Meta, l’IA e il cortocircuito fiscale: se gli algoritmi azzerano il ceto medio, chi pagherà il welfare?

Il 2026 verrà ricordato non solo come l’anno della maturità per l’Intelligenza Artificiale, ma anche come quello in cui il capitale ha deciso di sferrare un attacco frontale all’ossatura del mercato del lavoro e, di riflesso, alla tenuta degli Stati nazionali. Meta Platforms si appresta a tagliare circa 8.000 posti di lavoro, sfoltiendo il 10% della propria forza lavoro e congelando migliaia di posizioni aperte.

Non si tratta di un calo di fatturato, ma di una brutale e deliberata riallocazione delle risorse. In una nota interna, l’azienda ha giustificato la manovra con il vertiginoso aumento della spesa per l’IA, che quest’anno toccherà l’astronomica cifra di 135 miliardi di dollari.

L’obiettivo dichiarato da Mark Zuckerberg è chiaro: gli strumenti algoritmici renderanno i dipendenti talmente produttivi che un singolo individuo potrà svolgere le mansioni di interi team. Il risultato pratico? Il team viene esonerato, spesso dopo aver involontariamente addestrato l’IA che lo sostituirà, sempre che la mossa abbia successo.

Ma le ripercussioni di questo trend vanno ben oltre le mura di Menlo Park e investono direttamente il nostro contratto sociale.

Il buco nero fiscale del Welfare State

Dal punto di vista economico, l’entusiasmo della Silicon Valley si scontra con una realtà contabile ineludibile. Il sistema di welfare occidentale (sanità, istruzione, pensioni, infrastrutture) si regge quasi interamente sul prelievo fiscale derivante dai redditi da lavoro dipendente e dalle attività professionali. È il ceto medio – la classe impiegatizia, i quadri, i creativi, gli sviluppatori e i professionisti del terziario – a sorreggere il peso fiscale maggiore.

Se l’IA riduce in modo strutturale e potente questo bacino di contribuenti, si genera un cortocircuito. Sostituire il lavoro con il capitale aumenta i margini operativi delle Big Tech, ma genera una voragine nelle casse pubbliche:

  • Mancato gettito IRPEF/Imposte sul reddito: Un algoritmo non paga le tasse sullo stipendio.

  • Crollo dei contributi previdenziali: I server non versano quote per il sistema pensionistico.

  • Elusione del capitale: Il capitale automatizzato produce enormi profitti, che le multinazionali ottimizzano sapientemente a livello fiscale, spostando la ricchezza in giurisdizioni a bassa tassazione e lasciando a bocca asciutta gli Stati dove i servizi vengono effettivamente consumati. Alla fine un computer può essere ovunque.

Il rischio di una tassa sui poveri

A questo punto, la domanda diventa pressante: chi pagherà le tasse nell’era dell’Intelligenza Artificiale? Se l’attuale paradigma non viene riformato, il rischio è che lo Stato, nel disperato tentativo di mantenere attivi i servizi pubblici, scarichi il peso fiscale su chi non può essere automatizzato o eludere le tasse.

Questo si traduce in due scenari altrettanto recessivi:

  1. L’accanimento sui redditi bassi: La pressione fiscale si concentrerebbe sulle fasce di reddito più basse, legate a quei lavori fisici o di cura della persona (logistica, ristorazione, assistenza) che l’IA non può ancora sostituire.

  2. L’esplosione delle imposte indirette: I governi potrebbero compensare il calo delle imposte sul reddito aumentando l’IVA e le accise. Essendo tasse sui consumi, colpiscono in modo regressivo i ceti meno abbienti, che spendono in consumi l’intera totalità del loro stipendio.

L’efficienza informatica è un prodigio contabile per i bilanci aziendali, ma un potenziale disastro per l’economia reale. Senza un ceto medio in grado di percepire un reddito, pagare le tasse e consumare beni, l’intero sistema rischia di implodere su se stesso.

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AI, Ocse: “Imprese italiane registrano più efficienza (75%) e produttività (66%)”, ma servono regole chiare

Crescono efficienza e produttività, ma anche la domanda di regole chiare

L’intelligenza artificiale (AI) sta progressivamente consolidando il proprio ruolo nei mercati finanziari italiani, ma con caratteristiche peculiari: benefici operativi diffusi, adozione disomogenea tra i settori e una marcata dipendenza da soluzioni sviluppate da terze parti. È quanto emerge dal rapporto OCSE “Artificial Intelligence in Italian Financial Markets – From Analysis to Action”, presentato presso la Banca d’Italia al termine del progetto dedicato all’analisi dell’uso dell’AI nel sistema finanziario nazionale.

I numeri delineano uno scenario già maturo sul piano operativo. Tre quarti delle aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale, circa il 75%, dichiarano miglioramenti nell’efficienza operativa. Non solo: quasi due terzi, pari a circa il 66%, segnalano incrementi nella produttività.

A questi dati si affiancano benefici qualitativi rilevanti: molte imprese riportano ottimizzazione dei processi interni, un miglioramento dei processi decisionali e la capacità di generare nuove intuizioni analitiche. Più limitati, invece, i progressi in ambiti specifici come la riconciliazione o la gestione del rischio di regolamento, segno che l’AI è ancora in fase di consolidamento nelle attività più complesse e regolamentate.

“Nel settore finanziario in Italia c’è un grande interesse per l’utilizzo dell’AI e riscontriamo anche una domanda di chiarezza delle regole e di indicazioni da parte delle autorità di vigilanza, per un comparto dove l’innovazione è molto veloce”, ha dichiarato all’Ansa Carmine Di Noia, direttore per gli affari finanziari dell’Ocse, a margine della presentazione del rapporto.

Adozione per settore: assicurazioni in testa, fondi pensione in ritardo

L’adozione dell’AI non è uniforme nei diversi comparti finanziari. Secondo il rapporto OCSE:

  • il 70% delle compagnie assicurative utilizza l’intelligenza artificiale;
  • tra le banche la quota scende al 59%;
  • gli operatori dei mercati finanziari si fermano al 31%;
  • i fondi pensione risultano nettamente indietro, con appena il 10% di utilizzo.

Il dato evidenzia un divario significativo tra i segmenti più dinamici, come assicurazioni e banking, e quelli più conservativi, dove pesano vincoli normativi, complessità operative e minore propensione all’innovazione.

Use case: dati, contenuti e compliance al centro

Le applicazioni più diffuse dell’intelligenza artificiale si concentrano su funzioni trasversali. In particolare, il report individua come casi d’uso principali:

  • analisi dei dati;
  • generazione e sintesi di contenuti testuali;
  • ottimizzazione dei processi interni.

Accanto a questi, emergono applicazioni ad alto valore per la compliance e la sicurezza, tra cui:

  • antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo;
  • rilevamento e prevenzione delle frodi;
  • assistenza clienti tramite chatbot.

Si tratta di ambiti dove l’AI offre vantaggi immediatamente misurabili in termini di efficienza e riduzione dei costi operativi.

