Indipendenza digitale. Chi è Jim Hagemann Snabe, l’inviato speciale Ue per l’AI industriale

Jim Hagemann Snabe sarà consigliere di Ursula von der Leyen e Henna Virkkunen per tutto quello che riguarda l’AI industriale europea

La Commissione europea ha nominato Jim Hagemann Snabe inviato speciale per l’intelligenza artificiale (AI) industriale, affidandogli un ruolo che segnala un cambio di passo nella strategia digitale di Bruxelles. L’obiettivo non è solo regolamentare l’AI, ma accelerarne l’adozione nelle filiere produttive europee, rafforzando al tempo stesso la sovranità tecnologica dell’Unione.

A seguito della presentazione della proposta di strategia per la sovranità tecnologica europea, Snabe dovrà consigliare direttamente la presidente Ursula von der Leyen e la vicepresidente con delega alla sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, su tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale industriale. Il suo compito sarà quello di massimizzare il potenziale trasformativo dell’AI nell’Ue, mettendo a fuoco le condizioni concrete per la diffusione della tecnologia: infrastrutture, potenza di calcolo, semiconduttori, cloud e applicazioni industriali.

Come specificato nel comunicato di nomina, la Commissione gli affida anche la redazione di una relazione basata su dati concreti e orientata al futuro. Il rapporto dovrà coprire l’intero ecosistema dell’AI industriale, con particolare attenzione ai data center, al calcolo ad alte prestazioni, alle catene di approvvigionamento dei chip e alle tecnologie fondamentali dell’AI, dai modelli linguistici di grandi dimensioni all’AI generativa.

Entra in scena la dimensione industriale dell’AI e dell’autonomia tecnologica

Il punto politico è rilevante. Finora il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale è stato dominato soprattutto dalla dimensione regolatoria. Con Snabe, Bruxelles prova a mettere in primo piano anche la dimensione industriale, cioè la capacità dell’Europa di non limitarsi a fissare regole, ma di costruire un’infrastruttura tecnologica e produttiva in grado di sostenere competitività, autonomia e sicurezza economica.

La scelta cade su un profilo con una lunga esperienza nel settore IT e in ruoli apicali legati ad AI, manifattura avanzata e tecnologie pulite. Fino a oggi Snabe ha lavorato in SAPIBM Danimarca e ha ricoperto diversi ruoli di vertice in grandi società europee tra cui SiemensA.P. Møller-MærskAllianzNorthvolt.

La Commissione sottolinea che la sua competenza non è facilmente disponibile nella stessa misura all’interno dell’istituzione, ed è proprio questa combinazione di leadership strategica e conoscenza industriale ad aver reso la nomina particolarmente attraente per Bruxelles.

Snabe seguirà anche data center, cloud, software avanzati, l’introduzione e l’uso di tecnologie avanzate in tutte le industrie Ue

Il mandato di Snabe è ampio. Dovrà seguire l’intero ecosistema dell’AI industriale, con attenzione non solo alle infrastrutture, ma anche ai servizi cloud, ai software avanzati per l’IA e all’uso della tecnologia nei diversi settori industriali europei.
In pratica, dovrà contribuire a collegare innovazione tecnologica, bisogni produttivi e impostazione regolatoria, aiutando la Commissione a evitare che l’Europa resti intrappolata in una strategia solo normativa.

La sua figura assume importanza proprio nel più ampio tentativo dell’Ue di costruire una strategia per la sovranità tecnologica più credibile e concreta. Dopo anni di dipendenza da pochi grandi fornitori globali, la Commissione cerca ora di rafforzare l’intera catena del valore digitale, dal calcolo ai chip, dai data center alla distribuzione industriale dell’AI. Snabe dovrà essere uno dei ponti tra questa ambizione politica e la sua traduzione pratica.

L’incarico durerà fino al 31 marzo 2027 e, come sottolineato nel documento di nomina della Commissione, sarà non retribuito. Bruxelles ha precisato di aver svolto una verifica preventiva per escludere conflitti di interesse e ha chiesto al nuovo inviato speciale di sospendere, per tutta la durata del mandato, la partecipazione al comitato consultivo di Google Cloud e al consiglio di amministrazione di C3.ai.

Non solo regole, anche una concreta capacità di innovare infrastrutture e produzione

È un passaggio delicato, ma anche inevitabile: per guidare l’Europa in una fase in cui la competizione sull’IA si gioca su infrastrutture, capitale e capacità industriale, la Commissione ha bisogno di una figura con esperienza vera nel settore privato. Al tempo stesso, però, deve dimostrare di saper governare i rischi di commistione tra interesse pubblico e legami con i grandi player tecnologici.

La nomina di Snabe va letta così: come il tentativo di dare all’Europa una voce industriale forte sull’AI, in una fase in cui la sovranità tecnologica non si misura più solo sulla capacità di scrivere norme, ma sulla possibilità di costruire sistemi, infrastrutture e capacità produttive all’altezza della sfida globale.

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Google consentirà ai siti web di escludersi dai risultati di ricerca AI Overviews e AI Mode

Google permetterà ai siti web di escludersi dai risultati generati dall’intelligenza artificiale in Search. La novità riguarda AI Overviews e AI Mode, le funzioni che sintetizzano contenuti e rispondono alle query degli utenti usando sistemi generativi.

La società lo ha annunciato in un post sul suo blog ieri. L’avvio dei test, ha spiegato, consentirà ai proprietari dei siti di decidere se le proprie pagine potranno apparire nelle risposte AI e contribuire a fondarle. Il test partirà inizialmente con un piccolo gruppo di proprietari di domini nel Regno Unito, prima di un’estensione globale.

“Siti che scelgono l’opt-out non riceveranno traffico o impression dalle nostre funzionalità di AI generativa”, ha spiegato Google. La società ha precisato anche che questa scelta “non sarà usata come segnale di ranking per i risultati di ricerca al di fuori di queste funzionalità generative di Google Search”.

Il nodo del traffico agli editori

La novità di Google annunciata ieri arriva dopo le pressioni e le preoccupazioni dell’editoria internazionale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, le funzionalità AI di Google, come AI Overviews e gli strumenti conversazionali basati sull’intelligenza artificiale, stanno incidendo in modo significativo sul traffico dei siti di notizie.

Secondo i dati Similarweb citati dal Journal, per il New York Times la quota di traffico da ricerca organica verso i siti desktop e mobile è scesa al 36,5% nell’aprile 2025, rispetto al 44% di tre anni prima.

Google sostiene invece che AI Overviews abbia aumentato il traffico complessivo sulla piattaforma, ma per molti editori il punto resta la distribuzione di quel traffico e il rischio che i contenuti giornalistici vengano usati per generare risposte senza produrre visite equivalenti ai siti originali.

Pressione dei regolatori britannici

Anche le autorità britanniche hanno fatto pressioni a Google. La Competition and Markets Authority, CMA, ha imposto all’azienda una nuova regola legata al suo potere di mercato, dopo averla qualificata come società con “strategic market status”.

Secondo la CMA, il nuovo controllo darà agli editori, incluse le organizzazioni giornalistiche, una posizione più forte nella negoziazione degli accordi sui contenuti con Google.

