L’Estonia vuole l’ID digitale per gli agenti AI. Il premier Michal: “Dobbiamo sapere chi agisce, per conto di chi e con quali diritti”

L’Estonia vuole consentire agli agenti AI di avere una propria identità digitale, così da poter agire per conto delle persone in modo verificabile e controllabile.

L’iniziativa, sostenuta dal comitato consultivo Eesti.ai, prevede lo sviluppo di codici identificativi che gli agenti di intelligenza artificiale potranno usare per compiere determinate azioni, all’interno di un processo di autorizzazione e delega ancora da definire nei dettagli.

L’Estonia guarda soprattutto a permessi, limiti e responsabilità. L’obiettivo è evitare che le persone siano costrette a concedere poteri troppo ampi a un agente AI, con il rischio di perdere controllo sui propri diritti o sulle conseguenze delle azioni compiute dal software.

“Chi agisce, per conto di chi e con quali diritti”

Il primo ministro estone Kristen Michal ha spiegato che in futuro l’AI svolgerà sempre più compiti digitali per conto delle persone: preparare report, compilare dichiarazioni, interagire con sistemi informativi e gestire procedure online.

“Per questo deve essere chiaro chi agisce per conto di chi, con quali diritti e chi è in ultima istanza responsabile”, ha dichiarato Michal.

Non solo infrastruttura, ma responsabilità

Il punto centrale è la responsabilità. Finora molte applicazioni AI si sono limitate a generare testi, immagini, suggerimenti o analisi che richiedono comunque un intervento umano per produrre effetti concreti. Con gli agenti AI, invece, il passaggio cambia: il software può agire direttamente.

Può acquistare un prodotto, inviare un documento, compilare una dichiarazione, interagire con una piattaforma pubblica, modificare dati o avviare una procedura. In questi casi non basta più sapere che un utente ha usato uno strumento AI. Bisogna capire quale agente ha agito, con quale mandato, entro quali limiti e con quale tracciabilità.

L’Estonia, Paese già noto per l’uso avanzato dei servizi digitali pubblici, prova quindi ad anticipare un problema destinato a diventare centrale: come autorizzare l’AI ad agire senza trasformarla in una zona grigia giuridica.

Le prime cause sulla responsabilità dell’AI

Finora le aziende AI hanno cercato di limitare il più possibile la propria responsabilità per i danni causati dai sistemi automatizzati. Ma non sempre ci sono riuscite.

Un tribunale canadese ha ritenuto Air Canada responsabile per informazioni errate fornite da un chatbot. In Germania, un tribunale ha ritenuto Google responsabile per contenuti inesatti generati da AI Overview.

Questi casi mostrano che la responsabilità dell’AI sta già entrando nelle aule giudiziarie, anche prima che le norme sugli agenti autonomi siano davvero mature. La differenza è che, con gli agenti AI, il problema diventerà più complesso: non si tratterà solo di una risposta sbagliata, ma di azioni eseguite direttamente per conto di qualcuno.

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L’’AI fa esplodere i costi delle RAM e mette in crisi Apple. iPhone 18 più caro?

La corsa all’intelligenza artificiale comincia a pesare anche sui prodotti consumer. La domanda crescente di hardware per data center e sistemi AI ha provocato una carenza mondiale di chip di memoria, un fenomeno già ribattezzato “RAMageddon”. Ora Apple avverte i clienti: i prossimi iPhone, Mac e iPad potrebbero costare di più.

In una recente intervista al Wall Street Journal, Tim Cook ha spiegato che gli aumenti di prezzo sono “inevitabili”, nonostante gli sforzi dell’azienda per assorbire i rincari dei componenti. Secondo il CEO uscente di Apple, i costi dei chip di memoria e storage sono quadruplicati rispetto allo scorso anno. Una situazione che Cook ha definito “insostenibile”.

Apple non ha indicato quali prodotti saranno coinvolti né quando scatteranno eventuali rincari. Ma il tema era già stato sollevato nei mesi scorsi. Ad aprile, dopo aver presentato vendite trimestrali record, Cook aveva avvertito che l’aumento dei costi delle memorie avrebbe potuto pesare sui risultati successivi del gruppo. Nello stesso periodo anche John Ternus, indicato come prossimo amministratore delegato, aveva richiamato l’attenzione sul problema.

iPhone tra i prodotti più esposti: ma non solo

Se Apple deciderà di aumentare i prezzi, l’iPhone sembra il prodotto più esposto. Secondo esperti della filiera delle memorie citati dal Financial Times, lo smartphone della società potrebbe essere direttamente coinvolto. Il prossimo lancio autunnale darebbe ad Apple l’occasione per aggiornare i listini.

Il problema, però, non riguarda solo l’iPhone. Apple vende molti dispositivi che integrano chip DRAM e NAND: Mac, iPad, Apple Watch e Vision Pro. Tutti prodotti che potrebbero risentire dell’aumento dei costi nella catena di fornitura.

Non è ancora chiaro quanto potrebbero salire i prezzi. La società di ricerca TechInsights ha stimato al Wall Street Journal che Apple dovrebbe aggiungere circa 270 dollari al prossimo iPhone Pro per mantenere invariato il proprio margine di profitto. L’iPhone 17 Pro parte oggi da 1.099 dollari.

Il conto dell’AI arriva sui consumatori

La carenza di memorie mostra una conseguenza concreta della corsa all’intelligenza artificiale. I grandi modelli non richiedono solo software, dati e GPU. Hanno bisogno anche di enormi quantità di memoria e storage, componenti che vengono assorbiti sempre di più dai data center.

