In Italia pochi giudici e pm, ma spendiamo di più in Europa

La giustizia costa 5,9 miliardi l’anno, sopra la media. Per una sentenza 2.356 giorni

In sei anni e mezzo può nascere un figlio, imparare a camminare e a leggere, iniziare la scuola primaria e arrivare fino alla seconda elementare. Ed è lo stesso tempo che in Italia serve in media per chiudere una causa civile o commerciale: 2.356 giorni. Per la precisione ci vogliono 540 giorni per il primo grado, 753 giorni per il secondo grado, 1.063 invece per il terzo grado. Questi dati sconfortanti e che certificano il problema di una giustizia al rallentatore in Italia arrivano dal Rapporto Cepej 2024 sui sistemi giudiziari europei, pubblicato dalla Commissione per l’efficacia della giustizia del Consiglio d’Europa.

Quanti giudici e pm ha l’Italia

In vista del referendum sulla Giustizia, durante il qual gli italiani dovranno decidere sull’estrazione a sorte (all’interno di elenchi) dei magistrati e dei giudici del Csm, che diventano due, e sulla separazione delle loro carriere, è bene andare a vedere che cosa dicono i numeri. E, come vedremo nel dettaglio, i numeri dicono che spendiamo più della media anche se abbiamo, sempre in media, meno giudici e pm del resto d’Europa. Ma intanto vediamo che cosa dicono i numeri sui tempi della giustizia.

Dietro ai 2.356 giorni necessari per arrivare a una sentenza non ci sono solo fascicoli e scadenze, ma persone in carne e ossa. In un Paese di 58.850.717 abitanti, l’Italia dispone di 12,2 giudici professionali ogni 100.000 abitanti: in valore assoluto significa circa 7.180 giudici. Se si prende come riferimento la mediana dei Paesi del Consiglio d’Europa, l’Italia non figura tra quelli con la maggiore presenza di giudici: il valore centrale europeo è 17,6 giudici ogni 100.000 abitanti.

Il divario si amplia ulteriormente se si guarda ai pubblici ministeri: in Italia sono 3,8 ogni 100.000 abitanti, contro una mediana europea di 11,2, che corrisponde in termini assoluti a circa 2.235 pubblici ministeri sull’intero territorio nazionale. Anche il personale non togato, cioè il personale amministrativo che di fatto permette l’attività quotidiana di tribunali e procure, si colloca sotto il punto centrale europeo: 44,1 ogni 100.000 abitanti, mentre la mediana è 57,9. Che i tempi lenti della giustizia italiana dipendano da una carenza di personale?

Quanti magistrati aderiscono all’Anm

C’è una differenza evidente tra i numeri riportati dal Rapporto del Consiglio d’Europa e quelli diffusi dall’Associazione nazionale magistrati, legata ai diversi criteri statistici adottati e alla distinzione tra le funzioni della magistratura. L’Anm è l’organismo rappresentativo dei magistrati ordinari italiani: non è un organo istituzionale, ma un’associazione che tutela l’autonomia e l’indipendenza della categoria e ne rappresenta le posizioni nel dibattito pubblico. Se si considerano i dati dell’Associazione, gli iscritti sono 9.149 su un totale di 9.657 magistrati nel ruolo organico  (adesione superiore al 95%).

Quanto costa la giustizia italiana

Sebbene i tempi della giustizia italiana siano lunghissimi, l’Italia è uno dei paesi che spende più del valore centrale europeo per la giustizia. O forse è proprio per colpa dei tempi lunghi. Comunque secondo il Rapporto del Consiglio d’Europa la spesa complessiva del sistema giudiziario italiana è stata pari nel 2022 a 5.921.758.141 euro, con un aumento del 21,6% rispetto alla rilevazione del 2020.

In termini pro capite significa 100,6 euro per abitante, pari allo 0,31% del prodotto interno lordo: entrambi i valori sono superiori alla mediana dei Paesi del Consiglio d’Europa. La sola voce destinata ai tribunali raggiunge 67,2 euro per abitante, in crescita rispetto ai 53,4 euro del 2020. Anche il patrocinio a spese dello Stato assorbe una quota significativa: 6,3% del budget complessivo, pari a 6,4 euro per abitante.

Quanto guadagnano giudici e pubblici ministeri

Anche sul piano delle retribuzioni il confronto con la mediana del Consiglio d’Europa offre un’indicazione precisa. All’inizio della carriera un giudice italiano percepisce 46.812 euro lordi annui, mentre un pubblico ministero 42.249 euro. La mediana europea per la stessa fase di carriera è 57.500 euro: in valore assoluto l’Italia si colloca quindi al di sotto del punto centrale della graduatoria.  A fine carriera le cifre crescono però in modo significativo: 100.367 euro per i giudici e 70.090 euro per i pubblici ministeri. Anche in questo caso, però, la mediana europea è più alta e raggiunge 194.005 euro.

Se i giudici italiani guadagnano meno rispetto a colleghi europei, sicuramente sono ben remunerti rispettto agli stipendi che girano in Italia. Se si guarda infatti al rapporto con la retribuzione media nazionale, il quadro cambia prospettiva: all’inizio della carriera lo stipendio di un magistrato è pari a 1,7 volte il salario medio, mentre a fine carriera arriva a 5,8 volte.

Quanti procedimenti gestiscono le procure

Oltre ai tempi e alle risorse, il Rapporto misura anche il carico di lavoro effettivo del sistema. Nel 2022, in primo grado, si registrano 2,23 procedimenti civili ogni 100 abitanti, 1,87 procedimenti penali e 0,09 procedimenti amministrativi. Su scala nazionale significa milioni di fascicoli che ogni anno entrano negli uffici giudiziari. Sul versante delle procure il dato è ancora più specifico e riguarda esclusivamente i pubblici ministeri: nel 2012 ciascun pubblico ministero riceveva in media 1.811,33 procedimenti, mentre nel 2022 il numero scende a 1.192,80.

Quanto agli esiti, il 69% dei procedimenti viene archiviato nell’anno di riferimento, mentre il 17% arriva in giudizio. Tra le archiviazioni, il motivo principale è la mancata identificazione dell’autore, che incide per il 60% dei casi. I numeri mostrano un sistema che continua a gestire un flusso elevato di procedimenti, con una forte selezione nella fase delle indagini e un carico ancora significativo per ogni pubblico ministero.

