Indipendenza digitale, come creare il Fondo europeo per partire

Cloud e AI, la strategia europea c’è. Ma ora Bruxelles deve trovare i soldi

La Commissione europea ha presentato la sua strategia per rafforzare la sovranità tecnologica dell’Unione nel cloud e nell’intelligenza artificiale (AI). L’obiettivo politico è chiaro: ridurre la dipendenza da un numero ristretto di fornitori extraeuropei (in particolare quelli americani) e costruire capacità proprie in infrastrutture, calcolo, data center e servizi AI. La vera questione, adesso, è come finanziare questa ambizione.

Qualcosa su questo si trova nei documenti allegati alla proposta di Cloud and AI Development Act, o CADA, in cui Bruxelles non propone un fondo sovrano già pronto all’uso, perchè non c’è e va costruito. Disegna invece un modello di finanziamento ibrido da cui partire, che combina programmi europei esistenti, contributi degli Stati membri e investimenti privati, rinviando la piena scala industriale al prossimo quadro finanziario pluriennale. E qui si giocherà la vera partita della futura autonomia finanziaria dell’istituzione europea.

Il regolamento è esplicito: le iniziative per il cloud e l’AI “may be supported by funding from Union programmes and other instruments”, in particolare Horizon Europe, il Digital Europe Programme e InvestEU. La Commissione aggiunge che le stesse iniziative “may be supported by Member States” e anche da “private-sector investments”. In altre parole, non un unico fondo centrale, per il momento, ma una costruzione graduale di risorse pubbliche e private coordinate tra loro.

Virkkunen (Ue): “Creare capacità di investimento europea per sostenere le nostre migliori imprese nella competizione globale”

Il percorso l’ha ben illustrato la Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, nel suo discorso in occasione della presentazione della strategia europea: “L’Europa sta perdendo terreno nella corsa tecnologica globale perché ha bisogno di più investimenti ad alto rischio nel settore dell’innovazione. Mentre i principali competitor internazionali stanno mobilitando ingenti capitali, il continente si trova ad affrontare un crescente deficit di investimenti strategici.
I finanziamenti pubblici rappresentano un punto di partenza importante, ma non possono essere i contribuenti a sostenere da soli questo sforzo. Se l’Europa vuole rafforzare la propria sovranità tecnologica e mantenere il controllo del proprio futuro digitale, è indispensabile che anche il capitale privato aumenti il proprio impegno, sostenendo i progetti più ambiziosi e strategici
”.

“Per colmare questo divario, la Commissione europea avvierà con effetto immediato una consultazione con gli Stati membri, il Gruppo Banca europea per gli investimenti (BEI) e i principali attori del settore finanziario.
L’obiettivo è chiaro: creare una capacità europea di investimento in capitale di rischio su larga scala, in grado di garantire alle migliori imprese tecnologiche europee le risorse necessarie per competere e affermarsi sui mercati globali
”, ha sottolineato la Vicepresidente della Commissione.

È qui che molti hanno letto tra le righe il richiamo ad un “fondo sovrano europeo” che poi sarebbe chiamato ad investire direttamente nelle società tecnologiche (ma anche energetiche e di altri settori strategici) con maggiori possibilità di competere a livello globale. Una sfida significativa, ma che probabilmente è nelle corde della Commissione e dell’Unione tutta.

Un modello ‘ibrido’ a tre livelli

Tornando al modello di finanziamento ibrido al momento individuato dalla Commissione, c’è già un primo livello di risorse europee disponibili. La Commissione punta su programmi esistenti per finanziare ricerca, sviluppo, infrastrutture e prima adozione industriale delle tecnologie cloud e AI. È un passaggio importante, perché mostra che Bruxelles non parte da zero, ma prova a riallocare strumenti già in essere verso gli obiettivi di sovranità tecnologica.

Il secondo livello è quello nazionale. Il testo prevede che gli Stati membri possano sostenere la strategia con misure di ricerca, sviluppo e innovazione, nel rispetto delle regole sugli aiuti di Stato. Questo significa che la Commissione immagina un cofinanziamento pubblico distribuito, in cui i governi nazionali restano parte attiva del processo, soprattutto nei progetti infrastrutturali e nei poli strategici.

Il terzo livello è quello del capitale privato. La Commissione chiede agli operatori industriali e finanziari di tenere conto della strategia nelle loro decisioni di investimento. Qui il messaggio è chiaro: l’obiettivo non è soltanto attrarre capitali, ma orientarli dentro un quadro coerente con le priorità europee, evitando frammentazione e duplicazioni.

Il ruolo del futuro fondo sovrano e un meccanismo di priorità nei finanziamenti

La parte più interessante del testo è però quella che collega la strategia al futuro European Competitiveness Fund. Nel considerando 43 si legge che i “data centre strategic projects” dovrebbero ricevere sostegno da programmi, fondi e strumenti finanziari dell’Unione, in linea con gli obiettivi dei singoli strumenti e senza pregiudicare il prossimo bilancio pluriennale 2028-2034.

Il passaggio più rilevante è quello in cui si afferma che questi progetti dovrebbero ottenere il “competitiveness seal” se soddisfano le condizioni previste dal futuro European Competitiveness Fund, cioè se sono considerati progetti di alta qualità che contribuiscono agli obiettivi del fondo.
Di fatto, si sta ragionando su un marchio di qualità da attribuire a progetti considerati validi e strategici, così da facilitarne il finanziamento con altre risorse pubbliche o private anche se non (ri)entrano direttamente nel programma UE originario.

In sostanza, la Commissione sta creando un meccanismo di priorità per far entrare i progetti cloud e data center nel perimetro dei futuri finanziamenti europei.

Questo non significa che il fondo sovrano esista già in forma pienamente operativa. Significa però che la Commissione ne sta preparando la funzione: selezionare, premiare e indirizzare i progetti industriali ritenuti strategici per la competitività europea. È un tassello fondamentale della strategia, perché lega la sovranità tecnologica non solo alla regolazione, ma anche alla futura architettura finanziaria dell’Unione.

Una strategia ancora da finanziare

Il punto politico resta lo stesso: la Commissione ha definito l’orizzonte, ma non ha ancora chiuso il capitolo delle risorse. Il documento mostra una scelta precisa: utilizzare i fondi UE esistenti nel breve periodo, coinvolgere gli Stati membri e il capitale privato nel medio periodo, e agganciare la piena scala industriale al prossimo quadro finanziario pluriennale.

È una costruzione pragmatica, ma anche una prova di forza. Perché la sovranità tecnologica non dipende solo dagli obiettivi industriali o dalle regole sul mercato, ma dalla capacità di mettere insieme risorse sufficienti per sostenere data center, cloud e infrastrutture AI su scala continentale.

In questo senso, il Cloud and AI Development Act è insieme una strategia industriale e una promessa finanziaria ancora da completare, che peraltro dovrà fare i conti con le solite divergenze interne ai 27 Stati dell’Unione. Accetteranno di contribuire a livello finanziario? Condivideranno l’impostazione generale di questa architettura finanziaria? Saranno favorevoli ad aumentare la dote finanziaria dell’Unione? C’è anche da chiedersi se condividono a pieno gli obiettivi della strategia. La Commissione ha aperto il cantiere; ora deve trovare il modo di finanziarlo davvero e di convincere tutti e 27 a mettersi a lavorare.

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Nasce chatMinerva, il modello dell’Università Sapienza allenato con l’italiano

L’Italia non sta a guardare sull’intelligenza artificiale e presenta ChatMinerva, prima famiglia di Large Language Model sviluppata principalmente per la lingua italiana e addestrata da zero anche su testi italiani.

Da oggi infatti l’ateneo ha reso disponibile ChatMinerva, assistente Ai multimodale capace di leggere testi, interpretare immagini, analizzare documenti e navigare il web in tempo reale, il tutto dialogando in italiano con un livello di affidabilità inedito per un modello sviluppato interamente nel nostro Paese.