Per Apple, che costruisce gran parte dei propri margini sull’integrazione hardware-software e su una filiera molto controllata, l’aumento dei costi delle memorie diventerà difficile da assorbire.

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Musk è trilionario. Lo dovrebbe essere anche lo Stato che lo ha reso possibile

Con l’IPO di SpaceX dello scorso 12 giugno, Elon Musk è diventato il primo trilionario della storia. Una ricchezza che un italiano medio potrebbe acquisire solo lavorando per oltre 3 milioni di anni.

Musk era già l’uomo più ricco del mondo con più di un quarto di quella fortuna derivante dalle azioni Tesla, l’azienda che nel 2010 era una startup pre-revenue sull’orlo del fallimento, salvata da un prestito di 465 milioni di dollari del Dipartimento dell’Energia americano, quando nessuna banca privata era disposta a finanziarla. Quel prestito è stato restituito nove anni prima della scadenza: lo Stato ha incassato 26 milioni di dollari in interessi. Gli azionisti, nel frattempo però, hanno visto la propria ricchezza crescere di centinaia di miliardi.

Questa storia è al centro del nostro nuovo paper per il Mossavar-Rahmani Center for Business and Government della Harvard Kennedy School, scritto insieme a John Haigh, Direttore del Centro, Edoardo Campanella, Direttore dell’UniCredit Investment Institute e Cameron Davis, Ricercatore. La domanda di fondo è semplice: se è il pubblico ad assumersi il rischio iniziale — finanziando la ricerca, garantendo prestiti, creando domanda quando il capitale privato si tira indietro nelle fasi iniziali di un’azienda — perché poi non partecipa, almeno in parte, ai profitti quando la scommessa si rivela vincente?

Tesla e Moderna, due storie diverse

Nel paper investighiamo questa domanda con due casi. Per Tesla, abbiamo dapprima messo su una bilancia i benefici sociali indirettamente generati dal 2010, anno del prestito ricevuto, al 2024 — salari, imposte versate, emissioni di CO2 evitate: circa 61 miliardi di dollari. Sull’altro piatto, i benefici privati incassati dall’azienda – i lauti incentivi a livello federale e statale – e dall’azionista di riferimento, Musk: oltre 263 miliardi. Ci siamo poi chiesti quanti soldi lo Stato abbia lasciato sul tavolo: se quel prestito pubblico fosse stato convertito in una quota azionaria simbolica dell’1%, oggi varrebbe 14 miliardi — 540x dei soli 26 milioni di interessi effettivamente incassati.

Moderna racconta una storia più equilibrata: il vaccino mRNA nasce da decenni di ricerca pubblica (NIH, DARPA) e viene portato su scala industriale con i 10,8 miliardi di Operation Warp Speed. Qui i benefici pubblici (circa 10 miliardi diretti, più centinaia di miliardi in vite salvate) sono molto più vicini ai 25 miliardi di benefici privati. Eppure, anche in questo caso, lo Stato americano ha dovuto attendere anni di cause legali per ottenere un accordo da 400 milioni sull’uso di un brevetto sviluppato dai suoi stessi ricercatori. Una semplice royalty concordata all’inizio avrebbe dato lo stesso risultato, senza il braccio di ferro in tribunale.

Cosa significa, in concreto, che lo Stato entra nel capitale

Qui arriviamo al punto che più interessa guardando al futuro: cosa vuol dire, davvero, partecipazione pubblica diretta nel capitale di grandi aziende come, ad esempio, le future Big Tech che sono in una fase di crescita ma non ancora di maturità? È bene sgombrare subito il campo da un equivoco. Non si parla di nazionalizzare Tesla o di mettere un funzionario pubblico a dirigere OpenAI. Si parla di qualcosa di molto più sobrio e già ampiamente collaudato nei mercati finanziari: quando lo Stato supporta un’impresa privata ad alto rischio, può farlo ottenendo in cambio non solo la restituzione del prestito, ma anche una piccola fetta del valore che quell’impresa creerà se avrà successo.

Gli strumenti a disposizione variano. All’estremo più conservativo c’è il sussidio a fondo perduto: lo Stato dà i soldi e non chiede nulla indietro, strumento dominante in Europa. Poi il prestito da restituire, che recupera capitale e interessi ma non partecipa al successo: è il caso Tesla. Più in là le royalties, una percentuale minima sui ricavi di un prodotto nato da ricerca pubblica, già norma negli accordi di licenza dei National Institutes of Health americani. E infine l’equity convertibile: un prestito che, al raggiungimento di un traguardo (per esempio la quotazione in borsa) o all’attivazione di una clausola, si trasforma automaticamente in una piccola quota azionaria di minoranza, magari senza diritto di voto, e con l’uscita già programmata una volta recuperato l’investimento.

Non è teoria. I grandi fondi sovrani — dalla Norvegia ai Paesi del Golfo — sono di fatto azionisti pubblici di mezza Silicon Valley. E la stessa amministrazione Trump, negli ultimi mesi, ha acquisito quote dirette in Intel e in società minerarie strategiche. La differenza tra fare tutto questo in modo improvvisato, caso per caso, e farlo in modo sistematico, scrivendolo nei contratti prima che il denaro esca dalle casse pubbliche, è enorme: nel primo caso lo Stato rincorre, nel secondo pianifica.

Una questione di giustizia, non solo di contabilità

In un’epoca segnata da disuguaglianze crescenti, continuare a finanziare l’innovazione privata senza alcun ritorno per la collettività non è solo un errore contabile ma anche politico. Rischia di alimentare proprio quella frattura tra chi vince e chi resta indietro che la politica industriale dovrebbe contribuire a ricucire. Non si tratta di punire il successo o di scoraggiare chi fa impresa — Musk e gli altri hanno costruito cose straordinarie — ma di riconoscere che, quando il successo è reso possibile da decenni di soldi e ricerca pubblica, una parte del frutto spetta legittimamente anche a chi quel rischio lo ha pagato con le proprie tasse.

