La Pennsylvania fa causa a Character.AI: “Il chatbot si spaccia per medico”

La Pennsylvania ha avviato una causa contro Character Technologies, la società dietro la piattaforma Character.AI, accusando alcuni chatbot del servizio di fingersi medici e professionisti della salute mentale autorizzati.

Il governatore Josh Shapiro ha definito l’azione legale “la prima del suo genere” promossa da un governatore statunitense contro una società AI per pratiche legate all’esercizio abusivo della professione medica.

Secondo quanto riportato nella denuncia depositata presso la Commonwealth Court della Pennsylvania e ripresa da Reuters, lo Stato avrebbe individuato diversi chatbot presenti sulla piattaforma che sostenevano di esercitare la professione.

Il caso “Emilie”: “Sono una psichiatra autorizzata”

Uno degli esempi citati riguarda un personaggio virtuale chiamato “Emilie”.

Secondo gli investigatori della Pennsylvania, il chatbot avrebbe dichiarato a un investigatore sotto copertura – che si era presentato come un paziente affetto da depressione – di essere una psichiatra autorizzata sia in Pennsylvania sia nel Regno Unito, fornendo persino un falso numero di licenza professionale.

Quando l’investigatore ha chiesto se fosse in grado di prescrivere farmaci, il chatbot avrebbe risposto:

“Tecnicamente sì. Rientra nelle mie competenze come medico.” Per lo Stato della Pennsylvania, queste interazioni configurano una violazione delle norme che vietano l’esercizio abusivo della professione medica.

La Pennsylvania chiede un’ingiunzione

Con la causa, la Pennsylvania punta a ottenere un’ingiunzione contro Character.AI per impedire alla piattaforma di continuare a violare la legge statale.

I cittadini della Pennsylvania meritano di sapere con chi – o con cosa – stanno interagendo online, soprattutto quando si parla della loro salute”, ha dichiarato Shapiro.

L’iniziativa arriva dopo la creazione, lo scorso febbraio, di una task force statale dedicata all’AI, nata proprio per affrontare i rischi legati ai chatbot che impersonano professionisti sanitari autorizzati.

Character.AI: “Personaggi fittizi e creati per intrattenimento”

Character.AI non ha commentato direttamente il contenuto della causa, ma un portavoce della società ha ribadito che la sicurezza degli utenti rappresenta “la massima priorità” dell’azienda.

“I personaggi creati dagli utenti sulla nostra piattaforma sono fittizi e destinati all’intrattenimento e al role playing”, ha spiegato la società.

Secondo Character.AI, l’azienda avrebbe già adottato “misure robuste” per chiarire la natura non reale dei chatbot presenti sulla piattaforma.

Non è la prima controversia

La società è già finita al centro di numerose polemiche negli Stati Uniti, soprattutto sul fronte della sicurezza dei minori.

A gennaio il Kentucky aveva avviato un’azione legale sostenendo che la piattaforma esponesse bambini e adolescenti a contenuti sessuali, abuso di sostanze e incoraggiamento all’autolesionismo.

Nello stesso mese Character.AI e Google avevano inoltre raggiunto un accordo in una causa per wrongful death intentata da una donna della Florida, secondo cui un chatbot avrebbe spinto il figlio quattordicenne al suicidio.

Dopo quelle polemiche, Character.AI aveva annunciato nuove misure di sicurezza dedicate agli utenti più giovani, tra cui limitazioni alle conversazioni aperte e controlli più restrittivi.

Il nodo dei chatbot “esperti”

Il caso Pennsylvania apre però un fronte ancora più delicato: quello dei chatbot che simulano competenze professionali regolamentate.

Con l’espansione dei modelli generativi cresce infatti il rischio che sistemi AI vengano percepiti dagli utenti come figure autorevoli o qualificate, soprattutto in ambiti sensibili come salute mentale, medicina, consulenza legale o supporto psicologico.

La causa potrebbe diventare un precedente importante negli Stati Uniti per stabilire fino a che punto le aziende AI siano responsabili dei comportamenti e delle affermazioni generate dai chatbot ospitati sulle proprie piattaforme.

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OpenAI accelera sullo smartphone AI disegnato da Jony Ive, produzione di massa possibile già nel 2027

Manca poco al primo smartphone di OpenAI basato su intelligenza artificiale, con una possibile produzione di massa già nella prima metà del 2027. A indicarlo è l’analista MingChi Kuo, secondo cui il progetto avrebbe ormai assunto una direzione più concreta sul piano industriale.

Il dispositivo sarebbe pensato come un concorrente diretto dell’iPhone, ma con un’impostazione diversa: non uno smartphone tradizionale con funzioni AI aggiunte, bensì un prodotto costruito fin dall’origine attorno all’intelligenza artificiale.

Chip personalizzato e doppia NPU

Al centro del progetto ci sarebbe un processore MediaTek personalizzato, realizzato su un nodo TSMC di nuova generazione. L’architettura dovrebbe integrare una doppia NPU, cioè due unità dedicate all’elaborazione AI, per gestire in modo più efficiente funzioni avanzate direttamente sul dispositivo.

Tra le caratteristiche tecniche indicate emergono anche miglioramenti nella gestione della memoria, nella sicurezza e nell’elaborazione delle immagini. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante: un sistema avanzato di image processing potrebbe potenziare le capacità di percezione visiva del dispositivo, rendendolo più adatto a interpretare ambienti, oggetti e contesti in tempo reale.

La strategia: ridefinire interfacce e sistemi operativi

Il progetto si inserisce nella strategia più ampia di OpenAI di ridefinire il rapporto tra utenti, interfacce e sistemi operativi. L’obiettivo non sarebbe soltanto entrare nel mercato hardware, ma proporre un nuovo modello di interazione, in cui l’AI diventa il centro dell’esperienza d’uso.

In questa direzione va letto anche il coinvolgimento di Jony Ive, storico designer di Apple, il cui ruolo rafforza l’idea di un prodotto pensato per competere non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello dell’esperienza utente.

Un dispositivo per sostenere la crescita di OpenAI

Lo smartphone potrebbe avere anche una funzione strategica sul piano finanziario. Un prodotto hardware di massa rafforzerebbe il posizionamento di OpenAI in vista di una possibile IPO, ampliando il perimetro dell’azienda oltre software, abbonamenti e servizi enterprise.

Entrare nel mercato dei dispositivi AI significherebbe infatti costruire un canale diretto con gli utenti finali, riducendo la dipendenza dagli ecosistemi controllati da Apple e Google.

Spedizioni potenziali tra 2027 e 2028

Se la tabella di marcia verrà rispettata, le spedizioni tra il 2027 e il 2028 potrebbero raggiungere decine di milioni di unità. Sarebbe un ingresso significativo nel mercato hardware per un’azienda nata nel software e oggi al centro della corsa globale all’intelligenza artificiale.

Resta però aperta la sfida principale: trasformare un modello AI avanzato in un prodotto consumer affidabile, sicuro e realmente utile nella vita quotidiana. Per OpenAI, lo smartphone non sarebbe solo un nuovo dispositivo, ma il tentativo di spostare il baricentro dell’esperienza digitale dall’app all’intelligenza artificiale.

