Transizione 5.0, dietrofront del Governo: “Risorse addirittura aumentate”

Urso annuncia 1,5 miliardi di euro su Transizione 5.0

Si sblocca il Tavolo con le imprese sul piano Transizione 5.0, con il ripristino di tutte le risorse previste dalla manovra (1,3 miliardi di euro) e l’aggiunta di altri 200 milioni.

In queste ore, abbiamo fatto il massimo sforzo possibile. Abbiamo lavorato in piena sintonia tra ministeri per offrirvi una ipotesi di lavoro che, oltre a confermare integralmente gli 1,3 miliardi in più alle imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, incrementa le risorse a loro disposizione di ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi in più“, ha affermato il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.

Nel complesso – ha aggiunto il ministro – Transizione 5.0, nella versione appena conclusa col credito d’imposta e in quella nuova con l’iperammortamento, può contare su una dotazione di circa 14 miliardi“.

Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, secondo fonti Ansa, avrebbe assicurato che presto sarà emanato il decreto di attuazione per l’iperammortamento. 

Non sorpresa ma apprezzamento oggi per il tavolo su Transizione 5.0 e, devo dire, anche per il ministro Urso per la difesa dell’industria“, ha dichiarato all’uscita dal ministero, invece, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che nei giorni scorsi era stato molto duro con il Governo e in particolare con i ministeri dell’Economia e delle Imprese.

Taglio degli incentivi: numeri e impatti reali

Il decreto fiscale approvato dal Consiglio dei ministri (DL 38/2026) aveva, infatti, aperto un nuovo fronte di tensione tra Governo e sistema produttivo, colpendo duramente uno degli strumenti cardine della politica industriale recente: il piano Transizione 5.0. Le modifiche introdotte, in particolare sul credito d’imposta, rischiano di trasformarsi in un boomerang per migliaia di imprese che avevano già investito confidando in regole che ora cambiano in corsa.

Secondo l’analisi di Confindustria: il credito d’imposta veniva in quel modo drasticamente ridotto. Per le imprese che avevano prenotato gli incentivi tra novembre e dicembre 2025, il beneficio veniva limitato al 35% dell’importo richiesto, con un taglio medio del 65% rispetto alle aspettative iniziali.

I senatori della commissione Finanze chiamati ad esaminare il provvedimento non si sono sbilanciati sugli eventuali correttivi di un provvedimento che oggi è stato appunto al centro del confronto tra il Mimit e le categorie produttive sul piede di guerra per i tagli al Piano Transizione 5.0.

A criticare la scure sulle risorse è stata proprio Confindustria e poi a seguire la gran parte delle confederazioni, preoccupate in primis per il taglio del credito d’imposta che colpisce le imprese ‘esodate’ cioè quelle che avevano regolarmente presentato la comunicazione di oltre 7.400 investimenti ma erano rimaste a bocca asciutta per l’esaurimento delle risorse e quindi messe in lista d’attesa. Il bonus per loro si ferma al 35% dell’investimento in soli beni strumentali; esclusi invece gli investimenti in impianti fotovoltaici ad alta efficienza iscritti nel registro Enea, cioè quelli che che le norme precedenti incentivavano ad acquistare.

Un taglio per far quadrare i conti

Un taglio dovuto all’esigenza dell’Esecutivo di fare quadrare i conti in una fase di aumentata incertezza per la guerra in Medio Oriente e le conseguenti impennate del petrolio.

Tradotto in termini concreti: si passava da aliquote teoriche fino al 45% a un beneficio effettivo compreso tra il 15% e il 35%. Un ridimensionamento che incideva direttamente sui conti aziendali, soprattutto per investimenti già effettuati, spesso di dimensioni rilevanti (fino a 50 milioni di euro per progetto).

A questo si aggiungeva un altro elemento critico: l’esclusione degli investimenti in impianti fotovoltaici ad alta efficienza, proprio quelli incentivati e acquistati dalle imprese negli ultimi mesi. Una scelta che non solo penalizzava economicamente le aziende, ma contraddiceva anche gli obiettivi di transizione energetica.

Il nodo degli “esodati” e le risorse insufficienti

Ancora più delicata era la situazione delle cosiddette imprese “esodate” del 5.0: oltre 7.400 aziende che avevano prenotazioni valide ma che restano senza copertura per esaurimento dei fondi.

A fronte di un fabbisogno ben più ampio, sono stati stanziati 537 milioni di euro su un fondo complessivo da 1,3 miliardi destinato a Industria 4.0. Una copertura parziale che rischia di lasciare molte imprese senza alcun sostegno, costringendole a ripiegare su incentivi meno generosi (tra il 20% e il 40%), con una perdita di 10-20 punti percentuali.

Il risultato era un effetto a catena: peggioramento della liquidità, aumento dell’esposizione finanziaria e, nei casi più critici, rischio di insolvenza, soprattutto per le PMI più energivore.

Le criticità sollevate da Confindustria

Chiediamo con urgenza l’apertura, già dalla prossima settimana, di un tavolo di confronto con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso e il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti. È indispensabile che venga confermato quanto condiviso lo scorso 27 novembre: le risorse per gli esodati 5.0 devono essere integralmente mantenute. La credibilità degli impegni assunti è un elemento fondamentale. La fiducia tra istituzioni e sistema produttivo non può venire meno. Su questo punto serve una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi”, ha dichiarato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.

Il decreto fiscale pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale introduce disposizioni molto penalizzanti per le imprese che hanno effettuato la prenotazione del credito d’imposta 5.0 tra il 7 e il 27 novembre 2025”, ha affermato il vicepresidente per le Politiche industriali e il Made in Italy, Marco Nocivelli.

Transizione 5.0 e i principali effetti critici individuati da Confindustria:

1. Violazione del legittimo affidamento
Le imprese hanno pianificato e realizzato investimenti sulla base di norme e rassicurazioni governative. Cambiare le regole a posteriori introduce un effetto retroattivo che mina uno dei principi fondamentali del diritto: la certezza normativa.

2. Credibilità delle istituzioni in discussione
Secondo il presidente Emanuele Orsini, il problema non è solo tecnico ma sistemico: se gli impegni pubblici non vengono rispettati, viene meno la fiducia tra Stato e imprese. E senza fiducia, gli investimenti si fermano.

3. Impatto su liquidità e competitività
Il taglio del 65% degli incentivi si traduce in costi imprevisti per le aziende, in un contesto già complesso segnato da tensioni geopolitiche e rallentamento economico. Le imprese più colpite sono quelle manifatturiere e ad alta intensità energetica.

4. Frenata alla transizione verde e digitale
L’esclusione delle rinnovabili e il ridimensionamento degli incentivi rallentano progetti che avrebbero consentito riduzioni dei consumi tra il 3% e il 15%, con effetti negativi su sostenibilità e competitività internazionale.

5. Effetti sulla filiera industriale
Il calo degli investimenti colpisce anche i fornitori di tecnologie e macchinari (Allegati A e B della legge 232/2016), con possibili ricadute su occupazione e innovazione.

Un segnale negativo per fare impresa in Italia

Il messaggio era chiaro: fare impresa in Italia diventa più incerto e meno conveniente. Non tanto per l’assenza di incentivi, quanto per la loro instabilità.

Quando le regole cambiano dopo che gli investimenti sono stati effettuati, il rischio percepito aumenta drasticamente. E questo incide sulle decisioni future: meno investimenti, meno innovazione, meno crescita.

Tavolo Mimit del 1° aprile: risposte concrete o tentativo di prendere tempo da parte del Governo?

Di fronte alle proteste, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha convocato per mercoledì 1° aprile alle ore 11.00 a Palazzo Piacentini un tavolo di confronto con le associazioni d’impresa, in coordinamento con MEF e Ministero per gli Affari europei.

È un segnale di apertura, ma la domanda resta: sarà sufficiente?

