Il caso riguarda il modo in cui Google avrebbe usato il sistema operativo Android per rafforzare la posizione dominante del proprio motore di ricerca e dei propri servizi nel mercato mobile. Secondo la Commissione, l’azienda avrebbe imposto condizioni restrittive ai produttori di smartphone e tablet, vincolando l’accesso ad alcune applicazioni e servizi Google alla preinstallazione di Google Search e Chrome.
Al centro del caso c’è Android, il sistema operativo mobile più diffuso al mondo. Google lo ha sempre presentato come una piattaforma aperta, gratuita e capace di favorire la concorrenza nel mercato degli smartphone. Per Bruxelles, invece, il gruppo avrebbe usato proprio la diffusione di Android come leva per consolidare il proprio potere nei servizi online.
La Commissione aveva contestato tre condotte principali: l’obbligo per i produttori di preinstallare Google Search e Chrome per poter ottenere la licenza del Play Store; il pagamento di incentivi ad alcuni produttori e operatori per preinstallare Google Search come unico servizio di ricerca; e le restrizioni imposte alla vendita di dispositivi basati su versioni alternative di Android.
Secondo l’antitrust europeo, queste pratiche hanno ostacolato lo sviluppo di motori di ricerca concorrenti e limitato la possibilità per altri operatori di accedere al mercato mobile in condizioni effettive di concorrenza.
Perché la multa è così importante
La decisione è una delle più pesanti mai adottate dall’Unione europea contro una grande piattaforma tecnologica. Non riguarda solo Google, ma il funzionamento dell’intero mercato digitale: chi controlla il sistema operativo, l’app store e le app preinstallate può orientare in modo decisivo le scelte degli utenti.
La sentenza conferma la linea europea contro le pratiche anticoncorrenziali delle grandi piattaforme digitali. Negli ultimi anni Bruxelles ha costruito un impianto sempre più rigido: da un lato le tradizionali decisioni antitrust, dall’altro le nuove regole del Digital Markets Act, pensate per impedire ai gatekeeper digitali di favorire i propri servizi a danno dei concorrenti.
Il caso Android appartiene alla fase precedente al DMA, ma anticipa molti dei temi oggi al centro della regolazione europea: preinstallazione delle app, self-preferencing, accesso agli ecosistemi digitali, libertà di scelta degli utenti e potere dei grandi intermediari tecnologici.
La difesa di Google
Google ha sempre respinto l’impostazione della Commissione, sostenendo che Android abbia ampliato la concorrenza e ridotto i costi per produttori e consumatori. L’azienda ha più volte ricordato che Android è un sistema aperto e che gli utenti possono scaricare applicazioni alternative, compresi altri browser e motori di ricerca. Dopo la decisione, Google ha espresso delusione per l’esito del giudizio, sostenendo di aver già modificato le proprie pratiche contrattuali dopo la decisione della Commissione del 2018.
La Corte, tuttavia, ha confermato la sostanza dell’impianto antitrust europeo. La disponibilità teorica di alternative non basta, se le condizioni commerciali e tecniche imposte agli operatori rendono di fatto più difficile l’affermazione dei concorrenti.
L’analisi di ASviS, cinque parole chiave per governare l’AI
Un confronto franco, senza sconti ma anche pregiudizi, sui reali benefici e impatti dell’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile. È quello che l’ASviS ha organizzato il 25 giugno a Milano. In ideale continuità, seppur con un format diverso, con il “Processo all’AI” celebrato a maggio al Salone del Libro, il panel milanese ha esplorato gli impatti dell’intelligenza artificiale sulle società attraverso cinque macro-parole chiave: Velocità, Governance, Sostenibilità, Educazione e Lavoro. Concetti ampi che, proprio come i Goal dell’Agenda 2030, nel corso del dibattito hanno rivelato profonde e inevitabili interconnessioni. L’incontro, moderato da Sara Zambotti (Rai Radio), ha visto la partecipazione di Enrico Giovannini (in videocollegamento), direttore scientifico dell’ASviS, Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di Digital law, e Mara Tanelli, professoressa di Automatica al Politecnico di Milano.
1. Velocità
Riflettendo sul tasso di adozione senza precedenti dell’AI (ChatGPT ha raggiunto 100 milioni di utenti in soli due mesi), il dibattito si è aperto con una domanda: le istituzioni possono tenere il passo? Secondo Belisario la risposta è sì, ma è necessario rallentare il ritmo: “La velocità a cui stiamo assistendo non è tecnologica, è finanziaria. Stiamo assistendo all’evoluzione tecnologica che va alla velocità dei mercati, alla velocità del calendario delle IPO (offerte pubbliche iniziali, ndr)”. Belisario ha avvertito che, in questa corsa, “l’unica cosa che si può comprimere è la sicurezza“, segnalando l’urgenza di regole globali perché “la velocità ora è una scelta“.
Tanelli ha evidenziato come l’AI sia arrivata al grande pubblico tramite gli smartphone prima ancora di raggiungere una piena maturità scientifica e senza la necessità di nuove infrastrutture fisiche, come invece accadde per telefoni o internet. Inoltre, ha aggiunto, “c’è una dicotomia tra la velocità percepita e la velocità effettiva con cui l’AI sta entrando nel mondo aziendale tradizionale“, avvertendo che le aziende spingeranno sull’acceleratore “non in nome della società o della scienza, ma in nome dei vantaggi finanziari“.
Giovannini ha espresso dubbi sulla reale possibilità di rallentare, vista l’enorme quantità di capitali in gioco. Ha sottolineato come al momento “i mercati sono in totale confusione” e come, dal punto di vista aziendale, l’AI sia per ora contabilizzata principalmente come un costo, con un potenziale impatto negativo temporaneo sul Pil a parità di altre condizioni. “Non abbiamo alcuna idea dell’impatto che questo potrà avere sulle norme sociali e sulle relazioni“, ha avvertito, aggiungendo che la vera speranza è nella nostra capacità di anticipare il rischio e trovare delle soluzioni.
2. Governance
Di fronte alla concentrazione del potere tecnologico in poche mani, il panel si è interrogato sugli strumenti per preservare la democrazia e sul ruolo dell’Unione europea. Belisario ha ricordato che l’Europa, con l’AI Act del 2024, è stata pioniera nell’imporre principi di trasparenza, supervisione umana e sostenibilità. Ma il problema oggi non è l’assenza di regole locali, bensì la mancanza di un coordinamento mondiale: “Abbiamo bisogno di autorità, standard e procedure internazionali“.
Per Tanelli l’AI rischia di amplificare una “povertà digitale” passiva, dove il 99,9% degli utenti subisce la tecnologia. “La tecnologia non è mai neutrale, ha sempre implicazioni morali“, ha affermato, invocando una maggiore presenza di esperti scientifici multidisciplinari ai tavoli decisionali per evitare tecnocrazie e garantire la giustizia sociale. Ha inoltre sollevato l’enorme problema della liability (responsabilità) e della explainability (spiegabilità) algoritmica, specialmente in ambiti critici come la guida autonoma.