Dipendenza da terze parti

Uno degli elementi più rilevanti emersi dal rapporto riguarda il modello di adozione tecnologica. Le imprese italiane mostrano una forte dipendenza da fornitori esterni:

  • quasi il 75% utilizza servizi cloud di terze parti per l’AI;
  • il 39% si affida a modelli di intelligenza artificiale generativa (GPAI) sviluppati da terzi.

Parallelamente, il 39% delle aziende non utilizza soluzioni open-source o gratuite, citando come principali criticità le preoccupazioni sulla sicurezza e il limitato controllo sui dati.

Questo modello evidenzia una preferenza per soluzioni “chiavi in mano”, ma pone interrogativi rilevanti in termini di autonomia tecnologica, gestione del rischio e resilienza operativa.

Rischi e sfide: governance e qualità dei dati

Accanto ai benefici, il rapporto OCSE individua alcune aree critiche che richiedono attenzione da parte di operatori e regolatori: governance dei sistemi di AI; qualità e gestione dei dati; dipendenza da fornitori terzi; resilienza operativa e cibernetica.

Questi elementi sono centrali soprattutto in un settore, come quello finanziario, caratterizzato da elevati standard di sicurezza e da una forte pressione regolatoria.

Mancano competenze e infrastrutture

Il documento conclude con una serie di considerazioni di policy volte a favorire un’adozione più ampia e sicura dell’intelligenza artificiale nei mercati finanziari italiani. L’obiettivo è duplice: da un lato, sostenere l’innovazione e la competitività; dall’altro, garantire stabilità, trasparenza e controllo dei rischi.

Il quadro che emerge è quello di un ecosistema in rapida evoluzione, in cui l’AI è già una leva concreta di efficienza, come dimostrano i dati su produttività e processi, ma ancora fortemente dipendente da infrastrutture e competenze esterne. Una fase di transizione che richiederà, nei prossimi anni, scelte strategiche sia a livello aziendale sia di politica industriale.

Recenti dati ISTAT mostrano un aumento nell’adozione dell’AI nelle imprese: la quota di queste ultime ad utilizzare almeno una soluzione di IA è più che raddoppiata tra 2024 e 2025 passando dall’8 al 16,4%. Ma è chiaro che siamo solo all’inizio, servirebbe un trend molto più solido.

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IT4LIA, a Bologna il supercomputer per spingere l’AI tra le imprese e rafforzare l’autonomia europea nell’HPC

Il supercomputer IT4LIA arriva al Dama Tecnopolo di Bologna

Promuovere e accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale (AI) in comparti strategici come l’agroalimentare, la cybersecurity, le scienze della terra e il manifatturiero. Questo l’obiettivo di E4 Computer Engineering, l’azienda emiliana con sede in provincia di Reggio Emilia, che si è aggiudicata la realizzazione di IT4LIA AI Factory, l’AI Factory italiana promossa da EuroHPC Joint Undertaking (EuroHPC JU),co-finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca e gestita da CINECA.

E4 diventa il primo system integrator italiano a vincere una gara nell’ambito delle AI Factories europee e avrà il coordinamento tecnico del progetto, con presidio fisso al Dama Tecnopolo di Bologna, a cu partecipano diversi partner di livello come Dell Techologies, NVIDIA, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Università degli Studi di Torino, VAST Data, Axelera AI, SiPearl e Rittal.

E4 diventa Il primo system integrator italiano a vincere una gara delle AI Factories

Nascerà così un nuovo ecosistema in cui industria, ricerca e università collaboreranno per costruire un’infrastruttura all’altezza delle sfide globali, con un investimento complessivo che ammonta a circa 420 milioni di euro, sostenuto dalla Commissione europea tramite EuroHPC JU e dal Governo italiano.

Il supercalcolatore IT4LIA fa parte dell’omonima AI Factory europea, selezionata nel dicembre 2024 e coordinata da Cineca, rientrando nel network delle 19 infrastrutture che EuroHPC sta implementando in Europa per offrire accesso al calcolo avanzato a startup, Pmi e comunità di ricerca, nel rispetto degli standard europei di sovranità dei dati.

“L’aggiudicazione ad E4, primi italiani nel contesto delle AI Factory EuroHPC, è per noi un traguardo fondamentale, un riconoscimento che ci consente di portare le nostre competenze ai massimi livelli internazionali. Siamo orgogliosi di essere protagonisti insieme ai nostri partner di IT4LIA, una infrastruttura sovrana che rappresenta una opportunità incredibile per la diffusione dell’AI e per la competitività del nostro paese. Continueremo a lavorare con i nostri partner con cui siamo riusciti a creare una proposizione vincente e continueremo ad investire in ricerca ed innovazione per essere sempre – come in questo caso – sulla frontiera delle tecnologie europee”, ha dichiarato Cosimo Damiano Gianfreda, CEO di E4 Computer Engineering.

Aggiudicandosi la commessa, E4 diventa il primo system integrator italiano a vincere una gara nell’ambito delle AI Factories europee.

Che cos’è IT4LIA

Il DAMA Tecnopolo di Bologna, già punto di riferimento europeo per il supercalcolo, i big data, l’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico, accoglie al suo interno il nuovo supercalcolatore di nuova generazione IT4LIA. Il sistema sarà 4 volte più potente per le applicazioni standard e fino a 40 volte più potente per i carichi di lavoro specifici per l’AI.

E4, è spiegato sul sito dell’azienda, si occuperà dell’integrazione di un sistema AI liquid-cooled ad alta efficienza energetica, composto da oltre 2.000 nodi e 8.000 GPU, realizzato con tecnologie completamente europee nell’ambito del programma NextGen EU.
Il perimetro di intervento include inoltre lo sviluppo dello stack software per facilitare l’implementazione e la diffusione dell’AI, nonché il supporto e la manutenzione del sistema in produzione.

“Una pietra miliare per l’ecosistema europeo dell’IA e un passo significativo nel rafforzamento del ruolo dell’Italia nel panorama tecnologico globale. Con il sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca e attraverso una stretta collaborazione con EuroHPC Joint Undertaking ed E4 Computer Engineering, stiamo costruendo un ambiente sicuro, sovrano e ad alte prestazioni in cui l’innovazione europea possa prosperare, pienamente in linea con i valori europei in materia di privacy dei dati e autonomia tecnologica”, ha spiegato Gabriella Scipione, HPC Director di CINECA.

È l’evoluzione del supercalcolatore LEONARDO verso una infrastruttura AI-ottimizzata di prima classe, concepita come uno sportello unico, user-friendly e altamente competitivo. L’obiettivo è costruire un ecosistema coeso capace di connettere ricercatori, sviluppatori, startup e PMI, colmando il divario tra i fornitori di soluzioni AI e i potenziali utilizzatori: pubblica amministrazione, università, imprese e studenti.

