Deepfake e pedopornografia, la giustizia francese attende Musk per la sua inchiesta su X (ma senza illudersi)

Elon Musk, convocato a Parigi per un interrogatorio nell’ambito di un’indagine sulle potenziali irregolarità del suo social network X, dovrebbe comparire oggi davanti alle autorità francesi. La magistratura francese intende proseguire le indagini a prescindere dalla presenza o meno del magnate americano.

Non sono state diffuse informazioni sul luogo o sull’orario della convocazione di Musk, che lui stesso ha definito “un attacco politico”. Secondo la procura di Parigi, Musk e l’ex CEO di X, Linda Yaccarino, sono indagati “nella loro veste di gestori de facto e de jure della piattaforma X al momento dei presunti reati”. La procura è in prima linea nella lotta contro l’impunità dei giganti della tecnologia. Ha già avviato indagini sulle attività dell’app di messaggistica Telegram, della piattaforma di live streaming Kick, dell’app video TikTok e del rivenditore online Shein.

Indagine su X simbolica a Parigi

Ma l’indagine su X è la più simbolica e ricalca un’azione analoga avanzata dalla stessa Commissione Ue su 3 milioni di immagini sessualizzate su Grok, lo strumento di AI della piattaforma. L’indagine ha come obiettivo uno dei più grandi social network al mondo, di proprietà di Elon Musk, l’uomo più ricco del pianeta, un tempo vicino a Donald Trump.

Il procedimento non è passato inosservato al multimiliardario. Soprattutto da quando, a metà febbraio, i magistrati francesi hanno perquisito gli uffici parigini di X e lo hanno convocato.

“Sono ritardati mentalmente”, ha detto in francese sul suo social network X a metà marzo.

Deepfake e pedopornografia

L’indagine francese, avviata nel gennaio 2025 e gestita dall’unità nazionale di cybercriminalità della gendarmeria, “riguarda potenziali violazioni della legge francese da parte della piattaforma X, alla quale ovviamente deve conformarsi sul territorio francese”, ha detto la procura di Parigi.

L’indagine si basa in particolare sulla possibile complicità nella distribuzione di materiale pedopornografico e sull’utilizzo di Grok, il modello di intelligenza artificiale di X per creare “deepfake”, ovvero immagini ultra-realistiche e sessualmente esplicite create senza il consenso delle vittime, ha spiegato.

Per X si tratta di indagine politica

In una dichiarazione, il social network ha denunciato le perquisizioni come un “atto giudiziario abusivo” basato su “motivazioni politiche” e ha negato qualsiasi illecito. Ha affermato che “non si lascerà intimidire”.

“La procura di Parigi sta chiaramente cercando di esercitare pressioni sul management di X negli Stati Uniti prendendo di mira la sua filiale francese”, sostiene la società americana. La procura di Parigi ha chiarito sabato: “In conformità con la procedura penale francese, che garantisce a ogni persona indagata la possibilità di parlare dei reati contestati, i dirigenti e il personale della società X sono stati convocati per essere interrogati”, ha ribadito. Ma “la loro presenza o assenza non costituisce un ostacolo al proseguimento delle indagini”, ha aggiunto.

“Lo svolgimento di questa indagine, in questa fase, si inserisce in un approccio costruttivo“, aveva dichiarato in precedenza la procuratrice di Parigi Laure Beccuau, “con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti la legge francese”.

“Anche le autorità giudiziarie di altri Paesi hanno avviato indagini contro X”, ha precisato sabato la procura di Parigi, aggiungendo di aver trasmesso alcuni documenti relativi al procedimento al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, alla Procura Generale della California e alla Procura degli Stati Uniti di New York, “nonché a diverse procure europee”.

“Separazione dei poteri”

Venerdì il Wall Street Journal ha riportato la notizia di una lettera inviata dall’Ufficio per gli Affari Internazionali del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ma la procura di Parigi ha dichiarato all’AFP di “non essere a conoscenza di tale lettera”. In questa lettera, il sistema giudiziario federale prende posizione a favore di X, sostenendo in particolare che l’inchiesta di Parigi viola il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti in materia di libertà di espressione, secondo quanto riportato dal giornale. Ciò non ha tuttavia influenzato l’inchiesta francese: “È necessario ribadire che la Costituzione francese garantisce la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura. Le indagini penali sono condotte sotto la sola autorità dei magistrati”, ha dichiarato la procura di Parigi.

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Engineering presenta IS-IA, architettura “sovrana”. Bisio: “Portiamo sul mercato una GenAI sviluppata in Italia”

Engineering presenta IS-IA (Italy’s Sovereign Intelligence Architecture), un approccio architetturale pensato per sviluppare e governare un’intelligenza artificiale “italiana, sicura e ispezionabile”. L’iniziativa si inserisce nel dibattito crescente sulla sovranità tecnologica e sul controllo dei sistemi AI, con l’obiettivo di offrire alle organizzazioni un’alternativa ai modelli globali difficilmente governabili.

Secondo quanto comunicato dall’azienda, IS-IA è progettata per permettere a imprese e pubbliche amministrazioni di mantenere il controllo su dati, modelli e infrastrutture, trasformando l’AI da semplice strumento a “asset che genera valore cumulabile nel tempo”.

Alla base dell’architettura c’è EngGPT 2, piattaforma di Private Generative AI sviluppata in Italia e conforme agli standard dell’AI Act. Si tratta di un large language model da 16 miliardi di parametri, addestrato su circa 2,5 mila miliardi di token, di cui circa il 25% in lingua italiana, con l’obiettivo di migliorare l’accuratezza nei contesti economici, sociali e normativi del Paese.

Bisio: “Non si tratta solo di adottare l’AI: si tratta di costruirla e governarla come asset strategico del Paese”

L’adozione pervasiva della GenAI è un passaggio urgente per la competitività del Paese. Deve tuttavia essere pienamente governabile per evitare “espropri” di competenze e know how distintivi delle nostre aziende e Istituzioni. Abbiamo sviluppato una architettura “sovrana” (nel senso di governabile e ispezionabile), che consente di mantenere il pieno controllo su dati, modelli e infrastrutture, per preservare il patrimonio cognitivo e delle soluzioni delle aziende e delle Istituzioni”, ha dichiarato Aldo Bisio, CEO di Engineering. “Con IS-IA, la nostra Italy’s Sovereign Intelligence Architecture costruita sul foundation model EngGPT 2, portiamo sul mercato un’architettura di GenAI sviluppata in Italia: efficiente, aperta, conforme all’AI Act, capace di integrarsi in ambienti ibridi e di adattarsi ai contesti più regolamentati. Non si tratta solo di adottare l’AI: si tratta di costruirla e governarla come asset strategico del Paese. IS-IA ed EngGPT 2 sono un abilitatore concreto di questa visione e un’opportunità per rafforzare autonomia tecnologica, innovazione e crescita del sistema Paese”, ha concluso Bisio.