Il tema è destinato a esplodere nell’era dell’AI. I colossi che oggi guidano la corsa vivono di un sostegno pubblico enorme: ricerca di base finanziata dallo Stato, energia e terreni agevolati per i data center, garanzie sul credito. È lo stesso schema di Tesla, su scala incomparabilmente più grande e con rischio similare: che i guadagni si concentrino in pochissime mani mentre i costi e i rischi restino socializzati.

Un cambiamento nell’approccio europeo e italiano

Negli Stati Uniti questo dibattito è già molto concreto, e attraversa entrambi i partiti. In Europa, e in particolare in Italia, resta marginale perché investiamo in ricerca e sviluppo molto meno di americani e cinesi e sembriamo aver perso la capacità di creare nuovi leader di settore. Ma diventerà inevitabilmente centrale nel momento in cui l’Europa dichiara di voler fare sul serio sulla sovranità tecnologica.

Si potrebbe obiettare che l’Europa lo faccia già – CDP Venture Capital in Italia, il Fondo Europeo per gli Investimenti. Ma il problema che solleviamo è diverso. Questi strumenti coprono una porzione minima del denaro pubblico che alimenta l’innovazione, e proprio quella dove il problema non si pone perché lì lo Stato la sua quota azionaria ce l’ha già. Il grosso degli aiuti passa altrove: crediti d’imposta, sussidi del PNRR a fondo perduto, garanzie, energia e terreni agevolati per gigafactory e data center. È lì, dove lo Stato finanzia il privato senza ottenere nulla in cambio del successo, che si annida l’asimmetria di Tesla e dove l’Europa rischia di ripeterla su scala più grande con i miliardi della sovranità tecnologica.

La proposta, vale la pena chiarirlo, non è un nuovo fondo, una nuova agenzia o un’altra regola in più in un continente che di burocrazia ne ha già a sufficienza. È l’opposto: una clausola, scritta una volta sola nel contratto di finanziamento, prima che il denaro esca dalle casse pubbliche nella forma di royalty minima o conversione in equity al raggiungimento di un traguardo. Nessun funzionario in consiglio d’amministrazione, nessun rallentamento per l’impresa. Solo il principio, oggi assente, che quando il rischio è pubblico anche una parte del premio lo sia.

Fare politica industriale costa cifre enormi, e quei soldi escono dalle tasche dei contribuenti. Per essere sostenibile nel tempo, politicamente prima ancora che finanziariamente, bisogna poter garantire loro che si tratta di investimenti per la collettività, e non di regali a privati che ne raccolgono quasi per intero i benefici. Lo Stato non deve diventare imprenditore al posto del mercato. Deve solo smettere di essere quel socio che mette tanti soldi e vede pochi utili.

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Engineering cede ad Accenture due società: Alfahealth e Industries eXcellence

Il Gruppo Engineering ha sottoscritto due accordi vincolanti con Accenture per la cessione dell’intero capitale sociale di Alfahealth S.p.A., operante nella trasformazione della sanità italiana, e del Gruppo Industries eXcellence, attivo nello sviluppo e nella realizzazione di soluzioni digitali per i settori industriali, con principale focus negli USA e in alcuni mercati europei.

I due asset rappresentano complessivamente circa il 18% dei ricavi consolidati e il 25% dell’EBITDA Adjusted del Gruppo Engineering nel 2025.

Bisio: “Con questa operazione ci rafforziamo nei segmenti tecnologici e industriali più attrattivi”

Dichiara Aldo Bisio, CEO del Gruppo Engineering: “Gli accordi rappresentano un passo importante nel percorso di rifocalizzazione del business di Engineering: accelerare sull’AI, riacquistare nuovi gradi di libertà strategica nei segmenti a più alta crescita anche attraverso la riduzione della leva finanziaria, investire nelle principali piattaforme proprietarie e rafforzarci nei segmenti tecnologici e industriali più attrattivi, per consolidare un vantaggio competitivo sostenibile per i nostri clienti”.

Queste operazioni rappresentano un passo significativo nel percorso di trasformazione strategica in corso, volto a rafforzare il focus di Engineering sui propri segmenti core e ad accelerare ulteriormente l’offerta AI in forte crescita.

Le operazioni sono soggette alle consuete condizioni sospensive, tra cui, a titolo esemplificativo, le autorizzazioni Antitrust e Golden Power, e si prevede che si concludano nel quarto trimestre del corrente esercizio.

Il Gruppo punta sulla GenAI

I proventi netti della cessione, interamente su base cassa, rafforzeranno la struttura patrimoniale del Gruppo, offrendo maggiore flessibilità per proseguire nel percorso di trasformazione strategica in corso.

A seguito dei positivi risultati finanziari registrati negli ultimi trimestri, il Gruppo prosegue nella direzione intrapresa, puntando sul rafforzamento di un modello industriale incentrato su mix di business a maggior valore e sul ruolo centrale della GenAI (Intelligenza Artificiale Generativa).

In questo quadro si inserisce il recente lancio di IS-IA (Italy’s Sovereign Intelligence Architecture), architettura modulare che si fonda sull’LLM (Large Language Model) proprietario EngGPT 2 per offrire a Pubbliche Amministrazioni e aziende un’Intelligenza Artificiale sovrana: governabile, efficiente, aperta e in grado di integrarsi con altri modelli generalisti.