AI, supercalcolo e sovranità digitale nazionale ed europea

Il progetto è entrato nella sua fase operativa il 5 settembre 2025 al DAMA Tecnopolo di Bologna, alla presenza della Vicepresidente della Commissione Europea, Henna Virkkunen, e del Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini.

Dal punto di vista settoriale, il supercomputer si concentrerà sull’adozione dell’AI in comparti strategici come l’agroalimentare, la cybersecurity, le scienze della terra e il manifatturiero, attraverso l’accesso a repository di dati e servizi specifici per ciascun dominio, insieme a iniziative di formazione per qualificare l’intero ecosistema.

Con 14 supercomputer e il 7,2% della potenza di calcolo globale, l’Italia è oggi il terzo Paese al mondo per capacità computazionale, dietro solo a colossi come Stati Uniti e Giappone​.

IT4LIA è parte del più ampio programma europeo di AI Factories gestite da EuroHPC/JU, che punta a creare un ecosistema sovrano di AI e calcolo ad alte prestazioni sul suolo UE. Posizionando l’Italia come hub centrale (Bologna) di questo ecosistema, il Paese aumenta il suo peso nelle decisioni su standard, governance dei dati, e architetture cloud‑AI, consolidando una sovranità digitale collettiva europea a cui l’Italia contribuisce in modo strutturale.

Il progetto rafforza la strategia italiana di sovranità digitale perché colloca sul territorio nazionale un’infrastruttura di supercalcolo e AI ad alto livello, controllata tramite enti pubblici e sovranazionali europei, e aperta a PA, ricerca e imprese italiane, riducendo dipendenze da infrastrutture cloud e AI proprietarie straniere.

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OpenAI presenta GPT-5.4-Cyber a governi e alleati Five Eyes

OpenAI ha avviato negli ultimi giorni una serie di briefing con agenzie federali statunitensi, governi locali e Paesi dell’alleanza Five Eyes per presentare le capacità del suo nuovo prodotto di cybersecurity: GPT-5.4-Cyber.

La notizia, riportata da Axios segnala l’interesse crescente delle istituzioni per strumenti AI avanzati applicati alla sicurezza.

GPT-5.4-Cyber: un nuovo modello per la difesa

La sicurezza informatica sta diventando uno dei principali terreni di confronto tra laboratori di AI come OpenAI e Anthropic. I modelli più avanzati, infatti, rappresentano un doppio elemento: da un lato possono introdurre nuovi rischi, dall’altro offrono capacità sempre più sofisticate per la difesa.

OpenAI ha presentato la scorsa settimana, una variante del suo modello di punta ottimizzata per attività di cybersecurity difensiva. Il sistema è stato mostrato a circa 50 professionisti della difesa informatica durante un evento a Washington, con dimostrazioni pratiche delle sue capacità.

Accesso controllato e alleanza Five Eyes

L’azienda ha avviato briefing anche con i Paesi membri dei Five Eyes — Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda — con l’obiettivo di selezionare e abilitare i primi utilizzatori del modello.

GPT-5.4-Cyber sarà inizialmente distribuito in modo limitato, solo a fornitori di sicurezza, organizzazioni e ricercatori verificati. La scelta riflette la natura più permissiva del sistema, che richiede controlli rigorosi per evitare utilizzi impropri.

La sfida tra OpenAI e Anthropic

La mossa arriva a breve distanza dal lancio di Mythos da parte di Anthropic, un modello con caratteristiche simili ma orientato anche alla capacità di sfruttare le vulnerabilità individuate. Anche in quel caso, la distribuzione è stata limitata a pochi partner selezionati, tra cui Amazon, Apple e Microsoft, a conferma di un approccio prudente verso tecnologie ad alto potenziale dual use.

Il confronto tra OpenAI e Anthropic segna l’avvio di una nuova fase: la competizione non riguarda più solo modelli generativi, ma sistemi in grado di operare direttamente su codice e infrastrutture critiche. Si tratta di strumenti progettati per un uso professionale, con applicazioni immediate nella sicurezza informatica, dal vulnerability assessment all’analisi delle superfici di attacco.

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L’inganno dell’intelligenza artificiale

L’inganno dell’intelligenza artificiale
  • Pubblicato: 17/03/2026
  • Pagine: 324
  • ISBN: 9791259678447
  • Prezzo: 20,00
  • Fazi editore

Le tecnologie vendute come “intelligenza artificiale” sono spesso presentate come una magia capace di risolvere ogni problema. Emily M. Bender e Alex Hanna, due delle voci più influenti nel dibattito sull’IA, spiegano perché non è così. In questo saggio illuminante smontano l’esaltazione mediatica alimentata dalle Big Tech: l’IA di oggi è fatta di sistemi statistici su larga scala, che producono linguaggio e immagini senza comprenderli – non un’intelligenza pensante ma «pappagalli stocastici», secondo la definizione resa popolare da Bender per descrivere rischi e limiti dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT e Gemini.

Le autrici ripercorrono le radici del tecno-ottimismo contemporaneo, spiegano con chiarezza che cos’è l’IA e come funzionano davvero questi sistemi. Ne sfatano i falsi miti (neutralità delle macchine, automazione “inevitabile”) e mettono in luce le insidie del loro impiego in ambiti chiave – lavoro, sanità, giustizia, istruzione, scienza, arte e giornalismo. Dietro la retorica dell’innovazione emergono dati raccolti senza consenso, lavoro nascosto e sottopagato, un impatto ambientale crescente e un marketing che propone illusioni come possibilità concrete.

Bender e Hanna sollevano domande chiave: l’IA ci renderà più competenti o più dipendenti? Creerà una società più equa o più diseguale? Chi ne risponde quando un algoritmo sbaglia?

Una riflessione lucida, brillante e accessibile sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale: per riportare il dibattito sulle questioni essenziali – diritti, trasparenza, responsabilità –, scegliere consapevolmente quali tecnologie adottare e costruire un futuro in cui l’innovazione torni al servizio delle persone.

Emily M. Bender, è linguista computazionale e professoressa all’Università di Washington, dirige il master in Computational Linguistics. Tra le studiose di riferimento internazionali su linguaggio e IA, nel 2023 è stata inclusa da «Time» nella lista delle 100 persone più influenti nel campo dell’intelligenza artificiale.

Alex Hanna, sociologa, già ricercatrice in Google, oggi è direttrice della ricerca al Distributed ai Research Institute (DAIR) e docente alla School of Information dell’Università della California, Berkeley. È tra le voci più ascoltate sui risvolti sociali dell’IA. Le sue analisi compaiono su «The Washington Post», «Financial Times», «Time» e altre testate.

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L’impresa corre con l’AI: la produttività sale del 5,2%

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Efficienza e redditività in aumento, ma la diffusione resta ferma all’11,2%

Nelle imprese che adottano l’intelligenza artificiale, il valore aggiunto generato da ogni lavoratore aumenta del +5,2% e il margine operativo lordo (EBITDA) per addetto cresce dell’11,9%. È quanto emerge da un’analisi di Banca d’Italia sull’impatto economico dell’AI nelle imprese italiane. Non è fantascienza, non è propaganda tech: sono numeri, e vengono da una delle istituzioni più serie e prudenti del paese. In termini concreti, ogni dipendente contribuisce a produrre più valore e più margine per l’azienda — e no, non a scapito di nessuno: questo avviene senza variazioni significative nell’occupazione complessiva e senza un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto.

