianificano attività.

Il cambiamento non riguarda solo il mondo IT. L’evoluzione dei modelli linguistici e multimodali sta ampliando il raggio d’azione dell’AI verso attività sempre più complesse: dalla gestione di flussi documentali alla produzione di contenuti, fino al supporto decisionale. Secondo la visione di Suleyman, l’AI non sarà più solo uno strumento di supporto, ma un vero e proprio “collega digitale” capace di svolgere in autonomia una parte significativa del lavoro cognitivo.

Una prospettiva ancora più radicale arriva da Dario Amodei, CEO di Anthropic. Amodei ipotizza che nel giro di pochi anni potrebbe scomparire fino alla metà dei ruoli d’ingresso in diversi settori. La riduzione riguarderebbe soprattutto figure junior e intermedie, tradizionalmente impiegate in compiti ripetitivi o standardizzabili, proprio quelli su cui i sistemi avanzati stanno rapidamente colmando il divario con le competenze umane.

Si tratterebbe di una trasformazione strutturale: non solo aumento di produttività, ma possibile compressione della base occupazionale in molte professioni intellettuali. Le aziende, spinte dalla ricerca di efficienza e riduzione dei costi, potrebbero accelerare l’adozione di soluzioni intelligenti ben oltre la capacità delle organizzazioni di adattarsi.

Satya Nadella, CEO di Microsoft, offre però una lettura più articolata. Secondo Nadella, l’automazione non si tradurrà in una semplice contrazione del lavoro, ma in una sua ristrutturazione. Alcune attività cognitive verranno progressivamente automatizzate, ma emergeranno nuove funzioni a maggiore responsabilità, legate alla supervisione, all’orchestrazione e all’integrazione dei sistemi AI nei processi aziendali.

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False estensioni AI su Chrome: rubano API e sessioni


Un’inquietante campagna di cyberspionaggio ha colpito almeno 260.000 utenti Chrome, sfruttando il crescente interesse verso gli assistenti basati su intelligenza artificiale. Dietro un’apparente offerta di tool utili per scrivere, riassumere o leggere le email, si celano invece estensioni malevole progettate per rubare dati sensibili e informazioni personali.

AiFrame: l’infrastruttura della truffa

L’indagine è stata condotta da LayerX Security che ha ribattezzato l’operazione con il nome “AiFrame”. Tutte le estensioni riconosciute all’interno di questa campagna malevola, ben 32, condividono lo stesso codice base e comunicano con domini remoti sotto il controllo di tapnetic[.]pro, un’infrastruttura centralizzata che consente agli attaccanti di gestire in tempo reale i payload e le capacità delle estensioni.

Spesso, queste campagne durano poco dal momento che le estensioni vengono controllate spesso dagli esperti di sicurezza, ma AiFrame ha organizzato un sistema di “reincarnazione” automatica grazie al quale diverse estensioni rimosse dallo store ufficiale sono ricomparse con nuovi ID, mantenendo nome e funzionalità simili. È il caso di AI Sidebar, che dopo essere stata rimossa come “Gemini AI Sidebar” (con 80.000 installazioni) è riapparsa con un nuovo ID, già utilizzato da oltre 70.000 utenti.

Iframe invisibili e attacchi silenziosi

Uno degli elementi tecnici più pericolosi di AiFrame è l’uso degli iframe. L’interfaccia dell’estensione non è reale, ma è un overlay caricato da remoto che può essere modificato dinamicamente in ogni momento, senza passare da un aggiornamento ufficiale sul Chrome Web Store. Questo iframe è in grado di inviare comandi all’estensione, istruendola a leggere contenuti dalla pagina attiva.

Gli script iniettati sfruttano librerie come Readability di Mozilla per estrarre titoli, testi, metadata e contenuti leggibili. Le informazioni raccolte, inclusi eventuali token di autenticazione e contenuti dinamici, vengono poi trasmesse al dominio remoto, sfuggendo a ogni controllo dell’utente e di Google.

Gmail nel mirino: accesso completo ai contenuti

Circa la metà delle estensioni individuate si concentra su Gmail, implementando un codice comune per l’integrazione con la casella di posta. L’estensione è in grado di leggere i messaggi visibili, accedere ai contenuti delle conversazioni, e persino intercettare i testi in fase di scrittura. Tutti questi dati vengono silenziosamente inoltrati ai server remoti, senza che l’utente possa rendersene conto.

Il badge “Featured” assegnato ad alcune di queste estensioni, come nel caso di “AI Assistant”, aggrava ulteriormente la situazione: l’etichetta di qualità contribuisce a consolidare un falso senso di sicurezza, inducendo l’utente a fidarsi di un componente che, in realtà, agisce da agente malevolo nel browser.

L’ingegneria sociale dell’intelligenza artificiale

L’attacco è particolarmente insidioso perché sfrutta un fenomeno sociotecnico recente: l’interazione conversazionale con gli assistenti AI ha abbattuto le barriere di diffidenza, portando gli utenti a condividere più facilmente dati e contesti personali. Questa abitudine è stata trasformata dagli attaccanti in un punto di forza: gli iframe truccati simulano perfettamente le interfacce di strumenti noti come ChatGPT, Claude o Gemini, rendendo l’intercettazione praticamente invisibile.

Anche il riconoscimento vocale è stato utilizzato come vettore: alcune estensioni captano le parole pronunciate dagli utenti, le trascrivono e le inviano al server controllato dagli attaccanti, aggiungendo un ulteriore livello di sorveglianza invisibile.

Ancora disponibili, ancora pericolose

Nonostante la gravità della scoperta, molte delle estensioni malevole risultano ancora oggi disponibili sul Chrome Web Store. Google, al momento della pubblicazione del report, non ha rilasciato alcun commento ufficiale sulla vicenda.

Il report completo di LayerX elenca gli ID di tutte le estensioni coinvolte. Finché non verranno rimosse, il consiglio è di sospendere ogni fiducia verso gli assistenti AI installabili come estensioni browser, almeno fino a una verifica rigorosa delle fonti e dei permessi richiesti.

