Spazio, AI, calcolo quantistico, tecnologie pulite, energia, le nuove priorità del bilancio Ue

Gli esami di maturità del Consiglio europeo. Ecco le materie: intelligenza artificiale, quantistica, clean tech, Space Economy, nuove fonti energetiche e indipendenza digitale

Si è appena concluso il G7 di Evian, in Francia. Uno degli ultimi tavoli ha visto sedere assieme capi di Stato e di Governo con i CEO delle Big Tech. Le grandi aziende tecnologiche americane hanno detto la loro, le grandi democrazie occidentali hanno ascoltato e preso nota. Nel frattempo a Bruxelles si è riunito il Consiglio europeo e inevitabilmente al centro del tavolo ci sono quasi gli stessi temi.

Iran, Russia, Ucraina, Israele, Difesa, Stretto di Hormuz, Nato, certo le priorità sono tutte politiche, geopolitiche ed economico-finanziarie, ma per i leader europei la posta in gioco è molto più alta in questo caso: la sopravvivenza dell’Unione europea (Ue) in un tempo di drammatiche tensioni internazionali, di guerre (anche alle porte dell’Unione), di incertezze nei rapporti internazionali e sui mercati delle materie prime più strategiche (energetiche in primis).

E poi ci sono i nuovi capitoli di spesa, che impongono la massima attenzione perché rappresentano le priorità del futuro. un futuro che per l’Ue è ancora piuttosto nebuloso, a tratti difficile anche solo da tratteggiare.

La questione del bilancio pluriennale dell’Ue

I Paesi dell’Unione si ritrovano a discutere di tutto questo e di bilancio pluriennale, argomento complesso, su cui i leader europeo dispiegano trame, creano alleanze (alcune impensabili, se viste dalle singole capitali d’Europa) e consumano duelli all’ultimo social.

La domanda che ci poniamo è la seguente: dove e come trovare nuove risorse finanziarie per Spazio, intelligenza artificiale (AI), calcolo quantistico, tecnologie pulite, biotecnologie e fonti energetiche alternative? È qui che si gioca la partita di domani. Non stiamo parlando di un futuro lontano, ma di qualcosa che già è prioritario, ma scarsamente avvertito come tale dalla maggioranza dei cittadini europei e di conseguenza (almeno all’apparenza) sottovalutato dai politici europei.

Solo nell’ultimo biennio (2024-2025) gli Stati Uniti hanno investito in Spazio, AI, calcolo quantistico e tecnologie pulite, più di 500 miliardi di dollari. Nei prossimi dieci anni questa cifra è destinata a crescere in maniera esponenziale, secondo alcune stime la spesa cumulata di queste voci potrebbe raggiungere i 29 trilioni di dollari entro il 2040.

Da sinistra Ursula von der Leyen, Presidente Commissione europea, Antonio Costa, Presidente Consiglio europeo, Nikos Christodoulidis Christodoulides Presidente Cipro, Kaja Kallas Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza e Vicepresidente della Commissione europea, Roberta Metsola, Presidente del Parlamento europeo

Autonomia strategica e sovranità tecnologica

Questi sono i parametri di riferimento: giganteschi, dimensioni anche difficili da immaginare. Oggi, secondo la stampa internazionale, i capi di Stato e di Governo europei cercano prima di tutto di affrontare i capitoli tradizionali della Politica Agricola Comune (la celebre PAC) e quelli della politica di coesione. Tutti dobbiamo mangiare e nessuno vuole subire disparità economiche, sociali e territoriali tra Stati europei. La crescita economica e sociale, equa e armoniosa dell’Unione, è da sempre un principio guida, ma i tempi cambiamo e impongono delle nuove o delle altre priorità, appunta legate all’impetuoso sviluppo tecnologico.

La nostra Premier Giorgia Meloni, pur occupando si “molto” di PAC e coesione, in un videomessaggio inviato al “Future Investment Initiative Priority Summit Europe 2026” di Roma, ha comunque dichiarato perentoria ad avvio del Consiglio europeo: “Servono autonomia strategica, capacità industriale, sovranità tecnologica e potenza finanziaria”.

Dal palco del Viva Tech di Parigi, parlando del caso Anthropic e del blocco dell’AI Mythos, il ministro tedesco per la Trasformazione digitale e la modernizzazione del governo, Karsten Wildberger, ha dichiarato: “La sospensione dell’accesso ai più avanzati modelli rende chiara una cosa a tutti quanti. Non si tratta più di un dibattito sull’accesso; le regole sono cambiate dalla sera alla mattina, e la sovranità significa che noi siamo in grado di agire se succedono cose del genere”.  

La dipendenza dagli USA è una minaccia esistenziale per l’Ue

E hanno ragione. Come ha spiegato il presidente del prestigioso ifo Institute – Leibniz Institute for Economic Research dell’Università di Monaco, Clemens Fuest: “La dipendenza dalle aziende statunitensi specializzate in AI rappresenta una minaccia esistenziale per l’economia europea”.

Secondo Fuest, ci sono tre compiti chiave di estrema urgenza per l’Europa al fine di contrastare questa minaccia esistenziale. Primo punto, l’espansione dei data center, degli stabilimenti di produzione di chip e delle infrastrutture energetiche deve essere significativamente accelerata e sostenuta, e i processi di approvazione devono essere drasticamente abbreviati.

Per far questo serve però più energia e Fuest invita a lavorare sul nucleare, anche riavviando le centrali dismesse (soluzione controversa sia per gli altissimi costi finanziari, sia per i tempi incerti e a suo dire non c’è più tempo).

Terzo punto, l’Unione deve mettersi d’accordo su una strategia coerente per espandere rapidamente le capacità nel campo dell’AI, affiancata da semplificazione normativa.

URSULA VON DER LEYEN PRESIDENTE COMMISSIONE EUROPEA, ANTONIO COSTA PRESIDENTE CONSIGLIO EUROPEO

Dove e come trovare le risorse finanziarie per il salto tecnologico europeo? Il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034

Il punto chiave di tutto questo discorso è sempre uno: dove e come trovare i soldi?
Seguendo quanto riportato da Christian Spillmann su La Matinale Européenne, un negoziatore europeo avrebbe dichiarato: “Per la prima volta, nel tavolo delle trattative ci sono delle cifre, ma sono state messe in sospeso perché al momento non c’è accordo su nulla”.