Già a gennaio il governo britannico aveva annunciato l’intenzione di obbligare Google a introdurre un meccanismo di opt-out per offrire “un accordo più equo” agli editori, in particolare alle testate giornalistiche. A marzo Google aveva risposto spiegando di voler sviluppare aggiornamenti per consentire ai siti di escludersi in modo specifico dalle funzioni generative nella ricerca.

In Italia si è mossa anche l’Agcom

In Italia il tema è già arrivato sul tavolo dell’Agcom. Dopo una segnalazione della FIEG, l’Autorità ha deciso di trasmettere alla Commissione europea una richiesta di valutazione sui servizi AI Overviews e AI Mode di Google Ireland, alla luce degli articoli 27, 34 e 35 del Digital Services Act.

Secondo gli editori, l’introduzione dei riepiloghi AI rischia di ridurre visibilità e reperibilità dei contenuti giornalistici, con effetti sulla sostenibilità economica delle testate, soprattutto più piccole e indipendenti, e sul pluralismo dell’informazione. Agcom ha inoltre deciso di istituire un tavolo permanente tra Google, piattaforme interessate ed editori sui temi di copyright, intelligenza artificiale ed equo compenso.

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Indipendenza digitale, come creare il Fondo europeo per partire

Cloud e AI, la strategia europea c’è. Ma ora Bruxelles deve trovare i soldi

La Commissione europea ha presentato la sua strategia per rafforzare la sovranità tecnologica dell’Unione nel cloud e nell’intelligenza artificiale (AI). L’obiettivo politico è chiaro: ridurre la dipendenza da un numero ristretto di fornitori extraeuropei (in particolare quelli americani) e costruire capacità proprie in infrastrutture, calcolo, data center e servizi AI. La vera questione, adesso, è come finanziare questa ambizione.

Qualcosa su questo si trova nei documenti allegati alla proposta di Cloud and AI Development Act, o CADA, in cui Bruxelles non propone un fondo sovrano già pronto all’uso, perchè non c’è e va costruito. Disegna invece un modello di finanziamento ibrido da cui partire, che combina programmi europei esistenti, contributi degli Stati membri e investimenti privati, rinviando la piena scala industriale al prossimo quadro finanziario pluriennale. E qui si giocherà la vera partita della futura autonomia finanziaria dell’istituzione europea.

Il regolamento è esplicito: le iniziative per il cloud e l’AI “may be supported by funding from Union programmes and other instruments”, in particolare Horizon Europe, il Digital Europe Programme e InvestEU. La Commissione aggiunge che le stesse iniziative “may be supported by Member States” e anche da “private-sector investments”. In altre parole, non un unico fondo centrale, per il momento, ma una costruzione graduale di risorse pubbliche e private coordinate tra loro.

Virkkunen (Ue): “Creare capacità di investimento europea per sostenere le nostre migliori imprese nella competizione globale

Il percorso l’ha ben illustrato la Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, nel suo discorso in occasione della presentazione della strategia europea: “L’Europa sta perdendo terreno nella corsa tecnologica globale perché ha bisogno di più investimenti ad alto rischio nel settore dell’innovazione. Mentre i principali competitor internazionali stanno mobilitando ingenti capitali, il continente si trova ad affrontare un crescente deficit di investimenti strategici.
I finanziamenti pubblici rappresentano un punto di partenza importante, ma non possono essere i contribuenti a sostenere da soli questo sforzo. Se l’Europa vuole rafforzare la propria sovranità tecnologica e mantenere il controllo del proprio futuro digitale, è indispensabile che anche il capitale privato aumenti il proprio impegno, sostenendo i progetti più ambiziosi e strategici
”.

Per colmare questo divario, la Commissione europea avvierà con effetto immediato una consultazione con gli Stati membri, il Gruppo Banca europea per gli investimenti (BEI) e i principali attori del settore finanziario.
L’obiettivo è chiaro: creare una capacità europea di investimento in capitale di rischio su larga scala, in grado di garantire alle migliori imprese tecnologiche europee le risorse necessarie per competere e affermarsi sui mercati globali
”, ha sottolineato la Vicepresidente della Commissione.

È qui che molti hanno letto tra le righe il richiamo ad un “fondo sovrano europeo” che poi sarebbe chiamato ad investire direttamente nelle società tecnologiche (ma anche energetiche e di altri settori strategici) con maggiori possibilità di competere a livello globale. Una sfida significativa, ma che probabilmente è nelle corde della Commissione e dell’Unione tutta.

Un modello ‘ibrido’ a tre livelli

Tornando al modello di finanziamento ibrido al momento individuato dalla Commissione, c’è già un primo livello di risorse europee disponibili. La Commissione punta su programmi esistenti per finanziare ricerca, sviluppo, infrastrutture e prima adozione industriale delle tecnologie cloud e AI. È un passaggio importante, perché mostra che Bruxelles non parte da zero, ma prova a riallocare strumenti già in essere verso gli obiettivi di sovranità tecnologica.

Il secondo livello è quello nazionale. Il testo prevede che gli Stati membri possano sostenere la strategia con misure di ricerca, sviluppo e innovazione, nel rispetto delle regole sugli aiuti di Stato. Questo significa che la Commissione immagina un cofinanziamento pubblico distribuito, in cui i governi nazionali restano parte attiva del processo, soprattutto nei progetti infrastrutturali e nei poli strategici.

Il terzo livello è quello del capitale privato. La Commissione chiede agli operatori industriali e finanziari di tenere conto della strategia nelle loro decisioni di investimento. Qui il messaggio è chiaro: l’obiettivo non è soltanto attrarre capitali, ma orientarli dentro un quadro coerente con le priorità europee, evitando frammentazione e duplicazioni.

Il ruolo del futuro fondo sovrano e un meccanismo di priorità nei finanziamenti

La parte più interessante del testo è però quella che collega la strategia al futuro European Competitiveness Fund. Nel considerando 43 si legge che i “data centre strategic projects” dovrebbero ricevere sostegno da programmi, fondi e strumenti finanziari dell’Unione, in linea con gli obiettivi dei singoli strumenti e senza pregiudicare il prossimo bilancio pluriennale 2028-2034.

Il passaggio più rilevante è quello in cui si afferma che questi progetti dovrebbero ottenere il “competitiveness seal” se soddisfano le condizioni previste dal futuro European Competitiveness Fund, cioè se sono considerati progetti di alta qualità che contribuiscono agli obiettivi del fondo.
Di fatto, si sta ragionando su un marchio di qualità da attribuire a progetti considerati validi e strategici, così da facilitarne il finanziamento con altre risorse pubbliche o private anche se non (ri)entrano direttamente nel programma UE originario.

In sostanza, la Commissione sta creando un meccanismo di priorità per far entrare i progetti cloud e data center nel perimetro dei futuri finanziamenti europei.

Questo non significa che il fondo sovrano esista già in forma pienamente operativa. Significa però che la Commissione ne sta preparando la funzione: selezionare, premiare e indirizzare i progetti industriali ritenuti strategici per la competitività europea. È un tassello fondamentale della strategia, perché lega la sovranità tecnologica non solo alla regolazione, ma anche alla futura architettura finanziaria dell’Unione.

