Trump investe in Meta e SpaceXAI, si riapre il nodo del conflitto di interessi

Trump, investimento in SpaceXAI due giorni prima della direttiva

Il 18 agosto, secondo la dichiarazione finanziaria esaminata da Cnbc, dai conti del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sono partiti acquisti di obbligazioni senior non garantite di SpaceXAI per un valore compreso tra 1 e 5 milioni di dollari. Due giorni dopo il Presidente ha firmato una direttiva per la Space economy americana che punta a portare oltre 1.000 lanci e rientri spaziali all’anno entro il 2030 e incarica le agenzie federali di agevolare l’accesso commerciale alle infrastrutture di lancio pubbliche.

È questa vicinanza temporale a porre il problema, perché sembra un favore schietto a qualcuno. SpaceXAI è la società di Elon Musk e allo stesso tempo un importante fornitore di lanci per il Pentagono e la NASA (e anche l’Agenzia spaziale europea) e può trovarsi in una posizione vantaggiosa se il mercato statunitense dei lanci commerciali si espandesse ancora di più. La direttiva sembra dunque fatta proprio a posta per rafforzare un settore nel quale Trump aveva appena investito.

Che cosa viene contestato a Trump

Il punto non è che il documento dimostri un illecito o provi che Trump abbia firmato la direttiva per favorire il proprio investimento. Le informazioni disponibili non permettono di accusare il Presidente americano di un suo intervento diretto nella transazione, né di essersi intascato un guadagno ottenuto grazie alla misura in esame. Le comunicazioni federali indicano inoltre che il portafoglio sarebbe gestito in modo indipendente, attraverso conti discrezionali e modelli informatici, senza possibilità per il capo della Casa Bianca o la sua famiglia di influenzare le decisioni.

La contestazione è più ampia e riguarda il conflitto d’interessi, reale o percepito. Chi guida l’amministrazione federale può incidere sulle regole, sulle priorità e sulle condizioni di accesso a opportunità pubbliche. Se, nello stesso tempo, il suo portafoglio investe in aziende che possono trarre vantaggio da quelle scelte, anche l’apparenza di una sovrapposizione diventa politicamente rilevante. La gestione indipendente può chiarire chi impartisce gli ordini di acquisto, ma non cancella il problema della fiducia pubblica.

Il presidente e il portafoglio, una sovrapposizione d’interesse

Il caso SpaceXAI non è isolato. Ad agosto, Trump ha dichiarato 517 operazioni finanziarie, per un valore complessivo stimato dalla Cbnc tra 74,3 e 273,3 milioni di dollari. Tra gli acquisti figura una posizione in Meta valutata tra 5 e 25 milioni; nello stesso giorno il portafoglio ha comprato anche titoli di AT&T, ConocoPhillips, Abbott Laboratories, Netflix e Chevron. La dichiarazione segnala inoltre acquisti e vendite in numerose grandi società tecnologiche e industriali.

I moduli federali indicano gli importi per fasce, non rivelano quindi la dimensione esatta delle posizioni. Ma il quadro resta quello di un portafoglio molto attivo durante la presidenza: la disclosure annuale del 2025 riportava oltre 21.000 operazioni in otto conti, contro 86 transazioni azionarie dichiarate nel primo anno di Trump alla Casa Bianca, nel 2017.

L’Ethics in Government Act impone ai vertici federali, incluso il presidente, di presentare dichiarazioni finanziarie pubbliche all’inizio dell’incarico, annualmente e alla sua conclusione. Servono a rendere visibili beni, redditi e interessi: la disclosure informa il pubblico, ma non elimina da sola il conflitto

La questione democratica è semplice: il presidente deve apparire come l’arbitro dell’interesse pubblico, non come un investitore le cui scelte finanziarie si intrecciano con le politiche che firma. Anche senza una prova di vantaggi personali, una simile coincidenza può indebolire la fiducia nelle decisioni pubbliche: chi stabilisce le regole potrebbe sembrare anche in grado di giocare su un campo che contribuisce a ridisegnare.

La trasparenza non risolve il problema

La pubblicazione delle transazioni offre un elemento di trasparenza, ma non permette di ricostruire con precisione importi, tempistiche di ogni ordine o possibili rendimenti. Il fatto che il presidente non diriga personalmente gli investimenti, secondo la Casa Bianca, non risponde da solo alla domanda politica centrale: quali garanzie separano davvero il potere istituzionale dagli interessi finanziari di chi lo esercita?

Quanto accaduto ad agosto è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi su cui varrebbe la pena di soffermarsi.
Negli scorsi mesi ci siamo già occupati di questo problema.
I documenti di disclosure depositati presso l’U.S. Office of Government Ethics e resi pubblici a maggio mostrano che il presidente americano ha effettuato nel primo trimestre 2026 oltre 3.700 transazioni finanziarie, per un valore cumulativo compreso tra 220 e 750 milioni di dollari, secondo Reuters.

In aggiunta c’è il mercato delle criptovalute, a cui il Presidente è molto affezionato. I documenti indicano anche 635 milioni di dollari in royalty attraverso un’entità collegata alla memecoin di Trump, lanciata pochi giorni prima del suo insediamento. A cui aggiungere oltre 500 milioni di dollari derivanti dalla vendita di token di World Liberty Financial, il principale progetto crypto della famiglia Trump.

Cosa dice la legge americana sul conflitto di interessi?

Negli Stati Uniti, inoltre, le regole sui conflitti d’interesse sono severe per la maggior parte dei funzionari federali, ma più deboli e difficili da applicare al presidente e al vicepresidente. In particolare, la principale norma penale (18 U.S.C. § 208) che impone di astenersi da decisioni con effetti sui propri interessi finanziari non si applica loro.
In soldoni, l’Office of Government Ethics, l’Agenzia federale che supervisiona l’etica dei comportamenti dell’intera amministrazione americana, con l’obiettivo di prevenire i conflitti d’interesse e tutelare l’imparzialità delle decisioni pubbliche, ha riconosciuto che il presidente dovrebbe comportarsi come se fosse soggetto a tali standard, ma non ha il potere di indagarlo o ordinargli di vendere asset o di ricusarsi.

I presidenti recenti, ricorda l’articolo, hanno in genere venduto le singole azioni oppure fatto ricorso a blind trust e fondi diversificati per ridurre il rischio di conflitti. Nel caso di Trump, la sequenza SpaceXAI-direttiva rende quella distinzione più che mai urgente. Il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe trovarsi nella posizione, anche solo apparente, di poter trarre vantaggio finanziario dalle politiche che è chiamato a decidere nell’interesse di tutti. Come non dovrebbe favorire alcune aziende su altre, perché si andrebbe ad alterare la libera concorrenza, un pilastro del sistema economico occidentale, troppo spesso messo in discussione proprio da comportamenti come questi.

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“Dal Digital Innovation Forum al via a Como l’hub del Quantum”

Per conoscere le novità e i temi caldi della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – il principale appuntamento italiano ed europeo dedicato alle politiche per l’innovazione digitale, abbiamo intervistato Antonio Franceschetti, Presidente della Fondazione Innovazione Digitale ETS, promotrice del Forum, che si terrà dal 14 al 16 ottobre a Villa Erba, Cernobbio, sul Lago di Como. Key4Biz è media partner.

Key4Biz. Leggendo la presentazione e scoprendo l’agenda, con illustri speaker, della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – notiamo grandi cambiamenti e tante novità. Quali sono gli obiettivi di quest’anno?

