AI, la Germania vuole quadruplicare la capacità di calcolo entro il 2030

Il ministro per il Digitale, Karsten Wildberger, presenta la nuova strategia della Germania in data center e AI

La Germania accelera sulla costruzione di infrastrutture digitali e punta con decisione sull’intelligenza artificiale (AI): entro il 2030 il governo federale vuole quadruplicare la capacità di calcolo dedicata all’AI e raddoppiare le prestazioni complessive dei data center rispetto ai livelli del 2025. Numeri ambiziosi, accompagnati da un dato già significativo: nel 2025 i data center tedeschi consumano circa 21 terawattora di elettricità, pari a circa il 4% del fabbisogno nazionale.

A delineare la strategia è il ministro per il Digitale e la Modernizzazione dello Stato, Karsten Wildberger, che non nasconde il ritardo accumulato: “Su scala internazionale abbiamo sicuramente molto da recuperare”. L’obiettivo secondo quanto riportato dalla Reuters è chiaro: mantenere la leadership europea e rendere la Germania “altamente attrattiva a livello globale” come hub tecnologico.
Nel Paese investono molto in infrastrutture digitali le principali Big Tech come Amazon, Microsoft e Google.
La sola Google ha annunciato investimenti per 5,5 miliardi di euro nei data center a Dietzenbach e Hanau (Assia), più nuovi uffici a Monaco.

Gli obiettivi: più capacità, più sovranità, più velocità…e una tassa da versare sui territori

Il piano governativo, che comprende 28 misure operative, mira a trasformare il Paese in un data hub europeo sovrano. Tra i pilastri principali:

  • espansione massiva delle infrastrutture: raddoppio dei data center e crescita esponenziale della capacità AI.
  • costruzione di almeno una “AI gigafactory” attraverso un partenariato pubblico-privato a guida europea.
  • riduzione della dipendenza dai grandi hyperscaler extraeuropei, privilegiando operatori tedeschi ed europei.
  • snellimento delle procedure autorizzative per accelerare la realizzazione dei nuovi impianti.
  • transizione energetica: data center alimentati sempre più da fonti rinnovabili.

Sul piano economico, il governo intende anche modificare la fiscalità: una quota delle imposte sulle attività dei data center dovrebbe essere versata direttamente ai territori che ospitano le strutture, per aumentarne l’accettazione locale.

Energia e infrastrutture sono il vero collo di bottiglia dell’AI

Il nodo più critico resta però l’energia. I data center sono tra i maggiori consumatori elettrici e, secondo le stime, la domanda potrebbe salire fino a 84 terawattora entro il 2030. Un incremento che rischia di mettere sotto pressione:

  • la rete elettrica, già impegnata nella transizione energetica;
  • i tempi di connessione, rallentati da iter burocratici e progetti “fantasma”;
  • i prezzi dell’elettricità, con possibili ricadute su cittadini e imprese.

Wildberger indica una possibile soluzione nel riutilizzo di siti industriali dismessi, come ex centrali a carbone o aree minerarie, dove le infrastrutture elettriche sono già presenti. Esempi concreti arrivano da Lübbenau (Brandenburg) o dalla regione renana, dove vecchi impianti energetici vengono riconvertiti in poli digitali.

Sostenibilità e calore disperso

Un altro tema aperto è quello del calore di scarto prodotto dai data center. Il governo punta a integrarlo nelle reti di teleriscaldamento, ma le soluzioni tecniche e infrastrutturali sono ancora in fase di sviluppo.

Parallelamente, la strategia insiste sulla sostenibilità operativa: i nuovi impianti dovranno essere più efficienti e “verdi” rispetto agli standard globali, rafforzando anche l’accettazione pubblica.

Il problema della dipendenza tecnologica

Oltre alla capacità computazionale, Berlino guarda alla sovranità digitale e al problema della dipendenza tecnologica. Il piano prevede l’utilizzo di componenti provenienti da fornitori “fidati”, lo sviluppo di un cloud europeo sicuro per applicazioni critiche e requisiti avanzati per la PA, come geo-ridondanza e sistemi energetici autonomi.

Tuttavia, emerge un limite strutturale: oggi è quasi impossibile realizzare data center completamente “Made in Europe, a causa della dipendenza globale dalle catene di approvvigionamento.

AI, una corsa contro il tempo

La strategia, che dovrebbe essere adottata dal governo federale, rappresenta un tentativo deciso di colmare il gap con Stati Uniti e Cina nella corsa all’intelligenza artificiale. Come sottolinea Wildberger, la Germania parte in ritardo ma punta a recuperare rapidamente.

La sfida sarà duplice: costruire rapidamente capacità tecnologica e, allo stesso tempo, gestire le tensioni su energia, costi e sostenibilità. Se riuscirà nell’impresa, Berlino potrà consolidarsi come uno dei principali poli europei dell’AI. In caso contrario, il rischio è quello di restare indietro in uno dei settori più strategici del prossimo decennio.

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Data center. Rai Way punta sull’hyperscale, ecosistema integrato di infrastrutture e servizi digitali

Il nuovo data center hyperscale di Rai Way per accelerare la trasformazione della Rai in una Digital Media Company

Il progetto dell’hyperscale data center che Rai Way realizzerà a Pomezia non è soltanto un investimento infrastrutturale. È il segnale più evidente di una trasformazione strategica che riguarda il posizionamento stesso della società: da operatore di torri per il broadcasting a piattaforma nazionale di infrastrutture digitali integrate.

Roma rappresenta un nodo centrale per lo sviluppo delle infrastrutture digitali del Paese. La vicinanza alle principali landing station dei cavi sottomarini del Mediterraneo, la presenza di un importante Internet Exchange Point locale e la disponibilità di connessioni in fibra ad alta capacità rendono il territorio un hub naturale per lo sviluppo di servizi cloud e data center di nuova generazione.

L’Hyperscale di Pomezia è un progetto centrale nel piano industriale di Rai Way, che rafforza il proprio patrimonio infrastrutturale e consolida il posizionamento societario quale ecosistema integrato di infrastrutture e servizi digitali, sicuro, sostenibile e interamente italiano, in grado di accompagnare imprese, istituzioni e cittadini nella transizione digitale”, ha dichiarato Roberto Cecatto, amministratore delegato di Rai Way, in occasione della presentazione del progetto dell’Hyperscale Data Center presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, alla presenza del Ministro Adolfo Urso e del Sindaco di Pomezia Veronica Felici.

L’iniziativa, che ha recentemente ricevuto il permesso a costruire, rientra nel piano di diversificazione strategica ed evoluzione delle infrastrutture digitali implementato da Rai Way, in coerenza con il processo di trasformazione di Rai in una Digital Media Company.

Urso: “Questo data center assicurerà che il patrimonio Rai sia custodito in un’infrastruttura resiliente e radicata sul territorio nazionale

In un’epoca in cui la gestione del dato è diventata una questione che investe sia identità culturale che sicurezza nazionale, il progetto Hyperscale segna un passo in avanti concreto nel percorso verso la piena sovranità digitale del Paese. Questo Data Center assicurerà che il patrimonio della Rai – patrimonio di tutti gli italiani – sia custodito in un’infrastruttura sicura, resiliente e radicata sul territorio nazionale. Ancora una volta il servizio pubblico dimostra di saper affrontare la sfida della modernità, coniugando la propria missione storica di broadcaster con quella di una moderna Tech Media Company”, ha affermato il ministro Adolfo Urso.

