L’AI da sola non basta, Ford richiama 300 ingegneri per il controllo qualità delle vetture

Ford richiama gli ingegneri esperti: “L’intelligenza artificiale da sola non basta per garantire la qualità”

Dopo anni di investimenti nell’intelligenza artificiale (AI) per automatizzare i processi produttivi, Ford compie un’inattesa inversione di rotta. Il costruttore americano ha infatti richiamato circa 300-350 ingegneri e tecnici con una lunga esperienza nel controllo qualità, riconoscendo che i sistemi basati sull’AI non sono riusciti a raggiungere gli standard previsti senza il contributo diretto delle competenze umane.

La decisione rappresenta un segnale significativo in un momento in cui molte aziende manifatturiere stanno accelerando sull’adozione dell’intelligenza artificiale con l’obiettivo di ridurre i costi, aumentare la produttività e migliorare la qualità dei prodotti.

L’AI non ha sostituito l’esperienza

Negli ultimi anni Ford aveva esteso l’impiego dell’intelligenza artificiale a numerose attività industriali. Tra queste figuravano anche i controlli qualità, supportati da circa 900 telecamere intelligenti installate negli stabilimenti per individuare difetti di produzione e prevenire problemi lungo la catena di fornitura.

Secondo quanto riportato da Liv McMahon in un articolo pubblicato dalla BBC, l’obiettivo era affidare agli algoritmi una parte crescente delle verifiche sui veicoli, sfruttando la capacità dell’AI di analizzare grandi quantità di dati e identificare anomalie in tempi molto rapidi.
I risultati, però, non sono stati quelli sperati.

Charles Poon, vicepresidente dell’ingegneria hardware di Ford, ha spiegato che “l’azienda ha sopravvalutato le capacità dell’intelligenza artificiale”, ritenendo che fosse sufficiente alimentarla con i requisiti tecnici dei progetti per ottenere automaticamente prodotti di elevata qualità.

“L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario, ma è efficace solo quanto lo sono i dati e le conoscenze con cui viene addestrata”, ha affermato il dirigente.

Gli algoritmi addestrati solo su dati di superficie, ora continueranno con gli ingegneri più esperti

Secondo Ford, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma nella “mancanza dell’esperienza accumulata in decenni dai tecnici più qualificati”.

Nel corso degli anni, infatti, molti ingegneri con anzianità hanno lasciato l’azienda prima che il loro patrimonio di conoscenze fosse trasferito ai sistemi di AI. Di conseguenza, gli algoritmi hanno potuto apprendere solo dalle specifiche di progetto e dai dati disponibili, senza beneficiare di quell’insieme di intuizioni, casi pratici e capacità di valutazione che derivano dall’esperienza diretta maturata attraverso numerosi cicli di sviluppo dei veicoli.

È proprio questa conoscenza implicita, difficile da trasformare in dati, che ha reso meno efficaci i sistemi automatizzati nel riconoscere alcune criticità produttive e nel prendere decisioni comparabili a quelle di un tecnico esperto.

Per questo Ford ha deciso di richiamare circa 300 ingegneri senior, affidando loro un doppio compito: “contribuire all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale e trasmettere le proprie competenze alle nuove generazioni di tecnici”.

Uomo e AI, non una scelta alternativa

Il caso Ford evidenzia uno dei principali limiti dell’intelligenza artificiale nelle applicazioni industriali. Gli algoritmi sono estremamente efficaci nell’elaborare enormi quantità di informazioni e nell’individuare schemi ricorrenti, ma faticano quando devono affrontare situazioni non previste, eccezioni o valutazioni che richiedono esperienza pratica e conoscenza del contesto.

La stessa azienda riconosce oggi che l’automazione non può prescindere dal contributo delle persone più esperte. L’obiettivo non è sostituire gli ingegneri, ma utilizzare il loro know-how per rendere più affidabili gli strumenti di AI.

La scelta arriva mentre Ford celebra il ritorno al primo posto tra i marchi generalisti nello studio statunitense J.D. Power Initial Quality Study, uno dei principali indicatori della qualità iniziale dei veicoli. Nel comunicare il risultato, l’azienda ha sottolineato come il miglioramento sia stato possibile anche grazie a un profondo rinnovamento del management e al rientro degli ingegneri con decenni di esperienza.

Un modello di collaborazione tra persone e algoritmi per l’industria manifatturiera

La vicenda rappresenta un messaggio importante per l’intera industria manifatturiera. Negli ultimi due anni molte imprese hanno presentato l’intelligenza artificiale come una tecnologia destinata a sostituire una parte crescente delle attività umane. Ford mostra invece che, almeno nei processi più complessi e ad alto contenuto tecnico, l’AI non è ancora in grado di replicare il valore dell’esperienza maturata sul campo.

Più che un fallimento dell’intelligenza artificiale, emerge quindi la necessità di un modello di collaborazione tra persone e algoritmi. Le competenze umane restano indispensabili per addestrare i sistemi, interpretarne i risultati e prendere le decisioni più delicate. L’AI può accelerare il lavoro e migliorare l’efficienza, ma senza il patrimonio di conoscenze costruito dagli ingegneri nel corso degli anni rischia di non esprimere tutto il suo potenziale.

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WhatsApp, come prenotare il nome utente per chattare senza dare il numero

WhatsApp introduce i nomi utente: come prenotarli e perché cambieranno il modo di contattarsi

WhatsApp compie un passo importante verso una maggiore tutela della privacy. La piattaforma di messaggistica di Meta ha attivato anche in Italia la possibilità di prenotare un nome utente, una novità che consentirà in futuro di comunicare con altre persone senza dover condividere il proprio numero di telefono.

La funzione arriverà gradualmente nel corso dei prossimi mesi, ma gli utenti possono già riservare il proprio identificativo in vista del lancio definitivo entro il 2026. Una scelta che punta a evitare la corsa ai nomi più richiesti e a garantire che ciascuno possa ottenere quello desiderato, se ancora disponibile.

Che cos’è il nome utente di WhatsApp

Il nome utente è un identificatore unico, preceduto dal simbolo @, che si affiancherà al tradizionale numero di telefono. Potrà avere un formato come, ad esempio, @MarioRossi oppure @Anna123 e rappresenterà un nuovo modo per essere trovati e contattati all’interno dell’app.

È importante non confonderlo con il nome visualizzato nel profilo. Quest’ultimo può essere uguale a quello di altri utenti e non deve essere necessariamente univoco. Il nome utente, invece, sarà esclusivo: ogni identificativo potrà appartenere a un solo account.

L’obiettivo è rendere più semplice e sicuro entrare in contatto con persone che non fanno ancora parte della propria rubrica, evitando di dover comunicare il numero di cellulare.

Perché questa novità migliora la privacy

Fino a oggi, per iniziare una conversazione su WhatsApp era quasi sempre necessario conoscere il numero di telefono dell’altra persona. Con i nomi utente questo passaggio non sarà più indispensabile.

Chi non ha già salvato il numero dell’utente vedrà infatti il suo nome utente e potrà contattarlo utilizzando quello. Il numero di telefono rimarrà privato, offrendo un livello di riservatezza particolarmente utile per professionisti, creator, piccole imprese, associazioni e per chiunque voglia separare maggiormente la propria identità digitale dai dati personali.

Come prenotare il proprio nome utente

La prenotazione è completamente facoltativa e serve a riservare il nome scelto prima che la funzione venga resa disponibile a tutti.

