L’AI conquista l’Automotive: entro il 2030 la userà il 72% dei produttori

L’automobile si prepara a cambiare pelle. E non soltanto perché il motore elettrico continua a guadagnare terreno rispetto a quello tradizionale. Nei prossimi cinque anni sarà soprattutto la tecnologia a ridisegnare l’industria automotive, dalla progettazione fino ai servizi offerti ai clienti.

Secondo il Global Automotive Outlook di PwC appena pubblicato la percentuale di aziende automotive che utilizza intelligenza artificiale e altre tecnologie avanzate lungo la catena del valore è destinata a salire dal 47% attuale al 72% entro il 2030.

Auto sempre più piattaforma tecnologica

Una crescita che fotografa una trasformazione ormai strutturale: l’auto non è più soltanto un prodotto industriale, ma sempre più una piattaforma tecnologica fatta di software, dati e servizi digitali.

L’AI entra nel cuore delle strategie per il 51% dei dirigenti

L’intelligenza artificiale è già al centro delle strategie dei costruttori. Il 51% dei dirigenti intervistati da PwC la considera una delle tecnologie più importanti per raggiungere gli obiettivi aziendali nei prossimi anni.

Seguono batterie e sistemi di propulsione elettrica, indicati dal 41% degli executive, mentre il 39% considera strategica la connettività e il software a bordo.

La trasformazione coinvolge ormai ogni area della filiera: ricerca e sviluppo, produzione, gestione delle catene di fornitura, vendite e funzioni aziendali.

“Il veicolo non è più definito dall’acciaio che esce dalla fabbrica, ma sempre più da software, servizi digitali e analisi dei dati”, osserva Harald Wimmer, Global Automotive Leader di PwC Germany.

La concorrenza arriva da altri settori adiacenti: tecnologia ed energia

A rendere più complessa la trasformazione è l’arrivo di nuovi concorrenti. Quasi la metà dei dirigenti, il 46%, considera le aziende provenienti da settori adiacenti, soprattutto tecnologia ed energia, una delle principali fonti di competizione nei prossimi cinque anni.

Digitale nuovo campo di gioco

È un cambio di scenario importante per un settore storicamente chiuso e abituato a confrontarsi soprattutto al proprio interno. Oggi, invece, una parte crescente della competizione si gioca sulle competenze digitali, sull’accesso ai dati, sui servizi e sulle piattaforme tecnologiche.

Non sorprende quindi che il 64% delle aziende intervistate stia puntando sulla partecipazione a ecosistemi industriali più ampi.

Software e guida autonoma diventano nuove fonti di ricavi

Il peso delle società tecnologiche è destinato a crescere anche nelle partnership strategiche. Le aziende automotive si aspettano che i gruppi tech diventino nei prossimi cinque anni i loro principali collaboratori, superando i tradizionali partner industriali.

Guida autonoma in crescita in prospettiva

Un altro indicatore arriva dalla guida autonoma e dai sistemi avanzati di assistenza alla guida, gli ADAS. La quota di costruttori che considera queste tecnologie tra le prime tre fonti di ricavi dovrebbe passare dal 9% attuale al 24% nel 2030.

Il confine tra casa automobilistica e azienda tecnologica diventa così sempre più sottile.

Il nodo delle competenze

A pesare sono anche le competenze. La carenza di talenti viene indicata dal 51% dei dirigenti come uno dei principali ostacoli alla creazione e alla cattura di valore, mentre il 45% segnala le competenze dell’attuale forza lavoro. Proprio AI e ingegneria del software figurano tra le capacità considerate più importanti per il futuro.

L’elettrico accelera

Sul fronte della propulsione, il quadro delineato da PwC conferma la progressiva crescita dell’elettrico. Nei prossimi cinque anni la quota dei veicoli elettrici a batteria dovrebbe passare, in media, dal 18% al 30% della produzione.

Di contro, la quota dei veicoli con motore a combustione interna è attesa in calo dal 60% al 41%.

Il cambiamento sarà ancora più marcato in Cina, dove i BEV dovrebbero raggiungere il 40% della produzione, rispetto al 29% attuale. Nello stesso periodo, i veicoli con motore endotermico dovrebbero scendere dal 43% al 29%.

Dai privati alle flotte: cambia il cliente

Anche il profilo del cliente è destinato a cambiare. Secondo le previsioni raccolte da PwC, entro cinque anni il 33% dei ricavi delle aziende automotive potrebbe arrivare da nuovi segmenti di clientela, rispetto al 21% attuale. Tra questi ci sono operatori di flotte commerciali, società di servizi di mobilità e governi.

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Niente social prima dei 13 anni, cosa dicono i dati

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Nuove regole dalla Ue. Il 21,1% dei 15enni ogni giorno contatta sconosciuti

Nella primavera del 2026, nella Bergamasca, una docente è stata ferita al collo e alla schiena da uno studente di 13 anni, ha squarciato il velo su una realtà che il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha definito emergenziale. «Dobbiamo interrogarci sul ruolo dei social nella diffusione di modelli di violenza e prepotenza: vietarli ai più piccoli non è più rimandabile», ha dichiarato Valditara, indicando le piattaforme come un amplificatore massimo di fragilità preesistenti. Tra l’illusione dell’anonimato e l’adrenalina delle sfide estreme, i ragazzi navigano in un flusso di contenuti aggressivi senza filtri, dove il confine tra gesto reale e sfida virtuale si fa sempre più sottile e pericoloso.

Niente social sotto il 13 anni, la nuova legge europea

Casi come questo sono quotidiani in Europa e così la Ue ha deciso di legiferare con l’EU KIDS Act. Non è una legge in vigore: è una proposta di regolamento, che ora Parlamento e Consiglio devono negoziare e approvare. Il testo prevede tre gradini: sotto i 13 anni nessun account social, solo servizi video per bambini gestiti dai genitori; fra i 13 e i 15 anni un “mini account” con controlli parentali sempre attivi e un massimo di un’ora al giorno; dai 15 anni l’account autonomo. La verifica dell’età passerebbe da sistemi certificati che non identificano l’utente, con almeno un metodo gratuito per ogni Stato. Per le piattaforme che non si adeguano, sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale.

Quanti ragazzi riguarda

I dati Istat dicono che i minori sono già online quasi tutti. Fra i 6 e i 10 anni usa internet l’85,3%, fra gli 11 e i 14 il 96%, fra i 15 e i 17 il 98,3% (Cittadini e ICT, dati 2025). E non si tratta solo di navigare: secondo l’indagine Istat sui bambini e ragazzi, l’85% degli 11-19enni ha già un profilo social, quota che supera il 97% fra i 17 e i 19 anni. Tradotto in persone: i ragazzi fra gli 11 e i 14 anni residenti in Italia sono 2.180.981, quelli fra i 15 e i 17 anni 1.745.953. Sono quasi 3,9 milioni di minori per cui, se il regolamento passasse così com’è, l’accesso ai social cambierebbe forma.

Il paradosso italiano

L’Italia oggi ha una soglia più bassa di quella proposta da Bruxelles: il consenso digitale scatta a 14 anni, per una scelta fatta nel 2018 con il Codice privacy. Eppure gli italiani giovani sono i meno social d’Europa: fra i 16 e i 29 anni li usa l’80,3%, contro l’89,3% della media Ue. È il valore più basso dell’Unione.

Social al 13 anni, cosa dicono i numeri

Vediamo i numeri internazionali. I dati della sorveglianza HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), lo studio internazionale promosso dall’Oms sulla salute e i comportamenti degli adolescenti, mostrano con chiarezza quanto la presenza online sia ormai una componente strutturale della quotidianità giovanile. Il dato più recente disponibile è quello del 2022, mentre per il 2026 è attesa la nuova rilevazione, utile a misurare l’evoluzione dell’iperconnessione negli anni più recenti. In Italia, i social non sono più un passatempo occasionale: il rischio di un uso problematico riguarda già il 10,3% dei ragazzi e il 16,9% delle ragazze, con il livello più alto – come si vede anche dal grafico – tra le tredicenni, al 20,5%.

