AMA, accordo con Open Fiber per la gestione digitale dei rifiuti grazie al digital twin di Roma

Una sinergia di competenze che mira a sperimentare nuovi ambiti di applicazione nel campo delle tecnologie digitali grazie all’infrastruttura in fibra ottica. Questa la base su cui poggia un primo accordo di collaborazione tra Ama e Open Fiber e che vede le due aziende mettere a fattor comune risorse e competenze allo scopo di individuare e sviluppare progetti che consentano di migliorare le rispettive esperienze, integrando infrastrutture digitali e tecnologie ambientali di ultima generazione.

Monitoraggio dei rifiuti

L’input alla collaborazione nasce dalla volontà di potenziare le applicazioni già in uso da AMA per il monitoraggio dei rifiuti, sfruttando le altissime prestazioni della rete in fibra ottica FTTH (Fiber To The Home, fibra fino a casa) di Open Fiber. Lo sviluppo dei processi condivisi presuppone l’interazione tra U.C.R.O.N.I.A., il gemello digitale messo a punto dalla Municipalizzata Capitolina per l’Ambiente, e il Digital Twin di Open Fiber con la piattaforma Real City. L’obiettivo dell’intesa è quello di applicare al decoro e all’igiene urbana, attraverso una rete di sensori IoT (Internet delle Cose) e telecamere intelligenti, la raccolta e l’aggregazione dei dati fondamentali per l’efficienza dei servizi.

Sinergia grazie ai digital twin

La sinergia fra le due aziende apre un percorso per accelerare la digitalizzazione della Capitale. L’obiettivo finale è quello di valorizzare gli investimenti infrastrutturali realizzati negli ultimi anni, trasformandoli in servizi concreti e innovativi che migliorino quotidianamente la qualità della vita di cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.

Per Giuseppe Gola, Amministratore Delegato di Open Fiber, primo operatore FTTH in Italia, con 17,2 milioni di unità immobiliari connesse in FTTH e 3,9 milioni di clienti attivi, “con questo accordo mettiamo la nostra infrastruttura al servizio di Roma per implementare soluzioni di nuova generazione grazie alle performance e alla sicurezza garantite dalla fibra ottica. Adesso che la rete in fibra ha un’estensione rilevante, è fondamentale lavorare per accelerarne l’adozione e abilitare tutte le applicazioni innovative, trasformando la connettività in un valore concreto per la sostenibilità urbana e la digitalizzazione del Paese”.

Manzi (AMA): “Nostre attività monitorate H24, 7 giorni su 7”

Per il Presidente di AMA, Bruno Manzi: “questa collaborazione rappresenta un ulteriore ed importante step nell’articolato percorso di innovazione digitale che sta interessando tutte le aree nevralgiche e strategiche di Ama, prima tra tutte quella operativa. Il sistema U.C.R.O.N.I.A., il cui fulcro è questa sala operativa dotata dei più moderni strumenti tecnologici, ci permette di monitorare H24, 7 giorni su 7, tutte le nostre attività sul territorio in modo da avere, in ogni momento, una esatta fotografia dello svolgimento dei servizi e, attraverso una elaborazione dei dati, indirizzare le decisioni strategiche ed operative. La collaborazione con Open Fiber ci aiuterà a potenziare le attività di monitoraggio con un conseguente e ulteriore miglioramento della qualità del servizio di igiene urbana in tutta la città”.

Ambiente, Manzi (Ama): “Con Open Fiber aumentiamo digitalizzazione”

“Per Ama l’accordo con Open Fiber rappresenta una nuova tappa nello sviluppo della propria digitalizzazione. L’acquisizione di un asset come quello rappresentato dalla rete in fibra ottica costituisce per noi un modo innovativo per approfondire la conoscenza del territorio. Ad oggi, le nostre misurazioni si basano sui mezzi aziendali, sul sistema satellitare e sui droni. L’integrazione della fibra ci consentirà di ottenere una conoscenza sempre più puntuale del territorio e delle sue esigenze, permettendoci di programmare e attuare i servizi necessari per migliorare il decoro della città”. Così Bruno Manzi, presidente di Ama, operatore specializzato nella gestione integrata dei servizi ambientali, commentando il recente accordo di collaborazione siglato per la prima volta con Open Fiber. L’obiettivo dell’intesa è quello di applicare al decoro e all’igiene urbana, attraverso una rete di sensori IoT e telecamere intelligenti, la raccolta e l’aggregazione dati fondamentali per l’efficienza dei servizi.

Parasecolo (Open Fiber): “Fibra ottica come sensore del territorio”

“L’accordo siglato con Ama è strategico e importante per la valorizzazione di tutto ciò che abbiamo sviluppato in questi anni, un’infrastruttura in fibra ottica che può abilitare servizi innovativi di valore e lo sviluppo del territorio stesso”. Lo ha detto Francesca Parasecolo, responsabile network engineering Open Fiber, in occasione dell’accordo.

“Pensiamo alla piattaforma di Digital Twin che abbiamo sviluppato in questi anni, grazie alla quale possiamo avere la rappresentazione digitale di tutto il territorio. Essa può rappresentare un ecosistema utile per lo sviluppo di servizi come quelli che ha sviluppato Ama e che ha messo a disposizione del territorio di Roma – aggiunge – La fibra ottica non solo porta e abilita servizi ad altissima capacità ma può essere anche un grande ‘sensore’ per il monitoraggio del territorio, un sistema per raccogliere dati sulla base dei quali si possono poi sviluppare servizi utili per il controllo del territorio stesso”.

Grazie all’accordo si potrà avere “l’integrazione tra gli asset sviluppati da Open Fiber in questi dieci anni e quelli di Ama, che porterà ad un miglior controllo del territorio, grazie a fibra, sensori, piattaforme di monitoraggio e digitalizzazione, ossia la piattaforma Real City di Open Fiber e il sistema Ucronia per Ama”.

Razionalizzazione delle prestazioni

Per il presidente Manzi si tratta di un accordo “fondamentale, poiché segna l’avvio di collaborazioni sperimentali con soggetti privati che hanno un riferimento pubblico, come Open Fiber”. Poi aggiunge: “Si tratta di una partnership nuova rispetto a quelle attualmente in campo: oggi collaboriamo con Esa (Agenzia spaziale europea), Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e Asi (Agenzia spaziale italiana), ma l’ingresso in questo nuovo ambito permetterà ad Ama di migliorare la qualità delle risposte alle necessità dei cittadini romani”. Un’intesa volta a migliorare i servizi alla cittadinanza e che permetterà di “perfezionare la programmazione e l’esecuzione degli stessi, garantendo maggiore efficacia ed efficienza, oltre a una necessaria razionalizzazione delle prestazioni”.

