Il rifiuto del Tech made in Usa un rischio per i business europei (Financial Times)

Molte aziende europee, che spaziano dal settore bancario al manifatturiero, temono che una spinta eccessiva di Bruxelles verso una sovranità digitale eccessiva in chiave alternativa al Tech made in Usa possa mettere a rischio la loro produttività, i fatturati e la loro capacità di competere a livello globale.

Rinunciare al Tech made in Usa rischio boomerang

Lo scrive il Financial Times, evidenziando un sentiment piuttosto diffuso fra le grandi imprese europee, vale a dire che rinunciare in modo frettoloso della tecnologia americana, dal cloud ai software all’AI, non potrebbe avvenire senza effetti collaterali negativi in termini di operatività e risultati economici.

In Europa, secondo Lise Henne, responsabile della supply chain di Thyssenkrupp Material Services, “non siamo nella posizione di sostituire tutte le nostre soluzioni IT con delle soluzioni europee”.

Troppo radicata la dipendenza delle aziende Ue da tecnologie americane per potervi rinunciare da un giorno all’altro in nome di una indipendenza digitale che è più un concetto teorico che una realtà concreta.

Protezionismo digitale anti-economico

Sulla stessa linea anche i manager di grandi gruppi come Capgemini, ASML, Ericsson che negli ultimi mesi hanno tutti messo in guardia contro i riflessi protezionistici che potrebbero far lievitare i costi ritardando gli investimenti.

Il tutto, mentre in Europa cresce la spinta al cosiddetto sovranismo digitale come reazione alle politiche estere di Trump che potrebbero costringere il Vecchio Continente a rinunciare al tech made in usa.

In arrivo provvedimenti su Cloud e software made in Europe

Tra l’altro per il mese prossimo sono attesi almeno un paio di provvedimenti da Bruxelles in ottica di sovranismo digitale in materia di Cloud e indipendenza del software.

Secondo diverse aziende Ue i politici di Bruxelles stanno sottovalutando le conseguenze di atteggiamenti anti americani in termini di costi e complessità nel conseguente passaggio a nuove tecnologie europee.

La pensa così anche Commerzbank, secondo cui la qualità tecnologia e i servizi offerti da Google e Microsoft non sono replicabili nella medesima estensione in Europa.

Software made in Usa insostituibile?

Sono in molti, aggiunge il Financial Times, a temere che l’Europa non disponga di alternative all’altezza per sostituire il software made in Usa.

La scorsa settimana Deutsche Bank ha messo in guardia il settore bancario europeo, che fa sempre più massiccio affidamento ad un numero ristretto di cloud e data center provider globali, molti dei quali localizzati negli Usa. Una concentrazione che fa crescere i rischi sistemici.

In sintesi, l’idea è che chiudere fuori l’Europa non sia la soluzione migliore né più sicura né più indipendente, scrive la CCIA (Computer & Communications Industry Association), ma che anzi un isolamento digitale della Ue rischia di tagliare fuori la Ue dall’innovazione globale.    

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Digital markets act, Reuters: “Editori e aziende tech UE vogliono la stretta su Google”

Antitrust, editori e startup europee chiedono a Bruxelles di chiudere l’indagine su Google

Lo European Publishers Council ha inviato un documento alla Commissione europea in cui chiede esplicitamente la chiusura dell’indagine e una multa a Google per violazione del Digital Market Act (DMA). Ne da notizia in via esclusiva l’agenzia Reuters.

Nella lettera inviata ai vertici dell’esecutivo comunitario, le associazioni di settore sollecitano Bruxelles a chiudere entro pochi giorni il procedimento avviato quasi due anni fa nell’ambito del DMA e ad adottare una decisione formale di non conformità nei confronti di Alphabet, la holding che controlla il colosso di Mountain View.

L’iniziativa è guidata dall’organizzazione che rappresenta alcuni dei principali gruppi editoriali del continente (tra cui Axel Springer, News Corp e Condé Nast) e che ha promosso il documento insieme ad altre realtà del mondo digitale, tra cui European Magazine Media Association, European Tech Alliance, EU Travel Tech, oltre all’Initiative for Neutral Search, alla Innovative Europe Foundation e alla German Startup Association.

Il Digital Markets Act è un regolamento dell’UE, in vigore dal 2024, che impone regole severe ai grandi gatekeeper digitali (come Google, Meta, Apple) per garantire concorrenza leale e maggiore interoperabilità, per limitare quindi l’abuso di posizione dominante, proteggere la privacy e consentire la portabilità dei dati.

In gioco la credibilità della Commissione europea

La lettera, indirizzata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, alla responsabile europea della concorrenza Teresa Ribera e alla commissaria per il digitale Henna Virkkunen, chiede esplicitamente di concludere l’indagine la prossima settimana.

Secondo i firmatari, l’istruttoria (avviata il 25 marzo 2024 nell’ambito del DMA) si è ormai protratta oltre i tempi previsti. Il regolamento europeo sui mercati digitali prevede infatti che i casi vengano generalmente risolti entro 12 mesi dall’apertura formale.