Nel contesto attuale, in cui il dato è diventato una risorsa critica per economia, sicurezza e governance pubblica, Rai Way sceglie di collocarsi lungo l’intera filiera tecnologica che va dalla trasmissione alla gestione e distribuzione dei contenuti digitali.
Una mossa che va nella giusta direzione di rendere l’Italia sempre più autonoma digitalmente.

Si tratta di un hub dal grande valore strategico non solo in termini di spinta innovativa, transizione digitale e sviluppo industriale del gruppo Rai, ma anche per quanto riguarda il territorio circostante, l’indotto e la Nazione tutta poiché, andando a perfezionare e implementare la nostra offerta di servizi digitali, non farà che contribuire alla sicurezza e alla sovranità tecnologica italiana“, ha commentato Giampaolo Rossi, amministratore delegato di Rai.

Cecatto (AD Rai Way): “Due anni di lavori

Il costo dell’hyperscale annunciato da Rai e Rai Way potrebbe aggirarsi attorno ai 400 milioni di euro, ha afferma l’AD di Rai Way, Roberto Cecatto, in sede di presentazione del progetto al Mimit.

Secondo quanto riportato da Radiocor, Cecatto ha precisato che “gli investimenti non si fanno a rischio totale, dobbiamo prima trovare gli anchor tenant“.

Gli investimenti si stimano su circa 12 milioni per megawatt e in una prima fase si arriverà a 4-5 megawatt. In una seconda fase si prevede di arrivare fino a 35 megawatt e, quindi, fino a 400 milioni di investimento.

Il tempo di realizzazione, ha detto Cecatto, è stimato in “due anni” da inizio dei lavori.

Dal broadcasting all’infrastruttura digitale

Storicamente, Rai Way ha costruito il proprio business sulla gestione delle reti di diffusione radiotelevisiva. Un modello ancora solido, ma sempre più esposto alla trasformazione dei consumi e alla convergenza tra media e digitale.

Il piano industriale 2024-2027 fotografa chiaramente questo passaggio: il broadcasting resta la base economica, ma viene progressivamente affiancato da nuove linee di business (data center, CDN, connettività, servizi cloud) che ne ampliano il perimetro e ne aumentano il valore.

In questa prospettiva, le torri e la rete in fibra non vengono superate, ma rifunzionalizzate. Le oltre 2.000 torri distribuite sul territorio nazionale diventano nodi multifunzionali, abilitanti per 5G, fixed wireless access e servizi edge. La dorsale proprietaria in fibra, oltre 6.000 chilometri, assume il ruolo di piattaforma di trasporto e interconnessione per dati e servizi a bassa latenza.

È su questa base che si innesta la nuova architettura: edge data center distribuiti, una CDN proprietaria e, ora, un data center hyperscale.

Altro che “ferri vecchi”, l’infrastruttura di Rai Way è, come sosteniamo da tempo immemore, un tassello importantissimo nella costruzione di un polo digitale italiano. E per questo è bene che rimanga chiaramente sotto il controllo pubblico“, ha dichiarato il segretario di Slc Cgil, Riccardo Saccone, commentando la presentazione del nuovo progetto aziendale.
Il servizio radiotelevisivo – ha aggiunto il dirigente sindacale – deve tornare a essere un asse centrale per la modernizzazione e la coesione democratica del Paese e per questo la strategicità del controllo pubblico di queste infrastrutture va riconsiderata“.

Un progetto di data center che deve coniugare sviluppo economico e sostenibilità ambientale del territorio

Si tratta di una scelta che conferma Pomezia come un hub dinamico dell’innovazione, capace di attrarre investimenti tecnologici di rilevanza nazionale e di rafforzare il ruolo del nostro territorio nella comunicazione digitale e nelle infrastrutture avanzate. La nostra Amministrazione continuerà a collaborare con Rai Way in tutte le fasi di sviluppo, mettendo a disposizione competenze e strumenti per accompagnare un investimento che rappresenta una nuova prospettiva di crescita per la città e per l’intero territorio”, ha dichiarato il sindaco di Pomezia, Veronica Felici.

Pomezia ospita un polo industriale consolidato, noto come “Polo Industriale di Pomezia“, situato principalmente lungo via Ardeatina e aree limitrofe, con focus su manifattura, chimica, logistica e farmaceutica.

Accanto alla dimensione industriale e strategica, ovviamente, il progetto di Pomezia introduce anche una riflessione rilevante sull’impatto territoriale. Chi abita un territorio vuole sapere cosa accade attorno a lui. Un’infrastruttura hyperscale, per definizione energivora, comporta un utilizzo significativo di risorse, ma nel caso Rai Way, da quanto si è appreso in sede di presentazione, l’approccio progettuale punta a bilanciare crescita e sostenibilità.
L’alimentazione prevista al 100% da fonti rinnovabili, insieme allo sviluppo di un impianto fotovoltaico dedicato, va nella direzione di ridurre l’impronta ambientale e contenere le emissioni, mentre soluzioni tecnologiche avanzate per l’efficienza energetica e il raffreddamento contribuiscono a ottimizzare i consumi. Allo stesso tempo, la scelta di un’architettura distribuita, che integra hyperscale ed edge data center, consente di migliorare l’efficienza complessiva del traffico dati, riducendo la necessità di trasporti a lunga distanza e quindi l’impatto sistemico.

Integrare l’infrastruttura con l’ecosistema produttivo e logistico locale

Sul piano economico, certamente, il data center si configura come un potenziale acceleratore di sviluppo per il territorio di Pomezia e per l’area romana. La creazione di un polo digitale di nuova generazione può attrarre investimenti, favorire la nascita di un ecosistema tecnologico locale e generare occupazione qualificata, sia nella fase di costruzione sia in quella operativa, oltre all’indotto legato alla filiera ICT ed energetica.

l nuovo hyperscale data center di Rai Way potrebbe inserirsi in questo contesto come hub strategico per lo sviluppo del cloud e della sovranità digitale, beneficiando della prossimità all’Internet Exchange Point di Roma (Namex) e alle principali landing station dei cavi sottomarini. L’infrastruttura andrebbe ad integrarsi, inoltre, con un ecosistema produttivo e logistico ad alta intensità tecnologica già presente sul territorio, che comprende poli come l’hub logistico di Logicor, il centro automatizzato di Sonepar e stabilimenti avanzati come quello di Procter & Gamble, contribuendo a rafforzare il ruolo dell’area come piattaforma industriale e digitale di nuova generazione.

In questo senso, il progetto non rappresenterebbe solo un consumo di risorse, ma anche un’infrastruttura abilitante capace di produrre valore nel tempo, rafforzando il ruolo del territorio come nodo strategico nelle reti digitali nazionali e contribuendo a una crescita sostenibile, in cui innovazione tecnologica e tutela ambientale possono procedere in modo integrato.

