Trump vuole subito il 6G per le Olimpiadi di Los Angeles 2028

Arrivare al 6G prima di tutti: la scommessa di Trump per le Olimpiadi di Los Angeles 2028

Portare il 6G negli Stati Uniti prima di tutti e anche prima che questa tecnologia arrivi sul mercato. È questa la scommessa, tanto ambiziosa quanto controversa, su cui sta puntando l’amministrazione Trump, che aveva già annunciato le sue intenzioni prima di Natale e che ora chiede all’industria americana di accelerare drasticamente i tempi di sviluppo della prossima generazione mobile. L’obiettivo è chiaro: arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 con applicazioni 6G già funzionanti, pronte a essere mostrate al mondo come simbolo della leadership tecnologica statunitense.

La richiesta, confermata dal senior vicepresidente di Qualcomm, Nate Tibbit, segna un cambio di passo netto rispetto ai normali cicli di innovazione delle telecomunicazioni. In un’intervista, il manager ha spiegato che il governo americano è “molto interessato ad accelerare la timeline del 6G” e ha chiesto all’azienda di lavorare affinché sistemi pre-commerciali siano pronti già per il 2028, anticipando di fatto un lancio che l’industria colloca più realisticamente attorno al 2030.

La timeline sta accelerando in modo significativo”, ha ammesso Tibbit, sottolineando però che per rispettarla sarà necessario disporre di spettro radio adeguato e di un quadro regolatorio coerente.

Le guerre però rallentano e limitano lo sviluppo di nuove tecnologie, come il 6G

La corsa al 6G non è per niente facile, soprattutto in questo momento, nel contesto geopolitico del 2026, segnato dalla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran e nello stretto di Hormuz (che ha già coinvolto direttamente tutti gli altri Paesi del Golfo, ampliando drammaticamente la portata di questo conflitto pericolosissimo su scala mondiale), dal conflitto tra Russia e Ucraina e dai rischi di tensioni crescenti con la Cina per Taiwan.

Questi fattori possono rallentare in modo significativo lo sviluppo delle nuove reti, soprattutto per le possibili interruzioni nelle supply chain di chip ed energia. Il blocco di Hormuz, in particolare, mette a rischio forniture strategiche come gas naturale liquefatto ed elio, fondamentali per la produzione di semiconduttori, mentre Taiwan (snodo cruciale per l’industria tecnologica mondiale) dispone di riserve energetiche limitate.

Allo stesso tempo, la crescente “guerra fredda tecnologica” tra Stati Uniti, Europa e Cina rischia di frammentare il processo di standardizzazione del 6G, con Pechino orientata ad accelerare anche per applicazioni militari e l’Occidente impegnato a costruire alternative aperte a Huawei.
 In questo scenario, anche le tempistiche per test e definizione degli standard, già molto ambiziose, potrebbero subire ulteriori ritardi.

Per gli USA il 6G è un’infrastruttura critica e strategica, utile alla supremazia geopolitica

Dietro questa spinta non c’è soltanto l’ambizione tecnologica, ma una visione strategica ben più ampia. Washington considera il 6G un’infrastruttura critica, destinata a ridefinire equilibri economici e politici globali. La convinzione è che chi guiderà gli standard e controllerà le reti del futuro avrà un vantaggio decisivo non solo sul piano industriale, ma anche su quello della sicurezza nazionale e dell’influenza geopolitica.

In questo senso, la partita del 6G si inserisce nel solco della competizione tecnologica con la Cina e con gli altri grandi attori globali, e le Olimpiadi del 2028 diventano l’occasione perfetta per mettere in scena questa leadership.

Missione Los Angeles 2028, dimostrazione di potenza del 6G e della superiorità USA (soprattutto sulla Cina)

È proprio in questo contesto che nasce “Mission LA 2028”, l’iniziativa lanciata dalla National Telecommunications and Information Administration (NTIA), l’agenzia che consiglia la Casa Bianca sulle politiche di comunicazione e banda larga. Il progetto punta a trasformare i Giochi olimpici in una vetrina delle tecnologie 6G emergenti. Non si tratta di un programma finanziato direttamente dal governo, ma di un’iniziativa guidata dall’industria, in cui aziende e operatori sono chiamati a sviluppare e presentare dimostrazioni concrete delle potenzialità del 6G.

Il ruolo della NTIA è quello di facilitare il processo, riducendo gli ostacoli regolatori, coordinando gli stakeholder e favorendo la disponibilità dello spettro necessario, ma dietro c’è sempre l’amministrazione Trump.

Resta però aperta la domanda cruciale: è davvero possibile avere il 6G entro il 2028?
Difficile dare una risposta certa o definitiva, almeno per ora. Gli ostacoli sono molti. Il principale riguarda gli standard. Il 3GPP, l’organismo internazionale che definisce le specifiche delle tecnologie mobili, prevede di completare il quadro normativo del 6G solo intorno al 2030.
Anticipare i tempi significa quindi lavorare su tecnologie ancora non standardizzate, con il rischio di sviluppare soluzioni che potrebbero non essere pienamente compatibili in futuro.

Un ecosistema ancora immaturo

A questo si aggiunge un ecosistema tecnologico ancora immaturo. Il 6G promette di operare su nuove bande di frequenza, probabilmente nelle gamme sub-terahertz e di integrare in modo nativo intelligenza artificiale e architetture cloud. Non è una cosa facile da fare, ci vuole tempo e sperimentazione (sena contare gli standard di sicurezza su più livelli).
Anche il coordinamento internazionale e gli investimenti necessari rappresentano una sfida significativa, perché lo sviluppo di una nuova generazione mobile richiede una convergenza globale tra governi, operatori e fornitori.

Per questo motivo, lo scenario più realistico è che nel 2028 si possano vedere dimostrazioni tecnologiche avanzate, meno che mai una vera e propria rete commerciale diffusa. Dal punto di vista politico e simbolico, però, potrebbe essere sufficiente per rivendicare una leadership.
Anticipare il 6G significa provare a orientarne lo sviluppo, dettare le regole del gioco e rafforzare la propria posizione in un settore chiave per il futuro. Le Olimpiadi del 2028, in questo senso, non sono solo un evento sportivo, ma il palcoscenico di una competizione globale in cui la tecnologia diventa strumento di potere.

La mossa USA per evitare che la corsa al 6G finisca come con il 5G

In questa corsa, bisogna fare i conti con la realtà, la Cina parte oggi con un vantaggio strutturale difficilmente ignorabile. Pechino concentra un’ampia fetta delle pubblicazioni scientifiche sul 6G e guida già la competizione sui brevetti 6G, con una quota che ha raggiunto il 40,3%, davanti agli Stati Uniti (35,2%), al Giappone (9,9%), all’Europa (8,9%) e alla Corea del Sud (4,2%).
Secondo dati del Ministero dell’Industria e dell’Informatica, a gennaio 2026 la Cina ha completato la prima fase di sperimentazione della tecnologia 6G e ha accumulato una riserva di oltre 300 applicazioni chiave, annunciando l’avvio della seconda fase sperimentale di questa tecnologia, con l’ovvio obiettivo di sviluppare rapidamente un ecosistema industriale orientato alle prime applicazioni commerciali.

Un primato costruito attraverso una strategia industriale coordinata: oltre 1,4 trilioni di dollari di investimenti pubblici per lo sviluppo di tecnologie che spaziano dalle reti wireless di nuova generazione all’intelligenza artificiale, programmi statali come IMT-2030, il lancio del primo satellite sperimentale 6G già nel 2023 e il ruolo trainante di colossi come Huawei, ZTE e China Mobile.

L’obiettivo è chiaro: arrivare a definire standard propri tra il 2026 e il 2029, replicando (ma addirittura in anticipo) quanto già avvenuto con il 5G, dove la Cina è arrivata a controllare circa il 60% del mercato globale.

Dall’altra parte, Stati Uniti ed Europa appaiono più frammentati, tra iniziative come la NextG Alliance e il progetto europeo Hexa-X (25 milioni di euro), mentre la Corea del Sud investe circa 220 milioni puntando a reti pilota entro il 2028 con Samsung in prima linea.

In gioco non c’è solo una tecnologia, ma un mercato potenziale da oltre 10 trilioni di dollari e la capacità di determinare le regole delle comunicazioni per i prossimi vent’anni: chi guiderà gli standard del 6G controllerà infrastrutture, export e direzione dell’innovazione globale. E, come già insegnato dal 5G, arrivare primi in questa partita può fare tutta la differenza.

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HSBC, l’AI accelera i licenziamenti: 20mila posti a rischio

HSBC si prepara ad una rivoluzione strategica basata sull’adozione estensiva dell’AI, con un potenziale impatto significativo sull’occupazione.

Secondo stime preliminari, annunciate in anteprima da Bloomberg, la banca potrebbe arrivare a ridurre fino a circa 20mila posizioni, pari a quasi il 10% della forza lavoro complessiva. Si tratta, al momento, di uno scenario ancora in fase iniziale, senza decisioni definitive, ma che si inserisce in una più ampia strategia di trasformazione già avviata.

