Minori online: UE presenta un’app per la verifica dell’età “disponibile a breve”

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha auspicato mercoledì “un approccio europeo armonizzato” per la protezione dei minori online, che sarà supportato da un’app per la verifica dell’età sviluppata dall’UE e di prossima disponibilità.

Questa app, testata dallo scorso anno in diversi paesi europei, è ora “tecnicamente pronta e sarà presto disponibile per i cittadini”, ha annunciato.

Si tratta di una soluzione semplice e gratuita per proteggere i nostri figli da contenuti pericolosi e illegali”, ha aggiunto la presidente della Commissione.

Gli utenti dovranno registrarsi all’app utilizzando il passaporto o la carta d’identità nazionale. Ciò consentirà loro di dimostrare la propria età “in modo completamente anonimo e senza essere rintracciabili”.

Come funiona la app

Nella sua breve spiegazione, la Presidente della Commissione ha sottolineato che “è facile da usare”: “Si scarica l’app. La si configura utilizzando il passaporto o la carta d’identità. Poi, si verifica la propria età quando si accede ai servizi online. In secondo luogo, rispetta i più severi standard di privacy al mondo. Gli utenti verificheranno la propria età senza rivelare altri dati personali. In breve, è completamente anonima: non è possibile tracciare gli utenti. In terzo luogo, l’app funziona su qualsiasi dispositivo: telefono, tablet, computer… qualsiasi cosa vi venga in mente. E infine, è completamente open source: chiunque può esaminare il codice.”

Sistema integrato nei programmi nazionali

Gli Stati potranno integrare questo sistema nei propri programmi nazionali di verifica dell’età e, soprattutto, “le piattaforme online potranno farvi affidamento” per verificare l’età dei propri utenti, ha detto von der Leyen, aggiungendo che “non avranno più scuse” per sottrarsi alle proprie responsabilità.

L’esecutivo ha accolto con favore i “significativi progressi” compiuti da diversi Stati membri che intendono regolamentare o vietare l’accesso dei minori ai social network, in particolare Francia, Danimarca, Grecia, Italia, Spagna e Cipro, che, ha affermato, si affideranno a questa applicazione.

Attualmente, sette paesi hanno già avviato la sperimentazione dell’app attraverso un programma pilota per integrarla nei rispettivi sistemi nazionali: Francia, Danimarca, Grecia, Italia, Spagna e Irlanda.

In assenza di dettagli tecnici, la vicepresidente dell’UE per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, intervenuta insieme a Von der Leyen, ha assicurato che il sistema sviluppato garantisce la protezione dei dati degli utenti, i quali manterranno il “pieno controllo dei propri dati” quando accedono a servizi con restrizioni di età tramite la nuova piattaforma europea.

“Questo è estremamente importante”, ha affermato la conservatrice finlandese, “perché non vogliamo che le piattaforme scansionino i nostri passaporti o i nostri volti”.

Modello certificato COVID

La Commissione europea ha sviluppato questo strumento di verifica dell’età, ha spiegato Von der Leyen, basandosi sull’esperienza “positiva” del “certificato COVID”, che ha permesso a migliaia di europei di verificare la propria identità, lo stato vaccinale e le condizioni di salute per viaggiare in 78 paesi durante la pandemia.

App di verifica europea, ma ancora nessuna età minima stabilita

A livello europeo, la Commissione europea sta analizzando possibili misure per limitare l’accesso dei minori ai social media, ma per ora si mostra restia a stabilire un’unica età minima comune a tutti i paesi dell’Unione europea, a causa della complessità tecnica e giuridica dell’attuazione di una restrizione in un ambito di competenza nazionale esclusiva.

In ogni caso, lo scorso marzo Von der Leyen ha istituito un gruppo di lavoro per individuare soluzioni che consentano un “approccio europeo solido e realistico”, e si prevede che questo comitato di esperti presenti raccomandazioni concrete su come affrontare la questione entro l’estate al più tardi.

L’obiettivo ora è quello di avere una piattaforma a livello europeo in grado di verificare l’età effettiva degli utenti che accedono ai social media tramite dispositivi mobili o altri mezzi; a tal fine, è stata sottoposta a mesi di test nei paesi che hanno aderito al progetto pilota, al fine di adattare la tecnologia alle esigenze specifiche di ciascuna regione.

Entro la fine dell’anno, le piattaforme dovranno disporre di uno strumento per verificare e convalidare l’età dell’utente e, pur non essendo obbligate ad implementare la versione europea, dovranno dimostrare che la loro soluzione alternativa offra garanzie equivalenti di conformità alle normative nazionali ed europee.

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Il peso del modello Mythos: Anthropic verso gli 800 miliardi di dollari di valutazione

Anthropic si conferma uno degli asset più ambiti dell’ecosistema AI globale. La società sta infatti ricevendo numerose offerte di investimento da parte di fondi di venture capital che arrivano a valutarla fino a 800 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai 380 miliardi raggiunti nel round ufficiale di febbraio.

Crescita accelerata e domanda enterprise

Alla base di questa spinta c’è un’espansione rapida del business. Il fatturato di Anthropic ha raggiunto un ritmo di circa 30 miliardi di dollari, in forte aumento rispetto ai 9 miliardi registrati a fine 2025.

Un risultato trainato in particolare dagli strumenti di coding, come Claude Code, e dall’espansione nel segmento enterprise. L’azienda ha infatti ampliato rapidamente la propria base clienti di alto valore, con oltre mille organizzazioni che spendono più di un milione di dollari all’anno per i suoi servizi.

Un dato che evidenzia come l’AI stia diventando sempre più una componente strutturale nei processi aziendali, e non solo uno strumento sperimentale.

Anthropic: il peso del modello Mythos

A rafforzare ulteriormente l’attenzione del mercato ha contribuito il recente lancio di Mythos, il modello AI avanzato focalizzato sulla sicurezza informatica.

Nonostante la distribuzione limitata, dovuta ai rischi legati al possibile utilizzo offensivo, Mythos è stato percepito come un salto tecnologico rilevante, in grado di posizionare Anthropic tra i leader nello sviluppo di sistemi AI ad alto impatto. Questa combinazione di innovazione e cautela ha contribuito ad aumentare l’interesse degli investitori, che vedono nell’azienda un player centrale nella nuova fase dell’AI.

Anthropic: possibile quotazione entro l’anno

La crescente competizione tra investitori si inserisce in un contesto più ampio, segnato dall’attesa per una possibile quotazione in borsa entro l’anno.

Le valutazioni elevate riflettono aspettative altrettanto ambiziose: Anthropic viene considerata una delle società in grado di definire i prossimi equilibri del mercato AI, insieme ai principali competitor globali come OpenAI.

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L’AI giusta. Nobile (AgID): “La PA deve semplificarsi e lavorare allo Stato agentico”

Innovare è una responsabilità. Senza una visione chiara non esiste un futuro sostenibile, soprattutto al tempo dell’AI

In occasione delle celebrazioni italiane della 56ª Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite, alla Casa del Cinema di Roma si è tenuto l’incontro dal titolo “Comunicazione e digitale acceleratori di una transizione giusta”, appuntamento pomeridiano del Festival italiano dell’InnovabilityImpatta Disrupt”, che ha messo al centro del confronto tra Istituzioni, imprese, università e mondo religioso il crescente impatto sociale dell’AI e della comunicazione digitale.

Promosso dal Think Tank Impatta e realizzato in collaborazione con Harmonic Innovation Group, Entopan e Fondazione Earth Day Italia, il Festival giunge alla sua terza edizione consolidando il proprio ruolo tra i principali appuntamenti italiani dedicati all’innovazione sostenibile e alla finanza d’impatto, inserendosi nel calendario ufficiale delle celebrazioni italiane dell’Earth Day.

La transizione, per essere davvero efficace, deve essere al tempo stesso energetica e culturale, strettamente intrecciata con quella tecnologica. È questo il filo conduttore della sessione pomeridiana, dedicata ad approfondire i grandi cambiamenti in atto.
Al centro del dibattito, la transizione digitale e il ruolo della comunicazione, considerati strumenti fondamentali da interpretare e utilizzare al meglio. L’obiettivo è accompagnare un processo di trasformazione che sia giusto ed equo, capace di mettere al centro il benessere delle persone.
L’innovazione oggi non è una scelta, ma una responsabilità. Senza visione e capitali capaci di generare impatto, non esiste futuro sostenibile. Impatta Disrupt nasce per questo: trasformare il confronto in azione e le idee in cambiamento reale
”, ha affermato in apertura di sessione Pierluigi Sassi, Presidente think tank Impatta e Fondazione Earth Day italia.