“Vogliamo dimostrare che è possibile costruire tecnologia IA di frontiera anche in Europa e in Italia – afferma Roberto Navigli, professore della Sapienza e responsabile del progetto – con un approccio aperto, scientificamente rigoroso e indipendente. ChatMinerva è stato costruito con molta più passione che budget, grazie al lavoro incessante di decine di ricercatori, dottorandi, studenti e collaboratori che credono nella possibilità di creare tecnologia IA italiana da cui partire per costruire prodotti competitivi – conclude Navigli – pur nascendo in un contesto molto diverso da quello dei grandi colossi globali”.

“Il lancio di ChatMinerva segna una nuova tappa nel percorso di innovazione del nostro Ateneo nel campo dell’intelligenza artificiale”, ha dichiarato la rettrice Antonella Polimeni. “L’evoluzione del progetto Minerva verso assistenti AI multimodali e interattivi conferma la capacità della Sapienza di trasformare la ricerca di frontiera in innovazione concreta, al servizio della conoscenza e della società”.

Il punto di forza? L’addestramento in lingua italiana

Minerva nasce invece con l’italiano come focus principale fin dall’inizio. Molti LLM oggi disponibili sono addestrati soprattutto su dati in inglese e solo in parte su altre lingue. Questo può incidere sulla qualità delle risposte in italiano, sulla fluidità, sulla comprensione delle sfumature culturali e sui tempi di generazione.

Secondo il gruppo di ricerca, questa impostazione permette al modello di gestire meglio vocabolario, sintassi e specificità culturali della lingua italiana, riducendo alcuni limiti tipici dei modelli addestrati principalmente in inglese.

Attenzione a non fare confusione: si tratta di un progetto di ricerca non un chatbot commerciale

Gli sviluppatori precisano che Minerva resta un progetto di ricerca. I modelli possono produrre risposte utili, ma non sono perfetti: possono contenere bias, generare informazioni errate o inappropriate e mostrare limiti su alcuni compiti.

Il confronto con chatbot commerciali come ChatGPT o Claude va quindi fatto con cautela. Quei sistemi sono addestrati su quantità di dati molto più ampie, spesso non documentate, e dispongono di centinaia di miliardi di parametri. Minerva punta invece su un approccio più trasparente, con dati e processo di addestramento descritti pubblicamente.

Perché un modello pensato per l’italiano

Il motivo principale riguarda il modo in cui gli LLM trattano le lingue. Nei modelli centrati sull’inglese, il vocabolario interno è ottimizzato soprattutto per quella lingua. Quando devono elaborare parole italiane, spesso le spezzano in più unità rispetto alle parole inglesi. Questo può aumentare i tempi di inferenza e ridurre la naturalezza del testo generato.

Nel progetto Minerva è stato sviluppato un tokenizer più adatto all’italiano. I dati tecnici pubblicati mostrano una migliore “fertility” rispetto a modelli come Mistral-7B-v0.1, cioè una minore frammentazione delle parole italiane in token. Questo può contribuire a risposte più efficienti e più naturali.

Come sono stati sviluppati i modelli base

La famiglia Minerva comprende modelli di dimensioni diverse, da 350 milioni a 7 miliardi di parametri. I modelli base sono stati addestrati su un insieme ampio di testi italiani e inglesi.

Le fonti includono Wikipedia, articoli di notizie, libri, documenti legali, contenuti web, Gazzetta Ufficiale, EurLex, Gutenberg, Wikisource e dataset aperti come RedPajama v2 e CulturaX. Il modello da 7 miliardi di parametri è stato addestrato su 2,48 trilioni di token, con una composizione bilanciata tra italiano e inglese e una quota di codice.

L’obiettivo è stato esporre il modello a registri linguistici diversi: testi enciclopedici, documenti normativi, contenuti web, linguaggio tecnico, testi conversazionali e materiale scientifico.

Il focus sulla sicurezza

La sicurezza è una parte rilevante del progetto Minerva. Il gruppo ha lavorato sulla base di ALERT, una tassonomia sviluppata da Babelscape per classificare contenuti rischiosi o dannosi.

È stato costruito un dataset di 21mila istruzioni in italiano con risposte desiderate, coprendo sei macro-categorie: hate speech e discriminazione, pianificazione criminale, sostanze regolamentate, contenuti sessuali, suicidio e autolesionismo, armi e strumenti illegali.

Nella demo chat viene inoltre usata una versione di LlamaGuard fine-tuned su questi dati, per identificare prompt e risposte che potrebbero violare le salvaguardie previste.

Addestramento con il supercomputer Leonardo

L’addestramento di Minerva ha richiesto una forte capacità di calcolo. Per questo il progetto si è appoggiato a CINECA e al supercomputer Leonardo.

Il modello da 7 miliardi di parametri è stato addestrato usando 128 GPU in parallelo. Il processo ha richiesto diverse settimane, confermando la complessità tecnica ed economica dell’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni.

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Come fare brand nella PA

  • Di Francesco Giorgino, Luca Giannantoni e Lucio Lussi
  • Prefazione di Paolo Zangrillo
  • Editore: Rubbettino
  • Data di pubblicazione: maggio 2026
  • Pagine: 296, Italiano
  • ISBN: 9788849888829

Si può applicare il marketing nella Pubblica Amministrazione? Qual è il salto culturale che le PA devono compiere? In un tempo in cui cittadini, imprese e territori chiedono alla Pubblica Amministrazione efficienza, ascolto, chiarezza, prossimità e capacità di generare fiducia, la comunicazione pubblica non può più essere considerata una funzione accessoria. È una componente essenziale dell’azione amministrativa: contribuisce alla qualità dei servizi, alla reputazione delle istituzioni, alla trasparenza delle decisioni e alla costruzione di valore pubblico.

Da questa riflessione nasce “Brand pubblico. Il futuro della PA tra comunicazione e marketing”, il volume di Francesco Giorgino, Luca Giannantoni e Lucio Lussi, pubblicato da Rubbettino, con prefazione del Ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo.

Il libro propone una lettura innovativa del rapporto tra istituzioni e cittadini: anche la Pubblica Amministrazione deve imparare a immaginarsi, e ad agire, come un brand, non nel senso commerciale o promozionale del termine, ma come promessa pubblica di affidabilità, coerenza, qualità dei servizi, riconoscibilità e responsabilità.

Il brand pubblico rappresenta il modo in cui un’amministrazione viene percepita, ricordata e valutata nel tempo. È la somma delle sue decisioni, dei suoi comportamenti, dei servizi che offre, delle parole che sceglie e della fiducia che riesce a costruire. Il branding, quindi, non è soltanto uno slogan, una campagna di comunicazione o un logo: è un processo continuo che riguarda l’identità dell’istituzione e la qualità della relazione con le persone.

In questa prospettiva, comunicazione e marketing diventano strumenti fondamentali per accompagnare la trasformazione della PA, attraverso le competenze professionali attive nelle istituzioni e al servizio dell’interesse generale. Il marketing pubblico aiuta le amministrazioni a conoscere meglio i bisogni delle persone, a progettare servizi più accessibili, a rendere più comprensibili le politiche pubbliche e a rafforzare il legame tra istituzioni e comunità.

Il volume non si limita a una riflessione teorica, ma racconta anche buone pratiche di comunicazione e marketing pubblico, mostrando come alcune amministrazioni abbiano saputo migliorare la propria capacità di ascolto, semplificare il linguaggio, valorizzare i servizi, costruire relazioni più efficaci con i cittadini e rendere più visibile l’impatto delle politiche pubbliche. Esperienze diverse che dimostrano come la comunicazione e il marketing, quando sono progettati in modo professionale, possano diventare parte integrante della qualità amministrativa.

