Stipendi nel mondo della finanza: chi guadagna di più

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

A Milano si prende di più, gli Head of Credit quelli meglio pagati (156.450 euro)

Ottenere un prestito oggi è più difficile rispetto a qualche mese fa. Secondo la Banca Centrale Europea le banche dell’area euro hanno reso più rigidi i criteri di concessione: sono diventate più selettive e più caute nell’assumere rischi. Per imprese e famiglie questo si traduce in condizioni più severe e in un accesso ai finanziamenti meno immediato. In questo contesto il ruolo dell’Head of Credit diventa centrale: è la figura che stabilisce quanto rischio la banca può sostenere, decide a chi concedere i fondi e a quali condizioni, e controlla l’esposizione complessiva dell’istituto per garantirne la stabilità. Una responsabilità che pesa, perché ogni scelta incide sui conti della banca. Ma proprio per questo si tratta anche di uno dei ruoli più riconosciuti e meglio remunerati nell’area credito: più oneri, dunque, ma anche più ritorni in busta paga.

Evidentemente anche per tutti questi motivi nel 2025, secondo la Hays Italy Salary Guide 2025 – il report annuale che analizza retribuzioni e mercato del lavoro in Italia – proprio l’Head of Credit è stata la figura che ha incassato la Ral più alta tra le professioni finanziarie censite: 156.450 euro lordi annui. Su base mensile significa 13.037,50 euro lordi, senza bonus e senza componente variabile. Onori e oneri visto che dalle sue valutazioni dipendono milioni di euro di credito e capitale impegnato.

Quanto si guadagna a fare il trader

Se l’Head of Credit è il “freno” della banca, l’Investment Banking è il motore. È il reparto che opera sui mercati finanziari e gestisce le grandi operazioni: fusioni tra aziende, emissioni di obbligazioni, quotazioni in Borsa. È qui che lavorano anche i trader, cioè i professionisti che comprano e vendono strumenti finanziari per conto della banca o dei clienti istituzionali, cercando di generare rendimento all’interno dei limiti di rischio stabiliti. Accanto a loro operano figure come Analyst, Associate e Vice President, che analizzano bilanci, strutturano operazioni e coordinano le strategie. In sintesi, se il credito definisce quanto si può rischiare, l’investment banking – trader compresi – decide come utilizzare quel rischio per far girare il capitale.

Il vantaggio di essere trader a Milano

Milano, nel Corporate & Investment Banking, un Analyst con 1–3 anni di esperienza è a 52.150 euro di Ral lorda annua. Il livello successivo, Associate (4–6 anni), vale 83.440 euro. Oltre i 6 anni si entra nella fascia Vice President, e si torna al numero che fa girare la testa: 135.590 euro. È una progressione che assomiglia a una carriera “a scatti”: il salto tra Analyst e Associate è di 31.290 euro, quello tra Associate e Vice President è di 52.150 euro: due gradini, due accelerazioni nette, perché cambiano responsabilità, complessità delle operazioni e pressione sui risultati.

E poi c’è l’Italia delle piazze finanziarie: stesso ruolo, città diversa, stipendio diverso. Anche nella busta paga Milano è la capitale finanziaria d’Italia: a parità di seniority, il mercato premia di più dove si concentra la maggior parte delle operazioni, dei clienti e dei team specializzati. Per l’Analyst, Roma è a 46.935 euro e Torino a 41.720 euro; per l’Associate, Roma sale a 78.225 euro e Torino a 73.010 euro; per il Vice President, Roma arriva a 125.160 euro e Torino a 114.730 euro.

Ma Milano paga meno del resto d’Europa

Se Milano è la capitale finanziaria italiana, il confronto europeo ridimensiona subito le proporzioni. Secondo i dati  di un’altra piataforma (Glassdoor) sulle retribuzioni medie base nel settore finanziario, un trader – o una figura equivalente nell’investment banking – guadagna 85.000 euro a Londra, 72.000 euro a Francoforte, 120.000 euro a Zurigo. La distanza riflette il peso dei diversi ecosistemi finanziari: Zurigo è un hub centrale per private banking e investment banking internazionale, Francoforte ospita la Banca Centrale Europea ed è il cuore del corporate banking tedesco, Londra resta il principale mercato europeo per volumi e capitali movimentati. Milano opera in un sistema più contenuto.

Carriera e stipendi nell’Asset Management

Non solo trader. Nella finanza c’è anche chi non compra e vende in prima persona, ma gestisce patrimoni e fondi per conto di clienti e istituzioni. Nell’Asset Management, secondo la Hays Italy Salary Guide 2025, a Milano un Investment Analyst con 2–3 anni di esperienza guadagna 52.150 euro di Ral lorda annua. È la figura che studia mercati, bilanci e scenari economici: in pratica prepara le mappe prima che qualcuno parta per il viaggio.

Il passo successivo è il Portfolio Manager (5–6 anni), a 73.010 euro: qui non si analizza soltanto, si decide come distribuire i soldi tra azioni, obbligazioni e altri strumenti. Oltre i 6 anni si arriva all’Investment Manager, che tocca 125.160 euro: è il responsabile delle scelte strategiche sui capitali, spesso su masse che valgono milioni. Più cresce il livello, più aumenta il peso delle decisioni: se l’analista suggerisce, il manager firma.

Ancora una volta è Milano a pagare meglio

Anche qui la geografia conta. È la stessa logica vista nell’investment banking: dove si concentra il mercato del risparmio gestito, gli stipendi salgono. Per l’Investment Analyst, la Ral è di 41.720 euro sia a Torino sia a Bologna, mentre a Milano sale a 52.150 euro. Il Portfolio Manager raggiunge 62.580 euro a Torino contro 73.010 euro nel capoluogo lombardo. Oltre i sei anni di esperienza, l’Investment Manager è a 114.730 euro sotto la Mole e a 125.160 euro in piazza Affari. La distanza tra Milano e Torino, al livello più alto, è di 10.430 euro.

Carriera nel Private Banking: quanto paga

Non solo mercati e operazioni da milioni: c’è una finanza che vive di relazioni personali e patrimoni privati. Qui il lavoro non è “comprare e vendere” come nel trading, ma gestire patrimoni di clienti ad alta disponibilità economica, spesso imprenditori o famiglie con grandi capitali. Se l’analista studia i numeri, il private banker studia le persone: la relazione pesa quasi quanto il rendimento. Più cresce l’esperienza, più aumenta la fiducia del cliente – e con essa la responsabilità su capitali che possono valere intere aziende. Nel Private Banking, secondo la Hays Italy Salary Guide 2025, un PB Role con 2–5 anni di esperienza vale 52.150 euro di Ral lorda annua. Con 5–10 anni si sale a 78.225 euro, mentre oltre i 10 anni si arriva a 104.300 euro.