Il progetto UCRONIA

Ama ha avviato da tempo il suo percorso verso la digitalizzazione. Nel 2024, ha infatti lanciato il progetto Ucronia (Utility circular economy real-time operation navigation) “il sistema che ha come punto di riferimento il ‘gemello digitale’ di Roma. Con mezzo miliardo di oggetti geolocalizzati, il sistema permette di conoscere in tempo reale lo stato della città in termini di servizi, esigenze, segnalazioni e attività svolte, sia dagli operatori Ama sia dai partner con contratti di servizio”, approfondisce Manzi. E aggiunge ancora: “Ucronia è lo strumento che ci consente di rispondere in tempo reale alle segnalazioni, monitorando la capacità di risposta e gli effetti prodotti rispetto all’aggiornamento e alla modifica dei servizi stessi. Il progetto rappresenta il futuro di Ama e della città. Open Fiber – conclude – si inserisce in questo contesto integrando la base dati e mettendo a disposizione ulteriori asset che ci permettono di migliorare la gestione e l’elaborazione di strategie innovative per il nostro servizio”.

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In Cina il primo canale Tv in streaming per cani e gatti

Cani e gatti che restano a casa mentre il padrone va al lavoro potranno d’ora in poi riempire le lunghe ore di solitudine con un canale televisivo in streaming dedicato a loro, appena lanciato in Cina dal gigante Tencent.

Video di un anatroccolo che nuota nella vasca o di due cagnolini felici che pattugliano il quartiere sono solo alcuni esempi della programmazione selezionata su “PetTV”. Contenuti disegnati su misura di animale domestico, con la miglior cora dei dettagli in tema di colori, ritmo, suoni per tenerli incollati allo schermo da arricchire con i contenuti di DogTv, lanciata già negli Usa.

Contenuti su misura per il tuo cane

Il nuovo canale di Tencent Video, la piattaforma di streaming online più popolare in Cina, è pensato per tenere compagnia agli animali domestici quando sono soli o per offrire un’attività da condividere tra animali e umani.

“Ci sono solo contenuti per cani, quando ci sarà il programma per gatti?”, ha scritto un utente entusiasta nella chat della pagina di streaming di PetTV.

In un post sull’app WeChat, pubblicato lo scorso fine settimana, Tencent Video ha descritto PetTV come un “centro di felicità attivo 24 ore su 24, appositamente progettato per i vostri amici a quattro zampe”.

I sensi di cani e gatti sono diversi da quelli degli umani, quindi i colori, la frequenza di aggiornamento e le frequenze audio del canale sono stati progettati per soddisfare le loro esigenze specifiche.

Il 66% dei padroni di cani lascia la Tv accesa quando esce di casa

PetTV è disponibile per gli abbonati a pagamento di Tencent Video, che ha dichiarato che le sue ricerche di mercato hanno rilevato che il 66% dei proprietari di cani lascia la televisione accesa per i propri animali quando sono fuori casa.

Ma il servizio di streaming non è l’unico media dedicato agli animali domestici sul mercato.

Headspace, sei ore di musica per il tuo cane quando lo lasci solo a casa

La popolare app di mindfulness Headspace ha pubblicato questa settimana un video su YouTube intitolato: “Quando i tuoi animali domestici sentono la tua mancanza, riproduci questo: 6 ore di musica rilassante per cani e gatti”.

Tencent Video sfrutterà anche contenuti di terze parti, tra cui la trasmissione di DogTV, il primo canale televisivo e servizio di streaming al mondo dedicato agli animali domestici.

Secondo un recente rapporto di PetData.cn, il valore del crescente mercato cinese degli animali domestici urbani raggiungerà i 405 miliardi di yuan (59 miliardi di dollari) nel 2028.

In media, lo scorso anno le famiglie cinesi hanno speso più di 3.000 yuan (435 dollari) per ogni cane e più di 2.000 yuan per ogni gatto per le loro esigenze di cura.

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Crisi energetica, Crosetto: “C’è rischio che molto si blocchi”. Si tornerà allo smart working?

Crisi energetica alle porte, il Governo corre ai ripari (razionamenti e smart working?)

Le conseguenze energetiche della guerra nel Golfo si iniziano a far sentire. Dopo il rialzo dei prezzi dei carburanti alla pompa, sperimentato in queste ultime settimane e in particolare durante le festività di Pasqua, si inizia a parlare esplicitamente di blocchi energetici.

C’è il rischio che tutto si blocchi nel giro di un mese? “E’ ciò che si teme. Non tutto ma molto”, ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera.

“I margini di manovra sono inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme“, ha precisato il ministro.

Parlando di misure straordinarie da prendere a livello europeo e di nuovo patto politico comunitario e in seno al Parlamento italiano, Crosetto ha aggiunto: “Per sopravvivere non bisogna essere bloccati sulle regole burocratiche fissate in tempi di crescita. Maggioranza e opposizione devono deporre le armi, dobbiamo trovare momenti di coesione, collaborare per affrontare una crisi che, come ho detto, non ha precedenti“.

Ora bisogna capire cosa si intenda per “blocco”: siamo ai razionamenti energetici? Siamo alle misure straordinarie per regolare i consumi? Si prevede una stretta a condizionatori, traffico privato e consumi domestici? Si lavora ad un ritorno dello smart working per dipendenti pubblici e privati (almeno per determinate categorie)? Vedremo, il Governo è al lavoro su questo e nelle prossime ore sicuramente ne sapremo di più sulle misure per contrastare una crisi che ormai appare conclamata.

Intanto, cambiano le regole per lo smart working e arrivano le prime sanzioni

Le nuove regole sul lavoro agile entrano in vigore in Italia con un cambiamento sostanziale: lo smart working non è più solo una modalità organizzativa flessibile, ma diventa un ambito pienamente soggetto a obblighi stringenti in materia di salute e sicurezza, con sanzioni rilevanti per le imprese inadempienti.

La novità principale introdotta dalla Legge annuale per le PMI (Legge n. 34/2026), che modifica il D.Lgs. 81/2008, è il rafforzamento dell’obbligo di informativa sui rischi legati al lavoro da remoto. Un obbligo già previsto dalla legge 81/2017, ma finora privo di un vero regime sanzionatorio.

Da oggi, invece, il datore di lavoro deve consegnare annualmente:

  • un’informativa scritta al lavoratore in smart working;
  • la stessa informativa al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS).

Il documento deve dettagliare:

  • i rischi specifici del lavoro da remoto (visivi, posturali, psicosociali);
  • le misure di prevenzione adottate (pause, dotazioni tecnologiche, organizzazione del lavoro).

Il punto di svolta è proprio l’introduzione delle sanzioni:

  • arresto da 2 a 4 mesi, oppure
  • ammenda da circa 1.700 euro fino a 7.403,96 euro (spesso indicata come “fino a 7.500 euro”).

In parallelo, possono essere applicate anche sanzioni amministrative in caso di violazioni rilevate dagli organi ispettivi.

Come sottolinea la Fondazione Consulenti per il lavoro, si tratta di un cambio di paradigma: “In assenza di un controllo diretto da parte del datore di lavoro sugli ambienti nei quali la prestazione viene resa, la tradizionale logica della prevenzione fondata sull’intervento diretto sui luoghi di lavoro risulta inevitabilmente attenuata”.