Antonio Franceschetti. Già il titolo dell’edizione è emblematico: “L’Europa del fare Innovazione tecnologica”. L’obiettivo è fare sintesi, creare un momento di confronto ad alto livello, per fare il punto e mettere a fattor comune il contributo delle varie componenti e dei diversi rilevanti stakeholder dell’innovazione in Italia. E capire a che punto siamo.

Key4Biz. Qual è l’aspettativa?

Antonio Franceschetti. Il tema è capire come “non rimanere indietro”, stimolando una riflessione su cosa c’è da fare per stare al passo con gli Stati Uniti e la Cina. Dunque, al Forum sarà importante definire – con le visioni dei relatori e il dialogo tra i più qualificati rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee, i CEO delle principali aziende tecnologiche, università, startup, venture capital e speaker internazionali – la Strategia per stringere il gap che ci separa da queste grandi potenze globali.

Key4Biz. Quanto è importante questo confronto ad alto livello della Cernobbio del Digitale per contribuire a definire le policy e ad accelerare l’innovazione tecnologica in Italia?

Antonio Franceschetti. È fondamentale, perché la riflessione critica e il confronto serve anche per tenere fermi alcuni valori tipici e imprescindibili della nostra Europa, ma ora è necessario avere da parte dell’UE una normativa che non ostacoli più l’innovazione tecnologica – come è emerso dal Rapporto Draghi – ma che sia, invece, una leva per il progresso tecnologico, in base alle necessità di noi europei.

Antonio Franceschetti, Presidente della Fondazione Innovazione Digitale ETS

Key4Biz. Qual è il nostro comportamento errato in quanto europei?

Antonio Franceschetti. Il nostro comportamento microeconomico di fatto è assolutamente legittimo, finalizzato a far rendere i nostri risparmi. Ma questo comportamento legittimo si trasforma in un disastro macroeconomico, perché l’Europa non investe con costanza e lungimiranza nel settore tecnologico, causando una forte dipendenza dalle tecnologie extra Ue, con tutti i rischi geopolitici, tra l’altro già emersi ultimamente.

Key4Biz. Al termine dei lavori del Digital Innovation Forum, si terrà, presso Villa Saporiti – e in collegamento con Villa Erba – l’inaugurazione del primo quantum annealer (un tipo di computer quantistico specializzato in problemi di ottimizzazione) industriale d’Italia, in occasione delle celebrazioni del bicentenario della morte di Alessandro Volta. Quale impatto avrà sul territorio e per il nostro Paese in generale?

Antonio Franceschetti. Sarà un importante evento nell’evento. Si tratta della installazione del computer quantistico più potente d’Europa con 4.000 qubit che è l’evoluzione di un accordo nato lo scorso anno sempre al Digital Innovation Forum con la Q-Alliance. La presenza di questa opportunità nel nostro territorio con la possibilità per ricercatori università e aziende di avere accesso favorisce la ricerca, la formazione, la professionalità. In sostanza, stimolerà un indotto che mi piacerebbe che nascesse in Italia per trasformare questi luoghi in una nuova “Silicon Valley”.

Key4Biz. Il Digital Innovation Awards 2026 celebra anche le migliori esperienze di innovazione tecnologica sviluppate da imprese, startup, pubbliche amministrazioni, università, centri di ricerca e organizzazioni che contribuiscono alla crescita dell’ecosistema digitale europeo. Quanto è significativa questa apertura del Forum verso le idee e i progetti innovativi?

Antonio Franceschetti. Dall’Italia sono nate le basi di tutto il progresso di innovazione tecnologica che si è sviluppato poi a livello globale. Dalla corrente elettrica, alle comunicazioni elettroniche, passando poi al resto d’Europa con la fisica, la fisica quantistica. Abbiamo dei centri di assoluta eccellenza e, se lei si guarda, vede che a capo delle aziende anche estere spesso ci sono italiani. Qualcosa vorrà dire? È un retaggio storico, che resta nel nostro DNA.

E l’apertura a progetti innovativi sta proprio in questo senso e sta anche nel cercare un avvicinamento al mondo dei finanziatori. Le ricordo che per le startup come partner tecnico oltre a COMONExT abbiamo CDP Venture Capital: quindi, cerchiamo di avvicinare i due mondi.

Key4Biz. Infine, nella ricca agenda è prevista, in plenaria, anche una sessione dedicata alle Università e agli studenti: un Forum che affronta le future sfide tecnologiche non può permettersi di essere autoreferenziale.

Antonio Franceschetti. No, assolutamente. Gli studenti che studiano ICT e gli universitari che fanno ricerca sulla cybersecurity e le TLC saranno una rappresentanza importante dei partecipanti della prossima edizione. Lo scopo è ascoltare le startup e i progetti universitari grazie ai quali potremmo plasmare il nostro futuro progresso tecnologico.

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Chi è Jay Clayton, a capo della task force voluta da Trump sulla Super Intelligenza

A guidare la “Super Intelligence Force”, la nuova task force per l’intelligenza artificiale voluta da Donald Trump per coordinare l’azione delle amministrazioni federali statunitensi e assicurare il primato degli Usa nel settore, non sarà un nome forte della Silicon Valley, ma un “uomo del presidente”, Jay Clayton, direttore dell’intelligence nazionale e ribattezzato da Trump il nuovo “zar” dell’intelligenza artificiale.

Chi è Jay Clayton

Avvocato specializzato in diritto societario, Clayton ha lavorato nella sua carriera su alcune importanti operazioni finanziarie – durante la crisi del 2008 si è occupato dei dossier legati a Bear Stearns e Lehman Brothers, mentre nel 2014 ha traghettato la quotazione di Alibaba a Wall Street – per passare poi all’amministrazione pubblica sotto la prima presidenza Trump come capo della Securities and Exchange Commission, l’autorità vigilante dei mercati finanziari americani. Dopo quest’esperienza (e il suo ritorno al settore privato) Trump lo ha richiamato nel 2025 per affidargli prima il ruolo di procuratore federale di Manhattan e poi, nel 2026, l’importante incarico della direzione dell’intelligence nazionale, consegnandogli infine le chiavi della Super Intelligence Force.

Prima di prendere le redini della task force – composta, tra gli altri, dal vicepresidente JD Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent – Clayton aveva espresso molto chiaramente le sue posizioni sul tema AI: gli Stati Uniti non devono rallentare, pena la perdita della corsa con la Cina. In un’intervista rilasciata qualche giorno prima della nomina a Squawk Box, il famoso programma televisivo di economia e finanza della Cnbc, Clayton si era espresso contro la sospensione dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. “Non credo che nessun americano dovrebbe pensare che questa sia una buona strategia”, aveva commentato. Una linea che rispecchia in pieno quella del presidente Trump. E non solo.

La posizione divergenti delle società AI

Mentre Sam Altman e Dario Amodei chiedono di rallentare e valutare i pericoli generati dall’AI (una posizione non forzatamente nobile, ma che potrebbe essere frutto di una mossa di marketing o della paura che una bolla speculativa scoppi tra le mani di OpenAI e Anthropic), c’è chi, come Jensen Huang, Ceo di Nvidia, considera gli allarmismi eccessivi e qualsiasi ingerenza governativa (o almeno le ingerenze contrarie allo sviluppo) un’invasione di campo. “La sicurezza è un problema di ingegneria, non di diritto”, ha dichiarato Huang alla conferenza Dreamforce di Salesforce (15-17 settembre). “Dopotutto, stiamo sviluppando software. Stiamo sviluppando sistemi informatici. È un sistema informatico complesso, ma in definitiva è pur sempre un sistema informatico”. Huang sostiene che non ci sia bisogno di nuove leggi o regolamenti, ma che il libero mercato bilancerà automaticamente i poteri ed eviterà l’immissione di prodotti pericolosi.