Tribunali italiani e riduzione dell’arretrato

C’è però un numero che ribalta l’idea più diffusa. Se pensiamo ai tribunali come a una pila di fascicoli sulla scrivania, nel 2022 quella pila, almeno in teoria, si è assottigliata. Nel civile, per ogni 100 nuove cause iscritte in primo grado, ne sono state chiuse 104; in secondo grado addirittura 126. Nel penale il rapporto è di 105 in primo grado e 112 in secondo. Nell’amministrativo si arriva a 134 già al primo grado. In parole semplici: il sistema oggi definisce più procedimenti di quanti ne riceva, e quindi riduce progressivamente l’arretrato.

Informatizzazione della giustizia italiana: dati positivi

Se c’è un terreno su cui l’Italia gioca in attacco è quello del digitale. Messa in modo semplice: nei tribunali italiani la tecnologia è usata più che nel Paese “medio” europeo. L’indice di diffusione delle tecnologie informatiche vale 6,49 su 10, mentre il valore centrale dei Paesi del Consiglio d’Europa si ferma a 4,16. Il distacco è evidente e per una volta è in chiave positiva.

Ancora più chiaro è il dato sull’accesso digitale alla giustizia, che arriva a 6,88, e quello del settore civile, che tocca 7,67. Significa che strumenti come il deposito telematico degli atti, la consultazione online dei fascicoli e la gestione digitale delle procedure sono più diffusi rispetto al punto centrale europeo. In un sistema che resta lento nei tempi e ha meno magistrati della mediana, la tecnologia è uno dei pochi indicatori sopra la soglia europea e può rappresentare una base concreta da cui partire per migliorare ulteriormente l’efficienza della giustizia italiana.

Fonte: Rapporto Cepej 2024 sui sistemi giudiziari europei, Associazione Nazionale Magistrati
I dati sono aggiornati al 2022

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Guterres (ONU): “L’AI deve appartenere a tutti, investire 3 miliardi di dollari nei Paesi poveri”

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, in India “al primo vertice sull’AI nel Sud del mondo

L’intelligenza artificiale è la tecnologia del secolo. Si è partiti con i computer, poi con gli smartphone e i social, nel frattempo si è lanciata la trasformazione digitale di intere economie e società, ora si deve stabilire come gestire l’accesso alla tecnologia chiave del nuovo secolo: l’AI.

Un problema non dei Paesi più ricchi e che guidano le sorti del pianeta, ma di tutti, perché se parliamo di una tecnologia che potrebbe cambiare il corso della storia e in maniera profonda.
L’AI è quell’innovazione “disruptive” che, come spiegava decenni or sono l’economica americano Clayton Christensen, trasforma radicalmente mercati o settori esistenti, spesso creando nuovi modelli di business e cambiando i connotati allo status quo economico-finanziario.

Parlando in occasione della cerimonia di apertura dell’India Artificial Intelligence (AI) Impact Summit, a Nuova Delhi, il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha dichiarato: “Il futuro dell’intelligenza artificiale non può essere deciso da una manciata di Paesi o lasciato ai capricci di pochi miliardari”.

Il “primo vertice sull’AI nel Sud del mondo”, ha chiarito Guterres, deve avvicinare i Paesi che questo momento sono ai margini di questa trasformazione radicale “alle realtà che stanno plasmando gran parte del mondo”, cioè Big Tech e loro Governi.

Da sinistra Ashwini Vaishnaw, ministro dell’Elettronica e della tecnologia dell’informazione, ministro delle Ferrovie e ministro dell’Informazione e della radiodiffusione dell’India; Kristalina Georgieva direttore generale Fmi-Imf; Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu

AI per tutti”, non solo i più ricchi, dice Guterres: ma “abbiamo bisogno di barriere che preservino l’azione umana

Partendo dal presupposto che “l’AI deve appartenere a tutti”, proprio come tutte le altre grandi innovazioni che hanno cambiato la storia dell’umanità, pensiamo all’elettricità e le sue applicazioni industriali e per usi civili, il Segretario generale dell’ONU ha chiesto di “avviare un dialogo globale sulla governance dell’AI all’interno delle Nazioni Unite, in cui tutti i Paesi, insieme al settore privato, al mondo accademico e alla società civile, possano esprimere la propria opinione. Abbiamo bisogno di barriere che preservino l’azione umana, la supervisione umana e la responsabilità umana”.

La prima occasione concreta di avviare un “Dialogo globale, come lo chiama Guterres, sarà a Ginevra, a luglio 2026, dove si terrà un summit sotto la supervisione delle Nazioni Unite: “per allineare gli sforzi, tutelare i diritti umani, prevenire gli abusi e promuovere misure di sicurezza comuni, fondamento dell’interoperabilità, che crei fiducia transfrontaliera tra autorità di regolamentazione e aziende e trasformi la compatibilità in opportunità”.

Un Fondo globale da 3 miliardi di dollari per portare la tecnologia tra i più poveri: “è meno dell’1% del fatturato annuo di una Big Tech

Per rendere questa tecnologia accessibile alla maggioranza dell’umanità, bisogna però concentrarsi sui proprio sui Paesi del Sud globale, dove vive la parte più fragile dell’umanità. Guterres chiede l’istituzione di “un Fondo Globale per l’IA per sviluppare le capacità di base nei paesi in via di sviluppo: competenze, dati, potenza di calcolo accessibile ed ecosistemi inclusivi. Il nostro obiettivo è di 3 miliardi di dollari”.

Si tratta di meno dell’1% del fatturato annuo di una singola azienda tecnologica, ha ricordato a tutti il Segretario generale dell’ONU.

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Tra grandi vantaggi e rischi da mitigare

Certo l’AI ha un potenziale enorme, lo vediamo bene anche in questa parte di mondo e per questo deve essere “vantaggiosa per tutti”, ha detto Guterres, perché “può promuovere il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, perché può “accelerare le innovazioni in campo medico”, “ampliare le opportunità di apprendimento”, “rafforzare la sicurezza alimentare”, “potenziare l’azione per il clima e la preparazione alle catastrofi” o “migliorare l’accesso ai servizi pubblici essenziali”.

C’è però un lato oscuro che non va mai sottovalutato, se mal gestita o se finisse nelle mani sbagliate, l’AI potrebbe “aggravare le disuguaglianze, amplificare i pregiudizi e alimentare i danni” e di certo può essere motivo di “sfruttamento, manipolazione e abusi”, per questo è centrale la regolamentazione di questa tecnologia in chiave di maggiore sicurezza, per tutti gli esseri umani e in particolar modo per i minori.