Una strategia ancora da finanziare

Il punto politico resta lo stesso: la Commissione ha definito l’orizzonte, ma non ha ancora chiuso il capitolo delle risorse. Il documento mostra una scelta precisa: utilizzare i fondi UE esistenti nel breve periodo, coinvolgere gli Stati membri e il capitale privato nel medio periodo, e agganciare la piena scala industriale al prossimo quadro finanziario pluriennale.

È una costruzione pragmatica, ma anche una prova di forza. Perché la sovranità tecnologica non dipende solo dagli obiettivi industriali o dalle regole sul mercato, ma dalla capacità di mettere insieme risorse sufficienti per sostenere data center, cloud e infrastrutture AI su scala continentale.

In questo senso, il Cloud and AI Development Act è insieme una strategia industriale e una promessa finanziaria ancora da completare, che peraltro dovrà fare i conti con le solite divergenze interne ai 27 Stati dell’Unione. Accetteranno di contribuire a livello finanziario? Condivideranno l’impostazione generale di questa architettura finanziaria? Saranno favorevoli ad aumentare la dote finanziaria dell’Unione? C’è anche da chiedersi se condividono a pieno gli obiettivi della strategia. La Commissione ha aperto il cantiere; ora deve trovare il modo di finanziarlo davvero e di convincere tutti e 27 a mettersi a lavorare.

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Nasce chatMinerva, il modello dell’Università Sapienza allenato con l’italiano

L’Italia non sta a guardare sull’intelligenza artificiale e presenta ChatMinerva, prima famiglia di Large Language Model sviluppata principalmente per la lingua italiana e addestrata da zero anche su testi italiani.

Da oggi infatti l’ateneo ha reso disponibile ChatMinerva, assistente Ai multimodale capace di leggere testi, interpretare immagini, analizzare documenti e navigare il web in tempo reale, il tutto dialogando in italiano con un livello di affidabilità inedito per un modello sviluppato interamente nel nostro Paese.

“Vogliamo dimostrare che è possibile costruire tecnologia IA di frontiera anche in Europa e in Italia – afferma Roberto Navigli, professore della Sapienza e responsabile del progetto – con un approccio aperto, scientificamente rigoroso e indipendente. ChatMinerva è stato costruito con molta più passione che budget, grazie al lavoro incessante di decine di ricercatori, dottorandi, studenti e collaboratori che credono nella possibilità di creare tecnologia IA italiana da cui partire per costruire prodotti competitivi – conclude Navigli – pur nascendo in un contesto molto diverso da quello dei grandi colossi globali”.

“Il lancio di ChatMinerva segna una nuova tappa nel percorso di innovazione del nostro Ateneo nel campo dell’intelligenza artificiale”, ha dichiarato la rettrice Antonella Polimeni. “L’evoluzione del progetto Minerva verso assistenti AI multimodali e interattivi conferma la capacità della Sapienza di trasformare la ricerca di frontiera in innovazione concreta, al servizio della conoscenza e della società”.

Il punto di forza? L’addestramento in lingua italiana

Minerva nasce invece con l’italiano come focus principale fin dall’inizio. Molti LLM oggi disponibili sono addestrati soprattutto su dati in inglese e solo in parte su altre lingue. Questo può incidere sulla qualità delle risposte in italiano, sulla fluidità, sulla comprensione delle sfumature culturali e sui tempi di generazione.

Secondo il gruppo di ricerca, questa impostazione permette al modello di gestire meglio vocabolario, sintassi e specificità culturali della lingua italiana, riducendo alcuni limiti tipici dei modelli addestrati principalmente in inglese.

Attenzione a non fare confusione: si tratta di un progetto di ricerca non un chatbot commerciale

Gli sviluppatori precisano che Minerva resta un progetto di ricerca. I modelli possono produrre risposte utili, ma non sono perfetti: possono contenere bias, generare informazioni errate o inappropriate e mostrare limiti su alcuni compiti.

Il confronto con chatbot commerciali come ChatGPT o Claude va quindi fatto con cautela. Quei sistemi sono addestrati su quantità di dati molto più ampie, spesso non documentate, e dispongono di centinaia di miliardi di parametri. Minerva punta invece su un approccio più trasparente, con dati e processo di addestramento descritti pubblicamente.

Perché un modello pensato per l’italiano

Il motivo principale riguarda il modo in cui gli LLM trattano le lingue. Nei modelli centrati sull’inglese, il vocabolario interno è ottimizzato soprattutto per quella lingua. Quando devono elaborare parole italiane, spesso le spezzano in più unità rispetto alle parole inglesi. Questo può aumentare i tempi di inferenza e ridurre la naturalezza del testo generato.

Nel progetto Minerva è stato sviluppato un tokenizer più adatto all’italiano. I dati tecnici pubblicati mostrano una migliore “fertility” rispetto a modelli come Mistral-7B-v0.1, cioè una minore frammentazione delle parole italiane in token. Questo può contribuire a risposte più efficienti e più naturali.

Come sono stati sviluppati i modelli base

La famiglia Minerva comprende modelli di dimensioni diverse, da 350 milioni a 7 miliardi di parametri. I modelli base sono stati addestrati su un insieme ampio di testi italiani e inglesi.

Le fonti includono Wikipedia, articoli di notizie, libri, documenti legali, contenuti web, Gazzetta Ufficiale, EurLex, Gutenberg, Wikisource e dataset aperti come RedPajama v2 e CulturaX. Il modello da 7 miliardi di parametri è stato addestrato su 2,48 trilioni di token, con una composizione bilanciata tra italiano e inglese e una quota di codice.

L’obiettivo è stato esporre il modello a registri linguistici diversi: testi enciclopedici, documenti normativi, contenuti web, linguaggio tecnico, testi conversazionali e materiale scientifico.

Il focus sulla sicurezza

La sicurezza è una parte rilevante del progetto Minerva. Il gruppo ha lavorato sulla base di ALERT, una tassonomia sviluppata da Babelscape per classificare contenuti rischiosi o dannosi.

È stato costruito un dataset di 21mila istruzioni in italiano con risposte desiderate, coprendo sei macro-categorie: hate speech e discriminazione, pianificazione criminale, sostanze regolamentate, contenuti sessuali, suicidio e autolesionismo, armi e strumenti illegali.

Nella demo chat viene inoltre usata una versione di LlamaGuard fine-tuned su questi dati, per identificare prompt e risposte che potrebbero violare le salvaguardie previste.

Addestramento con il supercomputer Leonardo

L’addestramento di Minerva ha richiesto una forte capacità di calcolo. Per questo il progetto si è appoggiato a CINECA e al supercomputer Leonardo.

Il modello da 7 miliardi di parametri è stato addestrato usando 128 GPU in parallelo. Il processo ha richiesto diverse settimane, confermando la complessità tecnica ed economica dell’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni.