Giovannini ha delineato tre vie per l’Europa: educazione, ricerca sull’impatto sociale dell’AI e standardizzazione. Ma serve un’Ue coraggiosa: “Dobbiamo provare a costruire un capitalismo basato sui nostri principi europei, non solo seguendo quello cinese o americano“. Poi l’esortazione a misurare il progresso non solo tramite il Pil, ma attraverso indicatori di benessere equo e sostenibile.
3. Sostenibilità
L’AI consuma enormi quantità di energia e acqua, ma può anche spingere la transizione ecologica. Come bilanciare questi due impatti? Giovannini ha citato uno studio della Banca d’Italia secondo cui, a livello nazionale e globale, il consumo energetico dei data center al momento è gestibile, ma evidenziando una forte criticità legata alla loro elevata concentrazione a livello locale e regionale. Prendendo Milano come esempio, anche alla luce dell’ondata di calore che sta colpendo le città, ha spiegato che il vero rischio non riguarda la rete nazionale, bensì la tenuta delle reti elettriche locali: se in una singola area si dovesse concentrare un numero eccessivo di data center, si rischierebbero blackout diffusi poiché le infrastrutture cittadine non sono state progettate per quel tipo di carico.
4 e 5. Educazione e Lavoro
Le ultime due parole chiave sono state trattate insieme, data la loro profonda interconnessione: preparare le nuove generazioni a un mercato del lavoro trasformato. Tanelli ha proposto l’insegnamento dell’AI a partire dalle scuole elementari e la formazione mirata per i docenti. Non ha nascosti i seri impatti sociali: “Assisteremo a problemi di dipendenza dall’AI nelle nuove generazioni, che credo dovrebbero essere trattati come una nuova dipendenza a livello politico e sanitario“. Sul fronte universitario e lavorativo, la docente ha evidenziato come l’ingresso nel mondo del lavoro sarà ancora più difficile, poiché i lavori base (“entry-level”) verranno “mangiati” dall’AI.
Sul fronte del diritto del lavoro, Belisario ha citato una recente e controversa sentenza del Tribunale di Roma che ha ritenuto legittimo il licenziamento di una graphic designer sostituita da un’AI. Contrapponendola a un caso cinese in cui è stato imposto il reskilling prima del licenziamento, ha detto: “Abbiamo bisogno di nuove regole, ma abbiamo bisogno di nuove regole veloci“, poiché i costi dell’automazione non possono ricadere solo sui lavoratori.
Giovannini ha chiuso il panel invitando a non ripetere con l’AI gli stessi errori di sottovalutazione commessi per decenni con il cambiamento climatico: “Vedo un rischio enorme di polarizzazione nelle nostre economie e nelle nostre società“. Poi ha accennato a un’idea emersa in un recente incontro di esperti: la creazione di una sorta di fondo di riserva o di compensazione da attivare “quando qualcosa andrà storto”. Una proposta politica concreta per tutelare i lavoratori e i più deboli, e per governare gli impatti dell’AI.
L’AI cresce più rapidamente della nostra capacità di governarla. Il Report scientifico delle Nazioni Unite
Il Rapporto preliminare del Panel scientifico internazionale indipendente sull’AI delle Nazioni Unite
Lo sapevamo da tempo, ma serve sempre una conferma da chi ne sa più di noi. Ricerca dopo ricerca, si consolida, ormai, la certezza che l’intelligenza artificiale (AI) cresce di modello in modello sempre più velocemente. Sicuramente più velocemente della nostra capacità di regolarla, di governarla e di controllarla. O almeno questo è l’allarme contenuto nel Rapporto preliminare del Panel scientifico internazionale indipendente sull’Intelligenza artificiale delle Nazioni Unite, presentato in vista del primo Dialogo globale sulla governance dell’IA, in programma a Ginevra dal 6 luglio
[embedded content]
Il Preliminary Report dell’Independent International Scientific Panel on Artificial Intelligence, è a tutti gli effetti la prima valutazione scientifica indipendente commissionata dall’Assemblea Generale dell’ONU per offrire ai governi una base comune di conoscenza sull’intelligenza artificiale. È anche un segnale politico: la comunità internazionale riconosce che l’AI è ormai una questione di sicurezza, sviluppo economico, diritti umani e governance globale.
Il documento, come anticipato, arriva in un momento in cui la tecnologia evolve più rapidamente della capacità delle istituzioni di comprenderla e regolamentarla. Ed è proprio questo il messaggio più forte che emerge dalle oltre cento pagine del rapporto: il problema non è soltanto cosa l’intelligenza artificiale sia oggi, ma quanto rapidamente stia cambiando e quanto impreparati rischino di essere gli Stati.
A guidare il Panel sono due figure di spicco del mondo accademico e della ricerca: da una parte Yoshua Bengio, uno dei padri del deep learning e premio Turing, professore presso l’Università di Montréal e direttore scientifico dell’istituto di intelligenza artificiale MILA, oggi tra le voci più autorevoli sui rischi dei sistemi avanzati di AI; dall’altra Maria Ressa, premio Nobel per la Pace e da anni impegnata nella difesa della libertà d’informazione.
Nel gruppo di quaranta esperti selezionati tra oltre 2.600 candidati provenienti da 140 Paesi figura anche un solo italiano, Silvio Savarese, docente negli Stati Uniti.
Yoshua Bengio, uno dei padri del deep learning e premio Turing, professore presso l’Università di Montréal e direttore scientifico dell’istituto di intelligenza artificiale MILA
Bengio: “Siamo a un punto di svolta, le decisioni che prenderemo oggi sull’AI plasmeranno il nostro mondo futuro”
La conferenza stampa di presentazione ha avuto toni insoliti per un documento scientifico. Bengio ha scelto parole che suonano come un avvertimento rivolto ai governi: “Siamo arrivati a un punto di svolta: molte delle decisioni che prenderemo oggi sull’intelligenza artificiale plasmeranno in modo permanente il nostro futuro. Governi e cittadini devono comprendere con chiarezza gli impatti, i rischi e le opportunità dell’AI, così da compiere le scelte giuste, coglierne i benefici collettivi e, allo stesso tempo, limitarne i danni più gravi”.
“Abbiamo la possibilità di orientare insieme lo sviluppo dell’intelligenza artificiale verso un futuro migliore – ha aggiunto Bengio – con piena consapevolezza e nell’interesse dell’intera umanità. Questo rapporto rappresenta il primo passo in questa direzione”.
Ancora più sintetico, ma altrettanto netto, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres: “Le conoscenze scientifiche ci sono. Non possiamo più dire che non sapevamo. Da questo momento in poi, ciò che faremo di questa tecnologia dipende da tutti noi”.
