Bernini annuncia “Lisa”, il primo sistema Ue per applicazioni AI che potenzia il supercomputer Leonardo. L’11 giugno l’inaugurazione

L’Italia candida Bologna a nodo di punta della rete “Frontier AI” e a giugno arriva Lisa a potenziare il supercomputer Leonardo

L’Italia accelera sulla frontiera europea dell’intelligenza artificiale (AI) e sceglie Bologna come epicentro della propria strategia tecnologica. Il Tecnopolo del capoluogo emiliano ospiterà infatti LISA, acronimo di “Leonardo Improved Supercomputing Architecture”, la nuova infrastruttura progettata per potenziare il supercomputer Leonardo nelle applicazioni di AI generativa e nei modelli linguistici di grandi dimensioni.

Secondo un’agenzia Radiocor del Sole 24 Ore, l’annuncio è arrivato dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e da Antonio Zoccoli, presidente della Fondazione Icsc – Centro Nazionale di Ricerca in High-Performance Computing, Big Data e Quantum Computing, durante il convegno “L’Italia del Pnrr: creare il modello, fare sistema, orientare il futuro”, in corso a Milano. L’inaugurazione ufficiale è prevista l’11 giugno al Tecnopolo di Bologna.

Contestualmente, il Governo italiano ha candidato Bologna a diventare uno dei nodi principali di “Frontier AI”, la futura infrastruttura europea dedicata alla ricerca avanzata sull’intelligenza artificiale. Una scelta che rafforza il posizionamento internazionale del polo emiliano come uno dei più importanti ecosistemi europei nel supercalcolo, nei big data e nell’AI.

Che cos’è Lisa e perché è importante

La nuova architettura LISA rappresenta un passaggio strategico nell’evoluzione di Leonardo, oggi già considerato tra i supercomputer più potenti al mondo e stabilmente inserito nella top ten della classifica internazionale TOP500. La macchina, installata al Tecnopolo DAMA di Bologna e gestita dal Cineca nell’ambito dell’iniziativa europea EuroHPC, è in grado di eseguire 240 milioni di miliardi di operazioni al secondo ed è utilizzata per attività scientifiche di altissima complessità: dalla modellazione climatica alla ricerca farmaceutica, dalla fisica delle particelle ai materiali avanzati, fino alle applicazioni industriali e aerospaziali.

Con LISA, però, il paradigma cambia. Leonardo nasce come infrastruttura general purpose destinata al calcolo scientifico avanzato; il nuovo modulo è invece concepito specificamente per l’intelligenza artificiale. Si tratta del primo sistema europeo di questo tipo realizzato nell’ambito dell’ecosistema EuroHPC e rappresenta un salto tecnologico cruciale per l’Europa nella competizione globale sull’AI.

Il cuore della nuova infrastruttura sarà costituito da 166 server GPU ad altissime prestazioni, interconnessi attraverso una rete a bassissima latenza e progettati per sostenere l’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni e applicazioni multimodali capaci di elaborare simultaneamente testo, immagini, video e dati complessi. In altre parole, LISA consentirà di sviluppare in Europa tecnologie comparabili ai sistemi di AI generativa oggi dominati dai grandi operatori statunitensi e cinesi.

L’investimento complessivo per LISA ammonta a 28,2 milioni di euro. Il 35% sarà finanziato da EuroHPC JU, il partenariato europeo dedicato ai supercomputer strategici dell’Unione, mentre il restante 65% arriverà dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso il Centro Nazionale HPC, Big Data e Quantum Computing nato con il Pnrr.

Il valore economico e industriale di questa operazione è potenzialmente enorme. L’accesso a capacità di calcolo avanzate rappresenta infatti uno dei principali fattori abilitanti della nuova economia dell’intelligenza artificiale: permette di accelerare la ricerca scientifica, sviluppare farmaci, ottimizzare reti energetiche, simulare materiali innovativi, migliorare i sistemi manifatturieri e creare nuovi servizi digitali ad alto valore aggiunto.

Un’AI più europea per rafforzare l’autonomia tecnologica

La posta in gioco va ben oltre il semplice incremento di potenza di calcolo. LISA rafforza infatti il tema dell’autonomia tecnologica europea, diventato centrale dopo la corsa globale all’intelligenza artificiale generativa. Disporre di infrastrutture proprietarie per addestrare modelli avanzati significa poter sviluppare capacità strategiche senza dipendere integralmente dalle piattaforme extraeuropee, preservando sovranità tecnologica, sicurezza dei dati e competitività industriale.

In questo scenario l’Italia parte da una posizione particolarmente favorevole. Il Paese dispone già di uno dei sistemi HPC più articolati d’Europa e Bologna si sta progressivamente consolidando come capitale continentale del supercalcolo. Attorno al Tecnopolo convivono infatti il supercomputer Leonardo, il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), infrastrutture scientifiche internazionali, centri di ricerca e la AI Factory italiana IT4LIA, selezionata dalla Commissione europea tra le prime sette del continente.

Bologna nodo strategico per il supercalcolo europeo

Secondo i dati illustrati dalla ministra Bernini durante l’incontro tenuto qualche giorno fa a Bologna con la commissaria europea per le Start-up, la Ricerca e l’Innovazione, Ekaterina Zaharieva, Cineca è oggi il secondo centro HPC europeo per volume di produzione scientifica. Nel 2024 il 15% delle pubblicazioni realizzate attraverso le sue infrastrutture è già rientrato nel top 10% mondiale per citazioni scientifiche. Solo nel 2025 sono state messe gratuitamente a disposizione di università ed enti di ricerca oltre 550 milioni di ore di calcolo, per un valore stimato superiore ai 130 milioni di euro.

Anche IT4LIA mostra già numeri rilevanti: quasi 500 progetti avviati in appena un anno di attività operativa. Un dato che evidenzia come l’ecosistema bolognese stia rapidamente trasformando la potenza computazionale in innovazione concreta per imprese, ricerca e pubblica amministrazione.

Per questo Bologna non viene più considerata soltanto un polo scientifico nazionale, ma un’infrastruttura strategica europea. La candidatura italiana a “Frontier AI” punta proprio a consolidare questo ruolo: fare del Tecnopolo il luogo in cui ricerca, supercalcolo e intelligenza artificiale convergono per costruire la prossima generazione di tecnologie europee.

Con LISA, l’Italia prova dunque a entrare stabilmente nel gruppo ristretto dei Paesi capaci non solo di utilizzare l’intelligenza artificiale, ma anche di costruirne l’infrastruttura industriale e scientifica di base. Un passaggio decisivo in una competizione globale in cui la disponibilità di potenza computazionale sta diventando un fattore geopolitico oltre che economico.

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Consulenza, l’AI cambia il modo in cui vengono pagate le grandi società. Il caso di McKinsey & Co

L’intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo in cui vengono pagate le grandi società di consulenza. Non solo perché automatizza analisi, diagnosi, raccolta dati e preparazione di documenti. Ma perché mette in discussione il principio su cui per decenni si è retto il business della consulenza: il pagamento a ore.

Secondo il Financial Times, McKinsey & Co è sotto pressione da parte dei clienti per collegare una quota maggiore delle proprie fee ai risultati ottenuti, e non soltanto al tempo impiegato dai consulenti per produrre raccomandazioni, piani industriali o strategie operative.

Se l’AI consente di fare più rapidamente attività che prima richiedevano giorni o settimane di lavoro umano, i clienti iniziano a chiedersi perché debbano continuare a pagare lo stesso numero di ore.

Il modello delle ore fatturabili perde forza

Il modello tradizionale della consulenza si basa sulle billable hours: più tempo lavorano i consulenti su un progetto, più cresce la fattura. Ma l’adozione dell’AI riduce il valore di questa metrica. Attività come analisi dati, benchmarking, diagnosi aziendale, sintesi documentale e costruzione di scenari possono essere accelerate dai modelli generativi.