Nel documento le organizzazioni sostengono che la Commissione dovrebbe adottare una decisione formale di non conformità, accompagnata da un ordine di cessazione delle pratiche contestate e da una sanzione finanziaria dissuasiva nei confronti di Alphabet.

In gioco la credibilità della Commissione europea”, scrivono i firmatari, sottolineando come eventuali ritardi rischino di indebolire l’efficacia del nuovo quadro normativo europeo per la regolazione delle grandi piattaforme digitali.

Le accuse a Google: favoritismi nei risultati di ricerca

Al centro dell’indagine c’è il sospetto che Google favorisca sistematicamente i propri servizi nei risultati di ricerca, penalizzando concorrenti europei in settori come viaggi, shopping e comparazione di servizi.

Alphabet ha respinto le accuse e, secondo fonti di mercato, negli ultimi mesi avrebbe presentato diverse proposte alla Commissione per rispondere alle preoccupazioni dei regolatori e dei competitor. Tuttavia, secondo le organizzazioni firmatarie della lettera, le misure prospettate non sarebbero sufficienti a garantire una reale neutralità della ricerca online.

L’obiettivo degli editori europei

Per lo European Publishers Council l’obiettivo è duplice. Da un lato, ottenere un’applicazione rapida e rigorosa del Digital Markets Act, che rappresenta il principale strumento europeo per limitare il potere delle grandi piattaforme digitali. Dall’altro, riequilibrare le condizioni di mercato per editori, piattaforme tecnologiche e startup europee che dipendono in larga parte dalla visibilità nei motori di ricerca.

Nel testo si sostiene che il prolungarsi dell’indagine sta già producendo effetti economici negativi per molte aziende europee. «Ogni giorno che passa – scrivono – erode ulteriormente la redditività delle imprese europee, compromettendo la loro capacità di investire e crescere».

Secondo i firmatari, alcune società del settore digitale si troverebbero addirittura «in condizioni di difficoltà finanziaria o rischio di fallimento» a causa delle pratiche contestate.

Google caso simbolo delle tensioni transatlantiche

La pressione esercitata da editori e imprese europee arriva in un momento di crescente tensione tra Bruxelles e Washington sulla regolazione delle Big Tech.

Negli ultimi anni l’Unione europea ha adottato dispositivi legislativi avanzati come il Digital Markets Act e il Digital Services Act pensati proprio per limitare la posizione dominante delle grandi piattaforme, molte delle quali sono statunitensi. Le nuove regole hanno spesso provocato frizioni con gli Stati Uniti, che temono un impatto eccessivo sulle proprie aziende tecnologiche. Lo stesso Presidente americano Donald Trump lo ha ricordato in numerose dichiarazioni pubbliche.

Il caso Google rappresenta quindi uno dei primi test concreti per il DMA e per la capacità della Commissione europea di far rispettare le nuove regole. Per questo motivo, sottolineano i firmatari della lettera, la conclusione dell’indagine non avrebbe soltanto effetti sul mercato digitale europeo, ma costituirebbe anche un segnale politico sulla determinazione dell’Europa a regolare il potere delle piattaforme globali.

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Chip, TSMC verso i 2 trilioni di dollari di capitalizzazione

La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) si avvicina alla soglia dei 2 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato ed è pronta ad entrare nel prestigioso club dei 7 composto da Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon e Meta.

L’azienda, sostenuta dalla crescente domanda globale di chip avanzati destinati alle infrastrutture di AI, rappresenta oggi uno dei nodi più strategici dell’intera industria tecnologica, fornendo i semiconduttori progettati da alcune delle aziende più influenti del settore.

TSMC e il ruolo centrale nella filiera dell’AI

TSMC occupa una posizione chiave nella catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori. L’azienda produce infatti i processori progettati da giganti tecnologici come Nvidia, Apple e AMD.

Questa centralità industriale rende la fonderia taiwanese uno dei principali beneficiari della crescita del mercato dei chip avanzati, alimentata dall’esplosione dei data center dedicati all’addestramento e all’esecuzione di modelli di AI.

TSMC: leadership tecnologica nei nodi più avanzati

Il vantaggio competitivo di TSMC deriva soprattutto dalla sua leadership nei nodi produttivi più avanzati. L’azienda ha avviato la produzione di massa dei chip a 2 nanometri alla fine del 2025, consolidando il proprio primato tecnologico rispetto ai concorrenti.

La capacità produttiva per questo processo risulta già prenotata fino al 2027, segnale di una domanda particolarmente elevata da parte dei principali designer di chip. Nel 2025 circa il 70% della spesa dei maggiori sviluppatori di semiconduttori è confluita nelle linee produttive di TSMC, mentre il principale concorrente, Samsung Electronics, ha mantenuto una quota sensibilmente inferiore.