IS-IA di Engineering: Governance e ciclo di vita dell’AI

IS-IA si propone come architettura end-to-end, in grado di coprire l’intero ciclo di vita dell’intelligenza artificiale. Dall’infrastruttura al dato, dal foundation model alla specializzazione, fino all’orchestrazione nei processi di business e alla governance.

L’obiettivo dichiarato è passare da un utilizzo “standardizzato” dell’AI, spesso basato su pochi modelli globali, a un approccio proprietario e personalizzato, con una libreria di modelli specializzati riutilizzabili e certificati.

Efficienza e sostenibilità

Tra gli elementi distintivi di EngGPT 2, Engineering evidenzia l’efficienza energetica. Grazie all’architettura Mixture of Experts, il modello attiva solo le componenti necessarie per ogni richiesta, riducendo i consumi fino a un quinto rispetto a modelli equivalenti.

Questo si traduce anche in una riduzione dei costi di inferenza tra il 50% e l’80%, oltre a un minore impatto ambientale legato al raffreddamento dei data center. La piattaforma è supportata da tre data center del gruppo, situati in Italia e alimentati al 100% da energia rinnovabile.

Trasparenza e conformità

EngGPT 2 è progettato secondo principi di “security by design” e garantisce tracciabilità e auditabilità complete. La piattaforma è dichiarata “verificabile”, con accesso ai dati di addestramento, alle tecniche utilizzate e ai limiti del modello, in linea con i requisiti dell’AI Act.

Engineering sottolinea inoltre l’approccio “open”, con pubblicazione di pesi, dataset e documentazione tecnica, per garantire trasparenza e verificabilità del processo di sviluppo.

IS-IA di Engineering: interoperabilità con altre piattaforme

Dal punto di vista operativo, EngGPT 2 è progettato per essere interoperabile con altre piattaforme, attraverso API e integrazioni con sistemi ERP, CRM e strumenti di analisi dati. La soluzione è disponibile anche sui principali marketplace cloud, per facilitarne l’adozione nelle infrastrutture esistenti.

L’iniziativa si inserisce in un contesto di forte crescita del mercato AI, che secondo Gartner potrebbe raggiungere i 3.300 miliardi di dollari entro il 2027. In questo scenario, Engineering evidenzia il rischio che molte applicazioni restino semplici interfacce su modelli globali, senza generare un reale vantaggio competitivo. Con IS-IA, l’azienda propone invece un modello in cui l’intelligenza artificiale diventa “capitale strategico”, governato direttamente dalle organizzazioni e integrato nei processi.

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Stipendio colf e badanti: ecco chi guadagna di più

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Badanti specializzate per la notte: lo stipendio può arrivare a 1.695,99 euro

Ogni anno quanto devono essere pagate colf e badanti non viene deciso “a occhio” o “a sentimento”, ma nasce da un passaggio preciso: associazioni dei datori di lavoro, sindacati e Ministero del Lavoro si siedono allo stesso tavolo e aggiornano i minimi. È quello che è successo anche per il 2026, con una riunione della Commissione nazionale che ha fissato le nuove retribuzioni in vigore dal 1° gennaio 2026, adeguando stipendi e valori di vitto e alloggio all’andamento dei prezzi. In pratica, tutte le cifre di stipendi, paghe orarie e indennità non sono casuali: derivano da un accordo tra le parti e rappresentano i minimi da rispettare nei rapporti di lavoro regolari.

Colf e badanti rientrano nello stesso contratto, ma svolgono funzioni diverse: la colf si occupa soprattutto della gestione della casa, dalle pulizie alla cucina, mentre la badante è dedicata all’assistenza della persona, spesso anziana, con un livello di responsabilità che cresce in base all’autonomia dell’assistito.

Quanto costa una badante convivente nel 2026?

Quando una famiglia decide di affidare le chiavi del proprio quotidiano a un collaboratore – spesso per seguire un genitore anziano o garantire una presenza stabile in casa – la prima bussola per orientarsi è quella tabella dei minimi salariali che dà un prezzo al tempo e alla cura. Si parte dai 908,10 € per un aiuto generico (livello A), una cifra che sale a 958,55 € se si cerca un profilo con un minimo di esperienza (AS). Man mano che le mansioni si fanno più articolate, il valore del supporto cresce: per un collaboratore qualificato (livello B) la base è di 983,16 €, arrivando a 1.053,39 € se l’assistenza è dedicata a una persona autosufficiente (BS).

Il passaggio più evidente arriva quando la cura diventa centrale: per un collaboratore con competenze specifiche (livello C) il minimo è 1.123,63 €, mentre per la figura più diffusa, la badante che assiste una persona non autosufficiente (CS), si sale a 1.193,84 €. Se poi si cercano profili ancora più esperti o con responsabilità elevate, i minimi arrivano a 1.404,51 € (livello D) e 1.474,73 € (DS). Nel complesso, tra la soglia più bassa e quella più alta ci sono 566,63 € di differenza.

Stipendio colf e badanti non conviventi

Non tutte le famiglie hanno bisogno di una persona che viva in casa: in molti casi il rapporto è organizzato su più ore al giorno, ma senza convivenza. Una formula che bilancia supporto e autonomia, regolata da soglie economiche precise che danno valore al lavoro svolto. Si parte dai 702,25 € per un collaboratore qualificato (livello B), cioè una figura che lavora con continuità nelle attività domestiche ma rientra a casa propria a fine giornata.

Se il compito si fa più delicato e si sposta sull’assistenza a una persona autosufficiente (BS), il minimo sale a 737,39 €, mentre per chi mette a disposizione competenze tecniche e specifiche (livello C) la cifra arriva a 814,60 €. In questo scenario, la distanza tra il primo e l’ultimo gradino è di appena 112,35 € al mese: un divario decisamente più sottile rispetto a chi vive sotto lo stesso tetto. È la prova numerica di un patto diverso, dove il costo non riflette la disponibilità totale e notturna, ma la qualità di un intervento mirato, capace di sostenere la famiglia senza però occuparne gli spazi più intimi.

Paga oraria colf e badanti 2026

Quando il supporto in casa non è continuativo ma limitato a poche ore, magari solo in alcuni giorni della settimana, cambia anche il modo in cui viene pagato: non più uno stipendio mensile, ma una tariffa oraria. In questi casi si parte da 6,51 € all’ora per un collaboratore generico (livello A), impegnato nelle attività più semplici, e si sale a 6,76 € se il lavoratore ha già una minima esperienza (AS).

