BMW porta i robot umanoidi in fabbrica, a Lipsia il primo test europeo con AEON

BMW porta i robot umanoidi dentro la produzione europea. Nello stabilimento di Lipsia, il gruppo tedesco ha avviato il suo primo progetto in Europa con robot umanoidi in ambiente industriale, inserendo il sistema AEON di Hexagon Robotics in un percorso di test sulla linea produttiva.

Il robot è alto 1,65 metri, pesa circa 60 chilogrammi e si muove su ruote. Può essere equipaggiato con mani, pinze o strumenti di scansione, a seconda dell’attività da svolgere. Non si tratta quindi di un robot industriale fisso, pensato per un’unica operazione ripetuta sempre nello stesso punto della linea, ma di una piattaforma mobile e riconfigurabile, progettata per muoversi all’interno dell’ambiente produttivo e svolgere compiti diversi.

La sperimentazione conferma l’interesse crescente dell’industria automobilistica per la Physical AI, cioè sistemi di intelligenza artificiale capaci di collegare dati, decisioni e movimento fisico. Non più soltanto software che analizzano informazioni o generano contenuti, ma macchine in grado di agire nello spazio reale, interagendo con processi, componenti, strumenti e lavoratori.

Il percorso di test nello stabilimento di Lipsia

BMW ha avviato il progetto dopo una prima fase di valutazioni teoriche e prove di laboratorio. Il primo impiego nello stabilimento di Lipsia è avvenuto nel dicembre 2025, mentre nuovi test sono stati programmati da aprile 2026 in vista di una fase pilota prevista per l’estate.

L’obiettivo iniziale riguarda l’assemblaggio di batterie ad alta tensione e componentistica. Sono ambiti centrali per l’industria dell’auto elettrica, dove precisione, continuità produttiva e sicurezza dei processi sono elementi decisivi.

Il robot AEON sarà testato soprattutto su mansioni ripetitive, ergonomicamente pesanti o difficili da automatizzare con robot industriali fissi. È proprio qui che BMW vede una possibile area di applicazione: compiti che non richiedono necessariamente una linea completamente automatizzata, ma che possono beneficiare di un supporto robotico flessibile.

Perché gli umanoidi interessano l’automotive

L’automotive è uno dei settori più automatizzati al mondo. Da decenni utilizza robot industriali per saldatura, verniciatura, assemblaggio e movimentazione. Ma la nuova generazione di robot umanoidi o semi-umanoidi punta a coprire uno spazio diverso.

I robot industriali tradizionali funzionano molto bene in ambienti strutturati, con compiti precisi, ripetitivi e altamente standardizzati. Il limite emerge quando le attività sono più variabili, quando gli spazi sono progettati per operatori umani o quando l’automazione fissa non è conveniente dal punto di vista tecnico o economico.

Un mercato sempre più in crescita

Un robot come AEON prova a inserirsi proprio in questa zona intermedia. Può muoversi, cambiare utensile, adattarsi a compiti diversi e lavorare in contesti dove oggi l’automazione è più complessa. Il suo valore non sta solo nella forza o nella precisione, ma nella flessibilità.

Il test di BMW arriva mentre il mercato dei robot umanoidi sta passando dalla ricerca alla fase industriale. Secondo l’ultimo rapporto di Fortune Business Insights, il valore globale del settore dovrebbe crescere da 4,89 miliardi di dollari nel 2025 a 6,24 miliardi nel 2026, fino a 165,13 miliardi nel 2034, con un tasso medio annuo composto del 50,60%.

A spingere la domanda sono AI, sensori avanzati, batterie, potenza di calcolo e calo dei costi hardware, ma anche la carenza di lavoratori qualificati, soprattutto in Europa. La regione Asia-Pacifico resta in testa, con la Cina che ha inserito la robotica avanzata tra le priorità industriali arrivando addirittura a creare una carta d’identità digitale per ogni robot umanoide commercializzato.

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Autonomia digitale al G7, Butti: “AI riguarda anche sicurezza e democrazia”. E Urso loda l’enciclica del Papa

L’Italia alla ministeriale ICT del G7 con il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso

Promuovere lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale (AI) al servizio del bene pubblico e dell’Hiroshima AI Process Reporting Framework. Rafforzare l’adozione dell’intelligenza artificiale come leva di crescita economica, con particolare attenzione alle politiche a supporto delle piccole e medie imprese.

