Gartner, mercato globale IT a 6,37 trilioni di dollari nel 2026 (+14,2%) trainato dai data center

Sistemi per data center e IaaS (Infrastructure as a service) sono i driver principali per i maggiori progetti infrastrutturali mai realizzati dall’umanità.

La spesa globale IT è vista a 6,37 trilioni nel 2026, in crescita del 14,2% sul 2025, secondo le previsioni di Gartner. I sistemi di data center e Infrastructure as a service (IaaS) sono i principali segmenti di crescita, rispecchiando gli investimenti in AI, piattaforme Cloud, applicazioni intelligenti.

“La creazione della capacità di calcolo necessaria per l’IA rappresenta il più grande progetto infrastrutturale mai intrapreso dall’umanità. Spinti dall’espansione dei carichi di lavoro di IA e dalla domanda di calcolo ad alte prestazioni, i fornitori di servizi cloud su larga scala e le aziende stanno rapidamente ampliando la capacità dei data center di nuova generazione”, sostiene Gartner.

Queste tendenze sottolineano come le infrastrutture per l’IA, le piattaforme cloud abilitate per l’IA e gli ecosistemi software avanzati rimarranno i segmenti più attraenti per capitalizzare sulla forte espansione della spesa IT globale (vedi Tabella 1).

Table 1. Worldwide IT Spending Forecast (Billions of U.S. Dollars) 

      2025 Spending 2025 Growth (%) 2026 Spending 2026 Growth (%)
Data Center Systems 506 51.6 822 62.5
Devices 790 9.7 868 9.8
Software 1,271 13.9 1,468 15.5
Services 1,492 3.8 1,570 5.3
Infrastructure as a Service (IaaS) 222 25.3 287 29.3
Communications Services 1,296 3.3 1,354 4.4
Overall IT 5,577 10.7 6,369 14.2

Source: Gartner (July 2026)

Nonostante la forte crescita della spesa, non si tratta di una tendenza di mercato che favorisce tutti, secondo Gartner. I budget tecnologici sono messi a dura prova dall’inflazione, dalla carenza di approvvigionamento, dall’aumento dei costi di hardware e memoria, dalle iniziative di finanziamento per l’IA e dal cambiamento delle priorità.

Le proiezioni di crescita riviste riflettono l’espansione del mercato trainata dall’IA

In questo ultimo aggiornamento delle previsioni, la spesa IT totale è stata rivista al rialzo con proiezioni di crescita più solide, a testimonianza della maggiore fiducia nell’espansione complessiva del mercato. La revisione pone maggiore enfasi sulla spesa relativa all’IA, con una crescita incrementale sempre più concentrata nei segmenti che beneficiano direttamente dell’adozione dell’IA, mentre i segmenti tradizionali mostrano cambiamenti relativamente modesti.

“La crescita della spesa IT è alimentata dai crescenti investimenti in infrastrutture e software per l’IA. Le organizzazioni stanno investendo di più in server ottimizzati per l’IA, servizi cloud e software predisposto per l’IA, man mano che espandono i loro sforzi in questo ambito, mentre i mercati hardware continuano ad adattarsi ai vincoli di fornitura di semiconduttori e memorie”, aggiunge la società di analisi. “La crescita più rapida è prevista per le infrastrutture, i servizi cloud e il software relativi all’IA, a testimonianza della forte attenzione allo sviluppo e alla scalabilità delle capacità di IA in tutta l’azienda.”

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Chat Control, Europa divisa sulla scansione di massa tra falsi positivi, esigenze di sicurezza e privacy

Lo scorso 9 luglio l’Europarlamento ha dato il via libera a Chat Control 1.0, la proposta delle capitali Ue di estendere una deroga alle norme sulla privacy digitale allo scopo di consentire il monitoraggio e la segnalazione della potenziale condivisione di materiale pedopornografico (Csam) da parte delle piattaforme digitali. 

Gli eurodeputati vogliono escludere dall’ambito di applicazione della legge le “comunicazioni alle quali è stata, è o sarà applicata la crittografia end-to-end”ossia i messaggi privati e crittografati scambiati tra utenti sulle piattaforme di messaggistica come WhatsApp e Signal. Ora il Consiglio UE ha tre mesi per approvare questa nuova versione.

Ma sembra che i vertici Ue non siano soddisfatti dell’esito delle prime due votazioni.

Problemi di sicurezza di Chat Control

Negli ultimi anni, oltre 800 esperti di sicurezza informatica e privacy hanno messo in guardia sui limiti tecnologici della scansione di massa volontaria e dell’analisi dei contenuti basata sull’IA, nonché sui rischi che queste tecnologie comportano per i diritti fondamentali.

La loro valutazione riflette un ampio consenso sul fatto che le tecnologie attualmente disponibili continuano a presentare tassi di errore inaccettabilmente elevati, che la scansione indiscriminata solleva significative preoccupazioni in termini di proporzionalità e che sono disponibili approcci più efficaci e mirati per contrastare i contenuti dannosi.

L’UE dovrebbe controllare i tuoi messaggi privati ​​con “Chat Control”?

L’iniziativa “Chat Control” dell’UE per combattere gli abusi sessuali sui minori sta suscitando notevoli polemiche in tutto il blocco, poiché consentirebbe alle piattaforme di messaggistica di scansionare le chat private per individuare contenuti illegali. L’UE dovrebbe controllare i tuoi messaggi?

I sostenitori sostengono che gli strumenti digitali automatizzati siano necessari per proteggere i minori online, ma gli attivisti per la privacy e gli esperti di sicurezza avvertono che tali misure potrebbero di fatto legalizzare la sorveglianza di massa.

L’iter legislativo si articola in due fasi: una misura provvisoria (Chat Control 1.0) e una proposta di regolamento permanente (Chat Control 2.0). La prima prevede un’esenzione dalla Direttiva ePrivacy dell’UE, consentendo alle piattaforme di scansionare le comunicazioni non crittografate su base volontaria. Chat Control 2.0, invece, è la proposta della Commissione per una legge permanente e obbligatoria.

Al centro del dibattito c’è la crittografia end-to-end, utilizzata dalle app per garantire che solo il mittente e il destinatario possano leggere i messaggi. Per scansionare le comunicazioni crittografate, la proposta di legge richiederebbe alle aziende tecnologiche di implementare la “scansione lato client”, che intercetta e analizza i messaggi direttamente sul dispositivo dell’utente prima che vengano crittografati.

Per saperne di più su Chat Control

Organizzazioni per i diritti digitali ed esperti tecnici avvertono che i filtri automatici basati sull’intelligenza artificiale utilizzati per la scansione sono inaffidabili e soggetti a “falsi positivi”. Normali foto o messaggi di famiglia potrebbero essere segnalati come illegali, innescando segnalazioni automatiche alle forze dell’ordine e minando la presunzione di innocenza.

Gli utenti dovrebbero dare priorità alla sicurezza rispetto alla privacy? Una soluzione basata sull’intelligenza artificiale è sufficiente?

Chat Control 2.0: opinione pubblica europea divisa

Un sondaggio del Central European Digital Media Observatory (CEDMO), condotto tra gennaio e febbraio 2026 in nove Paesi europei, mostra che i cittadini sono divisi sulla proposta di regolamento europeo Chat Control 2.0 (CSAR). Mentre una maggioranza ritiene che possa aumentare la sicurezza online, una parte significativa teme effetti negativi sulla privacy e sulla libertà di espressione.

Scarsa conoscenza della proposta

Soltanto il 21,7% degli intervistati dichiara di conoscere Chat Control 2.0 e appena il 21,6% ritiene di essere sufficientemente informato. La consapevolezza è più alta in Germania e più bassa in Estonia.

Timori per privacy e libertà di espressione

Il 28,1% degli europei teme che la normativa possa limitare la libertà di espressione online. Inoltre, il 38,1% è preoccupato che i sistemi automatici possano classificare erroneamente contenuti legittimi, con possibili conseguenze sulla comunicazione privata.

La maggioranza si aspetta più sicurezza

Nonostante le preoccupazioni, il 57,6% degli intervistati ritiene che Chat Control 2.0 renderà Internet più sicuro. Una quota simile (57,8%) afferma di fidarsi del fatto che le autorità europee utilizzeranno la normativa esclusivamente per proteggere i minori.

