Il “partito delle criptovalute” va alle elezioni di medio termine. Quali rischi per la democrazia USA?

L’obiettivo del gruppo di advocacy Stand with crypto è rafforzare la presenza di legislatori “crypto-friendly” al Congresso

Le criptovalute sono ormai una realtà finanziaria in continua crescita. Spesso occupano le prime pagine dei giornali e dei siti di informazione, soprattutto quando il loro valore cresce a dismisura, o, al contrario, quando crolla. Non a caso, sono considerate tra gli asset più volatili del mercato finanziario: i prezzi possono oscillare molto in poche ore, con guadagni straordinari, ma anche perdite estreme in tempi brevi.

Nonostante ciò, soprattutto negli Stati Uniti, le criptovalute hanno acquistato in questi ultimi anni un peso politico enorme, in particolare dalle ultime presidenziali vinte da Donald Trump, che è un sostenitore accanito delle valute digitale (tanto che ne ha coniata una personale e una per la moglie).

Secondo quanto riportato da Semafor, il gruppo di advocacy creato da Coinbase, Stand with Crypto, ha annunciato la volontà di partecipare alla campagna per le elezioni di medio termine del 2026. Un fatto a dir poco inedito, che segna un salto in avanti significativo nella crescente intersezione tra finanza digitale e politica americana.
L’organizzazione di advocacy, già protagonista nel sostenere candidati favorevoli alle criptovalute nell’ultimo ciclo elettorale, ha annunciato una strategia strutturata per influenzare il voto, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la presenza di legislatori “crypto-friendly” al Congresso.

Nasce il gruppo di voto, ecco i primi candidati sostenuti (e quelli osteggiati)

Al centro dell’offensiva c’è il lancio di un “voter hub”, una piattaforma che consente agli elettori di conoscere le posizioni dei candidati sugli asset digitali e di individuare le circoscrizioni considerate decisive, dove – secondo l’organizzazione – il voto degli utenti crypto potrebbe risultare determinante.

Stand With Crypto ha già individuato una prima lista di candidati da sostenere:

  • Zach Nunn (Repubblicano, Iowa)
  • Susie Lee (Democratica, Nevada)
  • Mike Lawler (Repubblicano, New York)
  • Don Davis (Democratico, North Carolina)
  • Greg Landsman (Democratico, Ohio)
  • Rob Bresnahan (Repubblicano, Pennsylvania)

Parallelamente, il gruppo ha preso posizione contro:

  • Scott Perry (Repubblicano, Pennsylvania)
  • Marcy Kaptur (Democratica, Ohio)

La selezione segue un criterio esplicito: il grado di impegno dei candidati verso politiche favorevoli alle criptovalute.

Non bisogna dimenticare che le società di criptovalute (le Big Crypto) hanno investito oltre 119 milioni di dollari direttamente per influenzare le elezioni federali del 2024, principalmente in un super PAC apartitico dedicato all’elezione di candidati favorevoli alle criptovalute e alla sconfitta degli scettici nei confronti di queste ultime. Meglio di loro hanno fatto solo le aziende del settore dei combustibili fossili.

Il “voto crypto” come fattore decisivo

Secondo un sondaggio citato dall’organizzazione, quasi sei possessori di criptovalute su dieci non votano stabilmente per lo stesso partito, mentre circa la metà sarebbe disposta a sostenere un candidato con posizioni favorevoli al settore anche in presenza di divergenze su altri temi.

Questo dato suggerisce la possibile formazione di un vero e proprio “blocco elettorale trasversale”, capace di spostare consensi in collegi dove la vittoria si gioca su poche migliaia – o addirittura centinaia – di voti.

È qui che emerge il nodo politico più delicato: in un sistema elettorale altamente competitivo come quello statunitense, una minoranza organizzata e altamente motivata può diventare decisiva.

Una lobby come le altre o una vera e propria crypto-oligarchia?

A prima vista, l’iniziativa di Stand With Crypto si inserisce nella tradizione americana dei gruppi di pressione (da noi chiamati gruppi di lobby). Tuttavia, presenta alcune caratteristiche distintive.

L’organizzazione afferma di poter mobilitare circa 52 milioni di possessori di criptovalute negli Stati Uniti, con una rete attiva di oltre 2,6 milioni di sostenitori.

Ma soprattutto, il settore crypto è caratterizzato da una forte concentrazione di ricchezza e capitale, spesso nelle mani di grandi piattaforme e investitori istituzionali. Questo ha portato alcuni osservatori a parlare di una emergente “crypto-oligarchy”: un sistema in cui pochi attori economicamente dominanti possono esercitare un’influenza sproporzionata sul processo democratico.

Uno degli obiettivi principali dell’organizzazione è promuovere candidati favorevoli a una regolamentazione più permissiva delle criptovalute.

Stand With Crypto intende infatti valutare i candidati con un sistema di rating (da A a F), orientare il voto verso chi sostiene politiche favorevoli al settore e incentivare i legislatori a modificare le proprie posizioni per attrarre consenso e finanziamenti.

Il rischio, secondo diversi analisti, è quello di una “trappola regolatoria”, in cui le politiche pubbliche non vengono più determinate da un bilanciamento tra interessi (consumatori, stabilità finanziaria, sicurezza), ma dagli interessi di un settore specifico che acquista sempre più peso politico.

Effetti sul pluralismo e sulla rappresentanza

Se un numero crescente di seggi al Congresso diventasse sensibile alla pressione del voto crypto, le conseguenze potrebbero essere significative e potremmo assistere ad una sensibile riduzione del pluralismo nel dibattito finanziario, ma anche marginalizzazione di altri attori (banche tradizionali, autorità di vigilanza, consumatori) e maggiore influenza di interessi privati altamente capitalizzati.

In altre parole, si rischia una trasformazione della rappresentanza politica: da espressione dell’interesse generale a mediazione tra lobby settoriali sempre più potenti.

Democrazia a rischio distorsioni?

La domanda di fondo resta aperta: l’attivismo di Stand With Crypto rappresenta una fisiologica evoluzione del lobbying democratico o un segnale di squilibrio? Da un punto di vista giuridico, l’azione del gruppo è pienamente legittima. Tuttavia, inserita nel contesto attuale, contribuisce a una tendenza più ampia: il crescente peso di capitali altamente mobili e concentrati nel determinare le politiche pubbliche.

In un sistema dove spesso si vince “per pochi voti”, la capacità di orientare anche una piccola quota di elettori può diventare decisiva. Se questa capacità è guidata da interessi economici specifici, il rischio è che l’equilibrio democratico si sposti progressivamente verso forme di rappresentanza selettiva, più sensibili alle lobby che all’interesse collettivo.

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Cloud. Spesa globale in infrastrutture stimata a +30% nel 2026, ma cresce l’opposizione politica ai data center negli USA

Gli investimenti in infrastrutture cloud su scala mondiale aumentati del 30% nel 2025 e rimarranno sostenuti anche per il 2026. Guida l’AI

Il mercato globale delle infrastrutture cloud continua a correre senza freni, trainato da una nuova ondata di domanda legata all’intelligenza artificiale (AI). Ma mentre i grandi operatori accelerano gli investimenti per sostenere questa crescita, negli Stati Uniti, da sempre il cuore pulsante dell’industria, emergono tensioni politiche e sociali sempre più evidenti, legate all’impatto ambientale ed energetico dei data center.

Secondo le ultime stime di Omdia, la spesa globale per i servizi di cloud infrastructure ha raggiunto i 110,9 miliardi di dollari nel quarto trimestre del 2025, con una crescita annua del 29%. Un dato che non solo conferma la solidità del settore, ma segna anche il sesto trimestre consecutivo con un’espansione superiore al 20%. La previsione per il 2026 resta altrettanto sostenuta: +27/30% su base annua.

A guidare questa dinamica è il passaggio dell’intelligenza artificiale dalla fase sperimentale alla piena adozione operativa. Non si tratta più soltanto di addestrare modelli, ma di integrarli nei processi aziendali, nei flussi di lavoro e nei sistemi informativi. Questo richiede infrastrutture cloud sempre più scalabili, orchestrabili e governabili.

Accelerano Google e Microsoft sul mercato mondiale, Amazon spinge sugli investimenti: è sempre l’AI a guidare la corsa della spesa

I numeri dei principali hyperscaler raccontano bene questa trasformazione. Amazon Web Services mantiene la leadership con una quota di mercato del 32% e una crescita del 24%. Microsoft Azure accelera al 39%, mentre Google Cloud segna un impressionante +50%, consolidando la propria posizione come terzo player globale. Tutti e tre registrano backlog in forte aumento, segnale di una domanda che non accenna a rallentare.

Parallelamente, gli investimenti stanno crescendo a ritmi senza precedenti. AWS prevede una spesa in conto capitale di 200 miliardi di dollari nel 2026, oltre il 50% in più rispetto al 2025. Microsoft ha già toccato i 37,5 miliardi in un solo trimestre, mentre Google punta a un range compreso tra 175 e 185 miliardi, più del doppio rispetto all’anno precedente.

Questa corsa agli investimenti è alimentata da un cambiamento strutturale: l’AI non richiede più solo GPU, ma un ecosistema completo di calcolo, storage e networking. In altre parole, ogni applicazione intelligente diventa un moltiplicatore di domanda infrastrutturale.