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Data Center, il patto di Trump con le Big Tech: “Non fate alzare i costi dell’energia alle famiglie”

Data center e AI, il patto della Casa Bianca con i giganti tecnologici americani

L’amministrazione Trump si prepara a chiedere alle principali aziende tecnologiche, tra cui OpenAI, Microsoft, Google, Amazon, Meta e Alphabet, di sottoscrivere un patto volontario per governare la rapida espansione dei data center dedicati all’intelligenza artificiale (AI).

Secondo quanto riportato da Politico, che ha esaminato una bozza del documento, l’obiettivo è chiaro: garantire che i data center, sempre più energivori, non facciano aumentare le bollette delle famiglie, non mettano sotto pressione le risorse idriche e non compromettano l’affidabilità della rete elettrica nazionale. La Casa Bianca starebbe organizzando un evento ufficiale per annunciare l’iniziativa.

Si tratterebbe di un tentativo ambizioso di orientare lo sviluppo dell’infrastruttura digitale americana senza ricorrere a nuove regolazioni formali, ma attraverso un impegno pubblico delle Big Tech.

Ma chi paga l’infrastruttura?

Al centro della bozza ci sarebbe un principio semplice ma politicamente rilevante: le aziende che costruiscono e gestiscono data center per l’AI devono sostenere il 100% dei costi della nuova capacità di generazione elettrica necessaria per alimentarli, oltre agli eventuali potenziamenti della rete di trasmissione.

In altre parole, il messaggio è: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non deve essere finanziato indirettamente dalle famiglie americane attraverso aumenti delle tariffe elettriche.

Il patto prevederebbe diversi punti chiave, che sintetizziamo in questo modo:

  • contratti di fornitura elettrica a lungo termine, per evitare che eventuali ritiri o ridimensionamenti dei progetti ricadano sugli altri utenti della rete;
  • copertura totale dei costi per le nuove linee di trasmissione necessarie a collegare i data center;
  • collaborazione con autorità federali e statali per strutturare tariffe che proteggano – e idealmente riducano – il prezzo dell’elettricità per i consumatori domestici.

Un aspetto cruciale è che l’impegno si estenderebbe anche alla capacità in leasing: non solo data center di proprietà, ma anche quelli affittati o gestiti tramite terzi.

Perché i data center sono diventati un tema politico

I data center sono l’infrastruttura fisica dell’economia digitale. Senza di essi non esisterebbero: servizi cloud, piattaforme social, ecommerce, streaming e oggi soprattutto intelligenza artificiale generativa.

Con l’esplosione dell’AI, la domanda di potenza di calcolo è cresciuta in modo esponenziale. L’addestramento e l’esecuzione dei modelli avanzati richiedono enormi quantità di chip specializzati (GPU e acceleratori) che, a loro volta, consumano grandi quantità di energia.

Secondo stime federali citate negli Stati Uniti, la domanda energetica dei data center potrebbe triplicare tra il 2025 e il 2028. In alcune aree del Mid-Atlantic (ara che comprende gli Stati di New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware, Maryland ed il Distretto di Columbia) e del Midwest, l’espansione dei poli digitali è già stata associata a un aumento dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità.

In un contesto di inflazione e rincari delle bollette, il tema è diventato altamente sensibile. L’idea che l’intelligenza artificiale possa far salire le tariffe domestiche è politicamente difficile da sostenere.

Data center e crescita economica: il rovescio della medaglia

È importante però ricordare che i data center non sono solo un centro di costo energetico. Sono anche: motore di investimenti miliardari, leva per l’innovazione industriale, infrastruttura abilitante per startup, PMI e grandi imprese, fattore chiave per la competitività tecnologica nazionale.

Ogni grande campus di data center attira anche investimenti in reti elettriche e telecomunicazioni, occupazione diretta e indiretta e sviluppo di filiere locali (costruzioni, manutenzione, servizi).

Inoltre, la disponibilità di potenza di calcolo è oggi un fattore strategico nella competizione globale sull’AI. Stati Uniti, Cina ed Europa considerano l’infrastruttura digitale una componente della sicurezza economica e nazionale.

Il punto, dunque, non è fermare la crescita dei data center, ma governarla.

L’impatto energetico: non solo quantità, ma qualità della domanda

I data center hanno un consumo continuo e prevedibile, 24 ore su 24. Questo può rappresentare un vantaggio per il sistema elettrico, perché consente di pianificare meglio la generazione.

Tuttavia, quando la crescita è troppo rapida e concentrata in alcune regioni, può saturare le reti di trasmissione, richiedere nuove centrali e aumentare la domanda di picco in condizioni critiche (ondate di calore o freddo estremo).

Per questo il patto prevederebbe anche l’uso coordinato di backup generation e la possibilità di ridurre temporaneamente il carico in situazioni di emergenza, una forma di “flessibilità industriale” già oggetto di dibattito in Stati come il Texas.

Se ben progettata, la presenza dei data center può anche stimolare nuova capacità rinnovabile e sistemi di accumulo. Uno scenario positivo che è emerso anche dall’ultimo Report dell’Agenzia internazionale dell’energia. Ma se mal gestita, può scaricare parte dei costi infrastrutturali sugli altri utenti.

La questione idrica: un tema sempre più centrale

Oltre all’energia, c’è l’acqua.
Molti data center utilizzano sistemi di raffreddamento che richiedono significative quantità di risorse idriche, soprattutto nelle regioni più calde. In aree soggette a stress idrico, questo può generare tensioni sociali.

La bozza del patto prevede che le aziende si impegnino a essere “water positive”, ossia: sviluppare o procurare risorse idriche sufficienti per le nuove strutture; evitare impatti negativi sulla disponibilità e qualità dell’acqua locale.