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Come fare brand nella PA

  • Di Francesco Giorgino, Luca Giannantoni e Lucio Lussi
  • Prefazione di Paolo Zangrillo
  • Editore: Rubbettino
  • Data di pubblicazione: maggio 2026
  • Pagine: 296Italiano
  • ISBN: 9788849888829

Si può applicare il marketing nella Pubblica Amministrazione? Qual è il salto culturale che le PA devono compiere? In un tempo in cui cittadini, imprese e territori chiedono alla Pubblica Amministrazione efficienza, ascolto, chiarezza, prossimità e capacità di generare fiducia, la comunicazione pubblica non può più essere considerata una funzione accessoria. È una componente essenziale dell’azione amministrativa: contribuisce alla qualità dei servizi, alla reputazione delle istituzioni, alla trasparenza delle decisioni e alla costruzione di valore pubblico.

Da questa riflessione nasce “Brand pubblico. Il futuro della PA tra comunicazione e marketing”, il volume di Francesco Giorgino, Luca Giannantoni e Lucio Lussi, pubblicato da Rubbettino, con prefazione del Ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo.

Il libro propone una lettura innovativa del rapporto tra istituzioni e cittadini: anche la Pubblica Amministrazione deve imparare a immaginarsi, e ad agire, come un brand, non nel senso commerciale o promozionale del termine, ma come promessa pubblica di affidabilità, coerenza, qualità dei servizi, riconoscibilità e responsabilità.

Il brand pubblico rappresenta il modo in cui un’amministrazione viene percepita, ricordata e valutata nel tempo. È la somma delle sue decisioni, dei suoi comportamenti, dei servizi che offre, delle parole che sceglie e della fiducia che riesce a costruire. Il branding, quindi, non è soltanto uno slogan, una campagna di comunicazione o un logo: è un processo continuo che riguarda l’identità dell’istituzione e la qualità della relazione con le persone.

In questa prospettiva, comunicazione e marketing diventano strumenti fondamentali per accompagnare la trasformazione della PA, attraverso le competenze professionali attive nelle istituzioni e al servizio dell’interesse generale. Il marketing pubblico aiuta le amministrazioni a conoscere meglio i bisogni delle persone, a progettare servizi più accessibili, a rendere più comprensibili le politiche pubbliche e a rafforzare il legame tra istituzioni e comunità.

Il volume non si limita a una riflessione teorica, ma racconta anche buone pratiche di comunicazione e marketing pubblico, mostrando come alcune amministrazioni abbiano saputo migliorare la propria capacità di ascolto, semplificare il linguaggio, valorizzare i servizi, costruire relazioni più efficaci con i cittadini e rendere più visibile l’impatto delle politiche pubbliche. Esperienze diverse che dimostrano come la comunicazione e il marketing, quando sono progettati in modo professionale, possano diventare parte integrante della qualità amministrativa.

Uno degli elementi originali del libro è la proposta del modello PBVTJ – Public Brand Value Telling Journey, un percorso che aiuta a leggere e progettare il brand pubblico come un viaggio: si parte dall’identità dell’amministrazione, si passa attraverso il valore generato dai servizi e dalle politiche pubbliche, e si arriva alla fiducia costruita nel tempo con cittadini, imprese e territori. In termini semplici, il modello mostra che la reputazione di una PA non nasce da un singolo messaggio, ma dall’esperienza complessiva che le persone fanno dell’istituzione: ciò che promette, ciò che comunica, ciò che realizza e il modo in cui mantiene coerenza tra parole e azioni.

Il volume affronta temi oggi centrali nel dibattito sulla modernizzazione amministrativa: la reputazione delle istituzioni, la fiducia dei cittadini, il ruolo della comunicazione nei processi decisionali, la qualità della relazione con gli utenti, la semplificazione del linguaggio, la trasformazione digitale, la misurazione dell’impatto comunicativo, il rapporto tra identità pubblica e valore pubblico.

“Brand pubblico” si rivolge a comunicatori, dirigenti pubblici, amministratori, studiosi, giornalisti, professionisti della comunicazione e a tutti coloro che sono interessati a comprendere come cambia la PA in una fase storica in cui non è sufficiente fare bene, ma occorre anche saper rendere visibile, comprensibile e credibile ciò che si fa.

Il libro invita a superare una visione difensiva e burocratica della comunicazione istituzionale per riconoscerla come infrastruttura democratica: uno spazio di ascolto, trasparenza, partecipazione e costruzione di fiducia. La tesi centrale del volume è chiara: una Pubblica Amministrazione che comunica meglio è più utile, più accessibile e più vicina alle persone. E una PA capace di costruire un brand pubblico credibile può contribuire a rafforzare la qualità della democrazia, la coesione sociale e la competitività del Paese.

Gli autori

Francesco Giorgino è un giornalista professionista e docente universitario. In Luiss è titolare degli insegnamenti di Content Marketing e Brand Storytelling, di Marketing Politico e di Newsmaking. Dirige nello stesso ateneo il Master di secondo livello in Comunicazione e Marketing politico-istituzionale. Autore di decine di saggi, è direttore di Rai Ufficio Studi, conduttore e capo autore del programma di Rai 1, XXI Secolo.

Lucio Lussi è giornalista professionista e comunicatore pubblico. Dottore di ricerca (PhD) in Studi Politici, ha oltre 20 anni di esperienza nella comunicazione istituzionale e di politiche pubbliche, con focus su politica di coesione, fondi europei e PNRR, governance e contenuti digitali.

Luca Giannantoni è giornalista professionista esperto in comunicazione pubblica e istituzionale, ufficio stampa e strategie digitali. Da anni cura le relazioni con media ed enti e, dopo aver pubblicato altri libri, presenta la sua prima opera di settore.

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Robot umanoidi, la Cina prepara una nuova ondata di IPO per diventare leader della Physical AI

La Cina prepara una nuova fase industriale per la robotica umanoide. Secondo quanto riportato da Bloomberg, diverse aziende cinesi del settore stanno lavorando alla quotazione in Borsa, in un momento in cui Pechino punta a presentarsi come centro globale della prossima fase dell’intelligenza artificiale: quella fisica, applicata a robot capaci di muoversi e operare nel mondo reale.

Il caso più rilevante è Unitree Robotics, tra i nomi più riconoscibili del settore anche per i video dei suoi robot impegnati in arti marziali. La società ha ottenuto lunedì l’approvazione per la quotazione a Shanghai. La sua IPO sarà uno dei primi test per misurare l’interesse degli investitori verso una possibile ondata di collocamenti nel comparto.

A Hong Kong, scrive Bloomberg, ci sono almeno 46 società legate alla robotica nella pipeline delle quotazioni, pari a oltre il 10% delle domande. Tra le aziende che hanno già presentato richiesta di IPO figurano Leju Robotics e Deep Robotics.

Morgan Stanley: “Umanoidi cinesi più vicini alle IPO”

Secondo Sheng Zhong, responsabile della ricerca industriale sulla Cina di Morgan Stanley, “gli umanoidi cinesi sono un passo più vicini alle IPO, accendendo l’interesse del mercato sugli umanoidi nella seconda metà del 2026”.

I capitali raccolti, spiega l’analista, dovrebbero essere destinati soprattutto alla ricerca e sviluppo, in particolare ai modelli robotici.