Se si cerca una figura qualificata (livello B), il minimo orario è 7,01 €, che sale a 7,45 € quando l’attività riguarda l’assistenza a una persona autosufficiente (BS). Quando però il lavoro richiede competenze più specifiche, le cifre aumentano: 7,86 € per un collaboratore con abilità particolari (livello C) e 8,30 € per una badante che assiste una persona non autosufficiente (CS). I livelli più alti, legati a profili con maggiore esperienza e responsabilità, arrivano a 9,57 € (livello D) e 9,97 € per un assistente qualificato che segue situazioni più complesse (DS).

Tra la prestazione più semplice e quella più complessa la differenza è di 3,46 € all’ora. Su una giornata di 8 ore significa 27,68 € in più: una distanza che riflette il diverso livello di competenze richieste e la maggiore responsabilità legata all’assistenza.

Quanto costa una badante di notte nel 2026?

È nel silenzio delle ore piccole della notte che l’assistenza si trasforma in un impegno totale, spesso legato a necessità sanitarie o alla sicurezza di chi non può restare solo. Proprio per questo, la soglia del compenso si alza, riflettendo la delicatezza di un compito che non conosce riposo.

Si parte da un minimo di 1.211,38 € al mese per il supporto a una persona autosufficiente (livello BS), ovvero quando la presenza è richiesta ma l’intervento non è costante. Tuttavia, se l’assistito non è autosufficiente (CS), la responsabilità si fa più densa e il minimo sale a 1.372,91 €, prevedendo la necessità di una vigilanza vigile e intermittente. Al vertice della scala retributiva si colloca l’assistente altamente qualificato per persone non autosufficienti, che raggiunge i 1.695,99 € al mese: è la cifra più alta tra quelle previste e segna il livello massimo di responsabilità nel lavoro domestico. Come si vede anche nel grafico, qui non si tratta più solo di garantire una presenza, ma di intervenire con competenze tecniche in contesti complessi e spesso delicati, dove l’assistenza diventa continua e altamente specializzata.

In questo scenario notturno, il divario tra il livello base e quello di massima specializzazione raggiunge i 484,61 € mensili. È una differenza che dà una misura economica al valore del sonno sacrificato e della competenza professionale, perché vegliare su chi è fragile non è solo un lavoro, ma un presidio di sicurezza che merita il giusto riconoscimento.

Quali sono i minimi ufficiali per la notte?

Non sempre di notte serve un’assistenza continua: spesso è sufficiente una presenza in casa, pronta a intervenire solo se necessario. In questi casi si parla di “presenza notturna”, una formula diversa dal lavoro attivo e retribuita con un importo fisso. Il minimo mensile è 811,09 €, uguale per tutti i livelli, proprio perché si tratta di disponibilità e non di attività costante. È la situazione tipica di un anziano autosufficiente che vive da solo e ha bisogno di un punto di riferimento nelle ore notturne: non un’assistenza continua, ma qualcuno che garantisca sicurezza.

Vitto e alloggio colf conviventi

Quando il lavoratore vive in casa, vitto e alloggio sono normalmente inclusi nel rapporto; se però non vengono garantiti, devono essere pagati a parte. Il riferimento sono le indennità giornaliere: 2,33 € per pranzo o colazione, 2,33 € per la cena e 2,00 € per l’alloggio, per un totale di 6,66 € al giorno. Su un mese di 30 giorni fanno 199,80 € (6,66 € × 30). Una cifra contenuta, ma che serve a quantificare in modo preciso costi che, nella convivenza, di solito restano impliciti.

Colf e badanti: tariffe prestazioni particolari

Ci sono casi in cui il lavoro domestico non è continuativo, ma legato a interventi mirati, concentrati in poche ore e spesso più impegnativi. In queste situazioni si applicano tariffe dedicate, più alte rispetto a quelle standard. Per l’assistenza a una persona autosufficiente (BS) il minimo è 8,91 € all’ora, che sale a 10,75 € quando si tratta di un assistente qualificato per una persona non autosufficiente (DS). La differenza è di 1,84 € all’ora: su un intervento di 5 ore significa 9,20 € in più (da 44,55 € a 53,75 €), a riflettere il maggiore livello di competenze richiesto.

Indennità aggiuntive e aumenti

Oltre alla retribuzione base, sono previste maggiorazioni legate a situazioni di lavoro più complesse. Per l’assistenza a persone non autosufficienti si aggiungono 138,54 € al mese per i conviventi, 97,06 € per i non conviventi oppure 0,84 € all’ora nei rapporti a prestazione. Se il ruolo comporta responsabilità particolari o condizioni operative specifiche, si sommano ulteriori 119,66 € mensili o 0,70 € all’ora. A queste si aggiunge una quota fissa di 30,27 € al mese prevista dal contratto. Quando tutte queste condizioni si verificano insieme, l’integrazione complessiva raggiunge 288,47 € al mese (138,54 € + 119,66 € + 30,27 €), incidendo direttamente sul costo finale del rapporto.

I dati si riferiscono al 2026

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Euro digitale, il cloud affidato alle francesi OVHcloud e Scaleway (del gruppo iliad)

Euro digitale, la Bce accelera sull’infrastruttura: il ruolo chiave del cloud sovrano europeo

In un momento in cui l’Europa è chiamata a rafforzare la propria autonomia tecnologica e finanziaria, il progetto dell’euro digitale assume un valore che va ben oltre l’innovazione nei pagamenti. Al centro del dibattito ci sono tre temi chiave: sovranità, resilienza e competitività. In questo scenario, costruire un’infrastruttura digitale basata su tecnologie e operatori europei diventa un passaggio cruciale per il futuro economico e strategico del continente.

Oggi siamo entrati in una fase sempre più concreta e operativa del progetto e si parte proprio da un elemento spesso poco visibile al grande pubblico, ma fondamentale: l’infrastruttura tecnologica. In questo contesto si inserisce la scelta della Banca centrale europea (Bce) di coinvolgere fornitori di servizi cloud europei come OVHcloud e Scaleway (gruppo iliad).

Non si tratta di attori che “gestiranno” direttamente l’euro digitale, né di fornitori di wallet o interfacce per i cittadini. Il loro ruolo è più profondo e forse ‘invisibile’: costruire e gestire l’ossatura cloud su cui poggerà una parte rilevante dell’infrastruttura tecnica dell’euro digitale.