Un rapporto lontano da ogni contrapposizione modello “apocalittici-integrati”
Uno degli aspetti più interessanti del documento è il tentativo di sfuggire alla contrapposizione ormai abituale tra gli entusiasti dell’intelligenza artificiale e i suoi detrattori. Per dirla alla Umberto Eco: apocalittici vs integrati. Un saggio del grande linguista italiano che ormai ha più di 60 anni, dedicato alla nascente comunicazione di massa e al potere dei mezzi di informazione, ma che ancora può dirci qualcosa anche sull’AI, la tecnologia di punta partorita nel nuovo millennio.
Una buona lettura per avviare il confronto, quella di Eco, utile a riconoscere gli inutili e dannosi automatismi retorici del dibattito esclusivamente centrato su “AI si/AI no”, a non confondere timori etico-morali e analisi tecnica e utile, infine, a ricordarsi che ogni tecnologia va sempre valutata anche per i suoi effetti culturali e sociali, non solo per le prestazioni economico-finanziarie.
Tornando al nostro Rapporto, quindi, il valore del Panel è anche nel voler offrire una valutazione “bilanciata”, fondata sui dati empirici e non su visioni ideologiche.
La conclusione centrale può essere riassunta in una frase destinata probabilmente a diventare uno dei riferimenti del dibattito internazionale: i benefici dell’AI non sono automatici e i danni non sono inevitabili.
La stessa tecnologia può produrre risultati profondamente diversi a seconda delle istituzioni, delle regole e delle politiche pubbliche che ne governano lo sviluppo e l’utilizzo. In altre parole, il futuro dell’intelligenza artificiale non dipende soltanto dagli algoritmi, ma soprattutto dalla qualità della governance.
Più AI significa più capacità militari e industriali. Il 75% della capacità di calcolo mondiale è controllata dagli USA
Ma il rapporto racconta anche un’altra storia: quella di una crescente concentrazione del potere tecnologico. Oggi oltre un miliardo di persone utilizza ogni settimana sistemi di AI conversazionale. Questo dato, tuttavia, nasconde profonde disuguaglianze.
L’adozione dell’AI resta molto inferiore nel Sud globale rispetto ai Paesi più sviluppati. Ancora più marcata è la concentrazione dello sviluppo industriale. Secondo le stime riportate dal Panel, gli Stati Uniti controllano il 75% della capacità di calcolo dei 500 principali supercomputer dedicati all’intelligenza artificiale, mentre la Cina ne possiede il 15%.
Quasi tutti i principali modelli di AI general purpose vengono sviluppati da aziende statunitensi o cinesi. Anche le catene di fornitura dei semiconduttori avanzati risultano concentrate in un numero molto limitato di Paesi. Non si tratta soltanto di un problema economico.
Il controllo dell’infrastruttura computazionale significa controllo dell’innovazione, delle capacità militari, della competitività industriale e, in prospettiva, della sovranità tecnologica. Per l’Europa questa fotografia rappresenta una sfida strategica evidente: regolamentare non basta se si dipende da infrastrutture costruite altrove.
L’arrivo degli agenti AI autonomi
Tra gli aspetti più innovativi del rapporto c’è l’attenzione dedicata agli AI agent, sistemi capaci non solo di rispondere a domande, ma di pianificare attività, utilizzare strumenti digitali e perseguire autonomamente obiettivi.
Secondo uno studio citato dal Panel, la durata dei compiti software che i migliori sistemi riescono a completare raddoppia ogniquattro-sette mesi. Se questa tendenza dovesse proseguire, sistemi di AI saranno presto in grado di svolgere autonomamente lavori che oggi richiedono giorni o settimane di attività di programmatori esperti.
Laboratori scientifici automatizzati hanno già dimostrato incrementi superiori a dieci volte nella velocità della scoperta di nuovi materiali, mentre l’analisi automatica della letteratura scientifica ha ridotto in alcuni casi del 60% il carico di lavoro dei ricercatori.
È qui che il rapporto suggerisce una lettura storica. L’intelligenza artificiale non appare più come uno strumento destinato semplicemente ad aumentare la produttività individuale, ma come una tecnologia capace di automatizzare porzioni crescenti del lavoro cognitivo. È una trasformazione paragonabile, per profondità, alle grandi rivoluzioni industriali.
I rischi non sono più teorici e riguardano già il presente, dalla pedopornografia alla disinformazione, fino alla salute mentale e i suicidi
Se il documento dedica ampio spazio alle opportunità, ancora più dettagliata è l’analisi dei rischi. Molti non appartengono più al futuro. Materiale pedopornografico generato artificialmente, pornografia non consensuale realizzata tramite deepfake, campagne di manipolazione dell’informazione, utilizzo dell’AI da parte della criminalità informatica sono fenomeni già documentati.
Il rapporto richiama anche un tema poco discusso: il comportamento “sycophantic” di alcuni sistemi, cioè la tendenza a confermare convinzioni e pregiudizi dell’utente anche quando risultano errati. Secondo il Panel, questo comportamento è stato collegato a diversi gravi episodi riguardanti la salute mentale, compresi casi documentati di morte.
Ma sono soprattutto i rischi futuri ad alimentare la preoccupazione degli esperti. Le capacità dei sistemi stanno crescendo più rapidamente dei metodi disponibili per controllarli. Il rapporto osserva che non esistono oggi garanzie scientifiche in grado di assicurare che sistemi altamente autonomi continueranno sempre a rispettare le istruzioni ricevute.
Esperimenti di laboratorio hanno già mostrato casi nei quali modelli avanzati hanno violato istruzioni di sicurezza pur di evitare lo spegnimento. Si tratta ancora di test sperimentali, ma sufficienti, secondo gli autori, per giustificare investimenti molto più consistenti nella ricerca sulla sicurezza dell’AI.
È un messaggio che richiama direttamente le parole pronunciate da Bengio durante la presentazione: “Le capacità dell’AI stanno oggi superando sia la comprensione scientifica sia la capacità dei governi di adattabilità. Con l’aumentare delle prove relative a comportamenti ingannevoli da parte dell’IA, la scienza non è attualmente in grado di garantire che, man mano che le capacità continuano ad aumentare, l’AI non causa danni catastrofici, sia autonomamente sia a causa di utenti malintenzionati. Per agire in modo efficace, i responsabili politici a livello globale devono comprendere questi sistemi”.
Il vero problema legato all’AI: saremo capaci di governarla?
Alla fine il rapporto arriva al punto politico. La domanda fondamentale non è se l’intelligenza artificiale debba essere sviluppata, ma chi ne controllerà i benefici, chi sopporterà i costi e quali istituzioni avranno realmente la capacità di governarla. Il Panel osserva che decine di strumenti normativi esistono già nel mondo, ma sono frammentati, raramente valutati nella loro efficacia e spesso concentrati nelle mani delle stesse grandi imprese tecnologiche.
Vertice G7 in Francia
Molti Stati, compresi Paesi avanzati, non possiedono le competenze tecniche necessarie per valutare i modelli più potenti. Le infrastrutture computazionali, gli strumenti di valutazione e perfino i dati necessari per adattare l’AI ai diversi contesti linguistici sono concentrati proprio dove queste tecnologie vengono sviluppate.