L’aumento della produttività dipende soprattutto da processi più efficienti. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per automatizzare le attività ripetitive, ridurre i tempi e usare meglio le risorse. Questo libera tempo che viene spostato su compiti a maggiore valore aggiunto, con un effetto diretto sulla produttività media. Il risultato è semplice: le imprese riescono a produrre di più e a generare più margini con le stesse risorse, senza aumentare gli input. In questo senso, l’AI non sostituisce il lavoro, ma ne migliora l’efficacia.

AI, diffusione lenta tra le imprese italiane

In Italia la diffusione dell’intelligenza artificiale resta ancora contenuta. Sulla base di dati raccolti nel 2024 su imprese con almeno 50 addetti, l’11,2% utilizza già queste tecnologie, mentre il 28,4% prevede di adottarle entro i due anni successivi. Accanto a queste, il 33,4% le considera non rilevanti per la propria attività e il 26,9% non esprime una valutazione, segno di una diffusione ancora incerta e disomogenea. Il confronto europeo conferma il ritardo: secondo Eurostat, solo l’8,2% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza l’AI, contro una media UE del 13,5%.

La tecnologia resta quindi concentrata in una parte limitata del sistema produttivo, soprattutto tra le imprese più grandi e nei settori a maggiore intensità di conoscenza. Questo limita, almeno in questa fase, l’impatto sull’economia nel suo complesso: i miglioramenti in termini di produttività e margini emergono già a livello aziendale, ma non sono ancora abbastanza diffusi da incidere in modo significativo sugli aggregati macroeconomici.

Con l’AI le imprese hanno più profitti

L’adozione dell’intelligenza artificiale si traduce in un miglioramento diretto dei margini. Nelle imprese che la utilizzano, il ROA aumenta di circa +0,5 punti percentuali, il rapporto tra EBITDA e ricavi cresce di +2,0 punti percentuali e il cash flow in rapporto agli attivi sale di +0,6 punti percentuali. In concreto, significa che le aziende non solo producono valore, ma riescono anche a trasformarne una quota maggiore in margine e liquidità. Il ROA misura il rendimento delle risorse impiegate, quindi quanto l’azienda è efficiente nell’utilizzare capitale e asset, mentre il cash flow indica la capacità di generare cassa dall’attività operativa.

Il punto centrale è proprio questo: l’AI non incide solo sui volumi, ma sulla qualità economica della produzione. Riducendo inefficienze, tempi e sprechi, consente alle imprese di trattenere una parte più ampia del valore generato. I ricavi diventano più “profittevoli” e l’attività operativa più solida dal punto di vista finanziario. È in questo senso che si parla di margini in aumento: non perché le imprese vendono necessariamente di più, ma perché guadagnano di più su ciò che producono.

AI, lavoro stabile ma più qualificato

L’introduzione dell’intelligenza artificiale non modifica in modo significativo il numero complessivo di occupati nelle imprese che la adottano: i dati non evidenziano variazioni rilevanti nei livelli totali di occupazione. Cambia però la composizione della forza lavoro. In particolare, aumenta la quota di lavoratori white collar – impiegati e figure con mansioni amministrative, tecniche o gestionali – di +0,7 punti percentuali, mentre diminuisce quella dei blue collar, legati ad attività manuali o ripetitive, di −1,1 punti percentuali. L’effetto principale è quindi una riallocazione interna del lavoro verso profili più qualificati, più che una riduzione o un aumento dell’occupazione complessiva.

Il cambiamento riguarda soprattutto la qualità del lavoro, più che la sua quantità. L’intelligenza artificiale viene impiegata per automatizzare attività operative e ripetitive, mentre cresce il peso delle funzioni che richiedono competenze analitiche, organizzative e decisionali. Ne deriva una riorganizzazione interna di processi e ruoli, senza effetti evidenti sul numero complessivo degli occupati. Questa lettura è coerente anche con le aspettative delle imprese: circa il 70% non prevede alcun impatto sull’occupazione, mentre il 17% si attende una riduzione e solo il 2% un aumento.

Più efficienza nei processi che innovazione

Nelle imprese l’intelligenza artificiale entra ovviamente più nei processi che nei prodotti. Nel 54% dei casi viene utilizzata per rendere più efficienti le attività produttive e organizzative, mentre nel 24,8% serve a automatizzare compiti ripetitivi e standardizzati. Solo in una quota più limitata, pari al 13,9%, contribuisce a migliorare la qualità di prodotti e servizi, e in appena il 3,6% dei casi viene impiegata per sviluppare nuove offerte o applicazioni più innovative. Il quadro che emerge è quello di un utilizzo ancora pragmatico: l’AI viene adottata prima di tutto per far funzionare meglio ciò che già esiste, più che per cambiare in modo radicale il modello di business.

Con l’AI, prezzi stabili e rincari più contenuti

Nel breve periodo l’intelligenza artificiale non cambia i prezzi praticati dalle imprese: i listini restano sostanzialmente invariati e non emergono effetti significativi sui prezzi applicati. La differenza si vede guardando avanti. Le aziende che adottano l’AI si aspettano aumenti più contenuti, inferiori di circa 0,4 punti percentuali rispetto a chi non la utilizza. In altre parole, prevedono di ritoccare i prezzi meno del resto del mercato.

Alla base ci sono i guadagni di efficienza. Processi più veloci, meno errori e un uso più efficace delle risorse riducono i costi operativi nel tempo. Questi benefici non si trasferiscono subito sui prezzi, ma iniziano a entrare nelle strategie future delle imprese. L’effetto è graduale e si riflette soprattutto nelle aspettative: una minore pressione ad aumentare i listini negli anni successivi.

L’AI non cambia l’inflazione oggi, ma domani sì

Le imprese che adottano l’intelligenza artificiale si aspettano un’inflazione più bassa nel medio periodo: −0,25 punti percentuali a due anni e −0,33 a quattro anni. In questo caso, per inflazione si intendono le aspettative delle aziende sull’aumento generale dei prezzi nell’economia. Nel breve termine, infatti, non emergono differenze: tra i 6 e i 12 mesi le previsioni restano sostanzialmente invariate. Il cambiamento riguarda l’orizzonte più lungo, dove i guadagni di efficienza legati all’AI iniziano a essere incorporati nelle aspettative. In altre parole, le imprese si attendono che, nel tempo, produrre costi meno e questo contribuisca a ridurre la pressione sui prezzi.

