Euro digitale. Cipollone (Bce): “Fase pilota durerà 12 mesi”

Fase pilota dell’euro digitale momento cruciale, la Bce sta decidendo chi potrà parteciparvi

La fase del ‘pilota’ per l’euro digitale durerà 12 mesi a partire dalla metà del prossimo anno”. L’annuncio l’ha dato Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Bce, responsabile del progetto dell’euro digitale, nel corso di un incontro al Comitato esecutivo dell’Associazione bancaria italiana (Abi).

A partire dalla seconda metà del 2027, la fase pilota comporterà la conduzione di transazioni reali in ambiente controllato dall’Eurosistema“.

Chi potrà partecipare alla fase pilota? Cipollone ha detto che sarà “un numero limitato di prestatori di servizi di pagamento” (i Psp), tra banche e operatori del settore bancario: “La selezione dei PSP inizierà
nel primo trimestre del 2026
“.

L’obiettivo è “verificare la preparazione, migliorare l’offerta sei servizi a valore aggiunto, affinare la strategia di lancio sul mercato e prepararsi alla successiva distribuzione sul mercato”, ha spiegato il membro del comitato esecutivo della Bce.

Partecipare a questa fase è particolarmente importante e vantaggioso per le banche, ha aggiunto Cipollone, perché ci sarà un trasferimento di esperienza, sia dal settore propriamente bancario, sia non bancario, aggiungendo che al momento “si sta definendo un metodo” operativo e di procedura.

Banche al centro del sistema dei pagamenti

Cipollone ha poi assicurato che grazie all’euro digitale le banche “avranno l’opportunità per restare al centro del sistema dei pagamenti e di non essere disintermediate dall’avanzare del fintech con le stablecoin”.

Come previsto dalla proposta della Commissione, le banche inoltre “resteranno l’interfaccia primario con il cliente” e manterranno ruolo determinante “nell’ambito della distribuzione”.

Iter legislativo dell’euro digitale

Cipollone spera che l’iter legislativo dell’euro digitale si concluda entro il 2026: La posizione espressa nei giorni scorsi dal Parlamento europeo a favore del progetto di euro digitaleè di buon auspicio per il trilogo dei colegislatori”.

I due pilastri chiave della proposta, lanciare contemporaneamente sia l’euro digitale online che offline, “sono gli stessi del Consiglio e il fatto che il Parlamento europeo abbia ribadito la stessa linea linea fa pensare bene per il prosieguo dei lavori”, ha sottolineato Cipollone.

Il momento cruciale sarà a maggio, quando gli eurodeputati saranno chiamati ad esprimere la propria posizione definitiva sulla valuta digitale.

Il fattore co-badging

L’euro digitale, infine, “abbasserà i costi di utilizzo per banche e commercianti e rafforzerà i sistemi di pagamento nazionali, come Bancomat, che potrebbe diventare utilizzabile in tutta l’area euro”, ha sostenuto Cipollone.

Il tutto potrebbe avvenire molto rapidamente dal momento dell’approvazione della legislazione Ue, “senza dover aspettare l’emissione vera e propria dell’euro digitale a partire dal 2029”, come attualmente previsto.

E qui si innesca un altro fattore chiave, il co-badging. L’euro digitale cioè andrebbe a coesistere con le soluzioni private, integrandole. Sarà possibile integrarlo nelle soluzioni di pagamento digitali e fisiche già esistenti.

I circuiti di carte nazionali potrebbero sfruttare una rete di accettazione estesa all’intera eurozona e al tempo stesso l’euro digitale beneficerebbe di marchi affidabili.

L’euro digitale, ha chiarito Cipollone, si affiancherà a soluzioni private come Bancomat, per aiutare gli utenti a compiere scelte informate e allo stesso tempo offrirà un’alternativa laddove i circuiti privati non siano (ancora) accettati.

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AI Mode, Lasorella (Agcom): “Stiamo per fare segnalazione all’Ue”. Ciulli (Google): “Non toglie lettori ai giornali”

“Ci è stato posto il tema del rapporto tra stampa e AI Mode di Google, lo ha già fatto l’Autorità tedesca e noi stiamo per fare una segnalazione alla Commissione europea, è un caso evidente di impatto sull’informazione”. Così Giacomo Lasorella, presidente Agcom, al convegno Epistemia e Intelligenza artificiale dell’Università La Sapienza a Roma.

AI Mode, Lasorella (Agcom): Rischio di non leggere più i giornali

“Andando a cercare in AI Mode il rischio è di non leggere più i giornali – ha aggiunto -. C’è il rischio di compressione della libertà informativa e del diritto dei cittadini di accedere a più fonti di informazioni sancito dall’articolo 3 dell’European Freedom Act”.

“Questo è solo uno dei casi visti dal regolatore – ha sottolineato il presidente Agcom – in cui la disciplina impatta sui servizi. Noi stiamo cercando di affrontare questi temi in modo efficace insieme alla Commissione e agli altri regolatori europei ma abbiamo bisogno del supporto delle conoscenze che ci porta il mondo scientifico, la complessità attuale richiede dialogo costante tra istituzioni e ricerca”.

Lasorella (Agcom): Dsa ha ruolo centrale

Lasorella ha poi detto che il Dsa europeo, la normativa Ue che regola le piattaforme digitali ha assunto “un ruolo centrale” e rappresenta ad oggi “l’unico presidio a livello mondiale rispetto ad un mondo in trasformazione”.

“Guardando il bicchiere mezzo pieno tanto si sta facendo – ha concluso Lasorella – Ma come visione di sistema mi permetto di dire che c’è bisogno di immaginare un ruolo più ampio rispetto alle singole autorità nazionali, dal momento che il rapporto tra Commissione Ue e i paesi di origine delle piattaforme digitali comprime il ruolo delle autorità nazionali”.