Social problematici: il divario di genere

Il report traccia due parabole generazionali distinte. Tra i maschi il fenomeno tende a ridursi con la maturità. Si passa dal 14,1% a 11 anni al 6,7% a 17 anni. Tra le ragazze, invece, l’esposizione resta sistematicamente più alta e più strutturale. Il dato parte dal 15,6% a 11 anni e si mantiene al 12,6% a 17 anni, dopo il picco registrato nella preadolescenza. Questi numeri non sono solo statistiche. Mostrano una presenza digitale che cambia intensità e rischio in base al genere e all’età. Lo schermo diventa così lo specchio di una generazione che sta riscrivendo le proprie regole di benessere e socialità.

Adolescenti e social, vita sempre online

Dimenticate l’idea del ragazzo che “si collega” ai social: oggi gli adolescenti ci abitano dentro. Guardando ai contatti con gli amici stretti, il 33,2% interagisce più volte al giorno e un ulteriore 23% lo fa quasi sempre durante la giornata. Significa che oltre la metà degli adolescenti vive una relazione digitale con il proprio gruppo di pari che si rinnova senza pause nette, trasformando lo smartphone in uno spazio relazionale sempre aperto. La soglia della connessione perenne si intravede già a 11 anni, quando il 19,3% resta in contatto quasi costante con gli amici, e si consolida a 17 anni, con il dato che sale al 24,7%.

È proprio nella continuità dei contatti con persone conosciute solo online che emerge uno dei segnali più delicati. Tra i 15enni il 7,9% dichiara di avere contatti con queste persone giornalmente o quasi ogni giorno, a cui si aggiunge un 7,6% che lo fa più volte al giorno e un ulteriore 5,6% che resta in relazione quasi sempre durante la giornata. In totale, significa che il 21,1% dei quindicenni mantiene ogni giorno o in modo quasi continuo rapporti con persone mai incontrate nella vita reale. È in questo spazio senza confini tra online e offline che il rischio si fa più scivoloso: il volto dell’altro coincide con un profilo, la relazione nasce senza mediazioni concrete e lo smartphone può trasformarsi nel luogo in cui modelli relazionali distorti e fragilità emotive trovano terreno fertile.

Con l’iperconnessione allarme sconosciuti

Per un adolescente oggi, il concetto di “disconnesso” è diventato quasi astratto. I social non sono più uno strumento da aprire al bisogno, ma il luogo in cui le relazioni proseguono senza interruzioni nette. Tra i 17enni, l’83,4% resta in contatto con gli amici stretti almeno ogni giorno: il 21,0% lo fa quotidianamente, il 37,7% più volte al giorno e il 24,7% quasi sempre durante la giornata. È il segnale di una socialità che non conosce più pause e si prolunga nello schermo come naturale estensione del gruppo dei pari. Un’abitudine che mette radici molto presto: già a 11 anni, il 69,5% mantiene contatti almeno quotidiani con gli amici stretti, segno che la connessione continua entra nella vita relazionale ben prima dell’adolescenza piena.

Ma è quando il perimetro delle relazioni si sposta oltre i volti conosciuti che il quadro diventa più preoccupante. Tra i 15enni il 21,1% mantiene contatti almeno quotidiani con persone incontrate esclusivamente online: il 7,9% lo fa ogni giorno o quasi, il 7,6% più volte al giorno e il 5,6% resta in relazione quasi costante durante la giornata. È una quota molto elevata per un’età in cui gli strumenti critici e la capacità di valutare chi c’è davvero dall’altra parte dello schermo sono ancora in formazione.

Il dato non è isolato: già a 13 anni la quota raggiunge il 18,3%, mentre a 17 anni resta molto alta al 20,8%, segno che questa esposizione non è una fase passeggera ma una componente stabile della socialità digitale adolescenziale. In questo spazio senza filtri fisici, dove l’identità dell’altro coincide con un profilo e la relazione nasce senza mediazioni reali, il rischio è che curiosità, bisogno di appartenenza e fragilità emotiva si trasformino in terreno fertile per manipolazioni, modelli tossici o contatti potenzialmente pericolosi.

Social e tempo fuori controllo

Il controllo del tempo non è più un semplice esercizio di disciplina, ma il primo argine a cedere sotto la pressione degli algoritmi, con una deriva che si fa più marcata con il crescere dell’età e una frattura di genere netta: se già a 11 anni il 43,8% delle ragazze ammette di aver perso il timone della propria giornata digitale contro il 41,9% dei maschi, è tra i 13 e i 15 anni che il divario esplode.

A 13 anni la quota di chi non riesce a gestire il limite sale al 50,6% tra le femmine (mentre scende al 36,6% tra i coetanei), toccando il picco a 15 anni con il 51,5% delle giovani prigioniere dello scrolling a fronte del 33,2% dei ragazzi. Questa difficoltà nel regolare l’accesso non è una parentesi passeggera, ma una condizione che si trascina fino ai 17 anni coinvolgendo ancora il 49,6% delle ragazze e il 32,6% dei maschi, trasformando il “fallimento nel controllo” in un segnale strutturale di una volontà che abdica di fronte al display.

Oltre la semplice connessione, emerge una ferita più silenziosa: l’uso dei social come vero e proprio anestetico emotivo per schermarsi dalle difficoltà interiori. Già a 11 anni, il 49,3% delle ragazze ricorre al display per fuggire da sentimenti negativi contro il 43,1% dei coetanei, ma è tra i 13 e i 15 anni che lo smartphone diventa un rifugio quasi obbligato.

Se a 13 anni la quota sale al 66,1% tra le femmine (mentre si ferma al 45,4% tra i maschi), il picco si registra a 15 anni, con il 68,7% delle giovani che utilizza le piattaforme come scudo emotivo a fronte del 44,8% dei ragazzi. Questa gestione solitaria di ansia e stress non svanisce con la maturità, coinvolgendo a 17 anni ancora il 65,3% delle ragazze e il 44,9% dei maschi, confermando come il digitale sia diventato l’unico “kit di pronto soccorso” per un disagio che non trova altre valvole di sfogo.

Litigi familiari e problemi tra pari

Le tensioni digitali non restano confinate dietro uno schermo. Tracimano nella vita reale e si insinuano tra i banchi di scuola e le mura di casa. Il risultato è una destabilizzazione degli equilibri familiari più intimi. Già a 11 anni, il 23,2% delle ragazze e il 23% dei maschi sperimenta i primi attriti in famiglia. È però a 13 anni che lo smartphone diventa un vero detonatore del conflitto domestico. Il dato sale al 31,3% tra le ragazze, contro il 23,6% dei coetanei. La tensione prosegue anche a 15 anni, coinvolgendo il 30,1% delle femmine rispetto al 18,5% dei maschi. La frattura resta aperta anche a 17 anni. In questa fascia, il 21,1% delle ragazze e il 15% dei ragazzi continua a entrare in conflitto con i genitori a causa di un display che non si spegne mai.

Ma è nel riflesso con l’altro, tra i corridoi e nelle piazze, che il digitale rischia di farsi tossico, trasformando il legame in un’arena di incomprensioni. I problemi con i coetanei crescono con l’età e colpiscono soprattutto le ragazze. A 11 anni il fenomeno è già molto diffuso: riguarda il 29,2% delle ragazze e il 29,6% dei ragazzi. Il dato peggiora a 13 anni. Qui il disagio relazionale sale al 36,1% tra le ragazze, mentre tra i maschi si ferma al 29,4%. Anche a 15 anni il divario resta netto: il problema coinvolge il 31,2% delle ragazze contro il 23,3% dei ragazzi. La tendenza continua fino a 17 anni, quando interessa ancora il 23,5% delle femmine e il 18,6% dei maschi. Il risultato è una qualità delle relazioni offline più fragile. La connessione continua, invece di unire, rischia di aumentare incomprensioni e isolamento.