Possibili cambiamenti nelle abitudini digitali

L’eventuale approvazione del regolamento potrebbe modificare il comportamento degli utenti:

  • il 38,4% eviterebbe di conservare foto, file o conversazioni sensibili sui propri dispositivi;
  • il 52,8% dichiara già oggi di evitare applicazioni e dispositivi che tracciano le attività degli utenti.

Un europeo su cinque è pronto a protestare

Il 21,3% degli intervistati sarebbe disposto a opporsi attivamente all’introduzione del regolamento, partecipando a forme di protesta. La disponibilità è particolarmente elevata in alcuni Paesi dell’Europa centrale.

I giovani: più informati, ma meno prudenti

I giovani conoscono meglio il dibattito su Chat Control 2.0 rispetto alla popolazione generale, ma mostrano:

  • minore fiducia nelle istituzioni europee;
  • meno attenzione alla tutela della propria privacy;
  • minore propensione ad adottare misure preventive contro il tracciamento o a eliminare dati sensibili.

Sono inoltre leggermente più inclini rispetto alla media a partecipare a eventuali proteste.

Le implicazioni

L’indagine evidenzia la necessità di trovare un equilibrio tra protezione dei minori e tutela dei diritti fondamentali, come la privacy e la libertà di comunicazione. I risultati suggeriscono anche l’importanza di una comunicazione più trasparente sulle finalità e sul funzionamento del futuro regolamento europeo.

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Editori contro Google: Reddit riconsidera l’accordo da 60 milioni. Politico e Reuters valutano il blocco

Per anni Google ha rappresentato una fonte fondamentale di traffico per gli editori online. Ora l’espansione delle risposte generate dall’AI sta incrinando quel rapporto: il motore di ricerca utilizza i contenuti per rispondere direttamente agli utenti, ma invia sempre meno visitatori ai siti che li hanno prodotti.

Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, Reddit, USA Today, Politico, The Economist, People Inc. e Reuters stanno valutando come proseguire la collaborazione con Google e, in alcuni casi, se bloccare del tutto l’accesso ai propri contenuti.

Reddit riconsidera l’accordo da 60 milioni

Nel 2024 Reddit ha firmato con Google un accordo da 60 milioni di dollari l’anno, consentendo al gruppo di utilizzare il materiale pubblicato sulla piattaforma per addestrare i propri modelli AI.

Con l’intesa vicina alla scadenza, riferisce il Wall Street Journal, i dirigenti di Reddit stanno però valutando quale vantaggio rimanga nel continuare ad alimentare i sistemi di Google, mentre le risposte generate dall’AI riducono i clic verso i siti esterni. Le due aziende stanno discutendo un possibile rinnovo.

“Per alcune categorie di editori è una questione esistenziale”, ha dichiarato al quotidiano David Buttle, amministratore delegato della società di consulenza DJB Strategies. “Stanno valutando soluzioni più radicali”.

USA Today: “È il momento di dire basta”

USA Today Co., proprietaria dell’omonima testata nazionale e di centinaia di giornali locali, sta considerando di bloccare il crawler di Google. Una scelta che escluderebbe i suoi contenuti sia dalle sintesi AI sia dai tradizionali risultati con i link blu.

I dati di Semrush citati dal Wall Street Journal mostrano che, tra giugno 2025 e giugno 2026, il traffico organico proveniente dagli utenti statunitensi di Google verso il sito nazionale di USA Today è diminuito del 18%.

“È il momento di prendere posizione e dire che ne abbiamo abbastanza”, ha affermato l’amministratore delegato Mike Reed. Il gruppo sarebbe disposto a chiudere l’accesso a Google qualora il calo del traffico proseguisse e starebbe già preparando il proprio modello economico a un futuro senza i ricavi generati dal motore di ricerca.

USA Today ha inoltre avviato una causa contro Google, accusandolo di detenere un monopolio nelle tecnologie pubblicitarie che danneggerebbe i ricavi degli editori.

Traffico in calo per Politico, CNN e Reuters

La flessione riguarda anche altre grandi testate. Secondo Semrush, il traffico statunitense proveniente da Google è diminuito del 20% per Politico e del 31% sia per CNN sia per Business Insider tra giugno 2025 e giugno 2026.

Il Wall Street Journal riferisce che alcuni dipendenti di Politico hanno discusso la possibilità di limitare l’accesso di Google e degli altri bot agli articoli gratuiti, introducendo una registrazione obbligatoria per gli utenti umani.

Anche Reuters sta valutando se bloccare il crawler di Google per il proprio sito destinato al pubblico.

“Stiamo certamente esaminando il compromesso economico tra la ricerca e le sintesi AI”, ha dichiarato al Wall Street Journal il presidente di Reuters, Paul Bascobert.

Il nodo dei crawler

Secondo Cloudflare, citata dal quotidiano americano, i bot rappresentano ormai oltre la metà del traffico web. Alcuni raccolgono contenuti per addestrare modelli AI, altri analizzano i siti per rispondere alle domande degli utenti o vendono il materiale raccolto ad altre aziende.

Gli editori possono impedire a Google di utilizzare i propri contenuti per l’addestramento dei modelli, ma in genere devono consentire al crawler di accedervi sia per le funzioni AI sia per la ricerca tradizionale, qualora vogliano comparire in entrambe. Bloccare Google può quindi significare rinunciare non soltanto alle sintesi AI, ma anche alla visibilità nei risultati classici.

Google difende le sue funzioni AI

Google respinge l’idea che le nuove funzionalità stiano semplicemente sottraendo traffico agli editori. Un portavoce ha dichiarato al Wall Street Journal che gli strumenti AI inviano ogni settimana miliardi di clic verso il web, evidenziano i collegamenti alle fonti e aiutano creatori ed editori ad ampliare il pubblico.

Il gruppo ha inoltre avviato un programma che remunera più di 200 editori per l’accesso ai contenuti destinati all’AI.

A giugno Google ha annunciato che, in seguito a una decisione dell’autorità britannica, permetterà agli editori di scegliere se partecipare alle funzionalità AI senza perdere la presenza nei risultati di ricerca tradizionali. La sperimentazione partirà nel Regno Unito, senza una tempistica definita per l’estensione globale.

People Inc. non esclude il blocco

People Inc., proprietaria di testate come People, Better Homes & Gardens e Travel + Leisure, ha già ridotto la propria dipendenza dal motore di ricerca.

Nel primo trimestre dell’anno Google ha generato il 25% del traffico del gruppo, contro oltre la metà di due anni prima. La società continua a consentire al crawler di accedere ai propri contenuti, ma sta rivalutando il rapporto.

“Bloccarli completamente è assolutamente un’opzione”, ha dichiarato al Wall Street Journal l’amministratore delegato Neil Vogel.

Per anni lo scambio è stato semplice: gli editori consentivano a Google di indicizzare i propri contenuti e ricevevano in cambio traffico, pubblicità e nuovi abbonati. Con le risposte generate dall’AI, questo equilibrio sta venendo meno. Google continua ad avere bisogno di contenuti autorevoli per alimentare i propri servizi, ma gli editori ricevono sempre meno visite.

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Voucher digitale per le micro imprese per l’adozione di software, AI e cloud. Premialità per il made in Eu

Il Manifesto per l’Italia Digitale e la proposta di voucher per le micro, piccole e medie imprese

Presentato alla Camera dei Deputati il Manifesto per l’Italia Digitale, promosso da AIIP, AssoSoftware, Confartigianato, Confcommercio, Confimi Industria e Confprofessioni, con al centrola proposta di introdurre, nella prossima Legge di Bilancio, il voucher digitale.

Un gruppo di associazioni di settore che rappresenta di fatto il Paese reale, un pezzo significativo di economia nazionale che va accompagnato nella trasformazione digitale in corso. A questa fetta di Paese si è rivolto anche il messaggio dell’On. Alessandro Manuel Benvenuto, Questore della Camera dei deputati: “Sono micro e piccole e medie imprese, oltre che gli studi professionali e il terzo settore, che non possono essere tagliati fuori dalla transizione e dal digitale, che abilita crescita economica e posti di lavoro, ma che deve arrivare anche al negozio di quartiere, allo studio professionale, agli enti non-profit”.

La misura, illustrata come “semplice, triennale e verificabile”, nasce per rispondere al ritardo digitale del sistema produttivo italiano, particolarmente evidente nelle realtà meno strutturate: il 94,7% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, ma solo il 29,4% delle microimprese tra 2 e 9 addetti utilizza un software gestionale, contro il 51,4% delle imprese con almeno 10 addetti.