L’informativa diventa quindi uno strumento centrale di responsabilizzazione: “Il datore di lavoro trasferisce al lavoratore conoscenze, consapevolezza e strumenti operativi per la gestione dei rischi. Il lavoratore, a sua volta, è chiamato a svolgere un ruolo attivo e responsabile”.

Chi riguarda e quanto è diffuso lo smart working

Le nuove norme coinvolgono tutte le imprese e le amministrazioni che adottano il lavoro agile. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano:

  • nel 2025 i lavoratori da remoto sono stati 3.575.000 (+0,6%);
  • nella Pubblica amministrazione si registra il maggiore aumento: +11%, con 555.000 lavoratori (pari al 17% degli occupati pubblici);
  • nelle grandi imprese lavorano da remoto 1.945.000 persone, il 53% del personale (+1,8%);
  • nelle PMI e microimprese si osserva invece una contrazione:
    • -7,7% nelle PMI
    • -4,8% nelle microimprese, con solo l’8% dei lavoratori coinvolti.

Il quadro evidenzia uno smart working ormai strutturale nelle grandi organizzazioni e nel pubblico, ma ancora fragile nel tessuto delle piccole imprese.

Come cambierà lo smart working

Con le nuove regole, lo smart working in Italia si evolverà lungo tre direttrici:

  1. maggiore formalizzazione: ogni lavoratore dovrà ricevere informazioni dettagliate e aggiornate.
  2. responsabilità condivisa: il lavoratore diventa parte attiva nella gestione dei rischi.
  3. controlli e sanzioni reali: le imprese dovranno dimostrare l’adempimento (anche tramite ricevute di consegna).

In sostanza, il lavoro agile si consolida come modalità stabile, ma più regolata e meno “informale” rispetto al passato.

Guerra, energia e lavoro: perché lo smart working torna centrale (ma non la Dad a scuola)

Questo rafforzamento normativo arriva in un contesto geopolitico delicato. La guerra nel Golfo di USA e Israele contro l’Iran sta mettendo sotto pressione le forniture energetiche globali, con effetti diretti anche sull’Italia.

L’Unione europea si prepara a uno scenario critico e già si parla nuovamente di smart working. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha parlato senza mezzi termini di crisi “di lunga durata” e ha chiarito che Bruxelles sta valutando “tutte le possibilità”, compreso il razionamento del carburante.

Anche il governo italiano evidenzia i rischi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato: “Quando nel Golfo cresce l’instabilità non ne risentono solamente gli equilibri internazionali, ne risentono i prezzi dell’energia, i costi per le imprese, il lavoro, in ultima istanza il potere d’acquisto delle famiglie”.

E ha ricordato la dipendenza energetica italiana: “Pensate che il solo Qatar copre il 10% del fabbisogno italiano di gas e nel suo complesso l’area del Golfo garantisce alla nostra nazione circa il 15% del totale del petrolio che serve”.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha aperto esplicitamente allo scenario di emergenza: “È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire”. “Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese”, ha sottolineato il ministro.

Allo stesso tempo, “la Dad non è contemplata in alcun modo“, ha dichiarato all’Adnkronos Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, sull’eventualità di un ritorno alla didattica a distanza in seguito alla crisi energetica.

Lo smart working come leva anti-crisi

In questo contesto, il lavoro agile torna al centro del dibattito come possibile misura di contenimento dei consumi energetici.

Ridurre gli spostamenti casa-lavoro significa: meno consumo di carburanti; minore pressione sui trasporti; riduzione dei costi operativi per le aziende (energia, spazi, climatizzazione).

Non a caso, durante la crisi energetica del 2022 (anche in quel caso legata ad una guerra, quella in Ucraina, e ad un’intensa attività speculativa), il lavoro da remoto è stato utilizzato come leva indiretta di risparmio.

Oggi, con prezzi di petrolio e gas in aumento a doppia cifra, traffico marittimo ridotto nello Stretto di Hormuz e infrastrutture energetiche sotto attacco, lo smart working potrebbe tornare ad essere una soluzione concreta sia nel pubblico sia nel privato.

In questo scenario di crescente incertezza e di nuova economia di guerra alle porte, è chiaro che lo smart working diventa un argomento chiave su cui confrontarsi seriamente, anche immaginandolo come misura strutturale.

Da un lato, il legislatore lo rende più rigoroso e sicuro, introducendo obblighi e sanzioni. Dall’altro, la crisi energetica lo rilancia come strumento strategico di resilienza economica. Non più solo flessibilità organizzativa, ma anche una leva di politica industriale ed energetica, dove lo Stato deve regolamentare, il datore di lavoro sviluppare una nuova organizzazione e lo stesso lavoratore assumere nuove competenze e nuove responsabilità. Ne saremo capaci?

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Amazon is trying to buy Globalstar to compete with SpaceX’s Starlink

Apple invested $1.5 billion in Globalstar in 2024, taking a 20 percent stake in the company. As part of the agreement, Globalstar agreed to reserve 85 percent of its network capacity for the iPhone maker for satellite-based texting when outside cellular tower coverage.

Bloomberg reported in October that Globalstar was exploring a sale and had held early talks with SpaceX.

Amazon has been pushing forward with its own effort, dubbed Leo, launching the first batch of satellites for its Internet constellation last year.

The company has more than 180 satellites in orbit, but its deployment is dwarfed by the more than 10,000 active satellites operated by SpaceX.

Amazon in February was forced to seek a two-year extension to a July deadline from the Federal Communications Commission for the launch of 1,600 satellites.

Amazon plans to have about 700 satellites in space by the middle of this year but has said that a launch capacity shortage is hampering the build-out of its service, according to regulatory filings.

Amazon has signed deals with JetBlue and Delta for Internet services on flights commencing in 2027 and 2028, respectively.

Andy Jassy, Amazon’s chief executive, told investors in February that Leo was part of a suite of “incremental opportunities” that the $2.2 trillion e-commerce group would pursue.

Globalstar reported full-year revenue of $273 million in its latest annual results, a 9 percent increase from 2024. Income from operations was $7.4 million in 2025, after a narrow loss in the year before.

Additional reporting from Rafe Rosner-Uddin and Stephen Morris.

© 2026 The Financial Times Ltd. All rights reserved. Not to be redistributed, copied, or modified in any way.

https://arstechnica.com/tech-policy/2026/04/amazon-is-trying-to-buy-globalstar-to-compete-with-spacexs-starlink/




Allarme social, le adolescenti 13enni fascia più fragile

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Il 21,1% dei 15enni ogni giorno entra in contatto con persone conosciute sui social

Il riflesso di un coltello a serramanico tra i banchi della Bergamasca, dove una docente è stata ferita al collo e alla schiena da uno studente di 13 anni, ha squarciato il velo su una realtà che il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha definito emergenziale. «Dobbiamo interrogarci sul ruolo dei social nella diffusione di modelli di violenza e prepotenza: vietarli ai più piccoli non è più rimandabile», ha dichiarato Valditara, indicando le piattaforme come un amplificatore massimo di fragilità preesistenti. Tra l’illusione dell’anonimato e l’adrenalina delle sfide estreme, i ragazzi navigano in un flusso di contenuti aggressivi senza filtri, dove il confine tra gesto reale e sfida virtuale si fa sempre più sottile e pericoloso.