Sono queste le due sessioni del G7 Digitale e Tecnologie di Parigi presiedute per l’Italia, rispettivamente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Alessio Butti, e dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

Butti: “L’apertura, la trasparenza e una governance chiara possono accelerare l’adozione dell’AI e ridurre la dipendenza tecnologica

L’incontro odierno dimostra chiaramente che l’AI non è più solo una questione tecnologica: riguarda anche la sicurezza, la resilienza economica, la democrazia e l’autonomia strategica”, ha affermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega all’Innovazione, Butti, incontrando la stampa a margine al vertice ministeriale.

Per questo continuiamo a sostenere un approccio antropocentrico e basato sul rischio, coerente con l’AI Act europeo: l’intelligenza artificiale deve supportare le decisioni umane, non sostituire la responsabilità delle persone, soprattutto nei settori più sensibili come sanità, giustizia, istruzione e pubblica amministrazione“.

“Durante i negoziati – ha precisato il sottosegretario – l’Italia si è adoperata per trovare un equilibrio tra innovazione e fiducia. Abbiamo sostenuto un approccio incentrato sull’uomo e basato sul rischio, in linea con l’AI Act europeo. L’AI dovrebbe supportare le decisioni umane, non sostituirsi alla responsabilità umana“.

L’Italia ha inoltre contribuito – ha sottolineato Butti – a rafforzare il Processo di Hiroshima sull’IA per migliorare la cooperazione e il coordinamento tra gli attori pubblici e privati in materia di valutazione e mitigazione dei rischi legati all’IA. Abbiamo sollecitato un’azione più incisiva contro i deepfake e i contenuti sintetici, che minacciano la fiducia, favoriscono le frodi e comportano gravi rischi, soprattutto per i minori“.

Il Hiroshima AI Process (HAIP) Reporting Framework è un sistema volontario di reporting globale lanciato l’8 febbraio 2025 per monitorare come le organizzazioni applicano il Codice di Condotta Internazionale G7 per lo sviluppo di sistemi AI avanzati. Il framework si basa sulle 11 azioni del Codice di Condotta Hiroshima.

Il sottosegretario ha quindi ricordato che “L’apertura dei modelli e l’open-source AI possono ridurre le barriere all’ingresso, aiutare le piccole e medie imprese, migliorare trasparenza e accountability, evitando nuove dipendenze da pochi grandi operatori globali. Ma apertura significa anche governance: regole chiare, definizioni solide, responsabilità“.

Infine, Butti ha rilanciato “il ruolo sempre più strategico delle tecnologie quantistiche. Talenti, proprietà intellettuale, hardware quantistico, componenti criogeniche e supply chain sicure sono ormai asset industriali e geopolitici. La sovranità digitale non significa isolamento. Significa avere la capacità di partecipare, da protagonisti, a un ecosistema globale aperto, competitivo e sicuro“.

Urso rilancia il messaggio di Papa Leone XIV: “Sovranità digitale non significa escludere gli altri, ma coinvolgerli

Sovranità digitale non significa escludere gli altri, ma coinvolgerli, con l’obiettivo di rafforzare la nostra capacità i scegliere e quindi la nostra autonomia strategica”. È quanto dichiarato dal nostro ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, all’apertura dei lavori della riunione dei Ministri del G7 dedicata a Digitale e Tecnologie in corso a Bercy, a Parigi.

L’autonomia strategica che passa per l’indipendenza tecnologica è uno degli obiettivi chiave dell’Unione europea e del nostro Governo, ma certo bisogna decidere anche con quali regole e secondo quali principi va raggiunto questo obiettivo.

Urso porta l’esempio di Papa Leone XIV e della sua prima enciclica presentata pochi giorni fa a Roma dal titolo Magnifica Humanitas“, dedicata proprio all’intelligenza artificiale (AI). Documento che si rivolge a tutti e non solo ai credenti, ha commentato Urso, perché “l’AI non ha confini, ma l’uomo e il nostro mondo hanno precisi confini”.
Uno dei quali, ha ricordato Urso, lo si ritrova “tra chi, come noi, condivide il principio fondamentale della libertà e chi ritiene che le tecnologie possano servire a controllare meglio le libertà. L’uomo, invece, aspira a superare il confine dell’infinito, rispetto al quale però l’AI non ha e non può dare soluzioni.

Per questo – ha aggiunto il ministro delle Imprese del nostro Paese – siamo d’accordo con il Sommo Pontefice: la persona deve sempre rimanere al centro, secondo quella visione antropocentrica che è a fondamento della nostra civiltà. Dobbiamo lavorare insieme, innanzitutto con chi condivide questi valori, senza escludere alcuno, perché vale per tutti il principio della condivisione“.