Cresce negli USA l’opposizione politica ai data center AI, infrastrutture spesso riconosciute come “estrattive”

È proprio negli Stati Uniti, dove questa espansione è più intensa, che emergono le contraddizioni più forti. La costruzione di nuovi data center, spesso giganteschi e ad alta intensità energetica, con un non trascurabile impatto ambientale e sociale, sta incontrando una crescente resistenza da parte delle comunità locali.

Il tema non è solo ambientale, ma anche economico e sociale: consumo di acqua, pressione sulle reti elettriche, impatto sul territorio e benefici percepiti spesso limitati per le popolazioni residenti. In molti casi, i data center vengono percepiti come infrastrutture “estrattive”, che utilizzano risorse locali per alimentare servizi globali.

Queste tensioni sono state raccolte anche a livello politico. Il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno annunciato una proposta di legge (l’Artificial Intelligence Data Center Moratorium Act) che punta a sospendere a livello nazionale la costruzione di nuovi data center dedicati all’AI, almeno fino all’introduzione di solide normative federali.

La proposta prevede che ogni nuova infrastruttura venga bloccata finché non saranno garantite tutele per lavoratori e consumatori, salvaguardie ambientali e protezioni dei diritti civili. Un’iniziativa che rappresenta una delle posizioni più radicali emerse finora nel dibattito statunitense sull’intelligenza artificiale.

Una frattura politica e industriale

Il confronto è destinato a intensificarsi. Da un lato, le Big Tech sostengono che senza un’espansione rapida delle infrastrutture sarà impossibile sostenere la competitività americana nell’AI. Dall’altro, cresce la pressione per regolamentare un settore che consuma quantità crescenti di energia in un contesto già critico per la transizione climatica.

La questione energetica, in particolare, sta ridisegnando gli equilibri politici. Il fabbisogno dei data center per l’AI è tale da mettere sotto stress le reti elettriche regionali, spingendo alcuni Stati a rivedere piani di sviluppo e autorizzazioni. Non a caso, il tema sta diventando trasversale agli schieramenti, con preoccupazioni che vanno oltre le tradizionali divisioni ideologiche.

Nel 2024 i data center USA hanno consumato circa 180–200 TWh di elettricità, pari a circa il 4–4,5% del consumo nazionale totale, più di quanto serva a un paese come il Pakistan o la Thailandia, ma entro il 2030 questo consumo potrebbe salire a tra 400 e 500 TWh, ossia fino a 8–11% dell’elettricità USA.
In questo scenario, i data center assorbirebbero circa metà della crescita della domanda elettrica dell’intero Paese a fine decennio.

Nel frattempo, anche la competizione tra cloud provider si sposta sempre più verso il livello applicativo. Non basta più offrire capacità computazionale: la vera differenza si gioca sulle piattaforme per agenti AI, sulla governance degli strumenti e sulla capacità di integrare modelli e dati nei processi aziendali. È qui che AWS, Microsoft e Google stanno concentrando i nuovi sviluppi, con soluzioni sempre più orientate alla produzione su larga scala.

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L’Ue accusa PornHub, Stripchat e altri siti porno di non verificare l’età degli utenti

Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos hanno messo in campo misure inefficaci per tutelare i minori dal porno online

La Commissione europea ha constatato (in via preliminare) che Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos violano la legge sui servizi digitali (DSA) per non aver protetto adeguatamente i minori dall’esposizione a contenuti pornografici. Si tratta d’altronde di alcune tra le principali piattaforme online di pornografia, quindi in teoria di contenuti riservati esclusivamente ad un pubblico adulto, ma che in realtà sono accessibili a chiunque.

Secondo Bruxelles, “Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos non hanno individuato e valutato diligentemente i rischi che le loro piattaforme comportano per i minori che accedono ai loro servizi” e questo è accaduto perché nessuna di queste aveva sviluppato e utilizzato misure efficaci di verifica dell’età degli utenti.
Bastava, come al solito, cliccare su “Sì, ho più di 18 anni” e il minore poteva accedere a tutti i contenuti porno disponibili.

Evidenziare nei termini di servizio che si tratta di contenuti solo per adulti non basta certamente.  A riguardo, anche l’”autodichiarazione” non è ritenuta dalla Commissione una misura efficace, come anche altre misure di attenuazione, quali la sfocatura delle pagine, le avvertenze sui contenuti e le etichette “limitate agli adulti”, messe in atto da tutte queste piattaforme, perché di fatto non impediscono efficacemente ai minori di accedere a contenuti dannosi.

Regnier (Ue): “Situazione allarmante nei Paesi Ue”

Come ha spiegato il portavoce della Commissione Thomas Regnier: “La situazione tra gli Stati membri è allarmante. In Francia, a partire dai 12 anni, più della metà dei ragazzi visita siti web pornografici ogni mese. In Irlanda, oltre il 50% dei ragazzi ha incontrato per la prima volta la pornografia tra i 10 e i 13 anni. In Polonia, una delle 9 piattaforme più popolari per i bambini tra i 7 e i 12 anni è una piattaforma pornografica”.

Problemi di salute mentale, atteggiamenti negativi di genere e maggiore tolleranza e normalizzazione dei comportamenti sessuali violenti. Il messaggio è chiaro – ha aggiunto Regnier – queste piattaforme devono mettere in ordine la loro casa. In Europa, l’”autodichiarazione” non basta più per dimostrare la propria età”.

Nell’esercizio del loro diritto di difesa, “XVideos, XNXX, PornHub e Stripchat hanno ora la possibilità di esaminare i documenti contenuti nei fascicoli di indagine della Commissione e di rispondere per iscritto alle risultanze preliminari della Commissione”.

Le piattaforme possono adottare misure per porre rimedio alle violazioni. Se il parere della Commissione è infine confermato, potrà emettere “una decisione di non conformità, che può infliggere un’ammenda proporzionata all’infrazione, che non deve in alcun caso superare il 6% del fatturato mondiale totale annuo del fornitore”. 

La Commissione può anche imporre penalità di mora per costringere una piattaforma a conformarsi.

In Italia, L’Agcom ordina il blocco di siti pornografici inadempienti nella verifica dell’età. Capitanio: “Web deve tornare a essere un ambiente protetto”

Quanto sta accadendo a Bruxelles trova riscontro anche a Roma. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha adottato due provvedimenti con cui viene ordinato ai prestatori di servizi di mere conduit: di bloccare l’accesso in rete ai siti pornografici www[.]giochipremium[.]com e www[.]hentai-ita[.]net gestiti dalla società Onlab S.R.L.S., stabilita in Italia. 

La misura di oscuramento di due siti per adulti che non hanno rispettato una norma voluta dal Parlamento dimostra che le regole vanno rispettate e che il web deve tornare a essere un ambiente protetto”, ha dichiarato il commissario Agcom, Massimiliano Capitanio.

Episodi come quello di Trescore confermano che soprattutto i minori non possono essere esposti senza filtri a contenuti illegali, violenti, pericolosi o inappropriati che possono condizionare il loro sviluppo psicofisico. I divieti, però, non sono sufficienti – ha aggiunto Capitanio – serve maggior consapevolezza e uno strumento come l’educazione civica obbligatoria e curricolare andrebbe valorizzata maggiormente nelle scuole italiane“.

Come previsto dal Decreto Caivano (dl 15 settembre 2023 n. 123): “i siti web e le piattaforme di condivisione video che diffondono in Italia immagini e video a carattere pornografico, sono tenuti a verificare la maggiore età degli utenti, al fine di evitare l’accesso a contenuti pornografici da parte di minori di anni diciotto”, si legge sul sito dell’Autorità.

Contestate le violazioni e diffidato la società ad adeguarsi alle disposizioni in questione entro 20 giorni, l’Agcom ha ordinato agli operatori la disabilitazione dell’accesso in rete ai menzionati siti web mediante blocco del DNS.

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Iperammortamento e nuove tecnologie. Che fine farà la clausola “made in Europe”?

Iperammortamento senza confini: il Governo potrebbe aprire agli investimenti extra-Ue. Strategia industriale o resa sulla sovranità tecnologica?

Il prossimo Consiglio dei Ministri potrebbe segnare aprire ad una nuova fase della politica industriale italiana. Tra i provvedimenti in arrivo con il nuovo Decreto Fiscale, da quanto appreso, emerge un possibile intervento correttivo sull’iperammortamento: la soppressione della clausola “made in Europe”, che oggi limita le agevolazioni fiscali agli investimenti effettuati nello Spazio economico europeo.

Indiscrezioni delle ultime ore parlano di un possibile tavolo del Consiglio dei ministri su questo anche domani, ma non c’è al momento nessuna convocazione ufficiale. Lo schema generale già annunciato dal ministero dell’Economia nei giorni scorsi sembra confermato, compresi i correttivi sulla norma dell’iperammortamento.

Se confermata, la modifica estenderebbe il beneficio anche ai beni acquistati fuori dall’Unione europea, aprendo di fatto le porte a tecnologie provenienti da Stati Uniti, Cina e altri grandi player globali.

