Data Center, dalla Camera ok a delega al Governo. Ma la Lombardia si fa la sua legge

Dalla Camera c’è l’ok alla “Delega al Governo per la disciplina, la realizzazione e lo sviluppo” dei data center in Italia

L’Aula della Camera ha approvato, con 243 voti a favore e 6 astenuti, il testo unificato per i data center sul territorio nazionale attraverso la “Delega al Governo per la disciplina, la realizzazione e lo sviluppo dei centri di elaborazione dati”.
Il testo passa ora all’esame del Senato.

In questo modo, si delega il Governo ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, i decreti legislativi per la disciplina dei centri di elaborazione dati, per il coordinamento delle procedure per la loro realizzazione e organizzazione.

Il provvedimento punta a rafforzare la rete elettrica nazionale per garantire la concreta attuazione dei programmi di sviluppo infrastrutturale e a introdurre criteri di priorità che favoriscano l’accesso alla rete da parte dei progetti relativi ai centri di elaborazione dati (Ced).

La legge mira inoltre a facilitare la trasformazione digitale delle pubbliche amministrazioni e delle imprese, migliorando l’offerta di servizi ai cittadini. Il testo unificato punta a fornire un inquadramento normativo di questo settore strategico per lo sviluppo economico e tecnologico del Paese.

Nella nuova disciplina viene posta attenzione, in un’ottica di crescita del settore dei data center e di attrattività degli investimenti, alle semplificazioni amministrativa, al consumo del suolo e al consumo energetico.

Pastorella (Azione): “Normare questo settore vuol dire ascoltare i comuni sul territorio

Normare questo settore non vuol dire ascoltare le big tech, ma soprattutto i comuni sul territorio. Nel vuoto normativo si sono mossi in ordine sparso alcune Regioni, il MIMIT e il MASE, mentre l’incertezza ha portato altrove molti operatori. Ora invece abbiamo una legge completa: tiene conto dei grandi data center e degli edge, delle specificità del Paese come siti dismessi da riqualificare e cavi sottomarini, introduce iter autorizzativi unici, aiuta gli enti locali, chiede di rinforzare la rete elettrica e le competenze per il settore”, ha dichiarato Giulia Pastorella, deputata e vice presidente di Azione, prima firmataria della legge delega al governo in materia dei centri di elaborazione dati, approvata oggi alla Camera all’unanimità.

Sappiamo che i data center – ha proseguito Pastorella – sono determinanti per innovazione e Intelligenza artificiale. In Italia tra il 2023 e il 2025 sono stati investiti 7 miliardi di euro, ma è solo il 68% di quanto previsto. Abbiamo perso il 32% degli investimenti anche per il ritardo della normativa che stiamo approvando oggi”.

Casu (PD): “L’Italia deve trovare la sua autonomia tecnologica

Seppure con molto ritardo, la Camera definisce un importante punto di partenza condiviso per lo sviluppo dei centri di elaborazione dati”, ha affermato il deputato e vicepresidente in Commissione Trasporti, Andrea Casu (PD).

È giusto che la regolamentazione parta dal Parlamento con una legge delega e non per decreto, perché è in gioco una questione politica, globale e nazionale: i data center non devono diventare cattedrali nel deserto gestite da remoto, ma fucine di innovazione per favorire lo sviluppo economico, sociale, ambientale e democratico”, ha proseguito Casu.

Ci batteremo affinché l’Italia difenda sempre l’interesse nazionale e i data center non diventino i porti franchi delle nuove compagnie delle indie. L’Italia deve trovare la sua autonomia tecnologica per proteggere nell’interesse nazionale, da un lato, la sicurezza dei dati e dall’altro l’attrattività degli investimenti. Grazie ai data center nel 2025 la Francia ha saputo attrarre 69 miliardi di dollari di investimenti a fronte dei 5 del nostro paese”, ha precisato Casu.

Data Center, Regione Lombardia procede in autonomia con una proposta di legge regionale

Resta da capire, a questo punto, perché la Regione Lombardia si stia muovendo in autonomia per una legge regionale. Tanto più che da oggi c’è il via libera della Camera alla legge delega, che impegna il Governo a legiferare in materia di Data Center a livello nazionale.

Questa via di fuga in Lombardia ha un significato politico?

E’ una sorta di smacco politico della politica locale nei confronti delle lungaggini di Roma?

La Lombardia non si fida dei tempi lunghi della politica nazionale e sceglie così una scorciatoia locale, inevitabilmente a macchia di leopardo, a scapito di una norma nazionale?  

Certo, in caso di conflitti fra normativa nazionale e regionale c’è il Tar che decide.

“Abbiamo deciso di intervenire per colmare un vuoto normativo, sia nazionale che regionale, per un settore di crescente importanza. Una realtà che per svilupparsi, necessita di regole del gioco certe. Nonostante l’elevata rilevanza economica, tecnologica e strategica del settore, i centri di elaborazione dati, i cosiddetti Data Center, non risultano ancora oggetto di una disciplina normativa unitaria né a livello nazionale né regionale. Per questo come Commissione regionale siamo impegnati in queste settimane in un confronto con tutti gli operatori e i soggetti interessati, al fine di approfondire e definire un provvedimento legislativo che risponda nel miglior modo possibile alle esigenze che sono emerse”. Lo ha sottolineato il Presidente della Commissione regionale Territorio, Infrastrutture e Mobilità Jonathan Lobati (Forza Italia).

Gli obiettivi della Regione Lombardia: il 60% delle richieste di nuovi insediamenti sono in Lombardia

Il progetto di legge in discussione in Commissione, intende perseguire precisi obiettivi, tra cui

  • garantire il governo regionale delle procedure autorizzatorie, mediante il coordinamento tra i diversi attori istituzionali e l’individuazione di tempi certi;
  • assicurare certezza e omogeneità sul territorio regionale con riferimento alla destinazione d’uso urbanistica; governare l’elevato consumo energetico, limitando operazioni speculative e favorendo l’utilizzo di fonti rinnovabili;
  • individuare come prioritarie l’utilizzo di aree dismesse, il riutilizzo del calore prodotto, favorendo tecnologie alternative all’utilizzo dell’acqua e disincentivare il consumo di suolo agricolo nello stato di fatto, prevedendo un maggior contributo di costruzione da destinare a misure compensative di riqualificazione urbana e territoriale.

“Con questo provvedimento vogliamo dare coordinate certe al settore in Lombardia -ha aggiunto il Presidente Lobati-. Cerchiamo quindi di creare le condizioni per evitare i contrasti sulle realizzazioni dei Data Center. Quelli che potrebbero crearsi qualora i progetti per la loro realizzazione vadano a incidere sullo sviluppo urbanistico, su quello delle aree verdi, sulla disponibilità di terreno utile per l’agricoltura e rispondano alle esigenze del mondo economico”. Jonathan Lobati ha, infine, ricordato che oltre il 60% delle richieste nazionali per il loro insediamento sono in Regione Lombardia.