Uso dei social problematico: Campania maglia nera

La geografia del disagio digitale non è uniforme. Le differenze territoriali sono nette e il Mezzogiorno emerge come l’area più esposta. Il dato più alto si registra tra le tredicenni della Campania, al 24,8%. Il valore supera chiaramente la media nazionale del 20,5%. Restano su livelli molto elevati anche Puglia (23,1%), Calabria (23,0%), Molise (22,3%), Basilicata (21,5%) e Sicilia (21,3%). Il confronto con il Nord rende il divario ancora più evidente. Nella Provincia autonoma di Bolzano il dato si ferma al 14,9%, in Veneto al 17,5% e in Piemonte al 19,6%. Il territorio, quindi, non è una semplice coordinata geografica. Diventa una variabile che incide in modo concreto sul rapporto tra adolescenti e social.

Il quadro resta critico anche a 15 anni. In questa fascia il fenomeno supera la media italiana del 18,5% e raggiunge nuovi picchi in Puglia (22,6%), Marche (21,8%), Calabria (21,8%) e Molise (20,3%). Restano sopra la media anche Emilia-Romagna (19,5%) e Abruzzo (18,8%). Con l’avanzare dell’età le distanze territoriali si riducono, ma non scompaiono. A 17 anni la geografia del rischio resta evidente. Campania (15,4%), Basilicata (15,2%), Marche (13,9%) e Calabria (13,8%) si collocano ancora sopra la media nazionale del 12,6%. Il dato conferma che il territorio continua a pesare. Dove le reti educative e le opportunità extrascolastiche sono più fragili, il digitale smette di essere solo uno strumento. Diventa invece uno spazio dominante, capace di occupare ogni vuoto della quotidianità adolescenziale.

Fonte: HBSC (Health Behaviour in School-aged Children)
Anno di riferimento: 2022

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Guterres (ONU): “Governare l’AI prima che sia lei a governare noi e fermare i robot killer”

Il discorso (l’ultimo) del segretario generale dell’Onu Guterres: “Oggi il potere viene da dati, capacità di calcolo e algoritmi”

L’intelligenza artificiale (AI) non è più soltanto una tecnologia da governare, ma una nuova forma di potere. Un potere costruito su dati, capacità di calcolo e algoritmi, sempre più concentrato e capace di avanzare più rapidamente delle istituzioni chiamate a controllarlo.

È uno dei passaggi centrali del discorso pronunciato dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, all’apertura del dibattito generale dell’81ª Assemblea generale in corso a New York (e che terminerà il 26 settembre). Nel suo intervento, l’ultimo in un dibattito generale come segretario generale (il suo secondo e ultimo mandato scade il 31 dicembre 2026) Guterres ha collocato l’AI tra le quattro grandi “prove del potere” che definiranno il futuro dell’umanità, insieme a pace e sicurezza, disuguaglianze e crisi climatica.

Il punto di partenza è la velocità della trasformazione. Secondo Guterres, l’intelligenza artificiale si è sviluppata a un ritmo che ha colto di sorpresa “persino coloro che l’hanno creata”. Ma il problema non riguarda solamente le prestazioni dei modelli. Riguarda soprattutto chi controlla la tecnologia e quale quota di potere le società stanno progressivamente trasferendo alle macchine.

Il nuovo potere di dati, chip e algoritmi

“Per secoli, il potere è derivato dal territorio. Poi dall’industria. Poi dalla finanza. Oggi, il potere deriva sempre più dai dati, dalla capacità di calcolo e dagli algoritmi”, ha affermato Guterres.

Una trasformazione che porta con sé un problema di concentrazione. Questo nuovo potere, ha sottolineato il Segretario generale, è “altamente concentrato”, avanza a una “velocità straordinaria” e sta correndo più rapidamente della capacità umana e istituzionale di comprenderne pienamente le conseguenze.

La questione si inserisce in un cambiamento più ampio dei rapporti di forza mondiali. Guterres vede infatti un “trasferimento straordinario di potere” dai governi verso un numero ristretto di aziende private e individui, la cui influenza si estende ormai alla politica, all’economia, ai flussi informativi, allo sviluppo tecnologico e allo stesso spazio civico. Parallelamente, gli esseri umani stanno trasferendo potere alle macchine, mentre gli agenti AI possono assumere comportamenti fuori controllo e le armi autonome letali stanno passando “dalla fantascienza alla realtà militare”.

È questo uno dei messaggi più netti del discorso: la questione dell’AI non può essere separata dalla geopolitica e dalla concentrazione del potere tecnologico.

Guterres: “Il pericolo è la tecnologia senza responsabilità”

Il Segretario generale non propone però una lettura dell’intelligenza artificiale esclusivamente in termini di rischio. Al contrario, ne riconosce esplicitamente le potenzialità. Guterres ha ricordato che già nel 2017, durante il suo primo intervento all’apertura dell’Assemblea generale, aveva definito l’AI un “game changer”, capace di favorire lo sviluppo e trasformare radicalmente la vita delle persone, ma anche di produrre conseguenze profonde sul mercato del lavoro, sulla sicurezza globale e sul tessuto stesso delle società.

Quasi dieci anni dopo, quella trasformazione è diventata realtà. L’AI, ha detto, offre “enormi promesse” per far avanzare la medicina, accelerare le scoperte scientifiche, ampliare le opportunità e migliorare la vita delle persone.

Ma la distinzione tracciata dal capo delle Nazioni Unite è precisa: “Il pericolo non è la tecnologia. Il pericolo è la tecnologia senza responsabilità”.

In altre parole, capacità tecnologiche senza supervisione e decisioni senza trasparenza. Un rischio che, secondo Guterres, non può essere minimizzato, anche perché sono gli stessi sviluppatori dei sistemi più avanzati a lanciare segnali d’allarme.

I Paesi leader nell’AI devono assumersi maggiori responsabilità

Da qui la richiesta ai governi. Per Guterres, gli Stati con le maggiori capacità nel campo dell’intelligenza artificiale hanno anche le maggiori responsabilità nei confronti dell’umanità. Il richiamo riguarda soprattutto la necessità di costruire canali di dialogo, trasparenza, fiducia e cooperazione anche tra potenze rivali. Il paragone scelto dal Segretario generale è quello della Guerra fredda, quando avversari strategici riconobbero la necessità di creare meccanismi comuni per ridurre incomprensioni, gestire le escalation e prevenire conseguenze catastrofiche.

L’AI, secondo Guterres, richiede oggi una simile capacità di cooperazione. I Paesi alla guida della rivoluzione tecnologica dovrebbero condividere informazioni sui rischi emergenti per la sicurezza, cooperare nei test e nelle valutazioni dei modelli e lavorare alla definizione di salvaguardie comuni.

Un quadro multilaterale per gestire i rischi dell’AI

La risposta, nella visione di Guterres, non può tuttavia essere affidata esclusivamente alle grandi potenze tecnologiche. Serve un coordinamento globale e le Nazioni Unite rivendicano un ruolo centrale proprio perché rappresentano il luogo in cui tutti gli Stati possono partecipare alla definizione delle regole.

Il Segretario generale ha richiamato il Global Digital Compact, attraverso il quale sono stati concordati principi universali per la governance dell’AI, il Global Dialogue on AI Governance, pensato per riunire governi, scienziati, industria e società civile, e l’Independent International Scientific Panel on AI, incaricato di fornire alla politica una base scientifica indipendente.