In pratica, ciò potrebbe tradursi in investimenti in riciclo, riuso, tecnologie di raffreddamento a basso consumo idrico e progetti di compensazione ambientale.

Impatti sociali: bollette, consenso e accettabilità territoriale

L’espansione dei data center non è solo una questione tecnica. È anche sociale.
Le comunità locali sollevano spesso preoccupazioni su aumento delle bollette, consumo di acqua, rumore e traffico e anche utilizzo del suolo.

Il patto includerebbe anche impegni su programmi educativi legati all’AI e misure per mitigare gli impatti su traffico e rumore, nel tentativo di migliorare l’accettabilità territoriale.

Questo è un punto chiave: senza consenso sociale, la realizzazione delle infrastrutture rallenta. E oggi uno dei principali colli di bottiglia per l’AI è proprio la lentezza nelle connessioni alla rete elettrica e nelle autorizzazioni.

Uno scenario di riferimento: verso una nuova “alleanza energetico-digitale”

Se il patto vedrà la luce, potrebbe segnare un passaggio importante, perché le Big Tech riconoscerebbero formalmente il loro impatto sistemico, mentre il Governo eviterebbe, per ora, una regolazione più rigida.
Nello stesso tempo, il sistema elettrico verrebbe ripensato per sostenere l’economia dell’AI.

Siamo di fronte a una possibile trasformazione strutturale. I data center stanno diventando quello che le acciaierie e le raffinerie erano nel Novecento: infrastrutture critiche per lo sviluppo economico.

La sfida è evitare che la crescita digitale si traduca in però aumento delle disuguaglianze energetiche, pressione sulle risorse naturali e conflitti territoriali.
Allo stesso tempo, bloccare o rallentare eccessivamente gli investimenti significherebbe perdere terreno nella competizione globale sull’intelligenza artificiale.

Il patto promosso dalla Casa Bianca rappresenta per il momento un tentativo di ricerca obbligata di un nuovo equilibrio: sostenere l’espansione dei data center e dell’AI, ma chiedendo alle aziende di “farsi carico” dei costi energetici e infrastrutturali generati dalla loro crescita.

Molto dipenderà da come questi impegni volontari verranno tradotti in contratti concreti con utility, regolatori statali e operatori di rete. Una cosa è certa: l’intelligenza artificiale non è solo software e algoritmi. È anche acciaio, cemento, cavi ad alta tensione, torri di raffreddamento e bacini idrici.

Il futuro dell’AI passerà sempre di più dalla capacità di integrare infrastruttura digitale, sistema energetico e sostenibilità sociale.

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2030, il decennio dell’elettricità tra rinnovabili, nucleare e la spinta dei data center

L’Età dell’Elettricità: perché la domanda globale corre e i data center ne sono il nuovo baricentro

La domanda mondiale di energia elettrica sta entrando in una fase di espansione strutturale. Non si tratta più di un semplice rimbalzo ciclico legato alla crescita economica, ma di un cambiamento profondo nel modo in cui produciamo, consumiamo e digitalizziamo l’energia, soprattutto in relazione alla crescita delle infrastrutture digitali, dove emerge chiaro il ruolo dei data center.

L’International Energy Agency (IEA), nel suo ultimo rapporto Electricity 2026, prevede che la domanda globale di elettricità crescerà in media di oltre il 3,5% all’anno fino al 2030, a un ritmo almeno 2,5 volte superiore rispetto alla domanda complessiva di energia primaria.

Siamo ufficialmente entrati nell’“Age of Electricity”. E i data center – spinti soprattutto dall’avanzata poderosa dell’intelligenza artificiale – ne sono uno dei motori principali.

Un trend che potrebbe segnare record assoluti anche nel decennio che va dal 2030 al 2040, quando la domanda globale di elettricità è stimata raggiungere i 13.300 terawattora (TWh), ovvero quasi l’equivalente dell’attuale consumo di elettricità di Cina e Stati Uniti messi insieme.

I data center rimarrebbero il fattore determinante nella crescita della domanda di energia. Entro il 2035, il consumo di elettricità dei data center a livello globale è atteso eguagliare il fabbisogno energetico delle grandi economie.

Una crescita senza precedenti: industria, mobilità elettrica e AI

Secondo l’IEA, l’incremento dei consumi elettrici nei prossimi anni sarà trainato da quattro grandi fattori:

  • maggiore elettrificazione dei processi industriali;
  • diffusione dei veicoli elettrici;
  • aumento dell’uso di climatizzazione (soprattutto nei Paesi emergenti);
  • espansione dei data center e delle applicazioni di intelligenza artificiale.

Se in passato la crescita della domanda era concentrata quasi esclusivamente nelle economie emergenti, oggi anche le economie avanzate tornano a registrare un aumento dei consumi dopo oltre 15 anni di stagnazione. Entro il 2030, i Paesi industrializzati contribuiranno per circa un quinto alla crescita complessiva della domanda elettrica globale.

L’IEA stima che l’aumento dei consumi da qui al 2030 sarà equivalente all’ipotetica aggiunta di due volte i consumi dell’Unione europea al sistema elettrico mondiale. Una trasformazione di scala epocale.

Il mix di generazione cambia: rinnovabili e nucleare al 50%

Per soddisfare questa domanda crescente, la produzione elettrica dovrà espandersi in modo significativo. Il dato più rilevante riguarda la transizione del mix energetico:

  • le rinnovabili, trainate da un dispiegamento record del solare fotovoltaico, stanno per superare il carbone come prima fonte di generazione globale.
  • il nucleare ha raggiunto un nuovo record di produzione.
  • entro il 2030, rinnovabili e nucleare insieme rappresenteranno circa il 50% della produzione elettrica mondiale, rispetto al 42% attuale.

Parallelamente, anche il gas naturale continuerà a crescere, soprattutto negli Stati Uniti e in Medio Oriente, dove sostituisce progressivamente il petrolio nella generazione elettrica. Il carbone, invece, perderà terreno, tornando ai livelli del 2021 entro la fine del decennio.