La spinta alle quotazioni riflette l’evoluzione dell’ecosistema AI cinese, che negli ultimi mesi ha attirato forte interesse sui mercati finanziari. Ma il tema non riguarda solo la finanza. Si inserisce nella strategia industriale di Pechino, che vuole portare le tecnologie avanzate dalla fase di innovazione alla produzione su larga scala.

La corsa alla Physical AI

La robotica umanoide è uno dei settori più osservati della cosiddetta Physical AI, l’intelligenza artificiale applicata a sistemi capaci di agire nel mondo fisico.

Jensen Huang, Ceo di Nvidia, ha più volte indicato questa area come una delle prossime grandi traiettorie dell’AI. Lunedì Huang ha citato Unitree durante una presentazione dedicata agli sviluppi di Nvidia nella robotica AI.

Unitree e Nvidia hanno collaborato alla realizzazione di macchine umanoidi “di riferimento”, dotate di mani a cinque dita e chip integrati, pensate per sostituire i cosiddetti “Frankenrobots” usati nei laboratori di ricerca. Secondo Huang Jiawei, direttore marketing di Unitree, la società cinese lancerà nella seconda metà dell’anno un nuovo modello alimentato da un chip Nvidia.

Barclays: “Questo è il decennio dei robot e appartiene alla Cina”

Gli analisti di Barclays, tra cui Zornitsa Todorova, hanno scritto in una nota che “questo è il decennio del robot, e appartiene alla Cina”. Secondo la banca, la leadership cinese deriva da una spinta guidata dallo Stato durata circa dieci anni. Il Paese rappresenterebbe già il 50% dei robot industriali globali e l’85% degli umanoidi nel 2025.

L’isituto stima inoltre che, grazie a politiche industriali coordinate e al controllo delle supply chain, gli umanoidi potrebbero arrivare a coprire circa il 3,8% della capacità lavorativa cinese entro il 2035.

Il ruolo della politica industriale

La Cina ha costruito negli anni una filiera estesa nella robotica: componenti, attuatori, sensori, sistemi di controllo, batterie, software e capacità produttiva. Questo permette alle aziende cinesi di muoversi più rapidamente verso applicazioni commerciali.

Il vantaggio non riguarda solo i singoli robot, ma l’intero ecosistema industriale. La disponibilità di fornitori locali, capitali pubblici e privati, mercati interni ampi e politiche di sostegno consente di accelerare il passaggio dai prototipi alla produzione.

È lo stesso modello già visto in altri settori strategici, dalle batterie ai veicoli elettrici: prima sostegno pubblico e scala industriale, poi competizione sui costi e sulle esportazioni.

Robot umanoidi, un mercato destinato a moltiplicarsi per 34 volte entro il 2034

La corsa cinese alle IPO arriva mentre il mercato degli umanoidi si prepara al passaggio dalla ricerca alla fase industriale. Secondo Fortune Business Insights, il settore valeva 4,89 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 6,24 miliardi nel 2026 e potrebbe raggiungere 165,13 miliardi nel 2034, con un CAGR del 50,60%.

A trainare la crescita sono AI, sensori avanzati, batterie, potenza di calcolo e riduzione dei costi hardware. L’Asia-Pacifico resta il principale polo di sviluppo, con il 42,6% del mercato nel 2025, mentre la domanda cresce anche in Europa per la carenza di lavoratori qualificati. Le prime applicazioni commerciali si concentrano su logistica, magazzini, manifattura e stabilimenti automobilistici, dove il ritorno economico è più misurabile e l’integrazione con i processi esistenti appare più immediata.

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Indipendenza digitale europea, la Commissione presenta 4 misure. Von der Leyen: “Non possiamo dipendere da altri”

Von der Leyen (Ue): “Non possiamo permetterci di dipendere da altri”. Il pacchetto per la sovranità tecnologica

Presentato il tanto atteso pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica, con le misure volte a rafforzare la capacità dell’Unione europea in materia di semiconduttori, intelligenza artificiale (AI), cloud e open source, ma anche di efficienza energetica.

Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, le nostre reti energetiche stabili e i nostri servizi sicuri. Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte. L’Europa ha il talento, l’eccellenza della ricerca, la base industriale e il mercato unico. Insieme, dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica”. Ha dichiarato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

I punti chiave del pacchetto comprendono: la legge sui chip 2.0 e la legge sullo sviluppo del cloud e dell’IA, la strategia open source e una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’AI nel settore dell’energia.

Il cloud computing è uno dei settori in cui la dipendenza europea è più evidente. Attualmente, le piattaforme statunitensi dominano il mercato. I tre principali fornitori (Microsoft, Amazon Web Services e Google) detengono circa il 70% del mercato europeo.
Secondo un rapporto del 2025 della società di consulenza francese Asteres, l’Unione europea spende circa 264 miliardi di euro all’anno per l’acquisto di software per il cloud computing che è sviluppato negli Stati Uniti.

Si rilancia e si torna di fatto il tema ineludibile dell’indipendenza digitale. Come ha spiegato il nostro direttore Luigi Garofalo nei giorni scorsi: “La Commissione Europea ha capito che dal punto di vista dell’innovazione tecnologica l’Europa deve iniziare ad agire in modo autonomo. Non più solo a normare, ma a fare innovazione – oggi dipende dal punto di vista digitale per l’80% da fornitori extra-UE – e a creare un’offerta tecnologica “made in Europe”, facendo crescere, allo stesso tempo, la domanda di Pubbliche Amministrazioni e aziende verso “uno stack tecnologico europeo completo”, con servizi e infrastrutture realizzati da aziende europee“.

Chip 2.0, serve una produzione made in Eu

Oggi, ha precisato Ursula von der Leyen, “per oltre l’80% dei nostri prodotti, servizi e infrastrutture digitali, ci affidiamo a fornitori extra-UE“. “Chi promuove l’innovazione tecnologica plasmerà il futuro, e noi dobbiamo garantire che l’Europa svolga un ruolo di primo piano in questo processo. La sovranità tecnologica non significa protezionismo. L’Europa rimane fondata sui principi di apertura, partenariato e concorrenza leale – ha aggiunto la Presidente della Commissione – ma vogliamo essere in grado di fare le nostre scelte, evitando di dipendere da fornitori unici e dominanti, soprattutto provenienti da paesi che non condividono la sua stessa visione“.

Il pacchetto odierno ha tre obiettivi fondamentali: trasformare la nostra economia promuovendo l’adozione di nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale; rafforzare la resilienza delle nostre catene di approvvigionamento; promuovere il modello europeo di sovranità tecnologica“, ha precisato von der Leyen.

Obiettivi saranno raggiunti attraverso quattro azioni contenute nel pacchetto sulla sovranità tecnologica: la legge Chips 2.0; la legge sullo sviluppo del cloud e dell’intelligenza artificiale; una strategia europea per l’open source; una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nel settore energetico.

La normativa sui semiconduttori o Chips Act 2.0 è finalizzata a rispondere prontamente alle vulnerabilità critiche nella catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori, dato che l’Europa dipende ancora fortemente dai paesi terzi per la produzione avanzata e la progettazione di chip.