Nel Private Banking, la fascia oltre i 10 anni di esperienza è allineata: 104.300 euro a Milano, 104.300 euro a Roma e 104.300 euro a Torino. Le differenze emergono invece nei livelli inferiori (2–5 anni e 5–10 anni), dove le retribuzioni si collocano sotto i valori milanesi. In ogni caso, il tetto resta più basso rispetto all’Investment Banking: a Milano un Vice President arriva a 135.590 euro, contro i 104.300 euro del Private Banking oltre i 10 anni. La distanza riflette il diverso peso delle funzioni: operazioni finanziarie complesse da una parte, gestione di relazioni patrimoniali dall’altra.

Quanto si guadagna nel Credit e Risk

Non fanno notizia come i trader, ma senza di loro le banche si fermano. Nell’area Credit e Risk si controlla chi può ricevere un finanziamento, quanto è solido un bilancio, dove si nasconde il rischio. Un Credit Analysis Role con 2–5 anni di esperienza vale 31.290 euro di RAL lorda annua; con 5–10 anni si sale a 41.720 euro; oltre i 10 anni si arriva a 52.150 euro. Sono cifre più basse rispetto all’investment banking, ma il lavoro è centrale: è come il sistema di sicurezza di un edificio, invisibile finché tutto funziona. Al vertice c’è l’Head of Credit, che a Milano supera i dieci anni di esperienza e arriva a 156.450 euro: è la cifra più alta dell’intera area creditizia. Qui non si analizza solo un dossier, si decide l’esposizione complessiva della banca al rischio.

Finanza d’impresa quanto paga il CFO

Non è in sala trading e non gestisce fondi: il CFO è il vertice della finanza d’impresa, il direttore finanziario che coordina bilanci, debito, investimenti e strategie industriali. E il settore in cui opera fa la differenza. Secondo la Hays Italy Salary Guide 2025, per un CFO con oltre 10 anni di esperienza le RAL lorde annue sono pari a 99.085 euro nel settore Energy, 93.870 euro nell’Engineering, 119.945 euro nella GDO/Retail, 88.655 euro nell’Industry, 76.139 euro nel Metalmeccanico e 102.214 euro nel comparto Financial Services.

Fonte: Hays Italy Salary Guide 2025, Glassdoor

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SPID, Regioni chiedono un registro nazionale contro le truffe. Ma perché non si usa la CIE?

“Occorre attivare il registro unico nazionale delle identità SPID e inserire un nuovo servizio all’interno di ANPR, l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, per dare maggiore trasparenza nella gestione delle identità digitali a tutela dei cittadini e con garanzie sul trattamento dei dati personali”. E’ questa la richiesta avanzata dalla Conferenza delle Regioni in un position paper per tutelare anziani e fasce più fragili dal rischio crescente di truffe digitali. Le Regioni propongono altresì di organizzare “nuovi strumenti che permettano ai cittadini di conoscere in ogni momento quali Identity Provider gestiscono loro identità digitali e, perché no, un piano di rafforzamento delle attività di sensibilizzazione e formazione, con particolare attenzione ai contesti di maggiore fragilità digitale”.

Come funziona la truffa del “doppio SPID”

Nei casi del “doppio SPID”, i malintenzionati riescono a creare una seconda identità digitale a nome di un utente inconsapevole, sfruttando documenti trafugati o dati sottratti tramite siti falsi, come è accaduto con diversi domini che imitavano il portale INPS. “Un elemento di fragilità è rappresentato dalla frammentazione del sistema SPID – si legge nel documento – ogni utente può attivare più identità presso diversi Identity Provider (IDP), ma non esiste a oggi un registro unico nazionale in grado di fornire un quadro completo delle identità digitali associate a ciascun cittadino. Allo stesso modo, i cittadini non hanno la possibilità di conoscere l’elenco dei gestori che detengono le loro identità digitali”.

CIE alternativo a SPID: perché non si dice?

Detto questo, ci chiediamo perché nel registro unico nazionale delle identità SPID proposto dalle Regioni non si indicano anche gli operatori che forniscono lo SPID gratuito?

Perché non si comunica meglio ai cittadini la possibilità di scegliere in alternativa a SPID la CIE?

Si va verso l’adozione dell’EU Digital Identity Wallet (in Italia “IT Wallet”)

In questo scenario si inserisce il percorso di transizione promosso a livello europeo e nazionale verso l’adozione dell’EU Digital Identity Wallet (in Italia “IT Wallet”), uno strumento europeo unico che verrà utilizzato per la gestione della propria identità ufficiale e di altri dati personali.

Regioni, chiesto confronto con il Dipartimento per la Trasformazione digitale

Le Regioni manifestano il proprio interesse e la propria disponibilità a un confronto con il Dipartimento per la Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri e con l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID)

  • all’istituzione di un registro unico nazionale delle identità SPID e/o all’inserimento di un nuovo servizio all’interno di ANPR, che consenta una maggiore trasparenza nella gestione delle identità digitali a tutela dei cittadini e con garanzie sul trattamento dei dati personali.
  • Vanno, inoltre, previsti e sviluppati strumenti che permettano ai cittadini di conoscere in ogni momento quali Identity Provider gestiscono loro identità digitali, così da poter intervenire in caso di sospetti abusi o irregolarità.
  • Tutto questo andrebbe affiancato a un rafforzamento delle attività di sensibilizzazione e formazione, con particolare attenzione ai contesti di maggiore fragilità digitale, mediante strumenti divulgativi semplici, sportelli fisici e iniziative locali dedicate alla sicurezza digitale.

Identità digitale, Bori (Conferenza delle Regioni): “Pronti a confronto con DTD e AGID”

“Siamo disponibili a un confronto con il Dipartimento della Trasformazione digitale e con l’Agenzia per l’Italia Digitale (agID) per realizzare il registro unico e ogni altra iniziativa a tutela dei cittadini”, dichiara Tommaso Bori, vicepresidente della Regione Umbria e coordinatore della Commissione Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione della Conferenza delle Regioni. “Sappiamo che uno dei problemi più frequenti è legato alla frammentazione del sistema SPID: ogni utente può attivare più identità presso diversi Identity Provider, ma non esiste a oggi un registro unico nazionale in grado di fornire un quadro completo delle identità digitali associate a ciascun cittadino. Allo stesso modo, i cittadini non hanno la possibilità di conoscere l’elenco dei gestori che le detengono”.

“Nel percorso di adozione dell’EU Digital Identity Wallet – chiarisce – questo tema sta assumendo ruolo sempre più centrale nel funzionamento della Pubblica amministrazione e impone di dotarci di contromisure concrete. È una necessità che va di pari passo con l’esigenza di mantenere aperti i Punti Digitale Facile, il cui supporto ai cittadini nella creazione e gestione dello SPID, ma non solo, è stato fondamentale per aumentare l’alfabetizzazione digitale del Paese. Anche sotto questo profilo – conclude Bori – siamo aperti alle dovute interlocuzioni con il Governo al fine di conservare le competenze acquisite in questi anni dai facilitatori e ridurre il ritardo del paese sul fronte delle competenze digitali.”