Per le imprese non servono solo confronti, ma decisioni rapide e concrete. Confindustria chiede chiaramente:

  • il ripristino delle risorse per gli esodati,
  • il rispetto degli impegni presi,
  • una correzione del decreto in sede parlamentare.

Senza interventi immediati, il rischio è che il tavolo si trasformi in un esercizio di ascolto senza effetti reali.

Il DL fiscale 38/2026, così com’è, rischia di compromettere uno dei pilastri della politica industriale italiana. Il taglio degli incentivi, l’incertezza normativa e la gestione incompleta delle risorse stanno creando un clima di sfiducia che potrebbe avere effetti duraturi.

Il confronto del 1° aprile rappresenta un passaggio importante, ma non decisivo. La vera partita si giocherà in Parlamento: lì si capirà se il Governo intende davvero correggere la rotta o se il costo di questa scelta ricadrà interamente sulle imprese.

Giorgetti e la guerra: “Uno shock esterno che ci costringe a fare riflessioni su chi aiutare e chi incentivare

Come governo, abbiamo deciso di dare un minimo di garanzia per agevolazioni paragonabili alla vecchia 4.0, ma allo stesso tempo metterci in ascolto delle categorie per capire in una situazione di questo tipo quali sono le emergenze e le priorità che vogliono manifestare”, ha dichiarato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel suo intervento sabato al Workshop Finanza organizzato da Teha in risposta alle critiche di Confindustria.

Circa le risorse stanziate per Transizione 5.0, ha aggiunto il ministro: “Dobbiamo decidere se le disponibilità devono andare a costoro o a favore delle imprese energivore piuttosto che delle aziende di trasporto o per i tagli alle accise”.

Avevamo una traiettoria, dei programmi di un certo tipo, ma poi è scoppiata la guerra in Medio Oriente, uno shock esterno che ci costringe a fare riflessioni su chi aiutare e chi incentivare”, ha precisato il ministro, giustificando i tagli al credito d’imposta della Transizione 5.0 nel DL fiscale come risposta necessaria a questa situazione, paragonabile alla crisi ucraina del 2022.

Una guerra che secondo il ministero dell’Economia “ha alterato la traiettoria economica italiana, imponendo una ridistribuzione delle risorse limitate”. Il ministro ha indicato priorità alternative come imprese energivore, trasporti e tagli alle accise, sospendendo circa 750 milioni (2/3 dei fondi per Transizione 5.0) per emergenze immediate. Giorgetti ha poi escluso, per ora, i temuti sforamenti di bilancio, puntando a margini Patto di Stabilità, ma il governo apre a possibili modifiche parlamentari dopo il tavolo Mimit.

Scontro Giorgetti-Urso

Sul taglio dei crediti d’imposta per la Transizione 5.0 nel DL fiscale non c’è solo la reazione dura di Confindustria, ma è andata in scena anche uno scontro istituzionale tra il ministro Giorgetti e il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.

A quanto pare, Urso si sarebbe opposto fermamente alla riduzione degli incentivi (dal 45% previsto al 35% riconosciuto), difendendo gli impegni presi a novembre 2025 con Confindustria per coprire le imprese “esodate” con prenotazioni valide.

Lo scontro avrebbe poi spinto Palazzo Chigi a mediare. Il comunicato post Consiglio dei ministri ha infatti promesso in tempi rapidi il tavolo con le imprese, ora calendarizzato al 1° aprile, ma anche “risorse aggiuntive” in conversione parlamentare.

Con il decreto fiscale il governo compie un errore grave e strategico: riduce il credito d’imposta legato a Transizione 5.0 proprio nel momento in cui le imprese italiane avrebbero più bisogno di certezze e di strumenti forti per investire in innovazione, digitalizzazione ed efficienza energetica”, ha sostenuto Vinicio Peluffo, deputato del Pd e vicepresidente della commissione Attività produttive.

Transizione 5.0 – sottolinea l’esponente dem – non è una misura qualsiasi: è il principale strumento per accompagnare le imprese nella doppia transizione, digitale ed energetica, rafforzando la competitività del nostro sistema industriale rispetto ai Paesi europei, che invece stanno investendo con maggiore decisione su politiche industriali attive. Tagliare queste risorse significa colpire soprattutto le PMI, che hanno meno capacità finanziaria per sostenere autonomamente gli investimenti, e indebolire le filiere strategiche rallentando gli obiettivi di decarbonizzazione“.

Il paradosso: punite le imprese virtuose

Con i costi energetici tra i più elevati d’Europa e una crisi energetica in corso, il Decreto fiscale penalizza proprio le aziende che hanno puntato su efficienza energetica e fonti rinnovabili.

“Nel 2025, le imprese hanno pianificato investimenti basandosi su un quadro normativo certo e sulla fiducia nel GovernoOggi, la scelta più sostenibile si traduce in una penalizzazione economica inaccettabile. Molte realtà, con il senno di poi, avrebbero optato per strumenti diversi come la Transizione 4.0 o l’Iperammortamento”, ha dichiarato l’EGE Elvis Paja, referente del Tavolo Tecnico 5.0 di AssoEGE.

Da un lato si chiede alle imprese di investire in efficienza energetica, elettrificazione dei consumi, integrazione delle fonti rinnovabili scegliendo tra l’altro le tecnologie più costose. Dall’altro si interviene riducendo la prevedibilità e l’affidabilità degli strumenti che dovrebbero rendere possibili questi investimenti. Questo genera un effetto molto negativo: si indebolisce la credibilità del quadro di supporto alla transizione energetica, proprio in una fase in cui servirebbero stabilità e coerenza.

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Oracle taglia il 18% della forza lavoro, previsti licenziamenti per 30mila dipendenti

Oracle ha avviato una delle più imponenti operazioni di riduzione del personale degli ultimi anni, licenziando tra i 20mila e i 30mila dipendenti nella mattinata di ieri. Si tratta di circa il 18% della forza lavoro globale.

La comunicazione, spiega Business Insider, è arrivata con una singola email inviata alle 6 del mattino (ora della costa Est degli Stati Uniti), senza alcun preavviso. Poco dopo, l’accesso ai sistemi aziendali è stato revocato.

Licenziamenti via email e accessi bloccati

Oracle non ha ancora comunicato alcuna cifra e ha rifiutato ogni commento anche riguardo la modalità scelta che ha colpito per rapidità e rigidità operativa: una comunicazione unica, impersonale, seguita dall’immediata disconnessione dai sistemi aziendali.

Il testo dell’e-mail, ottenuto da BI, è stato identico per tutti: “Dopo un’attenta valutazione delle attuali esigenze aziendali di Oracle, abbiamo deciso di eliminare il tuo ruolo nell’ambito di un più ampio cambiamento organizzativo. Di conseguenza, oggi è il tuo ultimo giorno di lavoro”. L’accesso ai sistemi è stato revocato quasi in simultanea.

L’obiettivo? Liberare 8 10 miliardi di flusso di cassa

Le divisioni più colpite sembrano essere Revenue and Health Sciences e SaaS and Virtual Operations Services, cioè le aree che si occupano rispettivamente di soluzioni per la gestione dei ricavi e dei servizi legati al settore sanitario, e dei servizi operativi collegati alle applicazioni software fornite via cloud. 

L’obiettivo dichiarato dell’operazione è liberare tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari di flusso di cassa. Una decisione che si inserisce in un contesto finanziario complesso: il titolo Oracle ha perso oltre la metà del proprio valore da settembre 2025, mentre il debito complessivo ha superato i 124 miliardi di dollari, in aumento rispetto agli 89 miliardi registrati un anno fa. Nell’ultimo trimestre, il free cash flow è risultato negativo per circa 10 miliardi.