Questo non significa che il lavoro dei consulenti sparisca. Significa però che diventa più difficile giustificare il prezzo sulla base del tempo impiegato. Se una parte del lavoro viene svolta più velocemente grazie all’AI, il cliente vuole vedere il risparmio riflesso nel costo finale oppure preferisce pagare in base al risultato.

Il Financial Times spiega che una pressione simile riguarda anche altri servizi professionali esposti all’AI, come studi legali e società di revisione. Anche in quei settori i clienti chiedono che i risparmi di produttività generati dall’automazione non restino solo nelle mani dei fornitori.

McKinsey e le fee legate agli obiettivi

Secondo il Financial Times, la società si prepara a spostare una quota maggiore della retribuzione dei partner verso l’equity e a trattenere più cassa. Il motivo è che i ricavi diventano meno prevedibili quando le fee dipendono dai risultati. Se un progetto viene pagato in base a minori costi, maggiori profitti o crescita della quota di mercato, l’incasso non è più garantito come nel modello a ore. Il rischio commerciale aumenta.

Il pricing basato sui risultati ha però un limite evidente. Non tutti gli esiti finali dipendono dal consulente. Una strategia può essere corretta, ma essere ostacolata da guerre, dazi, crisi delle forniture, condizioni di mercato o resistenze interne dell’azienda cliente.

Il modello a ore non sparirà. McKinsey e le altre grandi società di consulenza continueranno a difendere una parte rilevante del lavoro basata su ore fatturabili, canoni, abbonamenti o fee fisse. Anche i grandi attori dell’AI, da OpenAI in poi, continuano a preferire modelli ricorrenti e prevedibili, come subscription, piani enterprise e consumo a volume.

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Bending Spoons completa l’acquisizione di Tractive ed entra nel PET tech

Bending Spoons ha completato l’acquisizione di Tractive, società austriaca specializzata nel tracciamento della posizione e nel monitoraggio della salute degli animali domestici. L’accordo definitivo era stato sottoscritto nel marzo 2026 e si inserisce nella strategia di espansione internazionale del gruppo tecnologico milanese.

Tractive, con sede a Pasching, in Austria, è considerata uno dei principali operatori globali nel settore dei dispositivi connessi per animali domestici. I suoi prodotti consentono ai proprietari di monitorare in tempo reale la posizione degli animali, seguirne l’attività e controllare parametri legati alla salute e alla sicurezza.

Un’azienda europea con ambizione globale

Michael Hurnaus, CEO e co-fondatore di Tractive, ha definito il percorso dell’azienda “straordinario”, ricordando come in tredici anni la società sia diventata un punto di riferimento globale per la sicurezza degli animali domestici.

“Portare Tractive a diventare un punto di riferimento globale per la sicurezza degli animali domestici, nel corso di tredici anni, è stato un percorso straordinario. Ci eravamo posti l’obiettivo di dare serenità ai proprietari di animali, e abbiamo trasformato quella missione in un prodotto di cui si fidano milioni di persone in tutto il mondo”, ha detto. “Sono orgoglioso di tutto ciò che il team ha realizzato ed entusiasta di ciò che Tractive potrà diventare con Bending Spoons. La loro piattaforma globale e le loro capacità tecnologiche permetteranno a Tractive di restare all’avanguardia, combinando la nostra forte cultura europea dell’innovazione con la scala necessaria per raggiungere ancora più proprietari di animali in tutto il mondo”, ha concluso.

Bending Spoons punta su salute e sicurezza degli animali

“Siamo colpiti da ciò che ha costruito il team di Tractive. L’azienda è già su una traiettoria solida, e siamo convinti che le competenze e le tecnologie sviluppate accelereranno la crescita di Tractive”, ha detto Luca Ferrari, CEO e co-fondatore di Bending Spoons.

“Il nostro impegno è investire in modo significativo e con una visione di lungo periodo, ampliando le funzionalità dedicate alla salute e alla sicurezza, sviluppando dispositivi di nuova generazione e rendendo il prodotto accessibile a sempre più proprietari di animali”, ha concluso.

La strategia di acquisizioni di Bending Spoons

L’acquisizione di Tractive arriva in una fase di forte espansione per Bending Spoons. Dopo l’annuncio dell’acquisizione di AOL da Yahoo, la società milanese ha chiuso una raccolta di capitale da 710 milioni di dollari in equity, raggiungendo una valutazione di 11 miliardi di dollari. Il round, guidato da T. Rowe Price Investment Management, include 270 milioni di capitale primario e 440 milioni di secondario.

A questo si aggiunge un pacchetto di finanziamento da 2,8 miliardi di dollari messo a disposizione da alcune delle principali banche globali, destinato a sostenere nuove acquisizioni e a potenziare tecnologie proprietarie e capacità di intelligenza artificiale.

Con un portafoglio che include già Evernote, WeTransfer, Meetup, komoot, Remini, StreamYard e Brightcove, e con operazioni recenti su Vimeo, AOL, Eventbrite e ora Tractive, Bending Spoons si conferma uno degli aggregatori digitali più aggressivi d’Europa.

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Engineering porta l’Intelligenza artificiale made in Italy all’AI Week

Engineering partecipa per il terzo anno consecutivo all’AI Week, l’evento in programma il 19 e 20 maggio alla Fiera di Milano a Rho.

Con la partecipazione all’AI Week, Engineering promuove la propria visione sul ruolo strategico dell’Intelligenza Artificiale nello sviluppo e nella competitività del Paese attraverso IS-IA – Italy’s Sovereign Intelligence Architecture, un approccio architetturale basato sul concetto di un’AI italiana, governabile e sicura, al cui centro si trova EngGPT 2: la piattaforma di Private Generative AI del Gruppo, conforme all’AI Act, progettata per tutelare dati strategici e know-how di aziende e PA, garantendo al contempo prestazioni in linea con i migliori modelli open internazionali.

Sul palco dell’AI Week, Engineering porta una visione articolata e concreta dell’Intelligenza Artificiale, declinata attraverso 7 interventi che coprono l’intero spettro del percorso di adozione — dalla strategia all’implementazione, dalla governance all’impatto sul business.

Ad aprire gli interventi il 19 maggio è Aldo Bisio, CEO di Engineering, con l’intervento sul main stage intitolato “Sovereign AI: Governing your Intelligence Capital”, dedicato al concetto di AI sovrana: governabile, sicura e trasparente, capace di proteggere dati strategici e know-how, nel rispetto dell’AI Act.

Nel corso delle due giornate si sviluppa un confronto sui principali nodi strategici legati all’AI, con il contributo di Fabio Momola, Executive Vice President di Eng Digital, Igor Bailo, Executive Director AI & Data, e Gianmarco Ciarfaglia, Head of AI.

Ampio spazio è dedicato a casi concreti ed esperienze aziendali, grazie agli interventi di Emanuele Cacciatore, Director of Innovation, Consulting and Partnerships, e Valeria Aste, Consultant Team di Business & Technology Consulting, insieme alle testimonianze di Francesca Meriggi, Group CIO, e Massimo Del Vecchio, Eng Modernize Executive Director.

I temi si estendono inoltre all’evoluzione di architetture, governance e modelli operativi per piattaforme AI scalabili e sostenibili, con Alessandro Spigaroli, Executive Director, ed Enrico Murru di Engineering, fino agli impatti nei settori regolati come il finance, con Anna Kunkl, Senior Partner di Be Shaping The Future del Gruppo Engineering.

I visitatori potranno inoltre interagire dal vivo con EngGPT 2 presso lo stand n.76 di Engineering, scoprire a che punto dell’AI-Journey si collocano e individuare i possibili prossimi passi del proprio percorso di adozione dell’AI.

