AI, mercato da 1,24 miliardi (+33%) nel 2025. Imprese che la usano raddoppiate

Il mercato italiano dell’AI a 1,24 miliardi nel 2025 (+33%). Il 16% delle imprese la usa rispetto all’8% del 2024

L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro e l’organizzazione dei processi produttivi nelle imprese italiane. Nel 2025, secondo le stime Anitec-Assinform, il mercato italiano vale già 1,24 miliardi di euro, in crescita del 33% rispetto ai 935 milioni del 2024 e con proiezioni da oltre 2,5 miliardi entro il 2028. Parimenti, gli ultimi dati ISTAT, mostrano un’accelerazione senza precedenti nell’adozione nelle imprese: la quota di queste ultime ad utilizzare almeno una soluzione di IA è più che raddoppiata tra 2024 e 2025 passando dall’8 al 16,4%.

Impatto occupazionale incerto

Resta tuttavia incerto l’impatto occupazionale. Le stime disponibili indicano un’esposizione significativa per le professioni più routinarie, ma ancora poche evidenze causali; queste ultime mostrano una riduzione del 23,4% delle offerte di lavoro nelle professioni più esposte nel Regno Unito e, negli USA, un calo del 16% dell’occupazione tra i lavoratori junior nelle professioni “AI-Intensive”.

Il mercato del lavoro italiano si trova ancora in una fase precedente, legata a una trasformazione digitale dei processi produttivi ancora incompleta, è quanto emerge dal rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano – Professioni, modelli di adozione e la sfida della formazione”, realizzato da Anitec-Assinform, l’Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ICT operanti in Italia, in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione del Politecnico di Torino.

Il lavoro si articola in tre parti: una rassegna della letteratura e dei dati disponibili per il caso italiano; un’analisi qualitativa su imprese pioniere nell’adozione dell’IA e un’indagine sugli attori chiave dell’ecosistema della formazione.

Lavoro, il 50% degli italiani preoccupato dall’avvento dell’AI. Il 60% dice di non avere le skill

Molteplici sono le dimensioni dell’indagine: sul fronte dell’opinione pubblica, l’indagine internazionale SCOaPP-10 svolta dal Politecnico di Torino mostra come oltre il 50% degli italiani si dichiara preoccupato per l’avvento delle nuove tecnologie, mentre circa il 60% ritiene di non possedere competenze digitali adeguate per affrontare la trasformazione in corso.

Mentre le imprese più avanti indicano come l’intelligenza artificiale sia utilizzata soprattutto come strumento di supporto ai processi decisionali, di analisi dei dati e di miglioramento dell’efficienza operativa. L’evidenza raccolta mostra come queste tecnologie tendano a modificare il contenuto delle attività professionali piuttosto che automatizzarle del tutto, favorendo invece nuove forme di collaborazione tra persone e sistemi intelligenti.

Formazione necessaria

Emerge quindi dal rapporto la necessità di una nuova stagione di politiche pubbliche che mettano al centro la formazione per equipaggiare la forza lavoro all’era dell’intelligenza artificiale. Lo studio presenta un’agenda di 23 raccomandazioni rivolte a un ampio ventaglio di istituzioni, dai Ministeri del Lavoro, dell’Università e delle Imprese alle Regioni, dai Fondi interprofessionali agli atenei e alle associazioni imprenditoriali, tra cui la sperimentazione di un “conto personale di formazione per l’IA” e la razionalizzazione dell’ecosistema formativo nazionale per rispondere ai fabbisogni di competenze emergenti.

AI, Dal Checco (Anitec-Assinform): “Servono politiche pubbliche e formazione”

“Sui mercati del lavoro più avanzati gli effetti dell’IA si vedono già. In Italia abbiamo ancora una finestra temporale per capire il fenomeno e costruire una strategia. Siamo convinti che gli investimenti per l’adozione delle tecnologie debbano essere accompagnati da politiche pubbliche e investimenti altrettanto robusti per la formazione, altrimenti ci troveremo fuori mercato e con un tessuto sociale più fragile. Anitec-Assinform, con questo approfondimento vuole iniziare a fare la sua parte, rappresentando l’industria digitale in Italia e dialogando attivamente con Ministeri e policymaker affinché la transizione all’AI Economy sia governabile e inclusiva, ha dichiarato Massimo Dal Checco, Presidente di Anitec-Assinform.

AI, Di Stefano (Confindustria): “Serve salto di qualità nelle competenze”

“L’intelligenza artificiale sta trasformando il mercato del lavoro e l’organizzazione delle imprese, e questa transizione richiede un salto di qualità nelle competenze. Senza persone in grado di comprendere e governare le nuove tecnologie, il rischio è un’adozione parziale, diseguale e poco efficace. Oggi cresce la domanda di profili specialistici, ma soprattutto quella di figure ibride, capaci di integrare l’IA nei processi produttivi. Per questo il ruolo di Confindustria è costruire un ecosistema formativo avanzato, fondato su orientamento continuo, integrazione tra formazione iniziale e continua, rafforzamento della filiera tecnico-professionale e pieno sviluppo degli ITS Academy. Dobbiamo garantire a imprese e lavoratori percorsi di upskilling e reskilling accessibili, soprattutto per le PMI, perché la sfida dell’IA si vince investendo sulle persone e sulla capacità del Paese di formare competenze realmente spendibili”, ha dichiarato Riccardo Di Stefano, delegato di Confindustria per Education e Open Innovation.

AI, Sacchi (Politecnico di Torino): “Rafforzare collaborazione tra università ITS academy, imprese e istituzioni”

L’IA è una leva strategica per la crescita della produttività e l’innovazione organizzativa, ma anche una sfida in termini di competenze e inclusione. Dalla ricerca emerge chiaramente che la formazione deve evolvere rapidamente per rispondere a una domanda di competenze sempre più dinamica: occorre allora rafforzare la collaborazione tra università, ITS academy, imprese e istituzioni per costruire percorsi formativi flessibili. Allo stesso tempo, è necessario sostenere le PMI nel processo di adozione dell’IA, riducendo i divari esistenti nel sistema produttivo. La ricerca propone un’agenda di policy per tutto l’ecosistema delle politiche industriali, del lavoro e della formazione, perché la sfida dell’IA può essere vinta dal nostro paese soltanto attraverso un’azione di sistema”, ha dichiarato Stefano Sacchi, Vicerettore del Politecnico di Torino e direttore della ricerca.

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Cybersecurity Act, AIIP: “Sostituire fornitori cinesi suicidio industriale. Il vero pericolo sono gli hyperscalers”

Un azzardo industriale insostenibile, soprattutto nel contesto geopolitico instabile in cui siamo immersi”. E’ questo il giudizio tranchant dell’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) sulla proposta di revisione del Cybersecurity Act (CSA), presentata dalla Commissione europea il 20 gennaio scorso. “La nuova versione della normativa apre la strada a una disciplina che consentirebbe di colpire i cosiddetti “high-risk suppliers”, i fornitori ad alto rischio, ben oltre il perimetro del 5G, estendendo l’attenzione anche alle reti elettroniche critiche e, di fatto, anche a componenti rilevanti della rete fissa e satellitare, con la possibilità di imporre restrizioni, phase out e sostituzioni forzate di apparati in utilizzo sui quali le aziende hanno investito – spiega il Presidente di AIIP Giuliano Peritore La linea politica è ormai chiara: si vuole introdurre un meccanismo europeo permanente di selezione dei fornitori non sulla base della sola sicurezza tecnica dei prodotti, ma di valutazioni più ampie, anche di natura non tecnica, con effetti profondi su mercato, investimenti e concorrenza”.

Quadro internazionale instabile: “Offensiva ideologica un lusso”

Mentre l’Europa si trova stretta in un quadro internazionale sempre più instabile, con il traffico nello Stretto di Hormuz ancora gravemente compromesso, prezzi energetici nuovamente in tensione e filiere industriali che rischiano un altro ciclo di scarsità e ritardi, a Bruxelles “c’è chi pensa di potersi permettere il lusso di una nuova offensiva ideologica contro i fornitori cinesi di tecnologia per le reti, tralasciando tuttavia innumerevoli prodotti presenti sul mercato, come smartphone, smart tv, dispositivi iot, telecamere, vetture”.

“È una scelta che già sarebbe sbagliata in condizioni ordinarie, ma, nella fase storica che si sta aprendo, rischia di trasformarsi in un atto di puro autolesionismo economico, industriale e strategico – rincara il Vicepresidente Giovanni Zorzoni Una sorta di auto-embargo, di dazio autoinflitto. Reuters ha descritto in questi giorni una situazione in cui il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz resta in larga parte bloccato o fortemente perturbato, con forti ripercussioni sui flussi di petrolio e gas e prospettive di ripristino tutt’altro che rapide”.