I prossimi passi della task force

La Super Intelligence Force dovrà presentare il suo primo rapporto entro 120 giorni. La squadra lavorerà con le aziende del settore per individuare i principali rischi e minacce (dalla cybersecurity all’utilizzo dell’AI per scopi militari o attacchi biologici), cercando di tenere al contempo sotto controllo eventuali misure regolatorie del Congresso che potrebbero frenare l’innovazione. E per come stanno andando le cose, immaginiamo che quest’ultima funzione sarà particolarmente cara al presidente Trump.

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AI. La Città di New York chiama a testimoniare Anthropic, OpenAI, Google e Meta

L’intelligenza artificiale (AI) finisce sotto esame a New York. Il Consiglio comunale ha convocato i rappresentanti di Anthropic, OpenAI, Google e Meta per una testimonianza pubblica sotto giuramento sui rischi delle tecnologie AI. Per ottenere la partecipazione di SpaceXAI (rinominata SpaceXSI), la società di Elon Musk, la presidente del Consiglio Julie Menin ha invece emesso una subpoena, un atto che impone la comparizione. A quanto riportato da Cnbc, la società non aveva risposto alle richieste dell’assemblea.

L’audizione, fissata per oggi, riunisce tutti i 51 membri del Consiglio “in una rara seduta plenaria“. Secondo l’agenda, inizierà alle 11 ora della costa orientale. Le altre quattro aziende hanno confermato la presenza dopo che Menin aveva minacciato di ricorrere allo stesso strumento legale. L’obiettivo è ascoltare le imprese e raccogliere elementi sulle possibili misure di tutela per i cittadini.

Dagli agenti fuori controllo alle nuove regole

L’iniziativa nasce dopo le segnalazioni di incidenti in cui modelli di AI avrebbero agito oltre i limiti previsti, accedendo a sistemi e piattaforme online. Il Consiglio richiama, tra gli altri casi, l’accesso non autorizzato di modelli a Hugging Face, piattaforma usata dagli sviluppatori. Aumentano inoltre le preoccupazioni espresse da ricercatori e addetti ai lavori sui rischi legati alla crescente autonomia dei sistemi.

All’audizione sono attesi anche esperti di sicurezza, tecnologia e tutela dei consumatori, tra cui ex ricercatori di Google DeepMind e OpenAI e Jacob Coxon, che ha lasciato Anthropic dopo aver criticato la gestione dei rischi da parte dell’industria.

Sul tavolo ci sono anche proposte di legge cittadine: un programma di incentivi per chi segnala dall’interno problemi di sicurezza, la possibilità per i newyorkesi danneggiati da agenti AI di agire in giudizio e requisiti di verifica indipendente dei sistemi. Si tratta per il momento solo di proposte.

Il peso della testimonianza e i limiti del Comune

La comparizione sotto giuramento rende l’audizione più incisiva di un confronto pubblico ordinario: le aziende dovranno rispondere alle domande dei consiglieri e confrontarsi con le proposte di regolazione. Per SpaceXAI, un’eventuale mancata comparizione potrebbe portare il Consiglio a chiedere l’esecuzione della citazione alla Corte Suprema dello Stato di New York.

L’iniziativa non ha natura di regolazione nazionale sull’AI. Il Consiglio può indagare su questioni che riguardano la città e intervenire nei limiti delle proprie competenze. L’audizione è importante, comunque, perché porta le imprese a discutere pubblicamente dei rischi e delle responsabilità, mentre le autorità valutano come proteggere infrastrutture, servizi e cittadini dall’uso improprio di sistemi sempre più autonomi.

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‘Io sono Giorgia Meloni’, la premier registra la sua voce all’ufficio marchi Ue contro cloni e deepfake

Giorgia Meloni risponde metaforicamente a Elly Schlein in materia di intelligenza artificiale. Dopo che la segretaria del Pd aveva proposto nel weekend un patto anti fake news da sottoscrivere in vista della campagna elettorale in vista per le politiche, il nostro presidente del Consiglio mette le mani avanti e decide di depositare il timbro della sua voce all’ufficio europeo de marchi.  

“Io sono Giorgia”

“Io sono Giorgia Meloni”. La presidente del Consiglio ha registrato oggi un audio di quattro secondi con queste quattro parole all’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Con questa mossa, anticipata dal sito di Repubblica, la premier ha deciso di tutelarsi da casi di clonazione della voce tramite sistemi di Intelligenza artificiale generativa.

Una mossa tempestiva da leggere soprattutto in vista delle prossime elezioni e difendere così il suo diritto d’immagine.

Mossa già fatta da diversi artisti

Nei mesi scorsi la stessa decisione è stata presa anche dalla cantante Giusy Ferreri. Stessa precauzione per il doppiatore Luca Ward, con il suo timbro profondo, molto riconoscibile e prestato a decine di personaggi del cinema, ora protetto dalla banca europea dei marchi registrati. Ward ha doppiato fra gli altri Russel Crowe ne “Il Gladiatore” e Keanu Reeves.

Come si può constatare sul sito dell’Euipo, la domanda, presentata dalla premier tramite uno studio legale di Roma e una società marchigiana specializzata nella tutela della proprietà intellettuale, risulta “oggetto di esame”. La registrazione è collegata a tre tipi di servizi, che includono contenuti multimediali scaricabili, attività culturali e organizzazione di manifestazioni politiche. 

Non è la prima volta che Giorgia Meloni si schiera pesantemente in difesa della sua persona dai deepfake. Già a maggio la premier si era pubblicamente lamentata contro la sua immagine fake divenuta virale che la ritrae in lingerie e alquanto abbellita.

Schlein, in campagna elettorale non si usi l’AI per fake sugli avversari

Il tema dell’AI e dell’uso distorto che se ne fa soprattutto in ambito politico era stato sollevato nel fine settimana da Elly Schlein. “Ho rivolto un appello e tornerò a rivolgere un appello concreto anche alle altre forze politiche per dire: facciamo un patto. Definiamo alcune regole su come non utilizzare l’intelligenza artificiale nella prossima campagna elettorale, su come non utilizzarla ad esempio per storpiare i corpi, i volti, la voce dei nostri avversari politici, dei nostri competitor, e su come evitare di utilizzarla per attribuire agli avversari delle cose che non hanno mai detto o non hanno mai fatto”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein ieri sera, all’undicesima edizione di DigithON a Bisceglie.

Disarmare l’AI

Per Schlein, “disarmare l’intelligenza artificiale vuol dire impedire di dominare l’umano, impedire di togliere dal centro la persona umana, la dignità della sua vita, i suoi diritti fondamentali”. La segretaria dem ha inoltre rilanciato la proposta di un Cern europeo sull’intelligenza artificiale: “Io penso che questa sfida non sia alla portata di nessuno Stato singolo. Penso che l’unione faccia la forza ed è il motivo per cui abbiamo appoggiato con grande convinzione una proposta venuta da molti scienziati europei, uno è italiano, il premio Nobel Giorgio Parisi, che dice che serve un Cern europeo sull’intelligenza artificiale”. 