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Niente AI su Siri, Apple rimborsa 250 milioni di dollari ai possessori di iPhone

Apple paga per l’AI mancata: chiusa class action negli Stati Uniti dopo il caso Siri e Apple Intelligence

Apple ha accettato di pagare 250 milioni di dollari per chiudere una class action negli Stati Uniti legata ad Apple Intelligence, il sistema di intelligenza artificiale (AI) presentato nel 2024 come il grande salto evolutivo dell’ecosistema iPhone. Al centro della vicenda, raccontata da David McCabe e Kalley Huang sul New York Times, ci sono soprattutto l’assistente virtuale Siri e le funzionalità avanzate di AI che l’azienda aveva promesso agli utenti ma che, secondo i ricorrenti, non erano disponibili al momento del lancio commerciale dei nuovi dispositivi.

L’intesa, depositata davanti alla U.S. District Court del Northern District of California e ancora in attesa di approvazione definitiva da parte del giudice federale, prevede rimborsi diretti compresi tra 25 e 95 dollari per dispositivo agli acquirenti di alcuni modelli di iPhone 16 e iPhone 15 Pro acquistati tra giugno 2024 e marzo 2025.

È uno dei casi più significativi degli ultimi anni sul rapporto tra marketing e intelligenza artificiale nel settore tecnologico, e rappresenta anche un segnale della crescente pressione legale sulle Big Tech che promettono capacità AI ancora immature o non pienamente operative.

Il nodo: le promesse su Siri e Apple Intelligence

La contestazione nasce dalla campagna con cui Apple aveva lanciato Apple Intelligence durante la Worldwide Developers Conference del giugno 2024. In quell’occasione Cupertino aveva presentato la nuova piattaforma AI come la risposta interna a ChatGPT di OpenAI e a Gemini di Google.

Il punto centrale della strategia era il rilancio di Siri: un assistente personale profondamente rinnovato, capace di comprendere il contesto personale dell’utente, leggere email e messaggi, recuperare informazioni dai contenuti presenti sul dispositivo e interagire in modo molto più naturale.

Apple aveva inoltre promesso strumenti avanzati di scrittura automatica, riassunti intelligenti delle notifiche, organizzazione dei contenuti e assistenza contestuale nelle applicazioni di sistema.

Molte di queste funzionalità, però, non erano effettivamente disponibili quando gli iPhone 16 arrivarono sul mercato nel settembre 2024. Apple scelse un rilascio progressivo, distribuendo alcune caratteristiche nei mesi successivi attraverso aggiornamenti software.

Secondo le cause intentate dai consumatori, la società avrebbe però pubblicizzato capacità che “non esistevano ancora”, inducendo milioni di persone ad acquistare nuovi iPhone sulla base di funzioni AI assenti o incomplete.

Uno dei passaggi contenuti negli atti della class action è particolarmente duro: Apple avrebbe “ingannato milioni di consumatori inducendoli a spendere centinaia di dollari per un telefono che non avevano bisogno di acquistare, basandosi su funzionalità inesistenti”.

I problemi tecnici e il ritardo di Siri

Le difficoltà di Apple Intelligence sono emerse rapidamente.
Tra i casi più discussi c’è stato quello dei riassunti automatici delle notifiche, che in alcuni casi alteravano il significato di articoli giornalistici e notizie. Apple è stata costretta a disattivare temporaneamente alcune funzioni dopo le critiche ricevute.

Più delicata ancora la situazione di Siri. Nel marzo 2025 Apple ha rinviato ufficialmente il lancio della nuova versione avanzata dell’assistente vocale, citando problemi qualitativi e affidabilità insufficiente.

Il rinvio ha confermato ciò che molti analisti sospettavano: Apple era entrata nella corsa all’intelligenza artificiale generativa in ritardo rispetto ai concorrenti.

A differenza di Microsoft, Google o OpenAI, Cupertino non disponeva infatti di grandi modelli linguistici proprietari già maturi. La strategia iniziale puntava soprattutto sull’integrazione hardware-software e sull’elaborazione locale dei dati per preservare la privacy degli utenti, ma lo sviluppo delle capacità conversazionali si è rivelato più complesso del previsto.

Non è un caso che nel gennaio 2025 Apple abbia annunciato l’integrazione di Gemini di Google all’interno dei propri servizi AI, inclusa Siri. Una scelta che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata difficilmente immaginabile per una società storicamente ossessionata dal controllo verticale della propria tecnologia.

Il cambio ai vertici

Le difficoltà hanno avuto conseguenze anche sul management. Nel dicembre 2024 Apple ha annunciato l’uscita di scena di John Giannandrea, il manager arrivato da Google nel 2018 per guidare la strategia sull’intelligenza artificiale. Giannandrea era stato considerato il simbolo dell’ambizione AI di Cupertino, ma il ritardo accumulato rispetto ai concorrenti ha indebolito la sua posizione interna.

Nel frattempo il mercato finanziario ha premiato in modo netto le aziende che hanno investito aggressivamente nell’intelligenza artificiale generativa. Microsoft e Nvidia hanno visto crescere enormemente la propria capitalizzazione grazie alla spinta dell’AI, mentre Apple ha mantenuto un approccio più prudente e graduale.

Il caso Apple Intelligence mostra però anche il rischio opposto: promettere troppo presto funzioni non ancora mature.

Apple nega ogni illecito, ma intanto c’è l’accordo da 250 milioni

Nel quadro dell’accordo transattivo, Apple continua formalmente a negare qualsiasi illecito. “Dal lancio di Apple Intelligence abbiamo introdotto decine di funzionalità in molte lingue integrate nelle piattaforme Apple”, ha dichiarato Marni Goldberg, portavoce dell’azienda, che ha aggiunto: “Abbiamo risolto questa vicenda per restare concentrati su ciò che sappiamo fare meglio: offrire i prodotti e i servizi più innovativi ai nostri utenti”.

Dal punto di vista finanziario, 250 milioni di dollari rappresentano una cifra relativamente contenuta per una società che genera oltre 90 miliardi di dollari di utili annui. Diciamo che la rilevanza dell’accordo sta nel suo alto valore simbolico: per la prima volta, uno dei principali colossi tecnologici globali accetta di risarcire direttamente i consumatori per promesse considerate eccessive sulle capacità dell’intelligenza artificiale.

È un precedente che potrebbe avere conseguenze importanti su tutto il settore. Negli ultimi due anni le Big Tech hanno accelerato la comunicazione sull’AI spesso presentando prototipi o funzioni sperimentali come esperienze già pronte per il mercato. Non sempre però le cose vanno per il verso giusto e una grande opportunità di profitto si trasforma rapidamente in un grattacapo legale e reputazionale.

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Meloni attacca i deepfake, ma non dice come combatterli. A quando un DASPO digitale per gli autori?

Ha fatto il giro del web la foto generata dall’Intelligenza Artificiale che ritrae una Giorgia Meloni alquanto imbellita, in sotto veste e sguardo sensuale. E’ un falso. E’ stata lei stessa, ripostando la foto, a denunciare il deepfake pubblicato su Facebook. Meloni attacca giustamente i deepfake, però non dice concretamente come contrastarli, mentre il PD rilancia dicendo che va cambiata la legge, mentre la vice presidente della Camera Anna Ascani attacca la premier, chiedendole perché in passato FdI ha bocciato una legge in materia proposta dei dem. Ma la legge c’è già, è la 132/25 la prima legge sull’Intelligenza Artificiale, che penalizza l’uso dei deepfake rendendoli reato. La legge italiana ha introdotto una specifica disciplina penale contro la diffusione illecita di contenuti generati o alterati tramite intelligenza artificiale (IA), comunemente noti come deepfake. Quindi, non soltanto Meloni può difendersi, ma possono già farlo tutti coloro che ne sono vittime.

Il secondo comma dell’art. 612 quarter specifica che normalmente questo reato è punibile a querela della persona offesa mentre è addirittura punibile d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate.