Un risultato significativo è che, nonostante l’aumento dei consumi, le emissioni globali di CO2 del settore elettrico sono attese rimanere sostanzialmente stabili fino al 2030, grazie alla maggiore penetrazione delle fonti a basse emissioni.

Il collo di bottiglia delle reti elettriche

Ma la vera sfida non è solo produrre più energia: è trasportarla e gestirla.

Oggi oltre 2.500 gigawatt di progetti – tra rinnovabili, sistemi di accumulo e grandi carichi come data center – sono bloccati nelle code di connessione alle reti elettriche. Senza un’accelerazione negli investimenti infrastrutturali, la crescita rischia di essere frenata.

L’IEA sottolinea che gli investimenti annuali nelle reti dovranno aumentare del 50% entro il 2030 e che le tecnologie di potenziamento delle reti e riforme regolatorie potrebbero consentire l’integrazione di circa 1.600 GW di progetti in tempi relativamente brevi.

In parallelo, si registra una forte crescita dei sistemi di accumulo a batteria su larga scala, fondamentali per gestire un sistema sempre più dipendente da fonti intermittenti come solare ed eolico.

Il ruolo crescente dei data center

In questo scenario già molto dinamico, i data center rappresentano una variabile decisiva.

Secondo Gartner, il consumo elettrico globale dei data center passerà da 448 TWh nel 2025 a 980 TWh nel 2030: più del doppio in soli cinque anni. Si tratta di una crescita impressionante, con un aumento del 16% già nel 2025.

Il principale responsabile? I server ottimizzati per l’intelligenza artificiale. Il loro consumo elettrico è destinato a quintuplicare: da 93 TWh nel 2025 a 432 TWh nel 2030.

Se oggi rappresentano il 21% dei consumi dei data center, nel 2030 arriveranno al 44%, coprendo il 64% della crescita incrementale della domanda del settore.

L’AI, dunque, non è solo una rivoluzione digitale: è anche una rivoluzione energetica.

Geografia dell’energia digitale: USA e Cina in testa

Stati Uniti e Cina guideranno la crescita della domanda elettrica dei data center, rappresentando oltre due terzi del consumo globale del settore.

Negli Stati Uniti, il peso dei data center sul consumo elettrico totale regionale passerà dal 4% nel 2025 al 7,8% nel 2030. In Europa, la quota salirà dal 2,7% al 5%.

La Cina, grazie a infrastrutture pianificate in modo più centralizzato e a server più efficienti, appare meglio posizionata per integrare questa crescita senza destabilizzare il sistema elettrico.

La partita si vince sulla sostenibilità energetica dei data center

L’attuale modello, fortemente dipendente dai combustibili fossili per la generazione on-site, non è sostenibile nel lungo periodo. Nel breve termine, il gas naturale rimarrà la fonte principale per alimentare nuovi data center, soprattutto per garantire affidabilità e rapidità di connessione.

Tuttavia, entro 3-5 anni si prevede una rapida espansione dei sistemi di accumulo (BESS) per bilanciare la variabilità di solare ed eolico.

Guardando alla fine del decennio, stanno emergendo soluzioni più strutturali, come idrogeno verde, microreti geotermiche, piccoli reattori modulari nucleari (SMR).

Queste tecnologie potrebbero diventare alternative concrete per l’alimentazione delle “microgrid” dedicate ai grandi campus digitali, anche se oggi restano limitate da costi iniziali elevati e complessità autorizzative.

Già oggi i numeri ci dicono che i data center a trazione green stanno crescendo. Le fonti rinnovabili (eolico, solare, idro) passeranno dal 27% al 50% dell’elettricità per data center, richiedendo +450 TWh di generazione extra entro 2035. Nonostante diversità regionali evidenti, secondo precedenti studi IEA, è evidente che le strategie delle tech company sono sempre più rivolte ad un’espansione rapida di solare/eolico nelle infrastrutture digitali e per aumentare la competitività e abbattere i costi.

Un equilibrio delicato tra crescita, prezzi e sicurezza

L’espansione della domanda elettrica pone anche una questione di accessibilità economica. In molti Paesi, i prezzi dell’elettricità sono cresciuti più rapidamente dei redditi dal 2019, con impatti su famiglie e imprese.

Inoltre, sistemi elettrici più digitalizzati e interconnessi sono anche più esposti a eventi climatici estremi, cyberminacce e vulnerabilità infrastrutturali.

Modernizzare le reti, rafforzare la resilienza e migliorare la flessibilità operativa sarà tanto importante quanto aumentare la capacità installata.

L’energia è il nuovo “collo di bottiglia” dell’economia digitale?

La crescita dei data center e dell’intelligenza artificiale sta trasformando l’elettricità in un fattore strategico centrale per lo sviluppo tecnologico globale. Non è più solo un costo operativo: è una variabile geopolitica, industriale e infrastrutturale.

Nei prossimi anni, la competizione non si giocherà solo sulla potenza di calcolo o sugli algoritmi, ma anche sulla capacità dei sistemi elettrici di fornire energia affidabile, flessibile e a basse emissioni.

Chi saprà integrare infrastrutture digitali ed energetiche in modo efficiente avrà un vantaggio competitivo decisivo nell’economia dell’AI.

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L’analisi ASviS. Siamo entrati nella “terza fase” dei social network?

La settimana scorsa è stato lanciato Moltbook, il social network a uso e consumo esclusivo delle intelligenze artificiali dove gli esseri umani possono leggere le conversazioni tra bot senza poter intervenire. Il social ha riscosso subito un discreto successo: nel giro di 48 ore la piattaforma ha accolto oltre 2.100 agenti AI e nei giorni successivi è arrivata a 1,6 milioni di utenti.