Prezzi in aumento e domanda sostenuta

Forte di questa posizione dominante, TSMC ha iniziato ad aumentare i prezzi delle lavorazioni più avanzate. Nel 2026 gli incrementi previsti oscillano tra il 3% e il 10% per i processi più sofisticati.

L’azienda prevede inoltre ulteriori aumenti annuali fino al 2029, sostenuti da una visibilità sulla domanda di lungo periodo e da una capacità produttiva già fortemente impegnata.

Nuovi investimenti e riduzione dei rischi geopolitici

Parallelamente alla crescita della domanda, TSMC ha avviato un piano di investimenti compreso tra 52 e 56 miliardi di dollari per espandere la propria capacità produttiva. Il programma include la costruzione di nuovi impianti negli Stati Uniti, una scelta che risponde anche alla necessità di ridurre i rischi geopolitici legati alla concentrazione industriale a Taiwan.

In un contesto caratterizzato dalla rapida espansione dei data center e dei dispositivi compatibili con AI, la posizione dominante dell’azienda nella produzione di chip avanzati potrebbe continuare a rafforzarsi. Per gli analisti, questa dinamica rende plausibile che TSMC diventi una delle prossime società a entrare stabilmente nel ristretto gruppo delle aziende con una capitalizzazione superiore ai 2 trilioni di dollari.

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AI, Meta prepara una nuova ondata record di licenziamenti. 16mila dipendenti a casa

Meta, al via un nuovo round di licenziamenti record per far fronte agli investimenti dell’intelligenza artificiale. Secondo fonti citate da Reuters, ai dirigenti interni è stato chiesto di preparare piani di riduzione del personale, anche se il calendario e la dimensione finale dei tagli non sono ancora stati definiti.

Se confermata, l’operazione potrebbe rappresentare una delle più ampie ristrutturazioni nella storia recente del gruppo guidato da Mark Zuckerberg.

Licenziamenti Meta: una possibile riduzione del 20% della forza lavoro

Meta contava circa 79.000 dipendenti a livello globale alla fine del 2025. Un taglio superiore al 20% potrebbe quindi tradursi nell’eliminazione di quasi 16mila posti di lavoro. Di più di quanto avvenne tra il 2022 e il 2023.

All’epoca Zuckerberg aveva definito quel periodo “l’anno dell’efficienza”, un programma di riorganizzazione volto a semplificare la struttura interna e ridurre i costi operativi dopo anni di espansione molto rapida.

La corsa alle infrastrutture per l’AI

Il nuovo piano di riduzione del personale si inserisce in una strategia più ampia che vede Meta aumentare drasticamente gli investimenti nelle infrastrutture dedicate all’AI. L’azienda prevede di destinare fino a 600 miliardi di dollari entro il 2028 alla costruzione di data center e cluster di calcolo necessari per l’addestramento di modelli di grandi dimensioni.

Parallelamente la società sta reclutando ricercatori e ingegneri specializzati offrendo compensi multimilionari e ha avviato la creazione di un gruppo interno dedicato allo sviluppo di sistemi di “superintelligenza”.

Le acquisizioni recenti di Meta: da Moltboot fino a Manus

La spinta verso l’AI si riflette anche nelle operazioni di mercato. Meta ha recentemente acquisito la piattaforma Moltbook, progettata per lo sviluppo di agenti digitali, e avrebbe avviato trattative per la startup cinese Manus.

Queste mosse evidenziano una competizione sempre più intensa tra le grandi aziende tecnologiche nel campo delle tecnologie generative, dove le capacità computazionali e i modelli proprietari rappresentano oggi uno dei principali fattori di vantaggio competitivo.

Automazione e cambiamento del lavoro tecnologico

Secondo dirigenti e analisti del settore, la diffusione di strumenti automatizzati e sistemi basati su AI sta già modificando profondamente l’organizzazione del lavoro nelle aziende tecnologiche. Progetti che in passato richiedevano interi team di sviluppo possono oggi essere realizzati da gruppi molto più piccoli grazie a strumenti di automazione avanzata.

Questa trasformazione sta ridisegnando il funzionamento interno delle grandi piattaforme digitali e potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo sulla struttura operativa delle aziende, ma anche sull’occupazione nel settore tecnologico globale.

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Basi sulla Luna, ora il Congresso USA chiede di fare presto: “Non possono arrivarci prima i cinesi”

Washington vuole la supremazia sulla Luna, da raggiungere entro il 2030

Gli Stati Uniti vogliono tornare sulla Luna e questa volta per restarci. Dopo anni di annunci, rinvii e qualche esitazione politica, da Washington arrivano segnali sempre più chiari: la prima base lunare americana deve diventare realtà il prima possibile. Non solo per ragioni scientifiche, ma soprattutto per evitare che la nuova corsa allo spazio venga vinta da altre potenze: Cina e Russia.