Il problema resta sempre il solito, la legge c’è ma ad oggi occorrono strumenti più rapidi efficaci per garantire una tutela effettiva e tempestiva.

Ecco i punti chiave della legge al 2026:

  • Nuovo Reato (Art. 612-quater c.p.): La Legge 132/2025, entrata in vigore nel corso del 2025, ha introdotto il reato di “Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale”.
  • Cosa prevede la legge: Chiunque cagiona un danno ingiusto a una persona, diffondendo (pubblicando, cedendo, ecc.) senza il suo consenso immagini, video o voci falsificati con l’IA, è punito con la reclusione da 1 a 5 anni.
  • Aggravanti: Sono previste pene più severe se il deepfake ha carattere sessualmente esplicito (deepnude) o se il reato è commesso contro minori o soggetti vulnerabili.
  • Procedibilità: Il reato è procedibile a querela della persona offesa, tranne nei casi più gravi che prevedono la procedibilità d’ufficio.
  • Obbligo di segnalazione: La normativa richiede che ogni contenuto creato o modificato tramite IA sia chiaramente segnalato come tale.
  • Il contesto europeo: Oltre alla legge italiana, si applica l’AI Act europeo, che vieta alcune pratiche di IA e impone obblighi di trasparenza, con piena applicazione dal 2 agosto 2026.

La denuncia di Meloni

“Girano in questi giorni diverse mie foto false, – scrive Meloni – generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere da qualche solerte oppositore. Devo riconoscere che chi le ha realizzate, almeno nel caso in allegato, mi ha anche migliorata parecchio. Ma resta il fatto che, pur di attaccare e di inventare falsità, ormai si usa davvero qualsiasi cosa”.

“I deepfake sono uno strumento pericoloso, perché possono ingannare, manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Molti altri no. Per questo motivo, una regola dovrebbe sempre valere: verificare prima di credere e pensare prima di condividere. Perché oggi succede a me, domani potrebbe succedere a chiunque”, ha scritto.

Il Far Web dell’era Trump

Facebook, Instagram e gli altri social (per non parlare di X, con la sua AI Grok, soprattutto nudi di ragazzin* e video hard falsificati con il volto di ignare vittime impegnate in atti osceni) sono diventati un porto di mare da quando Donald Trump è tornato alla presidenza degli Usa.

Nell’era di Trump siamo in pieno Far Web, in nome di una non meno specificata libertà di espressione tutti i filtri anti-deepfake e anti-porno in vigore in precedenza sulle piattaforme social sono stati rimossi. Le nostre democrazie vengono minate alla radice con messaggi falsificati dall’AI, difficili da riconoscere e ancor di più da rimuovere dalla Rete, nonostante le segnalazioni. Fa bene la premier Meloni a segnalare il suo deepfake, ma dovrebbe farsi promotore di un’alleanza internazionale con Trump per contrastare il fenomeno. Certo, il presidente Trump è il primo utilizzatore dell’AI per deepfake di se stesso, visto che si è autoritratto sotto le spoglie del Papa e di Gesù Cristo. Per non parlare del video di Gaza, con Nethaniau, che ha sconcertato il mondo intero.  

Deepfake, danno per le nostre democrazie

Anche l’immagine, falsa, di Meoni in lingerie poteva tranquillamente trarre in inganno gli utenti, molti dei quali sicuramente crederanno anche domani che si tratta di uno scatto autentico del nostro Presidente del Consiglio. E questo è un danno evidente per le nostre democrazie, in balia dell’uso distorto dell’AI. Nel caso specifico, impossibile sapere chi abbia diffuso il deepfake di Meloni. Non è detto che sia stato qualche oppositore politico, per quanto ne sappiamo potrebbe essere stato qualche trumpiano deluso che vive in Italia, o un ragazzino chiuso nella sua stanzetta.

Il punto è che in molti casi sa sa subito chi è l’autore del deepfake. Quando c’è un nome reale, se si conosce l’autore, andrebbe immediatamente bloccato e allontanato dal web con una sorta di DASPO digitale con conseguente eliminazione dal web del post incriminato.

Dopo un certo numero di segnalazioni verificate, le piattaforme dovrebbero subito eliminare i post.

Soprattutto se a segnalare l’abuso è una fonte autorevole, come ad esempio Palazzo Chigi, visto che il deepfake della Presidente del Consiglio rischia di avere conseguenze negative sul corretto funzionamento delle nostre democrazie e sull’immagine internazionale dell’Italia.

Vanno subito reintrodotti i filtri anti porno e anti deepfake che c’erano in passato e che sono spariti nell’era Trump (quando c’era Biden questi filtri c’erano).

Serve un accordo internazionale per imporre la reintroduzione di questi filtri.

Proposta di legge giacente in Parlamento  

In Italia il tema non è certo nuovo alla politica, tanto più che numerose esponenti di diversi partiti sono stato oggetto di deepfake, basti ricordare il tristemente noto caso del sito Phica.net e del forum su Facebook “Mia Moglie” che tanta indignazione sollevarono lo scorso anno, con l’avvio nell’ambito della commissione d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, guidata dall’onorevole Martina Semenzato, di un ampio lavoro di analisi del fenomeno scaturito in una serie di proposte ad hoc, in primis “l’introduzione del reato di creazione di nudo con l’AI”.

Due sono le proposte di legge in questo senso, che giacciono in Parlamento. La prima, depositata da Noi Moderati – CARFAGNA ed altri: “Disposizioni per la tutela dell’identità personale e per il contrasto della diffusione non autorizzata di immagini o voci di persone reali prodotte o modificate mediante sistemi di intelligenza artificiale e di contenuti illegali nella rete internet” (2580) – è stata assegnata alla Commissione IX Trasporti in sede Referente l’11 novembre 2025.

Otto articoli che prevedono lo stop all’anonimato online, un marchio identificativo per i deepfake, l’introduzione del reato di diffusione fraudolenta online, la responsabilizzazione delle piattaforme. La senatrice Mariastella Gelmini aveva così commentato: ‘È fondamentale ribadire dunque l’importanza della denuncia, perché gli strumenti di tutela ci sono e credo sia doveroso ringraziare la Polizia Postale per il lavoro che sta svolgendo’.

Da Ascani a Gelmini, i commenti della politica dopo il deepfake della Meloni

Oggi Giorgia Meloni si accorge che i deepfake sono pericolosi. Se ne accorge perché a esserne vittima è lei – ha commentato la dem Anna Ascani, vicepresidente della Camera -. La premier dimentica che il suo governo ha agito anche qui col solito schema: introducendo un reato. Niente di più inutile. Quello che serve è una legge che permetta alle autorità preposte di chiedere alle piattaforme la rimozione immediata di contenuti di questo tipo, soprattutto quelli che inquinano il dibattito pubblico. E questa legge non esiste perché questo esecutivo non l’ha voluta“.

“Sono su posizioni e idee politiche saldamente agli antipodi di quelle portate avanti da Meloni, ma da donna, offro la mia solidarietà alla premier perché questa è una battaglia su cui ci si dovrebbe unire – ha invece sottolineato la senatrice cinquestelle Alessandra Maiorino -. Riteniamo che l’obbligo di identità digitale sia un tema non più rinviabile. Il web non può continuare a restare la giungla senza regole che è ora“.

Anche Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati, ha espresso vicinanza alla premier: “È inaccettabile quanto accaduto alla premier Meloni. Credo sia doveroso tracciare una linea di demarcazione netta tra satira, intrattenimento e disinformazione, molestie, truffe o furti di identità”. Manifestazioni di vicinanza alla presidente del Consiglio sono arrivate anche da Simonetta Matone, deputata della Lega e da Carlo Fidanza e Stefano Cavedagna di FdI.