Rimettere al centro dell’innovazione la responsabilità e quindi l’uomo, come in un nuovo umanesimo

Nel pieno delle trasformazioni in corso, il rapporto tra umanesimo e digitale emerge come un binomio cruciale, da declinare alla luce del concetto di giustizia. È questo il momento di interrogarsi a fondo su questa relazione, in un contesto segnato da una evidente crisi dei valori. Proprio a questi valori, però, è necessario tornare a guardare per orientare il cambiamento. L’umanesimo, inteso come visione del mondo che rimette al centro l’essere umano, torna oggi al centro del dibattito, in una fase storica che per certi aspetti richiama quella tra il Trecento e il Quattrocento. Nell’era dell’intelligenza artificiale, infatti, si sta progressivamente delegando alla tecnologia non solo il sapere e la conoscenza, ma anche l’etica e i processi decisionali. Un passaggio che comporta un rischio rilevante: quello di una responsabilità sempre più sfumata, se non del tutto assente. Una condizione che, se da un lato può risultare comoda, dall’altro rappresenta un errore da correggere con decisione.
Rimettere l’essere umano al centro significa riaffermare il valore dell’antropocentrismo e ristabilire una chiara attribuzione delle responsabilità. È necessario, in questo senso, riorganizzare i flussi decisionali, superando l’idea che l’intelligenza artificiale sia in grado di prendere decisioni in autonomia. Allo stesso modo, parlare di “etica dell’AI” rischia di essere una mistificazione: il piano etico deve restare distinto da quello tecnico. Ciò che conta è comprendere se gli algoritmi siano costruiti su regole chiare e trasparenti.
Da qui l’esigenza di “aprire le black box”, di rendere visibili i meccanismi interni dei sistemi e pretendere maggiore trasparenza. Un passaggio fondamentale, soprattutto considerando che la tecnologia è oggi al centro di una trasformazione epocale e rappresenta uno strumento imprescindibile per portare avanti la transizione energetica ed ecologica.
Per affrontare questa sfida è necessario adottare un approccio sistemico, capace di guidare un utilizzo corretto del digitale e di accelerare uno sviluppo realmente sostenibile. La precondizione per la sostenibilità è la sovranità digitale, che si articola su più livelli: da un lato la sovranità tecnologica, legata al controllo delle infrastrutture di base; dall’altro quella digitale, che riguarda le applicazioni e pone il tema della localizzazione dei dati.
Se i dati restano in Europa ma gli algoritmi sono sviluppati altrove, il problema non è risolto. È quindi indispensabile puntare anche sulla sovranità cognitiva. Tuttavia, allo stato attuale, l’Europa non sembra in grado di raggiungere pienamente nessuna di queste forme di sovranità, evidenziando la necessità di un maggiore controllo e governo delle infrastrutture. L’intelligenza artificiale, nel frattempo, contribuisce a ridefinire quotidianamente la realtà, fornendo risposte a ogni esigenza e modellando la percezione del mondo attraverso processi spesso opachi. Viviamo, di fatto, in una realtà “ri-mediata” dall’AI. In questo scenario, la sovranità delle scelte e il livello della loro sostenibilità dipendono sempre più dalla capacità di controllare le informazioni e di esercitare una reale autodeterminazione
”, ha spiegato Stefano Epifani, Presidente Fondazione per la Sostenibilità Digitale, nella sua masterclass dal titolo “Umanesimo digitale per una transizione giusta”.

Il primo panel della giornata dal titolo “Digitale motore di competitività e trasformazione sociale” e moderato dal direttore di Key4Biz, Luigi Garofalo, è stato aperto dall’intervento di Paolo Vicchiarello, Capo Dipartimento Funzione Pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri: “Nel contesto della Pubblica amministrazione, la digitalizzazione si traduce in semplificazione: riduzione dei tempi, alleggerimento degli oneri burocratici e maggiore efficienza nei processi di lavoro. Un percorso che ha conosciuto un’accelerazione significativa grazie agli investimenti del PNRR, permettendo alla PA di compiere passi avanti rilevanti. Tra i risultati più evidenti vi è la standardizzazione di numerosi servizi, in particolare nei settori delle attività produttive e dell’edilizia. Sono state introdotte piattaforme pubbliche con procedure omogenee a livello provinciale e regionale, che coinvolgono sia il front office sia il back office. Anche se spesso questi cambiamenti non sono immediatamente visibili agli utenti, i benefici si riflettono concretamente in tempi più rapidi, maggiore efficienza e, in prospettiva, in una crescente personalizzazione dei servizi.
L’evoluzione tecnologica ha infatti innescato un processo di innovazione che non riguarda solo gli strumenti, ma investe l’intera organizzazione, ridefinendo modelli operativi e modalità di erogazione dei servizi. La digitalizzazione viene così orientata sempre più verso le esigenze dei cittadini, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita. In questo scenario, la Pubblica amministrazione punta anche a diventare più attrattiva per le nuove generazioni. In questa direzione si inserisce la piattaforma InPA, progettata con un linguaggio più semplice e accessibile. Una sorta di “LinkedIn della PA”, dove è possibile creare e aggiornare il proprio profilo professionale, che viene poi messo in relazione con le offerte disponibili, consentendo agli utenti di ricevere notifiche sulle posizioni più in linea con le proprie competenze
”.

Sostenibilità, partecipazione e giustizia passano anche per le infrastrutture accessibili

La connettività si conferma come un fattore abilitante fondamentale per la democrazia e la libertà. In questa direzione, lo sforzo messo in campo dal governo è stato significativo, soprattutto per colmare il digital divide. Il completamento del Piano Banda Ultra Larga ha già consentito di collegare 6.100 Comuni e, entro il 30 giugno 2026, è previsto il completamento di tutti i progetti sostenuti dal PNRR, incluso il piano Italia a 1 Giga. Un passaggio rilevante riguarda anche il coinvolgimento delle Regioni, alle quali è stato proposto di sviluppare reti sopra le infrastrutture esistenti. In questa prospettiva si inserisce, ad esempio, l’accordo siglato con l’Abruzzo, finalizzato a collegare gli enti locali anche con le regioni limitrofe, creando un ecosistema infrastrutturale su cui potranno svilupparsi le nuove applicazioni digitali. La qualità della vita, in questo scenario, passa sempre più attraverso una connettività diffusa ed efficiente.
Siamo convinti che la rete debba entrare pienamente nei processi di crescita del Paese e diventare una vera leva di sviluppo. Una rete disponibile ma non utilizzata in maniera efficiente, infatti, non genera valore.
I risultati raggiunti hanno posizionato l’Italia come una best practice a livello europeo: diversi Paesi hanno guardato con interesse al modello italiano, visitando il Paese per studiarne le soluzioni adottate. Un esempio concreto è il Sinfi, il primo catasto elettronico delle infrastrutture, che integra non solo le reti di telecomunicazione, ma anche quelle energetiche e idriche, includendo persino i cavi sottomarini. Grazie all’intelligenza artificiale, questo strumento consente oggi di mappare in modo avanzato le reti e orientare gli investimenti futuri. Un approccio che ha suscitato interesse anche negli Stati Uniti, colpiti dal livello di digitalizzazione raggiunto.
Resta però aperta una sfida cruciale legata alle risorse umane. A giugno scadranno infatti i contratti di molte delle persone assunte per l’attuazione dei progetti PNRR. Un tema particolarmente delicato, considerando che il vero capitale delle organizzazioni, soprattutto in ambito tecnologico, è rappresentato dalle competenze del personale. La formazione ha permesso di creare profili altamente qualificati, che ora rischiano di disperdersi. Per questo motivo, sono in corso valutazioni per prorogare i contratti, anche alla luce del fatto che le attività legate al PNRR proseguiranno fino al 2029, tra rendicontazione e monitoraggio dei cantieri. Parallelamente, Infratel sta lavorando con le Regioni per estendere la copertura dei costi fino al 2032. Attualmente, tuttavia, si registra una perdita media di tre risorse al mese tra quelle formate, evidenziando la necessità di rafforzare la capacità di trattenere i talenti migliori. Il PNRR ha rappresentato un potente acceleratore, ma la vera sfida sarà garantire continuità e valorizzare nel tempo il lavoro realizzato. Ora occorre completare e rafforzare il presidio della governance delle reti pubbliche. Infratel Italia dovrà potenziare il proprio ruolo come presidio strategico dello Stato sulle infrastrutture di rete, contribuendo a garantire coordinamento, continuità e sicurezza
”, ha sostenuto Pietro Piccinetti, AD Infratel Italia.

Giorgio Scarpelli, COO Harmonic Innovation Group, ha invece parlato di “innovazione armonica”: “Un modello fondato su un approccio equilibrato tra le diverse dimensioni strategiche. Un paradigma che recupera una radice umanistica, offrendo punti di riferimento solidi per interpretare le scelte e le trasformazioni in atto.
In questa prospettiva, anche una startup potrebbe trarre vantaggio da un modello di sviluppo basato su una riflessione strutturata e consapevole, orientata al lungo periodo. Un approccio che valorizza la cultura d’impresa legata al territorio e che mira a costruire realtà capaci di durare nel tempo, andando oltre la logica del profitto immediato.
In quest’ottica, strumenti come incubazione, accelerazione e fondi di venture capital dovrebbero essere ripensati per sostenere un’innovazione più solida e sostenibile, capace di generare valore nel lungo termine
”.

Ambiente e sviluppo sostenibile

Il tema ambientale assume un peso diverso a seconda del settore e della tipologia di attività aziendale, ma si inserisce in un quadro più ampio che comprende sostenibilità e governance. L’universo ESG rappresenta oggi un elemento centrale per la crescita delle imprese, non solo per le grandi realtà ma anche, e forse soprattutto, per quelle di dimensioni più ridotte. Per le PMI, infatti, la sostenibilità è strettamente connessa alla gestione dei rischi, che non sono più soltanto di natura economica e finanziaria, ma includono aspetti ambientali, sociali e reputazionali. In questo contesto, il rapporto tra sostenibilità e comunicazione diventa cruciale e impone di affrontare con decisione il tema del greenwashing, evitando narrazioni fuorvianti o non supportate da dati concreti.
Parallelamente, si assiste a una crescita significativa della rendicontazione ESG, con bilanci di sostenibilità sempre più strutturati e tecnici. L’evoluzione richiesta alle imprese è chiara: non si tratta più di relegare i temi ESG a un capitolo separato, ma di integrarli in modo trasversale in tutte le attività aziendali, raggiungendo un livello di maturità più avanzato.
Un esempio concreto di impatto positivo è rappresentato dallo sviluppo di infrastrutture in fibra nelle aree colpite dal digital divide. Si tratta di interventi che generano un valore sociale rilevante, contribuendo a ridurre gli svantaggi socio-economici dei territori e andando ben oltre la semplice utilità privata. Allo stesso modo, l’innovazione tecnologica offre strumenti sempre più efficaci per la sostenibilità. Tecnologie IoT integrate con l’intelligenza artificiale consentono, ad esempio, di ridurre gli sprechi idrici nelle utility, prevedere i consumi e migliorare l’efficienza complessiva dei sistemi. Sul fronte infrastrutturale, iniziative come la realizzazione, insieme al fondo Azimut, di un cavo sottomarino che collega Mazara del Vallo a Genova, con due snodi in prossimità di Roma-Fiumicino e in Sardegna, testimoniano il valore strategico delle telecomunicazioni. Un asset fondamentale, soprattutto in un contesto globale segnato da crescente instabilità e incertezza
”, ha spiegato Paolo Bianchi, Head of Corporate Communication & ESG Unidata.