Ciulli (Google), Con l’AI stiamo migliorando la ricerca non l’accesso all’informazione

“Non credo che per AI Overview e AI Mode le persone smettano di leggere i giornali, sarebbe preoccupante se lo facessero. Sono una naturale evoluzione del motore di ricerca, stiamo migliorando il modo precedente di fare ricerca non l’accesso all’informazione”. Lo ha detto Diego Ciulli, Head of Government Affairs and Public Policy, di Google in Italia, sempre al convegno Epistemia.

“Il motore di ricerca prova a ordinare fonti autorevoli e oltre ad una sintesi diamo i link di approfondimento a quella fonte – ha aggiunto – questa è la differenza tra un motore di ricerca e un chatbot. AI Mode resta un motore di ricerca, mentre Gemini è il vostro assistente per fare lavori creativi, confondere le due cose è come mettere i piatti nella lavatrice”.

“AI Overview e AI Mode sono molto bravi a dare dei fatti in maniera rapida non fanno nessun tipo di analisi e di approfondimento, non credo lo faranno nemmeno nel prossimo futuro – ha concluso Ciulli -. Anzi quello che stiamo vedendo è che le persone cercano di più, anche in Europa, da quando ci sono AI Overview e AI Mode e questo inevitabilmente porta più traffico fuori da Google. Inoltre si stanno sviluppando nuovi linguaggi, perché le persone vogliono sapere di più e ascoltano i podcast di due ore. Questo è successo grazie a questi strumenti”. 

Il dibattito è aperto e coinvolge in prima persona gli editori ma anche il Governo, nella persona di Alberto Barachini, sottosegretario per l’Informazione e l’Editoria già critico nei confronti della nuova funzionalità.

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Pnrr, dubbi sui target per il Gimbe: mancano dati pubblici su telemedicina e digitalizzazione ospedali

Pnrr Missione Salute. Per Cartabellotta (Gimbe) obiettivi formalmente raggiunti, ma mancano trasparenza e dati pubblici sui risultati

L’assenza di dati pubblici e i criteri utilizzati per certificare il raggiungimento dei target sollevano varie perplessità e devono essere completati da una rendicontazione dettagliata dei risultati”. Questo ha dichiarato Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, commentando il Report dell’Osservatorio sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) relativo al monitoraggio indipendente sull’attuazione della Missione Salute del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Al 31 dicembre 2025, tre erano le scadenze europee relative alla digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per il Pnrr e “tutte risultano formalmente rispettate”, ha spiegato Cartabellotta, “ma senza certezze sui reali benefici per i cittadini e per la sanità pubblica” e caratterizzata da un’ingiustificata “rendicontazione poco trasparente”.

A mancare secondo il Gimbe è la trasparenza e il criterio della rapidità non è una giustificazione, ha ricordato il Presidente della Fondazione, che sottolinea (la trasparenza) “non è un dettaglio tecnico”, ma “un requisito essenziale di accountability”, mentre quando si parla di dati pubblici bisogna sempre considerarli “bene comune”, perché raccolti “con il denaro dei contribuenti”.

Pazienti assistiti in telemedicina: anche qui, mancano dati pubblici chiari e confrontabili a livello territoriale

Andiamo a vedere da vicino i tre target che secondo il ministero della Salute sarebbero stati raggiunti il 31 dicembre in base al monitoraggio dalla Missione Salute del Pnrr, che sono: “Assistenza mediante strumenti di telemedicina”, “Digitalizzazione delle strutture ospedaliere” e “Almeno l’85% dei medici di base alimentano il Fascicolo Sanitario Elettronico”.

Iniziamo dal primo. Il target EU, che prevedeva almeno 300.000 pazienti assistiti in telemedicina, è stato “ampiamente superato”, si legge nell’analisi Gimbe, “ma” con qualche problema di non poco conto. La Settima Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR riporta, infatti, 467.479 pazienti. Tuttavia, il monitoraggio effettuato tramite la Piattaforma Nazionale di Telemedicina gestita da Agenas non è accessibile pubblicamente: tutte le Regioni e Province autonome hanno attivato almeno un progetto di telemedicina, ma non sono disponibili dati pubblici sul numero di pazienti assistiti per singola Regione.

Se il target è stato raggiunto è indispensabile rendere pubblici i numeri”, ha commentato Cartabellotta. Senza questi, soprattutto a livello regionale, “è impossibile verificare se esistono gap digitali da colmare. Perché il PNRR non serve solo a raggiungere i target nazionali, ma deve ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali”, ha aggiunto il Presidente del Gimbe.

Digitalizzazione delle strutture ospedaliere: obiettivo ridimensionato. Cartabellotta: “Ci si accontenta

Venendo al secondo target, la digitalizzazione delle strutture ospedaliere, l’Europa ci chiedeva di realizzare “l’informatizzazione di tutti i reparti in 280 ospedali sede di Dipartimenti di Emergenza e Accettazione (DEA) di I e II livello”.

Primo problema, l’elenco delle 280 strutture ospedaliere da digitalizzare (210 entro il primo trimestre del 2024 e altre 70 strutture entro la fine del 2025) “non è mai stato reso pubblico”, si legge nell’analisi dell’Osservatorio.

Con la sesta richiesta di modifica del PNRR, effettuata dal Governo Italiano il 26 settembre 2025 e approvata dal Consiglio dell’Unione Europea il 27 novembre 2025, si spiega dal Gimbe, di fatto “l’obiettivo è stato ridimensionato”: “Il target si considera raggiunto se tutti i 280 ospedali aumentano di almeno un livello nella scala di maturità EMRAM (Electronic Medical Record Adoption Model), sulla base di una certificazione indipendente dell’HIMSS (Healthcare Information and Management Systems Society), e se almeno 50 ospedali raggiungono almeno il livello 2 EMRAM”.