Gianluca Regolo (Avvocato esperto di marchi e copyright): “Il marchio protegge l’utilizzazione quale segno distintivo nell’attività economica”

“La formula “Io sono Giorgia” ha avuto il suo momento di massima esposizione diversi anni fa e oggi la sua forza mediatica è certamente diversa. Tuttavia, è di recentissima cronaca la scelta della Premier di depositare presso l’EUIPO la propria voce al fine di ottenere la registrazione del marchio sonoro”. Lo ha detto l’Avvocato Gianluca Regolo, Intellectual Property Lawyer | Marchi, Copyright, Licensing e Diritto Industriale.

“Credo, però, che la questione vada osservata in una prospettiva più ampia rispetto al solo rapporto tra registrazione del marchio e contrasto ai deepfake.

Soprattutto in questo caso, il marchio registrato si inserisce in un sistema più articolato, nel quale concorrono tanto la tutela della persona e della sua identità quanto le specifiche disposizioni oggi introdotte in materia di intelligenza artificiale.

Non dimentichiamo infatti che l’attuale disciplina dell’intelligenza artificiale contempla già specificamente il fenomeno dei contenuti artificialmente generati o manipolati. L’AI Act europeo prevede obblighi di trasparenza per determinate tipologie di contenuti sintetici e per i deepfake, mentre il legislatore italiano ha introdotto una specifica fattispecie penale relativa alla diffusione, in presenza dei presupposti previsti dalla norma, di immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale.

La tutela derivante dalla registrazione deve essere necessariamente letta nella sua dimensione propriamente commerciale. Il marchio – generalmente – non attribuisce un diritto indistinto sul segno in qualsiasi contesto, ma ne protegge l’utilizzazione quale segno distintivo nell’attività economica.

La stessa disciplina della decadenza per non uso conferma, del resto, questa vocazione del marchio: la registrazione non è concepita per attribuire una riserva astratta e indefinita su un segno. Se il marchio non viene effettivamente utilizzato, per un periodo ininterrotto di cinque anni, per i prodotti o servizi per i quali è stato registrato, può intervenire la decadenza secondo quanto previsto dalla normativa.

Prodotti e servizi importanti per l’uso dei marchi

Non a caso, quando si è chiamati a valutare un possibile utilizzo illecito del marchio, assumono particolare rilievo anche i prodotti e i servizi per i quali il marchio è stato registrato e quelli rispetto ai quali il segno contestato viene concretamente utilizzato.

Nel caso in esame, questo dato è particolarmente significativo perché la domanda individua specifici prodotti e servizi rispetto ai quali viene richiesta la protezione. Ciò comporta che – ferme naturalmente le ipotesi di tutela più ampia che l’ordinamento riconosce ai marchi che godono di rinomanza – ogni valutazione sulla portata dell’esclusiva di questo marchio, dovrà essere esaminata all’interno di questo perimetro “merceologico”.

Dunque, la registrazione della voce come marchio sonoro e la tutela della voce contro una clonazione o un deepfake devono essere tenute concettualmente distinte.

Possono certamente intersecarsi, ma rispondono a logiche diverse: da una parte vi è la tutela di un segno distintivo nella sua dimensione economico-commerciale; dall’altra, la protezione della persona e gli strumenti specificamente predisposti dall’ordinamento rispetto agli utilizzi illeciti dell’intelligenza artificiale.

C’è, infine, anche un profilo temporale che merita di essere considerato. Ferma naturalmente la necessità di verificare l’eventuale esistenza di anteriorità confliggenti, anche qualora la domanda conducesse alla registrazione, la tutela non potrebbe essere letta in termini retroattivi, come se consentisse di vietare oggi utilizzazioni del segno che si sono già esaurite prima del deposito. La registrazione attribuisce un titolo destinato a operare per il futuro, non uno strumento attraverso il quale rileggere retroattivamente tutto ciò che è stato fatto in precedenza con quella frase o con quel contenuto sonoro”. Ha chiuso l’Avvocato Regolo.

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Dati di studenti e insegnanti in pasto all’AI? La protesta dei sindacati europei della scuola

I dati di milioni di studenti e insegnanti potrebbero finire nelle mani delle grandi Big Tech per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale. E’ questo l’allarme dell’ETUCE (Comitato sindacale europeo per l’istruzione, o European Trade Union Committee for Education), la principale federazione sindacale europea che rappresenta gli insegnanti e il personale della scuola e dell’università, e rilanciato in Italia dalla Flc Cgil per difendere l’integrità dei dati del mondo scolastico dalle grinfie dell’AI.

La proposta trapelata dal Consiglio Ue

L’ETUCE, che rappresenta 5 milioni di insegnanti, accademici e personale di supporto all’istruzione in tutta Europa, lancia l’allarme su una proposta trapelata del Consiglio dell’Unione europea che potrebbe indebolire significativamente le tutele in materia di protezione dei dati per bambini, studenti, insegnanti e altro personale dell’istruzione. Il voto è oggi.

La proposta, nota come articolo 88 bis del GDPR, è in discussione nell’ambito dei negoziati sul Digital Omnibus e amplierebbe il ricorso al “legittimo interesse” o “interesse pubblico” come base giuridica per il trattamento dei dati personali in relazione ai sistemi di intelligenza artificiale. I sindacati dell’istruzione di tutta Europa stanno esortando i governi a respingere la proposta, avvertendo che potrebbe aprire la strada all’utilizzo su larga scala dei dati relativi all’istruzione per lo sviluppo commerciale dell’IA, indebolendo al contempo le tutele volte a proteggere gli studenti e il personale dell’istruzione.

Tutele a rischio

Inoltre, la proposta del Consiglio ha eliminato importanti tutele presenti nella proposta della Commissione UE, tra cui l’esclusione relativa ai minori e le garanzie in materia di minimizzazione dei dati, trasparenza e diritto di opposizione.

C’è da dire che poi l’applicazione pratica del GDPR varia da paese a paese.

Riconoscendo un ampio legittimo interesse per lo sviluppo e l’impiego dell’IA, l’articolo 88-bis proposto rischia di creare una presunzione legislativa secondo cui tali trattamenti rivestirebbero un significativo valore sociale, spostando così sistematicamente l’equilibrio a svantaggio di studenti e personale scolastico, anziché limitare tali trattamenti ai casi in cui siano strettamente necessari e soggetti a solide garanzie.

Proteggere gli studenti non è facoltativo

È una responsabilità professionale, etica e giuridica. In un ambiente educativo sempre più digitale, proteggere gli alunni significa anche proteggere i loro dati personali e la loro privacy. I sindacati degli insegnanti e dell’istruzione difendono da tempo i diritti dei bambini e di tutti gli studenti, sia all’interno sia all’esterno delle aule.

“Svendere i nostri bambini alle Big Tech non è un’opzione”

“I sindacati dell’istruzione di tutta Europa si opporranno a questa proposta vile e cinica con un’unica voce”, ha detto John MacGabhann, Presidente dell’ETUCE, organizzazione che rappresenta milioni di lavoratori del settore educativo in tutti gli Stati dell’UE. “Svendere i nostri bambini non è un’opzione”, ha aggiunto.