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Data center e costi energetici, le Big Tech pronte a firmare l’accordo con Trump

Big Tech alla Casa Bianca con Trump: promessa di autosufficienza energetica per i data center. Ma basterà?

La prossima settimana alcune delle più grandi aziende tecnologiche americane dovrebbero affiancare il presidente Donald Trump alla Casa Bianca per firmare un impegno formale: generare o acquistare autonomamente l’energia necessaria ad alimentare i propri data center.

A riportarlo è Axios, secondo cui si tratterebbe di un “ratepayer protection pledge”, una sorta di patto a tutela dei consumatori, con l’obiettivo dichiarato di evitare che i costi dell’esplosione dell’intelligenza artificiale finiscano sulle bollette delle famiglie americane.

Secondo altre fonti di stampa, come Fox News, tra le aziende che seguiranno Trump ci sarebbero OpenAI, Amazon, Google, Meta, Microsoft, xAI e Oracle. Un parterre che rappresenta il cuore pulsante dell’economia digitale globale e non è la prima volta che accade, a settembre dello scorso anno in una cena di gala Trump invitò tutte queste grandi aziende tecnologiche per chiedere loro maggiori investimenti in data center e per sviluppare in maniera più rapida l’AI.

Queste grandi aziende costruiranno, metteranno online o acquisteranno direttamente l’energia necessaria per alimentare i nuovi data center dedicati all’intelligenza artificiale, garantendo che l’aumento della domanda non si traduca in bollette più alte per gli americani”, ha dichiarato alla CNBC la portavoce della Casa Bianca, Taylor Rogers.

L’annuncio politico e le incognite

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha parlato di un obbligo per le aziende tecnologiche di “provvedere autonomamente al proprio fabbisogno energetico”, anche attraverso la costruzione di impianti di generazione on-site, cioè direttamente accanto ai data center.

Il messaggio politico mirava a garantire la “supremazia americana nell’AI” senza scaricare i costi sulle famiglie. Ma resta da capire quanto questo impegno sia vincolante e, soprattutto, come verrà attuato.

Non sono stati forniti dettagli tecnici: si tratterà di nuovi impianti rinnovabili? Centrali a gas dedicate? Nucleare di nuova generazione? Contratti di acquisto a lungo termine (PPA)? Senza risposte puntuali, il rischio è che l’annuncio resti più simbolico che strutturale.

Del resto, molte Big Tech avevano già dichiarato negli ultimi mesi di voler “pagare la propria parte” per evitare aumenti tariffari. Microsoft, ad esempio, aveva assicurato che i propri data center non avrebbero fatto salire i prezzi dell’elettricità per i consumatori. L’iniziativa della Casa Bianca sembra quindi formalizzare impegni già in corso più che introdurre una vera svolta regolatoria.

La corsa dell’AI e la fame di energia

Il problema di fondo, però, è molto più ampio. L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente la scala dei consumi energetici dei data center. Goldman Sachs, in un’analisi aggiornata, prevede una crescita del 220% della domanda di energia dei data center entro il 2030, una revisione al rialzo rispetto al precedente +175%. Numeri che parlano da soli.

Oggi i data center rappresentano circa il 5% della domanda elettrica negli Stati Uniti, ma le proiezioni indicano un’accelerazione senza precedenti. In Virginia, uno degli hub mondiali del cloud, potrebbero arrivare a consumare tra il 39% e il 57% dell’intera elettricità statale entro il 2030.

Si tratta di percentuali che, in qualsiasi sistema energetico, comportano rischi evidenti: congestioni di rete, necessità di nuovi investimenti in trasmissione e distribuzione, pressione sui prezzi all’ingrosso dell’energia.

Reti sotto stress e rischio bollette

Il punto critico è che la costruzione di nuova capacità di generazione non sempre procede allo stesso ritmo dell’espansione dei data center. Le autorizzazioni per nuove linee di trasmissione richiedono anni. La disponibilità di tecnici specializzati — in particolare elettricisti — è già indicata dagli analisti come un potenziale collo di bottiglia (in tutti i Paesi occidentali mancano figure professionali specifiche e nessun programma di formazione fino ad ora lanciato sembra essere riuscito a colmare questo gap nel mercato del lavoro).

Anche ammesso che le Big Tech costruiscano impianti dedicati, resta il tema dell’integrazione nella rete. Un grande data center non è un’isola: è connesso al sistema elettrico nazionale. In caso di picchi di domanda o di problemi tecnici, il rischio di ricorrere alla rete pubblica resta concreto.

E qui emerge il nodo politico più sensibile: chi paga?

Se i costi di adeguamento delle reti, di nuove centrali o di potenziamento delle infrastrutture ricadessero anche solo in parte sulle tariffe regolate, le famiglie potrebbero trovarsi a finanziare indirettamente la corsa all’AI. L’impegno annunciato alla Casa Bianca mira proprio a disinnescare questa critica. Ma senza meccanismi chiari e verificabili, il timore di aumenti in bolletta non può essere escluso.

Una strategia industriale o una mossa elettorale?

L’iniziativa arriva in un anno elettorale, in un contesto in cui l’aumento del costo della vita resta un tema centrale per l’elettorato americano. L’energia è una componente sensibile della spesa domestica e l’idea che l’AI, percepita da molti come un vantaggio per pochi, oltre che una minaccia sociale in alcuni casi, possa far salire le bollette è politicamente esplosiva.

Il rischio è che il “pledge” sia più un’operazione di comunicazione che una vera strategia industriale coordinata tra governo federale, Stati e utility locali.

La crescita dei data center è destinata a proseguire. L’AI generativa richiede potenze di calcolo enormi, cluster sempre più grandi, raffreddamento intensivo. Ogni nuova ondata tecnologica porta con sé un’ombra energetica.

La vera domanda non è se le Big Tech costruiranno qualche impianto dedicato, ma se il sistema elettrico americano (ma il problema può anche essere europeo e italiano quindi) sia pronto a sostenere una domanda in aumento esponenziale, senza scaricare i costi sui cittadini.

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Bruxelles vuole che acquisto e distribuzione illegali di progetti di stampa 3D di armi siano reato nella UE

Giovedì la Commissione Europea ha proposto una riforma per armonizzare la classificazione dei reati di traffico di armi da fuoco nell’Unione Europea, con misure che consentirebbero un quadro sanzionatorio comune e perseguirebbero come reato la creazione, l’acquisto, il possesso e la distribuzione illegale di progetti per la stampa 3D di armi da fuoco.

Due anni di carcere per progetti illegali con stampa 3D di armi

Bruxelles sostiene inoltre l’istituzione di limiti comuni per le pene massime per i reati connessi alle armi da fuoco, in modo che la progettazione, l’acquisto, il possesso e la distribuzione illegale di progetti 3D siano punibili con almeno due anni di carcere; il possesso di armi da fuoco, componenti essenziali e munizioni illegali sia punibile con almeno cinque anni di carcere; e il traffico illegale di armi sia punibile con almeno otto anni di carcere.