I dati della sorveglianza HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), lo studio internazionale promosso dall’Oms sulla salute e i comportamenti degli adolescenti, mostrano con chiarezza quanto la presenza online sia ormai una componente strutturale della quotidianità giovanile. Il dato più recente disponibile è quello del 2022, mentre per il 2026 è attesa la nuova rilevazione, utile a misurare l’evoluzione dell’iperconnessione negli anni più recenti. In Italia, i social non sono più un passatempo occasionale: il rischio di un uso problematico riguarda già il 10,3% dei ragazzi e il 16,9% delle ragazze, con il livello più alto – come si vede anche dal grafico – tra le tredicenni, al 20,5%.

Social problematici: il divario di genere

Il report traccia due parabole generazionali distinte. Tra i maschi il fenomeno tende a ridursi con la maturità. Si passa dal 14,1% a 11 anni al 6,7% a 17 anni. Tra le ragazze, invece, l’esposizione resta sistematicamente più alta e più strutturale. Il dato parte dal 15,6% a 11 anni e si mantiene al 12,6% a 17 anni, dopo il picco registrato nella preadolescenza. Questi numeri non sono solo statistiche. Mostrano una presenza digitale che cambia intensità e rischio in base al genere e all’età. Lo schermo diventa così lo specchio di una generazione che sta riscrivendo le proprie regole di benessere e socialità.

Adolescenti e social, vita sempre online

Dimenticate l’idea del ragazzo che “si collega” ai social: oggi gli adolescenti ci abitano dentro. Guardando ai contatti con gli amici stretti, il 33,2% interagisce più volte al giorno e un ulteriore 23% lo fa quasi sempre durante la giornata. Significa che oltre la metà degli adolescenti vive una relazione digitale con il proprio gruppo di pari che si rinnova senza pause nette, trasformando lo smartphone in uno spazio relazionale sempre aperto. La soglia della connessione perenne si intravede già a 11 anni, quando il 19,3% resta in contatto quasi costante con gli amici, e si consolida a 17 anni, con il dato che sale al 24,7%.

È proprio nella continuità dei contatti con persone conosciute solo online che emerge uno dei segnali più delicati. Tra i 15enni il 7,9% dichiara di avere contatti con queste persone giornalmente o quasi ogni giorno, a cui si aggiunge un 7,6% che lo fa più volte al giorno e un ulteriore 5,6% che resta in relazione quasi sempre durante la giornata. In totale, significa che il 21,1% dei quindicenni mantiene ogni giorno o in modo quasi continuo rapporti con persone mai incontrate nella vita reale. È in questo spazio senza confini tra online e offline che il rischio si fa più scivoloso: il volto dell’altro coincide con un profilo, la relazione nasce senza mediazioni concrete e lo smartphone può trasformarsi nel luogo in cui modelli relazionali distorti e fragilità emotive trovano terreno fertile.

Con l’iperconnessione allarme sconosciuti

Per un adolescente oggi, il concetto di “disconnesso” è diventato quasi astratto. I social non sono più uno strumento da aprire al bisogno, ma il luogo in cui le relazioni proseguono senza interruzioni nette. Tra i 17enni, l’83,4% resta in contatto con gli amici stretti almeno ogni giorno: il 21,0% lo fa quotidianamente, il 37,7% più volte al giorno e il 24,7% quasi sempre durante la giornata. È il segnale di una socialità che non conosce più pause e si prolunga nello schermo come naturale estensione del gruppo dei pari. Un’abitudine che mette radici molto presto: già a 11 anni, il 69,5% mantiene contatti almeno quotidiani con gli amici stretti, segno che la connessione continua entra nella vita relazionale ben prima dell’adolescenza piena.

Ma è quando il perimetro delle relazioni si sposta oltre i volti conosciuti che il quadro diventa più preoccupante. Tra i 15enni il 21,1% mantiene contatti almeno quotidiani con persone incontrate esclusivamente online: il 7,9% lo fa ogni giorno o quasi, il 7,6% più volte al giorno e il 5,6% resta in relazione quasi costante durante la giornata. È una quota molto elevata per un’età in cui gli strumenti critici e la capacità di valutare chi c’è davvero dall’altra parte dello schermo sono ancora in formazione.

Il dato non è isolato: già a 13 anni la quota raggiunge il 18,3%, mentre a 17 anni resta molto alta al 20,8%, segno che questa esposizione non è una fase passeggera ma una componente stabile della socialità digitale adolescenziale. In questo spazio senza filtri fisici, dove l’identità dell’altro coincide con un profilo e la relazione nasce senza mediazioni reali, il rischio è che curiosità, bisogno di appartenenza e fragilità emotiva si trasformino in terreno fertile per manipolazioni, modelli tossici o contatti potenzialmente pericolosi.

Social e tempo fuori controllo

Il controllo del tempo non è più un semplice esercizio di disciplina, ma il primo argine a cedere sotto la pressione degli algoritmi, con una deriva che si fa più marcata con il crescere dell’età e una frattura di genere netta: se già a 11 anni il 43,8% delle ragazze ammette di aver perso il timone della propria giornata digitale contro il 41,9% dei maschi, è tra i 13 e i 15 anni che il divario esplode.

A 13 anni la quota di chi non riesce a gestire il limite sale al 50,6% tra le femmine (mentre scende al 36,6% tra i coetanei), toccando il picco a 15 anni con il 51,5% delle giovani prigioniere dello scrolling a fronte del 33,2% dei ragazzi. Questa difficoltà nel regolare l’accesso non è una parentesi passeggera, ma una condizione che si trascina fino ai 17 anni coinvolgendo ancora il 49,6% delle ragazze e il 32,6% dei maschi, trasformando il “fallimento nel controllo” in un segnale strutturale di una volontà che abdica di fronte al display.

Social come rifugio emotivo

Oltre la semplice connessione, emerge una ferita più silenziosa: l’uso dei social come vero e proprio anestetico emotivo per schermarsi dalle difficoltà interiori. Già a 11 anni, il 49,3% delle ragazze ricorre al display per fuggire da sentimenti negativi contro il 43,1% dei coetanei, ma è tra i 13 e i 15 anni che lo smartphone diventa un rifugio quasi obbligato.

Se a 13 anni la quota sale al 66,1% tra le femmine (mentre si ferma al 45,4% tra i maschi), il picco si registra a 15 anni, con il 68,7% delle giovani che utilizza le piattaforme come scudo emotivo a fronte del 44,8% dei ragazzi. Questa gestione solitaria di ansia e stress non svanisce con la maturità, coinvolgendo a 17 anni ancora il 65,3% delle ragazze e il 44,9% dei maschi, confermando come il digitale sia diventato l’unico “kit di pronto soccorso” per un disagio che non trova altre valvole di sfogo.