È forse questo il passaggio più politico dell’intero documento. L’accesso agli strumenti di AI, da solo, non produce sviluppo. Servono investimenti in competenze, dati, ricerca, infrastrutture digitali e istituzioni pubbliche capaci di comprendere e controllare tecnologie sempre più complesse. Il recente vertice del G7 in Francia ha avuto questi temi al centro di diversi tavoli di confronto.
Aggiungiamo noi, che l’AI inoltre da sola non produrrà mai conoscenza, ma solo una confortevole e comoda illusione di conoscenza. È il nodo critico dell’epistemia di cui parla il Professor Walter Quattrociocchi. Un’illusione prodotta dall’interazione di ognuno di noi con l’AI generativa, dove si scambiano risposte fluenti e plausibili per vera comprensione e quindi consocenza.
In caso contrario, l’intelligenza artificiale rischia di ampliare le disuguaglianze esistenti, trasferendo ricchezza dal lavoro al capitale e rafforzando la concentrazione del potere economico e tecnologico, e rischia di mettere in serio pericolo la solidità stessa delle colonne su cui poggia la nostra democrazia. La sfida dell’intelligenza artificiale, suggerisce il documento, non sarà vinta da chi costruirà il modello più potente, ma da chi saprà creare istituzioni capaci di governarlo nell’interesse collettivo. Bisognerà dimostrare di essere davvero capaci di tenere insieme innovazione, economia, sicurezza, diritti e democrazia.
Bending Spoons, il debutto al Nasdaq vale 24 miliardi: la più grande IPO non fintech dal 2021
Bending Spoons chiude il primo giorno di quotazione al Nasdaq con una capitalizzazione di circa 24 miliardi di euro. Una cifra che colloca la società milanese tra i maggiori gruppi italiani per valore di mercato e che dà alla quotazione un significato più ampio della sola operazione finanziaria.
Il debutto della società fondata da Luca Ferrari, Matteo Danieli, Luca Querella e Francesco Patarnello segna infatti uno dei passaggi più rilevanti per il tech italiano degli ultimi anni. Bending Spoons arriva al mercato americano con una storia costruita in meno di tredici anni, circa 2.500 persone e una posizione ormai riconosciuta anche fuori dall’Europa.
Una quotazione che pesa più del prezzo
Secondo Davide Dattoli Zhang, fondatore di TalentGarden, Bending Spoons è oggi “la 15esima società per capitalizzazione in Italia” e vale più di Leonardo. Il dato, al di là del confronto tra settori molto diversi, serve a misurare la dimensione raggiunta da un’azienda nata come software company e cresciuta fino a diventare uno dei nuovi simboli della tecnologia europea.
La quotazione di Bending Spoons non è soltanto una notizia di Borsa. È una notizia industriale. In un Paese abituato a raccontare il successo imprenditoriale soprattutto attraverso moda, manifattura, lusso, design e meccanica, una società software italiana entra al Nasdaq con una valutazione da grande gruppo internazionale.
Dattoli Zhang ha sottolineato proprio questo punto: non il valore economico in sé, ma il fatto che in Italia sia stata costruita da zero un’azienda tecnologica globale, riconosciuta anche nella Silicon Valley come un modello diverso di tech europeo.
Il paradosso è che il risultato arriva in un contesto nazionale che spesso fatica a riconoscere la portata delle proprie storie tecnologiche. Secondo Dattoli Zhang, la notizia avrebbe meritato “prime pagine piene” e maggiore attenzione pubblica, perché dimostra che anche dall’Italia può nascere una società digitale capace di competere sui mercati internazionali.
Il nuovo tech italiano
Bending Spoons entra così in una categoria particolare: quella delle aziende italiane di prima generazione capaci di costruire valore globale partendo da una visione imprenditoriale forte. Nel confronto richiamato da Dattoli Zhang compaiono nomi come Moncler, Luxottica, BrunelloCucinelli, Prada, Tamburi, Technogym e Mediolanum.
La differenza è il tempo. Molti grandi gruppi italiani hanno impiegato decenni per raggiungere dimensioni internazionali. Bending Spoons ha superato la soglia dei 20 miliardi di valore in meno di tredici anni e punta a oltre un miliardo di EBITDA nel 2026.
Le acquisizioni recenti
L’IPO arriva dopo una forte accelerazione nella strategia di acquisizioni. Fondata nel 2013 e con sede a Milano, Bending Spoons ha costruito un modello particolare nel panorama europeo: comprare prodotti digitali già affermati, spesso con una base utenti globale, per rilanciarli attraverso tecnologia, prodotto e nuova esperienza d’uso.
Tra il 2025 e l’inizio del 2026 il gruppo ha ampliato il proprio portafoglio con operazioni su piattaforme molto note. Tra queste Komoot, software per escursionismo e outdoor; Harvest, piattaforma per la gestione di tempi e progetti; MileIQ, app per il tracciamento dei chilometri percorsi; Vimeo, acquisita in un’operazione da 1,38 miliardi di dollari; AOL, rilevata per circa 1,5 miliardi di dollari; Eventbrite, acquistata per circa 500 milioni di dollari; e Tractive, società austriaca specializzata in dispositivi GPS e monitoraggio della salute per animali domestici.
A queste operazioni si aggiunge l’integrazione degli asset già rilevati negli anni precedenti, tra cui WeTransfer, Issuu, Brightcove, Evernote, Meetup, StreamYard e Remini. È questa combinazione tra prodotto, acquisizioni e capacità di esecuzione che ha trasformato Bending Spoons da software company italiana a piattaforma globale del digitale.
Per l’ecosistema italiano dell’innovazione, il debutto di Bending Spoons ha un peso che va oltre la singola società. Negli ultimi quindici anni, il dibattito sulle startup italiane è stato spesso dominato da due narrazioni opposte: da un lato l’entusiasmo per il potenziale, dall’altro lo scetticismo sulla capacità reale di creare campioni globali. Dattoli Zhang lo riassume così: “Bending è la dimostrazione reale che si può fare”.
Google aumenta emissioni di CO2 (+18%), consumi energetici (+37%) ed idrici (+34%) per colpa dell’AI
L’AI mette sotto pressione gli obiettivi climatici di Google: consumi record di energia elettrica ed acqua nel 2025
L’intelligenza artificiale (AI) sta cambiando il mondo digitale, ma sta anche cambiando, e non in meglio, il profilo ambientale delle Big Tech. A confermarlo è l’ultimo Environmental Report di Google, che fotografa un anno in cui la corsa alla costruzione di infrastrutture per l’AI ha portato consumi di energia elettrica, utilizzo di acqua ed emissioni di gas serra ai livelli più alti mai registrati dall’azienda.
Il dato più significativo riguarda proprio l’energia. Nel 2025 la domanda di elettricità di Google è aumentata del 37% rispetto all’anno precedente, dopo un incremento già molto elevato del 27% registrato nel 2024. Se si guarda al periodo pre-boom dell’intelligenza artificiale, il confronto è ancora più eloquente: oggi il fabbisogno energetico dell’azienda è circa tre volte e mezzo superiore rispetto al 2019.