Parliamo di 2.000 miliardi di euro per il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, non molto per tutte le voci di spesa e per le priorità vecchie e nuove a cui far fronte, ma è già qualcosa. Ora dobbiamo però rispondere alla domanda. Ci sono solo tre strade: o trovare nuove risorse interne (quindi le famigerate tasse europee), o si fa nuovo debito, o si rimanda il rimborso dei debiti già contratti.

Il Next Generation EU, con i suoi quasi 800 miliardi di euro, va rimborsato (da qui viene il nostro PNRR). In molti chiedono maggiore flessibilità nel rimborsare questo debito (debito diretto per gli Stati per circa 390 miliardi di euro).

Le proposte dell’Europarlamento e della Commissione europea

Come ha ricordato Spillman, il Parlamento europeo ha proposto tre nuove opzioni: una tassa sul digitale, una tassa sulle criptovalute e una tassa sulle scommesse e sui giochi online. Si tratta di soluzioni che potrebbero generare entrate significative. Secondo le stime della Commissione europea, consultate da Agence Europe, le tre imposte potrebbero generare rispettivamente 35 miliardi, 20 miliardi e 13 miliardi di euro all’anno tra il 2028 e il 2034.

Anche la Commissione europea ha presentato una proposta per il bilancio UE 2028-2034, introducendo 5 nuove risorse proprie che genereranno 58,5 miliardi di euro all’anno di entrate, senza aumentare i contributi degli Stati membri. Il nuovo sistema fiscale europeo prevede: proventi dal Sistema di scambio di quote di emissione dell’UE, che monetizza il mercato delle emissioni di CO2; meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere; un’imposta sui rifiuti elettronici non raccolti; accise sul tabacco; contributi dalle grandi imprese che operano nel mercato unico europea.

Le grandi sfide dell’Ue: tenere testa a Trump (e alle Big Tech) e sopravvivere a sé stessa

Inutile dire che ci vorrà “molto” coraggio politico per affrontare i giganti tecnologici americani e il loro protettore, il presidente Donald Trump. La loro presenza al G7 ne ha di fatto aumentato enormemente il peso politico, oltre che finanziario.

Con il vertice del Consiglio europeo di ieri e oggi sono ufficialmente iniziate le discussioni: occorre raggiungere un accordo sull’entità definitiva del Quadro Finanziario Pluriennale. Un lavoro non facile, tra lacune da colmare, differenze politiche e culturali a prima vista insuperabili tra Stati partner, e ricerca di opzioni alternative.

Nel 2027 si vota in diversi Paesi chiave dell’Unione, tra cui l’Italia, la Spagna e la Francia, potrebbero emergere nuove maggioranze e non è detto che condividano più la stessa idea di Union europea. il rischio, che molti intravedono, è che a seconda di come andranno le cose potrebbe proprio non esserci più un’Unione.

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Indipendenza digitale, appello di Francia e Germania alla Ue dopo il blocco di Anthropic. “Non è più una questione di accesso”

Francia e Germania scendono in campo per l’indipendenza digitale europea. Dopo l’appello del primo ministro britannico Keir Starmer, sull’asse franco-tedesco arriva un nuovo appello congiunto agli altri Stati membri dal palco del VivaTech, evento in corso a Parigi, per unire le forze in un unico impegno comune per la sovranità digitale della Ue, dopo che le recenti frizioni fra Ue e Usa dopo il blocco di Anthropic, il “kill switch” deciso dall’amministrazione Trump dei principali modelli AI dell’azienda ai danni di cittadini stranieri, compresi i dipendenti dell’azienda.   

Europa non ha scelta

Eventi di questo tipo dimostrano che l’Europa deve per forza sviluppare le sue prorie capacità AI per non dover trovarsi alla mercé di governi, regolatori e aziende extra Ue, hanno detto i ministri dell’Economia e del Digitale francese e tedesco citati da Euronews.

Il ministro tedesco per la Trasformazione digitale e la modernizzazione del governo Karsten Wildberger (nella foto con il commissario alla Sovranità Digitale Ue Henna Virkkunen) ha detto che: “La sospensione dell’accesso ai più avanzati modelli rende chiara una cosa a tutti quanti. Non si tratta più di un dibattito sull’accesso; le regole sono cambiate dalla sera alla mattina, e la sovranità significa che noi siamo in grado di agire se succedono cose del genere”.  

Wildberger ha poi precisato che la sovranità in materia di IA non è protezionismo, ma una necessità per garantire la libertà di azione. “La sovranità non è isolamento. È apertura da una posizione di forza”, ha concluso.

In Germania strategia nazionale sull’AI

Per quanto riguarda la Germania, ha detto che il Paese sta implementando una strategia nazionale per i data center con l’obiettivo di quadruplicare la capacità di IA entro il 2030. La Germania sta inoltre lavorando a un’infrastruttura cloud sovrana.

Ha però sottolineato che il governo da solo non può portare avanti questo sforzo. “I veri protagonisti sono le grandi startup”, ha aggiunto. “L’Europa è in grado di innovare, di crescere su larga scala e di fare la differenza”.

“Unendo le nostre tecnologie, plasmiamo il futuro”, ha continuato il ministro tedesco. “Non saremo spettatori degli anni a venire”.

All’Europa non mancano idee, talenti o aziende disposte a costruire, ha aggiunto.

All’Europa non serve la paura

Il ministro francese dell’economia, delle finanze, dell’industria e della sovranità energetica, Roland Lescure, ha esordito riconoscendo onestamente il clima presente in sala.

“Vedo che alcuni di noi sono preoccupati [per i rischi dell’intelligenza artificiale] – e la preoccupazione è positiva. La preoccupazione è positiva”, ha detto, pur mettendo in guardia dal lasciarsi guidare dalla paura. “Nessuno di noi ce la farà da solo”.

Facendo riferimento al ruolo storico delle relazioni franco-tedesche, ha sostenuto che quando le due nazioni si allineano, “l’Europa si muove”.