Conti in tensione nonostante utili in crescita

Il dato che colpisce è che questi tagli arrivano nonostante risultati economici apparentemente solidi. Nell’ultimo trimestre, Oracle ha registrato un aumento del 95% dell’utile netto. Non si tratta quindi di una crisi aziendale nel senso tradizionale. Piuttosto, emerge il profilo di una società che ha effettuato una scommessa massiccia sull’infrastruttura AI, finanziata in larga parte a debito, e che ora cerca di riequilibrare i conti trasformando il costo del lavoro in liquidità.

Negli ultimi mesi, Oracle ha accelerato con decisione sugli investimenti in intelligenza artificiale. Tra le operazioni più rilevanti figura il maxi accordo da 300 miliardi di dollari con OpenAI attraverso il progetto Stargate, insieme a un piano di spesa in conto capitale da circa 50 miliardi per l’anno fiscale in corso.

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AI, il Pd presenta al Senato ddl su ‘dipendenza algoritmica’: Nicita “L’algoritmo va regolato, sanzioni fino a 30 milioni”

L’architettura degli algoritmi è disegnata dalle piattaforme social per creare dipendenza negli utenti e va quindi regolata. E’ questo l’obiettivo del DDL per il contrasto alla dipendenza algoritmica presentato, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, primi firmatari i senatori Pd Antonio Nicita e Lorenzo Basso, che “affronta in modo organico i principali rischi dell’ecosistema digitale introducendo la dipendenza algoritmica, l’influenza algoritmica e la manipolazione algoritmica selettiva tra le pratiche vietate e colmando un vuoto normativo che oggi riguarda la tutela delle persone, la trasparenza dei sistemi e la responsabilità personale di chi progetta e governa piattaforme online e modelli di AI”. “Un tema – si legge sempre in una nota – reso ancor più attuale dalle ultime sentenze americane che hanno certificato le responsabilità per danni psicologici causati da algoritmi e funzioni progettate per creare assuefazione”.

Il design algoritmico non è un dettaglio tecnico

Premessa della norma è che “ogni volta che apriamo un social network, un algoritmo decide cosa mostrarci. Non lo fa a caso: lo fa per tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile – si legge nella nota di sintesi del provvedimento – perché più tempo passiamo online, più la piattaforma guadagna dalla pubblicità. Questa proposta di legge parte da qui e afferma un principio nuovo: le piattaforme sono responsabili delle architetture con cui distribuiscono i contenuti. Il design algoritmico non è un dettaglio tecnico, è una scelta aziendale con conseguenze sulla salute delle persone, sulla qualità dell’informazione e sulla formazione dell’opinione pubblica e, in ultima analisi, sulla tenuta della democrazia”. Perciò indica come vietate le tre pratiche (dipendenza algoritmica, influenza algoritmica e manipolazione algoritmica selettiva) e obbliga le piattaforme a offrire un servizio senza profilazione, gratuito e attivo per default, per cui chi vuole essere profilato, deve sceglierlo esplicitamente. Introduce protezioni rafforzate per i minori con verifica dell’età nativa a livello di sistema operativo, direttamente su iPhone e Android, e non app per app ed estende la disciplina ai sistemi di AI di conversazione, imponendo limiti alla simulazione affettiva.

Lorenzo Basso: “L’algoritmo manipola l’utente come faceva in passato la pubblicità subliminale”

L’algoritmo ha la responsabilità della sua architettura. E’ questa la premessa della proposta del Pd, secondo cui l’utente ha tutto il diritto di decidere se vuole essere profilato o no. “La genesi di questo disegno di legge non è per limitare la tecnologia, ma al contrario l’obiettivo è ripulire la tecnologia e togliere gli aspetti tossici e tecniche manipolatorie”, ha detto il Senatore Lorenzo Basso che paragona l’attività dell’algoritmo alla pubblicità subliminale che in passato veicolava in modo surrettizio messaggi pubblicitari nascosti durante la trasmissione di pellicole, un fenomeno sul quale lo Sato era intervenuto vietandone la pratica. D’altra parte, le ultime sentenze Usa parlano chiaro, le piattaforme usano tecnologie manipolatorie.  

L’effetto dell’algoritmo è in molti casi analogo alle pratiche lesive della libertà delle persone in tema di azzardo compulsivo, che nel 2022 è stato catalogato come dipendenza compulsiva dall’OMS.

Allo stesso modo, lo scroll infinito, l’autoplay, i sistemi di notifica a rinforzo variabile e i sistemi di gamification sfruttano il circuito dopaminergico della ricompensa in modi che le neuroscienze cliniche hanno documentato.

Antonio Nicita: “Normazione per ambiente più sano. Algoritmo non è neutrale”

“Il nostro approccio di normazione è finalizzato ad avere un ambiente digitale più sano – ha detto il Senatore Pd Antonio Nicita – il tema della regolazione del web si è evoluta negli anni. Siamo passati da una fase di entusiasmo ad una in cui ci si è occupati più dei contenuti, mentre la questione di regolare l’algoritmo è emersa molto di recente. Sia negli Usa che nella Ue c’è un esonero di responsabilità delle piattaforme sui contenuti di terzi”. Ma “l’algoritmo non è neutrale”.

Tre fenomeni distinti

Il disegno di legge individua tre fenomeni giuridicamente distinti:

La prima è la dipendenza algoritmica, con cui gli algoritmi inducono un uso compulsivo della fruizione del servizio. E dipende dalle scelte di design che riducono l’autonomia dell’utente.

La seconda è l’influenza algoritmica, con la profilazione comportamentale dell’utente e sistemi di raccomandazione.

La terza è la manipolazione algoritmica selettiva, “è così che X, la piattaforma di Elon Musk, ha spinto i contenuti di Musk e non altri, cancellandoli”, aggiunge Nicita, che sottolinea peraltro come il disegno di legge riguardi anche l’utilizzo dell’AI e sia un contributo fattivo all’AI Act europeo, oltre che al Digital Fairness Act allo studio a Bruxelles.

Il Ddl attribuisce all’Agcom il compito di definire linee guida dettagliate  e un sistema sanzionatorio, fono al 2% e al 4% del fatturato per un massimo di 30 milioni di euro, introducendo inoltre il “duty of care”, il principio di responsabilità delle piattaforme con poteri ispettivi rafforzati per l’Agcom.     

Basso: “Age verification sul dispositivo”  

Il Ddl prevede inoltre un sistema di age verification basata sul dispositivo. “Il controllo dell’età va fatto a livello di sistemi operativi nel relativi store e di dispositivi, non soltanto smartphone ma anche pc, tablet e visori – dice Basso – è come prevedere un ingresso selettivo al parco giochi”. Prevista quindi la “responsabilità civile oggettiva dei gestori delle piattaforme – dice Nicita – l’autoregolamentazione non basta più, e anche la Ue ci sta lavorando con il Digital Fairness Act”.

Luna: “Bisogna rendere Internet un po’ meno tossico, ma il modello di business delle piattaforme è diventato un modello politico”

Riccardo Luna, esperto di digitale, ha detto che sono più di 30 anni che cerchiamo di regolare l’accesso dei minori alle tecnologie, ma il problema è che la politica non capisce la tecnologia. Ma in questo Ddl si prende il concetto di duty of care e si riprende il divieto australiano, per cui le piattaforme devono farsi carico di ciò che fanno. “Quel che è certo è che lasciare la scelta se farsi profilare o meno ai giovani non può funzionare, perché è come la logica del fast food applicato alla dieta mediatica, se ti danno del cibo che ti fa male ma che ti attira tu lo mangi, e questo la fanno anche gli adulti con i carichi di rabbia e di paura che ciò comporta”.