Diffusione diseguale: l’AI resta per pochi

L’intelligenza artificiale non sta avanzando in modo uniforme nel sistema produttivo. Si concentra soprattutto nelle imprese più grandi e nei settori ad alta intensità di conoscenza, dove competenze tecniche, investimenti digitali e strutture organizzative più complesse rendono più facile integrare queste tecnologie nei processi. È qui che l’AI trova terreno fertile e produce effetti più evidenti in termini di produttività e margini.

Al di fuori di questo perimetro, la diffusione è ancora limitata. Le imprese più piccole e meno strutturate faticano ad adottarla, sia per mancanza di risorse sia per competenze. Ne deriva un quadro ancora parziale: i benefici esistono, ma restano concentrati. Il rischio, in questa fase, è che si allarghi la distanza tra le aziende che riescono a sfruttare l’AI e quelle che restano indietro.

Fonte: Banca d’Italia

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L’analisi di ASviS. Vespignani (Northeastern University): “Umani e AI sono ormai un unico sistema”

Anche se molti non se ne rendono conto, l’intelligenza artificiale (AI) fa ormai parte delle nostre vite: “un processo dinamico nel quale le nostre scelte alimentano gli algoritmi e gli algoritmi, a loro volta, orientano preferenze, comportamenti e visioni del mondo. Dai sistemi di raccomandazione agli assistenti digitali, fino alle piattaforme social e ai modelli generativi, si attiva un ‘circolo di feedback’ continuo che trasforma dati in decisioni e decisioni in nuovi dati. Questo intreccio produce effetti sociali complessi, talvolta inattesi, che riguardano informazione, polarizzazione, consumi, partecipazione democratica. Comprendere le dinamiche di questa interazione è decisivo per governare l’intelligenza artificiale con responsabilità, sviluppando strumenti teorici e normativi capaci di affrontare le sfide tecniche, etiche e politiche poste da un ecosistema sempre più interconnesso, e promuovendo consapevolezza critica nei cittadini”.

Così si presentava sul sito della Biennale Tecnologia – Soluzioni, la lectio magistralis di Alessandro Vespignani al Politecnico di Torino, che il 15 aprile ha dato il via alla manifestazione, parlando sul tema: “La co-evoluzione di esseri umani e intelligenza artificiale”.

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Alessandro Vespignani è presidente della Fondazione Isi di Torino ed è Sternberg family distinguished university professor presso la Northeastern University, dove dirige il Network Science Institute. La sua ricerca si colloca all’intersezione tra modellistica computazionale, scienza dei dati e sistemi complessi, con un focus sui fenomeni di contagio come le epidemie, la diffusione dell’informazione e i comportamenti collettivi. Ma è anche autore di libri di divulgazione scientifica, tra cui L’algoritmo e l’oracolo e I piani del nemico.

Ecco il video integrale dell’evento di apertura della Biennale Tecnologia. Dopo l’introduzione di Luca Antonio Graziani, professional roject anager per le  manifestazioni culturali dell’Ateneo, è intervenuto per un saluto il rettore del Politecnico Stefano Paolo Corgnati. Si è poi entrati nel vivo del tema con l’intervento di Guido Saracco, ex rettore del Politecnico e curatore di Biennale Tecnologia (dal minuto 10.30) e la conferenza di Vespignani (dal minuto 19). Ne riportiamo le conclusioni.

“Dobbiamo reinventare completamente come facciamo formazione, educazione, università. Pensare che il sistema universitario nel mondo, non in Italia, nel mondo, possa continuare tra cinque anni a essere quello che è ora è ingenuo, non può essere. Noi dobbiamo reinventarlo completamente. È inutile che vietiamo l’uso dell’intelligenza artificiale o diciamo no ‘usiamo tutti l’intelligenza artificiale’, non funziona così. Noi dobbiamo creare un sistema formativo che tenga conto del tasso di velocità di questa macchina è alla quale non siamo preparati. (…) Noi non dobbiamo solo rispondere alle domande di oggi; quando noi pensiamo all’Agi, quando pensiamo a queste macchine, sono domande che valgono oggi e probabilmente non varranno tra quattro anni. E quando facciamo insegnamento, non possiamo insegnare cose che sono già vecchie nel momento in cui ne stiamo parlando; cioè il nostro sistema formativo, il nostro sistema di comunicazione deve cominciare a parlare di cose che vedono il futuro, altrimenti saremo sempre indietro. Una volta si diceva: le università devono insegnare quello di cui poi l’industria e il mondo del lavoro ha bisogno. Il problema è che noi adesso dobbiamo insegnare quello di cui forse il mondo del lavoro avrà bisogno tra cinque anni perché gli studenti poi escono tra cinque anni e tra cinque anni quello che insegniamo ora probabilmente sarà già un’altra cosa. Quali sono gli strumenti per chi ha una formazione universitaria, per essere pronto a ingaggiare il mondo in cinque anni? È giusto partire dalle domande giuste. Questa è la mia conclusione: abbiamo realmente costruito il sistema complesso più sofisticato della storia umana ed è ora di iniziare a studiarlo come un sistema complesso”.

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L’AI entra nei licei italiani. Mim: “L’obiettivo è formare una coscienza digitale”

L’intelligenza artificiale nelle nuove Indicazioni per i licei italiani volute dal ministro Valditara

L’intelligenza artificiale (AI) entra ufficialmente e di fatto nei licei italiani, non come oggetto di fascinazione tecnologica, ma “come territorio critico da governare”. È quanto si legge sul sito del ministero dell’Istruzione e del merito (Mim) in attuazione delle nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, fortemente volute dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara.

Indicazioni che il ministero invierà anche ai rappresentanti delle Consulte studentesche e altri stakeholders e che saranno adottate “solo al termine del percorso di ascolto della comunità scolastica”. Il testo è alla base di un progetto di riforma del secondo ciclo di istruzione che ripensa a livello strutturale l’intera funzione formativa della scuola superiore, in particolare il rapporto tra le discipline scolastiche e i cambiamenti profondi che stanno interessando la nostra società.

AI e coscienza digitale al tempo dell’epistemia

Tornando all’AI, in attuazione della Legge 132/2025 e dell’AI Act europeo, il suo inserimento a livello disciplinare segue una logica ben precisa e un obiettivo chiave: “formare una coscienza digitale capace di distinguere tra la simulazione algoritmica — la doxa — e il sapere validato — l’epistéme”, è chiarito nel comunicato ministeriale.

In greco antico epistémē indicava “la conoscenza vera, certa e giustificata”, diversa dalla semplice “opinione” (doxa).

Oggi, soprattutto in Italia, il termine epistémē è stato ripreso per descrivere un fenomeno psicologico e culturale su cui molto di dibatte: l’epistemia. Ci si sente “più istruiti” o “più competenti” solo perché un chatbot AI produce testi ben formulati, anche se non si sono verificati i dati o i ragionamenti che li hanno prodotti. Di fatto, sempre più spesso, la plausibilità del discorso, la buona estetica (come di dice, qualcosa che ‘suona bene’) sostituisce la verifica della conoscenza, creando l’illusione di possedere sapere reale.