Si tratta di una richiesta che viene dal basso e direttamente dalle micro e piccole imprese, ha spiegato l’On. Laura Cavandoli, Presidente del Consiglio di giurisdizione della Camera dei deputati, “con l’obiettivo di avere una misura proporzionata al proprio business. La digitalizzazione consente di accelerare la crescita e con l’arrivo dell’AI bisogna saper intercettare le nuove opportunità che porta con sé. compito della politica è offrire attenzione e ascolto al mondo delle imprese e sul voucher digitale c’è una grande convergenza, uno strumento che può generare Pil”.

Il Manifesto punta a sostenere investimenti in software gestionali, cloud, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, cybersecurity, e-commerce, consulenza, formazione e compliance, legando il beneficio alla reale messa in funzione delle soluzioni “e non al semplice acquisto”.

La proposta prevede una misura rivolta alle imprese tra 2 e 99 addetti, “con intensità di aiuto più alta per le realtà più piccole” e, altra novità importante, una “premialità per le soluzioni Made in UE. La platea stimata è di circa 578mila beneficiari nel triennio, con un fabbisogno pubblico pari a 3,951 miliardi di euro e investimenti complessivi attivati stimati in 7,05 miliardi.

Il voucher digitale per recuperare il gap con l’Ue in termini di competenze, produttività e adozione di nuove tecnologie

Marina Natalucci, Direttrice Osservatori Tech Company, Quantum, Data Center, C4DE del Politecnico di Milano, ha spiegato perché questa misura è importante, perché serve e qual è il suo potenziale. Oggi, l’Italia soffre un gap rilevante in termini di competenze digitali rispetto agli altri grandi Paesi europei, un 45,8% contro il 55,6% della media dell’Unione europea (Ue). Il 34% delle imprese che presentano tra 10 e 49 addetti non ha investito nel digitale negli ultimi anni e non prevede di farlo nel prossimo futuro.

Una situazione critica che penalizza invece una fetta significativa della nostra economica, considerando che le imprese digitalizzate vedono aumentare la produttività anche dell’8%. Se poi ai software si affiancano anche soluzioni di intelligenza artificiale (AI) questo dato sale o supera il 10%.

Siamo indietro e questo pesa sulla competitività delle nostre imprese, in un contesto in cui l’AI cambierà tutta l’economia e l’industria. L’AI macina dati e se non c’è la digitalizzazione di base dei processi non ci sarà un’adozione sufficiente tra le Pmi. Mancano le componenti abilitanti di basi. Il PNRR ha dato una mano, ma ora che va esaurendosi bisogna cominciare ad immaginare nuove soluzioni. Più le imprese sono piccole, più aumenta il livello di arretratezza. Uno studio Luiss illustra l’impatto delle software technologies sulla crescita e sul valore. È un moltiplicatore sulla produzione di 1,6 euro ogni euro investito”, ha precisato Natalucci.

Il Manifesto propone infatti uno strumento complementare ai piani 4.0 e 5.0, pensato per intercettare la domanda diffusa di digitalizzazione delle micro e piccole imprese, dei professionisti e degli enti del terzo settore. Ovviamente, ha aggiunto Natalucci, “l’acquisto di software non basta, bisogna rivedere i processi, digitalizzare i flussi di lavoro e costruire competenze, perché alla fine si tratta di un percorso di trasformazione complesso, complessità che cresce al diminuire della dimensione di imprese”.

La proposta si inserisce in un quadro generale di misure simili che già sono state prese in altri Paesi europei, come la Spagna che, con il kit digitale, ha attivato 750 mila buoni digitali per 3 miliardi di euro erogati. Ci sono altri esempi simili in Francia, Germania e Gran Bretagna.

La trasformazione digitale è una leva strategica per la competitività del Paese che richiede un impegno condiviso tra istituzioni e corpi intermedi. Il Buono Digitale rappresenta uno strumento concreto per sostenere gli investimenti delle imprese in innovazione, competenze e cybersicurezza”, ha affermato Marco Barbieri, Segretario Generale di Confcommercio, sottolineando però un’altra criticità legata all’impatto delle nuove tecnologie sui livelli occupazionali e sui processi lavorativi: “L’AI è l’ultimo tassello del processo di digitalizzazione del mondo del lavoro e delle imprese, bisogna governare l’introduzione di questa tecnologia evitando gli effetti peggiori sui processi aziendali e i posti di lavoro”.

La Tavola delle associazioni

Ad aprire la Tavola rotonda delle associazioni promotrici del Manifesto, moderata da Paolo Poggio, Vicedirettore RaiNews24, è stato Pierfrancesco Angeleri, Presidente di AssoSoftware, che ha dichiarato: “Il voucher digitale è uno strumento necessario per portare software, competenze e processi digitali nelle micro e piccole imprese, dove il ritardo è ancora più evidente. L’obiettivo non è incentivare il semplice acquisto di tecnologia, ma la sua reale adozione: soluzioni gestionali, cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e formazione devono diventare leve concrete di produttività. Investire nel software significa rafforzare la competitività delle imprese e dell’intero sistema Paese. Abbiamo un mondo dei servizi che cresce e che va sostenuto, anche dal punto di vista culturale, riconoscendogli maggiore rilevanza. Rappresenta il 70% del Pil oggi e va ascoltato, anche con misure di sostegno alla trasformazione digitale. Grazie al bonus digitale potremmo aggiungere fino all’1% di crescita al PIL da questo settore chiave. Chiediamo maggiore ascolto alla politica”.

A mancare sono sempre le competenze e i capitali. Ascoltando le esigenze delle micro, piccole e medie imprese, abbiamo capito quali dovevano essere i punti di forza del buono digitale: tre anni di durata, il minimo per creare una strategia digitale a breve-medio termine; la compliance; consulenza e formazione, fondamentali per l’adozione dell’AI; l’inserimento del noleggio a lungo termine del software, agevolando la spesa. Un’azione da portare avanti inoltre è integrare tutte le iniziative in un’unica misura che abiliti il lavoro di più soggetti, così da avere più risorse finanziarie che mantengono in vita più a lungo un intero ecosistema. Il Paese non può pensare di crescere lasciando indietro le imprese più piccole”, ha sostenuto Paola Generali, Presidente Assintel – EDI Confcommercio.

Il buono digitale risponde alle esigenze del 94,7% delle imprese italiane, quelle con meno di dieci addetti, che rappresentano il cuore del nostro sistema produttivo. Le imprese artigiane e le micro e piccole imprese sono già da tempo impegnate nella transizione digitale, investendo in innovazione e competenze, ma necessitano di strumenti semplici e accessibili che ne accelerino il percorso. Auspichiamo che questa misura possa trovare spazio nella prossima Legge di Bilancio – ha sottolineato Fabio Mereu, Vicepresidente di Confartigianato – è una misura di politica industriale capace di sostenere l’adozione concreta di software, intelligenza artificiale, cybersecurity e formazione, rafforzando la produttività e la competitività del Paese. Investire nella digitalizzazione delle micro e piccole imprese significa investire nella crescita dell’intero sistema economico italiano”.

Abbiamo creato un’alleanza per sostenere le nostre imprese. Siamo un grande Paese esportatore. Tra i nostri associati ci sono tantissime Pmi e microimprese. Dobbiamo investire in questo settore, che dà tanto all’economia nazionale. Il Governo ha investito 7 miliardi nella rete in fibra, ma non tutte le aziende le sfruttano ancora. La formazione ha un ruolo chiave nella crescita e il voucher potrebbe colmare un gap al momento rilevante con l’Ue. Una maggiore adozione di soluzioni digitali si tradurrebbe in un aumento del traffico dati a livello nazionale. La nostra proposta va incontro all’esigenza di rafforzare la sovranità tecnologica e il made in EU. Il voucher andrebbe a completare quanto già fatto dal Governo, facendo arrivare l’innovazione in profondità nei territori. Vogliamo in questo modo completare la politica industriale nazionale, integrando gli investimenti fin qui già fatti. C’è una resistenza da parte di chi deve assolvere le pratiche necessarie per richiedere questi supporti, ma noi come associazioni e il Governo stesso abbbiamo il compito di pubblicizzare e comunicare le nuove proposte, proprio per farle incontrare con le esigenze delle realtà imprenditoriali più piccole”, ha affermato Giovanni Cristi, Segretario Generale AIIP.