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L’AI al centro della prima enciclica di Papa Leone per fine maggio

Entro fine maggio la prima enciclica firmata da Papa Leone XIV, l’annuncio il 22. Al centro ci sarà il ruolo dell’AI nel nostro mondo

C’è grande attesa in Vaticano per quella che potrebbe diventare la prima enciclica di Papa Leone XIV, un testo che secondo indiscrezioni e anticipazioni della stampa internazionale dovrebbe affrontare il tema dell’intelligenza artificiale (AI) inserendolo dentro una riflessione più ampia sulla crisi dell’ordine globale, sul lavoro, sulla pace e sul futuro della persona umana nell’era digitale.

Diverse fonti avevano indicato che il documento sarebbe stato firmato questo 15 maggio, coincidendo con l’anniversario della pubblicazione di Rerum novarum, la grande enciclica sociale di Leone XIII. Tuttavia, il direttore dell’Ufficio Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha informato i giornalisti che l’annuncio ufficiale del documento si terrà il prossimo 22 maggio.

Il titolo provvisorio dovrebbe essere “Magnifica Humanitas” e la scelta simbolica di uscire a maggio riporta all’anniversario della storica Rerum Novarum di Leone XIII (15 maggio 1891). Una scelta che suggerisce già la direzione culturale e politica del documento: proporre una nuova dottrina sociale per il tempo dell’intelligenza artificiale, così come alla fine dell’Ottocento la Chiesa intervenne davanti agli effetti della rivoluzione industriale.

Il parallelismo non è casuale. Allora il problema era la macchina industriale che trasformava il lavoro e ridefiniva i rapporti sociali, oggi il nodo è l’algoritmo che entra nei processi decisionali, nell’economia, nella comunicazione, nella sicurezza e perfino nella produzione culturale.

Secondo quanto riportato da Axios, Le Monde e da diverse testate vicine al Vaticano, in particolare Infovaticana, Leone XIV considera l’AI non semplicemente come una nuova tecnologia, ma come “una forza storica destinata a incidere profondamente sugli equilibri politici, economici e antropologici del XXI secolo”.

Un’etica per l’AI e il digitale, con l’uomo sempre al centro

La posizione della Santa Sede, almeno stando alle anticipazioni, appare lontana sia dagli entusiasmi tecnocratici sia dalle visioni apocalittiche. Il Vaticano non demonizza l’intelligenza artificiale e non propone una lettura anti-scientifica dell’innovazione.

Negli ultimi anni, grazie a Papa Francesco, la Chiesa ha cercato di costruire un rapporto sempre più strutturato con il mondo tecnologico, sostenendo iniziative come il “Rome Call for AI Ethics”, aprendo tavoli di confronto con aziende e centri di ricerca e sviluppando linee guida interne sui temi dell’etica digitale e della cybersicurezza.

L’idea di fondo è che l’innovazione rappresenti una straordinaria opportunità per la medicina, l’educazione, l’organizzazione sociale e la diffusione della conoscenza, ma che debba restare governata da criteri umani, politici ed etici.

È qui che emerge il cuore della riflessione cattolica sull’AI. Il timore del Vaticano non riguarda la tecnologia in sé, bensì il rischio che l’uomo venga progressivamente subordinato ai sistemi tecnologici, trasformato in dato, funzione produttiva o profilo algoritmico.

Papa Francesco aveva già denunciato il pericolo di una società dominata dalla sorveglianza digitale, dall’automazione della guerra e da modelli economici capaci di aumentare disuguaglianze e marginalizzazione. Leone XIV sembra intenzionato a sistematizzare ulteriormente questo approccio, portandolo dentro una vera enciclica sociale.

Difendere il lavoro umano

Particolare attenzione sarebbe riservata al tema del lavoro. Come la Rerum Novarum affrontò gli effetti sociali del capitalismo industriale, così Magnifica Humanitas potrebbe interrogarsi sull’impatto dell’automazione intelligente sulle professioni, sulla redistribuzione della ricchezza e sulla dignità del lavoro umano.

Non è un caso che molti osservatori leggano nella scelta del nome Leone XIV un richiamo esplicito a Leone XIII e alla stagione storica in cui la Chiesa decise di intervenire direttamente nella questione sociale. Secondo diversi studiosi cattolici citati dalla stampa americana, il nuovo Papa vede nell’intelligenza artificiale una trasformazione comparabile a quella della rivoluzione industriale, con il rischio concreto di una sostituzione accelerata del lavoro umano e di una concentrazione senza precedenti del potere economico e informativo nelle mani di pochi soggetti globali.

La Chiesa, naturalmente, non pretende di sostituirsi alle istituzioni democratiche nella regolazione dell’intelligenza artificiale. In uno Stato laico spetta ai governi, ai parlamenti e agli organismi internazionali definire norme, limiti e sistemi di controllo per tecnologie che avranno un impatto enorme sull’economia, sulla sicurezza e sui diritti individuali.
Tuttavia, sarebbe ingenuo sottovalutare il peso culturale e politico della voce del Vaticano su temi di questa portata.

La Santa Sede continua a rappresentare uno dei principali attori morali globali e mantiene una forte capacità di influenza nel dibattito pubblico internazionale, soprattutto su questioni che riguardano il rapporto tra sviluppo tecnologico, dignità della persona e giustizia sociale.

L’AI trasformerà il nostro mondo, non lasciamo tutto in mano al mercato e alle superpotenze

In questo senso l’intervento di Leone XIV arriva in una fase storica particolarmente instabile, segnata da tensioni geopolitiche, crisi della governance internazionale, guerre ibride, trasformazioni del mercato del lavoro e accelerazione tecnologica.

L’intelligenza artificiale viene ormai percepita non soltanto come un fattore economico, ma come un elemento capace di ridefinire gli equilibri di potere globali. Il Vaticano sembra voler affermare che una trasformazione di questa portata non possa essere lasciata esclusivamente alle logiche del mercato o alla competizione strategica tra grandi potenze.

Il messaggio che emerge dalle anticipazioni è chiaro: la tecnologia deve restare uno strumento al servizio dell’uomo e non diventare il principio che organizza la società. È una posizione che unisce etica, politica e visione antropologica e che punta a riportare al centro del dibattito il tema della responsabilità umana nell’epoca dell’automazione intelligente.

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Engineering nomina Cristiano Zanetti executive vice president software products

Engineering annuncia l’ingresso nel Gruppo di Cristiano Zanetti nel ruolo di Executive Vice President Software Products.

A diretto riporto del CEO Aldo Bisio, Zanetti entra a far parte del Gruppo con la responsabilità di guidare la nuova Business Unit Software Products, costituita per definire e guidare la strategia di prodotto di Engineering e valorizzare la performance di tutte le soluzioni proprietarie, assicurandone coerenza strategica, innovazione continua e crescita commerciale in cooperazione con i mercati di riferimento.

A Zanetti riporteranno le seguenti Business Unit di Prodotto:

  • Neta – Piattaforma data-driven e AI-enabled per il settore Energy & Utilities
  • Grace – Piattaforma per il settore bancario a supporto della Governance, Risk, Regulatory e Compliance.
  • Universo e Isypol – Piattaforme per il settore assicurativo che abilitano la gestione del business vita e danni.
  • XLayers – Piattaforma per la gestione del processo riassicurativo.
  • MarketSuite – Piattaforma per il mercato Retail.

Con oltre venticinque anni di esperienza manageriale nei settori del software, della tecnologia e dei servizi professionali, maturata in contesti complessi e ad alta crescita, Zanetti garantirà il suo contributo nel percorso di rafforzamento e valorizzazione del portafoglio di piattaforme proprietarie di Engineering.