Uno degli elementi originali del libro è la proposta del modello PBVTJ – Public Brand Value Telling Journey, un percorso che aiuta a leggere e progettare il brand pubblico come un viaggio: si parte dall’identità dell’amministrazione, si passa attraverso il valore generato dai servizi e dalle politiche pubbliche, e si arriva alla fiducia costruita nel tempo con cittadini, imprese e territori. In termini semplici, il modello mostra che la reputazione di una PA non nasce da un singolo messaggio, ma dall’esperienza complessiva che le persone fanno dell’istituzione: ciò che promette, ciò che comunica, ciò che realizza e il modo in cui mantiene coerenza tra parole e azioni.

Il volume affronta temi oggi centrali nel dibattito sulla modernizzazione amministrativa: la reputazione delle istituzioni, la fiducia dei cittadini, il ruolo della comunicazione nei processi decisionali, la qualità della relazione con gli utenti, la semplificazione del linguaggio, la trasformazione digitale, la misurazione dell’impatto comunicativo, il rapporto tra identità pubblica e valore pubblico.

“Brand pubblico” si rivolge a comunicatori, dirigenti pubblici, amministratori, studiosi, giornalisti, professionisti della comunicazione e a tutti coloro che sono interessati a comprendere come cambia la PA in una fase storica in cui non è sufficiente fare bene, ma occorre anche saper rendere visibile, comprensibile e credibile ciò che si fa.

Il libro invita a superare una visione difensiva e burocratica della comunicazione istituzionale per riconoscerla come infrastruttura democratica: uno spazio di ascolto, trasparenza, partecipazione e costruzione di fiducia. La tesi centrale del volume è chiara: una Pubblica Amministrazione che comunica meglio è più utile, più accessibile e più vicina alle persone. E una PA capace di costruire un brand pubblico credibile può contribuire a rafforzare la qualità della democrazia, la coesione sociale e la competitività del Paese.

Gli autori

Francesco Giorgino è un giornalista professionista e docente universitario. In Luiss è titolare degli insegnamenti di Content Marketing e Brand Storytelling, di Marketing Politico e di Newsmaking. Dirige nello stesso ateneo il Master di secondo livello in Comunicazione e Marketing politico-istituzionale. Autore di decine di saggi, è direttore di Rai Ufficio Studi, conduttore e capo autore del programma di Rai 1, XXI Secolo.

Lucio Lussi è giornalista professionista e comunicatore pubblico. Dottore di ricerca (PhD) in Studi Politici, ha oltre 20 anni di esperienza nella comunicazione istituzionale e di politiche pubbliche, con focus su politica di coesione, fondi europei e PNRR, governance e contenuti digitali.

Luca Giannantoni è giornalista professionista esperto in comunicazione pubblica e istituzionale, ufficio stampa e strategie digitali. Da anni cura le relazioni con media ed enti e, dopo aver pubblicato altri libri, presenta la sua prima opera di settore.

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Robot umanoidi, la Cina prepara una nuova ondata di IPO per diventare leader della Physical AI

La Cina prepara una nuova fase industriale per la robotica umanoide. Secondo quanto riportato da Bloomberg, diverse aziende cinesi del settore stanno lavorando alla quotazione in Borsa, in un momento in cui Pechino punta a presentarsi come centro globale della prossima fase dell’intelligenza artificiale: quella fisica, applicata a robot capaci di muoversi e operare nel mondo reale.

Il caso più rilevante è Unitree Robotics, tra i nomi più riconoscibili del settore anche per i video dei suoi robot impegnati in arti marziali. La società ha ottenuto lunedì l’approvazione per la quotazione a Shanghai. La sua IPO sarà uno dei primi test per misurare l’interesse degli investitori verso una possibile ondata di collocamenti nel comparto.

A Hong Kong, scrive Bloomberg, ci sono almeno 46 società legate alla robotica nella pipeline delle quotazioni, pari a oltre il 10% delle domande. Tra le aziende che hanno già presentato richiesta di IPO figurano Leju Robotics e Deep Robotics.

Morgan Stanley: “Umanoidi cinesi più vicini alle IPO”

Secondo Sheng Zhong, responsabile della ricerca industriale sulla Cina di Morgan Stanley, “gli umanoidi cinesi sono un passo più vicini alle IPO, accendendo l’interesse del mercato sugli umanoidi nella seconda metà del 2026”.

I capitali raccolti, spiega l’analista, dovrebbero essere destinati soprattutto alla ricerca e sviluppo, in particolare ai modelli robotici.

La spinta alle quotazioni riflette l’evoluzione dell’ecosistema AI cinese, che negli ultimi mesi ha attirato forte interesse sui mercati finanziari. Ma il tema non riguarda solo la finanza. Si inserisce nella strategia industriale di Pechino, che vuole portare le tecnologie avanzate dalla fase di innovazione alla produzione su larga scala.

La corsa alla Physical AI

La robotica umanoide è uno dei settori più osservati della cosiddetta Physical AI, l’intelligenza artificiale applicata a sistemi capaci di agire nel mondo fisico.

Jensen Huang, Ceo di Nvidia, ha più volte indicato questa area come una delle prossime grandi traiettorie dell’AI. Lunedì Huang ha citato Unitree durante una presentazione dedicata agli sviluppi di Nvidia nella robotica AI.

Unitree e Nvidia hanno collaborato alla realizzazione di macchine umanoidi “di riferimento”, dotate di mani a cinque dita e chip integrati, pensate per sostituire i cosiddetti “Frankenrobots” usati nei laboratori di ricerca. Secondo Huang Jiawei, direttore marketing di Unitree, la società cinese lancerà nella seconda metà dell’anno un nuovo modello alimentato da un chip Nvidia.

Barclays: “Questo è il decennio dei robot e appartiene alla Cina”

Gli analisti di Barclays, tra cui Zornitsa Todorova, hanno scritto in una nota che “questo è il decennio del robot, e appartiene alla Cina”. Secondo la banca, la leadership cinese deriva da una spinta guidata dallo Stato durata circa dieci anni. Il Paese rappresenterebbe già il 50% dei robot industriali globali e l’85% degli umanoidi nel 2025.

L’isituto stima inoltre che, grazie a politiche industriali coordinate e al controllo delle supply chain, gli umanoidi potrebbero arrivare a coprire circa il 3,8% della capacità lavorativa cinese entro il 2035.

Il ruolo della politica industriale

La Cina ha costruito negli anni una filiera estesa nella robotica: componenti, attuatori, sensori, sistemi di controllo, batterie, software e capacità produttiva. Questo permette alle aziende cinesi di muoversi più rapidamente verso applicazioni commerciali.

Il vantaggio non riguarda solo i singoli robot, ma l’intero ecosistema industriale. La disponibilità di fornitori locali, capitali pubblici e privati, mercati interni ampi e politiche di sostegno consente di accelerare il passaggio dai prototipi alla produzione.

È lo stesso modello già visto in altri settori strategici, dalle batterie ai veicoli elettrici: prima sostegno pubblico e scala industriale, poi competizione sui costi e sulle esportazioni.

Robot umanoidi, un mercato destinato a moltiplicarsi per 34 volte entro il 2034

La corsa cinese alle IPO arriva mentre il mercato degli umanoidi si prepara al passaggio dalla ricerca alla fase industriale. Secondo Fortune Business Insights, il settore valeva 4,89 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 6,24 miliardi nel 2026 e potrebbe raggiungere 165,13 miliardi nel 2034, con un CAGR del 50,60%.

A trainare la crescita sono AI, sensori avanzati, batterie, potenza di calcolo e riduzione dei costi hardware. L’Asia-Pacifico resta il principale polo di sviluppo, con il 42,6% del mercato nel 2025, mentre la domanda cresce anche in Europa per la carenza di lavoratori qualificati. Le prime applicazioni commerciali si concentrano su logistica, magazzini, manifattura e stabilimenti automobilistici, dove il ritorno economico è più misurabile e l’integrazione con i processi esistenti appare più immediata.

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Indipendenza digitale europea, la Commissione presenta 4 misure. Von der Leyen: “Non possiamo dipendere da altri”

Von der Leyen (Ue): “Non possiamo permetterci di dipendere da altri”. Il pacchetto per la sovranità tecnologica

Presentato il tanto atteso pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica, con le misure volte a rafforzare la capacità dell’Unione europea in materia di semiconduttori, intelligenza artificiale (AI), cloud e open source, ma anche di efficienza energetica.

“Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, le nostre reti energetiche stabili e i nostri servizi sicuri. Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte. L’Europa ha il talento, l’eccellenza della ricerca, la base industriale e il mercato unico. Insieme, dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica”. Ha dichiarato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

I punti chiave del pacchetto comprendono: la legge sui chip 2.0 e la legge sullo sviluppo del cloud e dell’IA, la strategia open source e una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’AI nel settore dell’energia.

Il cloud computing è uno dei settori in cui la dipendenza europea è più evidente. Attualmente, le piattaforme statunitensi dominano il mercato. I tre principali fornitori (Microsoft, Amazon Web Services e Google) detengono circa il 70% del mercato europeo.
Secondo un rapporto del 2025 della società di consulenza francese Asteres, l’Unione europea spende circa 264 miliardi di euro all’anno per l’acquisto di software per il cloud computing che è sviluppato negli Stati Uniti.

Si rilancia e si torna di fatto il tema ineludibile dell’indipendenza digitale. Come ha spiegato il nostro direttore Luigi Garofalo nei giorni scorsi: “La Commissione Europea ha capito che dal punto di vista dell’innovazione tecnologica l’Europa deve iniziare ad agire in modo autonomo. Non più solo a normare, ma a fare innovazione – oggi dipende dal punto di vista digitale per l’80% da fornitori extra-UE – e a creare un’offerta tecnologica “made in Europe”, facendo crescere, allo stesso tempo, la domanda di Pubbliche Amministrazioni e aziende verso “uno stack tecnologico europeo completo”, con servizi e infrastrutture realizzati da aziende europee“.

Chip 2.0, serve una produzione made in Eu

Oggi, ha precisato Ursula von der Leyen, “per oltre l’80% dei nostri prodotti, servizi e infrastrutture digitali, ci affidiamo a fornitori extra-UE“. “Chi promuove l’innovazione tecnologica plasmerà il futuro, e noi dobbiamo garantire che l’Europa svolga un ruolo di primo piano in questo processo. La sovranità tecnologica non significa protezionismo. L’Europa rimane fondata sui principi di apertura, partenariato e concorrenza leale – ha aggiunto la Presidente della Commissione – ma vogliamo essere in grado di fare le nostre scelte, evitando di dipendere da fornitori unici e dominanti, soprattutto provenienti da paesi che non condividono la sua stessa visione“.

“Il pacchetto odierno ha tre obiettivi fondamentali: trasformare la nostra economia promuovendo l’adozione di nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale; rafforzare la resilienza delle nostre catene di approvvigionamento; promuovere il modello europeo di sovranità tecnologica“, ha precisato von der Leyen.

Obiettivi saranno raggiunti attraverso quattro azioni contenute nel pacchetto sulla sovranità tecnologica: la legge Chips 2.0; la legge sullo sviluppo del cloud e dell’intelligenza artificiale; una strategia europea per l’open source; una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nel settore energetico.

La normativa sui semiconduttori o Chips Act 2.0 è finalizzata a rispondere prontamente alle vulnerabilità critiche nella catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori, dato che l’Europa dipende ancora fortemente dai paesi terzi per la produzione avanzata e la progettazione di chip.

Con la legge Chip 2.0 l’Ue intende accelerare le procedure di autorizzazione, approfondire la cooperazione con i partner che condividono gli stessi principi e introdurre un nuovo marchio di eccellenza per le regioni europee dei semiconduttori.

I chip sono anche un’industria globale cruciale per la crescita in Europa. Sono il terzo prodotto più commercializzato al mondo, subito dopo petrolio e veicoli. Nel 2025 il mercato è stato valutato circa 595 miliardi di euro e si prevede che continuerà a crescere, superando la soglia dei trilioni di euro entro il 2030, con componenti legati all’AI che rappresentano oltre il 70 % del mercato globale dei semiconduttori.

L’intento della Commissione è sia avvicinare i produttori di chip europei ai loro clienti, a partire dalla domanda dei settori in crescita, come i data center, i fornitori di cloud e le Gigafactory di IA, sia sostenere gli investimenti e i progetti strategici, affrontando così le vulnerabilità che potrebbero mettere a rischio l’approvvigionamento.

Promuovere lo sviluppo dell’AI e del cloud

L’obiettivo annunciato oggi è triplicare la capacità dei data center in Europa nei prossimi cinque-sette anni e rafforzare il ruolo della strategia Apply AI per promuoverne l’adozione.

Per fare questo è necessario però tenere alto il principio della sostenibilità e quindi rispettare la tabella della transizione energetica: “bilanciando nel contempo le ambizioni in materia di AI con gli impegni in materia di clima”.

La legge sullo sviluppo dell’AI e il cloud l’introduzione di un quadro unico a livello “la sovranità del cloud e dell’AI”, mantenendo comunque “un mercato aperto ai partner che condividono gli stessi principi”. Viene da chiedersi, tra questi ci saranno o no le Big Tech?

“Viviamo in un mondo in cui geopolitica e tecnologia sono inseparabili. Coloro che promuovono l’innovazione tecnologica daranno forma al futuro e dobbiamo garantire che l’Europa svolga un ruolo guida in questo senso. Il pacchetto odierno segna un importante cambiamento nel modo in cui l’Europa si avvicina alla sovranità tecnologica. È tempo che l’Europa abbia il controllo dei suoi dati, delle sue catene di approvvigionamento e del suo futuro in modo pulito e sostenibile. Stiamo rafforzando l’autonomia e la resilienza digitali dell’Europa, mantenendo nel contempo la nostra economia aperta ai partner di tutto il mondo”, ha commentato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

Henna Virkkunen

Il mercato europeo del cloud e dell’AI sta crescendo rapidamente, passando da 70 miliardi di euro nel 2022 a 200 miliardi previsti entro il 2028. Queste tecnologie aumentano la produttività, migliorano i servizi pubblici e cambiano la vita quotidiana. Ad oggi, però, il loro pieno potenziale non è ancora pienamente realizzato in Europa.

La sovranità tecnologica passa per l’open source

Il pacchetto punta dritto all’open source per rafforzare l’autonomia digitale del continente: “Abbiamo oltre tre milioni di contributor open source. Forniscono soluzioni digitali realizzate in Europa, per l’Europa, sulla base di principi e valori europei”.

Seguendo questo principio, si capisce che l’Europa porterà avanti una strategia mirata a sviluppare e sostenere alternative open source in settori prioritari quali il cloud, l’AI, le tecnologie internet, la cibersicurezza e i semiconduttori.

Per ottenere un ecosistema open source più forte bisogna investire nelle competenze, sostenendo le startup open source e migliorando la manutenzione e la sicurezza a lungo termine dell’infrastruttura digitale open source europea. Altro punto chiave è il maggiore utilizzo dell’open source nelle pubbliche amministrazioni, da promuovere secondo quanto riportato nel documento ufficiale attraverso orientamenti chiari e più specifici in materia di appalti e best practice.

Dan Jørgensen

Jørgensen (Ue): “Non può esserci sovranità digitale senza sovranità energetica“

Altro problema non da poco, come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle da qualche anno a questa parte è l’elevato costo dell’energia. Qui la Commissione vede come unica strada maestra la digitalizzazione del settore energetico dell’Unione.

Le guerre e le tensioni geopolitiche sempre più profonde ci obbligano ad agire con fermezza e rapidità, anche in considerazione dell’aumento della domanda di energia legato all’esplosione delle infrastrutture digitali necessarie a cloud e AI.

La strategia presentata oggi, è spiegato nel comunicato, stabilisce in che modo l’AI e altre soluzioni digitali possono garantire l’integrazione sostenibile dell’infrastruttura digitale critica nel nostro sistema energetico, contribuendo nel contempo a rendere più efficiente il sistema energetico dell’Unione.