Per effettuarla è sufficiente:

  • aggiornare WhatsApp all’ultima versione disponibile;
  • verificare se l’opzione è già comparsa all’interno dell’app;
  • scegliere un nome utente disponibile e confermarne la prenotazione.

La funzione viene distribuita gradualmente, quindi potrebbe non essere immediatamente visibile su tutti gli smartphone. In questo caso non è necessario fare nulla di particolare: sarà sufficiente mantenere aggiornata l’app e attendere che l’aggiornamento venga attivato sul proprio account.

Una volta completata la prenotazione, il nome rimarrà riservato e nessun altro potrà richiederlo.

Cosa succede dopo la prenotazione

Prenotare il nome utente non significa poterlo utilizzare subito.

Finché la nuova funzione non sarà attiva sul proprio account, il nome utente resterà invisibile agli altri utenti. Nessuno potrà cercarlo, visualizzarlo o contattare il proprietario utilizzandolo.

Quando WhatsApp abiliterà definitivamente la funzionalità, l’utente riceverà una notifica direttamente nell’app. Da quel momento sarà possibile condividere il proprio nome utente al posto del numero di telefono.

Si può modificare o eliminare?

Sì. La prenotazione non è definitiva.

In qualsiasi momento sarà possibile cambiare il nome utente oppure eliminarlo. Bisogna però tenere presente che, una volta liberato, quel nome potrebbe essere richiesto da un altro utente.

Per questo motivo conviene scegliere con attenzione un identificativo che si intende mantenere nel tempo.

E se il nome che voglio è già occupato?

Come accade per gli indirizzi email o per gli username dei principali social network, ogni nome utente deve essere unico.

Se quello desiderato è già stato prenotato o utilizzato da qualcun altro, sarà necessario sceglierne uno diverso. Per facilitare la scelta, WhatsApp metterà a disposizione anche un generatore automatico che proporrà alternative personalizzate.

Alcuni nomi, inoltre, saranno riservati a enti pubblici, aziende, organizzazioni e personaggi pubblici verificati e non potranno essere richiesti dagli altri utenti.

Lo stesso nome di Instagram e Facebook

Meta punta anche a rendere più coerente la propria presenza digitale tra le diverse piattaforme.

Se il nome utente desiderato non è già stato assegnato, sarà possibile utilizzare lo stesso identificativo impiegato su Instagram o Facebook, collegando gli account attraverso il Centro gestione account di Meta. Una possibilità pensata soprattutto per creator, professionisti, aziende e piccole attività che vogliono essere riconoscibili con lo stesso nome su tutti i servizi del gruppo.

Una trasformazione destinata a cambiare WhatsApp

Con oltre tre miliardi di utenti nel mondo, WhatsApp introduce una delle novità più significative degli ultimi anni. L’adozione dei nomi utente avvicina infatti il servizio ai meccanismi già utilizzati da Telegram, Signal e da molte piattaforme social, dove è possibile entrare in contatto con una persona senza conoscere il suo numero di telefono.

Per gli utenti significa soprattutto una maggiore protezione della privacy e una gestione più semplice dei contatti. Per questo Meta ha deciso di aprire con largo anticipo la fase di prenotazione: chi desidera assicurarsi il proprio nome può già farlo, in attesa che la funzione venga distribuita a tutti nel corso dei prossimi mesi.

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Ultimo modello di OpenAI, la Casa Bianca deciderà a chi può essere rilasciato

La Casa Bianca avrebbe chiesto a OpenAI di non rilasciare ancora al pubblico il suo nuovo modello. GPT Cyber 5.6 sarà distribuito inizialmente solo a un piccolo gruppo di aziende partner, mentre il governo americano approverà l’accesso cliente per cliente prima che ciascuna realtà possa utilizzarlo.

A comunicarlo allo staff sarebbe stato Sam Altman. Il CEO di OpenAI avrebbe spiegato che GPT 5.6 entrerà in una fase di preview con pochi partner e che, durante questo periodo, il governo approverà gli accessi uno per uno. Un rilascio più ampio potrebbe arrivare “un paio di settimane dopo”, se la fase iniziale andrà bene.

La decisione conferma il cambio di passo dell’amministrazione americana sui modelli AI più avanzati. Non più solo prodotti software da lanciare sul mercato, ma tecnologie considerate sensibili, da valutare prima della distribuzione pubblica.

Accesso ristretto e clienti approvati uno per uno

Il punto centrale è il controllo sull’accesso. Se il governo deve approvare ogni cliente, deve anche sapere chi è quel cliente. Questo apre il tema della verifica dell’identità di aziende e utenti autorizzati a usare i modelli più avanzati.

In una prima fase, il processo riguarderebbe le società ammesse alla preview. Ma il precedente può pesare anche sui futuri rilasci pubblici. Per concedere l’accesso, OpenAI potrebbe dover chiedere ai clienti procedure di identificazione più rigorose, con documenti o sistemi di verifica, e condividere queste informazioni con il governo prima dell’autorizzazione.

La motivazione? Una questione di sicurezza

La giustificazione indicata dal governo americano sarebbe legata alla cybersicurezza. La preoccupazione è che il nuovo modello possa aiutare attori malevoli a individuare vulnerabilità software.

È un argomento già visto negli ultimi mesi. I modelli AI più avanzati possono analizzare codice, suggerire correzioni, individuare punti deboli e accelerare attività che possono essere usate sia per la difesa sia per l’attacco. Per Washington, il rischio non è solo la singola capacità tecnica, ma la scala: un modello frontier può abbassare le barriere d’ingresso e rendere più rapide attività che prima richiedevano competenze specialistiche.

Resta però aperto il nodo della proporzione. Strumenti per cercare vulnerabilità software esistono da anni e molti sono liberamente disponibili. Un modello AI che segnala un punto debole può amplificare capacità già presenti sul mercato, ma non introduce necessariamente un rischio completamente nuovo.

Il controllo governativo, in ogni caso, produce anche un effetto comunicativo: se la Casa Bianca ritiene necessario valutare un modello prima del rilascio, quel modello appare automaticamente più potente, più sensibile e più strategico.

Da Anthropic a OpenAI, la nuova linea Usa

Il caso OpenAI indica che il controllo preventivo sui modelli frontier non riguarda più una sola azienda. Dopo Anthropic, anche OpenAI entra in una fase in cui la distribuzione dei modelli più avanzati passa da un filtro governativo.

La differenza è significativa: non si interviene solo dopo una controversia o un accesso ritenuto problematico. Si decide prima chi può usare il modello, con quali garanzie e sotto quale supervisione.

Questa logica rafforza il ruolo della Casa Bianca come arbitro dell’accesso all’AI americana più avanzata. Per le aziende, significa muoversi in un mercato sempre più legato alla sicurezza nazionale. Per i clienti, significa che l’accesso ai modelli migliori potrebbe dipendere non solo da un contratto commerciale, ma anche da identità, Paese, affidabilità e valutazione del rischio.

Il nodo geopolitico

Il caso si inserisce nella stessa cornice emersa con Anthropic. La decisione dell’amministrazione Trump di imporre restrizioni ai modelli più avanzati della società sarebbe stata influenzata dalle preoccupazioni nate dopo l’accesso concesso a SK Telecom, il maggiore operatore mobile della Corea del Sud, al modello Claude Mythos.

Secondo la ricostruzione di WIRED, alcuni funzionari statunitensi ritenevano che i rapporti storici e commerciali tra il gruppo SK e alcune realtà cinesi potessero rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale. A questi timori si sarebbero aggiunte le segnalazioni di ricercatori di Amazon su possibili vulnerabilità in Fable 5, versione protetta di Mythos.