Zanetti ha sviluppato gran parte della sua carriera in TeamSystem, dove ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità. Più recentemente ha svolto il ruolo di General Manager, Market Specific Solutions, guidando una business unit con responsabilità diretta su sviluppo prodotto, R&D, go-to-market, delivery e customer support, operando a diretto riporto del CEO. In precedenza, ha ricoperto il ruolo di Executive Director, Vertical Business, assumendo la responsabilità dell’integrazione post-acquisizione di diverse realtà e della governance di unità di business verticali.

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PNRR, la Corte dei Conti promuove il digitale: obiettivi raggiunti in anticipo

La Corte dei Conti ha rilevato che gli obiettivi di digitalizzazione fissati dalla missione 1 del Pnrr sono stati “pienamente raggiunti e, in alcuni casi, superati”. È quanto si legge in una relazione della Corte, che segnala il raggiungimento anticipato dei target relativi al rafforzamento dell’adozione delle piattaforme nazionali di identità digitali Spid, Cie e dell’Anpr. Tra questi figurano i due target Ue previsti per il 2025 sul rilascio di oltre 42,3 milioni di Cie e l’adozione di Spid da parte di 10.217 Pubbliche amministrazioni.

Le risultanze

Promossa anche la piattaforma di notifiche digitali Send, con cui sono risultati integrati più di 6.700 enti al 31 dicembre 2025; “esito – spiega la Corte – che ha consentito di realizzare (e superare) anticipatamente il target Ue (M1C1-151) previsto per la fine del Pnrr”, che prevedeva l’adozione della piattaforma per la notifica elettronica di avvisi giuridicamente vincolanti da parte di almeno 6.400 PA.

Tra i risultati evidenziati figurano oltre 12 mila amministrazioni pubbliche — tra Comuni e scuole — che hanno rinnovato siti web e servizi digitali, migliorando accessibilità e semplicità d’uso per cittadini e imprese. Un percorso sostenuto dagli investimenti della misura “Esperienza del cittadino nei servizi pubblici” del Pnrr.

Restano però alcune criticità, soprattutto nel settore cultura, in quello sanitario e in quello infrastrutturale. La Corte segnala ritardi nell’ammodernamento tecnologico e digitale degli ospedali, per quanto la digitalizzazione dei pronti soccorso proceda a buon ritmo, e richiama il rischio che continue rimodulazioni del Piano possano rallentare o ridimensionare alcuni interventi strategici.

Butti: “Stiamo correndo nella giusta direzione”

La dichiarazione completa del Sottosegretario all’innovazione tecnologica Alessio Butti:

“La relazione della Corte dei conti certifica il lavoro svolto sul PNRR e conferma che, sul digitale, il Paese sta correndo nella direzione giusta. È un risultato che accogliamo con grande soddisfazione, perché riconosce uno sforzo collettivo: il lavoro di coordinamento del Governo, l’impegno del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, la collaborazione costante con le amministrazioni centrali e territoriali e il contributo quotidiano di tutte le strutture coinvolte nell’attuazione del Piano.

La Corte dei Conti scrive “in alcuni casi gli avanzamenti sono addirittura superiori a quanto programmato. Ad esempio, le misure per rafforzare l’uso della carta d’identità elettronica e dello Spid, o ancora le notifiche digitali e l’Anagrafe nazionale, sono state completate in anticipo sui tempi”. In effetti, i target raggiunti in anticipo, nel caso dell’identità digitale quasi due anni prima di quanto previsto dall’UE, sono molteplici e testimoniano il cambio di passo di questi ultimi 36 mesi. In linea con la relazione della Corte dei Conti sono i numeri del Digital Decade Report UE, che mostrano come l’Italia sia passata (in un solo anno) dal 68% all’83% nei servizi pubblici digitali ai cittadini, superando per la prima volta la media UE oltre a paesi storicamente più performanti in questo ambito come Francia e Germania. 

Siamo consapevoli che la fase finale del PNRR richiede ancora massima attenzione, capacità di esecuzione e senso di responsabilità. Ma questo riconoscimento conferma la solidità del percorso intrapreso: ora dobbiamo completare il lavoro, consolidare quanto realizzato e trasformare gli obiettivi del Piano in capacità permanente al servizio del Paese.“

MISSIONE 1 – digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo

Taluni interventi relativi alla digitalizzazione dei servizi pubblici sono risultati completati in anticipo rispetto ai termini concordati (“Esperienza dei cittadini – Miglioramento della qualità e dell’utilizzabilità dei servizi pubblici digitali“– M1C1I1.4.1; “Rafforzamento dell’adozione delle piattaforme nazionali di identità digitale (SPID, CIE) e dell’Anagrafe nazionale (ANPR)” – M1C1I1.4.4; “Digitalizzazione degli avvisi pubblici” – M1C1I1.4.5), superando in alcuni casi gli obiettivi previsti dal PNRR. Tuttavia, con particolare riferimento alla realizzazione della piattaforma per le notifiche digitali, si evidenzia il mancato accesso alla medesima da parte di Agenzia delle entrate e Agenzia delle entrate–Riscossione come primari notificatori.

Invece, per quanto concerne le misure a sostegno di cultura e turismo, la Sezione ha riscontrato criticità tali da determinare, a seguito della CID adottata il 27 novembre 2025, per un intervento il differimento dell’ultimo Target al 31 agosto 2026 (“Sicurezza sismica nei luoghi di culto, restauro del patrimonio culturale del Fondo Edifici di Culto (FEC) e siti di ricovero per le opere d’arte (Recovery Art)” – M1C3I2.4, a causa della presenza di alcuni lavori ancora fermi allo stato di progettazione), mentre per un’altra iniziativa è stata decisa l’eliminazione dell’obiettivo finale (“Valorizzazione, competitività e tutela del patrimonio ricettivo attraverso la partecipazione del Ministero del Turismo nel Fondo Nazionale del Turismo” – M1C3I4.2.6, poiché la riqualificazione di almeno 12 proprietà immobiliari con il sostegno del FNT, è risultato raggiunto per meno del 50%).

MISSIONE 6 – salute

Per le “Case della Comunità e presa in carico della persona” (M6C1I1.1) ed il “Rafforzamento dell’assistenza sanitaria intermedia e delle sue strutture (Ospedali di Comunità)” (M6C1I1.3), i cui obiettivi sono stati dapprima ridotti con la CID adottata l’8 dicembre 2023 e poi oggetto di semplificazione amministrativa per effetto della modifica approvata lo scorso 27 novembre, la Sezione ha rilevato uno stato di avanzamento in linea con il tempestivo e soddisfacente conseguimento dei Target previsti alla scadenza. Infatti, è stato riscontrato l’avvio di lavori in misura superiore rispetto al quantum di opere concordate con la Commissione Ue.

Una situazione più eterogenea è stata ravvisata per quanto concerne l’iniziativa denominata “Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero” (M6C2I1.1), considerata anche la sua composizione in due distinti sub–investimenti (per un totale di 4 interventi). In particolare, alla maggiore digitalizzazione dei dipartimenti di emergenza e accettazione (DEA) ed al completo rinnovamento tecnologico delle grandi apparecchiature sanitarie ormai prossimo, si contrappone la necessità di accelerare l’aumento dei posti letto di terapia intensiva e semi-intensiva e l’ammodernamento dei pronto soccorso. Per la soluzione di tali criticità, è opportuno rafforzare la governance ministeriale rispetto alle singole iniziative, al fine di individuare e rimuovere gli ostacoli procedurali, che hanno rallentato l’avanzamento dei lavori.

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Cisco taglia quasi 4mila posti di lavoro nonostante ricavi trimestrali da record

Cisco taglierà quasi 4mila posti di lavoro, pari a circa il 5% della sua forza lavoro, nonostante abbia riportato utili e ricavi migliori del previsto nel terzo trimestre fiscale.