I dati ambientali rappresentano oggi un elemento strategico a supporto dell’azione di governo, sia a livello centrale sia locale. Il loro utilizzo è fondamentale, ad esempio, per il governo del territorio e per la gestione degli impatti che diversi fenomeni naturali e legati ad attività umane esercitano sulle comunità e sugli ecosistemi. Si tratta inoltre di informazioni cruciali per promuovere equità sociale e innovazione. I dati, infatti, possono favorire una maggiore partecipazione ai processi decisionali, consentendo ai cittadini di essere più consapevoli e coinvolti nelle scelte che riguardano il territorio. Non solo: possono orientare decisioni individuali rilevanti, come la scelta del luogo in cui vivere, sulla base di parametri quali il rischio idrogeologico, i livelli di inquinamento o la disponibilità di risorse idriche. Allo stesso tempo, risultano preziosi anche per settori come l’agricoltura, dove una conoscenza puntuale del contesto ambientale è determinante.
Il principale limite resta però l’accessibilità. Oggi il sistema dei dati ambientali appare frammentato, poco integrato e non sempre in grado di generare un impatto positivo diffuso sul benessere economico e sociale. In questo scenario, nonostante i progressi tecnologici, il ruolo dell’intelligenza umana rimane centrale. I dati satellitari per l’osservazione della Terra sono ormai ampiamente utilizzati e garantiscono livelli di accuratezza che raggiungono circa l’85%. Tuttavia, il margine di errore è ancora significativo e rende necessario un intervento umano complementare, sia per interpretare correttamente le informazioni sia per affinare continuamente gli strumenti e ridurre al minimo le imprecisioni
”, ha dichiarato Michele Munafò, Responsabile Servizio per il Sistema Informativo Nazionale Ambientale ISPRA.

L’AI in mano alla Pubblica Amministrazione per disintermediare e ridurre le complessità

Mario Nobile, Direttore Generale AGID, intervistato da Luigi Garofalo sul tema “Il futuro digitale dell’Italia”, ci ha permesso di capire il posizionamento del nostro Paese in questa epoca storica caratterizzata da forte e rapida innovazione tecnologica e da drammatica instabilità geopolitica.

Dal punto di vista tecnologico, l’Italia presenta una base digitale solida, costruita nel tempo attraverso importanti investimenti e politiche di diffusione dei servizi. I numeri lo dimostrano: 42 milioni di identità digitali, 48 milioni di carte di identità elettroniche, quasi 34 milioni di certificati di firma elettronica e circa 16 milioni di caselle PEC, rappresentano un patrimonio significativo anche nel confronto europeo. Nonostante questi risultati – ha sottolineato Nobile – permangono criticità legate soprattutto ai tempi e alla complessità burocratica. Procedure come l’apertura di un’impresa restano lente rispetto ad altri Paesi: in Germania, ad esempio, è possibile completarle in un solo giorno. In questo contesto, l’adozione di tecnologie come l’intelligenza artificiale rischia di non produrre i benefici attesi se non è accompagnata da una revisione profonda dei processi. Senza un cambiamento organizzativo e procedurale, anche gli strumenti più avanzati risultano poco efficaci.
Il sistema italiano, inoltre, è caratterizzato da una forte frammentazione amministrativa, con quasi 8.000 Comuni. Rendere operativi i servizi digitali in ciascuno di essi rappresenta una sfida complessa, che impone una riflessione strutturale, anche alla luce dei fenomeni di spopolamento che interesseranno molti territori. La digitalizzazione resta un obiettivo prioritario, ma richiede scelte organizzative coraggiose. Sul fronte dell’intelligenza artificiale, è importante mantenere uno sguardo realistico. Un’analogia utile è quella con i livelli della guida autonoma: il livello più avanzato, il livello 5, non è ancora stato raggiunto. Oggi ci collochiamo piuttosto tra il livello 3 e il livello 4, in una fase di automazione intermedia elevata. Questo significa che l’intervento umano rimane indispensabile. I sistemi di AI sono strumenti potenti, ma non sono dotati di coscienza né di reale capacità decisionale autonoma. Anche il dibattito sull’etica richiede chiarezza: più che parlare di “etica dell’AI”, è corretto riferirsi all’etica di chi la sviluppa e la utilizza. La responsabilità resta in capo agli esseri umani, che devono agire con maggiore consapevolezza.
Il tema della governance delle regole è altrettanto centrale. In un contesto internazionale sempre più frammentato, emerge la necessità di definire principi condivisi a livello globale. Le regole sull’intelligenza artificiale dovrebbero essere elaborate da organismi sovranazionali, capaci di rappresentare valori comuni e orientare l’innovazione verso obiettivi di interesse collettivo. Per sbloccare il potenziale innovativo del Paese in chiave sostenibile
– ha aggiunto Nobile – la Pubblica amministrazione sta lavorando su un approccio centrato sugli “eventi della vita” dei cittadini. L’intelligenza artificiale può giocare un ruolo importante nella semplificazione dei processi: un esempio emblematico è quello delle pratiche legate alla nascita di un figlio, che oggi richiedono numerosi adempimenti. L’obiettivo è disintermediare, ridurre la complessità e costruire uno “Stato agentico”, in grado di offrire informazioni e servizi in modo proattivo e accessibile. Semplificare le regole e sostenere dinamiche demografiche più favorevoli, come l’incremento delle nascite, può contribuire a rafforzare la crescita del Paese, anche in una prospettiva di sviluppo sostenibile”.

L’intelligenza del futuro: umana, artificiale, condivisa

Il primo intervento del secondo panel della sessione, moderato dal direttore Garofalo e dal titolo “L’intelligenza del futuro: umana, artificiale, condivisa”, è stato del Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Roma “LUMSA”, Francesco Nespoli: “Il dibattito contemporaneo non si concentra più tanto su ciò che distingue l’intelligenza umana da quella artificiale, quanto piuttosto sugli effetti che derivano dalla loro interazione. È in questa relazione che si gioca la vera sfida: comprendere come mantenere l’essere umano al centro, soprattutto in un contesto in cui contenuti, servizi e prodotti vengono sempre più spesso co-creati insieme ai sistemi generativi. Ci sono sia rischi sia opportunità. I sistemi di intelligenza artificiale, infatti, tendono a funzionare come amplificatori e specchi di bias già presenti nella società. Per questo motivo, la verifica delle fonti diventa un passaggio cruciale, in particolare in ambiti delicati come il giornalismo, dove l’affidabilità delle informazioni è fondamentale.
Interessante anche la differenza generazionale nell’approccio a questi strumenti: mentre le fasce più adulte e con maggiore esperienza tendono a riporre fiducia nei sistemi di fact checking, i più giovani mostrano un atteggiamento più critico e consapevole. Un elemento che evidenzia come la vera sfida sia anche di natura formativa, richiedendo nuove competenze per interpretare e utilizzare correttamente queste tecnologie
”.

Sul piano etico, invece, ha sottolineato da padre Alberto Carrara, Presidente Istituto Internazionale di Neurobioetica, “è possibile individuare valori condivisi da preservare nello sviluppo e nell’uso dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, la loro definizione dipende inevitabilmente dal punto di vista adottato. La questione assume quindi una dimensione non solo tecnologica, ma anche sociale e antropologica. La sfida, in definitiva, è quella di individuare un minimo comune denominatore morale, capace di orientare lo sviluppo tecnologico in una direzione che sia sostenibile dal punto di vista umano e coerente con i valori fondamentali della società”.

Con la missione Artemis II si assiste a un cambio di paradigma significativo: l’attenzione si sposta progressivamente dall’esplorazione allo sfruttamento economico dello spazio. Un passaggio che apre nuove prospettive, ma che richiede anche un rafforzamento delle competenze, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione delle tecnologie avanzate all’interno delle imprese, in particolare nel campo delle cosiddette deep tech. Le applicazioni spaziali stanno infatti assumendo un carattere sempre più trasversale, con potenziali ricadute in numerosi ambiti: dall’agroalimentare all’industria, fino alla ricerca medica e farmaceutica. Tuttavia, per le tecnologie di frontiera permane un ostacolo rilevante, rappresentato dalla capacità di assorbimento da parte del mercato. Una criticità che, ad esempio, non si è manifestata con la stessa intensità nel caso dell’intelligenza artificiale.
Si configura così una sorta di competizione tra il potenziale tecnologico e la sua effettiva applicazione, che impone una riflessione sui modelli di sviluppo. In Europa, l’economia dello spazio si caratterizza ancora per un’impostazione distributiva, strutturata come una piramide: le risorse vengono allocate dall’alto e successivamente distribuite lungo la filiera. La sfida, nella prospettiva della New Space Economy, è quella di ribaltare questo modello, favorendo dinamiche più aperte e orientate al mercato, capaci di stimolare innovazione diffusa e maggiore protagonismo degli attori industriali
”, ha affermato Domenico Maria Caprioli di yourscienceEDU.

Fake news, social media e comunicazione sostenibile

Il terzo panel, infine, sempre moderato da Garofalo, ha affrontato temi di massima rilevanza in termini sociali e comunitari, perfettamente riassunti nel titolo: “Informare o Influenzare? Fake news, social media e comunicazione sostenibile”.