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L’AI ACT sarà modificato: prorogato al 2028 lo stop per i modelli ad alto rischio

La sessione plenaria del Parlamento europeo ha dato il via libera ieri alla riforma della legge europea sull’intelligenza artificiale (AI Act), che includerà nuovi divieti sui contenuti sessuali non consensuali (con il ban delle cosiddette app nudifier) e posticiperà di due anni alcuni degli obblighi previsti dai regolamenti UE in relazione ai modelli ad alto rischio.

Divieto di nudifier senza consenso

Nello specifico, come anticipato il 7 maggio scorso su Key4biz, sono vietati i sistemi di intelligenza artificiale progettati esclusivamente per generare immagini sessuali o intime senza il consenso delle persone coinvolte, così come il materiale pedopornografico creato con questa tecnologia.

La riforma richiederà inoltre alle aziende che sviluppano modelli di intelligenza artificiale generici di implementare “misure di sicurezza ragionevoli” per prevenire la diffusione di questo tipo di contenuti.

Misura anti-Grok

La revisione del primo regolamento comune per mitigare i rischi legati all’intelligenza artificiale è stata elaborata mesi dopo la controversia scatenata dalla diffusa circolazione sui social media di immagini intime manipolate tramite intelligenza artificiale, in particolare attraverso strumenti integrati in piattaforme digitali come Grok, l’assistente virtuale collegato al social network X.

Lo scorso maggio, il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno concordato i dettagli di queste modifiche, che includono anche il rinvio al 2 dicembre di quest’anno dei requisiti di trasparenza per i contenuti generati artificialmente, come immagini, video o audio creati con l’intelligenza artificiale, che devono includere meccanismi che consentano agli utenti di identificare questo tipo di contenuto.

Sistemi di AI ad alto rischio posticipati in parte nel 2027 e in parte nel 2028

Parte degli obblighi previsti per i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, come quelli utilizzati in settori sensibili quali sanità, istruzione, settore bancario, reclutamento, controllo delle frontiere o gestione delle infrastrutture critiche, è stata posticipata dal 2 agosto 2026 al 2 dicembre 2027. Nel caso di sistemi integrati in prodotti, come dispositivi medici o macchinari industriali, i nuovi requisiti entreranno in vigore il 2 agosto 2028.

Proroga di due anni

Inizialmente, la legislazione europea prevedeva l’entrata in vigore anticipata di tali obblighi nel 2026, ma i colegislatori hanno concordato di posticiparli fino a 16 mesi, ritenendo che non tutti gli standard e gli strumenti tecnici necessari per la piena attuazione del regolamento siano ancora disponibili

L’accordo fa parte del pacchetto legislativo europeo sulla semplificazione digitale, Omnibus VI, attraverso il quale la Commissione europea cerca di ridurre gli oneri amministrativi e agevolare l’attuazione delle normative UE, in particolare per le piccole e medie imprese.

In questo contesto, il testo estende alcune delle esenzioni normative inizialmente previste per le PMI anche alle società a piccola capitalizzazione e rinvia ad agosto 2027 la scadenza per gli Stati membri per la creazione di ambienti nazionali di prova normativi per i sistemi di intelligenza artificiale.

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Among the large new rockets Amazon was counting on, only Europe has delivered

Amazon now has hundreds of flight-ready satellites standing idle in Florida, waiting to join the company’s low-Earth orbit Internet constellation, an Amazon official said Tuesday.

“They’re built, and sitting in a payload processing facility waiting for trips to orbit,” said Steve Metayer, vice president of Amazon Leo Production Operations, during a teleconference with reporters. “And we’re currently manufacturing several satellites a day.”

Metayer spoke on the eve of the company’s next mission, during which an Ariane 64 rocket will launch three dozen Amazon Leo satellites into orbit from a spaceport in French Guiana. Liftoff is targeted for 7:53 am ET (11:53 UTC) on Wednesday.

Arianespace steps up

France-based Arianespace has emerged as a critical partner for Amazon, which, to date, has had the majority of its 331 satellites launched on Atlas V rockets. However, Amazon has just one more mission booked on this rocket, which is operated by United Launch Alliance, as the vehicle is slated for retirement.

To launch the majority of its Leo constellation, Amazon booked rides on three large, new rockets four years ago: 18 launches on the Ariane 6 rocket, 12 launches on Blue Origin’s New Glenn rocket, with options for 15 additional launches; and 38 launches of the United Launch Alliance’s Vulcan rocket.

But of these new rockets, only Arianespace has delivered so far, with two launches completed this year, another on Wednesday, and more to come. Neither New Glenn (also owned by Amazon founder Jeff Bezos) nor Vulcan has launched Amazon satellites yet.

“As for Arianespace, they have definitely stepped up,” Metayer said. “They’re very reliable on their manifest dates, and they’re very reliable and safe on their insertions into orbit. So we definitely would continue to look forward to the next 16 launches with them on our existing contract, and we see them being a player long-term beyond that.”

https://arstechnica.com/space/2026/06/amid-launch-bottleneck-amazon-has-hundreds-of-satellites-waiting-to-fly/




Data center, in California la cittadina di Monterey Park vieta la costruzione: è il primo caso negli Usa

I cittadini di Monterey Park, città della California nell’area di Los Angeles, hanno votato contro la costruzione di nuovi data center sul territorio comunale.

Come ha riportato The Guardian, per la prima volta negli Stati Uniti i residenti sono stati chiamati alle urne per decidere su un divieto permanente alla realizzazione di queste infrastrutture. Il risultato è stato netto: oltre l’86% dei voti scrutinati si è espresso a favore del blocco.