La combinazione tra accessi concessi a soggetti considerati sensibili, capacità cyber dei modelli e timori sui legami indiretti con la Cina avrebbe convinto la Casa Bianca a intervenire.

Ora la stessa logica sembra estendersi a OpenAI: quando un modello è considerato abbastanza potente da incidere su software, vulnerabilità e capacità cyber, la domanda non è più solo quando rilasciarlo. È a chi rilasciarlo.

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Banda 2 Ghz, Starlink attacca Bruxelles sulle regole anti-Usa per lo spettro satellitare

Starlink attacca pesantemente Bruxelles sulle regole di attribuzione della banda satellitare 2 Ghz per internet satellitare in scadenza nel 2027. L’operatore satellitare di Elon Musk denuncia grosse lacune nelle procedure di assegnazione decise dalla Commissione Ue, disegnate per estromettere gli attori americana dalla contesa.

E così SpaceX, casa madre di Starlink, alza la voce

Di fatto esclusa dalla Commissione Europea dalla futura assegnazione delle frequenze in banda 2 Ghz per servizi satellitari mobili (MSS), destinate a connettere direttamente gli smartphone ai satelliti, l’azienda di Elon Musk lancia il suo contrattacco.

La sua controllata Starlink, che ambisce a queste preziose risorse spettrali, attacca Bruxelles in un white paper inviato alla Commissione Europea la scorsa settimana e ottenuto da Le Figaro. Nel documento, denuncia “gravi carenze che compromettono gli obiettivi di connettività dell’Europa”, “un rischio significativo che gli europei si trovino privati ​​dei servizi satellitari erogati direttamente sui dispositivi” e che non sarebbero conformi alle norme dell’ITU, l’organizzazione dell’Onu che fissa le regole internazionali di utilizzo dello spettro radio.

Lo scorso 26 maggio la Commissione Europea ha spento le ambizioni degli operatori satellitari americani (tra cui oltre a Starlink anche Amazon Leo) riservando due terzi delle cosiddette bande a 2 GHz per i servizi satellitari mobili (MSS) agli operatori europei nella prossima gara d’appalto del 2027.

Questa banda di frequenza era stata utilizzata dal 2008 da due società americane, Viasat ed EchoStar. Ciò ha permesso loro di offrire servizi di chiamata e messaggistica collegando i dispositivi mobili ai satelliti, senza bisogno di ripetitori a terra.

2 Ghz più popolari grazie agli operatori LEO

Queste bande di frequenza hanno riguadagnato popolarità negli ultimi mesi con l’avvento delle costellazioni di satelliti in orbita terrestre bassa. Starlink, di gran lunga l’operatore satellitare più avanzato, sta implementando questo servizio diretto al dispositivo da oltre un anno e sostiene di poter offrire in futuro velocità simili a quelle del 4G e del 5G. L’azienda americana si affida attualmente ad accordi con gli operatori terrestri di ciascun paese per offrire il proprio servizio. Stima che 15 milioni di europei abbiano accesso a Starlink sui propri telefoni cellulari e che 6 milioni si connettano attualmente alla sua rete tramite i suoi partner. “Starlink ha contribuito più di qualsiasi altro operatore satellitare a connettere milioni di europei”, attacca l’azienda nel suo white paper. Avere accesso a uno spettro armonizzato le consentirebbe di offrire il servizio in tutto il continente.

“Regolamentazione politica”

La proposta di Bruxelles, che lascia solo un terzo della banda a 2 GHz agli operatori extraeuropei, sta inoltre destando preoccupazione per il gruppo americano. “Si tratta di una proposta normativa motivata politicamente che ignora la fattibilità tecnica. Persino quando ne parliamo con gli Stati membri e le loro autorità di regolamentazione, ci dicono che non funzionerà”, ha detto a Le Figaro una fonte vicina al gruppo. Nel suo white paper, l’azienda sostiene che la proposta di Bruxelles non sarebbe conforme agli impegni assunti da vari Paesi in tutto il mondo in ambito ITU. L’assegnazione attualmente in esame potrebbe causare conflitti per l’accesso a determinate frequenze e portare a problemi di interferenza ai confini europei, sostiene SpaceX.

Inoltre, l’azienda è preoccupata per la suddivisione di questa porzione della banda a 2 GHz in due bande da 5 MHz. “Si tratta di una larghezza di banda significativamente inferiore a quella raccomandata dagli esperti tecnici della Commissione per servizi a banda larga efficienti”, sostiene SpaceX nel suo white paper. “Con questa larghezza di banda, si possono inviare solo messaggi di testo su WhatsApp”, insiste una fonte vicina alla questione. Mentre la proposta di Bruxelles sarà soggetta a commenti prima del suo passaggio in Parlamento, l’azienda americana spera di poterla emendare.

L’azienda sta cercando di ottenere una banda di frequenza più ampia (2 x 15 MHz) per poter operare con questo servizio. “Speriamo di ottenerla per poter gestire il nostro sistema. Altrimenti, saremo costretti a spegnere i nostri satelliti quando sorvolano l’Europa”, sottolinea una fonte vicina a Starlink.

La Commissione difende la necessità di creare un’alternativa europea a Starlink

La Commissione, dal canto suo, difende la necessità di sviluppare alternative europee ai giganti americani, come Eutelsat e Iris 2. Questo sia per le opportunità economiche che il mercato rappresenta, sia per evitare di essere alla mercé del rischio di un’interruzione imprevista del servizio decisa a Washington, come accaduto la scorsa settimana con Anthropic. Ma SpaceX ritiene che, perseguendo questa strada in violazione delle norme ITU, gli operatori europei rischino di essere confinati al mercato locale, “dove la redditività dei servizi satellitari è compromessa”. “La copertura mobile è fornita al 99% da operatori terrestri, il che non lascia molto mercato agli operatori satellitari. Non so se il mercato sia abbastanza grande da supportare le quattro costellazioni che Bruxelles sta prendendo in considerazione”, aggiunge una fonte vicina a Starlink.

Il gruppo americano, dal canto suo, è in grado di gestire queste dimensioni di mercato grazie alla sua presenza in 160 paesi e alle economie di scala legate all’integrazione verticale, dalla costruzione dei satelliti al loro lancio sui razzi.

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Anthropic, dietro il blocco c’è la geopolitica: gli Usa temono SK Telecom e i legami con la Cina

La decisione dell’amministrazione Trump di imporre restrizioni all’accesso alle tecnologie AI più avanzate di Anthropic sarebbe stata influenzata dalle preoccupazioni nate dopo l’accesso concesso a SK Telecom, il maggiore operatore mobile della Corea del Sud, al modello Claude Mythos.

Alcuni funzionari statunitensi ritenevano, spiega WIRED, che i rapporti storici e commerciali tra il gruppo SK e alcune realtà cinesi potessero rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale. A questi timori si sarebbero poi aggiunte le segnalazioni di ricercatori di Amazon su possibili vulnerabilità in Fable 5, una versione protetta di Mythos.

La combinazione di questi elementi avrebbe convinto la Casa Bianca che Anthropic non fosse in grado di garantire un controllo adeguato sulle proprie capacità AI più sensibili.

Il programma Project Glasswing

SK Telecom aveva ottenuto accesso a Claude Mythos attraverso il programma Project Glasswing, un gruppo ristretto di organizzazioni considerate affidabili.