C’è però un ma, gli usa non vorranno mai cambiare il modello di business delle grandi piattaforme perché funziona. “E’ una partita che deve giocare l’Europa, che ha già avviato delle istruttorie su TikTok e Instagram anche se bisognerebbe considerare anche Telegram, che pure si trova sotto soglia rispetto ai 45 milioni di iscritti previsti per rientrare nella categoria dei gatekeeper prevista dal DSA”, aggiunge Luna, precisando che Telegram – che ha 41 milioni di utenti, poco sotto la soglia – di fatto è come un dark web legalizzato dove si trova di tutto: dalle armi alla droga ed è accessibile a chiunque.

Per quanto riguarda il sistema di age verification in fase di sperimentazione in Europa in 5 paesi, si tratta di un token simile a quello usato durante il Covid per il green pass, che di fatto dice soltanto l’età dell’utente e non rivela la sua identità con grande attenzione per la privacy.

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Nico Losito nuovo General Manager di IBM Italia

Da oggi, 1° aprile, Nico Losito assume il ruolo di General Manager di IBM Italia. Succede ad Alessandro La Volpe, che lascia l’azienda per intraprendere nuove esperienze professionali. Lo ha comunicato l’azienda in una nota che lo ringrazia per il contributo apportato e per i risultati conseguiti in questi anni di collaborazione e gli augura ogni successo per il futuro. 

Il CV di Nico Losito

Losito In precedenza è stato Vice President Sales di IBM Technology, l’unità di business che comprende software, infrastrutture hardware e servizi professionali di supporto tecnico. In questo ruolo ha guidato un team di professionisti impegnati nel disegnare e implementare le soluzioni tecnologiche di AI e Hybrid Cloud necessarie a realizzare la trasformazione digitale delle principali aziende italiane.

Nel corso della sua carriera ha ricoperto diversi ruoli di leadership in IBM Europe Middle East e Africa. Tra questi, ha guidato l’integrazione in IBM dell’acquisita Red Hat e ha svolto il ruolo di Vice President per il mercato delle piccole e medie imprese in EMEA.  

In IBM Italia è stato Direttore Software e Cloud, a capo delle risorse professionali più critiche e strategiche per diversi settori di industria. Dopo anni di esperienza nelle vendite per i grandi clienti, in particolare nei settori Oil & Gas, Energy & Utilities e Finanziario, ha avviato il primo IBM Garage italiano ed è stato Chief Digital Officer, con la missione di guidare la trasformazione digitale delle aziende italiane.

Per 5 anni è stato Amministratore Delegato di “InTeSa EDI SpA azienda leader nel mercato fiduciario digitale italiano.

Nel 2021, ha fondato la community italiana “Leaders & Tech”, un network di leader focalizzati sui temi della Tecnologia e dell’Innovazione, che ha l’obiettivo di condividere e creare idee per il progresso e lo sviluppo del Sistema Paese. Losito è membro del Consiglio Direttivo di Assolombarda, Presidente nel Comitato Scientifico CRESCI del Centro Studi Grande Milano, fa parte dell’Advisor Board della Rome Business School ed è Charity Ambassador della Foundation-C Club.

Laureato in Economia Aziendale all’Università Bocconidi Milano, ha conseguito un MBA a Londra, ha frequentato corsi internazionali di specializzazione nella gestione di “mega-deal” al MIT di Boston e ha ottenuto la certificazione di Sales Leader presso l’INSEAD di Fontainebleau in Francia.

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Tessera elettorale digitale, ecco i fondi per realizzarla

Tessera elettorale digitale, il Governo trova le risorse per il biennio 2026-2028 (al centro la prossima scadenza elettorale)

C’è una prima dote finanziaria, concreta, per portare il sistema elettorale italiano nell’era digitale: 1,6 milioni di euro nel triennio 2026-2028 destinati alla digitalizzazione della tessera elettorale e delle liste. È quanto prevedono gli emendamenti del Governo al DL PNRR in corso di esame in commissione Bilancio alla Camera, che intervengono direttamente sul cuore tecnologico del processo di voto.

Le risorse saranno distribuite in modo progressivo: 400 mila euro nel 2026, 800 mila nel 2027 (anno di massimo carico elettorale e delle prossime elezioni) e 400 mila nel 2028, quando il sistema entrerà a regime. I fondi arrivano dal bilancio dello Stato, attraverso una riduzione del fondo speciale del Ministero dell’Economia (missione “Fondi da ripartire”), utilizzando in parte l’accantonamento del Ministero dell’Interno.

Una riforma digitale per (ri)portare i cittadini alle urne, i giovani l’apprezzeranno?

Non è solo una misura tecnica. La digitalizzazione della tessera elettorale potrebbe promuovere una strategia più ampia: ridurre l’astensionismo (anche quello “involontario”) e semplificare l’accesso al voto, soprattutto per le nuove generazioni, che apprezzano sempre l’approccio digitale.

Il ritorno dei giovani alle urne in occasione dei referendum (secondo l’instant poll Youtrend, il “No” ha vinto nettamente tra gli under 35, con il 57%, ma secondo Opinio per Rai anche con il 61,1% tra chi ha meno di 35 anni) ha mostrato un segnale chiaro: quando gli strumenti sono accessibili e moderni, la partecipazione cresce. La tessera digitale, integrata nei sistemi pubblici e accessibile magari da smartphone, può rappresentare un cambio di paradigma, rendendo il voto più facile.

E il passo successivo, dal nostro punto di vista, potrebbe essere l’election pass, cioè la possibilità di votare anche fuori dal Comune di residenza, senza vincoli burocratici. Una misura che punta direttamente a studenti e lavoratori fuori sede, tra i principali esclusi di fatto dalle operazioni di voto.

La digitalizzazione della tessera elettorale, lo abbiamo detto tempo fa, è il prerequisito tecnico per introdurre strumenti più avanzati, come l’election pass. Si tratta di una soluzione già proposta nel Libro Bianco “Per la partecipazione dei cittadini: come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto“, avanzato da una Commissione di esperti istituita nel 2021: una tessera elettorale digitale integrata con le liste, che permetta di votare senza doversi recare nel Comune di residenza. In prospettiva, questo può aprire anche a modalità di voto da remoto, mantenendo la sicurezza e la privacy.

L’obiettivo è ambizioso: ridurre l’astensionismo fino al 20%, come indicato già nel 2022 dall’allora ministro Federico D’Incà, intervistato da Key4Biz sul tema.

Una soluzione utile anche per superare il vecchio e tedioso problema del voto fuori sede, che ha visto coinvolte più di 5 milioni di persone nell’ultima tornata referendaria e che alimenta il fastidioso e inaccettabile fenomeno dell’“astensionismo involontario”.

SIEL: infrastruttura e digitalizzazione del voto

Gli emendamenti del Governo (6.9 e 11.13) intervengono sostanzialmente su due piani distinti ma complementari.

La prima norma (emendamento 6.9) finanzia l’evoluzione del sistema elettorale digitale, in particolare il SIEL (Sistema Informativo Elettorale) e la sua integrazione con le piattaforme nazionali come l’ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente). Consente inoltre l’avvio della procedura di gara per il nuovo appalto quinquennale per la gestione del Sistema e della piattaforma di diffusione dati “Eligendo”.

La gara prevede un importo base di 5,3 milioni di euro per una durata di 60 mesi, ma io valore complessivo dovrebbe essere pari al doppio (oltre 10,43 milioni di euro) per ulteriori opzioni: estensione del quinto d’obbligo, proroga tecnica e affidamento servizi analoghi.

Le risorse servono a digitalizzare la tessera elettorale, rendendola disponibile in formato elettronico; integrare le liste elettorali nei sistemi nazionali; sostenere lo sviluppo software e la manutenzione del sistema; garantire la continuità operativa durante le elezioni (soprattutto nel 2027, anno di picco); gestire la fase di transizione (take-over e subentro tecnologico).

In particolare, il 2027 concentra gli investimenti perché coincide con la conclusione della legislatura e quindi con le elezioni politiche, richiedendo sistemi robusti e scalabili.