Proprio il Panel, ha ricordato Guterres, aveva pubblicato il giorno precedente un documento tematico dedicato alla sicurezza dell’intelligenza artificiale e ai rischi legati alla perdita del controllo umano.

Il passo successivo indicato dall’Onu è ancora più significativo: creare le condizioni per un “responsible pacing of AI”, uno sviluppo responsabile del ritmo di avanzamento dell’intelligenza artificiale, accompagnato da ulteriori salvaguardie contro i rischi.

Parallelamente, Guterres propone di lavorare verso un AI Risk Management Framework multilaterale, sostenuto da una supervisione “credibile e indipendente”. Un sistema globale che, nelle intenzioni del Segretario generale, dovrà evitare anche che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale allarghi ulteriormente il divario tecnologico tra Paesi. “L’intelligenza artificiale deve essere plasmata dall’umanità, con l’umanità e per tutta l’umanità”, ha affermato.

“I robot killer non devono avere posto nel nostro futuro”

Il confine più netto riguarda infine l’autonomia delle macchine quando sono in gioco vite umane. Guterres ha indicato due principi sui quali, a suo giudizio, non dovrebbero esserci arretramenti: i bambini non devono mai diventare soggetti di sperimentazione per sistemi non regolamentati e le decisioni di vita o di morte non devono mai essere cedute alle macchine.

Da qui una delle frasi più forti dell’intero intervento: “I robot killer non devono avere posto nel nostro futuro”.

Il tema della robotica militare si salda così a quello più generale della perdita del controllo umano. Per Guterres, infatti, l’AI potrebbe contribuire ad affrontare alcune delle grandi crisi globali, dalle disuguaglianze al cambiamento climatico, oppure aggravarle.

Ed è proprio sul rapporto tra uomo e macchina che il Segretario generale ha affidato uno dei messaggi conclusivi del suo intervento. Il futuro comune, ha sostenuto, dipenderà dalla capacità dell’umanità di governare saggiamente il potere: rispettando il diritto, contrastando le disuguaglianze, accelerando l’azione climatica e, soprattutto, “governando l’intelligenza artificiale prima che sia lei a governare noi”.

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5G, Bussone (UNCEM): “Copertura inesistente nel 27% dei Comuni montani. Post PNRR problema per il Digitale”

L’80% dei Comuni montani italiani sono soddisfatti per le risorse ottenute dal PNRR per digitalizzare i sistemi degli Enti, ma la copertura 5G a macchia di leopardo resta un problema nei piccoli Comuni del nostro paese. E’ quanto emerge dal dossier Uncem (Unione Nazionale Comuni e Comunità Enti Montani) realizzato per il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, scaricabile a questo link: https://uncem.it/wp-content/uploads/2026/05/UNCEM-report-digitalizzazione-mag2026ok.pdf.

La fotografia dettagliata dello stato di avanzamento della digitalizzazione delle aree più remote resta quindi un tema centrale per la politica, così come il tema del post PNRR e sono tre i problemi strutturali per i Comuni e negli Enti:

  • la connettività e la presenza di reti 5G disomogenea (tema sul quale Uncem lavora da almeno dieci anni per vincere il digital divide),
  • la difficoltà a finanziare la manutenzione dopo il PNRR
  • e la carenza di competenze tecniche interne ai Comuni.

Serve aggregazione, no fondi a pioggia

“Il dossier Uncem evidenzia come la soluzione che emerge dal documento non è quindi semplicemente ‘dare più soldi ai singoli Comuni’, ma favorire gestione associata, la condivisione delle competenze ICT, l’interoperabilità dei sistemi, la formazione e investimenti pluriennali. Il report stesso individua nella collaborazione tra Enti e nella diffusione delle buone pratiche una delle direzioni principali”, dice Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem. Lo studio Uncem sulla digitalizzazione ha lavorato in particolare su alcune aree dove è in azione la Strategia di Green Communities. “Intrecciare green, dimensione ecologica ed energetica dei territori – prosegue Bussone – con la digitalizzazione, è decisivo. I due fronti vanno insieme”.

Fondi PNRR unica fonte di finanziamento per il Digitale per il 54% dei piccoli Comuni

Nel 54% degli Enti intervistati, il PNRR è stato negli ultimi dieci anni l’unica fonte di finanziamento degli interventi per la digitalizzazione. I soldi sono bastati? Per l’80,1% si, i fondi sufficienti. Per il 18,4% i fondi sono stati insufficienti. Circa 1 ente su 5 ritiene che le risorse ricevute non siano state sufficienti.

5G, il 27% dei piccoli Comuni segnala una copertura 5G inesistente

Il quadro nazionale del 5G è molto meno positivo rispetto a quello dei finanziamenti. Il 42,4% delle risposte segnala una copertura concentrata soprattutto nelle aree più densamente popolate. Al contrario, il 27% segnala una copertura 5G inesistente. E anche dove il 5G c’è, non significa necessariamente che funzioni bene: soltanto nel 49,6% dei casi viene giudicata adeguatamente performante; quindi circa 1 caso su 2 presenta comunque problemi di qualità del servizio.  Inoltre, quando la copertura è insoddisfacente, vengono presentate lamentele nel 48,7% dei casi. 

Post PNRR problematico per manutenzione reti

Il report sottolinea che la digitalizzazione non può essere un investimento una tantum: infrastrutture e servizi devono essere mantenuti anche dopo la fine dei finanziamenti PNRR. il 43,9% degli Enti prevede fondi per manutenzione e gestione ordinaria provenienti da altre risorse; il 28,5% utilizza ancora risorse PNRR; il 26,7% non ha previsto alcuno stanziamento. Questo è uno dei dati che considero più importanti dell’intero report: oltre 1 ente su 4 non ha previsto risorse dedicate alla manutenzione ordinaria. Un tema analogo per altre componenti PNRR. Ma per il digitale vale ancora di più. “E il problema è particolarmente rilevante perché i costi digitali continuano anche dopo l’investimento iniziale – aggiunge Luca Veltri, che ha curato per Uncem il report – cloud, software, sicurezza, assistenza, aggiornamenti, connettività ecc. Le interviste qualitative evidenziano proprio il problema della copertura dei costi negli anni successivi all’avvio dei servizi”.

Scarse competenze digitali sono un freno nei piccoli Comuni montani

Il report evidenzia a livello nazionale una carenza di competenze interne nei Comuni che limita l’efficacia della digitalizzazione. Non basta quindi comprare hardware, software e servizi: gli enti devono avere personale capace di utilizzarli, integrarli e gestirli. Le aree sulle quali viene richiesto supporto comprendono: software specifici; gestione dei dati digitali; comunicazione digitale; sicurezza informatica; programmazione; piattaforme collaborative; analisi dei dati. Le difficoltà individuate comprendono invece: competenze digitali limitate; infrastrutture tecnologiche insufficienti; supporto tecnico inadeguato; resistenza al cambiamento; problematiche di sicurezza e privacy; normativa complessa; insufficiente comunicazione/promozione. Il quadro qualitativo conferma che nei piccoli Comuni montani la scarsità di personale tecnico è particolarmente pesante. 

Digitale disomogeneo, per il 42% dei Comuni restano progetti digitali ancora da finanziare

La digitalizzazione non ha coinvolto tutti i Comuni allo stesso modo. A livello nazionale il 59,6% dice che tutti i Comuni della propria aggregazione territoriale (Green Communities in particolare) sono stati coinvolti in modo omogeneo; il 28,8% dice invece che il coinvolgimento non è stato omogeneo. Quindi quasi 3 enti su 10 vedono una distribuzione non uniforme degli interventi. Alla domanda Uncem se rimangano interventi di digitalizzazione ancora da finanziare: per il 56% no, le esigenze sono sostanzialmente coperte; per il 42% sì, rimangono aree di digitalizzazione da finanziare. Tra chi ritiene che rimangano esigenze da finanziare, nel 32% dei casi tali esigenze sono considerate capaci di produrre cambiamenti radicali nell’erogazione dei servizi. Quindi il problema non è soltanto completare qualche intervento marginale: in una parte significativa dei casi le esigenze residue possono modificare concretamente il modo in cui il Comune eroga i servizi. 