Ultimo punto, non meno importante degli altri, ha precisato il Segretario generale dell’ONU nel suo dicorso, c’è il tema dell’impatto ambientale dell’AI e delle sue infrastrutture critiche: “Con l’aumento della domanda di energia e acqua da parte dell’AI, i data center e le catene di approvvigionamento devono passare all’energia pulita, [non] spostare i costi sulle comunità vulnerabili”.

AI, lavoro dignitoso e democrazia

Dobbiamo investire nei lavoratori affinché l’AI aumenti il potenziale umano, non lo sostituisca”, ha sottolineato Guterres. Le risorse del Fondo servono anche a questo, perché per sviluppare un modello di impiego democratico e sicuro di ogni tecnologia ‘disruptive’ bisogna sempre partire dal garantire lavoro giusto e dignitoso alle persone. Esiste un nesso forte tra diritti sociali, etica tecnologica e sviluppo inclusivo dell’AI, che in qualche modo è stato anche ribadito da Papa Leone XIV, con il richiamo all’enciclica Rerum Novarum del 1891.

Solo attraverso il lavoro dignitoso, la formazione continua, la protezione dalle discriminazioni e l’attenzione alle transizioni occupazionali, si può evitare che l’AI accentui disuguaglianze o dequalifichi le professioni, orientando invece l’innovazione al servizio dell’uomo. È questo approccio etico a garantire che la tecnologia rispetti i diritti fondamentali, riducendo rischi dell’automazione selvaggia che crea disoccupazione tecnologica, marginalizzazione dei più deboli e distruzione delle organizzazioni democratiche.

A cavallo tra XIX e XX secolo, la Rerum Novarum ha imposto una riflessione storica molto avanzata per i tempi su lavoro, capitale e giustizia sociale. A quei tempi l’industrializzazione nascente, ma rapida come oggi lo è il progresso tecnologico, stava minacciando la coesione sociale e la dignità dei lavoratori. L’innovazione digitale rischia di riproporre le stesse dinamiche, le stesse minacce.

Difendere il valore del lavoro nell’era dell’AI significa difendere l’uomo e riaffermare i principi di solidarietà, sussidiarietà e centralità dell’essere umano nel mondo da lui creato.

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Cavi sottomarini, l’Europa è meno fragile di quanto sembri? Italia in prima linea nella difesa Ue

I ripetuti atti di sabotaggio nel Mar Baltico hanno sollevato il timore di una massiccia interruzione delle telecomunicazioni in Europa, ma le cose non stanno così.

L’Europa ha avviato un importante piano per migliorare la propria resilienza. Ne scrive oggi La Tribune, sottolineando che il nostro continente è già in grado di reagire rapidamente a questo tipo di attacco, come hanno ricordato mercoledì al Senato francese due aziende specializzate come Alcatel Submarine Networks e Orange Marine.

In rapida successione, alla fine di dicembre, tre cavi di comunicazione sottomarini sono stati recisi nel Mar Baltico. Si è trattato probabilmente di un sabotaggio attribuito ai russi. Ciò è stato sufficiente a riaccendere i timori di una massiccia paralisi delle telecomunicazioni europee, innescata un giorno da Mosca. Sebbene gli atti di sabotaggio si verifichino regolarmente in quest’area e causino una diffusa ansia tra le popolazioni locali, l’Europa ha a disposizione alcune risorse per affrontare questo nuovo tipo di guerra. È quanto hanno sottolineato i rappresentanti di Alcatel Submarine Networks e Orange Marine durante la loro audizione davanti alla Commissione Affari Economici del Senato giovedì 18 febbraio.

Cavi guasti? L’Europa può contare sulla flotta francese

La principale difesa dell’Unione Europea in caso di sabotaggio è la sua flotta di navi posacavi. “La Francia da sola possiede un quarto della capacità mondiale”, ha osservato Didier Dillard, Presidente di Orange Marine. I responsabili della manutenzione possono intervenire in meno di 24 ore su richiesta dei proprietari dei cavi, che monitorano costantemente la loro infrastruttura.

Le squadre partono dai magazzini dove sono stoccati i cavi. Possono essere mobilitate cinque navi. Orange Marine opera da Brest, La Seyne-sur-Mer o Catania, in Italia. Alcatel Submarine Networks opera da Calais e Greenwich, in Inghilterra. Le riparazioni vengono quindi completate in pochi giorni. “A differenza dei cavi elettrici, i cavi per le telecomunicazioni vengono riparati rapidamente”, ha detto Orange Marine.

Ridondanza, la chiave della resilienza. Orange pronta a intervenire, ma non gratis

Ma cosa accadrebbe in caso di diverse interruzioni importanti e simultanee in diverse località? “Potremmo anche mettere a disposizione le nostre navi posacavi. Siamo pronti a collaborare con le autorità competenti per questo tipo di scenario di emergenza, a condizione che i dettagli siano chiaramente definiti”. In breve, Orange è disposta a dare una mano, ma non gratis… e si aspetta di essere pagata per una missione di emergenza che distoglierebbe le sue navi dall’attività commerciale.

Aumentare il numero di cavi

Inoltre, l’arma migliore in Europa per prevenire questo tipo di attacco è aumentare il numero di cavi. “La resilienza dipende innanzitutto dalla ridondanza della rete per reindirizzare il traffico su altre rotte”, ha sottolineato Alain Biston, Presidente di Alcatel Submarine Networks (ASN). Questo è già in parte vero, poiché l’operatore finlandese Elisa, vittima di una delle recenti interruzioni nel Mar Baltico, sostiene di essere riuscito a mantenere i propri servizi senza alcun impatto sugli utenti. “Sono necessarie da tre a cinque rotte per lo stesso percorso, cosa che gli operatori stanno già facendo scambiandosi coppie di fibre sui rispettivi cavi”, ha aggiunto il dirigente di ASN.

Il piano europeo per rafforzare la sicurezza

Consapevole della posta in gioco in queste infrastrutture critiche, la Commissione Europea ha annunciato il 5 febbraio un investimento di 347 milioni di euro per progetti strategici di cavi sottomarini, di cui 20 milioni di euro per rafforzare le capacità di riparazione europee, con particolare attenzione al Mar Baltico.

Ha inoltre pubblicato un kit di strumenti che raccomanda le migliori pratiche per prevenire una serie di rischi, dalle interruzioni accidentali (che si verificano tre o quattro volte all’anno) allo spionaggio, ai disastri naturali e alle interruzioni di corrente. Raccomanda specificamente di ridurre la dipendenza da fornitori extraeuropei, di interrare i cavi più in profondità e di utilizzare strumenti di rilevamento avanzati e cavi con sensori per migliorare il monitoraggio.