L’evoluzione dell’IT Wallet, accessibile a chi ha almeno 14 anni di età

Il secondo intervento riguarderebbe invece l’ecosistema digitale dei cittadini. L’emendamento amplia le funzionalità dell’IT Wallet, il portafoglio digitale pubblico, introducendo una novità significativa:
l’accesso ai servizi digitali anche per i cittadini a partire dai 14 anni, senza necessità di autorizzazione genitoriale in molti casi.

Questo significa una maggiore autonomia digitale per i giovani; l’accesso diretto a certificati, attestazioni e servizi pubblici; un primo passo verso una cittadinanza digitale attiva già in età adolescenziale. Rimane aperto il problema di come verificare online l’età degli utenti, un problema non da poco e che al momento è già sotto la lente dell’esecutivo italiano (ma un po’ di tutti i Paesi dell’Unione europea per il problema della tutela dei minori sui social e i chatbot AI.

Una riforma piccola nei numeri, grande nell’impatto

Dal punto di vista finanziario, l’intervento è contenuto. Ma il valore strategico è elevato: si tratta di uno dei primi tasselli concreti della digitalizzazione del processo democratico.

Se ben implementata, la tessera elettorale digitale potrà eliminare passaggi burocratici, facilitare il voto dei giovani e dei fuori sede, migliorare l’efficienza amministrativa, preparare il terreno per nuove forme di partecipazione. In altre parole, non è solo una riforma tecnologica. È un investimento sulla qualità della democrazia.

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Chip AI, inizia la corsa all’elio. Per la guerra nel Golfo tagli alle forniture e rialzo dei prezzi

La guerra del Golfo si ripercuote sulle forniture globali di elio, essenziale per la produzione di chip AI

La guerra di Stati Uniti e Israele con l’Iran non ha destabilizzato solamente il mercato energetico mondiale. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, presto a mancare sarà anche l’elio. Un prodotto derivato dal gas naturale e utilizzato principalmente nella produzione di chip per l’intelligenza artificiale (AI).

Il problema è che l’elio è un elemento raro sul nostro pianeta. C’è ne tanto nell’universo, ma è scarso sulla Terra. Qui da noi lo si trova generalmente in piccolissime concentrazioni e sempre in giacimenti di gas naturale.

In più, un terzo circa delle forniture mondiali di questo gas arrivano dal Qatar e via mare attraverso lo stretto di Hormuz. Motivo per cui, entro pochissimo tempo l’elio diventerà una risorsa scarsa.

Gli attacchi di Teheran sul Qatar e il blocco della navigazione in quel tratto di mare che collega i Paesi del Golfo con il Mare Arabico e quindi l’Oceano Indiano, rendono a dir poco incerte queste forniture per il futuro e i mercati se ne sono accorti subito.

Previsti tagli alle forniture e rialzo dei prezzi

Il quotidiano americano spiega che, già oggi, i principali fornitori stanno avvertendo alcuni clienti di aspettarsi “tagli alle forniture e sovrapprezzi, secondo quanto riferito da operatori del settore.

Gli utilizzatori di elio, che per lo più si assicurano le forniture tramite contratti a lungo termine, “si stanno già contendendo i pochi carichi disponibili sul mercato spot a breve termine”, aprendo di fatto “una vera e propria guerra di offerte che ha fatto più che raddoppiare i prezzi”.

La Corea del Sud, uno dei principali produttori di chip per l’AI, che dipende fortemente dalle forniture del Qatar (60-70%), si è subito rivolta ai produttori degli Stati Uniti per ottenere ulteriori volumi di gas.

Il prezzo spot dell’elio gassoso si aggira oggi sui 900-1.200 dollari per mille piedi cubi (Mcf), con picchi fino a 2.000 dollari in alcune transazioni di emergenza legate alla crisi del Golfo.
È salito del 50-100% rispetto all’inizio di marzo 2026, quando oscillava tra 450-600 dollari/Mcf.
Un trend che potrebbe peggiorare però, perchè se la guerra perdurerà anche nei prossimi mesi il prezzo dell’elio potrebbe crescere ulteriormente durante il secondo trimestre dell’anno in corso.

Perché è importante l’elio

Si tratta di un gas invisibile ‘essenziale’ per raffreddare le apparecchiature utilizzate nella produzione di chip per l’intelligenza artificiale, ma anche per altri usi, come ad esempio il corretto funzionamento degli scanner per la risonanza magnetica.

Altri utilizzi chiave dell’elio li ritroviamo nel settore aerospaziale, comprese le missioni della NASA, dove viene impiegato per spurgare i serbatoi di carburante dei razzi. È inoltre essenziale nella produzione di fibre ottiche e nelle applicazioni per la Difesa.

La scarsità dell’elio potrebbe perdurare

Anche se la guerra dovesse finire rapidamente e lo stretto venisse riaperto, molte delle perdite non sarebbero facili da recuperare. Il Qatar ha dichiarato che gli attacchi iraniani contro il suo impianto di GNL di Ras Laffan, avvenuti all’inizio di marzo, hanno causato danni ingenti, con l’effetto diretto di ridurre drasticamente le esportazioni annuali di elio del 14%.
La riparazione dei danni alle infrastrutture potrebbe richiedere fino a cinque anni.

Lo shock dell’elio mette in luce una vulnerabilità più profonda nello sviluppo dell’IA: l’estrema dipendenza da un numero ristretto di nodi esposti a fattori geopolitici”, ha affermato Ralf Gubler, direttore della ricerca presso S&P Global Energy, specializzato in gas industriali.

Se queste condizioni (interruzione dell’approvvigionamento) persistono, il mercato si troverà effettivamente a corto di circa 5,2 milioni di metri cubi di elio al mese“, ha affermato Aleksandr Romanenko, CEO della società di ricerche di mercato IndexBox, come riporta Reuters.

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Instagram Plus, Meta punta sull’abbonamento per spingere i ricavi oltre la pubblicità

Meta vuole puntare sulla monetizzazione e guarda sempre più agli abbonamenti. L’ultima sperimentazione riguarda Instagram, dove l’azienda sta testando un nuovo piano a pagamento chiamato Instagram Plus, pensato per offrire funzionalità avanzate agli utenti più attivi sulla piattaforma.

Instagram Plus debutta nei test tra Filippine e Messico

Le prime evidenze del servizio arrivano da alcuni utenti in Filippine e Messico, che hanno iniziato a visualizzare contenuti promozionali direttamente nel feed. Meta ha confermato l’esistenza del test, senza però specificare nel dettaglio i Paesi coinvolti, sottolineando che l’obiettivo è raccogliere feedback per valutare l’interesse verso un’esperienza premium.

Il cuore dell’offerta ruota attorno alle Storie, che diventano il principale terreno di innovazione. Tra le novità più rilevanti c’è la possibilità di estenderne la durata fino a 48 ore, superando il limite standard delle 24 ore. Gli utenti potranno inoltre creare gruppi di pubblico personalizzati, decidendo con maggiore precisione chi può visualizzare determinati contenuti, e accedere a strumenti più avanzati per monitorare le visualizzazioni, inclusa la ricerca dei singoli utenti che hanno interagito.

Prezzi contenuti, ma possibili rincari nei mercati occidentali

Tra le funzionalità più discusse emerge la possibilità di visualizzare le Storie altrui senza comparire tra le visualizzazioni, elemento che potrebbe incidere sulle dinamiche di trasparenza della piattaforma. Sul fronte dell’engagement arrivano invece i “Super hearts”, una versione animata del like, e le “Storie spotlight”, che consentono di mettere in evidenza un contenuto una volta a settimana per aumentarne visibilità e interazioni.

Il pricing nei mercati di test è relativamente basso: poco più di un dollaro al mese nelle Filippine e circa due dollari in Messico, con una prova gratuita di 30 giorni. Tuttavia, trattandosi di mercati con una diversa capacità di spesa rispetto a Europa e Stati Uniti, è plausibile che eventuali lanci globali prevedano prezzi più elevati.