Il loro compito è fornire capacità computazionale e storage distribuiti in data center europei, ambienti cloud certificati e conformi alle normative dell’Unione europea, infrastrutture resilienti e scalabili per sostenere volumi elevati di transazioni, garanzie di sovranità dei dati, con gestione interamente all’interno dell’Unione.

Il cuore tecnico dell’euro digitale: il sistema SEPI

Dal punto di vista tecnico, l’architettura dell’euro digitale sfrutterà il protocollo SEPI (Secure Exchange of Payment Information) e, attraverso la procedura di gara della Bce, Senacor Technologies è stata selezionata per sviluppare questa componente chiave.

Il sistema SEPI è progettato per consentire lo scambio sicuro di informazioni di pagamento tra le organizzazioni coinvolte nel futuro sistema digitale dell’euro.

È qui che entrano in gioco OVHcloud e Scaleway. Il loro compito è fornire capacità computazionale e storage distribuiti in data center europei, ambienti cloud certificati e conformi alle normative UE, infrastrutture resilienti e scalabili per sostenere volumi elevati di transazioni, e garanzie di sovranità dei dati, con gestione interamente all’interno dell’Unione.

In altre parole, non gestiscono i pagamenti, ma rendono possibile che questi avvengano in modo sicuro, continuo e conforme alle regole europee.

Perché il cloud è così centrale

La scelta della BCE di puntare su cloud provider europei risponde a una logica precisa: costruire un’infrastruttura critica e strategica sotto controllo europeo.

Negli ultimi anni, il tema della dipendenza tecnologica da operatori extra-UE – in particolare statunitensi – è diventato sempre più rilevante. Nel caso dell’euro digitale, questa dipendenza sarebbe difficilmente accettabile, considerando che si tratta di una infrastruttura monetaria pubblica, un sistema destinato a gestire dati sensibili su pagamenti e comportamenti economici, un pilastro della futura autonomia strategica europea nel digitale.

Il cloud, quindi, non è solo una scelta tecnica, ma una decisione geopolitica e industriale.

OVHcloud e Scaleway rappresentano, in questo senso, due esempi di cloud sovrano europeo: data center localizzati nell’Ue, governance europea, compliance con il quadro normativo comunitario (inclusi GDPR e future regolamentazioni sui dati).

Le italiane Almaviva e Fabrick per un euro digitale facile e sicuro da usare

Almaviva e Fabrick rappresentano l’unico raggruppamento italiano che si è aggiudicato una gara per la realizzazione dell’euro digitale, regolata dal principio della sovranità europea. In questo contesto l’app e il kit di sviluppo software sono cruciali sia perché delineano il cuore operativo del futuro euro digitale, sia perché supporteranno l’indipendenza nei pagamenti della UE.

L’applicazione consentirà ai cittadini e alle imprese di utilizzare in modo semplice e sicuro la nuova forma digitale della moneta europea, affiancando banconote e monete tradizionali

Ogni componente dell’infrastruttura sarà progettato con criteri di “security by design” e “privacy by design”, per garantire la massima protezione delle informazioni personali e finanziarie degli utenti.

Tempistiche: dal pilota al possibile lancio dell’euro digitale

Dal 1° novembre 2025, il progetto è entrato in una nuova fase operativa successiva alla preparazione. Il calendario indicativo prevede a metà 2027 il possibile avvio di un pilota, se il quadro legislativo sarà completato, mentre entro il 2029 è attesa la potenziale emissione dell’euro digitale.

Tuttavia, la decisione finale resta nelle mani del Consiglio direttivo della BCE e dipenderà dall’adozione del regolamento europeo.

Il nodo politico e regolatorio

Il vero punto critico oggi non è tecnologico, ma politico. Nel 2026 sono ancora in corso i negoziati tra Commissione, Parlamento e Consiglio su aspetti chiave come i i limiti di detenzione per i cittadini, i meccanismi di compensazione per le banche, il modello di distribuzione attraverso gli intermediari.

Senza un accordo su questi temi, lo sviluppo tecnico non potrà tradursi in un lancio effettivo.

Parallelamente, l’Eurosistema sta lavorando anche su aspetti meno visibili ma altrettanto cruciali, come l’accessibilità dell’app dell’euro digitale, l’inclusione di anziani e persone con disabilità, l’usabilità del sistema per tutta la popolazione.

Questo segnala che il progetto non è solo un’infrastruttura finanziaria, ma un servizio pubblico digitale su larga scala.

Un’infrastruttura per l’autonomia monetaria europea (e nei servizi digitali)

La selezione dei fornitori di servizi digitali per il progetto dell’euro digitale non è un dettaglio tecnico, ma un tassello di una strategia più ampia: costruire un’infrastruttura dei pagamenti europea indipendente, resiliente e sotto controllo pubblico.

In un contesto globale dominato da circuiti internazionali e piattaforme private, l’euro digitale rappresenta per l’Europa uno strumento di autonomia monetaria nel digitale, ma anche un modo per rafforzare la competitività del sistema finanziario europeo e un passo verso una sovranità tecnologica concreta.

Il cloud, in questo scenario, diventa la base invisibile ma essenziale su cui poggia l’intero progetto. Senza un’infrastruttura sicura, scalabile e europea, l’euro digitale resterebbe un’idea. Con essa, inizia a prendere forma come una reale alternativa nel futuro dei pagamenti.

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Bruxelles verso regole meno severe sui merger per creare dei Campioni Europei del digitale. Ma basterà?

Una delle principali raccomandazioni di Mario Draghi nel suo report per il rilancio competitivo dell’Europa affidato a Ursula von der Leyen a inizio mandato riguarda la necessità di allentare le regole su fusioni e acquisizioni. L’obiettivo dichiarato è la nascita di Campioni Europei in grado di competere sul palcoscenico globale con i grandi player americani e cinesi, superando la frammentazione e il nanismo delle nostre aziende. Insomma, piccolo non è più considerato belle e la Commissione Ue si sta muovendo in questa direzione.

Merger, in arrivo regole più soft

E così le nuove regole sui merger allo studio in Europa hanno lo scopo di allentare i criteri con cui la Commissione Ue decide se dare disco verde o meno alle fusioni aziendali. Lo scrive il Financial Times, secondo cui la riforma delle norme antitrust allo studio a Bruxelles è una delle più significative dal 2000, epoca in cui le decisioni relative ai merger aziendali erano più focalizzate sulle esigenze dei consumatori che delle stesse aziende.

Uno dei pillar del rapporto Draghi è quello di migliorare la competitività industriale della Ue per tenere il passo di Usa e Cina. Per farlo l’ex premier italiano propone di rendere meno cogenti le regolazioni in materia antitrust.