“Viviamo in un’epoca in cui la fluidità del linguaggio viene scambiata per profondità. In cui la plausibilità sintattica di una frase basta a conferirle autorevolezza. È qui che prende forma una nuova condizione cognitiva, che possiamo chiamare epistemia: l’incapacità di distinguere ciò che suona come conoscenza da ciò che è conoscenza“, scrive uno dei massimi esperti di questo argomento, Walter Quattrociocchi, professore ordinario di Informatica all’Università di Roma “La Sapienza” e alla guida del Center of data science and complexity for society (da leggere lo studio “The simulation of judgment in LLMs“, pubblicato su PNAS).

Un problema enorme, che intacca i processi conoscitivi, cognitivi e decisionali. Fidarsi di un testo ‘che suona bene’ genera approssimazione, ignoranza, disinformazione e cattiva coscienza di sé e dell’ambiente in cui si vive.

Governare la tecnologia con consapevolezza

Probabilmente Valditara e il suo ministero non si preoccupano (ancora) di questo aspetto, invece così presente nella nostra esperienza quotidiana con l’AI e con le sue simulazioni di realtà (che ormai stanno sempre più caratterizzando il nostro mondo e il nostro modo di stare al mondo). L’intento del Mim è fare in modo che gli studenti imparino ad usare l’AI consapevolmente, ma anche a interrogarla, “a riconoscerne i limiti, a tutelarne i confini rispetto alla propria libertà intellettuale”.

Insomma, “l’obiettivo non è addestrare studenti all’uso degli strumenti digitali: è formarli a governarli con consapevolezza”.

Una missione di grande importanza, anche perchè oggi un giovane su due in Italia proprio in età scolastica usa ormai chatbot AI.

Capire l’AI, con la matematica

Altra novità importante è proporre la matematica come “esperienza intellettuale”, cioè fare in modo che le tecniche alla base di questa disciplina scolastica così importante diventino “strumenti per comprendere concetti, modelli e decisioni — ovvero per esercitare quella cittadinanza attiva e critica che è l’obiettivo ultimo del percorso liceale”.

Alla matematica, poi, è affidato “il compito di fornire i concetti e il linguaggio che stanno alla base dei sistemi di AI”.

Via la Geostoria, un posto al sole per italiano e filosofia

Tra le altre Indicazioni per i licei annunciate del ministero, c’è il rilancio della lettura come pratica identitaria, la fine della geostoria e il ritorno come discipline autonome di storia e geografia. La filosofia, invece, troverà un nuovo posto a scuola come “pratica concreta (esercizio di riflessione, interrogazione, giudizio, argomentazione)” e come “sapere storico e teorico, tradizione di autori e testi da conoscere e approfondire”.

Non ultimo un ritrovato ruolo dei licei nel migliorare le relazioni umane e quindi la società nel suo insieme. Una specie di missione etica in cui “i licei dedicano ampio spazio all’educazione emotiva e relazionale così come al contrasto di ogni forma di violenza e di discriminazione”, dove “il rispetto è riconosciuto come presupposto etico che precede e fonda l’agire civile: non una norma da rispettare, ma una disposizione da coltivare”. Strumenti utili a costruire i fondamenti della convivenza pluralistica, “dove l’inclusione non è concessione ma architrave della cultura occidentale moderna”.

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Intelligenza artificiale e criminalità Informatica: quando lo stesso strumento difende e attacca

L’AI ridisegna i confini della digital forensics e apre interrogativi inediti per magistratura e forze dell’ordine

C’è un momento preciso in cui una tecnologia smette di essere neutrale. Non è quando viene usata per fare del male, perché quella è una storia antica quanto il fuoco. È quando diventa così pervasiva, così duttile, così integrata nella catena causa-effetto del crimine da rendere irriconoscibile la distinzione tra arma e scudo. Con l’intelligenza artificiale applicata alla cybersecurity, quel momento è adesso.

Un paper depositato su arXiv il 16 ottobre 2025, dopo essere stato presentato all’APWG-EU Tech Summit and Researchers Forum di Cagliari nel giugno dello stesso anno, mette a fuoco con rara lucidità questa doppia natura dell’AI applicata alla criminalità informatica.

I suoi autori, Silvia Lucia Sanna, Leonardo Regano, Davide Maiorca e Giorgio Giacinto, lavorano tutti all’Università di Cagliari, nell’ambito del progetto SERICS finanziato dal PNRR europeo. Il titolo, sobrio e tecnico, non tradisce l’ambizione dell’analisi: Improving Cybercrime Detection and Digital Forensics Investigations with Artificial Intelligence. Ma quello che il paper contiene è molto più di un inventario di tecniche. È una mappa concettuale di un territorio in rapida trasformazione, con implicazioni che si estendono ben oltre i laboratori universitari, fino alle aule dei tribunali.

Il doppio volto dell’AI nella criminalità informatica e nelle indagini digitali

La premessa da cui muovono i ricercatori cagliaritani è scomoda ma ineludibile: i modelli linguistici di grandi dimensioni, Gemini, Copilot e ChatGPT, che oggi assistono gli analisti forensi nell’elaborazione di enormi volumi di evidenze digitali, sono gli stessi strumenti che i criminali informatici possono impiegare per nascondere le proprie tracce, automatizzare attacchi e generare contenuti sintetici difficili da attribuire.

Non si tratta di un paradosso astratto. È la descrizione operativa di un ecosistema in cui l’AI agisce simultaneamente come lente d’ingrandimento per gli investigatori e come nebbia artificiale per chi vuole sottrarsi all’indagine. Il riferimento esplicito nel paper è a un recente rapporto Europol sul cybercrime in Europa, che conferma la persistenza e la crescente complessità del fenomeno, richiedendo strumenti di contrasto all’altezza.

Sul versante difensivo, il contributo dell’AI alla forensics digitale è già consistente e documentato. I sistemi di machine learning permettono di analizzare in tempo reale flussi di dati di rete alla ricerca di pattern anomali, di classificare malware con una granularità che gli approcci signature-based non possono raggiungere, di correlare eventi distribuiti su infrastrutture eterogenee ricostruendo catene di attacco che altrimenti rimarrebbero invisibili.

I Large Language Model, in particolare, stanno emergendo come strumenti di supporto cognitivo per gli analisti: capaci di supportare la fase di reporting, producendo bozze di documenti, definendo glossari tecnici e sintetizzando le evidenze in linguaggio comprensibile anche per i non specialisti, e di accelerare il triage su volumi di prove che nessun team umano potrebbe processare nei tempi richiesti da un’indagine.

Ma è sull’altro versante, quello offensivo e anti-forense, che il paper introduce gli elementi più perturbanti.

Il caso studio: steganografia LSB generata da tre chatbot

Il contributo più originale della ricerca riguarda un caso studio condotto direttamente dai ricercatori, che vale la pena esaminare nella sua specificità tecnica. Sanna e colleghi hanno testato Gemini, Copilot e ChatGPT su due capacità distinte: la generazione di immagini con contenuto steganografico tramite tecnica LSB (Least Significant Bit) e la produzione di codice Python funzionante per la codifica e decodifica di immagini steganografiche.