Con la legge Chip 2.0 l’Ue intende accelerare le procedure di autorizzazione, approfondire la cooperazione con i partner che condividono gli stessi principi e introdurre un nuovo marchio di eccellenza per le regioni europee dei semiconduttori.

I chip sono anche un’industria globale cruciale per la crescita in Europa. Sono il terzo prodotto più commercializzato al mondo, subito dopo petrolio e veicoli. Nel 2025 il mercato è stato valutato circa 595 miliardi di euro e si prevede che continuerà a crescere, superando la soglia dei trilioni di euro entro il 2030, con componenti legati all’AI che rappresentano oltre il 70 % del mercato globale dei semiconduttori.

L’intento della Commissione è sia avvicinare i produttori di chip europei ai loro clienti, a partire dalla domanda dei settori in crescita, come i data center, i fornitori di cloud e le Gigafactory di IA, sia sostenere gli investimenti e i progetti strategici, affrontando così le vulnerabilità che potrebbero mettere a rischio l’approvvigionamento.

Promuovere lo sviluppo dell’AI e del cloud

L’obiettivo annunciato oggi è triplicare la capacità dei data center in Europa nei prossimi cinque-sette anni e rafforzare il ruolo della strategia Apply AI per promuoverne l’adozione.

Per fare questo è necessario però tenere alto il principio della sostenibilità e quindi rispettare la tabella della transizione energetica: “bilanciando nel contempo le ambizioni in materia di AI con gli impegni in materia di clima”.

La legge sullo sviluppo dell’AI e il cloud l’introduzione di un quadro unico a livello “la sovranità del cloud e dell’AI”, mantenendo comunque “un mercato aperto ai partner che condividono gli stessi principi”. Viene da chiedersi, tra questi ci saranno o no le Big Tech?

Viviamo in un mondo in cui geopolitica e tecnologia sono inseparabili. Coloro che promuovono l’innovazione tecnologica daranno forma al futuro e dobbiamo garantire che l’Europa svolga un ruolo guida in questo senso. Il pacchetto odierno segna un importante cambiamento nel modo in cui l’Europa si avvicina alla sovranità tecnologica. È tempo che l’Europa abbia il controllo dei suoi dati, delle sue catene di approvvigionamento e del suo futuro in modo pulito e sostenibile. Stiamo rafforzando l’autonomia e la resilienza digitali dell’Europa, mantenendo nel contempo la nostra economia aperta ai partner di tutto il mondo”, ha commentato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

Henna Virkkunen

Il mercato europeo del cloud e dell’AI sta crescendo rapidamente, passando da 70 miliardi di euro nel 2022 a 200 miliardi previsti entro il 2028. Queste tecnologie aumentano la produttività, migliorano i servizi pubblici e cambiano la vita quotidiana. Ad oggi, però, il loro pieno potenziale non è ancora pienamente realizzato in Europa.

La sovranità tecnologica passa per l’open source

Il pacchetto punta dritto all’open source per rafforzare l’autonomia digitale del continente: “Abbiamo oltre tre milioni di contributor open source. Forniscono soluzioni digitali realizzate in Europa, per l’Europa, sulla base di principi e valori europei”.

Seguendo questo principio, si capisce che l’Europa porterà avanti una strategia mirata a sviluppare e sostenere alternative open source in settori prioritari quali il cloud, l’AI, le tecnologie internet, la cibersicurezza e i semiconduttori.

Per ottenere un ecosistema open source più forte bisogna investire nelle competenze, sostenendo le startup open source e migliorando la manutenzione e la sicurezza a lungo termine dell’infrastruttura digitale open source europea. Altro punto chiave è il maggiore utilizzo dell’open source nelle pubbliche amministrazioni, da promuovere secondo quanto riportato nel documento ufficiale attraverso orientamenti chiari e più specifici in materia di appalti e best practice.

Dan Jørgensen

Jørgensen (Ue): “Non può esserci sovranità digitale senza sovranità energetica

Altro problema non da poco, come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle da qualche anno a questa parte è l’elevato costo dell’energia. Qui la Commissione vede come unica strada maestra la digitalizzazione del settore energetico dell’Unione.

Le guerre e le tensioni geopolitiche sempre più profonde ci obbligano ad agire con fermezza e rapidità, anche in considerazione dell’aumento della domanda di energia legato all’esplosione delle infrastrutture digitali necessarie a cloud e AI.

La strategia presentata oggi, è spiegato nel comunicato, stabilisce in che modo l’AI e altre soluzioni digitali possono garantire l’integrazione sostenibile dell’infrastruttura digitale critica nel nostro sistema energetico, contribuendo nel contempo a rendere più efficiente il sistema energetico dell’Unione.

Dobbiamo integrare le infrastrutture digitali nel nostro sistema energetico in modo sostenibile. Perché non può esserci sovranità digitale senza sovranità energetica“, ha dichiarato secco Dan Jørgensen, Commissario per l’Energia e l’edilizia abitativa.

La digitalizzazione del sistema energetico è la possibilità per l’Europa di ottenere di più dalle stesse infrastrutture di cui disponiamo e di ridurre le bollette per i consumatori. Questo pacchetto coglie questa opportunità e garantisce che la crescente domanda dei centri dati funzioni con la rete, non contro di essa, quindi l’ambizione digitale dell’Europa alimenta la transizione energetica piuttosto che competere con essa”, ha affermato Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

A tal fine, la tabella di marcia dovrebbe garantire che i data center siano integrati nel nostro sistema energetico “in modo sostenibile e trasparente”.
Nel 2024, i data center europei hanno consumato energia elettrica sufficiente ad alimentare quasi 20 milioni di famiglie. Entro il 2030, l’Ue stima che questa domanda raddoppierà.

Introdurremo a breve un sistema di classificazione europeo per i data center. Promuoveremo inoltre un modello di accordo tra autorità pubbliche, gestori di data center e operatori del settore energetico. La nostra attenzione si concentrerà sull’integrazione nella rete elettrica, sulla fornitura di energia pulita, sulla flessibilità e sull’efficienza energetica, unitamente alla tutela delle risorse idriche e al rispetto degli standard ambientali“, ha aggiunto il Commissario per l’Energia.

La Commissione, di suo, lavorerà per facilitare “la cooperazione tra i settori dell’energia e del digitale” per garantire l’integrazione efficiente nella rete di queste infrastrutture e il necessario approvvigionamento di energia pulita per aliimentarle, salvaguardando nel contempo le risorse idriche ed energetiche.

Come più volte è stato detto, le stesse tecnologie digitali, in primis l’AI, saranno fondamentali per migliorare i livelli di efficienza energetica in generale e di efficienza della rete elettrica europea. A tal fine è considerata di primaria importanza la diffusione dei contatori di nuova generazione per il migliore controllo sui consumi dell’energia e quindi sui costi in bolletta.

In ultima analisi, la digitalizzazione dell’energia contribuirà a costruire modelli AI sovrani e sicuri per il settore energetico, formati sui dati europei e sviluppati dalle imprese europee: “Vogliamo creare un nuovo modello di intelligenza artificiale per il settore energetico, addestrato su dati europei e sviluppato da aziende europee. Si tratta di una questione di sovranità tecnologica europea e di autonomia strategica. Per questo motivo, svilupperemo modelli di intelligenza artificiale lungo tutta la catena del valore e istituiremo un quadro normativo a livello UE per semplificare lo scambio transfrontaliero di dati energetici“.