Meta accelera sugli abbonamenti: da Verified all’AI premium

Instagram Plus si inserisce in una strategia più ampia che include già Meta Verified, il servizio a pagamento che offre la spunta blu, maggiore protezione contro il furto d’identità e assistenza prioritaria. L’azienda sta spingendo sempre di più su queste soluzioni, anche attraverso promozioni mirate, con l’obiettivo di costruire un flusso di ricavi ricorrenti. In prospettiva, Meta ha già indicato la volontà di integrare anche funzionalità basate sull’AI nei piani premium.

La direzione ricorda da vicino quanto fatto da Snapchat, che negli ultimi anni ha sviluppato con successo un’offerta in abbonamento complementare alla pubblicità. Meta sembra ora voler seguire lo stesso percorso, riducendo la dipendenza dal solo advertising in un contesto sempre più competitivo e frammentato.

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Fascicolo sanitario elettronico, da oggi obbligatorio alimentarlo per strutture pubbliche e private. I vantaggi dei cittadini

Fascicolo sanitario elettronico, Cartabellotta (Gimbe): “Un passaggio ancora incompleto e disomogeneo tra le Regioni

Siamo lontani dall’obiettivo di un Fascicolo sanitario elettronico veramente funzionante, da tutti accessibile e soprattutto interoperabile a livello regionale. Qualcosa in questi mesi non è andato per il verso giusto, forse una mancanza di comunicazione in grado di coinvolgere i cittadini, forse uno scarso impegno da parte delle istituzioni locali, sta di fatto che il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) 2.0, il pilastro della trasformazione digitale del Sistema sanitario nazionale (Ssn), rimane incompleto.

A confermarlo sono i nuovi dati del Gimbe, illustrati dal Presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta: “Oggi, 31 marzo 2026, scade il termine per l’adeguamento delle strutture sanitarie pubbliche e private al modello standard di trasmissione dei dati per alimentare il Fasciolo sanitario elettronico. Un passaggio cruciale, ma ancora incompleto e molto disomogeneo tra le Regioni”.

Serve una reale interoperabilità a livello regionale, solo così il cittadino percepisce i benefici del Fse

Senza una interoperabilità reale, il Fse resta un’infrastruttura incapace di generare benefici concreti per l’assistenza sanitaria“, ha sottolineato Cartabellotta.

L’interoperabilità regionale nel contesto del Fse è un elemento fondamentale per la sanità nazionale del futuro, perchè si riferisce alla capacità dei sistemi informativi sanitari delle diverse Regioni e Province Autonome di comunicare e scambiare dati in modo standardizzato e sicuro.
Si tratta di un meccanismo tecnico-normativo che garantisce la compatibilità tra le piattaforme FSE regionali, permettendo la ricerca, il recupero, la registrazione e la cancellazione di documenti sanitari tra domini diversi, tramite l’Infrastruttura Nazionale per l’Interoperabilità (INI).

I cittadini non conoscono il Fascicolo sanitario elettronico? Solo il 44% ha dato il proprio consenso alla consultazione da parte dei medici

Ovviamente, è necessario che i cittadini diano il proprio consenso esplicito al trattamento dei dati personali e quindi alla consultazione da parte dei professionisti sanitari anche di altre regioni. Se si è residenti a Roma e ci si trova in vacanza in Alto Adige, in caso di necessità (ricovero ad esempio) i medici delle strutture ospedaliere locali possono accedere così ai dati del paziente e conoscere la situazione clinica in tempo reale.

E qui siamo di fronte ad un secondo grande problema, che si collega direttamente al primo, quello dell’interoperabilità: “Al 30 settembre 2025 – ha spiegato Cartabellotta – solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione del Fse da parte di medici e operatori del Ssn, con forti disomogeneità regionali: dal 2% in Abruzzo e Campania al 92% in Emilia-Romagna. Tra le Regioni del Mezzogiorno, solo la Puglia supera la media nazionale (44%), raggiungendo il 75%. Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio Fse – ha aggiunto il Presidente della Fondazione Gimbe – non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo”.

Emergono come fattori critici il solito problema dell’analfabetismo digitale, ma anche la scarsa fiducia sulla sicurezza dei dati e una limitata percezione dell’utilità del Fse.

Cosa cambia da oggi? Nei Fascicoli dovranno esserci tutti i documenti. Dati caricati entro 5 giorni dopo ogni visita/esame

Da oggi inizia l’ultima fase (la III) del cronoprogramma stilato dal ministero della Salute per la piena implementazione del Fse.

In teoria, la scadenza impone alle Regioni di dotare i Fascicoli di tutti i contenuti/documenti sanitari previsti dalla legge: referti, verbali pronto soccorso, lettere di dimissione, profilo sanitario sintetico, prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, cartelle cliniche, erogazione di farmaci, vaccinazioni, erogazione di prestazioni di assistenza specialistica, taccuino personale dell’assistito, dati delle tessere per i portatori di impianto, lettere di invito per screening, esenzioni.

Per le strutture pubbliche e private scatta l’obbligo di rispettare “stringenti criteri tecnologici” (per esempio in merito alla tutela della privacy), ma anche di “aggiornamento tempestivo dei dati dopo l’esecuzione di esami, visite o erogazioni di farmaci(entro 5 giorni).

Anche qui, la Fondazione Gimbe restituisce una fotografia poco confortevole: “Al 30 settembre 2025, nessuna Regione rende disponibili tutte le 20 tipologie di documenti previste dal Dm 7 settembre 2023. Il livello di completezza varia dai 17 documenti dell’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia”.

Perché è importante il Fascicolo sanitario elettronico

È il punto di accesso ai dati e documenti digitali di tipo sanitario e socio-sanitario generati da eventi clinici riguardanti l’assistito, attraverso il quale il cittadino può consultare i propri dati e documenti sanitari e condividerli con i professionisti sanitari per garantire la continuità di cura per un servizio più efficace ed efficiente.

Tutte le informazioni e i documenti contenuti nel Fse dovranno essere interoperabili per consentire la sua consultazione e il suo popolamento in tutto il territorio nazionale e non solo nella Regione di assistenza dell’assistito. Questa condizione permette all’assistito una maggiore libertà nella scelta della cura e nella condivisione delle informazioni, che sono tutte disponibili tramite l’accesso al Fascicolo da parte dei professionisti sanitari, se l’assistito ha dato il consenso alla consultazione nell’area dedicata disponibile nel suo Fascicolo.

L’accesso al Fascicolo da parte dei professionisti sanitari, in special modo in situazioni di emergenza, consente di conoscere tutto ciò che è necessario per intervenire con prontezza e garanzia del risultato.

Per gli usi di tutti i giorni, quando il medico di famiglia rilascia un’impegnativa (o ricetta specialistica), questa viene registrata digitalmente nel Fascicolo, rendendola disponibile in tempo reale per prenotazioni, erogazioni e consultazioni.

Il dottore usa il suo sistema gestionale collegato al Fse per generare l’impegnativa elettronica, che si popola automaticamente nel fascicolo con barcode univoco e dettagli (es. prestazione richiesta, esenzioni). Si visualizza via app o portale regionale/nazionale con SPID ed è possibile usarla per prenotare esami/visite in strutture pubbliche, mentre i professionisti sanitari possono accedono ai dati per conferme o integrazioni grazie all’interoperabilità.

Come si accedere al Fascicolo

Ogni utente iscritto al Servizio sanitario nazionale, o al Servizio sanitario assistenza naviganti, può accedere al proprio Fascicolo sanitario elettronico selezionando sulla mappa interattiva proposta dal sito ufficiale la Regione o Provincia Autonoma di assistenza.