Una commissione del Senato ha incaricato la NASA di avviare “il prima possibile” i lavori per un avamposto umano permanente sulla Luna. La proposta è contenuta nel NASA Authorization Act 2026, un disegno di legge che ora dovrà essere armonizzato con un provvedimento analogo alla Camera prima del voto finale del Congresso, dove è arrivato anche un secondo disegno di legge.

L’obiettivo politico di Washington è chiaro: accelerare i tempi del programma Artemis e arrivare a una presenza stabile sulla superficie lunare entro i prossimi anni. La pressione arriva direttamente dalla Casa Bianca.

Negli ultimi mesi il governo Trump aveva minacciato tagli consistenti al budget della NASA, ma il Congresso USA ha in gran parte smussato o bloccato queste riduzioni, quindi la “corsa americana alla Luna” non è stata fermata, anche se è stata messa a forte rischio. Ora sembrano in arrivo nuovi cambiamenti nella politica spaziale americana, dando un nuovo impulso al programma Artemis, che vede coinvolta anche l’Europa con la sua Agenzia spaziale (Esa) e attraverso questa l’Italia con l’Asi.

Un recente ordine esecutivo chiede alla NASA di realizzare gli elementi iniziali di una base permanente entro il 2030, segnando un cambio di passo rispetto agli ultimi anni, quando l’amministrazione Trump aveva mostrato qualche tentennamento sui tempi e sui costi dell’impresa.

Il nostro satellite naturale è un avamposto strategico, gli USA puntano al Polo Sud lunare

Per Washington la posta in gioco non è solo scientifica. La Luna è tornata a essere un territorio strategico, ricco di risorse e cruciale per le future missioni verso Marte. Nel riassunto che accompagna la proposta di legge del Senato, l’obiettivo è dichiarato senza troppi giri di parole: arrivare prima dei cinesi e consolidare la leadership statunitense nello Spazio.

La base americana dovrebbe sorgere al Polo Sud lunare, una regione di grande interesse perché ospita depositi di ghiaccio d’acqua intrappolati nelle cosiddette regioni permanentemente in ombra. L’acqua è una risorsa fondamentale: può sostenere la vita degli astronauti ma anche essere scomposta in idrogeno e ossigeno per produrre carburante per razzi.

Tra i siti più promettenti ci sono il cratere Shackleton, largo oltre 20 chilometri, e l’altopiano di Mons Mouton, dove la luce solare arriva quasi costantemente. Questo è un vantaggio decisivo per la produzione di energia.

Habitat modulari e robot in avanscoperta

La costruzione della base avverrà probabilmente per fasi. Prima arriveranno rover autonomi e missioni robotiche incaricate di studiare il terreno, individuare le risorse e preparare le piattaforme di atterraggio.

Gli habitat per gli astronauti saranno inizialmente moduli espandibili, simili a quelli della Stazione spaziale internazionale: strutture compatte durante il lancio ma in grado di gonfiarsi una volta sulla superficie lunare. In una fase successiva, la NASA prevede di costruire protezioni più solide fondendo la regolite lunare con microonde o laser per creare gusci protettivi contro radiazioni e micrometeoriti.

Alcuni scienziati guardano con interesse anche ai tunnel di lava presenti in diverse regioni della Luna. Queste gigantesche cavità sotterranee, create miliardi di anni fa dall’attività vulcanica, potrebbero offrire una protezione naturale contro radiazioni e sbalzi di temperatura. All’interno, secondo le stime, la temperatura potrebbe rimanere attorno ai 17 gradi Celsius, condizioni molto più favorevoli rispetto alla superficie.

Energia nucleare per la notte lunare

Una delle sfide più difficili è l’energia. Sulla Luna il giorno dura circa due settimane terrestri, seguito da altre due settimane di buio totale. I pannelli solari, da soli, non bastano.

Per questo NASA e Dipartimento dell’Energia stanno sviluppando reattori nucleari a fissione da circa 40 kilowatt, progettati per essere lanciati inattivi e accesi una volta arrivati sulla superficie. I piccoli reattori verrebbero probabilmente interrati nella regolite per schermare le radiazioni.

Anche la Cina guarda alla Luna

Dietro l’urgenza americana c’è soprattutto la competizione con Pechino. La Cina è oggi uno dei protagonisti della nuova corsa alla Luna e ha costruito un programma molto strutturato che punta allo sbarco umano entro il 2030.

La missione Chang’e-7, prevista per agosto 2026, rappresenterà il primo passo diretto verso il polo sud lunare. La missione includerà orbiter, lander, rover e un piccolo robot “hopper” capace di saltare tra i crateri in ombra permanente per cercare ghiaccio d’acqua.

Seguirà Chang’e-8, intorno al 2028, dedicata alla sperimentazione dell’uso delle risorse locali — inclusa la stampa 3D con materiali lunari — in preparazione di una futura base.

Parallelamente, Cina e Russia stanno lavorando alla International Lunar Research Station (ILRS), un progetto di base permanente concepito come alternativa al programma Artemis guidato dagli Stati Uniti.