“Dobbiamo integrare le infrastrutture digitali nel nostro sistema energetico in modo sostenibile. Perché non può esserci sovranità digitale senza sovranità energetica“, ha dichiarato secco Dan Jørgensen, Commissario per l’Energia e l’edilizia abitativa.

“La digitalizzazione del sistema energetico è la possibilità per l’Europa di ottenere di più dalle stesse infrastrutture di cui disponiamo e di ridurre le bollette per i consumatori. Questo pacchetto coglie questa opportunità e garantisce che la crescente domanda dei centri dati funzioni con la rete, non contro di essa, quindi l’ambizione digitale dell’Europa alimenta la transizione energetica piuttosto che competere con essa”, ha affermato Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

A tal fine, la tabella di marcia dovrebbe garantire che i data center siano integrati nel nostro sistema energetico “in modo sostenibile e trasparente”.
Nel 2024, i data center europei hanno consumato energia elettrica sufficiente ad alimentare quasi 20 milioni di famiglie. Entro il 2030, l’Ue stima che questa domanda raddoppierà.

“Introdurremo a breve un sistema di classificazione europeo per i data center. Promuoveremo inoltre un modello di accordo tra autorità pubbliche, gestori di data center e operatori del settore energetico. La nostra attenzione si concentrerà sull’integrazione nella rete elettrica, sulla fornitura di energia pulita, sulla flessibilità e sull’efficienza energetica, unitamente alla tutela delle risorse idriche e al rispetto degli standard ambientali“, ha aggiunto il Commissario per l’Energia.

La Commissione, di suo, lavorerà per facilitare “la cooperazione tra i settori dell’energia e del digitale” per garantire l’integrazione efficiente nella rete di queste infrastrutture e il necessario approvvigionamento di energia pulita per aliimentarle, salvaguardando nel contempo le risorse idriche ed energetiche.

Come più volte è stato detto, le stesse tecnologie digitali, in primis l’AI, saranno fondamentali per migliorare i livelli di efficienza energetica in generale e di efficienza della rete elettrica europea. A tal fine è considerata di primaria importanza la diffusione dei contatori di nuova generazione per il migliore controllo sui consumi dell’energia e quindi sui costi in bolletta.

In ultima analisi, la digitalizzazione dell’energia contribuirà a costruire modelli AI sovrani e sicuri per il settore energetico, formati sui dati europei e sviluppati dalle imprese europee: “Vogliamo creare un nuovo modello di intelligenza artificiale per il settore energetico, addestrato su dati europei e sviluppato da aziende europee. Si tratta di una questione di sovranità tecnologica europea e di autonomia strategica. Per questo motivo, svilupperemo modelli di intelligenza artificiale lungo tutta la catena del valore e istituiremo un quadro normativo a livello UE per semplificare lo scambio transfrontaliero di dati energetici“.

“Stiamo vivendo una rivoluzione digitale globale e una corsa mondiale per plasmare il futuro dell’intelligenza artificiale. Queste tecnologie stanno trasformando il nostro modo di vivere, lavorare e alimentare le nostre economie. L’Europa non deve semplicemente partecipare a questa trasformazione, deve guidarla. Ma leadership significa farlo in un modo che rifletta i nostri valori: responsabile, sostenibile e a beneficio di tutti i consumatori e di tutti i settori. Il nostro compito è chiaro: gestire le crescenti esigenze energetiche della digitalizzazione, liberando nel contempo le immense opportunità che l’innovazione pone alla nostra portata”, ha spiegato Jørgensen.

Da migliorare, infine, la sicurezza informatica dei dispositivi critici, come gli impianti solari, contestualmente ad un utilizzo più sicuro dell’intelligenza artificiale.

In arrivo il bando per le gigafactory AI

A questo punto si attende per luglio l’invito a presentare proposte per la rete di gigafactory AI europee.

La Commissione avvierà inoltre una consultazione con gli Stati membri, la Banca europea per gli investimenti e altre parti interessate per raccogliere le risorse necessarie a finanziare le ambizioni europee in materia di sovranità tecnologica.

Tutte le proposte legislative presentate oggi dovranno comunque essere negoziate dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea nelle prossime settimane.

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AI, Trump vuole testare i modelli più potenti prima del lancio sul mercato

Testare e valutare i modelli AI più potenti per rafforzare la sicurezza nazionale, l’ordine esecutivo firmato da Trump

Non sarà un obbligo imposto alle Big Tech come OpenAI, Google oAnthropic, ma un meccanismo volontario di collaborazione con il Governo degli Stati Uniti. È quanto prevede l’ultimo ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump, che pone le basi per una nuova fase di sperimentazione e valutazione dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati a livello federale.

Ufficialmente, come si legge nel documento pubblicato dalla Casa Bianca, l’iniziativa ha l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra i principali dipartimenti federali, dal Dipartimento della Difesa a quello del Tesoro, passando per la Sicurezza Nazionale e l’Homeland Security, per potenziare la protezione informatica del Paese e delle infrastrutture critiche.

Prima dell’implementazione e del rilascio sul mercato dei modelli AI più potenti, l’amministrazione Trump ha dunque espresso la volontà di valutarne preventivamente gli aspetti di sicurezza, con l’obiettivo dichiarato di tutelare gli interessi nazionali.

“Le capacità avanzate dell’intelligenza artificiale rendono la nostra nazione più forte, ma introducono anche nuove implicazioni per la sicurezza nazionale che richiedono un’azione coordinata tra dipartimenti e agenzie esecutive”, si legge nell’ordine esecutivo. Il documento sottolinea inoltre che l’amministrazione Trump “lavorerà a stretto contatto con l’industria per garantire che le tecnologie più avanzate e sicure vengano implementate rapidamente per contrastare qualsiasi minaccia al Paese”.

Firma posticipata di 10 giorni per no danneggiare le Big Tech?

Secondo quanto riportato da NBC News, il decreto avrebbe dovuto essere firmato il 21 maggio nel corso di una cerimonia pubblica alla presenza degli amministratori delegati delle principali aziende tecnologiche statunitensi. All’ultimo momento, tuttavia, Trump avrebbe annullato l’evento, rinviando la firma del provvedimento, poi avvenuta ieri a porte chiuse.

Una scelta che, secondo l’emittente americana, sarebbe stata motivata dal timore di penalizzare le stesse Big Tech e di compromettere la competitività dell’industria tecnologica statunitense nei confronti della Cina.

Non solo. Il rinvio potrebbe aver consentito all’amministrazione di introdurre modifiche sostanziali al testo. L’ordinanza stabilisce infatti che il programma di test volontario consentirà al Governo federale di accedere ai modelli di intelligenza artificiale di frontiera fino a 30 giorni prima della loro distribuzione ad altri partner considerati affidabili, rispetto ai 90 giorni previsti nella bozza iniziale.

Il documento dispone inoltre che i procuratori generali attribuiscano priorità ai procedimenti che coinvolgono l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con particolare attenzione agli agenti AI e ai sistemi autonomi impiegati in attività di criminalità informatica.

In questo contesto, il caso Mythos di Anthropic potrebbe aver contribuito ad accelerare un processo interno di maggiore attenzione da parte del Governo federale ai temi della cybersecurity nazionale.

Se l’AI finisce nelle mani sbagliate …

Se da un lato il modello potrebbe rappresentare uno strumento utile per aiutare aziende e organizzazioni a individuare vulnerabilità nei propri sistemi di sicurezza informatica, dall’altro diversi esperti, così come numerosi esponenti dell’amministrazione, temono che tali capacità possano essere sfruttate da attori malevoli per identificare e colpire debolezze presenti nei software e nelle infrastrutture digitali.

È relativamente raro che l’amministrazione Trump intervenga con misure che introducono forme di supervisione sulle tecnologie più avanzate. Finora, infatti, l’approccio è stato prevalentemente orientato nella direzione opposta, con una forte opposizione sia alle proposte normative federali sia alle iniziative legislative dei singoli Stati che, secondo la Casa Bianca, rischierebbero di rallentare l’innovazione americana nel settore dell’intelligenza artificiale.

