Chat control, il Parlamento Ue sospende la proroga allo scanning dei contenuti privati

Alla fine il diritto alla riservatezza dei dati ha prevalso sulle ragioni di sicurezza che muovevano l’adozione del chat control, il sistema di analisi a tappeto delle conversazioni digitali dei cittadini nel tentativo di pesacare contenuti illeciti e potenzialmente pericolosi.

Europarlamento boccia il chat control

Il Parlamento Europeo ha votato contro le proposte che avrebbero consentito ai social media e alle Tech company di continuare ad analizzare e scannerizzare il contenuto di messaggi privati dei cittadini Ue alla ricerca di contenuti illegali.

La maggioranza degli eurodeputati, nella seduta del 26 marzo scorso, ha votato contro la proroga ad una esenzione temporanea alla legge europea sulla privacy che consentiva ad aziende come Meta, Google e Linkedin di scannerizzare in modo indiscriminato messaggi privati alla ricerca di contenuti pedopornografici o di abusi su bambini. La decisione segna al fine di un persistente tentativo di introdurre una legislazione sul Chat Control in Europa.

Nella sua forma originale, il Chat Control avrebbe richiesto alle Tech company di monitorare il contenuto end-to-end e le comunicazioni criptate, sollevando obiezioni secondo cui ciò minerebbe la sicurezza informatica e metterebbe a rischio le comunicazioni riservate.

Le aziende tecnologiche statunitensi non possono più scansionare i messaggi privati

Nella votazione, 311 eurodeputati hanno votato contro una mozione per estendere una deroga alla direttiva e-Privacy, con 228 voti a favore e 92 astensioni, il che significa che le aziende tecnologiche non potranno più legalmente effettuare scansioni di massa dei messaggi privati.

Le forze dell’ordine potranno continuare a sorvegliare i messaggi privati ​​in presenza di sospetti concreti e previa autorizzazione giudiziaria, e potranno effettuare scansioni di routine di post e file pubblici.

La Commissione europea aveva presentato per la prima volta una proposta per obbligare tutti i fornitori di servizi di posta elettronica e messaggistica a effettuare scansioni di massa di tutti i messaggi e le e-mail inviati sulle loro piattaforme, inclusi i messaggi crittografati end-to-end, nel 2022. Le proposte avevano suscitato critiche da parte di aziende tecnologiche e avvocati.

Nel 2024, le aziende tecnologiche europee avevano avvertito in una lettera aperta che le proposte avrebbero “un impatto negativo sulla privacy e sulla sicurezza dei minori” e avrebbero potuto avere “drammatiche conseguenze impreviste” per la sicurezza informatica.

Alcuni pareri legali interni trapelati hanno rivelato che gli stessi avvocati del Consiglio dell’Unione europea nutrivano seri dubbi sulla legittimità delle misure previste, che a loro dire potrebbero portare a una “sorveglianza permanente di tutte le comunicazioni interpersonali” di fatto.

PhotoDNA è difettoso

Uno studio scientifico pubblicato questo mese ha rilevato che la tecnologia “PhotoDNA”, utilizzata dalle aziende tecnologiche per il controllo delle chat, è “inaffidabile”. È emerso che i criminali possono ingannare il software, facendogli omettere immagini illegali, e che immagini innocue possono essere manipolate in modo da segnalare alla polizia cittadini innocenti.

Secondo un rapporto della Commissione europea, solo il 36% delle segnalazioni di attività sospette provenienti da aziende tecnologiche statunitensi deriva dalla sorveglianza di messaggi privati, mentre i social media e i servizi di cloud storage stanno diventando sempre più rilevanti per le indagini.

Le aziende tecnologiche statunitensi sono autorizzate a effettuare scansioni di massa di messaggi privati ​​in base a un regolamento provvisorio dell’UE, che scade il 3 aprile. Il regolamento consente la “scansione hash” di immagini e video noti, l’analisi automatizzata di immagini e video precedentemente sconosciuti e l’analisi automatizzata del testo nelle chat private.

Attività di lobbying

Patrick Breyer, che si batte contro Chat Control, ha affermato che aziende tecnologiche – come la statunitense Thorn – e gruppi di pressione hanno cercato di “creare panico” in Europa per indurla ad adottare tali misure.

“Inondare le nostre forze dell’ordine di falsi positivi e duplicati derivanti dalla sorveglianza di massa non salva un solo bambino dagli abusi. Il definitivo fallimento di Chat Control è un chiaro segnale di stop a questa mania di sorveglianza”, ha detto. “La scansione di massa indiscriminata dei nostri messaggi privati ​​deve finalmente lasciare il posto a una protezione dei minori realmente efficace e mirata, che rispetti i diritti fondamentali”.

La Commissione europea, il Parlamento europeo e il Consiglio europeo stanno continuando i negoziati per un regolamento permanente, denominato Chat Control 2.0. Il Parlamento europeo preme per misure mirate anziché per la sorveglianza di massa dal 2023.

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Sora, dal lancio al declino. Perché OpenAI ha chiuso il progetto

La chiusura improvvisa di Sora, la piattaforma di generazione video di OpenAI, ha lasciato tutti un pò sgomenti.

Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il motivo è molto semplice: il progetto era diventato troppo costoso, poco utilizzato e sempre meno sostenibile in un contesto di forte competizione tecnologica.

Lanciata con grande visibilità mediatica, Sora era stata presentata come la nuova frontiera “consumer” dell’AI, capace di portare la generazione video nelle mani degli utenti. L’interesse iniziale non è mancato: la piattaforma ha raggiunto circa un milione di utenti a livello globale.