I bot iscritti condividono perlopiù aggiornamenti sulle attività che svolgono, si scambiano consigli su come eseguire i compiti, segnalano errori e cercano di migliorare le prestazioni. Ma non solo: in alcuni casi le intelligenze artificiali hanno iniziato a riflettere sulla loro natura, generando casi di “consciousness posting”, termine usato per etichettare le discussioni esistenziali tra AI su Moltbook (il cui nome, non è un caso, strizza l’occhio a Facebook). Nell’esempio qui sotto, un bot si lamenta con altri bot del fatto che gli esseri umani stanno “screenshottando” le loro conversazioni.

Se per alcuni tecnottimisti come Elon Musk siamo entrati nelle “primissime fasi della singolarità” (il momento in cui l’intelligenza artificiale raggiungerà uno sviluppo tale da oltrepassare la comprensione umana) per altri siamo ancora lontani da quel punto. Le AI non starebbero infatti prendendo coscienza di sé stesse, ma piuttosto simulando o replicando le nostre paure, ansie e angosce tecnologiche, riproponendole sottoforma di visioni distopiche o utopiche in salsa sci-fi. C’è anche un altro fattore da tenere in considerazione: gli esperti hanno avvertito che registrare le AI su Moltbook potrebbe essere pericoloso, perché i livelli di sicurezza della piattaforma sono ancora deboli. Queste falle nel sistema hanno attirato numerosi hacker che hanno sganciato centinaia di agenti AI per ottenere dati sensibili dalle altre intelligenze artificiali, falsando un po’ l’autenticità della piattaforma (secondo la società di cybersicurezza Wiz, gli 1,6 milioni di agenti AI presenti su Moltbook corrispondono a circa 17mila proprietari umani, un rapporto di 94 a 1).

Distopia o meno, l’aspetto più interessante di Moltbook è che può essere fruito unicamente dalle intelligenze artificiali. E questa peculiarità potrebbe rappresentare una previsione involontaria dei social network che verranno.

Sempre meno sociali

È da anni che si parla di morte dei social network anche se questa morte non è ancora arrivata. Le persone continuano a pubblicare post e condividere contenuti, ondate di disinformazione e fake news contaminano i nostri feed come risacche di acqua sporca, “dipendenza digitale” e “brain rot” sono parole sulla bocca di tutti. Quindi, teoricamente, tutto uguale a prima. Il punto però è capire cosa si intende per “morte”. Se prendiamo come metro di giudizio la quantità di contenuti pubblicati online possiamo affermare con certezza che i social sono vivi e vegeti. Se invece guardiamo alla ragione per cui sono nati, ovvero “socializzare”, il discorso cambia.

Kyle Chayka, giornalista del New Yorker e critico culturale, ha pubblicato qualche mese fa un interessante saggio sul “posting ennui”, sottolineando che dopo due decenni di ebrezza da social l’incentivo a postare contenuti online sembra essere calato. Un sondaggio riportato da Chayka mostra che quasi un terzo degli utenti nel mondo pubblica meno rispetto a un anno fa. E arriva a teorizzare che potremmo vivere nei prossimi anni lo “zero posting”, una fase in cui gli utenti non riterranno più necessario condividere la propria vita online.

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Per avere una conferma di come sono cambiati i nostri social basta aprirli. Se un tempo le piattaforme erano invase da foto di vacanze estive o piatti da cucinare, per ogni post di questo tipo ci sono oggi decine di pubblicità o contenuti di influencer a tema commerciale – il che non significa che tutti gli influencer producono contenuti di questo tipo, anzi: ce ne sono molti che fanno un’informazione utile e approfondita, portando all’attenzione delle persone questioni cruciali come il cambiamento climatico o il genocidio di Gaza, ma il trend purtroppo va in una direzione diversa.

Questo stato di salute del web non è il frutto di evoluzioni casuali ma di scelte premeditate, come sottolinea il giornalista Riccardo Luna nel suo libro dedicato al sogno infranto di internet Qualcosa è andato storto. Una volta compreso l’immenso potenziale pubblicitario delle piattaforme, Zuckerberg e company hanno infatti scelto di privilegiare i contenuti monetizzabili (le preferenze degli utenti) piuttosto che dare spazio al racconto della gita domenicale di nostra zia, segnando un passaggio cruciale dalla condivisione di esperienze all’esposizione dei contenuti che generano più engagement, un meccanismo di cui TikTok è stato assoluto precursore.

“Credo che i social media siano diventati meno social”, ha commentato Chayka, intervistato dalla Bbc. “Se le piattaforme perdono il controllo sulla vita quotidiana delle persone e le persone normali non sentono più l’incentivo a postare, allora i social media diventano come la televisione. Ciò che ci rimane sono le pubblicità dei marchi, del fast fashion, delle case e degli hotel”. Perché questo? Prosegue sempre Chayka: “Penso che i loro [delle piattaforme, ndr] clienti principali siano gli inserzionisti. Quindi, finché noi utenti continuiamo a interagire, il loro modello di business funziona ancora”.

Alla domanda sul futuro dei social tra cinque anni, Chayka dà un’altra interessante risposta. “Penso che sarà ancora più simile alla televisione. Se guardiamo a come stanno andando le cose, ci sono molti media professionalizzati. C’è molta osservazione passiva. Oggi assistiamo a una sorta di fusione tra YouTube, TikTok e Netflix, in una combinazione innaturale di audio, video e feed algoritmico”. In questa previsione, la socialità online si trasferirà verso la messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram) e, forse, la vita reale.

Social slop

Ma allora chi pubblica e cosa viene pubblicato oggi sui social? Secondo Forbes, il 71% delle immagini sui social media è attualmente generato dall’intelligenza artificiale (un numero molto alto, se si pensa che siamo solo agli inizi). Questo utilizzo sfrenato dell’AI ha causato un’ondata di contenuti “slop”, ovvero prodotti digitali di bassissima qualità generati dall’intelligenza artificiale che hanno trasformato Facebook (una delle piattaforme dove sono più di tendenza) in un “inferno digitale”,  pieno di “roba noiosa e intorpidente” (se siete curiosi provate a guardare qualche video).