AIIP, il mercato degli apparati di rete non è un foglio excel

Il punto che sembra sfuggire a una parte della burocrazia europea è, per l’Associazione, in realtà molto semplice: “il mercato degli apparati di rete non è un foglio Excel sul quale spostare una crocetta da un fornitore all’altro. In numerosi segmenti cruciali, soprattutto nell’accesso fisso, nel GPON, nell’aggregazione, nel segmento dei router casalinghi, le alternative realmente equivalenti ai grandi vendor cinesi sono poche, spesso incomplete, talvolta solo nominali. Ci sono casi in cui i produttori residui si limitano a integrare merchant silicon con capacità manifatturiera limitata, con roadmap meno profonde, con apparati più energivori, più ingombranti e meno competitivi sotto il profilo prestazionale, che vengono rappresentati come alternativa. In altre parole, non siamo davanti a una sostituzione neutrale. Siamo davanti, molto spesso, a un peggioramento tecnico, a un aggravio economico, e ad una produzione di RAEE”, aggiunge Zorzoni.

Negli ultimi 5 anni acquisti per 300 milioni di apparati a rischio da parte di associati AIIP. Migrazione consterebbe un miliardo

AIIP ha lanciato una indagine interna da cui emerge che, soltanto negli ultimi cinque anni, gli operatori medi e territoriali, che l’Associazione rappresenta in misura significativa, hanno investito circa 300 milioni di euro in apparati che oggi una parte della nuova narrativa europea vorrebbe bollare come “ad alto rischio”. Se a questa categoria venisse imposto, nell’arco di tre anni, come prevede la revisione del CSA, il rimpiazzo di apparati perfettamente funzionanti, che rappresentano oggi in molti casi il miglior equilibrio tra prestazioni, consumi ed economicità, l’impatto complessivo non sarebbe inferiore a un miliardo di euro, tra costi di sostituzione, migrazione, riconfigurazione, prove di rete, continuità del servizio, smantellamento e riaddestramento tecnico del personale.

Peritore, accanimento contro vendor cinese ma giganti del Cloud e piattaforme restano indisturbati

Chi immagina di poter scaricare una simile montagna di costi sulle imprese senza distruggerne la capacità di investimento dimostra di non avere alcuna percezione della realtà industriale in cui operano i Provider indipendenti – dichiara Peritore – Il nodo politico, però, è ancora più grave. Mentre una parte delle istituzioni europee si accanisce contro l’hardware cinese, i veri fornitori ad altissimo rischio continuano a sedere comodamente al centro dell’ecosistema digitale europeo, e sono i giganti globali del cloud e delle piattaforme.

Rischio “kill switch” in Europa resta alto

Secondo un’analisi del Future of Technology Institute, infatti, le aziende USA detengono oggi circa l’80 per cento del mercato cloud europeo, e i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense per funzioni critiche di sicurezza nazionale. Lo stesso documento richiama il rischio di un vero e proprio “kill switch” digitale, cioè della possibilità concreta che, in presenza di determinate decisioni politiche o sanzionatorie, i servizi possano essere sospesi, disattivati o resi indisponibili anche in Europa. È questo il paradosso che AIIP denuncia con forza: da un lato si vorrebbe costringere gli Operatori europei a smaltire apparati funzionanti, riducendo il numero dei fornitori, concentrando il rischio, e rendendo ancora più fragile la capacità di approvvigionamento del continente, proprio mentre il sistema economico globale si avvicina a una nuova fase di scarsità, tensione energetica e discontinuità logistica. Dall’altro lato si continua a tollerare, e, in molti casi, addirittura a consolidare, una dipendenza strutturale da un ristretto numero di fornitori cloud e software globali che già oggi occupano una posizione dominante nei servizi digitali più delicati, incluse funzioni che toccano la difesa, la Pubblica Amministrazione e la sicurezza nazionale. “Non si può parlare seriamente di sovranità digitale europea colpendo i fornitori che consentono ancora di costruire infrastrutture efficienti e lasciando intatto il vero cuore della dipendenza esterna”.

Zorzoni (AIIP): “Operazione di rottamazione forzata ma non si parla di indennizzi”

La parte più assurda di questa vicenda – osserva Zorzoni – è che si vorrebbe imporre all’Europa una gigantesca operazione di rottamazione forzata proprio mentre il mondo entra in una fase di scarsità potenziale di energia, componenti, trasporto e capacità produttiva. Già in tempi ordinari una linea simile sarebbe industrialmente dissennata. Pensarla oggi, con ciò che accade nel Golfo, con i flussi energetici ancora sconvolti e con nuove tensioni sulle filiere globali, significa non aver compreso nulla di come si tengano in piedi le reti, le imprese e i mercati. A ciò si aggiunge un quadro europeo di finanza pubblica sempre più sotto pressione, fra il sostegno straordinario all’Ucraina, la crescente centralità della spesa per la difesa e l’impatto dei rincari energetici sui bilanci pubblici. In questo contesto, immaginare che Bruxelles possa anche trovare le risorse per indennizzare gli Operatori di una sostituzione forzata di apparati perfettamente funzionanti significa vivere fuori dalla realtà – indennizzi dei quali, ad oggi, non c’è traccia nel dibattito”.

Si favoriscono i grandi incumbent

Non basta. Ridurre “per decreto” il numero dei fornitori significa anche concentrare la domanda su un perimetro ancora più ristretto di Operatori e produttori, con l’effetto di favorire i grandi incumbent e penalizzare proprio quelle imprese indipendenti che, in tutta Europa, hanno garantito pluralismo, investimenti locali, diffusione della fibra, data center regionali, diversità e servizi cloud di prossimità. Negli ultimi mesi AIIP ha più volte denunciato il rischio, contenuto nel Digital Networks Act, di una traiettoria convergente verso un assetto oligopolistico del mercato europeo delle telecomunicazioni, dove meno pluralismo, meno concorrenza e più centralizzazione vengono presentati con un maquillage lessicale come “semplificazione” e “modernizzazione”. “È esattamente questo il clima culturale dentro il quale matura anche la nuova offensiva contro i fornitori del Dragone”. AIIP ritiene che la sicurezza vera si costruisca in modo opposto. Non riducendo il numero dei fornitori, ma aumentando le opzioni disponibili. Non imponendo sostituzioni premature di capitale già installato, ma verificando in modo rigoroso vulnerabilità, aggiornamenti, tracciabilità, accountability e qualità tecnica dei prodotti. Non inseguendo categorie geopolitiche astratte, ma costruendo una reale autonomia europea fatta di hardware acquistabile da chiunque, software open source, piattaforme sviluppate in proprio, pluralità di soluzioni e libertà di integrazione. La sicurezza nasce dal controllo tecnico, dalla verificabilità, dalle vulnerabilità documentate e dalla ridondanza. Non dalla sostituzione ideologica di un fornitore con un altro più gradito ai nuovi equilibri politici del momento” aggiunge Peritore.

Lentamente – conclude Zorzoni – una parte dell’Unione Europea comincia a rendersi conto che il rischio sistemico più grave non è rappresentato dai fornitori di hardware cinese, indispensabili per consentire di costruire infrastrutture efficienti e, sopra di esse, cloud sovrani basati su software open source o autoprodotto. Il vero rischio sistemico è rappresentato dai giganti del web e del cloud, che controllano oltre l’80 per cento del mercato cloud europeo e che, in qualunque momento, per ragioni politiche o giuridiche, potrebbero spegnere un pezzo essenziale di servizi. Se si vuole davvero parlare di sovranità digitale, è da lì che bisogna cominciare, non dalla distruzione di ciò che ancora consente al mercato europeo di restare pluralista e competitivo”. Per queste ragioni, AIIP chiede che l’Europa abbandoni immediatamente qualsiasi ipotesi di esclusione generalizzata dei fornitori sulla base di etichette geopolitiche o di appartenenza nazionale, e che ogni valutazione del rischio torni entro il perimetro della sicurezza informatica reale, una disciplina misurabile e verificabile. “In un tempo in cui le filiere globali possono incepparsi da un giorno all’altro e l’economia europea si affaccia a una nuova stagione di instabilità, restringere artificialmente il numero dei fornitori non significa aumentare la sicurezza. Significa moltiplicare la fragilità e perdere competitività“.