“Questo dimostra in modo inequivocabile che i residenti di Monterey Park non vogliono data center nella loro comunità”, ha detto il consigliere comunale Jose Sanchez, parlando di una “vittoria schiacciante”.

La vicenda si era accesa dopo la presentazione, da parte di HMC StratCap, di un progetto per costruire una struttura di quasi 23mila metri quadrati. I residenti avevano contestato il possibile impatto su ambiente, consumo di acqua ed energia, tariffe delle utenze e vicinanza alle abitazioni.

Molte città e contee statunitensi avevano già introdotto moratorie temporanee o a tempo indeterminato sui data center attraverso decisioni dei governi locali. Il caso di Monterey Park è diverso perché il divieto è stato approvato direttamente dagli elettori.

Paura per ambiente e aumento delle bollette per luce e acqua

Il consiglio comunale di Monterey Park aveva già approvato ad aprile una moratoria a tempo indeterminato sui data center, dopo le proteste contro il progetto promosso da HMC StratCap, società di investimento interessata a realizzare una struttura in città.

I residenti temevano effetti negativi sull’ambiente, aumento delle tariffe di acqua ed elettricità e la vicinanza dell’impianto alle abitazioni.

Il quesito sottoposto agli elettori chiedeva di vietare i data center in tutta la città “per proteggere la qualità dell’aria, le risorse di acqua potabile e la salute pubblica” e per prevenire impatti sulle tariffe di elettricità e acqua. Il divieto resterà in vigore fino a eventuale revoca da parte degli stessi elettori.

Una scelta pensata per reggere anche in tribunale

Secondo Sanchez, la strada del voto popolare serve anche a rendere il divieto più solido dal punto di vista legale. HMC StratCap aveva minacciato azioni giudiziarie contro una possibile estensione della moratoria e contro la misura referendaria, anche se gli sviluppatori hanno poi indicato di non voler procedere.

“Poter dire in tribunale che i residenti di Monterey Park hanno votato per vietare i data center è un indicatore molto migliore della posizione della comunità rispetto al fatto che solo cinque consiglieri comunali abbiano approvato un’ordinanza”, ha spiegato Sanchez.

La protesta locale

La campagna per il divieto è stata sostenuta da gruppi locali, tra cui No Data Center in Monterey Park e San Gabriel Valley Progressive Action.

Amy J. Wong, cofondatrice di San Gabriel Valley Progressive Action, ha spiegato al Guardian che il consiglio comunale ha ascoltato le preoccupazioni dei cittadini. “Le hanno prese sul serio, cosa che non molti consigli comunali fanno”, ha detto.

Gli organizzatori hanno lavorato in tempi stretti. Secondo Wong, la campagna ha avuto circa due mesi per informare i residenti. Sono stati stampati 10.000 volantini e inviati materiali in inglese, cinese e spagnolo.

Molti cittadini erano già contrari ai data center, ma non tutti avevano chiaro come votare. Alcuni pensavano che per sostenere il divieto fosse necessario votare “no”. Gli attivisti hanno quindi dovuto spiegare che il voto favorevole alla misura era il “sì”.

Negli Usa cresce la protesta contro i data center per l’AI

Il voto di Monterey Park si inserisce in una protesta più ampia contro i data center per l’AI negli Stati Uniti. Secondo Quartz, la crescita dei consumi energetici sta alimentando un’opposizione politica sempre più organizzata, spinta soprattutto dal timore di bollette più alte.

Un sondaggio Gallup indica che il 70% degli americani non vorrebbe un data center AI nella propria comunità. Il tema è già diventato operativo: secondo i dati di Data Center Watch citati da Fortune, l’opposizione locale ha bloccato o interrotto 48 progetti per oltre 156 miliardi di dollari nell’ultimo anno. Alla base ci sono anche i costi energetici.

Una ricerca pubblicata su Environmental Research Letters stima che la quota di consumo elettrico nazionale dei data center sia passata dall’1,9% al 4,4% nel quinquennio concluso nel 2023, con possibili aumenti dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità tra il 6% e il 29% entro fine decennio. In Virginia, uno dei principali hub del settore, i costi di generazione potrebbero salire fino al 57%.

In Italia abbiamo il caso della Lombardia

Il caso americano trova un primo parallelo anche in Italia, soprattutto in Lombardia. Come abbiamo raccontato la settimana scorsa, la regione concentra una quota rilevante dei data center nazionali e sta discutendo una legge per regolamentarne lo sviluppo, mentre il Governo ha dichiarato di “preminente interesse nazionale” il maxi progetto EdgeConneX tra Milano Sud e Lodigiano.

Nell’area milanese sono già attivi 33 data center sui 49 presenti in Lombardia; altri 10 sono in costruzione e 23 in valutazione. Il nodo è simile a quello emerso negli Stati Uniti: attrarre investimenti e capacità digitale senza lasciare ai territori solo consumo di suolo, pressione energetica, impatto idrico e opposizione locale.

La Regione sostiene che la nuova legge serva proprio a colmare il vuoto normativo, privilegiando aree dismesse, recupero del calore residuo e compensazioni territoriali. Una cinquantina di sindaci ha però chiesto il rinvio del testo, segno che anche in Italia la crescita dei data center sta diventando una questione politica e non solo industriale.

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Indipendenza digitale, la proposta della Commissione scontenta tutti. Critiche incrociate da Europarlamento e Big Tech Usa

Il pacchetto di provvedimenti annunciato dalla Commissione Ue per spingere l’uso di tecnologie europee e allentare la dipendenza dal tech made in Usa, che pesa per l’80% sul totale del parco tecnologico nel Vecchio Continente, è stato accolto da forti critiche interne (da parte dell’Europarlamento) ed esterne (le Big Tech americane, bersaglio per quanto mascherato dell’offensiva).  