L’Italia ha deciso di rendere obbligatorie le raccomandazioni della Ue sulla sicurezza dei cavi sottomarini

“L’Italia ha deciso di rendere obbligatorie le sue raccomandazioni. Spetta a ciascun Stato membro decidere se attuarle o meno. In ogni caso, le soluzioni tecniche esistono”, osserva Alain Biston. Resta da vedere se la Francia seguirà l’Italia su questa strada.

 L’Italia sta attivamente recependo le linee guida europee, inclusi il “Cable Security Toolbox” e le misure di sicurezza per i cavi sottomarini, in conformità con la strategia UE del 2024-2026.

  • Il Pacchetto UE (5 Febbraio 2026): La Commissione Europea ha annunciato un pacchetto per rafforzare la sicurezza dei cavi sottomarini, che include la pubblicazione del “Cable Security Toolbox” (strumenti di mitigazione del rischio) e lo stanziamento di 347 milioni di euro in fondi (Connecting Europe Facility – CEF Digital) per progetti strategici.
  • Contesto Italiano: L’Italia è inclusa tra le aree prioritarie (“urgenti”) per la sicurezza dei cavi, in particolare per la protezione delle infrastrutture critiche nel Mediterraneo.
  • Recepimento e Azioni: Il quadro normativo italiano si sta allineando alle raccomandazioni UE (come la Raccomandazione 2024/779 e il Piano d’azione del 2025). Le azioni includono la semplificazione delle procedure autorizzative (tramite sportello unico SINFI), il monitoraggio avanzato, il sostegno alla produzione di cavi e la gestione di “Progetti di Interesse Europeo” (CPEI).
  • Fondazioni Tecniche: Il governo italiano sta lavorando sul “Cable Security Toolbox”, che definisce misure di sicurezza concrete per prevenire, individuare e riparare danni a cavi dati e di energia, inclusa la protezione da sabotaggi.

Cavi sottomarni in Italia non da “colabrodo”

La situazione dei cavi sottomarini in Italia non è da “colabrodo”, ma è considerata estremamente critica e strategica, posizionando l’Italia come un hub fondamentale nel Mediterraneo, il che la rende al contempo un target di alto profilo. Non siamo indifesi, ma la vulnerabilità è intrinseca alla natura stessa di queste infrastrutture, che trasportano oltre il 99% dei dati intercontinentali.

Il Ruolo dell’Italia: Hub Strategico nel Mediterraneo

  • Posizione Chiave: L’Italia, in particolare la Sicilia, è un punto di approdo fondamentale per i cavi che collegano Europa, Asia e Africa.
  • Progetti Recenti: Progetti come il cavo “Blue”, che passa per la Liguria collegando Francia e Giordania, evidenziano la centralità italiana nelle dorsali di internet.
  • Rete Elettrica: Terna gestisce circa 1.800 km di cavi elettrici sottomarini, tra cui il tecnologico Tyrrhenian Link, ponendo l’Italia all’avanguardia per la resilienza energetica. 

La Difesa: Come sta reagendo l’Italia e l’Europa

  • Monitoraggio Crescente: Le autorità italiane stanno aumentando il monitoraggio e la vigilanza sui cavi strategici.
  • Sicurezza NATO/UE: L’Italia ospita reti della NATO per la protezione delle infrastrutture sottomarine critiche.
  • Protezione Fisica: Nelle zone costiere, i cavi vengono solitamente interrati utilizzando aratri sottomarini per proteggerli da ancore e attività di pesca.

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Lavoro e AI, il Ministero pubblica il primo documento per l’Osservatorio nazionale

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato il documento “Verso l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro – Raccolta di contributi a supporto dell’avvio dei lavori dell’Osservatorio”.

Si tratta del primo passo formale verso la nascita dell’Osservatorio nazionale dedicato all’adozione dell’AI nei contesti lavorativi, uno strumento che dovrà monitorare e accompagnare la trasformazione in corso.

Il testo non è ancora un atto programmatico, ma una raccolta strutturata di contributi eterogenei che punta a offrire una base analitica per l’avvio dei lavori.

L’obiettivo è mettere a sistema punti di vista diversi sui principali ambiti di impatto dell’AI, attraverso dati, rassegne, studi e casi applicativi utili a inquadrare fenomeni, criticità e opportunità per il mercato del lavoro.Il quadro è volutamente composito: approcci e sensibilità differenti sono organizzati lungo alcune aree tematiche prioritarie, in parte coerenti con quelle individuate dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, per restituire la complessità della transizione digitale in atto.

Il contesto europeo e internazionale

Una prima sezione è dedicata allo scenario europeo e globale. Il riferimento centrale è l’AI Act e il nuovo quadro regolatorio dell’Unione europea, affiancato da analisi macroeconomiche sugli effetti dell’AI in termini di produttività, distribuzione del valore, occupazione e struttura del sistema economico. Il capitolo riporta dati sulla diffusione delle tecnologie digitali nei luoghi di lavoro, analisi settoriali per intensità di utilizzo dell’AI e un confronto tra i modelli di governance di Unione europea, Stati Uniti e Cina, mettendo in luce differenze di approccio tra regolazione, mercato e intervento pubblico.

La strategia italiana e il nodo competenze

Ampio spazio è dedicato alla strategia nazionale sull’AI e al sistema della ricerca. Il documento illustra il quadro normativo di recepimento dell’AI Act e richiama i contenuti della Strategia Italiana per l’AI 2024-2026. Centrale è il tema delle competenze: formazione, riqualificazione e skill mismatch vengono analizzati con particolare attenzione al divario tra domanda e offerta di profili STEM e all’evoluzione degli investimenti delle imprese nei processi di digitalizzazione.

L’adeguamento delle competenze emerge come condizione chiave per governare l’impatto dell’AI sull’occupazione.

AI: professioni esposte e impatto sull’occupazione

Un capitolo specifico affronta l’esposizione delle professioni all’AI. Vengono presentati strumenti di misurazione utili a valutare l’impatto delle tecnologie sulle attività lavorative e sulle traiettorie occupazionali, con un’analisi delle caratteristiche socio-professionali delle occupazioni più esposte.

Il documento approfondisce anche le dinamiche di mobilità e ricollocazione, la dimensione territoriale e le implicazioni dell’AI per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, tema sempre più rilevante alla luce dell’automazione di processi e decisioni.