Secondo quanto riportato da TechCrunch, l’azienda ha spiegato che la riduzione del personale serve a modificare la propria struttura dei costi e a liberare risorse da destinare agli investimenti in intelligenza artificiale e cybersecurity.

Il trend dei licenziamenti legati all’AI

La decisione di Cisco si inserisce in una tendenza che raccontiamo ogni giorno su Key4Biz e che riguarda il settore tecnologico: licenziare nonostante ricavi record per aumentare gli investimenti.

Negli ultimi giorni, anche Cloudflare e General Motors hanno annunciato licenziamenti, pur avendo presentato risultati finanziari ottimi.

Robbins rivendica i risultati record

In un post pubblicato mercoledì sul blog aziendale, l’amministratore delegato Chuck Robbins ha sottolineato i ricavi record e la crescita a doppia cifra della società. Allo stesso tempo, ha riconosciuto che Cisco sta portando avanti investimenti strategici anche nell’uso dell’AI da parte dei dipendenti in tutta l’azienda.

Secondo documenti pubblici citati da TechCrunch, Robbins dovrebbe ricevere oltre 52 milioni di dollari di compensi nel 2025. Contattato dalla testata, un portavoce di Cisco non ha commentato oltre la dichiarazione di Robbins e non ha risposto alla domanda se l’amministratore delegato intenda ridurre la propria retribuzione.

Anche LinkedIn prepara nuovi licenziamenti

Come Cisco anche LinkedIn si prepara a una nuova tornata di licenziamenti. Secondo quanto riferito a Reuters, il social network professionale controllato da Microsoft intende tagliare circa il 5% della propria forza lavoro.

L’intervento rientra in una riorganizzazione dei team e punta a concentrare il personale sulle aree in cui il business sta crescendo. LinkedIn conta oltre 17.500 dipendenti a tempo pieno a livello globale.

La decisione arriva nonostante la piattaforma stia attraversando una fase di crescita. LinkedIn, che genera ricavi attraverso strumenti per il recruiting e abbonamenti professionali, ha registrato un aumento del fatturato del 12% nell’ultimo trimestre rispetto all’anno precedente.

Anche se i tagli di LinkedIn non sarebbero stati decisi per sostituire lavoratori con sistemi di intelligenza artificiale, il tema dell’AI continua a pesare sul settore software e, più in generale, sui dipendenti della tecnologia. Le aziende tech stanno infatti ridisegnando sempre più spesso le proprie attività attorno all’intelligenza artificiale, rivedendo costi, team e priorità operative.

La riorganizzazione di LinkedIn si inserisce così in una nuova stagione di tagli nel comparto tecnologico. Secondo Layoffs.fyi, dall’inizio dell’anno sono stati registrati più di 103mila licenziamenti nel settore tech, un dato già vicino agli oltre 124mila conteggiati per l’intero 2025.

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In Cina Trump non riesce a “piazzare” le aziende USA, neanche i chip di Nvidia. Ma gli affari di famiglia sì

Trump lascia Pechino elogiando Xi, ma a mani vuote?

Poche ore fa l’Air Force One è decollato dall’aeroporto di Pechino per riportare a casa il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il suo numeroso equipaggio fatto di funzionari statali e alcuni tra gli imprenditori più ricchi e potenti del mondo. La visita di Stato di Trump in Cina si è conclusa, questa l’unica certezza, molto meno però si sa su eventuali accordi commerciali e soprattutto tecnologici tra le due superpotenze in competizione per la leadership globale digitale.

Il Presidente americano ha avuto parole di elogio per il suo omologo cinese, Xi Jinping, definendolo “un grande leader”, addirittura “un amico”. Al centro dei tre giorni di incontri e tavole imbandite, certamente ci sono state le questioni politiche più scottanti, Taiwan e Iran in testa, la Russia anche, le tensioni commerciali che interessano i rapporti tra le due grandi economie, la necessità di un migliore coordinamento sui temi internazionali e il rafforzamento della comunicazione tra le due principali sponde del Pacifico.

Mosca, nel frattempo, ha seguito tutto con grande attenzione, come ha riferito il portavoce del Presidente russo. Anche Vladimir Putin, infatti, volerà in Cina nei prossimi giorni: “speriamo di avere informazioni di prima mano su quanto si sono detti (Trump e Xi, ndr).Quando saremo in Cina, ci sarà una buona opportunità per scambiare opinioni sui contatti che i cinesi hanno avuto con gli americani”, ha commentato il portavoce Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Interfax.

Erano tante le attese, a dire il vero, in particolare quelle relative ad eventuali accordi sui chip AI e gli hardware necessari allo sviluppo delle infrastrutture digitali, ma in base a quanto riportato dalla stampa americana ed internazionale Trump è ripartito a mani vuote.

Perché Trump si è portato un codazzo di super CEO in Cina? Soft power? Marketing di Stato? O puro business?

Pensando al gran numero di super CEO delle più grandi imprese americane, che per capitalizzazione di mercato rappresentavano tutte assieme decine di trilioni di dollari di valore, ci si aspettava un risultato rilevante in termini di strategie industriali e tecnologiche, in particolare per i chip AI.

Sull’aereo presidenziale sedevano Jensen Huang di Nvidia, Elon Musk di Tesla e SpaceX, Tim Cook di Apple, più alti dirigenti di Meta e Qualcomm, solo per citare le aziende pi conosciute al grande pubblico.

Secondo quanto riferito dal rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, le società americane hanno avuto modo di presentare proposte e piani industriali ai corrispettivi cinesi, ricevendo rassicurazioni sulla volontà del gigante asiatico di aprire, ancora di più, il proprio mercato alle imprese americane.

La partita chiave dei chip AI e delle terre rare

Greer ha però anche confermato che non si è parlato di “accordi o controlli” sulle esportazioni di chip durante il bilaterale Trump-Xi.

Al momento, secondo quanto riportato dalla Reuters, si sa solo che, già prima del volo verso Pechino di Trump, gli Stati Uniti avevano autorizzato la vendita di chip H200 per l’intelligenza artificiale di Nvidia a diverse società tecnologiche cinesi.

In cambio, i cinesi hanno promesso di allentare la stretta sul flusso di terre rare e minerali critici verso gli stati Uniti. Questo è un settore che la Cina controlla rigidamente e che però è fondamentale per la transizione digitale ed energetica di tutti i mercati occidentali, compreso quello americano.
Si attendeva qualche indiscrezione sulla proroga dell’accordo in vigore tra USA e Cina e anche qui Greer è stato molto sibillino: “Ci sono buone probabilità…vedremo, c’è la volontà di entrambe le parti di continuare e anzi estendere la capacità di approvvigionamento, ma sono processi lenti”.

Vanno a gonfie vele, invece, gli affari della famiglia Trump sulle criptovalute e l’AI. Accordi con i vertici del Partito comunista cinese?

In compenso, Eric Trump, terzogenito del presidente degli Stati Uniti e top manager della Trump Organization (la grande cassaforte della famiglia Trump), sembrerebbe aver chiuso affari d’oro in Cina. Accompagnando il padre nel viaggio di Stato, Eric avrebbe perfezionato accordi (di cui al momento non si sa molto) con un’azienda cinese attiva nel settore dell’AI, la Nano Labs.

Accordi relativi alla costruzione di data center AI negli Stati Uniti e che vedono della partita anche un’azienda americana delle criptovalute, Alt5Sigma.

Da destra Donald Trump e i figli Donald Jr., Ivanka e Eric

Nella Alt5Sigma sarebbero stati investiti milioni di dollari direttamente dalla World Liberty Financial (piattaforma di trading in criptovalute fondata nel 2024 dalla famiglia Trump), racconta Marco Contini su La Repubblica, nel cui board siedono Zach Witkoff come presidente (fidato mediatore del Presidente Trump nelle principali crisi internazionali), e Eric Trump come osservatore.
Anche i figli di Witkoff sono presenti nella World Liberty Financial.