Una infrastruttura centrata su colocation, private cloud, object storage e servizi edge-to-cloud

La strategia cloud di Rai Way andrebbe a differenziarsi dai modelli dei grandi hyperscaler globali sotto diversi punti di vista. L’obiettivo non è competere sul cloud pubblico generalista, ma, a quanto si capisce dal comunicato che ha accompagnato il lancio del progetto, costruire un’offerta infrastrutturale centrata su colocation, private cloud, object storage e servizi edge-to-cloud.

Il valore distintivo potrebbe risiedere nella prossimità geografica, nella gestione del dato all’interno del territorio nazionale e nella capacità di offrire ambienti dedicati e controllati. Un posizionamento che intercetta una domanda crescente di soluzioni compliant, sicure e integrate con le esigenze di continuità operativa.

Il target è sicuramente ampio: dalle imprese ai media digitali, fino alla pubblica amministrazione, in particolare per quei carichi di lavoro che richiedono resilienza, localizzazione del dato e integrazione con infrastrutture esistenti.

Il progetto di Pomezia, con una capacità potenziale superiore ai 35 MW e progettato sulla carta secondo elevati standard di resilienza, introduce per Rai Way una dimensione industriale completamente nuova.

Non si tratta di un data center isolato, ma di un potenziale fulcro di un sistema distribuito. Gli edge data center già attivi in diverse città italiane, collegati attraverso la rete in fibra e integrati con la CDN proprietaria, costituiscono i punti di prossimità. L’hyperscale, invece, fornisce la capacità massiva di elaborazione e storage necessaria per servizi avanzati.

Questa architettura consente di combinare bassa latenza, scalabilità e resilienza, tre elementi sempre più richiesti da imprese, piattaforme digitali e pubblica amministrazione.

Sovranità digitale e resilienza infrastrutturale

Si può immaginare questo progetto inserito in un quadro più ampio, in cui la sovranità digitale è diventata una priorità strategica per il Paese. La capacità di gestire e custodire dati sensibili in infrastrutture nazionali, resilienti e controllabili, rappresenta un elemento chiave sia per la competitività economica sia per la sicurezza.

In questo scenario e in base a quanto affermato sempre in sede di presentazione, Rai Way punta a valorizzare una caratteristica distintiva: una rete interamente nazionale, integrata e già capillarmente distribuita. Le nuove infrastrutture, edge e hyperscale, rafforzano questa base, contribuendo alla creazione di una capacità cloud domestica e distribuita.

Il risultato è un’infrastruttura che non si limita a supportare il settore media, ma che può giocare un ruolo più ampio nella resilienza del sistema digitale italiano, anche in termini di continuità dei servizi e disaster recovery.

L’hyperscale di Pomezia va quindi letto come un asset strategico che abilita una nuova fase per Rai Way. Non solo crescita industriale, ma ridefinizione del ruolo nel sistema delle infrastrutture critiche. La società si posiziona come operatore in grado di connettere broadcasting, telecomunicazioni, edge computing e cloud in un’unica piattaforma. Un modello che risponde alle nuove esigenze storiche: maggiore autonomia tecnologica, capacità di gestione dei dati, integrazione tra reti e servizi digitali.

La sfida, a questo punto, sarà anche esecutiva: trasformare questa architettura in un’offerta competitiva e scalabile, capace di attrarre domanda e partner industriali. Non è facile, ma certo la direzione è chiara. Con il progetto di Pomezia, Rai Way entra a pieno titolo nel perimetro delle infrastrutture digitali strategiche su cui si giocherà una parte rilevante dello sviluppo tecnologico italiano nei prossimi anni.

I numeri del nuovo data center hyperscale di Rai Way

Il progetto, le cui modalità e tempistiche di sviluppo prevedono anche interlocuzioni con possibili operatori interessati, ha caratteristiche modulari e prevede la costruzione di un hyperscale di ultima generazione su un’area di circa 140.000 metri quadrati, con 16.000 metri quadrati complessivi di data hall distribuiti in quattro edifici indipendenti, ciascuno articolato in quattro data hall da 1.000 metri quadrati.

L’infrastruttura, è specificato nel comunicato di presentazione, sarà progettata secondo standard ANSI/TIA-942 Rated-4, il livello più elevato in termini di affidabilità e resilienza per i data center, e sarà alimentata al 100% da fonti rinnovabili.

Il campus potrà sviluppare quattro moduli funzionali, con una potenza IT di 8,8 MW per modulo e una capacità complessiva pari a 35,2 MW, con possibilità di ulteriore espansione. L’architettura sarà altamente flessibile per adattarsi alle esigenze dei clienti hyperscale e cloud, con configurazioni customizzabili in termini di densità, layout e sistemi di raffreddamento.

È inoltre in corso di autorizzazione un impianto fotovoltaico con una capacità iniziale di 5,5 MW, che potrà supportare parzialmente l’approvvigionamento energetico del campus. Un nodo centrale, questo dell’alimentazione dei data center, che non può che passare dalle fonti energetiche rinnovabili, come fattore primario di sostenibilità ambientale, ma anche di autonomia e resilienza energetica.

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Orange vuole imporsi nella Difesa in Francia. E in Italia?

La divisione business dell’operatore di telecomunicazioni francese Orange si sta affermando nel settore della difesa con il lancio di un’offerta anti-drone, Orange Drone Guardian, fornita come servizio.

Orange punta a consolidare la propria posizione nel redditizio mercato della difesa. È il primo operatore di telecomunicazioni francese a investire in questo settore, presentando un’ambiziosa offerta anti-drone martedì 17 marzo al Palais Brongniart di Parigi, durante il summit annuale della sua divisione B2B, Orange Business.

  • Per affermarsi in questo settore, l’ex France Télécom ritiene di possedere alcuni vantaggi esclusivi:
  • controlla l’intera catena produttiva,
  • possiede le proprie infrastrutture e sfrutta le sue reti di telecomunicazioni preesistenti.

“Orange è uno dei pochissimi operatori globali in grado di operare end-to-end, come operatore, integratore e fornitore di piattaforme, e possiede le proprie infrastrutture”, dice Aliette Mousnier-Lompré, CEO di Orange Business.

Orange, soluzione anti-drone pionieristica

Martedì Orange Business ha presentato Orange Drone Guardian, la sua prima soluzione anti-drone (ADS), progettata per rilevare i droni nemici. Sarà offerta ai clienti come servizio in abbonamento (SaaS). Lanciata in Francia, sarà presto estesa ad altri paesi europei in cui Orange opera, come l’Europa orientale, non lontano dalle zone di combattimento in Ucraina.

Si tratta del primo prodotto chiave lanciato dalla sua nuova divisione Difesa e Sicurezza. Una “soluzione pionieristica in Francia e in Europa”, pensata per contrastare l’esplosione del numero di droni civili.

Cloud sovrano nel business di Orange

L’operatore si affida a “infrastrutture sovrane”, come la sua piattaforma cloud di fiducia, Cloud Avenue SecNum, combinata con tecnologie di rilevamento avanzate. In particolare, le sue reti di telecomunicazioni (5G e fibra ottica), la sua rete nazionale di 19.700 siti TOTEM e la sua TowerCo (la società proprietaria delle torri di telecomunicazione), che mette a disposizione i suoi punti elevati (torri passive che supportano le antenne) come posizioni strategiche per i sensori di rilevamento. Una tecnologia di rilevamento (sensori e software di comando e controllo – “C2”) permette di localizzare, identificare e classificare i droni.