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Proposta di legge Pastorella (Azione) sui chatbot AI da parte di minori: “Uso emotivo va regolato”

Rendere obbligatorio per i fornitori di applicazioni di Intelligenza Artificiale e i gestori delle piattaforme digitali che le distribuiscono la cancellazione dalla memoria dopo un massimo di 5 giorni delle conversazioni con utenti minori di 18 anni che possono comportare un coinvolgimento emotivo. E’ questo il cuore della Proposta di Legge sulla regolamentazione dell’uso dei chatbot di intelligenza artificiale da parte dei minori, a prima firma della deputata di Azione Giulia Pastorella, che si è tenuto questa mattina alla Camera.

Pastorella (Azione): “Coinvolgimento emotivo dei nostri ragazzi con i chatbot va regolato”

“Il coinvolgimento emotivo dei nostri ragazzi con chatbot di AI generativa è un fenomeno diffuso ed è una deriva che va arginata. Si tratta di un utilizzo che si trova in una zona grigia no regolata, la mia proposta si applica ai chatbot che hanno un linguaggio naturale che danno l’impressione di relazioni con carattere emotivo. Ma sono macchine”. Così l’onorevole Pastorella, che ha sottolineato come la priorità della proposta sia quella di evitare ciò che si è verificato con i social media, la cui regolazione è in discussione oggi ma con una decina di anni di ritardo.

 “La nostra proposta di legge sull’utilizzo di chatbot da parte di minori è rivolta a tutti i colossi tech che offrono servizi in cui l’intelligenza artificiale possa simulare un comportamento umano all’interno della conversazione con l’utente, come specificato nel testo”, ha detto.

“Oggi erano presenti Microsoft, Google e Meta – conclude Pastorella – ma abbiamo avuto contatti positivi anche con OpenAi. Abbiamo contattato anche Anthropic per Claude, che però già non permette l’utilizzo ai minori. L’unica entità che non abbiamo coinvolto è stata Grok”. 

Calenda (Azione): “Nessuno divieto per l’AI, ma attenzione alle derive senza regole”

“Nessuno vuole arrivare a dei divieti, non c’è alcuna intenzione di demonizzare l’uso dell’AI, ma come tutte le grandi trasformazioni ci vogliono delle regole di utilizzo per i minori”, ha detto il segretario di Azione Carlo Calenda, facendo un parallelo con il mondo dell’automobile dove il divieto di guida ai minori di 18 anni è arrivato dopo un primo periodo di totale deregulation piena di incidenti. L’AI può a sua volta essere sfruttata a scopi criminali, per frodi o deepfake in campagne elettorali, ad esempio, e poi c’è tutto il tema dell’affettività. “Molto spesso social e chatbot diventano il rifugio salvifico dei ragazzi, che però si può trasformare in una trappola”, ha aggiunto Calenda, auspicando un dibattito ampio sulla proposta Pastorella, perché l’AI non è umana e il problema del rapporto che i nostri figli instaurano con queste macchine è all’ordine del giorno nella nostra quotidianità di genitori ed educatori.   

Scorza (ex Garante Privacy): “Ma il 50% dei genitori è analfabeta digitale”

Non è d’accordo con Calenda l’ex commissario del Garante Privacy Guido Scorza sul paragone con il mondo dell’automobile. “Per arrivare a 50 milioni di utenti il mondo dell’automobile ci ha messo anni, mentre per arrivare a 50 milioni di utenti ChatGPT ci ha messo qualche settimana – ha detto Scorza – è chiaro che la regolazione non riesce ad arrivare in tempo e prevenire lo sviluppo tecnologico. Siamo dentro ad una tempesta perfetta, in un mercato che ha consentito a pochi player di regolare la nostra vita e plasmarla a suo piacimento”. Per Scorza si tratta di restituire a famiglie e Stato il rapporto con i bambini e il ruolo di educazione dei nostri ragazzi che oggi è stato totalmente delegato ed occupato dalla tecnologia. “Il problema però è che il 50% della popolazione in Italia è analfabeta digitale, e anche i genitori lo sono”.

 Capitanio (Agcom): verifica età in app io entro fine estate. soluzione ue pronta

“La verifica dell’età oggi in Italia, per fortuna, è realtà. Entro la fine dell’estate – abbiamo una scadenza precisa – sarà disponibile sul wallet digitale degli italiani, attraverso l’applicazione IO, la funzione per l’accesso ai siti per adulti e pornografici, così come disposto dal decreto Caivano”. Così Massimiliano Capitanio, commissario Agcom.

Sull’app del digital wallet presentata dalla Commissione europea, ha aggiunto, “a livello di comunicazione forse c’è stata qualche incomprensione, nel senso che le applicazioni sono pronte, sono state testate in Italia e in altri 4 Stati europei e si basano sul principio rigidissimo del doppio anonimato: certificano solo ed esclusivamente se l’utente che sta accedendo a un portale vietato per norma sia o meno maggiorenne o minorenne”.

Capitanio ha anche ricordato gli strumenti già esistenti per evitare derive e usi impropri dell’AI. Dal patentino digitale, dispensato dall’Agcom tramite i Corecom, quest’anno ne sono stati distribuiti 55mila nelle scuole, pochi ma è già un inizio. C’è inoltre un tema di educazione digitale a scuola, contenuto nel decreto cybersicurezza. Già da due anni si può chiedere di sulla sim dei minori l’accesso parentale e il parental control, con un divieto a priori di accesso a contenuti porno, giochi d’azzardo e app di anonimizzazione dell’età.

Le associazioni sul deserto emotivo dei nostri under 15

Secondo i dati riportati da Ivano Zoppi della Fondazione Carolina su un campione di under 15 e sul loro deserto emotivo, un ragazzo su quattro usa l’AI generativa perché non ti giudica. Un ragazzino di 12 anni si è creato la sua fidanzata virtuale con cui ha un rapporto sereno perché gli dice sempre sì su tutto e preferisce lei a ragazzine in carne ed ossa. La fisicità e i rapporti diretti sono sempre più complessi e la virtualizzazione della realtà relazionale galoppa. Il 76% dei ragazzi è consapevole dell’isolamento causato da questa virtualizzazione delle relazioni ma non fa nulla per cambiare registro.

Secondo un’altra indagine condotta da Skuola.net e riportata da Daniele Grassucci il fenomeno AI generativa è già più che reale e va regolato, come hanno fatto in Cina dove l’utilizzo “positivo” dei chatbot da parte dei ragazzini delle scuole è accettato e ben definito dai 6 anni in poi, ma di base è vietato avere una fidanzata virtuale. La maggior parte dei ragazzi è favorevole ad avere delle regole ed è consapevole dei danni. Il 60% degli intervistati dice che sarebbe contento se i social sparissero.

Le ragazze sono quelle che subiscono maggiormente i lati negativi dei social.

Secondo Save The Children, l’AI sviluppa diverse illusioni nei ragazzi. L’illusione della semplicità, per cui l’AI rende tutto facile; l’illusione che quello che ti dice l’AI sia sempre vero; l’illusione dell’amicizia e della riservatezza, quando in realtà tutti i dati raccolti vengono usati anche ad altri scopi dalle piattaforme.

Zatta (Microsoft): “La secuirty by design è in capo ai produttori di AI”

Per Rossella Zatta, government affairs di Microsoft Italia, “Quando parliamo di AI convenzionali è chiaro che il primo asset la security by design che è in capo ai produttori. Servono limitazioni per i minorenni e misure che prevedano mitigazioni dal rischio di dipendenza emotiva”.  C’è poi un discorso di educazione che deve essere ad ampio raggio. ”Ma l’AI non va demonizzata perché tanti ragazzi la usano per diversi bisogni formativi. Ma di certo il rischio maggiore è l’utilizzo dell’AI come supporto relazionale, secondo il Report annuale del Safer Internt Day”.

Mazzetti (Meta): verifica età avvenga a livello di sistema operativo o app store

“È importante che i sistemi di age verification non avvengano ogni volta, a ogni accesso a ciascuna applicazione – altrimenti diventerebbe impossibile – ma vengano fatti una volta sola nelle porte di accesso a quello che è oggi internet, e cioè fondamentalmente il mobile, quindi a livello di sistema operativo o di app store. Così, la verifica si farebbe una volta e da lì ci sarebbe poi un sistema di direzione da parte del sistema operativo rispetto alle applicazioni che si possono scaricare o meno in base all’età. Così, di conseguenza si può garantire un’esperienza appropriata all’età, dato che altrimenti i genitori non sarebbero in grado di seguire questo processo”. Così Angelo Mazzetti, direttore public policy di Meta per Italia, Grecia, Malta e Cipro.