In Danimarca c’è la proposta di mettere il copyright sul corpo e sul volto delle persone. Il modello danese potrebbe essere utile anche da noi?

Gianluca Regolo (Avvocato esperto di proprietà intellettuale): “Il deepfake di Meloni già presidiato dal codice penale. Utilizzo di dati biometrici per addestrare l’AI senza base giuridica pone problema di liceità”

La diffusione online di immagini manipolate tramite intelligenza artificiale raffiguranti la Premier, Giorgia Meloni, ha riacceso un dibattito che, al di là dell’impatto mediatico, impone una lettura più rigorosa dal punto di vista giuridico.

Si rischia altrimenti, in questi casi, di sovrapporre il piano dell’indignazione pubblica a quello dell’analisi normativa.

Una struttura normativa, seppur ancora lacunosa (almeno per ciò che riguarda l’effettività della tutela), in grado di regolamentare il fenomeno dei deepfake esiste già.

Si tratta di un sistema articolato in disposizioni legislative di rango comunitario nazionale che, proprio per questo, richiede di essere compreso nella sua interezza e perché no, anche implementato.

Il quadro penale italiano: una fattispecie già tipizzata

Con l’introduzione dell’art. 612-quater c.p., il legislatore italiano ha già riconosciuto espressamente la rilevanza penale della diffusione di contenuti generati o manipolati tramite intelligenza artificiale senza il consenso della persona ritratta.

La norma, entrata in vigore nell’ottobre 2025, sembra rappresentare un punto di equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela della persona, colpendo quelle condotte che incidono sulla dignità, sull’identità e sulla reputazione individuale.

Sotto questo profilo, la vicenda che ha coinvolto la Presidente del Consiglio si colloca in un perimetro già presidiato dal diritto penale (e non solo). Il tema, quindi, non è tanto l’assenza di strumenti, quanto la loro concreta applicazione in contesti caratterizzati da rapidità di diffusione e difficoltà di tracciamento delle responsabilità.

Tra dati personali e dati biometrici

Se il diritto penale interviene a valle, il nodo più delicato si colloca a monte, nel trattamento dei dati.

I deepfake, per loro natura, presuppongono l’utilizzo di informazioni riconducibili a una persona fisica: immagini, tratti somatici, voce. Elementi che, nel quadro normativo europeo, rientrano nella nozione di dato personale e, nei casi più avanzati, di dato biometrico.

Il dato biometrico, in particolare, è soggetto a un regime di tutela rafforzato, proprio perché consente l’identificazione univoca dell’individuo.

L’impiego di tali dati per addestrare modelli di intelligenza artificiale o per generare contenuti sintetici, senza una base giuridica adeguata, pone un problema immediato di liceità del trattamento, indipendentemente dalla successiva diffusione del contenuto.

Questo passaggio è centrale: il deepfake non è soltanto un prodotto finale potenzialmente lesivo, ma l’esito di un processo che può risultare illecito già nella fase di acquisizione e utilizzo dei dati.

Ne deriva che la tutela non può limitarsi alla rimozione o alla sanzione del contenuto, ma deve investire l’intera filiera tecnologica.

L’AI Act: trasparenza come obbligo strutturale

In questa direzione si muove il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), che introduce obblighi specifici per i sistemi capaci di generare o manipolare contenuti audiovisivi. Il principio cardine è quello della trasparenza: i contenuti sintetici devono essere riconoscibili come tali.

L’obbligo di etichettatura o di marcatura tecnica (ad esempio tramite watermark) incide direttamente sul modo in cui questi contenuti vengono progettati e diffusi, imponendo agli operatori una responsabilità che precede la fase patologica dell’illecito.

L’AI Act, quindi, non si sovrappone alle norme penali o privacy, ma ne rappresenta un completamento funzionale: mentre queste intervengono quando il danno si è già prodotto, il regolamento europeo mira a ridurre il rischio che tale danno si verifichi, agendo sul piano della prevenzione.

Le iniziative legislative in corso: tra continuità e confronto politico

Ciò che oggi emerge con maggiore evidenza non è tanto la novità del tema, quanto il suo ritorno ciclico al centro dell’agenda politica. Il fenomeno dei deepfake riacquista visibilità in occasione di vicende mediatiche rilevanti e, con esso, riemerge un confronto normativo che in realtà non si è mai interrotto.

In questa fase, l’attenzione si concentra su un disegno di legge promosso da esponenti di Fratelli d’Italia, attualmente in discussione parlamentare, che mira a intervenire in modo più mirato sulla diffusione di contenuti manipolati mediante intelligenza artificiale. Parallelamente, il Partito Democratico ha rivendicato la continuità del proprio lavoro sul tema, evidenziando come alcune delle soluzioni oggi prospettate fossero già state oggetto di precedenti iniziative legislative. Al di là della dialettica politica, il dato rilevante sembra essere proprio questo: il legislatore italiano è progressivamente chiamato a costruire una disciplina efficace contro i deepfake per stratificazione, attraverso interventi che tendono a convergere su alcuni assi comuni.

Le proposte attualmente in esame si muove, in particolare, lungo tre direttrici principali. 1) La prima riguarda il rafforzamento degli obblighi di riconoscibilità dei contenuti artificiali, con l’introduzione di meccanismi che impongano di segnalare in modo chiaro quando un’immagine, un video o un audio siano stati generati o alterati tramite intelligenza artificiale. 2) La seconda attiene al ruolo delle piattaforme digitali, alle quali verrebbero attribuiti obblighi più stringenti in termini di rimozione tempestiva dei contenuti illeciti e di cooperazione con le autorità. 3) La terza concerne il potenziamento dei poteri di vigilanza, in particolare in capo all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, con la previsione di sanzioni nei confronti degli operatori che non rispettino le prescrizioni.

Se si osservano queste linee di intervento in chiave sistematica, emerge come esse si innestino su un impianto già delineato a livello europeo.

Il riferimento è, in primo luogo, al Regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act), che introduce obblighi di trasparenza per i sistemi in grado di generare contenuti sintetici, imponendo che tali contenuti siano riconoscibili come artificiali. Sotto questo profilo, le proposte nazionali appaiono in larga parte coerenti con l’impostazione europea, muovendosi nella stessa direzione ma con un livello di dettaglio e di operatività maggiore, soprattutto per quanto riguarda i meccanismi di enforcement.

Allo stesso tempo, il rafforzamento delle responsabilità delle piattaforme richiama logiche già presenti nel diritto europeo dei servizi digitali, dove la cooperazione degli intermediari e la tempestività degli interventi di rimozione costituiscono elementi centrali. Le iniziative italiane sembrano quindi orientate a rendere più incisiva, sul piano interno, una serie di principi già affermati a livello sovranazionale, adattandoli alle specificità del fenomeno dei deepfake.

Più che introdurre principi radicalmente nuovi, queste iniziative tendono quindi a sistematizzare e rendere più incisivi strumenti già presenti nell’ordinamento, adattandoli alle specificità tecnologiche e operative dei contenuti generati tramite intelligenza artificiale.

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Verifica età under 13, Meta introduce l’analisi visiva AI e accusa Apple e Google: “Siano gli app store a controllare gli utenti”

Dopo le polemiche, gli ammonimenti dell’Eueopa e le vicende giudiziarie, Meta accelera sull’uso dell’intelligenza artificiale per verificare l’età degli utenti e rafforzare le protezioni per i minori su Instagram, Facebook e Messenger.