Orange si rivolge a “operatori del settore difesa e sicurezza, produttori, operatori di importanza vitale (OIV), operatori di servizi essenziali (OSE), nonché aziende energetiche e stakeholder coinvolti in importanti eventi strategici”, afferma Wassila Zitoune-Dumontet, CEO di Orange Business France.

Nuovi flussi di entrate nel settore della Difesa

L’operatore storico, sfruttando la propria infrastruttura, punta principalmente a trovare nuovi flussi di entrate. Si sta quindi riposizionando nei cosiddetti servizi sovrani e in offerte di difesa potenziate.

Per questo motivo ha lanciato la sua nuova divisione Difesa e Sicurezza nel giugno 2025: l’operatore ha già definito obiettivi quantificabili, puntando a un tasso di crescita annuo composto (CAGR) del 7%. Questa divisione conta 300 dipendenti e beneficerà del supporto delle divisioni Innovazione (diverse migliaia di dipendenti) e Cybersecurity del gruppo. Questa divisione “riunisce tutto il know-how in un’unica organizzazione per coordinare l’intero portafoglio: cloud, connettività, cybersecurity e competenze correlate”, riassume Wassila Zitoune-Dumontet.

“Vogliamo generare oltre 500 milioni di euro di fatturato entro il 2028 dai servizi digitali affidabili, incluso il cloud affidabile”, annuncia Aliette Mousnier-Lompré, riprendendo il nuovo piano strategico 2026-2028 presentato dall’operatore storico il 19 febbraio. È vero che la divisione B2B deve invertire la rotta dopo anni difficili, con un calo del 21% dell’EBITDA nel 2022, riconosce l’amministratore delegato. Ciononostante, rimane un attore importante, con circa 37mila clienti in Francia, che spaziano dalle PMI alle grandi aziende.

Letta, “Le TLC sono diventate una questione di sicurezza e vanno sostenute con il fondo per la Difesa Comune Ue”

Un tema, il connubio fra reti di telecomunicazioni e Difesa, già sollevato da più parti a partire da Enrico Letta, l’ex presidente del Consiglio che non più tardi dello scorso mese di gennaio in occasione dell’evento conclusivo del Programma RESTASRT a Roma ha detto che le reti Tlc vanno sostenute anche con i fondi della Difesa.

Il ruolo dei Tim Enteprise per la Difesa

D’altra parte, anche i Data Center e la divisione Enterprise di TIM svolgono un ruolo strategico fondamentale per la Pubblica Amministrazione italiana e, in particolare, per il settore della Difesa e la sicurezza nazionale. Questa importanza è legata alla sovranità digitale, alla gestione sicura dei dati sensibili e alla infrastruttura cloud nazionale. 

Ecco i punti chiave del ruolo strategico di TIM per la Difesa:

  • Polo Strategico Nazionale (PSN): TIM Enterprise è parte fondamentale del PSN, infrastruttura cloud nazionale creata con Leonardo, Cassa Depositi e Prestiti e Sogei per ospitare dati e servizi critici della Pubblica Amministrazione, inclusi quelli della Difesa.
  • Sovranità e Sicurezza dei Dati: I data center di TIM Enterprise garantiscono che i dati critici rimangano all’interno del territorio nazionale, offrendo elevati standard di sicurezza (certificazione Tier IV) e conformità alle normative sulla sicurezza nazionale.
  • Telsy e Cybersicurezza: Telsy, società del Gruppo TIM, focalizzata sulla cybersecurity, collabora con istituzioni, tra cui il Ministero della Difesa, offrendo soluzioni di prevenzione, monitoraggio continuo (SOC – Security Operation Center) e protezione da cyber minacce.
  • Infrastruttura 5G e Edge Computing: TIM fornisce infrastrutture avanzate, come il 5G, essenziali per la modernizzazione tecnologica e la gestione dei dati in tempo reale, cruciali in ambito di sicurezza pubblica e difesa.
  • Indipendenza Tecnologica: Attraverso il controllo diretto dell’infrastruttura di calcolo e la gestione proprietaria delle chiavi crittografiche, TIM garantisce un livello di autonomia fondamentale per il Ministero della Difesa. 

Il ruolo di TIM Enterprise è quindi di partner tecnologico strategico nel rafforzare la resilienza digitale e la difesa cibernetica dello Stato italiano.

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Nvidia punta a ricavare dai chip per l’AI un trilione di dollari entro il 2027

Nvidia alza ulteriormente le aspettative sull’intelligenza artificiale. Durante la conferenza GTC, il CEO Jensen Huang ha annunciato che i chip AI dell’azienda potrebbero generare fino a 1 trilione di dollari di ricavi cumulati entro il 2027. Una stima che, secondo quanto riportato da Bloomberg, riflette una domanda di potenza di calcolo in continua espansione.

La strategia di Nvidia sta evolvendo rapidamente. Se le GPU restano il cuore dell’offerta, l’azienda sta ampliando il proprio portafoglio tecnologico per coprire l’intera filiera dell’AI.

Nvidia: l’ingresso nel mercato CPU e nei sistemi completi

Parallelamente, Nvidia sta rafforzando la propria presenza nel mercato delle CPU e dei sistemi completi per data center. L’azienda punta su soluzioni modulari, progettate per essere più efficienti dal punto di vista energetico e più facilmente scalabili. Una risposta diretta a un mercato sempre più competitivo, dove, oltre a rivali storici come AMD e Intel, anche grandi clienti stanno sviluppando chip proprietari.

Il passaggio dall’addestramento all’inferenza sta ridefinendo le esigenze tecnologiche. Con l’adozione crescente di sistemi AI nei servizi digitali e nei processi aziendali, diventa centrale la capacità di gestire carichi continui e in tempo reale.

In questo scenario acquistano peso fattori come il consumo energetico, la gestione della memoria e la scalabilità delle infrastrutture. L’evoluzione verso l’AI agentica amplifica ulteriormente queste esigenze.

Chip: un mercato in espansione ma sempre più competitivo

L’ottimismo di Nvidia si inserisce in un mercato in forte crescita, alimentato da nuove applicazioni e partnership industriali. Come evidenzia Bloomberg, l’espansione dell’AI sta ampliando rapidamente il mercato potenziale dei semiconduttori.

Allo stesso tempo, però, la competizione si intensifica. Oltre ai produttori tradizionali, emergono nuovi attori e strategie alternative, tra cui lo sviluppo interno di chip da parte delle big tech.

Nonostante le prospettive positive, gli investitori mantengono un atteggiamento prudente. Restano interrogativi sulla sostenibilità della crescita e sulla capacità di Nvidia di mantenere il proprio vantaggio competitivo in un contesto in rapido cambiamento.

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Giustizia, Referendum 21 e 22 marzo: normativa attuale e Riforma a confronto

Come ormai noto, nei giorni di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, saremo chiamati a votare nell’ambito del referendum popolare confermativo della legge costituzionale recante: «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 253 del 30 ottobre 2025.