Un indirizzo del Governo confermato nei giorni scorsi a Napoli dal vice ministro dell’Economia e delle Finanze, Maurizio Leo: “Uno dei punti centrali sul quale stiamo lavorando riguarda il tema dell’iperammortamento, che ha sostituito il precedente sistema dei crediti d’imposta. Nella versione attuale la misura è limitata agli investimenti realizzati all’interno dello spazio economico europeo. Alla luce delle numerose richieste pervenute dal mondo imprenditoriale, abbiamo deciso di intervenire per estendere l’agevolazione anche agli investimenti effettuati in altre aree del mondo, con l’obiettivo di offrire maggiori opportunità alle imprese e favorire i processi di crescita e internazionalizzazione. Una volta approvata la norma sarà possibile sbloccare anche il relativo decreto attuativo, strettamente collegato a questo intervento. Confidiamo che già nel prossimo Consiglio dei ministri si possa completare l’iter e portare a compimento questo importante provvedimento”.

Di fatto, una correzione in corsa della norma approvata con l’ultima manovra di bilancio che tagliava fuori dalla misura l’acquisto di prodotti e beni provenienti da Taiwan, dalla Corea del Sud e dagli Stati Uniti.

Una misura strategica per l’Industria 4.0

Apprendiamo che il quadro normativo resta quello della proroga dell’iperammortamento per il periodo 2026–2028, con una maggiorazione del costo degli investimenti fino al 180% per le prime fasce. La misura continua a essere destinata a beni strumentali funzionali alla trasformazione digitale delle imprese, con un focus sempre più marcato su tecnologie avanzate:

  • infrastrutture HPC per intelligenza artificiale
  • sistemi di edge computing e IoT industriale
  • workstation e appliance per machine learning
  • data lake e storage enterprise per big data
  • reti 5G private e Wi-Fi industriale
  • infrastrutture di sincronizzazione real-time (PTP, TSN)

Un elenco che fotografa con precisione le traiettorie tecnologiche della nuova industria digitale e che, proprio per questo, rende ancora più delicata la scelta sull’origine geografica dei beni incentivati.

Il punto di rottura: stop al vincolo europeo

La clausola oggi vigente, che limita l’agevolazione ai beni prodotti in Europa o nello Spazio economico europeo, rappresenta uno dei pochi strumenti indiretti di politica industriale a sostegno del “compra europeo”.

La possibile eliminazione viene motivata dal Governo con le “numerose richieste del mondo imprenditoriale” e con la necessità di “favorire la crescita e l’internazionalizzazione”.
Tradotto: più libertà di approvvigionamento, meno vincoli geografici.

Ma il punto è proprio questo: si tratta davvero di una misura pro-competitività o di un arretramento strategico?

Forse dovremmo prendere esempio dagli Stati Uniti, che in questi giorni hanno deciso di imporre un divieto all’importazione di nuovi router WLAN e apparecchiature di rete di produzione straniera (in particolare cinese) per motivi di sicurezza nazionale.
La FCC (Federal Communications Commission) ha introdotto questo divieto per proteggere le infrastrutture critiche americane da potenziali rischi di spionaggio o cyberattacchi legati veicolati da hardware straniero.
Si dichiara una questione di sicurezza nazionale, sacrosanta, ma di fatto si favorisce la produzione interna e il made in US.

Competitività o dipendenza tecnologica?

La possibile apertura agli investimenti extra-Ue rischierebbe di avere un effetto immediato: orientare la domanda verso tecnologie non europee, spesso più mature, più scalabili o semplicemente più disponibili sul mercato.

Nel breve periodo, le imprese potrebbero beneficiarne in termini di costi e rapidità di implementazione. Ma nel medio-lungo periodo il quadro cambia radicalmente.

In gioco c’è la sovranità tecnologica europea.

Sostenere con risorse pubbliche, seppur indirette, l’acquisto di infrastrutture critiche prodotte fuori dall’Europa significa:

  • rafforzare filiere industriali esterne
  • indebolire l’ecosistema tecnologico europeo
  • aumentare la dipendenza da fornitori extra-Ue in ambiti strategici (AI, cloud, reti)

È una dinamica già vista nel settore del cloud e dei semiconduttori, dove l’Europa sconta ritardi strutturali proprio per la mancanza di una domanda interna orientata.

Il paradosso italiano (ed europeo)

La possibile scelta del Governo appare in controtendenza rispetto alle strategie europee più recenti:

  • il Chips Act europeo punta a rafforzare la produzione interna
  • le politiche sulla sovranità digitale promuovono infrastrutture europee
  • i programmi su AI e cloud (Gaia-X, EuroHPC) cercano autonomia tecnologica

In questo contesto, eliminare il vincolo europeo nell’iperammortamento rischierebbe di essere interpretato come un segnale politico debole, se non contraddittorio.

“Comprare europeo” non è protezionismo

Il dibattito non è ideologico ma strategico. Il principio del “compra europeo” non è una chiusura autarchica, bensì uno strumento di politica industriale ampiamente utilizzato anche da altre potenze.

Gli Stati Uniti, ad esempio, applicano da anni politiche di procurement e incentivi che favoriscono esplicitamente l’industria nazionale. La domanda, quindi, è legittima: perché l’Europa – e l’Italia in particolare – dovrebbe finanziare indirettamente l’innovazione altrui?

La decisione finale spetterà al Consiglio dei Ministri, ma il tema richiede un confronto pubblico più ampio. Estendere l’iperammortamento ai beni extra-Ue significherebbe ridefinire nei fatti la politica industriale del Paese nel settore delle tecnologie strategiche. Una scelta che non può essere liquidata come una semplice “semplificazione per le imprese”.

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Euro digitale. Bankitalia pubblica lo stato di avanzamento, i vantaggi per cittadini e imprese

Euro digitale, a che punto siamo: come funzionerà, perché conta per cittadini e imprese e quali saranno i prossimi passaggi

L’euro digitale è oggi un cantiere istituzionale, tecnologico e regolamentare avanzato, nel quale l’Eurosistema, cioè la Banca centrale europea (Bce) e le banche centrali nazionali, assieme ai co-legislatori europei, stanno definendo regole, infrastrutture, limiti operativi e modelli distributivi. Il punto centrale, per il cittadino e per l’impresa, è che non si discute di una moneta “alternativa” all’euro: si discute di una nuova forma dell’euro, emessa dalla banca centrale, concepita per essere usata nei pagamenti quotidiani in formato digitale, online e anche offline.

Sul tema si è tenuto un workshop presso la Banca d’Italia, con gli istituti di pagamento (IP) e gli istituti di moneta elettronica (IMEL) dedicato all’euro digitale. È stato inoltre illustrato lo stato di avanzamento dei lavori dell’Eurosistema e dei co-legislatori europei, con l’analisi tecnica dell’Eurosistema per la calibrazione dei limiti di detenzione, le attività di prova (pilot) e i modelli di distribuzione e di compensazione.

La portata del cambiamento è storica perché tocca tre piani insieme. Il primo è quello della vita pratica dei consumatori: pagare, incassare, trasferire denaro, farlo anche in assenza di rete, con strumenti semplici e con una maggiore protezione rispetto a molte soluzioni private. Il secondo è quello della sovranità europea nei pagamenti: oggi il mercato è frammentato e, soprattutto, largamente presidiato da operatori non europei. Il terzo è quello della stabilità del sistema finanziario, perché l’euro digitale viene progettato in modo da essere un mezzo di pagamento efficace senza diventare un fattore di squilibrio per la raccolta bancaria e per la trasmissione della politica monetaria.

Perché l’Europa sta lavorando all’euro digitale, una questione di autonomia strategica

Tra il 2019 e il 2024 gli acquisti online sono triplicati, passando dal 7% al 21% del totale delle transazioni. Anche in Italia il processo è evidente, pur con ritmi più lenti rispetto alla media dell’area euro: nel 2022 solo il 35% della spesa al punto vendita era effettuata con strumenti diversi dal contante; nel 2024 la quota è salita al 51%.

Questo passaggio dal contante al digitale, però, non si è tradotto in una vera autonomia europea dell’infrastruttura dei pagamenti. Il documento è molto netto: il mercato europeo dei servizi di pagamento è frammentato e dominato da operatori non europei. Circa il 70% dei pagamenti con carta passa infatti da schemi internazionali, con quote di mercato e commissioni crescenti. Inoltre, a differenza di Germania, Francia e Spagna, l’Italia non dispone di un sistema domestico forte o di una soluzione europea completa per i pagamenti digitali nelle diverse modalità d’uso, dai trasferimenti tra privati al punto vendita, fino all’e-commerce.

In questa prospettiva, l’euro digitale non nasce solo per “seguire l’innovazione”, ma per correggere una vulnerabilità strutturale del sistema europeo. L’idea di fondo è che, se una parte crescente dei pagamenti si sposta su canali digitali, allora anche la moneta pubblica, cioè la moneta della banca centrale, deve poter esistere in forma digitale e restare disponibile ai cittadini come opzione concreta, accessibile e accettata in tutta l’area euro. È qui che il progetto assume il suo valore politico ed economico: l’euro digitale punta a rafforzare l’autonomia strategica europea senza eliminare il ruolo del mercato, ma anzi offrendo standard aperti sui quali il mercato possa costruire servizi e innovazione.