Litigi familiari e problemi tra pari

Le tensioni digitali non restano confinate dietro uno schermo. Tracimano nella vita reale e si insinuano tra i banchi di scuola e le mura di casa. Il risultato è una destabilizzazione degli equilibri familiari più intimi. Già a 11 anni, il 23,2% delle ragazze e il 23% dei maschi sperimenta i primi attriti in famiglia. È però a 13 anni che lo smartphone diventa un vero detonatore del conflitto domestico. Il dato sale al 31,3% tra le ragazze, contro il 23,6% dei coetanei. La tensione prosegue anche a 15 anni, coinvolgendo il 30,1% delle femmine rispetto al 18,5% dei maschi. La frattura resta aperta anche a 17 anni. In questa fascia, il 21,1% delle ragazze e il 15% dei ragazzi continua a entrare in conflitto con i genitori a causa di un display che non si spegne mai.

Ma è nel riflesso con l’altro, tra i corridoi e nelle piazze, che il digitale rischia di farsi tossico, trasformando il legame in un’arena di incomprensioni. I problemi con i coetanei crescono con l’età e colpiscono soprattutto le ragazze. A 11 anni il fenomeno è già molto diffuso: riguarda il 29,2% delle ragazze e il 29,6% dei ragazzi. Il dato peggiora a 13 anni. Qui il disagio relazionale sale al 36,1% tra le ragazze, mentre tra i maschi si ferma al 29,4%. Anche a 15 anni il divario resta netto: il problema coinvolge il 31,2% delle ragazze contro il 23,3% dei ragazzi. La tendenza continua fino a 17 anni, quando interessa ancora il 23,5% delle femmine e il 18,6% dei maschi. Il risultato è una qualità delle relazioni offline più fragile. La connessione continua, invece di unire, rischia di aumentare incomprensioni e isolamento.

Uso dei social problematico: Campania maglia nera

La geografia del disagio digitale non è uniforme. Le differenze territoriali sono nette e il Mezzogiorno emerge come l’area più esposta. Il dato più alto si registra tra le tredicenni della Campania, al 24,8%. Il valore supera chiaramente la media nazionale del 20,5%. Restano su livelli molto elevati anche Puglia (23,1%), Calabria (23,0%), Molise (22,3%), Basilicata (21,5%) e Sicilia (21,3%). Il confronto con il Nord rende il divario ancora più evidente. Nella Provincia autonoma di Bolzano il dato si ferma al 14,9%, in Veneto al 17,5% e in Piemonte al 19,6%. Il territorio, quindi, non è una semplice coordinata geografica. Diventa una variabile che incide in modo concreto sul rapporto tra adolescenti e social.

Il quadro resta critico anche a 15 anni. In questa fascia il fenomeno supera la media italiana del 18,5% e raggiunge nuovi picchi in Puglia (22,6%), Marche (21,8%), Calabria (21,8%) e Molise (20,3%). Restano sopra la media anche Emilia-Romagna (19,5%) e Abruzzo (18,8%). Con l’avanzare dell’età le distanze territoriali si riducono, ma non scompaiono. A 17 anni la geografia del rischio resta evidente. Campania (15,4%), Basilicata (15,2%), Marche (13,9%) e Calabria (13,8%) si collocano ancora sopra la media nazionale del 12,6%. Il dato conferma che il territorio continua a pesare. Dove le reti educative e le opportunità extrascolastiche sono più fragili, il digitale smette di essere solo uno strumento. Diventa invece uno spazio dominante, capace di occupare ogni vuoto della quotidianità adolescenziale.

Fonte: HBSC (Health Behaviour in School-aged Children)
Anno di riferimento: 2022

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Dorsey: “Il taglio di 4mila dipendenti? Un cambio strutturale, non un taglio dei costi. L’AI eliminerà il middle management”

I licenziamenti legati all’AI spiegati in maniera semplice. Jack Dorsey, fondatore di Twitter, di Bluesky e di Block, torna a parlare di come l’intelligenza artificiale stravolgerà il mondo del lavoro.

Lo spiega nel saggio “Da gerarchia a intelligenza”, scritto insieme a Roelof Botha di Sequoia Capital. Dorsey chiarisce che il taglio di circa 4mila dipendenti su oltre 10mila in Block, azienda fondata nel 2009 e leader nel mercato statunitense dei sistemi di punti vendita (POS), non risponde a logiche di contenimento dei costi. L’obiettivo dichiarato è una riorganizzazione permanente, finalizzata a sostituire i livelli intermedi con sistemi di AI.

Secondo gli autori, le strutture gerarchiche sono nate per gestire un problema preciso: il flusso di informazioni in organizzazioni troppo complesse per essere supervisionate da una sola persona. I manager svolgono un ruolo di snodo, raccogliendo contesto dal basso, trasmettendo indicazioni dall’alto e mantenendo l’allineamento tra i team.

L’AI come sostituto del coordinamento umano

Oggi, sostiene Dorsey, queste stesse funzioni possono essere svolte da sistemi di AI in modo continuo e su larga scala. In questo scenario, il ruolo del manager come intermediario informativo tende a perdere centralità, fino a diventare superfluo.

Al posto della struttura gerarchica tradizionale, Block immagina un’organizzazione basata su due modelli guidati dall’AI. Il primo aggrega dati interni – codice, decisioni, flussi operativi e metriche – costruendo una rappresentazione aggiornata delle attività aziendali. Il secondo analizza il comportamento di clienti e merchant, sfruttando i dati provenienti da piattaforme come Cash App e Square.

Uno “strato di intelligenza” per guidare l’azienda

Questi due modelli alimentano uno strato di intelligenza capace di coordinare automaticamente le attività, fino a comporre dinamicamente prodotti e servizi finanziari in base alla domanda. In questo modo, il lavoro di coordinamento che giustificava il middle management verrebbe progressivamente assorbito dal sistema.

La logica operativa cambia radicalmente. Al posto di roadmap statiche, Block punta su un insieme di capacità modulari – pagamenti, prestiti, carte, payroll – che il sistema può combinare in funzione delle esigenze. Se emerge una necessità, come un problema di liquidità per un merchant, l’AI costruisce una soluzione utilizzando i moduli disponibili. Se manca una capacità, questa diventa automaticamente una priorità di sviluppo.

Un’organizzazione ridotta all’essenziale

Il nuovo modello organizzativo prevede tre soli ruoli: contributori individuali che sviluppano il sistema, responsabili diretti con obiettivi su cicli brevi (circa 90 giorni) e figure ibride operative che combinano esecuzione e sviluppo delle persone.

Dorsey ha indicato come punto di svolta i progressi osservati a fine anno in strumenti come Opus 4.6 di Anthropic e Codex 5.3 di OpenAI, ritenuti ormai in grado di lavorare efficacemente su codebase complessi.