Sovranità digitale, un percorso comune tra Italia e Francia

Con la Francia stiamo costruendo un percorso per rafforzare la sovranità digitale europea e sviluppare un ecosistema dell’intelligenza artificiale competitivo, sicuro e fondato su una visione antropocentrica. A Parigi, a margine della Ministeriale G7 Digitale e Tecnologie, insieme al sottosegretario Alessio Butti, ho incontrato la ministra francese per l’Intelligenza Artificiale e le Tecnologie Digitali, Anne Le Hénanff, con la quale abbiamo approfondito i temi delle infrastrutture digitali, della capacità computazionale, del cloud e dell’identità digitale europea, confermando la volontà di rafforzare ulteriormente la cooperazione strategica tra i nostri Paesi“, ha scritto su X il ministro Urso.

Abbiamo illustrato a Le Hénanff – ha aggiunto Urso – le iniziative messe in campo dal Governo italiano per sostenere gli investimenti nel campo dell’intelligenza artificiale e la sua diffusione nelle imprese, condividendo l’esigenza di dotare l’Europa di infrastrutture e competenze adeguate per affrontare le sfide tecnologiche del futuro. Con la ministra Le Hénanff abbiamo quindi convenuto sulla necessità di accelerare la realizzazione di un’autentica autonomia digitale europea, riducendo le dipendenze strategiche nei servizi critici e promuovendo soluzioni europee innovative al servizio di cittadini e imprese“.

Il G7 e la tutela dei minori online: sette principi per un ambiente digitale più sicuro

Un ulteriore tema chiave su cui i ministri del digitale del G7 si sono affrontati è stato quello di creare e assicurare uno spazio digitale sicuro e protetto per i minori. Argomento sensibili che sarà centrale anche nella dichiarazione finale che i leader del G7 dovranno adottare a giugno, dal 15 al 17 giugno 2026 a Evian, in occasione del Vertice dei capi di Stato e di governo.

Sette i principi comuni adottati dal G7 per promuovere uno spazio digitale più sicuro e protetto per bambini e adolescenti. L’iniziativa si inserisce nel solco delle attività già avviate dall’Unione europea e mira a garantire che i minori possano beneficiare delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali senza compromettere la loro sicurezza, la privacy e i diritti fondamentali.

L’obiettivo è creare un quadro condiviso che coinvolga piattaforme digitali, istituzioni, famiglie, scuole e società civile nella protezione dei più giovani online.

Sicurezza integrata fin dalla progettazione e verifica dell’età rispettosa della privacy

Il primo principio riguarda l’adozione di sistemi efficaci di valutazione e gestione dei rischi. Le piattaforme e i servizi digitali dovranno integrare la sicurezza già nelle fasi di progettazione e sviluppo (“safety by design”), prevedendo misure preventive e una maggiore trasparenza sul funzionamento dei servizi e sugli eventuali rischi per i minori.

Il G7 sottolinea la necessità di sviluppare strumenti affidabili per la verifica dell’età degli utenti. Queste soluzioni dovranno essere efficaci nel limitare l’accesso dei minori a contenuti o servizi non adatti alla loro età, ma allo stesso tempo rispettare la privacy degli utenti, evitando raccolte eccessive di dati personali.

Maggiore controllo, protezione per gli account dei minori e contrasto agli abusi e allo sfruttamento online

Le piattaforme sono invitate a garantire elevati standard di sicurezza e riservatezza per gli account dei più giovani. Particolare attenzione viene dedicata ai sistemi di raccomandazione algoritmica, che dovrebbero essere progettati per evitare forme di utilizzo eccessivo o dipendenza dalle piattaforme. I minori dovrebbero inoltre disporre di strumenti che consentano loro di gestire meglio la propria esperienza online.

Uno dei punti centrali del documento riguarda la lotta alla diffusione di materiale pedopornografico e di immagini intime condivise senza consenso. Il G7 chiede misure più incisive per prevenire la produzione e la distribuzione di questi contenuti, anche quando vengono generati attraverso sistemi di intelligenza artificiale. Parallelamente, viene richiesta la creazione di adeguati servizi di supporto per le vittime.