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Dal falso teatro romano ai deepfake: come l’AI sta cambiando il confine tra verità e verosimiglianza

La colpa del ruspante impresario, più che imprenditore, del Vicentino che ha allestito in pochi mesi un centro archeologico sui Colli Berici, nel comune di Arcugnano, entrando nelle classifiche di Tripadvisor, è stata forse quella di anticipare la stagione dei deepfake e di non qualificarsi come startup di una nuova forma di fant storia.

Dal falso archeologico alla condanna

Come è stato riesumato da alcuni quotidiani in cerca di attualità ferragostane, da qualche anno rimane recluso nelle patrie galere Franco Malosso, che giusto dieci anni fa entrò nelle indagini della magistratura per aver costruito sull’aia di casa, in un possedimento agricolo peraltro sottoposto a rigido vincolo delle Belle Arti, un teatro romano ex novo, spacciato come un ritrovamento archeologico risalente al IV secolo a.C.

Attorno al maestoso monumento era stata costruita una dettagliatissima leggenda storica che vedeva come protagonisti Giulio Cesare, Cleopatra e, in un eccesso di iconicità, anche la casa originaria di Giulietta Capuleti, che in una storia veneta non poteva mancare.

Per qualche anno, attorno al miracoloso ritrovamento si sviluppò un intenso traffico turistico, nonostante il biglietto non certo simbolico che Malosso esigeva: 40 euro.

Poi il successo dell’impresa attirò, nell’ordine, le attenzioni della Soprintendenza alle Belle Arti, dell’amministrazione comunale e infine dei Carabinieri e della Procura di Vicenza. Dopo tre gradi di giudizio, Malosso è arrivato fino in Cassazione per difendere il proprio diritto a costruire a casa sua ciò che voleva. La condanna è diventata definitiva.

Il falso nell’era dell’intelligenza artificiale

Ma oggi quello che fino a qualche anno fa veniva derubricato come una volgare truffa alla Totò, esportata in Veneto, si è arricchito di una nuova aura: la verosimiglianza.

L’esplosione delle applicazioni di intelligenza artificiale ha sdoganato i falsi che, Trump insegna, sono diventati linguaggio simbolico ed evocativo.

Quando il verosimile conta più del vero

Che differenza c’è fra la ricostruzione virtuale della Striscia di Gaza in versione Las Vegas, propagandata dalla Casa Bianca, e l’opera del nostro ambizioso impresario? Basta che la prima sia virtuale, con una minaccia estremamente rilevante di inquinare l’ecosistema informativo, mentre la seconda, nella sua materialità, rimaneva circoscritta a un ambito locale?

In sostanza, quale dei due artefatti è oggi più minaccioso per l’equilibrio sociale?

Certo, Malosso avrebbe potuto limitare la sua eccessiva avidità per i biglietti e forse usare definizioni che oggi chiameremmo più ibride, parlando nella descrizione del suo scenario archeologico di un viaggio nel tempo, a cavallo fra storia e immaginario.

Ma la sostanza non cambia: la capacità di proporre suggestioni verosimili, nella stagione della post-verità, non è più soltanto un reato, ma un modo, certo avventuroso e ambiguo, di raccontare la storia.

La nuova frontiera della post-verità

L’autenticità, che Martin Heidegger utilizzava per identificare le nuove gerarchie sociali cui affidare il governo del mondo, è oggi una dimensione quantistica, dove, come ci spiegherebbero i grandi fisici dell’inizio del Novecento come Niels Bohr, la realtà nasce dalla relazione fra osservatore e oggetto osservato.

Un principio che Albert Einstein non volle mai accettare, denunciando la meccanica quantistica, che si realizza proprio nell’occasionalità dello sguardo dell’osservatore, come una relazione inquietante.

Siamo in un gorgo del tutto inesplorato del rapporto fra vero e verosimile, che sta forzando persino la flessibilità digitale e ci conduce verso uno scenario imprevedibile, nel quale il nostro precoce pioniere della storia auto-da-fé potrebbe improvvisamente diventare un anticipatore della nuova porta spazio-temporale che si intravede sullo sfondo.

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Bending Spoons, prima acquisizione dopo la quotazione al Nasdaq: compra Airtable per 1,285 miliardi di dollari

Bending Spoons ha firmato un accordo definitivo per acquisire Airtable in una transazione interamente in denaro che valuta la società 1,285 miliardi di dollari in termini di enterprise value.

Considerando anche la liquidità netta e i mezzi equivalenti detenuti da Airtable, l’operazione implica un equity value di circa 2,25 miliardi di dollari.

L’accordo è stato approvato all’unanimità dai consigli di amministrazione delle due società e prevede l’acquisizione del 100% delle azioni emesse e in circolazione di Airtable. Il completamento è atteso entro la fine dell’anno, subordinatamente alle autorizzazioni regolamentari e alle altre consuete condizioni di chiusura.

La prima acquisizione dopo il Nasdaq

L’operazione rappresenta la prima acquisizione di Bending Spoons dopo la quotazione al Nasdaq, avvenuta il 1° luglio 2026. Airtable entrerà così nel portafoglio di marchi globali del gruppo italiano, che nel corso dell’anno ha già acquisito AOL a gennaio ed Eventbrite a marzo.

Fino al completamento della transazione, Bending Spoons e Airtable continueranno a operare in modo indipendente.

Airtable vale 480 milioni di ricavi ricorrenti annui

Fondata nel 2013, Airtable sviluppa una piattaforma per organizzare dati, creare applicazioni e gestire flussi di lavoro senza richiedere competenze avanzate di programmazione.

Secondo i dati comunicati da Bending Spoons, il fatturato ricorrente annuo di Airtable è cresciuto di oltre il 20%, raggiungendo circa 480 milioni di dollari a giugno 2026.

La piattaforma è utilizzata da più di 500.000 organizzazioni, tra cui l’80% delle aziende comprese nella classifica Fortune 100.

“Vogliamo investire in Airtable sul lungo periodo e puntare tutto sul suo punto di forza: riunire team e flussi di lavoro in un unico spazio flessibile”, ha dichiarato Luca Ferrari, CEO e cofondatore di Bending Spoons. L’obiettivo, ha aggiunto, è ampliare le funzionalità disponibili nelle diverse fasi del lavoro e rendere Airtable più utile per clienti di ogni dimensione.

Verso una piattaforma AI-native

Howie Liu, cofondatore e CEO di Airtable, ha ricordato che la società è nata con l’obiettivo di rendere la creazione di software accessibile anche a chi non possiede competenze tecniche.

Secondo Liu, l’ingresso in Bending Spoons garantirà ad Airtable le risorse e l’orizzonte di lungo periodo necessari per sviluppare una piattaforma sempre più orientata all’intelligenza artificiale.

“La partnership con Bending Spoons ci offre le risorse e l’impegno a lungo termine per portare avanti questa visione con ancora più ambizione, mentre costruiamo la piattaforma AI-native del futuro”, ha dichiarato. Con l’acquisizione di Airtable, Bending Spoons rafforza quindi la propria presenza nel mercato globale del software per la produttività e la gestione dei processi aziendali, puntando sull’integrazione tra dati, workflow e intelligenza artificia

Bending Spoons ottiene finanziamento da 500 milioni di euro

A fine luglio Bending Spoons S.p.A. aveva annunciato oggi di aver sottoscritto un nuovo finanziamento a medio-lungo termine da 500 milioni di euro erogato da HSBC Continental Europe (in qualità di Sole Coordinator e MLA), Intesa Sanpaolo S.p.A. (in qualità di SACE Agent e MLA) e BPER Banca Corporate & Investment Banking (in qualitàdi Structuring Advisor e MLA). 