Che cos’è l’euro digitale e che cosa non è

Il primo equivoco da sciogliere: l’euro digitale non è una criptovaluta e non è neppure un “deposito speciale” presso la BCE. È invece moneta sovrana in forma elettronica emessa dalla banca centrale, utilizzabile come strumento di pagamento aggiuntivo, gratuito per i servizi base e accettato in tutta l’area euro, una volta approvata la legislazione e completata la fase di emissione.

Il documento individua tre capisaldi dell’intero progetto. Il primo è proprio la disponibilità di un’opzione di pagamento unica per centinaia di milioni di cittadini dell’area euro. Il secondo è la creazione di un’infrastruttura di pagamento completamente europea, aperta anche ai sistemi e agli operatori privati, così da estendere la portata delle soluzioni domestiche e favorire l’interoperabilità. Il terzo è la definizione di uno schema di pagamento capace di garantire un’esperienza armonizzata e, allo stesso tempo, di consentire al mercato di sviluppare soluzioni innovative sopra un quadro comune.

È importante sottolineare che il progetto è costruito per essere aggiuntivo, non sostitutivo. L’euro digitale non elimina il contante e non è concepito per sostituire i depositi bancari. Il documento insiste su questo punto anche nella parte dedicata ai limiti di detenzione: i portafogli in euro digitale non sarebbero remunerati, gli utenti avrebbero un tetto massimo detenibile e sarebbero previste funzioni automatiche di collegamento con i conti bancari proprio per impedire che l’euro digitale si trasformi in un prodotto di risparmio o in un rifugio sistemico alternativo ai depositi bancari.

Il vantaggio per i consumatori: più scelta, più continuità, più protezione

Che cosa cambierà davvero per noi consumatori? Il documento della Banca d’Italia mette in evidenza quattro benefici principali per i cittadini: inclusività, privacy, libertà di scelta e gratuità dei servizi base.

L’inclusività significa che l’euro digitale viene progettato come uno strumento semplice e intuitivo, utilizzabile da tutti e non solo da chi è già abituato a servizi finanziari avanzati. La semplicità d’uso non è un dettaglio accessorio: rientra nelle caratteristiche strutturali del progetto. Il documento prevede infatti che i PSP (Payment Service Providers, o prestatori di servizi di pagamento) debbano mettere a disposizione gratuitamente almeno un’interfaccia utente per l’euro digitale e che tale interfaccia debba consentire un utilizzo semplice e rapido anche per le categorie vulnerabili, comprese le persone con disabilità, limitazioni funzionali o competenze digitali limitate, nel rispetto dello European Accessibility Act.

La libertà di scelta riguarda il fatto che il cittadino non sarebbe costretto a usare l’euro digitale, ma avrebbe a disposizione una soluzione aggiuntiva accanto a contante, bonifici, carte e altri strumenti. La gratuità dei servizi base, poi, punta a evitare che l’accesso alla moneta digitale della banca centrale diventi un servizio premium riservato a determinate fasce di clientela. Infine c’è il tema della privacy: il documento sostiene che la privacy nell’uso online sarebbe superiore a quella delle soluzioni digitali esistenti, mentre nell’uso offline il livello di riservatezza sarebbe assimilabile a quello del contante.

Per un consumatore questo significa due cose molto concrete. La prima è che l’euro digitale verrebbe pensato come bene pubblico digitale: uno strumento di uso comune, non dipendente da logiche commerciali proprietarie.

Euro digitale vuol dire anche servizi innovativi a valore aggiunto

L’euro digitale, in aggiunta, fornirà un’infrastruttura di pagamento comune e standard condivisi, a partire dai quali il mercato potrà sviluppare servizi innovativi a valore aggiunto. “La copertura paneuropea unica dell’euro digitale consentirà al settore privato di estendere le proprie soluzioni a tutta l’area dell’euro, offrendo alle imprese e ai prestatori di servizi di pagamento (payment service providers, PSP) l’opportunità di sperimentare nuovi modelli di business e ampliare la propria clientela oltre i confini nazionali. Dato il forte interesse del mercato nei confronti della piattaforma, proseguiremo la collaborazione con il settore privato, lungo due filoni: sperimentazione ed esplorazione”, ha dichiarato Piero Cipollone, Membro del Comitato esecutivo della BCE, dinanzi alla Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo.

Il filone della sperimentazione – ha precisato Cipollone – ha lo scopo di sostenere il mercato nello sviluppo di caratteristiche innovative e servizi a valore aggiunto sfruttando le capacità tecnologiche dell’euro digitale, ad esempio pagamenti condizionati, disponibilità 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e 365 giorni all’anno e copertura paneuropea”.

Intendiamo inoltre esaminare il potenziale innovativo della funzionalità offline dell’euro digitale. Organizzeremo ad esempio un hackathon per i pagamenti offline, collaborando con gli operatori di mercato al fine di individuare funzionalità e casi d’uso innovativi nonché soluzioni per migliorare l’esperienza degli utenti. Il filone esplorativo – ha aggiunto l’economista – ha un’impostazione più prospettica: esaminerà gli sviluppi tecnologici e le funzionalità che potrebbero essere integrati nelle versioni successive dell’euro digitale. Collaboreremo attivamente con le imprese per esplorare un’ampia gamma di strumenti di pagamento a supporto sia dei casi d’uso tra imprese sia dei micropagamenti”.

Il vantaggio per le imprese: incasso immediato e costi più sotto controllo

Anche sul lato imprese il documento usa formulazioni precise: i vantaggi attesi sono la ricezione istantanea dei pagamenti, costi di accettazione bassi e maggiore potere contrattuale rispetto agli operatori di altri schemi di pagamento, oltre alla possibilità di sviluppare servizi a valore aggiunto per l’attività economica.

Qui il beneficio non è solo tecnico ma anche competitivo. Oggi molti esercenti operano in un contesto in cui le commissioni legate ai pagamenti digitali sono spesso determinate da un ecosistema poco contendibile, con pesi rilevanti in capo a circuiti, processori e grandi operatori internazionali. Nel modello dell’euro digitale, invece, l’Eurosistema si farebbe carico dei costi della propria infrastruttura, mentre le commissioni pagate dai commercianti ai PSP sarebbero soggette a un tetto massimo. Inoltre, i PSP del consumatore e del commerciante non pagherebbero commissioni di schema né commissioni di elaborazione all’Eurosistema, riducendo un pezzo importante del costo industriale complessivo del sistema.

Chi potrà distribuire l’euro digitale e a chi

Uno dei nodi più importanti, anche per rassicurare il pubblico, è il modello di distribuzione. Il progetto non prevede che BCE o banche centrali nazionali aprano conti direttamente ai cittadini. Il documento lo dice espressamente: l’Eurosistema non avrà alcun rapporto con gli utenti. Saranno solo i PSP vigilati a poter distribuire l’euro digitale e a mantenere il rapporto con la clientela.

Secondo la proposta richiamata dal documento, potranno distribuire euro digitale i PSP definiti dalla normativa europea sui servizi di pagamento: in primo luogo istituti di credito, istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica. L’impianto prevede una distinzione tra servizi obbligatori e servizi aggiuntivi. I servizi obbligatori sono quelli che un PSP, una volta deciso di entrare nella distribuzione dell’euro digitale, deve offrire integralmente: vale il principio del no pick and choose”, cioè non si può scegliere soltanto la parte più redditizia del servizio lasciando scoperte le funzioni di base.

Per i consumatori, gli enti creditizi dovranno fornire, su richiesta dei clienti per i quali già prestano servizi di pagamento, tutti i servizi obbligatori in euro digitale. Per gli esercenti, i PSP dovranno offrire i servizi di acquiring obbligatori ai clienti soggetti all’obbligo di accettazione, a condizione che già forniscano loro servizi di acquiring per mezzi di pagamento comparabili, sia in presenza sia in e-commerce.

Il cuore dell’innovazione: come funziona l’euro digitale offline

Per il grande pubblico, probabilmente, la caratteristica più innovativa e al tempo stesso più facile da percepire sarà l’uso offline. Il documento dedica un focus specifico a questa modalità, che viene presentata come ispirata al contante ma arricchita dai vantaggi del digitale.

Le caratteristiche indicate sono molto chiare. L’euro digitale offline consentirebbe regolamento immediato offline, pagamenti in prossimità sia tra privati sia presso i punti vendita, e operazioni senza terze parti coinvolte al momento della transazione. Il sistema richiederebbe però un pre-funding, cioè la disponibilità preventiva di fondi caricati sul dispositivo o sul supporto utilizzato, con fondi custoditi localmente. Accanto a questi elementi, il progetto punta a garantire accettazione paneuropea, disponibilità su più formati (carta e app) e opzioni convenienti per funding e defunding.

Per poter pagare offline, l’utente dovrebbe avere già reso disponibile sul suo dispositivo una certa quantità di euro digitale. Una volta effettuata la transazione, il regolamento sarebbe immediato tra le parti senza necessità di interrogare in tempo reale l’infrastruttura centrale. Proprio qui sta la somiglianza con il contante: il trasferimento del valore avviene in modo diretto, immediato e senza dipendere da una connessione attiva.

Per il consumatore questa funzione è rilevante almeno sotto tre profili. Primo: resilienza, perché permette di pagare anche in caso di assenza di rete, problemi tecnici o interruzioni temporanee. Secondo: continuità del servizio, particolarmente importante in contesti di emergenza o di connettività debole. Terzo: privacy, perché il documento segnala che offline il livello di riservatezza sarebbe assimilabile a quello del contante.