Una ristrutturazione già in corso

Il progetto si colloca nel percorso di riorganizzazione guidato dal CEO Georges Elhedery, che dal 2024 ha avviato una serie di interventi mirati a rafforzare la competitività del gruppo. Tagli dei costi, cessioni di asset e razionalizzazione delle attività rappresentano i pilastri di questa strategia, che ora trova nell’AI un ulteriore acceleratore. L’obiettivo è rendere la banca più snella, efficiente e focalizzata sui segmenti a maggiore valore.

Il settore maggiormente esposto? Il Back office

Le aree più esposte sono quelle non direttamente a contatto con la clientela, in particolare i centri di servizi globali. Qui l’automazione può sostituire attività ripetitive e standardizzate, tipiche del back office. L’intelligenza artificiale consente infatti di gestire processi operativi con maggiore velocità e minori margini di errore, riducendo la necessità di intervento umano.

Riduzioni anche senza licenziamenti diretti

Oltre agli eventuali tagli, HSBC sta valutando strategie meno impattanti sul piano sociale, come il mancato rimpiazzo del personale in uscita. A questo si aggiungono possibili dismissioni di rami d’azienda, che contribuirebbero a ridurre ulteriormente l’organico. L’AI, in questo contesto, non è solo uno strumento di riduzione dei costi, ma anche un fattore di incremento della produttività.

Le applicazioni già considerate strategiche riguardano ambiti come l’assistenza clienti, la verifica delle identità e il monitoraggio delle transazioni. In queste aree, l’automazione può migliorare l’efficienza operativa e rafforzare i sistemi di controllo, con benefici sia per la banca sia per gli utenti.

La direzione intrapresa da HSBC riflette una trasformazione più ampia dell’industria bancaria. Secondo Bloomberg Intelligence, fino a 200mila ruoli potrebbero essere eliminati nei prossimi anni a causa dell’automazione. L’adozione dell’AI sta quindi ridisegnando in profondità il settore, incidendo non solo sui costi ma anche sui modelli organizzativi.

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L’Italia nell’era dell’AI. Butti e Floridi propongono l’idea dello “Stato agentico”, l’AI deve essere governata

Presentato alla Camera dei Deputati il Rapporto “L’Italia nell’era dell’IA. Crescita, sfide e prospettive di una rivoluzione in corso”, sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale nel nostro Paese, curato dal Presidente di Fondazione Leonardo ETS, Luciano Floridi, e da Micaela Lovecchio, Education e Formazione nelle Scuole della Fondazione Leonardo ETS.

Un documento che analizza l’ecosistema nazionale e formula diciotto raccomandazioni operative. L’analisi rileva, inoltre, punti di forza, due supercomputer tra i primi cinque in Europa, la prima legge sull’intelligenza artificiale nell’UE, accanto a diverse fragilità: dipendenza dall’hardware estero, fuga dei talenti e bassa adozione di intelligenza artificiale nelle PMI.

Da sinistra, Anna Ascani, vicepresidente Camera dei Deputati, Alessio Butti, Sottosegretario di Stato con delega all’innovazione tecnologica, Luciano Floridi, Presidente della Fondazione Leonardo Ets, Rita Cucchiara, Rettrice Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Micaela Lovecchio, Fondazione Leonardo Ets.

Il Parlamento italiano è stato tra i pionieri in Europa nell’utilizzo, a livello istituzionale, di soluzioni di intelligenza artificiale (AI). Come ha ricordato nei saluti iniziali la vicepresidente della Camera, Anna Ascani, pochi mesi fa sono stati presentati i primi prototipi basati sull’AI generativa sviluppati a seguito della manifestazione d’interesse promossa dal Comitato di vigilanza sull’attività di documentazione, presieduto dalla stessa Ascani. Un’iniziativa, avviata nel febbraio 2024, che mirava a valorizzare l’uso dell’IA come strumento innovativo a supporto dei lavori parlamentari, della trasparenza istituzionale e del dialogo con i cittadini. I prototipi selezionati sono stati valutati sotto il profilo funzionale, architetturale e di sicurezza da focus group tecnico-scientifici.

La democrazia – ha dichiarato la Vicepresidente della Camera – si trova a confrontarsi con nuovi sviluppi tecnologici che sono anche nuovi meccanismi di potere, e non può farlo restando ferma. Occorre farsi promotori di un cambiamento che sfrutti le potenzialità delle nuove tecnologie, le indirizzi verso un approccio umano-centrico, per favorire la trasparenza, la tracciabilità e la loro inclusione nei processi democratici”.

Butti: “Uno Stato agentico che usa l’AI per adeguarsi in anticipo rispetto alle esigenze del cittadino

Il punto su quanto è stato fatto dal Governo e su quanto si sta facendo oggi lo ha illustrato Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione: “Lo stato dell’intelligenza artificiale in Italia nel 2026 lo possiamo raccontare attraverso tre direttrici: il tasso di adozione dell’intelligenza artificiale, che ovviamente è il metodo con cui rapidamente coinvolge e avvolge il mondo dell’impresa come il mondo della pubblica amministrazione; la coerenza tra lo sviluppo e la sperimentazione, che è un po’ la sintesi che noi stiamo cercando di mettere a terra anche con provvedimenti legislativi, che riguarda la ricerca, i casi d’uso, la competenza, i dati, le regole, non solo ovviamente italiane; la scalabilità, che è probabilmente il passaggio più impegnativo perché descrive il passaggio di progetti pilota delle pubbliche amministrazioni e servizi pubblici che poi integrano l’intelligenza artificiale in modo stabile, riusabile e adattabile alle variegate esigenze del territorio”.

Da sinistra, Luciano Floridi, Presidente della Fondazione Leonardo Ets, e Alessio Butti, Sottosegretario di Stato con delega all’innovazione tecnologica

Negli ultimi due anni è stata registrata un’accelerazione nell’adozione dell’intelligenza artificiale da parte delle imprese. Questo si accompagna a un divario strutturale che vede le grandi imprese che cominciano ad adottare in modo molto serio l’intelligenza artificiale, mentre le imprese che arrivano a 10 dipendenti, o che superano di poco i 10 dipendenti, raggiungono al massimo il 16% di adozione. A livello italiano siamo all’8,2%. L’obiettivo è raggiungere quanto prima la percentuale europea che è al 13,5%. Come stiamo recuperando terreno? Innanzitutto abbiamo una strategia che ho citato poco fa, che è una strategia dell’intelligenza artificiale 24-26, che poi ha consentito anche l’approvazione di una legge dopo un ampio dibattito parlamentare. Una legge che rivolge grande attenzione al mondo della piccola e media impresa”.

Nel piano triennale della informatica per la pubblica amministrazione 24-26, che è stato aggiornato nel 2025, noi abbiamo raggiunto 150 progetti di intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. C’è di più, perché puntiamo ad almeno 400 in questo 2026”.

Parlando poi del progetto Regioni per l’Intelligenza Artificiale (Reg4IA), la rete di conoscenza e innovazione che unisce Governo, Regioni e Province autonome per potenziare con l’intelligenza artificiale i servizi pubblici, Butti ha spiegato un punto di vista molto particolare di Stato agentico: “uno Stato che usa l’intelligenza artificiale per adeguarsi in anticipo, possibilmente, rispetto alle esigenze del cittadino e non siamo affatto lontani, lo stiamo già attuando con pubbliche amministrazioni molto impegnate su questo tema”.

L’iniziativa Reg4AI presentata a Genova, che nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento per la trasformazione digitale e le Regioni Liguria, Lombardia, Puglia e Toscana, alla guida di quattro partenariati impegnati su ambiti strategici come salute e turismo, ambiente e mobilità sostenibile, pubblica amministrazione e sicurezza del territorio, ha precisato Butti “rappresenta un modello di regia istituzionale che, grazie alla partecipazione di tutte le Regioni e Province autonome d’Italia, guiderà sperimentazioni territoriali con l’obiettivo di favorirne il riuso e alla replicabilità su scala nazionale, a vantaggio di cittadini e imprese”.

Per gestire la sfida della scalabilità, mettiamo insieme governance, filiere della conoscenza e la collaborazione tra Governo centrale e territori. Sulla governance, discutibile o meno, noi abbiamo ancorato alla Presidenza del Consiglio il controllo, la verifica, il coordinamento e il monitoraggio di tutto quello che accade sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo – ha precisato Butti – è creare la catena del valore dell’intelligenza artificiale”.

Dobbiamo costruire forme di cooperazione internazionale per sviluppare infrastrutture di calcolo condivise, ad esempio creando un laboratorio europeo pubblico privato all’avanguardia dedicato alla formazione di una famiglia di modelli di base open source e alla loro messa a disposizione gratuita come infrastruttura di utilità pubblica”, ha affermato Butti.