Adozione nelle imprese e ruolo della PA

Un’altra sezione analizza l’utilizzo dell’AI nelle imprese, evidenziando differenze dimensionali e territoriali nell’adozione delle tecnologie. Sono riportati dati sull’impiego delle diverse soluzioni, sul profilo delle aziende utilizzatrici e sul posizionamento dell’Italia nel confronto europeo.

Non manca un focus sulle piattaforme digitali e sulle competenze digitali nella pubblica amministrazione, ambito strategico per la diffusione sistemica delle tecnologie e per l’efficienza dei servizi.Casi studio, regolazione e governanceIl documento include casi studio e approfondimenti tematici relativi all’applicazione dell’AI nei contesti produttivi e nei servizi.

Si affrontano aspetti di regolamentazione, iniziative di sostegno pubblico alla ricerca e all’innovazione, applicazioni in materia di sicurezza sul lavoro e il ruolo dei luoghi di lavoro come spazio di governance delle tecnologie. L’adozione dell’AI viene così letta non solo come fattore tecnologico, ma come processo organizzativo e sociale.

Il confronto con gli stakeholder

Infine, trovano spazio esperienze, punti di vista e proposte di diversi stakeholder, anche privati, che rappresentano un punto di partenza per il dibattito interno all’Osservatorio.

Il testo viene presentato come una base di lavoro aperta, destinata a essere arricchita nel confronto tra istituzioni, parti sociali, mondo produttivo e comunità scientifica.

L’avvio dell’Osservatorio si inserisce in un contesto in cui l’adozione dell’AI nei processi produttivi e nei servizi è in crescita, ma ancora caratterizzata da forti differenze settoriali e territoriali.

La sfida sarà trasformare l’analisi in strumenti operativi di monitoraggio e indirizzo, capaci di supportare un’adozione consapevole, trasparente ed efficace dell’AI nel mondo del lavoro, riducendo i rischi e valorizzando le opportunità per occupazi

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Data Center, cancellata la discriminazione su quelli già esistenti e no a fondi pubblici per i soli progetti dei privati

Data center e rete elettrica: le regole cambiano

Il decreto Bollette approvato in Cdm semplifica le autorizzazioni per i data center. Prevede un procedimento unico. Fino a 300 MW decide la Regione, sopra i 300 MW decide il MASE. L’obiettivo è accelerare gli investimenti senza perdere il controllo ambientale. Il provvedimento fissa un termine perentorio di dieci mesi per concludere l’iter, comprensivo di valutazioni ambientali e paesaggistiche.

Parallelamente, si impone una maggiore trasparenza nella gestione della rete:
• Terna sarà obbligata a mappare e pubblicare la capacità residua della rete di trasmissione, permettendo agli investitori di sapere in anticipo dove è possibile connettere nuovi impianti.
• Si aprono i primi quadri regolatori per la cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCUS), definendo i criteri di accesso alle infrastrutture di trasporto per le industrie “hard-to-abate”.

Peritore (AIIP): “Inclusi nel provvedimento anche i data center esistenti”

“Mi sembra un testo che fa proprie le posizioni che AIIP ha espresso nel tempo nel dibattito sui data center in merito alla necessità di includere nei provvedimenti, senza creare disparità, anche i data center già esistenti (ampliamenti), e di non incidere sulla finanza dell’amministrazione pubblica per infrastrutture ad uso esclusivo di progetti privati”. Così il Presidente dell’AIIP Giuliano Peritore, che trova “curiosa forse l’agevolazione per utenze oltre i 200kV che posso immaginare riguardi un numero estremamente ridotto di progetti, che tra l’altro hanno risorse finanziarie non indifferenti per gestire gli adempimenti burocratici”.

Legge delega, ancora un rinvio di due settimane al 24 febbraio

In parallelo al decreto legge del Governo, il Parlamento sta lavorando alla legge delega. La calendarizzazione è stata rinviata di due settimane al 24 febbraio, in attesa del parere della Commissione Bilancio, che peraltro aveva già stoppato il provvedimento a settembre scorso per mancanza di coperture.

Per migliorare il testo, chiedendo di cancellare alcune storture e discriminazioni, Key4Biz nella prima settimana di agosto scorso aveva iniziato una campaign con una serie di interviste a partire dal relatore del testo Vincenzo Amich (FDI), poi con i primi firmatari delle altre proposte di legge poi confluite nel testo unico, come Antonino Iaria (M5S) e Giulia Pastorella (Azione), passando poi con Andrea Casu (PD) “Non costruire la scorciatoia per qualcuno” fino ai rappresentanti di AIIP, in primis con il suo presidente Giuliano Peritore “La norma favorisce le Big Tech e dà il colpo di grazia all’ecosistema italiano dell’innovazione” e poi con Antonio Baldassara “La norma un escamotage per favorire i ‘palazzinari’ tecnologici”.

A dicembre scorso, 4 mesi dopo la pubblicazione dei nostri articoli, possiamo dire che i frutti sono stati raccolti.

Data Center, le 4 novità:

  1. Non più “deroga alle norme e agli strumenti urbanistici, ma “semplificazione della normativa urbanistica”.
  2. i data center esistenti non vengono più esclusi dall’ambito di applicazione della legge. Inizialmente, erano stati tagliati fuori. Una follia.
  3. Per cui, se nei decreti attuativi dovesse essere istituito un beneficio questo dovrà essere anche a favore dei data center esistenti, ossia a chi ha già investito in Italia per realizzare i data center.
  4. Sul codice ATECO è stata effettuata una correzione di forma. Prima era esclusivo per la “costruzione e indirettamente potenziamento” ora è esplicito che riguarda anche “ampliamento o gestione”.

Vedremo ora come andrà a finire.

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L’analisi ASviS. I rischi dell’AI dalla disinformazione alle infrastrutture critiche

L’intelligenza artificiale sta entrando in una fase in cui la potenza di calcolo, la capacità dei modelli e la loro diffusione crescono più velocemente delle strutture di controllo. Entro il 2030 i sistemi saranno più autonomi, multimodali e integrati nei processi decisionali pubblici e privati. La traiettoria, però, non è neutra: aumenta la scala dei benefici, ma crescono anche i rischi sistemici, dalla disinformazione automatizzata alla vulnerabilità delle infrastrutture critiche.

