L’analisi di ASviS. Polymarket, quando le scommesse sul futuro iniziano a influenzare la realtà

Il cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran, il vincitore dei prossimi Mondiali di calcio o addirittura la possibilità che Jeffrey Epstein sia ancora vivo e possa riapparire nel 2027. Sono solo alcuni degli eventi su cui è possibile scommettere su Polymarket, piattaforma fondata nel 2020 dal giovane informatico Shayne Coplan e basata sulla blockchain Polygon.

In appena sei anni Polymarket è diventato il caso più noto di prediction market, termine con cui si indicano i mercati di previsione legati a eventi reali: elezioni, dati macroeconomici, decisioni geopolitiche, risultati sportivi o fenomeni culturali. Il suo successo è stato rapido e vertiginoso, con centinaia di migliaia di utenti che effettuano transazioni e decine di milioni che consultano le quote sulle previsioni. Nei momenti di maggiore attenzione mediatica, i volumi di scambio raggiungono decine di milioni di dollari.

Per i sostenitori, Polymarket è uno strumento utile per anticipare gli eventi e misurare il sentiment collettivo, mentre i critici mettono in guardia contro i rischi di disinformazione, manipolazione e pressione economica sulla realtà. Ma per capire dove sta la verità, e perché questi mercati stanno attirando sempre più attenzione, bisogna partire dai loro meccanismi.

Come funziona

La struttura base di Polymarket è, a prima vista, familiare: sembra un mix tra l’homepage di un giornale, il feed di un social e una dashboard di trading online. Si scorrono categorie come “Politics”, “World”, “Crypto” e si vedono titoli, numeri, variazioni. Ma è qui che si manifesta una prima differenza: ogni “notizia”, in realtà, è una scommessa. Tutto ruota intorno a domande binarieaccadrà o non accadrà? Entro una certa data o no?

A questo punto entra in gioco l’elemento centrale, ovvero il prezzo. Gli utenti comprano quote “Yes” o “No” il cui valore cambia in tempo reale. Se una quota “Yes” vale 0,60 dollari, significa che il mercato sta assegnando a quell’evento una probabilità del 60%. Più persone comprano una “posizione”, più il prezzo si muove. E più denaro entra in gioco, più quella probabilità appare fondata. Quando l’evento si conclude, il contratto viene “risolto”: se la previsione è corretta, ogni quota “Yes” vale 1 dollaro. Quindi, se abbiamo puntato 0,60, il guadagno sarà 0,40, cioè la differenza tra la quota intera e quella puntata. Se è sbagliata, vale zero. Il guadagno dipende quindi dal prezzo a cui si è acquistata la quota. Tutte le transazioni avvengono in criptovalute (tipicamente USDC), che possono poi essere convertite e prelevate.

“La teoria che la guida”, riassume Valerio Bassan nella newsletter Ellissi, “è quella della saggezza delle folle – secondo cui un gruppo di individui grande e diversificato, se ben strutturato, può prendere decisioni collettive migliori rispetto a quelle di singoli esperti”. In teoria, quindi, questi mercati funzionano come una versione evoluta dei mercati finanziari e dei sondaggi. In pratica, però, le cose sono più complesse.

Secondo Stefano Feltri, che ha analizzato Polymarket su Vanity Fair, si tratta di un sistema profondamente squilibrato: “L’1% dei partecipanti si aggiudica l’84% delle somme in palio”, mentre la maggior parte degli utenti finisce per perdere. In altre parole: pochi trader esperti riescono a sfruttare i calcoli di probabilità, mentre gli altri, attirati dall’idea di poter prevedere il futuro, finiscono per perdere.

Le polemiche

Polymarket, oggi valutata circa nove miliardi di dollari, offre gratuitamente il suo prodotto principale, le previsioni, e non applica commissioni sulle transazioni, almeno per ora. “È lo strumento più preciso che l’umanità possiede al momento, almeno finché qualcun altro non creerà una sorta di super sfera di cristallo”, ha dichiarato un po’ pomposamente Coplan. Nelle ultime settimane, però, sono emerse diverse criticità.

A inizio aprile Polymarket è finita nella bufera per aver consentito agli utenti di scommettere sul destino dei due piloti americani abbattuti in Iran: per alcune ore è stato possibile puntare sulla tempistica del loro salvataggio mentre le operazioni erano ancora in corso. Dopo le critiche la piattaforma ha rimosso le scommesse, definendole contrarie ai propri standard.

Pochi giorni prima, il Guardian aveva evidenziato un altro punto controverso: i dati provenienti da Polymarket sarebbero sempre più utilizzati per influenzare il mercato petrolifero. Secondo diversi operatori, le probabilità espresse sulla piattaforma sono ormai integrate negli algoritmi di trading, al punto che scommesse di pochi utenti possono contribuire a spingere al rialzo i prezzi globali. Una dinamica che, osservano alcuni esperti, non è del tutto nuova: anche strumenti finanziari come futures e opzioni influenzano le aspettative di mercato e, in molti casi, contribuiscono a stabilizzarlo piuttosto che a renderlo più volatile.

Rischio insider trading

Cosa distingue i rampanti mercati di previsione dalle piattaforme di scommesse tradizionali? Una differenza cruciale è l’anonimato: su Polymarket è possibile operare tramite criptovalute, senza gli stessi livelli di identificazione richiesti da piattaforme regolamentate. Questo apre la porta a potenziali casi di insider trading. Un’analisi del Financial Times ha rilevato che l’attacco statunitense all’Iran è stato preceduto da scommesse insolitamente grandi e ben pianificate, che hanno generato profitti per 330mila dollari.

Il nodo regolamentazione è centrale. Come spiega lo storico Jonathan Levy, che nel libro Losing Big descrive la sorprendente ascesa delle scommesse sportive online, queste piattaforme “esistono in una sorta di zona grigia regolamentare… tecnicamente sono piattaforme di investimento e vengono regolamentate come tali negli Stati Uniti, ma in pratica si tratta di gioco d’azzardo camuffato”.

Formalmente Polymarket non è autorizzata come operatore di gioco né come intermediario finanziario nel nostro Paese. Tuttavia, l’accesso non è sempre tecnicamente bloccato: alcuni utenti riescono a utilizzarla direttamente o attraverso piattaforme di trading internazionali. Il nodo, più che tecnico, è regolamentare. Chi garantisce, per esempio, che operatori con accesso privilegiato alle informazioni non possano prendere posizione sui mercati prima che una notizia diventi pubblica? Anche se, sul punto, non tutti lo vedono come un problema: secondo una certa visione, la presenza di trader meglio informati contribuirebbe ad “anticipare” gli eventi e a rendere i prezzi più accurati. E ancora: chi impedisce a grandi operatori di influenzare le quote per orientare la percezione pubblica o modificare la realtà per guadagnare?

Dal canto loro, le piattaforme dichiarano di avere sistemi di controllo contro l’insider trading. Ma offrono poche evidenze concrete e, sottolinea ancora Levy, in mercati basati sull’anticipazione degli eventi, il vantaggio informativo non è un’anomalia, ma è parte integrante del business.