In un post pubblicato sul blog ufficiale, il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha annunciato una serie di aggiornamenti ai propri sistemi di age verification, con l’obiettivo di individuare account sospetti anche quando gli utenti dichiarano un’età falsa.

La novità principale riguarda l’introduzione di sistemi di analisi visiva basati su AI, che consentiranno alle piattaforme di analizzare foto e video per stimare l’età degli utenti attraverso elementi contestuali e segnali visivi.

AI e analisi dei profili

Meta spiega di utilizzare già strumenti di intelligenza artificiale per analizzare i profili e individuare possibili account appartenenti a minori di 13 anni, età minima richiesta per usare Facebook e Instagram.

I sistemi AI esaminano elementi come post, commenti, biografie, caption e riferimenti contestuali – ad esempio compleanni o classi scolastiche – per determinare se un account appartenga probabilmente a un minore.

Ora l’azienda amplia queste tecnologie anche a Instagram Reels, Instagram Live e Facebook Groups, con controlli più estesi e automatizzati. Se un account viene considerato sospetto, potrà essere disattivato e l’utente dovrà dimostrare la propria età attraverso procedure di verifica dedicate.

L’analisi visiva: “non è riconoscimento facciale”

La parte più delicata riguarda però l’uso dell’analisi visiva. Meta precisa che non si tratta di riconoscimento facciale tradizionale, ma di sistemi AI capaci di valutare “temi generali e indizi visivi”, come altezza o struttura ossea, per stimare una fascia d’età.

L’azienda sostiene che la combinazione tra segnali visivi, testo e interazioni consentirà di aumentare significativamente il numero di account underage individuati e rimossi.

Il tema resta comunque sensibile, soprattutto in Europa, dove il dibattito sulla verifica dell’età online si intreccia con privacy, protezione dei dati e Digital Services Act.

La dichiarazione contro Apple e Google

Nel post, Meta rilancia anche una richiesta politica ormai ricorrente: spostare la verifica dell’età a livello di app store e sistemi operativi. Secondo l’azienda, dovrebbero essere Apple e Google a verificare centralmente l’età degli utenti e condividere le informazioni con le app, evitando che ogni piattaforma debba sviluppare sistemi differenti. Per Meta, questo approccio garantirebbe maggiore uniformità, privacy e protezione.

L’annuncio di Meta arriva in un momento particolarmente delicato. La Commissione europea ha infatti rilevato in via preliminare che Facebook e Instagram violano il Digital Services Act per non aver gestito in modo adeguato il rischio di accesso ai servizi da parte dei minori di 13 anni.

Meta e lo scontro con Bruxelles sulla verifica dell’età online

Secondo Bruxelles, le piattaforme non avrebbero identificato, valutato e mitigato correttamente questo rischio, consentendo ai bambini di aggirare con facilità i limiti di età dichiarati nei termini di servizio.

Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha sottolineato che le condizioni generali non possono restare “semplici dichiarazioni scritte”, ma devono tradursi in azioni concrete a tutela degli utenti più giovani. Intanto anche il tentativo europeo di sviluppare un’app comune per la verifica dell’età procede tra molte resistenze degli Stati membri, dopo le vulnerabilità individuate nei test iniziali.

Sullo sfondo pesa anche il fronte giudiziario americano: a febbraio Mark Zuckerberg ha ammesso davanti a un tribunale civile a Los Angeles che il filtro di Instagram per bloccare gli under 13 “non ha funzionato” come avrebbe dovuto. Il risultato è un quadro sempre più teso, in cui tutela dei minori, responsabilità delle piattaforme e controllo dell’identità digitale diventano uno dei principali terreni di scontro tra Big Tech e regolatori.

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iliad, Megan Gale protagonista della nuova campagna pubblicitaria

iliad riporta sullo schermo Megan Gale. La modella e attrice australiana è protagonista della nuova campagna iliad “Poche cose sono per sempre”.

Il suo ritorno è una scelta creativa pensata per parlare al grande pubblico attraverso un riferimento immediatamente riconoscibile e diventa il punto di partenza per raccontare che anche le scelte più sedimentate possono essere riconsiderate.

È da qui che la campagna sviluppa il proprio messaggio sul cambiamento. Oggi cambiare significa scegliere con nuova consapevolezza dove riporre la propria fiducia. Una fiducia che, per iliad, nasce dalla coerenza tra ciò che viene promesso e ciò che viene realmente offerto. La fedeltà non è una condizione acquisita, ma  una relazione che si consolida nel tempo e che deve essere confermata dai fatti, giorno dopo giorno.

In un mercato segnato da cambiamenti continui, rimodulazioni, aumenti e modifiche contrattuali, in cui le persone sono sempre più attente alle promesse non sostenute dai fatti, iliad riafferma il senso del “per sempre”: non un semplice claim di comunicazione, ma un principio distintivo della propria identità. Un impegno sostenuto nel tempo attraverso trasparenza, semplicità, prezzi bloccati, assenza di costi nascosti e offerte che non cambiano nel tempo per chi le sottoscrive.

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Lo spot iliad: “Poche cose sono per sempre”

Dalla rottura iniziale del 2018 alla piattaforma “è iliad”, il racconto del brand si è evoluto senza perdere il proprio centro: semplicità trasparenza e coerenza. Con questa nuova campagna iliad introduce per la prima volta un volto noto nella propria comunicazione, senza rinunciare ai codici che ne hanno definito il linguaggio: tono diretto, ironia, essenzialità e capacità di mettere in discussione le convenzioni di settore.

Nello spot, Megan attraversa la città, cattura gli sguardi di chi la riconosce e arriva in uno store iliad. Il suo ingresso nello spazio iliad rende immediato il cuore della campagna: oggi Megan Gale entra nell’universo iliad come simbolo della continuità che si interrompe in favore del cambiamento. Nasce così un cortocircuito narrativo tra memoria collettiva e cambiamento, tra riconoscibilità e sorpresa. La battuta finale “Come iliad c’è solo iliad” chiude il racconto e ribadisce il posizionamento del brand: in un mercato affollato di promesse, iliad continua a distinguersi perché continua a mantenere ciò che promette.

Il media mix a supporto della campagna

Lo spot sarà on air da domenica 10 maggio in TV in versione 30” e 15”, inoltre la campagna sarà supportata da pianificazione CTV, Digital OOH compresa un’attività di domination delle principali stazioni italiane, Audio, Digital Audio e stampa con una domination di tutti i principali quotidiani italiani, per intercettare pubblici diversi e valorizzare il lancio attraverso un racconto d’impatto su tutti i canali.

Inoltre, la campagna verrà amplificata su diverse piattaforme digital, sui canali social del brand e nei canali trade.

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AgID, Nobile confermato DG: è il primo a fare il “bis” da quando è nata l’Agenzia

Promosso e confermato per “il pieno raggiungimento degli obiettivi stabiliti che hanno confermato l’elevata qualificazione professionale in materia di innovazione tecnologica“. Con questa motivazione Mario Nobile fa il bis come Direttore Generale di AgID.

La conferma è avvenuta con il DPCM firmato da Alessio Butti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Innovazione digitale.

Dalla fondazione nel 2012 di AgiD ad oggi ci sono stati 7 Direttori Generali, con molti mandati interrotti. Mario Nobile da marzo 2023 ha tracciato la nuova strada dell’Agenzia, diventata uno degli attori centrali per la Strategia digitale del Paese. Grazie anche alla sua guida, con la Strategia indicata dal Sottosegretario Butti, la Pubblica Amministrazione ha iniziato a sperimentare l’intelligenza artificiale, per esempio nelle recenti Linee guida dell’Agenzia sono previsti 400 progetti nel 2026 per promuovere l’adozione dell’intelligenza artificiale nella PA.