Floridi (Fondazione Leonardo ETS): “Ci vorrebbe un open source made in Eu

C’è stato tanto lavoro dietro questo rapporto in termini di ricerca, confronti, approfondimenti. E alla fine il risultato è quello che avete tra le mani: un prodotto curato, pulito, apparentemente lineare. Uno dei temi che è emerso è quello, molto semplice, che “l’unione fa la forza”. È una banalità, ma in Italia facciamo spesso fatica a metterla in pratica. Storicamente non siamo bravissimi a lavorare insieme: ci dividiamo, competiamo, ci scontriamo, a volte anche su piccole cose. E così finisce che qualcun altro ci mette insieme… e lo fa secondo le proprie regole. Prendendo spunto dall’intervento dell’On. Butti, riprendo il concetto dello Stato agentico, una bella idea, perché sposta l’attenzione dall’intelligenza in sé all’azione: sistemi che fanno cose, che hanno un impatto concreto. Ma proprio per questo sono sistemi che devono essere guidati, governati. Non sono entità autonome che agiscono da sole senza conseguenze.
E qui entra in gioco subito il tema della governance, della bioetica, delle scelte: cosa si fa con queste tecnologie, quando e come. Su questo, va detto, siamo su una buona strada. E permettetemi di dirlo chiaramente: questa narrazione per cui l’Italia sarebbe sempre e comunque in ritardo, sempre fanalino di coda, è parziale. Restiamo uno dei Paesi più rilevanti al mondo, e questo comporta anche una responsabilità. Perché la verità è semplice: se qualcosa non accade, è perché qualcuno non l’ha fatta accadere. Se un progetto non si sviluppa, è perché non è stato considerato una priorità. Non possiamo sempre scaricare la responsabilità su fattori esterni o su un generico sistema
”, ha affermato nel suo intervento conclusivo Luciano Floridi, presidente della Fondazione Leonardo ETS.

Questo diventa ancora più evidente quando parliamo di infrastrutture. Se davvero pensiamo che l’intelligenza artificiale sia una tecnologia che incide sulla democrazia, non possiamo lasciare tutto nelle mani del mercato. Sarebbe come dire: speriamo che chi controlla queste tecnologie sia “bravo”. Ma se non lo fosse? Non possiamo basarci sulla speranza. Serve quindi un equilibrio: un certo grado di sovranità e di controllo è fondamentale. Possiamo semplificare tutto questo immaginando un tavolo a quattro gambe. La prima gamba sono i dati: su questo abbiamo già strumenti importanti, come il GDPR e l’AI Act, quindi una base solida c’è. La seconda gamba è il software, cioè gli algoritmi, i modelli, i sistemi di AI. Qui il controllo è molto più debole: gli “ingredienti” li abbiamo, ma la “cucina” spesso no. La terza gamba è l’infrastruttura: dove vivono questi sistemi? I data center, i chip, le reti. Anche qui c’è ancora molto da fare, soprattutto a livello europeo. La quarta gamba è quella normativa, che invece è uno dei nostri punti di forza.
Il problema è che questo tavolo oggi non è perfettamente stabile. E su questo tavolo stiamo appoggiando pezzi fondamentali della nostra società, della nostra economia, della nostra democrazia. La domanda
è – ha precisato Floridi – che tipo di tavolo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? Uno solido o uno traballante? Il rapporto prova a dare un contributo in questa direzione: non è una critica sterile, ma un tentativo di indicare cosa funziona e cosa può essere migliorato”.

Immaginate la situazione italiana come un tramezzino: abbiamo due ottime fette di pane — da un lato la capacità di calcolo e dall’altro la normativa. Ma in mezzo, dove dovrebbe esserci la sostanza, spesso c’è poco: manca ancora un forte sviluppo industriale, applicativo, infrastrutturale. Eppure proprio lì c’è un’enorme opportunità. Per esempio: perché un Paese dovrebbe spendere enormi risorse per acquistare soluzioni proprietarie, quando potrebbe adottare — o contribuire a creare, ha precisato Floridi — soluzioni open source di qualità? Certo, oggi l’open source è spesso associato ad altri modelli, ad altri Paesi, con tutte le incognite del caso su dati, governance ed etica. Ma perché non immaginare un open source europeo, costruito dentro il quadro dell’AI Act e del GDPR, con standard chiari e garantiti? Un ecosistema aperto, affidabile, certificato — un “bollino europeo” — che possa essere utilizzato non solo da noi, ma anche da Paesi come Canada, Giappone, Corea del Sud, Brasile, Sudafrica e molti altri”.

Lovecchio (Fondazione Leonardo ETS): “L’AI non è stata solo oggetto di indagine, ma anche strumento

L’Italia è al 18esimo posto nell’Unione europea per adozione dell’intelligenza artificiale, con un mercato di oltre 1,2 miliardi di euro, che potrebbe raggiungere i 5 miliardi entro il 2030. Con due supercomputer tra i primi cinque in Europa, la prima legge nazionale sull’AI nell’Ue e imprese di eccellenza che operano su scala globale, il Paese dispone di asset strategici significativi, ma presenta tre criticità: la dipendenza tecnologica dall’estero per l’hardware, il divario salariale del 40-50% rispetto alla Germania e al Regno Unito, che alimenta la fuga di talenti, e il divario di adozione tra le grandi imprese (53,1%) e le Pmi (15,7%). 

Secondo il Rapporto, l’Italia deve costruire le condizioni per poter trasformare l’intelligenza artificiale da minaccia competitiva a opportunità di rilancio industriale. I settori con il maggiore potenziale sono l’analisi testuale e i sistemi conversazionali (32% del mercato, +86% annuo), le applicazioni industriali e la manifattura 4.0, la convergenza IA-Life Sciences e i servizi per la pubblica amministrazione.

La ricerca è stata costruita come una stratificazione di narrazioni, che ci ha costretto, di volta in volta, ad adottare prospettive diverse per mettere a fuoco obiettivi differenti. Questo approccio ha portato a una raccolta di materiali molto ampia: dalle iniziali 130 pagine siamo arrivati a oltre 500. Un numero certamente elevato, forse eccessivo, ma necessario, perché rappresenta la base su cui si fonda l’intero rapporto.
L’intelligenza artificiale non è stata soltanto oggetto di indagine, ma anche uno strumento fondamentale che ci ha permesso di accelerare la fase di raccolta delle informazioni. Tuttavia, la ricerca non è stata semplice: la difficoltà si è spostata su un piano più alto, quello del mantenimento del rigore scientifico e della validazione delle fonti. Per questo motivo, è importante chiarire il metodo adottato e la suddivisione delle categorie analizzate: aziende, centri di ricerca, pubblica amministrazione e startup
”, ha spiegato Micaela Lovecchio, Education e Formazione nelle Scuole della Fondazione Leonardo ETS.

Per quanto riguarda le aziende, ci siamo concentrati su quelle che investono lungo l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale, in particolare in ricerca e sviluppo e nella realizzazione di soluzioni proprietarie.
Nei centri di ricerca, l’attenzione si è focalizzata sulle realtà più avanzate, capaci di spingere l’innovazione oltre i confini attuali: laboratori che oggi producono conoscenza apparentemente astratta, ma destinata a diventare concreta nel medio-lungo periodo, e che formano i talenti dell’intero ecosistema.
Per la pubblica amministrazione
– ha precisato Lovecchio – il focus è stato sulle soluzioni in grado di migliorare la vita dei cittadini, riducendo la distanza tra istituzioni e comunità, con particolare attenzione al tema dell’etica degli algoritmi.
Infine, per le startup, abbiamo valutato non solo l’originalità delle idee, ma anche la loro scalabilità sul mercato e i tempi di realizzazione
”.

Sono tre le “priorità legislative immediate” segnalate dai ricercatori ai decisori politici: “emanare i decreti attuativi della Legge 132/2025 per garantire certezza del diritto”, “rendere operativo il fondo da un miliardo di euro definendo i criteri di allocazione per AI, quantum computing e cybersecurity”, infine potenziare il regime degli impatriati estendendolo da 5 a 10 anni per profili AI”, in modo da competere con incentivi tedeschi e britannici.

Le raccomandazioni del Rapporto richiedono inoltre risorse incrementali stimate tra 800 milioni e 1,2 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, di cui circa 500 milioni per il fondo Venture Capital dedicato all’AI, 150 milioni per incentivi fiscali al rientro dei talenti, 100 milioni per il potenziamento degli uffici di trasferimento tecnologico universitari e la quota rimanente per formazione, infrastrutture dati e coordinamento.

Alessio Butti, Sottosegretario di Stato con delega all’innovazione tecnologica, Luciano Floridi, Presidente della Fondazione Leonardo Ets, Rita Cucchiara, Rettrice Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Micaela Lovecchio, Fondazione Leonardo Ets

Ubertini (CINECA): “Europea la più grande rete pubblica federata di supercalcolo al mondo

Fin dalle prime pagine del rapporto, il tema delle infrastrutture di supercalcolo, cioè dei “motori” che rendono possibili queste tecnologie, emerge come uno dei principali punti di forza del nostro Paese. Si tratta di un risultato che affonda le radici in un percorso iniziato alla fine degli anni Sessanta e che, negli ultimi anni, è stato ulteriormente rafforzato grazie al sostegno dell’Unione Europea.
Un esempio emblematico è il supercalcolatore Leonardo, operativo da novembre 2022: una macchina tra le più potenti al mondo, finanziata congiuntamente dall’Europa e dall’Italia. Accanto a Leonardo, il rapporto cita anche il supercalcolatore di Eni, anch’esso ai vertici globali e il più potente al mondo gestito da un’impresa non strettamente tecnologica. Questi risultati non sono casuali, ma il frutto di investimenti e competenze sviluppati nel corso di oltre trent’anni
”, ha dichiarato Francesco Ubertini, presidente del CINECA e professore dell’Università di Bologna.