Le innovazioni tecnologiche stanno rivoluzionando il settore, creando maggiore dipendenza. Casinò digitali, applicazioni, gaming puntano alle fasce più giovani. Entro il 2030 il mercato globale potrebbe superare il tetto dei 500 miliardi di dollari.

Gli altri Polymarket

I mercati delle previsioni non sono più una nicchia: gli analisti del settore prevedono che raggiungerà un valore di quasi cento miliardi di dollari entro il 2035. Il caso più rilevante è quello di Kalshi, una piattaforma statunitense che consente di negoziare contratti su eventi economici e politici (dall’inflazione alle elezioni) all’interno di un quadro regolato. Pochi giorni fa Fox ha annunciato l’integrazione dei dati del mercato di previsione di Kalshi nelle proprie piattaforme di news e streaming, riflettendo una tendenza più ampia tra le testate giornalistiche nel servirsi di questi servizi.

Attorno a Kalshi, tra l’altro, si sta formando un vero ecosistema: operatori come Plus500 hanno iniziato a offrire contratti “event-based” in partnership con la piattaforma, mentre realtà come FanDuel stanno esplorando modelli simili per integrare le previsioni nei propri prodotti. Anche il mondo crypto si muove nella stessa direzione: exchange e app come Crypto.com stanno lanciando servizi dedicati, con l’ambizione di trasformare le previsioni in un nuova asset class accessibile al grande pubblico.

Nel frattempo, startup emergenti stanno sperimentando forme di “outcome trading” (negoziazione di contratti il cui valore dipende esclusivamente dal verificarsi di un evento specifico), e persino grandi banche e società di trading iniziano a integrare questi dati nei propri modelli previsionali.

Nonostante le criticità, questi strumenti hanno anche alcuni aspetti positivi: in diversi casi si sono dimostrati più accurati dei sondaggi tradizionali nel prevedere elezioni o decisioni economiche, proprio perché aggregano informazioni disperse tra molti partecipanti. Inoltre, possono funzionare come segnali anticipatori, mostrando cambiamenti di scenario prima che emergano nel dibattito pubblico. Questo è stato misurato anche sugli eventi sportivi, dove la saggezza delle folle tende a predire bene i risultati. E qualcuno ha teorizzato nel futuro l’uso dei prediction market come mezzo di governo.

L’ascesa di piattaforme come Polymarket si inserisce in un contesto più ampio, in cui il gioco d’azzardo è in crescita, soprattutto tra i più giovani, e il confine con altre forme di intrattenimento e gaming si è fatto sempre più sfumato. Online, il confine tra videogiochi, trading e scommesse è sempre più sottile: meccaniche come ricompense, classifiche e microtransazioni rendono l’esperienza simile a quella del gioco. Non a caso oltre 300 esperti di 35 Paesi hanno firmato un appello sul Journal of Behavioral Addictions, definendo questo fenomeno un “problema emergente di salute pubblica”. Allo stesso tempo, però, i prediction market non coincidono del tutto con il gioco d’azzardo tradizionale. A differenza di slot o lotterie, dove il banco ha sempre un vantaggio strutturale, qui è teoricamente possibile ottenere un rendimento positivo, se si è in grado di valutare meglio degli altri le possibilità.

In questo scenario, Polymarket è il sintomo di un cambiamento più profondo, quello di un mondo in cui prevedere il futuro non basta più: bisogna anche scommetterci sopra. In ambienti, si spera, più sicuri.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/lanalisi-di-asvis-polymarket-quando-le-scommesse-sul-futuro-iniziano-a-influenzare-la-realta/569031/




Disney, mille licenziamenti nel marketing con il nuovo CEO D’Amaro

Disney si prepara a nuovi tagli al personale. Il gruppo dell’intrattenimento, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, starebbe pianificando l’eliminazione fino a mille posti di lavoro nelle prossime settimane, in una delle prime mosse rilevanti sotto la guida del nuovo amministratore delegato Josh D’Amaro.

I tagli dovrebbero colpire in particolare il dipartimento marketing, recentemente riorganizzato. La decisione si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione del settore, dove le grandi major stanno rivedendo strutture e costi per adattarsi a un mercato in rapido cambiamento.

Come molte aziende di Hollywood, Disney sta affrontando margini più ridotti nello streaming rispetto alla televisione lineare, a cui si aggiungono incassi cinematografici più deboli e una concorrenza crescente da parte delle piattaforme tecnologiche, come Amazon e YouTube. L’obiettivo è liberare risorse per investire nelle attività digitali considerate strategiche.

Oltre 8mila tagli dal ritorno di Bob Iger

Dal ritorno di Bob Iger alla guida nel 2022, Disney ha già eliminato oltre 8mila posti di lavoro nell’ambito di una profonda ristrutturazione. I nuovi interventi erano stati pianificati prima dell’arrivo di D’Amaro. Alla fine dell’esercizio fiscale 2025, il gruppo contava circa 231.000 dipendenti, con l’80% concentrato nella divisione “experiences”, che include parchi a tema e prodotti di consumo.

Disney sta lavorando a una razionalizzazione delle attività per ridurre i costi e migliorare il coordinamento interno. A gennaio, per la prima volta, il marketing di entertainment, esperienze e sport è stato unificato sotto un unico responsabile, Asad Ayaz. Il piano, noto internamente come “Project Imagine”, punta a integrare le funzioni e ridurre le inefficienze.

Disney+ e Hulu verso un’unica piattaforma

Sul fronte streaming, l’azienda sta unificando i team di Disney+ e Hulu in vista della creazione di un’unica app, con l’obiettivo di rafforzare la competitività nel mercato digitale.

Disney si è affidata anche alla consulenza di Bain & Company per definire le strategie di contenimento dei costi e ottimizzazione operativa.

D’Amaro, in carica da poche settimane, punta a una maggiore integrazione tra le divisioni e a processi decisionali più rapidi. La sfida principale resta il rilancio del titolo in Borsa, che negli ultimi anni ha mostrato una crescita stagnante.

L’accordo con la RAI

La media company statunitense ha recentemente siglato con la Rai un accordo che porterà sulla piattaforma una selezione di titoli iconici del servizio pubblico, ampliando il pubblico Rai e arricchendo al tempo stesso l’offerta del catalogo Disney+.

L’intesa prevede, tra l’altro, la disponibilità su Disney+ di programmi come “Belve” e “The Floor – Ne rimarrà solo uno” già dal giorno successivo alla messa in onda su Rai 2, oltre a fiction di grande successo come “L’amica geniale”, “Mina Settembre” e “Màkari”.

L’operazione si inserisce in una strategia più ampia di collaborazione tra Disney+ e broadcaster europei, con l’obiettivo di valorizzare i contenuti locali e intercettare nuovi segmenti di pubblico, soprattutto digitale, in un mercato sempre più competitivo e frammentato.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/disney-mille-licenziamenti-nel-marketing-con-il-nuovo-ceo-damaro/568894/




Il nucleare in Italia coprirebbe solo l’11% dell’energia

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Non si eliminerebbe la nostra dipendenza: il 90% dell’uranio lo hanno 6 Paesi

Nucleare in Italia, sì o no? È una domanda che torna spesso nel dibattito pubblico nel nostro Paese, soprattutto quando ci si addentra in discussioni su prezzi dell’energia e transizione ecologica. La domanda che tutti si fanno è: quanto peserebbe davvero il nucleare nel sistema energetico italiano, anche nello scenario più favorevole?