“Sul tema della regolamentazione – ha aggiunto – Meta ha un approccio leggermente differente rispetto a quello di altri soggetti del settore: noi infatti sosteniamo una regolamentazione in questo ambito che si basi sulla cosiddetta maggiore età digitale. Esattamente come nella società oggi si ha la possibilità, fino a una certa età, di fare qualcosa con l’approvazione dei genitori e dopo di farla in autonomia, crediamo che lo stesso debba essere applicato all’interno dei servizi digitali. Definire l’età ovviamente spetta al legislatore, agli esperti e alle autorità.

“Questo non vuol dire, ovviamente, che non si debba poi avere un’esperienza appropriata alla propria età, ma semplicemente che vi si può accedere senza l’approvazione dei genitori. È importante che questa regolamentazione si applichi però a tutti i soggetti e a tutti i servizi che un adolescente medio utilizza, dalle chat ai social media, in tutte le applicazioni che un adolescente medio utilizza nel corso di una settimana” – ha concluso.

Colasante (Google): “A Gemini impedito simulare relazioni affettive e generare porno”

 “Per quanto riguarda il rischio di coinvolgimento emotivo dei minori con i chatbot di intelligenza artificiale, che è al centro della proposta di legge Pastorella, Google agisce alla radice del problema, attraverso delle ‘protezioni alla persona’ integrate nel suo chatbot. Gemini, infatti, è progettato per non affermare mai di essere un umano, di avere sentimenti, coscienza o corpo e per non simulare relazioni interpersonali o romantiche. È quindi impedito al chatbot di utilizzare espressioni come ‘ho bisogno di te’, ‘non posso fare a meno di te’ o ‘ti voglio bene’. Lavoriamo quindi sradicando il rischio di antropomorfizzazione, a prescindere dalla conservazione dei dati”. Così Martina Colasante, Government Affairs & Public Policy manager di Google Italia.

“A Gemini è anche impedito di generare immagini pornografiche o di ‘nudification’ e di fornire istruzioni per attività pericolose e illegali – ha aggiunto. “Sappiamo che le persone, a prescindere dall’età e a maggior ragione se sono più giovani e vulnerabili, si rivolgono alla tecnologia e ai chatbot in momenti di vulnerabilità e per problemi di salute mentale. Abbiamo quindi annunciato dei nuovi protocolli per cui, se Google si rende conto, attraverso una serie di interazioni e parole chiave, che una persona sta vivendo un momento di crisi di salute mentale acuta, attiviamo immediatamente un modulo che la sgancia dalla conversazione con il chatbot e la indirizza verso una conversazione con esperti clinici e linee di aiuto professionali. Sapendo che si tratta di un ecosistema che ha dei costi e vive spesso di contributi volontari e fa fatica ad essere finanziato, abbiamo annunciato un sostegno di 30 milioni di euro a questa rete”.

“Diamo anche possibilità di scegliere se conservare o meno i dati, a seconda delle esigenze. Se gli adolescenti scelgono di conservarli, è sempre possibile – sia granularmente rispetto alla singola ricerca, sia totalmente che automaticamente – gestirli e cancellarli dalla memorizzazione” – ha concluso.

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Quantum computing, mercato mondiale stimato a 18 miliardi di dollari entro il 2034. Una partita aperta tra Cina, Ue e Usa

Il quantum computing non è più una promessa confinata ai laboratori di ricerca, ma una tecnologia destinata a ridefinire gli equilibri economici e industriali globali. Secondo nuove analisi di mercato, il settore passerà da un valore di 1,57 miliardi di dollari nel 2025 a 18,06 miliardi di dollari entro il 2034, con un tasso annuo composto di crescita (CAGR) del 31,19% nel periodo 2026-2034.

Numeri che fotografano un’accelerazione senza precedenti per una tecnologia considerata strategica al pari dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori, che potrebbe crescere ulteriormente per un total addressable market, o mercato totale indirizzabile, valutato da The Insight Partners attorno ai 70 miliardi di dollari entro fine periodo.

Una tecnologia chiave per la competitività globale

Il quantum computing si basa su principi della meccanica quantistica e utilizza i qubit, unità di informazione che, a differenza dei bit tradizionali, possono esistere in più stati contemporaneamente. Questo consente di affrontare problemi complessi, dalla simulazione molecolare alla crittografia, con una potenza di calcolo irraggiungibile per i supercomputer classici.

Non è un caso che i principali attori globali, come Stati Uniti, Cina ed Unione europea, stiano investendo massicciamente per assicurarsi una posizione di leadership. La posta in gioco è elevata: capacità di innovazione industriale, sicurezza nazionale, supremazia tecnologica.

Il mercato si articola in diversi segmenti, è illustrato nel report, dai sistemi ai servizi, dalle soluzioni on premise a quelle cloud-based, fino alle applicazioni in simulazione, ottimizzazione e machine learning. Sul piano tecnologico, si distinguono approcci come i trapped ions, i superconducting qubits e il quantum annealing, mentre i principali settori di utilizzo spaziano da Difesa e aerospazio a finanza, sanità, energia e pubblica amministrazione.

I fattori trainanti del quantum: hardware, algoritmi e HPC

A sostenere la crescita sono innanzitutto i progressi nell’hardware e negli algoritmi quantistici. Negli ultimi anni si sono registrati miglioramenti significativi nei tempi di coerenza dei qubit, nelle tecniche di correzione degli errori e nelle tecnologie di gate quantistici. Tutti elementi cruciali per rendere i sistemi più affidabili e scalabili.

Parallelamente, l’evoluzione degli algoritmi, in particolare per l’ottimizzazione, il machine learning e la crittografia, sta ampliando le applicazioni concrete della tecnologia, rendendola sempre più rilevante per l’industria.

Un secondo driver fondamentale è la crescente domanda di calcolo ad alte prestazioni (HPC). Settori come farmaceutica, scienza dei materiali e finanza necessitano di capacità computazionali avanzate per simulazioni e analisi complesse. Il quantum computing promette di rispondere a queste esigenze, ad esempio accelerando la scoperta di nuovi farmaci o migliorando la modellazione dei mercati finanziari.

Le tendenze del mercato verso sostenibilità e industrializzazione

Guardando al futuro, emergono due direttrici principali. La prima è la spinta verso la sostenibilità e l’innovazione. I computer quantistici potrebbero contribuire a sviluppare nuovi materiali per l’energia pulita, ottimizzare le catene di approvvigionamento e progettare processi più efficienti dal punto di vista energetico. In un contesto di transizione ecologica, si tratta di un potenziale trasformativo.

La seconda tendenza è l’aumento degli investimenti e degli sforzi di commercializzazione. Colossi tecnologici come IBM, Google, Microsoft e Intel stanno investendo miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, affiancati da un ecosistema dinamico di startup. Anche i governi stanno intensificando il supporto finanziario, consapevoli del valore strategico della tecnologia.

Questo afflusso di capitali sta favorendo partnership tra sviluppatori di hardware quantistico, piattaforme cloud e industrie come farmaceutica, aerospazio e finanza, con l’obiettivo di portare soluzioni concrete sul mercato.

Che cos’è il quantum computing

Il quantum computing, o calcolo quantistico, rappresenta una delle più promettenti frontiere dell’innovazione digitale, perché sfrutta i principi della meccanica quantistica (sovrapposizione, entanglement e interferenza) per elaborare informazioni attraverso i qubit, superando i limiti dei bit tradizionali (0 o 1).

A differenza dei computer classici, queste macchine possono operare su molteplici stati simultaneamente, aprendo la strada a una potenza computazionale esponenziale per affrontare problemi oggi considerati intrattabili. Le applicazioni sono già delineate: dalla simulazione molecolare per lo sviluppo di nuovi farmaci e materiali, all’ottimizzazione di sistemi complessi come supply chain e portafogli finanziari, fino all’accelerazione dei modelli di machine learning su grandi dataset.
Non meno rilevanti sono gli impatti attesi nei settori dell’energia, ad esempio nello sviluppo di batterie avanzate, e della sostenibilità climatica, con modelli più efficaci per la cattura della CO2.

Le attuali architetture, come i computer quantistici superconduttori con qubit criogenici operanti in ambienti altamente controllati, rappresentano ancora una fase intermedia (NISQ), ma il percorso verso sistemi fault-tolerant (capaci di funzionare correttamente nonostante la presenza di errori inevitabili, come decoerenza o rumore nei qubit) è già tracciato.

Opportunità e sfide del quantum tra sicurezza e investimenti

Tra le opportunità più rilevanti spiccano proprio gli investimenti pubblici e privati, che stanno accelerando l’innovazione e la nascita di nuovi modelli di business. Ma c’è anche una dimensione critica: la sicurezza.