Per accedere al Fascicolo, sarà necessario effettuare l’autenticazione tramite identità digitale, utilizzando uno dei seguenti strumenti: SPID, Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Tessera Sanitaria/Carta Nazionale dei Servizi (CNS).

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Leonardo nel gorgo geopolitico: la resistenza del mercato finanziario ad un’eventuale sostituzione del CEO Cingolani

Si puntava quota 77, in pochi giorni si precipita sotto quota 55.

Il titolo Leonardo in Borsa si sta avvitando, nonostante i cosiddetti fondamentali di bilancio siano del tutto lusinghieri, numeri che farebbero la felicità di ogni investitore: aumento fatturato, aumento margine operativo, aumento dividendo. E soprattutto un magazzino prodotti di assoluta qualità e competitività, forse troppo, persino.

Ora Leonardo ha in cantiere il nuovo e poderoso sistema anti-missile denominato “Michelangelo Dome”, una cupola protettiva in grado di assicurare grande copertura sia per gli attacchi a sciame dei droni sia per i nuovi missili ipersonici, che sfoggiano i russi.

Michelangelo Dome di Leonardo, che cos’è? Le caratteristiche tecniche 

Si tratta di un sistema dove una certa creatività artigianale, tipicamente italiana, ha trovato la chiave per far dialogare, questa è la caratteristica di base dell’apparato, linguaggi e standard digitali diversi, creando un unico ambiente in cui una sola regia ottimizza e integra ogni qualsivoglia sistema tecnologico sia nei dintorni.

Michelangelo dunque non è un singolo prodotto, ma un’architettura di difesa multi-dominio progettata per integrare sensori, effettori e sistemi di comando in una rete coerente e “intelligente”. La sua versatilità tecnica è ciò che lo rende un’eccellenza, ma è anche il motivo principale per cui è visto con sospetto dagli alleati storici, in particolare americani e israeliani che avevano il monopolio di queste infrastrutture che erano rigidamente chiuse e proprietarie, mentre la soluzione italiana si presenta aperta e open source. 

Una vera rivoluzione su uno dei mercato più delicati e sensibili con evidenti risvolti geo politici.

La difesa aerea tradizionale si basa infatti sulla “kill chain” (catena di distruzione), un processo lineare in cui un sensore (radar) rileva un bersaglio e assegna un comando a un effettore specifico (batteria missilistica). Michelangelo introduce il concetto di “kill web” (rete di distruzione). In questo modello, non c’è più un accoppiamento gerarchico fisso. Qualsiasi sensore della rete — un satellite in orbita, un drone, il radar di una nave o un sensore IR a terra — può fornire dati.

Centrale è il ruolo di risorse di intelligenza artificiale che agiscono come il “direttore d’orchestra” della rete, elaborando volumi di dati nell’ordine di centinaia di terabyte al secondo. L’AI esegue una fusione avanzata dei dati provenienti da sensori multipli, calcola la traiettoria delle minacce (incluse quelle ipersoniche che viaggiano a oltre 5 km/s) e seleziona automaticamente il “miglior effettore” disponibile.

Questo permette di ottimizzare la risposta operativa a “velocità di macchina”, mantenendo al contempo l’operatore umano nel ciclo decisionale per le scelte etiche e tattiche finali.

Cingolani-CEO-Leonardo

Il componente tecnico più innovativo di Michelangelo è il modulo cosiddetto MC5. Questo componente è stato progettato per essere “plug-and-play”: può essere inserito in sistemi di comando e controllo (C2) tattici già esistenti, anche se obsoleti o prodotti da nazioni diverse.

La versatilità tecnica del Michelangelo Dome è, paradossalmente, proprio la ragione della tensione diplomatica con gli Stati Uniti e Israele

Sebbene il sistema sia stato esplicitamente ispirato all’esperienza di indubbio successo dell’Iron Dome israeliano (90% contro razzi a corto raggio), Leonardo ha voluto creare qualcosa di più ambizioso e, soprattutto, indipendente.

Sistemi come il Patriot (USA) o l’Arrow (Israele) sono spesso concepiti come “ecosistemi chiusi”, come abbiamo già accennato. Per funzionare al massimo delle prestazioni, richiedono che tutti i componenti (radar, software di comando, intercettori) siano forniti dallo stesso produttore o rispettino standard proprietari strettamente controllati. Gli Stati Uniti utilizzano questi standard come leva diplomatica e commerciale, legando i paesi acquirenti alla loro catena di approvvigionamento e alla loro supervisione tecnologica.

Michelangelo rompe questo schema

Essendo un’architettura aperta, permette di integrare, con una sorta di bricolage digitale, intercettori di diversa provenienza (ad esempio i missili Aster della europea MBDA) e sensori locali, riducendo la dipendenza dalle “scatole nere” americane. La capacità del modulo MC5 di agire come un traduttore universale per ogni tipo di segnale digitale significa che una nazione europea potrebbe acquistare Michelangelo e continuare a usare i suoi vecchi radar o missili, evitando di spendere miliardi per un nuovo pacchetto completo “made in USA”.

Un altro punto di forte attrito se non proprio di rottura è di natura economico-militare.

 Il conflitto in Ucraina ha evidenziato un’asimmetria insostenibile: l’uso di missili Patriot da 2 milioni di dollari per abbattere droni russi/iraniani Shahed da 500 dollari.

Gli Stati Uniti e Israele traggono enormi profitti dalla vendita di questi intercettori ad alta tecnologia.

Michelangelo è progettato per “invertire” questa asimmetria attraverso, se possiamo dire, la prioritizzazione guidata dall’AI. Il sistema valuta la pericolosità del bersaglio e assegna l’effettore meno costoso possibile.

In un quadro così teso si aggiunge poi un altro elemento, tutto politico, di resistenza da parte di Tel Aviv. L’Italia sta cercando di sviluppare capacità sovrane per la protezione delle rotte energetiche nel Mediterraneo, vitali dopo le interruzioni nel Mar Rosso provocate dagli Houthi. L’adozione di un Cloud Sovrano per la gestione dei dati sensibili della difesa garantisce che le informazioni tattiche e strategiche non transitino su infrastrutture controllate da attori extra-europei, un punto su cui Cingolani è stato irremovibile. Anche a costo di pagare un prezzo, economico e tecnologico. 

L’esclusione della tecnologia israeliana (come l’Iron Beam per i laser) potrebbe comportare per l’infrastruttura di Leonardo, probabilmente, una perdita di efficacia del 25% e un aumento dei costi di sviluppo del 20% per l’Italia.

Tuttavia, per il governo italiano e per Leonardo, questo è considerato un prezzo accettabile per garantire l’autonomia industriale e il controllo totale sulla “mente” del sistema difensivo. O almeno tale sembrava il mandato di Palazzo Chigi. 

Ma evidentemente qualcosa nella bussola geopolitica nazionale deve essere cambiata

Tanto è vero la prospettiva di misurare sul campo l’efficacia di una tale capacità tecnologica tutta nazionale, diciamo una vera sovranità digitale, come si profila con l’affidamento del collaudo di Michelangelo agli ucraini, sembrerebbe non considerata positivamente dal governo. Si vuole evitare, in campo aperto una confrontazione con i partner di Washington e israeliani.

Tra l’altro proprio la versatilità del sistema Michelangelo Dome potrebbe essere applicata anche in ambito civile per ottimizzare l’intera digitalizzazione di sistemi complessi come reti sanitarie, o apparati della pubblica amministrazione, dove convivono standard e linguaggi digitali differenti e incompatibili. Una prospettiva che conferma il carattere dual use di ogni tecnologia e l’effetto di una ricerca quale quella di Leonardo sull’intero sistema industriale e dei servizi nazionale.