Naturalmente l’offline non è privo di regole. Il fatto che i fondi siano custoditi localmente e che sia necessario precaricarli implica una disciplina operativa accurata sui dispositivi, sulla loro gestione da parte dei PSP, sulla sicurezza del supporto fisico o digitale e sulle procedure di ricarica e scarico dei fondi. Non a caso, tra i servizi obbligatori previsti per i PSP rientra anche la gestione dei dispositivi di archiviazione locali degli utenti di euro digitale.

I limiti di detenzione: perché servono e come verranno definiti

Una delle questioni più delicate del progetto riguarda i limiti di detenzione, cioè il massimale individuale di euro digitale che ciascun utente potrà mantenere nel proprio wallet. È un passaggio tecnico decisivo, perché da esso dipende l’equilibrio tra usabilità della nuova moneta e tutela della stabilità finanziaria.

Il documento chiarisce la logica di fondo. L’euro digitale deve essere abbastanza capiente da funzionare bene come mezzo di pagamento, ma non così capiente da trasformarsi in un’alternativa ai depositi bancari. Per questo il design include tre misure: limite di detenzione individuale, assenza di remunerazione dei wallet e collegamento con i conti bancari tramite waterfall e reverse waterfall. Il messaggio è esplicito: l’euro digitale non sarebbe un’alternativa ai depositi.

La metodologia che l’Eurosistema sta usando per calibrare i limiti ruota attorno a tre obiettivi: utilizzabilità come mezzo di pagamento, efficacia della politica monetaria e stabilità finanziaria. Il documento richiama anche il principio di proporzionalità: le restrizioni devono limitarsi a quelle necessarie, appropriate e meno intrusive possibili per preservare la stabilità finanziaria e l’efficacia della politica monetaria, tenendo conto della natura di bene pubblico dell’euro digitale.

Dove siamo oggi con l’euro digitale, il nodo del regolamento sull’introduzione da adottare entro il 2026 e l’esercizio pilota di metà 2027

Dal punto di vista cronologico, il progetto ha già attraversato una prima fase istruttoria, tra ottobre 2021 e ottobre 2023, dedicata alla definizione del concetto, alle valutazioni tecniche e alla proposta progettuale. A questa è seguita la fase preparatoria, tra novembre 2023 e ottobre 2025, centrata su test e sperimentazioni, selezione dei fornitori per l’infrastruttura e definizione dello schema. Dal novembre 2025 è partita la fase attuale, che il documento descrive come un approccio flessibile e modulare fondato su tre assi: avanzamento della preparazione tecnica, intensificazione del coinvolgimento del mercato e sostegno al processo legislativo.

L’impostazione è significativa. L’Eurosistema non si sta limitando a sviluppare la tecnologia in attesa che la politica decida. Sta invece lavorando su basi tecniche, regole di mercato e supporto ai co-legislatori in modo parallelo, così da arrivare pronto, se e quando il regolamento verrà adottato. Il documento dice che l’esercizio pilota potrebbe essere avviato a metà 2027, mentre una eventuale prima emissione dell’euro digitale nel 2029 viene collegata all’ipotesi che i co-legislatori dell’UE adottino il regolamento sull’introduzione dell’euro digitale entro quest’anno, cioè entro il 2026 nel quadro temporale della presentazione.

Al momento, la Commissione Affari Economici e Monetari dell’Europarlamento dovrebbe adottare la sua posizione sull’euro digitale il prossimo 5 maggio, ma non sono pochi i suoi componenti che non vedono di buon occhio questo cambiamento epocale. Crescono nel frattempo le pressioni della Bce. Staremo a vedere.

Le attività pilota: cosa sono, come funzionano, perché contano

La parola “pilot” può sembrare tecnica, ma in realtà identifica la vera prova generale del sistema. Il documento parla di progetto pilota della durata di 12 mesi, a partire dalla seconda metà del 2027, con transazioni reali in un ambiente controllato dall’Eurosistema. Non sarà quindi un semplice test di laboratorio: si tratterà di sperimentazioni operative con pagamenti veri, anche se all’interno di un perimetro selezionato e sotto controllo.

Per ragioni tecniche, la partecipazione sarà limitata a un numero circoscritto di PSP, commercianti ed esponenti dell’Eurosistema. La selezione dei PSP, secondo il documento, sarebbe iniziata nel primo trimestre del 2026. Saranno testati quattro casi d’uso, mentre l’Eurosistema continuerà a raccogliere riscontri e ad applicarli per tutta la durata del progetto, in vista di una ulteriore ottimizzazione del sistema.

Gli obiettivi delle attività pilota sono quattro: verificare la preparazione prima del passaggio al livello successivo, migliorare l’offerta di servizi a valore aggiunto, affinare la strategia di lancio sul mercato e preparare la successiva distribuzione su scala più ampia.

Per chi legge, il senso è questo: prima di mettere in circolazione l’euro digitale per tutti, l’Eurosistema vuole testare non solo la robustezza tecnica, ma anche i comportamenti reali degli utenti, l’interazione con i PSP, il funzionamento delle dispute, i servizi agli esercenti, i rimborsi, le operazioni offline e la fluidità dell’esperienza. È il passaggio che più di ogni altro dirà se l’euro digitale sarà davvero semplice da usare nella vita quotidiana.

L’iter legislativo: dove siamo e quali tempi aspettarsi

Quando arriverà davvero l’euro digitale? Maggio 2026 è indicato come obiettivo l’adozione della posizione del Parlamento. A quel punto dovrebbe aprirsi o concludersi il trilogo e, sempre nel 2026 come obiettivo, arrivare l’adozione del regolamento sull’euro digitale. Solo dopo ci sarebbe la decisione concernente l’emissione e, da lì, servirebbe un minimo di due anni prima dell’emissione effettiva.

per questo che la data del 2029 compare nel documento come ipotesi di prima emissione: non come promessa, ma come scenario coerente con l’avanzamento legislativo e tecnico previsto

Sempre il documento ricorda i temi principali del regolamento: istituzione ed emissione, corso legale, distribuzione, uso come riserva di valore e mezzo di pagamento, distribuzione fuori dall’area dell’euro, caratteristiche tecniche, privacy e protezione dei dati, antiriciclaggio, resilienza e disposizioni finali. Questo elenco aiuta a capire quanto il progetto sia ampio e quanto la sua approvazione richieda un equilibrio delicato tra tutela dei consumatori, concorrenza, sicurezza, privacy e stabilità finanziaria.

Perché è un passaggio storico per i consumatori europei

Se si mette insieme tutto il quadro, si capisce perché il progetto dell’euro digitale abbia una portata storica. Per la prima volta l’Europa si prepara a mettere a disposizione dei cittadini una forma di moneta pubblica digitale pensata per l’uso quotidiano, accettata su base paneuropea, integrata con il mercato ma non dipendente da esso, disponibile online e offline, gratuita nei servizi essenziali e progettata con un’attenzione esplicita alla stabilità del sistema finanziario.

Per i consumatori questo può tradursi in una maggiore autonomia nel compiere pagamenti digitali senza essere interamente consegnati alle logiche di piattaforme private o a circuiti internazionali. Per le imprese, può significare un’alternativa con costi più leggibili e incassi più immediati. Per il sistema europeo nel suo complesso, significa costruire un’infrastruttura capace di sostenere l’innovazione senza rinunciare a un presidio pubblico sulla forma digitale della moneta.

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Droni contro il cloud, nuovo attacco alle infrastrutture Amazon in Bahrein

Un nuovo attacco con droni contro infrastrutture digitali riporta al centro della scena un tema finora rimasto ai margini del dibattito pubblico: la vulnerabilità fisica del cloud. Nella notte tra il 23 e il 24 marzo 2026, alcuni siti di Amazon Web Services (AWS) nella regione del Bahrein sono stati colpiti da attività ostili che hanno provocato disservizi diffusi in gran parte del Medio Oriente.

Secondo le prime ricostruzioni diffuse dalla Reuters, si tratterebbe di un’azione coordinata nell’ambito delle tensioni in corso nell’area del Golfo. Non è la prima volta: già a febbraio tre data center, due negli Emirati Arabi Uniti e uno in Bahrein, sono stati danneggiati da attacchi con droni, causando interruzioni su larga scala.
L’episodio di queste ore conferma una tendenza sempre più evidente: le infrastrutture cloud sono diventate obiettivi strategici.

Blackout e servizi offline

AWS ha parlato di una “disruption significativa” nella regione, con effetti a catena su servizi essenziali. Tra le conseguenze più rilevanti:

  • blackout elettrici prolungati nei siti colpiti;
  • danni strutturali aggravati dalle operazioni di spegnimento degli incendi;
  • interruzioni di servizi core come calcolo, storage e database.

Le ripercussioni non si sono fatte attendere: piattaforme bancarie online, applicazioni di largo consumo e sistemi aziendali hanno registrato rallentamenti o blocchi temporanei. In un ecosistema digitale sempre più interconnesso, il guasto di pochi nodi fisici è sufficiente a generare effetti globali.