Asse franco-tedesco

“Sono convinto che Francia e Germania possano farcela – ed essere al centro di ciò che verrà. I prossimi 10 anni saranno importanti”, ha concluso.

“Non si tratta di chiedersi se l’Europa sia pronta. Ciò di cui l’Europa ha bisogno ora è coraggio, ambizione e la disciplina necessaria per realizzare tutto questo e portarlo su larga scala”.

Entrambi i ministri hanno indicato le nuove iniziative bilaterali tra Francia e Germania come punto di partenza concreto.

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L’Estonia vuole l’ID digitale per gli agenti AI. Il premier Michal: “Dobbiamo sapere chi agisce, per conto di chi e con quali diritti”

L’Estonia vuole consentire agli agenti AI di avere una propria identità digitale, così da poter agire per conto delle persone in modo verificabile e controllabile.

L’iniziativa, sostenuta dal comitato consultivo Eesti.ai, prevede lo sviluppo di codici identificativi che gli agenti di intelligenza artificiale potranno usare per compiere determinate azioni, all’interno di un processo di autorizzazione e delega ancora da definire nei dettagli.

L’Estonia guarda soprattutto a permessi, limiti e responsabilità. L’obiettivo è evitare che le persone siano costrette a concedere poteri troppo ampi a un agente AI, con il rischio di perdere controllo sui propri diritti o sulle conseguenze delle azioni compiute dal software.

“Chi agisce, per conto di chi e con quali diritti”

Il primo ministro estone Kristen Michal ha spiegato che in futuro l’AI svolgerà sempre più compiti digitali per conto delle persone: preparare report, compilare dichiarazioni, interagire con sistemi informativi e gestire procedure online.

“Per questo deve essere chiaro chi agisce per conto di chi, con quali diritti e chi è in ultima istanza responsabile”, ha dichiarato Michal.

Non solo infrastruttura, ma responsabilità

Il punto centrale è la responsabilità. Finora molte applicazioni AI si sono limitate a generare testi, immagini, suggerimenti o analisi che richiedono comunque un intervento umano per produrre effetti concreti. Con gli agenti AI, invece, il passaggio cambia: il software può agire direttamente.

Può acquistare un prodotto, inviare un documento, compilare una dichiarazione, interagire con una piattaforma pubblica, modificare dati o avviare una procedura. In questi casi non basta più sapere che un utente ha usato uno strumento AI. Bisogna capire quale agente ha agito, con quale mandato, entro quali limiti e con quale tracciabilità.

L’Estonia, Paese già noto per l’uso avanzato dei servizi digitali pubblici, prova quindi ad anticipare un problema destinato a diventare centrale: come autorizzare l’AI ad agire senza trasformarla in una zona grigia giuridica.

Le prime cause sulla responsabilità dell’AI

Finora le aziende AI hanno cercato di limitare il più possibile la propria responsabilità per i danni causati dai sistemi automatizzati. Ma non sempre ci sono riuscite.

Un tribunale canadese ha ritenuto Air Canada responsabile per informazioni errate fornite da un chatbot. In Germania, un tribunale ha ritenuto Google responsabile per contenuti inesatti generati da AI Overview.

Questi casi mostrano che la responsabilità dell’AI sta già entrando nelle aule giudiziarie, anche prima che le norme sugli agenti autonomi siano davvero mature. La differenza è che, con gli agenti AI, il problema diventerà più complesso: non si tratterà solo di una risposta sbagliata, ma di azioni eseguite direttamente per conto di qualcuno.

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L’’AI fa esplodere i costi delle RAM e mette in crisi Apple. iPhone 18 più caro?

La corsa all’intelligenza artificiale comincia a pesare anche sui prodotti consumer. La domanda crescente di hardware per data center e sistemi AI ha provocato una carenza mondiale di chip di memoria, un fenomeno già ribattezzato “RAMageddon”. Ora Apple avverte i clienti: i prossimi iPhone, Mac e iPad potrebbero costare di più.

In una recente intervista al Wall Street Journal, Tim Cook ha spiegato che gli aumenti di prezzo sono “inevitabili”, nonostante gli sforzi dell’azienda per assorbire i rincari dei componenti. Secondo il CEO uscente di Apple, i costi dei chip di memoria e storage sono quadruplicati rispetto allo scorso anno. Una situazione che Cook ha definito “insostenibile”.

Apple non ha indicato quali prodotti saranno coinvolti né quando scatteranno eventuali rincari. Ma il tema era già stato sollevato nei mesi scorsi. Ad aprile, dopo aver presentato vendite trimestrali record, Cook aveva avvertito che l’aumento dei costi delle memorie avrebbe potuto pesare sui risultati successivi del gruppo. Nello stesso periodo anche John Ternus, indicato come prossimo amministratore delegato, aveva richiamato l’attenzione sul problema.

iPhone tra i prodotti più esposti: ma non solo

Se Apple deciderà di aumentare i prezzi, l’iPhone sembra il prodotto più esposto. Secondo esperti della filiera delle memorie citati dal Financial Times, lo smartphone della società potrebbe essere direttamente coinvolto. Il prossimo lancio autunnale darebbe ad Apple l’occasione per aggiornare i listini.

Il problema, però, non riguarda solo l’iPhone. Apple vende molti dispositivi che integrano chip DRAM e NAND: Mac, iPad, Apple Watch e Vision Pro. Tutti prodotti che potrebbero risentire dell’aumento dei costi nella catena di fornitura.

Non è ancora chiaro quanto potrebbero salire i prezzi. La società di ricerca TechInsights ha stimato al Wall Street Journal che Apple dovrebbe aggiungere circa 270 dollari al prossimo iPhone Pro per mantenere invariato il proprio margine di profitto. L’iPhone 17 Pro parte oggi da 1.099 dollari.

Il conto dell’AI arriva sui consumatori

La carenza di memorie mostra una conseguenza concreta della corsa all’intelligenza artificiale. I grandi modelli non richiedono solo software, dati e GPU. Hanno bisogno anche di enormi quantità di memoria e storage, componenti che vengono assorbiti sempre di più dai data center.