Le due proposte legislative, una dedicata alla produzione di microprocessori (Chips Act 2.0) e l’atro con l’obiettivo di sviluppare l’AI per il Cloud a livello europeo (CADA, Cloud and AI Development Act) ha sollevato non poche rimostranze, a partire dall’Europarlamento. Del pacchetto fanno parte anche misure open source, ma anche di efficienza energetica.

Il piano dell’esecutivo UE, ad ogni modo, dovrà incassare il sostegno dei 27 paesi del blocco e del Parlamento europeo nei prossimi mesi.

Pacchetto per favorire digitale made in Europe

Henna Virkkunen, commissaria europea alla Sovranità Digitale, ha presentato il pacchetto che esclude i giganti statunitensi come Amazon, Microsoft e Google dalle gare d’appalto cloud più sensibili, incoraggiando al contempo una rapida realizzazione di data center che utilizzino almeno in parte hardware o software europei. Per quanto riguarda i chip, il piano non si concentra tanto sull’attrarre impianti all’avanguardia, quanto sul sostenere i punti di forza esistenti del principale produttore di apparecchiature per chip ASML, dai materiali al packaging avanzato, sfruttando la domanda pubblica per aiutare le startup a crescere.

Ma con pochi campioni europeo, ridurre la dipendenza non sarà facile. Il blocco non ha una versione europea di Nvidia per la progettazione di chip per l’intelligenza artificiale, nessun concorrente della taiwanese TSMC per la loro produzione, e nessun gigante del software paragonabile ai grandi hyperscaler in grado di guidare la domanda attraverso vaste piattaforme Cloud.

Requisiti di sovranità in settori sensibili come banche, energia e sanità

La spinta verso requisiti di sovranità in settori sensibili come quello bancario, energetico e sanitario è motivata dalle preoccupazioni per il dominio dei giganti tecnologici statunitensi, nonché da timori relativi a leggi come il Cloud Act, che obbliga i fornitori con sede negli Stati Uniti a concedere alle autorità l’accesso ai dati anche se archiviati all’estero.

Criteri di sovranità negli appalti pubblici

La proposta dell’UE, finora inedita e che potrebbe subire modifiche dell’ultimo minuto, introduce anche criteri “non di prezzo” obbligatori per gli appalti pubblici, inclusi requisiti per software e hardware sviluppati all’interno dell’UE, il che svantaggerebbe le grandi aziende tecnologiche statunitensi.

Proposta troppo morbida per l’Europarlamento

La proposta è carente, dice Kim van Sparrentak, eurodeputato dei Verdi, che non considera abbastanza severo il provvedimento per assicurare l’indipendenza digitale dell’Europa a lungo termine.

Secondo i detrattori, scrive Politico.eu, la proposta della Commissione è forte nelle intenzioni ma debole nel confronto diretto con el big tech come Google, Microsoft e Amazon.

“La proposta resta troppo permissiva”, dice Christophe Grudler, europarlamentare centrista già in prima linea nella battaglia contro Starlink e l’invadenza extra Ue nel settore satellitare. Per Grudler il pacchetto lascerebbe ancora spazio alle aziende estere per offrire servizi a fette molto delicate e sensibili dell’economia europea.

L’Europarlamento ha così già manifestato apertamente l’intenzione di tentare di rimodellare la proposta.

Il CADA cuore del pacchetto

Il Cloud and AI Development Act (CADA), che rappresenta di fatto il cuore del pacchetto presentato nell’independence Day, introduce una certificazione su quattro livelli che le autorità pubbliche dovrebbero utilizzare per valutare strumenti digitali in base alla loro vulnerabilità a interferenze straniere. In alcuni casi, gli enti pubblici potrebbero essere costretti a sostituire servizi stranieri con alternative europee nel nome del principio del “Buy European”.

Ma larghe fasce del mercato europeo potrebbero comunque restare aperte ai giganti americani. Anche perché il fatto di bloccarli dipenderebbe dalla volontà dei singoli paesi europei di fare arrabbiare Trump.

“Avrei voluto sentire più chiaramente dalla Commissione che gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile per il settore pubblico europeo, così come non lo è la Cina”, ha detto Aura Salla, membro del Parlamento europeo di centro-destra, alla commissaria europea per la tecnologia, Henna Virkkunen, durante un’audizione in commissione dopo la presentazione del pacchetto.

Big Tech sulle barricate: un danno per le organizzazioni Ue

Sul fronte opposto delle Big Tech è già partita la protesta, nonostante il tentativo di Bruxelles di depurare al massimo l’idea che il pacchetto sia specificamente anti-americano.

“L’attenzione della proposta su criteri geografici e di nazionalità non favorisce risultati efficaci in termini di sovranità”, ha detto Guido Lobrano, direttore generale per l’Europa dell’Information Technology Industry Council, un’associazione di categoria che annovera tra i suoi membri Amazon, Meta, Google e Microsoft.

Lobrano è stato raggiunto dalle parole di Harry Staight, portavoce di Amazon: “Le organizzazioni europee meritano di avere accesso alla migliore tecnologia disponibile da fornitori affidabili, scelti in base a sicurezza, prestazioni, controlli verificabili e rapporto qualità-prezzo”.

Insomma, il tentativo di Henna Virkkunen, commissario Ue alla Sovranità Digitale, di togliere l’etichetta di protezionismo anti-americano al pacchetto appena predentato è fallito sul nascere.