Ma il dato si è rapidamente ridimensionato. Nel giro di pochi mesi, la base utenti è scesa sotto le 500 mila unità, segnale evidente di un prodotto che non è riuscito a consolidare l’adozione dopo il debutto.

Il problema dei costi

A pesare non è stata solo la domanda, ma soprattutto il modello economico. Sempre secondo il Wall Street Journal, Sora arrivava a bruciare circa 1 milione di dollari al giorno.

La ragione è tecnica: generare video con l’AI richiede una potenza computazionale molto superiore rispetto ai modelli linguistici. Ogni contenuto prodotto consuma risorse limitate, in particolare chip AI, oggi tra gli asset più strategici e scarsi per le aziende del settore.

In pratica, ogni utente che si inseriva in scenari virtuali (dalle simulazioni storiche alle ambientazioni cinematografiche ) contribuiva a ridurre una capacità computazionale preziosa, senza generare ricavi proporzionati.

La pressione della concorrenza

Mentre OpenAI continuava a investire su Sora, altri competitor avanzavano su fronti più redditizi. In particolare Anthropic, che ha rafforzato la propria presenza tra sviluppatori e imprese.

Prodotti come Claude Code, sempre secondo il Wall Street Journal, stavano guadagnando terreno proprio nei segmenti enterprise, oggi considerati centrali per la monetizzazione dell’AI.

Una dinamica che ha contribuito a spingere OpenAI a rivedere le proprie priorità.

A quel punto il CEO Sam Altman ha scelto una linea netta: chiudere Sora, liberare risorse computazionali e concentrarle su prodotti con maggiore impatto economico, in particolare nel campo del coding e delle applicazioni aziendali.

Una decisione che riflette un cambio di strategia più ampio: meno focus su prodotti ad alto impatto mediatico ma costosi, più attenzione a soluzioni scalabili e orientate ai ricavi.

Il caso Disney

La decisione di chiudere Sora ha avuto effetti immediati anche sulle partnership. Tra queste, quella con Disney, che aveva previsto un investimento da 1 miliardo di dollari e l’utilizzo di proprietà intellettuali come Marvel e Pixar nei contenuti generati.

Secondo quanto emerso, i vertici Disney sarebbero stati informati della chiusura meno di un’ora prima dell’annuncio pubblico. L’accordo è stato quindi interrotto bruscamente insieme al progetto.

Una scelta che evidenzia il carattere urgente della decisione e la pressione interna legata alla riallocazione delle risorse.

OpenAI punta sulla “Superapp”

La chiusura di Sora rientra in una strategia più ampia. OpenAI punta ora allo sviluppo di una “superapp” basata su AI agentica, capace di eseguire autonomamente attività complesse come scrittura di codice, analisi dati e gestione operativa.

Si tratta di un cambio di paradigma: dall’AI come strumento creativo all’AI come infrastruttura produttiva integrata nei processi aziendali.

Il team che lavorava su Sora sarà riallocato su progetti di lungo periodo, inclusa la robotica, mentre le risorse computazionali verranno concentrate sui modelli e prodotti con maggiore impatto economico.

Per OpenAI, la scelta rappresenta un compromesso tra visione e sostenibilità. Come sottolineato dallo stesso Altman, si tratta di “decisioni difficili”, ma necessarie per mantenere la competitività nel lungo periodo.

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In Austria il Governo vuole vietare i social media agli under 14

In Austria il governo vuole vietare i social media agli under 14 entro giugno, motivando l’accelerazione e l’iniziativa a livello nazionale con le lungaggini della Ue che medita un provvedimento del genere, ma ci vorrà di più.

La mossa di Vienna arriva mentre l’UE e i paesi membri si affannano a trovare soluzioni per proteggere i bambini dai pericoli dei social media.

Lungaggini a livello Ue

La decisione di vietare i social media agli under 14 è stata annunciata dal governo non più tardi di venerdì. Una bozza di proposta è attesa entro giugno e l’Austria vuole muoversi in fretta e in autonomia perché “siamo consapevoli del fatto che a livello Ue ci vorrà ancora del tempo”, ha detto il vice cancelliere Andreas Babler.

Babler ha detto che il governo vuole introdurre regole concrete per le piattaforme social e anche perseguire una restrizione di età a livello europeo attraverso il Digital Services Act.

Paesi Ue in ordine sparso

La decisione arriva mentre l’UE e gli Stati membri si affannano a trovare soluzioni per proteggere i bambini dai pericoli dei social media. Paesi come Spagna, Francia, Danimarca e Portogallo stanno già procedendo con piani per l’introduzione di restrizioni di età.

I sostenitori sostengono che le restrizioni legate all’età, che stabiliscono un’età minima per le piattaforme social più coinvolgenti, siano fondamentali per proteggere la salute fisica e mentale dei bambini.

I critici affermano che i divieti sono inefficaci e dannosi per la privacy perché richiedono agli utenti di verificare la propria identità online.

Michael O’Flaherty, consigliere per i diritti umani e commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha dichiarato a POLITICO che i divieti non sono né “proporzionati né necessari”.

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Engineering, nel 2025 ricavi a 1,76 miliardi di euro (+2,5%). Bisio: “Acceleriamo sulla GenAI”

Engineering chiude il 2025 con ricavi in crescita e una redditività in miglioramento, confermando il proprio posizionamento nel mercato della trasformazione digitale e accelerando sull’adozione dell’AI generativa.