Il mercato italiano dei data center

I data center sono riconosciuti come essenziali per l’erogazione di risorse e servizi digitali, perché abilitano un ampio spettro di funzioni di interesse generale e quotidiano, tra cui lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, l’accesso ai servizi comunali online e al fascicolo sanitario elettronico, l’utilizzo di social network, piattaforme di commercio elettronico e siti internet.

L’area europea, pur registrando un progressivo rallentamento nei tradizionali poli infrastrutturali (FLAPD –Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino), vede emergere nuovi hub di sviluppo, fra i quali si distingue l’Italia per crescita di investimenti e attrattività strategica, anche grazie alla propria collocazione geoeconomica nel bacino del Mediterraneo.

In questo contesto, il mercato italiano prosegue nel proprio percorso di crescita: nel triennio 2023–2025 risultano investiti 7,1 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di apparecchiature IT dei nuovi Data Center.

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Anthropic accusa la Cina e Deepseek: “Sfruttano Claude per addestrare la loro AI”

Anthropic accusa tre aziende cinesi, tra cui DeepSeek, di aver utilizzato Claude su scala industriale per addestrare i propri modelli di AI.

Anthropic contro Deepseek

Secondo la società sarebbero stati creati circa 24.000 account fraudolenti e generati oltre 16 milioni di scambi con il modello. Non test isolati, ma un’attività sistematica basata sulla “distillazione”: tecnica legittima in sé, che consente di addestrare un modello più piccolo usando le risposte di uno più avanzato, ma che in questo caso sarebbe stata impiegata per acquisire capacità proprietarie in modo illecito.

DeepSeek avrebbe condotto oltre 150.000 interazioni mirate, focalizzate sulle capacità di ragionamento di Claude, archiviandone le risposte per riaddestrare sistemi propri.

Anthropic sostiene inoltre che il modello americano sia stato utilizzato per generare formulazioni su temi politicamente sensibili – dissidenti, leadership, autoritarismo – poi riutilizzate per addestrare AI capaci di trattare tali argomenti in modo compatibile con contesti a forte censura.

La vicenda si inserisce in uno scontro più ampio: anche OpenAI ha denunciato tentativi di sfruttamento delle proprie tecnologie, mentre cresce la pressione su legislatori e cloud provider per limitare l’accesso a chip avanzati e contrastare la distillazione non autorizzata.

L’annuncio di Claude Code per modernizzare il COBOL

Parallelamente, Anthropic ha annunciato che Claude Code può modernizzare il codice COBOL. Dopo la notizia, IBM ha perso fino al 10% in Borsa, con ribassi anche per Accenture e Cognizant, realtà che generano ricavi significativi nella modernizzazione dei sistemi legacy. Il nuovo tool automatizza analisi tradizionalmente affidate a grandi team di consulenza: mappa dipendenze, traccia flussi di esecuzione, identifica rischi e documenta basi di codice complesse.

COBOL gestisce ancora circa il 95% delle transazioni ATM negli Stati Uniti e alimenta sistemi critici in ambito finanziario e governativo. Secondo Anthropic, l’AI può comprimere progetti di modernizzazione da anni a trimestri, modificando l’equilibrio economico di un mercato finora dominato dalla consulenza tradizionale.

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AI, la retromarcia dei Democratici per le presidenziali USA 2028

AI, energia e consenso: perché i democratici frenano sui data center in vista delle presidenziali 2028

Per anni, negli Stati Uniti, sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) è stato politicamente conveniente. I data center promettevano investimenti miliardari, nuovi posti di lavoro, consenso dei sindacati dell’edilizia e un chiaro messaggio geopolitico: battere la Cina nella corsa tecnologica. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. E il cambiamento è visibile soprattutto nel Partito Democratico.

In vista delle presidenziali del 2028, si legge su Axios, diversi potenziali candidati democratici stanno rivedendo le proprie posizioni sui data center e sugli incentivi pubblici all’AI. Il motivo è semplice: l’impatto economico, energetico e ambientale di questa infrastruttura sta diventando un problema politico, almeno gestita in questo modo. E gli elettori iniziano a far sentire la propria voce.

Dall’entusiasmo democratico ai primi stop all’AI

Solo pochi mesi fa, governatori come JB Pritzker (Illinois), Josh Shapiro (Pennsylvania) e Wes Moore (Maryland) erano tra i più attivi nel corteggiare gli operatori dei data center, offrendo generosi incentivi fiscali e semplificazioni normative.

In Illinois, Pritzker aveva già firmato nel 2019 una legge che concedeva importanti agevolazioni fiscali ai data center. Con l’esplosione dell’AI dopo l’arrivo di ChatGPT, Chicago è diventata uno dei principali hub statunitensi del settore. Nel frattempo, però, le bollette elettriche delle famiglie sono aumentate e una parte dell’opinione pubblica ha iniziato ad attribuire la responsabilità proprio ai centri dati, grandi consumatori di energia.

Nel suo recente discorso sullo Stato dello Stato, Pritzker ha annunciato una pausa: una moratoria di due anni sugli incentivi fiscali. Un segnale politico chiaro.

In Pennsylvania, Shapiro era arrivato a dichiarare che lo Stato era “all in on AI”, celebrando anche un investimento da 20 miliardi di dollari da parte di Amazon. Ma dopo le proteste di residenti contrari alla costruzione di data center nelle proprie comunità, il governatore ha cambiato tono.

Durante il suo discorso di bilancio ha riconosciuto: “So che i cittadini della Pennsylvania hanno reali preoccupazioni su questi data center… e anch’io le condivido.”

Ai giornalisti ha poi precisato che non si tratta di una “vera inversione di rotta”, ma di una formalizzazione di condizioni più stringenti per le aziende. Anche Wes Moore, in Maryland, dopo aver facilitato l’arrivo dei data center e aver rimosso ostacoli normativi nel 2024, ha annunciato nuove linee guida per ottenere il suo sostegno politico.

L’ansia collettiva verso l’AI negli USA e il nodo energia, acqua e lavoro

Alla base della frenata democratica c’è una crescente ansia collettiva verso l’AI. Come ha osservato Rob Flaherty, già vice campaign manager di Kamala Harris nel 2024: “Siamo solo all’inizio dell’ansia che le persone provano verso l’intelligenza artificiale. I data center sono solo una delle manifestazioni di questa paura, ma una manifestazione seria”.

Il punto è che l’AI non è solo un software invisibile: è un’infrastruttura fisica, energivora e idrovora. I data center consumano enormi quantità di elettricità per l’elaborazione e per il raffreddamento dei server. In alcune aree, questo ha contribuito a un aumento della domanda energetica e, indirettamente, delle bollette. A ciò si aggiunge l’impatto sulle risorse idriche e sull’ambiente.