Mentre Virkkunen presentava il piano mercoledì, racconta Politico che gli ambasciatori dell’UE, riuniti dall’altra parte della strada, stavano approvando una proposta della Commissione per l’adesione dell’UE a Pax Silica, un nuovo club guidato dagli Stati Uniti volto a garantire le catene di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale in chiave anti cinese.

CCIA attacca: “Carta bianca alle capitali Ue per escludere le Big Tech”

Daniel Friedlaender, responsabile della sede di Bruxelles del gruppo di pressione tecnologico CCIA, tra i cui membri figurano Google, Meta, Uber e Airbnb, ha affermato che la proposta “di fatto concede alle capitali nazionali carta bianca per escludere fornitori globali affidabili provenienti da tutti i principali paesi produttori di tecnologia al di fuori dell’Unione”.

Se la legge diventerà uno strumento per estromettere i giganti tecnologici statunitensi o un trampolino di lancio per i campioni europei dipenderà da quanto Bruxelles e le capitali dell’UE saranno disposte a spingersi oltre i propri poteri. Tuttavia, il percorso attraverso i negoziati tra il Parlamento e i governi nazionali dell’UE potrebbe essere lungo e accidentato.

I ministri del digitale dell’UE dovrebbero esprimere il loro parere durante il loro incontro in Lussemburgo la prossima settimana, e potrebbero reagire negativamente a una proposta che potrebbero considerare un’ingerenza nei loro poteri decisionali e nelle prerogative nazionali.

Bitcom (Confindustria digitale tedesca), passare dalle parole ai fatti

“È fondamentale che questi sforzi non si fermino a semplici annunci. L’Europa deve agire rapidamente”, sostiene dal canto suo Bitcom, la Confindustria digitale tedesca. Henna Virkkunen, commissaria europea per la tecnologia, ha presentato il pacchetto che esclude i giganti statunitensi come Amazon, Microsoft e Google dalle gare d’appalto cloud più sensibili, incoraggiando al contempo una rapida realizzazione di data center che utilizzino almeno in parte hardware o software europei. Per quanto riguarda i chip, il piano non si concentra tanto sull’attrarre impianti all’avanguardia, quanto sul sostenere i punti di forza esistenti del principale produttore di apparecchiature per chip ASML, dai materiali al packaging avanzato, sfruttando la domanda pubblica per aiutare le startup a crescere.

Ma con pochi campioni regionali, ridurre la dipendenza non avverrà rapidamente. Il blocco non ha una versione europea di Nvidia per la progettazione di chip per l’intelligenza artificiale, nessun concorrente della taiwanese TSMC per la loro produzione, e nessun gigante del software paragonabile alle grandi aziende statunitensi in grado di guidare la domanda attraverso vaste piattaforme cloud.

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Indipendenza digitale. Chi è Jim Hagemann Snabe, l’inviato speciale Ue per l’AI industriale

Jim Hagemann Snabe sarà consigliere di Ursula von der Leyen e Henna Virkkunen per tutto quello che riguarda l’AI industriale europea

La Commissione europea ha nominato Jim Hagemann Snabe inviato speciale per l’intelligenza artificiale (AI) industriale, affidandogli un ruolo che segnala un cambio di passo nella strategia digitale di Bruxelles. L’obiettivo non è solo regolamentare l’AI, ma accelerarne l’adozione nelle filiere produttive europee, rafforzando al tempo stesso la sovranità tecnologica dell’Unione.

A seguito della presentazione della proposta di strategia per la sovranità tecnologica europea, Snabe dovrà consigliare direttamente la presidente Ursula von der Leyen e la vicepresidente con delega alla sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, su tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale industriale. Il suo compito sarà quello di massimizzare il potenziale trasformativo dell’AI nell’Ue, mettendo a fuoco le condizioni concrete per la diffusione della tecnologia: infrastrutture, potenza di calcolo, semiconduttori, cloud e applicazioni industriali.

Come specificato nel comunicato di nomina, la Commissione gli affida anche la redazione di una relazione basata su dati concreti e orientata al futuro. Il rapporto dovrà coprire l’intero ecosistema dell’AI industriale, con particolare attenzione ai data center, al calcolo ad alte prestazioni, alle catene di approvvigionamento dei chip e alle tecnologie fondamentali dell’AI, dai modelli linguistici di grandi dimensioni all’AI generativa.

Entra in scena la dimensione industriale dell’AI e dell’autonomia tecnologica

Il punto politico è rilevante. Finora il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale è stato dominato soprattutto dalla dimensione regolatoria. Con Snabe, Bruxelles prova a mettere in primo piano anche la dimensione industriale, cioè la capacità dell’Europa di non limitarsi a fissare regole, ma di costruire un’infrastruttura tecnologica e produttiva in grado di sostenere competitività, autonomia e sicurezza economica.

La scelta cade su un profilo con una lunga esperienza nel settore IT e in ruoli apicali legati ad AI, manifattura avanzata e tecnologie pulite. Fino a oggi Snabe ha lavorato in SAP, IBM Danimarca e ha ricoperto diversi ruoli di vertice in grandi società europee tra cui Siemens, A.P. Møller-Mærsk, Allianz e Northvolt.

La Commissione sottolinea che la sua competenza non è facilmente disponibile nella stessa misura all’interno dell’istituzione, ed è proprio questa combinazione di leadership strategica e conoscenza industriale ad aver reso la nomina particolarmente attraente per Bruxelles.