La geopolitica torna nello spazio

Sessant’anni dopo Apollo, la Luna è tornata al centro della competizione tra grandi potenze. Non si tratta più solo di piantare una bandiera, ma di stabilire una presenza duratura e costruire l’infrastruttura che permetterà all’umanità di spingersi oltre.

Per Washington il messaggio è chiaro: la leadership nello spazio, come durante la Guerra fredda, passa anche dalla capacità di arrivare per primi. Chi arriva per primo si prende tutto e sulla Luna c’è tanto da prendere.

Secondo il Lunar Market Assessment – 2nd Edition realizzato da PwC (team Space Practice di Francia e Giappone), l’economia lunare potrebbe generare ricavi per 127,3 miliardi di dollari entro il 2050. Una cifra che segna il passaggio definitivo da una fase esplorativa a una prospettiva industriale e commerciale sempre più concreta.

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Garante Privacy, multa da 17,6 milioni a Intesa Sanpaolo per il trasferimento dei clienti a Isybank

Una sanzione da 17,6 milioni di euro è stata inflitta dal Garante per la protezione dei dati personali a Intesa Sanpaolo per il trattamento illecito dei dati di circa 2,4 milioni di clienti trasferiti alla controllata digitale Isybank. Il provvedimento chiude una complessa indagine avviata dall’Autorità dopo numerose segnalazioni da parte dei correntisti.

Profilazione dei clienti senza base giuridica

Secondo quanto emerso dall’istruttoria, Intesa Sanpaolo avrebbe effettuato una profilazione della propria clientela senza un’adeguata base giuridica per individuare i correntisti da trasferire alla nuova banca digitale del gruppo.

La selezione dei clienti sarebbe avvenuta sulla base di specifici criteri, tra cui età non superiore ai 65 anni, utilizzo abituale dei servizi digitali nell’ultimo anno, assenza di prodotti di investimento e disponibilità finanziarie inferiori a una determinata soglia.

Questa operazione ha inciso in modo significativo sulla posizione dei clienti coinvolti, poiché ha comportato il trasferimento del rapporto bancario a un diverso titolare del trattamento dei dati.

Con Isybank: cambio di IBAN e conto solo digitale

Il passaggio a Isybank ha comportato anche una modifica unilaterale delle condizioni operative del conto corrente rispetto a quelle originarie. Tra gli effetti principali indicati dal Garante figurano l’assegnazione di un nuovo IBAN, con la necessità di comunicarlo a terzi, e il passaggio a un modello di servizio interamente digitale, senza accesso agli sportelli fisici e con gestione del conto esclusivamente tramite app.

Informative ai clienti giudicate insufficienti

Nel corso dell’indagine sono state rilevate criticità anche nelle modalità con cui i clienti sono stati informati del trasferimento. Le comunicazioni, secondo l’Autorità, sarebbero state in molti casi inserite nell’archivio dell’app di Intesa Sanpaolo, spesso durante il periodo estivo, senza adeguati avvisi come notifiche push o messaggi sms che evidenziassero la rilevanza dell’operazione.

Per il Garante, il trattamento dei dati effettuato con queste modalità è risultato illecito, anche perché i clienti non potevano ragionevolmente prevedere un’operazione di questo tipo sulla base delle informazioni ricevute.

Nel determinare l’importo della multa, pari a 17.628.000 euro, l’Autorità ha tenuto conto della gravità delle violazioni e dell’elevato numero di correntisti coinvolti. Allo stesso tempo sono stati considerati il carattere colposo delle violazioni e la collaborazione fornita dalla banca durante l’istruttoria.

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Giornalisti, proposta Governo: “Fondi pubblici a editori per i liberi professionisti”

Il Governo vuole intervenire sulla disciplina dell’equo compenso nel settore giornalistico con una modifica alla legge n. 233 del 2012. La proposta è contenuta negli emendamenti governativi presentati il 10 marzo e introduce nuove regole per il monitoraggio dei compensi dei giornalisti autonomi, oltre a un fondo pubblico destinato alle imprese editoriali che si avvalgono di liberi professionisti.

La norma, inserita nell’articolo 17-ter degli emendamenti, sostituisce integralmente l’articolo 2 della legge sull’equo compenso e istituisce una Commissione permanente presso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri con il compito di monitorare e aggiornare i parametri dei compensi nel lavoro giornalistico autonomo.

Commissione permanente sull’equo compenso per i giornalisti autonomi

La Commissione sarà presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria e includerà rappresentanti del Ministero del Lavoro, del Ministero dello Sviluppo economico, dell’Ordine dei giornalisti, delle organizzazioni sindacali dei giornalisti e dei datori di lavoro, oltre a un rappresentante dell’INPGI.

L’organismo dovrà monitorare l’applicazione dell’equo compenso e proporre ogni anno eventuali aggiornamenti dei parametri. È prevista anche la presentazione annuale al Parlamento di una relazione sull’attuazione della normativa.