Per molti cittadini, il saldo è negativo: costi pubblici e ambientali immediati, benefici economici percepiti come concentrati nelle grandi aziende tecnologiche.

C’è poi il tema occupazionale. L’AI promette efficienza e automazione, ma alimenta il timore di una “sostituzione di massa” dei lavoratori. Il deputato californiano Ro Khanna ha parlato della necessità di: “vere tutele contro una sostituzione di massa dei lavoratori”.

Anche Pete Buttigieg, ex segretario ai Trasporti, ha evocato in New Hampshire la necessità di “un nuovo contratto sociale” per governare l’ascesa dell’AI.

Il nuovo playbook democratico

Il modello che sembra emergere nel campo democratico è quello delineato dal governatore del Kentucky Andy Beshear, anch’egli potenziale candidato nel 2028. In un’intervista ha sintetizzato così le sue condizioni per gli sviluppatori di data center: “Pagate il 100% dell’energia che consumate, pagate la vostra giusta quota di tasse e siate accettati dalla comunità locale”.

Il senatore del Vermont e leader carismatico della sinistra democratica, Bernie Sanders, ha scritto su X della necessità di una “moratoria sulla costruzione di data center che alimentano la corsa non regolamentata allo sviluppo e all’implementazione dell’intelligenza artificiale“.

L’altra grande rappresentante dell’ala sinistra del Partito Democratico, la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez, durante un’udienza al Congresso, ha sostenuto che “ci sono reali conseguenze per la salute pubblica a causa del continuo fallimento della regolamentazione o dell’azione del Congresso nel settore dell’intelligenza artificiale“.

Una questione bipartisan

Interessante notare che lo scetticismo non è più solo democratico. Se l’amministrazione Trump continua a sostenere la necessità di abbracciare l’AI per mantenere il vantaggio competitivo sulla Cina, alcuni governatori repubblicani mostrano cautela.

Ron DeSantis, in Florida, si è schierato con le comunità locali contro alcuni progetti di data center, affermando: “Non facciamo finta che qualche video o canzone falsa ci porterà verso una sorta di utopia”.

Anche il governatore dello Utah, Spencer Cox, ha definito “assurdo” il tentativo dell’amministrazione di limitare la capacità degli Stati di regolamentare l’AI.

Le prospettive politiche dell’AI “di sinistra”

All’interno del Partito Democratico stanno emergendo due linee di pensiero sempre più nette.
La prima sostiene che gli Stati Uniti debbano abbracciare con decisione l’intelligenza artificiale per non perdere terreno nella competizione con la Cina e per intercettare i posti di lavoro generati dai grandi investimenti nei data center.
È una posizione che, con accenti diversi, richiama quella dell’amministrazione Trump, anche se molti democratici criticano la Casa Bianca per aver lasciato troppa libertà alle big tech.

La seconda linea invita, invece, alla prudenza: rallentare la corsa, introdurre regole più stringenti e valutare con attenzione l’impatto sociale ed economico dell’AI. Al centro ci sono il rischio di sostituzione di milioni di lavoratori e l’enorme consumo di energia e risorse naturali richiesto dai nuovi data center.

Il confronto tra queste due visioni potrebbe definire non solo la strategia democratica per il 2028, ma anche il futuro equilibrio tra innovazione tecnologica, sostenibilità e tutela sociale negli Stati Uniti.

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Dazi Usa al 15%, chi ci guadagna (come Brasile e Cina) e chi ci perde (come UK e Italia)

Il riordino forzato dei nuovi dazi globali

Sono scattati alle 06:00 di questa mattina, mezzanotte a Washington, i nuovi dazi globali del 15% sulle importazioni negli Stati Uniti voluti con forza dal presidente americano Donald Trump. Una misura che segna l’inizio di quella che la Casa Bianca definisce una “nuova era commerciale”, avviata dopo la sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato illegittima una parte consistente dei precedenti dazi imposti ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa).

Contestualmente, l’U.S. Customs and Border Protection ha interrotto la riscossione dei dazi dichiarati illegali. Ma lo stop ai “vecchi” dazi non ha significato un allentamento della linea protezionistica americana. Al contrario, il risultato è un riassetto profondo degli equilibri commerciali internazionali e, soprattutto, una redistribuzione di vincitori e vinti rispetto al livello tariffario precedente.

La sentenza della Corte Suprema ha bocciato una fetta significativa dell’impianto tariffario costruito negli ultimi anni. L’amministrazione Trump, però, ha scelto un “piano B”: mantenere un livello di protezione elevato, ma fondato su basi giuridiche diverse.

Secondo agenzie, un funzionario della Casa Bianca ha chiarito che la linea nei confronti dell’Unione europea (Ue) è in fase di definizione, perché “l’amministrazione cercherà di applicare dazi più appropriati o pre-negoziati”. “Fino ad allora – ha spiegato la fonte – ci aspettiamo che tutti i Paesi continuino a rispettare gli impegni commerciali per la riduzione delle barriere commerciali e altre concessioni, impegni che non sono cambiati”.

Il messaggio è chiaro: il 15% è una base minima, non un tetto.
In questa situazione cambiano anche gli impatti tariffari da Paese a Paese, con nuovi equilibri commerciali e prospettive geopolitiche, anche se tutto appare estremamente precario e temporaneo.

I Paesi che ci guadagnano come Brasile e Cina

Il nuovo assetto ha un effetto paradossale. Alcuni Paesi, che in passato erano stati colpiti da dazi molto più elevati, ora si ritrovano in una posizione relativamente migliore, secondo i calcoli fatti dalla Reuters.

I principali “vincitori” rispetto al livello tariffario precedente sembrerebbero, cioè i Paesi che si vedono ridurre il peso tariffario rispetto alla situazione precedente sono:

  1. Brasile: -13,6%
  2. Cina: -7,1%
  3. India: -5,6%
  4. Canada: -3,2%
  5. Messico: -2,9%

Per economie come quella cinese e brasiliana, la nuova soglia uniforme del 15% è significativamente inferiore ai dazi precedenti. Questo riduce il differenziale competitivo che le penalizzava e, in termini relativi, migliora la loro posizione sul mercato statunitense.

Nel caso della Cina, il segnale è particolarmente delicato sul piano geopolitico. La tensione tra Washington e Pechino resta elevata, ma sul piano tariffario il nuovo quadro appare meno punitivo rispetto al passato. Una distensione solo apparente, perché Trump ha già lasciato intendere che potrebbero scattare misure aggiuntive.

Chi perde: Europa e alleati sotto pressione, in particolare Italia e Gran Bretagna

Per altri Paesi, soprattutto quelli che avevano cercato di mettersi al riparo stipulando accordi bilaterali con Washington per evitare le “tariffe reciproche”, la situazione è più complessa.