Nel complesso, l’Italia si colloca tra le principali potenze mondiali per capacità computazionale. A livello europeo, inoltre, è stata costruita negli ultimi anni un’infrastruttura federata di supercalcolo che rappresenta oggi la più grande rete pubblica di questo tipo al mondo.
Queste infrastrutture sono fondamentali per la ricerca e l’innovazione: vengono utilizzate per sviluppare e addestrare modelli, ovvero per tutte le fasi che precedono l’impiego concreto delle tecnologie. Per esempio, sistemi come ChatGPT nascono su infrastrutture di ricerca di questo tipo, mentre il loro utilizzo quotidiano avviene su infrastrutture diverse, dedicate alla produzione
”, ha aggiunto Ubertini.

Una delle raccomandazioni del rapporto è quindi quella di mantenere questa posizione di leadership anche nei prossimi anni. In questo senso, arrivano segnali positivi: dopo l’inaugurazione di Leonardo, gli investimenti non si sono fermati. Il governo italiano, insieme all’Europa, ha continuato a rafforzare queste infrastrutture e i risultati saranno visibili già nel corso di quest’anno. Per dare un ordine di grandezza – ha sottolineato Ubertini – Leonardo ha comportato un investimento complessivo di circa 250 milioni di euro, mentre dal 2022 a oggi sono stati stanziati ulteriori 750 milioni. Un impegno complessivo che porta a circa un miliardo di euro e che consente di guardare con fiducia al prossimo ciclo tecnologico”.

Cucchiara (Università di Modena e Reggio Emilia): “Dalla ricerca di base arrivano le applicazioni più concrete per il mercato

Il sistema produttivo italiano è vero che è in crescita, ma resta fortemente disomogeneo, soprattutto nel divario tra piccole e medie imprese, che rappresentano la maggioranza, e grandi aziende. Nella mia esperienza, ad esempio in Emilia-Romagna, si osserva come alcune realtà, in particolare nei settori digitale e finanziario, utilizzino già in modo diffuso strumenti di intelligenza artificiale, mentre molte imprese manifatturiere sono ancora in una fase iniziale, pur iniziando a esplorare ambiti come l’analisi predittiva, il continuous learning e i modelli federati. La crescita c’è, ma è ancora insufficiente: serve un impegno più forte per incentivare gli investimenti e diffondere la consapevolezza dell’importanza strategica di queste tecnologie. A questo si collega un secondo tema cruciale: il brain drain.
Nonostante gli importanti investimenti nella formazione, in particolare nelle università pubbliche, l’Italia continua a perdere una quota significativa dei suoi giovani più qualificati. I dati Istat mostrano che nel 2023 circa 192.000 italiani tra i 25 e i 34 anni sono emigrati, a fronte di 73.000 rientri, con una perdita netta di 119.000 giovani. Di questi, ben 58.000 possiedono un’istruzione terziaria o un dottorato. Considerando inoltre che l’Italia è tra i Paesi europei con il minor numero di laureati, il rischio è quello di trovarsi, nel prossimo futuro, con una carenza di competenze qualificate
”, ha sostenuto Rita Cucchiara, rettrice dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Le cause sono certamente anche economiche, ma non solo: esiste un problema di riconoscimento del valore della ricerca. A livello internazionale, conferenze come CVPR e NeurIPS rappresentano tra i contesti più prestigiosi nel campo dell’intelligenza artificiale, ma questi risultati spesso non vengono adeguatamente valorizzati dal sistema industriale italiano, mentre all’estero costituiscono un canale diretto di accesso al lavoro qualificato.
Il terzo punto riguarda il ruolo della ricerca di base, come nel caso del partenariato esteso Future AI Research. Si tratta di un’esperienza che ha coinvolto gran parte delle università italiane, creando un ecosistema che include anche grandi imprese e che ha prodotto risultati scientifici rilevanti. Tuttavia
– ha sottolineato Cucchiara – proprio perché si tratta di ricerca fondamentale, spesso se ne sottovaluta l’importanza strategica. È invece essenziale comprendere che dalla ricerca di base derivano rapidamente applicazioni concrete in settori chiave come la moda, il turismo, la manifattura e la sanità. La forza dell’intelligenza artificiale sta proprio nella sua trasversalità: gli stessi modelli possono essere applicati a dati finanziari, satellitari, medici o testuali. Il passaggio dalla teoria alla pratica è quindi molto rapido, ma richiede che il Paese investa in modo equilibrato sia nella ricerca fondamentale sia nelle applicazioni”.

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Fatto dall’umano, non dall’AI. Arrivano le prime etichette “AI free”

Prodotti e servizi “creati dall’umano” vs quelli creati dall’AI

No AI”, “AI free” o “Not by AI”, sono alcuni esempi di etichette che presto potremmo trovare in giro per il web per riconoscere e certificare prodotti e servizi creati dall’umano e non generati dall’intelligenza artificiale (AI).

La generazione di contenuti digitali attraverso chatbot AI ha raggiunto livelli così elevati di diffusione che presto si può immaginare una saturazione del nostro mondo online. Come cercare di difendersi? Indietro ovviamente non si può tornare. Il nostro presente è dominato dall’impiego di soluzioni di intelligenza artificiale in ogni ambito e il futuro lo sarà ancora di più.

Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Australia è allora emerso un movimento che su questo ha le idee molto chiare: differenziamo, a partire dalla rete, i prodotti e i servizi “creati/sviluppati dall’umano” dal quelli generati con l’AI.

L’intelligenza artificiale sta creando una profonda trasformazione e le diverse definizioni di ciò che è ‘creato dall’umano’ stanno confondendo i consumatori”, afferma la dottoressa Amna Khan, esperta di consumi presso la Manchester Metropolitan University.

Una definizione universale è essenziale per costruire fiducia, chiarezza e sicurezza“, ha dichiarato Khan a Joe Tidy che ha scritto un bell’articolo su questo per la BBC News.

Non si tratta solamente di una rivendicazione culturale, se non di una dichiarazione di indipendenza antropologica per così dire dall’affermazione storica delle macchine ben al di fuori degli ambienti produttivi tradizionali. Qui c’è una volontà di riprendersi uno spazio d’azione politico e lavorativo, perché, se quest’iniziativa riuscisse ad affermarsi, certamente si potrebbero salvare anche molti posti di lavoro dalla cosiddetta disoccupazione tecnologica.

Le prime etichette “AI free”

Secondo l’indagine della BBC, sono almeno otto i progetti in corso per elaborare un’etichetta in cui si comunica, si conferma e si certifichi che un determinato prodotto o servizio è stato progettato e prodotto dall’umano e non dall’AI.

Come riportato dal quotidiano britannico, ci sono già diverse etichette, come no-ai-icon.com, ai-free.io e notbyai.fyi, che possono essere scaricate da chiunque generalmente in maniera gratuita, senza particolari controlli o addirittura senza alcun controllo.

Altri sistemi, come aifreecert, richiedono il pagamento per la certificazione “AI free”, perché tale etichetta prima di essere rilasciata prevede un rigoroso processo di verifica per stabilire se un prodotto utilizza o meno l’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale è ormai al centro della nostra economia. Difficile tracciare una linea netta

È possibile differenziare in maniera rigida e netta ciò che si progetta, si produce e si distribuisce “human made” da quello che è “AI generated”? Secondo molti esperti siamo già al punto che questa netta distinzione non solo è difficile da fare, ma potrebbe anche essere controproducente.

L’intelligenza artificiale è ormai così profondamente integrata in diverse piattaforme e servizi che è davvero complicato stabilire cosa significhi ‘senza IA’”, ha spiegato alla BBC Sasha Luccioni, ricercatrice canadese esperta in intelligenza artificiale, clima e giustizia sociale, attualmente AI & Climate Lead presso Hugging Face.

Una strada potrebbe essere cercare certificazioni intermedie. Ad esempio, nel cinema, che ormai è quasi AI dipendente (e non a caso periodicamente scoppiano polemiche per l’impiego massiccio di questa tecnologica tale da mettere a repentaglio i diritti di chi in questo settore lavora), si stanno sperimentando soluzioni per limitare l’uso massiccio di AI e allo stesso tempo tutelare e valorizzare il lavoro umano (sia a livello qualitativo, sia creativo, sia di posti di lavoro).

Nei titoli di coda del thriller “Heretic” del 2024, con Hugh Grant, i produttori hanno inserito una nota in cui si legge: “Nessuna intelligenza artificiale generativa è stata utilizzata nella realizzazione di questo film“.

Il pubblico ha il diritto di conoscere quanta e quale AI è stata usata per generare musica, libri e film

Il cinema è solo un esempio, diciamo che l’AI sta ormai fortemente trasformando l’intero mercato dell’editoria (già fortemente condizionata dalla trasformazione digitale iniziale), quindi la televisione, la stampa, i libri e la musica.

Il problema non è tanto nell’uso di questa tecnologia dalle enormi potenzialità positive per queste industrie e per chi vi lavora, ma nel trovare come detto una gradualità di impiego da certificare e comunicare al pubblico.