La scala EMRAM misura il grado di digitalizzazione di un ospedale in otto livelli (da 0 a 7): il livello 0 indica l’assenza di digitalizzazione e il livello 7 identifica un ospedale totalmente digitalizzato, quasi completamente “senza carta”.

Parliamo di un investimento di oltre 1.450 milioni di euro”, ha osservato Cartabellotta.

Considerando il ridimensionamento dell’obiettivo iniziale, ha proseguito il Presidente Gimbe, “oggi ‘ci si accontenta’ di aumentare di almeno un livello EMRAM in tutti gli ospedali e di certificarne almeno 50 al livello 2”.

Anche qui Cartabellotta invita al ragionamento: “Peraltro, anche qui mancano i dati pubblici per valutare le differenze regionali e locali e lo status della trasformazione digitale degli ospedali italiani. Quali sono i 280 ospedali da digitalizzare? Quali sono stati certificati con quale livello di maturità digitale?”.

Medici e pediatri nel Fascicolo sanitario elettronico, tutto da verificare

Qui, il target prevede che almeno l’85% dei medici di medicina generale (MMG) e dei pediatri di libera scelta (PLS) alimenti il Fascicolo sanitario elettronico (Fse). A dicembre 2025 risulta un valore del 95,2%. “Purtroppo – ha affermato Cartabellotta – i concetti di accesso, consultazione, operazione e alimentazione del FSE non sono riportati in maniera univoca nelle norme e nelle fonti istituzionali: di conseguenza, è impossibile dedurre con assoluta certezza a cosa corrisponda il raggiungimento del target”.

Quel 95% riportato dal ministero può anche indicare “il semplice invio della ricetta dematerializzata”.
Il dato, di fatto, “non identifica l’alimentazione continua con il patient summary”, che per Cartabellotta “è il cuore del Fse”.
Uno strumento fondamentale, che però “è ancora lontano dall’essere una realtà per tutti i pazienti in carico ai MMG/PLS”, ha precisato Cartabellotta, “un vero e proprio “identikit sanitario”, con informazioni fondamentali, tra cui allergie note, patologie croniche e terapie farmacologiche in corso che, soprattutto in condizioni di emergenza, può fare la differenza tra l’efficacia di un intervento tempestivo e i rischi per la salute del paziente”.

Ulteriori criticità attorno al dato del 95% sono identificate attorno alla completa realizzazione del profilo sanitario sintetico da parte dei MMG/PLS di tutte le Regioni e Province autonome, che è stata prorogata dal 30 settembre 2025 (DM 27 giugno 2025) al 31 marzo 2026 (DM 21 novembre 2025).
Ma anche attorno al monitoraggio del Ministero della Salute e del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, secondo cui a settembre 2025 ben “5 Regioni non avevano ancora avviato la disponibilità del profilo sanitario sintetico nel FSE: Campania, Lazio, Lombardia, Provincia autonoma di Trento e Veneto”.

Senza contare, ha rimarcato Cartabellotta, che “solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione del proprio FSE, con divari enormi tra Regioni”.

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OpenClaw allarma le aziende tech, stop all’uso interno per ragioni di sicurezza

OpenClaw, il nuovo strumento di AI agentica open source che promette di prendere il controllo del computer dell’utente come organizzare file, fare ricerche online, interagire con applicazioni e persino fare acquisti, sta facendo tremare le aziende tech.

Il campanello d’allarme è suonato quando lo strumento, inizialmente noto come MoltBot, ha iniziato a circolare con forza sui social e nelle community di sviluppatori. Jason Grad, fondatore e CEO della società Massive, che fornisce servizi di proxy internet a milioni di utenti e imprese, ha inviato un messaggio ai suoi dipendenti invitandoli a non installarlo su dispositivi aziendali né su account collegati al lavoro. Il motivo è chiaro: software non verificato, potenzialmente ad alto rischio per l’ambiente aziendale.

Meta ha vietato l’uso ai dipendenti

Anche Meta ha avvertito i propri team di non utilizzare OpenClaw sui laptop aziendali, pena conseguenze disciplinari. Le ragioni sono tante: il software è ancora imprevedibile e potrebbe facilitare violazioni della privacy se integrato in sistemi che, fino a quel momento, sono considerati sicuri.

Come è nato OpenClaw

OpenClaw è stato lanciato lo scorso novembre da Peter Steinberger come progetto gratuito e open source. La sua popolarità è però esplosa di recente, grazie ai contributi di altri sviluppatori e alla condivisione di casi d’uso sui social network.

Nei giorni scorsi Steinberger è entrato in OpenAI, che ha annunciato l’intenzione di mantenere OpenClaw open source e di supportarlo attraverso una fondazione. Dal punto di vista tecnico, il tool richiede competenze di base per l’installazione, ma una volta configurato necessita di istruzioni minime per operare in autonomia sul computer dell’utente.

La principale preoccupazione? La sicurezza

Ed è proprio qui che emergono le criticità. Se un agente AI può accedere al sistema, interagire con applicazioni e navigare sul web, il confine tra automazione utile e potenziale rischio si assottiglia. Guy Pistone, CEO di Valere, azienda che sviluppa software anche per istituzioni come la Johns Hopkins University, ha vietato inizialmente l’uso di OpenClaw dopo che un dipendente lo aveva segnalato in un canale interno Slack dedicato alle nuove tecnologie da testare. Il timore è che, ottenendo accesso a una macchina di uno sviluppatore, l’agente possa raggiungere servizi cloud, repository di codice e informazioni sensibili dei clienti, comprese quelle finanziarie.