Stiamo vivendo una rivoluzione digitale globale e una corsa mondiale per plasmare il futuro dell’intelligenza artificiale. Queste tecnologie stanno trasformando il nostro modo di vivere, lavorare e alimentare le nostre economie. L’Europa non deve semplicemente partecipare a questa trasformazione, deve guidarla. Ma leadership significa farlo in un modo che rifletta i nostri valori: responsabile, sostenibile e a beneficio di tutti i consumatori e di tutti i settori. Il nostro compito è chiaro: gestire le crescenti esigenze energetiche della digitalizzazione, liberando nel contempo le immense opportunità che l’innovazione pone alla nostra portata”, ha spiegato Jørgensen.

Da migliorare, infine, la sicurezza informatica dei dispositivi critici, come gli impianti solari, contestualmente ad un utilizzo più sicuro dell’intelligenza artificiale.

In arrivo il bando per le gigafactory AI

A questo punto si attende per luglio l’invito a presentare proposte per la rete di gigafactory AI europee.

La Commissione avvierà inoltre una consultazione con gli Stati membri, la Banca europea per gli investimenti e altre parti interessate per raccogliere le risorse necessarie a finanziare le ambizioni europee in materia di sovranità tecnologica.

Tutte le proposte legislative presentate oggi dovranno comunque essere negoziate dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea nelle prossime settimane.

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AI, Trump vuole testare i modelli più potenti prima del lancio sul mercato

Testare e valutare i modelli AI più potenti per rafforzare la sicurezza nazionale, l’ordine esecutivo firmato da Trump

Non sarà un obbligo imposto alle Big Tech come OpenAI, Google oAnthropic, ma un meccanismo volontario di collaborazione con il Governo degli Stati Uniti. È quanto prevede l’ultimo ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump, che pone le basi per una nuova fase di sperimentazione e valutazione dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati a livello federale.

Ufficialmente, come si legge nel documento pubblicato dalla Casa Bianca, l’iniziativa ha l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra i principali dipartimenti federali, dal Dipartimento della Difesa a quello del Tesoro, passando per la Sicurezza Nazionale e l’Homeland Security, per potenziare la protezione informatica del Paese e delle infrastrutture critiche.

Prima dell’implementazione e del rilascio sul mercato dei modelli AI più potenti, l’amministrazione Trump ha dunque espresso la volontà di valutarne preventivamente gli aspetti di sicurezza, con l’obiettivo dichiarato di tutelare gli interessi nazionali.

Le capacità avanzate dell’intelligenza artificiale rendono la nostra nazione più forte, ma introducono anche nuove implicazioni per la sicurezza nazionale che richiedono un’azione coordinata tra dipartimenti e agenzie esecutive”, si legge nell’ordine esecutivo. Il documento sottolinea inoltre che l’amministrazione Trump “lavorerà a stretto contatto con l’industria per garantire che le tecnologie più avanzate e sicure vengano implementate rapidamente per contrastare qualsiasi minaccia al Paese”.

Firma posticipata di 10 giorni per no danneggiare le Big Tech?

Secondo quanto riportato da NBC News, il decreto avrebbe dovuto essere firmato il 21 maggio nel corso di una cerimonia pubblica alla presenza degli amministratori delegati delle principali aziende tecnologiche statunitensi. All’ultimo momento, tuttavia, Trump avrebbe annullato l’evento, rinviando la firma del provvedimento, poi avvenuta ieri a porte chiuse.

Una scelta che, secondo l’emittente americana, sarebbe stata motivata dal timore di penalizzare le stesse Big Tech e di compromettere la competitività dell’industria tecnologica statunitense nei confronti della Cina.

Non solo. Il rinvio potrebbe aver consentito all’amministrazione di introdurre modifiche sostanziali al testo. L’ordinanza stabilisce infatti che il programma di test volontario consentirà al Governo federale di accedere ai modelli di intelligenza artificiale di frontiera fino a 30 giorni prima della loro distribuzione ad altri partner considerati affidabili, rispetto ai 90 giorni previsti nella bozza iniziale.

Il documento dispone inoltre che i procuratori generali attribuiscano priorità ai procedimenti che coinvolgono l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con particolare attenzione agli agenti AI e ai sistemi autonomi impiegati in attività di criminalità informatica.

In questo contesto, il caso Mythos di Anthropic potrebbe aver contribuito ad accelerare un processo interno di maggiore attenzione da parte del Governo federale ai temi della cybersecurity nazionale.

Se l’AI finisce nelle mani sbagliate …

Se da un lato il modello potrebbe rappresentare uno strumento utile per aiutare aziende e organizzazioni a individuare vulnerabilità nei propri sistemi di sicurezza informatica, dall’altro diversi esperti, così come numerosi esponenti dell’amministrazione, temono che tali capacità possano essere sfruttate da attori malevoli per identificare e colpire debolezze presenti nei software e nelle infrastrutture digitali.

È relativamente raro che l’amministrazione Trump intervenga con misure che introducono forme di supervisione sulle tecnologie più avanzate. Finora, infatti, l’approccio è stato prevalentemente orientato nella direzione opposta, con una forte opposizione sia alle proposte normative federali sia alle iniziative legislative dei singoli Stati che, secondo la Casa Bianca, rischierebbero di rallentare l’innovazione americana nel settore dell’intelligenza artificiale.

Dalla partecipazione volontaria a quella obbligatoria?

Non mancano, tuttavia, le critiche all’approccio adottato dalla Casa Bianca, come riportato da Politico. Caleb Knapp, responsabile senior delle politiche dell’Alliance for Secure AI, ha definito l’ordinanza “un buon punto di partenza per costruire le capacità istituzionali necessarie a una supervisione efficace dei modelli di intelligenza artificiale avanzata“.
Secondo Knapp, però, un sistema basato esclusivamente sulla partecipazione volontaria delle aziende non sarebbe sufficiente a garantire un controllo adeguato delle tecnologie più potenti. Per questo motivo ha invitato il Congresso a intervenire con una normativa più stringente, introducendo l’obbligo per gli sviluppatori di sottoporre i propri modelli a una revisione governativa prima del rilascio. Una posizione che evidenzia il dibattito in corso negli Stati Uniti tra chi ritiene necessario rafforzare gli strumenti di vigilanza e chi teme che un eccesso di regolamentazione possa rallentare l’innovazione.

Anche Caleb Max, presidente e CEO della National Artificial Intelligence Association, ha sottolineato come le iniziative volontarie rappresentino spesso soltanto una prima fase del processo normativo: “Raramente il governo adotta misure destinate a rimanere esclusivamente volontarie. In genere, le regole tendono a diventare più restrittive nel tempo, non più permissive“.

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Tra i “giovani del Presidente” Mattarella anche Pucci: il Ceo che costruisce robot da affiancare alle persone

Daniele Pucci porta la robotica umanoide italiana al Quirinale. Il Ceo di Generative Bionics, spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’ambito delle celebrazioni per l’80esimo anniversario della Repubblica italiana, insieme ad altri nove under 40 indicati come profili capaci di contribuire al futuro del Paese.