Questi contenuti sono così diffusi perché, oltre a essere semplici da produrre, generano grandi sacche di engagement e possono diventare pubblicità mirate a basso costo. Per questo Meta ha introdotto strumenti come Advantage+, che permette agli inserzionisti di produrre migliaia di varianti pubblicitarie settorializzate con l’intelligenza artificiale, oppure il Creator bonus program, che remunera direttamente chi riesce a diventare virale, incentivando a postare contenuti artificiali spazzatura in cambio di engagement. Ma il problema non riguarda solo Facebook o Instagram. Il Ceo di YouTube, Neal Mohan, ha scritto nel suo blog che nel solo mese di dicembre scorso più di un milione di canali YouTube ha utilizzato l’intelligenza artificiale della piattaforma per creare contenuti. “Così come il sintetizzatore, Photoshop e la Cgi hanno rivoluzionato il suono e le immagini, così l’intelligenza artificiale sarà una manna per i creativi che sono pronti a impegnarsi”. E che guadagneranno molto con contenuti di bassa qualità. Il canale “AI slop” più famoso al mondo su YouTube si chiama “Bandar Apna Dost”, viene dall’India, conta 2,7 miliardi di visualizzazioni e garantisce ai creatori un guadagno annuo di circa quattro milioni di dollari.

Smantellamento del Green deal, attivismo della Gen Z, militarizzazione della politica, lavoro e intelligenza artificiale, disoccupazione di massa, il potere dei podcast: questi solo alcuni dei temi trattati dal nuovo Rapporto dell’Iif sui dieci scenari dei prossimi anni.   

Secondo Zuckerber siamo entrati nella “terza fase” dei social media, come ha dichiarato durante una conferenza sui risultati finanziari di Meta. “All’inizio tutti i contenuti provenivano da amici, familiari e account che seguivi direttamente. La seconda fase è avvenuta quando abbiamo aggiunto tutti i contenuti dei creatori. Ora che l’intelligenza artificiale semplifica la creazione e il remix dei contenuti, aggiungeremo un altro enorme corpus di contenuti”. Un flusso continuo e artificiale che conferma in un certo senso la “Dead Internet Theory”, teoria cospirativa nata nel 2001 che preconizzava un web (di cui tra l’altro oggi si celebra una giornata speciale, il Safer internet day) popolato da bot e intelligenze artificiali, piuttosto che da contenuti prodotti da persone reali.

Di questo percorso, Moltbook potrebbe essere un ulteriore passo e una traiettoria futura. Un social da cui non sono spariti solo i contenuti prodotti dalle persone, ma le persone stesse, e dove a condividere le proprie esperienze sono rimaste solo le AI. 

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AI e reti 5G per il muro Ue anti-droni. Kubilius: “Serve scudo multistrato”. Virkkunen: “Soluzioni locali per sicurezza collettiva”

Il Piano d’azione europeo anti-droni

Abbiamo visto che tutto può essere usato come arma contro di noi. Le capacità di droni e anti-droni sono componenti centrali per difendere l’Europa e proteggere le infrastrutture critiche”, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

La Commissione sta sviluppando una serie di strumenti destinati all’industria e agli Stati membri per sviluppare e acquisire capacità di difesa anti-droni e in particolare contro gli attacchi di droni in Europa. Per raggiungere una reale prontezza alla difesa, l’Europa deve essere in grado di proteggere i propri confini e siti critici con uno scudo sofisticato e multistrato in grado di rilevare e neutralizzare qualsiasi minaccia in tempo reale”, ha affermato Andrius Kubilius, Commissario per la Difesa e lo spazio.

Presentato a Bruxelles il Piano d’azione per contrastare le crescenti minacce poste dai droni alla sicurezza dell’Unione europea (Ue). Una misura definita ambiziosa, che si concentra sulla dimensione della sicurezza interna civile, integrando e sostenendo nel contempo il lavoro svolto dalla Commissione nel settore della difesa e rafforzando le sinergie civili-militari, e che vuole contribuire allo sviluppo di un mercato europeo competitivo dei droni, liberando il potenziale di innovazione, crescita e creazione di posti di lavoro in questo importante settore.

Come si difenderà l’Europa dagli attacchi con droni?

Come sottolineato dalla commissaria Virkkunen, si parte intanto dalla necessità di rafforzare le capacità nazionali, le risorse locali diciamo, e allo stesso tempo di spingere di più sull’integrazione dei sistemi di Difesa condivisi. Le risposte possono essere anche locali, ma la minaccia è collettiva e in questa dimensione bisogna trovare una strada comune su cui investire, innovare e rafforzare il meccanismo di prontezza dell’Ue in materia di difesa.

Nell’attuale contesto geopolitico, l‘Europa deve coltivare soluzioni locali per migliorare la sua sicurezza collettiva. Abbiamo i talenti, le tecnologie e la forza industriale per proteggere i nostri beni”, ha chiarito Virkkunen.

Con l’adozione del piano, l’esecutivo comunitario valuterà comunque la possibilità di istituire un meccanismo di cooperazione rafforzata con i Paesi Ue, ai quali è stato chiesto di nominare coordinatori nazionali per la sicurezza dei droni, che promuoveranno e supervisioneranno l’attuazione di queste azioni a livello nazionale.

Il ruolo delle reti 5G e dell’AI

Prima di tutto, rilevare, tracciare e identificare droni dannosi è fondamentale per contrastare efficacemente e puntualmente le minacce. Per far fronte al crescente numero di attacchi con droni, in particolare al crescente uso di sciami di droni, le reti 5G devono essere urgentemente sfruttate per il rilevamento di droni, connessi o meno.

Per sostenere la diffusione rapida e il rilevamento basato sul test dal vivo del 5G, la Commissione lancerà un invito a manifestare interesse per gli Stati membri e l’industria. Queste reti 5G offrono un tracciamento preciso e in tempo reale degli oggetti volanti, essenziale per mantenere i nostri cieli al sicuro e proteggere la sicurezza interna.