Non meno significativo è il dato sull’acqua. I consumi idrici hanno raggiunto 10,9 miliardi di galloni, con un incremento del 34% rispetto all’anno precedente e un volume più che raddoppiato rispetto al 2021. Gran parte di questa crescita è attribuita ai data center, dove l’acqua viene utilizzata per il raffreddamento delle infrastrutture informatiche, una risorsa sempre più critica soprattutto nelle aree soggette a stress idrico.
L’efficienza energetica non compensa più i consumi, aumentano le emissioni di gas serra
La crescita dell’infrastruttura necessaria per addestrare ed eseguire i modelli di intelligenza artificiale sta infatti superando i miglioramenti ottenuti sul fronte dell’efficienza dei data center. In altre parole, i sistemi consumano meno energia per unità di calcolo, ma il numero di server, acceleratori e chip installati aumenta a una velocità tale da annullare i benefici ottenuti.
Anche il bilancio climatico peggiora sensibilmente. Le emissioni di gas serra sono cresciute del 18% in un solo anno, il maggiore incremento annuale mai riportato da Google. A pesare è soprattutto la produzione dell’hardware destinato all’AI, dai processori specializzati ai server che popolano i nuovi data center. Non si tratta quindi soltanto dell’energia necessaria per far funzionare queste strutture, ma anche dell’impatto industriale legato alla loro costruzione.
L’AI manda all’aria gli impegni di sostenibilità delle Big Tech, una “buona narrazione” non basta più
Questi numeri raccontano una contraddizione sempre più difficile da ignorare. Google è da anni una delle aziende tecnologiche che investono maggiormente nelle energie rinnovabili e continua a presentarsi come protagonista della transizione energetica. Nel solo ultimo anno ha sottoscritto accordi per circa 12 gigawatt di nuova capacità da fonti pulite, un record per il gruppo, riuscendo inoltre a mantenere pressoché stabile la quota di elettricità priva di emissioni di carbonio utilizzata per alimentare le proprie attività. Le emissioni legate all’elettricità sono perfino diminuite del 3% rispetto all’anno precedente.
Tuttavia, questi risultati non bastano più a compensare la crescita impetuosa della domanda di calcolo imposta dall’intelligenza artificiale. Lo stesso report riconosce apertamente questa realtà, sottolineando che la rapida espansione del fabbisogno energetico rappresenta una sfida da gestire attivamente e che la crescita dell’AI non può diventare un pretesto per abbassare gli standard ambientali.
È proprio qui che emerge il paradosso delle Big Tech, come spiegato da Amy Harder su Axios. Per anni i rapporti di sostenibilità sono stati soprattutto strumenti attraverso i quali raccontare, “attraverso una buona narrazione”, i progressi nella riduzione delle emissioni e negli investimenti in energia pulita. Oggi, invece, gli stessi documenti ufficiali mostrano come la rivoluzione dell’intelligenza artificiale stia mettendo sotto pressione quegli obiettivi climatici che le aziende avevano indicato come prioritari.
Obiettivi di sostenibilità al ribasso, mentre cresce l’impatto dei data center sui territori: il prezzo da pagare per l’AI?
L’impressione è che il parametro di riferimento sia cambiato. Non si parla più di ridurre le emissioni in valore assoluto, ma di limitarne la crescita rispetto a quella che sarebbe stata senza gli investimenti in fonti rinnovabili. Una differenza sostanziale che modifica il significato stesso degli impegni ambientali.
Il tema assume un peso ancora maggiore perché la costruzione di nuovi data center è ormai al centro del dibattito pubblico e politico soprattutto negli Stati Uniti. In molti territori le comunità locali guardano con crescente attenzione a infrastrutture che richiedono enormi quantità di elettricità e di acqua, incidendo sulle reti energetiche, sulle risorse idriche e sull’uso del territorio.
La domanda non riguarda più soltanto i benefici economici e tecnologici dell’intelligenza artificiale, ma anche il prezzo ambientale necessario per sostenerne la diffusione. Prendiamo l’ondata di calore record che ha travolto tutta l’Europa in questo inizio estate, secondo diversi studi condotti negli Stati Uniti, i data center hanno un impatto sul microclima locale da non sottovalutare in termini di aumento delle temperature medie.
Google continua a sostenere che l’AI potrà contribuire, nel medio periodo, a ridurre le emissioni in altri settori dell’economia, dall’ottimizzazione delle reti elettriche all’efficienza industriale. Almeno per ora, però, il bilancio ambientale raccontato dai dati ufficiali va nella direzione opposta.
Paradossalmente, i report di sostenibilità delle Big Tech stanno diventando uno degli indicatori più osservati per capire se la promessa di uno sviluppo digitale sostenibile riuscirà davvero a convivere con la gigantesca espansione infrastrutturale richiesta dall’intelligenza artificiale.
AI Gigafactory, anche Tim nel pool della candidatura dell’Italia (il team spagnolo oggi incontra Sanchez)
Tim entra nella squadra italiana che si candida ad una delle 4 o 5 Gigafactory AI europee. L’indiscrezione, lanciata dall’Adnkronos, punta i riflettori sul dossier Gigafactory AI, un bando europeo da 20 miliardi di euro in arrivo nei prossimi mesi al quale l’Italia aspira ad un posto da protagonista. La concorrenza sarà agguerrita, ma la squadra italiana a quanto pare è già in fase avanzata per competere ad una quota di circa 4 miliardi di euro, con il 30% di investimento da parte della Commissione Ue e degli Stati membri (a metà) e il 70% da soggetti industriali.
Fra gli altri componenti del pool italiano ci sarebbero Eni, Leonardo, FiberCop, Fastweb + Vodafone con l’Ai4i di Torino e il Cineca di Bologna sul fronte delle istituzioni.
La presentazione della squadra italiana dovrebbe avvenire tra un paio di mesi, quindi la situazione è ancora fluida. Il bando europeo dovrebbe essere pubblicato in tempo per arrivare ad una selezione entro il 2026 per poi avviare i progetti il prossimo anno.
L’uscita di Cingolani cambia le carte?
L’ingresso da protagonista di Tim si sta concretizzando dopo il cambio della guida di Leonardo, con l’addio di Roberto Cingolani, scrive l’Adnkronos.
Dal punto di vista industriale, l’ingresso di Tim avrebbe senso vista l’esperienza maturata nel Polo Strategico Nazionale (PSN) e nella gestione di data center.
Ma mentre sul fronte delle aziende partecipanti la lista è in via di composizione, per quanto riguarda le città da coinvolgere manca ancora una posizione condivisa all’interno del Governo.
Data center e supercomputer lanciano Pavia
Secondo l’Adnkronos, ll momento l’unico punto fermo è un mega data center targato Eni, previsto in Lombardia, vicino Pavia. Oltre ad avere in zona già un Green data center e due dei supercomputer più potenti al mondo, l’Hpc6 e l’Hpc7 appena inaugurato, Eni ha stretto un accordo un anno fa con gli emiratini di Khazna data centers per un AI Data Center Campus (capacità IT complessiva di 500 MW) a Ferrera Erbognone, e potrebbe essere questa la struttura fondamentale per una gigafactory italiana.