Tra i Paesi che pagano un prezzo più alto rispetto al precedente livello tariffario troviamo:

  1. Gran Bretagna: +2%
  2. Italia: +1,7%
  3. Singapore: +1,13%
  4. Francia: +0,96%
  5. Germania: +0,63%
  6. Corea del Sud: +0,56%
  7. Olanda: +0,51%
  8. Giappone: +0,45%

Nel complesso, da questi numeri, l’Unione europea sembrerebbe registrare (ma il condizionale è d’obbligo in questi casi= un lieve peggioramento medio, ma con differenze interne significative. L’Italia, ad esempio, si collocherebbe tra i Paesi europei più penalizzati.

Il nodo politico è evidente: molti di questi Stati avevano negoziato intese specifiche con gli Stati Uniti per evitare escalation tariffarie. Ora, la sentenza della Corte Suprema, che ha annullato la base giuridica dei dazi “reciproci” che si volevano evitare, solleva dubbi anche sulla solidità degli accordi stessi.

Trump: “Niente giochetti

Il presidente americano ha reagito con toni durissimi. In un post su Truth, Trump ha scritto: “In qualità di presidente, non devo tornare al Congresso per ottenere l’approvazione dei dazi. Tale autorizzazione è già stata concessa, in molte forme, molto tempo fa! È stata inoltre appena ribadita dalla ridicola e mal concepita decisione della Corte Suprema”.

E ancora: “Qualsiasi Paese che voglia ‘giocare’ con la ridicola decisione della Corte Suprema (…) sarà colpito da dazi molto più elevati – e anche peggiori – rispetto a quelli appena concordati”.

Il messaggio che Trump vuole inviare è semplice: il 15% è solo il punto di partenza. In caso di tensioni o contenziosi, potrebbero scattare misure punitive superiori alla soglia standard.

L’obiettivo Usa: stabilità rapida, niente rimborsi

Secondo fonti vicine ai colloqui del G7, il rappresentante Usa al Commercio, Jamieson Lee Greer, ha spiegato ai ministri del Commercio che l’intenzione è mantenere l’impianto precedente dei dazi, ma ancorandolo a basi legali differenti.

Il nostro scopo è agire rapidamente per evitare nuove incertezze. Ma vogliamo anche evitare l’idea che possano esserci rimborsi per aziende esportatrici straniere”, avrebbe affermato Greer.

Washington sicuramente vuole evitare un’ondata di richieste di risarcimento da parte di esportatori esteri che avevano contestato i vecchi dazi. Allo stesso tempo, però, non è detto che ci riesca.

Il fronte europeo: dialogo, ma tensione alta. Tajani ottimista

Da parte europea, la linea ufficiale è improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, al termine di una videoconferenza con i partner, ha parlato di “dialogo costruttivo” con gli Stati Uniti.

Direi che il clima è piuttosto positivo. Durante le riunioni del G7 è emerso chiaramente l’interesse americano a non far peggiorare la situazione. Noi pure siamo favorevoli assolutamente al dialogo”, ha spiegato Tajani.

Siamo impegnati a far sì che gli Stati Uniti rispettino l’accordo che è in vigore e riteniamo che, anche con una nuova base giuridica, si possa arrivare allo stesso risultato. Mi sembra avviata una fase di dialogo costruttivo con gli Stati Uniti”, ha sottolineato il nostro ministro degli Esteri.

Nessuna guerra commerciale, nessun atteggiamento aggressivo. Non ci saranno risarcimenti per gli esportatori. Forse ci sarà qualche risarcimento per gli importatori statunitensi che hanno fatto causa”, ha dichiarato Tajani per rassicurare le imprese.

Tuttavia, dietro il linguaggio diplomatico, resta una tensione strutturale tra Washington e Bruxelles. L’Europa si trova in una posizione delicata: da un lato deve difendere le proprie esportazioni strategiche (automotive, agroalimentare, meccanica), dall’altro non può permettersi una nuova guerra commerciale in un contesto già segnato da instabilità geopolitica, guerra in Ucraina e competizione tecnologica globale.

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Edge europeo: Tim, Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, Vodafone condividono i nodi

Tim, Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno ‘federato’ con successo i propri ambienti Edge, consentendo l’implementazione delle applicazioni in tutta la loro area di copertura. Grazie alla piattaforma sviluppata nell’ambito del progetto Ipcei-Cis finanziato dall’Ue (Next Generation Eu), la prima federazione dell’Edge è ora operativa in ambienti di laboratorio e di pre-produzione. In occasione del Mwc 2026, (in calendario dal 2 al 5 Marzo 2026 a Barcellona), verrà mostrato come le organizzazioni possono sfruttare l’infrastruttura federata.

Ampliare l’offerta dei servizi

Per gli operatori, l’Edge federato offre l’opportunità di ampliare l’offerta di servizi e collaborare all’interno di un ecosistema aperto, puntando in futuro sull’industrializzazione e sul lancio commerciale. I cinque operatori invitano l’intera comunità tecnologica europea a collaborare, per contribuire a plasmare il futuro dell’infrastruttura digitale europea. La fase successiva sarà incentrata sull’apertura dell’ecosistema a nuovi partner, sull’industrializzazione e sul lancio commerciale.

Guida autonoma e robot in tempo reale: serve l’Edge

Ad esempio, questo accordo sarà importante per lo sviluppo della guida autonoma e di tutti i servizi cosiddetti mission critical, come la sanità a distanza o il controllo in tempo reale del traffico, nei quali la riduzione al minimo dei tempi di latenza è fondamentale. Se un’auto o un robot autonomo deve reagire in millisecondi, l’elaborazione può essere eseguita istantaneamente con la certezza che il cloud risponderà immediatamente, un risultato possibile solo con l’edge computing.

Applicazioni distribuite sui nodi di diversi operatori

L’Edge Continuum europeo consente a clienti e sviluppatori di distribuire applicazioni in modo automatico e sicuro su nodi di diversi operatori, con la possibilità di includere in futuro altri attori. Questa funzionalità introduce vantaggi quali: distribuzione dinamica del carico di lavoro, ripartizione intelligente delle applicazioni tra i nodi federati per prestazioni ottimali, efficienza di costi e mobilità garantendo la continuità del servizio anche quando gli utenti si spostano tra le reti. L’iniziativa amplia notevolmente la portata di ciascun operatore, offrendo ai clienti un accesso semplice, una stretta integrazione tra le reti, sovranità dei dati e flessibilità.

“Questa iniziativa dimostra che l’Europa può guidare l’innovazione attraverso soluzioni condivise, aperte e sicure. Tim è orgogliosa di contribuire alla creazione del primo Edge federato paneuropeo, che rappresenta una pietra miliare della futura trasformazione digitale della regione. Adesso ci muoviamo verso l’industrializzazione e l’espansione dell’ecosistema, creando un’infrastruttura che consente la sovranità digitale e la crescita economica”, dice Andrea Calvi, responsabile Evoluzione Tecnologica, Lap & Devices di Tim.