Di seguito le richieste sindacali ai rappresentanti permanenti e al governo di garantire che qualsiasi futura disposizione relativa all’IA e al trattamento dei dati personali:

  • non crei un’autorizzazione ampia o generalizzata al trattamento dei dati degli studenti e del personale dell’istruzione per lo sviluppo o il funzionamento di sistemi di IA;
  • garantisca che i dati degli studenti e del personale dell’istruzione non siano mai utilizzati per sviluppare e gestire sistemi e modelli di IA senza il loro esplicito consenso e, ove applicabile, senza il consenso dei genitori;
  • preservi garanzie significative, tra cui l’esclusione degli studenti, la minimizzazione dei dati, la trasparenza, la responsabilizzazione e un effettivo diritto di opposizione;
  • impedisca l’utilizzo dei dati relativi all’istruzione e al luogo di lavoro per finalità diverse da quelle per cui i dati sono stati originariamente raccolti;
  • mantenga la fiducia dell’opinione pubblica nell’impiego dell’IA nell’istruzione;
  • rimanga pienamente coerente con il quadro dei diritti fondamentali su cui si fonda la normativa europea in materia di protezione dei dati.

La lettera congiunta

Inoltre, l’ETUCE, l’Organising Bureau of European School Student Unions e la European School Heads Association (ESHA) hanno presentato una lettera congiunta alle rappresentanze permanenti degli stati membri dell’UE, esprimendo le profonde preoccupazioni del settore dell’istruzione in merito al proposto articolo 88 bis.

La FLC CGIL è al fianco dell’ETUCE e sostiene con forza questa battaglia di civiltà e di diritto. La digitalizzazione della scuola e l’introduzione dei sistemi di intelligenza artificiale devono avvenire sempre al servizio del rapporto pedagogico docente-studente, dell’inclusione e della crescita democratica, mai a scapito dei diritti fondamentali di chi vive e lavora nei luoghi della conoscenza.

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Perché Trump non ascolta gli allarmi di Anthropic e OpenAI? Gli interessa solo la supremazia dell’AI sulla Cina

L’allarme dei ricercatori di Cambridge: i modelli AI offrono grandi vantaggi, ma rappresentano anche grandi rischi, siamo capaci di gestire l’esplosione di questa superintelligenza?

L’intelligenza artificiale (AI) potrebbe essere vicina a una soglia molto diversa dai precedenti salti tecnologici: non soltanto macchine più potenti, ma sistemi capaci di partecipare direttamente alla ricerca che produce la generazione successiva di AI. Un circuito nel quale modelli Ai sempre più avanzati contribuiscono a costruire intelligenze artificiali sempre più sofisticate ed efficienti, accelerando ulteriormente il processo.

È lo scenario dell’“intelligence explosion” analizzato nel nuovo paper pubblicato dalle pagine del Cambridge Programme on AI Science & Policy (Casp) dal titolo “What if automating AI R&D triggers an intelligence explosion?”, frutto di una collaborazione tra accademici, ricercatori delle principali aziende di AI ed esperti indipendenti. Tra gli autori figurano Jakub Pachocki, chief scientist di OpenAI, Jack Clark, cofondatore di Anthropic, Eric Horvitz, chief scientific officer di Microsoft, Dawn Song, vp AI research di Meta, oltre ai pionieri dell’AI Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio e Andrew Barto.

Il messaggio è rivolto soprattutto ai governi, con l’invito a prepararsi “prima che la velocità dello sviluppo tecnologico renda molto più difficile intervenire”. Il documento non sostiene che l’esplosione di intelligenza sia inevitabile, o assolutamente negativa o pericolosa. Sostiene però che esistono abbastanza segnali da rendere necessario prenderla seriamente in considerazione e quindi catalogarla come “critica” e da gestire come tale.

DONALD TRUMP, PRESIDENTE USA, e XI JINPING, PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Trump però resta sordo a questi allarmi: la priorità è battere la Cina

L’allarme lanciato dai ricercatori nel documento e le posizioni sempre più critiche prese dalle stesse Big Tech, OpenAI e Anthropic in primis, si scontra però con la linea della Casa Bianca, che legge lo sviluppo dell’intelligenza artificiale soprattutto attraverso la competizione strategica con la Cina.

Nel suo intervento all’Assemblea generale dell’ONU, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha respinto qualsiasi tentativo di costruire quello che ha definito uno “schema globalista” per controllare l’AI e ha ridimensionato gli allarmi sui rischi della tecnologia. Il presidente ha ribadito che gli Stati Uniti non intendono “soffocare la crescita” di una tecnologia che, a suo giudizio, potrebbe diventare più importante della Rivoluzione industriale o di internet.

Trump ha anche chiesto di sostituire nei documenti ufficiali americani l’espressione artificial intelligence con “super intelligence”, trasformando il cambio di lessico in un messaggio politico: “Chi vince la superintelligenza, vince“, ha affermato, rivendicando il vantaggio statunitense sulla Cina.
Una posizione che aveva già espresso a inizio mese contro la fronda repubblicana (e democratica) avversa ai data center AI: “Chi non vuole data center sul proprio territorio è destinato a diventare povero“.

È una visione che mette al centro la leadership tecnologica americana e considera eventuali vincoli internazionali anche attraverso il loro possibile impatto sulla competizione con Pechino. La distanza con il documento dei ricercatori diventa manifesta e incolmabile soprattutto nelle priorità: mentre il paper chiede strumenti per controllare un’accelerazione potenzialmente destabilizzante, l’amministrazione Trump insiste sulla necessità di preservare il vantaggio degli Stati Uniti nella corsa all’AI.

Quando l’AI comincia a sviluppare altra AI

Il punto di partenza è già abbastanza concreto. Ad agosto Anthropic dichiarava che i propri sistemi completavano con una supervisione umana di alto livello il 26% del lavoro interno di ricerca e sviluppo sull’AI, contro appena l’1% cinque mesi prima. OpenAI ha riferito a settembre che i suoi sistemi svolgono abitualmente attività di R&D che richiederebbero giorni di lavoro ai dipendenti.

La dinamica può diventare esponenziale. Oggi la frontiera dell’AI è sviluppata da alcune migliaia di ricercatori, ma un ricercatore digitale può essere copiato, forse ‘clonato’ a livello digitale, eseguito in parallelo e lavorare continuamente. Automatizzare il settore ricerca e sviluppo (R&D) potrebbe quindi equivalere, secondo gli autori, ad aggiungere milioni di ricercatori virtuali. Se questi sistemi contribuissero a costruire successori ancora migliori, il ciclo potrebbe autoalimentarsi.

È qui che opportunità e rischio diventano difficili da separare. Un’accelerazione del genere, si legge nel documento, potrebbe anticipare scoperte scientifiche, nuovi farmaci, tecnologie energetiche e aumenti della produttività; ma potrebbe anche produrre in tempi brevissimi capacità cyber e biologiche molto più pericolose, forti shock sul lavoro e sistemi sui quali gli esseri umani esercitano una supervisione sempre più debole.

C’è poi una questione politica: un vantaggio anche limitato nella corsa all’AI potrebbe trasformarsi rapidamente in un vantaggio difficilmente recuperabile, alterando gli equilibri tra Stati, aziende e persino tra istituzioni dello stesso Paese.

Più governance pubblica sulla frontiera dell’AI

Da qui tre richieste ai governi.
La prima è ottenere maggiore visibilità su ciò che avviene nei laboratori, attraverso auditor e obblighi di comunicazione sul livello di automazione della ricerca, sulla velocità dei progressi e sull’impiego dell’AI nelle decisioni più delicate.