Valere ha poi deciso di analizzare il tool in un ambiente isolato, utilizzando un vecchio computer non collegato ai sistemi critici. Il team di ricerca ha individuato alcuni punti deboli, tra cui la possibilità che il bot venga “ingannato” attraverso input malevoli. Un esempio: se configurato per riassumere le email, potrebbe essere indotto da un messaggio fraudolento a condividere file presenti sul dispositivo dell’utente. Tra le contromisure suggerite, la limitazione dei soggetti autorizzati a impartire comandi e la protezione con password del pannello di controllo esposto a internet.

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Quantum computing, governare oggi una rivoluzione che impatterà il futuro

Il quantum computing rappresenta una delle principali discontinuità tecnologiche della nostra epoca. Non si tratta di un semplice avanzamento incrementale delle capacità di calcolo, ma di un cambio di paradigma che, sfruttando i principi della meccanica quantistica, promette di affrontare problemi oggi fuori dalla portata dei computer tradizionali. Dalla ricerca scientifica all’ottimizzazione industriale, dall’intelligenza artificiale alla modellazione di sistemi complessi, le opportunità sono enormi.

Questa trasformazione non è più confinata a una prospettiva di lungo periodo. Secondo i dati dell’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano, il settore del quantum computing ha registrato una forte accelerazione proprio nel 2025, anno in cui i finanziamenti globali alle aziende native del quantum hanno superato i 9 miliardi di dollari, un valore superiore al totale cumulato dei cinque anni precedenti. Un segnale chiaro di come le tecnologie quantistiche stiano uscendo dalla sola dimensione sperimentale per entrare in una fase di consolidamento industriale e rafforzamento dell’ecosistema, sostenuta in misura crescente dal capitale privato.

Accanto a queste prospettive, tuttavia, emergono anche dei rischi. In particolare, il tema della sicurezza dei dati e della resilienza delle infrastrutture digitali si impone come una priorità non più rinviabile. Gran parte dei meccanismi di crittografia asimmetrica su cui si fondano servizi digitali essenziali – dal banking alle identità digitali, dalla sanità alle comunicazioni – non è stata progettata per resistere a un avversario quantistico. Questo rende il quantum computing non solo una sfida tecnologica, ma anche strategica.

Il rischio non riguarda esclusivamente il futuro; esiste infatti una problematica concreta, spesso sintetizzata nell’espressione harvest now, decrypt later: dati intercettati oggi potrebbero essere decifrati domani, quando i computer quantistici saranno sufficientemente maturi.

A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce la marcata concentrazione degli investimenti. L’analisi dell’Osservatorio evidenzia come quasi la metà dei finanziamenti complessivi risulti oggi concentrata in un numero estremamente limitato di attori e come, nel solo 2025, due aziende abbiano raccolto circa l’85% dei finanziamenti post-IPO. Questa dinamica rischia potenzialmente di amplificare asimmetrie tecnologiche difficili da riequilibrare nel tempo, soprattutto se non accompagnate da una governance chiara e da standard condivisi.

Se la transizione verso soluzioni quantum-safe non viene avviata in modo proattivo, le generazioni future rischiano di ereditare un ecosistema digitale strutturalmente vulnerabile.

In questo contesto, la Post-Quantum Cryptography rappresenta una delle risposte più concrete. I primi algoritmi post-quantum sono stati recentemente standardizzati dal NIST, ma la vera sfida è ora la loro adozione nel mondo reale. Non basta che siano teoricamente resistenti ai computer quantistici: devono dimostrarsi robusti anche rispetto agli attacchi condotti con sistemi tradizionali, efficienti in termini di prestazioni e integrabili nelle infrastrutture esistenti. La transizione richiederà tempo, competenze e una governance chiara, che coinvolga sia i provider di servizi digitali sia le organizzazioni che li utilizzano.

Il tema della governance è particolarmente rilevante anche sul fronte infrastrutturale. Sul piano dell’hardware, il panorama del quantum computing appare ancora frammentato. La ricerca del Politecnico mostra come siano attualmente in fase di sviluppo industriale almeno sette approcci differenti alla realizzazione dei qubit, in assenza di metriche standardizzate e condivise per misurarne le prestazioni e confrontarne i progressi. Questa eterogeneità rende complesso individuare traiettorie tecnologiche stabili e rafforza la necessità di un approccio prudente, aperto e orientato all’interoperabilità.

Il quantum computing, dunque, non è solo una promessa tecnologica né una minaccia da temere. È un tema di responsabilità collettiva. Governarne l’impatto significa investire oggi in ricerca, standard aperti, sicurezza by design ed etica dell’innovazione. Significa anche accettare che la protezione dei dati e della fiducia digitale non possa essere un obiettivo secondario, ma un pilastro su cui costruire il futuro dell’economia e della società digitale europea.

I dati citati fanno riferimento alla nuova ricerca dell’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano, presentata nel corso di un incontro promosso da Aruba presso l’Auditorium Aruba, nella cornice del Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro (BG). Nel corso del confronto, Marco Mangiulli, Chief Innovation Officer di Aruba, ha ribadito come la sicurezza rappresenti un prerequisito dell’innovazione e come agire oggi sia essenziale per costruire un ecosistema digitale realmente capace di affrontare le sfide poste dal quantum computing.

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Shein sotto indagine Ue per la vendita di bambole sessuali dall’aspetto infantile

La Commissione europea ha avviato un procedimento formale contro Shein, colosso cinese dell’eCommrce e di fast fashion e lifestyle, nel quadro della legge sui servizi digitali (DSA) per potenziali violazioni legate alla vendita di prodotti illegali, al design che crea dipendenza e alla mancanza di trasparenza dei suoi sistemi di raccomandazione.