Mythos è descritto come un modello particolarmente avanzato nell’individuazione di vulnerabilità software. Proprio per questo Anthropic aveva scelto di non renderlo disponibile in modo generalizzato, ma di aprirlo solo a soggetti selezionati.

L’ingresso di SK Telecom nel programma avrebbe però acceso l’attenzione della Casa Bianca. Il problema, secondo la ricostruzione, non riguardava tanto la società sudcoreana in sé, quanto i suoi rapporti storici con il mercato cinese e con alcune realtà delle telecomunicazioni cinesi.

I timori sui rapporti con la Cina

L’articolo ricostruisce la lunga storia dei rapporti tra SK Telecom e la Cina, inclusi investimenti passati in China Unicom e la partecipazione a joint venture nel settore delle telecomunicazioni.

Questi legami risalgono a oltre vent’anni fa. SK Telecom aveva partecipato a iniziative comuni con China Unicom, operatore statale cinese, e aveva investito in strumenti finanziari collegati alla società. In seguito, la partnership si era progressivamente ridotta.

Oggi la presenza diretta di SK Telecom nel mercato cinese appare limitata. Tuttavia, per i funzionari americani, anche rapporti storici o interessi commerciali indiretti possono diventare sensibili quando in gioco ci sono modelli AI capaci di individuare vulnerabilità software e potenzialmente utili in ambito cyber.

Il ruolo della segnalazione di Amazon

Un secondo elemento avrebbe aggravato il quadro. Ricercatori di Amazon avrebbero segnalato possibili vulnerabilità in Fable 5 ma Anthropic e diversi esperti esterni hanno però contestato l’idea che questi rischi fossero specifici dei modelli Claude, sostenendo che problemi simili possano riguardare anche altri sistemi AI avanzati.

La Casa Bianca avrebbe comunque interpretato la somma dei due fattori — accesso a SK Telecom e vulnerabilità segnalate da Amazon — come un segnale di rischio sufficiente per intervenire.

La richiesta Usa e la risposta di Anthropic

L’amministrazione Trump ha chiesto ad Anthropic di revocare l’accesso a Mythos e Fable 5 per tutti i cittadini stranieri, inclusi quelli presenti negli Stati Uniti. Anthropic ha scelto però una strada diversa: sospendere completamente l’accesso ai due modelli. Secondo la società, filtrare gli utenti sulla base della nazionalità sarebbe stato difficile da realizzare e problematico sul piano della privacy.

Quando torneranno online Fable 5 e Mythos 5?

Al momento non c’è una data ufficiale per il ritorno online di Fable 5 e Mythos 5. Le parole di Trump dopo il pranzo con Dario Amodei al G7 indicano una distensione politica, ma non equivalgono ancora alla revoca formale della direttiva del Dipartimento del Commercio. Trump infatti ha detto che “Anthropic non è più una minaccia per la sicurezza nazionale”.

I due modelli restano quindi offline mentre Anthropic tratta con la Casa Bianca e con l’amministrazione americana una soluzione sulle condizioni di accesso. Il nodo resta lo stesso: Washington ha chiesto di impedire l’uso dei modelli a qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti, inclusi anche i dipendenti stranieri della stessa Anthropic.

Il ritorno online dipenderà quindi da un accordo su tre punti: quali utenti potranno accedere ai modelli, con quali verifiche e con quali garanzie di sicurezza. Finché non arriverà un chiarimento ufficiale, Fable 5 e Mythos 5 restano bloccati.

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BCE: “Solo il 7% delle imprese europee fa uso intensivo dell’AI”. Ue indietro perché non investe

Sempre più imprese fanno uso dell’AI in Europa, ma solo il 7% in maniera “intensiva”

L’intelligenza artificiale (AI) diventerà davvero una leva strategica per la crescita economia e la competitività delle imprese solo quando il suo utilizzo passerà da occasionale o moderato a intensivo nell’impiego di questa tecnologia nei processi chiave, quelli cioè che poi generano valore per un’organizzazione perché incrementano la produttività.

Secondo la nuova indagine della Banca centrale europea (Bce), la diffusione dell’AI è costante, nell’ultimo trimestre del 2025, oltre il 70% delle aziende ha dichiarato di utilizzarla. Quasi la metà delle aziende che non utilizzavano l’AI nel 2025 prevede di investirci nel 2026.

Il problema è che la maggior parte di queste la utilizza solo occasionalmente o moderatamente: “solo il 7% delle aziende dell’area euro ne fa un uso intensivo”.

L’uso intensivo è particolarmente diffuso nei servizi, soprattutto in quelli ad alta tecnologia e ad alta intensità di conoscenza, come il settore dell’informazione e della comunicazione. Qui ci sono sviluppatori e fornitori di strumenti di intelligenza artificiale che offrono competenze elevate, che hanno inoltre accesso a un’abbondanza di dati e infrastrutture informatiche che accrescono i loro skills.

L’impiego intensivo è però costoso

L’uso intensivo dell’AI è però legato anche ad un livello di spesa maggiore: “oltre l’84% delle aziende che dichiarano un utilizzo intensivo ha investito in questa tecnologia. La stessa cosa vale solo per il 33% delle aziende che ne fanno un uso moderato”.

Guardando al futuro, secondo l’indagine, il 99% delle aziende che utilizzano AI in modo intensivo prevede di continuare ad investire entro il 2026, destinando circa il 20% del proprio investimento totale ad attività correlate.

Questo è un dato significativo, perché come spiega la Bce, l’impatto macroeconomico dell’AI dipenderà dalla capacità/possibilità che le aziende vadano oltre la fase di sperimentazione iniziale, proseguendo con l’utilizzo della tecnologia in modo intensivo nelle loro attività principali. Mancano sostanzialmente le risorse finanziarie.

Fuggetta (Politecnico di Milano): “Il problema dell’AI in Europa è il capitale“

Un problema non nuovo, di cui ha parlato anche Alfonso Fuggetta, Professore di Informatica al Politecnico di Milano, su La Matinale Européenne: “Il problema dell’AI in Europa è il capitale e questo è un problema europeo, non della sola Ue: riguarda gli Stati, i fondi pensione, le banche e gli azionisti”.

Tutti puntano il dito contro Bruxelles, ma un conto sono le regole, un altro i soldi. Come già detto da Mario Draghi in più di un’occasione, all’Unione europea servirebbe un mercato unico dei capitali.

Il rapporto Draghi ha evidenziato che le startup di intelligenza artificiale nate nell’Ue hanno raccolto il 6% dei finanziamenti globali nel 2024, rispetto al 61% negli Stati Uniti. Lo Stanford AI Index conferma la stessa proporzione per il 2025: 285,9 miliardi di dollari di investimenti privati ​​nell’AI negli Stati Uniti, 12,4 miliardi di dollari in Cina e 20,9 miliardi di dollari in tutta Europa (UE + Regno Unito + Svizzera + Norvegia insieme). Considerando solo l’AI generativa, gli Stati Uniti hanno speso 163,6 miliardi di dollari, mentre Cina ed Europa insieme ne hanno spesi solo 4,7 miliardi.

Urso: “Nell’uso dell’AI siamo sotto la media Ue“

Per quel che riguarda l’Italia, stamattina il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, parlando al ‘Made Future Industry Award 2026’ al ministero, ha dichiarato: “I dati ci dicono che la digitalizzazione complessiva del sistema produttivo è ancora bassa. Si sta recuperando ma va fatto in modo più convinto e sistemico. Allo stesso modo, l’adozione di tecnologie strategiche come l’Intelligenza artificiale resta al di sotto della media Ue siamo: anche qui siamo in recupero, ma abbiamo ancora tanta strada da fare”.