È questo il quadro che emerge dall’International AI safety report 2026, seconda edizione del rapporto internazionale sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, guidato dallo scienziato Yoshua Bengio e sviluppato con il contributo di oltre 100 esperti e dei rappresentanti di oltre 30 Paesi. Pubblicato dal Department for Science, Innovation and Technology del Regno Unito, il report offre una valutazione indipendente dei rischi emergenti e delle misure di mitigazione necessarie. Si inserisce in un percorso di monitoraggio periodico sull’evoluzione dei modelli avanzati e dei loro impatti, con uno sguardo proiettato al 2030.

Modelli più grandi, capacità più autonome

Uno dei trend centrali riguarda la crescita esponenziale delle capacità dei modelli AI più avanzati oggi disponibili, i cosiddetti modelli di frontiera. Negli ultimi anni la potenza di calcolo utilizzata per l’addestramento è aumentata di ordini di grandezza e il report stima che, mantenendo l’attuale ritmo di investimento, entro il 2030 i sistemi potrebbero superare significativamente le performance umane in un numero crescente di compiti cognitivi complessi.

I modelli stanno diventando agenti capaci di pianificare, eseguire azioni in ambienti digitali, interagire con altri sistemi e apprendere in modo continuo. La potenza di calcolo usata per addestrare le AI è cresciuta in modo esponenziale dal 2012 al 2025.

L’integrazione tra linguaggio, visione, codice e dati in tempo reale rende plausibile uno scenario in cui l’AI sarà incorporata nei flussi decisionali aziendali, nella ricerca scientifica, nella gestione delle reti energetiche o finanziarie.

Il Rapporto sottolinea però che l’aumento delle capacità comporta anche un aumento della imprevedibilità. Sistemi più complessi possono sviluppare comportamenti inattesi o difficili da interpretare. La ricerca sulla robustezza, sull’allineamento agli obiettivi umani e sulla trasparenza procede, ma non alla stessa velocità con cui vengono sviluppati e rilasciati nuovi modelli sempre più potenti. Gli incidenti legati alla generazione automatica di contenuti sono aumentati negli ultimi anni. Il grafico qui sotto riporta i casi registrati nel database AI Incidents and Hazards Monitor dell’Ocse.

 Rischi sistemici: dalla disinformazione alle infrastrutture critiche

Guardando al 2030, il documento individua alcune aree di rischio che potrebbero intensificarsi.
La prima è la produzione su larga scala di contenuti artificiali indistinguibili dal reale. Con modelli sempre più sofisticati, la generazione automatica di testi, immagini, audio e video potrebbe rendere strutturale la difficoltà di distinguere informazione e manipolazione.

Allo stesso tempo, la disinformazione assistita dall’AI può diventare più mirata, personalizzata e difficile da tracciare, con impatti potenziali su processi elettorali, mercati finanziari e coesione sociale. L’automazione consente di moltiplicare contenuti e interazioni a costi marginali bassissimi.
Un secondo ambito riguarda la sicurezza informatica. I sistemi di AI possono essere utilizzati sia per rafforzare le difese sia per automatizzare attacchi complessi. Entro il 2030, l’uso di modelli avanzati per identificare vulnerabilità, scrivere codice malevolo o orchestrare campagne di phishing sofisticate potrebbe aumentare il livello di esposizione di imprese e infrastrutture critiche.

Il Rapporto richiama anche il tema delle applicazioni in ambito biologico e chimico. L’accesso a strumenti di modellazione avanzata può accelerare la ricerca scientifica, ma solleva interrogativi sulla possibilità di utilizzi impropri. La diffusione di capacità avanzate richiede quindi controlli, monitoraggio e cooperazione internazionale.

Governance e capacità istituzionale

Un altro filone riguarda la distanza tra sviluppo tecnologico e capacità di regolazione. Il documento osserva che, sebbene siano in corso iniziative normative in diverse aree del mondo, la governance globale dell’AI resta frammentata. Le imprese leader concentrano risorse, dati e potenza di calcolo, mentre le istituzioni pubbliche faticano a dotarsi delle competenze tecniche necessarie per valutare e supervisionare modelli sempre più complessi.Entro il 2030, secondo il documento, sarà cruciale rafforzare tre dimensioni:

  1. la trasparenza sui processi di addestramento e sulle capacità dei modelli;
  2. i meccanismi di auditing indipendente;
  3. la cooperazione internazionale sui rischi transfrontalieri.

Senza un coordinamento efficace, la competizione geopolitica potrebbe incentivare una corsa all’innovazione con minori vincoli di sicurezza. La traiettoria verso il 2030 non è dunque predeterminata. Dipenderà dalle scelte di investimento in sicurezza, dalla qualità delle regole e dalla capacità di integrare la gestione del rischio nei processi di sviluppo. La finestra temporale dei prossimi cinque anni appare, nella lettura del documento, decisiva. L’innovazione continuerà a correre. La questione è se la sicurezza saprà tenere il passo.

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Come i data center stanno trasformando il mercato immobiliare negli Usa

Negli Stati Uniti, in particolare nel Nord della Virginia, i terreni edificabili vengono sempre più spesso acquistati per realizzare data center anziché nuove abitazioni. A raccontarlo è il Wall Street Journal, che descrive un mercato immobiliare profondamente trasformato dalla fame di infrastrutture digitali.

La regione è diventata uno dei principali hub mondiali per i data center, con una concentrazione di server farm che gestiscono una quota rilevante del traffico Internet globale. I grandi gruppi tecnologici stanno investendo miliardi di dollari per espandere la capacità di calcolo necessaria a sostenere modelli e servizi basati su AI. Questo si traduce in acquisizioni fondiarie multimilionarie: appezzamenti destinati allo sviluppo residenziale vengono rilevati per centinaia di milioni di dollari e convertiti in siti industriali ad alta intensità energetica.

Secondo le stime citate dal quotidiano americano, nell’area del Nord della Virginia mancano oltre 75mila unità abitative. L’espansione delle server farm sottrae potenzialmente spazio a migliaia di nuove case, mentre i prezzi dei terreni aumentano a livelli che rendono meno sostenibili i progetti edilizi tradizionali. Per molti costruttori, competere con i budget dei colossi tech diventa semplicemente impossibile.

Non solo suolo, ma anche manodopera per le costruzioni

Le tensioni non riguardano solo la disponibilità di suolo. I data center richiedono enormi quantità di energia elettrica per alimentare e raffreddare i server. Residenti e amministratori locali temono che la domanda crescente possa incidere sui costi delle utenze o rallentare l’accesso a materiali e manodopera già scarsi nel settore delle costruzioni.