I limiti attuali dell’AI

Nonostante la visione, restano criticità rilevanti. Secondo fonti interne ed ex dipendenti citate dal Guardian, circa il 95% del codice generato dall’AI richiede ancora interventi umani. Inoltre, gli attuali sistemi non sono considerati idonei a gestire ruoli decisionali in contesti regolati, come il settore bancario o i servizi di pagamento. Ma nonostante ciò le aziende continuano a licenziare. L’ultima in ordine cronologico è Oracle che, secondo le stime, taglierà il 18% della forza lavoro pari a 30mila dipendenti.

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Antitrust, multa di 11 milioni di euro per messaggi ingannevoli a Revolut che farà ricorso

L’AGCM ha irrogato a Revolut Securities Europe UAB, società del gruppo che offre servizi d’investimento in Europa, e alla Revolut Group Holdings Ltd sanzioni per oltre 11 milioni di euro per pratiche commerciali scorrette. In dettaglio, l’Autorità ha multato le due società per 5 milioni di euro per violazione degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo: hanno omesso di fornire ai clienti, già in sede di “primo aggancio” pubblicitario, informazioni chiare ed esaustive sulla presenza di ulteriori costi e sulle limitazioni che caratterizzano gli investimenti senza commissioni, i quali includono azioni frazionate che presentano notevoli differenze rispetto alle azioni intere, tra l’altro, in termini di rischi, diritti e trasferibilità.

Scarse informazioni

L’Autorità ha anche irrogato a Revolut Group Holdings Ltd e Revolut Bank UAB, società del gruppo che offre servizi bancari in Europa, una sanzione per complessivi 5 milioni di euro per aver gestito con modalità aggressive e per aver omesso (o fornito in modo non chiaro) informazioni rilevanti su condizioni e modalità di sospensione, limitazione e blocco del conto di pagamento. In particolare, le società non hanno fornito sufficienti informazioni in sede precontrattuale, né preavviso in prossimità dell’adozione delle restrizioni, né confronto o assistenza adeguati una volta eseguita la restrizione. Poiché l’impossibilità, anche per lunghi periodi, di accedere ai propri fondi e ai servizi collegati, ostacola l’esercizio di diritti contrattuali e la possibilità di far fronte a esigenze di vita, anche urgenti, l’Autorità ha ritenuto queste condotte lesive degli articoli 20, 21, 22, 24 e 25 del Codice del Consumo, perché in grado di condizionare indebitamente la libertà di scelta di consumatori e microimprese.

Infine, l’Antitrust ha irrogato sempre a Revolut Group Holdings Ltd e Revolut Bank UAB una sanzione di 1,5 milioni di euro per non aver fornito informazioni chiare ed esaustive su requisiti e tempistiche per ottenere l’IBAN italiano (con iniziali IT) al posto dell’IBAN lituano (con iniziali LT), violando gli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo.

Revolut, “Non concordiamo con Antitrust, presenteremo ricorso”

Revolut “non concorda assolutamente con le conclusioni dell’Agcm e presenterà ricorso”. In una dichiarazione a seguito della decisione dell’Antitrust la banca fintech afferma di essere “fiduciosa che le nostre comunicazioni siano chiare e trasparenti. La tutela dei nostri milioni di clienti è la nostra priorità assoluta. Operiamo nel rispetto dei rigorosi standard bancari italiani. Le verifiche dei conti sono obbligatorie e necessarie per proteggere i nostri clienti e l’integrità del sistema finanziario” sottolinea.

Antitrust, Codacons: “Bene multa a Revolut. informazioni carenti e messaggi ingannevoli sviano investimenti e danneggiano mercato”

Il Codacons esprime soddisfazione per la sanzione da complessivi 11 milioni di euro inflitta dall’Antitrust a Revolut Securities Europe UAB, Revolut Group Holdings Ltd e Revolut Bank UAB per pratiche commerciali scorrette.

Da tempo mettiamo in guardia gli utenti circa i pericoli che si celano dietro al settore degli investimenti e dei servizi finanziari, comparto dove i clienti vengono spesso attirati attraverso promesse di facili guadagni e condizioni economiche particolarmente vantaggiose che poi nella realtà non si rivelano tali – aggiunge il Codacons – In particolare la diffusione di informazioni carenti circa i rischi degli investimenti e i messaggi ingannevoli sulle condizioni economiche praticate producono un danno diretto per i cittadini e per il mercato, sviando ingenti risorse dei risparmiatori e determinando minori vantaggi in termini di rendimenti e guadagni.

Un pericolo ancora maggiore se, al di là del caso specifico, si considerano le tante proposte di investimento che nell’ultimo periodo vengono veicolate ai cittadini attraverso social network, app di messaggistica o mail, e che spesso si rivelano vere e proprie truffe internazionali – conclude il Codacons.

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AI, basta dire che l’UE dipende dagli USA. La mappa di 46 aziende europee

Basta credere che l’Europa dipenda interamente dagli hyperscaler americani per l’AI! E’ un appello senza mezze misure, quasi una chiamata alle armi nei confronti dei player europei quella lanciata su Linkedin da  Anthony Monthe, Cloud Benchmarker di Cloud Mercato, che nero su bianco scrive: “Quell’epoca è (quasi?) finita”.

Un appello per chiudere l’era della sudditanza tecnologica europea, “Oggi abbiamo uno stack tecnologico europeo completo per costruire sistemi di IA generativa end-to-end, senza compromettere prestazioni o sovranità”, aggiunge Monthe, secondo cui la sovranità non è più un vincolo. È un vantaggio competitivo.

“Le aziende e gli integratori europei dispongono ora di tutti i mattoni necessari per costruire sistemi di AI ad alte prestazioni, sicuri e conformi, senza dipendere da infrastrutture non europee”.

Il talento è qui. La tecnologia è qui. L’infrastruttura cloud è qui.

“P.S.: Questa mappa è ispirata al lavoro iniziale di Daniel Jarjoura. Se meritano altri giocatori europei di essere aggiunti, sentitevi liberi di menzionarli nei commenti!”,
chiude Monthe accendendo un tread interessante con diverse aziende che si sono proposte per entrare nel novero dei player europei dell’AI.

Nel tread dei commenti al post, spicca infine la citazione di un sito il cui nome è un programma. Si tratta di European Tech Map, che al suo interno conta ben 2.371 aziende tecnologiche europee, di cui 192 nella categoria specifica “AI and Machine Learning”. Insomma, la volontà di creare un ecosistema Ue del digitale c’è eccome.

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AI. I grandi data center creano nuove ‘isole di calore’ dove vivono 340 milioni di persone

La ricerca di Cambridge su 6.000 data center hyperscale: aumentano mediamente la temperatura di oltre 2°C, cambiando il clima locale

Le aree che ospitano grandi data center dedicati all’intelligenza artificiale (AI) stanno registrando un aumento medio della temperatura superficiale di 3,6 gradi Fahrenheit (circa 2 °C), con picchi che possono arrivare fino a 16,4 gradi Fahrenheit (oltre 9 °C). È quanto emerge da una nuova ricerca guidata da Andrea Marinoni, associate professor dell’Earth Observation group dell’Università di Cambridge, che ha analizzato oltre 6.000 data center distribuiti a livello globale.