Troppa frammentazione penalizza la Ue

Draghi sottolinea nel suo report che un ampio numero di aziende a livello nazionale non è in grado di competere contro i pochi, ma grandi conglomerati americani e cinesi. Ed è per questo motivo che Draghi spinge per la nascita in Europa di un nuovo quadro per la promozione di acquisizioni soprattutto un settori come le telecomunicazioni e l’energia.

Secondo la bozza di riforma antitrust citata dal Financial Times, Bruxelles vuole dare maggior peso all’innovazione, agli investimenti, alla resilienza e all’auto sostenibilità del mercato unico europeo nella valutazione delle transazioni di business e delle acquisizioni. Le nuove regole hanno lo scopo di rompere con il passato e di intraprendere una profonda e ambiziosa trasformazione per adattare il tessuto economico europeo alla feroce concorrenza globale.

Crescere peer diventare attori globali

Questo cambio di prospettiva verrà attuato ponendo maggiore enfasi sulla crescita (espansione) delle imprese nei mercati globali. Sebbene le nuove norme mirino a preservare i fondamenti della concorrenza a livello europeo, danno priorità alla possibilità per le imprese europee di crescere ed espandersi per diventare attori globali.

La Commissione europea ritiene che questa situazione possa avere un impatto positivo sull’economia europea. Tuttavia, non mancano voci scettiche su questo ottimismo. Non solo all’interno dell’UE, ma anche negli stessi Stati membri, si teme che questo allentamento possa avere un impatto negativo sull’innovazione e, in ultima analisi, sui consumatori, che potrebbero trovarsi a dover affrontare costi più elevati per gli stessi beni e servizi.

Anche il DNA spinge verso maggior flessibilità nei merger

Anche il Digital networks Act spinge nella direzione di una maggior flessibilità sul fronte delle fusioni, anche se la nascita di grandi player paneuropei nel mondo delle Tlc sembra comunque difficile. Troppo importante il controllo nazionale delle reti e delle frequenze per i singoli governi, che non sembrano ancora pronti a cedere sovranità su questo fronte.

Settore Spazio diverso da Tlc

Diverso il discorso nel settore dello Spazio, dove l’accordo fra Airbus, Thales e Leonardo (noto come il progetto BROMO) per sfidare Starlink con la creazione di un maxi gruppo satellitare europeo è stato siglato a ottobre dello scorso anno. Fissati 18 mesi di tempo per vedere se si riuscirà a chiudere con successo un’operazione davvero molto ambiziosa.

Vedremo se la stessa cosa potrà realizzarsi nel mondo dell’AI, con il venture capita europeo che soffre un gap enorme rispetto a quello made in Usa.

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WIRED Italia perché chiude?

L’editore Condé Nast ha annunciato la chiusura di WIRED Italia. La decisione è stata annunciata ieri emerge dal CEO Roger Lynch, in cui il gruppo editoriale annuncia una serie di interventi sul proprio portafoglio globale per sostenere la crescita e riallocare risorse verso attività più redditizie. La notizia è arrivata proprio durante lo sciopero dei giornalisti in Italia per il rinnovo del contratto giornalistico, una doccia fredda per i colleghi italiani.

Wired Italia e l’uscita dal publishing

Nell’annuncio firmato da Lynch si parla esplicitamente di una “transizione fuori dal publishing” per l’edizione italiana di WIRED. Una formulazione che indica l’uscita dal mercato editoriale nel nostro Paese per la testata internazionale.

Secondo quanto comunicato da Lynch, WIRED Italia, insieme ad altri asset come SELF e alcune edizioni internazionali di Glamour, pesa per poco più dell’1% dei ricavi complessivi del gruppo e resta non profittevole. Una condizione che, nelle parole del CEO, limita la capacità di investire in aree considerate strategiche per la crescita futura.

Gli eventi live rimarranno

Per WIRED i risultati migliori si registrano in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Medio Oriente, Giappone e Messico. L’edizione italiana, invece, “non ha tenuto il passo con questa crescita”, ha scritto il CEO.

Non si tratta però di un’uscita totale del marchio WIRED dall’Europa. Rimarranno attive le attività di WIRED Consulting e gli eventi live, che saranno gestiti principalmente dal team britannico. Un segnale che il valore del brand viene mantenuto, ma spostato su modelli di business diversi dall’editoria tradizionale.

La decisione arriva in una fase di profonda trasformazione per il settore dei media digitali, sempre più influenzato dall’evoluzione dell’AI e dai cambiamenti nei comportamenti delle audience. Lo stesso Lynch, nella nota, evidenzia come l’azienda stia riorganizzando anche la propria struttura tecnologica proprio per accelerare innovazione e sviluppo di nuovi prodotti.

Nel Regno Unito anche la BBC licenzierà 2mila persone a fronte di spese sempre più elevate per la produzione dei contenuti, diminuiscono le entrate pubblicitarie e soprattutto quelle derivanti dal canone televisivo che copre solo il 65% dei costi.

Citynews licenzia 21 giornalisti

In Italia anche il Gruppo Citynews, uno dei principali editori nativi online con 57 edizioni locali e testate nazionali come Today.it, ha licenziato 21 giornalisti. Lo scorso 23 marzo il Comitato di Redazione e il sindacato Figec-Cisal hanno proclamato 48 ore di astensione dal lavoro dopo la decisione dell’azienda di procedere a licenziamenti e rimodulazioni di rapporti di lavoro, contestate dai lavoratori anche per l’assenza di un confronto preventivo previsto dal contratto.

Dal canto suo, l’azienda ha motivato gli interventi con la necessità di garantire la sostenibilità economica, indicando una crescita dei ricavi pubblicitari non sufficiente a compensare l’aumento dei costi, in particolare quelli legati al personale giornalistico, raddoppiati negli ultimi quattro anni.

In Italia il web diventa la prima fonte di informazione, ma i giornali online non vivono di sole notizie

Eppure, proprio mentre gli editori riducono o ripensano la loro presenza, l’informazione in Italia passa sempre più dal web. I dati dell’Osservatorio Agcom lo certificano: nel primo semestre del 2025 internet è diventato il primo canale informativo per il 55,8% degli italiani, superando la televisione, ferma al 43,2%.

All’interno di questo ecosistema, social network e motori di ricerca giocano un ruolo determinante nell’accesso alle notizie, mentre resta significativa la quota di utenti che si informa attraverso siti e app di brand editoriali.

Appello al Governo per l’editoria online

Se l’informazione oggi passa in larga parte dal web, come certificano i dati Agcom, allora diventa inevitabile aprire una riflessione seria anche sul piano delle politiche pubbliche.