Sotto la guida di Roberto Cingolani, l’azienda ha smesso di essere un semplice fornitore di elicotteri e velivoli per diventare un “integratore di sistemi di sistemi”, una posizione che le conferisce un potere negoziale, persino una proiezione sul fronte culturale e comunicativo, con l’intraprendenza delle Fondazioni varate da Leonardo, ma inevitabilmente proprio questa intraprendenza cozza con un percorso prudente e accidentato avviato dall’esecutivo.

Ora però il nervosismo dei mercati non lascia grandi margini di incertezza: o Palazzo Chigi in prima persona fuga dubbi e incertezze oppure si scatena una cosa al ribasso come modo per far intendere il dissenso del popolo finanziario e forse anche di importanti centri di interesse europei.

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Euro digitale, Cipollone-Elderson (Bce): “Un investimento per l’autonomia strategica e l’innovazione nei pagamenti”

In un contesto globale sempre più segnato da tensioni geopolitiche, innovazione tecnologica e competizione tra grandi aree economiche, il tema dei pagamenti assume un valore che va ben oltre la semplice efficienza delle transazioni. È una questione di sovranità, sicurezza e autonomia. In questo scenario si inserisce il progetto dell’euro digitale che, come sottolineano in un articolo per il blog della Banca centrale europea (Bce) da Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, e Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della BCE e vicepresidente del Consiglio di vigilanza della BCE, rappresenta “il miglior investimento dell’Europa in termini di autonomia strategica nei pagamenti, sovranità monetaria e inclusione sociale”.

Un cambiamento di portata storica, che è stato ben illustrato in occasione del workshop presso la Banca d’Italia, con gli istituti di pagamento (IP) e gli istituti di moneta elettronica (IMEL) dedicato all’euro digitale e lo stato di avanzamento dei lavori.

Autonomia strategica e sovranità monetaria

L’Europa, oggi, dipende in larga misura da circuiti di pagamento internazionali, spesso extraeuropei. Una dipendenza che ha costi economici (commissioni elevate) ma soprattutto implicazioni strategiche. “Oltre la metà dei paesi dell’area euro non dispone di una soluzione nazionale ampiamente accettata per i pagamenti e-commerce”, ricordano gli autori, evidenziando come questa lacuna venga colmata da operatori esterni.

In questo contesto, l’euro digitale si configura come un’infrastruttura pubblica europea, capace di garantire continuità operativa, controllo e indipendenza. Non si tratta solo di innovazione tecnologica, ma di un tassello fondamentale della sovranità monetaria europea: assicurare che la moneta della banca centrale resti al centro dell’economia anche nell’era digitale.

Come osservano Cipollone ed Elderson, “l’euro digitale sarebbe una soluzione di pagamento che i clienti potrebbero utilizzare ovunque nell’area euro, in qualsiasi momento e per qualsiasi tipo di pagamento”. Una moneta digitale pubblica, dunque, che rafforza il ruolo dell’euro come bene comune europeo.

Resilienza del sistema finanziario

Un altro elemento chiave è la resilienza. In un sistema finanziario sempre più esposto a shock tecnologici e finanziari, disporre di un’infrastruttura europea solida e condivisa diventa cruciale.

Gli autori sono chiari su questo punto: “l’euro digitale non mette chiaramente a rischio la liquidità delle banche e la stabilità finanziaria”. Al contrario, grazie a meccanismi come i limiti di detenzione e la cosiddetta “cascata inversa”, il nuovo strumento è progettato per evitare effetti destabilizzanti, anche in fasi di crisi.

Inoltre, l’euro digitale riduce l’esposizione dell’Europa a soluzioni private non regolamentate, come le stablecoin, che potrebbero sottrarre depositi, dati e controllo alle istituzioni finanziarie europee.

Una piattaforma per l’innovazione nei pagamenti

Oltre alla dimensione strategica, l’euro digitale rappresenta una straordinaria opportunità di innovazione. Non è solo un mezzo di pagamento, ma una piattaforma su cui costruire nuovi servizi.

Fungerebbe da infrastruttura di pagamento comune sulla quale le banche potrebbero costruire per innovare”, spiegano Cipollone ed Elderson. Un’infrastruttura aperta, standardizzata e interoperabile, che abilita nuove funzionalità.

Tra queste, si legge nell’approfondimento del blog, spiccano i pagamenti condizionali: transazioni che si eseguono automaticamente al verificarsi di determinate condizioni. L’esempio è concreto: “il denaro per il biglietto verrebbe prelevato solo se il treno effettivamente partisse”, eliminando inefficienze e migliorando l’esperienza dell’utente.

Si tratta di un salto qualitativo nei servizi di pagamento al dettaglio, capace di integrare logiche di automazione e programmabilità, aprendo la strada a modelli completamente nuovi.

Rafforzare il ruolo delle banche, anche per mantenere il controllo sui dati

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’euro digitale non marginalizza le banche. Al contrario, le pone al centro del nuovo ecosistema.

Le banche hanno un ruolo cruciale da svolgere per garantire la sostenibilità futura del sistema di pagamento europeo”, precisano gli autori. Fin dall’inizio, l’Eurosistema ha coinvolto il settore bancario nella progettazione, riconoscendone il ruolo chiave nella distribuzione e nell’innovazione.

L’euro digitale offre alle banche l’opportunità di evolvere i propri modelli di business, concentrandosi su servizi a valore aggiunto. “Le banche possono sfruttare la piattaforma dell’euro digitale e concentrare i propri sforzi sulla creazione di servizi a valore aggiunto per i clienti al dettaglio”.

In un mercato in cui la concorrenza arriva non solo da altri istituti, ma anche da Big Tech e nuovi operatori fintech, questo è un passaggio cruciale. L’euro digitale consente alle banche di recuperare margini, mantenere il controllo sui dati e rafforzare la relazione con la clientela.

Verso uno standard europeo dei pagamenti

Un altro vantaggio fondamentale è la standardizzazione. L’euro digitale potrebbe svolgere per i pagamenti europei lo stesso ruolo che l’USB-C ha avuto per la tecnologia: un unico standard, semplice e universale.

L’euro digitale svolgerebbe un ruolo simile per i pagamenti in Europa”, osservano gli autori. Un portafoglio unico, interoperabile, capace di funzionare ovunque e in ogni contesto.

Questo rafforzerebbe anche la competitività delle soluzioni europee rispetto agli “X-Pays” delle grandi aziende tecnologiche, che oggi impongono costi e condizioni spesso sfavorevoli.

Con il termine “X-Pays” si fa riferimento ai sistemi di pagamento digitali proprietari sviluppati dalle grandi piattaforme tecnologiche, come Apple Pay, Google Pay, Samsung Pay e, più recentemente, X Money, integrati nei rispettivi ecosistemi per gestire pagamenti contactless, trasferimenti tra utenti e operazioni mobile.

Questi servizi utilizzano tecnologie come l’NFC per i pagamenti in negozio, i wallet digitali per le transazioni P2P e la tokenizzazione per garantire sicurezza, spesso interponendosi tra cliente e banca.

Un investimento per il futuro dell’Europa

Dal punto di vista economico, l’investimento richiesto appare sostenibile. Secondo le stime citate dagli autori, i costi per le banche rappresenterebbero circa “il 3,4% dei budget annuali per l’aggiornamento IT”. Un impegno significativo, ma contenuto rispetto ai benefici attesi.

Benefici che non sono solo economici, ma sistemici: maggiore autonomia, maggiore resilienza, maggiore capacità di innovazione.

In definitiva, l’euro digitale non è semplicemente un nuovo strumento di pagamento. È un’infrastruttura strategica, un progetto politico ed economico che mira a rafforzare il ruolo dell’Europa nel mondo digitale.

Come sintetizzano Cipollone ed Elderson, si tratta di un investimento” nel futuro del continente. Un investimento che riguarda non solo le istituzioni e le banche, ma l’intera società europea (cittadini, imprese e mercati) chiamata a confrontarsi con una trasformazione profonda e per certi versi inevitabile.

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