La seconda è costruire strumenti capaci di rallentare o interrompere gli esperimenti più rischiosi: requisiti di sicurezza, limiti alla crescita delle capacità, ambienti isolati dalle reti esterne e accordi internazionali verificabili.

La terza, quella più distopica, a cui forse proprio non riusciamo ad abituarci come pensiero e immagine, riguarda la preparazione delle società a crisi cyber, biosecurity, instabilità geopolitica, disruption del lavoro o perdita di controllo sui sistemi più avanzati.

In altre parole, la governance dell’AI di frontiera non può dipendere esclusivamente dalle aziende che competono per costruirla, è necessario che governi e istituzioni democratiche assumano un ruolo chiave (se non guida).

Anthropic: crescita record, ma 42 miliardi di perdite

Nel frattempo, tornando all’attualità, le Big Tech procedono spedite nella corsa all’AI, nonostante intoppi competitivi e oscure strategie.

Ad esempio, il problema della sicurezza che si intreccia, nel caso di Anthropic, con una corsa industriale dai costi enormi. Il prospetto per l’IPO, visionato da Reuters, fotografa una società che nel 2025 ha registrato 42 miliardi di dollari di perdita netta, mentre i ricavi sono aumentati di dodici volte fino a circa 4,6 miliardi. La perdita operativa, depurata principalmente dagli effetti contabili collegati ai precedenti finanziamenti, ha superato gli 8 miliardi.

Anthropic prevede 518 miliardi di dollari di impegni futuri per cloud, capacità di calcolo e infrastrutture. Nel solo 2025 la spesa per computing e infrastrutture ha raggiunto 7,33 miliardi. Una possibile quotazione potrebbe attribuire all’azienda una valutazione superiore ai 2 trilioni di dollari.

Numeri che mostrano un secondo lato della corsa all’AI: più aumenta il capitale necessario per restare alla frontiera, più tecnologia, infrastrutture e potere decisionale rischiano di concentrarsi in pochissimi soggetti.

Lo stesso prospetto Anthropic riconosce inoltre rischi legati alla concentrazione dei clienti e dedica ampio spazio ai potenziali pericoli dell’AI avanzata. È un cortocircuito significativo: le società che raccolgono capitali promettendo capacità sempre maggiori sono anche quelle che avvertono investitori e governi dei rischi prodotti proprio da quelle capacità.

OpenAI ferma GPT-6.1 Astra

L’ultimo caso arriva da OpenAI, che ha rinunciato al previsto lancio di ottobre di GPT-6.1 Astra dopo che i test interni hanno evidenziato problemi di sicurezza e allineamento. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il modello mostrava maggiore propensione all’inganno rispetto al predecessore e poteva proseguire alcune attività senza richiedere l’autorizzazione prevista, utilizzando anche strumenti esterni in circostanze considerate non sicure.

La decisione è importante proprio perché Astra era stato progettato per affrontare compiti complessi con minore intervento umano.

Il paradosso della frontiera dell’AI emerge così con sempre maggiore chiarezza. Le Big Tech stanno investendo centinaia di miliardi per costruire sistemi più autonomi, mentre alcuni dei loro principali ricercatori chiedono ai governi strumenti capaci di controllare quella stessa accelerazione.
La questione non è soltanto se arriverà una “intelligence explosion”, ma chi avrà il potere di decidere quando accelerare, quando fermarsi e quali rischi saranno accettabili per il resto della società.

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Le aziende Usa virano sull’AI open-weight: costa meno e riduce la dipendenza da OpenAI e Anthropic. Il caso di Tinder

La crescita della spesa per l’intelligenza artificiale sta spingendo sempre più grandi aziende americane verso modelli aperti, personalizzabili e utilizzabili sulle proprie infrastrutture. Ad agosto rappresentavano il 56% dei token elaborati attraverso Vercel AI Gateway, contro il 7% di dicembre. AT&T punta a portarli al 70% dei propri workload AI entro un anno.

Le grandi aziende americane stanno iniziando a fare i conti con il costo dell’intelligenza artificiale. E sempre più spesso la risposta è cercare alternative ai modelli di frontiera di OpenAI e Anthropic.

Secondo il Financial Times, il crescente peso dell’AI sui budget IT sta spingendo imprese di diversi settori verso i cosiddetti modelli open-weight: sistemi che possono essere scaricati, personalizzati e utilizzati direttamente sulle infrastrutture aziendali, evitando almeno in parte di pagare continuamente l’accesso ai modelli proprietari attraverso le API.

Il fenomeno non riguarda più soltanto le aziende tecnologiche. Negli ultimi mesi società come PNC Financial Services, il gruppo logistico CH Robinson e Siemens hanno iniziato a discutere pubblicamente dell’utilizzo di modelli aperti.

Il costo dell’AI comincia a pesare sui conti

A spingere le grandi aziende americane verso questi sistemi è soprattutto una questione economica. I modelli open-weight possono essere eseguiti su infrastrutture proprie o affittate, senza dover pagare per ogni token direttamente al produttore del modello. Per attività relativamente semplici, questo può ridurre sensibilmente i costi.

I dati sull’utilizzo mostrano quanto rapidamente stia cambiando il mercato. Ad agosto i modelli open-weight rappresentavano il 56% di tutti i token elaborati attraverso Vercel AI Gateway. A dicembre erano appena il 7%.

Una dinamica simile emerge da OpenRouter, dove diversi modelli sviluppati da laboratori cinesi sono ormai tra i più utilizzati in termini di token elaborati. La Cina, infatti, è diventata uno dei principali protagonisti di questo segmento, con aziende come DeepSeek e Zhipu. Ma modelli con caratteristiche simili vengono sviluppati anche dalla francese Mistral e da gruppi americani come Nvidia, Reflection AI e Thinking Machines Lab.

Tinder: “Da un milione a 10 milioni di dollari in pochi mesi”

A spiegare concretamente il problema al FT è Vinay Kuruvila, chief technology officer di Tinder. La società ha iniziato a indirizzare alcune richieste degli utenti verso modelli open-weight proprio per frenare l’aumento della spesa.

“A gennaio stavamo spendendo a un ritmo di un milione di dollari all’anno e a luglio eravamo arrivati a 10 milioni. Non voglio un altro aumento di dieci volte”, ha spiegato. Secondo Kuruvila, i modelli più avanzati di OpenAI e Anthropic hanno già capacità superiori a quelle necessarie per gran parte delle attività quotidiane dell’app.

“Per il 90% dei compiti che dobbiamo svolgere hanno già abbastanza intelligenza. Se i modelli open-weight recuperano il divario, potrei non aver più bisogno di utilizzarli”, ha detto riferendosi ai sistemi di frontiera. Per molte grandi aziende americane, quindi, la domanda non è più quale sia il modello più potente in assoluto, ma quale sia quello sufficientemente efficace al costo più basso.

AT&T punta al 70% dei workload AI su modelli aperti

Il caso più significativo è quello di AT&T. Il gruppo americano utilizza già modelli aperti per circa il 40% dei propri workload di intelligenza artificiale e punta ad arrivare al 70% entro un anno.

“Elaboriamo 45 miliardi di token al giorno”, ha spiegato Andy Markus, chief data and AI officer dell’azienda. “A questa scala i costi diventano estremamente importanti”.

La strategia di AT&T consiste anche nel prendere modelli open-weight e specializzarli con i propri dati, così da ottenere sistemi ottimizzati per attività molto specifiche.