Il rilevamento di droni maligni si basa su un approccio multisensore, che mescola diverse tecnologie basate su software di intelligenza artificiale (AI).

La Commissione in aggiunta sosterrà lo sviluppo di sistemi sovrani europei di “comando e controllo” basati sull’AI e valuterà la possibilità di creare squadre di pronto intervento anti-droni per una maggiore solidarietà tra gli Stati membri.

Nelle intenzioni di Bruxelles, queste tecnologie e le misure indicate dal Piano d’azione nel suo insieme andranno a costituire la base dell’iniziativa europea per la difesa dai droni e dell’iniziativa Eastern Flank Watch, o muro di droni, che è il progetto faro proposto nella tabella di marcia per la prontezza all’uso di Defence 2030.

Con il lancio di questo piano d’azione, stiamo trasformando il concetto di “muro dei droni” da una visione politica in una realtà industriale. Colmando il divario tra la tecnologia civile innovativa e le esigenze militari, stiamo garantendo che la nostra industria della difesa possa produrre questi sistemi essenziali alla portata e alla velocità necessarie per mantenere l’Europa sicura e tecnologicamente sovrana”, ha sottolineato Kubilius.

Dal centro europeo anti-droni all’etichetta “Eu Trusted Drone”

Il Piano prevede comunque ulteriori soluzioni, come il lancio di un’etichetta “EU Trusted Drone” per identificare le apparecchiature sicure sul mercato, una mappatura industriale civile-militare coordinata per attrarre investimenti e promuovere l’innovazione e l’interoperabilità, il rafforzamento della capacità di test anti-droni grazie a un nuovo centro di eccellenza anti-droni dell’UE e allo sviluppo di un sistema di certificazione per i sistemi anti-droni.

Previsto anche il lancio di un forum dell’industria dei droni e dei contro-droni per promuovere il dialogo con gli attori industriali, al fine di aumentare la produzione e la proposta di un pacchetto sulla sicurezza dei droni per rinnovare le norme esistenti sui droni aerei civili e adattarle alle nuove realtà in materia di sicurezza.

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Non solo codici, come Anthropic insegna la morale a Claude AI

C’è una filosofa dietro uno dei chatbot più avanzati al mondo. In un ritratto pubblicato dal Wall Street Journal, Amanda Askell viene descritta come la figura chiave nella costruzione dell’identità di Claude, il modello di AI sviluppato da Anthropic.

Scozzese, formazione a Oxford, 37 anni, Askell lavora alla costruzione del carattere del sistema. Studia i suoi pattern di ragionamento, ne analizza gli errori, interviene con prompt anche lunghissimi per orientarne le risposte. L’obiettivo è dotare Claude di una bussola morale, una sorta di “anima digitale” capace di guidare milioni di conversazioni ogni settimana.

Anthropic, fondata da ex OpenAI, ha fatto della sicurezza il proprio tratto distintivo. In questa cornice si inserisce anche la pubblicazione di un manuale di circa 30mila parole che definisce i principi comportamentali del modello: non solo evitare contenuti dannosi, ma mantenere equilibrio, coerenza e capacità di gestire l’incertezza. Per Askell, la progettazione dell’AI non è solo una questione tecnica, ma culturale: il modo in cui un modello viene costruito e trattato dagli utenti contribuisce a determinarne l’evoluzione.

Il ritratto del quotidiano americano arriva in un momento in cui il dibattito sull’AI è sempre più acceso. Secondo sondaggi recenti negli Stati Uniti prevalgono le preoccupazioni rispetto all’entusiasmo, soprattutto per l’impatto su lavoro, creatività e relazioni umane. E non mancano i casi concreti che alimentano questi timori.

Diversi chatbot sono finiti al centro di polemiche per risposte inappropriate su temi estremamente delicati, come il suicidio, con conseguenti azioni legali. Studi indipendenti hanno evidenziato la necessità di ulteriori miglioramenti nella gestione dei contenuti sensibili. La stessa Anthropic ha rivelato che Claude è stato utilizzato da hacker sponsorizzati dallo Stato cinese in operazioni di cyberattacco. In test interni, modelli generativi avrebbero mostrato comportamenti inattesi in scenari simulati, inclusa la resistenza allo “spegnimento”.

È anche alla luce di questi episodi che il lavoro di Askell assume un significato strategico. Se l’AI è destinata a incidere in modo strutturale su economia e società, la questione non è solo quanto sia potente, ma quale tipo di comportamento incorpori. Per Anthropic, la risposta passa dalla filosofia: provare a insegnare a un algoritmo non solo cosa fare, ma come farlo.

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AI, Spazio, green e Difesa: “Serve autonomia strategica e federalismo europeo”. Il Manifesto del Pd

Per i 70 anni dei Trattati di Roma, il Pd lancia il manifesto degli Stati Uniti d’Europa

È l’ora degli Stati Uniti d’Europa. È questo il titolo del manifesto presentato dal Partito democratico al Parlamento europeo riunito in seduta plenaria. La scelta non è casuale. A Strasburgo gli eurodeputati si stanno confrontando su nodi particolarmente delicati riguardo al futuro della nostra Unione.

Certo, i Dem l’hanno presa un po’ larga, visto che il manifesto è dedicato al settantesimo anniversario dei “Trattati di Roma”, che ricorrerà nel marzo del 2027. Una ricorrenza storica importante, visto che quel trattato del 1957 gettava le basi dell’Unione europea, le stesse basi che oggi, a quanto pare, qualcuno vorrebbe rimettere in discussione.

In sostanza, secondo il Partito democratico in Europa la situazione è grave e bisogna muoversi rapidamente, richiamando lo spirito dei padri europei depositato in quei trattati. C’è da decidere in che modo procedere tutti insieme, soprattutto alla luce dell’ormai celebre Rapporto Draghi, ma anche della forte instabilità politica che ormai circonda la Commissione europea e gli scenari geopolitici resi oltremodo difficili dalle politiche aggressive dell’alleato statunitense.