Edge europeo, soluzione digitale sovrana

Per Claire Catherine Chauvin, director Strategy Architecture & Standardisation di Orange, la federazione European Edge “dimostra che l’Europa sta concretamente sviluppando soluzioni digitali sovrane. L’interconnessione dei nostri ambienti Edge per creare un continuum senza soluzione di continuità consente di proporre un’infrastruttura digitale sicura, aperta e scalabile che soddisfa le aspettative dei clienti aziendali per prosperare in un’Europa connessa”. L’European Edge Continuum, aggiunge Cayetano Carbajo, Core, Transport and Ecosystem Director di Telefónica, “segna un decisivo balzo in avanti per la sovranità digitale dell’Europa. Federando le nostre capacità Edge, stiamo creando un’infrastruttura aperta, scalabile e intelligente che potenzia gli sviluppatori e semplifica il modo in cui le imprese distribuiscono le applicazioni in tutto il continente”.

Questa federazione, ha aggiunto Christine Knackfuß-Nikolic, Chief Sovereign Officer di T-Systems, “dimostra che l’Europa non si limita a parlare di sovranità digitale. La stiamo costruendo. Unendo le nostre reti e le nostre competenze, stiamo creando un ecosistema digitale sicuro, aperto e affidabile made in Europe, per il futuro digitale dell’Europa”. Una collaborazione che “offre all’Europa un unico punto di accesso a un’infrastruttura digitale federata di livello mondiale, preservando al contempo la libertà di scelta degli utenti. È in linea con il nostro obiettivo di migliorare la competitività, la resilienza e la sicurezza dell’Europa attraverso una connettività transfrontaliera e ubiquitaria”, spiega Marco Zangani, direttore della strategia e dell’architettura di rete, Vodafone.

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“Take the Date”, online il nuovo portale degli eventi pubblici ed istituzionali

Un portale per seguire e promuovere gli eventi pubblici e istituzionali che animano il dibattito italiano. Si chiama Take The Date il nuovo grande database realizzato da NOMOS Centro Studi Parlamentari, che raccoglie migliaia di convegni, conferenze stampa, eventi istituzionali, presentazioni e appuntamenti di approfondimento, promossi da istituzioni, aziende, associazioni, fondazioni e think tank.

Eventi che oggi vengono comunicati in modo frammentato – sui siti web degli organizzatori, sui social network, attraverso le agenzie di stampa, la carta stampata, la stampa specializzata e massicci invii di e-mail – trovano finalmente una vetrina unica, ordinata e costantemente aggiornata.

Generare valore in termini di visibilità ed intelligence informativa

“Con Take The Date vogliamo offrire uno strumento semplice ed efficace per aumentare la visibilità degli eventi di interesse pubblico e istituzionale, contribuendo in tal modo a rendere il dibattito più informato, accessibile e partecipato. Aziende e istituzioni hanno oggi l’opportunità di inserire i propri appuntamenti in un portale autorevole, consultato quotidianamente da giornalisti, decisori pubblici, professionisti della comunicazione e stakeholder”, commenta Licia Soncini, presidente e fondatrice di NOMOS Centro Studi Parlamentari.

“In un contesto in cui l’agenda pubblica è sempre più ricca ma frammentata, offriamo un’infrastruttura digitale che organizza i contenuti, amplia il pubblico e trasforma l’agenda degli eventi in uno strumento strategico di posizionamento e relazione. Take The Date è capace di generare valore sia in termini di visibilità sia di intelligence informativa” dichiara Riccardo Malavasi, direttore generale di NOMOS Centro Studi Parlamentari.

Come funziona Take The Date

Il portale consente ad aziende e istituzioni di iscrivere e promuovere i propri eventi in modo semplice e strutturato. Ogni appuntamento viene inserito in un calendario consultabile online, corredato da tutte le informazioni utili: data, luogo, tema, organizzatori e modalità di partecipazione. Gli eventi sono classificati e aggiornati costantemente, permettendo agli utenti di orientarsi facilmente tra le iniziative in programma e di avere una visione completa e affidabile dell’agenda pubblica e istituzionale italiana. Take The Date è pensato sia per chi organizza eventi, che può amplificarne la diffusione e raggiungere un pubblico qualificato, sia per chi li segue, offrendo uno strumento di consultazione quotidiano per non perdere nessun appuntamento rilevante.

Take The Date propone tre livelli di abbonamento pensati per esigenze diverse. Il primo permette di iscriversi alla newsletter settimanale, inserire i propri eventi nel portale e consultare l’intero calendario degli appuntamenti. Per chi usa il portale in modo continuativo c’è l’abbonamento Professional, che aggiunge vantaggi esclusivi come l’accesso all’archivio storico (45mila eventi caricati nel database del sito web), all’agenda istituzionale e l’iscrizione a 2 newsletter tematiche. Infine, il pacchetto Enterprise include tutte le funzionalità di Professional con l’aggiunta dell’iscrizione alle newsletter tematiche e a un’area riservata con calendario interno, archivio e alert personalizzati.

Per informazioni e per iscrivere i propri eventi: www.takethedate.it

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AI4I, il piano 2026-2030. A marzo entra in funzione supercomputer AI Foundry

Presentato il piano strategico 2026-2030 dell’Istituto italiano di Intelligenza Artificiale (AI4I)

I numeri di AI4I testimoniano una partenza solida: a inizio 2026 sono già 92 le aziende produttrici coinvolte nel progetto, con un portafoglio di 124 soluzioni tecnologiche disponibili per essere applicate nei vari settori industriali”.

Questi alcuni dei numeri relativi all’Istituto italiano di Intelligenza Artificiale (AI4I) in occasione di ‘Officine d’Intelligenza’, il primo Forum nazionale sull’Intelligenza Artificiale per l’Industria che si è svolto alle Ogr di Torino.

Presentato inoltre il nuovo piano strategico 2026-2030 che punta a creare un ecosistema fra ricerca scientifica e industria.

All’evento sono intervenuti fra gli altri il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alessio Butti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti.

Il supercomputer AI Foundry

Il progetto, ha spiegato Fabio Pomolli, Presidente di AI4I, mira “a costruire una filiera continua che dalla ricerca conduca all’ingegneria e all’applicazione industriale delle nuove tecnologie di intelligenza artificiale”.

Il piano punta a due obiettivi principali: avviare subito il supercomputer ‘AI Foundry’ e accrescere i ricavi esterni.

A metà marzo 2026, sempre a Torino, è prevista l’entrata in funzione per le imprese del supercomputer ‘AI Foundry’ che secondo l’Istituto offrirà una capacità di archiviazione dati pari a 5 milioni di gigabyte.

Sul fronte economico, invece, il Piano fissa come traguardi 4 milioni di euro di ricavi esterni come prima soglia intermedia e oltre 10 milioni nel medio-lungo periodo.