Tra dimensione online e offline esiste ormai una continuità strutturale, che impone di rimettere al centro la società partendo proprio dalla comunicazione e dai suoi effetti sulle persone. Informazione e comunicazione, infatti, incidono in modo diretto sugli atteggiamenti e sui comportamenti degli individui e delle comunità, contribuendo a plasmare la percezione della realtà. In questo contesto, è importante evitare visioni catastrofiste: la tecnologia, di per sé, non ha una natura distruttiva. Piuttosto, è il modo in cui viene utilizzata e raccontata a fare la differenza. La comunicazione, quindi, assume una responsabilità centrale, che deve tradursi nella capacità di informare in modo corretto, senza generare allarmismi o traumi inutili.
Superare il sensazionalismo e andare alla radice dei fenomeni diventa essenziale per permettere alle persone di comprendere davvero ciò che accade. Un’informazione di qualità, fondata su rigore e chiarezza, può avere un effetto “terapeutico”, contribuendo a costruire consapevolezza e fiducia. Chi opera nel campo dell’informazione ha dunque un ruolo cruciale nello spazio pubblico, sia online sia offline, e deve esercitarlo con responsabilità. L’obiettivo è contribuire a un ecosistema meno “inquinato”, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche comunicativo, contrastando la diffusione di fake news e promuovendo contenuti affidabili e di valore
”, ha spiegato Mihaela Gavrila, Professoressa di Medi Studies all’Università “Sapienza” di Roma.

Il dibattito sulla sostenibilità si muove oggi tra due polarità critiche: da un lato la diffusione di fake news sul clima, dall’altro il rischio sempre più diffuso di greenwashing. In questo contesto, comunicare in modo sostenibile significa adottare un approccio concreto e trasparente, che diventa una condizione imprescindibile per operare in maniera etica e per preservare la credibilità delle organizzazioni. Le imprese sono chiamate a un cambio di paradigma: solo quelle capaci di mettere al centro valori come resilienza e sostenibilità potranno affermarsi nel lungo periodo. Non è più possibile ottenere risultati duraturi senza un impegno reale e strutturato, in cui la comunicazione sostenibile diventa parte integrante di ogni attività aziendale.
Si tratta di una necessità strategica e, al tempo stesso, urgente e un esempio l’abbiamo con l’Agenda 2030. In questa direzione, infatti, si inserisce la proposta della Global Alliance, rilanciata in Italia da FERPI, di affiancare ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile un 18° goal dedicato alla comunicazione responsabile, riconoscendone il ruolo chiave nel guidare il cambiamento. Un esempio concreto di questo impegno è rappresentato anche dalla collaborazione tra FERPI, ASviS e RAI per il “Glossario della sostenibilità”, una rubrica pensata per diffondere consapevolezza sui termini e sulle buone pratiche legate allo sviluppo sostenibile. Parallelamente, sul piano normativo, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), entrata in vigore nell’Unione Europea, segna un punto di svolta nel reporting di sostenibilità. Non si tratta più di un esercizio volontario, ma di un quadro regolatorio vincolante, che impone alle imprese di integrare i criteri ESG nei bilanci e nelle strategie aziendali.
L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare la trasparenza e la comparabilità delle informazioni ambientali e sociali, dall’altro orientare il mercato verso modelli di crescita più sostenibili. Tuttavia, l’adeguamento alla CSRD ha comportato sfide significative per molte aziende, tra cui lo sviluppo di sistemi di gestione dei dati più evoluti, una maggiore collaborazione tra le diverse funzioni aziendali e, soprattutto, un cambiamento culturale interno. La transizione verso la rendicontazione obbligatoria ha infatti evidenziato la complessità operativa del processo: dalla raccolta e qualità dei dati, al coinvolgimento dell’intera catena del valore, fino alla distribuzione delle responsabilità nei processi decisionali. Nonostante ciò, molte imprese stanno trasformando questo obbligo in un’opportunità, utilizzando la CSRD come leva strategica per allineare gli obiettivi di sostenibilità alla pianificazione aziendale e generare un vantaggio competitivo nel lungo periodo
”, ha raccontato nel suo intervento Caterina Banella di Ferpi.

Riccardo Gallotti della Fondazione Bruno Kessler e Responsabile dell’unità di ricerca CHuB lab, ha poi introdotto il contesto europeo, dove “il contrasto alla disinformazione e alle fake news rappresenta una priorità crescente, con l’obiettivo di costruire un ecosistema informativo basato sulla fiducia. In questa direzione si collocano iniziative che integrano il monitoraggio automatizzato dei social media e dei contenuti informativi con tecnologie avanzate di intelligenza artificiale, pensate per supportare – e non sostituire – il lavoro dei verificatori umani. L’impatto della disinformazione, infatti, è sempre più evidente sia a livello individuale sia collettivo. Tuttavia, la quantità di contenuti prodotti online è tale da rendere impossibile un controllo esclusivamente umano: il ritmo di diffusione delle notizie false supera di gran lunga la capacità di analisi tradizionale. Da qui la necessità di ricorrere a strumenti basati sull’intelligenza artificiale, in grado di contrastare anche le forme più sofisticate di manipolazione.
In questo scenario si inserisce il progetto AI4TRUST, che propone un modello ibrido capace di combinare intelligenza umana e artificiale. L’obiettivo è rafforzare la capacità di risposta alla disinformazione in tutta l’Unione Europea, mettendo a disposizione di ricercatori e professionisti dei media tecnologie avanzate per l’analisi e la verifica dei contenuti. Il sistema sviluppato nell’ambito del progetto è progettato per monitorare in tempo quasi reale diverse piattaforme social, utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale in grado di analizzare contenuti multimodali – testi, immagini e audio – e multilingue. I contenuti potenzialmente critici vengono segnalati agli esperti per una revisione approfondita, con l’obiettivo finale di produrre report affidabili e personalizzati, utili sia per gli operatori dell’informazione sia per i decisori pubblici.
La complessità del contesto attuale rende sempre più difficile distinguere tra informazione e disinformazione. La velocità delle tecnologie supera spesso quella delle notizie stesse e della capacità umana di elaborarle. Già durante lo svolgimento degli eventi, infatti, circolano online contenuti manipolati o completamente generati dall’intelligenza artificiale, rendendo sempre più sfumato il confine tra vero e falso. L’enorme quantità di contenuti prodotti con strumenti generativi complica ulteriormente il lavoro di verifica e indagine. La sfida, oggi, è quindi sviluppare modelli di analisi e comprensione della realtà – anche nella sua dimensione digitale – capaci di stare al passo con una rete che dispone di strumenti sempre più avanzati per la manipolazione dei contenuti
”.

Il Corecom (Comitato Regionale per le Comunicazioni) è un organismo istituito a livello regionale che svolge funzioni di garanzia, consulenza e controllo nel settore delle comunicazioni, operando in stretto raccordo con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom). Tra i servizi offerti, vi è anche la conciliazione gratuita delle controversie tra utenti e operatori di telefonia, internet e Pay-TV, uno strumento fondamentale per la tutela dei cittadini. In qualità di articolazioni territoriali dell’Agcom, i Corecom rivestono un ruolo centrale nella protezione del pubblico, in particolare a livello locale. Le loro attività comprendono il monitoraggio della corretta rappresentazione politica e della qualità dei contenuti audiovisivi, contribuendo a garantire un’informazione equilibrata e trasparente.
Con l’evoluzione tecnologica e la crescente diffusione di strumenti di manipolazione video, come i deepfake, le funzioni di vigilanza si stanno progressivamente ampliando anche alla lotta contro la disinformazione, con l’obiettivo di tutelare il dibattito democratico. In questo contesto, emerge con forza il valore strategico della cooperazione tra istituzioni. Come sottolineato da Barbato, “fare rete” è essenziale per monitorare in modo efficace i rischi emergenti e intervenire tempestivamente. Un esempio concreto è rappresentato dalla collaborazione tra Corecom e Polizia postale, particolarmente rilevante nella tutela dei minori e nel contrasto alle minacce informatiche. Tuttavia, la sfida principale resta quella educativa.
Il pubblico di riferimento è costituito soprattutto da giovani e studenti, ai quali è necessario fornire strumenti per comprendere i rischi della rete e sviluppare uno spirito critico. In questa direzione si inseriscono le attività di alfabetizzazione digitale promosse nelle scuole, attraverso percorsi formativi modulari dedicati alla sicurezza online. Nonostante gli sforzi, però, il divario culturale e comportamentale rimane significativo, rendendo evidente la necessità di rafforzare ulteriormente le iniziative formative. Per questo motivo, l’educazione civica assume un ruolo fondamentale, così come l’introduzione di strumenti come il “patentino digitale”, pensati per accompagnare le nuove generazioni verso un uso più consapevole e responsabile delle tecnologie
”, ha dichiarato Carola Barbato, Coordinatore Nazionale Corecom.

Al centro dell’innovazione tecnologica c’è sempre l’elemento umano

Nelle conclusioni della sessione, Silvia Testarmata, Presidente Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, Marketing e Digital Media dell’Università di Roma “LUMSA”, ha sottolineato che “non può esserci innovazione senza trasparenza e responsabilità”, aggiungendo che “in un contesto sempre più orientato alla sostenibilità, il ruolo della comunicazione diventa centrale: una comunicazione autentica, fondata sulla verità, è infatti essenziale per costruire fiducia e accompagnare i processi di trasformazione.
Al centro dello sviluppo tecnologico non c’è la tecnologia in sé, ma l’elemento umano, che si esprime attraverso le persone e le comunità. È questa dimensione a determinare il senso e la direzione dell’innovazione. In tale prospettiva, la comunicazione digitale assume un valore sempre più educativo, legato alla qualità dell’informazione e alla capacità di formare cittadini consapevoli.
La formazione diventa quindi un fattore decisivo per affrontare le sfide contemporanee, in particolare quelle connesse alla disinformazione e all’uso distorto delle tecnologie, che incidono profondamente sulla percezione della realtà. In questo scenario, i professionisti della comunicazione sono chiamati a svolgere un ruolo attivo e consapevole, esercitando una responsabilità etica rilevante nella gestione e nella narrazione dell’innovazione digitale”.