Per le nostre PMI manifatturiere, il Buono Digitale è un’opportunità per ridurre il divario con le realtà più grandi e strutturate, trasformare un’idea in un progetto pilota e acquisire consapevolezza del valore dei propri dati e, quindi, della necessità di tutelarli. Per il legislatore, è invece uno strumento per ridurre la burocrazia e partecipare attivamente al processo di innovazione del Paese. Dobbiamo favorire la formazione continua e l’acquisizione di nuove competenze, solo così si potranno salvare posti di lavoro dall’impatto dell’AI, che va governato, ma che necessità anche di altre misure che vadano a sostegno delle organizzazioni più piccole. Il buono digitale accrescerà la consapevolezza sui rischi della dipendenza digitale, sul valore del dato e sulla necessità di aumentare la sicurezza informatica e della proprietà intellettuale”, spiega Domenico Galia, Presidente di Confimi Industria Digitale.

I dati dell’Osservatorio di Confprofessioni mostrano con chiarezza che il comparto professionale è uno dei protagonisti della trasformazione digitale del Paese, con oltre l’80% degli studi che investe in soluzioni ICT. Per sostenere questo percorso servono strumenti semplici e accessibili anche alle realtà più piccole. Il Buono Digitale va esattamente in questa direzione: una misura concreta, immediatamente fruibile e costruita sulle esigenze di studi professionali e microimprese, in piena coerenza con i principi del nuovo Codice degli incentivi e della legge delega di riforma. Il voucher è uno strumento democratico per implementare le capacità digitali e sviluppare la dimensione professionale.”, ha dichiarato Paola Fiorillo, Componente della Giunta con delega alla digitalizzazione di Confprofessioni.

La tavola della politica

Riguardo ai quasi 4 miliardi di euro di risorse a copertura del voucher digitale, l’On. Laura Cavandoli, Presidente del Consiglio di giurisdizione della Camera dei deputati, ha precisato in apertura della Tavola della politica, che si tratta di “una cifra significativa”, ma che certamente “la richiesta di ampliare la platea è legittima, come lo è la richiesta di accrescere le competenze digitali”. “È necessario aprire un confronto su questo per evitare di continuare a perdere terreno su settori chiave per la crescita del Paese. Recuperiamo risorse, riorganizziamo gli strumenti e sfruttiamole in maniera più efficiente – ha proseguito Cavandoli – il problema in sede di legge di bilancio sarà decidere come muoversi e come affrontare anche il grande problema dei consumi energetici, che peseranno sempre più sul mondo delle imprese”.

Bisognerebbe pensare ad una misura strutturale a sostegno della digitalizzazione, da inserire sempre all’interno di politiche nazionali. Abbiamo usato un pezzo del PNRR per completare la trasformazione digitale delle reti fisse e mobili. Un passaggio fondamentale anche per poi investire sulla domanda, che attiva il ruolo delle Pmi e delle micro imprese. Una parte residuale del PNRR potrebbe andare in questa direzione, circa un miliardo di euro avanzato dal Piano 1Giga. Si può introdurre inoltre una forma equa di tassazione sulla pubblicità online, da cui generare nuove risorse interne da investire. Abbiamo calcolato circa 500 milioni di euro di entrate annue. Dal punto di vista finanziario si può agire certamente, ma servono meccanismi incentivanti, favorendo l’aggregazione della domanda. Questo farebbe diminuire il costo pro-capite, aumentando la capacità di cooperazione, andando incontro alle micro imprese ad esempio. Si può anche immaginare uno strumento che finanzi la capacità digitale delle imprese ma che poi sia modulato in base alle esigenze che col tempo cambiano. I soldi spesi devono essere considerati investimenti, non costi, così da sottrarli dalla spesa corrente”, ha affermato il Sen. Antonio Nicita, Membro della Commissione Programmazione economica e bilancio del Senato.

La proposta va incontro ad una diffusa necessità di crescita e formazione. Il problema è controllare certificazioni e adempimenti. Le misure devono sempre fare i conti con il tessuto imprenditoriale nazionale e le cattive pratiche che non mancano mai. Bisogna far comprendere bene quanto una misura del genere sia centrale per il futuro delle micro e piccole e medie imprese, degli studi professionali e per il terzo settore. il meccanismo deve prevedere una profonda preparazione da parte di tutti. Altra criticità è la capacità di aggregazione delle micro imprese, che prevede anche la condivisione di dati e di informazioni”, ha commentato il Sen. Luigi Nave, Membro della Commissione Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni e innovazione tecnologica del Senato.

La copertura è rilevante e il Governo ha fatto della stabilità dei conti pubblici il proprio mantra. Parlando però di investimenti bisogna essere attenti a questa proposta. Si deve affrontare la trasformazione tecnologica del mondo del lavoro e servono nuovi strumenti per saper gestire i cambiamenti che stanno arrivando. Abbiamo la responsabilità di governare questa transizione, salvaguardando la dignità di ogni lavoratore. In Italia abbiamo bassi tassi di produttività che portano a bassi tassi retributivi. La questione della digitalizzazione è centrale, gli strumenti fin qui messi in campo non bastano e non arrivano alle micro imprese, che sono il tessuto vivo dell’economia nazionale. Il tema della formazione anche è centrale, qui serve investire, l’infrastrutturazione è una conseguenza. Dobbiamo aumentare il livello di attenzione sul tema formativo. Poi c’è il meccanismo del coinvolgimento delle imprese per rendere più sostenibile l’investimento. Altro punto critico sono i controlli, senza aumentare il carico burocratico, costruendo reti di protezione per evitare sprechi e truffe”, ha dichiarato in conclusione l’On. Lorenzo Malagola, Segretario della Commissione Lavoro della Camera dei deputati.

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Chat Control 1.0, ok dell’Europarlamento. Ma esclusi i messaggi con crittografia end-to-end (come Whatsapp). Una misura poco efficace?

Il Parlamento europeo ha proposto modifiche alla posizione del Consiglio sul dossier cosiddetto “chat control”, ossia la proposta delle capitali Ue di estendere una deroga alle norme sulla privacy digitale allo scopo di consentire il monitoraggio e la segnalazione della potenziale condivisione di materiale pedopornografico (Csam) da parte delle piattaforme digitali. Gli eurodeputati vogliono escludere dall’ambito di applicazione della legge le “comunicazioni alle quali è stata, è o sarà applicata la crittografia end-to-end”, ossia i messaggi privati e crittografati scambiati tra utenti sulle piattaforme di messaggistica. Ora il Consiglio UE ha tre mesi per approvare questa nuova versione.

Il voto odierno

In questa fase del processo, la seconda lettura dell’Europarlamento, era necessaria una maggioranza assoluta pari a 360 deputati per respingere o modificare la posizione del Consiglio. In un voto iniziale, una maggioranza semplice ha sostenuto il respingimento della posizione (314 a favore, 276 contrari, 17 astenuti), ma poiché non c’è stata una maggioranza a favore del respingimento della posizione modificata del Parlamento Ue (276 a favore, 286 contrari, 30 astenuti), la seconda lettura si è conclusa. La posizione dell’Eurocamera con il testo modificato verrà ora trasmessa al Consiglio, che ha tre mesi per approvare o respingere le modifiche. Se le capitali non accetteranno tutte le modifiche si aprirà la fase di conciliazione per concordare la legge.

Se gli eurodeputati avessero adottato la posizione del Consiglio avrebbero di fatto ripristinato una la deroga scaduta ad aprile che consente ai fornitori di monitorare volontariamente per identificare e rimuovere materiale Csam e l’adescamento di minori nelle comunicazioni private sui loro servizi. La deroga in questione rimane una misura temporanea per evitare un vuoto legislativo mentre sono in corso i negoziati su un regime permanente per combattere la diffusione di materiale Csam: come rende noto il Parlamento Ue in un comunicato, la maggior parte degli aspetti della legge permanente è stata concordata sotto la Presidenza cipriota del Consiglio nella prima metà del 2026, lasciando alcuni aspetti ancora da discutere.

Il dottor Patrick Breyer, attivista per i diritti civili ed ex membro del Parlamento europeo, mette in guardia sulle conseguenze:

“Il fatto che Chat Control stia andando avanti contro la volontà della maggioranza degli eurodeputati votanti è una farsa e danneggia la democrazia. I nostri figli sono i veri perdenti in questo processo antidemocratico. L’approvazione di un regolamento autentico e permanente a tutela dei minori è ora seriamente a rischio. Il Consiglio non accetterà mai un cambio di paradigma di cui c’è disperatamente bisogno finché potrà semplicemente attenersi al vecchio approccio dell’analisi senza sospetti, a discrezione dell’industria tecnologica.”