Il testo del quesito referendario, come riformulato dal D.P.R. 7 febbraio 2026, è il seguente:

«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?»

Le risposte che potremo dare si articolano in «SI» o «NO».

Al fine di comprendere quali siano le modifiche proposte, si riporta di seguito una tabella che mostra da un lato il testo attuale che, dunque, verrebbe mantenuto in caso di una maggioranza di voti del NO. Nella colonna successiva è, invece, riportato il testo che risulterebbe nel caso in cui la maggioranza dei voti propendesse per il SI.

Articolo Testo attuale in caso di vittoria del NO Testo rivisto in caso di vittoria del SI
Art. 87 (comma 10) Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio superiore della magistratura. Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente.
Art. 102 (comma 1) La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario. La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario, le quali disciplinano altresì le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti.
Art. 104 La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.   Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica.   Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione.   Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio.   Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i componenti designati dal Parlamento.   I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili.   Non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente.   Il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente sono presieduti dal Presidente della Repubblica.   Ne fanno parte di diritto, rispettivamente, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione.   Gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, e, per due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge.   Ciascun Consiglio elegge il proprio vicepresidente tra i componenti designati mediante sorteggio dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune.   I componenti designati mediante sorteggio durano in carica quattro anni e non possono partecipare alla procedura di sorteggio successiva.   I componenti non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.
Art. 105 Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati. Spettano a ciascun Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme sull’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati.   La giurisdizione disciplinare nei riguardi   dei magistrati ordinari, giudicanti e requirenti, è attribuita all’Alta Corte disciplinare.   L’Alta Corte è composta da quindici giudici tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, nonché da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità.   L’Alta Corte elegge il presidente tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune.   I giudici dell’Alta Corte durano in carica quattro anni. L’incarico non può essere rinnovato.   L’ufficio di giudice dell’Alta Corte è incompatibile con quelli di membro del Parlamento, del Parlamento europeo, di un Consiglio regionale e del Governo, con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni altra carica e ufficio indicati dalla legge.   Contro le sentenze emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito, soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata.   La legge determina gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni, indica la composizione dei collegi, stabilisce le forme del procedimento disciplinare e le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte e assicura che i magistrati giudicanti o requirenti siano rappresentati nel collegio.
Art. 106 (comma 3) Su designazione del Consiglio superiore della magistratura possono essere chiamati all’ufficio di consiglieri di cassazione, per meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quindici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori. Su designazione del Consiglio superiore della magistratura giudicante possono essere chiamati all’ufficio di consiglieri di Cassazione, per meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche, magistrati della carriera requirente con almeno quindici anni di esercizio, e avvocati dopo quindici anni di esercizio.
Art. 107 (comma 1) I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso. I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso.
Art. 110 Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. Ferme le competenze di ciascun Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

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Meta taglia il personale ma spinge sull’AI, accordo da 27 miliardi con Nebius

Nonostante la notizia del taglio del 20% della forza lavoro, ovvero di circa 16mila dipendenti, Meta “spende” 27 miliardi di dollari e lo fa con un accordo con Nebius, provider cloud con sede ad Amsterdam nato dallo spin-off delle attività internazionali di Yandex.

Si tratta di una delle operazioni più rilevanti mai realizzate dal gruppo guidato da Mark Zuckerberg in ambito infrastrutturale.

Perché serve tutta questa potenza di calcolo

Nel dettaglio, circa 12 miliardi di dollari saranno destinati all’acquisto di capacità computazionale dedicata a partire dal 2027. Altri 15 miliardi riguardano invece infrastrutture in fase di costruzione, inizialmente pensate per clienti terzi ma già opzionate da Meta. L’operazione segnala una domanda crescente e anticipata di risorse per sostenere lo sviluppo dei modelli AI.

Lo sviluppo dei modelli di nuova generazione richiede quantità sempre maggiori di risorse computazionali. Non solo per l’addestramento, ma anche per l’utilizzo su larga scala all’interno dei servizi digitali.

Meta sta integrando l’AI in tutte le sue piattaforme – Facebook, Instagram e WhatsApp – tra chatbot, assistenti virtuali e strumenti avanzati per utenti e aziende. Questo implica infrastrutture in grado di sostenere carichi continui e distribuiti su miliardi di utenti.

Una strategia industriale già avviata

L’accordo con Nebius si inserisce in un percorso già avviato. Nel 2025 Meta aveva firmato una precedente intesa da circa 3 miliardi di dollari con lo stesso fornitore. Parallelamente, il gruppo ha rafforzato le partnership con Nvidia e AMD e sta sviluppando chip proprietari.

L’obiettivo è duplice: aumentare le prestazioni e ridurre la dipendenza da fornitori esterni. In questo contesto, l’infrastruttura diventa un elemento centrale della strategia industriale.

La corsa globale ai data center

Il caso Meta riflette una tendenza più ampia. Le principali big tech stanno aumentando gli investimenti in data center e hardware per l’AI. Le stime indicano una spesa complessiva di circa 650 miliardi di dollari nel 2026 da parte degli hyperscaler.

L’accordo con Nebius e i possibili tagli al personale mostrano una direzione chiara: l’AI sta diventando il centro della strategia industriale di Meta. La competizione si gioca sempre più su infrastruttura, potenza di calcolo e capacità di riorganizzare rapidamente le risorse.

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La madre italiana dell’AI. Luigia Carlucci Aiello: “È nelle nostre vite e va disciplinata, guai a farsi trovare impreparati”

La prima docente donna del primo corso di AI in Italia

È riconosciuta da tutti come la madrina italiana dell’intelligenza artificiale (AI). Luigia Carlucci Aiello ha dedicato gran parte della sua vita professionale a questa tecnologia, con 170 pubblicazioni all’attivo, lavorando allo Stanford Artificial Intelligence Laboratory (SAIL), diretto da John McCarthy, e a numerosi progetti nazionali, gruppi di lavoro e reti di eccellenza dell’Unione europea.
Nel 1988 fonda ed è primo presidente della Associazione italiana per l’intelligenza artificiale.

Una lunga carriera nel mondo della tecnologia avanzata, visto dall’esterno come luogo di pura ricerca e innovazione, ma difficile da vivere dall’interno, a causa della discriminazione di genere, da cui purtroppo non era immune, almeno in passato.

Luigia Carlucci Aiello

Quando ha iniziato i suoi studi universitari, nel 1964, “alla scuola Normale Superiore di Pisa c’era un ambiente maschile e maschilista”, ha detto Carlucci Aiello in un’intervista a La Repubblica. “Al Cnr di Pisa, dove venni assunta nel 1970, invece, eravamo poche donne su oltre 50 uomini – ha aggiunto la matematica –ed eravamo tutti uguali. C’era bisogno di menti e braccia in un settore ancora nuovo”.

La sua passione erano i numeri ed il suo sogno era quello di insegnare nel liceo del suo paese. Il confronto con la matematica pura creò un conflitto con il suo bisogno di concretezza e decise di specializzarsi in matematica applicata ai calcolatori, iniziando così la sua carriera nel campo dell’informatica. Pisa è infatti una città importante nella storia dell’informatica italiana, è qui che nel 1961 nasce il primo calcolatore elettronico italiano e nel 1986 la prima connessione Internet.