In molti casi chi guarda un film o ascolta una canzone, o guarda un video o legge un libro, non è informato di quanta e quale AI è stata impiegata per produrre un contenuto.

Celebre è il caso dei The Velvet Sundown, band psych-rock virtuale al 100%, con membri fittizi (Gabe Farrow, Lennie West, Milo Rains e Orion “Rio” Del Mar, tutta gente che non esiste nella vita reale), interamente generata da tool AI come Suno per musica/voci e ChatGPT per testi/immagini. Oltre un milione di ascolti mensili lo scorso anno per il primo album “Paper Sun Rebellion” su Spotify.

Possiamo anche restare in Italia per trovare un altro esempio di musicisti completamente virtuali, non esistenti nella realtà fisica (anche se per l’immaginario collettivo dell’audience forse questa considerazione vale poco o niente).
We Are Machinez è la prima band rap-metal italiana da Alghero 100% “AI generated”, creata da Sigla con software AI e su Spotify possiamo ascoltare il primo EP “The Age of Machinez” (sicuramente apprezzabile l’onesta intellettuale rintracciabile sia del nome della band, sia del titolo dell’EP).

Il mondo dei libri è forse quello che per primo (anche per semplicità) ha sperimentato l’invasione di prodotti e autori completamente AI generated, tanto che il colosso Faber and Faber ha iniziato ad apporre il marchio “Scritto da un essere umano“.

L’inglese Books by People, per comprare libri veramente scritti da esseri umani

Gli editori si trovano a dover affrontare un nuovo scenario in cui i libri possono essere prodotti in pochi minuti anziché in mesi o anni, e i lettori non possono più essere certi se un libro rifletta un’esperienza umana o sia una mera imitazione meccanica“, ha spiegato alla BBC Esme Dennys, co fondatrice di Books by People.

È necessaria una certificazione di ‘origine umana’, ma l’autocertificazione non è sufficiente, quindi abbiamo un processo di verifica completo per assicurarci che si tratti effettivamente di materiale di origine umana“, ha chiarito il CEO dell’azienda, Alan Finkel. Motivo per cui questo tipo di certificazioni “AI free” si pagano.

Books by People è un’organizzazione indipendente britannica lanciata nel 2025 per certificare libri scritti interamente da esseri umani, contrassegnandoli con un marchio (“Human authored”) di riconoscimento ben chiaro, anche nel nome. A novembre è uscita la prima pubblicazione con questa etichetta dal titolo “Telenovela” di Gonzalo C. Garcia.

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La prima manifestazione anti-AI a Londra, la presa di coscienza della società

Non solamente il mondo delle imprese o del lavoro sta prendendo le misure con l’AI, anche la società ha preso coscienza che se da un lato questa tecnologia (come altre) è di grande utilità per molte delle nostre attività o addirittura routine quotidiane, dall’altro è anche una minaccia. A seconda di come e quanto usiamo l’AI questa diventerà dominante nel nostro mondo e nella nostra vita.

Pull the plug! Pull the plug! Stop the slop! Stop the slop!”, questo lo slogan che si poteva sentire per le strade di Londra sabato 28 febbraio.L’invito era chiaro: stacca la spina e basta con questo schifo. Chiaro e forse esagerato, come detto, non possiamo dire basta all’AI, è troppo tardi, meglio capire come usarla al meglio e impedire un suo impatto negativo sulla società.

C’erano qualche centinaio di manifestanti anti-AI a King’s Cross, dove si trovano le sedi delle Big Tech come OpenAI, Meta, Google e DeepMind., ha raccontato Will Douglas Heaven per la rivista MIT Technology. La marcia è stata organizzata da due gruppi di attivisti distinti, Pause AI e Pull the Plug, che l’hanno definita la più grande protesta di questo tipo mai realizzata.

Anche qui, forse, siamo di fronte ad un’altra esagerazione, ma di certo potrebbe essere una prima piazza che farà la storia, visto che è molto probabile molte altre ne seguiranno nei prossimi anni. L’AI è anche politica e in quanto tale tema di confronto pubblico, da qui in poi. Perché su questa tecnologia si investono incredibili quantità di soldi, perché farà fare grandi profitti (col passare del tempo) e rischiamo seriamente che venga usata in maniera impropria per controllare la società, orientarla e plasmarla. L’AI amplifica disuguaglianze e discriminazioni, arrivando a mettere in discussione le fondamenta stesse dei sistemi democratici, anche solo rendendo sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. In questi termini, l’AI è politica.

Nell’AI Act ci sarà l’etichetta “generato con l’intelligenza artificiale”

Come detto, non si torna indietro, ma l’AI può essere regolamentata e in questo modo si possono evitare le distorsioni peggiori. A riguardo, in questi giorni, le commissioni Mercato interno e Libertà civili del Parlamento europeo hanno adottato una posizione congiunta su una proposta di semplificazione (“omnibus”) che modifica il regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act), con 101 voti favorevoli, 9 contrari e 8 astensioni.

La proposta prevede il rinvio dell’entrata in vigore di alcune disposizioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, poiché gli standard chiave potrebbero non essere definiti entro l’attuale scadenza del 2 agosto 2026. Negli emendamenti, gli eurodeputati introducono date di applicazione certe, con l’obiettivo di garantire prevedibilità e certezza giuridica.

Per i sistemi di IA ad alto rischio esplicitamente elencati nel regolamento (inclusi quelli che utilizzano tecnologie biometriche o impiegati in infrastrutture critiche, istruzione, occupazione, servizi essenziali, forze dell’ordine, giustizia e gestione delle frontiere) la proposta fissa la nuova scadenza al 2 dicembre 2027.

Per i sistemi di IA disciplinati (o utilizzati come componenti di sicurezza in prodotti disciplinati) dalla normativa settoriale dell’UE in materia di sicurezza e sorveglianza del mercato, la data proposta è il 2 agosto 2028.

Gli eurodeputati si dicono inoltre favorevoli a concedere ai fornitori più tempo per adeguarsi agli obblighi di watermarking (loghi, codici o le etichette di cui abbiamo parlato) dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale (audio, immagini, video o testi) al fine di renderne riconoscibile l’origine.
In questo caso, però, hanno proposto una proroga più contenuta, fino al 2 novembre 2026, rispetto al 2 febbraio 2027 indicato inizialmente dalla Commissione.

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Cani robot per proteggere i data center, le nuove soluzioni di Boston Dynamics e Ghost Robotics

Robot quadrupedi autonomi, con costi che possono arrivare fino a 200mila dollari, stanno entrando sempre più stabilmente nei data center, dove vengono impiegati per attività di sorveglianza, ispezione e monitoraggio continuo delle infrastrutture critiche.

La crescita delle strutture dedicate all’AI, spesso distribuite su superfici di decine di ettari e operative senza interruzioni, rende sempre più difficile garantire sicurezza e controllo affidandosi esclusivamente al lavoro umano.

Le soluzioni di Boston Dynamics e Ghost Robotics

In questo scenario si inseriscono aziende come Boston Dynamics e Ghost Robotics, che propongono robot progettati per ambienti complessi e ad alta criticità. Modelli come Spot e Vision 60 integrano sensori avanzati capaci di rilevare anomalie termiche, perdite, vibrazioni anomale, rumori sospetti o intrusioni. La loro capacità di muoversi su terreni difficili e superare ostacoli consente di coprire aree difficilmente raggiungibili da sistemi di monitoraggio fissi.

Nonostante l’investimento iniziale significativo, il ritorno economico può essere relativamente rapido. Il costo di un robot è infatti comparabile a quello annuale di un addetto alla sicurezza, con il vantaggio di un’operatività continua, senza pause o turnazioni. In contesti dove anche una breve interruzione può generare impatti rilevanti, la continuità del monitoraggio diventa un elemento strategico.

I primi casi d’uso nei data center

Alcuni operatori hanno già iniziato a utilizzare queste tecnologie. Novva Data Centers, ad esempio, impiega robot quadrupedi per effettuare ispezioni automatizzate e raccogliere dati ambientali in tempo reale. L’obiettivo è individuare in anticipo possibili criticità e prevenire guasti, migliorando l’affidabilità complessiva delle infrastrutture.

Questi sistemi non sostituiscono completamente il personale umano, ma ne ampliano le capacità operative, affiancandolo nelle attività più ripetitive o rischiose. Il loro impiego si inserisce in un mercato destinato a crescere rapidamente, spinto dalla diffusione globale dei data center e dall’aumento della complessità delle infrastrutture digitali.

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Fastweb + Vodafone e Polizia di Stato, al via il podcast dedicato alle donne contro la violenza di genere online

Gabrielli: “Si può intervenire in modo anticipato”

“Oggi la Polizia di Stato e Fastweb + Vodafone presentano un progetto dedicato alle donne, un progetto che parla ai giovani utilizzando lo strumento del podcast attraverso il quale vengono raccontate storie vere, storie di violenza, di violenza digitale, ma che spesso purtroppo preannunciano una violenza vera, come quella fisica. Storie di controllo, di morbosità e di georeferenziazione piuttosto che di utilizzo dell’intelligenza artificiale per violare quelle che sono le proiezioni moderne dei nostri diritti individuali, della nostra libertà sessuale e della nostra libertà individuale”. Così Ivano Gabrielli, direttore del servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, a margine della presentazione del podcast di Chora Media “Quel corpo non è mio”, sui temi della violenza di genere e del femminicidio che si è tenuta a Roma presso Sala della Sacrestia della Camera.