Nonostante la sconfitta legislativa, Breyer rimane irremovibile riguardo ai prossimi negoziati:

Battaglia per chat control 2.0 va avanti

“Il voto odierno sul regolamento provvisorio è stato una battuta d’arresto, ma la battaglia politica sul ‘chat control 2.0’ permanente è solo all’inizio. La resistenza che abbiamo visto oggi in Parlamento è stata così forte che trovare una maggioranza per la scansione di massa permanente e senza sospetti nei futuri negoziati è pura illusione.”

Breyer rifiuta categoricamente l’approccio della sorveglianza di massa:

“Cercare di proteggere i bambini con la sorveglianza di massa senza sospetti è come cercare disperatamente di asciugare il pavimento mentre il rubinetto è ancora aperto. Il controllo indiscriminato delle chat è inaccettabile quanto aprire la posta di tutti indiscriminatamente. Per cinque anni, questo sistema fallimentare è servito da cortina fumogena per ritardare un’azione concreta, sovraccaricando al contempo la polizia con falsi allarmi. Abbiamo bisogno di maggiore protezione per i bambini, non di meno, ma abbiamo bisogno di una protezione efficace, non dell’illusione della sicurezza”.

Cosa succederà ora?

Il regolamento provvisorio approvato oggi rimarrà in vigore fino al 2028, o fino al raggiungimento di un accordo su un regolamento permanente. A settembre riprenderanno i negoziati per la legge definitiva. Il punto centrale della controversia tra il Parlamento europeo, i governi degli Stati membri e la Commissione europea rimane la scansione delle chat private: dovrebbe essere indiscriminata o mirata ai sospettati di reato?

Cosa cambia con il ritorno di Chat Control 1.0 e cosa rimane invariato:

Cosa torna: le aziende tecnologiche statunitensi sono nuovamente autorizzate a scansionare i messaggi privati ​​senza mandato o sospetto preventivo. Ciò riguarda i messaggi diretti su piattaforme come Instagram, Discord, Snapchat, Skype e Xbox, nonché le email tramite Gmail di Google e iCloud di Apple.

Cosa rimane invariato: i post pubblici sui social media e i file ospitati su servizi di cloud storage potevano già essere scansionati prima di questa legge. Inoltre, i messaggi privati ​​possono sempre essere segnalati dagli utenti o monitorati dalle autorità tramite intercettazioni mirate e autorizzate dal tribunale.

Cosa NON viene ancora scansionato: le chat con crittografia end-to-end, come quelle di WhatsApp, sono sempre state esenti da queste scansioni. Inoltre, i fornitori europei di servizi di messaggistica ed email non hanno mai implementato misure di controllo delle chat.

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Perché una fusione Tesla-SpaceX non è affatto una cosa certa

Gli investitori, così come gli analisti e con loro quelli di Barron, credono che una fusione Tesla-SpaceX sia un fatto compiuto. I presupposti ci sono tutti: entrambe le aziende sono del tutto dedicate all’AI. Entrambe sono gestite da Elon Musk. Ed entrambe lavorano insieme da vicino sulla realizzazione di hardware e le applicazioni per l’AI.

“E’ una buona ragione (per un merger ndr)”, ha detto alla CNBC Adam Jonas di Morgan Stanley, aggiungendo che ci sono anche delle valide ragioni legali per avere le due aziende di Musk sotto lo stesso tetto.

Nessuna garanzia che si arrivi a un merger

Detto questo, però, non c’è alcuna garanzia che si arrivi ad un merger.

“Crediamo che un possibile merger SpaceX-Tesla sia complicato dal consistente quantitativo di cash che entrambe le aziende bruciano e da seri rischi regolatori”, ha scritto James Picariello, di BNP Paribas.

SpaceX in effetti ha bisogno di miliardi in capitale fresco per realizzare la sua costellazione di data center satellitari in orbita nello spazio per alimnetare l’intelligenza artificiale.

Tesla sta aumentando le spese per robot e robotaxi. Si prevede che il flusso di cassa libero di Tesla sarà negativo sia quest’anno che il prossimo.

“Nel frattempo, la necessità di approvazioni in diverse giurisdizioni (che coinvolgono lavori per il Dipartimento della Difesa) e il supporto degli azionisti di Tesla suggeriscono che qualsiasi accordo richiederà tempo, a nostro avviso”, ha aggiunto Picariello. “Rimangono fermi sulla nostra raccomandazione di sottoperformare e sul prezzo obiettivo di 280 dollari”.

Speculazioni sul merger non sostengono il titolo Tesla

Le speculazioni sulla fusione non hanno sostenuto il titolo mercoledì. Le azioni sono scese del 2,2% a 393,93 dollari, mentre l’S&P 500 e il Dow Jones Industrial Average sono calati rispettivamente dello 0,3% e dell’1,1%. La mossa di Tesla ha fatto seguito a un calo del 4% di martedì.

La notizia che Tesla ha prodotto una nuova versione del suo crossover Model Y in Texas non ha dato una scossa alle azioni. La casa automobilistica di veicoli elettrici offre ora una versione a tre file di sedili e sei posti della sua Model Y, chiamata Model Y L, dove la L sta per passo lungo.

La produzione della L sembra essere la novità produttiva anticipata la scorsa settimana dal vicepresidente Lars Moravy.

Il prezzo di lancio della versione base è di circa 62mila dollari, circa 4mila dollari in più rispetto alla versione Performance della Model Y. La versione base della Y parte da 39mila dollari.

Le nuove versioni delle auto sono generalmente un buon incentivo per le vendite e la decisione di vendere la L negli Stati Uniti, lanciata in Cina, potrebbe dare a Tesla una spinta alle vendite.

Tesla, buon trimestre di vendite di auto

Tesla ha registrato un ottimo trimestre in termini di vendite. Nel secondo trimestre ha venduto circa 480mila veicoli, circa 70mila in più rispetto alle previsioni di Wall Street e con un aumento del 25% su base annua. Ciononostante, le azioni sono in calo dopo la pubblicazione dei dati sulle consegne e rimangono in ribasso di circa il 10% dall’inizio dell’anno.

Al momento gli investitori non sono così concentrati sulle vendite di auto. Insieme a SpaceX, stanno pensando all’intelligenza artificiale.

Tesla ha lanciato un servizio di robotaxi addestrati con l’IA ad Austin, in Texas, circa un anno fa. Ora opera in tre stati. Gli investitori attendono che l’attività inizi a generare vendite e utili significativi.

Attendono anche aggiornamenti sul robot umanoide di Tesla, Optimus, addestrato con l’IA. L’azienda sta lavorando alla terza versione del suo robot per la riduzione del lavoro manuale.

Nei prossimi mesi, i robotaxi e i robot influenzeranno maggiormente il titolo azionario rispetto ai veicoli elettrici.

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TLC, Turrisi (Sielte): “Vinta la sfida PNRR, oggi la rete più capillare e performante e al Governo chiedo di valorizzarla di più”

Sielte ha dato un decisivo contributo all’Italia delle Telecomunicazioni, da quando è nata a Genova il 2 dicembre 1925. E la sua storia e il suo futuro sono stati raccontati dal presidente Salvatore Turrisi, intervistato da Fabio Tamburini, direttore de Il Sole 24 Ore, Radio 24 e Radiocor, durante l’evento, svoltosi nell’incantevole Villa Miani a Roma, per celebrare i cento anni dell’azienda.

“In questi 100 anni abbiamo dato un forte contributo alla crescita della Rete TLC dell’Italia”, ha detto Turrisi, “non ci siamo mai fermati e continueremo a farlo in futuro, dando spazio ai giovani, investendo sul capitale umano, per creare nuove opportunità tecnologiche per il Paese”.

È questa la visione di Sielte, azienda leader nei settori della Service & System Integration nell’ambito delle reti di telecomunicazioni fisse e mobili, dell’impiantistica tecnologica evoluta e dell’information technology per ambiti civili, industriali e militari.

Un’azienda che per missione vuole unire l’Italia digitale. Un impegno riconosciuto e apprezzato anche dalla premier Giorgia Meloni nel messaggio che ha inviato al Presidente di Sielte e ai suoi 4mila dipendenti.