Come emerge dal report di Banca d’Italia Atomo fuggente, le stime del Piano nazionale integrato energia e clima e della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile sono tutt’altro che trionfalistiche. Nello scenario considerato, la capacità installata arriverebbe a 8 gigawatt tra il 2030 e il 2050. A regime, questa potenza produrrebbe 64,2 terawattora di elettricità all’anno, coprendo l’11 per cento della domanda elettrica stimata per il 2050. Numeri che aiutano a ridimensionare le aspettative: anche ipotizzando il ritorno del nucleare in Italia, non si parlerebbe di una svolta, ma di un contributo aggiuntivo, con un peso limitato sugli equilibri complessivi del sistema elettrico.

Quanto costa una centrale nucleare in Italia

Ma quanto costerebbe ottenere quell’11 per cento di elettricità con una un programma di nuove centrali nucleari in Italia? Il punto chiave è che nel nucleare quasi tutta la spesa arriva prima ancora di produrre un solo chilowattora. Le stime indicano almeno 40 miliardi di euro di costi diretti di costruzione per arrivare alla capacità complessiva di 8 gigawatt. A questa cifra vanno aggiunti i costi finanziari, cioè gli interessi sul capitale necessario per costruire gli impianti.

Una volta entrate in funzione, le centrali nucleari sono invece relativamente economiche da gestire. Meno del 10 per cento del costo dell’elettricità prodotta dipende da esercizio, manutenzione e combustibile. La parte dominante del costo, tra l’80 e l’85 per cento, è legata alla costruzione dell’impianto e al capitale investito. Questo significa che il prezzo finale dell’elettricità nucleare dipende molto più da quanto costa costruire la centrale e da quanto tempo ci si mette, che non dal funzionamento quotidiano dell’impianto.

Rinnovabili più flessibili del nucleare

Anche le rinnovabili hanno molti costi fissi – che arrivano al 90–95 per cento per eolico e fotovoltaico con accumuli – ma con una differenza decisiva: si costruiscono più in fretta e a pezzi, adattando gli investimenti nel tempo. Una centrale nucleare, invece, richiede grandi capitali tutti insieme e per molti anni. Se i tempi si allungano o i tassi salgono, il prezzo dell’elettricità nucleare aumenta, indipendentemente da quanto poi la centrale funzioni bene una volta entrata in esercizio.

Nucleare: ogni anno di ritardo costa miliardi

Mai come nel nucleare il tempo è denaro. Ogni anno in più di cantiere fa salire il costo finale. Secondo il report di Banca d’Italia, una centrale completata in 5 anni con un tasso di interesse del 5 per cento vede gli interessi pesare per il 17 per cento dei costi diretti; se i tempi diventano 7 anni e il tasso sale al 10 per cento, il peso degli interessi arriva al 49 per cento. Non è un rischio teorico. Come si vede anche nel grafico sui principali Paesi nucleari, anche dove l’esperienza non manca i tempi medi di costruzione oscillano spesso tra 6 e 10 anni, e nei casi più complessi vanno oltre. Basta quindi anche un solo anno di ritardo per aggiungere miliardi al conto finale.

Le promesse del nucleare di quarta generazione, spesso presentato come più rapido grazie ai reattori modulari, non cancellano questo rischio. I tempi stimati di 4–5 anni per i primi prototipi e 3–4 anni per quelli successivi restano ipotesi teoriche, che non includono autorizzazioni, ricorsi e problemi iniziali. Il caso di Hinkley Point C, nel Regno Unito, è emblematico: il costo dell’impianto è passato da 18 a 47 miliardi di sterline, in larga parte a causa dei ritardi e dell’aumento degli oneri finanziari.

Perché il nucleare non abbassa le bollette

L’idea che con il nucleare in Italia la bolletta della luce delle famiglie scenderebbe in modo sensibile è diffusa, ma a ben guardare non è supportata dai numeri. Quando arriva la bolletta, infatti, le famiglie con il loro poratafoglio non pagano solo l’energia consumata. Il prezzo finale è composto da più voci, e solo una parte dipende dal costo di produzione dell’elettricità.

Negli ultimi anni il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso ha inciso fino al 75 per cento sulla bolletta delle famiglie. Il restante 25 per cento è fatto di voci che non dipendono da come viene prodotta l’energia: reti, oneri di sistema, imposte e altre componenti fissate per legge o dall’autorità di regolazione. Queste parti della bolletta restano identiche anche se cambia il mix energetico. Ma c’è di più: il nucleare non è una tecnologia a basso costo all’origine. Con investimenti iniziali molto elevati e tempi lunghi di costruzione, difficilmente può abbassare il prezzo dell’elettricità all’ingrosso. Il risultato è che, anche ipotizzando l’ingresso del nucleare in Italia, le bollette delle famiglie non scenderebbero, e in alcuni scenari potrebbero addirittura risentire dei costi necessari a finanziare i nuovi impianti.

Prezzi dell’energia: il caso Svezia

Quando si parla di energia nucleare in Italia, il confronto più citato è quasi sempre quello con il nucleare in Francia. In realtà, per capire se il nucleare può incidere davvero sui prezzi dell’elettricità, il Paese da guardare è un altro: la Svezia. Qui il mix energetico è molto diverso da quello italiano. Circa il 40 per cento dell’elettricità è prodotta da idroelettrico, il 29 per cento da nucleare e il gas naturale ha un ruolo marginale. In questo contesto, in alcune ore dell’anno la domanda viene coperta senza ricorrere a fonti costose e il prezzo dell’elettricità può essere fissato da impianti nucleari o idroelettrici, con costi di produzione più bassi. È in queste ore che in Svezia il nucleare riesce davvero a incidere sui prezzi.

Secondo il report di Banca d’Italia, però, questo meccanismo non è replicabile in Italia. Anche ipotizzando il ritorno del nucleare, il gas naturale resterebbe indispensabile per garantire l’equilibrio della rete in molte ore della giornata. Di conseguenza, continuerebbe a essere il gas la tecnologia che determina il prezzo dell’elettricità. È per questo che, a differenza di quanto avviene in Svezia l’introduzione dell’energia nucleare in Italia difficilmente porterebbe benefici visibili sulle bollette delle famiglie.

Indipendenza energetica: i limiti del nucleare

La riduzione della dipendenza energetica dall’estero è uno degli argomenti più citati a favore del nucleare. Ma anche qui i numeri invitano alla cautela. L’Italia resta tra i Paesi europei più esposti: in media il 78 per cento dell’energia consumata arriva da Paesi extra Unione europea, contro il 57 per cento della media UE. Il nucleare ridurrebbe l’uso del gas importato, ma non azzererebbe la dipendenza, perché ne creerebbe un’altra.