Lo studio (non ancora sottoposto a revisione paritaria) evidenzia un fenomeno finora poco indagato: la formazione di vere e proprie “isole di calore” legate alle infrastrutture digitali, con effetti che si estendono fino a 6,2 miglia (circa 10 km) di distanza e che coinvolgono oltre 340 milioni di persone.

Il dato di partenza: fa più caldo dove nascono i data center

L’analisi si basa su un confronto tra dati satellitari di temperatura raccolti negli ultimi 20 anni e la localizzazione dei cosiddetti hyperscaler, ovvero data center di grandi dimensioni costruiti soprattutto nell’ultimo decennio.

Per isolare l’effetto specifico dei data center, i ricercatori hanno scelto siti al di fuori delle aree urbane densamente popolate, escludendo così interferenze legate ad attività industriali, riscaldamento domestico o traffico. Inoltre, sono stati filtrati gli effetti della stagionalità e del riscaldamento globale.

Il risultato è chiaro: dopo l’entrata in funzione di un data center, la temperatura superficiale locale aumenta in modo sistematico.

Perché i data center generano calore

Dal punto di vista tecnico, il fenomeno è spiegabile con la natura stessa dei data center. Queste infrastrutture:

  • ospitano migliaia di server che operano ininterrottamente;
  • richiedono enormi quantità di energia per il calcolo;
  • utilizzano sistemi di raffreddamento intensivi per evitare il surriscaldamento delle apparecchiature.

Questo processo comporta una trasformazione continua di energia elettrica in calore disperso nell’ambiente. In altre parole, non solo i data center consumano energia, ma rilasciano attivamente calore residuo, contribuendo a modificare il microclima circostante.

I casi studio: Messico e Spagna

I risultati sono stati riscontrati in diverse aree del mondo. Due esempi emblematici:

  • Regione del Bajío (Messico): negli ultimi 20 anni si è registrato un aumento di circa 3,6 °F, non spiegabile da altre variabili climatiche note.
  • Aragona (Spagna): area diventata hub europeo per data center AI, con un incremento analogo di 3,6 °F, non replicato nelle province limitrofe.

Questi casi rafforzano l’ipotesi che la presenza dei data center sia un fattore determinante nell’alterazione delle temperature locali.

Impatti estesi, non solo effetti locali: coinvolte 340 milioni di persone

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è la scala dell’impatto. Le anomalie termiche non si limitano all’area immediatamente circostante, ma si propagano fino a diversi chilometri, contribuendo a creare condizioni di maggiore stress termico per le comunità locali.

Secondo i ricercatori, oltre 340 milioni di persone vivono in aree interessate da questo effetto. In un contesto globale già segnato dall’aumento delle temperature e da ondate di calore più frequenti, questo contributo locale può amplificare i rischi per la salute, l’economia e gli ecosistemi.

Un fenomeno da studiare meglio e c’è chi invita alla cautela

Marinoni sottolinea che esistono ancora ampie lacune nella comprensione degli impatti complessivi dei data center, nonostante la loro rapida diffusione. L’obiettivo della ricerca è proprio stimolare un dibattito più ampio su come gestire questa crescita.

Anche altri esperti invitano alla cautela. Ralph Hintemann, senior researcher presso il Borderstep Institute for Innovation and Sustainability, ha definito i risultati “interessanti”, ma ha osservato che gli effetti riportati “sembrano molto elevati” e necessitano di ulteriori verifiche. Ha inoltre ricordato che, in termini climatici globali, le emissioni legate alla produzione di energia per alimentare i data center restano la principale preoccupazione.

Data center restano strategici, ma c’è da aumentare la loro sostenibilità energetica e ambientale

Il tema si inserisce in un contesto di forte espansione dell’intelligenza artificiale. La domanda di capacità computazionale è in crescita esponenziale e con essa la costruzione di nuove infrastrutture high‑density computing.

Lo studio non mette in discussione il ruolo strategico dei data center e dell’AI nello sviluppo economico e tecnologico. Piuttosto, evidenzia la necessità di:

  • migliorare l’efficienza energetica,
  • sviluppare sistemi di raffreddamento meno impattanti,
  • pianificare la localizzazione delle infrastrutture,
  • integrare queste valutazioni nelle politiche ambientali e industriali.

Come sottolinea Marinoni, “potrebbe esserci ancora tempo per considerare un percorso diverso”, capace di coniugare innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale.

In definitiva, la ricerca apre un nuovo fronte nel dibattito sulla transizione digitale: accanto ai benefici dell’AI, emergono impatti fisici e territoriali concreti, che richiedono analisi rigorose e politiche lungimiranti.

Il riuso del calore dei data center, la possibilità del teleriscaldamento: trasformare uno scarto in risorsa

Se da un lato i data center contribuiscono alla formazione di isole di calore locali, dall’altro rappresentano anche una fonte energetica potenzialmente recuperabile. Le tecnologie di riuso del calore stanno emergendo come una delle leve più promettenti per ridurre l’impatto ambientale complessivo di queste infrastrutture.

Il calore prodotto dai sistemi di raffreddamento può essere recuperato tramite scambiatori di calore e immesso in reti di acqua calda per il teleriscaldamento urbano. Questo consente di alimentare abitazioni, scuole, ospedali e interi quartieri.

Esempi concreti sono già operativi: a Høje-Taastrup, in Danimarca, Microsoft utilizza il calore di un proprio data center per riscaldare migliaia di appartamenti, con una riduzione significativa delle emissioni di CO₂. In questo modo, un sottoprodotto del calcolo digitale diventa un elemento attivo della transizione energetica.

Il caso di Milano

A Milano è stata avviata la prima partnership industriale in Italia per il recupero di calore dai data center destinato al teleriscaldamento. Grazie ad una collaborazione tra A2A, DBA Group e Retelit, l’energia generata da “Avalon 3” alimenterà la rete cittadina nel Municipio 6 di Milano. Si tratta del più recente e sostenibile data center iperconnesso che con i suoi oltre 3.500 mq e 3,2 MW di potenza rappresenta il più grande punto di interconnessione internet d’Italia.

Grazie alla disponibilità di 2,5 MW di potenza termica e al recupero di 15 GWh termici, la rete di teleriscaldamento potrà servire oltre 1.200 famiglie in più ogni anno. Il progetto non solo permetterà di ridurre lo spreco di calore, ma consentirà anche un risparmio energetico pari a 1.300 TEP (tonnellate equivalenti di petrolio), evitando al contempo l’emissione di 3.300 tonnellate di CO2 con benefici ambientali pari al contributo di 24.000 alberi.

Riscaldamento diretto di edifici e infrastrutture

Un’altra applicazione consiste nel convogliare il calore verso edifici adiacenti, come uffici, centri sportivi, ospedali o piscine. Questo permette di mantenere temperature adeguate riducendo o eliminando l’uso di caldaie a gas.