A questo si aggiungono le preoccupazioni ambientali e acustiche: le strutture funzionano 24 ore su 24 e possono modificare in modo significativo il paesaggio e la qualità della vita nelle aree circostanti.

Problema inquinamento

Alcune contee stanno valutando limiti di zonizzazione più stringenti o processi di approvazione più rigorosi per i nuovi impianti. Altre, però, vedono nei data center una fonte di gettito fiscale difficile da ignorare: le entrate garantite da queste strutture possono finanziare scuole, infrastrutture e servizi pubblici, creando un forte incentivo ad attrarre nuovi investimenti.

Il Wall Street Journal racconta anche offerte multimilionarie rivolte direttamente ai proprietari terrieri, campagne elettorali locali influenzate dai contributi del settore tecnologico, proteste di residenti che chiedono maggiore trasparenza e pianificazione. Il conflitto tra sviluppo digitale e necessità abitative è ormai un tema strategico per molte amministrazioni.

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Quantum sovrano europeo, al Cineca di Bologna il primo computer ad atomi neutri

In Italia il primo sistema EuroHPC per calcolo quantistico

È il primo sistema EuroHPC per calcolo quantistico in Europa ed è stato istallato in Italia. Si tratta di EuroQCS-Italy, un computer quantistico a neutral atoms sviluppato da Pasqal e consegnato al DAMA Tecnopolo di Bologna presso il CINECA.

Il nuovo sistema, co-finanziato da EuroHPC Joint Undertaking (EuroHPC JU) e dal Ministero Istruzione, Universita’ e Ricerca attraverso ICSC – Centro Nazionale di Ricerca in HPC, Big Data e Quantum Computing, è stato progettato per un’integrazione con Leonardo, il supercomputer pre-exascale tra i più potenti al mondo.

L’istallazione, è spiegato in una nota diffusa da CINECA, si inserisce nel piano europeo per lo sviluppo di un’infrastruttura sovrana di sistemi ibridi, con l’obiettivo di “rafforzare la competitività della ricerca e delle imprese” e consolidare il “ruolo dell’Italia come hub strategico per supercalcolo, intelligenza artificiale e tecnologie quantistiche”.

L’Italia può ora affermare di essere all’avanguardia nelle capacità di calcolo avanzato a livello globale – ha affermato Antonio Zoccoli, Presidente del Centro di Ricerca ICSC – quando nei prossimi mesi diventerà operativa l’integrazione del computer quantistico Pasqal con Leonardo, la comunità scientifica nazionale e l’industria avranno a disposizione risorse di calcolo che rafforzeranno la loro competitività e saranno uno strumento utile per una crescita sostenibile”.

Un computer che si basa su atomi neutri per offrire oltre 140 qubit

Il sistema EuroQSC-Italy, che entrerà in operatività nei prossimi mesi, si basa su atomi neutri per offrire oltre 140 qubit, operati in modalità analogica tramite fasci laser per manipolare gli stati quantistici.
Avrà un ruolo chiave nel risolvere problemi complessi in ottimizzazione, simulazioni molecolari, machine learning e materiali, accessibile a ricercatori nazionali e industrie per favorire competitività e crescita sostenibile.

Non solo. Come spiegato in una nota pubblicata da Pasqal, si tratta di un’architettura ibrida che consentirà agli utenti di scaricare senza problemi carichi di lavoro specializzati, come complessi problemi di ottimizzazione, simulazioni di materiali avanzati e attività di apprendimento automatico, sulla QPU, affidandosi a Leonardo per l’elaborazione classica e la gestione di dati su larga scala.

L’installazione si inserisce nel più ampio piano europeo di sviluppo di un’infrastruttura sovrana di sistemi ibridi, che combinano calcolo ad alte prestazioni (HPC) e calcolo quantistico per fornire a ricercatori e PMI le capacità di calcolo necessarie per affrontare sfide scientifiche e industriali sempre più complesse, in settori chiave dell’economia europea.

Come annunciato dal CINECA, in parallelo, sarà poi installato un ulteriore computer quantistico digitale prodotto da IQM (modello Radiance 54), presentato come calcolatore basato su tecnologia qubit superconduttiva full-stack da 54 qubit. 

Che c’è un computer quantistico ad atomi neutri e come funziona

Un computer quantistico ad atomi neutri è una delle frontiere più promettenti dell’informatica del futuro. Al posto dei bit tradizionali, che valgono 0 o 1, utilizza singoli atomi – spesso di rubidio o cesio – sospesi nel vuoto e controllati con estrema precisione tramite fasci laser.

Ogni atomo diventa un qubit sfruttando i suoi livelli energetici interni: nello stato fondamentale rappresenta lo 0, in uno stato eccitato rappresenta l’1. Grazie alle leggi della meccanica quantistica, però, può trovarsi anche in una sovrapposizione di entrambi gli stati contemporaneamente. Questo permette di elaborare molte combinazioni di dati in parallelo, una capacità che rende il calcolo quantistico radicalmente diverso da quello classico.

Gli atomi vengono intrappolati in minuscole “pinzette” di luce o in reticoli ottici, formando griglie ordinate bidimensionali o tridimensionali. Operando a temperature vicine allo zero assoluto, il sistema riduce al minimo le interferenze esterne. Impulsi laser estremamente precisi consentono di manipolare i qubit, ruotarne lo stato (le cosiddette porte quantistiche) e creare entanglement, la correlazione profonda tra particelle che è alla base della potenza del calcolo quantistico.

Esistono due modalità operative principali. In quella digitale, il calcolo procede attraverso una sequenza di porte quantistiche, analogamente ai circuiti logici tradizionali ma su base quantistica. In quella analogica, invece, gli atomi evolvono secondo un Hamiltoniano programmato: in pratica, il sistema fisico stesso simula direttamente fenomeni complessi, come materiali innovativi o reazioni chimiche, senza bisogno di scomporre il problema in singole porte.

Precisione ottica, controllo atomico e scalabilità

Tra i principali vantaggi di questa tecnologia c’è la scalabilità: è possibile organizzare centinaia e, nei prototipi più avanzati, migliaia di qubit in un unico sistema. Gli atomi neutri interagiscono poco con l’ambiente, riducendo il rumore termico, e quelli eventualmente persi possono essere ricaricati nel reticolo ottico.

Al termine del calcolo, un impulso laser induce gli atomi a emettere fluorescenza: speciali fotocamere rilevano il segnale luminoso, trasformando l’informazione quantistica in un risultato leggibile in forma classica.