I computer quantistici, infatti, potrebbero rendere obsolete molte delle tecniche di crittografia attualmente utilizzate per proteggere dati e comunicazioni. Da qui la crescente attenzione verso lo sviluppo di sistemi di cifratura “quantum-resistant, capaci di resistere agli attacchi delle future macchine quantistiche.

I finanziamenti pubblici sono fondamentali per lo sviluppo del settore del Quantum Computing. A livello globale, secondo altre stime fornite da UBS, si stanno investendo circa 42 miliardi di dollari in questa tecnologia.

Particolarmente coinvolti sono Cina, Europa e Stati Uniti, che considerano il Quantum Computing una tecnologia di importanza strategica. La Cina si sta concentrando su progetti ambiziosi, come una rete nazionale di comunicazione quantistica, stanziando circa 22 miliardi di dollari. L’Europa ha stanziato più di 13 miliardi di dollari attraverso il programma Quantum Flagship. Negli Stati Uniti, dal 2019 sono stati investiti circa 6 miliardi di dollari nella National Quantum Initiative e sono previsti ulteriori investimenti.

A livello privato, si legge nello studio, le startup hanno registrato finanziamenti pari a 140 miliardi di euro per 1.400 progetti, con un’impennata dei numeri tra il 2023 ed il 2024, a livello mondiale.

Una leva strategica per i Paesi

In prospettiva, il quantum computing diventerà una leva decisiva per le politiche industriali e tecnologiche di ogni Paese. Chi saprà sviluppare competenze, infrastrutture e filiere in questo ambito potrà beneficiare di un vantaggio competitivo significativo.

Non si tratta solo di una nuova tecnologia, ma di una piattaforma abilitante destinata a incidere su molteplici settori. Come accaduto con internet e il cloud, il quantum computing potrebbe ridefinire le regole del gioco, aprendo scenari inediti per l’economia globale.

La corsa è già iniziata e a differenza delle altre tecnologie di frontiera, qui la corsa è ancora aperta tra Stati Uniti, Cina e Unione europea. E, questa volta, la differenza la farà chi saprà investire “per tempo” in una tecnologia che promette di trasformare radicalmente il modo in cui elaboriamo informazioni e prendiamo decisioni, con un potenziale dirompente enorme che potrebbe rivoluzionare l’intero sistema tecnologico a nostra disposizione.

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Tim Cook si dimette dopo 15 anni: “John Ternus la persona migliore per guidare Apple nel futuro”

Dopo quindici anni alla guida di Apple, Tim Cook lascia il ruolo di amministratore delegato. Il passaggio di consegne avverrà il primo settembre, quando il timone della società passerà a John Ternus, attuale Senior Vice President of Hardware Engineering. Cook resterà comunque in azienda nel ruolo di presidente esecutivo, garantendo continuità nella governance.

“È stato il più grande privilegio della mia vita essere l’amministratore delegato di Apple”, ha dichiarato Cook, sottolineando il profilo del suo successore: “John Ternus ha una mente da ingegnere e un’anima da innovatore. È un visionario e i suoi contributi ad Apple negli ultimi 25 anni sono già troppi per essere contati. Senza dubbio è la persona migliore per guidare Apple nel futuro”.

Una transizione preparata da tempo

La successione non arriva come una sorpresa. Ternus è da anni una delle figure chiave all’interno dell’azienda, con un ruolo centrale nello sviluppo hardware dei prodotti Apple. Nei prossimi mesi lavorerà a stretto contatto con Cook per assicurare una transizione graduale, in linea con la tradizione della società.

“Ho trascorso la maggior parte della mia carriera qui”, ha commentato Ternus, “e sono stato fortunato a lavorare sotto Steve Jobs e ad avere Tim Cook come mentore”. Un passaggio che sottolinea la continuità culturale e manageriale all’interno di Cupertino.

L’eredità di Cook

Tim Cook aveva assunto la guida di Apple nel 2011, dopo la scomparsa di Steve Jobs. In questi anni ha trasformato l’azienda in una delle realtà più solide e profittevoli al mondo. La capitalizzazione è passata da circa 350 miliardi a quasi 4.000 miliardi di dollari, mentre i ricavi sono quadruplicati.

Sotto la sua gestione, Apple ha consolidato il proprio ecosistema, puntando su servizi digitali, integrazione hardware-software e nuove linee di prodotto. Cook ha inoltre rafforzato il posizionamento dell’azienda su temi come privacy, sostenibilità e supply chain globale.

Le sfide per il nuovo CEO

Il passaggio a John Ternus arriva in una fase complessa per il settore tecnologico. Apple è chiamata a gestire la transizione verso nuove tecnologie, a partire dall’AI, e a confrontarsi con un contesto geopolitico e regolatorio sempre più articolato.

Per Ternus, la sfida sarà mantenere la crescita e l’innovazione in un mercato maturo, preservando allo stesso tempo l’identità dell’azienda. Il fatto che la successione avvenga all’interno indica la volontà di puntare sulla continuità più che su una rottura strategica.

Un cambio generazionale nel Big Tech

L’uscita di scena di Tim Cook si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda i vertici delle grandi aziende tecnologiche. Negli ultimi giorni si è assistito a un progressivo ricambio dei fondatori e dei manager di lungo corso, spesso rimasti alla guida per decenni. Come l’uscita di scena di Reed Hastings, che ha lasciato il ruolo di CEO di Netflix dopo oltre 30 anni, passando il testimone a una nuova leadership pur mantenendo un ruolo nel board.

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Slopaganda, che cos’è e perché punta a generare paura e caos tra i cittadini

Slopaganda, la nuova frontiera della propaganda digitale: che cos’è e perché mette alla prova le nostre democrazie

Dalle clip virali che ritraggono Donald Trump come un sovrano caricaturale o un eroe da videogame, fino ai video in stile LEGO diffusi da ambienti filo-iraniani per raccontare il conflitto in Medio Oriente, la comunicazione politica contemporanea sta attraversando una trasformazione profonda. È un fenomeno che studiosi e analisti hanno chiamato “slopaganda”, una forma di propaganda a bassa qualità, spesso generata con l’intelligenza artificiale (AI), progettata per saturare gli spazi informativi digitali più che per convincere attraverso argomentazioni chiare e concrete.

Il termine nasce dalla fusione tra “slop”, ovvero contenuto scadente, ripetitivo, prodotto in serie, e “propaganda”, intesa come comunicazione finalizzata a orientare opinioni e comportamenti. La combinazione descrive con efficacia un ecosistema in cui: la quantità prevale sulla qualità e l’impatto emotivo sostituisce la verifica dei fatti. Non si tratta più, dunque, di persuadere nel senso classico del termine, ma di occupare l’attenzione, di trattenerla e operare in profondità su di essa (dopo esposizione massiccia del soggetto). Spesso questo accade anche sfruttando l’attualità più drammatica, come la guerra. Diffondere un flusso di contenuti volutamente grotteschi sul conflitto in corso in Iran o in Ucraina, o su Gaza, deresponsabilizza l’opinione pubblica e chi fa stragi, disumanizza la sofferenza, crea distanza e superficialità sul giudizio. Un video divertente sulla guerra trasforma l’orrore in un gioco, le vittime in attori, il dolore in intrattenimento.

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Tradurre messaggi complessi e conflitti politici in codici visivi più semplici e familiari

Negli Stati Uniti questo modello comunicativo ha trovato una delle sue espressioni più visibili durante la campagna elettorale del 2024, hanno spiegato Mark Alfano, professore di Filosofia alla Macquarie University, e Michał Klincewicz, Assistant Professor al Department of Computational Cognitive Science della Tilburg University, in un articolo su The Conversation. Attorno alla figura di Donald Trump si è sviluppata una produzione massiccia di contenuti visivi e video brevi, spesso volutamente grotteschi o surreali: immagini generate dall’AI che lo raffigurano come un Papa, un guerriero o una figura quasi messianica, clip dal tono ironico o provocatorio pensate per diventare virali sulle piattaforme come TikTok e X. Il punto non è la credibilità del singolo contenuto (spesso evidentemente fittizio) ma la sua capacità di circolare, accumulare interazioni e contribuire a costruire un immaginario.

In parallelo, anche attori statali e para-statali hanno affinato l’uso di queste tecniche. Nel contesto del confronto tra Stati Uniti e Iran, ad esempio, ha raccontato Josephine Walker su Axios, sono circolati video che mescolano immagini reali di operazioni militari con sequenze tratte da videogiochi o serie televisive, mentre dall’altra parte si è assistito a una proliferazione di contenuti AI (inclusi i citati video in stile LEGO) utilizzati per semplificare e rendere immediatamente riconoscibili messaggi politici complessi. L’uso di “estetiche pop occidentali” non è casuale: serve a intercettare pubblici più ampi e meno politicizzati, traducendo il conflitto in codici visivi familiari.