“Nell’attuale contesto geopolitico, caratterizzato da minacce alla sicurezza in rapida evoluzione, l’Unione Europea deve essere pienamente preparata ad anticipare e affrontare i rischi esistenti ed emergenti”, ha affermato Henna Virkkunen, Vicepresidente della Commissione Europea per la Sovranità Tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia.

Nuove tecnologie amplificano traffico di armi

La politica finlandese ha detto che il traffico illegale di armi da fuoco rappresenta una “grave minaccia per la sicurezza” degli europei, che è “amplificata dalle nuove tecnologie e dalle reti transfrontaliere”.

Per questo motivo, l’esecutivo dell’UE propone questo nuovo quadro normativo – che deve ancora essere negoziato tra il Parlamento europeo e il Consiglio (i governi) per diventare legge – come un passo necessario per “colmare le lacune” dovute alla frammentazione dei vari sistemi nazionali, che, nelle parole di Virkkunen, “sono sfruttate da criminali e terroristi”.

Oltre ad affrontare la proliferazione illegale di armi prodotte utilizzando stampanti 3D, l’esecutivo dell’UE sta sfruttando la proposta per promuovere l’armonizzazione di un quadro comune contro il più ampio traffico di armi illegali e, pertanto, chiede anche un quadro comune per definire e punire la vendita illegale di armi e il possesso di armi, componenti e munizioni.

Terrorismo, Virkkunen: Rafforzeremo applicazione DSA per mitigare rischi su diffusione contenuti

“Rafforzeremo l’applicazione del Dsa per mitigare i rischi sistemici collegati alla diffusione dei contenuti terroristici e di estremismo violento”, ha detto Virkkunen.

Terrorismo, Virkkunen: Numero minori coinvolti è aumentato. Al lavoro su piano d’azione Ue

“Il numero dei minori coinvolti in atti terroristici e di estremismo violento è aumentato fortemente in tutta Europa. Nel 2024 quasi un terzo dei sospetti terroristi nell’Ue avevano un’età inferiore ai 20 anni, con i più giovani che avevano soltanto 12 anni. Stiamo lavorando e presenteremo quest’anno un piano d’azione per la protezione dei minori dalla criminalità, e questo includerà misure per trattare la radicalizzazione e il reclutamento online e offline”, ha aggiunto.

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I nuovi Data Center in Italia fanno aumentare il prezzo delle bollette per i cittadini?

L’interrogazione di Antonio Iaria sull’impatto dei data center sulla rete elettrica nazionale e milanese

È una domanda che in molti iniziano a farsi, a partire dalle regioni dove i data center sono più numerosi. Ovviamente la politica se ne sta occupando, forse in ritardo rispetto ad altri Paesi in cui la trasformazione digitale corre a una velocità maggiore che in Italia, ma l’interesse sul tema sta crescendo.

In un’interrogazione a risposta immediata in IX Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, presentata dal deputato del Movimento 5Stelle Antonio Iaria al ministero delle imprese e del made in Italy, si solleva proprio questo argomento e si accende un faro sull’impatto dei data center sulla rete elettrica nazionale.

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta accelerando la realizzazione di nuovi data center, infrastrutture che richiedono grandi quantità di energia elettrica e consumi idrici significativi per il raffreddamento. In alcune aree del Paese, in particolare attorno a Milano, la rete elettrica risulta prossima alla saturazione, con rischi di ritardi nelle connessioni e nell’entrata in esercizio”, ha affermato Iaria.

In effetti, stando ai dati del Politecnico di Milano, è proprio in Lombardia che si concentra il 62% della potenza energetica installata italiana (317 MW IT), di cui 238 MW IT proprio a Milano, con una crescita del +34% su base annua.

Milano è l’hub digitale che sta crescendo più rapidamente in Europa, i dati

Ovviamente, il confronto con le grandi capitali europee del digitale rimane improponibile, basti pensare che Londra supera i 1.000 MW, ma è rilevante il trend di crescita del capoluogo lombardo, soprattutto in confronto ad altre città come Madrid o dell’Europa dell’Est.
L’Osservatorio Data Center della School of Management del PoliMi non ha esitato ha parlare chiaramente di nuovo acronimo per rappresentare il gruppo di hub europei dei data center, da FLAPD (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) a FLAPDM (che prevede l’aggiunta di Milano).

A spingere la piazza milanese sono soprattutto i nuovi data center ad alta potenza, quelli sopra i 10 MW, che da soli rappresentano il 37% della potenza totale attiva e che sono concentrati per il 70% proprio nell’area metropolitana. Sono queste le infrastrutture preferite dai grandi cloud provider, secondo un’analisi del Sole 24Ore, interessati a operare in Italia tramite accordi con i colocator.

Ma tutto questo potrebbe avere un prezzo da pagare, che dalle grandi aziende scende fino al consumatore finale, il cittadino, che potrebbe ritrovarsi in bolletta un aggravio inaspettato, ma anche a livello sistemico e ambientale.

Iaria (M5S): “L’aumento della domanda di elettricità legata ai data center si scaricherà i costi sulle bollette delle famiglie?”

La competizione internazionale per attrarre investimenti impone rapidità, ma senza una pianificazione energetica e infrastrutturale adeguata si rischiano allungamenti dei tempi, costi di sistema e impatti sulle emissioni. Risulta quindi necessario garantire trasparenza su disponibilità di rete, tempi di allaccio e criteri autorizzativi, assicurando al contempo efficienza energetica, approvvigionamento da rinnovabili e sostenibilità idrica”, ha precisato Iaria nel suo testo.

Nella domanda del deputato M5S si pone il tema critico, cioè “se il Governo intenda adottare iniziative specifiche per evitare che l’aumento della domanda elettrica legata ai data center scarichi costi sulle bollette di famiglie e Pmi e/o determini una compressione della capacità di rete a danno delle attività produttive già insediate, e quali strumenti intenda utilizzare per garantire equità, trasparenza e priorità di accesso alla rete”.

D’altronde, ci sono i dati riportati da Milano Finanza. Dietro a questa crescita straordinaria si cela un possibile squilibrio, che è quello rilevato da Iaria: il fenomeno della saturazione virtuale, segnalato anche da Terna e paragonata da Boston Consulting Group alla bolla della fibra ottica dei primi anni Duemila.

Diverse le cause, ad esempio l’accumulo di richieste di connessione speculative (molte richieste di connessione non hanno alle spalle effettivi progetti di costruzione, ma servono solo a bloccare capacità di rete sulla carta), o il fenomeno degli impianti sovradimensionati e costruiti troppo in anticipo rispetto alle reali esigenze tecnologiche (dell’AI).