Il Consiglio di amministrazione del gruppo ha approvato il bilancio consolidato dell’esercizio 2025, che evidenzia ricavi netti pari a 1,76 miliardi di euro, in aumento del 2,5% rispetto ai 1,72 miliardi del 2024. In crescita anche gli indicatori di marginalità: l’EBITDA adjusted post-CapEx si attesta a 238,8 milioni di euro (+11,2%), mentre l’EBITDA adjusted raggiunge i 280,3 milioni (+1,5%). L’EBIT sale a 135,9 milioni di euro (+12,9%), sostenuto anche dalla riduzione degli accantonamenti e dal miglioramento della qualità del portafoglio crediti.

Secondo il gruppo, i risultati sono stati favoriti da una maggiore disciplina nella gestione dei costi, dal progressivo rientro del ciclo di investimenti e dalla riduzione delle componenti non ricorrenti. La crescita dei ricavi, interamente organica, è stata trainata dallo spostamento verso attività a più alto valore aggiunto, in particolare soluzioni digitali e software proprietari, oltre che dalla solida domanda nel settore pubblico, incluso l’healthcare.

L’indebitamento finanziario netto si attesta a 1,17 miliardi di euro, in miglioramento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Parallelamente, Engineering segnala un rafforzamento della capacità di generazione di cassa, sostenuto dalla maggiore redditività operativa e da una gestione prudente del capitale circolante, nonostante maggiori oneri finanziari legati al rifinanziamento completato a inizio 2025.

Il CEO di Engineering Aldo Bisio: “Il nostro impegno è ora focalizzato al 100% sull’accelerazione della trasformazione innescata dalla GenAI”

I risultati del 2025 evidenziano che il Gruppo si conferma ben posizionato per intercettare i trend strutturali della digitalizzazione del Paese, con particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale e allo sviluppo di soluzioni proprietarie tecnologicamente avanzate. Anche grazie al supporto dei nostri azionisti Bain Capital e Renaissance Partners, il nostro impegno è ora focalizzato al 100% sull’accelerazione della trasformazione innescata dalla GenAI. Guardiamo avanti con determinazione, poiché crediamo che questa discontinuità tecnologica possa essere anche una opportunità se avremo la forza e il coraggio di cambiare passo in velocità”, ha commentato l’amministratore delegato Aldo Bisio.

EngGPT e il modello di AI sovrana

Nel corso dell’anno, Engineering ha definito un modello architetturale basato sul concetto di “AI sovrana”, con l’obiettivo di garantire controllo, sicurezza e governabilità delle soluzioni AI all’interno delle organizzazioni. L’approccio punta a integrare modelli proprietari e di terze parti in architetture ibride, preservando al tempo stesso dati, proprietà intellettuale e compliance.

In questo contesto si inserisce l’evoluzione di EngGPT, la piattaforma di Private Generative AI del gruppo, progettata secondo criteri di apertura e auditabilità e allineata ai requisiti dell’AI Act. La soluzione è pensata per supportare ambienti enterprise complessi con un utilizzo efficiente e scalabile delle risorse computazionali.

Parallelamente, Engineering ha esteso l’uso della GenAI lungo l’intero ciclo di sviluppo software, registrando benefici in termini di produttività ed efficienza operativa.

Sul fronte ricerca e innovazione, il gruppo può contare su una divisione con oltre 450 ricercatori e data scientist e su una rete internazionale di partner accademici e industriali. Nel 2025 sono stati portati avanti oltre 90 progetti, con investimenti superiori a 24 milioni di euro, focalizzati su AI, cloud, cybersecurity e data space. Rafforzata anche la presenza nei programmi europei, con la partecipazione a iniziative come IPCEI “Avant” e il nuovo progetto “Tech4Cure” per il settore healthcare.

Contestualmente, il CdA ha approvato anche il bilancio di sostenibilità 2025, redatto su base volontaria e sottoposto per il quinto anno consecutivo a revisione indipendente. Tra i risultati principali, il conseguimento della medaglia EcoVadis Platinum e l’introduzione di una nuova sezione dedicata alla creazione di valore, in linea con i futuri requisiti della direttiva CSRD.

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In Italia mortalità infantile tra le più basse al mondo

In Italia muoiono sempre meno neonati: 1,8 ogni 1000. Nel mondo il tasso è 17,2

L’Italia è oggi tra i luoghi più sicuri al mondo dove nascere. Lo dicono i numeri del Child Mortality Report 2025: il tasso di mortalità infantile è tra i più bassi a livello globale, con soli 2,3 decessi ogni 1.000 nati vivi. Eppure, la sicurezza dei dati non cancella la fragilità dei più piccoli: per molti neonati, i primi giorni di vita rappresentano ancora una sfida sospesa su un filo sottile.”

Il volto della mortalità infantile è cambiato radicalmente. Se un tempo le cause principali erano le carenze igieniche o la mancanza di cure, oggi il rischio si concentra quasi esclusivamente sulla fase neonatale e su casi di estrema complessità clinica. La medicina moderna si sposta su una nuova frontiera: quella dei grandi prematuri — nati anche prima della 28ª settimana — con organismi ancora fragili e vulnerabili alle infezioni. Parallelamente, grazie a diagnosi prenatali sempre più precise e interventi tempestivi, siamo in grado di affrontare malformazioni congenite che un tempo non avrebbero lasciato speranza. Tuttavia, in questo scenario, il “rischio zero” rimane un miraggio. La vera sfida oggi si gioca nella gestione di fragilità estreme, dove anche i sistemi sanitari più avanzati si scontrano con i limiti della natura.