Strumenti efficaci per genitori e tutori, educazione digitale per famiglie, scuole e giovani

I ministri evidenziano l’importanza di mettere a disposizione di genitori e tutori strumenti semplici, interoperabili e facilmente utilizzabili per monitorare e accompagnare l’attività online dei minori. L’obiettivo non è solo il controllo, ma anche il sostegno educativo nell’uso consapevole delle tecnologie.

Un altro pilastro dell’iniziativa riguarda la promozione dell’alfabetizzazione digitale. Il G7 auspica programmi formativi accessibili a genitori, insegnanti e ragazzi, per aiutarli a comprendere il funzionamento degli ecosistemi digitali, riconoscere i rischi online e sviluppare competenze critiche anche rispetto alle nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa.

Collaborazione con il mondo della ricerca

Infine, il documento incoraggia una maggiore cooperazione tra piattaforme digitali e comunità scientifica. La condivisione dei dati con ricercatori qualificati potrà contribuire a comprendere meglio gli effetti dei servizi digitali sui minori e a sviluppare soluzioni più efficaci per la loro tutela.

Un impegno condiviso

I Paesi del G7 invitano ora i fornitori di servizi digitali a trasformare questi principi in azioni concrete. La protezione dei minori online viene considerata una responsabilità collettiva che richiede il contributo di aziende tecnologiche, autorità pubbliche, scuole, famiglie e degli stessi ragazzi, i cui diritti e interessi devono rimanere al centro delle politiche digitali.

L’attuazione dei principi sarà accompagnata da un piano d’azione internazionale che prevede iniziative specifiche per rendere l’ambiente digitale più sicuro e per rafforzare le conoscenze scientifiche sugli impatti delle tecnologie digitali sui minori. In questo contesto, la cooperazione tra i Paesi del G7 viene considerata un elemento essenziale per affrontare sfide che hanno una dimensione sempre più globale.

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Indipendenza digitale europea, ecco il Piano della Commissione. E la RAI dedica una puntata alla campaign di Key4Biz

Finalmente, la Commissione Europea ha capito che dal punto di vista dell’innovazione tecnologica l’Europa deve iniziare ad agire in modo autonomo. Non più solo a normare, ma a fare innovazione – oggi dipende dal punto di vista digitale per l’80% da fornitori extra-UE – e a creare un’offerta tecnologica “made in Europe”, facendo crescere, allo stesso tempo, la domanda di Pubbliche Amministrazioni e aziende verso “uno stack tecnologico europeo completo”, con servizi e infrastrutture realizzati da aziende europee.

E sono stati diversi i fattori geopolitici che ha portato la Commissione europea a preparare il “Pacchetto di norme per la sovranità tecnologica europea“, (accompagnata dalla Strategia per l’open source). La presentazione ufficiale di entrambi è attesa il 3 giugno prossimo. E parliamo:

  • della guerra della Russia in Ucraina anche per conquistare le materie critiche e terre rare fondamentali per le diverse tecnologie;
  • della seconda elezione di Trump, che sembra “spegnere” – da un momento all’altro – il “bottone” dei servizi digitali e cloud dagli USA verso l’Europa per ostilità politiche;
  • il conflitto in Iran su iniziativa americana e israeliana con gli shock energetici causati dalla crisi dello stretto di Hormuz
  • fino alle recenti posizioni degli Stati Uniti di ridurre la sua presenza nella NATO per un mancato sostegno da parte degli alleati europei nella guerra iraniana.

Attualmente l’UE spende 264 miliardi di euro all’anno principalmente in prodotti e servizi informatici proprietari statunitensi. Ciò crea dipendenze che influenzano la capacità dell’Europa di controllare le infrastrutture digitali chiave.

Prima di analizzare i punti chiave del “Pacchetto” di norme per la sovranità tecnologica europea, pubblicato in anteprima dal quotidiano “Politico”, è fondamentale rimarcare l’approccio usato dalla Commissione europea nel definire questa nuova Strategia. Si punta alla sovranità tecnologica europea, ma senza creare un’autarchia e un isolamento digitale: resta, infatti, l’apertura del Mercato Unico a partenariati con aziende extra-UE e alla concorrenza leale: questi sono gli ingredienti giusti per non bloccare l’innovazione tecnologica!