La piattaforma SUK per ascoltare le imprese

Come annunciato in una nota, inoltre, la struttura verrà aperta ai ricercatori dell’Istituto, alle piccole e medie imprese, alle startup e al mondo delle università.

AI4I ha inoltre creato il SUK (Sistema di Conoscenza per gli Utenti), una sorta di piattaforma di incontro tra domanda e offerta: “Per ascoltare i bisogni delle aziende, trovare la via tecnologica più adatta e accompagnare l’imprenditore durante tutto il progetto”.

L’obiettivo è arrivare a gestire oltre 200 collaborazioni all’anno con il mondo produttivo”, si legge nel comunicato.

Prossimi passi: nel 2027 integrazione AI4I nel progetto europeo delle Gigafactory

Seguendo le prime tappe del Piano, il 2026 dovrebbe essere l’anno del consolidamento della struttura, mentre nel 2027 si provvedere ad integrarla nel progetto della Gigafactory europea, la grande rete comunitaria nata per garantire che l’Europa (e l’Italia con lei) non resti indietro rispetto ai giganti americani e cinesi.

La roadmap include, infine, obiettivi di sistema: consolidamento dello Ias (Institute for advanced study) come infrastruttura di confronto scientifico continuativo e attivazione delle componenti di ecosistema, Academy e StartGarden, dalla formazione alla nascita di spin-off fino ai primi round di finanziamento, con l’obiettivo di coprire l’intera filiera che va dalla ricerca alla valorizzazione industriale dei risultati.

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Stop ai dazi illegali, ma Trump ne firma altri al 15%. Salta l’accordo con l’Ue?

La sentenza della Corte Suprema americana che annulla i dazi voluti da Trump

Dunque, dove eravamo rimasti?”. Rubiamo questa frase storica, pronunciata da Enzo Tortora nel 1987, in occasione del suo ritorno in Rai dopo anni drammatici di vicissitudini processuali e ingiusta detenzione, per riprendere in mano il filo dell’ingarbugliata matassa dei dazi imposti dall’amministrazione Trump alle merci europee in ingresso negli Stati Uniti.

Dunque, dove eravamo rimasti con i dazi imposti alle importazioni dall’Europa? Fin dall’inizio si sapeva benissimo che le tariffe commerciali decise da Trump verso l’Ue erano frutto di un’azione forzata e unilaterale, poiché basate su un’interpretazione espansiva dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977.

La Corte Suprema USA ha emesso (il 20 febbraio 2026) una sentenza clamorosa che boccia i dazi imposti da Trump, riconoscendo nero su bianco quella forzatura, dichiarandoli illegali.

Una decisione che indirettamente potrebbe rimettere in gioco anche gli accordi di luglio 2025, raggiunti da Unione europea e Stati Uniti proprio su quei dazi, nel resort scozzese di Turnberry, proprietà del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alla presenza del capo di Stato USA e della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Dazi che violano la legge federale

La sentenza della Corte Suprema americana ha definito quell’accordo non “un compromesso vantaggioso“, come ci è capitato di sentire più volte anche in Italia, ma un atto anticostituzionale e illecito: bocciando i dazi imposti da Trump tramite l’IEEPA, dichiarandoli illegali per violazione della legge federale.
I giudici (6-3, con relatore John Roberts) hanno stabilito che l’IEEPA del 1977 autorizza il presidente a regolamentare transazioni in emergenze nazionali, ma non a imporre dazi commerciali, competenza esclusiva del Congresso per Costituzione. Di fatto, hanno rigettato l’interpretazione “espansiva” di Trump, notando che il Congresso avrebbe esplicitato tale potere se voluto, come in altre leggi tariffarie.

La Corte ha invalidato specificamente quelli basati su IEEPA, inclusi i dazi reciproci al 15% su prodotti europei concordati in un accordo UE-USA (sospeso dal Parlamento Europeo a gennaio 2026 dopo minacce di Trump). Tuttavia, i dazi settoriali preesistenti su acciaio, alluminio, auto e componenti europei (25%) rimangono validi, essendo basati su altre leggi come il Trade Expansion Act per motivi di sicurezza nazionale.

Trump rilancia con dazi globali al 15% dal 24 febbraio

Nel frattempo, per non rimanere con le mani in mano, il Presidente degli Stati Uniti, a sorpresa, ha annunciato tramite un post su Truth Social di voler alzare i dazi globali dal 10% al 15% con effetto immediato.

Saranno operativi dalla mezzanotte del 24 febbraio e resteranno in vigore per 150 giorni, in base a quanto consentito al Presidente USA dalla alla Sezione 212 del Trade Act del 1974.

Nel giro di pochi mesi, l’amministrazione Trump determinerà ed emetterà le nuove tariffe legalmente ammissibili“, ha scritto Trump sul suo social di proprietà.

Trump si è anche impegnato a introdurre ulteriori obblighi attraverso meccanismi legali alternativi, tra cui 
la Sezione 232 (per motivi di sicurezza nazionale) e la Sezione 301 (per contrastare le pratiche commerciali “sleali”).

Il nodo rimborsi

L’altro problema per Trump è che a seguito dell’annullamento dei dazi potrebbero nascere cause legali e richieste di rimborsi per decine di miliardi di dollari, si parla di 175 miliardi, ma anche di più, fino a 300 miliardi, a seconda dei calcoli, per risarcimenti dovuti a seguito da “entrate illecite” nelle casse del Governo federale americano.

Sui rimborsi decideranno i tribunali, potrebbero volerci settimane o mesi“, ha dichiarato il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent, intervistato dalla Cnn.

Per ora, la Corte Suprema non ha preso alcuna decisione.
C’è da tenere in considerazione anche il parere di uno dei tre giudici che ha votato contro la sentenza della Corte Suprema, Brett Kavanaugh, secondo il quale “l’eventuale procedura di rimborso potrebbe rapidamente sprofondare in un pantano burocratico“.

il governatore dell’Illinois, il democratico JB Pritzker, ha inviato una lettera alla Casa Bianca chiedendo il rimborso di 8,6 miliardi di dollari a 5,1 milioni di famiglie dello stato, circa 1.700 dollari ognuna, per i dazi.

Le vostre tariffe hanno devastato gli agricoltori, fatto infuriare gli alleati e fatto schizzare i prezzi dei generi alimentari“, ha messo in evidenza Pritzker, uno dei papabili candidati democratici alla Casa Bianca nel 2028.

We Pay the Tariffs, un’associazione di difesa delle piccole imprese, ha chiesto all’amministrazione Trump di erogare “rimborsi completi, rapidi e automatici” alle aziende più piccole che si trovano ad affrontare enormi difficoltà finanziarie.