Ero un mostro strano per la mia formazione eccentrica. Nel 1990, quando già ero una professoressa ordinaria da 10 anni alla Sapienza, passai al triennio. Ero la prima docente del primo corso di IA”, ha spiegato nell’intervista rilasciata a Romina Marceca.

Un messaggio per i ‘potenti’: “Non mettetevi nelle mani dei venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno”

L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno”, ha affermato Carlucci Aiello, riferendosi ovviamente alle Big Tech, che detengono le tecnologie AI, e ai decisori pubblici, che hanno il compito di indicare la via più giusta e più sicura, sia in termini etici che di regole, per diffondere questa tecnologia tra la gente.

Con un monito chiaro e inequivocabile: “L’uso dell’IA deve essere disciplinato”.

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Riguardo poi al futuro, la professoressa non ha dubbi, l’intelligenza artificiale è qui per cambiare il mondo, le macchine che andrà a gestire “faranno i lavori pericolosi al nostro posto”, ma attenzione al modo in cui si approccia a questa tecnologia dirompente: “Mi preoccupano l’ignoranza e l’incoscienza”.

L’AI è in grado di abilitare una vera e propria rivoluzione industriale, al pari e superiore a quelle che hanno segnato profondamente gli ultimi 3 secoli quasi, ma nasconde dei rischi: etici e culturali, relativi alla tenuta dei sistemi democratici e ai diritti, nonché di natura ambientale.

C’è chi sottovaluta le enormi quantità di acqua ed energia consumate dall’IA. Il rischio è un’accelerazione della crisi ambientale”, ha sottolineato Carlucci Aiello.

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Pentagono, come l’AI entra dalle decisioni strategiche fino alle attività burocratiche della guerra in Iran

OpenAI ha firmato un accordo con il Pentagono per portare i suoi sistemi di intelligenza artificiale anche in ambienti militari classificati. Una scelta che segna un cambio di passo importante per l’azienda e che solleva diversi dubbi su come questa tecnologia verrà utilizzata.

Secondo quanto riportato da MIT Technology Review, i limiti previsti dall’accordo appaiono meno rigidi di quanto dichiarato. Anche il divieto di uso per la sorveglianza interna non è così chiaro.

AI e uso militare: le motivazioni di OpenAI

Non è chiaro cosa abbia spinto OpenAI a questa svolta. Non è la prima big tech a rivedere posizioni precedenti sui contratti militari, ma la rapidità del cambio di rotta è significativa. Da un lato c’è il fattore economico: l’azienda sostiene costi elevati per l’addestramento dei modelli e cerca nuove fonti di ricavo, inclusa la pubblicità. Dall’altro, Altman insiste su una visione ideologica: le democrazie liberali, e i loro eserciti, devono avere accesso alle AI più avanzate per competere con la Cina. Anche questa impostazione, osserva MIT Technology Review, è parte della narrativa con cui l’azienda giustifica l’ingresso nel settore militare.

Pentagono e lo scontro con Anthropic

Prima dell’ingresso di OpenAI, il Pentagono utilizzava già modelli avanzati di AI sviluppati da Anthropic, la società guidata da Dario Amodei. Il suo sistema Claude era impiegato in ambienti classificati e in attività mission-critical: analisi di intelligence, pianificazione operativa, simulazioni strategiche e supporto a operazioni cyber.

Poi però il rapporto si è però incrinato bruscamente. Il Dipartimento della Guerra ha chiesto accesso senza limiti alla tecnologia, pretendendo che le aziende accettassero “qualsiasi uso lecito” dell’AI. Anthropic si è rifiutata di rimuovere due salvaguardie fondamentali: il divieto di utilizzo per la sorveglianza di massa interna e quello relativo allo sviluppo di armi completamente autonome, cioè in grado di colpire senza intervento umano.

Da qui lo scontro. Il Pentagono ha minacciato di escludere l’azienda dai propri sistemi, di classificarla come “rischio per la catena di approvvigionamento” – una misura normalmente riservata a soggetti ostili – e perfino di ricorrere al Defense Production Act per imporre l’accesso alle tecnologie. Anthropic ha portato il caso anche sul piano pubblico e legale, trasformando una disputa tecnica in un confronto politico più ampio.

Il punto non è se l’AI debba essere usata in ambito militare ma quali limiti debbano essere imposti. Fino a che punto le aziende private possono imporre vincoli etici quando operano dentro l’apparato della sicurezza nazionale.

La questione più rilevante riguarda gli sviluppi futuri. OpenAI ha accettato di operare in un contesto operativo complesso e sensibile, proprio mentre gli Stati Uniti intensificano le operazioni militari contro l’Iran, con un uso crescente dell’AI. Come evidenzia MIT Technology Review, l’azienda si sta posizionando direttamente “nel cuore del combattimento”, accettando implicazioni operative e politiche di alto livello.

AI e uso militare: analisi dei bersagli e decisioni operative

Non è ancora chiaro quando i modelli OpenAI saranno pienamente operativi in ambienti classificati: servirà integrarli con altri sistemi già in uso. Tuttavia, la pressione per accelerare è alta, anche alla luce delle recenti tensioni proprio con Anthropic.

In uno scenario concreto, un analista umano potrebbe inserire una lista di potenziali obiettivi e chiedere al modello di AI di analizzarli e stabilire priorità. Il sistema potrebbe integrare informazioni logistiche, posizione di mezzi e risorse, e analizzare input eterogenei come testi, immagini e video. Formalmente resterebbe l’obbligo di verifica umana, ma questo solleva un interrogativo: se il controllo è reale, quanto l’AI accelera davvero le decisioni?

Da anni il Pentagono utilizza sistemi come Maven per analizzare automaticamente immagini da droni e individuare obiettivi. I modelli generativi, come quelli di OpenAI o Claude di Anthropic, potrebbero aggiungere un’interfaccia conversazionale, capace di interpretare intelligence e suggerire azioni. MIT Technology Review sottolinea come questa rappresenti una discontinuità: per la prima volta l’AI generativa viene testata non solo per analisi, ma per raccomandazioni operative sul campo.

OpenAI e la partnership con Anduril

A fine 2024 OpenAI ha annunciato una collaborazione con Anduril, azienda specializzata in sistemi militari autonomi e tecnologie anti-drone. L’obiettivo è analizzare in tempo reale attacchi con droni e supportarne l’intercettazione. Secondo OpenAI, questo utilizzo non viola le proprie policy perché rivolto contro macchine e non persone.

Anduril già utilizza AI per analizzare dati da sensori e videocamere, ma è meno focalizzata su interfacce conversazionali. Qui potrebbero inserirsi i modelli OpenAI, permettendo ai militari di interrogare i sistemi e ricevere indicazioni in linguaggio naturale.

Il contesto è altamente critico: il 1° marzo sei militari statunitensi sono morti in Kuwait a seguito di un attacco con droni iraniani non intercettato. Il sistema Lattice di Anduril, che integra difese, missili e piattaforme autonome, è al centro di contratti miliardari, tra cui uno da 20 miliardi di dollari con l’esercito USA. Se l’integrazione con OpenAI si dimostrasse efficace, potrebbe essere estesa rapidamente a tutta questa infrastruttura.