Snabe seguirà anche data center, cloud, software avanzati, l’introduzione e l’uso di tecnologie avanzate in tutte le industrie Ue

Il mandato di Snabe è ampio. Dovrà seguire l’intero ecosistema dell’AI industriale, con attenzione non solo alle infrastrutture, ma anche ai servizi cloud, ai software avanzati per l’IA e all’uso della tecnologia nei diversi settori industriali europei.
In pratica, dovrà contribuire a collegare innovazione tecnologica, bisogni produttivi e impostazione regolatoria, aiutando la Commissione a evitare che l’Europa resti intrappolata in una strategia solo normativa.

La sua figura assume importanza proprio nel più ampio tentativo dell’Ue di costruire una strategia per la sovranità tecnologica più credibile e concreta. Dopo anni di dipendenza da pochi grandi fornitori globali, la Commissione cerca ora di rafforzare l’intera catena del valore digitale, dal calcolo ai chip, dai data center alla distribuzione industriale dell’AI. Snabe dovrà essere uno dei ponti tra questa ambizione politica e la sua traduzione pratica.

L’incarico durerà fino al 31 marzo 2027 e, come sottolineato nel documento di nomina della Commissione, sarà non retribuito. Bruxelles ha precisato di aver svolto una verifica preventiva per escludere conflitti di interesse e ha chiesto al nuovo inviato speciale di sospendere, per tutta la durata del mandato, la partecipazione al comitato consultivo di Google Cloud e al consiglio di amministrazione di C3.ai.

Non solo regole, anche una concreta capacità di innovare infrastrutture e produzione

È un passaggio delicato, ma anche inevitabile: per guidare l’Europa in una fase in cui la competizione sull’IA si gioca su infrastrutture, capitale e capacità industriale, la Commissione ha bisogno di una figura con esperienza vera nel settore privato. Al tempo stesso, però, deve dimostrare di saper governare i rischi di commistione tra interesse pubblico e legami con i grandi player tecnologici.

La nomina di Snabe va letta così: come il tentativo di dare all’Europa una voce industriale forte sull’AI, in una fase in cui la sovranità tecnologica non si misura più solo sulla capacità di scrivere norme, ma sulla possibilità di costruire sistemi, infrastrutture e capacità produttive all’altezza della sfida globale.

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Google consentirà ai siti web di escludersi dai risultati di ricerca AI Overviews e AI Mode

Google permetterà ai siti web di escludersi dai risultati generati dall’intelligenza artificiale in Search. La novità riguarda AI Overviews e AI Mode, le funzioni che sintetizzano contenuti e rispondono alle query degli utenti usando sistemi generativi.

La società lo ha annunciato in un post sul suo blog ieri. L’avvio dei test, ha spiegato, consentirà ai proprietari dei siti di decidere se le proprie pagine potranno apparire nelle risposte AI e contribuire a fondarle. Il test partirà inizialmente con un piccolo gruppo di proprietari di domini nel Regno Unito, prima di un’estensione globale.

“Siti che scelgono l’opt-out non riceveranno traffico o impression dalle nostre funzionalità di AI generativa”, ha spiegato Google. La società ha precisato anche che questa scelta “non sarà usata come segnale di ranking per i risultati di ricerca al di fuori di queste funzionalità generative di Google Search”.

Il nodo del traffico agli editori

La novità di Google annunciata ieri arriva dopo le pressioni e le preoccupazioni dell’editoria internazionale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, le funzionalità AI di Google, come AI Overviews e gli strumenti conversazionali basati sull’intelligenza artificiale, stanno incidendo in modo significativo sul traffico dei siti di notizie.

Secondo i dati Similarweb citati dal Journal, per il New York Times la quota di traffico da ricerca organica verso i siti desktop e mobile è scesa al 36,5% nell’aprile 2025, rispetto al 44% di tre anni prima.

Google sostiene invece che AI Overviews abbia aumentato il traffico complessivo sulla piattaforma, ma per molti editori il punto resta la distribuzione di quel traffico e il rischio che i contenuti giornalistici vengano usati per generare risposte senza produrre visite equivalenti ai siti originali.

Pressione dei regolatori britannici

Anche le autorità britanniche hanno fatto pressioni a Google. La Competition and Markets Authority, CMA, ha imposto all’azienda una nuova regola legata al suo potere di mercato, dopo averla qualificata come società con “strategic market status”.

Secondo la CMA, il nuovo controllo darà agli editori, incluse le organizzazioni giornalistiche, una posizione più forte nella negoziazione degli accordi sui contenuti con Google.

Già a gennaio il governo britannico aveva annunciato l’intenzione di obbligare Google a introdurre un meccanismo di opt-out per offrire “un accordo più equo” agli editori, in particolare alle testate giornalistiche. A marzo Google aveva risposto spiegando di voler sviluppare aggiornamenti per consentire ai siti di escludersi in modo specifico dalle funzioni generative nella ricerca.

In Italia si è mossa anche l’Agcom

In Italia il tema è già arrivato sul tavolo dell’Agcom. Dopo una segnalazione della FIEG, l’Autorità ha deciso di trasmettere alla Commissione europea una richiesta di valutazione sui servizi AI Overviews e AI Mode di Google Ireland, alla luce degli articoli 27, 34 e 35 del Digital Services Act.

Secondo gli editori, l’introduzione dei riepiloghi AI rischia di ridurre visibilità e reperibilità dei contenuti giornalistici, con effetti sulla sostenibilità economica delle testate, soprattutto più piccole e indipendenti, e sul pluralismo dell’informazione. Agcom ha inoltre deciso di istituire un tavolo permanente tra Google, piattaforme interessate ed editori sui temi di copyright, intelligenza artificiale ed equo compenso.

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