Vendita di materiale pedopornografico?

Uno dei tre filoni di indagine, spiega l’esecutivo comunitario, si concentrerà in particolare sui sistemi messi in atto dal colosso cinese dell’e-commerce per limitare la vendita in Ue di contenuti che potrebbero costituire materiale pedopornografico, come le bambole sessuali dall’aspetto infantile. L’indagine sarà condotta in via prioritaria.

Sotto la lente anche le pratiche di gamification e la presunta diffusione delle pratiche di acquisto degli utenti

Sotto la lente di Palazzo Berlaymont finiscono anche le strategie di gamification del sito, come l’assegnazione di punti e premi per incentivare il coinvolgimento continuo degli utenti. La Commissione infine verificherà se Shein divulghi i parametri utilizzati nei suoi sistemi di raccomandazione per proporre contenuti e prodotti agli utenti, e se fornisca agli utenti un’opzione di navigazione non basata sulla profilazione, garantendo una reale alternativa all’uso dei dati personali per la proposta di contenuti.

L’indagine vuole verificare se Shein abbia gli strumenti necessari per verificare se tramite la sua piattaforma  non si vendano prodotti illegali.

“Nell’Ue i prodotti illegali sono vietati, sia che si trovino sugli scaffali dei negozi che sui mercati online. La legge sui servizi digitali garantisce la sicurezza degli acquirenti, tutela il loro benessere e li informa sugli algoritmi con cui interagiscono”, ha detto Henna Virkkunen, vice presidente della Commissione per la sovranità tecnologica. “Valuteremo – ha aggiunto – se Shein rispetta queste regole e le proprie responsabilità”.

L’apertura dell’indagine segue una fase di pre-istruttoria durante la quale la Commissione ha inviato tre distinte richieste di informazioni (il 28 giugno 2024, il 6 febbraio 2025 e il 26 novembre 2025).

Procedimento formale

L’avvio del procedimento formale non ne pregiudica l’esito finale, ma conferisce all’esecutivo Ue il potere di adottare misure provvisorie per bloccare immediatamente pratiche dannose; decisioni di non conformità che possono portare a sanzioni pecuniarie, o di accettare gli impegni assunti da Shein per porre rimedio alle questioni oggetto del procedimento.

Indagine aperta Ue distinta da quella in corso in Francai

L’indagine avviata oggi dalla Commissione europea “non ha alcun impatto” sul procedimento avviato in Francia sulla vendita di armi illegali e di bambole sessuali dalle sembianze infantili. Palazzo Berlaymont sta esaminando la questione “da un punto di vista sistemico” per valutare se “le misure messe in atto sono sufficienti a evitare che episodi come quello avvenuto in Francia si ripetano”. Lo specifica un funzionario della Commissione. “Si tratta – ha aggiunto – di due procedimenti paralleli, non collegati tra di loro”.

“Shein ha reagito prontamente” al caso scoppiato in Francia, rimuovendo temporaneamente alcune categorie di prodotti, ma “la Commissione non si sta limitando a questo: stiamo esaminando diverse categorie di prodotti e il rischio sistemico che ne deriva” ha detto ancora. “Indipendentemente dal fatto che abbiano rimosso o meno categorie specifiche, riteniamo comunque che abbiano sottovalutato il rischio che hanno sulla piattaforma e che non abbiano messo in atto misure di mitigazione sufficienti e proporzionate al rischio”, ha proseguito.

“Grazie ad alcuni stakeholder esterni, come le organizzazioni di tutela dei consumatori, abbiamo identificato prodotti come giocattoli, cosmetici, abbigliamento, gioielleria ed elettronicache non sono conformi alle norme, quindi sono illegali e potenzialmente anche pericolosi”, ha aggiunto.

Shein, sempre collaborato con la Commissione Ue in modo trasparente

“Prendiamo con la massima serietà i nostri obblighi previsti dal Digital Services Act e abbiamo sempre collaborato in modo trasparente con la Commissione Europea; un approccio che continueremo a mantenere anche nel contesto di questo procedimento”. Lo precisa in una nota Shein in merito all’apertura di un procedimento formale da parte della Commissione europea contro l’azienda nel quadro della legge sui servizi digitali (Dsa).

“Negli ultimi mesi abbiamo rafforzato ulteriormente il nostro impegno sul fronte della compliance, investendo in modo significativo in nuove misure a supporto del Dsa – sostiene Shein – Tra queste figurano valutazioni strutturate dei rischi del sistema e delle relative misure di prevenzione e contenimento, tutele aggiuntive dedicate agli utenti più giovani e un costante lavoro sulla progettazione dei nostri servizi per garantire un’esperienza online sempre più sicura e affidabile”.

In seguito alle criticità emerse lo scorso anno, e contestualmente al potenziamento dei sistemi di rilevazione Shein dichiara inoltre di avere accelerato “l’introduzione di ulteriori misure di tutela per i prodotti soggetti a limiti di età”. “In particolare, siamo in costante dialogo con la Commissione in merito all’implementazione, a livello europeo, della nostra soluzione di verifica dell’età, basata su tecnologie di terze parti affidabili e concepita per tutelare i minori nel rispetto della privacy – aggiunge il colosso cinese dell’e-commerce -. Questa soluzione si integra con le misure già esistenti per prevenire l’accesso o l’acquisto di contenuti e prodotti riservati agli adulti”.

Leggi anche: Stangata da 1 milione a Shein, l’Antitrust punisce i green claim ingannevoli

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Agenti AI, OpenAI assume il creatore di OpenClaw (Moltbot)

OpenAI assume Peter Steinberger il creatore di OpenClaw, uno strumento di intelligenza artificiale già conosciuto come Moltbot, in grado di eseguire in autonomia una serie di compiti nel mondo reale come leggere email o fare il check-in dei voli.