Compiere cento anni”, ha scritto Meloni, è un traguardo straordinario, uno di quelli che merita un momento di festa e un’occasione di riflessione. Tanto più quando a essere celebrati sono il lavoro, la dedizione, l’ingegno di generazioni che hanno contribuito a fare dell’Italia una Nazione forte, moderna e competitiva sullo scenario globale”.

“Le imprese”, ha aggiunto la premier, “sono il motore del benessere, dello sviluppo e della prosperità dell’Italia. E chi, come voi, si occupa di innovazione, connettività e digitalizzazione, soprattutto in un’epoca di grandi trasformazioni come quella che stiamo vivendo, ha una duplice responsabilità: custodire un patrimonio di competenze che ha fatto la storia, e contribuire a gettare le fondamenta del nostro futuro”.

Poi nel corso dell’evento si sono susseguiti gli interventi istituzionali di Daniele Parrucci, Consigliere delegato all’edilizia scolastica, all’impiantistica sportiva e alle politiche della formazione della Città metropolitana di Roma Capitale “lodevole è l’iniziativa, avviata con Sielte e il Polo Pubblico della Formazione, di creare l’Academy per i professionisti delle reti elettriche e TLC”; Enrico Trantino, sindaco della Città Metropolitana di Catania “Sielte ha un’anima sia TLC sia cyber”; e di Antonio Gozzi, Presidente Federacciai, delega Confindustria all’Autonomia Strategica Europea, Piano Mattei e Competitività “l’Italia è fatta di tante Sielte ed è grazie ad aziende così che siamo il 2^ Paese al mondo per la manifattura e il 4^ per l’export”.

Il momento centrale della serata è stata l’intervista al presidente di Sielte, un bel faccia a faccia con il direttore del Sole24Ore. “Abbiamo vinto la sfida del PNRR ed oggi la rete TLC è più capillare e performante”, ha detto Turrisi, ricordando le tante difficoltà affrontate “non solo tecniche, ma quelle burocratiche legate ai permessi”.

Sollecitato ad avanzare una richiesta al governo, per Turrisi la priorità è “dare il giusto valore alla rete di TLC, va valorizzata, perché è asset strategico: tutti la usiamo ma pochi la valorizzano”. “E la Rete di Telecomunicazioni”, ha rimarcato, “non è solo una questione economica-industriale”.

È anche una questione di sicurezza nazionale e di autonomia digitale, questo è stato l’ultimo ed immancabile tema dell’intervista, considerato l’attuale contesto geopolitico.

“È fondamentale l’integrità dei dati, per questo”, ha ricordato il presidente, “noi siamo impegnati anche sul fronte della cybersicurezza e del percorso che può portare sempre di più all’autonomia tecnologica italiana ed europea”.

Il futuro di Sielte, rinata 10 anni fa con la guida di Turrisi

Stiamo lavorando a un piano”, ha concluso il suo presidente Salvatore Turrisi, “a cui dare forma attraverso l’ampliamento e il consolidamento della presenza in ambiti strategici come il software, le applicazioni ICT, la mobilità intelligente, l’energia e le soluzioni digitali. Sielte non più solo come realizzatore di reti fisiche, ma partner della transizione digitale italiana”.  Con la celebrazione del centenario, l’azienda conferma l’impegno a continuare a investire nelle infrastrutture strategiche, nelle competenze e nell’innovazione per accompagnare la crescita e la trasformazione digitale dell’Italia.

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Le PA non dovranno chiederci più i nostri dati già presenti nell’anagrafe unica digitale. Ma la legge già lo prevedeva

Da oggi, tutte le Pubbliche Amministrazioni e i Gestori di Pubblico Servizio possono accedere automaticamente, per lo svolgimento delle proprie attività istituzionali, ai dati dei cittadini presenti nell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR).

Un cambiamento destinato a semplificare radicalmente i rapporti con cittadini e imprese, ridurre la burocrazia e accelerare i servizi.

L’accesso automatico ai dati ANPR consolida e amplia un modello di interoperabilità già operativo che consente agli enti, nei casi previsti dalla legge, di consultare direttamente i dati anagrafici aggiornati dall’Anagrafe Nazionale, costantemente alimentata dai Comuni.

L’accesso avviene attraverso la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), il sistema che abilita lo scambio sicuro e standardizzato di informazioni tra gli enti. La misura dà attuazione concreta al principio europeo dell’once only: i cittadini non dovranno fornire più volte gli stessi dati alle diverse amministrazioni.

Ben venga, finalmente, l’interoperabilità dei dati tra le PA. Ora, non dovranno chiederci più i nostri dati già presenti nell’ANPR.

Ma se ci fate case quando scaricate un vostro certificato dall’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente si legge – e questo da anni ormai, da quando sono scaricabili i certificati dall’Anagrafe unica digitale – il presente certificato non può essere prodotto agli organi della pubblica amministrazione o ai privati gestori di pubblici servizi (art. 40 dpr 28 dicembre2000, n.445).

Semplificazione e rapidità

Il risultato è frutto della collaborazione tra il Ministero dell’Interno, titolare dell’ANPR, il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri, e Sogei, che assicura il supporto tecnico-operativo e garantisce la manutenzione evoluzione e conduzione della piattaforma ANPR.

Con il nuovo sistema, le amministrazioni potranno consultare direttamente i dati anagrafici aggiornati alla fonte, evitando di chiedere autocertificazioni di dati già disponibili. Una novità che promette di eliminare pratiche ridondanti e lungaggini burocratiche. Per cittadini e imprese significa meno documenti da presentare, meno errori e tempi più rapidi nelle procedure. Per la macchina pubblica, invece, si apre una fase di maggiore efficienza operativa.

Più efficienza e meno costi

L’interoperabilità garantita dalla PDND consente di superare le verifiche manuali e la duplicazione delle banche dati, riducendo i rischi di incongruenze tra informazioni. Il risultato atteso è un significativo contenimento dei costi amministrativi e un’accelerazione nell’erogazione dei servizi pubblici.

Si tratta di un tassello centrale nel processo di trasformazione digitale della PA, con impatti concreti sia sull’organizzazione interna degli enti sia sulla qualità dei servizi offerti.

Responsabilità e tutela dei dati

Non cambia però il quadro delle responsabilità: le amministrazioni che accedono ai dati ANPR restano titolari autonomi del trattamento. Spetta quindi a ciascun ente garantire la legittimità dell’accesso, il rispetto dei principi di pertinenza e proporzionalità e l’adozione di adeguate misure di sicurezza.

In qualità di titolare della banca dati ANPR, il Ministero dell’Interno svolgerà un’attività di monitoraggio degli accessi effettuati tramite PDND, con l’obiettivo di rilevare eventuali anomalie o utilizzi non coerenti con le finalità dichiarate dagli Enti fruitori. Le amministrazioni interessate riceveranno apposite segnalazioni e saranno tenute a svolgere le verifiche necessarie.

La mancata verifica potrà comportare, nei casi previsti, la sospensione del servizio di accesso. La protezione dei dati personali resta quindi un pilastro del sistema, anche nel nuovo modello basato sulla condivisione automatizzata delle informazioni.

Come funziona l’accesso Per utilizzare il servizio, le amministrazioni e i gestori devono aderire alla PDND e selezionare gli specifici servizi digitali messi a disposizione dall’ANPR. Tutte le modalità operative sono disponibili nell’area tecnica del portale ANPR https://www.anagrafenazionale.interno.it/area-tecnica/accesso-ai-dati/.

Una riforma che segna un prima e un dopo: meno carta, meno attese, più efficienza. La digitalizzazione della PA entra in una nuova fase, con l’obiettivo di rendere i servizi pubblici più semplici, veloci e finalmente centrati sul

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L’indipendenza digitale europea secondo Franco Bernabè

L’Europa ha imparato a regolamentare l’intelligenza artificiale, ma non ancora a produrla. È il punto centrale del documento strategico La sovranità tecnologica europea nell’era dell’intelligenza artificiale”, curato da Franco Bernabè, presidente di TechVisory, in collaborazione con Rivista.AI.

Secondo il documento, la sovranità sull’AI non si ottiene addestrando un modello nazionale. Richiede infrastrutture computazionali, dati, energia, talenti, governance e capacità industriale dentro un disegno strategico coerente.