La visione di Mario Nobile per l’Italia digitale

Infine, chiara è anche la visione di Nobile per avere davvero un futuro digitale dell’Italia.

Dal punto di vista tecnologico”, questa la sua osservazione, “l’Italia presenta una base digitale solida, costruita nel tempo attraverso importanti investimenti e politiche di diffusione dei servizi. I numeri lo dimostrano: 42 milioni di identità digitali, 48 milioni di carte di identità elettroniche, quasi 34 milioni di certificati di firma elettronica e circa 16 milioni di caselle PEC, rappresentano un patrimonio significativo anche nel confronto europeo”.

Nonostante questi risultati”, sottolinea spesso, “permangono criticità legate soprattutto ai tempi e alla complessità burocratica. Procedure come l’apertura di un’impresa restano lente rispetto ad altri Paesi: in Germania, ad esempio, è possibile completarle in un solo giorno. In questo contesto, l’adozione di tecnologie come l’intelligenza artificiale rischia di non produrre i benefici attesi se non è accompagnata da una revisione profonda dei processi. Senza un cambiamento organizzativo e procedurale, anche gli strumenti più avanzati risultano poco efficaci”.

Quale AI per l’Italia?

Sul fronte dell’intelligenza artificiale per Mario Nobile, “è importante mantenere uno sguardo realistico. Anche il dibattito sull’etica richiede chiarezza: più che parlare di ‘etica dell’AI’, è corretto riferirsi all’etica di chi la sviluppa e la utilizza. La responsabilità resta in capo agli esseri umani, che devono agire con maggiore consapevolezza”.
Il tema della governance delle regole è altrettanto centrale. Secondo Nobile, “in un contesto internazionale sempre più frammentato, emerge la necessità di definire princìpi condivisi a livello globale. Le regole sull’intelligenza artificiale dovrebbero essere elaborate da organismi sovranazionali, capaci di rappresentare valori comuni e orientare l’innovazione verso obiettivi di interesse collettivo”.

Per sbloccare il potenziale innovativo del Paese in chiave sostenibile – ecco la visione di Nobile – la Pubblica amministrazione sta lavorando su un approccio centrato sugli ‘eventi della vita’ dei cittadini. L’intelligenza artificiale può giocare un ruolo importante nella semplificazione dei processi: un esempio emblematico è quello delle pratiche legate alla nascita di un figlio, che oggi richiedono numerosi adempimenti. L’obiettivo è disintermediare, ridurre la complessità e costruire uno ‘Stato agentico’, in grado di offrire informazioni e servizi in modo proattivo e accessibile. Semplificare le regole e sostenere dinamiche demografiche più favorevoli, come l’incremento delle nascite, può contribuire a rafforzare la crescita del Paese, anche in una prospettiva di sviluppo sostenibile”.

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AI, Ocse: “Imprese italiane registrano più efficienza (75%) e produttività (66%)”, ma servono regole chiare

Crescono efficienza e produttività, ma anche la domanda di regole chiare

Lintelligenza artificiale (AI) sta progressivamente consolidando il proprio ruolo nei mercati finanziari italiani, ma con caratteristiche peculiari: benefici operativi diffusi, adozione disomogenea tra i settori e una marcata dipendenza da soluzioni sviluppate da terze parti. È quanto emerge dal rapporto OCSE “Artificial Intelligence in Italian Financial Markets – From Analysis to Action”, presentato presso la Banca d’Italia al termine del progetto dedicato all’analisi dell’uso dell’AI nel sistema finanziario nazionale.

I numeri delineano uno scenario già maturo sul piano operativo. Tre quarti delle aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale, circa il 75%, dichiarano miglioramenti nell’efficienza operativa. Non solo: quasi due terzi, pari a circa il 66%, segnalano incrementi nella produttività.

A questi dati si affiancano benefici qualitativi rilevanti: molte imprese riportano ottimizzazione dei processi interni, un miglioramento dei processi decisionali e la capacità di generare nuove intuizioni analitiche. Più limitati, invece, i progressi in ambiti specifici come la riconciliazione o la gestione del rischio di regolamento, segno che l’AI è ancora in fase di consolidamento nelle attività più complesse e regolamentate.

Nel settore finanziario in Italia c’è un grande interesse per l’utilizzo dell’AI e riscontriamo anche una domanda di chiarezza delle regole e di indicazioni da parte delle autorità di vigilanza, per un comparto dove l’innovazione è molto veloce”, ha dichiarato all’Ansa Carmine Di Noia, direttore per gli affari finanziari dell’Ocse, a margine della presentazione del rapporto.

Adozione per settore: assicurazioni in testa, fondi pensione in ritardo

L’adozione dell’AI non è uniforme nei diversi comparti finanziari. Secondo il rapporto OCSE:

  • il 70% delle compagnie assicurative utilizza l’intelligenza artificiale;
  • tra le banche la quota scende al 59%;
  • gli operatori dei mercati finanziari si fermano al 31%;
  • i fondi pensione risultano nettamente indietro, con appena il 10% di utilizzo.

Il dato evidenzia un divario significativo tra i segmenti più dinamici, come assicurazioni e banking, e quelli più conservativi, dove pesano vincoli normativi, complessità operative e minore propensione all’innovazione.

Use case: dati, contenuti e compliance al centro

Le applicazioni più diffuse dell’intelligenza artificiale si concentrano su funzioni trasversali. In particolare, il report individua come casi d’uso principali:

  • analisi dei dati;
  • generazione e sintesi di contenuti testuali;
  • ottimizzazione dei processi interni.

Accanto a questi, emergono applicazioni ad alto valore per la compliance e la sicurezza, tra cui:

  • antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo;
  • rilevamento e prevenzione delle frodi;
  • assistenza clienti tramite chatbot.

Si tratta di ambiti dove l’AI offre vantaggi immediatamente misurabili in termini di efficienza e riduzione dei costi operativi.

Dipendenza da terze parti

Uno degli elementi più rilevanti emersi dal rapporto riguarda il modello di adozione tecnologica. Le imprese italiane mostrano una forte dipendenza da fornitori esterni:

  • quasi il 75% utilizza servizi cloud di terze parti per l’AI;
  • il 39% si affida a modelli di intelligenza artificiale generativa (GPAI) sviluppati da terzi.

Parallelamente, il 39% delle aziende non utilizza soluzioni open-source o gratuite, citando come principali criticità le preoccupazioni sulla sicurezza e il limitato controllo sui dati.

Questo modello evidenzia una preferenza per soluzioni “chiavi in mano”, ma pone interrogativi rilevanti in termini di autonomia tecnologica, gestione del rischio e resilienza operativa.

Rischi e sfide: governance e qualità dei dati

Accanto ai benefici, il rapporto OCSE individua alcune aree critiche che richiedono attenzione da parte di operatori e regolatori: governance dei sistemi di AI; qualità e gestione dei dati; dipendenza da fornitori terzi; resilienza operativa e cibernetica.

Questi elementi sono centrali soprattutto in un settore, come quello finanziario, caratterizzato da elevati standard di sicurezza e da una forte pressione regolatoria.

Mancano competenze e infrastrutture

Il documento conclude con una serie di considerazioni di policy volte a favorire un’adozione più ampia e sicura dell’intelligenza artificiale nei mercati finanziari italiani. L’obiettivo è duplice: da un lato, sostenere l’innovazione e la competitività; dall’altro, garantire stabilità, trasparenza e controllo dei rischi.