Per Apple, che costruisce gran parte dei propri margini sull’integrazione hardware-software e su una filiera molto controllata, l’aumento dei costi delle memorie diventerà difficile da assorbire.

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Musk è trilionario. Lo dovrebbe essere anche lo Stato che lo ha reso possibile

Con l’IPO di SpaceX dello scorso 12 giugno, Elon Musk è diventato il primo trilionario della storia. Una ricchezza che un italiano medio potrebbe acquisire solo lavorando per oltre 3 milioni di anni.

Musk era già l’uomo più ricco del mondo con più di un quarto di quella fortuna derivante dalle azioni Tesla, l’azienda che nel 2010 era una startup pre-revenue sull’orlo del fallimento, salvata da un prestito di 465 milioni di dollari del Dipartimento dell’Energia americano, quando nessuna banca privata era disposta a finanziarla. Quel prestito è stato restituito nove anni prima della scadenza: lo Stato ha incassato 26 milioni di dollari in interessi. Gli azionisti, nel frattempo però, hanno visto la propria ricchezza crescere di centinaia di miliardi.

Questa storia è al centro del nostro nuovo paper per il Mossavar-Rahmani Center for Business and Government della Harvard Kennedy School, scritto insieme a John Haigh, Direttore del Centro, Edoardo Campanella, Direttore dell’UniCredit Investment Institute e Cameron Davis, Ricercatore. La domanda di fondo è semplice: se è il pubblico ad assumersi il rischio iniziale — finanziando la ricerca, garantendo prestiti, creando domanda quando il capitale privato si tira indietro nelle fasi iniziali di un’azienda — perché poi non partecipa, almeno in parte, ai profitti quando la scommessa si rivela vincente?

Tesla e Moderna, due storie diverse

Nel paper investighiamo questa domanda con due casi. Per Tesla, abbiamo dapprima messo su una bilancia i benefici sociali indirettamente generati dal 2010, anno del prestito ricevuto, al 2024 — salari, imposte versate, emissioni di CO2 evitate: circa 61 miliardi di dollari. Sull’altro piatto, i benefici privati incassati dall’azienda – i lauti incentivi a livello federale e statale – e dall’azionista di riferimento, Musk: oltre 263 miliardi. Ci siamo poi chiesti quanti soldi lo Stato abbia lasciato sul tavolo: se quel prestito pubblico fosse stato convertito in una quota azionaria simbolica dell’1%, oggi varrebbe 14 miliardi — 540x dei soli 26 milioni di interessi effettivamente incassati.

Moderna racconta una storia più equilibrata: il vaccino mRNA nasce da decenni di ricerca pubblica (NIH, DARPA) e viene portato su scala industriale con i 10,8 miliardi di Operation Warp Speed. Qui i benefici pubblici (circa 10 miliardi diretti, più centinaia di miliardi in vite salvate) sono molto più vicini ai 25 miliardi di benefici privati. Eppure, anche in questo caso, lo Stato americano ha dovuto attendere anni di cause legali per ottenere un accordo da 400 milioni sull’uso di un brevetto sviluppato dai suoi stessi ricercatori. Una semplice royalty concordata all’inizio avrebbe dato lo stesso risultato, senza il braccio di ferro in tribunale.

Cosa significa, in concreto, che lo Stato entra nel capitale

Qui arriviamo al punto che più interessa guardando al futuro: cosa vuol dire, davvero, partecipazione pubblica diretta nel capitale di grandi aziende come, ad esempio, le future Big Tech che sono in una fase di crescita ma non ancora di maturità? È bene sgombrare subito il campo da un equivoco. Non si parla di nazionalizzare Tesla o di mettere un funzionario pubblico a dirigere OpenAI. Si parla di qualcosa di molto più sobrio e già ampiamente collaudato nei mercati finanziari: quando lo Stato supporta un’impresa privata ad alto rischio, può farlo ottenendo in cambio non solo la restituzione del prestito, ma anche una piccola fetta del valore che quell’impresa creerà se avrà successo.

Gli strumenti a disposizione variano. All’estremo più conservativo c’è il sussidio a fondo perduto: lo Stato dà i soldi e non chiede nulla indietro, strumento dominante in Europa. Poi il prestito da restituire, che recupera capitale e interessi ma non partecipa al successo: è il caso Tesla. Più in là le royalties, una percentuale minima sui ricavi di un prodotto nato da ricerca pubblica, già norma negli accordi di licenza dei National Institutes of Health americani. E infine l’equity convertibile: un prestito che, al raggiungimento di un traguardo (per esempio la quotazione in borsa) o all’attivazione di una clausola, si trasforma automaticamente in una piccola quota azionaria di minoranza, magari senza diritto di voto, e con l’uscita già programmata una volta recuperato l’investimento.

Non è teoria. I grandi fondi sovrani — dalla Norvegia ai Paesi del Golfo — sono di fatto azionisti pubblici di mezza Silicon Valley. E la stessa amministrazione Trump, negli ultimi mesi, ha acquisito quote dirette in Intel e in società minerarie strategiche. La differenza tra fare tutto questo in modo improvvisato, caso per caso, e farlo in modo sistematico, scrivendolo nei contratti prima che il denaro esca dalle casse pubbliche, è enorme: nel primo caso lo Stato rincorre, nel secondo pianifica.

Una questione di giustizia, non solo di contabilità

In un’epoca segnata da disuguaglianze crescenti, continuare a finanziare l’innovazione privata senza alcun ritorno per la collettività non è solo un errore contabile ma anche politico. Rischia di alimentare proprio quella frattura tra chi vince e chi resta indietro che la politica industriale dovrebbe contribuire a ricucire. Non si tratta di punire il successo o di scoraggiare chi fa impresa — Musk e gli altri hanno costruito cose straordinarie — ma di riconoscere che, quando il successo è reso possibile da decenni di soldi e ricerca pubblica, una parte del frutto spetta legittimamente anche a chi quel rischio lo ha pagato con le proprie tasse.

Il tema è destinato a esplodere nell’era dell’AI. I colossi che oggi guidano la corsa vivono di un sostegno pubblico enorme: ricerca di base finanziata dallo Stato, energia e terreni agevolati per i data center, garanzie sul credito. È lo stesso schema di Tesla, su scala incomparabilmente più grande e con rischio similare: che i guadagni si concentrino in pochissime mani mentre i costi e i rischi restino socializzati.