Secondo quanto riportato nella III edizione dell’Osservatorio Ecm AI, studio coordinato da Irtop Consulting e Banca Generali, nel 2025 il mercato dell’AI in Italia ha raggiunto un valore di circa 1,8 miliardi di euro, in crescita del 50% rispetto all’anno precedente, con una diffusione crescente nei processi aziendali e nei servizi e un progressivo orientamento verso modelli sempre più automatizzati e data-driven.

La domanda di soluzioni AI risulta concentrata principalmente nelle grandi imprese, che rappresentano oltre il 60% della spesa complessiva, mentre cresce il contributo della Pubblica Amministrazione, sostenuto da investimenti in digitalizzazione e innovazione.

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Nadella (Microsoft) contro i signori dell’AI, meglio i modelli low cost e a sorpresa apre a DeepSeek

Il CEO di Microsoft Nadella contro il modello Silicon Valley: “L’AI non può essere nelle mani di pochi”

Per anni Satya Nadella è stato considerato il grande regista silenzioso della rivoluzione dell’intelligenza artificiale (AI). È stato lui, prima di molti altri, a intuire il potenziale di OpenAI e a investire decine di miliardi di dollari per trasformare ChatGPT da una promettente startup in uno dei protagonisti assoluti della nuova economia digitale. Oggi, però, il CEO di Microsoft sembra voler prendere le distanze proprio dalla traiettoria che ha contribuito a costruire.

In una lunga intervista al Wall Street Journal, Nadella ha delineato una visione alternativa dell’AI, criticando implicitamente il modello dominante che negli ultimi anni ha guidato la corsa all’intelligenza artificiale: pochi attori globali, modelli sempre più grandi, consumi energetici enormi, investimenti senza limiti e una narrazione pubblica spesso costruita attorno a scenari apocalittici.

Il messaggio è chiaro: l’attuale paradigma non è sostenibile né economicamente né socialmente.

La critica ai “signori dell’AI” e a un modello di sviluppo orientato al gigantismo

Senza mai citare direttamente OpenAI, Anthropic o Google, Nadella mette in discussione il presupposto su cui si fonda la corsa ai cosiddetti modelli di frontiera, i sistemi più avanzati e costosi oggi disponibili. Secondo il manager indiano-americano, il rischio è che una ristretta élite tecnologica finisca per concentrare nelle proprie mani una quantità eccessiva di potere cognitivo, economico e politico.

La proposta di Nadella è quasi una contro-rivoluzione rispetto all’immaginario dominante della Silicon Valley. Negli ultimi anni il settore ha vissuto una sorta di competizione permanente per costruire modelli sempre più potenti, alimentati da quantità crescenti di dati, chip e capacità computazionale. L’idea implicita era semplice: più grande è il modello, migliore sarà il risultato.

“Non si può dire che tutti i lavori impiegatizi spariranno, che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un’arma e allo stesso tempo chiedere di costruire data center sempre più grandi”, osserva Nadella. Una critica diretta a quella retorica che negli ultimi anni ha alternato promesse di prosperità illimitata a previsioni catastrofiche sulla fine del lavoro umano o addirittura sull’estinzione della specie.

Dietro questa affermazione si intravede una questione fondamentale: la governance dell’AI. Chi decide come apprendono questi sistemi? Chi controlla i dati? E chi stabilisce le regole? Fino ad oggi le risposte sono rimaste concentrate nelle mani di pochissimi soggetti privati. I cittadini non accetteranno oltre modo questa situazione.

Piccolo è più bello (e meno costoso)

Microsoft sembra invece voler scommettere su una logica diversa. Nelle ultime settimane l’azienda ha presentato una serie di modelli a basso costo e nuove funzionalità che permettono agli utenti di scegliere quale AI utilizzare a seconda delle esigenze. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dai sistemi più costosi e abbassare drasticamente il prezzo dell’intelligenza artificiale.

Secondo Nadella il futuro non sarà dominato da un singolo “cervello universale“, ma da una pluralità di modelli con differenti livelli di costo, specializzazione e prestazioni.

Una visione che richiama l’evoluzione di internet: da una rete inizialmente controllata da pochi grandi operatori a un ecosistema distribuito di servizi, applicazioni e piattaforme.

Copilot cambia pelle e mette l’utente al centro

In questo scenario anche Copilot assume un ruolo diverso. Lanciato inizialmente come risposta di Microsoft a ChatGPT di OpenAI, il prodotto non sembra più destinato a diventare il modello AI dominante del mercato. Piuttosto, potrebbe trasformarsi in una piattaforma neutrale capace di orchestrare diversi modelli e diversi fornitori.

La nuova strategia consiste nel mettere l’utente al centro, lasciandogli la possibilità di scegliere quale intelligenza artificiale utilizzare per ogni attività. Se questa impostazione verrà confermata, Copilot assomiglierà meno a un concorrente diretto di ChatGPT e più a un sistema operativo dell’intelligenza artificiale, capace di integrare modelli differenti e di gestire flussi di lavoro complessi.

È un cambiamento significativo perché sposta il valore dalla costruzione del modello alla gestione dell’ecosistema.

Il caso DeepSeek e la guerra dei prezzi

L’elemento più sorprendente della strategia di Microsoft riguarda però DeepSeek. L’azienda cinese è diventata negli ultimi mesi il simbolo di un approccio radicalmente diverso all’AI: modelli meno costosi, maggiore efficienza e costi operativi ridotti rispetto ai colossi americani.

Microsoft starebbe valutando la possibilità di ospitare una versione di DeepSeek all’interno del proprio ecosistema.

Se ciò accadesse, sarebbe un segnale fortissimo. Da un lato significherebbe riconoscere che il valore dell’AI non coincide necessariamente con il possesso del modello più potente. Dall’altro aprirebbe una vera e propria guerra dei prezzi contro OpenAI e Anthropic (che comunque è già iniziata), costrette a giustificare costi molto più elevati.

Non è un caso che proprio OpenAI e Anthropic abbiano accusato DeepSeek di aver utilizzato tecniche di distillazione per replicare parte delle capacità dei loro sistemi.

Dietro la disputa tecnica si nasconde una questione strategica: se modelli più economici riescono a offrire prestazioni sufficientemente buone per la maggior parte delle applicazioni aziendali, l’intero modello economico dell’AI di frontiera rischia di entrare in crisi.

Una svolta o una necessità per Microsoft?

La domanda inevitabile è se questa nuova filosofia rappresenti una convinzione profonda o una necessità strategica.

Negli ultimi tempi Microsoft ha perso terreno nella corsa ai modelli più avanzati. In parole povere, Copilot non ce l’ha fatta. OpenAI continua a guidare il mercato consumer con ChatGPT, Google ha recuperato rapidamente terreno con Gemini e Anthropic si è ritagliata uno spazio importante nel settore enterprise.

Microsoft dispone di enormi risorse finanziarie e di una posizione dominante nel software aziendale, ma non possiede oggi un modello proprietario capace di competere apertamente con i leader del settore.

In questo contesto, trasformare i modelli in una commodity (cioè una risorsa ampiamente disponibile, il cui solo possesso non costituisce più una fonte di vantaggio competitivo, come è stato nei decenni per l’energia elettrica, la connettività Internet e il cloud computing) e spostare il valore verso la piattaforma potrebbe essere anche una risposta pragmatica a una corsa che l’azienda non è riuscita a vincere sul piano tecnologico.