Il rischio è che l’Europa continui a fare ciò che ha fatto finora: fissare regole avanzate, dal GDPR all’AI Act, su tecnologie che non controlla. Regola modelli sviluppati altrove, su infrastrutture possedute da altri, con strumenti di sviluppo decisi fuori dal continente.

La dipendenza non è solo dai chip

Il dibattito europeo sulla sovranità AI si concentra spesso sui processori. È un tema reale: senza GPU e capacità di calcolo avanzata non è possibile addestrare modelli competitivi.

Ma, secondo Bernabè, questa è solo la punta dell’iceberg. La dipendenza riguarda l’intera catena produttiva dell’AI: processori, strumenti di programmazione, framework di sviluppo, cloud, piattaforme di gestione e modelli linguistici.

Le GPU sono prodotte soprattutto da NVIDIA. Anche gli strumenti con cui gli sviluppatori fanno funzionare quei processori sono controllati dalla stessa NVIDIA, dopo vent’anni di ottimizzazioni difficili da sostituire.

Il risultato è una sovranità solo geografica. L’Europa può costruire data center sul proprio territorio e tenere i dati dentro i confini europei. Ma se software, strumenti di sviluppo e piattaforme operative restano controllati da aziende americane, la sovranità resta incompleta.

Il precedente della telefonia mobile: il GSM

Bernabè richiama il precedente della telefonia mobile. Negli anni Novanta l’Europa guidava il mondo con il GSM: uno standard comune, aperto, capace di creare un mercato continentale e un ecosistema industriale con Nokia, Ericsson, Siemens e Alcatel.

Poi arrivò il passaggio al 3G. L’Europa scelse il WCDMA, tecnologia difendibile sul piano tecnico, ma costruita su elementi brevettuali controllati da Qualcomm. L’azienda americana non produceva telefoni, ma deteneva diritti di proprietà intellettuale su componenti fondamentali dello standard.

Il risultato fu che per ogni telefono 3G venduto nel mondo, inclusi quelli prodotti dai campioni europei, una parte dei ricavi finiva a Qualcomm. La società americana raccoglieva pedaggi sugli standard altrui.

Per Bernabè, il parallelo con l’AI è evidente. Nel mobile l’Europa aveva ancora produttori, infrastrutture e dispositivi. Nell’intelligenza artificiale, invece, parte da una posizione più debole: non controlla processori di frontiera, strumenti software fondamentali e modelli linguistici competitivi su scala globale.

Il mondo verso due stack: Usa e Cina

Il documento descrive uno scenario in cui, entro la fine del decennio, l’AI potrebbe organizzarsi intorno a due grandi stack tecnologici: uno americano e uno cinese.

Gli Stati Uniti controllano oggi gran parte dell’infrastruttura AI globale: chip, cloud, framework, piattaforme e modelli frontier. La Cina, colpita dalle restrizioni americane sull’export di processori avanzati, ha risposto con una strategia sistematica di sostituzione tecnologica perché dispone di una domanda interna garantita. Le grandi aziende tecnologiche cinesi sono state spinte a migrare dal contesto geopolitico e dalle restrizioni americane.

L’Europa non può copiare quel modello. Non ha la stessa capacità di coordinamento centralizzato, non può imporre allo stesso modo alle imprese l’uso di tecnologie europee e non può affidarsi allo stack cinese per ragioni di sicurezza, diritto e posizionamento geopolitico.

La trappola europea è quindi chiara: non può dipendere dagli Stati Uniti, ma non può nemmeno sostituire quella dipendenza con una dipendenza dalla Cina.

Il pacchetto Ue del 3 giugno

Il documento dedica una parte centrale al pacchetto presentato dalla Commissione europea il 3 giugno 2026, definito da Bernabè un cambio di paradigma. Per la prima volta Bruxelles non si limita a regolamentare l’AI sviluppata altrove, ma prova a usare strumenti di politica industriale: infrastruttura pubblica, domanda pubblica, sostegno ai produttori europei.

È un passaggio importante, ma restano tre nodi aperti.

Il primo è il software. Le AI Gigafactories possono risolvere il problema della capacità di calcolo localizzata in Europa. Ma se usano processori NVIDIA e strumenti americani, produrranno solo accesso europeo a tecnologia altrui.

Il secondo nodo è la domanda pubblica. Il Buy European Mandate può creare domanda garantita per alternative europee. Ma senza sanzioni e controlli effettivi rischia di restare una raccomandazione.

Il terzo nodo è la scala. Gli investimenti europei restano spesso sottodimensionati rispetto alla competizione con Stati Uniti e Cina. In mercati dove il vincitore tende a prendere tutto, alternative troppo piccole diventano marginali.

Uno stack europeo aperto

La parte più operativa del documento riguarda gli strumenti di sviluppo. Secondo Bernabè, il controllo dell’hardware non basta se l’Europa non controlla anche il software che permette di usarlo.

La proposta non è costruire una copia europea di CUDA, il sistema NVIDIA, ma creare un’infrastruttura aperta e indipendente dall’hardware. Un sistema capace di abbassare il costo di migrazione verso processori non NVIDIA e rendere più competitivo il mercato.

Per realizzare questa strategia, il documento propone la creazione del Sovereign European AI Lab, SEAL: non un centro di ricerca accademico e non un’agenzia regolatoria, ma un laboratorio operativo europeo incaricato di produrre codice, standard e certificazioni.

Il modello evocato è il CERN: un’organizzazione europea con contributi nazionali, governance tecnica autonoma, capacità di assumere ingegneri ai livelli del settore privato e mandato di lungo periodo.

Il SEAL dovrebbe sviluppare e mantenere i componenti software europei, rappresentare l’Europa nei processi internazionali di standardizzazione e certificare le infrastrutture pubbliche attraverso uno standard EuroStack.

Il punto è evitare che gli obblighi di portabilità restino dichiarazioni di principio. Le Gigafactories finanziate con fondi europei dovrebbero dimostrare che il codice gira anche su processori non NVIDIA, che i modelli sono esportabili su infrastrutture alternative e che i contratti non contengono clausole di lock-in.

La domanda pubblica come leva industriale

Un altro asse centrale è la domanda pubblica. L’Europa dispone di un enorme mercato pubblico: amministrazioni nazionali, enti locali, sanità, ricerca, università, difesa. Questa domanda oggi va spesso verso fornitori americani per inerzia istituzionale, non per impossibilità tecnica.

Bernabè propone di trasformarla in leva industriale. Il Buy European dovrebbe avere controlli reali e deroghe motivate tecnicamente. Le pubbliche amministrazioni dovrebbero impegnarsi in acquisti anticipati di chip europei. I finanziamenti alla ricerca dovrebbero imporre l’uso prioritario delle infrastrutture EuroHPC prima del ricorso ai cloud americani.

Senza domanda reale, anche la migliore tecnologia alternativa resta un prototipo. Con domanda garantita, può maturare.

La sovranità come offerta geopolitica

La parte finale del documento allarga il quadro. L’Europa potrebbe offrire un’alternativa basata su standard aperti, interoperabilità, governance trasparente e assenza di agenda imperiale.

È una proposta che potrebbe interessare Paesi come India, Brasile, Indonesia e molti Stati africani, alla ricerca di un’infrastruttura digitale non subordinata né a Washington né a Pechino.

EuroStack potrebbe diventare così non solo una strategia interna, ma uno standard di cooperazione digitale internazionale.

Per Bernabè, l’indipendenza digitale europea non nasce da un annuncio, da una legge o da un singolo modello AI nazionale. Nasce dal controllo dell’intero stack tecnologico. Senza questo controllo, l’Europa rischia di diventare ancora una volta il continente che stabilisce le regole di un gioco giocato da altri.

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AIIP, accordo con Coldiretti per l’FTTH agli agricoltori. Il presidente Peritore: “La sovranità alimentare si unisce alla sovranità digitale”

AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) sigla un protocollo d’intesa con Coldiretti per portare la fibra nel territorio alle aziende agricole, alle masserie e alle fattorie del nostro paese. Fibra agli agricoltori, anche a quelli più remoti, anche alle masserie più isolate. L’accordo è stato siglato oggi a Palazzo Rospigliosi a Roma, in occasione dell’evento annuale dell’associazione, dal presidente dell’AIIP Giuliano Claudio Peritore e dal presidente di Coldiretti Ettore Prandini. L’obiettivo dichiarato è raccogliere un bacino molto targettizzato di aziende agricole ancora scoperte, considerato che Coldiretti conta su 1,5 milioni di aziende associate che nei prossimi tre anni saranno oggetto di attenzione degli operatori locali di AIIP, per coprire capillarmente le aree rurali e più difficili da raggiungere.