Il quadro che emerge è quello di un ecosistema in rapida evoluzione, in cui l’AI è già una leva concreta di efficienza, come dimostrano i dati su produttività e processi, ma ancora fortemente dipendente da infrastrutture e competenze esterne. Una fase di transizione che richiederà, nei prossimi anni, scelte strategiche sia a livello aziendale sia di politica industriale.

Recenti dati ISTAT mostrano un aumento nell’adozione dell’AI nelle imprese: la quota di queste ultime ad utilizzare almeno una soluzione di IA è più che raddoppiata tra 2024 e 2025 passando dall’8 al 16,4%. Ma è chiaro che siamo solo all’inizio, servirebbe un trend molto più solido.

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IT4LIA, a Bologna il supercomputer per spingere l’AI tra le imprese e rafforzare l’autonomia europea nell’HPC

Il supercomputer IT4LIA arriva al Dama Tecnopolo di Bologna

Promuovere e accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale (AI) in comparti strategici come l’agroalimentare, la cybersecurity, le scienze della terra e il manifatturiero. Questo l’obiettivo di E4 Computer Engineering, l’azienda emiliana con sede in provincia di Reggio Emilia, che si è aggiudicata la realizzazione di IT4LIA AI Factory, l’AI Factory italiana promossa da EuroHPC Joint Undertaking (EuroHPC JU),co-finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca e gestita da CINECA.

E4 diventa il primo system integrator italiano a vincere una gara nell’ambito delle AI Factories europee e avrà il coordinamento tecnico del progetto, con presidio fisso al Dama Tecnopolo di Bologna, a cu partecipano diversi partner di livello come Dell Techologies, NVIDIA, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Università degli Studi di Torino, VAST Data, Axelera AI, SiPearl e Rittal.

E4 diventa Il primo system integrator italiano a vincere una gara delle AI Factories

Nascerà così un nuovo ecosistema in cui industria, ricerca e università collaboreranno per costruire un’infrastruttura all’altezza delle sfide globali, con un investimento complessivo che ammonta a circa 420 milioni di euro, sostenuto dalla Commissione europea tramite EuroHPC JU e dal Governo italiano.

Il supercalcolatore IT4LIA fa parte dell’omonima AI Factory europea, selezionata nel dicembre 2024 e coordinata da Cineca, rientrando nel network delle 19 infrastrutture che EuroHPC sta implementando in Europa per offrire accesso al calcolo avanzato a startup, Pmi e comunità di ricerca, nel rispetto degli standard europei di sovranità dei dati.

L’aggiudicazione ad E4, primi italiani nel contesto delle AI Factory EuroHPC, è per noi un traguardo fondamentale, un riconoscimento che ci consente di portare le nostre competenze ai massimi livelli internazionali. Siamo orgogliosi di essere protagonisti insieme ai nostri partner di IT4LIA, una infrastruttura sovrana che rappresenta una opportunità incredibile per la diffusione dell’AI e per la competitività del nostro paese. Continueremo a lavorare con i nostri partner con cui siamo riusciti a creare una proposizione vincente e continueremo ad investire in ricerca ed innovazione per essere sempre – come in questo caso – sulla frontiera delle tecnologie europee”, ha dichiarato Cosimo Damiano Gianfreda, CEO di E4 Computer Engineering.

Aggiudicandosi la commessa, E4 diventa il primo system integrator italiano a vincere una gara nell’ambito delle AI Factories europee.

Che cos’è IT4LIA

Il DAMA Tecnopolo di Bologna, già punto di riferimento europeo per il supercalcolo, i big data, l’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico, accoglie al suo interno il nuovo supercalcolatore di nuova generazione IT4LIA. Il sistema sarà 4 volte più potente per le applicazioni standard e fino a 40 volte più potente per i carichi di lavoro specifici per l’AI.

E4, è spiegato sul sito dell’azienda, si occuperà dell’integrazione di un sistema AI liquid-cooled ad alta efficienza energetica, composto da oltre 2.000 nodi e 8.000 GPU, realizzato con tecnologie completamente europee nell’ambito del programma NextGen EU.
Il perimetro di intervento include inoltre lo sviluppo dello stack software per facilitare l’implementazione e la diffusione dell’AI, nonché il supporto e la manutenzione del sistema in produzione.

Una pietra miliare per l’ecosistema europeo dell’IA e un passo significativo nel rafforzamento del ruolo dell’Italia nel panorama tecnologico globale. Con il sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca e attraverso una stretta collaborazione con EuroHPC Joint Undertaking ed E4 Computer Engineering, stiamo costruendo un ambiente sicuro, sovrano e ad alte prestazioni in cui l’innovazione europea possa prosperare, pienamente in linea con i valori europei in materia di privacy dei dati e autonomia tecnologica”, ha spiegato Gabriella Scipione, HPC Director di CINECA.

È l’evoluzione del supercalcolatore LEONARDO verso una infrastruttura AI-ottimizzata di prima classe, concepita come uno sportello unico, user-friendly e altamente competitivo. L’obiettivo è costruire un ecosistema coeso capace di connettere ricercatori, sviluppatori, startup e PMI, colmando il divario tra i fornitori di soluzioni AI e i potenziali utilizzatori: pubblica amministrazione, università, imprese e studenti.

AI, supercalcolo e sovranità digitale nazionale ed europea

Il progetto è entrato nella sua fase operativa il 5 settembre 2025 al DAMA Tecnopolo di Bologna, alla presenza della Vicepresidente della Commissione Europea, Henna Virkkunen, e del Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini.

Dal punto di vista settoriale, il supercomputer si concentrerà sull’adozione dell’AI in comparti strategici come l’agroalimentare, la cybersecurity, le scienze della terra e il manifatturiero, attraverso l’accesso a repository di dati e servizi specifici per ciascun dominio, insieme a iniziative di formazione per qualificare l’intero ecosistema.

Con 14 supercomputer e il 7,2% della potenza di calcolo globale, l’Italia è oggi il terzo Paese al mondo per capacità computazionale, dietro solo a colossi come Stati Uniti e Giappone​.

IT4LIA è parte del più ampio programma europeo di AI Factories gestite da EuroHPC/JU, che punta a creare un ecosistema sovrano di AI e calcolo ad alte prestazioni sul suolo UE. Posizionando l’Italia come hub centrale (Bologna) di questo ecosistema, il Paese aumenta il suo peso nelle decisioni su standard, governance dei dati, e architetture cloud‑AI, consolidando una sovranità digitale collettiva europea a cui l’Italia contribuisce in modo strutturale.

Il progetto rafforza la strategia italiana di sovranità digitale perché colloca sul territorio nazionale un’infrastruttura di supercalcolo e AI ad alto livello, controllata tramite enti pubblici e sovranazionali europei, e aperta a PA, ricerca e imprese italiane, riducendo dipendenze da infrastrutture cloud e AI proprietarie straniere.

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L’impresa corre con l’AI: la produttività sale del 5,2%

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Efficienza e redditività in aumento, ma la diffusione resta ferma all’11,2%

Nelle imprese che adottano l’intelligenza artificiale, il valore aggiunto generato da ogni lavoratore aumenta del +5,2% e il margine operativo lordo (EBITDA) per addetto cresce dell’11,9%. È quanto emerge da un’analisi di Banca d’Italia sull’impatto economico dell’AI nelle imprese italiane. Non è fantascienza, non è propaganda tech: sono numeri, e vengono da una delle istituzioni più serie e prudenti del paese. In termini concreti, ogni dipendente contribuisce a produrre più valore e più margine per l’azienda — e no, non a scapito di nessuno: questo avviene senza variazioni significative nell’occupazione complessiva e senza un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto.