La filiera nucleare è infatti concentrata in poche mani. Sei Paesi coprono il 90 per cento della produzione mondiale di uranio e il Kazakistan da solo vale il 43 per cento dell’estrazione globale. Ancora più critica è la fase industriale: il 40 per cento dell’arricchimento dell’uranio è controllato dalla Russia. Non a caso, nel 2024 l’Unione europea ha importato dalla Russia uranio grezzo, uranio arricchito e combustibile nucleare per circa 700 milioni di euro, nonostante le tensioni geopolitiche e il conflitto in corso con l’Ucraina. In pratica, il nucleare non elimina la dipendenza energetica: fa solo cambiare fornitore, dal gas a una filiera nucleare concentrata in poche mani.

Clima: cosa può fare il nucleare

Sul clima il contributo del nucleare effettivamente esiste, ma va letto nelle giuste proporzioni. In Italia, nel 2022, le emissioni di gas serra sono state 413 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, e l’82 per cento è legato agli usi energetici. Decarbonizzare la produzione elettrica è quindi cruciale, e il nucleare può contribuire perché genera elettricità con emissioni molto basse lungo l’intero ciclo di vita.

Su scala globale i numeri spiegano perché venga preso in considerazione: tra il 1971 e il 2023 il nucleare ha evitato 72 gigatonnellate di CO₂ e oggi consente di evitare 1,5 gigatonnellate all’anno, circa il 3 per cento delle emissioni mondiali. È un aiuto concreto per garantire una produzione continua di elettricità a basse emissioni, il cosiddetto carico di base. Senza una forte crescita di rinnovabili, efficienza energetica e reti, il nucleare non basta da solo.

Per chi il nucleare può funzionare

Il possibile ruolo del nucleare cambia molto a seconda di chi consuma l’energia. Per le famiglie, l’elettricità è usata in modo intermittente e il prezzo in bolletta dipende solo in parte da come viene prodotta. Per alcune industrie, invece, il problema è completamente diverso. Il caso più evidente è quello dell’acciaio. In Italia l’85 per cento della produzione avviene con forni elettrici, contro circa il 40 per cento nella media dell’Unione europea.

I forni elettrici hanno una caratteristica precisa: richiedono grandi quantità di elettricità continua, non facilmente modulabile, disponibile 24 ore su 24 e a prezzi stabili. Fermarli o rallentarli è costoso e tecnicamente complesso. In questo contesto, spiega il report, una fonte programmabile come il nucleare può avere un’utilità maggiore: non tanto perché abbassa il costo dell’energia, ma perché riduce il rischio di interruzioni e di forte volatilità dei prezzi, un fattore cruciale per questo tipo di produzione industriale.

Nucleare: meno suolo per più energia

C’è poi un vantaggio di cui si parla poco quando si discute di nucleare: lo spazio. A parità di energia prodotta, il nucleare occupa molto meno suolo rispetto alle altre fonti. Si parla di circa 1 metro quadrato per megawattora, contro valori che per il fotovoltaico a terra possono arrivare fino a 40 metri quadrati per anno.

Le stime della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile mostrano che, tenendo conto dei fattori di utilizzo, un impianto fotovoltaico richiede 1.560 volte più suolo di un impianto nucleare, mentre l’eolico 450 volte di più. Questi dati non rendono certo il nucleare una soluzione valida ovunque, ma chiariscono perché possa offrire un vantaggio specifico nei territori densamente popolati o nelle aree industriali, dove lo spazio è scarso e la domanda di elettricità è concentrata.

Fonte: Banca d’Italia

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/il-nucleare-in-italia-coprirebbe-solo-l11-dellenergia/568864/




“Bugiardo cronico e narcisista”, il ritratto del New Yorker mette in guardia dalla personalità di Sam Altman

Non credo che Sam sia la persona giusta per avere il dito sul pulsante”. Questa frase, attribuita a Ilya Sutskever — co-fondatore ed ex chief scientist di OpenAI — sintetizza il livello di preoccupazione che aveva maturato all’interno dell’azienda nei confronti del suo ex capo: Sam Altman. Non si tratta del giudizio di un concorrente, ma di uno dei principali artefici dello sviluppo tecnologico di OpenAI.

È da qui che prende avvio la lunga inchiesta del New Yorker, firmata dal Premio Pulitzer Ronan Farrow e da Andrew Marantz, che attraverso documenti interni, appunti riservati e oltre cento interviste ricostruisce una leadership controversa. Il ritratto che emerge è quello di un manager estremamente efficace ma divisivo, capace di esercitare una forte influenza sugli interlocutori, ma accusato da alcuni ex collaboratori di scarsa trasparenza e di una limitata attenzione alle conseguenze delle proprie decisioni.

Il “Blip” che ha scosso OpenAI

Il momento di massima tensione arriva nel novembre 2023, quando il consiglio di amministrazione decide di licenziare Altman. La motivazione ufficiale parla di mancanza di trasparenza nelle comunicazioni. Dietro quella formula, secondo il New Yorker, ci sono mesi di frizioni, accuse interne e documenti che segnalano comportamenti ritenuti fuorvianti.

Il colpo di scena dura meno di una settimana. Dipendenti, investitori e partner – tra cui Microsoft – si schierano con Altman. La maggioranza dello staff minaccia le dimissioni. Il board fa marcia indietro. Altman torna CEO. L’episodio viene ribattezzato “the Blip”: un’anomalia breve ma capace di ridefinire gli equilibri di potere dentro OpenAI.

Le accuse su Sam Altman: un leader non vincolato alla verità

L’inchiesta non individua un “reato” o un singolo evento risolutivo. Piuttosto ricostruisce una sequenza di episodi: versioni contraddittorie, omissioni su decisioni rilevanti, comunicazioni incomplete su temi di sicurezza.

Secondo alcuni ex membri del board e dirigenti, questo insieme di comportamenti avrebbe progressivamente eroso la fiducia. In questo contesto si inseriscono anche giudizi estremi – come quello che descrive Altman come un leader “non vincolato alla verità” o con una scarsa attenzione alle conseguenze delle proprie dichiarazioni – che però restano opinioni riportate dai testimoni intervistati, non valutazioni oggettive.

La personalità di Sam Altman: ambizione e ambiguità

L’inchiesta del New Yorker dedica ampio spazio anche al profilo personale di Altman, descritto come un leader dotato di straordinaria capacità persuasiva e adattiva. Diversi interlocutori sottolineano la sua abilità nel convincere interlocutori molto diversi – investitori, ingegneri e decisori pubblici – che le sue priorità coincidano con le loro.

Allo stesso tempo, emerge una valutazione più critica: alcune fonti lo descrivono come “non vincolato alla verità” e capace di modificare narrazioni e posizioni in funzione degli obiettivi.

Questa combinazione – forte desiderio di consenso e notevole flessibilità nel racconto dei fatti – viene indicata come un elemento chiave del suo stile di leadership, efficace in contesti competitivi ma potenzialmente problematico in un settore dove trasparenza e affidabilità sono centrali.