Nell’occasione, AIIP ha chiesto al Governo, in particolare al Ministero dell’Agricoltura, l’attivazione di voucher dedicati per la fibra agli agricoltori. Incentivi necessari per coprire i costi di collegamento in fibra in zone isolate e fuori dai radar.

Si tratta di un’opera di digitalizzazione che aprirà la strada alla diffusione di strumenti di agricoltura di precisione e strumenti di coltivazione predittiva, tramite software e sistemi basati anche sull’AI per calibrare l’attività in campo agricolo.

Giuliano Peritore: “La sovranità alimentare si unisce oggi alla sovranità digitale”

Giuliano Claudio Peritore, presidente AIIP, ha detto che: La sovranità alimentare si unisce oggi alla sovranità digitale con questo accordo. Le aziende agricole e gli operatori associati ad AIIP sono entrambi operatori territoriali e grazie a questo Protocollo d’Intesa troveranno un punto di dialogo e di crescita comune – ha detto – Nello sviluppo del digitale non è pensabile trascurare le aziende agricole, che producono uno dei beni più importanti – il nostro cibo – e contribuiscono inoltre con forza ad una filiera di qualità che è un vanto per l’intera Italia nel mondo. È nostro dovere accompagnare queste imprese nel loro percorso di digitalizzazione per supportare la loro naturale evoluzione verso maggiore sicurezza, produttività, sostenibilità, competitività, resilienza e innovazione tramite collaborazioni locali fra imprese che si trovano a presidiare i medesimi territori”.

Ettore Prandini: “La gestione del dato necessaria per la filiera agoalimentare”

Dal canto suo, Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, ha detto che: “Oggi l’innovazione  e la gestione dei dati sono sempre più importanti per il settore agricolo – ha detto – Se finora negli ultimi anni abbiamo investito 2,5 miliardi per lo sviluppo dell’agricoltura, il nostro obiettivo al 2030 è arrivare a 6 miliardi. Programmi come Industri 4.0 e Industria 5.0 non sono pensabili senza la fibra., infrastruttura necessaria per sfruttare i dati su tutta la filiera. Non è soltanto una facilitazione del lavoro ma è un meccanismo con cui diamo opportunità al cittadino di avere le corrette informaizoni. L’agroalimentare è diventato il settore più grande con 707 miliardi di valore, 4 milioni di occupati e un export di 75 miliardi nonostante i dazi. Ma non ci accontentiamo. Senza la gestione del dato la crescita potrebbe subire un rallentamento. Pe questo, è importante la collaborazione per cui le aree rurali non devono essere secondarie rispetto ai grandi centri urbani per trattenere i nostri giovani, creando un meccanismo virtuoso, per cui facciamo viaggiare le informazioni nel mondo con un valore in più anche per il turismo”.

Giovanni Zorzoni: “Percorso iniziato tre anni fa”

L’accordo odierno con Coldiretti è il coronamento di un percorso iniziato tre anni fa, quando abbiamo cominciato a parlare per raggiungere questo risultato – ha detto Giovanni Zorzoni, vicepresidente dell’AIIP – da tempo pensiamo che i nostri operatori locali, associati AIIP, abbiano le competenze migliori e la conoscenza del territorio adeguata per arrivare alla copertura in fibra di tutte le masserie dei nostri territori, che una volta digitalizzate potranno sfruttare i vantaggi della connettività a banda ultralarga per l’analisi predittiva dei dati raccolti nei campi”. 

Pe restare al passo è necessario disporre di connessioni stabili, anche in ambito agricolo per la digitalizzazione degli impianti produttivi. I programmi di produzione sono in Cloud.

Il ministro Lollobrigida: “La sovranità alimentare si costruisce sostenendo una rete diffusa”

Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida ha aperto alla possibilità di voucher ad hoc per promuovere la connettività in ambito agricolo. “Il Governo sostiene iniziative come questa. L’agricoltura è tornata ad essere una priorità anche in Europa. Servono incentivi mirati per garantire le nostre imprese. Agricoltura 4.0, Agricoltura 5.0 e droni cambieranno l’agricoltura. E’ ovvio che senza la rete è difficile immaginare una agricoltura davvero innovativa, sosteniamo l’investimento strategico e sosterremo tutte quele azioni che porteranno la rete diffusa sul territorio con un sistema di capillarizzazione che servirà a ricucire le aree interne e le aree disabitate del paese. La sovranità alimentare si costruisce così”.

Senatore De Carlo: “Occuparsi di aree interne vantaggio per tutti”

Il senatore Luca De Carlo, Luca De Carlo, IX Commissione permanente del Senato (Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare), ha detto che: “Occuparsi delle aree interne è un vantaggio per tutti. Abbiamo un tema importante, che è quello dei giovani. Che saranno gli uomini di domani. Ma a scuola si deve insegnare il digitale, bisogna preparare gli agricoltori di domani a scuola dotandoli di strumenti al passo con i tempi. Bisogna cambiare la percezione dell’agricoltura. Per questo dobbiamo sostenere l’infrastrutturazione pubblica e privata e dobbiamo pensare a come sarà la strumentazione in futuro. La battaglia per l’uso dei droni in agricoltura l’ho fatta io e non per sparare i fitofarmaci come il napalm. Al contrario. Soltanto il 2,5% della popolazione si occupa di agricoltura in Italia, non dobbiamo lasciarli da soli. Sono un fan sfrenato dell’uso della tecnologia in agricoltura. E’ un tema giovane e di democrazia. Noi nonostante i dazi abbiamo aumentato le esportazioni negli Usa per la qualità dei nostri prodotti”.

Pierfrancesco Sbordone, Dipartimento Trasformazione Digitale, ha aggiunto che: “Il mondo agricolo è molto frammentato ma va sostenuto, così come abbiamo fatto per altri ambiti come le scuole e la sanità”.

“I dati in agricoltura vanno messi a fattor comune e AIIP può essere un driver di abilitazione di nuove tecnologie in ambito agricolo”, ha detto il Direttore dell’Agid Mario Nobile. “Serve l’aggregazione anche in ambito agricoltura, servono dei data center territoriali e capacità computazionale a livello locale”.

Francesco Nonno (Open Fiber): “Noi aperti a collaborare, ma serve supporto economico”

Un ruolo importante nell’ambito del protocollo d’intesa AIIP e Coldiretti lo potrà giocare Open Fiber. “Stiamo studiando insieme per capire come arrivare dove serve – ha detto Francesco Nonno, Direttore Affari Regolatori ed Europei Open Fiber – Noi siamo estremamente aperti a collaborare e abbiamo trovato in AIIP un player importante per la sua capillarità territoriale. Non sarà un lavoro semplice, le richieste saranno diverse e la frammentazione è importante. Il tema centrale resta quello dei fondi, voucher o incentivi sono auspicabili perché la dispersione territoriale è importante e ha bisogno di un supporto economico. Serve un supporto ulteriore da parte del Governo e del Dipartimento, che finora hanno già fatto grossi sforzi”.

Apòlito (Coldiretti): “Due terzi de nostri associati senza fibra”

“Due terzi degli associati Coldiretti non sono connessi (su un totale di ,6 milioni di iscritti ndr)”, ha detto Alessandro Apòlito, Capo servizio tecnico e Capo area innovazione e digitalizzazione di Coldiretti, che ha mappato il territorio con Open Fiber sugli associati. “Otto aziende su dieci vogliono investire in tecnologie”, aggiunge Apòlito, precisando che la consapevolezza dei vantaggi dell’uso dell’AI è ben presente anche se “un robot di stalla raccoglie dati che poi restano di proprietà del robot”.

Di certo, dopo il PNRR il settore agricolo ha bisogno di ulteriori investimenti per portare la fibra a tutti. Nessuno deve restare escluso. “Noi abbiamo investito 16 miliardi in agricoltura e agroalimentare, triplicando i fondi del PNRR da 3 a 9 miliardi”, dice Marco Lupo, Capo del dipartimento della sovranità alimentare e dell’ippica. “Il valore trasversale dell’innovazione e del digitale in campo agricolo è ben presente, sappiamo che sfruttando i dati si può incrementare del 15% la resa ettaro”.

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