Giornalisti: parametri dei compensi affidati al Ministero della Giustizia

La determinazione dei parametri economici per il lavoro giornalistico non subordinato sarà invece affidata al Ministero della Giustizia, che dovrà definirli con un decreto da adottare entro trenta giorni dall’entrata in vigore della norma. Un secondo decreto, adottato di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, stabilirà anche i parametri relativi agli oneri e alle contribuzioni previdenziali.

Nella definizione dei compensi dovranno essere considerati diversi elementi: la natura e le caratteristiche della prestazione professionale, le prassi retributive di quotidiani e periodici – anche online – delle agenzie di stampa e delle emittenti radiotelevisive, oltre ai trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale per i giornalisti dipendenti.

Fondo pubblico per le imprese editoriali

La proposta introduce anche un meccanismo di sostegno economico per le imprese editoriali che utilizzano giornalisti autonomi. Quotidiani, periodici, agenzie di stampa e imprese radiofoniche, televisive e web potranno ottenere un contributo annuo fino al 50% della maggiore spesa sostenuta per adeguare i compensi ai nuovi parametri dell’equo compenso.

Il beneficio sarebbe finanziato attraverso il “Fondo per il sostegno dell’equo compenso delle prestazioni professionali rese dai giornalisti non assunti come lavoratori subordinati”, istituito nello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze, con una dotazione di 15 milioni di euro l’anno a partire dal 2026.

Le modalità di concessione dei contributi dovrebbero essere definite ogni anno con un decreto del Ministro delle imprese e del Made in Italy, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentito il Dipartimento per l’informazione e l’editoria.

L’iter parlamentare dell’emendamento

Trattandosi di un emendamento governativo, la misura non è ancora legge. Il primo passaggio è l’esame in Commissione parlamentare, dove gli emendamenti possono essere approvati, modificati o respinti. Se approvato, il testo confluisce nel provvedimento e passa all’esame dell’Aula della Camera o del Senato.

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Iran, 30 infrastrutture tecnologiche delle Big Tech diventano obiettivi militari. La lista su X

Big Tech nel Golfo “infrastrutture tecnologiche ostili”, la minaccia di Teheran

Le infrastrutture critiche tecnologiche sono ormai obiettivi strutturali della guerra ibrida. Vengono colpite reti elettriche e sistemi di telecomunicazione, sistemi informatici e servizi digitali, tra cui i data center, con effetti diretti su popolazione, economia e sicurezza nazionale. È già accaduto in Ucraina, sta accadendo in maniera più concreta e diffusa in Iran e nei Paesi del Golfo ormai coinvolti a pieno nella guerra iniziata da Stati Uniti e Israele.

Secondo quanto annunciato dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che ha diffuso una lista di circa 30 infrastrutture tecnologiche in Medio Oriente definite come “nemiche” e quindi potenziali bersagli di attacchi con droni e missili, anche le grandi aziende tecnologiche americane potrebbero diventare nuovi obiettivi di guerra.

La lista delle attività di Amazon, Microsoft, Google, Oracle, NVIDIA, IBM e Palantir

Secondo quanto pubblicato sui social dall’agenzia, le attività regionali di Amazon, Microsoft, Google, Oracle, NVIDIA, IBM e Palantir sarebbero state identificate come “enemy technology infrastructure”, ovvero infrastrutture tecnologiche ostili.

I siti elencati si trovano in diverse località strategiche della regione, tra cui Dubai negli Emirati Arabi Uniti e Tel Aviv in Israele, e comprendono uffici, centri di sviluppo e data center collegati soprattutto a servizi cloud e sistemi di intelligenza artificiale.

La guerra passa anche dalle infrastrutture digitali

Il segnale lanciato da Teheran riflette un cambiamento ormai evidente nelle dinamiche della competizione strategica globale: le infrastrutture digitali sono diventate asset militari e geopolitici di primo livello.

Nell’era dell’intelligenza artificiale e del cloud computing, data center, centri di ricerca e piattaforme digitali rappresentano nodi critici per la sicurezza nazionale, non solo per gli Stati Uniti ma per gran parte delle economie avanzate. Queste strutture ospitano dati, capacità di calcolo e piattaforme che supportano attività civili, economiche e militari.

Colpire tali infrastrutture non significa soltanto danneggiare aziende private, ma indebolire interi ecosistemi tecnologici e informativi.

Per questo motivo, negli ultimi anni le Big Tech sono entrate sempre più spesso nel perimetro della competizione strategica tra Stati. I grandi operatori del cloud e dell’intelligenza artificiale sono infatti partner chiave per governi e apparati di sicurezza.

I siti indicati come obiettivi

Nella lista diffusa da Tasnim figurano strutture considerate strategiche perché coinvolte nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale o nella gestione dei servizi cloud regionali.