Steinberger “si unisce a OpenAI per guidare la prossima generazione di agenti personali – ha scritto Altman in un post su X -. È un genio con tante idee sorprendenti sul futuro di agenti intelligenti che interagiscono tra loro per fare cose utili per le persone”.

I motivi di OpenAI

In primis per OpenAI la posta in gioco è economica. Nonostante la base di utenti sfiori il miliardo a livello globale, solo una piccola percentuale sottoscrive un abbonamento a pagamento. L’azienda deve quindi ampliare il modello di business per sostenere impegni di spesa che ammontano a centinaia di miliardi di dollari tra infrastrutture, ricerca e partnership strategiche. L’evoluzione verso agenti capaci di svolgere compiti complessi potrebbe aprire a nuovi servizi premium, integrazioni enterprise e soluzioni verticali ad alto valore aggiunto.

Nel frattempo OpenAI ha iniziato a testare anche formati pubblicitari all’interno di ChatGPT negli Stati Uniti, una sperimentazione che ha già generato perplessità sul fronte della privacy e della neutralità delle risposte. L’eventuale integrazione tra agenti autonomi e modelli sostenuti da advertising rappresenta un ulteriore nodo delicato: come si garantisce che l’interesse dell’utente resti centrale?

I dubbi sulla sicurezza

L’ingresso di Steinberger può dunque essere letto come un tassello strategico in una fase di trasformazione profonda. Se i chatbot hanno segnato la prima ondata dell’AI generativa, gli agenti personali potrebbero rappresentare la seconda: meno conversazione e più azione.

È un passaggio tecnologico rilevante, che apre nuove opportunità ma solleva anche interrogativi su sicurezza, controllo e responsabilità. Un agente che può accedere alla posta elettronica o effettuare operazioni online introduce inevitabilmente questioni legate alla protezione dei dati, all’autenticazione e alla gestione dei permessi.

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IT-Wallet, presto nel portafoglio digitale anche la tessera elettorale

Gli italiani hanno attivato IT-Wallet nell’app IO oltre 10 milioni di volte. La funzionalità “Documenti su IO”, che consente di aggiungere i documenti nella sezione “Portafoglio” dell’app, continua a registrare una crescita costante, confermandosi uno strumento di semplificazione nell’uso quotidiano e un supporto sempre a portata di mano per i cittadini.

Il percorso di evoluzione prosegue: la funzionalità è predisposta ad accogliere progressivamente nuovi contenuti digitali, tra cui la tessera elettorale.

17,3 milioni di documenti caricati su IT-Wallet

Ad oggi sono 17,3 milioni i documenti complessivamente caricati in IT-Wallet. Patente di guida e Tessera Sanitaria – Tessera Europea di Assicurazione Malattia hanno raggiunto 8,5 milioni di attivazioni ciascuna; alla Carta Europea della Disabilità sono associate le restanti 200.000 attivazioni.

La realizzazione di “Documenti su IO” è frutto di una collaborazione istituzionale ampia e strutturata: il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri, in qualità di amministrazione titolare, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (responsabile dell’emissione digitale dei documenti) e PagoPA (gestore dell’app IO e IT-Wallet provider pubblico), e gli enti titolari dei dati necessari alla generazione dei documenti digitali, tra cui MIT – Direzione generale per la Motorizzazione, MEF – Ragioneria Generale dello Stato e INPS, oltre a più di quindici ulteriori amministrazioni coinvolte a vario titolo nell’iniziativa.

Butti: “IT-Wallet non sostituisce obbligatoriamente i documenti i fisici”

Il superamento dei 10 milioni di attivazioni dimostra due cose. La prima è che i cittadini adottano volentieri servizi digitali quando sono utili e semplici da usare. La seconda è che questo Governo ha fatto una scelta vincente, ampiamente apprezzata anche in sede UE. Inoltre, abbiamo dato il pieno controllo ai cittadini, perché IT-Wallet non sostituisce obbligatoriamente i documenti fisici ma offre, a chi lo desidera, una modalità in più per semplificare la vita quotidiana e rendere più immediato il rapporto con la Pubblica Amministrazione”, dice il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica e alla transizione digitale Alessio Butti.

L’attivazione di “Documenti su IO” è gratuita e facoltativa, disponibile per le persone maggiorenni titolari dei documenti in corso di validità. I dati digitali sono resi disponibili dagli enti che emettono i documenti fisici e l’accesso avviene tramite CIE o Spid, in coerenza con i requisiti di autenticità e sicurezza; nessun documento viene aggiunto senza un’esplicita richiesta dell’utente e resta ferma la possibilità di continuare a utilizzare i documenti fisici nelle modalità tradizionali.

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Brevetti green, l’Italia sul podio Ue. Quando innovare significa essere competitivi

Brevetti green e innovazione, l’Italia vola in Europa

L’Italia si conferma tra i protagonisti europei dell’innovazione sostenibile. I nuovi dati sui brevetti green mostrano un Paese dinamico, capace di coniugare tradizione manifatturiera, ricerca applicata e transizione ecologica. Siamo tra i primi tre Paesi in Europa per numero di brevetti “verdi” e terzi anche per quota di imprese con brevetti sul totale delle imprese: 16,5 ogni 1.000 imprese, dietro Germania (21,6) e Austria (18,9).

Un risultato rilevante, quello illustrato dallo studio “Competitivi perché sostenibili”, realizzato congiuntamente da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, che tuttavia fotografa solo in parte la vitalità del sistema produttivo italiano.
Tra il 2019 e il 2024, infatti, ben 578.450 imprese – pari al 38,7% del totale – hanno realizzato eco-investimenti.