Veniamo al nuovo “Pacchetto”, che punta ad iniziare ad avere la sovranità tecnologica europea con 4 azioni iniziative interconnesse:

  1. Un Chips Act 2.0, che si basa sul primo European Chips Act, per rafforzare l’ecosistema dei semiconduttori in Europa e la resilienza della catena di approvvigionamento, comprese misure per stimolare la domanda interna di chip;
  2. Un Cloud and AI Development Act (“CADA”) per sbloccare il potenziale dell’industria del cloud e dell’IA dell’UE, garantendo che queste tecnologie siano sviluppate e utilizzate nell’UE, affrontando al contempo i rischi associati alla dipendenza dell’Europa da paesi terzi;
  3. Una Strategia per gli ecosistemi digitali aperti dell’UE (“Strategia Open Source”), inclusa nella presente Comunicazione, per rafforzare l’autonomia dell’Europa lungo l’intero stack, nonché nelle pubbliche amministrazioni e nelle istituzioni dell’UE sfruttando il software open source; e
  4. Un Regolamento delegato e una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’IA nell’energia per sostenere la sostenibilità dei data center europei ed evitare il “greenwashing” in questo settore, ossia la falsa promessa di garantire la sovranità tecnologica.

Ecco i primi due vantaggi di queste iniziative, la prima dal punto di vista della cybersicurezza e la seconda dal punto di vista della protezione dei dati critici e strategici di ogni singolo Paese dell’UE: quindi parliamo anche di sicurezza nazionale e di difesa.

Infatti, in un ambiente digitale segnato da una crescente concentrazione del mercato e dal vendor lock-in, specialmente di fornitori extra-UE, la cybersecurity deve essere garantita in tutto lo stack tecnologico, mentre l’interoperabilità, la portabilità e l’adozione diffusa di standard aperti garantiscono che gli utenti pubblici e privati possano scegliere, cambiare e scalare le soluzioni tecnologiche senza costi proibitivi.

Inoltre, passare da dipendenze digitali critiche alla diversificazione delle catene di approvvigionamento e ridurre l’eccessivo affidamento su singoli fornitori extra-UE o paesi terzi per le tecnologie digitali chiave, consentirebbe un efficace controllo normativo e operativo laddove siano coinvolti infrastrutture critiche, dati sensibili o servizi pubblici essenziali.

È essenziale mobilitare massicci volumi di capitale privato

Poiché i finanziamenti pubblici da soli non possono colmare il divario di investimenti dell’Europa – stimato nel rapporto Draghi in 800 miliardi di EUR all’anno – è essenziale mobilitare massicci volumi di capitale privato. L’Europa deve affrontare urgentemente la sua carenza strutturale di capitale di rischio privato per le aziende ad alta crescita e deep-tech. Il programma InvestAI mira a mobilitare 200 miliardi di euro nell’Intelligenza artificiale e illustra la portata degli investimenti necessari. Lo Scale-up Europe Fund e l’Industrial Accelerator Act contribuiscono ulteriormente a questo obiettivo facilitando lo scale-up industriale e migliorando l’accesso ai finanziamenti per le imprese innovative.

La campagna che Key4Biz porta avanti da novembre 2024 per l’Indipendenza digitale Ue diventa un podcast su RAI Play Sound

Come voi lettori sapete, Key4Biz sta portando avanti, da novembre 2024, la campagna per alimentare l’indipendenza digitale europea per raggiungere gli obiettivi ben spiegati nel nuovo “Pacchetto” della Commissione europea. Così, RAI GR Parlamento ha dedicato un’intera puntata alla nostra iniziativa, ecco il video in cui il giornalista RAI mi chiede “come Key4Biz declina l’indipendenza digitale europea”.

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Durante la puntata, mi è stato chiesto anche di commentare una considerazione di Federico Ferrazza, direttore di Italian Tech del Gruppo Gedi.

È possibile ascoltare la puntata integrale anche su RAI PLAY SOUD

Conclusioni: la posta in gioco è alta

La posta in gioco è alta: non è un lusso perseguire l’autonomia tecnologica, almeno in alcuni settori chiave per la sicurezza nazionale e cybersicurezza nonché per la sicurezza energetica. Senza la realizzazione rapida di questo “Pacchetto”, l’Europa rischia di rimanere ulteriormente indietro nella corsa tecnologica globale.

Questo “Pacchetto”, si legge nel documento della Commissione europea, “rappresenta un imperativo strategico per rendere future-proof (a prova di futuro) l’economia, la sicurezza e la sovranità dell’Europa”.