Dalla partecipazione volontaria a quella obbligatoria?

Non mancano, tuttavia, le critiche all’approccio adottato dalla Casa Bianca, come riportato da Politico. Caleb Knapp, responsabile senior delle politiche dell’Alliance for Secure AI, ha definito l’ordinanza “un buon punto di partenza per costruire le capacità istituzionali necessarie a una supervisione efficace dei modelli di intelligenza artificiale avanzata“.
Secondo Knapp, però, un sistema basato esclusivamente sulla partecipazione volontaria delle aziende non sarebbe sufficiente a garantire un controllo adeguato delle tecnologie più potenti. Per questo motivo ha invitato il Congresso a intervenire con una normativa più stringente, introducendo l’obbligo per gli sviluppatori di sottoporre i propri modelli a una revisione governativa prima del rilascio. Una posizione che evidenzia il dibattito in corso negli Stati Uniti tra chi ritiene necessario rafforzare gli strumenti di vigilanza e chi teme che un eccesso di regolamentazione possa rallentare l’innovazione.

Anche Caleb Max, presidente e CEO della National Artificial Intelligence Association, ha sottolineato come le iniziative volontarie rappresentino spesso soltanto una prima fase del processo normativo: “Raramente il governo adotta misure destinate a rimanere esclusivamente volontarie. In genere, le regole tendono a diventare più restrittive nel tempo, non più permissive“.

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Tra i “giovani del Presidente” Mattarella anche Pucci: il Ceo che costruisce robot da affiancare alle persone

Daniele Pucci porta la robotica umanoide italiana al Quirinale. Il Ceo di Generative Bionics, spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’ambito delle celebrazioni per l’80esimo anniversario della Repubblica italiana, insieme ad altri nove under 40 indicati come profili capaci di contribuire al futuro del Paese.

Al centro dell’incontro c’è stata la Physical AI, l’intelligenza artificiale applicata a macchine capaci di muoversi e interagire nel mondo reale. È il campo in cui lavora Generative Bionics con GENE.01, robot umanoide pensato per la manifattura e progettato per affiancare le persone nelle attività fisiche e produttive.

“È stato un vero onore. Indimenticabile. Emozionante”, ha scritto Pucci dopo l’incontro con Mattarella. “Generative Bionics porta con sé un livello di responsabilità che va ben oltre la costruzione di robot umanoidi. La nostra missione è dare forma a un futuro in cui le macchine intelligenti amplifichino il potenziale umano, mantenendo le persone al centro”.

Chi è Daniele Pucci

Daniele Pucci, classe 1985, una laurea in ingegneria e due dottorati, è una delle figure centrali nel campo della robotica umanoide costruendo un robot umanoide capace di usare l’intelligenza artificiale per muoversi nel mondo fisico e interagire con le persone.

La sua società, Generative Bionics, è uno spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. A dicembre scorso la startup ha chiuso un round di investimenti da 70 milioni di euro guidato da CDP Venture Capital, una delle operazioni più rilevanti in Europa nel settore deep tech applicato alla robotica umanoide.

Il robot sviluppato dall’azienda si chiama GENE.01 ed è stato presentato al CES 2026 di Las Vegas, dove ha aperto l’evento insieme a Lisa Su, Ceo di AMD.

GENE.01, il robot pensato per la manifattura

GENE.01 è un robot umanoide basato su intelligenza artificiale fisica. La differenza rispetto alla sola AI generativa è sostanziale: qui l’intelligenza artificiale non produce soltanto testi, immagini o codice, ma controlla un corpo robotico, lo aiuta a muoversi, a percepire l’ambiente e a interagire fisicamente con esseri umani e oggetti.

Pucci ha spiegato in una recente intervista a Repubblica che alla base di Generative Bionics c’è una visione precisa: “Crediamo che gli esseri umani non spariranno, vogliamo creare una piattaforma di robot umanoidi attorno a essi. Per questo abbiamo dato al nostro robot la capacità di percepire l’essere umano attraverso la sua pelle. Abbiamo sviluppato sensori di forza che permettono al robot di capire quando tocca l’ambiente e quando interagisce con una persona, per esempio nei momenti in cui deve offrire un supporto fisico”, ha spiegato Pucci.

“Noi riteniamo che l’IA fisica abbia bisogno di mattoni fondamentali che possano poi combinarsi per creare un ecosistema attorno all’essere umano. Abbiamo quindi bisogno di ‘geni’ capaci di esprimere competenze specifiche”, ha spiegato Pucci.

Macchine come estensione delle capacità umane

Nel futuro immaginato dal Ceo di Generative Bionics, i robot non saranno semplici strumenti industriali. Avranno una funzione di supporto, protezione ed estensione delle capacità umane.

“Secondo me saranno in parte simili ai nostri migliori amici: più competenti di quanto siano oggi le persone che ci stanno accanto. Saranno al nostro fianco, dotati anche di meccanismi di protezione e di controllo, perché l’intelligenza artificiale deve essere regolamentata, e fungeranno da supporto e da estensione delle nostre capacità”.

Physical AI e responsabilità

Dopo l’incontro con Mattarella, Pucci ha sottolineato anche il tema della responsabilità. “La Physical AI e la robotica umanoide trasformeranno profondamente il modo in cui viviamo e lavoriamo. Siamo impegnati a guidare questa trasformazione con ambizione, rigore, responsabilità etica e un forte senso della disciplina”.

La Physical AI è una delle prossime grandi frontiere dell’intelligenza artificiale. Dopo anni dominati dai modelli linguistici e dalla generazione di contenuti, l’AI entra nei corpi robotici, nei sensori, nei sistemi di controllo, nelle fabbriche, negli ospedali, nella logistica, nella mobilità.

“Continueremo a perseguire questa missione con tutte le nostre energie, determinati a costruire tecnologie capaci di lasciare un segno che sopravviva ben oltre noi”, ha scritto Pucci. “Continueremo a rendere l’impossibile una solida realtà”.

Per approfondire

  • Per rivedere la puntata su RaiPlay “Ne parliamo con il Presidente. La Repubblica che verrà” in cui i 10 giovani hanno rivolto dieci domande a Mattarella clicca qui

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L’Europarlamento abbandona Google e lo sostituisce con Qwant (motore francese)

Qwant prende il posto di Google come motore di ricerca di default dell’Europarlamento.

A partire da domani, il palazzo Ue sostituirà Google con il motore di ricerca transalpino come strumento di default dei computer in-house. Lo scrive Politico.eu, che ha consultato una comunicazione secondo cui a partire dal 4 giungo “Qwant prenderà il posto di Google sui computer del Parlamento Ue”. Il cambiamento è in linea con “l’impegno del Parlamento” di portare avanti una “sovranità digitale e di proteggere i dati degli utenti”.  

Indipendenza digitale Ue

Una mossa in linea con la spinta di Bruxelles in direzione di una indipendenza digitale sempre più marcata. Oggi è prevista la pubblicazione del pacchetto di norme a favore della sovranità tecnologica per ridurre la dipendenza da tecnologie estere e provider extra Ue, spingendo invece alternative europee.

Secondo la comunicazione della Ue, Qwant è un motore europeo “focalizzato sulla privacy”, progettato per evitare il tracciamento o la raccolta dei dati personali degli utenti.

Fondata nel 2013, Qwant si è sempre definita come l’alternativa europea a Google in nome della privacy.

Le ricerche effettuate tramite la barra degli indirizzi nei browser Firefox ed Edge verranno automaticamente instradate attraverso Qwant, anche se poi i parlamentari rimarranno liberi di utilizzare motori di ricerca concorrenti o di modificare le proprie impostazioni predefinite.