“Far conoscere queste storie – ha aggiunto Gabrielli – significa per noi dare modo alle persone di capire che c’è possibilità di intervento anticipato, evitando così situazioni più gravose, rischi o violenze successive”. Il crimine digitale di questo tipo si manifesta con l’anonimato e il nick name dell’aggressore, in una dimensione transnazionale (recuperare il server d’origine è complesso), mentre le persone vittime vengono spogliate con l’AI come dimostrato dai casi di Phica.net e il famigerato forum sessista “Mia moglie”.

C’è da dire che nel nostro ordinamento la georeferenziazione e il controllo dei nostri smartphone è già un reato.

Violenza online colpisce persone reali

“La violenza di genere online colpisce persone reali, incidendo profondamente sui loro diritti, sulla dignità e sul benessere psicologico, e la rete, con la capacità di diffondere e far riemergere immagini e contenuti nel tempo, può amplificare ulteriormente questo impatto, con effetti anche molto gravi. Per questo la prevenzione e il contrasto di questo fenomeno rappresenta un impegno costante per la Polizia Postale: è fondamentale innalzare il livello di consapevolezza offrendo strumenti concreti per riconoscere tempestivamente i segnali di queste forme di violenza, che possono rappresentare ulteriori proiezioni di comportamenti persecutori o aggressivi anche al di fuori della dimensione digitale”, ha aggiunto Gabrielli.

Semenzato: “La cosa più importante è denunciare” 

La presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, Martina Semenzato ha promosso l’iniziativa nell’ambito del taccuino degli appuntamenti “Nuovi linguaggi contro la violenza di genere”, per stimolare il dibattito e sensibilizzare il pubblico sulla questione della violenza di genere e del femminicidio.

“La violenza di genere online è esplosa negli ultimi mesi – ha detto Semenzato – il fenomeno emerge in tutta la sua gravità dall’inchiesta sul femminicidio che abbiamo appena chiuso dopo 8 mesi che abbiamo condotto dalla scorsa estate, con 40 audizioni e 150 pagine di testimonianze. Quello che ci ha colpito di più è lo stato di smarrimento e rabbia delle vittime colpite dalla violenza via web, che viaggia velocissima con l’uso dell’AI e le difficoltà enormi per togliere immagini di nudo contraffatte, deep fake che sono del tutto analoghe ad una violenza domestica. La cosa più importante è denunciare, la nostra polizia postale è chirurgica contro i leoni da tastiera”.

Semenzato: “Violenza online è reale a tutti gli effetti”

“Questa iniziativa è molto importante perché aiuta a tradurre l’esperienza della Commissione che presiedo e del filone di inchiesta dedicato alla dimensione digitale in strumento concreto. La nuova violenza di genere online è violenza reale a tutti gli effetti, subdola e devastante, con gravi ripercussioni psicologiche e sociali, che richiede educazione digitale precoce e un riconoscimento culturale del virtuale come spazio di relazione. Dobbiamo imparare a riconoscere i segnali della violenza digitale e a non restare in silenzio, ma denunciare. Sulla violenza online rimangono fondamentali inoltre i temi della responsabilità, della trasparenza e dell’identità. Un passo avanti è stato fatto con la legge 132/2025 in particolare con l’Art. 612-quater c.p. (Illecita diffusione di contenuti IA) che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde, senza consenso, deepfake (immagini, video, voci) creati con IA, capaci di ingannare e causare un danno ingiusto”, ha aggiunto Semenzato.

De Gioia: “Attenzione al fenomeno del super diffusore involontario”

E’ evidente, ha detto Valerio de Gioia, Consigliere Corte d’Appello di Roma e Consulente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, che sia necessario lavorare di più sul diritto all’oblio e sul fenomeno boomerang del “super diffusore involontario”, ovvero di colui che non volendo crea un danno maggiore in termini di popolarità a fatto di violenza online, parlandone magari, come è capitato nel caso di alcuni giornalisti che, loro malgrado, hanno contribuito a diffondere la popolarità di forum e siti sede di violenze online.

De Gioia ricorda che la lacuna del nostro ordinamento, che lasciava fuori dal reato di revenge porn la fattispecie del deep nude, vale a dire la costruzione di un falso nudo tramite AI, è stata superata dall’articolo 612 quater, con un regime sanzionatorio importante.

Renna (Fastweb + Vodafone): “Da anni investiamo per contrastare ogni forma di violenza”

“Contrastare la violenza di genere significa assumersi una responsabilità concreta: costruire ambienti di lavoro sicuri, offrire strumenti di supporto, formare le persone e promuovere una cultura del rispetto anche negli spazi digitali. Da anni investiamo con determinazione in iniziative di prevenzione e contrasto di ogni forma di violenza, online e offline, anche attraverso politiche interne che supportino le persone ed i loro famigliari”, ha dichiarato Walter Renna, CEO Fastweb + Vodafone.

Di Feliciantonio (Fastweb + Vodafone): “Controllo dello smartphone non è normale, percezione del 40% dei ragazzi falsata”

Lisa Di Feliciantonio, Chief Communication & sustainability officer di Fastweb + Vodafone, sottolinea che “l’importanza della denuncia in questi casi è fondamentale. In base ai dati di lacune recenti ricerche di Ipsos e Istat su geolocalizzazione e stalking, emerge che il 65% dei ragazzi fra i 14 e i 19 anni ha subito qualche forma di controllo digitale di questo tipo e la cosa che mi colpisce di più è che il 40% dei ragazzi considera normale il fatto che qualcuno ti controlli lo smartphone. Serve una percezione totalmente diversa di questi fenomeni”.

Poma: “Il podcast è un mezzo sicuro”

“Il mezzo podcast, per la sua natura di racconto audio intimo e autentico, rappresenta uno spazio sicuro per chi ha la forza di condividere la propria esperienza di abuso. Pur restando anonime, grazie a una semplice alterazione della voce, le testimonianze restano potenti e importanti e hanno la forza di far sentire meno sole le persone che ascolteranno e che hanno attraversato esperienze simili”, ha commentato Sara Poma, Responsabile Editoriale Chora e Will.

“Quel corpo non è il mio” è disponibile dal 18 marzo su  SpotifyApple PodcastYouTube Music e Amazon Music 

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Microsoft valuta una causa da 50 miliardi di dollari contro l’accordo OpenAI-Amazon sul cloud

Microsoft starebbe valutando un’azione legale da 50 miliardi di dollari contro Amazon e OpenAI per il loro accordo sul cloud.

Secondo quanto riporta il riporta il Financial Times l’accordo sul cloud stipulato lo scorso novembre violerebbe la partnership esclusiva tra il colosso di ChatGPT e il produttore di Windows.

Microsoft ha investito in OpenAI prima un miliardo di dollari nel 2019, poi altri 10 miliardi all’inizio del 2023, arrivando a controllare il 27% del gruppo e a essere una delle prime grandi aziende tech ad aver creduto nella startup di Sam Altman. In cambio, i modelli di OpenAI devono essere accessibili attraverso Azure, il servizio cloud di Microsoft.

Il caso Frontier e la questione tecnica

Al centro della scontro c’è ‘Frontier’, un nuovo prodotto sviluppato da OpenAI che, secondo quanto emerso, sarebbe progettato per funzionare anche su infrastruttura AWS. Microsoft ritiene che questa scelta aggiri gli obblighi contrattuali, mentre Amazon e OpenAI sostengono il contrario. La difesa si basa su un’architettura definita ‘Stateful Runtime Environment’, che consentirebbe di offrire funzionalità avanzate senza violare formalmente gli accordi esistenti.

La questione è quindi altamente tecnica e giuridica: da settimane i legali delle parti stanno confrontando interpretazioni divergenti su cosa costituisca effettivamente “distribuzione” e “accesso” ai modelli.

Una partnership sempre più fragile

Il confronto riflette un cambiamento più profondo nei rapporti tra Microsoft e OpenAI. Se inizialmente il legame era caratterizzato da forte integrazione e allineamento strategico, oggi emergono segnali di crescente autonomia da parte della startup.

OpenAI punta a diversificare le proprie partnership cloud, riducendo la dipendenza da Azure. Parallelamente, Microsoft inizia a percepire OpenAI non solo come partner tecnologico, ma anche come potenziale concorrente nei servizi enterprise basati su AI, un segmento ad alto valore e in rapida espansione.

Implicazioni finanziarie e regolatorie

La vicenda potrebbe avere effetti rilevanti anche sul futuro di OpenAI. Tra le ipotesi sul tavolo c’è una possibile quotazione in borsa, che tuttavia potrebbe essere rallentata o complicata da un contenzioso legale di questa portata.

A ciò si aggiunge il crescente scrutinio regolatorio su Microsoft, già osservata per il suo ruolo dominante nel mercato cloud e per la profondità dell’investimento nella startup. Un’escalation legale rischierebbe quindi di amplificare le pressioni da parte delle autorità antitrust.