Un cambiamento nell’approccio europeo e italiano

Negli Stati Uniti questo dibattito è già molto concreto, e attraversa entrambi i partiti. In Europa, e in particolare in Italia, resta marginale perché investiamo in ricerca e sviluppo molto meno di americani e cinesi e sembriamo aver perso la capacità di creare nuovi leader di settore. Ma diventerà inevitabilmente centrale nel momento in cui l’Europa dichiara di voler fare sul serio sulla sovranità tecnologica.

Si potrebbe obiettare che l’Europa lo faccia già – CDP Venture Capital in Italia, il Fondo Europeo per gli Investimenti. Ma il problema che solleviamo è diverso. Questi strumenti coprono una porzione minima del denaro pubblico che alimenta l’innovazione, e proprio quella dove il problema non si pone perché lì lo Stato la sua quota azionaria ce l’ha già. Il grosso degli aiuti passa altrove: crediti d’imposta, sussidi del PNRR a fondo perduto, garanzie, energia e terreni agevolati per gigafactory e data center. È lì, dove lo Stato finanzia il privato senza ottenere nulla in cambio del successo, che si annida l’asimmetria di Tesla e dove l’Europa rischia di ripeterla su scala più grande con i miliardi della sovranità tecnologica.

La proposta, vale la pena chiarirlo, non è un nuovo fondo, una nuova agenzia o un’altra regola in più in un continente che di burocrazia ne ha già a sufficienza. È l’opposto: una clausola, scritta una volta sola nel contratto di finanziamento, prima che il denaro esca dalle casse pubbliche nella forma di royalty minima o conversione in equity al raggiungimento di un traguardo. Nessun funzionario in consiglio d’amministrazione, nessun rallentamento per l’impresa. Solo il principio, oggi assente, che quando il rischio è pubblico anche una parte del premio lo sia.

Fare politica industriale costa cifre enormi, e quei soldi escono dalle tasche dei contribuenti. Per essere sostenibile nel tempo, politicamente prima ancora che finanziariamente, bisogna poter garantire loro che si tratta di investimenti per la collettività, e non di regali a privati che ne raccolgono quasi per intero i benefici. Lo Stato non deve diventare imprenditore al posto del mercato. Deve solo smettere di essere quel socio che mette tanti soldi e vede pochi utili.

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Engineering cede ad Accenture due società: Alfahealth e Industries eXcellence

Il Gruppo Engineering ha sottoscritto due accordi vincolanti con Accenture per la cessione dell’intero capitale sociale di Alfahealth S.p.A., operante nella trasformazione della sanità italiana, e del Gruppo Industries eXcellence, attivo nello sviluppo e nella realizzazione di soluzioni digitali per i settori industriali, con principale focus negli USA e in alcuni mercati europei.

I due asset rappresentano complessivamente circa il 18% dei ricavi consolidati e il 25% dell’EBITDA Adjusted del Gruppo Engineering nel 2025.

Bisio: “Con questa operazione ci rafforziamo nei segmenti tecnologici e industriali più attrattivi”

Dichiara Aldo Bisio, CEO del Gruppo Engineering: “Gli accordi rappresentano un passo importante nel percorso di rifocalizzazione del business di Engineering: accelerare sull’AI, riacquistare nuovi gradi di libertà strategica nei segmenti a più alta crescita anche attraverso la riduzione della leva finanziaria, investire nelle principali piattaforme proprietarie e rafforzarci nei segmenti tecnologici e industriali più attrattivi, per consolidare un vantaggio competitivo sostenibile per i nostri clienti”.

Queste operazioni rappresentano un passo significativo nel percorso di trasformazione strategica in corso, volto a rafforzare il focus di Engineering sui propri segmenti core e ad accelerare ulteriormente l’offerta AI in forte crescita.

Le operazioni sono soggette alle consuete condizioni sospensive, tra cui, a titolo esemplificativo, le autorizzazioni Antitrust e Golden Power, e si prevede che si concludano nel quarto trimestre del corrente esercizio.

Il Gruppo punta sulla GenAI

I proventi netti della cessione, interamente su base cassa, rafforzeranno la struttura patrimoniale del Gruppo, offrendo maggiore flessibilità per proseguire nel percorso di trasformazione strategica in corso.

A seguito dei positivi risultati finanziari registrati negli ultimi trimestri, il Gruppo prosegue nella direzione intrapresa, puntando sul rafforzamento di un modello industriale incentrato su mix di business a maggior valore e sul ruolo centrale della GenAI (Intelligenza Artificiale Generativa).

In questo quadro si inserisce il recente lancio di IS-IA (Italy’s Sovereign Intelligence Architecture), architettura modulare che si fonda sull’LLM (Large Language Model) proprietario EngGPT 2 per offrire a Pubbliche Amministrazioni e aziende un’Intelligenza Artificiale sovrana: governabile, efficiente, aperta e in grado di integrarsi con altri modelli generalisti.

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L’AI ACT sarà modificato: prorogato al 2028 lo stop per i modelli ad alto rischio

La sessione plenaria del Parlamento europeo ha dato il via libera ieri alla riforma della legge europea sull’intelligenza artificiale (AI Act), che includerà nuovi divieti sui contenuti sessuali non consensuali (con il ban delle cosiddette app nudifier) e posticiperà di due anni alcuni degli obblighi previsti dai regolamenti UE in relazione ai modelli ad alto rischio.

Divieto di nudifier senza consenso

Nello specifico, come anticipato il 7 maggio scorso su Key4biz, sono vietati i sistemi di intelligenza artificiale progettati esclusivamente per generare immagini sessuali o intime senza il consenso delle persone coinvolte, così come il materiale pedopornografico creato con questa tecnologia.

La riforma richiederà inoltre alle aziende che sviluppano modelli di intelligenza artificiale generici di implementare “misure di sicurezza ragionevoli” per prevenire la diffusione di questo tipo di contenuti.