Europarlamento in pressing per il tech Ue

La decisione fa seguito a mesi di pressioni da parte dei parlamentari per ridurre la dipendenza delle istituzioni europee dalla tecnologia americana. In una lettera indirizzata alla Presidente del Parlamento Roberta Metsola lo scorso novembre, un gruppo interpartitico di 38 membri ha esortato l’istituzione a eliminare gradualmente il software Microsoft e altre tecnologie di produzione estera, sostenendo che la dipendenza dell’Europa da una manciata di giganti tecnologici statunitensi fosse diventata una vulnerabilità strategica.

C’è da dire che Qwant è in circolazione da anni, già nel 2017 Key4biz ha fatto una recensione su questo motore di ricerca.

Qwant nasce in Francia nel 2013, con la promessa di non personalizzare le ricerche o utilizzare i cookie.  Cioè, non userà i nostri dati personali, né raccoglierà la nostra attività nel motore di ricerca per studiare le nostre vite e venderci pubblicità, né ne trarrà profitto.

Leggi anche: Privacy. Abbiamo provato ‘Qwant’, l’anti-Google. Il motore di ricerca che non ti spia

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BMW porta i robot umanoidi in fabbrica, a Lipsia il primo test europeo con AEON

BMW porta i robot umanoidi dentro la produzione europea. Nello stabilimento di Lipsia, il gruppo tedesco ha avviato il suo primo progetto in Europa con robot umanoidi in ambiente industriale, inserendo il sistema AEON di Hexagon Robotics in un percorso di test sulla linea produttiva.

Il robot è alto 1,65 metri, pesa circa 60 chilogrammi e si muove su ruote. Può essere equipaggiato con mani, pinze o strumenti di scansione, a seconda dell’attività da svolgere. Non si tratta quindi di un robot industriale fisso, pensato per un’unica operazione ripetuta sempre nello stesso punto della linea, ma di una piattaforma mobile e riconfigurabile, progettata per muoversi all’interno dell’ambiente produttivo e svolgere compiti diversi.

La sperimentazione conferma l’interesse crescente dell’industria automobilistica per la Physical AI, cioè sistemi di intelligenza artificiale capaci di collegare dati, decisioni e movimento fisico. Non più soltanto software che analizzano informazioni o generano contenuti, ma macchine in grado di agire nello spazio reale, interagendo con processi, componenti, strumenti e lavoratori.

Il percorso di test nello stabilimento di Lipsia

BMW ha avviato il progetto dopo una prima fase di valutazioni teoriche e prove di laboratorio. Il primo impiego nello stabilimento di Lipsia è avvenuto nel dicembre 2025, mentre nuovi test sono stati programmati da aprile 2026 in vista di una fase pilota prevista per l’estate.

L’obiettivo iniziale riguarda l’assemblaggio di batterie ad alta tensione e componentistica. Sono ambiti centrali per l’industria dell’auto elettrica, dove precisione, continuità produttiva e sicurezza dei processi sono elementi decisivi.

Il robot AEON sarà testato soprattutto su mansioni ripetitive, ergonomicamente pesanti o difficili da automatizzare con robot industriali fissi. È proprio qui che BMW vede una possibile area di applicazione: compiti che non richiedono necessariamente una linea completamente automatizzata, ma che possono beneficiare di un supporto robotico flessibile.

Perché gli umanoidi interessano l’automotive

L’automotive è uno dei settori più automatizzati al mondo. Da decenni utilizza robot industriali per saldatura, verniciatura, assemblaggio e movimentazione. Ma la nuova generazione di robot umanoidi o semi-umanoidi punta a coprire uno spazio diverso.

I robot industriali tradizionali funzionano molto bene in ambienti strutturati, con compiti precisi, ripetitivi e altamente standardizzati. Il limite emerge quando le attività sono più variabili, quando gli spazi sono progettati per operatori umani o quando l’automazione fissa non è conveniente dal punto di vista tecnico o economico.

Un mercato sempre più in crescita

Un robot come AEON prova a inserirsi proprio in questa zona intermedia. Può muoversi, cambiare utensile, adattarsi a compiti diversi e lavorare in contesti dove oggi l’automazione è più complessa. Il suo valore non sta solo nella forza o nella precisione, ma nella flessibilità.

Il test di BMW arriva mentre il mercato dei robot umanoidi sta passando dalla ricerca alla fase industriale. Secondo l’ultimo rapporto di Fortune Business Insights, il valore globale del settore dovrebbe crescere da 4,89 miliardi di dollari nel 2025 a 6,24 miliardi nel 2026, fino a 165,13 miliardi nel 2034, con un tasso medio annuo composto del 50,60%.

A spingere la domanda sono AI, sensori avanzati, batterie, potenza di calcolo e calo dei costi hardware, ma anche la carenza di lavoratori qualificati, soprattutto in Europa. La regione Asia-Pacifico resta in testa, con la Cina che ha inserito la robotica avanzata tra le priorità industriali arrivando addirittura a creare una carta d’identità digitale per ogni robot umanoide commercializzato.

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Autonomia digitale al G7, Butti: “AI riguarda anche sicurezza e democrazia”. E Urso loda l’enciclica del Papa

L’Italia alla ministeriale ICT del G7 con il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso

Promuovere lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale (AI) al servizio del bene pubblico e dell’Hiroshima AI Process Reporting Framework. Rafforzare l’adozione dell’intelligenza artificiale come leva di crescita economica, con particolare attenzione alle politiche a supporto delle piccole e medie imprese.

Sono queste le due sessioni del G7 Digitale e Tecnologie di Parigi presiedute per l’Italia, rispettivamente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Alessio Butti, e dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

Butti: “L’apertura, la trasparenza e una governance chiara possono accelerare l’adozione dell’AI e ridurre la dipendenza tecnologica”

“L’incontro odierno dimostra chiaramente che l’AI non è più solo una questione tecnologica: riguarda anche la sicurezza, la resilienza economica, la democrazia e l’autonomia strategica”, ha affermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega all’Innovazione, Butti, incontrando la stampa a margine al vertice ministeriale.

“Per questo continuiamo a sostenere un approccio antropocentrico e basato sul rischio, coerente con l’AI Act europeo: l’intelligenza artificiale deve supportare le decisioni umane, non sostituire la responsabilità delle persone, soprattutto nei settori più sensibili come sanità, giustizia, istruzione e pubblica amministrazione“.

“Durante i negoziati – ha precisato il sottosegretario – l’Italia si è adoperata per trovare un equilibrio tra innovazione e fiducia. Abbiamo sostenuto un approccio incentrato sull’uomo e basato sul rischio, in linea con l’AI Act europeo. L’AI dovrebbe supportare le decisioni umane, non sostituirsi alla responsabilità umana“.

“L’Italia ha inoltre contribuito – ha sottolineato Butti – a rafforzare il Processo di Hiroshima sull’IA per migliorare la cooperazione e il coordinamento tra gli attori pubblici e privati in materia di valutazione e mitigazione dei rischi legati all’IA. Abbiamo sollecitato un’azione più incisiva contro i deepfake e i contenuti sintetici, che minacciano la fiducia, favoriscono le frodi e comportano gravi rischi, soprattutto per i minori“.

Il Hiroshima AI Process (HAIP) Reporting Framework è un sistema volontario di reporting globale lanciato l’8 febbraio 2025 per monitorare come le organizzazioni applicano il Codice di Condotta Internazionale G7 per lo sviluppo di sistemi AI avanzati. Il framework si basa sulle 11 azioni del Codice di Condotta Hiroshima.

Il sottosegretario ha quindi ricordato che “L’apertura dei modelli e l’open-source AI possono ridurre le barriere all’ingresso, aiutare le piccole e medie imprese, migliorare trasparenza e accountability, evitando nuove dipendenze da pochi grandi operatori globali. Ma apertura significa anche governance: regole chiare, definizioni solide, responsabilità“.

Infine, Butti ha rilanciato “il ruolo sempre più strategico delle tecnologie quantistiche. Talenti, proprietà intellettuale, hardware quantistico, componenti criogeniche e supply chain sicure sono ormai asset industriali e geopolitici. La sovranità digitale non significa isolamento. Significa avere la capacità di partecipare, da protagonisti, a un ecosistema globale aperto, competitivo e sicuro“.