Un nuovo equilibrio nel mercato AI

L’esito dello scontro potrebbe ridefinire gli equilibri tra i principali attori del cloud e dell’intelligenza artificiale. In gioco non c’è solo un contratto, ma il modello stesso di collaborazione tra sviluppatori di AI e provider infrastrutturali.

L’apertura a più piattaforme cloud, se confermata, segnerebbe un passaggio verso ecosistemi più flessibili ma anche più competitivi. Al contrario, un rafforzamento dei vincoli esclusivi consoliderebbe il controllo dei grandi operatori sull’accesso alle tecnologie più avanzate.

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Aprire un’azienda online in 48 ore spendendo 100 euro. Tutti i vantaggi di Eu Inc. nell’infografica

La proposta Eu Inc. della Commissione europea rappresenta un passo strategico per rafforzare il mercato unico e la competitività delle imprese innovative. Oggi le aziende che vogliono crescere in Europa si confrontano con una frammentazione normativa significativa, che genera costi, ritardi e incertezza. Eu Inc., cuore del cosiddetto “28° regime”, introduce un quadro societario unico, opzionale e digitale, pensato per semplificare la vita delle imprese lungo tutto il loro ciclo di vita: dalla costituzione alla crescita, fino all’eventuale uscita dal mercato. Questo prontuario sintetizza i punti chiave della proposta in forma di domande e risposte operative.

L’infografica per saperne di più su Eu Inc.

Eu Inc. – Domande e risposte

1. Che cos’è Eu Inc.?

Eu Inc. è una nuova forma societaria europea opzionale che offre un insieme unico e armonizzato di regole valide in tutta l’Unione europea. Le imprese possono sceglierla in alternativa alle forme giuridiche nazionali.

2. Perché la Commissione europea propone Eu Inc.?

Per superare la frammentazione normativa: oggi esistono 27 ordinamenti e oltre 60 forme societarie, che rendono difficile espandersi oltre i confini nazionali. Il nuovo regime mira a ridurre costi, tempi e complessità.

3. Che cos’è il “28° regime”?

È un quadro più ampio di misure europee per le imprese innovative. Eu Inc. ne è il pilastro societario, ma il regime include anche interventi su:

  • accesso ai finanziamenti
  • digitalizzazione
  • attrazione dei talenti
  • fiscalità
  • operatività transfrontaliera

4. Qual è il ruolo della digitalizzazione?

Centrale. Eu Inc. è “digital by default”:

  • registrazione online
  • assemblee e CDA digitali
  • comunicazioni elettroniche

5. Eu Inc. sostituisce le forme societarie nazionali?

No, è facoltativa. Le imprese possono scegliere tra:

  • Eu Inc.
  • forme societarie nazionali esistenti

6. Quali sono i principali vantaggi per le imprese?

  • Registrazione rapida (entro 48 ore)
  • Regole uniformi in tutta l’Ue
  • Procedure digitali (senza presenza fisica)
  • Riduzione dei costi amministrativi (100 euro per aprire un’azienda massimo in 48 ore online)
  • Maggiore attrattività per investitori

7. Come funziona la registrazione?

Attraverso un’interfaccia digitale unica europea collegata ai registri nazionali. Le imprese inseriscono i dati una sola volta.

8. Esisterà un registro europeo unico?

Sì, la Commissione istituirà un registro centrale UE per raccogliere le informazioni di tutte le imprese Eu Inc.

9. Chi può utilizzare Eu Inc.?

Qualsiasi imprenditore che voglia costituire una società nell’Ue. È possibile scegliere liberamente lo Stato membro in cui registrarsi.

10. Quali sono i vantaggi per startup e scaleup?

  • Riduce tempi e costi di avvio
  • Facilita l’accesso a investimenti
  • Offre strumenti societari flessibili (es. azioni a voto multiplo)
  • Semplifica l’espansione internazionale

11. Aiuta a prevenire acquisizioni ostili?

Sì, prevede strumenti come:

  • azioni con diritti di voto multipli
  • limitazioni al trasferimento delle quote

12. Cosa cambia nelle procedure di insolvenza?

Per le startup innovative:

  • criterio unico: incapacità di pagare i debiti
  • procedure semplificate
  • uso di moduli standard
  • possibile assenza di obbligo di avvocato

Per tutte le imprese:

  • digitalizzazione completa delle comunicazioni
  • tempi più rapidi (chiusura in circa 6 mesi per procedure semplificate)

13. Sono previsti tribunali specializzati?

La Commissione invita gli Stati membri a istituirli per:

  • maggiore coerenza giurisprudenziale
  • maggiore fiducia degli investitori
  • riduzione dei tempi procedurali

14. Incide sui diritti dei lavoratori?

No. I diritti dei lavoratori restano pienamente applicabili secondo la normativa del Paese in cui lavorano. Eu Inc. non può essere utilizzata per eludere tali diritti.

15. Come vengono definite le imprese innovative?

La Commissione introduce nuove definizioni di imprese innovative per uniformare le politiche europee e ridurre la frammentazione degli strumenti di supporto all’innovazione:

  • Impresa innovativa: almeno 10% costi in R&S (o 5% fatturato)
  • Startup innovativa: <100 dipendenti, <10 mln €, <10 anni
  • Scaleup innovativa: crescita ≥20% in 2 anni, <750 dipendenti

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L’analisi ASviS. A Melbourne e Singapore nasceranno i primi data center alimentati da neuroni umani

Data center alimentati da neuroni umani? Le prime sperimentazioni

L’intelligenza artificiale, si sa, richiede un grande dispendio di energia elettrica, acqua per raffreddare i server, silicio per costruirli. Motivo per cui molte aziende stanno guardando altrove. Tra queste c’è Cortical Labs, startup australiana che sta provando da anni ad alimentare i data center con i neuroni umani. Fantascienza? Non proprio.

Mentre nei centri di calcolo tradizionali lunghe file di server elaborano milioni di dati con processori in silicio, in quelli di Cortical Labs lavorano delle unità chiamate CL1, computer biologici alimentati da neuroni umani coltivati in laboratorio.

Come funziona?

Le cellule nervose – create principalmente a partire da cellule staminali – vengono collocate su dei piccoli chip di silicio che contengono migliaia di elettrodi e interagiscono con le cellule stesse. Il sistema interpreta le reazioni neuronali a questi stimoli, traducendo le risposte come “output computazionale”, ovvero risultati di calcolo.

Il vantaggio primario di questa “intelligenza biologica sintetica” è il risparmio energetico. Secondo Hon Weng Chong, fondatore e amministratore delegato di Cortical labs, “ogni unità CL1 utilizza meno energia di una semplice calcolatrice portatile” (consuma circa 30 watt, a fronte delle migliaia di watt richiesti dai chip convenzionali di ultima generazione). Paul Roach, chimico dell’Università di Loughborough nel Regno Unito, ha commentato che “quando si scala e si riempiono intere sale, come accade già con i server tradizionali, i risparmi energetici potrebbero essere enormi”. Ci sarà bisogno di nutrienti per mantenere in vita le cellule e bisognerà raffreddarle, ammette Roach, ma il dispendio sarà minore rispetto agli attuali data center.   

I problemi però ci sono. Al momento la capacità di elaborazione resta abbastanza limitata, anche se dei progressi ci sono stati – negli anni i neuroni sono stati addestrati prima a giocare al classico Pong e poi al più complesso sparatutto Doom.

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Le sfide

Inoltre, il funzionamento di questi biocomputer e le strategie per addestrarli sono ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica. “Non si programmano i neuroni come i computer tradizionali”, ha detto Reinhold Scherer, ingegnere neuronale dell’Università dell’Essex.

Una delle sfide tecnologiche più complesse riguarda ad esempio la memorizzazione dei risultati dell’addestramento. Non è ancora chiaro come conservare in forma duratura le informazioni apprese dai neuroni, né come implementare su questi strati biologici algoritmi computazionali. Inoltre, bisogna tenere conto che le informazioni vanno perdute quando le colture cellulari muoiono, rendendo necessari nuovi cicli di addestramento e andando a pesare sull’efficienza complessiva del processo.

I primi due data center a neuroni umani

I gruppi di ricerca avvertono che potrebbero volerci anni o decenni prima che la tecnologia possa competere, per esempio, con i chip di Nvidia. Ma le speranze ci sono, specialmente da quando Cortical Labs ha annunciato la costruzione dei primi due data center alimentati da neuroni umani. Il primo, in fase più avanzata, sorgerà nella città natia dell’azienda, a Melbourne, e ospiterà 120 unità CL1. Mentre il secondo verrà costruito a Singapore, con il supporto dell’operatore di infrastrutture DayOne Data Centers e della Yong Loo Lin school of medicine della National university of Singapore. Partirà da 20 unità, con l’obiettivo non così utopico di arrivare a quota mille.

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La Commissione Ue presenta il 28^ regime, che cos’è e come funziona

Virkkunen (Ue): “Il mercato unico è troppo frammentato per le nostre imprese, facilitiamo le cose”

Fondare un’impresa in Europa in 48 ore, con meno di 100 euro, senza capitale minimo e valida in tutti i 27 Stati membri. È questa la promessa di EU Inc, il nuovo regime societario opzionale presentato oggi dalla Commissione europea, destinato a diventare uno dei pilastri della strategia per la competitività dell’Unione nel ciclo 2024-2029.