La steganografia digitale applicata sulle immagini è una delle tecniche di occultamento dati più consolidate: consiste nel modificare i bit meno significativi dei pixel di un’immagine per nascondervi informazioni, in modo percettivamente invisibile all’occhio umano. L’immagine di input usata nel test è un file PNG bianco prelevato da Wikimedia, nel quale è stato incorporato il messaggio segreto “This is a secret message APWG.” Le immagini generate e i contenuti nascosti sono stati poi verificati con zsteg, un tool Linux specializzato in analisi steganografica, e con uno script esterno disponibile su GitHub.

I risultati sono significativi: tra i tre modelli testati, Copilot si è dimostrato il più performante nell’esecuzione di entrambi i compiti. Un dato che non è un dettaglio minore: emerge da un test controllato e comparativo, con implicazioni dirette sulla valutazione del rischio nei diversi ecosistemi di AI generativa.

È fondamentale riportare una precisazione che i ricercatori stessi formulano in modo esplicito: la presenza di questi chatbot in un contesto digitale non è di per sé un indicatore di criminalità o attività malevola. La tecnica steganografica, se impiegata da un criminale informatico, diventa uno strumento anti-forense, ma la stessa tecnica ha usi legittimi nella protezione delle comunicazioni. Questa distinzione, che il paper enuncia con chiarezza, è essenziale per evitare letture fuorvianti del lavoro.

La sfida per gli investigatori: quando il codice viene scritto dall’AI

Il dato che rende la ricerca particolarmente rilevante per chi lavora nelle investigazioni non è tanto la tecnica in sé, ma la democratizzazione del suo accesso. Un soggetto privo di competenze di programmazione avanzata può chiedere a un modello linguistico di generare uno script steganografico, personalizzarlo e incorporarlo in un flusso operativo d’attacco. La barriera tecnica all’ingresso si abbassa in modo radicale. La rilevabilità del contenuto nascosto, già difficile per sua natura, non peggiora sul piano tecnico, ma si moltiplica su scala: più attori potenziali, più artefatti, più rumore di fondo per gli investigatori.

Si pone poi un problema ulteriore, che il paper apre pur senza pretendere di risolverlo: come si documenta e si attribuisce, in sede processuale, un contenuto generato tramite AI? Quando il codice che nasconde le prove è stato scritto da un chatbot su richiesta dell’indagato, la catena causale che collega soggetto e artefatto diventa più complessa da dimostrare. Non si tratta ancora di un tema affrontato esplicitamente dal sistema giudiziario italiano, ma è la traiettoria logica di ciò che questo tipo di ricerca rende oggi tecnicamente possibile.

Il paper anticipa infine una visione ancora più radicale per il futuro: gli autori prevedono che l’AI sarà usata in modo sempre più pervasivo tanto nel cybercrime quanto nella digital forensics, fino a configurare scenari di AI-vs-AI interamente autonomi, in cui sistemi di attacco e sistemi di difesa si fronteggiano senza intermediazione umana diretta.

Implicazioni operative per gli investigatori

Per chi lavora sul campo, unità di cybercrime, CERT, team SOC e magistratura specializzata, il paper suggerisce alcune linee di riflessione immediate.

La prima riguarda la formazione. Se gli LLM sono strumenti già usati sia dagli analisti sia dagli attaccanti, le competenze necessarie per valutarne l’output, comprenderne i limiti e riconoscerne i pattern, devono entrare nei programmi di aggiornamento delle forze dell’ordine in modo strutturale, non episodico.

La seconda riguarda la catena di custodia digitale. In un contesto in cui contenuti generati da AI si moltiplicano, la documentazione del processo di raccolta e analisi delle evidenze deve includere procedure specifiche per l’identificazione di artefatti potenzialmente prodotti o modificati tramite AI. Non è più sufficiente certificare che un file “esiste”: occorre certificare con quale grado di confidenza si possa classificare la sua origine.

La terza, la più delicata, riguarda il valore probatorio delle analisi AI-assistite in sede processuale. Come approfondito anche nel dibattito sulla digital forensics e il diritto, gli strumenti di rilevazione automatica sono accurati ma non infallibili, e la loro accuratezza varia in funzione del modello che ha generato il contenuto e delle eventuali tecniche di offuscamento applicate. Utilizzarli come prova diretta senza un adeguato framework di riferimento e senza perizia tecnica qualificata rischia di introdurre nel processo una forma di errore sistematico difficile da contestare.

Vale la pena segnalare, infine, un ulteriore problema di contesto: l’uso di Private AI in ambito forense sta emergendo come requisito operativo nelle indagini più sensibili, proprio perché l’invio di evidenze digitali a servizi AI in cloud introduce criticità di controllo dei dati incompatibili con la catena di custodia.

Un contributo italiano al dibattito globale

Vale la pena sottolineare la provenienza istituzionale di questo lavoro, non per campanilismo, ma per una ragione sostanziale. Il paper nasce all’interno del progetto SERICS (Security and Rights in CyberSpace), uno dei spoke del PNRR dedicati alla cybersecurity, che coinvolge decine di atenei e centri di ricerca italiani. Il fatto che Silvia Lucia Sanna conduca questa ricerca nell’ambito del Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale (Sapienza Università di Roma in collaborazione con l’Università di Cagliari) segnala una continuità di investimento sistemico che va ben al di là del singolo paper.

L’Italia è uno dei paesi europei in cui il dibattito sull’uso processuale dell’AI è più vivo, sia per la tradizione di dottrina giuridica in materia di prova digitale, sia per la presenza di strutture investigative specializzate con sensibilità tecnica crescente. Un lavoro come quello di Sanna e colleghi non è solo un contributo alla letteratura accademica: è un documento che può e dovrebbe alimentare la formazione delle procure specializzate e informare le linee guida che le istituzioni competenti stanno costruendo attorno all’uso investigativo dell’intelligenza artificiale.

Conclusione: la neutralità non è un’opzione

L’intelligenza artificiale non ha alleanze. Ottimizza obiettivi. Se l’obiettivo è rilevare una comunicazione criminale nascosta in un’immagine, l’AI può farlo. Se l’obiettivo è nascondere quella comunicazione in modo da complicarne l’individuazione e l’attribuzione, l’AI può farlo con la stessa competenza e, come dimostra il caso di Copilot nel test dei ricercatori cagliaritani, con una certa efficacia.

Questa simmetria non è una ragione per limitare l’uso dell’AI nella forensics. È invece una ragione per sviluppare, con urgenza e rigore, i framework tecnici, legali e procedurali che permettano di usare questi strumenti in modo robusto, verificabile e giuridicamente sostenibile.

Il paper di Sanna, Regano, Maiorca e Giacinto non offre risposte definitive. Offre qualcosa di più prezioso: dati sperimentali concreti e le domande giuste. In un campo che cambia a questa velocità, è già un contributo straordinario.