Il Governo non può continuare a sostenere un sistema di incentivi costruito su un modello editoriale tradizionale, mentre le testate digitali – che intercettano la maggioranza dell’audience – restano esposte a una crisi strutturale di sostenibilità.

Non si tratta solo di risorse, ma di riconoscere che il presidio informativo si è spostato online e che lì va sostenuto il livello occupazionale. Senza un intervento mirato, il rischio è quello di assistere a un progressivo impoverimento dell’informazione proprio nel luogo in cui oggi si forma l’opinione pubblica.

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Stellantis chiede a Microsoft di accelerare su AI e cybersecurity, al lavoro su 100 soluzioni

L’adozione dell’AI diventa strutturale nell’industria automobilistica, Stellantis rafforza la collaborazione con Microsoft

Nel pieno di una trasformazione strutturale che sta ridisegnando l’industria automobilistica globale, Stellantis annuncia la volontà di rafforzare la propria traiettoria verso la digitalizzazione con un accordo quinquennale con Microsoft focalizzato su intelligenza artificiale (AI), cybersicurezza e infrastrutture cloud. Più che un’alleanza tecnologica tradizionale (e già avviata da tempo), l’intesa si inserisce in un contesto in cui l’auto è ormai un sistema software-defined, esposto a nuove vulnerabilità ma anche a opportunità di innovazione lungo l’intera catena del valore.

L’elemento più rilevante dell’accordo riguarda il co-sviluppo di oltre 100 casi d’uso basati sull’intelligenza artificiale, distribuiti tra progettazione, produzione, servizi e relazione con il cliente.

L’adozione dell’AI diventa infrastrutturale, cioè non si limita più a funzioni sperimentali o di supporto: entra nei processi di ingegneria per accelerare sviluppo e validazione dei veicoli, nelle attività industriali per migliorare manutenzione e qualità, fino ai servizi digitali destinati agli utenti finali. In questo scenario, i dati generati dai veicoli connessi e dalle operations diventano la materia prima per modelli predittivi e sistemi decisionali automatizzati.

Questa evoluzione si inserisce in un mercato che sta rapidamente ampliando la propria dimensione economica e la propria esposizione ai rischi. Il comparto globale della cybersecurity automotive è stimato crescere dagli 8,3 miliardi di dollari del 2026 a oltre 17 miliardi nel 2034, con un tasso medio annuo vicino al 10%. Parallelamente, nel 2025 gli attacchi ransomware contro il settore automotive e della mobilità intelligente sono raddoppiati, spinti dall’aumento delle superfici di attacco legate a veicoli connessi, API cloud e aggiornamenti software over-the-air.

Un centro di cybersecurity basato sull’AI

È proprio su questo fronte che la collaborazione con Microsoft intende assumere una dimensione strategica. Secondo quanto comunicato sul sito, Stellantis punta a costruire un centro globale di cybersicurezza basato sull’AI, in grado di monitorare e proteggere in modo integrato sistemi IT, fabbriche, piattaforme digitali e veicoli.

L’obiettivo è passare da un approccio reattivo a uno predittivo, sfruttando algoritmi di machine learning per individuare anomalie e minacce in tempo reale. Una scelta che riflette anche le pressioni normative, in particolare in Europa, dove i regolamenti UNECE R155 e R156 impongono ai costruttori l’adozione di sistemi di gestione della sicurezza informatica e di aggiornamento software lungo l’intero ciclo di vita del veicolo.

Nel contesto europeo, l’integrazione tra AI e cybersecurity si sta consolidando anche per garantire la conformità ai requisiti normativi e alla protezione dei dati secondo il quadro GDPR. I sistemi di intrusion detection evoluti, alimentati da intelligenza artificiale, sono destinati a diventare componenti standard nei veicoli software-defined.

Negli Stati Uniti, invece, il quadro è più orientato alla gestione del rischio emergente: dopo diversi incidenti rilevati nel 2025, le autorità stanno spingendo verso linee guida per un uso sicuro dell’IA nei sistemi autonomi, mentre cresce l’adozione di tecnologie intelligenti in ambiti come ADAS e telematica.

La centralità del cloud e data center più sostenibili entro il 2029

Accanto alla sicurezza, l’altro pilastro dell’accordo riguarda la modernizzazione dell’infrastruttura digitale. Stellantis prevede una migrazione estesa verso il cloud Azure, con l’obiettivo di migliorare scalabilità, resilienza e velocità di distribuzione dei servizi digitali. Il dato più significativo è l’impegno a ridurre del 60% l’impatto dei data center entro il 2029, segnale di come la trasformazione cloud venga letta anche in chiave di sostenibilità operativa oltre che di efficienza.

La centralità del cloud è strettamente legata all’evoluzione del modello di business dell’automotive. La capacità di aggiornare i veicoli da remoto, introdurre nuove funzionalità software e gestire servizi digitali su scala globale richiede architetture distribuite e sicure. In questo senso, la convergenza tra piattaforme cloud e sistemi embedded nei veicoli rappresenta uno dei nodi più critici e strategici per i costruttori.

Nel complesso, la collaborazione tra Stellantis e Microsoft evidenzia come il settore automotive stia accelerando verso un modello sempre più simile a quello delle industrie tecnologiche. In un contesto di mercato segnato da margini compressi, transizione elettrica e crescente complessità regolatoria, la leva digitale (dall’IA alla cybersecurity fino al cloud) diventa un fattore determinante per sostenere competitività e resilienza.

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App per l’age verification in UE, Paesi divisi: ma l’Italia è capofila

App della Commissione Ue

Ursula von der Leyen ha presentato ieri la prima applicazione di age verification ufficiale targata Ue e l’ha messa a disposizione degli stati membri che desiderano introdurre un’età minima per l’accesso ai social network.  

Si tratta in sostanza di uno strumento simile all’applicazione introdotta dalla Commissione per garantire la libera circolazione durante la pandemia di Covid-19 alle persone vaccinate o testate negative, che all’epoca si rivelò un grosso successo adottata da 78 paesi in quattro continenti. Lo scrive La Matinale Européenne in un’analisi approfondita comparsa oggi.

Precisazioni del Commissario Agcom Massimiliano Capitanio su Linkedin dopo l’annuncio della App da parte della presidente Ursula von der Leyen

Il post su Linkedin di Massimiliano Capitanio, Commissario Agcom

Il timing non sembra casuale

Il timing di questo annuncio della presidente della Commissione non è casuale: Emmanuel Macron ha convocato in materia una videoconferenza con diversi leader europei. L’obiettivo è appunto quello di fare pressione su Ursula von der Leyen affinché agisca sulla verifica dell’età minima di accesso ai social. La Francia è il ​​primo Stato membro ad aver notificato alla Commissione l’intenzione di adottare una legge che vieti l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Dopo l’annuncio fatto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel settembre 2025, von der Leyen ha agito con molta lentezza su questo terreno. L’età digitale minima è un terreno scivoloso: un passo falso e la Presidente della Commissione potrebbe inciampare. Lo stesso vale per la sua attuazione.