La risposta del sottosegretario di Stato al Mimit Bergamotto

Ha risposto il sottosegretario di Stato al Ministero delle imprese e del made in Italy, Fausta Bergamotto, sottolineando che proprio “per accompagnare in modo ordinato questo processo di trasformazione, il Governo è intervenuto recentemente sul piano normativo”.

Nella risposta si legge che nel recente DL Energia si introduce “un procedimento unico per le autorizzazioni relative alla realizzazione e all’ampliamento dei data center e delle reti di connessione, da avviare mediante istanza alla regione o provincia autonoma per impianti con potenza termica nominale pari o superiore a 50 MW, oppure al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica per impianti pari o superiori a 300 MW, prevedendo un approccio integrato con durata massima di 10 mesi e termini dimezzati per la VIA”.

Una norma che si pone l’obiettivo di rendere “più chiaro e prevedibile il quadro autorizzativo e offrire maggiore certezza sui tempi di realizzazione delle infrastrutture”, anche per “attrarre gli investimenti esteri” per accelerare e potenziare lo sviluppo dei data center in Italia.

Un quadro normativo che secondo il Mimit è “volto a governare la crescita dei data center in modo ordinato, trasparente e compatibile con le capacità delle infrastrutture esistenti”.
Ma non una parola sui timori di un aumento dei costi sulle bollette di famiglie e Pmi.

Il Governo privilegia le Big Tech o tutela famiglie e imprese italiane?

Per Iaria le risposte fornite dalla sottosegretaria Bergamotto non sono soddisfacenti, perché non chiariscono due temi sollevati dall’interrogazione: l’entità degli investimenti che il Governo è chiamato ad effettuare nel settore per potenziare la rete elettrica nazionale, necessari ad accogliere i nuovi data center; e le esigenze di tutela dei cittadini e delle piccole e medie imprese, che potrebbero essere gravemente penalizzati dall’incremento del costo dell’energia elettrica connesso agli interventi di adeguamento della rete.

Come anticipato, l’argomento è affrontato già in altri grandi Paesi, come negli Stati Uniti, dove nei giorni scorsi e anche nel Discorso alla Nazione, il Presidente Donald Trump ha assicurato che la realizzazione dei data center necessari a sostenere lo sviluppo dell’AI, quindi anche i costi energetici, dovranno essere sostenuti dalle aziende, non dai cittadini.

La preoccupazione di Iaria, quindi, è proprio questa: il Governo privilegia i grandi gruppi industriali a scapito delle piccole e medie imprese del tessuto produttivo italiano e magari anche dei cittadini, o è pronto a garantire delle tutele forti?

Negli Stati con la più alta concentrazione di data center, le bollette energetiche degli americani sono aumentate

Una promessa del Presidente USA quasi obbligata (tutta da verificare nei fatti), anche in chiave elettorale in vista del voto di midterm a novembre 2026, perché i dati ufficiali di novembre 2025 dicono che nei tre Stati con la più alta concentrazione di datacenter negli Stati Uniti i prezzi delle bollette energetiche, per via della legge della domanda e dell’offerta (di energia), sono aumentati dal 12 al 16%. Il doppio della media nazionale.

Come riportato su L’Espresso da Alessandro Longo, Terna (gestore della rete elettrica italiana) ha ricevuto richieste di connessione alla rete pari a 65 gigawatt, per via del boom datacenter. Ossia più di quanto ora consuma tutto il Paese. Il Gestore, però, si aspetta che solo una piccola parte delle richieste si realizzerà e che al 2030 l’aumento reale di consumi italiani sarà di 2 gigawatt, rispetto a oggi.
Di conseguenza, si legge nell’articolo, “non si prevede che l’aumento di consumi faccia salire le bollette, perché in parallelo crescerà l’offerta di energia, anche da fonte rinnovabile“.

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Poste-Tim pigliatutto sul digitale. Del Fante: “Pronti ad entrare nel Polo Strategico Nazionale”

Poste chiude il 2025 con risultati record e continua a investire sul digitale, puntando direttamente sul Polo Strategico Nazionale, dove sta trattando l’acquisto della quota del 20% da CDP. “Un asset strategico nazionale che fornisce alle Pubbliche Amministrazioni tecnologie e infrastrutture cloud avanzate”, si legge nella nota odierna della società dei pacchi sui conti 2025.

Tim sinergie di lungo periodo

Per quanto riguarda l’operazione su Tim, “Continuiamo a lavorare a stretto contatto con la compagnia, per realizzare sinergie di lungo periodo. In qualità di maggiore azionista strategico, abbiamo contribuito alla stabilizzazione della governance e allo sblocco delle priorità strategiche a beneficio della creazione futura di valore e di rendimenti sostenibili per gli azionisti”. Così l’ad di Poste Italiane Matteo Del Fante in merito alla partecipazione in Tim pari al 27,32%.

Del Fante ha invece escluso investimenti diretti di Poste in data center con Tim, che sta guardando a questa ipotesi con altri fondi specializzati.

Il percorso di sinergie con Tim “richiedera’ diversi anni. I benefici si materializzeranno progressivamente via via che i progetti arrivano a maturita’ e l’esecuzione va avanti. Noi d’altra parte siamo costruendo una partnership che non e’ mirata a un guadagno immediato ma piuttosto alla creazione di valore durevole e di lungo termine nonche’ sostenibile per entrambi i gruppi”. Lo ha sottolineato l’ad di Poste italiane, Matteo Del Fante, aprendo la call con gli ananlisti sui risultati del 2025, in cui ha fornito un aggiornamento del lavoro con Tim sulle sinergie.

“Vi voglio descrivere brevemente alcune delle delle iniziative che sono già in corso. La migrazione dei clienti Poste mobile verso l’infrastruttura mobile di Tim già in corso genera circa 25 milioni di risparmi sui costi. Abbiamo anche lanciato dei prodotti di assicurativi nel campo protezione per privati e piccole medie imprese che sono a disposizione dei vari punti vendita di Tim e online con dei risultati iniziali molti incoraggianti al tempo stesso stiamo andando andando verso l’insourcing di servizi selezionati, un intervento che potrebbe generare ricavi aggiuntivi fino a 100 milioni per Poste Italiane”, ha aggiunto Del Fante.

“La direzione” dell’intesa tra Poste Italiane e Tim “è chiara, il fondamento solido e i risultati incoraggianti. E intanto, l’investimento iniziale di 1,3 miliardi è più che raddoppiato in valore. Un segno della fiducia del mercato nella trasformazione di Tim e in questo approccio industriale di lungo termine”. Lo ha detto l’ad di Poste, Matteo Del Fante, nel suo intervento al Capital Markets Days.

Poste ha avviato con Tim vari (una decina) “flussi di lavoro concepiti per le nuove sinergie”. Lo ha sottolineato Matteo del Fante, ad di Poste, spiegando che “la direzione è chiara, o primi risultati incoraggianti”. Nel frattempo, “il nostro investimento iniziale è più che raddoppiato in valore”, segno della “fiducia del mercato”.
Tra i vari progetti, “Stiamo andando verso l’insourcing di servizi Tim selezionati che potrebbe generare ricavi aggiuntivi fino a 100milioni per Poste Italiane”.