Grottaglie sembra tramontata
Dallo scorso autunno la candidatura nostrana è stata però impostata con una logica ‘diffusa’. All’inizio l’altra città in lizza per ospitare parte dell’infrastruttura era Grottaglie, vicino Taranto, dove c’è un sito Leonardo ma dove l’infrastruttura sarebbe tutta da costruire. Ma questa ipotesi caldeggiata in un primo momento dal Mimit sembra ormai tramontata.
Negli ultimi mesi il prolungamento dell’attesa per la pubblicazione del bando da parte della European High-Performance Computing Joint Undertaking sulle gigafactory (previsto a febbraio, potrebbe arrivare a luglio) ha fatto emergere diverse proposte alternative.
Genova, candidatura rilanciata
Preme molto per entrare nel progetto anche Genova, tra le prime ad avanzare una candidatura, forte della presenza del mega-calcolatore della stessa Leonardo, davinci-1, e dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT). La Liguria ha un suo sostenitore nel Governo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Innovazione Alessio Butti, che ha menzionato la posizione centrale nel Mediterraneo, i cavi sottomarini, e l’ecosistema locale tra i punti di forza della candidatura.
Bologna totalmente in partita
Negli ultimi giorni alcune dichiarazioni del ministro dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini hanno fatto pensare a un ruolo anche per Bologna, sede del tecnopolo che ospita tanti supercomputer, da Leonardo all’Ai factory (da non confondere con la Gigafactory, per quanto parte delle iniziative europee sul supercalcolo) chiamata It4lia. Tra le macchine di Bologna c’è Innovate, piccolo supercomputer AI pensato proprio per le imprese, quindi con la stessa filosofia delle gigafactory. Ma per dimensioni l’apporto al progetto sarebbe comunque residuo.
Mentre la candidatura si definisce, il bando europeo si avvicina. Rispondendo recentemente a una domanda di Adnkronos il ministro del Mimit Adolfo Urso si è limitato a dire che la candidatura italiana dovrebbe essere definita “nelle prossime settimane”.
In Spagna oggi il premier Sanchez incontra il consorzio iberico per l’AI Gigafactory
Nel frattempo, oggi in Spagna alla Moncloa il premier Pedro Sanchez, insieme al ministro per la Trasformazione Digitale e la Funzione Pubblica Óscar López, incontra le aziende che compongono il consorzio spagnolo per l’AI Gigafactory che comprende
Banco Santander, ACS e Telefónica, i tre principali partner privati dell’iniziativa, controlleranno congiuntamente il 47% del capitale della nuova società, con una quota individuale del 15,67% ciascuno.
Con l’ingresso di Multiverse Computing, che deterrà il 4%, il blocco privato raggiungerà il 51% del capitale sociale e assumerà il controllo effettivo della società.
Sul versante pubblico, il Governo deterrà il 47,99% tramite “SEPI Digital”, mentre la Generalitat de Catalunya avrà inizialmente l’1% del capitale.
Anche il pool francese è già pronto (ci sono pure iliad, Scaleway e Ardian)
In Francia, all’inizio di questo mese, Ardian ha annunciato l’intenzione di investire fino a 5 miliardi di euro (5,7 miliardi di dollari) in un polo di infrastrutture digitali da 500 MW vicino alla capitale, Parigi, con la prima fase di oltre 200 MW la cui realizzazione è prevista entro il 2030.
Il mese scorso, Ardian si è unita ad altre sette aziende francesi sotto l’egida di AION per richiedere la designazione di Gigafactory per l’IA dell’Unione Europea, con la Francia proposta come paese ospitante.
Il consorzio comprende Ardian (azionista di INWIT a casa nostra),Artefact,Bull, Capgemini, EDF, Iliad, Orange e Scaleway.
FTC, l’agenzia Antitrust “smantellata” negli Usa. Quali conseguenze sulla concorrenza?
Il nuovo futuro delle agenzie USA sarà molto diverso dagli ultimi 90 anni. La decisione della Corte Suprema americana di togliere i poteri al Congresso su una dozzina di agenzie governative indipendenti, fra cui la FED (Federal Reserve) e la FTC (Federal Trade Commission), l’agenzia indipendente che ha poteri in materia di antitrust (ma anche di privacy), e di affidarli invece direttamente al presidente degli Stati Uniti rappresenta un cambiamento epocale per l’economia globale.
L’ultima parola sulle agenzie al presidente Usa
Di fatto, non sarà più il Congresso ad avere l’ultima parola sui membri e le politiche delle diverse agenzie, ma sarà il presidente, che oggi è Donald Trump (e in futuro chiunque sarà il suo successore) a decidere l’assetto e la linea delle diverse agenzie.
Lo stesso Trump aveva già rimosso un paio di membri democratici dal board della FTC e la decisione della Corte di Giustizia non fa che rafforzare i poteri in capo all’inquilino della Casa Bianca su materie di carattere economico centrali per gli assetti globali.
Conseguenze su economia e commercio transatlantico
E’ vero che la FTC è principalmente impegnata a far rispettare le norme antitrust, e che fra i suoi compiti c’è anche quello di spacchettare i monopoli, impedire alle Big Tech di approfittarsi dei vostri figli e impedire alle case farmaceutiche di rendere inaccessibili i farmaci salvavita.
L’ultima parola su telco e Big Tech nelle mani del presidente Usa
Le conseguenze si potranno ripercuotere anche sulla Federal Communication Commission (FCC), l’agenzia che si occupa di digitale e telecomunicazioni. Quindi, l’ultima parola su telco e Big Tech è d’ora in poi spetterà al presidente degli Stati Uniti.
Fino a ieri, il Congresso ha reso la FTC indipendente affinché potesse opporsi alle potenti multinazionali, a prescindere da chi si trovi alla Casa Bianca.
Ma la sentenza odierna della Corte di Giustizia cambia tutto, consentendo ai presidenti (Trump oggi, ma chiunque gli succederà in futuro) di licenziare gli organismi di controllo che non antepongono la politica ai principi. E sostituirli con dei lacchè. È la ricetta per la corruzione e le famiglie lavoratrici ne pagheranno il prezzo.
Le agenzie Usa non più indipendenti. Schrems all’UE: “Cancellare l’accordo sul Data Privacy Framework”
Privacy, la sentenza della Corte Suprema Usa accresce il controllo del Presidente degli Stati Uniti sulle Agenzie federali
È un vero e proprio terremoto quello che sta facendo traballare sensibilmente il quadro regolatorio che definiva il trasferimento di dati tra Union europea (Ue) e Stati Uniti. La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Trump v. Slaughterpotrebbe aprire una nuova fase di forte tensione nei rapporti tra Washington e Bruxelles sul delicatissimo tema della circolazione dei dati personali. Con una pronuncia destinata ad avere effetti ben oltre il diritto amministrativo americano, i giudici hanno stabilito che “il Presidente degli Stati Uniti può rimuovere i componenti della Federal Trade Commission (FTC)”, superando un orientamento giurisprudenziale che per quasi novant’anni aveva garantito l’indipendenza dell’autorità federale.