Urso rilancia il messaggio di Papa Leone XIV: “Sovranità digitale non significa escludere gli altri, ma coinvolgerli”

“Sovranità digitale non significa escludere gli altri, ma coinvolgerli, con l’obiettivo di rafforzare la nostra capacità i scegliere e quindi la nostra autonomia strategica”. È quanto dichiarato dal nostro ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, all’apertura dei lavori della riunione dei Ministri del G7 dedicata a Digitale e Tecnologie in corso a Bercy, a Parigi.

L’autonomia strategica che passa per l’indipendenza tecnologica è uno degli obiettivi chiave dell’Unione europea e del nostro Governo, ma certo bisogna decidere anche con quali regole e secondo quali principi va raggiunto questo obiettivo.

Urso porta l’esempio di Papa Leone XIV e della sua prima enciclica presentata pochi giorni fa a Roma dal titolo “Magnifica Humanitas“, dedicata proprio all’intelligenza artificiale (AI). Documento che si rivolge a tutti e non solo ai credenti, ha commentato Urso, perché “l’AI non ha confini, ma l’uomo e il nostro mondo hanno precisi confini”.
Uno dei quali, ha ricordato Urso, lo si ritrova “tra chi, come noi, condivide il principio fondamentale della libertà e chi ritiene che le tecnologie possano servire a controllare meglio le libertà. L’uomo, invece, aspira a superare il confine dell’infinito, rispetto al quale però l’AI non ha e non può dare soluzioni.

“Per questo – ha aggiunto il ministro delle Imprese del nostro Paese – siamo d’accordo con il Sommo Pontefice: la persona deve sempre rimanere al centro, secondo quella visione antropocentrica che è a fondamento della nostra civiltà. Dobbiamo lavorare insieme, innanzitutto con chi condivide questi valori, senza escludere alcuno, perché vale per tutti il principio della condivisione“.

Sovranità digitale, un percorso comune tra Italia e Francia

“Con la Francia stiamo costruendo un percorso per rafforzare la sovranità digitale europea e sviluppare un ecosistema dell’intelligenza artificiale competitivo, sicuro e fondato su una visione antropocentrica. A Parigi, a margine della Ministeriale G7 Digitale e Tecnologie, insieme al sottosegretario Alessio Butti, ho incontrato la ministra francese per l’Intelligenza Artificiale e le Tecnologie Digitali, Anne Le Hénanff, con la quale abbiamo approfondito i temi delle infrastrutture digitali, della capacità computazionale, del cloud e dell’identità digitale europea, confermando la volontà di rafforzare ulteriormente la cooperazione strategica tra i nostri Paesi“, ha scritto su X il ministro Urso.

“Abbiamo illustrato a Le Hénanff – ha aggiunto Urso – le iniziative messe in campo dal Governo italiano per sostenere gli investimenti nel campo dell’intelligenza artificiale e la sua diffusione nelle imprese, condividendo l’esigenza di dotare l’Europa di infrastrutture e competenze adeguate per affrontare le sfide tecnologiche del futuro. Con la ministra Le Hénanff abbiamo quindi convenuto sulla necessità di accelerare la realizzazione di un’autentica autonomia digitale europea, riducendo le dipendenze strategiche nei servizi critici e promuovendo soluzioni europee innovative al servizio di cittadini e imprese“.

Il G7 e la tutela dei minori online: sette principi per un ambiente digitale più sicuro

Un ulteriore tema chiave su cui i ministri del digitale del G7 si sono affrontati è stato quello di creare e assicurare uno spazio digitale sicuro e protetto per i minori. Argomento sensibili che sarà centrale anche nella dichiarazione finale che i leader del G7 dovranno adottare a giugno, dal 15 al 17 giugno 2026 a Evian, in occasione del Vertice dei capi di Stato e di governo.

Sette i principi comuni adottati dal G7 per promuovere uno spazio digitale più sicuro e protetto per bambini e adolescenti. L’iniziativa si inserisce nel solco delle attività già avviate dall’Unione europea e mira a garantire che i minori possano beneficiare delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali senza compromettere la loro sicurezza, la privacy e i diritti fondamentali.

L’obiettivo è creare un quadro condiviso che coinvolga piattaforme digitali, istituzioni, famiglie, scuole e società civile nella protezione dei più giovani online.

Sicurezza integrata fin dalla progettazione e verifica dell’età rispettosa della privacy

Il primo principio riguarda l’adozione di sistemi efficaci di valutazione e gestione dei rischi. Le piattaforme e i servizi digitali dovranno integrare la sicurezza già nelle fasi di progettazione e sviluppo (“safety by design”), prevedendo misure preventive e una maggiore trasparenza sul funzionamento dei servizi e sugli eventuali rischi per i minori.

Il G7 sottolinea la necessità di sviluppare strumenti affidabili per la verifica dell’età degli utenti. Queste soluzioni dovranno essere efficaci nel limitare l’accesso dei minori a contenuti o servizi non adatti alla loro età, ma allo stesso tempo rispettare la privacy degli utenti, evitando raccolte eccessive di dati personali.

Maggiore controllo, protezione per gli account dei minori e contrasto agli abusi e allo sfruttamento online

Le piattaforme sono invitate a garantire elevati standard di sicurezza e riservatezza per gli account dei più giovani. Particolare attenzione viene dedicata ai sistemi di raccomandazione algoritmica, che dovrebbero essere progettati per evitare forme di utilizzo eccessivo o dipendenza dalle piattaforme. I minori dovrebbero inoltre disporre di strumenti che consentano loro di gestire meglio la propria esperienza online.

Uno dei punti centrali del documento riguarda la lotta alla diffusione di materiale pedopornografico e di immagini intime condivise senza consenso. Il G7 chiede misure più incisive per prevenire la produzione e la distribuzione di questi contenuti, anche quando vengono generati attraverso sistemi di intelligenza artificiale. Parallelamente, viene richiesta la creazione di adeguati servizi di supporto per le vittime.

Strumenti efficaci per genitori e tutori, educazione digitale per famiglie, scuole e giovani

I ministri evidenziano l’importanza di mettere a disposizione di genitori e tutori strumenti semplici, interoperabili e facilmente utilizzabili per monitorare e accompagnare l’attività online dei minori. L’obiettivo non è solo il controllo, ma anche il sostegno educativo nell’uso consapevole delle tecnologie.

Un altro pilastro dell’iniziativa riguarda la promozione dell’alfabetizzazione digitale. Il G7 auspica programmi formativi accessibili a genitori, insegnanti e ragazzi, per aiutarli a comprendere il funzionamento degli ecosistemi digitali, riconoscere i rischi online e sviluppare competenze critiche anche rispetto alle nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa.

Collaborazione con il mondo della ricerca

Infine, il documento incoraggia una maggiore cooperazione tra piattaforme digitali e comunità scientifica. La condivisione dei dati con ricercatori qualificati potrà contribuire a comprendere meglio gli effetti dei servizi digitali sui minori e a sviluppare soluzioni più efficaci per la loro tutela.

Un impegno condiviso

I Paesi del G7 invitano ora i fornitori di servizi digitali a trasformare questi principi in azioni concrete. La protezione dei minori online viene considerata una responsabilità collettiva che richiede il contributo di aziende tecnologiche, autorità pubbliche, scuole, famiglie e degli stessi ragazzi, i cui diritti e interessi devono rimanere al centro delle politiche digitali.

L’attuazione dei principi sarà accompagnata da un piano d’azione internazionale che prevede iniziative specifiche per rendere l’ambiente digitale più sicuro e per rafforzare le conoscenze scientifiche sugli impatti delle tecnologie digitali sui minori. In questo contesto, la cooperazione tra i Paesi del G7 viene considerata un elemento essenziale per affrontare sfide che hanno una dimensione sempre più globale.

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