Un appuntamento, quello offerto da Impatta Disrupt, di estrema attualità, che ci ha permesso di approfondire argomenti che necessitano un confronto urgente tra Istituzioni, imprese, società civile e mondo accademico e religioso, perchè, come ha detto sempre ieri il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’incontro al Quirinale con una delegazione di studenti di scuole di giornalismo: “L’Intelligenza Artificiale sta conquistando un ruolo sempre più diffuso se non addirittura egemone nella nostra esistenza, rendendo ancora più urgente la riflessione sul rapporto con la verità. Occorre un’adeguata consapevolezza morale per rendere possibile il suo utilizzo a beneficio dell’umanità, con la definizione di regole. Come quelle messe in campo dall’Unione Europea per il governo dell’Intelligenza Artificiale senza che essa si trasformi in uno strumento di dominio da parte di giganti tecnologici che pretendono di sostituirsi agli Stati sovrani e all’ordinamento internazionale. Le trasformazioni in atto nel mondo dell’informazione interrogano anche i giornalisti e sollecitano a rifuggire dal rischio di indolenza o di negligenza: le trasformazioni non mutano la natura della professione, anzi, ne accentuano, piuttosto, le responsabilità“.

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Concorrenza, nel 2025 sanzioni per 1,4 miliardi. Rustichelli: “Tutelare la valenza strategica delle reti Tlc”

Oggi la relazione annuale dell’Agcm, l’ultima del settennato del presidente Roberto Rustichelli, connotato da una crescente attenzione dell’autorità per l’ecosistema del digitale, con particolare attenzione al ruolo dell’algoritmo e delle Big Tech. “Nel corso del 2025 l’Autorità ha concluso 21 procedimenti istruttori in materia di concorrenza e sono state comminate sanzioni per un miliardo e quattrocento milioni di euro. Tre istruttorie di rilievo sono state dirette a salvaguardare il corretto funzionamento dei mercati digitali”: sanzione di oltre 936 milioni di euro alle principali compagnie petrolifere per coordinamento collusivo sul valore della “componente bio” del prezzo dei carburanti per autotrazione; sanzione di circa 100 milioni di euro ad Apple per l’App tracking transparency; misure cautelari per ripristinare l’accesso a Whatsapp da parte delle imprese che competono con Meta nei servizi di chatbot di intelligenza artificiale.

Rustichelli: “Tutelare la valenza strategica delle reti Tlc”

Accanto ai profili inerenti all’accesso alle reti esistenti, l’Autorità “ha prestato una particolare attenzione alla tematica degli investimenti in nuove infrastrutture, atteso che la concorrenza non si esaurisce in una dimensione statica, ma si sviluppa in una prospettiva dinamica di espansione della capacità produttiva e tecnologica”. E’ quanto emerge dalla Relazione annuale dell’Antitrust sull’attività svolta nel 2025. “Tali tematicheaggiunge l’Autorità – sono state oggetto di un particolare approfondimento nel settore delle telecomunicazioni, nell’ambito dell’istruttoria avviata per accertare eventuali restrizioni concorrenziali connesse all’accordo tra Fibercop e Tim. In tale sede, infatti, si pone la delicata questione di tutelare, nell’ambito della valutazione di accordi di esclusiva tra operatori con posizioni di mercato particolarmente significative, tanto la concorrenza statica quanto quella dinamica, preservando adeguati incentivi alla realizzazione di nuovi investimenti”. “Anche in un’economia sempre più dematerializzata – sottolinea l’Antitrust – le infrastrutture fisiche – quali reti energetiche, di trasporto e di telecomunicazioni – rivestono non soltanto una significativa funzione economica, ma assumono altresì una primaria valenza strategica, in termini di obiettivi di policy quali la sostenibilità ambientale e l’inclusione digitale”.

Tre istruttorie sul digitale: Apple, Meta-SIAE e Whatsapp

Tre istruttorie di rilievo sono state dirette a salvaguardare il corretto funzionamento dei mercati digitali, ha ricordato Rustichelli nel suo intervento.

In primo luogo, l’Autorità ha imposto una sanzione di circa 100 milioni di euro ad Apple per aver ostacolato l’acquisizione del consenso necessario alla profilazione degli utenti da parte degli sviluppatori di app, mediante l’imposizione di condizioni non oggettive, non trasparenti e non proporzionate all’esigenza di garantire il rispetto della normativa in materia di privacy.

In secondo luogo, l’Autorità ha reso obbligatori gli impegni di Meta nel procedimento sul rinnovo del contratto con SIAE, assicurando maggiore trasparenza negoziale e condivisione delle informazioni, al fine di garantire la disponibilità delle opere musicali italiane sulle piattaforme Instagram e Facebook.

In terzo luogo, l’Autorità ha adottato misure cautelari volte a ripristinare l’accesso a WhatsApp da parte delle imprese che competono con Meta nei servizi chatbot di intelligenza artificiale. Si è infatti ritenuto che la limitazione dell’accesso alla piattaforma potesse compromettere rapidamente la capacità competitiva di tali operatori, in particolare di quelli nuovi entranti. Le medesime condotte sono ora oggetto di un intervento della Commissione europea con riguardo agli altri Paesi dell’Unione.

Indagine su editoria scolastica

La rilevanza del corretto funzionamento delle piattaforme per l’accesso a beni e servizi non riguarda solo i grandi ecosistemi digitali, ma anche settori più tradizionali. Ad esempio, l’indagine sull’editoria scolastica ha evidenziato che, in un mercato altamente concentrato, la distribuzione dei libri di testo digitali tramite sistemi proprietari e licenze restrittive limita l’interoperabilità e la trasferibilità, aggravando i costi per le famiglie. Anche in un’economia sempre più dematerializzata, le infrastrutture fisiche – di trasporto, di telecomunicazioni ed energetiche – continuano a rivestire un ruolo strategico, sia per sostenere la competitività, sia per promuovere obiettivi di policy quali la sostenibilità ambientale e l’inclusione digitale.

Fibercop-Tim, disco verde al Master Service Agreement

Nel settore delle telecomunicazioni, l’Autorità ha chiuso con impegni l’istruttoria sull’accordo siglato tra FiberCop e TIM a valle dello scorporo della rete, per favorire il dispiegarsi della concorrenza nei mercati al dettaglio e all’ingrosso e per preservare i necessari incentivi agli investimenti futuri nelle reti in fibra.

Il settore digitale

La diffusione degli ecosistemi digitali ha creato nuovi mercati, in cui gli utenti pagano con i propri dati, e ha dato vita a nuove catene del valore, in cui le piattaforme diventano intermediari imprescindibili e controllano i flussi informativi e commerciali che alimentano il funzionamento anche dei settori più tradizionali dell’economia. In questo contesto, gli interventi dell’Autorità hanno riguardato i rapporti delle

principali Big Tech sia con i consumatori finali, sia con le imprese che devono accedere agli ecosistemi digitali.

Innanzitutto, si è intervenuti sul tema dei dati personali ceduti dagli utenti alle piattaforme digitali, per garantire maggiore trasparenza nel loro utilizzo e prevenire nuove forme di vulnerabilità dei consumatori. Più di recente, il tema dell’accesso ai dati è stato affrontato anche nei rapporti tra le piattaforme e le imprese che se ne servono per raggiungere gli utenti finali.

Anticipando i futuri sviluppi del diritto dell’Unione, particolare attenzione è stata poi dedicata al rapporto più generale che si instaura tra consumatori ed ecosistemi digitali, spesso caratterizzato da forti asimmetrie informative e da pregiudizi comportamentali, sfruttati per orientare impropriamente le scelte dei consumatori attraverso il design delle interfacce e degli algoritmi.

L’Autorità è intervenuta, ad esempio, nei confronti dei social che, attraverso sistemi di raccomandazione basati sulla profilazione algoritmica, espongono gli utenti, soprattutto quelli più giovani, a contenuti pericolosi.

L’esigenza di stimolare l’innovazione e lo sviluppo di nuovi servizi ha indotto l’Autorità, nel contesto di un procedimento istruttorio volto ad accertare l’abusività del rifiuto opposto da una piattaforma ad un nuovo entrante, a delineare nuovi principi in tema di accesso agli ecosistemi digitali, poi confermati anche dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Un’istruttoria particolarmente rilevante – anche per il rilievo internazionale e l’importo della sanzione comminata – ha riguardato le indebite condotte leganti e discriminatorie poste in essere da Amazon in danno dei concorrenti.

Nel settore del commercio elettronico, che assorbe una quota crescente della spesa delle famiglie, si è intervenuti per assicurare che i consumatori ricevano informazioni trasparenti e veritiere in merito ai prezzi, ai criteri utilizzati per ordinare i risultati delle ricerche, alle condizioni di vendita e alle caratteristiche dei servizi acquistati, salvaguardando altresì il pieno esercizio del diritto di recesso e delle altre garanzie contrattuali.

Il grande sviluppo dei contenuti generati dagli utenti sulle piattaforme digitali ha determinato anche la diffusione di nuove strategie di marketing che, ad esempio, fanno leva sulle recensioni dei consumatori e sfruttano la visibilità degli influencer.

Il settore del marketing di influenza, caratterizzato dalla sovrapposizione di elementi commerciali e contenuti di carattere sociale e culturale generati dagli utenti, può presentare un più alto rischio di pubblicità occulta e ingannevole rispetto alle altre forme di pubblicità online.

L’azione dell’Autorità ha evidenziato, inoltre, che il comportamento dei consumatori può essere pregiudicato da una comunicazione fondata su un’ambigua commistione tra sponsorizzazione e iniziative di beneficenza.

Merita, infine, di essere menzionato il recentissimo avvio di due istruttorie per possibili pratiche commerciali scorrette relative all’uso precoce di cosmetici da parte di bambini e adolescenti, attuate anche tramite il coinvolgimento di giovani influencer.