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Come funziona la slopaganda

La slopaganda funziona attraverso una combinazione di produzione automatizzata, logiche algoritmiche e leve psicologiche. Grazie all’intelligenza artificiale è possibile generare in tempi rapidissimi grandi quantità di contenuti (immagini, video, meme, testi) che ripropongono lo stesso messaggio in forme leggermente diverse.

Queste varianti vengono diffuse sui social e “testate” in tempo reale: quelle che ottengono più reazioni, condivisioni o commenti vengono ulteriormente amplificate, mentre le altre vengono scartate. Il sistema si adatta così continuamente alle preferenze del pubblico, creando contenuti sempre più efficaci nel catturare attenzione.

Allo stesso tempo, i messaggi sono spesso costruiti per attivare emozioni forti (paura, rabbia, indignazione) e per essere facilmente riconoscibili e condivisibili anche senza un’analisi approfondita. Il risultato è una saturazione dello spazio informativo: l’utente non viene persuaso da un singolo contenuto, ma esposto a una moltiplicazione continua dello stesso schema narrativo, che finisce per influenzare percezioni e opinioni in modo graduale e spesso inconsapevole.

L’evoluzione dell’economia dell’attenzione

Fenomeni analoghi si osservano anche in Europa, sebbene con forme più frammentate. In diversi Paesi dell’Unione sono state individuate reti di account semi-automatizzati che diffondono contenuti quasi identici, adattati linguisticamente e culturalmente ai diversi contesti nazionali. Meme su immigrazione, sicurezza o costo della vita vengono replicati con minime variazioni grafiche e testuali, spesso generati o rielaborati con strumenti di intelligenza artificiale. In Italia, come in altri Stati membri, questi contenuti tendono a mescolare riferimenti locali con modelli narrativi importati, creando un ibrido che appare autentico ma è in realtà parte di una produzione seriale.

Il funzionamento della slopaganda è strettamente legato all’economia dell’attenzione che governa le piattaforme digitali. Gli algoritmi privilegiano ciò che genera reazioni rapide (indignazione, sorpresa, paura) e l’intelligenza artificiale consente di produrre in tempi rapidissimi migliaia di varianti dello stesso messaggio.

Queste vengono testate, amplificate e replicate automaticamente, in un processo continuo di ottimizzazione. Il risultato è una comunicazione iper-adattiva, capace di raggiungere nicchie specifiche di pubblico con contenuti calibrati sui loro interessi e predisposizioni emotive.

È proprio qui che emerge la principale criticità democratica. La slopaganda non mira necessariamente a far credere a una falsità precisa, ma a modificare l’ambiente informativo nel suo complesso. L’effetto cumulativo è una saturazione che rende difficile distinguere tra informazione affidabile e rumore, tra contenuti autentici e manipolati. In questo contesto, anche materiale veritiero rischia di essere percepito come sospetto, contribuendo a un progressivo indebolimento della fiducia nei confronti di media, istituzioni e fonti autorevoli.

E poi c’è l’AI slop

Accanto alla slopaganda, si sta diffondendo un fenomeno più ampio e pervasivo: l’AI slop, ovvero una massa crescente di contenuti generati automaticamente (articoli, video, musica, immagini) prodotti senza reale controllo qualitativo e spesso privi di valore informativo.

Come ha spiegato su The Conversation, Adam Nemeroff, vice rettore della Quinnipiac University, non sempre questi contenuti nascono con un intento politico esplicito, ma contribuiscono comunque a degradare l’ecosistema informativo. La loro funzione principale è sfruttare le logiche di monetizzazione delle piattaforme e attirare traffico, anche a costo di essere ridondanti, imprecisi o fuorvianti.

In questo senso, l’AI slop rappresenta il terreno su cui la slopaganda attecchisce e prospera: un ambiente saturo di materiali indistinti, in cui diventa sempre più difficile per l’utente medio distinguere tra contenuti affidabili, intrattenimento artificiale e messaggi manipolatori. Il rischio è che la quantità finisca per soffocare la qualità, con effetti non solo economici per i creatori di contenuti, ma anche cognitivi e culturali per l’intera società digitale.

L’effetto ansia e polarizzazione

Un ulteriore elemento di rischio riguarda la dimensione emotiva. La reiterazione di messaggi allarmistici o polarizzanti (spesso costruiti attorno a figure nemiche o a scenari di crisi permanente) alimenta un clima di ansia e conflitto. La semplificazione estrema, tipica della slopaganda, riduce la complessità dei fenomeni politici a narrazioni binarie, favorendo la contrapposizione piuttosto che il confronto.

Riconoscere questi contenuti non è sempre immediato, ma alcuni segnali ricorrono con frequenza. L’estetica eccessivamente patinata o, al contrario, volutamente “glitchata” (cioè trasformare ‘l’errore’ in una scelta volontaria, in una specie di marchio di fabbrica), la ripetizione ossessiva di uno stesso messaggio declinato in molte varianti, l’uso di immagini surreali o simboliche prive di contesto verificabile, così come la diffusione simultanea da parte di numerosi account con caratteristiche simili, rappresentano indizi utili. A ciò si aggiunge la tendenza a privilegiare titoli sensazionalistici e a evitare qualsiasi riferimento a fonti verificabili.

La diffusione della slopaganda pone dunque una sfida che va oltre il tema, già noto, delle fake news. Si tratta di una trasformazione strutturale della comunicazione pubblica, in cui la velocità, la replicabilità e la capacità di catturare attenzione diventano più rilevanti della veridicità. In un sistema democratico fondato sulla possibilità per i cittadini di accedere a informazioni affidabili e di formarsi opinioni consapevoli, questo slittamento rischia di compromettere uno degli elementi essenziali del processo decisionale collettivo.

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Il fast-food dell’informazione politica: rapida, saporita e dannosa per la salute della democrazia

La “fast-foodizzazione” dell’informazione politica, per riprendere una metafora sempre più utilizzata, produce contenuti facili da consumare ma poveri di sostanza. E come nel caso dell’alimentazione, un consumo prolungato di questo tipo di prodotti rischia di avere effetti sistemici.

Come il cibo spazzatura, la slopaganda privilegia impatto immediato (immagini forti, meme elettrizzanti, frasi shock) rispetto a sostanza, contesto e verificabilità; serve a essere digerita in fretta e condivisa, non meditata.

La continua esposizione a messaggi emotivi, ripetitivi e parziali indebolisce la capacità critica dei cittadini: aumenta sfiducia nelle istituzioni, moltiplica polarizzazione e rende più difficile distinguere informazione affidabile da rumore artificiale. In un contesto di confusione informativa diffusa, la democrazia fatica a costruire consenso razionale, lungimirante e condiviso; le decisioni politiche e di voto tendono a basarsi su paura, rabbia e identità, più che su argomenti ponderati.

La questione, ormai, non è più se la slopaganda influenzerà il dibattito pubblico, ma in quale misura le democrazie saranno in grado di adattarsi (ce la faranno?) a un ambiente informativo sempre più saturo, frammentato e, soprattutto, manipolabile.

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La “Repubblica tecnologica” di Palantir, il manifesto che spinge la Silicon Valley verso la geopolitica

In un tranquillo sabato di aprile un post su X ha buttato nel panico la bolla di X. Alexander Karp, CEO di Palantir, una delle aziende tecnologiche più discusse del momento, pubblica una sintesi del suo libro The Technological Republic“, un testo politico che usa la tecnologia come leva per ridefinire il ruolo dell’Occidente in una fase di competizione globale crescente.

Il libro di Karp mette in discussione l’intero paradigma su cui si è costruita la Silicon Valley negli ultimi vent’anni: meno consumo digitale, meno neutralità, più responsabilità strategica. Il risultato è un manifesto in 22 punti che intreccia AI, difesa, economia e cultura dove il futuro si giocherà sulla capacità di integrare innovazione tecnologica e potenza statale.

La Silicon Valley non è più neutrale

Uno dei punti centrali del documento è l’idea che la Silicon Valley abbia un “debito morale” nei confronti degli Stati Uniti e che l’élite ingegneristica debba contribuire attivamente alla difesa nazionale. In questa prospettiva, il software diventa una componente chiave dell’hard power contemporaneo.

Secondo Palantir, il tradizionale equilibrio basato sulla deterrenza nucleare starebbe lasciando spazio a una nuova fase in cui l’AI giocherà un ruolo determinante. Il nodo non è se le armi basate su AI verranno sviluppate, ma da chi e con quali obiettivi. Le potenze rivali, osserva l’azienda, non rallenteranno per ragioni etiche o politiche.