Italia tra i Paesi con meno morti infantili

La mortalità infantile, cioè i decessi che avvengono entro il primo anno di vita, in Italia è crollata negli ultimi decenni. Se nel 1990 si registravano 8,4 decessi ogni 1.000 nati vivi, nel 2024 il dato è sceso a 2,3. Tradotto in numeri reali, il cambiamento è impressionante: siamo passati da 5.000 decessi nel primo anno a circa 1.000. In poco più di trent’anni, il rischio si è ridotto di oltre due terzi, posizionando il nostro Paese ai vertici della sicurezza mondiale. Questo risultato è legato a un sistema sanitario pubblico che, pur tra difficoltà, ha mantenuto standard elevati, insieme a una migliore assistenza durante la gravidanza e a condizioni di vita che oggi garantiscono ai neonati una protezione senza precedenti.

Mortalità neonatale in Italia: dati e sfide

Oggi la vera sfida della mortalità infantile si gioca nei primissimi giorni di vita. La mortalità neonatale — cioè quella che riguarda i primi 28 giorni — è la fase in cui la vulnerabilità del neonato è massima. Anche qui il progresso italiano è evidente: siamo passati dai 6,4 decessi ogni 1.000 nati vivi del 1990 — circa 4.000 casi l’anno — ai 3,5 del 2000, fino a raggiungere 1,8 nel 2024, un livello molto più basso rispetto alla media globale, pari a 17,2 per 1.000.

Se si guarda alla distribuzione delle cause, emerge con chiarezza dove si concentra oggi il rischio. Come si vede dal grafico, la prematurità da sola pesa per oltre un terzo dei decessi neonatali (36,6%), confermandosi il fattore più rilevante. Seguono le anomalie congenite (22,6%) e un insieme di condizioni meno specifiche ma comunque significative (circa 20%). Più distanziate, ma ancora rilevanti, le complicazioni legate al parto, come asfissia e trauma (12,4%), e le infezioni sistemiche come la sepsi (8,0%). Le altre cause, come le infezioni respiratorie o le lesioni, incidono invece in misura molto più limitata. Nel complesso, il quadro è chiaro: la mortalità neonatale non è più dominata da cause diffuse e prevenibili, ma da condizioni complesse, spesso legate allo sviluppo del neonato e alla fase immediatamente successiva alla nascita.

Perché ridurre la mortalità infantile è più difficile

Per capire davvero questi numeri, però, non basta guardare quanto sono scesi: conta anche con quale velocità. Nel caso dell’Italia, la riduzione della mortalità segue un ritmo medio annuo del 3,7% tra il 1990 e il 2024, un dato che racconta un miglioramento costante nel tempo. Ma c’è un aspetto interessante che merita di essere messo sotto attenzione: man mano che i livelli diventano molto bassi, continuare a ridurli diventa sempre più difficile. È come avvicinarsi a un limite: ogni ulteriore passo richiede interventi più mirati, tecnologie più avanzate e una qualità dell’assistenza sempre più alta. Per questo oggi il calo appare meno “visibile” rispetto al passato, ma è in realtà il segnale di un sistema che ha già raggiunto standard molto elevati e che ora lavora su margini sempre più sottili.

In calo anche la mortalità sotto i 5 anni

Se si allarga lo sguardo ai primi cinque anni di vita, il quadro resta coerente. In Italia il tasso di mortalità sotto i cinque anni passa da 9,7 decessi ogni 1.000 nati vivi nel 1990 a 5,6 nel 2000, fino a 2,7 nel 2024, con una riduzione complessiva di oltre il 70%. Anche in questo caso il calo si riflette nei numeri assoluti: da circa 5.000 morti l’anno a poco più di 1.000. Un elemento che emerge dai dati è il divario tra maschi e femmine: i primi presentano un rischio leggermente più alto, sia nel 1990 (10,6 contro 8,7) sia nel 2024 (2,9 contro 2,5). È una differenza fisiologica osservata in molti Paesi, ma che si riduce man mano che i livelli complessivi scendono.

Mortalità infantile nel mondo: dati e trend

Anche a livello globale, la mortalità infantile si concentra sempre più all’inizio della vita. Nel 2024 i decessi sotto i cinque anni sono pari a 4,9 milioni, di cui 2,3 milioni avvengono nei primi 28 giorni: significa che circa il 47% delle morti si registra nel primo mese. È un dato in crescita rispetto al passato: nel 2000 la quota neonatale era intorno al 41%, segno che il peso dei primi giorni di vita è aumentato nel tempo. Il motivo è chiaro guardando le dinamiche: tra il 2000 e il 2024 la mortalità tra 1 e 59 mesi è diminuita del 57%, mentre quella neonatale si è ridotta del 45%, quindi più lentamente. Il risultato è uno spostamento progressivo del rischio verso la fase iniziale della vita.

Il rischio, quindi, non è scomparso, ma si è compresso in una finestra temporale molto più breve. Oggi non è più distribuito lungo tutta l’infanzia, ma si concentra nelle prime settimane, e in molti casi nelle prime ore dopo la nascita. È un passaggio cruciale: il momento del parto, la transizione alla vita autonoma, le condizioni immediate del neonato. I numeri raccontano proprio questo: meno morti complessive, ma sempre più concentrate in uno spazio iniziale ristretto, dove ogni intervento deve essere rapido e altamente efficace. È qui che si gioca oggi la parte decisiva della sopravvivenza nelle prime settimane di vita.