Il cloud non è più “intangibile”

Per anni il cloud è stato percepito come un’infrastruttura immateriale, distribuita e resiliente per definizione. Ma la realtà è diversa: dietro ogni servizio digitale esistono data center, cavi, centrali elettriche. Strutture fisiche, localizzate e quindi vulnerabili.

L’uso dei droni introduce una nuova dimensione operativa. Molto economici, difficili da intercettare e capaci di colpire con precisione, rappresentano uno strumento ideale per attacchi mirati contro infrastrutture critiche. In questo scenario, il confine tra guerra tradizionale e guerra informatica si dissolve.

Una guerra ibrida che cambia le regole

L’attacco in Bahrein si inserisce in un contesto più ampio di guerra ibrida, dove cyber attacchi, operazioni satellitari e azioni fisiche convergono verso lo stesso obiettivo: destabilizzare sistemi economici e informativi.

Colpire un data center oggi significa colpire il sistema finanziario, la logistica digitale, i servizi pubblici e privati e la fiducia degli utenti. Non è più solo una questione tecnologica, ma geopolitica.

I data center diventano infrastrutture chiave (come i porti, i ponti, gli oleodotti o le centrali elettriche) da difendere

Per le imprese globali, episodi come questo rappresentano un campanello d’allarme. Le strategie di continuità operativa devono evolvere rapidamente, includendo variabili finora trascurate.

Tra le contromisure più discusse, troviamo: architetture multi-region e multi-cloud per evitare punti singoli di fallimento; distribuzione geografica dei dati in aree politicamente più stabili; integrazione del rischio fisico-militare nei modelli di sicurezza IT.

In altre parole, la resilienza digitale non può più essere solo una questione di firewall e backup. L’attacco alle infrastrutture AWS nel Golfo segna un passaggio simbolico: il cloud entra ufficialmente tra gli asset sensibili dei conflitti contemporanei.

La cosiddetta “internet dei droni”, una rete di dispositivi autonomi in grado di colpire infrastrutture critiche, si sta affermando come nuovo teatro operativo.

In questo scenario, i data center diventano ciò che un tempo erano porti, oleodotti o centrali elettriche: nodi strategici da difendere e, per alcuni attori, da colpire. La trasformazione è già in atto. E pone una domanda cruciale per governi e aziende: quanto è davvero sicura l’infrastruttura su cui si regge l’economia digitale globale?

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AI, Trump impone nuovi standard a Congresso e singoli Stati. Un favore alle Big Tech?

La nuova proposta di quadro normativo per lo sviluppo dell’AI negli USA

Un’America AI-ready passa per poche ma semplici regole, che garantiscano sempre un’innovazione tecnologica veloce e competitiva. La Casa Bianca la vede così: per vincere la guerra delle nuove tecnologie e affermare la supremazia degli Stati Uniti bisogna lasciar fare alle grandi aziende tecnologiche, le Big Tech, cercando, allo stesso tempo, di garantire le tutele minime ai cittadini e in particolare ai soggetti più fragili.

Oggi il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reso pubblico sul sito della White House un documento quadroper promuovere e favorire una politica nazionale unica sull’intelligenza artificiale (AI) che sia propedeutica ad una nuova era di prosperità, crescita e sicurezza nazionale e del popolo americano”.

Un nuovo standard normativo che consenta all’industria e alle amministrazioni locali di “superare incertezze e criticità”, quindi minacce e problematiche di ogni genere, legate a questa “tecnologica rivoluzionaria, che è destinata non solo a rimanere, ma a favorire il benessere dei propri cari e l’affermarsi di una economica prospera”.

Inizia così il documento presentato dal Presidente degli Stati Uniti in cui sono esposti i sei obiettivi chiave della sua amministrazione su questo tema strategico: proteggere i bambini e responsabilizzare i genitori; tutela e rafforzamento delle comunità americane; rispetto dei diritti di proprietà intellettuale e sostegno ai creatori; prevenire la censura e proteggere la libertà di parola; promuovere l’innovazione e garantire il primato americano nell’AI; formazione dei cittadini americani e sviluppo di una forza lavoro pronta per l’AI.

Trump impone la sua visione tecnologica al Congresso e ai singoli Stati americani

La nuova proposta di quadro normativo è rivolta direttamente al Congresso, con cui l’amministrazione Trump “non vede l’ora di collaborare nei prossimi mesi”, si legge nel comunicato che accompagna la pubblicazione, “per trasformare questo quadro normativo in una legge”, che il Presidente sarà felice di firmare.

Come spiegato da Cheyenne Haslett e Gabby Miller su Politico, il documento esorta il Congresso ad annullare tutte le leggi sull’intelligenza artificiale adottate dai singoli Stati americani, perché secondo la Casa Bianca “impongono oneri eccessivi” e “minano la capacità del Paese di innovare e di essere leader nella corsa globale all’AI”.

L’amministrazione Trump lavora da circa un anno per affermare la superiorità normativa della legge federale su quelle statali in materia di intelligenza artificiale. Lo sta facendo sia attraverso il Congresso, sia con decreti esecutivi, sostenendo che la frammentazione normativa rappresenti un freno all’innovazione nel settore.

Il quadro proposto invita esplicitamente il Congresso a prevalere su eventuali leggi statali che regolino lo sviluppo dei modelli o che penalizzino le aziende per l’uso che terzi fanno delle loro tecnologie di AI. Allo stesso tempo, sollecita i legislatori a non istituire nuove agenzie federali dedicate alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale.

Dalla tutela dei minori alla protezione del copyright, fino alla libertà di parola

I sei punti chiave sono brevemente illustrati nel comunicato di presentazione della nuova proposta di quadro regolatorio federale dell’AI e abbracciano diversi argomenti molto sensibili, sia dal punto di vista etico e morale, sia regolatorio e dei diritti di proprietà.

Trump mette al primo posto le famiglie e i minori, che in quanto soggetti fragili devono essere tutelati dai rischi di esposizione prolungata e senza regole chiare a tecnologie potenti come l’AI: “i genitori sono i più indicati per gestire l’ambiente digitale e l’educazione dei propri figli”, ma per far questo il Congresso deve fornire “strumenti efficaci per farlo, come ad esempio i controlli degli account per proteggere la privacy dei figli e gestire il loro utilizzo dei dispositivi”.

Alle aziende tecnologiche il compito di “implementare funzionalità per ridurre il rischio di sfruttamento sessuale dei bambini o di incitamento all’autolesionismo”.

Sempre per favorire un rapporto più sicuro e meno diffidente delle famiglie con l’AI, l’amministrazione Trump farà in modo che “i contribuenti non debbano farsi carico dei costi dei data center” e quindi non debbano subire eventuali ricadute dei prezzi dell’energia in bolletta, per questo chiede al Congresso di “semplificare le procedure di autorizzazione affinché i data center possano generare energia in loco, migliorando l’affidabilità della rete elettrica”.

Sulla tutela del copyright la disposizione normativa è piuttosto vaga, perché se da un lato dice che “le opere creative e le identità uniche degli innovatori, dei creatori e degli editori americani devono essere rispettate”, dall’altro propone un approccio generico ed equilibrato in cui da una parte si da spazio alle necessità di addestramento dell’AI e dall’altro si assicura sostegno ai creatori e ai detentori dei diritti di proprietà intellettuale.

Contro la censura e a difesa del Primo emendamento, infine, la nuova proposta di quadro regolatorio impedirà “che i sistemi di intelligenza artificiale vengano utilizzati per mettere a tacere o censurare espressioni politiche o dissenso lecito”.

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Referendum costituzionale sulla giustizia: cosa sapere

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Si vota su separazione carriere, nuovi Csm e Alta Corte disciplinare

Il 22 e 23 marzo 2026 gli elettori saranno chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale della giustizia. Si tratta di un referendum confermativo, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione e, a differenza di quello abrogativo dell’articolo 75, non è previsto il quorum: non serve quindi che il 50% più uno degli aventi diritto si rechi alle urne, ma conta solo chi vota. Vince chi– Sì o No – ottiene più voti validi, indipendentemente dall’affluenza.

Il Parlamento aveva già approvato la legge di revisione, ma senza raggiungere la soglia dei due terzi richiesta per evitare il passaggio alle urne. Al Senato il testo è stato approvato con 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astenuti: maggioranza assoluta, ma non qualificata. La decisione quindi è tutta nelle mani dei cittadini: sulla scheda comparirà un’unica domanda che chiede se approvare il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. Una sola croce, per rendere definitiva – oppure respingere – una modifica capace di toccare e modificare ben 7 articoli della nostra Costituzione.

Qual è il quesito del referendum?

La domanda che gli elettori troveranno sulla scheda è una ed è quella fissata con decreto del Presidente della Repubblica del 7 febbraio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n. 31 del 7 febbraio 2026). Il testo recita:

“Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?”

Tradotto in modo semplice: si chiede al cittadino se vuole confermare una modifica che interviene su sette articoli della Costituzione, tutti legati all’ordinamento della magistratura, al funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) – l’organo di autogoverno dei magistrati che decide su nomine, trasferimenti, incarichi e oggi anche sui procedimenti disciplinari – e alla nuova Alta Corte disciplinare, l’organismo che secondo la riforma dovrebbe occuparsi esclusivamente di giudicare i magistrati sotto il profilo disciplinare.