Misura anti-Grok

La revisione del primo regolamento comune per mitigare i rischi legati all’intelligenza artificiale è stata elaborata mesi dopo la controversia scatenata dalla diffusa circolazione sui social media di immagini intime manipolate tramite intelligenza artificiale, in particolare attraverso strumenti integrati in piattaforme digitali come Grok, l’assistente virtuale collegato al social network X.

Lo scorso maggio, il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno concordato i dettagli di queste modifiche, che includono anche il rinvio al 2 dicembre di quest’anno dei requisiti di trasparenza per i contenuti generati artificialmente, come immagini, video o audio creati con l’intelligenza artificiale, che devono includere meccanismi che consentano agli utenti di identificare questo tipo di contenuto.

Sistemi di AI ad alto rischio posticipati in parte nel 2027 e in parte nel 2028

Parte degli obblighi previsti per i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, come quelli utilizzati in settori sensibili quali sanità, istruzione, settore bancario, reclutamento, controllo delle frontiere o gestione delle infrastrutture critiche, è stata posticipata dal 2 agosto 2026 al 2 dicembre 2027. Nel caso di sistemi integrati in prodotti, come dispositivi medici o macchinari industriali, i nuovi requisiti entreranno in vigore il 2 agosto 2028.

Proroga di due anni

Inizialmente, la legislazione europea prevedeva l’entrata in vigore anticipata di tali obblighi nel 2026, ma i colegislatori hanno concordato di posticiparli fino a 16 mesi, ritenendo che non tutti gli standard e gli strumenti tecnici necessari per la piena attuazione del regolamento siano ancora disponibili

L’accordo fa parte del pacchetto legislativo europeo sulla semplificazione digitale, Omnibus VI, attraverso il quale la Commissione europea cerca di ridurre gli oneri amministrativi e agevolare l’attuazione delle normative UE, in particolare per le piccole e medie imprese.

In questo contesto, il testo estende alcune delle esenzioni normative inizialmente previste per le PMI anche alle società a piccola capitalizzazione e rinvia ad agosto 2027 la scadenza per gli Stati membri per la creazione di ambienti nazionali di prova normativi per i sistemi di intelligenza artificiale.

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Among the large new rockets Amazon was counting on, only Europe has delivered

Amazon now has hundreds of flight-ready satellites standing idle in Florida, waiting to join the company’s low-Earth orbit Internet constellation, an Amazon official said Tuesday.

“They’re built, and sitting in a payload processing facility waiting for trips to orbit,” said Steve Metayer, vice president of Amazon Leo Production Operations, during a teleconference with reporters. “And we’re currently manufacturing several satellites a day.”

Metayer spoke on the eve of the company’s next mission, during which an Ariane 64 rocket will launch three dozen Amazon Leo satellites into orbit from a spaceport in French Guiana. Liftoff is targeted for 7:53 am ET (11:53 UTC) on Wednesday.

Arianespace steps up

France-based Arianespace has emerged as a critical partner for Amazon, which, to date, has had the majority of its 331 satellites launched on Atlas V rockets. However, Amazon has just one more mission booked on this rocket, which is operated by United Launch Alliance, as the vehicle is slated for retirement.

To launch the majority of its Leo constellation, Amazon booked rides on three large, new rockets four years ago: 18 launches on the Ariane 6 rocket, 12 launches on Blue Origin’s New Glenn rocket, with options for 15 additional launches; and 38 launches of the United Launch Alliance’s Vulcan rocket.

But of these new rockets, only Arianespace has delivered so far, with two launches completed this year, another on Wednesday, and more to come. Neither New Glenn (also owned by Amazon founder Jeff Bezos) nor Vulcan has launched Amazon satellites yet.

“As for Arianespace, they have definitely stepped up,” Metayer said. “They’re very reliable on their manifest dates, and they’re very reliable and safe on their insertions into orbit. So we definitely would continue to look forward to the next 16 launches with them on our existing contract, and we see them being a player long-term beyond that.”

https://arstechnica.com/space/2026/06/amid-launch-bottleneck-amazon-has-hundreds-of-satellites-waiting-to-fly/




Data center, in California la cittadina di Monterey Park vieta la costruzione: è il primo caso negli Usa

I cittadini di Monterey Park, città della California nell’area di Los Angeles, hanno votato contro la costruzione di nuovi data center sul territorio comunale.

Come ha riportato The Guardian, per la prima volta negli Stati Uniti i residenti sono stati chiamati alle urne per decidere su un divieto permanente alla realizzazione di queste infrastrutture. Il risultato è stato netto: oltre l’86% dei voti scrutinati si è espresso a favore del blocco.

“Questo dimostra in modo inequivocabile che i residenti di Monterey Park non vogliono data center nella loro comunità”, ha detto il consigliere comunale Jose Sanchez, parlando di una “vittoria schiacciante”.

La vicenda si era accesa dopo la presentazione, da parte di HMC StratCap, di un progetto per costruire una struttura di quasi 23mila metri quadrati. I residenti avevano contestato il possibile impatto su ambiente, consumo di acqua ed energia, tariffe delle utenze e vicinanza alle abitazioni.

Molte città e contee statunitensi avevano già introdotto moratorie temporanee o a tempo indeterminato sui data center attraverso decisioni dei governi locali. Il caso di Monterey Park è diverso perché il divieto è stato approvato direttamente dagli elettori.

Paura per ambiente e aumento delle bollette per luce e acqua

Il consiglio comunale di Monterey Park aveva già approvato ad aprile una moratoria a tempo indeterminato sui data center, dopo le proteste contro il progetto promosso da HMC StratCap, società di investimento interessata a realizzare una struttura in città.

I residenti temevano effetti negativi sull’ambiente, aumento delle tariffe di acqua ed elettricità e la vicinanza dell’impianto alle abitazioni.

Il quesito sottoposto agli elettori chiedeva di vietare i data center in tutta la città “per proteggere la qualità dell’aria, le risorse di acqua potabile e la salute pubblica” e per prevenire impatti sulle tariffe di elettricità e acqua. Il divieto resterà in vigore fino a eventuale revoca da parte degli stessi elettori.