Intenzioni lodevoli per la age verification

Sia ben chiaro, che le intenzioni di von der Leyen sono lodevoli. “Credo fermamente che siano i genitori, non gli algoritmi, a dover educare i nostri figli”, ha detto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel settembre 2025, annunciando la creazione di un gruppo di esperti incaricato di consigliarla sull’età minima per l’accesso ai social media. “Troppo spesso, madri e padri si sentono impotenti e indifesi, come se stessero annegando nello tsunami creato dalle grandi aziende tecnologiche che sta invadendo le loro case”, ha aggiunto.

Timori dei genitori

“Questi genitori temono che, semplicemente scorrendo i feed, i loro figli possano essere esposti a tutta una serie di pericoli: molestie online, contenuti per adulti, incitamento all’autolesionismo e algoritmi che sfruttano le vulnerabilità dei bambini con l’obiettivo esplicito di creare dipendenza”, ha aggiunto, citando l’Australia, che aveva appena annunciato il divieto per i minori di 16 anni, come possibile modello. Le stesse idee sono state ribadite ieri: “Nell’UE i diritti dei bambini vengono prima degli interessi commerciali”, ha detto von der Leyen.

Corsa a ostacoli per von der Leyen

Ma al di là della retorica di prammatica, von der Leyen si trova di fronte ad una serie di ostacoli e di resistenze all’introduzione di un’età minima di accesso al digitale a livello Ue.

Italia capofila del progetto Ue di age verificaton

L’Italia non si muove da sola. In parallelo, partecipa a un progetto pilota europeo insieme a Francia, Spagna, Grecia e Danimarca per sviluppare un sistema di verifica dell’età valido per i social network.

L’idea è quella di un’app interoperabile, integrata nel futuro portafoglio digitale europeo, atteso entro la fine del 2026. L’obiettivo è ambizioso: consentire alle piattaforme di sapere se un utente è maggiorenne o meno, senza conoscere la sua identità, in linea con GDPR e Digital Services Act.

Il Sottosegretario alla Trasformazione Digitale Alessio Butti ha recentemente detto che per la “verifica età minori sul social con l’App IO sarebbe già possibile, ma serve una norma”. Insomma, in Italia sarebbe già fattibile.

Paesi nordici e baltici scettici sull’age verification

Gli Stati membri che hanno annunciato una legislazione in materia sono Francia, Spagna, Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi. Anche l’Italia sembra essere favorevole. Tuttavia, diversi Paesi, in particolare alcuni nordici e baltici, si oppongono fermamente. A loro avviso, il livello di alfabetizzazione digitale di genitori e figli è tale da consentire loro di riconoscere e affrontare i pericoli posti dai social media. Impedire ai bambini di accedere a queste piattaforme li priverebbe di informazioni e conoscenze, scoraggiando le loro future capacità innovative. Non a caso, la vicepresidente della Commissione responsabile per gli affari digitali, la finlandese Henna Virkkunen, si mostra scettica sull’introduzione di un’età minima per l’accesso ai social media.

Posizioni diverse, von der Leyen ha preso tempo

Stretta tra le pressioni di Macron e Sánchez da un lato, e quelle di Virkkunen e di numerosi esperti dall’altro, von der Leyen ha temporeggiato. Il gruppo di esperti promesso a settembre è stato creato solo a marzo. Si riunirà oggi per la seconda volta. Le sue raccomandazioni saranno presentate in estate. Solo allora la Presidente della Commissione deciderà se proporre un’iniziativa legislativa per l’intera UE. Nel frattempo, gli Stati membri hanno iniziato ad agire unilateralmente e in modo disorganizzato. Francia e Grecia vogliono fissare l’età minima per l’accesso alle informazioni digitali a 15 anni, la Spagna a 16. In Italia, alcune forze politiche vorrebbero 14 anni, come in Austria.

Come funziona all’estero la age verification?

Quale legislazione dovrebbe applicarsi a un minore che viaggia nell’UE? La legislazione del paese in cui si trova? La legislazione del suo paese di cittadinanza? La legislazione del suo paese di residenza? O la legislazione relativa all’indirizzo IP da cui si connette?

Rischio frammentazione con leggi nazionali di age verification

In ogni caso, il risultato rischia di essere “la frammentazione del mercato unico digitale”, ha spiegato un funzionario della Commissione a La Matinale Européenne. Le piattaforme potrebbero essere costrette ad applicare ventisette regole diverse, anziché un’unica regola europea. Per questo motivo gli Stati membri devono notificare in anticipo i progetti di legge che introducono un’età minima per l’accesso al digitale. “Queste leggi nazionali sarebbero contrarie al diritto europeo”, ha ammesso il funzionario. Von der Leyen ha riconosciuto la necessità di armonizzazione a livello UE. Ma la questione è troppo delicata dal punto di vista politico per spingere la Commissione a censurare i singoli Stati membri. È meglio temporeggiare.

Anche la app Ue di age verification è una mossa tattica? App pronta ma non ancora disponibile per gli utenti finali

Anche l’app per la verifica dell’età presentata ieri da von der Leyen e Virkkunen rientra in questa tattica dilatoria. In assenza di una proposta legislativa europea, la Commissione sta offrendo uno strumento tecnico agli Stati membri che desiderano introdurre un’età minima digitale. Ieri von der Leyen ha dichiarato che l’app era “tecnicamente pronta”. Tuttavia, non è ancora disponibile per gli utenti finali. In realtà, non si tratta di un’app completamente funzionante, bensì di una bozza che gli operatori pubblici e privati ​​possono utilizzare come base per integrare il sistema nei portafogli digitali nazionali o per sviluppare le proprie applicazioni.

Standard open source

Gli standard sono elevati in termini di tecnologia open source e protezione dei dati. Non vi sarà alcun obbligo di adottarla, per il momento. Tuttavia, le principali piattaforme saranno incoraggiate a farlo, poiché si tratta del miglior sistema di verifica dell’età attualmente disponibile, requisito previsto dalla legge sui servizi digitali (DSA) per la fornitura di determinati servizi.

App della Commissione a rischio boomerang politico?