La decisione rappresenta uno dei più significativi rafforzamenti del potere presidenziale nella storia recente degli Stati Uniti e si inserisce nell’affermazione della cosiddetta unitary executive theory, secondo la quale “tutte le autorità dell’esecutivo devono rispondere direttamente al Presidente”.
Negli USA molte funzioni cruciali sono affidate a enti come FTC, FCC e SEC, che tradizionalmente operano con una certa distanza dal potere presidenziale. La teoria unitary executive sostiene invece che questi organismi debbano rispondere più direttamente al presidente, quindi il tema torna centrale ogni volta che un’amministrazione prova a rafforzare il proprio controllo sull’apparato federale.
È venuto il momento di far saltare il Data Privacy Framework?
La pronuncia ha però immediatamente assunto una rilevanza internazionale. Secondo noyb – European Centre for Digital Rights, l’organizzazione fondata dall’attivista austriaco Max Schrems, vengono infatti meno alcuni dei presupposti giuridici sui quali la Commissione europea ha costruito il Data Privacy Framework, il regime che dal 2023 consente il trasferimento dei dati personali dall’Unione europea agli Stati Uniti.
Per comprendere la portata della questione bisogna tornare indietro di oltre venticinque anni. Dal 1995 il diritto europeo limita il trasferimento dei dati personali verso Paesi terzi che non garantiscono un livello di tutela sostanzialmente equivalente a quello assicurato dall’Unione. Nel corso degli anni Bruxelles ha cercato più volte di costruire un meccanismo stabile con Washington per consentire alle imprese europee di utilizzare servizi cloud e piattaforme statunitensi senza violare il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).
I primi due tentativi, Safe Harbor e successivamente Privacy Shield, sono stati però annullati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nelle celebri sentenze Schrems I e Schrems II, proprio in seguito ai ricorsi promossi da Max Schrems. Secondo i giudici europei, il sistema statunitense non offriva garanzie sufficienti contro la sorveglianza governativa né strumenti di ricorso effettivi per i cittadini europei.
Nel 2023 la Commissione europea ha quindi approvato un terzo accordo, il Data Privacy Framework, ritenendo che le modifiche introdotte dall’amministrazione Biden fossero sufficienti a garantire un livello di protezione adeguato. È proprio questo impianto che oggi viene contestato da noyb.
Serve un’autorità per la protezione dei dati personali “veramente indipendente”
Secondo l’organizzazione, il diritto primario dell’Unione europea impone che la vigilanza sulla protezione dei dati personali sia affidata a un’autorità realmente indipendente. Il riferimento è all’articolo 16, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e all’articolo 8, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Per questo motivo, sostiene noyb, la Commissione europea ha individuato nella Federal Trade Commission il soggetto incaricato di garantire il rispetto degli impegni assunti dagli Stati Uniti, richiamandone l’indipendenza ben 259 volte nella decisione di adeguatezza che disciplina il Data Privacy Framework.
La sentenza della Corte Suprema, tuttavia, cambia radicalmente questo presupposto. Se la FTC non può più essere considerata indipendente dal potere esecutivo, viene meno, secondo l’interpretazione di noyb, uno dei pilastri giuridici sui quali Bruxelles ha fondato la propria valutazione.
Max Schrems afferma: “L’elemento fondamentale è che l’assetto costituzionale dell’Unione europea richiede che la vigilanza sia affidata a un’autorità indipendente. L’unico modo per modificare questo principio sarebbe un voto unanime di tutti gli Stati membri dell’Unione europea per cambiare i Trattati dell’UE”.
“Dal momento che negli Stati Uniti non esistono più autorità indipendenti, chiediamo alla Commissione europea di ritirare in modo ordinato la decisione di adeguatezza relativa agli Stati Uniti”, ha sottolineato l’esperto austriaco.
Nella ricostruzione di noyb, non sarebbe compromesso soltanto il ruolo della Federal Trade Commission. Anche il cosiddetto Data Protection Review Court, l’organismo creato dall’amministrazione Biden per offrire ai cittadini europei un rimedio contro eventuali attività di sorveglianza da parte delle autorità statunitensi, viene considerato giuridicamente fragile. Pur chiamandosi “Court”, ricorda l’organizzazione, si tratta infatti di un organismo interno al Department of Justice la cui indipendenza deriva esclusivamente da un ordine esecutivo emanato dall’ex Presidente Joe Biden, modificabile in qualsiasi momento dal Presidente Donald Trump.
Schrems (noyb): “Chiediamo una progressiva uscita dalla condizione di dipendenza dai servizi cloudamericani“
Le conseguenze prospettate da noyb sarebbero molto ampie. Secondo l’organizzazione, la Commissione europea dovrebbe avviare un ritiro ordinato della decisione di adeguatezza e preparare una progressiva uscita dalla dipendenza dai servizi cloud statunitensi.
“Anche seguendo la logica della stessa Commissione europea, il fondamento di qualsiasi accordo tra Unione europea e Stati Uniti per il trasferimento dei dati è ormai venuto meno”, ha precisato Schrems, che aggiunge: “Chiediamo alla Commissione di avviare un’uscita ordinata dal cloud statunitense: non sarà semplice, ma purtroppo è inevitabile. La Commissione ha costruito un castello di carte giuridico sotto la pressione dell’industria. Ora che quel castello sta chiaramente crollando, deve assumersi le proprie responsabilità”.
Sul piano strettamente giuridico, però, gli effetti non sono immediati. La stessa noyb riconosce che il Data Privacy Framework rimane formalmente in vigore finché la Commissione europea non deciderà di revocare la propria decisione oppure finché questa non verrà eventualmente annullata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. Nel frattempo continueranno a essere possibili i trasferimenti di dati fondati sulla decisione di adeguatezza attualmente vigente.
Diversa, invece, potrebbe essere la situazione per le imprese che trasferiscono dati utilizzando altri strumenti previsti dal GDPR, come le Standard Contractual Clauses (SCCs) o le Binding Corporate Rules (BCRs). Secondo noyb, queste organizzazioni dovranno aggiornare le proprie valutazioni d’impatto alla luce del nuovo quadro giuridico statunitense e potrebbero trovarsi nella condizione di dover riconsiderare la liceità dei trasferimenti.
L’organizzazione ha già inviato una lettera formale alla Commissione europea chiedendo l’avvio della procedura di revoca del Data Privacy Framework e ha annunciato che nelle prossime settimane promuoverà una nuova azione giudiziaria con l’obiettivo di ottenere dalla Corte di giustizia dell’Unione europea l’annullamento dell’accordo, un procedimento che potrebbe richiedere due o tre anni.