Al centro dell’incontro c’è stata la Physical AI, l’intelligenza artificiale applicata a macchine capaci di muoversi e interagire nel mondo reale. È il campo in cui lavora Generative Bionics con GENE.01, robot umanoide pensato per la manifattura e progettato per affiancare le persone nelle attività fisiche e produttive.

“È stato un vero onore. Indimenticabile. Emozionante”, ha scritto Pucci dopo l’incontro con Mattarella. “Generative Bionics porta con sé un livello di responsabilità che va ben oltre la costruzione di robot umanoidi. La nostra missione è dare forma a un futuro in cui le macchine intelligenti amplifichino il potenziale umano, mantenendo le persone al centro”.

Chi è Daniele Pucci

Daniele Pucci, classe 1985, una laurea in ingegneria e due dottorati, è una delle figure centrali nel campo della robotica umanoide costruendo un robot umanoide capace di usare l’intelligenza artificiale per muoversi nel mondo fisico e interagire con le persone.

La sua società, Generative Bionics, è uno spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. A dicembre scorso la startup ha chiuso un round di investimenti da 70 milioni di euro guidato da CDP Venture Capital, una delle operazioni più rilevanti in Europa nel settore deep tech applicato alla robotica umanoide.

Il robot sviluppato dall’azienda si chiama GENE.01 ed è stato presentato al CES 2026 di Las Vegas, dove ha aperto l’evento insieme a Lisa Su, Ceo di AMD.

GENE.01, il robot pensato per la manifattura

GENE.01 è un robot umanoide basato su intelligenza artificiale fisica. La differenza rispetto alla sola AI generativa è sostanziale: qui l’intelligenza artificiale non produce soltanto testi, immagini o codice, ma controlla un corpo robotico, lo aiuta a muoversi, a percepire l’ambiente e a interagire fisicamente con esseri umani e oggetti.

Pucci ha spiegato in una recente intervista a Repubblica che alla base di Generative Bionics c’è una visione precisa: “Crediamo che gli esseri umani non spariranno, vogliamo creare una piattaforma di robot umanoidi attorno a essi. Per questo abbiamo dato al nostro robot la capacità di percepire l’essere umano attraverso la sua pelle. Abbiamo sviluppato sensori di forza che permettono al robot di capire quando tocca l’ambiente e quando interagisce con una persona, per esempio nei momenti in cui deve offrire un supporto fisico”, ha spiegato Pucci.

“Noi riteniamo che l’IA fisica abbia bisogno di mattoni fondamentali che possano poi combinarsi per creare un ecosistema attorno all’essere umano. Abbiamo quindi bisogno di ‘geni’ capaci di esprimere competenze specifiche”, ha spiegato Pucci.

Macchine come estensione delle capacità umane

Nel futuro immaginato dal Ceo di Generative Bionics, i robot non saranno semplici strumenti industriali. Avranno una funzione di supporto, protezione ed estensione delle capacità umane.

“Secondo me saranno in parte simili ai nostri migliori amici: più competenti di quanto siano oggi le persone che ci stanno accanto. Saranno al nostro fianco, dotati anche di meccanismi di protezione e di controllo, perché l’intelligenza artificiale deve essere regolamentata, e fungeranno da supporto e da estensione delle nostre capacità”.

Physical AI e responsabilità

Dopo l’incontro con Mattarella, Pucci ha sottolineato anche il tema della responsabilità. “La Physical AI e la robotica umanoide trasformeranno profondamente il modo in cui viviamo e lavoriamo. Siamo impegnati a guidare questa trasformazione con ambizione, rigore, responsabilità etica e un forte senso della disciplina”.

La Physical AI è una delle prossime grandi frontiere dell’intelligenza artificiale. Dopo anni dominati dai modelli linguistici e dalla generazione di contenuti, l’AI entra nei corpi robotici, nei sensori, nei sistemi di controllo, nelle fabbriche, negli ospedali, nella logistica, nella mobilità.

“Continueremo a perseguire questa missione con tutte le nostre energie, determinati a costruire tecnologie capaci di lasciare un segno che sopravviva ben oltre noi”, ha scritto Pucci. “Continueremo a rendere l’impossibile una solida realtà”.

Per approfondire

  • Per rivedere la puntata su RaiPlay “Ne parliamo con il Presidente. La Repubblica che verrà” in cui i 10 giovani hanno rivolto dieci domande a Mattarella clicca qui

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L’Europarlamento abbandona Google e lo sostituisce con Qwant (motore francese)

Qwant prende il posto di Google come motore di ricerca di default dell’Europarlamento.

A partire da domani, il palazzo Ue sostituirà Google con il motore di ricerca transalpino come strumento di default dei computer in-house. Lo scrive Politico.eu, che ha consultato una comunicazione secondo cui a partire dal 4 giungo Qwant prenderà il posto di Google sui computer del Parlamento Ue”. Il cambiamento è in linea con “l’impegno del Parlamento” di portare avanti una “sovranità digitale e di proteggere i dati degli utenti”.  

Indipendenza digitale Ue

Una mossa in linea con la spinta di Bruxelles in direzione di una indipendenza digitale sempre più marcata. Oggi è prevista la pubblicazione del pacchetto di norme a favore della sovranità tecnologica per ridurre la dipendenza da tecnologie estere e provider extra Ue, spingendo invece alternative europee.

Secondo la comunicazione della Ue, Qwant è un motore europeo “focalizzato sulla privacy”, progettato per evitare il tracciamento o la raccolta dei dati personali degli utenti.

Fondata nel 2013, Qwant si è sempre definita come l’alternativa europea a Google in nome della privacy.

Le ricerche effettuate tramite la barra degli indirizzi nei browser Firefox ed Edge verranno automaticamente instradate attraverso Qwant, anche se poi i parlamentari rimarranno liberi di utilizzare motori di ricerca concorrenti o di modificare le proprie impostazioni predefinite.

Europarlamento in pressing per il tech Ue

La decisione fa seguito a mesi di pressioni da parte dei parlamentari per ridurre la dipendenza delle istituzioni europee dalla tecnologia americana. In una lettera indirizzata alla Presidente del Parlamento Roberta Metsola lo scorso novembre, un gruppo interpartitico di 38 membri ha esortato l’istituzione a eliminare gradualmente il software Microsoft e altre tecnologie di produzione estera, sostenendo che la dipendenza dell’Europa da una manciata di giganti tecnologici statunitensi fosse diventata una vulnerabilità strategica.

C’è da dire che Qwant è in circolazione da anni, già nel 2017 Key4biz ha fatto una recensione su questo motore di ricerca.

Qwant nasce in Francia nel 2013, con la promessa di non personalizzare le ricerche o utilizzare i cookie.  Cioè, non userà i nostri dati personali, né raccoglierà la nostra attività nel motore di ricerca per studiare le nostre vite e venderci pubblicità, né ne trarrà profitto.

Leggi anche: Privacy. Abbiamo provato ‘Qwant’, l’anti-Google. Il motore di ricerca che non ti spia

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