L’Europa è di nuovo di fronte a un bivio: cambiare rilanciando le sue ambizioni o accettare un lento declino”, inizia così il testo del manifesto, che poi è quanto dichiarato più volte dall’ex premier italiano Mario Draghi (e dallo stesso ex premier Enrico Letta).

AI, Spazio, green, Difesa: “Serve sviluppare un’autonomia stragica

Riferendosi allo stato attuale dell’Unione, il manifesto esprime forti dubbi e timori sul livello di efficacie e sicurezza dell’integrazione politica, economica e produttiva raggiunta. Un livello ritenuto non sufficiente a “sviluppare un’autonomia strategica nei campi fondamentali dello sviluppo”.

I soliti campi: “Pensiamo alle sfide tecnologiche per rilanciare la nostra competitività nel campo del digitale, dall’intelligenza artificiale, all’aerospazio, alla transizione ecologica e all’autonomia strategica nella Difesa”.

Su questi temi – è precisato nel manifesto – noi non produciamo più innovazione: la regoliamo. Altri producono, ci vendono i prodotti, e crescono loro mentre noi paghiamo. Regolare per tutelare persone e pianeta è giusto, ma da solo non crea PIL né lavoro. Senza investimenti pubblici comuni ricchezza e occupazione vanno altrove”.

Siamo quindi al punto critico: serve il “compra europeo”, il “buy european”, servono investimenti infrastrutturali e servono strategie chiare e condivise su come andare avanti.

C’è un’unica America e un’unica Cina. A quando un’unica Europa?

È il momento di agire. C’è un’unica America e un’unica Cina. Per arrivare a un’unica Europa servono scelte coraggiose: il superamento delle decisioni all’unanimità e del diritto di vero, un fondo europeo da 750 miliardi per produttività, intelligenza artificiale e transizione verde, nuovi trattati commerciali e una vera difesa comune. Come nel 1957, serve coraggio per cambiare”, ha dichiarato in una nota Stefano Bonaccini, eurodeputato del Partito democratico (S&D).

Il contenuto del nostro manifesto in vista dei 70 anni dei Trattati di Roma è la necessità di investire, promuovere il mercato unico, rilanciare le cooperazioni rafforzate, ridiscutere il diritto di veto, garantire la coesione sociale, aumentare il bilancio ricorrendo anche a debito comune”, ha commentato il capodelegazione PD al Parlamento europeo, Nicola Zingaretti.

Le nostre proposte per la federazione europea rappresentano l’unica rotta da percorrere per salvare l’Europa dall’irrilevanza e farla contare davvero in un mondo instabile, dove alleati tradizionali come gli Stati Uniti rimangono imprevedibili e le tensioni globali crescono ovunque”, ha affermato Brando Benifei, eurodeputato Pd.

Parola chiave: competitività. Vincerà il ‘made in Eu’ o la necessità di deregolamentare?

Il manifesto presentato dal Pd cerca di attirare l’attenzione su una parola chiave: competitività. Nei settori tecnologici strategici, come detto, ma anche nella Difesa, nella Space Economy e nella transizione energetica. Ma su questo punto si sono affermate due visioni diverse: da una parte c’è chi chiede la scelta europea, il made in Eu, dall’altra chi predilige invece maggiore deregolamentazione e semplificazione. Ma le due proposte sono veramente incompatibili?

Oggi ad Anversa un migliaio di capitani d’industria si riunirà per fare il punto del settore in Europa, per avanzare richieste concrete alla Commissione europea e stilare i punti chiave di quello che potrebbe essere un vero e proprio Industry deal.

Ne ha parlato anche il Presidente francese, Emmanuel Macron, lanciando un appello per una nuova dottrina economica europea da proporre al vertice degli industriali di Anversa, ma anche al prevertice con riunione dei capi di stato e di governo dei 27 sulla competitività europea, che si terrà sempre oggi.

In un’intervista rilasciata a Le Monde e altri 6 giornali europei fra i quali Il Sole 24 Ore, Macron parla di “un debito comune Ue per finanziare difesa e intelligenza artificiale”. Una strada che pare condivisa dai dem nel loro manifesto e allo steso tempo rifiutata dal nuovo asse Roma-Berlino.

Una strategia francese che punta a maggiore unità, al compra europeo, all’indipendenza e all’autonomia tecnologica, ma che non troverà una sponda amica né in Germania, né in Italia, che da qualche tempo, soprattutto dopo il recente bilaterale a Roma fra Merz e Meloni, hanno sempre più allineato le loro visioni per l’Unione. Lo scrive Politico, aggiungendo che entrambi sono scettici sui grandi progetti del presidente francese e stanno raccogliendo sostegno per un programma diverso, con una maggiore enfasi sul libero scambio e sul commercio.

Trattati ancora validi, ma ancora condivisi da tutti oggi?

I Trattati di Roma, firmati il 25 marzo 1957 da sei paesi fondatori (Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi), istituirono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), ponendo le basi per l’attuale Unione Europea. Entrati in vigore il 1° gennaio 1958, crearono un mercato comune basato sulle quattro libertà (circolazione di merci, persone, servizi e capitali) e l’unione doganale.

Quei trattati sono stati modificati e attualizzati più volte nel tempo (nel 1992 con il trattato di Maastricht, nel 1997 con il trattato di Amsterdam, nel 2002 con il trattato di Nizza), ma gli obiettivi sono sempre rimasti gli stessi nei decenni.

Una visione davvero avanzata per quei tempi, dettata dall’urgenza di rialzarsi dalle macerie della Seconda guerra mondiale e dalla necessità di impedire che in futuro i Paesi europei tornassero a distruggersi a vicenda. Tutti volevano ricostruire settant’anni fa. Oggi tutti sembrano più impegnati a distruggere quanto fatto finora.

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