Dalla sicurezza al business

OpenAI nasce con una missione dichiarata: sviluppare un’intelligenza artificiale sicura e a beneficio dell’umanità. Ma con la crescita esponenziale degli investimenti e la competizione globale, l’azienda si trasforma progressivamente in una realtà orientata al mercato.

Diversi ricercatori citati nell’inchiesta parlano di uno spostamento delle priorità: la sicurezza, inizialmente centrale, sarebbe diventata secondaria rispetto allo sviluppo di prodotti e alla corsa ai ricavi.

Il potere globale dell’AI

Nel frattempo, OpenAI è diventata un attore geopolitico. Contratti pubblici, applicazioni militari, infrastrutture strategiche e investimenti miliardari in data center e chip collocano l’azienda al centro degli equilibri globali.

Le iniziative di Sam Altman, incluse partnership con Paesi del Golfo, hanno sollevato interrogativi anche all’interno delle istituzioni statunitensi, soprattutto in relazione alla sicurezza nazionale e al controllo delle tecnologie avanzate.

Regole pubbliche e interessi privati

Altman ha più volte sostenuto la necessità di regolamentare l’AI. Ma, secondo il New Yorker, OpenAI avrebbe lavorato parallelamente per attenuare alcune proposte normative, evidenziando una tensione tra dichiarazioni pubbliche e strategia industriale.

Alla fine, il punto non è solo Sam Altman. È il modello. L’inchiesta pone una domanda più ampia: le attuali strutture di governance sono adeguate a gestire una tecnologia con impatti economici, sociali e militari così profondi?

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/bugiardo-cronico-e-narcisista-il-ritratto-del-new-yorker-mette-in-guardia-la-personalita-di-sam-altman/568830/




App Impresa Italia, 1,2 milioni di download. Come funziona il cassetto digitale dell’imprenditore

Impresa Italia, il “cassetto digitale” delle imprese: cosa cambia davvero per imprenditori e professionisti

L’accesso ai documenti d’impresa resta uno dei nodi più concreti nel rapporto tra aziende e pubblica amministrazione. Visure, bilanci, pratiche: strumenti essenziali, ma spesso dispersi tra portali, sportelli e richieste formali. In questo contesto si inserisce Impresa Italia, l’applicazione sviluppata dal sistema camerale con l’obiettivo di riunire in un unico spazio digitale le principali informazioni ufficiali delle imprese italiane.

Proprio in questi giorni è online la nuova versione del servizio, presentata da InfoCamere come “un’unica soluzione per gestire la tua impresa in modo semplice e immediato“, “sviluppata insieme agli imprenditori, adatta a ogni realtà aziendale, progettata per semplificare la tua giornata“.
Certo, non si tratta di una rivoluzione, ma di un tentativo di semplificazione operativa che deve essere sperimentato e che merita attenzione.
Concretamente appare come un “cassetto digitale”, per usare una definizione ormai consolidata, che punta a ridurre tempi e passaggi burocratici, senza modificare la struttura dei procedimenti amministrativi.

Secondo quanto riferito dal direttore generale di InfoCamere, Paolo Ghezzi, al Corriere della Sera, la piattaforma è stata adottata da circa 3,4 milioni di imprese, mentre i download dell’app hanno raggiunto quota 1,2 milioni. Numeri rilevanti, che indicano un interesse crescente, anche se non ancora generalizzato.

Cos’è Impresa Italia

Impresa Italia è un servizio digitale delle Camere di Commercio che consente ai titolari e ai legali rappresentanti di accedere gratuitamente ai dati certificati della propria impresa. L’app è disponibile su smartphone, tablet e PC e integra in un unico ambiente:

  • visure e atti ufficiali;
  • bilanci depositati;
  • fascicolo d’impresa;
  • stato delle pratiche presso il Registro Imprese;
  • pratiche SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive);
  • informazioni su startup e PMI innovative.

In sostanza, si tratta di una piattaforma che non introduce nuovi contenuti, ma rende più immediata la consultazione di dati già disponibili presso il sistema pubblico.

A chi è rivolta

Il servizio è destinato principalmente a:

  • imprenditori individuali;
  • legali rappresentanti di società;
  • amministratori e soggetti delegati.

Non è quindi uno strumento aperto al pubblico generico, ma un’interfaccia diretta tra impresa e amministrazione, pensata per chi ha responsabilità operative e gestionali.

A cosa serve

La funzione principale è ridurre la frammentazione delle informazioni. Oggi, molte imprese devono accedere a più piattaforme per ottenere documenti o verificare lo stato delle pratiche. Impresa Italia concentra queste attività in un unico punto di accesso.

Tra gli utilizzi più concreti:

  • scaricare rapidamente una visura aggiornata;
  • controllare lo stato di una pratica senza passare da intermediari;
  • avere sempre disponibili i documenti ufficiali, anche fuori ufficio;
  • monitorare le comunicazioni con la pubblica amministrazione.

Il beneficio non è tanto nell’innovazione tecnologica, quanto nella riduzione di passaggi intermedi e nella maggiore autonomia dell’imprenditore.

Spid e Cie per accedere al servizio

L’accesso avviene esclusivamente tramite identità digitale:

  • SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale)
  • CNS (Carta Nazionale dei Servizi)
  • CIE (Carta d’Identità Elettronica)

Questa scelta garantisce sicurezza e coerenza con gli standard della pubblica amministrazione, ma implica anche che l’adozione del servizio resti legata alla diffusione di questi strumenti.

Per chi non dispone ancora delle credenziali, è possibile richiederle online tramite i gestori accreditati o presso le Camere di Commercio.

È inoltre disponibile una versione demo, utile per comprendere il funzionamento della piattaforma prima dell’accesso effettivo.

Una semplificazione, non una soluzione

Impresa Italia si inserisce nel più ampio percorso di digitalizzazione dei servizi pubblici. Non elimina gli obblighi amministrativi né riduce il numero di adempimenti, ma interviene su un aspetto spesso sottovalutato: l’accessibilità delle informazioni.

In un sistema ancora segnato da complessità e stratificazione normativa, strumenti come questo possono contribuire a rendere più gestibile il rapporto tra imprese e pubblica amministrazione. Senza risolvere i problemi strutturali, ma rendendoli almeno più navigabili.

Per molte aziende, soprattutto di piccole dimensioni, il valore sta proprio qui: avere un unico punto di accesso affidabile, aggiornato e disponibile in mobilità. Un passo incrementale, più che una svolta, ma coerente con la direzione intrapresa dal sistema pubblico negli ultimi anni.

Siamo in grado di utilizzare questi strumenti digitali? La domanda è volutamente provocatoria, ma necessaria, visto che ad oggi solo il 45,8% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro una media UE del 55,6%. Situazione è particolarmente critica nel Mezzogiorno, dove la percentuale scende al 36,1%.
Inoltre, solo il 22% della popolazione italiana ha competenze digitali superiori a quelle di base, posizionando l’Italia al 23° posto su 27 Paesi europei.
C’è ancora molto lavoro da fare.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/app-impresa-italia-12-milioni-di-download-come-funziona-il-cassetto-digitale-dellimprenditore/568843/




Google lancia AI Edge Eloquent: trascrizione audio in real time per iOS (soltanto in inglese)

Cerchi uno strumento gratuito di conversione da parlato a testo? La nuova app AI di Google potrebbe essere la soluzione.