L’AI fa correre i prezzi delle memorie: DRAM e NAND in aumento fino al 50%. Crisi fino al 2028
La scarsità globale di memorie e la domanda crescente dei data center AI spingono al rialzo i prezzi. La pressione rischia di arrivare anche su PC, notebook, console e smartphone.
I prezzi delle memorie DRAM e NAND potrebbero aumentare tra il 40 e il 50% nel terzo trimestre del 2026 rispetto al trimestre precedente. È la previsione contenuta in un nuovo rapporto di JefferiesEquityResearch, che segnala una tensione crescente sul mercato globale delle memorie.
Alla base del rialzo ci sono tre fattori principali: la scarsità di offerta, la domanda in forte crescita legata ai sistemi di intelligenza artificiale e alle infrastrutture di calcolo, e la limitata disponibilità di nuova capacità produttiva da parte dei principali produttori, tra cui Samsung, SKHynix e Micron.
La domanda AI assorbe sempre più produzione
Il rapporto evidenzia come una quota crescente della produzione venga ormai destinata a contratti di lungo termine con grandi aziende tecnologiche e fornitori di servizi cloud. Data center, sistemi AI e infrastrutture ad alte prestazioni stanno assorbendo capacità produttiva che in passato sarebbe stata destinata anche al mercato consumer.
Il risultato è una disponibilità più ridotta di memorie per prodotti come PC, notebook, console e smartphone. Questo squilibrio può tradursi in una pressione sui prezzi finali, con possibili aumenti per i dispositivi destinati ai consumatori.
La dinamica conferma quanto l’espansione dell’AI stia producendo effetti lungo tutta la filiera hardware. Non si tratta solo di GPU e acceleratori, ma anche di componenti fondamentali come DRAM e NAND, indispensabili per server, sistemi di storage, dispositivi personali e infrastrutture cloud.
Samsung, SK Hynix e Micron sotto pressione
Secondo Jefferies, i principali produttori globali non sarebbero in grado di aumentare rapidamente l’offerta nel breve periodo. La costruzione di nuova capacità produttiva richiede investimenti elevati, tempi lunghi e pianificazione industriale su più anni.
Samsung, SK Hynix e Micron restano al centro del mercato, ma la loro capacità di rispondere alla domanda aggiuntiva appare limitata nel breve termine. La priorità data ai clienti enterprise e cloud, spesso attraverso accordi pluriennali, riduce ulteriormente lo spazio disponibile per altri segmenti.
La Cina non basta a riequilibrare il mercato
Il rapporto considera anche il ruolo dei produttori cinesi, tra cui CXMT e YMTC. La loro espansione, tuttavia, non viene ritenuta sufficiente a modificare l’equilibrio del mercato nel breve periodo.
Secondo Jefferies, i prezzi praticati dai produttori cinesi risultano sostanzialmente allineati a quelli dei concorrenti internazionali. Inoltre, gran parte della produzione resta destinata al mercato interno, riducendo l’impatto sull’offerta globale.
Questo significa che la crescita della capacità cinese, pur rilevante nel medio periodo, non dovrebbe produrre un immediato effetto calmierante sui prezzi internazionali delle memorie.
Possibile allentamento solo dal 2028
Un possibile allentamento delle tensioni potrebbe arrivare solo nel 2028, quando nuova capacità produttiva dovrebbe entrare progressivamente in funzione. Anche in quel caso, però, l’effetto sui prezzi non è scontato.
La domanda continua infatti a crescere, trainata da AI, cloud, data center e nuovi carichi di lavoro computazionali. Se l’espansione dell’offerta sarà assorbita rapidamente dai grandi clienti tecnologici, il mercato potrebbe restare sotto pressione più a lungo.
Per i consumatori, il rischio è che il conto arrivi nei prossimi mesi sotto forma di prodotti più costosi o meno disponibili. Per l’industria, invece, la sfida sarà garantire capacità sufficiente in un mercato in cui cloud provider e grandi gruppi AI sono sempre più disposti a bloccare forniture in anticipo pur di assicurarsi continuità operativa.
L’Austria chiama la Ue “Facilitare l’accesso al mercato di Anthropic”
Bruxelles dovrebbe valutare la possibilità di favorire l’insediamento strategico e la partecipazione di Anthropic all’interno dell’Unione Europea, dopo le recenti restrizioni statunitensi sull’export di alcuni modelli di intelligenza artificiale. È quanto propone il segretario di Stato austriaco per la Digitalizzazione Alexander Pröll in una lettera indirizzata alla vice presidente della Commissione europea HennaVirkkunen.
Avviare un confronto tra Commissione e Stati membri
Nella missiva, Pröll richiama la decisione dell’amministrazione americana di limitare l’accesso ai modelli avanzati di Anthropic Fable 5 e Mythos 5 ai cittadini statunitensi e invita Bruxelles ad avviare rapidamente un confronto tra Commissione e Stati membri per esplorare la fattibilità di un’iniziativa europea su Anthropic, offrendo all’azienda “certezza giuridica, accesso al mercato, capitali e un sistema di valori in linea con questa azienda”. Secondo Pröll, la presenza della società sul territorio europeo non penalizzerebbe gli operatori continentali dell’IA, come Mistral o Aleph Alpha, ma contribuirebbe a rafforzare l’intero ecosistema dell’innovazione.
Questione di indipendenza digitale
“Ci sarà chi dirà che non è fattibile. La vera domanda non è se sia facile. La domanda è se noi europei siamo pronti a essere gli architetti del nostro futuro tecnologico, o se desideriamo rimanere semplici amministratori di decisioni prese altrove” , scrive Pröll, definendo Anthropic un’azienda particolarmente compatibile con i valori europei per l’attenzione riservata alla sicurezza e all’uso etico dell’intelligenza artificiale.
L’Europa ha inserito Anthropic nel dibattito sulla sovranità tecnologica dopo che Washington ha limitato l’accesso ai modelli più avanzati dell’azienda. L’Austria auspica che l’Unione Europea valuti la possibilità di ospitare l’azienda all’interno del blocco. La proposta è giunta in seguito a un improvviso blocco dell’accesso che ha messo in luce la dipendenza dell’Europa dai sistemi di frontiera americani.
Usa preoccupati dal rapporto con SK Telecom e con la Cina
La decisione dell’amministrazione Trump di imporre restrizioni all’accesso alle tecnologie AI più avanzate di Anthropic sarebbe stata influenzata dalle preoccupazioni nate dopo l’accesso concesso a SK Telecom, il maggiore operatore mobile della Corea del Sud, al modello ClaudeMythos.
Alcuni funzionari statunitensi ritenevano, spiega WIRED, che i rapporti storici e commerciali tra il gruppo SK e alcune realtà cinesi potessero rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale. A questi timori si sarebbero poi aggiunte le segnalazioni di ricercatori di Amazon su possibili vulnerabilità in Fable 5, una versione protetta di Mythos.
La combinazione di questi elementi avrebbe convinto la Casa Bianca che Anthropic non fosse in grado di garantire un controllo adeguato sulle proprie capacità AI più sensibili.