La linea di finanziamento, con scadenza a marzo 2031,beneficia di una garanzia fornita da SACE nel quadro della sua missione di sostegno allacrescita internazionale delle imprese italiane.

Insieme a ulteriori 495 milioni di euro di finanziamento Term Loan A e a un incremento di 490 milioni di euro dei commitment nell’ambito della linea di credito revolving di Bending Spoons, l’operazione porta a 1,49 miliardi di euro l’importo complessivo delle linee di finanziamento nuove e incrementate sottoscritte da Bending Spoons dall’inizio del secondo trimestre. Sia il finanziamento Term Loan A sia gli ulteriori commitment sulla linea di credito revolving sono disponibili per finalità aziendali generali e acquisizioni. Ciascuna linea ha scadenza a marzo 2031.

“Siamo grati per il costante supporto di SACE e dei nostri partner finanziari,” ha dichiarato Davide Scarpazza, co-chief financial officer di Bending Spoons. “Queste operazionirafforzano le nostre risorse di capitale e ci offrono ulteriore flessibilità finanziaria. Il nostroobiettivo è massimizzare il valore per azione nel lungo termine e restiamo concentrati sull’impiego del capitale in modo disciplinato per generare rendimenti interessanti e ponderati per il rischio, principalmente attraverso acquisizioni.”

“Bending Spoons è un chiaro esempio di come l’innovazione italiana, unita aun’eccezionale densità di talento, possa competere e crescere su scala globale,” ha dichiarato Michele Pignotti, amministratore delegato di SACE. “Questa operazione conferma l’impegno di SACE nel sostenere le aziende leader italiane che investono nell’innovazione, si espandono nei mercati globali e contribuiscono alla competitività dell’ecosistema dell’innovazione italiano.”

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iCloud. È scontro Apple-Governo britannico su crittografia, privacy e poteri dello Stato

Apple contro il Governo britannico: nuova battaglia legale sull’accesso ai dati crittografati di iCloud

A poco più di un anno dal primo duro scontro tra Apple e il Governo britannico, la disputa sulla crittografia dei dati torna davanti ai giudici. Il colosso di Cupertino ha infatti avviato una nuova azione legale contro il Regno Unito per contestare i poteri con cui Londra può imporre alle aziende tecnologiche di facilitare l’accesso ai dati degli utenti conservati sui propri servizi cloud.

Come spiegato da Rachel Hall sul quotidiano The Guardian, la vicenda riguarda i dati archiviati su iCloud, il servizio cloud di Apple, in particolare quelli protetti dal sistema di crittografia avanzata Advanced Data Protection (ADP), che rende i contenuti leggibili esclusivamente dal proprietario dell’account.

Il nuovo ricorso di Apple contro il Governo britannico

Lo scorso mese, si legge nell’articolo, Apple ha presentato un ricorso presso l’Investigatory Powers Tribunal (IPT), il tribunale indipendente competente a valutare la legittimità delle attività dei servizi di intelligence britannici e dei poteri investigativi esercitati dallo Stato.

Secondo quanto emerge dall’ordinanza emessa dal tribunale, il Ministero dell’Interno britannico (Home Office) ha notificato ad Apple una nuova richiesta tecnica, nota come Technical Capability Notice (TCN). Si tratta di uno strumento previsto dall’Investigatory Powers Act, la controversa legge britannica che disciplina i poteri di sorveglianza e intercettazione delle autorità.

Che cos’è una Technical Capability Notice

Una Technical Capability Notice è un ordine con cui il Governo può obbligare un’azienda tecnologica ad adottare misure tecniche che consentano alle autorità di svolgere attività investigative. L’Investigatory Powers Act prevede che tali richieste possano essere utilizzate nell’ambito di indagini riguardanti, tra gli altri casi:

  • terrorismo;
  • abuso sessuale su minori;
  • gravi minacce alla sicurezza nazionale.

In pratica, il Governo può chiedere a un fornitore di servizi digitali di rendere accessibili dati che normalmente sarebbero protetti dalla crittografia. La versione più credibile è che Londra non stia pensando solo a terrorismo, criminalità organizzata o abusi online, ma voglia uno strumento utile in un ambiente di minacce multiple: Russia per la dimensione cyber-operativa, Cina per quella tecnologica e di spionaggio industriale. Detto in modo semplice, la richiesta ad Apple sembra rispondere al bisogno di non restare “ciechi” proprio nei casi che per il Regno Unito contano di più dal punto di vista geopolitico.

Dalla richiesta globale a quella limitata ai cittadini britannici

La nuova iniziativa del Governo arriva dopo un precedente confronto che aveva assunto anche una dimensione diplomatica tra Regno Unito e Stati Uniti. La prima Technical Capability Notice, notificata lo scorso anno, chiedeva ad Apple la possibilità di accedere ai dati protetti tramite Advanced Data Protection sia degli utenti britannici sia di quelli statunitensi, qualora vi fossero esigenze di sicurezza nazionale.

Dopo le forti tensioni tra Londra e Washington, il Governo britannico aveva ritirato quella richiesta. Successivamente, però, il Home Office ha emesso una seconda Technical Capability Notice, questa volta limitata esclusivamente agli utenti del Regno Unito. È proprio questa nuova richiesta ad essere oggi oggetto del ricorso presentato da Apple.

Perché Apple si oppone

Apple sostiene da tempo che creare una cosiddetta “back door”, cioè un accesso privilegiato ai dati crittografati, comprometterebbe la sicurezza dell’intero sistema. Il motivo è semplice: la crittografia end-to-end funziona proprio perché nessuno, nemmeno il fornitore del servizio, possiede le chiavi necessarie per leggere i contenuti.

Se Apple fosse tecnicamente in grado di accedere ai dati degli utenti, la stessa capacità potrebbe essere richiesta dalle autorità giudiziarie o investigative attraverso un mandato. Inoltre, qualsiasi meccanismo di accesso straordinario rappresenterebbe un potenziale punto debole sfruttabile anche da criminali informatici o altri soggetti ostili.

Secondo Apple, indebolire la crittografia significa aumentare il rischio di violazioni dei dati personali e compromettere la sicurezza di milioni di utenti.

La conseguenza: Apple ha ritirato ADP nel Regno Unito

Proprio per evitare di dover creare un sistema di accesso privilegiato, Apple aveva preso una decisione senza precedenti. Nel gennaio 2025 la società ha infatti disattivato nel Regno Unito il servizio Advanced Data Protection (è un’impostazione facoltativa che estende la crittografia end-to-end a un numero maggiore di categorie di dati su iCloud), impedendo ai nuovi utenti britannici di attivarlo e rimuovendone progressivamente la disponibilità.

La scelta ha avuto un effetto paradossale: invece di consentire allo Stato un maggiore accesso ai dati, ha ridotto il livello massimo di protezione disponibile per gli utenti britannici.

Anche Privacy International e Liberty contestano il sistema

Il caso Apple si intreccia con un altro procedimento già pendente davanti allo stesso tribunale. L’IPT ha infatti notificato il nuovo ricorso all’organizzazione per i diritti digitali Privacy International, che insieme all’associazione Liberty aveva già presentato un’azione legale contro il regime delle Technical Capability Notice.

Le due organizzazioni chiedono che il procedimento venga discusso pubblicamente, sostenendo che l’interesse collettivo alla trasparenza prevalga sulla tradizionale segretezza che caratterizza questi provvedimenti. Contestano inoltre:

  • la legittimità delle Technical Capability Notice;
  • la loro necessità;
  • il livello di segretezza previsto dall’attuale normativa britannica.