L’app Edge Eloquent di Google utilizza l’intelligenza artificiale per correggere gli errori a metà frase e fornire una trascrizione audio di alta qualità.

Nuova app di dettatura basata su AI

Google ha lanciato una nuova app di dettatura basata sull’intelligenza artificiale che offre trascrizioni vocali di alta qualità gratuitamente.

Al momento del lancio, l’app Edge Eloquent di Google supporta le dettature in inglese ed è disponibile sull’Apple App Store per gli utenti di tutto il mondo, ad eccezione di Regno Unito, Svizzera e Spazio economico europeo (SEE), dove è ancora in attesa dell’approvazione normativa.

Elimina tentennamenti ed errori

Secondo la descrizione sull’App Store, Edge Eloquent si basa sui modelli Gemma di Google, le versioni leggere della tecnologia Gemini. Cattura il significato originale del tuo discorso ed elimina “ehm”, “ah” e altri errori a metà frase per fornirti una versione rifinita.

Sebbene alcune funzionalità avanzate possano richiedere il supporto del cloud, tutte le altre “elaborazioni di machine learning vengono eseguite interamente in locale sul tuo dispositivo iOS”, sostiene Google. “I tuoi audio, le conversazioni riservate e i dati personali non lasciano mai il tuo dispositivo”.

Quando avvii Edge Eloquent per la prima volta, l’app scarica i modelli di intelligenza artificiale necessari e, successivamente, puoi semplicemente toccare il pulsante del microfono nella schermata iniziale (scheda Registra) per iniziare a dettare. Con la tua autorizzazione, l’app registrerà tutto ciò che dici e visualizzerà una trascrizione in tempo reale mentre parli.

Puoi toccare il pulsante Pausa per riflettere prima di procedere e toccare il pulsante Stop per ricevere una versione rifinita.

Trascrizione in tempo reale sull’app Google AI Edge Eloquent

A questo punto, puoi toccare il pulsante Copia accanto a “Testo ripulito” per copiare la versione negli appunti e utilizzare l’icona della matita per modificare l’output. Nella parte superiore della pagina iniziale, vedrai le statistiche di utilizzo, come il numero di parole e le parole al minuto, relative all’ultima dettatura. Puoi anche accedere alle tue dettature precedenti dalla scheda Cronologia.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/google-lancia-ai-edge-eloquent-trascrizione-audio-in-real-time-per-ios-soltanto-in-inglese/568787/




Addio consulenza tradizionale? Questa startup AI punta a sostituire McKinsey con report automatizzati

Una piattaforma chiamata Rocket 1.0 promette di generare strategie di prodotto complete, includendo prezzi, unit economics e piani di go-to-market, con l’obiettivo di automatizzare il lavoro tipico delle società di consulenza.

Sviluppata dalla startup indiana Rocket con sede a Surat, la piattaforma integra in un unico workflow attività tipicamente separate: ricerca di mercato, sviluppo prodotto e competitive intelligence. A partire da semplici prompt, Rocket genera documenti strategici dettagliati in formato PDF, simili a report di consulenza, che includono pricing, unit economics e indicazioni di go-to-market.

Un modello che si avvicina alla consulenza tradizionale

A differenza dei tool di “vibe coding”, focalizzati sulle funzionalità e sull’esecuzione, Rocket punta a produrre documenti strutturati, comparabili a quelli delle società di consulenza. I piani più avanzati promettono report di livello “McKinsey-grade”, proponendosi come alternativa a basso costo rispetto ai servizi consulenziali tradizionali, che spesso richiedono investimenti di migliaia di dollari.

Test preliminari mostrano che le analisi generate derivano spesso dalla sintesi di dati esistenti — modelli di pricing, comportamenti degli utenti e insight competitivi — più che da informazioni verificabili in modo indipendente. Questo implica la necessità, per gli utenti, di validare i risultati prima di prendere decisioni strategiche. La piattaforma offre comunque supporto umano nei casi più complessi.

L’AI e le decisioni strategiche

I piani di abbonamento vanno da 25 dollari al mese per funzionalità base fino a 350 dollari per l’accesso completo, inclusa l’intelligence competitiva. Il piano intermedio, da 250 dollari, consente la generazione di due o tre report strategici avanzati insieme allo sviluppo prodotto.

Fondata a Surat, con operazioni anche a Palo Alto, Rocket ha raccolto 15 milioni di dollari in un round seed guidato da Accel, Salesforce Ventures e Together Fund. La startup dichiara una crescita significativa, passando da 400mila a oltre 1,5 milioni di utenti in 180 Paesi, con margini lordi superiori al 50%. Circa il 20-30% dei clienti è rappresentato da PMI.

Il posizionamento di Rocket segnala la nascita di una nuova categoria: piattaforme AI che non si limitano a eseguire, ma supportano le decisioni strategiche. Se questa evoluzione si consoliderà, potrebbe ridefinire il ruolo della consulenza tradizionale e aprire nuovi scenari nel rapporto tra AI, business e innovazione.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/addio-consulenza-tradizionale-rocket-ai-punta-a-sostituire-mckinsey-con-report-automatizzati/568718/




TikTok investe 1 miliardo di euro nel secondo data center finlandese

TikTok ha annunciato un investimento di 1 miliardo di euro in un data center nel distretto di Kiverio a Lahti, che sarà il suo secondo impianto di questo tipo in Finlandia dopo quello di Kouvola, annunciato nel 2025. I due data center finlandesi fanno parte del Project Clover, il programma europeo di sovranità dei dati di TikTok da 12 miliardi di euro. Il sindaco di Lahti, Niko Kyynarainen, ha accolto con favore l’accordo con l’inquilino principale e l’investimento nella città di 121mila abitanti, sostenendo che il progetto sta procedendo secondo i tempi previsti.

NCC partner per il progetto Clover

Il partner di TikTok per il Project Clover è il Gruppo NCC, che fornisce una supervisione indipendente dei controlli e delle misure di protezione dei dati, monitora i flussi di dati e segnala eventuali anomalie.

Christian Hannibal, responsabile delle politiche pubbliche di TikTok in Finlandia, ha detto che il Paese vanta una solida infrastruttura digitale, accesso a energia pulita e affidabile e una forza lavoro altamente qualificata, il che lo rende una scelta logica per l’espansione europea dell’azienda.

L’azienda dichiara che, una volta operativo, il data center di Lahti rafforzerà la capacità di TikTok di archiviare di default i dati degli utenti europei in Europa, con rigorosi controlli di accesso e sistemi di monitoraggio avanzati.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/tiktok-investe-1-miliardo-di-euro-nel-secondo-data-center-finlandese/568721/




AI, investimenti in Europa cresciuti di 200 volte a 123 miliardi di dollari in 10 anni. La spesa premia la resilienza?