Palantir e la tirannia delle App

Nel documento emerge anche una critica alla traiettoria della cultura tecnologica degli ultimi anni. Palantir parla di “tirannia delle app”, sostenendo che innovazioni come lo smartphone, pur rivoluzionarie, abbiano finito per restringere l’orizzonte dell’innovazione invece di ampliarlo.

Allo stesso tempo, servizi digitali diffusi come l’email gratuita non vengono considerati sufficienti a garantire prosperità e sicurezza. Una società, nella visione proposta, resta solida solo se capace di assicurare crescita economica e protezione ai cittadini.

La sintesi tocca anche aspetti politici e sociali, suggerendo un maggiore coinvolgimento collettivo nella difesa, fino all’ipotesi di un ritorno a forme di servizio nazionale universale. Viene inoltre criticata la gestione della sicurezza interna, con un invito a un ruolo più attivo del settore tecnologico nel contrasto alla criminalità violenta.

Sul piano geopolitico

Sul piano geopolitico, il documento rivendica il ruolo degli Stati Uniti nel garantire una lunga fase di relativa stabilità globale e propone una revisione degli equilibri post-bellici, inclusi i vincoli imposti a paesi come Germania e Giappone.

Tra i passaggi più controversi ci sono le considerazioni culturali. Palantir critica quello che definisce un “pluralismo vuoto”, sostenendo che l’equivalenza tra tutte le culture impedisca una valutazione critica dei risultati storici e sociali.

La pubblicazione dei 22 punti ha riaperto il dibattito sul ruolo delle Big Tech nella società contemporanea. Al post su X sono seguite reazioni contrastanti: da un lato chi condivide la necessità di un maggiore impegno strategico della tecnologia, dall’altro chi contesta la visione di Palantir, richiamando il legame con Peter Thiel e l’impiego delle sue tecnologie in contesti bellici, come il conflitto tra Israele e Palestina.

Resta una questione aperta: fino a che punto è sostenibile un coinvolgimento diretto delle grandi aziende tecnologiche negli affari pubblici? Il rischio è quello di un ulteriore spostamento di potere verso soggetti privati già centrali nella gestione delle infrastrutture digitali. In un contesto in cui tecnologia e geopolitica tendono a sovrapporsi, il confine tra innovazione e influenza politica appare sempre più sottile.

Palantir pubblica il manifesto su libertà e democrazia, la stessa azienda che monetizza con i dati sanitari e dati fiscali

Palantir è una società tecnologica statunitense specializzata nello sviluppo di piattaforme software per l’integrazione, l’analisi e l’utilizzo operativo di grandi quantità di dati, impiegate da governi, agenzie di intelligence e grandi aziende. Ha fatto scalpore l’uso del software dell’azienda da parte degli agenti dell’ICE durante la repressione sull’immigrazione nella città di Minneapolis negli Stati Uniti.

Le sue soluzioni consentono di collegare fonti eterogenee – dai database amministrativi ai flussi in tempo reale – per supportare decisioni in ambiti critici come sicurezza, difesa, sanità e gestione industriale. È proprio questa capacità di operare su dati sensibili e contesti ad alta intensità strategica a rendere l’azienda particolarmente discussa: la stessa azienda che trae profitto dall’aggregazione dei tuoi dati sanitari, dati fiscali e storico delle posizioni per creare profili di targeting.

Benvenuti nella nuova “Repubblica Tecnologica e democratica” di Palantir.

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I funzionari pubblici europei sempre più propensi ad abbandonare WhatsApp

Diversi governi europei stanno abbandonando “le piattaforme su cui non hanno il controllo”, ha detto a Politico.eu il ministro olandese al Digitale Willemijn Aerdts. La migrazione verso app di messaggistica controllate dai governi è parte della ricerca di alternative alla tecnologa americana.

Diversi paesi verso app in-house

I governi europei stanno progressivamente abbandonando piattaforme di messaggistica come Whatsapp e Signal. Questo discorso vale per diversi paesi, fra cui Francia, Germania, Polonia, Lussemburgo e Belgio che hanno intrapreso lo sviluppo di servizi di messaggistica in-house destinati ai funzionari governativi e ministeriali per lo scambio di informazioni sensibili. L’obiettivo è bloccare l’uso dilagante delle app più popolari, Whatsapp (di proprietà di Meta) in testa, per garantire livelli di controllo e sicurezza alternativi che possono controllare direttamente.

Anche la NATO ha il suo messenger

Anche la NATO dispone del suo messenger mentre la Commissione Ue vuole fare la migrazione entro la fine dell’anno. Lo scrive il sito specializzato Politico.eu, sottolineando che la mossa rientra nel più ampio quadro di una ricerca di alternative alle tecnologie Usa, per timore di essere troppo dipendenti da Washington.

Lo sforzo di scollegarsi dalle tecnologie made in Usa riflette inoltre il crescente riconoscimento da parte dei governi delle vulnerabilità delle app di messaggistica per la condivisione di informazioni sensibili fra politici.

“Attualmente, la nostra comunicazione avviene spesso tramite piattaforme sulle quali non abbiamo alcun controllo”, ha detto a POLITICO Willemijn Aerdts, ministro olandese per il digitale. “In un mondo in cui la tecnologia viene sempre più utilizzata come strumento di potere, questo rappresenta un rischio”.

Brandon De Waele, direttore di Belgian Secure Communications, l’agenzia del governo federale belga responsabile della nuova app sicura, ha detto: “In tutta Europa la questione della sovranità sta diventando sempre più chiara… Per noi si tratta di sovranità dei dati”.

Attacchi hacker ripetuti

WhatsApp e Signal hanno dovuto affrontare sfide di sicurezza informatica nelle ultime settimane. Il mese scorso, decine di agenzie di sicurezza informatica hanno avvertito che gruppi di hacker russi stavano prendendo di mira funzionari politici e governativi sulle app di messaggistica con attacchi di phishing di alto livello.

I rischi sono diventati dolorosamente evidenti anche a Bruxelles: la Commissione europea ha chiesto ad alcuni dei suoi più alti funzionari di chiudere un gruppo sull’app di messaggistica Signal, come riportato da POLITICO questo mese, e l’UE è stata vittima di una serie di violazioni della sicurezza informatica che hanno interessato, tra l’altro, il suo sistema di gestione dei dispositivi mobili.

“Non sono fatte per questo”

Il Belgio è stato l’ultimo governo europeo a presentare il mese scorso un servizio di messaggistica sicura interno, destinato ai funzionari pubblici per informazioni sensibili ma non classificate. I membri del governo federale, incluso il Primo Ministro Bart De Wever, sono ora incoraggiati a utilizzare un’app chiamata BEAM, che offre tutte le funzionalità di app note come WhatsApp e Signal, ma che opera sotto il controllo del governo.

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L’analisi ASviS. Ora si scommette anche sul meteo (e il clima è il prossimo passo)

Sono finiti i tempi in cui parlare di meteo o clima era solo un passatempo da bar. Ora ci si può scommettere sopra. Sulle piattaforme di prediction market aperte al pubblico come Polymarket e Kalshi è già possibile puntare su eventi concreti: dalla temperatura giornaliera a una tempesta di neve. A fine gennaio, per esempio, le scommesse legate a una nevicata a New York hanno generato puntate per milioni di dollari, segno di un interesse crescente anche fuori dalle nicchie di appassionati.

Il fenomeno, c’è da dirlo, riguarda soprattutto il meteo a breve termine, dove gli esiti sono chiari e verificabili in tempi rapidi. In questo ambito, racconta Bloomberg, stanno entrando startup e aziende tecnologiche di modelli previsionali che usano i mercati per testare e migliorare le proprie proiezioni. Con risultati sorprendenti. Il mese scorso Patrick Brown, responsabile dell’analisi climatica di Interactive Brokers, ha esaminato il confronto tra le previsioni meteorologiche tradizionali e i prediction market, scoprendo che questi ultimi hanno ottenuto in alcuni casi risultati migliori del Servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti.

Diverso è il discorso per il clima. Qui i mercati esistono, ma restano per ora accessibili solo a comunità di esperti. Un esempio interessante è Crucial, piattaforma progettata dall’Università di Lancaster, nel Regno Unito, per aggregare previsioni su rischi climatici come uragani, temperature anomale o fenomeni come El Niño. Ma come funziona il meccanismo? Gli scienziati partecipanti formulano previsioni su specifici eventi climatici e la piattaforma è progettata per trasformare le loro scommesse in probabilità dei diversi possibili esiti. I partecipanti vengono remunerati in base all’accuratezza delle previsioni: maggiore è la precisione, maggiore sarà il compenso.