Un intreccio di affari e famiglie di potere, dunque, che però ha messo in allarme il Congresso degli Stati Uniti perché, secondo quanto riportato dal Financial Times, la Nano Labs è una società che vede impegnati i vertici del Partito comunista cinese e probabilmente delle stesse forze armate cinesi.

Le criptovalute della famiglia Trump hanno generato oltre 1 miliardo di dollari di profitti dai progetti crypto, secondo un’analisi Reuters, con World Liberty Financial come impresa più redditizia. Il progetto è stato anche al centro di controversie legali, tra cui una causa per diffamazione contro l’imprenditore crypto Justin Sun, accusato di aver condotto una campagna di diffamazione pubblica e di aver corteggiato il progetto per poi fare shorting del token.

La combinazione tra affari privati della famiglia Trump e il progetto crypto World Liberty Financial solleva notevoli questioni di conflitto di interesse, trasparenza e possibile influenza su regolamenti e politiche pubbliche, soprattutto in un contesto in cui il presidente americano controlla direttamente o indirettamente progetti finanziari ad alto rischio e ad alta esposizione mediatica.

Quegli strani investimenti di Trump in Apple, Tesla e Nvidia

Appena conclusa la visita ufficiale di Donald Trump in Cina, sono emersi nuovi dettagli sulle operazioni finanziarie del presidente americano legate ad alcune delle aziende presenti nella delegazione che lo ha accompagnato nel viaggio.

Secondo i dati dell’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti, ripresi dalla stampa economica americana e riportati da Sandra Riccio su La Stampa, nei primi mesi del 2026 Trump avrebbe incrementato in modo rilevante i propri investimenti in Apple, arrivando a destinare fino a 7,2 milioni di dollari al gruppo guidato da Tim Cook.

Al fianco del presidente, durante la missione in Cina, c’erano anche Elon Musk, Jensen Huang di Nvidia e Kelly Ortberg di Boeing. Le analisi finanziarie statunitensi sottolineano inoltre come, nei mesi precedenti alla visita, Trump abbia effettuato diverse operazioni di acquisto e vendita sui titoli proprio di queste aziende. C’è da chiedersi fino a che punto tutto questo sia normale e fino a che punto tutto questo non abbia ricadute serie sullo stato di salute della democrazia americana e non solo.

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Digital Networks Act, le telco in audizione alla Camera: conciliazione volontaria bocciata. Contrasti su switch off del rame e spettro radio

Le telco dicono la loro sul Digital Networks Act, e lo fanno in audizione alla Camera sviscerando gli spetti più controversi della proposta di legge europea da parte della Commissione Ue, che tante polemiche ha sollevato dal suo lancio a gennaio. Bocciato senza appello il meccanismo di conciliazione volontaria fra telco e OTT, che lascia troppi spazi di discrezionalità e non risolve il problema delle asimmetrie fra player Tlc e grandi web company. Posizioni diametralmente opposte, ma era prevedibile, anche per quanto riguarda lo switch off del rame: Open Fiber, che detiene una rete full fibre FTTH, favorevole. Contraria invece FiberCop, che con le reti misto rame FTTC fa ancora molti ricavi in Italia. Ma vediamo in sintesi le posizioni delle aziende e delle associazioni audite: Anitec-Assinform, Asstel, Fastweb, Tim, iliad, Wind Tre, Open Fiber e FiberCop.

Il video delle audizioni

Anitec-Assinform: “No a conciliazione volontaria. Rischio ulteriore pressione negoziale”

“Il meccanismo di conciliazione volontaria previsto dall’articolo 191 e seguenti della proposta di Digital networks act per le controversie relative a interconnessione fra reti permetterebbe all’autorità di regolamentazione di conciliare le possibili divergenze tra operatori di rete e altri operatori dell’ecosistema. Questo è un aspetto molto delicato, perché tocca proprio l’architettura economica e tecnica di Internet. Oggi il traffico internet si regge su un insieme di accordi tecnici e commerciali fra reti, operatori, piattaforme, fornitori di contenuti, content delivery networks e altri soggetti dell’ecosistema. È un sistema molto complesso, ma che ha dimostrato negli anni di funzionare in modo efficiente attraverso accordi bilaterali e soluzioni di mercato. La domanda che noi ci poniamo è se esista un fallimento di mercato tale da giustificare un nuovo meccanismo regolatorio. A nostro avviso, non c’è questa esigenza”. Così i rappresentanti di Anitec-Assinform nel corso di un’audizione sulla proposta di Regolamento sulle reti digitali della Commissione europea (Digital networks act, Dna) in commissione Politiche Ue della Camera.

“Il rischio – hanno aggiunto – è che la formalizzazione di una procedura di conciliazione, anche se qualificata come volontaria, introduca un nuovo livello di pressione negoziale. In particolare, potrebbe diventare uno strumento per spingere verso trasferimenti economici dai fornitori di contenuto e applicazioni agli operatori di rete”.

Anitec-Assinform: No a scadenze rigide su dismissione rame. priorità al servizio

 “Riguardo la dismissione dell’infrastruttura in rame, prevista dal Digital networks act entro il 2035, il punto di partenza è sicuramente positivo. Condividiamo l’obiettivo di accelerare la transizione verso reti ad altissima capacità, che sono il veicolo portante per i servizi più innovativi a più alto valore aggiunto. Tuttavia, la transizione deve essere gestita con maggiore realismo”. Così i rappresentanti di Anitec-Assinform nel corso dell’audizione.

“Imporre scadenze rigide o obblighi uniformi di dismissione di specifiche tecnologie rischia di non tenere conto delle differenze tra Stati membri, territori e architetture di rete. Non tutti i territori portano lo stesso livello di copertura, non tutte le aree dispongono delle stesse alternative tecnologiche e non tutti gli utenti — siano essi cittadini, imprese o pubbliche amministrazioni — possono essere migrati con gli stessi tempi e le stesse modalità”.

“La priorità deve essere evitare dei vuoti di servizio. Per questo riteniamo preferibile un approccio fondato su criteri prestazionali e neutralità tecnologica, e non su prescrizioni tecnologiche rigide. L’obiettivo deve essere quello di garantire reti migliori e servizi più avanzati, non imporre una traiettoria uniforme che potrebbe risultare non sostenibile in alcune aree. L’Italia, infatti, a differenza di altri paesi, dispone di una rete in rame più performante delle altre. La transizione dal rame alle reti di altissima capacità va accompagnata con maggiore flessibilità nazionale, attenzione alle specificità territoriali e piena tutela della continuità dei servizi” – hanno aggiunto.

Tlc: Fastweb, Digital Networks Act preservi concorrenza tra infrastrutture

“Il Digital Networks Act deve preservare ciò che ha funzionato: la concorrenza infrastrutturale. In Italia e in Europa, il quadro regolamentare ha spinto per anni gli operatori a costruire reti proprietarie, generando investimenti e benefici concreti per i cittadini. Questo modello va protetto a maggior ragione oggi, in una fase in cui abbiamo bisogno di reti sempre più performanti e resilienti”. Lo ha sottolineato Lisa Di Feliciantonio, a capo di Communication & Sustainability Officer di Fastweb+Vodafone, in audizione in Parlamento. “Un regime regolamentare più leggero può essere accettabile solo nelle aree dove ci sono più infrastrutture ed in cui la dinamica competitiva garantisce prezzi efficienti. Quindi non deve essere esteso al rame, che è per definizione un monopolio. E soprattutto deve mantenere gli incentivi all’infrastrutturazione, quindi continuare a garantire l’accesso alla cosiddetta ‘fibra spenta’, strumento fondamentale per operatori che vogliono non acquistare un servizio chiavi in mano ma input di base per realizzare proprie infrastrutture ed innovare. La deregolamentazione incondizionata consegna il mercato a chi controlla la rete, con la possibilità di applicare aumenti sproporzionati senza che gli operatori, e a cascata i consumatori finali, abbiano alternative. La concorrenza infrastrutturale non è un lusso ideologico: è una leva che ha spinto gli operatori a investire ed innovare”.