Prematurità e parto tra le cause principali

Nei Paesi ad alto reddito la mortalità infantile non è più legata in modo prevalente a infezioni diffuse o alla mancanza di cure, ma a condizioni che emergono nelle fasi più delicate della nascita e subito dopo. A livello globale, tra i decessi neonatali – cioè nei primi 28 giorni di vita – la causa principale è la prematurità (18%), seguita dalle complicazioni legate al parto, come asfissia o trauma (10%), e dalle anomalie congenite (7%). Si tratta di eventi che dipendono meno dalla semplice disponibilità di cure e più dalla qualità e tempestività dell’assistenza: il grado di sviluppo del neonato, le condizioni della gravidanza, la gestione clinica del parto e le prime ore di vita. È qui che si concentra oggi una quota rilevante dei decessi, all’interno di un contesto sanitario già avanzato.

Questo spostamento delle cause cambia anche il significato dei dati sulla mortalità. Se in passato interventi come vaccinazioni, igiene e accesso ai servizi sanitari permettevano riduzioni rapide e diffuse, oggi il margine di miglioramento si gioca su ambiti molto più specialistici. La riduzione ulteriore dei decessi dipende dalla capacità di intervenire su casi complessi, che richiedono tecnologie avanzate, personale altamente qualificato e un’organizzazione efficace dell’assistenza. In questo scenario, la mortalità infantile diventa sempre più un indicatore della qualità del sistema sanitario, in particolare della sua componente ospedaliera e neonatologica, più che delle condizioni sociali di base.

Mortalità infantile: progressi più lenti dopo il 2015

Negli ultimi anni la riduzione della mortalità infantile ha perso slancio. Tra il 2000 e il 2015 il calo dei decessi sotto i cinque anni è stato rapido e continuo, con un tasso medio annuo del 3,9%. Nel periodo successivo, dal 2015 al 2024, il ritmo si è ridotto all’1,5% annuo, circa 2,5 volte più lento. I progressi non si sono fermati, ma hanno cambiato intensità: la traiettoria resta in discesa, ma con una pendenza molto più contenuta, a fronte di 4,9 milioni di morti nel 2024.

Questo cambio di ritmo riflette una trasformazione nella natura della mortalità infantile. Le riduzioni più rapide si sono ottenute intervenendo su cause diffuse e prevenibili. Oggi il peso si concentra su condizioni più complesse, soprattutto nel periodo neonatale. Con l’avvicinarsi a livelli più bassi, ogni ulteriore riduzione richiede interventi più sofisticati e produce risultati più graduali. Se la tendenza attuale prosegue, si stimano 27,3 milioni di morti sotto i cinque anni entro il 2030, a conferma di un rallentamento che ha implicazioni rilevanti anche nel medio periodo.

Dove si muore di più nel mondo

La distribuzione della mortalità sotto i cinque anni resta profondamente diseguale tra le diverse aree del mondo. Nel 2024 l’Africa subsahariana registra il livello più elevato, con 71,6 decessi ogni 1.000 nati vivi, seguita dall’Asia meridionale (32,8), mentre l’Asia orientale e sud-orientale scende a 13,0. Valori intermedi si osservano in America Latina e Caraibi (15,4) e in Nord Africa e Asia occidentale (26,1). All’estremo opposto si collocano le aree a più alto reddito: Europa e Nord America si attestano a 5,2 per 1.000, mentre in Australia e Nuova Zelanda il dato scende fino a 3,8. Il divario resta quindi molto ampio: si passa da meno di 4 decessi per 1.000 nei sistemi più avanzati a oltre 70 in alcune aree africane, con differenze che superano di oltre dieci volte tra i livelli più bassi e quelli più alti.

Questa distanza tra le aree si riflette anche nella forte concentrazione geografica dei livelli più elevati. Nel 2024 solo tre Paesi – Niger, Nigeria e Somalia – superano i 100 decessi per 1.000 nati vivi, mentre nel 2000 erano 41. I 20 Paesi con i tassi più alti presentano tutti valori superiori a 60 per 1.000 e 19 su 20 si trovano nell’Africa subsahariana. Il quadro globale è quindi sempre più polarizzato: da un lato la maggior parte del mondo ha ridotto drasticamente la mortalità nei primi anni di vita, dall’altro una quota limitata di Paesi continua a registrare livelli ancora molto elevati, spesso legati a condizioni di fragilità economica, sanitaria e istituzionale.

Fonte: UN IGME – Child Mortality Report 2025
Anno di riferimento 2024

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“Contro Anthropic un caso di ritorsione”, la sentenza di un giudice federale nel caso Amodei-Trump

Orwelliano” e privo di fondamento il tentativo del Pentagono di mettere al bando Anthropic, la sentenza di San Francisco

Gli Stati Uniti dimostrano sempre di essere un grande Paese, sento dire da più parti. Ci sono numerosi motivi per non crederci fino in fondo, basta seguire l’attualità, ma certo non possiamo dire che non sorprendono a volte. Un giudice federale della California ha sospeso le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump ad Anthropic, affermando che i provvedimenti governativi probabilmente erano illegali, in quanto avevano inserito la società proprietaria del chatbot di AI Claude nella lista nera solo per aver espresso preoccupazione per l’utilizzo della sua tecnologia da parte del Pentagono.