Una scelta pensata per reggere anche in tribunale

Secondo Sanchez, la strada del voto popolare serve anche a rendere il divieto più solido dal punto di vista legale. HMC StratCap aveva minacciato azioni giudiziarie contro una possibile estensione della moratoria e contro la misura referendaria, anche se gli sviluppatori hanno poi indicato di non voler procedere.

“Poter dire in tribunale che i residenti di Monterey Park hanno votato per vietare i data center è un indicatore molto migliore della posizione della comunità rispetto al fatto che solo cinque consiglieri comunali abbiano approvato un’ordinanza”, ha spiegato Sanchez.

La protesta locale

La campagna per il divieto è stata sostenuta da gruppi locali, tra cui No Data Center in Monterey Park e San Gabriel Valley Progressive Action.

Amy J. Wong, cofondatrice di San Gabriel Valley Progressive Action, ha spiegato al Guardian che il consiglio comunale ha ascoltato le preoccupazioni dei cittadini. “Le hanno prese sul serio, cosa che non molti consigli comunali fanno”, ha detto.

Gli organizzatori hanno lavorato in tempi stretti. Secondo Wong, la campagna ha avuto circa due mesi per informare i residenti. Sono stati stampati 10.000 volantini e inviati materiali in inglese, cinese e spagnolo.

Molti cittadini erano già contrari ai data center, ma non tutti avevano chiaro come votare. Alcuni pensavano che per sostenere il divieto fosse necessario votare “no”. Gli attivisti hanno quindi dovuto spiegare che il voto favorevole alla misura era il “sì”.

Negli Usa cresce la protesta contro i data center per l’AI

Il voto di Monterey Park si inserisce in una protesta più ampia contro i data center per l’AI negli Stati Uniti. Secondo Quartz, la crescita dei consumi energetici sta alimentando un’opposizione politica sempre più organizzata, spinta soprattutto dal timore di bollette più alte.

Un sondaggio Gallup indica che il 70% degli americani non vorrebbe un data center AI nella propria comunità. Il tema è già diventato operativo: secondo i dati di Data Center Watch citati da Fortune, l’opposizione locale ha bloccato o interrotto 48 progetti per oltre 156 miliardi di dollari nell’ultimo anno. Alla base ci sono anche i costi energetici.

Una ricerca pubblicata su Environmental Research Letters stima che la quota di consumo elettrico nazionale dei data center sia passata dall’1,9% al 4,4% nel quinquennio concluso nel 2023, con possibili aumenti dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità tra il 6% e il 29% entro fine decennio. In Virginia, uno dei principali hub del settore, i costi di generazione potrebbero salire fino al 57%.

In Italia abbiamo il caso della Lombardia

Il caso americano trova un primo parallelo anche in Italia, soprattutto in Lombardia. Come abbiamo raccontato la settimana scorsa, la regione concentra una quota rilevante dei data center nazionali e sta discutendo una legge per regolamentarne lo sviluppo, mentre il Governo ha dichiarato di “preminente interesse nazionale” il maxi progetto EdgeConneX tra Milano Sud e Lodigiano.

Nell’area milanese sono già attivi 33 data center sui 49 presenti in Lombardia; altri 10 sono in costruzione e 23 in valutazione. Il nodo è simile a quello emerso negli Stati Uniti: attrarre investimenti e capacità digitale senza lasciare ai territori solo consumo di suolo, pressione energetica, impatto idrico e opposizione locale.

La Regione sostiene che la nuova legge serva proprio a colmare il vuoto normativo, privilegiando aree dismesse, recupero del calore residuo e compensazioni territoriali. Una cinquantina di sindaci ha però chiesto il rinvio del testo, segno che anche in Italia la crescita dei data center sta diventando una questione politica e non solo industriale.

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Indipendenza digitale, la proposta della Commissione scontenta tutti. Critiche incrociate da Europarlamento e Big Tech Usa

Il pacchetto di provvedimenti annunciato dalla Commissione Ue per spingere l’uso di tecnologie europee e allentare la dipendenza dal tech made in Usa, che pesa per l’80% sul totale del parco tecnologico nel Vecchio Continente, è stato accolto da forti critiche interne (da parte dell’Europarlamento) ed esterne (le Big Tech americane, bersaglio per quanto mascherato dell’offensiva).  

Le due proposte legislative, una dedicata alla produzione di microprocessori (Chips Act 2.0) e l’atro con l’obiettivo di sviluppare l’AI per il Cloud a livello europeo (CADA, Cloud and AI Development Act) ha sollevato non poche rimostranze, a partire dall’Europarlamento. Del pacchetto fanno parte anche misure open source, ma anche di efficienza energetica.

Il piano dell’esecutivo UE, ad ogni modo, dovrà incassare il sostegno dei 27 paesi del blocco e del Parlamento europeo nei prossimi mesi.

Pacchetto per favorire digitale made in Europe

Henna Virkkunen, commissaria europea alla Sovranità Digitale, ha presentato il pacchetto che esclude i giganti statunitensi come Amazon, Microsoft e Google dalle gare d’appalto cloud più sensibili, incoraggiando al contempo una rapida realizzazione di data center che utilizzino almeno in parte hardware o software europei. Per quanto riguarda i chip, il piano non si concentra tanto sull’attrarre impianti all’avanguardia, quanto sul sostenere i punti di forza esistenti del principale produttore di apparecchiature per chip ASML, dai materiali al packaging avanzato, sfruttando la domanda pubblica per aiutare le startup a crescere.

Ma con pochi campioni europeo, ridurre la dipendenza non sarà facile. Il blocco non ha una versione europea di Nvidia per la progettazione di chip per l’intelligenza artificiale, nessun concorrente della taiwanese TSMC per la loro produzione, e nessun gigante del software paragonabile ai grandi hyperscaler in grado di guidare la domanda attraverso vaste piattaforme Cloud.

Requisiti di sovranità in settori sensibili come banche, energia e sanità

La spinta verso requisiti di sovranità in settori sensibili come quello bancario, energetico e sanitario è motivata dalle preoccupazioni per il dominio dei giganti tecnologici statunitensi, nonché da timori relativi a leggi come il Cloud Act, che obbliga i fornitori con sede negli Stati Uniti a concedere alle autorità l’accesso ai dati anche se archiviati all’estero.