Dalla sovranità alla resilenza tecnologica, gli investimenti in AI premiano la sicurezza: 123 miliardi di dollari in Europa tra il 2016 ed il 2025

Tra il 2016 e il 2025 gli investimenti diretti esteri nell’intelligenza artificiale (AI) sono cresciuti di circa 200 volte, mentre il numero di progetti annuali è aumentato di circa 20 volte. Oggi, solo nell’Unione europea, questi flussi valgono oltre 123 miliardi di dollari, segnale di una competizione globale che si gioca sempre meno sulla proprietà delle tecnologie e sempre più sulla capacità di attrarre capitali, competenze e infrastrutture.

È da questi numeri che bisogna partire per comprendere il vero cambio di paradigma in atto nell’economia dell’intelligenza artificiale. Secondo il rapportoFor Most Countries, AI Sovereignty Is an Illusion. Resilience Is Real, pubblicato da Boston Consulting Group Henderson Institute e firmato da Nikolaus Lang, Matt Langione, Sesh Iyer, Amartya Das e David Zuluaga Martínez, la sovranità tecnologica, così come è stata finora concepita, è destinata a rimanere un’illusione per la maggior parte dei Paesi. La nuova parola chiave è resilienza.

L’impari lotta tra Big Tech e Stati, come la sovranità AI diventa difficile (se non rischiosa)

Per anni, si legge nel Report, governi e istituzioni hanno inseguito l’idea di controllare l’intera catena del valore dell’AI: infrastrutture, modelli, dati. Una strategia comprensibile in un contesto geopolitico segnato da tensioni crescenti tra Stati Uniti, Cina e blocchi regionali, dove l’intelligenza artificiale è al tempo stesso leva economica e strumento di potere.

Ma la realtà industriale, secondo gli studiosi che hanno realizzato il documento, racconta un’altra storia. La costruzione di un ecosistema completamente autonomo richiede una combinazione di capitale, capacità ingegneristiche e scala che solo poche superpotenze possono permettersi. Anche quando gli Stati intervengono con programmi ambiziosi, il divario con il settore privato resta enorme, vincono le asimmetrie strutturali.

Il caso dell’India è emblematico: il programma pubblico IndiaAI ha raggiunto circa 62.000 GPU, dopo un investimento iniziale di circa 1,1 miliardi di dollari. Nello stesso arco temporale, Microsoft ha acquistato da sola circa 485.000 GPU di nuova generazione nel solo 2024, mentre altri grandi laboratori operano cluster superiori alle 100.000 unità.

Siamo all’inversione della gerarchia fra politica e digitale di cui ha parlato su Key4Biz Michele Mezza. Lo Stato non può quasi più nulla contro i giganti tecnologici globali, sia in termini politici e quindi di controllo, che in termini prettamente economici e finanziari. Una questione di supremazia che riguarda ormai solo Stati Uniti e Cina.

La conseguenza è evidente: la sovranità “full stack” non è solo difficile, ma anche rischiosa. Richiede investimenti enormi in tecnologie che potrebbero diventare rapidamente obsolete con l’evoluzione dei paradigmi AI.

Il valore si crea dove l’AI viene usata, con l’obiettivo di “ridurre al minimo le dipendenze critiche”

In questo scenario, il punto cruciale si sposta dall’offerta alla domanda. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’adozione dell’intelligenza artificiale può contribuire fino al 4% del PIL globale nel prossimo decennio, pari a circa 4.700 miliardi di dollari.

Ma questo valore non si genera nei laboratori dove i modelli vengono sviluppati. Si crea nei luoghi in cui l’AI viene integrata nei processi produttivi, nei servizi e nella pubblica amministrazione. È qui che si gioca la vera partita della competitività.

Il rapporto BCG lo esplicita chiaramente: per la maggior parte dei Paesi, la strategia più efficace consiste nel “usare, adattare e governare l’AI a livello domestico, riducendo al minimo le dipendenze critiche”.

Europa tra ritardi e pragmatismo

L’Europa rappresenta un laboratorio particolarmente interessante di questa transizione. I primi tentativi di costruire una “sovranità cloud” continentale, come il progetto GAIA-X, si sono spesso arenati in complessità burocratiche e risultati limitati.

Negli ultimi anni, però, il continente ha adottato un approccio più pragmatico. Iniziative come i supercomputer LUMI in Finlandia e Leonardo in Italia, sviluppati nell’ambito del programma EuroHPC, non mirano a competere direttamente con gli hyperscaler globali, ma a garantire una base minima di capacità domestica, accessibile a imprese, ricercatori e pubbliche amministrazioni.

È un cambio di prospettiva: non possedere tutto, ma assicurarsi che le applicazioni critiche possano essere eseguite sotto regole nazionali, con livelli adeguati di sicurezza e compliance.

Il ruolo degli investimenti esteri e il nuovo trend di co-progettare la sovranità

In questo contesto, i flussi di investimenti diretti esteri assumono un ruolo strategico. Non sono più solo un indicatore economico, ma uno strumento di politica industriale e geopolitica.

Il rapporto evidenzia come questi investimenti stiano ridisegnando la geografia dell’AI: oltre agli Stati Uniti e alla Cina, capitali e infrastrutture si stanno spostando verso Paesi come India, Corea del Sud e Malesia, mentre l’Europa si conferma uno dei principali poli di attrazione.

L’obiettivo non è eliminare l’interdipendenza, ma progettarla o co-progettarla. È il concetto di “friend-shoring”: costruire catene del valore distribuite tra Paesi alleati, riducendo l’esposizione a singoli punti di vulnerabilità.

Politiche pubbliche: quattro leve per la resilienza

Lo studio del BCG Henderson Institute, basato sull’analisi delle politiche adottate da oltre 30 Paesi tra economie avanzate, emergenti e piccoli Stati, individua infine quattro direttrici fondamentali per costruire resilienza: infrastrutture, fiducia, domanda e partnership.

  • Infrastrutture: garantire capacità locale per eseguire carichi di lavoro critici.
  • Trust e valori: definire standard operativi che rendano l’AI affidabile e adottabile.
  • Adoption pull: incentivare l’uso concreto da parte delle imprese.
  • Partnership: attrarre capitali e competenze mantenendo il controllo sulle regole.

Esempi concreti arrivano da tutto il mondo: dal Brasile, che destina circa 4,3 miliardi di dollari al suo piano nazionale AI con il 65% delle risorse orientate all’adozione industriale, alla Corea del Sud, che sostiene le PMI con voucher fino a 140.000 dollari per l’acquisto di soluzioni AI.

AI, potere e geopolitica

Nel contesto attuale, segnato da conflitti commerciali, tensioni tecnologiche e competizione strategica tra blocchi, l’intelligenza artificiale è diventata un’infrastruttura critica, al pari dell’energia o delle telecomunicazioni.

Controllare l’AI significa avere il potere di influenzare catene produttive, sicurezza nazionale, capacità militari e modelli di governance. Per questo, secondo gli autori del Report, la logica della chiusura totale appare sempre meno sostenibile. Così come per il cloud, altra infrastruttura critica e strategica, strettamente legata all’AI, si sta procedendo a combinare le capacità tecnologiche ed industriali degli hyperscaler con le necessità e i requisiti stringenti di governance e controllo locale del dato.