Nuovi Csm e sorteggio: cosa prevede la riforma

Se la domanda è “che cosa prevede la riforma”, la risposta sta in 3 cambiamenti principali: la struttura della magistratura, il suo sistema di autogoverno e il meccanismo disciplinare.

Separazione delle carriere

Giudici e pubblici ministeri non farebbero più parte di un unico percorso professionale. Con la riforma, le due carriere diventerebbero distinte fin dall’ingresso in magistratura e non sarebbe più possibile passare dalla funzione requirente a quella giudicante (o viceversa) come oggi avviene entro certi limiti.

Due Consigli superiori della magistratura

Oggi il Consiglio superiore della magistratura è composto da 33 membri. Di questi, 3 sono membri di diritto: il Presidente della Repubblica (che lo presiede), il Primo Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Gli altri 30 componenti sono elettivi: 20 magistrati togati, scelti direttamente dai colleghi attraverso voto, e 10 membri laici, eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di diritto e avvocati con almeno 15 anni di esercizio. Il Csm unico esercita funzioni decisive: assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, conferimento di incarichi direttivi e anche la funzione disciplinare.

Con la riforma, questo modello verrebbe superato. I Csm diventerebbero due, uno per i magistrati giudicanti e uno per i requirenti. Cambierebbe anche il metodo di selezione: un terzo dei componenti sarebbe sorteggiato da un elenco di professori universitari e avvocati con almeno 15 anni di esercizio, elenco formato dal Parlamento; i restanti due terzi verrebbero scelti con sorteggio integrale tra tutti i magistrati appartenenti al rispettivo ordine, senza voto e senza liste pre-selezionate. Proprio questo passaggio – dall’elezione al sorteggio, soprattutto per la componente togata – è uno dei punti più discussi della campagna referendaria, anche in relazione al tema delle correnti interne alla magistratura.

Alta Corte disciplinare

Con la riforma, i due nuovi Csm non avrebbero più il potere disciplinare. La competenza a giudicare eventuali illeciti dei magistrati verrebbe trasferita a una nuova Alta Corte disciplinare composta da 15 membri. Si tratterebbe di un organo autonomo e separato dall’autogoverno ordinario, con funzione esclusiva di valutare le responsabilità disciplinari di giudici e pubblici ministeri.

Il cambiamento non riguarda quindi solo la separazione delle carriere, ma anche l’assetto dei poteri interni alla magistratura. Da un lato i Csm si occuperebbero solo di nomine, trasferimenti e incarichi; dall’altro l’Alta Corte eserciterebbe la funzione di giudizio disciplinare. In questo modo verrebbero distinti in modo netto il potere di gestione delle carriere e quello sanzionatorio, modificando l’equilibrio tra elezione, nomina e sorteggio nell’autogoverno della magistratura.

Tempistiche entrata in vigore

Anche se vince il Sì, la riforma non rivoluziona la giustizia dall’oggi al domani. Prima deve essere promulgata e pubblicata, e solo allora entra formalmente in vigore. Ma questo è solo il primo passo. La legge costituzionale prevede infatti una fase di transizione: entro un anno dovranno essere approvate le leggi ordinarie necessarie per adeguare il funzionamento dei nuovi Csm, dell’Alta Corte disciplinare e dell’ordinamento giudiziario al nuovo assetto. Fino a quel momento, continueranno ad applicarsi le regole attuali. In altre parole, il cambiamento sarebbe strutturale ma graduale, con tempi tecnici necessari per rendere operative le nuove norme.

Cosa succede se vince il Sì

Se vince il Sì, la riforma entra in vigore e la Costituzione cambia. La novità principale è la separazione delle carriere: giudici e pubblici ministeri seguirebbero percorsi distinti e non potrebbero più passare da una funzione all’altra come avviene oggi. Nasceranno inoltre due Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pm, ciascuno competente su nomine, trasferimenti e valutazioni. Le questioni disciplinari non sarebbero più gestite dal Csm ma da una nuova Alta Corte disciplinare, prevista direttamente in Costituzione.

Per i sostenitori del Sì la riforma rafforzerebbe la terzietà del giudice nel processo penale, aumenterebbe la trasparenza nel sistema di autogoverno e renderebbe più chiaro il meccanismo di responsabilità disciplinare. Con la vittoria del Sì cambierebbe quindi l’architettura costituzionale della magistratura italiana.

Cosa succede se vince il No

Se al referendum vince il No, la riforma viene bocciata e non cambia nulla nell’assetto della giustizia. Giudici e pubblici ministeri restano nello stesso ordine della magistratura, con la possibilità – nei limiti già previsti – di passare da una funzione all’altra nel corso della carriera. Rimane anche l’attuale Consiglio superiore della magistratura unico, che continua a occuparsi sia dell’autogoverno sia della disciplina dei magistrati. Nessuna Alta Corte disciplinare, nessuno sdoppiamento del Csm, nessuna modifica ai sette articoli della Costituzione coinvolti.

Una vittoria del No chiuderebbe l’iter della riforma: per tornare sul tema servirebbe un nuovo percorso parlamentare di revisione costituzionale, ripartendo da zero. L’Associazione nazionale magistrati, contraria alla riforma, sostiene che la separazione delle carriere e il nuovo sistema di composizione dei Csm possano incidere sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sull’indipendenza della magistratura, anche alla luce dei numerosi rinvii a future leggi ordinarie. In sintesi, con il No si mantiene l’attuale modello; con il Sì si apre una fase di cambiamento strutturale.

Come sono andati i passati referendum costituzionali

In Italia si sono tenuti 4 referendum costituzionali tra il 2001 e il 2020, che – a differenza di quelli abrogativi – non prevedono il quorum per essere validi. Come si vede dal grafico sopra, solo due di questi hanno prodotto un cambiamento concreto. Il primo è stato quello del 2001, con un’affluenza del 34,05% e la vittoria del “Sì” (64,21%) alla modifica del Titolo V della Costituzione, che ha ampliato le competenze delle Regioni. Il secondo è stato quello del 2020, con il 69,96% di “Sì” e un’affluenza del 51,12%, che ha approvato il taglio del numero dei parlamentari, in un contesto politico segnato dalla crisi post-Covid e da un’ampia convergenza tra maggioranza e opposizione.

Gli altri due referendum non hanno superato la prova delle urne. Nel 2006, il 61,29% votò “No” a una riforma costituzionale voluta dal centrodestra e l’affluenza fu del 52,46%. Ancora più alta la partecipazione nel 2016 (65,48%), quando il “No” (59,12%) bloccò la riforma Renzi-Boschi, in un clima polarizzato che si trasformò in un vero e proprio voto politico contro il governo. In sintesi, solo quando la riforma è stata sostenuta da un ampio consenso e un basso tasso di conflittualità politica, il referendum ha portato a un cambiamento effettivo.

Referendum, cosa dicono i sondaggi

A poche settimane dal voto del 22–23 marzo 2026, i sondaggi mostrano un quadro ancora aperto. L’istituto Ixè rileva un No tra il 51,3% e il 54,3% e un Sì tra il 45,7% e il 48,7%, con una quota di indecisi ancora significativa. Numeri che indicano un vantaggio del No, ma dentro un margine che resta sensibile alle oscillazioni delle ultime settimane di campagna.

Diverso lo scenario elaborato da YouTrend per Sky TG24: con un’affluenza alta, il Sì salirebbe al 51% contro il 49% del No; con un’affluenza più bassa, il No supererebbe il 51%. Altri aggregatori mostrano range più stretti, con il Sì tra il 48% e il 50% e il No tra il 41% e il 45%, a conferma di un equilibrio che può cambiare in base alla partecipazione. In sintesi, i numeri raccontano una partita ancora aperta, dove più dei decimali può pesare la mobilitazione finale degli elettori.

Referendum giustizia 2026: quanti voteranno?

Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, aggiornati al 31 dicembre 2025, gli aventi diritto al voto per il referendum sulla giustizia sono 52.016.584. Un bacino elettorale ampio, che include 5.625.623 cittadini iscritti all’AIRE, quindi residenti all’estero e chiamati a votare per corrispondenza, e 290.333 neo-diciottenni entrati per la prima volta nelle liste elettorali. Sul territorio nazionale dovrebbero essere operative 61.534 sezioni elettorali, di cui 472 ospedaliere, per garantire il voto anche ai degenti.

Referendum giustizia 2026: orari e documenti

Metti la sveglia, controlla la tessera elettorale nel cassetto e segnati l’orario: il referendum sulla giustizia si vota domenica 22 marzo 2026 (ore 7–23) e lunedì 23 marzo 2026 (ore 7–15). Due giorni per andare al seggio, senza corse contro il tempo: se sei in fila all’orario di chiusura, puoi comunque votare. Cosa portare? Solo due cose, ma indispensabili: documento di identità valido e tessera elettorale. Senza uno dei due non si vota. Se la tessera è finita, persa o rovinata, il Comune rilascia il duplicato con aperture straordinarie anche nel weekend del voto. Dentro la cabina niente quiz e niente trabocchetti: una sola scheda, una sola croce, Sì oppure No.