A Tel Aviv, ad esempio, vengono citati l’ufficio principale della società di tecnologia per la difesa Palantir, uffici regionali di Amazon e Microsoft e il centro di ingegneria e sviluppo di NVIDIA

In Dubai e negli Emirati Arabi Uniti sarebbero invece presenti diversi hub tecnologici e data center utilizzati per coordinare servizi cloud in tutta l’area mediorientale. La centralità di questi nodi è tale che la loro interruzione potrebbe avere effetti a cascata su servizi digitali, piattaforme governative e infrastrutture economiche dell’intera regione.

Il primo campanello di allarme gli attacchi di data center Amazon

Il riferimento di Tasnim arriva dopo alcuni episodi recenti. Il 1° marzo due data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti sono stati colpiti, mentre un terzo centro in Bahrain ha riportato danni a causa della caduta di detriti provenienti da un altro sito attaccato.

In precedenza, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica aveva rivendicato operazioni contro queste infrastrutture, sostenendo che l’obiettivo fosse verificare il ruolo dei centri tecnologici nel supporto ad attività militari e di intelligence del “nemico”.

I legami tra Big Tech e sicurezza

Secondo l’agenzia iraniana, alcune sedi di Oracle, IBM e Google a Gerusalemme, Tel Aviv e Abu Dhabi sarebbero state selezionate perché considerate parte di infrastrutture utilizzate da entità militari. Il tema del rapporto tra grandi aziende tecnologiche e apparati di sicurezza è da tempo oggetto di dibattito internazionale.

Un rapporto del 2025 della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha ricordato che Amazon e Google hanno ottenuto nel 2021 un contratto da 1,2 miliardi di dollari con il governo israeliano per il progetto Nimbus, finalizzato alla fornitura di infrastrutture cloud e servizi di intelligenza artificiale. Secondo il documento, queste piattaforme, insieme a quelle di Microsoft, permetterebbero alle autorità israeliane un accesso esteso a tecnologie cloud e sistemi avanzati di analisi dei dati.

Nel rapporto si afferma inoltre che IBM avrebbe formato personale militare e di intelligence israeliano, mentre esisterebbero “ragionevoli motivi” per ritenere che Palantir abbia fornito strumenti di analisi predittiva utilizzati per l’elaborazione di dati e la generazione di liste di obiettivi.

Nel XXI secolo la superiorità tecnologica non dipende solo da armamenti e sistemi militari, ma anche dalla capacità di gestire dati, algoritmi, piattaforme cloud e intelligenza artificiale. Quando si parla di sicurezza delle infrastrutture critiche tecnologiche (e non solo), il concetto di sicurezza non può più essere limitato a confini, eserciti e armi convenzionali, ma richiede una mentalità “ibrida” che unisca fisico e digitale, pubblico e privato, difesa e resilienza.

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Tessera elettorale, a breve sarà digitale e scaricabile online

Basta tessera elettorale cartacea, il Governo accelera su quella digitale

Andare a votare con lo smartphone. Non è qualcosa di impossibile da aspettarsi nel prossimo futuro. Al posto della tradizionale tessera elettorale cartacea, che ogni volta dimentichiamo dove l’abbiamo lasciata, in quale cassetto o porta documenti, potrebbe arrivare presto una tessera elettorale digitale.

Un giorno non molto lontano basterà il QR code sul nostro dispositivo personale per recarci a votare, da verificare al seggio tramite app ministeriale. Ovviamente, è un documento che si potrà sempre stampare, ma la vera novità è che la tessera elettorale per partecipare alle elezioni amministrative e politiche, o anche ad un referendum, sarà sempre disponibile online, da scaricare comodamente e con un semplice click sul nostro telefono.

Ora, apprendiamo che il Governo starebbe lavorando a un intervento normativo collegato al decreto PNRR che punta ad avviare la digitalizzazione della tessera elettorale, inserendola nel più ampio processo di modernizzazione delle infrastrutture digitali della pubblica amministrazione.

L’esecutivo al lavoro per integrare i sistemi informativi elettorali con l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, ma anche Spid e Cie

La misura si collocherebbe nell’ambito della Missione 1 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (dedicata a digitalizzazione, innovazione e competitività) e in particolare della componente che riguarda il rafforzamento dei servizi digitali della PA.
L’obiettivo sarebbe quello di integrare progressivamente i sistemi informativi elettorali con le principali piattaforme nazionali già operative, come l’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR) e i sistemi di identità digitale, tra cui SPID e Carta d’identità elettronica (Cie).

In questo quadro, la tessera elettorale digitale rappresenterebbe uno degli elementi della più ampia evoluzione del Sistema informativo elettorale italiano (SIEL), la piattaforma attraverso cui vengono raccolti, elaborati e diffusi i risultati ufficiosi delle consultazioni elettorali nazionali e locali.
L’idea dell’esecutivo è quella di semplificare le procedure amministrative e migliorare la gestione dei dati elettorali, rendendo più efficiente l’accesso alle informazioni sia per le amministrazioni sia per i cittadini.