L’enforcement antitrust e consumeristico si adatta costantemente all’evoluzione dei mercati e già si confronta con le sfide poste dall’intelligenza artificiale.

Anche in questi nuovi scenari, l’Autorità sarà chiamata a svolgere un ruolo di apripista, contribuendo a definire i principi necessari ad assicurare che l’innovazione si sviluppi in un contesto di mercati aperti, trasparenti e contendibili.

Indagine conoscitiva sul Quantum Computing

A tal proposito, si segnala il recente avvio dell’indagine conoscitiva sul settore del Quantum Computing, al fine di approfondire una serie di possibili criticità concorrenziali in una fase di grande espansione di tali nuove tecnologie.

Al contempo, assumono rilievo i provvedimenti relativi al fenomeno delle “allucinazioni” dei chatbot di intelligenza artificiale, volti a chiarire agli utenti che gli stessi possono generare risposte contenenti informazioni inesatte e fuorvianti.

Gli ingenti investimenti, sostenuti da un numero limitato di operatori, si concentrano in ecosistemi tecnologici che integrano infrastrutture fisiche – come data center e GPU – e risorse immateriali, quali dati e applicazioni.

In questo contesto, emergono nuove scarsità nei mercati dei talenti, degli input tecnologici e nell’accesso ai dati, mentre nuove forme di intermediazione rischiano di creare ulteriori colli di bottiglia.

Le telecomunicazioni

Un’economia sempre più digitalizzata richiede reti di telecomunicazione capillari e ad alte prestazioni. Si tratta di un obiettivo di rilevanza strategica, sostenuto sia dalla concorrenza tra operatori, che ha incentivato gli investimenti privati nelle reti in fibra, sia dall’intervento pubblico nelle aree interessate da fallimenti di mercato, anche nell’ambito del PNRR.

L’Autorità ha vigilato sul processo di consolidamento del settore e ne ha indirizzato l’evoluzione attraverso diverse istruttorie, esaminando progetti di co-investimento nelle reti in fibra e accertando un abuso di posizione dominante legato allo sviluppo della fibra ottica.

L’obiettivo di promuovere gli investimenti e il rapporto tra progresso tecnologico e dinamiche concorrenziali rappresentano il filo conduttore che accomuna l’azione dell’Autorità in questo settore. L’esperienza italiana dimostra che investimenti e concorrenza non sono obiettivi in conflitto, ma elementi interconnessi che operano come pilastri indispensabili per un comparto così strategico per l’intera economia.

I consumatori italiani hanno beneficiato, in questi anni, di servizi migliori e di prezzi contenuti per i servizi di connettività. Anche in mercati concorrenziali come quelli delle telecomunicazioni, tuttavia, è stato necessario intervenire nei confronti di omissioni informative e di modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali non adeguatamente comunicate. Di particolare rilievo poi è stata l’azione di contrasto alle attivazioni di servizi non richiesti, realizzati anche mediante meccanismi di opt-out, che sfruttano l’inerzia del consumatore, facendo ricadere su quest’ultimo l’onere di opporsi.

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AI, la Cina ha colmato il divario con gli Stati Uniti. Il report AI Index 2026 di Stanford

Cina e Stati Uniti hanno ormai raggiunto prestazioni comparabili nei modelli AI, alternandosi ai vertici dei principali benchmark globali. Un equilibrio competitivo senza precedenti, che ridefinisce gli assetti della leadership tecnologica mondiale.

Lo rivela l’AI Index 2026 dello Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, una delle analisi più complete e basate sui dati sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Non si tratta solo di una raccolta di numeri, ma di uno strumento di lettura strutturato, capace di restituire una visione d’insieme su come l’AI stia avanzando dal punto di vista tecnico, economico e sociale.

Usa e Cina, leadership AI condivisa ma con punti di forza diversi

Se Washington mantiene un vantaggio strutturale in termini di capitali, infrastrutture e produzione di semiconduttori, Pechino si distingue per la capacità di scalare rapidamente su altri fronti. Il report evidenzia infatti il primato cinese nel numero di brevetti, nelle pubblicazioni scientifiche e nello sviluppo della robotica autonoma.

Ne emerge un modello di competizione asimmetrica: gli Stati Uniti restano forti nella dimensione industriale e nell’ecosistema dell’innovazione privata, mentre la Cina consolida la propria posizione attraverso investimenti coordinati e una forte integrazione tra ricerca e applicazioni.

Un ecosistema globale sempre più frammentato

Accanto ai due poli principali, il panorama internazionale dell’AI si sta ampliando. Paesi come la Corea del Sud emergono per densità di innovazione, mentre numerosi governi stanno investendo in infrastrutture nazionali per garantire la cosiddetta sovranità tecnologica.

Allo stesso tempo, il report segnala il rischio di un ampliamento del divario digitale: non tutte le regioni dispongono delle risorse necessarie per competere, con il risultato di una crescente polarizzazione tra Paesi leader e Paesi marginalizzati.

Il peso crescente delle aziende private

Un dato particolarmente rilevante riguarda il ruolo delle imprese. Oltre il 90% dei modelli AI considerati significativi è oggi sviluppato da aziende private, a conferma di uno spostamento del baricentro dell’innovazione fuori dal perimetro pubblico e accademico.

Questa dinamica si accompagna a una riduzione della trasparenza, soprattutto per quanto riguarda i dataset utilizzati e i processi di addestramento. Un elemento che solleva interrogativi sulla governance dell’AI e sulla possibilità di verificare in modo indipendente sicurezza, affidabilità e bias dei sistemi.

Usa e Cina: adozione AI record, ma cresce la diffidenza

L’adozione dell’AI generativa ha raggiunto livelli senza precedenti, coinvolgendo oltre la metà della popolazione mondiale. Tuttavia, alla diffusione capillare si affianca una crescente diffidenza da parte dei cittadini, legata in particolare all’impatto sul lavoro e alla trasformazione dei modelli occupazionali.

Il report evidenzia come gli effetti siano già visibili in alcuni settori, alimentando una percezione di rischio che si traduce in una divergenza sempre più marcata tra l’ottimismo degli esperti e lo scetticismo dell’opinione pubblica.

Costi ambientali e nuove vulnerabilità

Tra le criticità emergenti figurano anche i costi ambientali dell’AI, sempre più rilevanti in termini di consumo energetico e utilizzo di risorse. A questo si aggiunge la forte dipendenza da supply chain concentrate, in particolare nel settore dei semiconduttori, che espone l’intero ecosistema a rischi geopolitici e industriali. Per questi motivi, spiega il report, l’intelligenza artificiale continua a rappresentare un motore di innovazione globale, ma la sua evoluzione sarà sempre più condizionata da equilibri politici, economici e sociali.

Per approfondire

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Bonus sport, 500 euro per chi ha tra i 6 ai 18 anni nel Lazio. La guida per richiederlo

Voucher sport da 500 euro nel Lazio: guida semplice per ottenere il contributo

Le famiglie del Lazio hanno un’opportunità concreta per avvicinare bambini e ragazzi allo sport senza pesare sul bilancio domestico. È infatti aperto il bando “Voucher per lo Sport – Regione Lazio”, che mette a disposizione un contributo fino a 500 euro per sostenere l’attività sportiva dei più giovani (età 6-18 anni), attivabile fino al 13 maggio 2026.

Il progetto è un’iniziativa promossa dalla Regione Lazio, Direzione Regionale Affari Della Presidenza, Turismo, Cinema, Audiovisivo e Sport, realizzata in collaborazione con Sport e salute SpA. L’Intervento è cofinanziato dall’Unione Europea – Programma FSE+ della Regione Lazio 2021-2027.

Si tratta di una misura pensata per favorire il benessere fisico e sociale, ma anche per abbattere una delle principali barriere all’accesso allo sport: il costo.

Che cos’è il voucher sport

Il voucher è un contributo economico del valore di 500 euro, destinato a coprire le spese per attività sportive o centri estivi. Può essere utilizzato presso associazioni sportive dilettantistiche (ASD), società sportive (SSD) o enti del terzo settore attivi nello sport.

Ogni ragazzo può ricevere un solo voucher, ma può scegliere di utilizzarlo anche presso più strutture, fino a un massimo di tre diverse realtà sportive.

A chi spetta

Il bonus è rivolto a:

  • giovani tra i 6 e i 18 anni
  • residenti nella Regione Lazio
  • appartenenti a famiglie con ISEE non superiore a 50.000 euro

L’iniziativa è inclusiva: è prevista una particolare attenzione anche per i ragazzi con disabilità, per i quali sono previste modalità di partecipazione semplificate.

Come funziona e cosa bisogna fare

Una volta ottenuto il voucher, il beneficiario dovrà:

  • praticare attività sportiva per almeno 3 ore al mese
  • (per i ragazzi con disabilità è sufficiente 1 ora al mese)

La presenza sarà certificata in modo semplice: basterà registrarsi tramite QR code, una sola volta al giorno, in entrata oppure in uscita.

Come fare domanda

La procedura è interamente online e piuttosto semplice. Ecco i passaggi:

  1. Accedere alla Piattaforma Bandi tramite SPID o CIE
  2. Selezionare l’avviso “Voucher per lo Sport – Regione Lazio”
  3. Compilare e inviare la domanda

Non sono previste modalità alternative: la candidatura deve essere presentata esclusivamente online.

Le scadenze da ricordare

Le domande possono essere inviate fino alle ore 15:00 del 13 maggio 2026.

È importante non aspettare gli ultimi giorni, per evitare eventuali problemi tecnici o ritardi.

Un’offerta sempre più ampia

Rispetto allo scorso anno, il progetto cresce in modo significativo:

  • oltre 5.400 corsi sportivi disponibili
  • quasi 2.000 realtà coinvolte
  • più di 2.600 impianti sportivi in tutta la regione
  • oltre 366 mila posti disponibili

Numeri che mostrano una rete sempre più capillare e una risposta forte del territorio.