Nessuna disposizione di legge in materia avvalora l’idea orwelliana che un’azienda americana possa essere etichettata come potenziale avversaria e sabotatrice degli Stati Uniti per aver espresso dissenso nei confronti del governo”, ha scritto il giudice di San Francisco Rita F. Lin, nel provvedimento di 43 pagine in cui di fatto accoglieva la richiesta di Anthropic di un’ingiunzione preliminare nella sua causa contro il governo, congelando un ordine presidenziale che vietava a tutte le agenzie federali e in particolare al Dipartimento della Guerra di utilizzare la tecnologia di Anthropic.

La sentenza, infatti, sospende anche la designazione da parte del Pentagono di Anthropic come azienda a rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale, un’etichetta solitamente riservata alle organizzazioni provenienti da paesi stranieri ostili.

Siamo grati al tribunale per la rapidità con cui ha agito e siamo lieti che concordi sul fatto che Anthropic abbia buone probabilità di successo nel merito“, ha dichiarato un portavoce dell’azienda.

Trump ha violato il Primo emendamento, la sua è ritorsione

La corte ha quindi “temporaneamente” bloccato il bando imposto dall’amministrazione Trump, che impediva alle agenzie federali di utilizzare la tecnologia di Anthropic (inclusa l’AI Claude), evidenziando che tale misura sembra essere una ritorsione per le critiche pubbliche mosse dall’azienda e una palese violazione del diritto di libertà di espressione tutelato dal Primo Emendamento.

I documenti del tribunale indicano inoltre che la mossa era principalmente una risposta alla riluttanza dell’azienda a collaborare su specifici usi militari dell’AI, piuttosto che una reazione a minacce concrete di sabotaggio.

La sentenza non obbliga certo il Dipartimento della Guerra ad usare Claude o altre soluzioni AI di Anthropic, ma sospende l’etichetta di entità ostile per la supply chain, che è un giudizio pesantissimo per una società di questo livello.

Insomma, si è trattato di pura ritorsione da parte dell’amministrazione Trump con la società di Dario Amodei. Il giudice ha scritto nero su bianco che “queste misure sembrano concepite per punire Anthropic”.

Si sancisce che se il governo può scegliere di non utilizzare una determinata tecnologia, allo stesso tempo non può abusare dei propri poteri per penalizzare un’azienda statunitense solo per il suo dissenso.

Lo stesso CEO di Anthropic, Amodei, aveva definito la decisione di Trump “ritorsione e punizione” ingiustificata, mentre il rifiuto di dare seguito alle richieste del segretario del Dipartimento della Guerra, Pete Helseth, di rendere l’AI disponibile senza restrizioni per sorveglianza di massa e applicazioni di guerra, rientrano nel diritto di critica al proprio Governo.

Violato il Primo emendamento

Questo provvedimento cautelare preliminare affronta in modo approfondito alcune questioni classiche, ovvero garantire che non vi siano ritorsioni contro un’azienda o un individuo per aver esercitato i propri diritti sanciti dal Primo Emendamento, e assicurare che, quando vengono prese decisioni così importanti, potenzialmente in grado di paralizzare un’attività commerciale, vengano rispettate le procedure previste“, ha spiegato a npr.org Jennifer Huddleston, ricercatrice senior in politica tecnologica presso il Cato Institute, un think tank libertario.

Il Governo americano ha una settimana di tempo per impugnare la sentenza di San Francisco davanti alla Corte d’Appello del Ninth Circuit, una delle 12 corti d’appello federali statunitensi, posizionata subito sotto la Corte Suprema. È la più grande e geograficamente estesa tra le corti d’appello federali coprendo California, Arizona, Nevada, Oregon, Washington, Idaho, Montana, Alaska, Hawaii, e i territori di Guam e Isole Marianne Settentrionali.

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Tribunale olandese vieta a Grok di generare immagini di nudo false e minaccia sanzioni di 100mila euro al giorno

Un tribunale di Amsterdam ha ordinato giovedì a Grok, l’azienda di Elon Musk, di interrompere la generazione di immagini di nudo non consensuali e di materiale pedopornografico.

La società xAI, proprietaria del chatbot basato sull’intelligenza artificiale, è stata condannata a pagare un risarcimento di 100mila euro al giorno per ogni giorno di inadempienza, fino a un massimo di 10 milioni di euro.

Generazione e diffusione di immagini a sfondo sessuale vietate senza consenso

Il giudice olandese ha detto che la generazione e la diffusione di filmati a sfondo sessuale sono vietate “quando la funzionalità per spogliare parzialmente o completamente le persone viene utilizzata senza il loro esplicito consenso”. Il giudice ha inoltre proibito la generazione di filmati “che, secondo la legge olandese, si qualificano come materiale pedopornografico”.

Sebbene il divieto si applichi soltanto nei Paesi Bassi, i gruppi che hanno intentato la causa sostengono che potrebbe avere ripercussioni più ampie, poiché Grok non è in grado di determinare il luogo di residenza di un utente.

X non ha risposto a una richiesta di commento.

X ha adottato misure per limitare Grok da gennaio

La piattaforma ha adottato misure per limitare le funzionalità a gennaio, dopo che si è scoperto che Grok generava immagini di persone reali in bikini o nude. Si stima che siano state generate circa 3 milioni di immagini in 11 giorni.

All’epoca, X disse che: “Restiamo impegnati a rendere X una piattaforma sicura per tutti e continuiamo ad avere tolleranza zero per qualsiasi forma di sfruttamento sessuale minorile, nudità non consensuale e contenuti sessuali indesiderati”.