In sintesi, il computer quantistico ad atomi neutri combina precisione ottica, controllo atomico e scalabilità. È una tecnologia ancora in evoluzione, ma promette applicazioni cruciali nella simulazione di nuovi materiali, nella chimica computazionale e nell’ottimizzazione di sistemi complessi, aprendo scenari che l’informatica tradizionale fatica persino a immaginare.

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Filtro under 13 di Instagram, Zuckerberg in tribunale: “Non ha funzionato, potevamo fare di più”

Per la prima volta Mark Zuckerberg è comparso davanti a dei giudici in un processo civile che punta a ridefinire la responsabilità delle piattaforme social nella tutela dei minori. Nell’aula del tribunale di Los Angeles il CEO di Meta ha testimoniato nel procedimento che coinvolge oltre 1.600 querelanti e che mira a dimostrare come i social network siano stati progettati con meccanismi capaci di generare dipendenza, con effetti sulla salute mentale dei più giovani.

Il filtro under 13 Instagram non ha funzionato

Zuckerberg si è scusato per il malfunzionamento del filtro di Instagram che avrebbe dovuto individuare e bloccare l’accesso ai minori di 13 anni. Invitato a commentare le critiche, arrivate anche dall’interno di Meta, secondo cui non si starebbe facendo abbastanza per impedire ai più piccoli di usare la piattaforma, il fondatore di Meta ha spiegato che sono stati introdotti miglioramenti, ma ha ammesso: “Avrei voluto che ci fossimo riusciti prima”.

Nonostante le numerose audizioni al Congresso americano, è la prima volta che il fondatore di Facebook testimonia in un’aula di tribunale davanti a una giuria su temi legati alla sicurezza delle sue piattaforme – Facebook, Instagram e WhatsApp – utilizzate da miliardi di persone nel mondo.

TikTok e Snapchat hanno scelto di patteggiare. Google, per YouTube, e Meta, per Instagram e Facebook, dovranno invece dimostrare di non aver consapevolmente spinto i più giovani verso un uso incontrollato delle piattaforme. Nei giorni scorsi ha testimoniato anche Adam Mosseri, a capo di Instagram, che ha respinto il concetto di “dipendenza” parlando piuttosto di “uso problematico”.

Il caso i K.G.M.

Il caso simbolo è quello di K.G.M., oggi diciannovenne. Si è iscritta a YouTube a otto anni, a nove ha aperto un account su Instagram, a dieci ha iniziato a usare Musical.ly – poi diventata TikTok – e a undici è entrata su Snapchat. L’adolescenza, secondo quanto emerso in aula, è stata segnata da ansia, depressione e problemi di accettazione del proprio corpo. Con la sua storia, definita dai legali una forma di “tossicodipendenza” digitale, si è aperto il processo lo scorso 27 gennaio. I dodici giurati dovranno stabilire se Google e Meta siano in parte responsabili dei danni denunciati.

Per l’accusa i social sono dannosi e creano dipendenza come alcol e tabacco

La strategia dell’accusa richiama quella adottata negli anni ’90 contro l’industria del tabacco, accusata di aver nascosto gli effetti nocivi e la capacità di generare dipendenza del fumo. Allora quattro colossi – Philip Morris, R.J. Reynolds, Brown & Williamson e Lorillard – affrontarono l’azione di 46 Stati americani, chiusa nel 1998 con un accordo da 206 miliardi di dollari e con forti restrizioni sul marketing delle sigarette. “Questo è il punto di partenza della nostra lotta contro i social media, dove la società stabilirà nuove aspettative e standard su come le aziende di social media possono trattare i nostri figli”, ha dichiarato Joseph VanZandt, tra i principali avvocati dell’accusa.

Il processo di Los Angeles è considerato apripista per migliaia di cause simili negli Stati Uniti. Poiché la legge americana garantisce alle piattaforme un’immunità quasi totale rispetto ai contenuti generati dagli utenti, l’attenzione si concentra sulla progettazione delle app e sulle scelte di design. L’esito potrebbe incidere in modo significativo sul futuro regolatorio delle Big Tech e sul perimetro della loro responsabilità nei confronti degli utenti più vulnerabili.

Zuckerberg contro il CdA di Meta: “Non mi vogliono? Eleggo un nuovo consiglio”

Nel corso dell’interrogatorio, incalzato dagli avvocati, ha difeso anche la propria posizione di controllo all’interno dell’azienda. “Se il consiglio di amministrazione vuole licenziarmi potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”, ha risposto a chi gli chiedeva conto di alcune dichiarazioni rilasciate in un podcast, dove aveva affermato di non temere un licenziamento grazie ai suoi poteri di voto.

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La spesa globale per l’AI ha già superato il budget del programma lunare Apollo

Il costo per la realizzazione dei data center finanziati dai maggiori player americani dell’Intelligenza Artificiale supera già la spesa fatta per la costruzione delle ferrovie, quelle del programma lunare Apollo negli anni ’60 e la realizzazione delle autostrade americane negli anni ’70.

Somme stratosferiche per l’AI, da parte di giganti come Microsoft, Meta Platforms, Amazon e Alphabet (Google), che per il 2026 stanno pianificando una spesa complessiva di 670 miliardi di dollari per realizzare infrastruttura AI mentre si affannano per aumentare la potenza di calcolo necessaria a gestire e ampliare i loro progetti di AI.  

Un’impresa che sta diventando sempre più costosa, finanziata con i miliardi di dollari che le Big Tech guadagnano con l’advertising, il cloud e gli abbonamenti.

Cifre colossali per l’AI e i data center

Paragonando la spesa in data center e AI con alcuni dei maggiori sforzi economici della storia negli Usa in termini percentuali, si vede che si tratta di cifre colossali.  

In effetti, l’unica spesa che supera quella per l’AI e i data center americani, fatte le debite proporzioni nel rapporto fra la spesa e il Pil, è l’acquisto della Louisiana, conclusa nel 1803, che però servì a raddoppiare le dimensioni degli Stati Uniti.

Negli ultimi anni, la spesa in conto capitale delle aziende è aumentata in percentuale sul fatturato annuo. Nel 2026, la spesa di Meta potrebbe superare per la prima volta in assoluto il 50% delle sue vendite, secondo le proiezioni degli analisti.

Investitori e analisti avevano inizialmente espresso preoccupazione per i piani di spesa di Meta per il 2026, ma hanno concesso all’azienda una tregua dopo aver registrato utili trimestrali record attribuiti ai miglioramenti basati sull’intelligenza artificiale e aver previsto una crescita potenziale ancora maggiore nel trimestre in corso.

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