Dall’Italia, i senatori del PD annunciano una interrogazione al Ministro Giorgetti, a prime firme Nicita, Misiani, Manca, Lorenzin: “La Corte Suprema americana ha dichiarato illegittimi i dazi imposti da Trump con l’Ieepa. Lo Stato italiano, in quanto azionista, tra le altre, di Leonardo, Fincantieri, Eni ed Enel, verifichi la sussistenza dei requisiti per agire immediatamente per recuperare le somme indebitamente versate dalle loro sussidiarie americane alle dogane Usa“.
Nella nota a supporto si chiede di sapere se le sussidiarie americane di Leonardo, Eni, Enel risultino ‘importers of record‘ nelle operazioni doganali interessate e quindi se siano giuridicamente legittimate ad attivare procedure di rimborso e contenzioso negli Stati Uniti nel termine di 180 giorni.

Cosa farà l’Ue? Potrebbe essere il momento di rinforzare DSA e DMA in chiave contenimento Big Tech

Dunque dove eravamo rimasti? Siamo sempre nell’incertezza iniziale e nel dubbio di come procedere e reagire. La sentenza della Corte suprema americana ha avuto l’effetto di un tuono che ha attraversato tutto il mondo, ma concretamente deve ancora dimostrare i pieni effetti sui rapporti commerciali con l’Europa.

Oggi al Consiglio Affari Esteri, sebbene l’agenda sia già ricca, si parlerà quasi certamente di dazi. Nelle stesse ore il commissario al Commercio del’Ue, Maros Sefcovic, parteciperà al G7 del Commercio. Ma a muoversi, questa volta più di Ursula von der Leyen, saranno i leader dei singoli Stati dell’Unione, che ovviamente sono in fermento. 

Lo scontro, presto, potrebbe focalizzarsi nuovamente sulle Big Tech. Lo strappo di Trump quasi costringe la Commissione europea a non cambiare il Digital Service Act e il Digital Market Act, odiatissimi Washington e da Elon Musk. Un’altra strada potrebbe essere un confronto più rapido sulla clausola del “Buy European” inserita nell’Industrial Accelerator Act, che però ha già subito uno slittamento al 4 marzo (la presentazione della proposta era prevista per il 26 febbraio).

A questo punto, il celebre bazooka dell’anticoercizione che più volte ad esempio la Francia aveva richiesto, non sarebbe più un tabù.

Per l’Europa è il momento di rialzare la testa? Secondo alcuni si, per altri no. Ad esempio, secondo Varg Folkman, analista dell’European Policy Centre, questa nuova situazione “difficilmente porterà sollievo all’Europa“, perché “significherà un periodo di incertezza“, mentre allo stesso tempo “Trump probabilmente cercherà nuovi modi per riaffermare la sua autorità“.
Se l’Europa rialzerà la testa, ha commentato sul suo social Folkman, è anche molto probabile che il Presidente americano cercherà di tagliargliela.

Bruxelles chiede “piena chiarezza” sui dazi

La Commissione europea chiede piena chiarezza sulle misure che gli Stati Uniti intendono adottare a seguito della recente sentenza della Corte suprema. La situazione attuale non favorisce la realizzazione di scambi commerciali e investimenti transatlantici ‘equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi’, come concordato da entrambe le parti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa. Un accordo è un accordo. In qualità di principale partner commerciale degli Stati Uniti, l’Ue si aspetta che gli Usa onorino gli impegni” si legge in una dichiarazione della Commissione Ue.

Chiarendo subito che nonostante tutto quello che sta accadendo, l’Unione continuerà a lavorare “per ridurre i dazi, come previsto dalla dichiarazione congiunta“. La priorità di Bruxelles è sempre la stessa “preservare un ambiente commerciale transatlantico stabile e prevedibile“.
Una posizione di incertezza e di timore verso tutto quello che accade a negli Stati Uniti, che nel tempo continua a riproporsi, che secondo Thomas Moller-Nielsen di Euractive è legata alla guerra in Ucraina: l’Europa ha paura di perdere il sostegno di Trump nello scontro con la Russia (sempre sul punto di venire meno).

C’è sempre da tenere a mente che il Primo ministro ungherese, Viktor Orbán, è sempre più uno stretto alleato di Donald Trump. “Posso dirvi con certezza che il presidente Trump è profondamente impegnato nel vostro successo, perché il vostro successo è il nostro successo”, ha dichiarato il segretario di Stato americano Marco Rubio, in occasione dell’ultima conferenza stampa ca Budapest (in soccorso per garantire a Orban la rielezione nel delicato voto politico ungherese del 12 aprile prossimo). 
Il Premier ungherese è pronto a votare contro il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina e a porre il veto al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Lo stesso potrebbe fare la Slovenia di Robert Fico e la Repubblica Ceca di Andrej Babiš (con forti somiglianze anche nei discorsi in Italia di Matteo Salvini e in Francia di Marine Le Pen e Jordan Bardella).
Un messaggio chiaro di Washington a Bruxelles: se volete lo scontro non solo vi abbandoniamo in Ucraina, ma faremo in modo che venga messa in discussione la tenuta stessa delle istituzioni europee.

Votazione Europarlamento su testo accordo Ue-Usa rinviata al 4 marzo

In Commissione Commercio Internazionale del Parlamento Europeo il relatore Bernd Lange proporrà la sospensione dei lavori legislativi sull’accordo UE-USA di Turnberry (luglio 2025) fino a chiarimenti USA sui nuovi dazi al 15%. L’appuntamento è fissato per il 4 marzo, quando è stata fissata la riunione per valutare come stanno procedendo gli sviluppi. Il relatore parlamentare ha poi detto che i dazi al 15% decisi l’altro giorno dagli Usa comprendono nuove tariffe totalmente diverse dalle precedenti, molti prodotti al 15% non sono coperti dagli accordi firmati con la Ue.

Mercoledì 25 febbraio è prevista la riunione G7 Commercio Internazionale, con partecipazione italiana (il ministro degli Esteri, Antonio Tajani), per coordinare risposte comuni e informare imprese.

Come riportato da Radiocor Sole 24Ore, fonti italiane hanno indicato che il rappresentante del commercio Usa, Jamieson Lee Greer, ha detto ai ministri del commercio del G7 che l’intenzione dell’amministrazione Trump dopo la sentenza della Corte Suprema Usa è mantenere il quadro dei dazi precedenti, collegandoli però a basi giuridiche differenti. Secondo le stesse fonti, Greer ha detto che lo scopo degli Usa “è agire rapidamente per evitare nuove incertezze, ma vogliamo anche evitare l’idea che possano esserci rimborsi per aziende esportatrici straniere“.

Andrò a Washington con una posizione europea coordinata“, ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz all’emittente tedesca Ard, come riporta Politico, dopo il congresso della Cdu a Stoccarda, sottolineando che la politica tariffaria è una questione che riguarda l’Unione Europea, non i singoli Stati membri.

Il Governo inglese, ha dichiarato un portavoce di Downing Street, si aspetta che la “posizione commerciale privilegiata con gli Stati Uniti continuerà“, cioè i dazi al 10% rimarranno invariati.