L’aumento della produttività dipende soprattutto da processi più efficienti. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per automatizzare le attività ripetitive, ridurre i tempi e usare meglio le risorse. Questo libera tempo che viene spostato su compiti a maggiore valore aggiunto, con un effetto diretto sulla produttività media. Il risultato è semplice: le imprese riescono a produrre di più e a generare più margini con le stesse risorse, senza aumentare gli input. In questo senso, l’AI non sostituisce il lavoro, ma ne migliora l’efficacia.

AI, diffusione lenta tra le imprese italiane

In Italia la diffusione dell’intelligenza artificiale resta ancora contenuta. Sulla base di dati raccolti nel 2024 su imprese con almeno 50 addetti, l’11,2% utilizza già queste tecnologie, mentre il 28,4% prevede di adottarle entro i due anni successivi. Accanto a queste, il 33,4% le considera non rilevanti per la propria attività e il 26,9% non esprime una valutazione, segno di una diffusione ancora incerta e disomogenea. Il confronto europeo conferma il ritardo: secondo Eurostat, solo l’8,2% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza l’AI, contro una media UE del 13,5%.

La tecnologia resta quindi concentrata in una parte limitata del sistema produttivo, soprattutto tra le imprese più grandi e nei settori a maggiore intensità di conoscenza. Questo limita, almeno in questa fase, l’impatto sull’economia nel suo complesso: i miglioramenti in termini di produttività e margini emergono già a livello aziendale, ma non sono ancora abbastanza diffusi da incidere in modo significativo sugli aggregati macroeconomici.

Con l’AI le imprese hanno più profitti

L’adozione dell’intelligenza artificiale si traduce in un miglioramento diretto dei margini. Nelle imprese che la utilizzano, il ROA aumenta di circa +0,5 punti percentuali, il rapporto tra EBITDA e ricavi cresce di +2,0 punti percentuali e il cash flow in rapporto agli attivi sale di +0,6 punti percentuali. In concreto, significa che le aziende non solo producono valore, ma riescono anche a trasformarne una quota maggiore in margine e liquidità. Il ROA misura il rendimento delle risorse impiegate, quindi quanto l’azienda è efficiente nell’utilizzare capitale e asset, mentre il cash flow indica la capacità di generare cassa dall’attività operativa.

Il punto centrale è proprio questo: l’AI non incide solo sui volumi, ma sulla qualità economica della produzione. Riducendo inefficienze, tempi e sprechi, consente alle imprese di trattenere una parte più ampia del valore generato. I ricavi diventano più “profittevoli” e l’attività operativa più solida dal punto di vista finanziario. È in questo senso che si parla di margini in aumento: non perché le imprese vendono necessariamente di più, ma perché guadagnano di più su ciò che producono.

AI, lavoro stabile ma più qualificato

L’introduzione dell’intelligenza artificiale non modifica in modo significativo il numero complessivo di occupati nelle imprese che la adottano: i dati non evidenziano variazioni rilevanti nei livelli totali di occupazione. Cambia però la composizione della forza lavoro. In particolare, aumenta la quota di lavoratori white collar – impiegati e figure con mansioni amministrative, tecniche o gestionali – di +0,7 punti percentuali, mentre diminuisce quella dei blue collar, legati ad attività manuali o ripetitive, di −1,1 punti percentuali. L’effetto principale è quindi una riallocazione interna del lavoro verso profili più qualificati, più che una riduzione o un aumento dell’occupazione complessiva.

Il cambiamento riguarda soprattutto la qualità del lavoro, più che la sua quantità. L’intelligenza artificiale viene impiegata per automatizzare attività operative e ripetitive, mentre cresce il peso delle funzioni che richiedono competenze analitiche, organizzative e decisionali. Ne deriva una riorganizzazione interna di processi e ruoli, senza effetti evidenti sul numero complessivo degli occupati. Questa lettura è coerente anche con le aspettative delle imprese: circa il 70% non prevede alcun impatto sull’occupazione, mentre il 17% si attende una riduzione e solo il 2% un aumento.

Più efficienza nei processi che innovazione

Nelle imprese l’intelligenza artificiale entra ovviamente più nei processi che nei prodotti. Nel 54% dei casi viene utilizzata per rendere più efficienti le attività produttive e organizzative, mentre nel 24,8% serve a automatizzare compiti ripetitivi e standardizzati. Solo in una quota più limitata, pari al 13,9%, contribuisce a migliorare la qualità di prodotti e servizi, e in appena il 3,6% dei casi viene impiegata per sviluppare nuove offerte o applicazioni più innovative. Il quadro che emerge è quello di un utilizzo ancora pragmatico: l’AI viene adottata prima di tutto per far funzionare meglio ciò che già esiste, più che per cambiare in modo radicale il modello di business.

Con l’AI, prezzi stabili e rincari più contenuti

Nel breve periodo l’intelligenza artificiale non cambia i prezzi praticati dalle imprese: i listini restano sostanzialmente invariati e non emergono effetti significativi sui prezzi applicati. La differenza si vede guardando avanti. Le aziende che adottano l’AI si aspettano aumenti più contenuti, inferiori di circa 0,4 punti percentuali rispetto a chi non la utilizza. In altre parole, prevedono di ritoccare i prezzi meno del resto del mercato.

Alla base ci sono i guadagni di efficienza. Processi più veloci, meno errori e un uso più efficace delle risorse riducono i costi operativi nel tempo. Questi benefici non si trasferiscono subito sui prezzi, ma iniziano a entrare nelle strategie future delle imprese. L’effetto è graduale e si riflette soprattutto nelle aspettative: una minore pressione ad aumentare i listini negli anni successivi.

L’AI non cambia l’inflazione oggi, ma domani sì

Le imprese che adottano l’intelligenza artificiale si aspettano un’inflazione più bassa nel medio periodo: −0,25 punti percentuali a due anni e −0,33 a quattro anni. In questo caso, per inflazione si intendono le aspettative delle aziende sull’aumento generale dei prezzi nell’economia. Nel breve termine, infatti, non emergono differenze: tra i 6 e i 12 mesi le previsioni restano sostanzialmente invariate. Il cambiamento riguarda l’orizzonte più lungo, dove i guadagni di efficienza legati all’AI iniziano a essere incorporati nelle aspettative. In altre parole, le imprese si attendono che, nel tempo, produrre costi meno e questo contribuisca a ridurre la pressione sui prezzi.

Diffusione diseguale: l’AI resta per pochi

L’intelligenza artificiale non sta avanzando in modo uniforme nel sistema produttivo. Si concentra soprattutto nelle imprese più grandi e nei settori ad alta intensità di conoscenza, dove competenze tecniche, investimenti digitali e strutture organizzative più complesse rendono più facile integrare queste tecnologie nei processi. È qui che l’AI trova terreno fertile e produce effetti più evidenti in termini di produttività e margini.

Al di fuori di questo perimetro, la diffusione è ancora limitata. Le imprese più piccole e meno strutturate faticano ad adottarla, sia per mancanza di risorse sia per competenze. Ne deriva un quadro ancora parziale: i benefici esistono, ma restano concentrati. Il rischio, in questa fase, è che si allarghi la distanza tra le aziende che riescono a sfruttare l’AI e quelle che restano indietro.

Fonte: Banca d’Italia

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