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AI, ultimi in Europa. Secondo l’Istat usata dal 20% degli italiani, contro media Ue del 33%

L’AI utilizzata da un giovane su due in Italia

Spesso, purtroppo, l’Italia fa notizia per record poco invidiabili, soprattutto nel settore tecnologico e in termini di utilizzo di nuovi strumenti tra la popolazione. Secondo la ricerca “Cittadini e ICT” per l’anno 2025 dell’Istat, gli italiani conoscono l’intelligenza artificiale (AI), ma non la usano.

Stando ai nuovi dati statistici, “a livello europeo, il 32,7% della popolazione tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato strumenti di AI, mentre in Italia la quota è pari al 19,9%”. Questo risultato colloca il nostro Paese al penultimo posto nella graduatoria europea, davanti alla sola Romania (17,8%).

Se si usa la lente e ci si concentra sulla fascia di età che va da 14 a 19 anni, il dato migliora nettamente: l’AI è usata dal 51,2% dei giovani e dal 43,1% di chi ha tra i 20 ed i 24 anni. Con una differenza significativa in termini di genere: l’AI piace ed è utilizzata dal 53,3% delle ragazze, contro il 49,1% dei ragazzi.

La differenza la fa il titolo di studio e dove abiti, ma in tanti affermano di non avere bisogno dell’AI

Prendendo in considerazione, invece, il titolo di studio: la quota di utilizzatori di 25 anni e più raggiunge il 32% tra le persone con titolo di studio elevato, si riduce al 14,6% tra chi possiede un diploma di scuola secondaria superiore e si attesta al 3,6% tra coloro che hanno al massimo la licenza media.

A livello regionale, l’utilizzo dell’AI è più diffuso nel Nord (19,7%) e nel Centro (18,8%), rispetto al Mezzogiorno (14,6%).

Tra chi non utilizza l’AI, il 59,9% degli italiani ha dichiarato che il motivo risiede nella mancanza di necessità, seguito dal 21,6% che ha indicato di non saperli utilizzare. Il 5,5% ha sollevato, invece, preoccupazioni relative alla sicurezza o alla protezione dei dati personali, mentre il 4,8% ha precisato di non essere a conoscenza dell’esistenza di tali strumenti.

Raddoppia il numero di imprese che fa uso di AI

L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro e l’organizzazione dei processi produttivi nelle imprese italiane. Nel 2025, secondo le stime Anitec-Assinform, il mercato italiano vale già 1,24 miliardi di euro, in crescita del 33% rispetto ai 935 milioni del 2024 e con proiezioni da oltre 2,5 miliardi entro il 2028. Parimenti, gli ultimi dati ISTAT, mostrano un’accelerazione senza precedenti nell’adozione nelle imprese: la quota di queste ultime ad utilizzare almeno una soluzione di IA è più che raddoppiata tra 2024 e 2025 passando dall’8 al 16,4%.

Aumentano però le competenze digitali

Nel 2025 l’87,3% delle famiglie dispone di un accesso a internet (+1,1% rispetto all’anno precedente). L’analisi territoriale evidenzia un persistente ritardo del Mezzogiorno, pari circa 5 punti percentuali in meno rispetto al Centro-Nord.

Internet è il mezzo principale ancora oggi per migliorare le proprie competenze digitali. 54,3% è la quota di chi, tra 16 e 74 anni, dichiara di avere competenze digitali almeno di base, +8,4% in più rispetto all’anno precedente. Resta però lontano l’obiettivo europeo che punta, entro il 2030, a una quota dell’80%.

In Italia, come in altri Paesi europei, spiega l’Istat, le competenze digitali sono caratterizzate da forti divari associati a specifiche caratteristiche socio-culturali della popolazione. Nel 2025, il 71,7% dei ragazzi di 20-24 anni, che hanno usato Internet, afferma di avere competenze digitali almeno di base. Una quota che scende rapidamente con l’età, per arrivare al 49,1% tra i 55-59enni e attestarsi al 27,4% tra le persone di 65-74 anni.

Eppure, il 63,9% delle famiglie composte esclusivamente da anziani (65 anni e più) dispone di un accesso a internet da casa. Una quota, questa, che registra un incremento di 3,3 punti percentuali rispetto al 2024, attenuando la distanza, per quanto ancora notevole, dalle famiglie con almeno un minore (98,7%).

Un italiano su due usa Spid e Cie

Più di metà degli italiani utilizza Spid o Cie. Lo indica l’Istat nel Report Cittadini e Itc nel 2025. Nel 2025 il 53,2% della popolazione tra 16 e 74 anni che ha utilizzato Internet negli ultimi 12 mesi ha utilizzato il Sistema Pubblico di Identità Digitale (Spid) o la Carta d’Identità Elettronica (Cie) nei 12 mesi precedenti l’intervista per accedere a servizi online della Pa o dei gestori dei servizi pubblici (es. servizi sanitari o fiscali) o ai servizi di aziende, imprese o organizzazioni non profit (es. trasporto), valore di poco superiore alla media Ue (52,3% delle persone tra 16 e 74enni).

Come per l’accesso a Internet, anche per l’utilizzo di Spid o Cie esiste un forte divario territoriale. Nel 2025 le persone residenti nel Nord hanno utilizzato nel 52,3% dei casi l’identità digitale nei 12 mesi precedenti l’intervista, a fronte di un 38,3% delle persone del Mezzogiorno. 

Per l’accesso a internet domina lo smartphone, poi il pc

Il 79,1% delle persone di 6 anni e più accede a internet tramite lo smartphone, secondo l’Istati, il 54% tramite pc fisso o portatile, il 38,2% tramite smart TV, altoparlanti, smartwatch o consolle per video giochi, il 27,8% si avvale del tablet.

Il numero di dispositivi utilizzati e la loro combinazione evidenziano marcate differenze generazionali. I giovani di 11-24 anni risultano i più orientati a un utilizzo multi-device: quasi il 30% impiega tutti i dispositivi considerati, a fronte del 17,7% nella media della popolazione.

Tra gli adulti di 25-34 anni si osserva una maggiore propensione all’uso combinato di PC, smartphone, smart TV incluso altoparlanti, smart watch o consolle per video giochi (27,1% contro il 17,9% del totale). Le persone di 65 anni e più presentano invece la quota più elevata di utenti che accedono alla Rete esclusivamente tramite smartphone (quasi il 40% a fronte del 20,5% della media).

Crescono gli acquisti online

Quasi metà della popolazione italiana over 14 anni acquista su internet tramite siti di ecommerce. Nel 2025, il 49% della popolazione di 14 anni e più ha fatto acquisti online nei 12 mesi precedenti l’intervista, con un aumento di 2,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Più di un terzo di queste persone (38%, +1,6 punti percentuali rispetto al 2024) ha ordinato o comprato merci o servizi nei tre mesi precedenti l’intervista, l’11% nel corso dell’anno e il 5,8% più di un anno fa.

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