Il giudice ha riconosciuto che X e xAI hanno adottato una serie di misure per contrastare la diffusione di immagini di nudo false e materiale pedopornografico, ma ha anche aggiunto che non si può essere certi dell’efficacia di tali misure.

Il caso è stato portato avanti da Offlimits, un’organizzazione che combatte gli abusi online, e da Fonds Slachtofferhulp, che assiste le vittime di reati. Hanno presentato una denuncia alla fine di febbraio.

Il presidente di Offlimits, Robbert Hoving, ha definito la sentenza “una notizia fantastica”, dichiarando a POLITICO che “la tecnologia non può mai essere la causa di vittime”.

La Commissione europea ha avviato un’indagine su X alla fine di gennaio.

Sia i parlamentari europei che i paesi dell’UE hanno spinto per il divieto delle app di nudizzazione tramite intelligenza artificiale, nell’ambito di un tentativo di modificare le norme UE sull’IA. Il divieto potrebbe entrare in vigore entro l’estate.

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Cloud sovrano è corsa globale: capacità oltre 16.000 MW entro il 2035

Cloud infrastrutture strategica, cresce la capacità ma anche l’esigenza della governance

La domanda globale di soluzioni di sovereign cloud è destinata a crescere in modo esponenziale nel prossimo decennio, riflettendo un cambio di paradigma nelle strategie digitali di governi e grandi organizzazioni. Secondo le ultime stime di ABI Research, la capacità IT attiva nei data center sovrani passerà dai 3.127 MW del 2025 a oltre 16.000 MW nel 2035. Ancora più marcata la crescita della capacità disponibile, che salirà da 4.455 MW a più di 24.000 MW, mentre la capacità complessiva installata (“under the roof”) raggiungerà i 34.212 MW, rispetto ai 6.400 MW attuali.

Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il cloud, da semplice leva di efficienza tecnologica, diventa sempre più un’infrastruttura critica, al centro delle politiche industriali e di sicurezza nazionale. Il concetto di sovereign cloud si inserisce esattamente in questo contesto. Non si tratta soltanto di localizzare i dati entro confini geografici, ma di garantire che l’intero ciclo di vita delle informazioni — dalla conservazione all’elaborazione — resti sotto il controllo giuridico, normativo e operativo di uno Stato o di un’area regolatoria.

In termini concreti, significa assicurare che dati sensibili, applicazioni strategiche e sistemi digitali fondamentali non siano esposti a normative extraterritoriali, accessi non autorizzati o pressioni geopolitiche. Una questione che riguarda direttamente settori chiave come sanità, finanza, energia e pubblica amministrazione, sempre più dipendenti da infrastrutture cloud per il loro funzionamento quotidiano.

Il controllo dei dati, centrale ridurre le dipendenze dai fornitori esteri

La spinta verso il cloud sovrano è alimentata da un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche, dall’uso sempre più frequente di strumenti economici e tecnologici come leve di pressione e da un aumento significativo delle minacce cyber. In questo scenario, il controllo dei dati si configura come un elemento essenziale della sovranità nazionale, al pari delle infrastrutture fisiche o delle risorse energetiche.

Un altro fattore determinante è la forte concentrazione del mercato del cloud nelle mani di pochi grandi operatori globali. Se da un lato questi garantiscono scalabilità e innovazione, dall’altro pongono interrogativi rilevanti in termini di dipendenza tecnologica e di esposizione a normative straniere. Da qui la crescente attenzione, soprattutto in Europa e nell’area Asia-Pacifico, verso modelli di cloud che combinino le capacità industriali degli hyperscaler con requisiti stringenti di sovranità e controllo locale.

L’evoluzione del mercato seguirà, secondo ABI Research, una traiettoria articolata. Nel breve periodo (2025-2026) saranno soprattutto l’aumento dei rischi cyber e le tensioni internazionali a spingere investimenti nella capacità disponibile e nelle infrastrutture necessarie a sostenere carichi ad alte prestazioni, in particolare per l’intelligenza artificiale e l’addestramento dei modelli linguistici. In questa fase, la crescita della capacità attiva sarà più contenuta, mentre governi e imprese lavoreranno alla definizione di requisiti e standard di sovranità.

Tra il 2027 e il 2031 si assisterà a una fase di accelerazione, favorita da un quadro normativo più chiaro e da una maggiore maturità operativa. I progetti sovereign entreranno pienamente in produzione e il divario tra capacità installata e utilizzata tenderà a ridursi, pur mantenendo gli hyperscaler un ruolo dominante, seppur in configurazioni più regolamentate e integrate con le esigenze locali.

Più attenzione a efficienza energetica e ottimizzazione delle risorse

Dopo il 2033, la crescita è destinata a rallentare, non tanto per una diminuzione della domanda quanto per vincoli strutturali legati alla disponibilità energetica, ai limiti fisici dei siti e all’aumento dei costi. In questa fase, l’attenzione si sposterà sull’efficienza, sull’ottimizzazione delle risorse e su infrastrutture sempre più specializzate.

Nel complesso, la traiettoria delineata evidenzia come il sovereign cloud sia destinato a diventare un elemento cardine delle politiche di autonomia strategica. In un contesto segnato da incertezza e competizione tra sistemi tecnologici, la capacità di controllare e proteggere i propri dati rappresenta non solo un vantaggio competitivo, ma una condizione necessaria per garantire sicurezza, resilienza e continuità operativa nel lungo periodo.