Perché è importante

Il voucher non è solo un aiuto economico. L’obiettivo è più ampio: promuovere uno stile di vita attivo, contrastare la sedentarietà e offrire ai giovani una concreta opportunità di crescita, inclusione e socialità.

In un contesto in cui lo sport rischia spesso di diventare un lusso, questa misura punta a renderlo un diritto accessibile a tutti.

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Data center, negli Usa la corsa rallenta tra energia, chip, instabilità geopolitica (e locale)

Negli Stati Uniti il boom dei data center mostra segnali di rallentamento. Tra un terzo e la metà delle nuove strutture previste entro il 2026 rischia infatti di essere cancellata o rinviata, evidenziando una distanza crescente tra piani industriali e capacità reale di esecuzione.

Numeri che raccontano uno scarto evidente: a fronte di una capacità pianificata tra i 12 e i 16 gigawatt, solo circa 5 gigawatt risultano attualmente in costruzione. Il resto dei progetti rimane in fase preliminare, senza progressi concreti, segno di un contesto sempre più complesso per lo sviluppo delle infrastrutture digitali.

Data center: supply chain sotto pressione e costi in aumento

Uno dei principali fattori di rallentamento riguarda la supply chain tecnologica. La persistente carenza globale di chip continua a incidere sulla disponibilità di componenti essenziali, mentre la crescente domanda legata all’AI sta facendo lievitare i costi di memoria e storage.

Il risultato è un aumento significativo dei budget necessari per la realizzazione dei data center, con impatti diretti sulla sostenibilità economica dei progetti e sulla capacità degli operatori di rispettare le tempistiche iniziali.

Il nodo energetico diventa centrale

Accanto ai vincoli tecnologici, emerge con forza la questione energetica. L’accesso a fonti di energia affidabili rappresenta oggi uno dei principali colli di bottiglia per lo sviluppo dei data center, in un contesto in cui le reti elettriche sono già sotto pressione per effetto dell’elettrificazione diffusa.

Sempre più progetti iniziano a prevedere soluzioni autonome, come la costruzione di generatori dedicati, segnalando un cambio di paradigma: l’infrastruttura digitale non può più prescindere da una strategia energetica integrata.

Geopolitica e reshoring rallentano lo sviluppo

A complicare ulteriormente il quadro intervengono fattori geopolitici. La volontà degli Stati Uniti di ridurre la dipendenza da tecnologie cinesi, in particolare nella filiera dei semiconduttori, si scontra con la difficoltà di espandere rapidamente la produzione interna.

Il processo di reshoring industriale richiede tempi e investimenti significativi, contribuendo a rallentare la realizzazione dei progetti e ad aumentare l’incertezza per gli operatori del settore.

Data center: cresce l’opposizione locale

Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dall’aumento delle resistenze a livello territoriale. In diverse aree cresce l’opposizione delle comunità locali alla costruzione di nuovi data center, per motivi legati all’impatto ambientale, al consumo di suolo e all’utilizzo intensivo di risorse energetiche e idriche.

Queste dinamiche introducono un livello di complessità sociale e regolatoria che si aggiunge ai vincoli tecnici ed economici, rallentando ulteriormente l’iter autorizzativo dei progetti.

L’AI tra ambizione e limiti infrastrutturali

Il rallentamento dei data center negli Stati Uniti mette in luce un aspetto spesso sottovalutato: la crescita dell’AI non è più limitata solo dalla potenza di calcolo disponibile, ma da un insieme articolato di fattori infrastrutturali, energetici e geopolitici.

La sfida per i prossimi anni sarà quindi quella di allineare la domanda crescente di capacità computazionale con un ecosistema in grado di sostenerla. In caso contrario, il rischio è che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale incontri limiti non tecnologici, ma strutturali.

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Francia, addio Windows: la PA passa a Linux per l’indipendenza digitale

La Francia accelera sulla sovranità digitale e decide di abbandonare Windows a favore di Linux nella pubblica amministrazione. L’annuncio arriva direttamente dalla Direction Interministérielle Du Numérique (DINUM), che formalizza il passaggio verso workstation basate su sistema operativo open source, inserendolo in una strategia più ampia di riduzione della dipendenza da fornitori extraeuropei.

La svolta ufficiale della DINUM

Una scelta che in realtà era già nell’aria da tempo, ma che finora si era tradotta in iniziative locali e sperimentazioni circoscritte. Ora invece Parigi alza il livello e avvia un piano strutturato: tutti i ministeri e gli operatori pubblici dovranno mappare le proprie dipendenze tecnologiche, dai sistemi operativi agli strumenti collaborativi, dagli antivirus alle piattaforme di intelligenza artificiale, fino a database, virtualizzazione e infrastrutture di rete. I report dovranno essere consegnati entro l’autunno.

Il nodo della dipendenza dagli Stati Uniti

“Dobbiamo diventare meno dipendenti dagli strumenti americani e riprendere il controllo del nostro destino digitale”, afferma il ministro dell’Azione e dei Conti pubblici David Amiel. Una posizione che riflette una crescente preoccupazione europea sulla gestione dei dati e sulla governance delle tecnologie critiche. “Non possiamo più accettare che i nostri dati, le nostre infrastrutture e le nostre decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo le regole, i prezzi, l’evoluzione e i rischi”, aggiunge.

Linux come leva strategica, non solo tecnica

“La sovranità digitale non è un’opzione, è una necessità”, sottolinea la ministra delegata per l’Intelligenza artificiale e il digitale Anne Le Hénanff. L’obiettivo è costruire un ecosistema più autonomo, basato su soluzioni interoperabili e sostenibili, riducendo l’esposizione a dinamiche esterne.

La Francia non è un caso isolato. In Europa si moltiplicano le iniziative per contenere la dipendenza dai grandi vendor internazionali. In Danimarca, ad esempio, diverse amministrazioni pubbliche hanno già sostituito Microsoft Office con LibreOffice, puntando su alternative open source.

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Anthropic, nuova sentenza della Corte federale e round favorevole al Pentagono e Trump

La Corte d’Appello federale della Columbia dà ragione al Pentagono: Anthropic rimane un rischio per la sicurezza della supply chain

Anthropic è quindi un problema per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, o no? A questa domanda non sarà facile rispondere definitivamente, perché per un po’ di tempo assisteremo a uno scontro tra tribunali a suon di sentenze. Una sceneggiatura buona per un film del tipo courtroom drama all’americana, dove i colpi di scena non mancheranno.

La battaglia legale tra Anthropic e il Pentagono entra quindi in una nuova fase, che per ora sorride all’amministrazione Trump. La Corte d’Appello federale del Distretto di Columbia ha infatti respinto la richiesta urgente della società di sospendere la propria designazione come “rischio per la sicurezza della catena di approvvigionamento”, lasciando in vigore il provvedimento del Dipartimento della Guerra (ex Difesa).

La decisione dei giudici non rappresenta ancora un verdetto definitivo, ma segna un passaggio chiave: il tribunale ha rifiutato di bloccare temporaneamente la misura, consentendo al Pentagono di continuare a escludere Anthropic dai contratti militari e, potenzialmente, da una più ampia platea di forniture federali.

La società, sviluppatrice dell’assistente AI Claude, aveva chiesto una sospensione sostenendo che la designazione le avrebbe causato danni economici e reputazionali per miliardi di dollari. I giudici hanno riconosciuto il rischio di tali danni, ma hanno ritenuto prevalenti le esigenze di sicurezza nazionale e operatività militare.

L’acting Attorney General, Todd Blanche, ha definito la decisione “una vittoria per la prontezza militare”, ribadendo in un post che “l’autorità militare e il controllo operativo appartengono al comandante in capo e al Dipartimento della Guerra, non a una società tecnologica”.

Lo scontro sull’uso dell’AI in guerra

Alla base del contenzioso c’è una frattura profonda tra governo e azienda sull’impiego dell’intelligenza artificiale in ambito militare. Il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha classificato Anthropic come rischio per la supply chain dopo che la società si era rifiutata di rimuovere alcuni limiti (guardrail) dai propri modelli, in particolare per applicazioni legate alla sorveglianza e alle armi autonome.

Una posizione coerente con la linea dichiarata dall’azienda sulla sicurezza dell’AI, ma che, secondo il Dipartimento della Difesa, avrebbe potuto generare incertezza operativa fino a compromettere sistemi militari in contesti critici.

Il governo sostiene che la decisione non sia legata alle opinioni di Anthropic, bensì al rifiuto di accettare determinate clausole contrattuali. Di segno opposto la tesi dell’azienda, che accusa Washington di aver violato il Primo Emendamento (libertà di espressione) e il Quinto Emendamento (diritto al giusto processo), non avendo potuto contestare formalmente la designazione.

Un’accusa riconosciuta valida da una sentenza favorevole ad Anthropic emessa da un Tribunale della California appena due settimane fa.

Un caso senza precedenti

La misura adottata dal Pentagono è senza precedenti: è la prima volta che una società americana viene pubblicamente etichettata come rischio per la sicurezza della catena di approvvigionamento sulla base di norme pensate per prevenire sabotaggi o infiltrazioni nemiche.

Il caso si inserisce inoltre in un contesto paradossale: nel 2025 Anthropic aveva firmato un contratto da 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa, portando Claude all’interno delle reti classificate del governo e nei laboratori nucleari, con funzioni anche di analisi di intelligence.

La rottura è quindi recente e riflette un cambio di clima politico e strategico sull’uso dell’AI in ambito militare.

I prossimi passaggi: verso una decisione di merito

Il cuore della partita si giocherà ora nel merito. La stessa Corte del Distretto di Columbia ha accelerato il calendario e dovrebbe pronunciarsi già il 19 maggio 2026 sulla legittimità della designazione.

In quella sede i giudici dovranno stabilire se la misura sia: fondata su elementi concreti, proporzionata rispetto ai rischi e compatibile con i diritti costituzionali invocati da Anthropic.