Ambito telecomunicazioni

In ambito telecomunicazioni nel corso dell’anno è previsto il completamento della migrazione all’infrastruttura di rete mobile TIM che porterà il miglioramento del servizio al cliente oltre che una maggiore profittabilità.

Allo sviluppo della partnership con TIM saranno dedicati diversi cantieri che consentiranno di lanciare nuove iniziative e generare sinergie trai due Gruppi. È già attiva sui c. 700 negozi TIM la vendita dell’offerta PosteEnergia mentre, nell’ultimo trimestre del 2025 TIM ha potenziato la propria offerta di protezione assicurativa per le PMI con le coperture cyber, catastrofali, tutela legale fornite dal Gruppo Poste Vita e, a partire dal primo trimestre 2026, ha ampliato il perimetro ai clienti retail con le coperture casa e cyber.

La joint venture con Tim Enterprise e l’interesse per il Polo Strategico Nazionale

La lettera di intenti firmata alla fine del 2025 per dare vita a una joint venture con TIM Enterprise, dedicata ai servizi IT basati sul cloud segna inoltre un nuovo passo decisivo verso l’innovazione digitale e, nell’ambito dell’obiettivo di sviluppo sinergico del cloud e della sovranità e confidenzialità dei dati, Poste Italiane è in trattativa per acquisire una partecipazione pari al 20% del Polo Strategico Nazionale (PSN), un asset strategico nazionale che fornisce alle Pubbliche Amministrazioni tecnologie e infrastrutture cloud avanzate.

La trattativa è con l’azionista Cdp che possiede il 20% del Polo. Gli altri azionisti sono appunto Tim, Leonardo e Sogei.

In vista quindi un mega polo per il digitale e il Cloud in Italia.

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Università e PA insieme per la sfida dell’AI: firmato il protocollo d’intesa tra AgID e CRUI

L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) rinnovano il Protocollo d’Intesa che consolida una collaborazione istituzionale avviata negli anni scorsi e oggi resa ancora più strategica dall’accelerazione dell’AI e dalla complessità della trasformazione digitale. L’obiettivo è mettere a sistema patrimoni informativi e competenze per rafforzare la cultura digitale e sostenere l’evoluzione tecnologica del Paese.

Il rinnovo punta a una cooperazione più strutturata tra Pubblica Amministrazione e sistema universitario, con un focus chiaro su innovazione, formazione avanzata e ricerca applicata.

“Il rinnovo del protocollo d’intesa con la CRUI rappresenta un ulteriore rafforzamento della collaborazione tra la Pubblica Amministrazione e il mondo universitario, con l’obiettivo comune di sostenere la crescita tecnologica del Paese”, dichiara il Direttore Generale di AgID, Mario Nobile. Le università e la comunità scientifica, sottolinea, svolgono un ruolo decisivo nello sviluppo di nuove competenze e nella capacità dell’Italia di affrontare le sfide tecnologiche globali. In un contesto in cui AI e competenze digitali sono leve di competitività, l’accordo conferma l’impegno a lavorare in modo coordinato.

Sulla stessa linea la presidente della CRUI, Laura Ramaciotti, che definisce l’università “una pubblica amministrazione sui generis”, al tempo stesso fucina di innovazione e laboratorio di sperimentazione, grazie alla presenza di comunità eterogenee per età, professionalità e background. Il rinnovo dell’intesa, spiega, conferma la volontà del sistema universitario di essere avanguardia attiva della trasformazione digitale, mettendo a fattor comune competenze e infrastrutture per affrontare con responsabilità le sfide poste dall’AI.

L’obiettivo è sostenere gli Atenei nella costruzione di ecosistemi formativi e tecnologici avanzati, capaci di generare innovazione, cultura digitale e opportunità concrete per studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo, producendo al contempo best practice replicabili nei territori e nelle altre amministrazioni.

Accordo AgID e CRUI: le 3 direttrici

Sul piano operativo, la collaborazione si articolerà lungo tre direttrici principali.

La prima riguarda il contributo congiunto alla definizione di linee guida per l’adozione, lo sviluppo e il procurement di sistemi di AI nella Pubblica Amministrazione, con l’intento di favorirne un recepimento coerente anche all’interno delle università.

La seconda prevede una rilevazione nazionale sul livello di utilizzo dell’AI negli Atenei italiani, per fotografare lo stato dell’arte e promuovere la condivisione delle migliori pratiche, sia nel sistema universitario sia verso l’esterno.

La terza direttrice è dedicata alla progettazione ed erogazione di percorsi formativi rivolti ai cittadini, focalizzati sull’alfabetizzazione di base sull’AI, sfruttando la capillarità territoriale delle università e la capacità di coordinamento della CRUI.

L’intesa si inserisce in un quadro più ampio di rafforzamento delle competenze digitali e di consolidamento di un approccio sistemico alla governance dell’AI, in cui università e amministrazioni centrali sono chiamate a collaborare non solo nella definizione di regole e standard, ma anche nella costruzione di modelli organizzativi e culturali in grado di accompagnare in modo sostenibile l’innovazione.

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Cloud, Reuters: “Rubio ai diplomatici, contrastare la sovranità digitale UE”

Washington rilancia sulla libera circolazione dei dati: Rubio scrive ai diplomatici e punta dritto alla sovranità digitale europea

I dati sono il nuovo petrolio. Quante volte l’abbiamo sentire dire e l’abbiamo letto in questi ultimi anni. Eppure, a pensarci bene, i dati sono molto più preziosi dell’oro nero, perché sono rinnovabili, riutilizzabili e a basso costo di trasporto. Consentono di alimentare società tecnologiche gigantesche e soprattutto sono la principale risorsa per sviluppare il più rapidamente possibile l’intelligenza artificiale (AI). Ne nasce, inevitabilmente, una questione di sovranità.

I dati plasmano i mercati digitali, definiscono i rapporti di forza tra imprese e tra Stati. Non sorprende, dunque, che siano diventati terreno di scontro geopolitico. È in questo contesto che si inserisce il documento del Dipartimento di Stato statunitense del 18 febbraio, firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio, che segna un ritorno a un approccio più conflittuale nei confronti delle iniziative straniere di “sovranità dei dati” e “localizzazione dei dati”.

Nella comunicazione interna, indirizzata ai diplomatici americani nel mondo, si legge nell’articolo della Reuters scritto da Raphael Satter e Alexandra Alper, l’amministrazione Trump invita esplicitamente a contrastare quelle che definisce “normative inutilmente gravose”, come gli obblighi di localizzazione dei dati, ritenute capaci di “interrompere i flussi globali di dati, aumentare costi e rischi di cybersicurezza, limitare i servizi di intelligenza artificiale e cloud, ed espandere il controllo governativo in modi che possono minare le libertà civili e favorire la censura”.