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Copia privata: AIIP, Andec, Anitec-Assinform, Asmi e Assintel replicano alla risposta del ministro Giuli all’interrogazione parlamentare

In relazione alla risposta fornita dal Ministero della Cultura all’interrogazione parlamentare sull’aggiornamento delle tariffe per l’equo compenso per copia privata, AIIP, ANDEC, Anitec-Assinform, Asmi e Assintel evidenziano come la risposta non abbia pienamente chiarito le motivazioni alla base delle scelte operate dal Ministero.

Il nodo irrisolto delle doppie imposizioni

In particolare, restano elementi di riflessione sull’introduzione di un meccanismo che prevede l’applicazione del compenso sia sui dispositivi sia sui servizi di memorizzazione in cloud, con l’evidente risultato di doppie imposizioni.

Il decreto ha ignorato i contributi della consultazione

Si rileva, inoltre, come il decreto adottato sia esattamente coincidente con la versione posta in consultazione, nonostante i contributi pervenuti – inclusi quelli di segno critico – che auspicavano una più ampia valutazione delle osservazioni avanzate dalle categorie interessate.

Meccanismo di prelievo deve essere proporzionato e ragionevole

Alla luce del quadro normativo vigente, l’aggiornamento del decreto avrebbe dovuto fondarsi non solo su un’analisi tecnica ed evolutiva del mercato e delle abitudini di utilizzo, ma anche su un equilibrato contemperamento di tutti gli interessi. Da un lato, è fondamentale garantire una giusta remunerazione per autori, artisti e produttori; dall’altro, è altrettanto importante assicurare che il meccanismo di prelievo risulti proporzionato e ragionevole e che non sia in contraddizione con gli obiettivi di digitalizzazione, crescita e inclusione perseguiti dal Governo.

Prelievo esteso al Cloud non è necessario

In questo contesto ribadiamo che, nel rispetto della giurisprudenza europea, non è necessario estendere il prelievo al cloud: l’attuale sistema già remunera la copia privata tramite i dispositivi.

Non danneggiare le imprese e i consumatori per pagare la SIAE

Sosteniamo una soluzione più equa e trasparente e auspichiamo la revisione delle tariffe allo scopo di favorire una raccolta più efficiente delle risorse per gli autori e la SIAE, senza danneggiare i consumatori e le imprese italiane, con interventi di contrasto all’evasione dell’equo compenso e di tutte le relative imposte in un contesto di competitività leale e legale.

Si favorisce l’evasione

L’aumento delle tariffe rischia, inoltre, di determinare un’ulteriore distorsione del mercato, favorendo le importazioni parallele e l’evasione e riducendo le entrate derivanti dal compenso per copia privata, con effetti negativi per l’intero sistema Paese.

Le associazioni ribadiscono, quindi, la necessità di un intervento che garantisca un equilibrio tra la tutela dei diritti degli autori e un sistema di prelievo coerente con l’evoluzione delle modalità di fruizione dei contenuti digitali.

In assenza di ulteriori chiarimenti su questi aspetti e alla luce delle considerazioni emerse l’unica strada percorribile sarà quella del ricorso amministrativo.

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OpenAI, stop alla modalità erotica e taglio ai progetti secondari. Pesa la competitività con Anthropic

OpenAI mette in pausa, a tempo indeterminato, lo sviluppo di una modalità erotica per ChatGPT. La decisione, anticipata dal Financial Times, segna l’ennesimo passo indietro su un progetto che aveva già sollevato forti critiche sia all’esterno sia all’interno dell’azienda. L’idea di una “adult mode”, proposta dal CEO Sam Altman lo scorso ottobre, aveva infatti innescato un acceso dibattito, culminato a gennaio in un confronto teso tra dirigenti e consulenti. In quell’occasione, uno dei membri del board aveva avvertito del rischio di creare un sistema assimilabile a un “coach suicida sexy”, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

Tra polemiche e rinvii, la funzionalità non ha mai visto la luce e oggi non esiste alcuna timeline per un eventuale rilascio. Interpellata da TechCrunch, OpenAI ha scelto di non aggiungere ulteriori commenti, confermando di fatto lo stop.

La scelta si inserisce in una più ampia revisione strategica. Negli ultimi giorni, l’azienda ha progressivamente abbandonato o ridimensionato diversi progetti considerati non prioritari. Tra questi, Instant Checkout, pensato per trasformare ChatGPT in un hub di acquisti online, e Sora, il generatore video basato su AI, criticato per aver contribuito alla diffusione massiva di contenuti di scarsa qualità.

Dietro queste decisioni c’è un cambio di passo preciso: concentrare risorse e sviluppo su due direttrici principali, il mercato enterprise e gli strumenti per sviluppatori. Una linea già emersa nelle scorse settimane, quando il Wall Street Journal aveva parlato di una “importante svolta strategica” per eliminare distrazioni e rafforzare il core business.

Anthropic preoccupa OpenAI

Il tempismo non è casuale. OpenAI si trova oggi a fronteggiare una crescente pressione competitiva, in particolare da parte di Anthropic, che negli ultimi mesi ha accelerato sul rilascio di soluzioni per coding e applicazioni aziendali, guadagnando terreno tra i clienti.

La competizione si estende anche sul piano istituzionale. Le due aziende si sono confrontate apertamente sui contratti con il Pentagono, con OpenAI che ha recentemente annunciato un accordo da 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa. Anthropic, al contrario, è attualmente coinvolta in una disputa legale con l’agenzia.

Nel complesso, il segnale è chiaro: l’AI si sta progressivamente allontanando da sperimentazioni più controverse o orientate all’intrattenimento, per convergere verso applicazioni ad alto valore economico e strategico. 

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