Agevolazioni di viaggio in occasione del referendum

In vista del referendum del 22 e 23 marzo 2026, il Ministero dell’Interno ha previsto agevolazioni sui trasporti per chi deve raggiungere il proprio comune di iscrizione elettorale. Per i viaggi ferroviari, Trenitalia applica sconti del 60% sui regionali e del 70% sui treni nazionali, Italo del 70%, Trenord del 60% in Lombardia: i biglietti agevolati valgono per andata dal 13 marzo e ritorno entro il 2 aprile 2026, con obbligo di esibire tessera elettorale (vidimata al ritorno). Per i viaggi via mare, diverse compagnie (CIN, GNV, Grimaldi, Navigazione Siciliana, NLG) applicano una riduzione del 60% sulla tariffa ordinaria passeggeri.

Gli elettori residenti all’estero hanno inoltre diritto all’esenzione dal pedaggio autostradale sulla rete nazionale (escluse tratte a sistema aperto), valida nei cinque giorni precedenti e successivi al voto. Per i voli nazionali, ITA Airways riconosce uno sconto di 40 euro sui biglietti di andata e ritorno (per tariffe da almeno 41 euro), valido per voli tra il 15 e il 30 marzo 2026. Infine, gli elettori residenti in Paesi dove non è possibile votare per corrispondenza possono chiedere, tramite il consolato, il rimborso del 75% del costo del biglietto di viaggio. Tutte le condizioni dettagliate sono contenute nella circolare n. 19 della Direzione centrale per i Servizi elettorali.

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Meta chiude il metaverso, il fallimento di Zuckerberg costato 80 miliardi di dollari

Addio metaverso. Lo sapevano tutti tranne lui, Mark Zuckerberg, che in questi anni ha continuato ad investire cifre folli per lo sviluppo della tecnologia ma con ritorni al di sotto delle attese.

Questa settimana l’azienda ha comunicato che dal 15 giugno Horizon Worlds, piattaforma simbolo della strategia immersiva del gruppo, non sarà più accessibile tramite visori VR ma soltanto da dispositivi mobili.

Poche ore dopo, però, Andrew Bosworth, responsabile della divisione Reality Labs, ha corretto il tiro parlando di disponibilità garantita “nell’immediato futuro”. La sequenza di dichiarazioni contraddittorie restituisce comunque un quadro chiaro: il progetto metaverso, così come era stato concepito da Mark Zuckerberg, è in fase di revisione profonda. Secondo diverse analisi, tra cui quella del New York Times, si può ormai parlare di fine di una visione industriale che aveva guidato il gruppo negli ultimi anni.

Già nei mesi scorsi erano emersi segnali evidenti. A gennaio Reality Labs ha tagliato circa il 10% del personale e ha interrotto lo sviluppo di nuovi prodotti, tra cui Supernatural, app di fitness considerata tra le più promettenti. Meta ha precisato di non voler abbandonare il settore, ma di volerlo riorganizzare, separando Horizon Worlds dall’ecosistema Quest VR, che continuerà a ospitare i contenuti per i visori.

Il ridimensionamento arriva dopo investimenti stimati oltre i 70 miliardi di dollari, che secondo alcune valutazioni salgono fino a 80 miliardi complessivi. Nonostante la diffusione dei visori Quest, oggi tra i più venduti sul mercato, la crescita dell’intero comparto si è rivelata molto più lenta del previsto. “L’industria della realtà virtuale non è cresciuta tanto né così rapidamente come speravamo”, ha ammesso lo stesso Bosworth.

Metaverso: Zuckerberg ci credeva cosi tanto da cambiare il nome da Facebook a Meta

L’interesse di Zuckerberg per il settore risale al 2014, con l’acquisizione di Oculus. Nel 2021 la svolta simbolica: Facebook cambia nome in Meta e punta tutto sul metaverso, immaginato come la nuova frontiera di internet. Ma l’esperienza offerta agli utenti non ha mai convinto del tutto: avatar poco realistici, ambienti virtuali limitati e un livello qualitativo distante dagli standard dei videogiochi contemporanei.

Durante la pandemia il metaverso si era intrecciato con il boom delle criptovalute e del Web3, alimentando aspettative elevate. Con il ritorno alla normalità, però, l’interesse si è rapidamente ridotto. Alla fine dello scorso anno, una visita documentata dello youtuber ColdFusion ha rilevato appena 900 utenti attivi su Horizon Worlds, segnale di un ecosistema mai davvero decollato.

Parallelamente, Meta ha spostato il baricentro strategico sull’intelligenza artificiale, seguendo il trend globale accelerato dal successo di ChatGPT. Zuckerberg ha investito risorse ingenti nel reclutamento di talenti, arrivando a offrire cifre molto elevate per attrarre ricercatori e sviluppare sistemi avanzati, fino a parlare di una futura “superintelligenza”.

La realtà aumentata è un settore in crescita: la conferma dagli occhiali AI

Questo non significa però l’abbandono completo della realtà virtuale e aumentata. Il metaverso rappresentava solo una delle possibili applicazioni, peraltro tra le più ambiziose e complesse.

Più concreti appaiono invece i risultati ottenuti nel segmento degli smart glasses, sviluppati in collaborazione con EssilorLuxottica. Questi dispositivi, simili a normali occhiali, consentono di registrare contenuti e interagire con Meta AI, e stanno registrando una buona risposta commerciale.

A settembre l’azienda ha presentato anche i Meta Ray-Ban Display, evoluzione che integra funzionalità di visualizzazione direttamente sulle lenti. È in questa direzione, più pragmatica e orientata all’uso quotidiano, che Meta potrebbe concentrare gli investimenti futuri, archiviando di fatto l’idea originaria di un universo digitale immersivo destinato a sostituire quello reale.

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Gli Europei temono che Trump possa spegnere Internet

Più della metà dei cittadini europei intervistati ritiene che affidarsi alla tecnologia made in Usa con Trump sia un rischio reale e concreto.

La maggior parte degli Europei teme che gli Usa potrebbero staccare la spina a tecnologie basilari su cui il Vecchio Continente punta in maniera massiccia. E’ quanto emerge da una nuova indagine realizzata da SWG e presentato al Parlamento Europeo, secondo cui ben l’86% delle persone pensa che sia del tutto plausibile una mossa improvvisa degli Stati Uniti per restringere l’accesso ai servizi digitali e che un’eventualità del genere non debba essere assolutamente esclusa. Il 59% lo considera già un rischio concreto e reale.

I governi europei stanno cercando di ridurre la loro dipendenza dalla tecnologia statunitense per servizi critici come cloud, comunicazioni e intelligenza artificiale.

Spauracchio Trump

Una delle paure che spinge verso l’utilizzo di tecnologie nazionali è quella di un “interruttore di emergenza”: l’idea che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump possa costringere i fornitori di tecnologia americani a interrompere i servizi in Europa. Queste paure hanno raggiunto il culmine quando il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha perso l’accesso al suo account di posta elettronica ospitato su Microsoft lo scorso anno, in seguito alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.

“Nel corso dell’ultimo anno, tutti si sono resi conto di quanto sia importante non dipendere da un singolo Paese o da una singola azienda per quanto riguarda alcune tecnologie critiche”, ha detto Henna Virkkunen, responsabile tecnologica dell’UE, a un pubblico a Bruxelles all’inizio di quest’anno, in occasione di un evento organizzato da POLITICO.

La dipendenza tecnologica con Trump un rischio

“In questi tempi… le dipendenze possono essere usate contro di noi”, ha detto Virkkunen.

Il sondaggio ha coinvolto 5.079 intervistati in tutti i 27 Paesi membri dell’UE nel mese di gennaio. Per il 55% degli intervistati, tracciare un “percorso europeo” è diventato una “questione strategica centrale”.

Il Parlamento europeo e una serie di istituzioni governative nazionali hanno già intrapreso passi per allontanarsi dalla tecnologia statunitense onnipresente, sebbene le capitali dell’UE abbiano avvertito che la transizione non avverrà dall’oggi al domani.

La Ue vuole diminuire la dipendenza tecnologica dagli Usa

Anche la Commissione europea sta finalizzando una serie di proposte, previste per la fine di maggio, per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, tra cui la definizione di cosa si intenda per fornitore sovrano e quali settori critici dovrebbero fare affidamento esclusivamente su di esso per salvaguardare i dati e le operazioni quotidiane europee.

Paura del “kill switch” plausibile

Il sondaggio suggerisce che gli sforzi degli Stati Uniti per smentire e respingere lo scenario del “kill switch” non hanno convinto gli europei.

Il direttore nazionale per la sicurezza informatica degli Stati Uniti, Sean Cairncross, ha detto a Monaco di Baviera a febbraio che l’idea che Trump possa staccare la spina a Internet non è “un argomento credibile”.

Il presidente di Microsoft, Brad Smith, ha affermato a Bruxelles lo scorso anno che lo scenario del “kill switch” era “estremamente improbabile”, ma ha riconosciuto che si tratta di “una reale preoccupazione per le persone in tutta Europa”. Si è impegnato a contrastare qualsiasi eventuale ordine di sospensione delle attività in Europa.

Le aziende statunitensi, allo stesso tempo, si stanno affrettando a placare le preoccupazioni con misure di sicurezza, come soluzioni isolate dalla rete (air-gapped) che si dimostrerebbero resilienti in caso di interruzioni operative.

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