Il messaggio è chiaro: Washington intende difendere la libera circolazione transfrontaliera dei dati come pilastro della propria strategia economica e tecnologica globale.

Nel mirino USA l’Europa e il suo GDPR

Secondo molti osservatori, il documento segnala una discontinuità rispetto ai tentativi, in passato, di trovare compromessi con gli alleati europei. Se in precedenza l’approccio era più orientato al dialogo e alla ricerca di soluzioni condivise, oggi la linea appare più assertiva. Il Dipartimento guidato da Rubio parla esplicitamente di una “politica internazionale dei dati più assertiva” e incarica le ambasciate di monitorare e contrastare le proposte che limitano i flussi di dati verso l’estero.

Nel mirino c’è soprattutto l’Europa, dove le iniziative sulla sovranità digitale hanno preso piede negli ultimi anni. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), in vigore dal 2018, ha imposto restrizioni al trasferimento dei dati personali fuori dall’Unione europea e ha portato a sanzioni significative nei confronti di grandi aziende tecnologiche statunitensi. Nel documento del Dipartimento di Stato, il GDPR viene citato come esempio di normativa che impone “restrizioni inutilmente gravose” sul trattamento dei dati e sui flussi transfrontalieri.

Per Washington, queste regole rischiano di compromettere la competitività delle imprese americane, in particolare nel settore dell’intelligenza artificiale, dove l’accesso a enormi quantità di dati è un fattore decisivo.

IA, potere e sovranità

La questione è eminentemente geopolitica. Le principali aziende di AI sono statunitensi e i loro modelli si nutrono di grandi volumi di dati, spesso raccolti su scala globale. Limitare la circolazione dei dati significa, dal punto di vista americano, limitare la capacità di innovazione e il vantaggio competitivo di queste imprese.

Dall’altra parte, l’Unione europea guarda alla sovranità dei dati come a uno strumento di tutela della privacy, di difesa dei diritti fondamentali e di riduzione della dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti. Le preoccupazioni europee riguardano non solo la protezione dei dati personali, ma anche i rischi di sorveglianza e l’asimmetria di potere nei confronti dei grandi colossi digitali.

Il risultato è un confronto a tratti aspro e sempre più profondo tra due visioni contrapposte: da un lato, la deregolamentazione e la promozione della libera circolazione dei dati come motore di crescita e innovazione; dall’altro, la regolazione come strumento di protezione dei cittadini e di affermazione dell’autonomia strategica.

Il precedente del Digital Services Act

Non è la prima volta che il Dipartimento di Stato guidato da Rubio interviene direttamente sul fronte regolatorio europeo. Lo scorso anno, il Segretario di Stato aveva già incaricato i diplomatici americani di mobilitarsi contro il Digital Services Act (DSA), la normativa europea che obbliga le grandi piattaforme a rimuovere contenuti illegali, come materiale estremista o pedopornografico, e a rafforzare i controlli sui propri servizi.

Anche in quel caso, Washington aveva letto l’iniziativa europea come un potenziale ostacolo alla libertà di espressione e all’operatività delle imprese statunitensi. Il nuovo documento riportato dalla Reuters si inserisce dunque in una strategia più ampia, volta a contrastare l’espansione della regolazione digitale europea.

La competizione con la Cina

La comunicazione interna del Dipartimento USA richiama anche la competizione con la Cina, accusata di combinare progetti infrastrutturali tecnologici con politiche restrittive sui dati, così da estendere la propria influenza e capacità di accesso alle informazioni a fini strategici. In questo senso, la battaglia sulla governance dei dati non è solo transatlantica, ma globale.

Gli Stati Uniti promuovono forum come il Global Cross-Border Privacy Rules Forum, nato nel 2022 con diversi partner internazionali, per sostenere la libera circolazione dei dati accompagnata da standard di protezione condivisi. L’obiettivo è costruire un’architettura alternativa a modelli considerati troppo restrittivi o strumentali al controllo statale.

Verso nuove tensioni transatlantiche?

Quanto sta accadendo tra USA e Ue conferma che la diplomazia dei dati è ormai una componente centrale della politica estera americana. La posta in gioco non riguarda soltanto le regole del mercato digitale, ma il controllo delle infrastrutture informative e delle risorse che alimentano l’intelligenza artificiale.

Se i dati sono il nuovo petrolio, allora le rotte attraverso cui scorrono, cioè le infrastrutture critiche (come i data center), diventano strategiche quanto gli oleodotti. E come accade per le risorse energetiche, anche sui dati si costruiscono alleanze, si accendono contese e si negoziano compromessi.

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Copia privata o Tassa SIAE. Ma i servizi Cloud aziendali B2B cosa c’entrano con il diritto d’autore?

Le associazioni del settore digitale in fermento per il nuovo decreto sulla Copia privata vista come una tassa sul Cloud. Richiesta di rimborso modulo “bizantino”.

Le nuove norme con gli aumenti tariffari per la “copia privata”, il prezzo da pagare per dare la possibilità ai consumatori di riprodurre legalmente opere audio e video protette dal diritto d’autore, sollevano non poche polemiche nel settore tecnologico italiano.

Cloud e copia privata pomo della discordia

L’inserimento del Cloud nel novero dei device – insieme a smartphone, pc, hard disk, chiavette Usb – su cui esercitare la gabella ha sollevato un polverone da parte di diverse associazioni, a partire da AIIP, Assintel e Anitec-Assinform che hanno annunciato ricorso.

Scontento anche da parte delle Big Tech, in particolare da Google che con Gmail e il servizio di posta offre 15 Giga di spazio Cloud per singolo account gratis, su cui d’ora in poi dovrà pagare una tassa a prescindere dal fatto che vengano usati o meno per riprodurre servizi musicali e contenuti audiovisivi e film coperti dalla Siae.

Insomma, un putiferio.

Consumer coinvolti

Un contributo che ricadrà sicuramente anche sul consumatore finale, basti pensare agli utenti di Google Drive. Le associazioni nei loro contributi in sede di consultazione avevano chiesto di escludere la filiera del Cloud B2B, dove il Cloud può essere utilizzato per costruire altri prodotti. In questo senso, è necessario evitare la multipla imposizione perché il rischio è che quando il Cloud viene venduto come servizio intermedio che viene poi ceduto all’utente finale. Come richiedere il legittimo rimborso?

E ancora, cosa succede quando un cittadino italiano acquista un servizio Cloud all’estero? Andranno a rincorrere tutti i fornitori esteri, a partire da Google ma non solo?

Si potrebbe anche trattare di Provider che si trovano in Stati per così dire “fuori giurisdizione” o un piccolo fornitore di una nazione sperduta.