In altre parole: se non puoi controllare il miglior modello, puoi cercare di controllare l’infrastruttura che collega tutti i modelli. E qui per noi utilizzatori si genera un ennesimo rischio. Come ha spiegato bene Crescenzo Coppola via social: “Sostenere che l’AI sia una commodity è una mezza verità. È una commodity nell’accesso. Ma può trasformarsi in una dipendenza nell’infrastruttura e in una vulnerabilità nei processi“.

La vera battaglia è guadagnarsi “il permesso sociale”

Al di là delle strategie industriali, il punto più interessante dell’intervista riguarda il rapporto tra AI e società.

Nadella sostiene che il settore abbia ormai esaurito il tempo delle promesse e delle narrazioni futuristiche. Adesso deve dimostrare concretamente di poter creare opportunità economiche, proteggere i lavoratori e distribuire i benefici della tecnologia. Qui Microsoft probabilmente cercherà di giocare la sua prossima partita per ottenere un vantaggio competitivo sulle altre società tecnologiche.

“Dobbiamo guadagnarci il permesso sociale”, ha affermato il CEO del gigante di Redmond. È forse la frase più importante di tutta l’intervista. La vera sfida non è costruire modelli più grandi. È convincere la società, noi tutti, che l’AI possa essere uno strumento di progresso condiviso e non l’ennesima concentrazione di potere nelle mani di pochi. Una sfida notevole, se pensiamo che in fondo Microsoft è da tutti e da sempre considerata parte di quei “pochi”.

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Social vietati ai minori, in Australia è un flop per la falla nell’age verification. Italia capofila Ue con modello Agcom e app IO?

Il divieto di accesso ai social media in vigore in Australia dal dicembre del 2025 non funziona come sperato. Sette ragazzi con meno di 16 anni su 10 riescono a collegarsi alle piattaforme social nonostante il divieto. E’ quanto emerso dal primo report realizzato dalla società di analisi eSafety dopo tre mesi dall’entrata in vigore del provvedimento.  

In sintesi, trattare i social media per i minori in modo analogo al fumo e agli alcolici rischia di essere una modalità inefficace, che non funziona.

In Italia il tema è di grande attualità, con l’avvio della discussione sulle varie proposte di legge di legge in discussione in Commissione Ambiente al Senato già oggi.

Il dibattito a livello internazionale è in corso. L’esperienza australiana, però, scrive un’analisi alquanto approfondita del britannico Guardian, dovrebbe essere tenuta in grande considerazione visto che si tratta del primo bando reale che un Governo mette in atto per i minori.

E a quanto pare, non sembra semplicemente una questione di compliance, vale a dire di conformità e applicazione delle regole. In generale, le grandi piattaforme non sembrano particolarmente propense a mettere in atto ogni modalità per verificare l’età degli utenti.

Modello australiano, perché non ha funzionato

La falla tecnica più evidente è legata al comportamento delle piattaforme stesse (come TikTok, Meta e Snapchat). Molti servizi non hanno inserito un blocco rigido di verifica dell’età al momento dell’iscrizione (account set-up). Di conseguenza, ai ragazzi è bastato creare nuovi profili dichiarando semplicemente una data di nascita falsa.

Sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale per analizzare i volti tramite selfie (come i software di Yoti o k-ID) si sono rivelati facilmente aggirabili e imprecisi:

Escamotage tecnici standard (VPN e browser)

Anche se le indagini più recenti mostrano che solo una minoranza ha dovuto effettivamente ricorrere a strumenti avanzati, l’uso di VPN (Virtual Private Network) ha permesso ai ragazzi più tecnologicamente avanzati di geolocalizzarsi fuori dall’Australia, bypassando istantaneamente qualsiasi restrizione federale. Inoltre, la legge richiede restrizioni solo per l’uso delle app tramite account, lasciando aperta la possibilità di visualizzare i contenuti direttamente tramite browser web in modalità ospite.

Mancano inoltre sistemi di riverifica dell’età da parte delle piattaforme.

Riconoscimento facciale impreciso. Rischio boomerang?

Per assurdo, non soltanto il divieto rischia di rivelarsi inefficace e facilmente aggirabile dai ragazzi, ma in realtà rischia di rendere le persone online addirittura meno sicure.

I software di stima dell’età tramite riconoscimento facciale sono tristemente imprecisi, scrive il Guardian, si legge nel report di eSafety, ma approcci più rigidi al controllo dell’età creano nuove opportunità di vulnerabilità per la privacy e la sicurezza digitale: si pensi, ad esempio, all’esposizione di circa 70mila foto di documenti d’identità governativi quando il fornitore di verifica dell’età di Discord è stato hackerato lo scorso anno.

Il Social Media Minimum Age Act australiano (in vigore da fine 2025) si è scontrato con enormi falle di applicazione e privacy:

  • Facilità di elusione: I minori hanno aggirato facilmente i controlli inserendo date di nascita false, condividendo gli account dei genitori o usando semplici VPN.
  • Privacy e rischi di hackeraggio: I metodi usati dai social – come la scansione dei documenti d’identità (ID) o il riconoscimento facciale basato sull’AI – hanno suscitato enormi polemiche per la privacy e la conservazione centralizzata di dati sensibili.

Age verification fa a pugni con modelli di business delle piattaforme

In definitiva, il problema fondamentale del controllo dell’età è che non affronta nessuno dei problemi di fondo del nostro attuale panorama online, ovvero i modelli di business estrattivi e le caratteristiche di progettazione dannose delle principali aziende tecnologiche.

L’obiettivo delle piattaforme è raccogliere informazioni sugli utenti, per poi commercializzare i nostri dati in chiave pubblicitaria. Si tratta di un modello legale, pienamente legale, che tuttavia coinvolge anche i minorenni.  

Quali alternative più efficaci avrebbe potuto perseguire il governo australiano, dopo aver speso quasi due anni a inseguire questa falsa pista?

Vietare ai bambini l’accesso ai social media, in poche parole, rischia di essere una modalità rozza che rischia di compromettere l’obiettivo stesso di minimizzazione del danno a cui la politica dichiara di aspirare. E l’esempio australiano sembra darne prova. Resta da capire se i Governo di Canberra tornerà sui suoi passi.

Detto questo, non più tardi della scorsa settimana anche il Regno Unito ha optato per l’introduzione di un divieto di accesso ai social media per gli under 16.

Funzionerà?

Presto per dirlo.

In cosa il sistema AGCOM è migliore: Doppio anonimato e App IO

L’approccio dell’AGCOM (qui i 10 requisiti necessari) mira a superare i limiti strutturali di quello australiano attraverso alcuni pilastri fondamentali:

  • Logica di “doppio anonimato”: Il fornitore della verifica dell’età non sa per quale servizio (es. un sito di contenuti per adulti) l’utente stia chiedendo la verifica; allo stesso tempo, la piattaforma web riceve solo la conferma “maggiorenne” ma ignora l’identità o i dati personali del cittadino.
  • Minimizzazione dei dati: Evita la raccolta di informazioni sensibili da parte delle piattaforme online, limitando drasticamente i rischi di data breach ed esposizione di documenti (che sono costati cari ad altri sistemi di verifica).
  • Nessun obbligo di SPID per i siti: Lo SPID (identità digitale) è stato escluso per l’accesso ai singoli siti perché trasmetterebbe troppi dati (come il nome) all’atto dell’autenticazione, preferendo un approccio incentrato su “app terze” certificate che gestiscono i dati in locale o su wallet digitali.