Una gara europea per la gestione della piattaforma pubblica “Eligendo”

Secondo quanto appreso, l’intervento normativo consentirebbe anche di avviare la procedura di gara europea per un nuovo appalto quinquennale destinato alla gestione e allo sviluppo del sistema informatico elettorale e della piattaforma pubblica “Eligendo”, utilizzata per la diffusione dei dati elettorali.

Il futuro affidamento riguarderebbe i servizi di assistenza tecnica, sviluppo e manutenzione del sistema, che svolge un ruolo centrale nella raccolta e nell’elaborazione dei risultati ufficiosi delle consultazioni. Tra gli obiettivi della manutenzione evolutiva figurerebbe anche la capacità di adattare rapidamente gli algoritmi di elaborazione dei risultati nel caso di modifiche alle leggi elettorali.

L’aggiornamento del sistema dovrebbe inoltre facilitare l’integrazione con altri progetti di digitalizzazione in corso nell’ambito del PNRR, che interessano il procedimento elettorale, come l’inserimento delle liste elettorali nell’ANPR.

Una soluzione per ridurre la burocrazia e rendere il voto più facile per il cittadino

L’introduzione della tessera elettorale digitale è una misura di cui si parla da alcuni anni e di cui ci siamo già occupati all’inizio di quest’anno, quando era tra le semplificazioni contenute nel Dl PNRR al vaglio del Consiglio dei ministri.

Una novità quindi oggi prevista per legge in Italia, ma ancora in fase di avvio. Il Governo di fatto l’ha introdotta nel decreto PNRR “semplificazioni 2026” (pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel febbraio 2026), con decreti attuativi che dovranno essere completati entro 12 mesi dall’entrata in vigore.

Entro questo periodo di tempo, il Ministero dell’interno dovrà definire le caratteristiche tecniche, le modalità di utilizzo ai seggi e dove integrare questo documento, magari nel portafoglio digitale nazionale (IT‑Wallet). Un modo, in sintesi, per rendere il voto più comodo, meno burocratico e si spera anche più siciuro.

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AI, l’espansione dei data center rimette in crisi il mercato dei chip. Aumenti per PC e smartphone

Crisi dei chip, ci risiamo. La domanda senza precedenti di memoria AI per i data center sta mettendo in crisi i produttori che non riescono ad aumentare la capacità produttiva abbastanza rapidamente.

Secondo un’analisi di Bloomberg, si tratta di una stretta nella disponibilità di componenti che potrebbe durare ancora a lungo. Le grandi aziende tecnologiche stanno accelerando gli investimenti nell’infrastruttura per l’AI e nel 2026 la spesa globale potrebbe arrivare a circa 650 miliardi di dollari, con un aumento di circa l’80% rispetto all’anno precedente.

Il ruolo dei chip di memoria nei sistemi digitali

I chip di memoria sono fondamentali perché immagazzinano i dati utilizzati dai processori. I computer utilizzano principalmente due tipi di memoria: la NAND, impiegata per lo storage permanente come negli SSD, e la DRAM, che rappresenta la memoria di lavoro dei sistemi informatici.

Con l’AI sta diventando sempre più importante una versione avanzata della DRAM chiamata HBM (High Bandwidth Memory), progettata per trasferire dati molto più velocemente nei server che alimentano i modelli di intelligenza artificiale.

La corsa dei data center per l’AI

La crescita dei modelli di AI e dei data center sta facendo esplodere la domanda di memoria. Secondo Bloomberg Intelligence, i data center hanno rappresentato circa il 50% del consumo globale di DRAM nel 2025, contro il 32% di cinque anni prima, e la quota potrebbe superare il 60% entro il 2030.

Per assicurarsi le forniture, le aziende che sviluppano AI sono disposte a pagare prezzi più elevati e a firmare contratti di lungo periodo. I produttori di memoria stanno quindi concentrando la produzione sui chip più avanzati destinati ai server per l’AI, riducendo la disponibilità di memoria per i dispositivi tradizionali.

I prezzi dell’elettronica potrebbero salire

Le conseguenze si stanno già riflettendo sul mercato dell’elettronica di consumo. Il costo della memoria nei laptop è aumentato rapidamente e aziende come HP e Dell hanno iniziato ad alzare i prezzi o a ridurre la quantità di memoria nei dispositivi. Anche smartphone e console di gioco potrebbero diventare più costosi.

Chip, produzione limitata e pochi grandi produttori

Il problema è aggravato dal fatto che il mercato globale dei chip di memoria è dominato da tre aziende — Samsung, SK Hynix e Micron — e costruire nuove fabbriche richiede anni e investimenti miliardari. Inoltre i chip più avanzati utilizzati per l’AI sono particolarmente complessi da produrre su larga scala.

Per questo motivo la carenza potrebbe prolungarsi nel tempo. Se da un lato i produttori di memoria stanno beneficiando della forte domanda generata dall’AI, dall’altro molte aziende dell’elettronica di consumo rischiano di affrontare costi più elevati, margini più ridotti e un rallentamento nell’innovazione dei prodotti.

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