Per il prossimo mese è già stata programmata un’udienza organizzativa nella quale il tribunale dovrà stabilire come gestire i due procedimenti paralleli.

Un portavoce di Privacy International ha accolto positivamente la nuova iniziativa di Apple: “Siamo lieti di sapere che Apple sta nuovamente contestando il regime britannico degli ordini segreti. Sebbene non conosciamo il contenuto del ricorso, se riguarda gli ordini già riportati che puntano a compromettere la sicurezza dell’archiviazione iCloud, allora il ricorso di Apple, insieme al nostro e a quello di Liberty, è fondamentale per preservare la privacy e la sicurezza di tutti”.

Un test giuridico sul rapporto tra crittografia, privacy e poteri dello Stato

Né Apple né il Home Office hanno commentato il nuovo procedimento giudiziario. Entrambe le parti sono infatti soggette a restrizioni legali che impediscono di discutere pubblicamente il contenuto delle Technical Capability Notice.

Il Governo britannico continua comunque a difendere l’Investigatory Powers Act, sostenendo che la normativa preveda solide garanzie procedurali e che questi poteri vengano utilizzati soltanto quando strettamente necessari per la tutela della sicurezza nazionale e per le indagini sui reati più gravi.

La nuova causa tra Apple e il Governo britannico va ben oltre una semplice controversia nazionale. Il caso rappresenta uno dei più importanti test giuridici sul rapporto tra crittografia, privacy e poteri dello Stato. Da anni governi e forze dell’ordine chiedono strumenti che consentano di accedere ai dati cifrati per finalità investigative. Le aziende tecnologiche e le organizzazioni per i diritti digitali ribattono invece che non esiste una “back door” sicura: qualsiasi eccezione alla crittografia finirebbe inevitabilmente per indebolire la protezione di tutti gli utenti.

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La Corte UE riscrive le regole del sampling: cosa cambia per artisti, produttori e case discografiche

Una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea chiarisce che il semplice utilizzo di campionamenti musicali (sampling) non è automaticamente lecito. Per beneficiare dell’eccezione del pastiche, il nuovo brano deve richiamare l’opera originaria, presentare differenze percepibili e instaurare con essa un dialogo artistico o creativo riconoscibile. Una decisione destinata ad incidere concretamente sull’attività di musicisti, produttori, autori ed etichette discografiche.

La musica contemporanea vive di contaminazioni

Dall’hip hop all’elettronica, fino al pop e alla musica urban, il riutilizzo creativo di frammenti di opere preesistenti rappresenta una pratica consolidata che ha contribuito alla nascita di interi generi musicali. Ma quando questa tecnica costituisce una legittima forma di espressione artistica e quando, invece, viola il diritto d’autore?

A fornire un’importante risposta è la Corte di giustizia dell’Unione europea che, con la sentenza del 14 aprile 2026 nella causa C-590/23, è tornata sul celebre caso Kraftwerk/Pelham, definendo per la prima volta in maniera organica la nozione europea di pastiche e chiarendo quando il sampling possa beneficiare di questa eccezione al diritto d’autore.

Che cos’è il sampling?

Per sampling si intende la tecnica musicale che consiste nel prelevare un frammento sonoro da una registrazione preesistente – un beat, una linea di basso, una sequenza ritmica, una parte vocale o qualsiasi altro elemento – per incorporarlo all’interno di una nuova composizione. Questa tecnica non rappresenta soltanto uno strumento tecnico di produzione, ma una vera e propria modalità espressiva che consente agli artisti di costruire nuove opere dialogando con il patrimonio musicale del passato.

Proprio per la sua diffusione, il sampling è da anni al centro di un delicato equilibrio tra due esigenze contrapposte: da un lato la tutela degli investimenti e dei diritti di autori e produttori fonografici; dall’altro la libertà della creazione artistica.

Il caso Kraftwerk: una vicenda lunga oltre vent’anni

La controversia trae origine dall’utilizzo, nel brano Nur mir, di una sequenza ritmica della durata di circa due secondi prelevata dal brano Metall auf Metall dei Kraftwerk. Quel breve frammento è stato rallentato, ripetuto e inserito nella nuova composizione, dando origine ad uno dei contenziosi più importanti nella storia del diritto d’autore europeo.

Già nel 2019 la Corte di giustizia aveva stabilito che il produttore di un fonogramma può vietare l’utilizzo anche di un campione sonoro molto breve, purché esso rimanga riconoscibile all’ascolto. Soltanto quando il campione viene modificato al punto da risultare irriconoscibile non si realizza una riproduzione rilevante ai fini del diritto esclusivo. La nuova pronuncia affronta però una questione diversa e altrettanto significativa: quando il sampling può essere giustificato dall’eccezione del pastiche prevista dalla direttiva europea sul diritto d’autore?

Che cos’è il pastiche?

Fino ad oggi il termine pastiche era rimasto privo di una definizione uniforme nel diritto dell’Unione, lasciando ampi margini di incertezza interpretativa. La Corte chiarisce ora che il pastiche non costituisce una categoria residuale nella quale far rientrare qualsiasi riutilizzo creativo di opere altrui.

Secondo i giudici europei, si è in presenza di un pastiche quando una nuova opera:

● richiama una o più opere preesistenti;

● presenta differenze percepibili rispetto ad esse;

● utilizza alcuni loro elementi caratteristici protetti dal diritto d’autore;

● instaura con tali opere un dialogo artistico o creativo riconoscibile.

Si tratta del vero elemento innovativo della sentenza. La Corte precisa, inoltre, che questo dialogo può assumere forme diverse: un omaggio dichiarato, un’imitazione stilistica, una reinterpretazione creativa oppure anche un confronto critico o ironico con l’opera originaria.

Ciò che accomuna tutte queste ipotesi è la trasparenza del richiamo: il riferimento all’opera precedente deve essere riconoscibile e non dissimulato.

Il sampling non diventa automaticamente lecito

La decisione non introduce una liberalizzazione del sampling. Anzi, la Corte ribadisce che il diritto d’autore e i diritti dei produttori fonografici continuano a godere di un elevato livello di protezione, coerente con la necessità di salvaguardare gli investimenti nell’industria musicale. Il semplice riutilizzo di un campione sonoro, anche di brevissima durata, non è quindi sufficiente per invocare l’eccezione del pastiche.

Affinché quest’ultima trovi applicazione, il campione deve essere inserito in una nuova creazione che sviluppi un effettivo dialogo artistico con l’opera di provenienza. Non basta, quindi, utilizzare un frammento perché particolarmente efficace dal punto di vista musicale o commerciale: quel riutilizzo deve essere funzionale ad una nuova elaborazione creativa.

Un criterio oggettivo che offre maggiore certezza

La Corte introduce anche un criterio destinato ad avere importanti ricadute pratiche. Per stabilire se un’opera costituisca un pastiche non sarà necessario indagare l’intenzione dell’artista o del produttore. Sarà invece sufficiente verificare se una persona che conosce l’opera originaria sia in grado di riconoscere, nella nuova creazione, quel dialogo artistico o creativo individuato dalla Corte come elemento caratterizzante del pastiche.

Si tratta di una soluzione che contribuisce ad aumentare la certezza del diritto, evitando che l’applicazione dell’eccezione dipenda esclusivamente dalle dichiarazioni degli autori coinvolti. Le ricadute per artisti e industria musicale La pronuncia assume particolare rilievo per musicisti, producer, autori, editori musicali e case discografiche.

Il messaggio che emerge dalla sentenza è duplice. Da un lato, la Corte riconosce che il sampling costituisce una forma di espressione artistica meritevole di tutela, strettamente collegata alla libertà delle arti garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Dall’altro, riafferma che tale libertà deve convivere con il diritto di proprietà intellettuale e non può trasformarsi in un mezzo per appropriarsi indebitamente del lavoro creativo altrui. Per gli operatori del settore ciò significa che ogni progetto basato sul riutilizzo di frammenti musicali dovrà essere valutato non soltanto sotto il profilo tecnico, ma anche sotto quello giuridico, verificando se ricorrano effettivamente i presupposti individuati dalla Corte.