Age verification, Capitanio (Agcom): “Doppio anonimato per l’accesso e App IO”

Già un anno fa il commissario Agcom Massimiliano Capitanio esponeva il funzionamento dello strumento di age verification per minori in un’intervista a Key4biz.

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Italia capofila del progetto Ue di age verificaton

L’Italia non si muove da sola. In parallelo, partecipa a un progetto pilota europeo insieme a Francia, Spagna, Grecia e Danimarca per sviluppare un sistema di verifica dell’età valido per i social network.

L’idea è quella di un’app interoperabile, integrata nel futuro portafoglio digitale europeo, atteso entro la fine del 2026. L’obiettivo è ambizioso: consentire alle piattaforme di sapere se un utente è maggiorenne o meno, senza conoscere la sua identità, in linea con GDPR e Digital Services Act.

Il Sottosegretario alla Trasformazione Digitale Alessio Butti ha recentemente detto che per la “verifica età minori sul social con l’App IO sarebbe già possibile, ma serve una norma”. Insomma, in Italia sarebbe già fattibile.

ALESSIO BUTTI, SOTTOSEGRETARI ALL’INNOVAZIONE

Paesi nordici e baltici scettici sull’age verification

Gli Stati membri che hanno annunciato una legislazione in materia sono Francia, Spagna, Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi. Anche l’Italia sembra essere favorevole. Tuttavia, diversi Paesi, in particolare alcuni nordici e baltici, si oppongono fermamente. A loro avviso, il livello di alfabetizzazione digitale di genitori e figli è tale da consentire loro di riconoscere e affrontare i pericoli posti dai social media. Impedire ai bambini di accedere a queste piattaforme li priverebbe di informazioni e conoscenze, scoraggiando le loro future capacità innovative. Non a caso, la vicepresidente della Commissione responsabile per gli affari digitali, la finlandese Henna Virkkunen, si mostra scettica sull’introduzione di un’età minima per l’accesso ai social media.

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Spazio, AI, calcolo quantistico, tecnologie pulite, energia, le nuove priorità del bilancio Ue

Gli esami di maturità del Consiglio europeo. Ecco le materie: intelligenza artificiale, quantistica, clean tech, Space Economy, nuove fonti energetiche e indipendenza digitale

Si è appena concluso il G7 di Evian, in Francia. Uno degli ultimi tavoli ha visto sedere assieme capi di Stato e di Governo con i CEO delle Big Tech. Le grandi aziende tecnologiche americane hanno detto la loro, le grandi democrazie occidentali hanno ascoltato e preso nota. Nel frattempo a Bruxelles si è riunito il Consiglio europeo e inevitabilmente al centro del tavolo ci sono quasi gli stessi temi.

Iran, Russia, Ucraina, Israele, Difesa, Stretto di Hormuz, Nato, certo le priorità sono tutte politiche, geopolitiche ed economico-finanziarie, ma per i leader europei la posta in gioco è molto più alta in questo caso: la sopravvivenza dell’Unione europea (Ue) in un tempo di drammatiche tensioni internazionali, di guerre (anche alle porte dell’Unione), di incertezze nei rapporti internazionali e sui mercati delle materie prime più strategiche (energetiche in primis).

E poi ci sono i nuovi capitoli di spesa, che impongono la massima attenzione perché rappresentano le priorità del futuro. un futuro che per l’Ue è ancora piuttosto nebuloso, a tratti difficile anche solo da tratteggiare.

La questione del bilancio pluriennale dell’Ue

I Paesi dell’Unione si ritrovano a discutere di tutto questo e di bilancio pluriennale, argomento complesso, su cui i leader europeo dispiegano trame, creano alleanze (alcune impensabili, se viste dalle singole capitali d’Europa) e consumano duelli all’ultimo social.

La domanda che ci poniamo è la seguente: dove e come trovare nuove risorse finanziarie per Spazio, intelligenza artificiale (AI), calcolo quantistico, tecnologie pulite, biotecnologie e fonti energetiche alternative? È qui che si gioca la partita di domani. Non stiamo parlando di un futuro lontano, ma di qualcosa che già è prioritario, ma scarsamente avvertito come tale dalla maggioranza dei cittadini europei e di conseguenza (almeno all’apparenza) sottovalutato dai politici europei.

Solo nell’ultimo biennio (2024-2025) gli Stati Uniti hanno investito in Spazio, AI, calcolo quantistico e tecnologie pulite, più di 500 miliardi di dollari. Nei prossimi dieci anni questa cifra è destinata a crescere in maniera esponenziale, secondo alcune stime la spesa cumulata di queste voci potrebbe raggiungere i 29 trilioni di dollari entro il 2040.

Da sinistra Ursula von der Leyen, Presidente Commissione europea, Antonio Costa, Presidente Consiglio europeo, Nikos Christodoulidis Christodoulides Presidente Cipro, Kaja Kallas Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza e Vicepresidente della Commissione europea, Roberta Metsola, Presidente del Parlamento europeo

Autonomia strategica e sovranità tecnologica

Questi sono i parametri di riferimento: giganteschi, dimensioni anche difficili da immaginare. Oggi, secondo la stampa internazionale, i capi di Stato e di Governo europei cercano prima di tutto di affrontare i capitoli tradizionali della Politica Agricola Comune (la celebre PAC) e quelli della politica di coesione. Tutti dobbiamo mangiare e nessuno vuole subire disparità economiche, sociali e territoriali tra Stati europei. La crescita economica e sociale, equa e armoniosa dell’Unione, è da sempre un principio guida, ma i tempi cambiamo e impongono delle nuove o delle altre priorità, appunta legate all’impetuoso sviluppo tecnologico.

La nostra Premier Giorgia Meloni, pur occupando si “molto” di PAC e coesione, in un videomessaggio inviato al “Future Investment Initiative Priority Summit Europe 2026” di Roma, ha comunque dichiarato perentoria ad avvio del Consiglio europeo: “Servono autonomia strategica, capacità industriale, sovranità tecnologica e potenza finanziaria”.

Dal palco del Viva Tech di Parigi, parlando del caso Anthropic e del blocco dell’AI Mythos, il ministro tedesco per la Trasformazione digitale e la modernizzazione del governo, Karsten Wildberger, ha dichiarato: “La sospensione dell’accesso ai più avanzati modelli rende chiara una cosa a tutti quanti. Non si tratta più di un dibattito sull’accesso; le regole sono cambiate dalla sera alla mattina, e la sovranità significa che noi siamo in grado di agire se succedono cose del genere”.  

La dipendenza dagli USA è una minaccia esistenziale per l’Ue

E hanno ragione. Come ha spiegato il presidente del prestigioso ifo Institute – Leibniz Institute for Economic Research dell’Università di Monaco, Clemens Fuest: “La dipendenza dalle aziende statunitensi specializzate in AI rappresenta una minaccia esistenziale per l’economia europea”.

Secondo Fuest, ci sono tre compiti chiave di estrema urgenza per l’Europa al fine di contrastare questa minaccia esistenziale. Primo punto, l’espansione dei data center, degli stabilimenti di produzione di chip e delle infrastrutture energetiche deve essere significativamente accelerata e sostenuta, e i processi di approvazione devono essere drasticamente abbreviati.