Pentagono, non solo guerra: l’AI nelle attività amministrative

Parallelamente, il Dipartimento della Difesa sta spingendo l’adozione dell’AI anche nelle funzioni non operative. A dicembre, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha promosso GenAI.mil, una piattaforma che consente al personale militare di utilizzare modelli commerciali per attività amministrative come contratti, logistica e acquisti.

Dopo Google Gemini e il modello Grok di xAI, anche OpenAI è entrata nella piattaforma. I suoi sistemi saranno utilizzati per redigere documenti, contratti e supportare la gestione operativa. Anche se questi utilizzi non incidono direttamente sulle decisioni militari sensibili, rappresentano un passaggio chiave: l’AI viene integrata in ogni livello dell’apparato difensivo.

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Far crescere startup e aziende in Europa, il 28^ regime parte già male

EU Inc, l’Europa verso il “28° regime”: l’attesa per il 18 marzo e la sfida di un vero mercato unico per le imprese

L’Europa è ormai a un passaggio cruciale nel percorso verso il cosiddetto “28° regime”, il nuovo quadro giuridico opzionale pensato per consentire alle imprese, in particolare startup e scaleup, di operare con regole uniche in tutto il mercato unico. Il 18 marzo 2026 la Commissione europea dovrebbe presentare ufficialmente la proposta legislativa su “EU Inc, ma già oggi, tra indiscrezioni, bozze circolate e dichiarazioni istituzionali, emergono elementi chiave e, al tempo stesso, prime criticità.

L’obiettivo è ambizioso: ridurre drasticamente la frammentazione normativa che ancora oggi costringe le imprese europee a confrontarsi con 27 sistemi giuridici diversi. Una barriera invisibile che, secondo il Fondo monetario internazionale, equivale a un “dazio” del 110% sui servizi nel mercato interno.

Perché serve un “28° regime”. Fitto (Ue): “Un’occasione di cambiamento”

Il concetto di “28° regime”, rilanciato più volte dal rapporto di Enrico LettaMuch more than a market” e dal Rapporto sulla competitività di Mario Draghi, nasce da un’esigenza concreta: permettere alle imprese di scegliere un unico set di regole europee, alternativo (e non sostitutivo) a quelli nazionali. In altre parole, creare una sorta di “corsia unica” per fare impresa in Europa.

Oggi, infatti, crescere oltre i confini nazionali significa spesso ricominciare da capo: nuove costituzioni societarie, adattamenti di governance, compliance locali differenti. Questo rallenta la scalabilità e penalizza la competitività rispetto a ecosistemi più integrati come Stati Uniti e Cina.

EU Inc” si inserisce nella più ampia strategia della Commissione “One Europe, One Market”, sostenuta dalla presidente Ursula von der Leyen, con l’obiettivo di rafforzare l’attrattività dell’Europa per capitali e innovazione. Il rollout completo è previsto entro il 2027.

L’obiettivo fondamentale è affrontare e superare le diversità tra gli Stati membri che rallentano gli investimenti, aumentano la complessità per gli investitori e riducono la competitività europea. È un piano strategico che può rappresentare un’occasione molto rilevante per costruire dinamiche positive e affrontare la complessità del sistema europeo, oggi frammentato in 27 modelli differenti”, ha dichiarato il commissario europeo Raffaele Fitto intervenendo a un evento sulla sovranità digitale al Parlamento europeo.

Cosa prevede la nuova “EU Inc”

Dalle anticipazioni emerse nelle ultime settimane, inclusa una bozza visionata da fonti stampa, il progetto presenta elementi di forte innovazione:

  • costituzione rapida e a basso costo: una società potrà essere creata entro 48 ore con un costo massimo di 100 euro;
  • procedure completamente digitali: dalla registrazione alla gestione, fino alla liquidazione;
  • statuti standard europei: modelli predefiniti per semplificare governance e compliance;
  • integrazione con i registri nazionali: attraverso un sistema centralizzato;
  • maggiore flessibilità nei finanziamenti;
  • piano europeo di azionariato (EU-ESOP): con strumenti come warrant e stock option per attrarre talenti.

La nuova forma giuridica sarà una società a responsabilità limitata europea, opzionale, pensata per offrire certezza del diritto e favorire la crescita transfrontaliera.

Le criticità emerse dalle indiscrezioni, vero cambiamento o compromesso?

Accanto agli aspetti positivi, la bozza circolata ha sollevato perplessità nel mondo delle startup e degli investitori. Secondo un documento sottoscritto da oltre 24.000 attori dell’ecosistema europeo raccolti nella community EU-INC, il rischio è che la proposta non realizzi pienamente l’obiettivo di un vero “28° regime”.

Tre i punti principali di critica sollevati, troviamo:

  • la mancanza di una giurisdizione unica: la bozza demanderebbe l’interpretazione legale ai tribunali nazionali, creando di fatto “27 varianti” della stessa EU Inc;
  • troppi registri nazionali invece di uno unico europeo: limitando la standardizzazione e la possibilità di costruire servizi e piattaforme interoperabili;
  • frammentazione nella risoluzione delle controversie: senza un tribunale centrale europeo dedicato.

In sostanza, il timore è che il nuovo regime si trasformi in un compromesso, incapace di garantire quella certezza giuridica che ha reso modelli come la Delaware Inc. uno standard globale.

Il nodo politico: integrazione vs sovranità

Le criticità riflettono un equilibrio politico delicato. Un vero “28° regime” richiederebbe un alto livello di centralizzazione (registri, giurisdizione, procedure) che implica inevitabilmente una cessione di sovranità da parte degli Stati membri.

La soluzione attualmente in discussione sembrerebbe invece orientata a evitare l’unanimità necessaria per riforme più profonde, mantenendo un ruolo centrale per le autorità nazionali.

Nonostante le incognite, il progetto “EU Inc” rappresenta secondo i sostenitori uno dei tentativi più concreti degli ultimi anni di completare il mercato unico europeo sul piano societario. Le stime parlano di risparmi fino a 440 milioni di euro in dieci anni, ma il vero impatto potrebbe essere molto più ampio: attrarre capitali, trattenere talenti e favorire la nascita di campioni europei in grado di competere su scala globale.

Il Parlamento europeo ha già espresso un orientamento favorevole, tra gennaio e febbraio 2026, e un primo via libera potrebbe arrivare entro fine marzo. Le prime “EU Inc” potrebbero nascere già nel 2027.

Per startup e investitori, la posta in gioco è chiara: non si tratta solo di semplificare procedure, ma di creare un ambiente giuridico unico, prevedibile, scalabile e competitivo a livello globale. Un banco di prova per l’Unione in un momento storico tra i più tesi e incerti degli ultimi decenni.

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Quantum Computing, l’Antitrust avvia indagine conoscitiva sul ruolo degli hyperscaler

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha avviato un’indagine conoscitiva sul Quantum Computing, in particolare sul ruolo che i grandi hyperscalers americani hanno nello sviluppo di un mercato ancora in nuce ma che promette di essere il prossimo grande passaggio nodale tecnologico, dopo l’Intelligenza Artificiale. Si tratta della prima indagine di questo genere a livello globale sul Quantum, la tecnologia computazionale del futuro.