I progetti pilota sviluppati in Europa mostrano risultati rilevanti: tra il 60% e il 90% del calore generato dai server può essere recuperato e riutilizzato, con una riduzione dei consumi fossili locali di diverse decine di punti percentuali.

Accumulo termico e integrazione nei sistemi energetici locali

Una delle sfide principali è la gestione della variabilità tra produzione e domanda di calore. Per questo si stanno diffondendo sistemi di accumulo termico, vere e proprie “batterie di calore”, spesso basate su materiali a cambiamento di fase (PCM).

Queste soluzioni permettono di immagazzinare il calore e rilasciarlo nei momenti di maggiore richiesta, contribuendo a stabilizzare i consumi e a integrare il data center in un ecosistema energetico locale, ad esempio in combinazione con fonti rinnovabili o reti di quartiere.

Applicazioni industriali e agricole

Il calore residuo, anche a temperature relativamente basse (30–60 °C), può essere utilizzato in diversi ambiti produttivi. In ambito industriale, può supportare processi come lavaggi, asciugature o pre-riscaldamento di fluidi.

Nel settore agricolo, trova applicazione nel riscaldamento di serre, allevamenti o nei processi di essiccazione. In alcuni casi, il recupero del calore si integra con sistemi di trigenerazione, che combinano produzione di elettricità, raffreddamento e calore, massimizzando l’efficienza complessiva.

Non sempre è possibile

Sicuramente il riuso dell’energia in eccesso generata dai grandi data center può essere riutilizzata, ma già sappiamo che il teleriscaldamento presenta dei limiti strutturali da tenere bene in conto.

Il calore dei data center è spesso disponibile a bassa o media temperatura (30–60 °C), quindi per non subire la dispersione in trasporto serve una rete di teleriscaldamento già presente e relativamente vicina (qualche chilometro).

Se il data center è situato lontano dai centri industriali o in area non urbanizzata, inoltre, realizzare una nuova rete diventa costoso e economicamente poco sostenibile, soprattutto per piccoli e medi impianti.

Un’opportunità da integrare nelle politiche industriali

Queste soluzioni, quindi, non eliminano il problema delle isole di calore, ma offrono in molti casi una strada concreta per mitigarne gli effetti e valorizzare l’energia dissipata. La sfida, oggi, è passare da progetti pilota a una pianificazione sistemica, in cui i data center vengano progettati fin dall’inizio come nodi attivi delle reti energetiche locali.

In questo senso, il tema non riguarda solo l’efficienza tecnologica, ma anche la capacità delle politiche pubbliche e industriali di integrare sempre di più transizione digitale ed energetica, trasformando un impatto ambientale in una leva di sostenibilità. L’innovazione tecnologica è dalla nostra parte, sfruttiamola fino in fondo.

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Tutela dei minori online, al Senato un DDL per alzare i controlli su social

Un disegno di legge presentato al Senato punta a rafforzare la tutela dei minori sul web, intervenendo su accesso ai social media, utilizzo dei dati personali e sfruttamento economico delle immagini dei più giovani. Il provvedimento, di iniziativa della senatrice Daniela Sbrollini di Italia Viva, comunicato alla Presidenza il 24 febbraio 2026 è stato assegnato alla 8ª Commissione permanente Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione tecnologica.

Tutela dei minori online: cosa dice il DDL

Alla base del testo c’è la constatazione di un cambiamento profondo indotto dalle tecnologie digitali e dai social network, che hanno modificato rapidamente i paradigmi sociali, educativi e lavorativi, esponendo in particolare i minori a nuovi rischi. Tra questi vengono indicati l’accesso a contenuti inappropriati, l’aumento del cyberbullismo e delle molestie online, la diffusione di materiale violento o pornografico e l’utilizzo dei dati personali e delle immagini dei minori in contesti commerciali.

Il disegno di legge introduce come misura centrale l’obbligo per i fornitori di servizi della società dell’informazione di verificare l’età degli utenti. Le modalità tecniche di accertamento dovranno essere definite dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), sentito il Garante per la protezione dei dati personali, garantendo un adeguato livello di sicurezza e il rispetto del principio di minimizzazione dei dati previsto dal regolamento europeo

Il provvedimento stabilisce inoltre che i contratti stipulati tra piattaforme digitali e minori di anni quindici siano nulli e non possano costituire base giuridica per il trattamento dei dati personali. Tali contratti restano validi solo nel caso in cui il consenso sia prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale. Spetta ai fornitori dei servizi dimostrare la correttezza della stipula, sia nel caso di utenti ultraquindicenni sia in presenza di autorizzazione dei genitori.

Contenuti online e sfruttamento economico dei minori

Un altro intervento riguarda la disciplina del consenso dei minori nel trattamento dei dati personali, attraverso la modifica del codice privacy con l’abrogazione del comma 1 dell’articolo 2-quinquies.

Particolare attenzione è dedicata alla diffusione di contenuti che coinvolgono minori. Il testo prevede che, quando tali contenuti generano o sono finalizzati a generare proventi superiori a 12mila euro annui, sia necessaria un’autorizzazione sia da parte dei genitori sia della direzione provinciale del lavoro. Quest’ultima può stabilire limiti e condizioni, tra cui tempi di impiego, misure di tutela psicologica e garanzie per la frequenza scolastica.

Tutela dei minori online: stanziamento di 5 milioni di euro annui per il numero 114

I proventi derivanti da queste attività devono essere versati su un conto corrente intestato al minore e non possono essere utilizzati dai genitori se non in casi eccezionali e con autorizzazione dell’autorità giudiziaria minorile. Gli obblighi si estendono anche ai soggetti che inseriscono contenuti pubblicitari e ai gestori delle piattaforme, che devono verificare il rispetto della normativa e corrispondere i compensi direttamente al minore.

Il disegno di legge introduce per le piattaforme l’obbligo di integrare una funzionalità che consenta ai minori di attivare rapidamente una comunicazione con il numero di emergenza per l’infanzia “114”. Per questa misura è previsto uno stanziamento di 5 milioni di euro annui a partire dal 2026.

Dipendenza e influenza algoritmica, l’iniziativa legislativa del PD

Nel dibattito parlamentare si inserisce anche una proposta di legge, a prima firma dei senatori del PD Antonio Nicita e Lorenzo Basso, che punta a introdurre la dipendenza algoritmica e l’influenza algoritmica tra le pratiche vietate al ricorrere di specifiche condizioni, rafforzando la responsabilità dei vertici delle grandi piattaforme digitali e dei sistemi di intelligenza artificiale nel quadro delle norme europee vigenti.

Il provvedimento interviene sul ruolo dei sistemi algoritmici e delle interfacce digitali, evidenziandone la capacità di orientare comportamenti, relazioni e scelte degli utenti. L’obiettivo è colmare un vuoto regolatorio in materia di tutela delle persone, trasparenza dei sistemi e accountability dei soggetti che progettano e gestiscono piattaforme e modelli di AI, in un contesto internazionale caratterizzato da un crescente rafforzamento delle regole sulle grandi piattaforme.

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