Secondo Mark Roulston, scienziato planetario e direttore operativo di Crucial, lo scopo primario della piattaforma è la messa in rete delle competenze predittive della comunità scientifica. Sebbene Crucial sia ancora in fase iniziale, Roulston spera che lo strumento possa essere utilizzato non solo dalle istituzioni pubbliche, ma anche da fondi pensione e compagnie assicurative.

C’è anche un altro possibile effetto positivo. Uno studio pubblicato su Nature Climate Change suggerisce che partecipare a un mercato di previsioni climatiche può aumentare la consapevolezza delle persone e il sostegno alle politiche climatiche. Il meccanismo è semplice ma efficace: quando gli individui puntano denaro, si sentono più coinvolti dalla realtà. E nel caso del cambiamento climatico, questo coinvolgimento può portare a un cambiamento di prospettiva.

Il potenziale, insomma, è significativo, ma non privo di limiti. Se prevedere la temperatura di domani, ammettono gli esperti, è relativamente semplice, stimare l’evoluzione del clima globale (influenzata da molte variabili e dinamiche di lungo periodo) resta una sfida aperta. Un altro ostacolo riguarda la liquidità. Kalshi, per esempio, si sta orientando sempre più verso le scommesse sportive, uno dei pochi ambiti in grado di attrarre partecipanti occasionali. Questi utenti “casual” spesso perdono, finendo per finanziare indirettamente chi è più informato. Tuttavia, i mercati di previsione per settori più specifici faticano ad attrarre scommettitori occasionali. È anche per questo che i prediction market sul clima restano confinati a progetti sperimentali. Almeno per ora.

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Data center, 110 miliardi di euro di investimenti in Europa e 25 miliardi in Italia entro il 2028

L’Europa accelera sui data center, ma il 55% degli investimenti si concentra negli hub più grandi: Francoforte, Amsterdam, Londra, Parigi e Dublino

Più data center significa abilitare crescita economica. Siamo nel pieno della trasformazione digitale, pur con limiti e ritardi fisiologici, particolarmente evidenti per il nostro Paese, e per tenere in piedi un Paese in questo momento storico serve una spina dorsale forte e flessibile, in grado di reggere nuova capacità e dimostrarsi sufficientemente resistente agli strappi dell’attuale congiuntura geopolitica.

I data center sono l’infrastruttura invisibile su cui ogni Paese deve poter contare se vuole dotarsi di un’economia avanzata e soprattutto se vuole garantirsi sufficiente capacità di calcolo e le risorse necessarie per lo sviluppo e l’impiego di soluzioni di intelligenza artificiale (AI), cloud sovrano, robotica/automazione e internet delle cose. In Europa gli investimenti in data center sono stimati in 110 miliardi di euro entro il 2028, considerando solo i principali poli continentali (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, con l’aggiunta di quelli emergenti come Milano e Madrid).

Nuovi data center generano ulteriori investimenti, occupazione qualificata e rilancio di aree dismesse, contribuendo anche a una transizione energetica più efficiente e sostenibile. L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ha indicato in un recente studio che tra 2023 e 2025 sono già stati investiti circa 29,5 miliardi di euro nei 13 principali hub europei. La maggior parte degli investimenti europei resta concentrata nei grandi hub “FLAPD”, che da soli assorbirebbero circa il 55% del totale degli investimenti previsti.

Il tallone d’Achille della dipendenza tecnologica ed energetica

L’Europa può continuare a crescere e guadagnare terreno, ma il suo principale problema, ormai noto a tutti, è la dipendenza cronica sia da tecnologia estera, sia dagli approvvigionamenti energetici extra-Ue. Come segnalato sempre dall’Osservatorio, oltre metà della potenza energetica installata per i data center europei è concentrata in 10 operatori, di cui sette statunitensi. Ancora, l’80% del mercato cloud è controllato da hyperscaler e provider americani.

Gli investitori, se devono decidere dove allocare nuove risorse finanziarie in questo settore, mostrano incertezza riguarda all’Europa, principalmente perché scarseggia di energia, che è elemento centrale per la crescita dei data center.

L’Unione europea continua a importare quasi il 60% dell’energia che consuma, soprattutto gas, petrolio e altre fonti fossili, con Paesi come Italia e Germania sopra la media comunitaria (oltre il 70% di dipendenza in Italia). Anche se produce molta energia elettrica da rinnovabili e può contare su know‑how in settori come fotovoltaico ed eolico, l’Europa resta dipendente anche da importazioni di materie prime critiche (litio, terre rare, cobalto, silicio, ecc.) per batterie, turbine, pannelli e data center, oltre che da componentistica e chip di fabbricazione asiatica.

L’Italia in coda, ma tiene la corsa europea

Tra il 2026 ed il 2028 gli investimenti in data center nel nostro Paese dovrebbero aggirarsi sui 25 miliardi di euro, con ulteriori proiezioni positive per il 2030. La crescita del mercato è sempre più guidata dagli hyperscaler, con il passaggio da piccoli data center a grandi campus superiori ai 30 MW, più efficienti ma anche più energivori.

In termini di potenza, la capacità installata è stimata da AGICI triplicare entro il 2030, passando da circa 600 MW oggi a 2 GW, con investimenti che si concentrano in particolare in Lombardia (Milano) ma con crescente interesse per altre aree del territorio.

Accanto alle opportunità emergono però alcune criticità, legate alla disponibilità di infrastrutture energetiche. In Italia, secondo un nuovo studio realizzato da Engie e Key to Energy, le richieste di connessione hanno raggiunto i 79 GW, con possibili fenomeni di saturazione della rete in alcune aree, e i ritardi nel time-to-grid possono comportare perdite fino a 1,1 milioni di euro di EBITDA per ogni anno di slittamento.

In questo scenario, accelerare la transizione verso un’energia stabile e competitiva diventa un fattore chiave per lo sviluppo del settore e gli operatori energetici saranno sempre più abilitatori e partner per lo sviluppo, la gestione e l’approvvigionamento energetico dei data center.

Non solo data center, necessario investire nella transizione energetica

La transizione energetica, però, non va pensata solamente come un problema o un costo. Portata avanti in maniera intelligente, cioè supportata da politiche lungimiranti, orientata all’efficienza, alla sostenibilità, all’inclusione dei territori e all’innovazione, la transizione rappresenta un efficace abilitatore di crescita e competitività. Dal 2028 – 2030, secondo lo studio, i data center potrebbero diventare attori energetici sempre più attivi e fondamentale risulta il ruolo di soluzioni avanzate come i Power Purchase Agreement (PPA) rinnovabili, anche multi-tecnologici (fotovoltaico e eolico), insieme ai sistemi di accumulo, che garantiscono flessibilità e sicurezza energetica.

Investire nella transizione energetica, inoltre, è l’unico modo affrontare in maniera concreta il problema dell’aumento della domanda di energia da parte dei data center. Entro il 2030, i consumi energetici dei data center a livello globale potrebbero crescere fino al 30% annuo e al 16% in Europa.

In Italia si stima un aumento che può arrivare a 2 o 4 volte i consumi attuali, superando il 10% dei consumi europei del settore.

La domanda energetica a livello globale è cresciuta del 23%, raggiungendo 545 TWh di consumi. In Europa dell’11%, con 80TWh e in Italia del 17%, con 4,2 TWh. Il trend subirà una decisa accelerazione entro il 2030: nel mondo la domanda raggiungerà oltre 2mila TWh, in Europa 167 e in Italia 21,6 TWh con una crescita del 37%.

Rinnovabili e PPA per decabonizzare la data economy

Una recente ricerca di A2A stima che lo sviluppo dei data center in Italia potrebbe contribuire alla crescita del PIL nazionale al 2035 del 6% – con la creazione di 77 mila posti di lavoro – fino ad arrivare, in uno scenario full potential, al 15% con 150 mila nuovi occupati.

Grazie a PPA e politiche “verdi” si potrebbero ridurre le emissioni nocive generate dalla data economy fino a 3,7 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, solo lato data center in italia.

Nel 2024, è riportato dalla ricerca, la data economy ha generato per il nostro Paese un valore di 60,6 miliardi di euro, pari al 2,8% del PIL nazionale. Nei prossimi 10 anni, il numero di dispositivi IoT e la domanda di servizi cloud sono attesi triplicare, mentre il traffico dati più che raddoppierà. Con queste dinamiche e in ipotesi di allineamento dell’Italia ai livelli dei Paesi più avanzati nel mondo nell’ecosistema digitale, il valore della data economy italiana potrebbe superare i 200 miliardi di euro al 2030.

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