L’obiettivo dell’Autorità è garantire uno sviluppo armonico e aperto del Quantum Computing, un mercato sul quale l’Italia punta molto come dimostra la strategia italiana varata lo scorso anno. L’indagine si chiuderà il 31 dicembre.

Quantum Computing fra le tecnologie abilitanti

“Il QC consente di raggiungere capacità di calcolo superiori a quelle dei computer tradizionali in maniera letteralmente esponenziale (c.d. supremazia quantistica). Per tale motivo, il QC viene ricompreso tra le c.d. tecnologie “abilitanti” (talvolta indicate tramite l’acronimo “KETs”, da “Key Enabling Technologies”), con potenziali effetti dirompenti su settori e attività ad alta intensità computazionale. Del QC si parla anche come di “Deep Tech”, trattandosi cioè di una tecnologia fondata su avanzamenti scientifici o ingegneristici profondi e con cicli di maturazione più lenti, cui si associa un potenziale impatto trasformativo”, si legge nel provvedimento pubblicato oggi nel bollettino dell’Autorità.

Valore del mercato

“Il mercato delle tecnologie quantistiche riconducibili al QC sta attraversando una fase di grande espansione, con notevoli aspettative di crescita: secondo stime recenti, il fatturato globale delle attività di QC è già superiore a 1 miliardo di dollari, con una proiezione di valore complessivo superiore a 100 miliardi di dollari entro il 2040”, si legge ancora nel documento.

Il ruolo degli hyperscaler nello sviluppo del Quantum

“Tra i protagonisti attuali della “corsa” al QC rientrano i principali “Hyperscaler””, si legge ancora. “Si tratta di operatori tecnologici che gestiscono infrastrutture Cloud e Data Center progettati per scalabilità massiva e crescita rapida, con architetture altamente automatizzate e distribuite globalmente per sostenere l’erogazione di servizi a platee di utenti su scala mondiale, a cui si suole pertanto associare l’acronimo “IaaS” (da “Infrastructure as a Service”). Oltre alla ristretta cerchia di Hyperscaler corrispondenti ai grandi attori dell’Hi-Tech globale, si collocano una serie di imprese più specializzate, talvolta ancora allo stadio di Start-Up, spesso focalizzate sullo sviluppo di applicazioni settoriali del QC”.

Pochi attori dominanti

“La natura stessa della tecnologia in discorso, che richiede investimenti massicci in ricerca e sviluppo e infrastrutture fisiche uniche, presentandosi così particolarmente soggetta a problematiche di barriere all’ingresso, favorisce l’emergere di pochi attori dominanti. Posto che l’acquisizione di potere di mercato non è da ritenersi di per sé un elemento negativo, l’osservazione – per quanto possibile – delle strategie dei principali operatori generalisti induce nondimeno a ipotizzare un ruolo critico di Gatekeeping in capo a tali soggetti, sulla base delle caratteristiche del complesso dei servizi tecnologici attuali, e soprattutto delle modalità di fornitura di questi”, prosegue la nota.

Hyperscaler già dominati nel Cloud. Rischio gatekeeping e lock in?

Nello specifico, traspare una tendenza degli Hyperscaler a operare come intermediari privilegiati per l’accesso alla potenza di calcolo quantistica da parte dei soggetti interessati, fornendola come servizio a partire dai rispettivi servizi di Cloud. L’orizzonte privilegiato da tali operatori, insomma, pare essere quello di un “Quantum-as-a-Service”, dove posizioni dominanti nell’ambito dell’IaaS potrebbero trovare un’agevole replicazione anche per i diversi servizi di volta in volta forniti, incluso, per quanto qui interessa, il QC”.

Rischio vendor lock-in

“Se, da un lato, questo processo potrebbe in astratto facilitare la diffusione della nuova tecnologia, abbassando i costi di accesso per un’utenza media liberata dalla necessità di sviluppare infrastrutture proprietarie per l’impiego del QC, dall’altro sono evidenti i rischi di “Lock-In” di tipo sia tecnologico che contrattuale, in particolare in una conformazione di “Vendor Lock-In” dove pochi fornitori di servizi, attivi su scala globale, facendo leva sulla rispettiva preminenza nel Cloud potrebbero catturare platee potenzialmente molto ampie di utenze, sia consumatori che imprese”, si legge ancora.

Apertura del mercato

A spingere l’AGCM ad avviare questa indagine è la volontà di verificare l’apertura del mercato in un contesto fortemente concentrato, dove alcuni grandi player come Meta, Google, Amazon ma anche IBM (grande investitore nel mercato del quantum da diversi anni) hanno annunciato investimenti plurimiliardari in Quantum Computing accompagnati alla presenza massiccia nel Cloud.    

Le motivazioni

Il tutto mentre questi stessi player hanno un ruolo di punta anche in altri mercati contigui del Tech, a partire dal Cloud, dove AWS (Amazon Web Services), Meta, Google e Microsoft di fatto controllano il mercato globale, lasciando soltanto le briciole ai competitor.

C’è da dire che l’indagine conoscitiva dell’Antitrust ha un valore eminentemente di studio, conoscitivo appunto, e che sulla base dei risultati potrà o meno sfociare in ulteriori provvedimenti che al momento non sono sul tavolo.

Mossa preventiva dell’Autorità italiana

La mossa dell’Autorità di Piazza Verdi è per così dire preventiva. L’obiettivo è definire il mercato del Quantum computing in tempi stretti, in modo da evitare il rischio di comportamenti restrittivi della concorrenza o di potenziale concorrenza sleale e monopolio da parte dei grandi Hyperscalers.

E’ quanto emerge dal provvedimento annunciato nell’ultimo bollettino dell’Antitrust, appena pubblicato sul sito dell’Autorità.

Contributi entro il 30 aprile

“Nell’ambito dell’indagine, entro il 30 aprile 2026, sarà possibile far pervenire da parte di ogni soggetto interessato contributi sui temi di cui ai precedenti paragrafi, in italiano o inglese. In particolare, sono sollecitati contributi relativi, anche in maniera disgiunta, a (i) strutture dei mercati esistenti e attese (es. rispetto a distinzione/interrelazione tra hardware e software quantistici, servizi cloud e “Quantum-as-a-Service”, applicazioni verticali); (ii) dinamiche concorrenziali esistenti e attese (es. rispetto a Leadership tecnologica e “FirstMover Advantage””.

Rischio assorbimento del Quantum come complemento del Cloud

rischi di assorbimento del Quantum Computing come modulo complementare in grandi ecosistemi Cloud già dominanti); (iii) rilievo esistente e atteso dei diritti di proprietà intellettuale; (iv) strategie già osservabili di acquisizione e consolidamento, con particolare riferimento all’assorbimento di Start-Up, nonché ruolo attuale e atteso di sviluppo sorretto da azioni di Venture Capital; (v) profili di dipendenza strategica (es. rispetto ad accesso a Hardware e servizi quantistici critici, Lock-In tecnologico-commerciali e standard proprietari, effetti su sicurezza, resilienza e “sovranità tecnologica”)”, si legge ancora.

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