L’iniziativa si inserisce nel cosiddetto “28° regime”, un quadro giuridico europeo unico che si affianca – senza sostituirli – ai sistemi nazionali. L’obiettivo è superare una frammentazione che oggi rappresenta uno dei principali ostacoli alla crescita delle imprese, soprattutto innovative.

I motori della nostra crescita economica hanno lanciato l’allarme. Il mercato unico è troppo frammentato perché le nostre imprese possano prosperare. Tanto che gli innovatori guardano altrove per crescere ed espandersi. Oggi stiamo portando avanti una rivoluzione pragmatica. Stiamo dando motivo ai futuri fondatori di crescere e crescere in Europa. Stiamo rendendo le cose più facili per le persone con buone idee“, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

L’Europa ha il talento, le idee e l’ambizione di diventare il posto migliore per gli innovatori. Eppure oggi, gli imprenditori europei che vogliono espandersi si trovano di fronte a 27 sistemi giuridici e a più di 60 forme societarie nazionali”, ha spiegato la Presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen.

Grazie a questa proposta, ha aggiunto la Presidente della Commissione europea, “stiamo semplificando drasticamente l’avvio e la crescita di un’attività in tutta Europa. Qualsiasi imprenditore sarà in grado di creare un’azienda entro 48 ore, da qualsiasi parte dell’Unione europea e completamente online. Questo passo cruciale è solo l’inizio. Il nostro obiettivo è chiaro: ‘un’Europa, un mercato’ entro il 2028”.

Un mercato unico ancora troppo frammentato

Oggi chi vuole fare impresa in Europa si confronta con un mosaico normativo che può rallentare la creazione di una società di settimane o mesi, aumentando costi e incertezza e disincentivando l’espansione transfrontaliera.

È proprio su questo nodo che interviene EU Inc: un regolamento unico e armonizzato che le imprese potranno scegliere volontariamente, si legge nel comunicato stampa della Commissione, evitando di navigare tra regole diverse paese per paese.

Che cos’è EU Inc

EU Inc è un modello societario europeo opzionale, progettato per essere digitale per impostazione predefinita, valido in tutta l’Ue, semplice e standardizzato.

Non sostituisce le legislazioni nazionali, ma offre un’alternativa unica per chi vuole operare su scala europea fin dalla nascita.

La Commissione punta su una forte semplificazione, con obiettivi molto concreti: 48 ore per costituire una società; meno di 100 euro di costo; zero capitale minimo richiesto; una sola registrazione valida in tutta l’UE; accesso diretto a 27 mercati nazionali con un unico quadro normativo.

Le principali novità

La creazione di una società EU Inc potrà avvenirecompletamente online, senza burocrazia cartacea né presenza fisica. Le imprese inseriranno le informazioni aziendali una sola volta, tramite un’interfaccia europea che collegherà i registri nazionali. In una fase successiva nascerà anche un registro centrale UE.

Dalla costituzione alla gestione, fino alla liquidazione, tutto il ciclo di vita dell’impresa sarà interamente digitale. Le società otterranno numero fiscale e IVA senza duplicazioni documentali, eliminando una delle principali fonti di ritardo amministrativo.

Altro punto di forza della proposta, sono le procedure completamente digitali e più rapide ed economiche, pensate per le startup: fallire non sarà più uno stigma, ma parte del ciclo innovativo. Poi è garantito l’accesso facilitato ai capitali, con l’eliminazione delle formalità in presenza, il trasferimento di azioni semplificato, nessun obbligo di intermediari e la possibilità di accesso ai mercati azionari (a discrezione degli Stati membri).

Le imprese potranno offrire piani di stock option armonizzati, tassati solo al momento della vendita: un elemento chiave per attrarre talenti, soprattutto nelle startup. Potranno, inoltre, scegliere liberamente in quale Stato membro costituirsi, operando poi in tutta l’Unione e potranno creare diverse classi di azioni, con diritti economici e di voto differenziati: uno strumento cruciale per i fondatori, anche in funzione anti-scalata.

La raccomandazione sulle definizioni per le imprese innovative, le startup innovative e le scaleup innovative ridurrà l’incertezza, sostenendo lo sviluppo di startup e scaleup agevolando misure su misura nei confronti dei nostri innovatori“, ha affermato Ekaterina Zaharieva, Commissaria per le Start-up, la ricerca e l’innovazione.

Il nuovo regime, è spiegato nel documento di presentazione, non modifica le norme nazionali su lavoro e diritti sociali, “che continueranno ad applicarsi integralmente“.

Un tassello della strategia Draghi

La proposta si inserisce nel solco della relazione Draghi sulla competitività europea, che ha indicato come priorità la rimozione degli ostacoli alla crescita delle imprese innovative.

La Commissione accompagna la proposta con altre iniziative, tra cui: il portafoglio europeo delle imprese per digitalizzare i rapporti con la PA; i tribunali specializzati in diritto societario UE; lo studio sul telelavoro transfrontaliero al 100%; le misure per l’accesso ai capitali, inclusa la revisione dei fondi venture capital; nuove proposte fiscali come HOT (Head Office Tax) per le PMI e BEFIT, quadro unico per la tassazione delle imprese.

Ma funzionerà? I dubbi non mancano

Accanto all’ambizione riformatrice, non mancano tuttavia criticità e interrogativi. Il rischio principale è quello di creare un regime parallelo che, invece di semplificare, aggiunga ulteriore complessità al quadro normativo europeo, soprattutto nella fase di coesistenza con i sistemi nazionali. Restano poi dubbi sul possibile arbitraggio regolatorio, con imprese incentivate a scegliere gli ordinamenti più “convenienti” sul piano fiscale o societario.

Anche il coordinamento con le normative su lavoro, fiscalità e insolvenza – che restano in larga parte nazionali – potrebbe generare attriti interpretativi e contenziosi. Infine, il successo dell’iniziativa dipenderà dalla fiducia degli operatori e dall’effettiva adesione degli Stati membri, che potrebbero mostrare resistenze su un terreno tradizionalmente sensibile come il diritto societario.

Alcuni fondatori di startup ritengono che la proposta non sia sufficientemente incisiva, ad esempio prevedendo la creazione di un tribunale a livello europeo per la risoluzione delle controversie commerciali. “Non è l’obiettivo che ci eravamo prefissati, necessita di miglioramenti, ma è sicuramente un vantaggio per il mondo imprenditoriale europeo“, ha affermato Simon Schaefer, presidente di Allied For Startups, secondo quanto riportato da The Parliament Magazine.

L’obiettivo è un accordo entro l’anno, ma è alto il rischio frammentazione

La proposta passa ora al vaglio di Parlamento europeo e Consiglio, con un obiettivo politico chiaro: raggiungere un accordo entro la fine del 2026. Se approvata, EU Inc. potrebbe rappresentare la più significativa innovazione nel diritto societario europeo degli ultimi decenni. Ma la sfida sarà politica prima che tecnica: trovare un equilibrio tra armonizzazione e sovranità nazionale.

Come abbiamo anticipato ieri, secondo un documento sottoscritto da oltre 24.000 attori dell’ecosistema europeo raccolti nella community EU-INC, il rischio è che la proposta non realizzi pienamente l’obiettivo di un vero “28° regime.

Tre i punti principali di critica sollevati, troviamo:

  • la mancanza di una giurisdizione unica: la bozza demanderebbe l’interpretazione legale ai tribunali nazionali, creando di fatto “27 varianti” della stessa EU Inc;
  • troppi registri nazionali invece di uno unico europeo: limitando la standardizzazione e la possibilità di costruire servizi e piattaforme interoperabili;
  • frammentazione nella risoluzione delle controversie: senza un tribunale centrale europeo dedicato.

In sostanza, il timore è che il nuovo regime si trasformi in un compromesso, incapace di garantire quella certezza giuridica che ha reso modelli come la Delaware Inc. uno standard globale.

Critico anche il Parlamento europeo, secondo cui il quadro giuridico doveva assumere la forma di una direttiva e non di un regolamento, nonostante gli avvertimenti delle startup sul rischio di mantenere la frammentazione.

Contestato infine anche il nome, al posto di Eu Inc era meglio Societas Europaea Unificata, perché la scelta finale della Commissione (Eu Inc) trasmette un messaggio sbagliato, sbilanciato troppo su uno “stile americano” invece che europeo, secondo l’eurodeputato René Repasi.

I timori dei sindacati

A fine febbraio, la Confederazione europea dei sindacati (CES) ha scritto a tutti i commissari prima del dibattito per chiedere urgenti chiarimenti su come si intende impedire che tale politica comprometta i contratti collettivi, il diritto del lavoro e la rappresentanza dei lavoratori nei consigli di amministrazione.

Altri aspetti problematici della proposta riguardano la possibilità per gli amministratori delegati di sostituire i contratti di lavoro o gli stipendi con piani di stock option.

I sindacati temono, inoltre, che il nuovo regime renda ancora più difficile per gli ispettori del lavoro far rispettare la legge, consentendo alle aziende di eludere i contributi previdenziali e le tasse.

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