Digital Networks Act, Fastweb: Non risolve asimmetria telco-big tech. Meccanismi conciliazione insufficienti

“Riguardo la relazione tra operatori telco e big tech, il Dna affronta il tema con molta timidezza, nonostante esista un’enorme asimmetria certificata anche da un recente studio della Luiss. La prima asimmetria è di tipo regolamentare: noi operatori siamo soggetti a obblighi stringenti di sicurezza informatica, protezione dei dati e tutela degli utenti, mentre le grandi piattaforme offrono servizi analoghi, come WhatsApp per la telefonia, senza essere soggette alle stesse norme, creando una chiara distorsione competitiva”.

Così i rappresentanti di Fastweb, che aggiungono: “La seconda asimmetria è economica: noi sosteniamo costi enormi per adeguare le reti a un traffico che continua a crescere, generato proprio dalle big tech, le quali però non contribuiscono in alcun modo a questi costi. Il valore economico generato dalle nostre reti si concentra così sempre di più nelle mani delle big tech. Il Dna propone solo meccanismi di conciliazione che riteniamo insufficienti dato lo squilibrio di potere in campo. È inoltre opportuno rivedere le norme sull’open internet e sulla net neutrality. In conclusione, serve un cambio di paradigma per evitare di indebolire ulteriormente la capacità di investimento di un settore che è strategico non solo per la competitività, ma per la sicurezza del Paese”.

Tlc: Asstel, Digital Networks Act sostenga investimenti, ridurre asimmetrie

“La proposta di Digital Networks Act rappresenta un passaggio rilevante per il futuro della connettività europea. Valutiamo positivamente l’impostazione generale del provvedimento, che riconosce il ruolo strategico delle reti di comunicazione elettronica per la competitività industriale, la sicurezza, la resilienza e lo sviluppo digitale dell’Europa”. Così Laura Di Raimondo, direttrice generale Asstel nel corso dell’audizione sul regolamento Ue sul Digital Networks Act alla Commissione Politiche Ue della Camera.

“Come settore siamo pronti a dare il nostro contributo affinché lo strumento europeo contribuisca a sviluppare la filiera delle telecomunicazioni, sempre più centrale per il nostro Paese. Le nostre imprese sostengono non solo infrastrutture e servizi digitali attraverso rilevanti investimenti che devono essere sostenuti, ma anche occupazione qualificata, innovazione e competenze indispensabili per la competitività dell’Italia”.

Oggi, aggiunge Di Raimondo, “gli operatori di telecomunicazioni si muovono con vincoli regolamentari significativamente più stringenti rispetto alle grandi piattaforme digitali con effetti diretti sulla capacità di investimento e innovazione” e “in questo scenario è essenziale che le regole evolvano: servono condizioni che permettano alle tlc di sviluppare nuovi servizi e competere alla pari. Ridurre le asimmetrie normative non è solo una questione di equità ma una scelta industriale geopolitica”, conclude Di Raimondo.

Tlc: Rotunno (Open Fiber), Bene spegnimento rame. Transizione a fibra positiva per il Pil

“Il Digital Networks Act rappresenta una leva strategica per la competitività dell’Italia e per attrarre investimenti nelle reti digitali”. Ad affermarlo è Francesco Rotunno, Responsabile Affari europei di Open Fiber. “In un contesto economico e geopolitico complesso, il settore delle telecomunicazioni – sottolinea – ha bisogno di un quadro europeo chiaro, stabile e orientato alla crescita. Riteniamo che la proposta rispetti il principio di sussidiarietà e sia proporzionata, perché interviene su obiettivi europei e transnazionali mantenendo un equilibrio con le specificità nazionali”.

L’Italia, aggiunge, “ha recuperato molto del ritardo infrastrutturale grazie agli investimenti pubblici e al contributo degli operatori alternativi come Open Fiber: oggi il Paese ha una posizione solida su fibra e 5G, ma resta il nodo del basso tasso di adozione della fibra, che rallenta lo sviluppo di servizi digitali avanzati e indebolisce il ritorno sugli investimenti. La transizione dal rame alla fibra produce benefici concreti: secondo recenti studi di Deloitte e del Politecnico di Torino, ogni euro investito in fibra genera oltre tre euro di crescita del Pil e consente un risparmio energetico superiore all’80%. Va chiarito, inoltre, che il regolamento non introduce uno spegnimento immediato della rete in rame, ma un percorso graduale: il 2035 non è la data finale, ma quella in cui il processo si accelera”.

Nell’ipotesi di adozione del regolamento a dicembre 2027, sottolinea Rotunno, “il processo si concluderebbe solo a dicembre 2039 con ampie garanzie per gli utenti finali. Per queste ragioni riteniamo che il Digital Networks Act sia un’occasione da cogliere per attrarre investimenti, consolidare il vantaggio infrastrutturale acquisito dall’Italia e accelerare lo sviluppo di servizi digitali avanzati, dal cloud all’intelligenza artificiale”.

FiberCop: No a obbligo switch-off rame entro il 2035. Tornare a volontarietà processo

 “Non concordiamo sull’obbligo di switch-off che viene previsto nella proposta presentata dalla Commissione con il Digital networks act, in quanto riteniamo che i processi debbano seguire logiche di mercato e le peculiarità dei diversi Stati membri in Europa. Nel caso dello switch-off del rame per il passaggio alla fibra, se spegniamo il rame ma non abbiamo un processo di migrazione verso la fibra, gli utenti sono liberi di migrare anche su tecnologie alternative che potrebbero avere performance inferiori rispetto a quelle oggi offerte dall’Fttc (la fibra misto rame). L’Fttc è incluso nella proposta perché, spegnendo il rame, chiaramente anche questo non potrebbe fornire i servizi che offre oggi, poiché mancherebbe l’ultimo pezzo in rame”. Così i rappresentanti di FiberCop in audizione.

“Spegnendo l’Fttc – hanno proseguito – si priva il consumatore di un servizio che oggi è già più che adeguato per soddisfare i bisogni mass-market. Per questo riteniamo che si debbano considerare le peculiarità dei diversi Stati, anche con riferimento alle architetture presenti, e tornare all’approccio del Codice attuale di volontarietà del processo, in cui l’operatore ha la possibilità di pianificare il decommissioning. L’obiettivo è arrivare al risultato, perché chiaramente l’ambiente fiber e il take-up della fibra interessano anche a FiberCop, dati gli investimenti importanti che si stanno facendo e si faranno nei prossimi anni. Bisogna arrivare a quel punto con un processo che tuteli non solo gli investimenti privati, ma anche il consumatore che, appunto, oggi ha una rete pienamente funzionante”.

 Labriola (Tim): Camera audisca Authority e Mimit su futuro Tlc italiane

 “Rinnovo il mio invito, già fatto in altra occasione, che è il seguente: chiedete un’audizione contestuale ad Agcom, Agcm eMimit e chiedete loro come guardano al futuro del settore telecomunicazioni. Non per il mio stipendio: io posso anche andare via, non è un problema; il problema è che dobbiamo renderci conto che senza un’infrastruttura di telecomunicazioni questo Paese non avrà crescita del Pil, perché tutto passa sulle telecomunicazioni. Anche l’agricoltura”. Così l’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola, in audizione alla Camera sul DNA.