Il nesso tra innovazione green, competitività e valore industriale

L’Italia – ha dichiarato il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realaccisa innovare e competere nei settori ambientali ma ha bisogno di un salto di scala: è necessario investire di più in ricerca, supportare la capacità di brevettare, rafforzare il trasferimento tecnologico e replicare il modello vincente dell’economia circolare nei comparti dell’efficienza, dell’elettrificazione e delle rinnovabili. Solo così il Paese potrà ambire ad essere leader dell’innovazione verde europea”.

Il report evidenzia anche il nesso tra “innovazione verde e competitività”, perché “le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti”, ha sostenuto Realacci.

D’altronde, ha sottolineato il presidente della Fondazione, “la matrice da cui tra ispirazione il titolo di questo lavoro è l’articolo 9 della Costituzione, che Carlo Azeglio Ciampi indicava come il più originale del nostro impianto costituzionale: un articolo unico perché tiene insieme cultura, patrimonio storico e artistico, ricerca scientifica e tecnica a cui più recentemente si è affiancata la tutela dell’ambiente. La più grande fonte di energia rinnovabile e non inquinante è l’intelligenza umana”.

Non tutta questa innovazione si traduce in titoli di proprietà intellettuale, anche per una cultura industriale che storicamente valorizza meno la brevettazione sistematica dei risultati di ricerca e sviluppo. Il potenziale è evidente, in base ai dati raccolti dallo Studio, serve forse un maggiore impegno da parte del Governo, che sulla transizione green continua a mostrarsi poco incline a a favorirne lo sviluppo.

Dove l’Italia eccelle e i comparti chiave

Il nostro Paese detiene brevetti di rilievo in ambiti strategici per la transizione ecologica europea.

Mobilità sostenibile. I brevetti italiani rappresentano il 31% del totale di quelli legati alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Un dato che testimonia una forte specializzazione nella filiera automotive e nella componentistica evoluta, ma anche nello sviluppo di soluzioni per la micromobilità – telai, sistemi di sterzo, sospensioni e dispositivi per biciclette e nuovi veicoli leggeri.

Efficienza energetica nell’edilizia. In questo settore l’Italia supera la media UE, confermando la propria tradizione nelle tecnologie per il risparmio energetico, l’isolamento, la gestione intelligente degli edifici e le soluzioni impiantistiche avanzate.

Gestione dei rifiuti e delle acque reflue. Storicamente tra i comparti più dinamici, oggi rappresenta uno degli ambiti tecnologici più rilevanti: il 6,5% delle domande italiane di brevetto europeo green riguarda il trattamento delle acque reflue, fognarie e dei fanghi. In un contesto di crescente pressione sulle risorse idriche, queste tecnologie sono strategiche per la sicurezza ambientale e industriale.

Tecnologie ICT per la mitigazione climatica. Qui si registra un incremento record del +270% negli ultimi dieci anni. La digitalizzazione dei processi produttivi e la gestione efficiente delle risorse energetiche e ambientali rappresentano il 12% delle domande: soluzioni che migliorano l’efficienza interna, riducono consumi, sprechi ed emissioni e abilitano modelli industriali più sostenibili.

Seguono le tecnologie di misurazione e collaudo delle variabili elettriche e magnetiche (7,3%), fondamentali per garantire performance energetiche elevate e controllo delle infrastrutture elettriche, e le tecnologie energetiche legate a reti AC/DC, gestione e ricarica delle batterie, sistemi multi-fonte e trasmissione wireless dell’energia.

Il ruolo dei territori e delle imprese

La geografia dell’innovazione green è chiara: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte trainano la dinamica, forti di una solida base manifatturiera e di una consolidata capacità di trasformare ricerca e know-how in soluzioni industriali.

Le imprese sono le protagoniste assolute: detengono l’81,9% delle domande pubblicate. Seguono le persone fisiche (12,9%) e gli enti (5,2%). Il manifatturiero si conferma il motore dell’innovazione (59%), seguito dalla ricerca scientifica (18,8%), telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso (3,5%) e costruzioni (3,5%).

Questo dato è centrale: la transizione ecologica italiana non è solo un fenomeno normativo o accademico, ma una trasformazione industriale concreta.

Perché i brevetti green sono importanti per le imprese?

Un brevetto non è solo un titolo giuridico. È uno strumento strategico di politica industriale aziendale, perché protegge l’innovazione, garantendo un vantaggio competitivo temporaneo; rafforza la posizione sul mercato, impedendo ai concorrenti di replicare soluzioni chiave; aumenta il valore dell’impresa, diventando un asset immateriale valorizzabile anche in operazioni finanziarie; facilita l’accesso a capitali, soprattutto in un contesto in cui la finanza – pubblica e privata – privilegia progetti sostenibili e tecnologicamente avanzati.

Non solo, il brevetto supporta anche l’internazionalizzazione, tutelando le soluzioni innovative nei mercati esteri.

Nel caso delle tecnologie green, il brevetto assume un valore ancora più strategico: consente di presidiare filiere emergenti destinate a crescere nel medio-lungo periodo grazie agli obiettivi climatici europei e agli investimenti del Green Deal.

I vantaggi competitivi dell’innovazione verde

I numeri dello studio mostrano un divario netto tra imprese che brevettano in ambito green e quelle che operano in settori non green.

Le imprese “green” generano in media 382 milioni di euro di fatturato, contro i 41 milioni delle altre. La produttività è più elevata: 144.000 euro di valore aggiunto per addetto, contro 92.000.

Anche l’export è più dinamico: il 57,8% esporta, generando oltre 63 miliardi di euro, con una forte diversificazione dei mercati. Il capitale umano è più qualificato: il 29,7% degli occupati è laureato (di cui il 16,7% in discipline STEM). Inoltre, queste imprese attraggono più capitale estero (41,9% con partecipazioni straniere, contro il 31,7% delle non green).