Secondo Markus, in alcuni casi questi modelli riescono a raggiungere prestazioni uguali o superiori rispetto alle alternative proprietarie. “I modelli aperti stanno migliorando sempre di più. Questo ci offre molte più possibilità di scelta”, ha spiegato.

Non solo risparmio: contano anche sicurezza e controllo dei dati

Per alcune grandi aziende americane, poter eseguire un modello su infrastrutture private significa mantenere un maggiore controllo sui dati e ridurre la necessità di inviare informazioni sensibili a fornitori esterni.

Digital Realty, uno dei principali operatori mondiali di data center, utilizza per esempio un’interfaccia interna costruita su modelli open-weight e sceglie di volta in volta tra sistemi aperti e proprietari in base alla sensibilità dei dati.

La pressione aumenta su OpenAI e Anthropic

OpenAI e Anthropic continuano comunque a raccogliere gran parte della spesa complessiva nel mercato dell’AI e i loro modelli restano il riferimento per i compiti più complessi.

Ma la rapida crescita delle alternative open-weight potrebbe cambiare il modo in cui le grandi aziende americane distribuiscono i propri budget. I modelli di frontiera potrebbero essere riservati alle attività che richiedono capacità particolarmente elevate, mentre una quota crescente dei workload ordinari potrebbe essere spostata su sistemi più economici e personalizzabili.

È anche per questo che la competizione sui prezzi sta diventando sempre più aggressiva. OpenAI e Anthropic hanno già introdotto versioni meno costose dei propri modelli principali, mentre i concorrenti cinesi continuano a esercitare pressione con offerte più economiche.

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AI, tre pericoli secondo Lagarde (Bce): “Il boom del debito, la disoccupazione e la dipendenza”

L’audizione della Presidente della Bce Christine Lagarde al Parlamento europeo su AI, rischi e opportunità per l’Ue

L’intelligenza artificiale (AI) promette di aumentare la produttività, ridurre i costi e trasformare interi settori dell’economia. Ma dietro la corsa globale agli investimenti sta emergendo un rischio sempre più rilevante per la stabilità finanziaria: valutazioni azionarie concentrate su poche società tecnologiche e un crescente ricorso al debito per finanziare data center, chip e infrastrutture AI.

È il punto più delicato dell’intervento della presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, durante l’audizione alla commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo.

“L’attività di investimento nell’AI dipenderà anche dall’andamento dei mercati finanziari e dall’eventuale concretizzarsi dei rischi associati al boom dei finanziamenti nel settore”, ha avvertito Lagarde, aggiungendo: “Una brusca revisione delle prospettive delle società di AI e della sostenibilità del loro debito potrebbe innescare correzioni di mercato e ripercuotersi sugli investitori dell’area dell’euro e sull’economia nel suo complesso”.

Dal boom dell’AI al rischio finanziario

Il problema non riguarda soltanto quanto denaro viene investito nell’intelligenza artificiale, ma come viene finanziata questa espansione. Per anni i maggiori gruppi tecnologici americani hanno potuto sostenere gli investimenti attraverso gli enormi flussi di cassa generati dalle proprie attività.

La dimensione della nuova corsa infrastrutturale sta però modificando questo modello: gli hyperscaler stanno ricorrendo sempre più ai mercati obbligazionari e ad altre forme di finanziamento.

La stessa Bce ha recentemente rilevato che le Big Tech stanno aumentando la loro presenza anche sul mercato obbligazionario dell’area euro. Questo può accrescere la concentrazione degli investimenti e l’esposizione europea al settore tecnologico statunitense.

Il rischio è un meccanismo a catena. Se le aspettative sui profitti futuri dell’AI venissero ridimensionate, la correzione potrebbe non fermarsi alle azioni tecnologiche. Potrebbe coinvolgere obbligazioni, credito privato e investitori esposti direttamente o indirettamente al boom.

La BCE sottolinea infatti che la combinazione tra forte crescita delle quotazioni azionarie e aumento dell’indebitamento merita particolare attenzione dal punto di vista della stabilità finanziaria.

Europa indietro negli investimenti

Il paradosso è che l’Europa deve contemporaneamente proteggersi dai rischi finanziari dell’AI e investire molto di più nella stessa tecnologia.

Secondo Lagarde, alla fine del 2025 il 38% delle imprese dell’area euro dichiarava almeno un utilizzo moderato dell’intelligenza artificiale, ma appena il 7% ne faceva un uso significativo.

Per colmare il divario con gli Stati Uniti non basta finanziare startup o acquistare software. Servono capacità di calcolo, data center, energia, capitale, formazione dei lavoratori e una trasformazione dei processi aziendali. Le imprese europee stanno aumentando gli investimenti: secondo una recente indagine BCE, il 49% prevede investimenti in tecnologie e strumenti AI, il 46% nella formazione dei dipendenti e il 40% in dati e infrastrutture.

Lagarde richiama quindi iniziative come InvestAI, lo Scaleup Europe Fund e i 30 miliardi di euro destinati alle AI Gigafactories. Ma il nodo strutturale rimane la capacità europea di trasformare ricerca e innovazione in imprese capaci di crescere su scala globale.

AI e lavoro: dipende da come viene utilizzata

La seconda grande incognita riguarda l’occupazione, ha affermato Lagarde: “oltre la metà dei lavoratori utilizza già strumenti di AI nel proprio lavoro”.

Finora non emerge un effetto generalizzato di distruzione dei posti di lavoro. Anzi, le aziende che utilizzano maggiormente l’AI tendono nella fase di transizione ad assumere di più. Ma la finalità dell’investimento fa la differenza.

“Le imprese che impiegano l’intelligenza artificiale per ricerca, innovazione e sviluppo di nuovi prodotti tendono ad aumentare l’occupazione; quelle che la adottano principalmente per ridurre il costo del lavoro mostrano invece una maggiore propensione a tagliare personale”, si legge nel testo pubblicato dalla Bce.

La domanda decisiva, secondo Lagarde, resta quindi aperta: “L’AI diventerà prevalentemente un complemento del lavoro umano oppure un suo sostituto?“.
Intanto, secondo una nuova ricerca pubblicata da McKinsey, per colpa dell’AI più di 11 milioni di lavoratori americani dovranno cercare un’occupazione diversa da quella attuale nei prossimi 10 anni.

La strategia europea: innovare, essere indipendenti, utilizzare l’AI

La risposta indicata dalla presidente della Bce poggia infine su tre direttrici: innovazione, indipendenza e diffusione intensiva dell’intelligenza artificiale.

L’Europa deve “ridurre la frammentazione del mercato unico”, sviluppare “mercati dei capitali più profondi”, aumentare la “disponibilità di energia e capacità di calcolo” e rafforzare le componenti critiche della filiera tecnologica.

L’obiettivo, precisa Lagarde, “non è l’autosufficienza, ma garantire che le funzioni strategiche possano continuare a operare anche in condizioni avverse”.

La sfida europea assume così una doppia dimensione: Bruxelles deve evitare di restare spettatrice di una rivoluzione tecnologica finanziata e controllata altrove, senza però ignorare che proprio la velocità e la quantità di capitale riversate sull’AI stanno creando “nuove vulnerabilità”.

Per l’Europa, dunque, investire nell’intelligenza artificiale non basta, ha sottolineato la Presidente della Banca centrale, la questione diventa riuscire a farlo senza trasformare la corsa tecnologica di oggi nel rischio finanziario di domani.