La vera sfida non è isolarsi, ma costruire sistemi capaci di funzionare anche in condizioni di shock, come di interruzioni delle forniture, restrizioni commerciali e crisi geopolitiche”, è spiegato nel documento.

La nuova sovranità è nella capacità d’uso dell’AI?

Il messaggio finale del rapporto è quindi molto semplice e allo stesso pragmatico: per la maggior parte dei Paesi, la forma più efficace di sovranità non è il controllo diretto della tecnologia, ma la capacità di utilizzarla in modo affidabile, sicuro e conforme alle proprie regole.

Un finale che assomiglia più a una resa alle Big Tech e alla forza degli Stati Uniti che ad una vera e propria strategia di crescita autonoma da parte dell’Europa e degli altri Paesi. Forse un finale anche scontato, vista la sproporzione delle forze economiche e tecnologiche in campo, frutto anche di un gap incolmabile.

In altre parole, pare di capire: la sovranità dell’AI non si misura più in chip posseduti o modelli addestrati, ma nella diffusione dell’intelligenza artificiale nell’economia reale. Un modo come un altro per “accettare” il finale di cui sopra, come condizione di “forza maggiore”. Tornando all’inversione della gerarchia tra politica e tecnologia di Mezza: “non sono più le dimensioni di una potenza ad imporsi ma la capacità di distribuire saperi e competenze” e di fare accettare a tutti gli altri questa condizione di supremazia.

È qui, dunque, in questa “condizione”, che si decide chi guiderà la crescita nei prossimi dieci anni. Ed è qui che l’Europa dovrà dimostrare di saper trasformare il capitale in capacità produttiva, si capisce dallo studio, evitando di restare intrappolata tra ambizioni di autonomia e dipendenze inevitabili.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/ai-investimenti-in-europa-cresciuti-di-200-volte-a-123-miliardi-di-dollari-in-10-anni-la-spesa-premia-la-resilienza/568684/




OpenAI a California e Delaware, indagare Musk per “anticoncorrenza”

OpenAI scrive una Lettera ai procuratori generali della California e del Delaware

OpenAI alza il livello dello scontro con Elon Musk, a poche settimane dall’avvio del processo che potrebbe ridefinire gli equilibri dell’intelligenza artificiale (AI) globale. Secondo quanto riportato dalla Reuters, la società guidata da Sam Altman ha inviato una lettera formale ai procuratori generali della California, Rob Bonta, e del Delaware, Kathy Jennings, chiedendo di indagare su presunti “comportamenti impropri e anticoncorrenziali” da parte del fondatore di Tesla e SpaceX e dei suoi collaboratori.

Nel documento, firmato dal Chief Strategy Officer, Jason Kwon, OpenAI sostiene che le azioni legali e le iniziative pubbliche di Musk non sarebbero semplicemente parte di una disputa commerciale, ma farebbero parte di una strategia più ampia per ostacolare la crescita dell’azienda e influenzare il futuro sviluppo dell’intelligenza artificiale avanzata.

Secondo OpenAI, la causa intentata da Musk, che chiede oltre 100 miliardi di dollari di risarcimento alla fondazione non profit da cui è nata l’organizzazione, rappresenterebbe un rischio esistenziale. Un esito sfavorevole, sottolinea la società, potrebbe “mettere in ginocchio” OpenAI e comprometterne la missione originaria: sviluppare un’intelligenza artificiale generale (AGI) a beneficio dell’intera umanità.

La lettera invita quindi le autorità a verificare se le iniziative di Musk, incluse presunte attività di coordinamento con altri grandi player tecnologici, possano configurare violazioni delle norme sulla concorrenza.

Sam Altman

OpenAI contesa da Sam Altman e Musk

Lo scontro tra Elon Musk e Sam Altman affonda le radici nella nascita stessa di OpenAI. Fondata nel 2015 come laboratorio non profit, l’organizzazione vedeva tra i suoi promotori proprio Musk e Altman. Tuttavia, il rapporto si incrina rapidamente: Musk lascia il progetto nel 2018, dopo divergenze strategiche, tra cui un tentativo, mai concretizzato, di integrare OpenAI con Tesla.

Negli anni successivi, OpenAI evolve verso un modello ibrido, con una struttura “capped-profit” per attrarre capitali necessari allo sviluppo di tecnologie sempre più costose. È proprio questa trasformazione che Musk contesta nella causa avviata nel 2024, sostenendo di essere stato “manipolato” e accusando l’azienda di aver tradito la missione originaria.

Parallelamente, Musk ha fondato xAI, società concorrente che sviluppa il chatbot Grok, entrando direttamente in competizione con ChatGPT.

Verso il processo del 27 aprile

Il confronto approderà ora in tribunale. Dopo una decisione di un giudice di Oakland, il caso sarà esaminato da una giuria nel Distretto Settentrionale della California, con selezione dei giurati prevista per il 27 aprile.

Si tratta di un passaggio cruciale: oltre alla richiesta miliardaria, la causa potrebbe incidere sulla governance di OpenAI e sul suo modello di sviluppo. Per questo, l’azienda teme che il contenzioso possa rallentare o deviare i suoi investimenti sull’AGI.

OpenAI descrive le mosse di Musk come una serie di “attacchi” mirati a indebolire la società. In precedenti comunicazioni agli investitori, aveva già avvertito che il fondatore di xAI avrebbe potuto ricorrere a dichiarazioni “eclatanti e non aderenti alla realtà”.

Tra gli elementi più controversi citati nella lettera, è riportato dalla Cnbc, vi sarebbero anche attività di raccolta di informazioni su Sam Altman e la diffusione di accuse ritenute infondate. Inoltre, OpenAI richiama un presunto tentativo, non concretizzato, di coinvolgere Mark Zuckerberg, CEO di Meta, in iniziative contro l’azienda.

Dal canto suo, Musk ha più volte accusato OpenAI di essersi trasformata in una società orientata al profitto, sostenendo che ciò tradisca gli impegni iniziali presi nei confronti della comunità scientifica e del pubblico.

Una partita strategica per il mercato dell’AI

Al di là dello scontro personale, la vicenda riflette una competizione più ampia tra i principali attori dell’intelligenza artificiale. OpenAI, sostenuta da partner industriali e finanziari, punta a consolidare la propria leadership nello sviluppo di modelli avanzati. Musk, con xAI, ambisce invece a costruire un’alternativa, in un mercato sempre più affollato che vede protagonisti anche Google, Meta e altri colossi tecnologici.

La richiesta di intervento alle autorità da parte di OpenAI segna dunque un’escalation: non più solo una disputa legale tra ex soci, ma una questione che tocca la regolazione del mercato e il futuro dell’innovazione.

La competizione sull’AI non si gioca più solamente sul piano tecnologico, ma anche su quello legale e regolatorio. Le decisioni che arriveranno dai tribunali e dalle autorità potrebbero influenzare in modo significativo l’evoluzione di uno dei settori più strategici dell’economia globale.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/openai-a-california-e-delaware-indagare-musk-per-anticoncorrenza/568666/