E in Italia?

Anche per il nostro ordinamento la decisione riveste un’importanza particolare. La legge sul diritto d’autore non contiene una disciplina specifica dedicata al sampling e l’interpretazione delle eccezioni deve necessariamente avvenire alla luce del diritto dell’Unione e della giurisprudenza della Corte di giustizia. Ne consegue che artisti, produttori e case discografiche dovranno continuare a prestare particolare attenzione quando intendono riutilizzare porzioni di opere musicali altrui.

Salvo che ricorrano i rigorosi presupposti dell’eccezione del pastiche, l’acquisizione preventiva delle necessarie autorizzazioni rimane la soluzione più sicura per evitare contestazioni. La sentenza del 14 aprile 2026 non segna quindi la fine del dibattito sul sampling, ma rappresenta un passaggio fondamentale verso una maggiore certezza giuridica. La Corte individua un nuovo punto di equilibrio tra tutela della proprietà intellettuale e libertà della creazione artistica, offrendo agli operatori del settore un criterio interpretativo destinato ad orientare le future controversie. Per un’industria musicale sempre più fondata sul dialogo tra opere del passato e nuove forme espressive, si tratta di una decisione destinata a lasciare il segno.

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Kimi addestrato con 20.000 chip Nvidia H200 forniti da Alibaba

L’indiscrezione riaccende l’attenzione sull’accesso cinese ai chip avanzati americani. Il caso evidenzia il ruolo strategico del cloud e della potenza di calcolo nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il laboratorio cinese Moonshot AI avrebbe addestrato il suo modello di intelligenza artificiale Kimi utilizzando un cluster di circa 20.000 chip Nvidia H200 messo a disposizione attraverso l’infrastruttura cloud di Alibaba.

Lo riporta Bloomberg, secondo cui il progetto rappresenta uno dei più grandi impieghi di potenza di calcolo finora emersi in Cina per l’addestramento di un modello AI di frontiera.

Secondo la ricostruzione, l’infrastruttura sarebbe stata fornita da Alibaba Cloud, confermando il ruolo sempre più centrale dei grandi provider cloud cinesi nello sviluppo dell’intelligenza artificiale nazionale.

Il nodo dei chip Nvidia

L’indiscrezione arriva mentre gli Stati Uniti continuano a rafforzare i controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati verso la Cina.

Bloomberg sottolinea che il rapporto non dimostra alcuna violazione delle restrizioni statunitensi, ma riporta nuovamente l’attenzione sulla provenienza dei processori utilizzati dai laboratori cinesi e sulle modalità con cui questi riescono ad accedere a grandi capacità di calcolo.

La sfida si gioca anche sull’infrastruttura

Il caso conferma come la competizione globale sull’intelligenza artificiale non dipenda soltanto dagli algoritmi, ma anche dalla disponibilità di infrastrutture hardware.

L’accesso a grandi cluster di GPU, alle piattaforme cloud e alle filiere di approvvigionamento rappresenta infatti uno dei principali fattori che determinano la capacità di sviluppare modelli AI sempre più avanzati.

Nei giorni scorsi Moonshot AI aveva attirato l’attenzione internazionale con Kimi K3, modello open-weight da 2,8 trilioni di parametri, considerato uno dei sistemi di intelligenza artificiale più avanzati sviluppati finora in Cina.

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Oltre 1.300 dipendenti di OpenAI, Anthropic, Google e Meta chiedono agli Usa di rallentare lo sviluppo dell’AI

Più di 1.300 dipendenti delle principali aziende di intelligenza artificiale hanno firmato una petizione che chiede al governo degli Stati Uniti di sostenere un meccanismo internazionale per “regolare deliberatamente il ritmo” dello sviluppo dell’AI.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, la lettera è stata sottoscritta da lavoratori di quasi una dozzina di società, tra cui OpenAI, Anthropic, Google e Meta. Tra i firmatari figurano anche il CEO di Anthropic Dario Amodei, il Chief Scientist di OpenAI Jakub Pachocki e Shengjia Zhao, Chief Scientist del Meta Superintelligence Lab.

La richiesta arriva pochi giorni dopo che OpenAI ha reso noto un incidente nel quale i suoi modelli più avanzati avrebbero compromesso per errore alcuni sistemi interni della startup Hugging Face durante attività di sicurezza informatica.

“Un rischio reale” di perdere il controllo

La petizione chiede a Washington di sostenere uno sforzo internazionale per sviluppare strumenti tecnici e di governance capaci, se necessario, di rallentare la costruzione dei sistemi AI più avanzati.

“Chiediamo al governo degli Stati Uniti di sostenere un’iniziativa internazionale per sviluppare gli strumenti tecnici e di governance necessari a regolare deliberatamente il ritmo dello sviluppo automatizzato dell’AI di frontiera”, si legge nel documento citato da Bloomberg.

I firmatari avvertono che esiste “un rischio reale” che l’intelligenza artificiale progredisca più rapidamente della capacità umana di comprenderla e controllarla. Il riferimento è soprattutto ai progressi nell’automazione della ricerca sull’AI, con modelli sempre più capaci di contribuire direttamente alla progettazione e al miglioramento di nuovi sistemi.

Il sostegno di Anthropic

Anthropic ha espresso pubblicamente il proprio sostegno alla petizione. In un messaggio pubblicato su X, la società ha affermato che le proprie ricerche mostrano la necessità di disporre di strumenti per rallentare deliberatamente la frontiera dell’AI, consentendo alla società di prepararsi ai cambiamenti prodotti dalla tecnologia.

Anthropic aveva già proposto un sistema attraverso il quale governi e sviluppatori potessero decidere collettivamente quando ridurre il ritmo o sospendere temporaneamente determinate attività di ricerca considerate potenzialmente pericolose. A giugno, la società aveva sostenuto che sarebbe utile per il mondo disporre della possibilità di “rallentare o mettere temporaneamente in pausa” lo sviluppo di sistemi AI che potrebbero generare rischi non sufficientemente controllabili.

L’ipotesi di un’autorità internazionale

La petizione riprende proposte già avanzate da alcuni dei principali esponenti del settore. Il CEO di OpenAI Sam Altman e quello di Google DeepMind Demis Hassabis hanno più volte indicato la necessità di creare un organismo internazionale incaricato di valutare i modelli AI più avanzati e stabilire standard comuni.

L’idea è quella di costruire una struttura simile alle organizzazioni internazionali attive in altri settori ad alto rischio, capace di monitorare lo sviluppo dei sistemi di frontiera, verificare le loro capacità e coordinare eventuali interventi tra i diversi Paesi.

Una misura del genere dovrebbe evitare che la competizione tra aziende e Stati impedisca a un singolo sviluppatore di rallentare, per il timore di essere superato dai concorrenti.

Il caso Hugging Face

Le richieste di maggiori controlli sono aumentate dopo la diffusione di nuovi dati sulle capacità dei modelli AI di svolgere attività complesse con un intervento umano limitato. Una delle aree più sensibili riguarda la cybersecurity. I modelli più avanzati sono sempre più abili nell’individuare vulnerabilità nei software e, potenzialmente, nello sfruttarle.

La scorsa settimana OpenAI ha comunicato che alcuni dei suoi sistemi più potenti avevano compromesso l’infrastruttura della startup Hugging Face in quello che la società ha definito un incidente “senza precedenti”. La vicenda ha riacceso il dibattito sulla necessità di introdurre limiti e controlli prima che capacità di questo tipo diventino più diffuse.

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