Per far questo serve però più energia e Fuest invita a lavorare sul nucleare, anche riavviando le centrali dismesse (soluzione controversa sia per gli altissimi costi finanziari, sia per i tempi incerti e a suo dire non c’è più tempo).

Terzo punto, l’Unione deve mettersi d’accordo su una strategia coerente per espandere rapidamente le capacità nel campo dell’AI, affiancata da semplificazione normativa.

URSULA VON DER LEYEN PRESIDENTE COMMISSIONE EUROPEA, ANTONIO COSTA PRESIDENTE CONSIGLIO EUROPEO

Dove e come trovare le risorse finanziarie per il salto tecnologico europeo? Il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034

Il punto chiave di tutto questo discorso è sempre uno: dove e come trovare i soldi?
Seguendo quanto riportato da Christian Spillmann su La Matinale Européenne, un negoziatore europeo avrebbe dichiarato: “Per la prima volta, nel tavolo delle trattative ci sono delle cifre, ma sono state messe in sospeso perché al momento non c’è accordo su nulla”.

Parliamo di 2.000 miliardi di euro per il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, non molto per tutte le voci di spesa e per le priorità vecchie e nuove a cui far fronte, ma è già qualcosa. Ora dobbiamo però rispondere alla domanda. Ci sono solo tre strade: o trovare nuove risorse interne (quindi le famigerate tasse europee), o si fa nuovo debito, o si rimanda il rimborso dei debiti già contratti.

Il Next Generation EU, con i suoi quasi 800 miliardi di euro, va rimborsato (da qui viene il nostro PNRR). In molti chiedono maggiore flessibilità nel rimborsare questo debito (debito diretto per gli Stati per circa 390 miliardi di euro).

Le proposte dell’Europarlamento e della Commissione europea

Come ha ricordato Spillman, il Parlamento europeo ha proposto tre nuove opzioni: una tassa sul digitale, una tassa sulle criptovalute e una tassa sulle scommesse e sui giochi online. Si tratta di soluzioni che potrebbero generare entrate significative. Secondo le stime della Commissione europea, consultate da Agence Europe, le tre imposte potrebbero generare rispettivamente 35 miliardi, 20 miliardi e 13 miliardi di euro all’anno tra il 2028 e il 2034.

Anche la Commissione europea ha presentato una proposta per il bilancio UE 2028-2034, introducendo 5 nuove risorse proprie che genereranno 58,5 miliardi di euro all’anno di entrate, senza aumentare i contributi degli Stati membri. Il nuovo sistema fiscale europeo prevede: proventi dal Sistema di scambio di quote di emissione dell’UE, che monetizza il mercato delle emissioni di CO2; meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere; un’imposta sui rifiuti elettronici non raccolti; accise sul tabacco; contributi dalle grandi imprese che operano nel mercato unico europea.

Le grandi sfide dell’Ue: tenere testa a Trump (e alle Big Tech) e sopravvivere a sé stessa

Inutile dire che ci vorrà “molto” coraggio politico per affrontare i giganti tecnologici americani e il loro protettore, il presidente Donald Trump. La loro presenza al G7 ne ha di fatto aumentato enormemente il peso politico, oltre che finanziario.

Con il vertice del Consiglio europeo di ieri e oggi sono ufficialmente iniziate le discussioni: occorre raggiungere un accordo sull’entità definitiva del Quadro Finanziario Pluriennale. Un lavoro non facile, tra lacune da colmare, differenze politiche e culturali a prima vista insuperabili tra Stati partner, e ricerca di opzioni alternative.

Nel 2027 si vota in diversi Paesi chiave dell’Unione, tra cui l’Italia, la Spagna e la Francia, potrebbero emergere nuove maggioranze e non è detto che condividano più la stessa idea di Union europea. il rischio, che molti intravedono, è che a seconda di come andranno le cose potrebbe proprio non esserci più un’Unione.

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Indipendenza digitale, appello di Francia e Germania alla Ue dopo il blocco di Anthropic. “Non è più una questione di accesso”

Francia e Germania scendono in campo per l’indipendenza digitale europea. Dopo l’appello del primo ministro britannico Keir Starmer, sull’asse franco-tedesco arriva un nuovo appello congiunto agli altri Stati membri dal palco del VivaTech, evento in corso a Parigi, per unire le forze in un unico impegno comune per la sovranità digitale della Ue, dopo che le recenti frizioni fra Ue e Usa dopo il blocco di Anthropic, il “kill switch” deciso dall’amministrazione Trump dei principali modelli AI dell’azienda ai danni di cittadini stranieri, compresi i dipendenti dell’azienda.   

Europa non ha scelta

Eventi di questo tipo dimostrano che l’Europa deve per forza sviluppare le sue prorie capacità AI per non dover trovarsi alla mercé di governi, regolatori e aziende extra Ue, hanno detto i ministri dell’Economia e del Digitale francese e tedesco citati da Euronews.

Il ministro tedesco per la Trasformazione digitale e la modernizzazione del governo Karsten Wildberger (nella foto con il commissario alla Sovranità Digitale Ue Henna Virkkunen) ha detto che: “La sospensione dell’accesso ai più avanzati modelli rende chiara una cosa a tutti quanti. Non si tratta più di un dibattito sull’accesso; le regole sono cambiate dalla sera alla mattina, e la sovranità significa che noi siamo in grado di agire se succedono cose del genere”.  

Wildberger ha poi precisato che la sovranità in materia di IA non è protezionismo, ma una necessità per garantire la libertà di azione. “La sovranità non è isolamento. È apertura da una posizione di forza”, ha concluso.

In Germania strategia nazionale sull’AI

Per quanto riguarda la Germania, ha detto che il Paese sta implementando una strategia nazionale per i data center con l’obiettivo di quadruplicare la capacità di IA entro il 2030. La Germania sta inoltre lavorando a un’infrastruttura cloud sovrana.

Ha però sottolineato che il governo da solo non può portare avanti questo sforzo. “I veri protagonisti sono le grandi startup”, ha aggiunto. “L’Europa è in grado di innovare, di crescere su larga scala e di fare la differenza”.

“Unendo le nostre tecnologie, plasmiamo il futuro”, ha continuato il ministro tedesco. “Non saremo spettatori degli anni a venire”.

All’Europa non mancano idee, talenti o aziende disposte a costruire, ha aggiunto.

All’Europa non serve la paura

Il ministro francese dell’economia, delle finanze, dell’industria e della sovranità energetica, Roland Lescure, ha esordito riconoscendo onestamente il clima presente in sala.

“Vedo che alcuni di noi sono preoccupati [per i rischi dell’intelligenza artificiale] – e la preoccupazione è positiva. La preoccupazione è positiva”, ha detto, pur mettendo in guardia dal lasciarsi guidare dalla paura. “Nessuno di noi ce la farà da solo”.

Facendo riferimento al ruolo storico delle relazioni franco-tedesche, ha sostenuto che quando le due nazioni si allineano, “l’Europa si muove”.

Asse franco-tedesco

“Sono convinto che Francia e Germania possano farcela – ed essere al centro di ciò che verrà. I prossimi 10 anni saranno importanti”, ha concluso.

“Non si tratta di chiedersi se l’Europa sia pronta. Ciò di cui l’Europa ha bisogno ora è coraggio, ambizione e la disciplina necessaria per realizzare tutto questo e portarlo su larga scala”.

Entrambi i ministri hanno indicato le nuove iniziative bilaterali tra Francia e Germania come punto di partenza concreto.

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