Perché chi innova green è più competitivo? Per almeno quattro ragioni strutturali: opera in mercati in crescita, sostenuti da politiche pubbliche e domanda globale, investe in tecnologia e capitale umano, aumentando la produttività, integra sostenibilità ed efficienza, riducendo costi energetici e rischi regolatori ed è più attrattivo per investitori e partner internazionali, grazie a un posizionamento coerente con i criteri ESG.

In altri termini, l’innovazione verde non è solo una scelta etica o ambientale: è una strategia industriale ad alto rendimento.

In cosa si traduce il valore di un brevetto?

Il valore di un brevetto si traduce in ricavi diretti, attraverso lo sfruttamento industriale o le licenze, maggiore potere contrattuale nelle partnership e nelle filiere, valorizzazione patrimoniale, aumentando l’enterprise value, riduzione del rischio competitivo, grazie a barriere all’ingresso, e accesso facilitato a incentivi e finanziamenti pubblici.

Nel caso delle tecnologie green, il brevetto contribuisce anche a costruire reputazione e credibilità, elementi sempre più determinanti nei mercati globali.

Una leva strategica per la politica industriale

L’Italia dimostra di avere competenze e capacità tecnologiche di primo piano nella transizione ecologica europea. Il dato sui brevetti, letto insieme alla diffusione degli eco-investimenti, racconta un sistema produttivo in movimento, capace di innovare in modo diffuso.

La sfida ora è duplice: rafforzare la cultura della proprietà intellettuale, affinché l’innovazione venga sistematicamente valorizzata, e sostenere la crescita dimensionale delle imprese green, che già oggi mostrano performance economiche superiori.

In un contesto globale in cui sostenibilità e competitività coincidono sempre più, i brevetti green non rappresentano solo un indicatore tecnologico. Sono il segnale di una trasformazione strutturale dell’industria italiana e una leva strategica per il posizionamento del Paese nella nuova economia climatica europea.

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UK, il Ministero della Giustizia punta sull’AI per prevedere e prevenire la criminalità minorile

Il Ministero della Giustizia del Regno Unito punta sull’AI per prevenire la criminalità. L’obiettivo? Utilizzare machine learning e analisi predittiva per individuare bambini e ragazzi a rischio e attivare misure di supporto prima che scivolino in un percorso criminale.

Il programma, lanciato la scorsa settimana, prevede lo sviluppo di un sistema in grado di segnalare a scuole, servizi sanitari, forze di polizia e assistenti sociali gli individui con maggiore probabilità di essere coinvolti in reati. Il cuore dell’iniziativa è l’integrazione di dati già esistenti ma oggi frammentati tra diversi dipartimenti pubblici: NHS (il servizio sanitario nazionale britannico), servizi sociali, polizia, Dipartimento per il Lavoro e le Pensioni e sistema educativo.

Secondo una fonte governativa, l’idea è “utilizzare meglio AI e machine learning per prevedere i criminali del futuro, ma farlo in modo etico e responsabile». Non si tratterebbe di “criminalizzare” in anticipo, ma di comprendere meglio i segnali di allarme e intervenire prima che la situazione degeneri. “Continuiamo a vedere gli stessi profili nel sistema giudiziario, ma interveniamo troppo tardi”, è l’ammissione.

I dati ufficiali mostrano che alcuni fattori aumentano significativamente il rischio di coinvolgimento in attività criminali. Il 33% dei minori che hanno trascorso un periodo in affidamento riceve un’ammonizione prima dei 18 anni, contro il 4% di chi non è mai stato in carico ai servizi. Circa l’80% dei giovani detenuti è neurodivergente e i ragazzi neri risultano statisticamente più esposti al rischio di incarcerazione rispetto ai coetanei bianchi.

Jake Richards, ministro per la giustizia minorile, ha spiegato di voler “sfruttare la potenza dell’intelligenza artificiale e del machine learning per comprendere meglio le cause profonde della criminalità” e concentrare le risorse sugli interventi più precoci, con l’obiettivo di migliorare le prospettive dei minori e rafforzare la sicurezza delle comunità. Allo stesso tempo, ha annunciato la creazione di un comitato di esperti per valutare efficacia, implicazioni etiche e conseguenze legali del progetto.

Il gruppo consultivo sarà guidato da Mark Mon-Williams, professore di psicologia cognitiva all’Università di Leeds, specializzato in sviluppo infantile e uso dei dati per migliorare gli esiti educativi e sanitari. Il panel dovrà definire standard etici, tecnici e operativi per evitare effetti collaterali, come la cristallizzazione di stereotipi razziali o sociali attraverso i modelli algoritmici.

Secondo Mon-Williams, il vero salto di qualità sarà superare la frammentazione informativa: oggi ogni amministrazione osserva i minori attraverso una propria “lente” – scuola, sanità, assistenza sociale, giustizia – senza una visione integrata. L’AI, combinata con tecniche statistiche avanzate, potrebbe consentire una lettura più olistica delle traiettorie di rischio, individuando situazioni che restano sotto la soglia di attenzione dei singoli servizi ma che, sommate, delineano un quadro preoccupante.

Il punto centrale resta il timing. «Se interveniamo presto possiamo cambiare gli esiti; se aspettiamo la crisi, è molto più difficile invertire la rotta», è la tesi dei promotori.

Ma il progetto apre inevitabilmente un fronte delicato sul piano della privacy, della governance dei dati e della possibilità che modelli predittivi finiscano per rafforzare bias già presenti nei dataset storici. La sfida britannica sarà dunque duplice: prevenire la criminalità senza trasformare l’analisi predittiva in una nuova forma di etichettatura algoritmica.

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