Criteri di sovranità negli appalti pubblici

La proposta dell’UE, finora inedita e che potrebbe subire modifiche dell’ultimo minuto, introduce anche criteri “non di prezzo” obbligatori per gli appalti pubblici, inclusi requisiti per software e hardware sviluppati all’interno dell’UE, il che svantaggerebbe le grandi aziende tecnologiche statunitensi.

Proposta troppo morbida per l’Europarlamento

La proposta è carente, dice Kim van Sparrentak, eurodeputato dei Verdi, che non considera abbastanza severo il provvedimento per assicurare l’indipendenza digitale dell’Europa a lungo termine.

Secondo i detrattori, scrive Politico.eu, la proposta della Commissione è forte nelle intenzioni ma debole nel confronto diretto con el big tech come Google, Microsoft e Amazon.

“La proposta resta troppo permissiva”, dice Christophe Grudler, europarlamentare centrista già in prima linea nella battaglia contro Starlink e l’invadenza extra Ue nel settore satellitare. Per Grudler il pacchetto lascerebbe ancora spazio alle aziende estere per offrire servizi a fette molto delicate e sensibili dell’economia europea.

L’Europarlamento ha così già manifestato apertamente l’intenzione di tentare di rimodellare la proposta.

Il CADA cuore del pacchetto

Il Cloud and AI Development Act (CADA), che rappresenta di fatto il cuore del pacchetto presentato nell’independence Day, introduce una certificazione su quattro livelli che le autorità pubbliche dovrebbero utilizzare per valutare strumenti digitali in base alla loro vulnerabilità a interferenze straniere. In alcuni casi, gli enti pubblici potrebbero essere costretti a sostituire servizi stranieri con alternative europee nel nome del principio del “Buy European”.

Ma larghe fasce del mercato europeo potrebbero comunque restare aperte ai giganti americani. Anche perché il fatto di bloccarli dipenderebbe dalla volontà dei singoli paesi europei di fare arrabbiare Trump.

“Avrei voluto sentire più chiaramente dalla Commissione che gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile per il settore pubblico europeo, così come non lo è la Cina”, ha detto Aura Salla, membro del Parlamento europeo di centro-destra, alla commissaria europea per la tecnologia, Henna Virkkunen, durante un’audizione in commissione dopo la presentazione del pacchetto.

Big Tech sulle barricate: un danno per le organizzazioni Ue

Sul fronte opposto delle Big Tech è già partita la protesta, nonostante il tentativo di Bruxelles di depurare al massimo l’idea che il pacchetto sia specificamente anti-americano.

“L’attenzione della proposta su criteri geografici e di nazionalità non favorisce risultati efficaci in termini di sovranità”, ha detto Guido Lobrano, direttore generale per l’Europa dell’Information Technology Industry Council, un’associazione di categoria che annovera tra i suoi membri Amazon, Meta, Google e Microsoft.

Lobrano è stato raggiunto dalle parole di Harry Staight, portavoce di Amazon: “Le organizzazioni europee meritano di avere accesso alla migliore tecnologia disponibile da fornitori affidabili, scelti in base a sicurezza, prestazioni, controlli verificabili e rapporto qualità-prezzo”.

Insomma, il tentativo di Henna Virkkunen, commissario Ue alla Sovranità Digitale, di togliere l’etichetta di protezionismo anti-americano al pacchetto appena predentato è fallito sul nascere.

Mentre Virkkunen presentava il piano mercoledì, racconta Politico che gli ambasciatori dell’UE, riuniti dall’altra parte della strada, stavano approvando una proposta della Commissione per l’adesione dell’UE a Pax Silica, un nuovo club guidato dagli Stati Uniti volto a garantire le catene di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale in chiave anti cinese.

CCIA attacca: “Carta bianca alle capitali Ue per escludere le Big Tech”

Daniel Friedlaender, responsabile della sede di Bruxelles del gruppo di pressione tecnologico CCIA, tra i cui membri figurano Google, Meta, Uber e Airbnb, ha affermato che la proposta “di fatto concede alle capitali nazionali carta bianca per escludere fornitori globali affidabili provenienti da tutti i principali paesi produttori di tecnologia al di fuori dell’Unione”.

Se la legge diventerà uno strumento per estromettere i giganti tecnologici statunitensi o un trampolino di lancio per i campioni europei dipenderà da quanto Bruxelles e le capitali dell’UE saranno disposte a spingersi oltre i propri poteri. Tuttavia, il percorso attraverso i negoziati tra il Parlamento e i governi nazionali dell’UE potrebbe essere lungo e accidentato.

I ministri del digitale dell’UE dovrebbero esprimere il loro parere durante il loro incontro in Lussemburgo la prossima settimana, e potrebbero reagire negativamente a una proposta che potrebbero considerare un’ingerenza nei loro poteri decisionali e nelle prerogative nazionali.

Bitcom (Confindustria digitale tedesca), passare dalle parole ai fatti

“È fondamentale che questi sforzi non si fermino a semplici annunci. L’Europa deve agire rapidamente”, sostiene dal canto suo Bitcom, la Confindustria digitale tedesca. Henna Virkkunen, commissaria europea per la tecnologia, ha presentato il pacchetto che esclude i giganti statunitensi come Amazon, Microsoft e Google dalle gare d’appalto cloud più sensibili, incoraggiando al contempo una rapida realizzazione di data center che utilizzino almeno in parte hardware o software europei. Per quanto riguarda i chip, il piano non si concentra tanto sull’attrarre impianti all’avanguardia, quanto sul sostenere i punti di forza esistenti del principale produttore di apparecchiature per chip ASML, dai materiali al packaging avanzato, sfruttando la domanda pubblica per aiutare le startup a crescere.

Ma con pochi campioni regionali, ridurre la dipendenza non avverrà rapidamente. Il blocco non ha una versione europea di Nvidia per la progettazione di chip per l’intelligenza artificiale, nessun concorrente della taiwanese TSMC per la loro produzione, e nessun gigante del software paragonabile alle grandi aziende statunitensi in grado di guidare la domanda attraverso vaste piattaforme cloud.

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