La decisione avrà effetti anche sugli altri procedimenti federali, contribuendo a definire un precedente cruciale nel rapporto tra sicurezza nazionale e libertà delle imprese tecnologiche.

Possibile escalation alla Corte Suprema

Qualunque sia l’esito, è probabile che la vicenda non si chiuda lì. Se la linea favorevole al Pentagono dovesse essere confermata, Anthropic potrebbe rivolgersi alla Corte Suprema, puntando soprattutto sul tema del Primo Emendamento.

Allo stesso modo, una decisione contraria al governo potrebbe spingere il Dipartimento della Difesa o la Casa Bianca a chiedere un intervento del massimo organo giudiziario.

Un contesto di crescente allarme sull’AI

Il caso giudiziario si intreccia con un clima di crescente preoccupazione istituzionale. Secondo Bloomberg, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, hanno recentemente convocato i vertici delle principali banche di Wall Street, tra cui Jane Fraser (Citigroup), Ted Pick (Morgan Stanley), Brian Moynihan (Bank of America), Charlie Scharf (Wells Fargo) e David Solomon (Goldman Sachs), per discutere dei rischi informatici legati ai nuovi modelli di AI, incluso il sistema “Mythos” sviluppato da Anthropic.

Il timore è che una nuova generazione di attacchi cyber possa mettere sotto pressione infrastrutture finanziarie sistemiche.

Una posta in gioco da centinaia di miliardi

La controversia arriva in un momento di crescita straordinaria per Anthropic. La valutazione della società è passata da oltre 65 miliardi di dollari nel marzo 2025 a circa 350 miliardi all’inizio del 2026, con previsioni di 400-600 miliardi in vista della quotazione in Borsa.

Il fatturato annualizzato ha superato i 30 miliardi di dollari ad aprile 2026, mentre il valore delle stock option dei dipendenti è aumentato rapidamente, moltiplicandosi fino a dieci volte in alcuni casi. Aprendo di fatto una sfida tecnologica e di potere con OpenAI di Sam Altman.

Proprio questa espansione rende la posta in gioco ancora più elevata: una conferma definitiva della “blacklist” potrebbe incidere profondamente sul posizionamento dell’azienda nei mercati pubblici e nei rapporti con governi e grandi clienti istituzionali.

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Data Center e Digitale, l’evento AIIP alla Camera dà voce alle imprese fra crisi energetica e tsunami dell’AI

Sala della Regina alla Camera gremita in occasione dell’evento promosso dall’AIIP (l’Associazione Italiana Internet Provider) “Data Center e Digitale: Le politiche per il mercato”, in collaborazione con l’Intergruppo parlamentare per la Sostenibilità Digitale e Sovranità Tecnologica su iniziativa dell’onorevole Enzo Amich. Un’occasione importante per fare il punto sulle possibili sinergie fra aziende e politica “tenuto conto della crisi in Iran, che avrà pesanti ripercussioni sulle catene di approvvigionamento nei mesi futuri”, ha detto in chiusura dell’evento Giovanni Zorzoni, vicepresidente AIIP, sottolineando l’importanza del rapporto stretto che si è instaurato fra l’Associazione e l’Intergruppo.

All’evento ha preso parte da remoto, con un video messaggio, il ministro del MIMIT Adolfo Urso.

Data center: Urso “Sono fondamentali, serve capacità energetica adeguata

“Il rapido aumento della domanda di calcolo, guidato dall’intelligenza artificiale e dal calcolo ad alte prestazioni, rende i data center infrastrutture critiche per l’autonomia strategica e la sicurezza dei dati. Infrastrutture fondamentali”. Così il ministro Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, nel suo video messaggio. “Le più recenti analisi prevedono che la domanda globale di capacità di calcolo triplicherà entro il 2030: l’AI assorbirà circa il 70% della domanda e la sola AI generativa supererà il 40%. E’ dunque imprescindibile garantire uno sviluppo sostenibile, efficienza energetica e piena integrazione con le reti”.

Restano, aggiunge Urso “alcune criticità: disponibilità energetica adeguata e per questo è necessario e fondamentale lavorare allo sviluppo del nucleare civile e dei piccoli reattori particolarmente adeguati ad alimentare di energia i data center e l’AI, servono anche tempi autorizzativi certi, accesso a siti idonei e il rafforzamento delle filiere tecniche per progettazione, costruzione e gestione”.

I data center, ha aggiunto Urso, sono fondamentali per la diffusione dell’AI fra le nostre PMI ed è per questo che il MIMIT ha varato una strategia per l’AI in tempi stretti, a novembre, e che è stato realizzato un procedimento autorizzativo unico per i data center.

Digitale: Amich (FdI), “Data Center leva strategica per crescita, sicurezza e innovazione

“Il tema dei data center e delle infrastrutture digitali è ormai centrale per il futuro economico e strategico del Paese: non più solo tecnologia, ma una leva decisiva per la competitività e la sicurezza. Occorre accompagnare lo sviluppo del settore con un quadro normativo chiaro e stabile e con una visione industriale capace di sostenere investimenti, innovazione e crescita. L’Italia ha tutte le potenzialità per essere protagonista in questo ambito, ma bisogna accelerare, semplificare e garantire certezza regolatoria, così da colmare i ritardi e rafforzare il nostro posizionamento nello scenario internazionale. Il confronto tra istituzioni e imprese avviato oggi è essenziale per costruire risposte concrete ed efficaci”. Lo ha affermato l’on. Enzo Amich a margine dell’evento. Amich ha poi aggiunto che “i data center sono luoghi strategici, dove i dati diventano decisioni. Ma servono decisioni politiche per tradurre la tecnologia in decisioni concrete”.

Data center, Deidda (FdI): “Legge delega frutto di lavoro condiviso. Politica ascolti imprese”

Sulla legge delega al Governo per la regolamentazione dei data center, “abbiamo mantenuto l’impegno, soprattutto con l’unanimità o con la condivisione, grazie anche a un bel lavoro dentro la Commissione, partendo dall’opposizione e arrivando alla maggioranza, trovando un clima costruttivo e spiegando al Governo di lasciar lavorare la Camera. Il Governo aveva fretta di dare risposte, ma ha rispettato il lavoro del Parlamento, dando spazio a questo testo unico che ha dato una prima risposta e ha permesso, anche a chi di data center poco se ne occupava, di capire cosa fossero, inclusi gli amministratori locali”. Così Salvatore Deidda, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Trasporti della Camera.

“Siamo riusciti a documentare e spiegare che i data center sono il presente e il futuro”, ha aggiunto. “Sono contento che lo abbiamo fatto di concerto tra maggioranza e opposizione, anche perché la sostenibilità digitale va al di là del singolo data center”.

“A volte la politica non deve fare altro che ascoltare gli imprenditori, senza l’arroganza di voler mettere i puntini sulle i o la propria bandierina”, ha proseguito. “In commissione abbiamo calendarizzato i prossimi provvedimenti europei perché non vogliamo ripetere l’errore del passato, ovvero pensare che ciò che si discute in Europa vada affrontato solo quando gli effetti o i danni si sono già verificati. Abbiamo l’ambizione, anche se l’Europa dovesse fare carta straccia dei nostri pareri o suggerimenti, di essere noi a dire se un provvedimento va bene o no. Dobbiamo difendere la nostra sovranità non a parole ma negli atti, lasciando tracce a chi verrà dopo di noi per poter dire che l’Italia l’aveva previsto e che l’Italia deve difendere le proprie posizioni”, ha concluso.

Data center, Pastorella (Azione): “Legge delega e decreto attuativo esempi efficienza politica”

E mentre il deputato Pd Andrea Casu ricorda che “il lavoro su questa legge dimostra che dal confronto si possono migliorare le cose, come abbiamo fatto per grandi e piccole strutture data center” e che “c’è ancora tanto da fare tenendo conto dell’intero ecosistema del digitale”,  la deputata di Azione Giulia Patorella ha detto che “Dopo un po’ di tira e molla tra parlamento e Governo, è successa una cosa meravigliosa, forse inedita nella nostra politica: è arrivata la legge delega del Parlamento sui data center e, immediatamente e contemporaneamente, il primo decreto attuativo che segue i principi dati in quella legge delega. Si può percepire come una corsa, oppure come un esempio di efficienza incredibile. Noi parlamentari avevamo detto che servono un procedimento e un iter autorizzativo unico e il Governo, nel decreto bollette, ha proposto questo iter autorizzativo. Naturalmente potrebbe essere migliorato, e noi abbiamo anche proposto in sede di emendamento delle migliorie, ma stiamo andando nella direzione giusta”.

“Forse la politica è arrivata un po’ tardi sul tema dei data center – ha aggiunto; ci è arrivata molto prima purtroppo la guerra. Nel conflitto russo-ucraino, nonché in quello più recente in Iran, i data center sono sempre stati strutture molto targettizzate, molto colpite, a dimostrazione del loro carattere di infrastrutture strategiche che sono assolutamente al cuore di ogni Paese. Non siamo arrivati però troppo tardi: sono d’accordo con il presidente Deidda sul fatto che siamo arrivati forse giusto in tempo per evitare di perdere questo treno, mentre purtroppo l’Europa ha perso tanti altri treni”.

“Questo è un primo passo, ma i data center sono un pezzo di un puzzle che comprende non solo antenne e connettività aerea, ma anche il tema della fibra, dei cavi sottomarini e dello spazio, dei satelliti e anche dei data center nello spazio. Il nostro lavoro non si può fermare qui, anche perché la legge delega al Senato ancora non è passata. In secondo luogo, dobbiamo occuparci di tutto il resto: abbiamo già dato attenzione all’attività subacquea e ai cavi sottomarini con un provvedimento del Governo che se ne occupava in maniera parziale; ci stiamo occupando dello spazio, non solo con il ddl spazio ma con tante altre iniziative”, ha concluso.

CONTINUA…..

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