“Vogliamo l’auto a guida autonoma? Secondo voi a che rete si agganciano queste auto a guida autonoma? Noi pensiamo che tutte le bellurie della tecnologia ci saranno comunque a prescindere, ma non è così” – ha aggiunto. “È questo il punto che voglio sollevare. Dopodiché, sui temi specifici e sugli emendamenti scriveremo. In buona parte siamo d’accordo: ritengo che il Digital networks act sia un grosso passo avanti, soprattutto perché quando ogni singolo Paese magari ha più timore ad affrontare una discussione con gli hyperscaler, l’unione fa la forza e quindi magari, andando avanti come Europa, diventa più facile”.

Labriola (Tim): “Bene proposta. Corretto avere regole uguali in tutta l’Ue”

“Oggi ci troviamo in un contesto nel quale tutto passa attraverso la digitalizzazione” – ha proseguito Labriola. “Tutti gli Ott, quando guardate Netflix o utilizzate Instagram, TikTok o quant’altro, utilizzano le reti di telecomunicazione nostre. Faccio un esempio banale: quando voi pagate 5 euro in più magari a Netflix per avere il full Hd, questi 5 euro ritenete che in parte passino dagli operatori di telecomunicazioni? La risposta è no. Ma se io dovessi adeguare la mia rete per veicolare tutto in full HD, dovrei tirare fuori uno o due miliardi, e poi come li recupero? Perché da un lato ho Open Fiber e FiberCop che vogliono aumentare i prezzi perché non hanno ritorno sull’investimento; dall’altro, a differenza della situazione nel mercato elettrico dove se aumenta il costo dell’energia in automatico le bollette si adeguano, distinguendo gli operatori tra l’operatore a monte che costruisce le infrastrutture e quello a valle che gestisce i servizi, nelle telecomunicazioni questo non è previsto. Quindi ti trovi schiacciato da sempre più investimenti, soggetti che usufruiscono del passaggio in rete e tu che non puoi ribaltare sul cliente finale la cosa”.

Labriola (Tim): “Settore Tlc italiano è di fatto fallito. Impossibile fare margine e investire”

“La domanda da porsi è: qual è la politica industriale del nostro Paese per le telecomunicazioni? – partendo dal seguente presupposto: il nostro settore è, di fatto, un settore fallito. Lo dicono i numeri. Dopodiché vogliamo la massima competizione? Si può andare avanti con la massima competizione, ma se le aziende non producono reddito non ricevono finanziamenti; se non ricevono finanziamenti dal mercato non riescono a reinvestire. Dopodiché, nel frattempo, noi siamo il Paese al mondo con i prezzi più bassi. Non lo dico io, prendete qualunque statistica: abbiamo i prezzi più bassi sulla fibra e sulla telefonia mobile”. Così l’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola.

“Ho sentito qualcuno prima citare che la Francia e la Spagna sono avanti a noi sulla copertura in fibra del Paese. Ma qualcuno, al di là dei claim, si è posto la domanda del perché? Vi do io la risposta: costruire una linea in fibra in Francia costa 400 euro, costruirla in Italia 1400. Il prezzo di un servizio in fibra in Francia costa 35-40 euro, in Italia 20. Fate un calcolo e ditemi se, in questo mercato, un soggetto che opera come operatore economico quotato in borsa possa avere un ritorno dell’investimento e giustificare tutti quanti questi investimenti” – ha aggiunto.

Levi (iliad): “Frequenze in scadenza nel 2029 non devono essere impattate dal DNA”

“Lo spettro radio è una risorsa essenziale per garantire un’equa concorrenza nel mercato. Nel Digital networks act ci sono elementi positivi, come una maggiore prevedibilità e la possibilità di rinnovare ed estendere la durata delle frequenze, fattori fondamentali in un settore che necessita di orizzonti lunghi per pianificare gli investimenti. Tuttavia, la maggiore stabilità non può prescindere da un’allocazione dello spettro che garantisca un’adeguata concorrenza e contendibilità nel mercato”. Così l’amministratore delegato di Iliad Benedetto Levi, durante l’audizione.

“Oggi in Italia abbiamo il più grande squilibrio a livello europeo tra gli operatori: Iliad Italia ha un terzo delle frequenze di ognuno degli altri tre. In questo caso, rinnovi automatici rischierebbero di cristallizzare uno squilibrio, il che non è certamente l’intento del Dna. È fondamentale che i nuovi meccanismi si applichino soltanto allo spettro che scade oltre i sette anni dall’entrata in vigore del Dna, per consentire di sanare gli squilibri esistenti. Di conseguenza, la scadenza del 2029, anno in cui scadrà il 73% delle frequenze oggi allocate in Italia, non deve essere impattata da questo testo” – ha aggiunto.

iliad: Ok proposta, riduce frammentazione normativa

“In generale, valutiamo positivamente l’impostazione del Digital networks act e la scelta di intervenire con un regolamento che, a nostro avviso, è coerente con l’obiettivo di ridurre la frammentazione tra i vari Stati membri. Credo ci sia a livello continentale consenso sul fatto che un consolidamento europeo e la creazione di campioni europei sia qualcosa di auspicabile; armonizzare le regole tra tutti i vari Paesi è un prerequisito importante per andare in questa direzione su vari temi, come lo spettro radio. Il Dna dovrebbe riuscire a mantenere un equilibrio tra regole europee comuni, dove serve ridurre la frammentazione, e margini alle autorità nazionali dove occorrono interventi specifici mercato per mercato”, ha aggiunto Levi.

WindTre: riconferma spettro ma rivedere tempi di entrata in vigore

“Il Digital networks act prevede, da una parte, una durata indefinita dello spettro e, dall’altra, una riconferma dell’assegnazione che ciascun soggetto ha a scadenza. Questo tipo di impostazione è, a nostro avviso, virtuosissimo e consente agli operatori di avere la tranquillità di poter investire in modo continuativo fino all’ultimo giorno di vigenza di un rapporto autorizzatorio in attesa del nuovo. Tuttavia, se non c’è questa certezza, si rischia di bloccare gli investimenti con un rischio di arretratezza del sistema, un servizio peggiore per il cittadino, ma anche un minor livello di occupazione”. Così i rappresentanti di Wind Tre in audizione.

“Vi è però un errore – hanno avvertito – che crediamo sia grossolano, ma anche fatto in buona fede dal legislatore unionale: la disposizione relativa alla riconferma si applica soltanto a quelle frequenze che scadranno 7 anni dopo l’entrata in vigore del Dna, secondo la previsione del Dna stesso. Questo tipo di impostazione è inaccettabile: le frequenze sono frequenze, quindi non è possibile differenziarle rispetto alla scadenza. Se si differenziano rispetto a ragioni oggettive, tecniche, di propagazione, o al numero di clienti che possono servire, ha un senso. Differenziarle rispetto alla data di scadenza significa creare in modo artificiale una differenziazione tra frequenze che sono in molti casi le stesse”.

Wind Tre: “Rischio assegnazione nostre reti a operatori non Ue”

 “L’assegnazione di tutto lo spettro che oggi abbiamo a disposizione in Italia in un’unica data — per il 2029 sarebbe impossibile per ragioni di tempo, mettiamo per il 2037 che è la scadenza successiva — comporterebbe un esborso da parte dei partecipanti superiore al fatturato del settore. Questo significherebbe consegnare le comunicazioni europee a un soggetto non europeo, magari che ha sede dall’altra parte dell’Atlantico; solo gli Ott hanno quel tipo di capacità finanziaria oggi. Quindi, l’esigenza di rivalutare l’attuale testo normativo in consultazione, pur nella sua evoluzione rispetto alla stesura iniziale, è sicuramente ancora presente”. Così i rappresentanti di Wind Tre in audizione.

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