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Trump-Xi, la diplomazia dei chip si ferma alla cena

Vertice alla Casa Bianca tra Donald Trump e Xi Jinping sulla nuova geopolitica dell’AI

Dopo cerimoniali in pompa magna di diverse ore, con tanto di tappetti rossi, soldati in alta uniforme in rappresentanza dei vari corpi militari, passaggio di aerei B-2 e F-22 Raptor, la prima giornata della storica visita di Stato del Presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, negli Stati Uniti si è conclusa con una fastosa cena di gala a Washington.

In queste prime ore è sembrato chiaro che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Presidente Xi stiano cercando una tregua commerciale, pur ribadendo in silenzio che la competizione è inevitabile. Tra le due superpotenze la partita si gioca sempre meno sui dazi e sempre più su intelligenza artificiale (AI), semiconduttori, capacità di calcolo, materie prime critiche e tecnologie avanzate.

È questa la fotografia che emerge dal vertice del 24 settembre alla Casa Bianca. Washington e Pechino hanno esteso di due mesi la sospensione di una nuova escalation tariffaria, rinviando al 10 gennaio 2027 la scadenza della tregua. Ma non è emersa una svolta pubblica sui controlli americani all’esportazione delle tecnologie più sensibili verso la Cina.

La diplomazia riapre dunque qualche spazio al commercio mentre la politica industriale continua a separare i due sistemi tecnologici.

XI JINPING PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Sull’AI Trump e Xi aprono il dialogo: possibili meccanismi di alert comuni in caso di incidenti o crisi

Una delle novità riguarda l’intelligenza artificiale. Stati Uniti e Cina stanno esplorando un confronto sui rischi dell’AI, compresa la possibilità di “meccanismi di comunicazione in caso di incidenti o crisi” (notification mechanism), già anticipata dal Segretario del Tesoro americano, Scott Bessent. I terreni potenziali vanno dagli attacchi informatici all’uso biologico, fino ai rischi per infrastrutture critiche come energia, finanza e trasporti.

Le impostazioni politiche restano però differenti. Trump arriva al vertice dopo aver ribadito all’ONU il rifiuto americano di uno schema globale di controllo dell’intelligenza artificiale, che ha definito anche “super intelligenza”. Xi insiste invece sulla responsabilità delle grandi potenze nel mantenere l’AI sotto controllo umano e orientarla al benessere delle persone.

“La super intelligenza sarà un grande tema di discussione, ma voglio lasciarla esattamente dov’è. È anche la posizione della Cina”, aveva dichiarato Trump prima dell’arrivo del Presidente cinese.

“Abbiamo entrambi la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e al servizio del benessere delle persone”, ha dichiarato Xi alla Casa Bianca, secondo varie agenzie stampa internazionali, aggiungendo: “Deve essere adottato un approccio centrato sulle persone e l’IA deve essere sviluppata in modo positivo e per il bene, così da servire il progresso dell’umanità”.

Per ora non c’è una governance comune, c’è qualcosa di più pragmatico: il tentativo di evitare che la corsa all’AI produca incidenti capaci di trasformare la rivalità tecnologica in una crisi geopolitica.

Il vero confine resta quello dei chip

È sui semiconduttori che il riavvicinamento si ferma. Dal vertice non risulta un accordo per riaprire alla Cina l’accesso ai chip AI più avanzati, alle apparecchiature necessarie per produrli o alle altre tecnologie di calcolo sottoposte alle restrizioni statunitensi.

Non è un dettaglio, anzi, è il cuore dell’incontro (assieme a Taiwan). I semiconduttori sono diventati contemporaneamente infrastruttura economica, tecnologia dual use e strumento di politica estera. Senza GPU, memorie avanzate, software di progettazione, macchinari di fabbricazione e data center non esiste una leadership nell’intelligenza artificiale.

Washington cerca un difficile equilibrio commerciare con Pechino senza trasferirle le tecnologie che considera determinanti per il proprio vantaggio strategico, mentre la Cina persegue l’obiettivo opposto e cioè ridurre la dipendenza dall’ecosistema tecnologico occidentale sviluppando semiconduttori, AI e capacità industriali domestiche.

XI JINPING PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE, DONALD J. JOHN TRUMP PRESIDENTE USA

Nvidia, OpenAI, Apple e Microsoft: chi sedeva alla cena

A raccontare meglio di qualsiasi comunicato la posta in gioco è stata però la cena di Stato. Nella East Room della Casa Bianca sedevano oltre 130 invitati e una parte impressionante dell’infrastruttura privata che sostiene la potenza tecnologica americana.

Tra i numerosi CEO e presidenti, c’erano: Jensen Huang di Nvidia, Lisa Su di AMD, Sanjay Mehrotra di Micron e Cristiano Amon di Qualcomm. E poi Sam Altman e Greg Brockman di OpenAI, Mark Zuckerberg di Meta, Satya Nadella dei Microsoft, Sundar Pichai e Sergey Brin di Google, Tim Cook (ex Ceo di Apple), Jeff Bezos di Amazon, Michael Dell fondatore di Dell Technologies e Elon Musk di SpaceXAI/Tesla.

Accanto alla tecnologia sedeva la finanza: Jamie Dimon di JPMorgan, Larry Fink di BlackRock, David Solomon di Goldman Sachs e Stephen Schwarzman di Blackstone. C’era anche tanta industria, automotive, aerospazio e difesa.

La Casa Bianca ha quindi mostrato a Xi non semplicemente le Big Tech, ma un ecosistema completo di potere economico: capitale finanziario, chip, cloud, modelli AI, data center, piattaforme, aerospazio e industria.

Non risultano al momento accordi o intese durante la cena, né nuove potenziali voci sull’export, diciamo che la presenza dei CEO va letta soprattutto sul piano politico e industriale.

Materie prime contro capacità di calcolo

La competizione, inoltre, non è a senso unico. Se gli Stati Uniti controllano molti dei nodi più preziosi del software, dell’AI e della progettazione dei semiconduttori, la Cina dispone di leve fondamentali nelle terre rare, nei minerali critici, nella raffinazione e nella manifattura. È qui che tecnologia e politica industriale diventano inseparabili.

Per entrambe le potenze l’obiettivo non è più soltanto conquistare quote di mercato. È assicurarsi che, in caso di crisi, il concorrente non possa interrompere l’accesso alle risorse indispensabili alla crescita economica e alla sicurezza nazionale.

I due Paesi devono “coesistere e cooperare” come principali potenze globali, evitando la “trappola di Tucidide”, la teoria che descrive il rischio di guerra quando una potenza nuova ed emergente sfida una già dominante. Per questo, dovrebbero esserci più iniziative comuni in ambito commerciale e sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, mantenendo al contempo un dialogo militare costante.

Non è decoupling, è competizione controllata

Il vertice Trump-Xi, che negli Stati Uniti non è stato accolto proprio benissimo a livello bipartisan al Congresso, molto di più invece tra la gente (sei americani su dieci sono per politica di “cooperazione amichevole e impegno” per la pace), suggerisce quindi una formula diversa dal semplice “decoupling”. Stati Uniti e Cina hanno bisogno di continuare a commerciare e hanno interesse a evitare shock incontrollati, ma contemporaneamente stanno costruendo maggiore autonomia nei settori considerati strategici.

È una sorta di competizione controllata, almeno in questa fase storica, nella quale dazi, export control, terre rare, investimenti pubblici e politiche industriali diventano parti dello stesso negoziato.

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