L’app della Commissione rischia di ritorcersi contro di essa sul piano politico. Per verificare l’età, gli utenti dovranno scaricare un’app sul proprio smartphone (pubblica o privata, purché basata sulla tecnologia della Commissione), dare il proprio consenso più volte (ad esempio, per l’utilizzo dei dati personali, che rimarranno comunque riservati), utilizzare la propria carta d’identità due volte (prima per fotografare il numero di serie, poi per far riconoscere il chip del documento dallo smartphone) e infine sottoporsi al riconoscimento facciale. Questa procedura dovrà essere ripetuta una volta al mese.

App macchinosa?

Questo macchinoso processo di verifica non ha nulla a che vedere con l’esperienza online che gli utenti hanno su piattaforme, app e siti web che richiedono un’età minima. A meno che non creino un account – il che consentirebbe alla piattaforma di memorizzare e utilizzare i loro dati personali – gli utenti dovranno autenticare la propria età ogni volta che effettuano l’accesso. Questo requisito si applicherà non solo ai siti pornografici, ma a tutti i siti soggetti a obblighi legali in materia di età. “Anche a quelli dei piccoli player”. “L’esperienza sarà peggiore del dare il consenso all’uso dei cookie. Potrebbe essere scoraggiante. Ma dobbiamo decidere fino a che punto noi, in quanto adulti, siamo disposti a collaborare per proteggere i nostri figli”.

App facilmente aggirabile?

L’app della Commissione presenta anche delle possibili falle che potrebbero consentire agli utenti di aggirare la verifica dell’età. Per evitarla, basterà connettersi tramite VPN dall’esterno dell’UE o dagli Stati membri che decidono di imporre un’età minima per l’accesso ai social media. Gli smartphone dovranno essere dotati di tecnologia NFC, la stessa utilizzata per i sistemi di pagamento. E non dimentichiamo le teorie del complotto: in un momento in cui la fiducia nell’uso della tecnologia da parte delle autorità pubbliche è ai minimi storici, l’estrema destra, l’estrema sinistra, i libertari e l’amministrazione Trump saranno pronti a denunciare un nuovo Grande Fratello imposto dai “burocrati di Bruxelles” (come li definisce JD Vance).

Rischio deresponsabilizzazione delle piattaforme?

Introdurre un’età minima per l’accesso ai social media comporta un altro rischio: “Disconnetterà le piattaforme dai rischi che corrono i bambini e gli adolescenti”, ci ha detto un altro funzionario della Commissione. TikTok, Instagram, X, Facebook e Snapchat potrebbero sentirsi liberi di pubblicare qualsiasi contenuto vogliano perché, secondo la legge, i minori di una certa età non possono accedere alle loro piattaforme. Tuttavia, esiste una soluzione senza ricorrere a una maggioranza digitale.

Basterebbe il DSA

Secondo il DSA (Digital Security Act), le piattaforme hanno obblighi molto chiari da rispettare per proteggere i minori: rispetto della privacy, sicurezza, riduzione dei rischi associati a contenuti illegali o dannosi, protezione contro le pratiche che creano dipendenza e divieto di pubblicità mirata. “Basterebbe semplicemente applicare il DSA in modo molto più rigoroso”, ci ha detto un terzo funzionario. Sarebbe anche sufficiente educare i genitori affinché non lascino che i loro figli vengano travolti dallo tsunami delle grandi aziende tecnologiche.

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Garante privacy, ok ad accesso proprie email dopo fine rapporto lavoro

Il lavoratore può accedere ai messaggi del proprio account email aziendale e ai documenti presenti nel pc dopo la fine del rapporto di lavoro. Eventuali limitazioni devono essere motivate da specifiche e comprovate ragioni, come la tutela di segreti aziendali.

È quanto ha affermato il Garante per la protezione dei dati personali accogliendo il reclamo di un ex dipendente di una compagnia assicurativa, che aveva chiesto copia dei messaggi della propria casella di posta elettronica aziendale e dei documenti salvati nel pc.

La società, si legge nel comunicato del Garante, aveva effettuato un accesso alla posta elettronica dell’ex dipendente e, dopo averne esaminato il contenuto, aveva fornito esclusivamente i messaggi ritenuti “strettamente personali”, escludendo quelli legati all’attività lavorativa.

Secondo il Garante, sì legge nella nota, il diritto di accesso riguarda tutti i dati personali, comprese le comunicazioni intercorse tramite un account aziendale individualizzato. Non è quindi legittimo selezionare preventivamente i contenuti da fornire né limitarli o oscurarli sulla base della distinzione tra ambito personale e professionale.

L’Autorità ha inoltre rilevato criticità nella gestione dei dati, in particolare per la mancanza di trasparenza nelle informative e per i tempi di conservazione delle email (5 anni) e dei dati di navigazione (12 mesi), ritenuti non proporzionati rispetto alle finalità dichiarate.

Per le violazioni accertate è stata inflitta una sanzione di 50mila euro. Il Garante ha inoltre ordinato di consentire l’accesso integrale ai dati richiesti e di adeguare informative e policy interne alla normativa privacy.

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Garante Privacy: “il FaceBoarding di Milano Linate non rispetta il GDPR”

Il Garante privacy ha dichiarato illecito il trattamento dei dati biometrici dei passeggeri dell’aeroporto di Milano Linate effettuato attraverso il sistema di riconoscimento facciale “FaceBoarding”, rispetto al quale l’Autorità era già intervenuta con un provvedimento di limitazione provvisoria nel mese di settembre 2025.

Il sistema veniva utilizzato da SEA (Società per azioni esercizi aeroportuali), per consentire l’accesso all’area sterile e l’imbarco al gate dei passeggeri previa registrazione presso appositi chioschi o mediante app e successiva associazione del volto al documento di riconoscimento e alla carta d’imbarco.   

L’Autorità, nel corso dell’istruttoria avviata d’ufficio, ha accertato che il “FaceBoarding” vìola il GDPR ed è in contrasto, in particolare, con il parere dell’EDPB sull’uso del riconoscimento facciale in aeroporto.  Il sistema, infatti, prevede che i dati biometrici acquisiti siano interamente conservati in maniera centralizzata nei server di SEA impedendo ai passeggeri di esercitare un controllo esclusivo sui propri dati.

Il Garante ha riscontrato, inoltre, che SEA non ha adottato misure di cifratura dei modelli biometrici; ha conservato i template per un periodo eccessivo (fino a 12 mesi), comportando così un aumento significativo dei rischi di violazioni dei dati personali, ed ha rilasciato un’informativa con indicazioni inesatte. Per di più la società acquisiva, senza il loro consenso, le immagini del volto dei passeggeri che, pur non avendo aderito al “FaceBoarding”, utilizzavano i varchi ibridi.

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