Modulo di rimborso “bizantino”

C’è poi un altro aspetto, il modulo di rimborso trimestrale per escludere i servizi Cloud non utilizzati per riprodurre contenuti coperti da copyright è a dir poco bizantino. E’ necessario allegare l’elenco delle fatture in un modulo, con tutti i richiami normativi del caso, ma oggi, sottolinea Giuliano Peritore, presidente dell’AIIP “i servizi Cloud sono venuti in maniera frammentata, magari parte di altri servizi a pacchetto”.

Il decreto, lamentano le associazioni, è stato firmato in maniera totalmente immutata rispetto alla versione iniziale, senza tenere in alcun conto delle osservazioni avanzate. “Lo stato del mercato digitale attuale e l’evoluzione delle tecnologie sono completamente diverse dal quadro in cui era nata la norma sulla copia privata, quando praticamente il mercato dell’online non esisteva – aggiunge Peritore – ma soprattutto vediamo diversi rischi di disparità di trattamento con le imprese che si trovano all’estero. Rischi di multipla imposizione, che poi deve passare per i rimborsi quando i prodotti vengono utilizzati per costruire servizi intermedi magari per l’utente finale e soprattutto la mancata esclusione del B2B per una serie di attività esclusivamente aziendale senza l’uso di materiale protetto dal diritto d’autore”.

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L’analisi ASviS. Data center e neurotecnologie, come l’Europa può evitare l’effetto lock-in

L’Europa si trova in uno dei passaggi più turbolenti della sua storia recente e rischia di perdere terreno nei settori della tecnologia e del clima, in cui è all’avanguardia. A dichiararlo è il Centre for future generations (Cfg), think tank indipendente europeo che si occupa di analisi strategica e politiche pubbliche orientate al lungo periodo, in risposta alla consultazione pubblica dello Strategic Foresight Report 2026 della Commissione europea. Per questo nei giorni scorsi il Cfg ha lanciato anche Tech & The Planet, un nuovo progetto incentrato sull’intersezione tra tecnologie emergenti e governance climatica. Partendo dalle infrastrutture di intelligenza artificiale, saranno sviluppate linee guida e strumenti politici che possano allineare competitività e sostenibilità.

Proprio la crescita dell’AI e l’emergere di nuove tecnologie di frontiera, tra cui quelle biologiche e climatiche, stanno aprendo scenari con implicazioni sistemiche per l’economia, la sicurezza e la società, destinati a dispiegarsi nel prossimo decennio. In questo scenario, il nodo centrale non è solo la capacità di sviluppare nuove tecnologie, ma la possibilità di orientarne le traiettorie. Il rischio, evidenzia il documento, è che l’Europa resti vincolata a modelli e infrastrutture definiti altrove, perdendo progressivamente autonomia strategica.

Governare le tecnologie prima che diventino irreversibili

Il documento evidenzia come il principale vantaggio competitivo europeo risieda nella capacità di costruire sistemi di governance credibili e affidabili. Piuttosto che competere direttamente con Stati Uniti e Cina sul piano della produzione tecnologica, l’Europa può rafforzare la propria influenza definendo standard, meccanismi di verifica e infrastrutture istituzionali che rendano possibile la cooperazione internazionale. Questo approccio consente di intervenire prima che le tecnologie si consolidino in forme difficili da modificare. Le decisioni relative a infrastrutture energetiche, centri dati, sistemi di intelligenza artificiale o tecnologie climatiche tendono infatti a produrre effetti che durano decenni. Una volta costruiti, questi sistemi creano dipendenze economiche, industriali e geopolitiche difficili da invertire. In questo senso, la capacità di anticipare e governare questi processi diventa una forma di potere strategico.

Dalla disinformazione alle infrastrutture critiche, i rischi segnalati dall’AI safety report

Il Rapporto del gruppo di scienziati diretto da Yoshua Bengio prevede un’accelerazione tecnologica dell’intelligenza artificiale che nei prossimi cinque anni potrebbe essere difficile da gestire.

Le quattro leve che possono rafforzare l’influenza europea

La Call for evidence identifica quattro leve principali attraverso cui l’Europa può rafforzare il proprio ruolo globale. La prima è l’accelerazione delle tecnologie di protezione rispetto a quelle che creano rischi. Questo include, ad esempio, sistemi di sorveglianza per prevenire minacce biologiche, tecnologie per garantire la sicurezza dell’intelligenza artificiale e infrastrutture di adattamento climatico. Investire in queste soluzioni consente di ridurre le vulnerabilità future e rafforzare la resilienza. La seconda leva è rappresentata dal mercato unico europeo. Essendo uno dei più grandi mercati globali, può essere utilizzato per garantire accesso a tecnologie, risorse e infrastrutture critiche, riducendo le dipendenze esterne e rafforzando l’autonomia strategica. La terza riguarda la costruzione di infrastrutture di governance globale. Standard condivisi, sistemi di verifica e meccanismi di coordinamento possono rendere l’Europa un attore indispensabile nella gestione delle tecnologie emergenti. La quarta leva è il rafforzamento della capacità industriale e istituzionale per rispondere rapidamente alle crisi. Le recenti crisi hanno evidenziato l’importanza della capacità di produrre su larga scala e di adattarsi rapidamente a contesti in evoluzione.

La modifica della radiazione solare

Tra le tecnologie emergenti analizzate, la Solar radiation modification (Srm) rappresenta un esempio particolarmente significativo. Questa tecnologia punta a riflettere una parte della radiazione solare nello spazio, riducendo così la quantità di calore assorbita dal sistema climatico terrestre e mitigando temporaneamente l’aumento delle temperature globali. La Srm potrebbe contribuire a ridurre gli impatti del cambiamento climatico, ma comporta anche rischi geopolitici rilevanti. Al contrario, lo sviluppo di standard e meccanismi di cooperazione potrebbe trasformarla in strumento di stabilità. In questo contesto, l’Europa ha l’opportunità di rafforzare il proprio ruolo, costruendo competenze scientifiche e promuovendo modelli di governance basati su trasparenza e cooperazione.

Oltre il 2050

Le decisioni prese ora, tra il 2025 e il 2027, sull’ubicazione dei data center, l’espansione della rete, l’infrastruttura di intelligenza artificiale, le applicazioni neurotecnologiche, i sistemi energetici e le tecnologie rilevanti per la difesa”, scrive il Cfg, “determineranno i modelli di utilizzo del suolo, le traiettorie della domanda, i profili delle emissioni e le dipendenze strategiche per decenni, estendendosi ben oltre gli attuali cicli politici e gli obiettivi climatici del 2050”. Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dal documento riguarda l’impatto a lungo termine delle decisioni attuali. Le scelte che saranno prese in questi anni su infrastrutture tecnologiche, energetiche e industriali influenzeranno la sicurezza, la competitività e l’autonomia europea per decenni. Il rischio principale è il cosiddetto lock-in tecnologico, ovvero la creazione di sistemi che limitano la capacità futura di adattamento. Al contrario, sviluppare infrastrutture flessibili e resilienti può rafforzare la capacità europea di affrontare trasformazioni future.

Scarica la Call for evidence

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