Non è chiaro cosa accadrà in seguito con i dazi, è fondamentale che ci sia chiarezza sulle future relazioni tra Stati Uniti ed Europa”, ha invece affermato la Presidente della Bce, Christine Lagarde, in un’intervista a Cbs.

Si riunisce la Task Force Export-Dazi italiana

Oggi si è tenuta la riunione in videocollegamento della Task Force Export-Dazi per fare il punto con le aziende italiane. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, da Bruxelles ha riportato dei primi incontri e contatti avuti oggi con i ministri europei e con i ministri del G7, fra i quali lo US Trade Rapresentative Jamieson Greer e il Commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic.

La Premier italiana, Giorgia Meloni, non ha ancora rilasciato dichiarazioni.
CI ha pensato il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso: “Non bisogna reagire di pancia ma con la testa, tenendo conto che gli Stati Uniti non sono solo il nostro principale mercato extraeuropeo, ma anche il principale alleato politico e militare, necessario per la difesa e la libertà del Continente e garantire le nostre linee di approvvigionamento. Stiamo lavorando con gli altri partner per raggiungere l’autonomia strategica del continente“.

I gruppi Avs, Pd, M5S e Iv hanno chiesto un’informativa urgente nell’Aula della Camera da parte del presidente Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, sulla posizione del Governo rispetto alla sentenza della Corte suprema degli Stati uniti sui dazi imposti dal presidente Donald Trump.

Martedì il discorso di Trump sullo Stato dell’Unione

Intanto, secondo un sondaggio pubblicato da Abc News e Washington Post, il 60% degli americani non approva l’operato di Trump come Presidente degli Stati Uniti e martedì c’è grande attesa per il discorso sullo Stato dell’Unione di fronte al Congresso riunito in seduta comune. A preoccupare di più gli americani c’è l’inflazione, l’impatto dei dazi voluti da Trump sull’economia americana, la geopolitica e la gestione dei migranti.

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Garante Privacy, altolà al comune di Pescara: no body cam alla polizia locale

Parere negativo del Garante Privacy alla valutazione di impatto sulla protezione dei dati personali presentata dal comune di Pescara relativa alle body cam da fornire agli agenti di polizia locale nell’ambito delle attività ausiliarie di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria.

Numerose le criticità riscontrate nel sistema nonostante le indicazioni fornite dall’Autorità nel corso di più interlocuzioni. Per quanto riguarda la sicurezza delle soluzioni tecnologiche scelte, il Garante ha accertato che le modifiche inserite nell’ultima valutazione di impatto non forniscono risposta alle richieste di approfondimento tecnico formulate dall’Ufficio.

Sistema di gestione dati made in Usa

In particolare, posto che il sistema informatico per la gestione dei dati elaborati dalle body cam è fornito da un’azienda statunitense, il comune non ha chiarito se tale scelta abbia tenuto conto di altre soluzioni presenti nel mercato e degli aspetti di protezione dei dati connessi a un trattamento ad elevato rischio come quello effettuato attraverso le body cam.

Fornitore potrebbe accedere ai dati?

Il Garante inoltre ha riscontrato l’assenza di misure di sicurezza in grado di escludere che il fornitore del servizio possa accedere in chiaro ai dati trattati dal Comune. Accesso che comporterebbe un trasferimento dei dati verso paesi terzi, in violazione della Direttiva Ue 2016/680 e della normativa privacy.

Sim presente nella body cam

Il trasferimento di dati personali per scopi di law enforcement, competenza non attribuibile alla società statunitense, è infatti regolato da norme specifiche che impongono rigorose garanzie per trasferimenti transfrontalieri, inclusi accordi vincolanti e un livello adeguato di protezione dei dati nel paese terzo.

Tra le altre criticità anche la presenza di una sim all’interno della body cam su cui non sono stati forniti chiarimenti.

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Altman: “Servono regole urgenti per l’AI”. E rilancia un’Agenzia globale sul modello dell’Energia Atomica (AIEA)

Il mondo ha urgente bisogno di regole per governare lo sviluppo accelerato dell’AI. È il messaggio lanciato da Sam Altman, ceo di OpenAI (produttore di ChatGPT), intervenendo all’AI Impact Expo, vertice globale ospitato a Nuova Delhi. “Non sto suggerendo che non abbiamo bisogno di regolamentazioni o garanzie. Ne abbiamo urgente bisogno, come per qualsiasi altra tecnologia di questa potenza”, ha dichiarato.

Altman ha evocato la possibilità di istituire un organismo internazionale di coordinamento, sul modello dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), per supervisionare gli sviluppi più sensibili della tecnologia. Un parallelo che richiama la natura “dual use” dell’AI e i rischi connessi ai suoi impieghi più avanzati.

Altman e la democratizzazione dell’AI

Altman ha poi ribadito una visione che OpenAI sostiene da tempo: “La democratizzazione dell’AI è il modo migliore per garantire la prosperità dell’umanità”. Ma ha messo in guardia da derive centralizzatrici: “La centralizzazione di questa tecnologia in un’unica azienda o paese potrebbe portare alla rovina”. Un equilibrio delicato, dunque, tra apertura e controllo.

“I prossimi anni metteranno alla prova la società globale, poiché questa tecnologia continua a migliorare a un ritmo rapido. Possiamo scegliere di dare potere alle persone o di concentrare il potere”, ha concluso Altman, sintetizzando la posta in gioco: governance, accesso e distribuzione dei benefici.

Microsoft e il divario globale dell’AI

Sempre da Nuova Delhi è arrivato anche l’annuncio di Microsoft: 50 miliardi di dollari per contrastare quella che l’azienda definisce una crescente disuguaglianza nell’accesso all’AI. “Dobbiamo agire con urgenza per colmare il crescente divario nell’intelligenza artificiale”, hanno dichiarato il presidente Brad Smith e la responsabile AI Natasha Crampton in una nota congiunta. “L’intelligenza artificiale si sta diffondendo a una velocità impressionante, ma la sua adozione in tutto il mondo rimane profondamente disomogenea”.

L’impegno, destinato alle economie in via di sviluppo entro il 2030, va confrontato con gli circa 80 miliardi di dollari investiti da Microsoft nei data center solo lo scorso anno, più della metà dei quali concentrati negli Stati Uniti, a conferma delle attuali asimmetrie infrastrutturali. In programma al vertice era atteso anche Bill Gates, che ha però annullato la partecipazione all’ultimo momento sullo sfondo delle polemiche sui presunti legami con Jeffrey Epstein.

Altman e la rivalità con Dario Amodei di Anthropic

A margine del summit, un’immagine ha fatto il giro del mondo: Sam Altman e Dario Amodei, ceo dei rivali OpenAI e Anthropic, posizionati uno accanto all’altro nella foto di gruppo, non si sono stretti la mano. Braccia alzate ma separate, sguardi non incrociati, occhi rivolti verso la platea.

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