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Anthropic vale mille miliardi: una sua nuova sede a Milano, che “attira” grazie ai data center

Anthropic sceglie Milano: la capitale italiana dei data center e dell’AI accelera la sua corsa digitale (trainando l’Italia intera)

L’intelligenza artificiale (AI) sta ridefinendo le geografie dell’innovazione globale e Milano si candida sempre più a diventare uno degli hub digitali di riferimento europei per questa trasformazione. A confermarlo è la scelta di Anthropic, una delle aziende più influenti nel panorama mondiale dell’AI, di aprire un nuovo ufficio nel capoluogo lombardo (il primo nel nostro Paese), inaugurando una presenza che va ben oltre la semplice espansione commerciale e che si inserisce in un più ampio processo di consolidamento dell’ecosistema tecnologico italiano.

L’annuncio arriva in una fase di crescita straordinaria per la società fondata nel 2021 da Dario Amodei insieme ad altri ex ricercatori di OpenAI. Anthropic, sviluppatrice dell’assistente AI Claude, ha appena chiuso un nuovo round di finanziamento da 65 miliardi di dollari che porta la sua valutazione post-money a 965 miliardi di dollari, superando quella di OpenAI e diventando la startup AI con il più alto valore al mondo.

L’operazione, denominata Series H, è stata guidata da Altimeter Capital, Dragoneer, Greenoaks e Sequoia Capital, con la partecipazione di Capital Group, Coatue, D1 Capital Partners, GIC, ICONIQ e XN. Nel finanziamento sono inclusi anche 15 miliardi di dollari di investimenti precedentemente impegnati da grandi operatori infrastrutturali del settore tecnologico, tra cui Amazon con 5 miliardi di dollari. Solo pochi mesi fa, a febbraio, Anthropic era valutata 380 miliardi di dollari: in meno di un anno il valore della società è aumentato di oltre due volte e mezzo.

Anthropic in espansione finanziaria

A sostenere questa crescita è soprattutto l’espansione del business. All’inizio del mese il fatturato annualizzato di Anthropic ha superato i 47 miliardi di dollari, dopo che l’azienda aveva già rivisto al rialzo una precedente stima di 30 miliardi. Una progressione che porta il gruppo a viaggiare a una velocità circa cinque volte superiore rispetto a quella registrata l’anno precedente. Una quota significativa di questo sviluppo deriva dagli strumenti di AI per la programmazione software, tra cui Claude Code, sempre più adottati dalle imprese.

Questo finanziamento ci aiuterà a soddisfare la domanda storica che stiamo registrando, a rimanere all’avanguardia nella ricerca e a portare Claude in un numero crescente di luoghi in cui si svolge il lavoro”, ha dichiarato Krishna Rao, Chief Financial Officer di Anthropic.

Contestualmente alla raccolta di capitale, la società ha presentato Claude Opus 4.8, nuova versione della famiglia di modelli Opus che promette prestazioni superiori nelle attività di coding, nei sistemi agentici e nelle applicazioni professionali avanzate.

L’espansione finanziaria è accompagnata da una massiccia strategia infrastrutturale. Tra i nuovi partner figurano Micron, Samsung e SK hynix, coinvolti per supportare l’aumento della capacità di calcolo necessaria a sostenere la domanda globale di servizi AI. Anthropic ha inoltre sottoscritto accordi con Amazon per fino a cinque gigawatt di nuova capacità computazionale, con Google e Broadcom per ulteriori cinque gigawatt basati sulle nuove generazioni di TPU e con SpaceX per l’accesso a capacità GPU dedicate.

Perché Anthropic ha scelto Milano

È in questo scenario che si inserisce la decisione di aprire una sede italiana a Milano, il sesto ufficio europeo dopo Londra, Dublino, Parigi, Zurigo e Monaco.

La struttura sarà il punto di riferimento per le relazioni con le imprese italiane e con la comunità nazionale degli sviluppatori, si legge in un comunicato ufficiale della società, con l’obiettivo di favorire la diffusione di Claude e promuovere un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale. Il team milanese lavorerà inoltre per contribuire al dibattito sull’impatto economico e sociale dell’AI nel sistema produttivo italiano.

L’annuncio è arrivato pochi giorni dopo la pubblicazione di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’intelligenza artificiale e il primo documento pontificio ad affrontare direttamente il tema. Alla presentazione ha partecipato anche Chris Olah, co-founder di Anthropic, che ha richiamato l’attenzione sulle implicazioni etiche della tecnologia, sostenendo la necessità che comunità religiose, società civile, università e governi contribuiscano insieme a orientarne lo sviluppo verso benefici concreti per l’umanità.

La presenza italiana dell’azienda è già una realtà. Guidato da Thomas Remy, Head of Southern Europe di Anthropic, il team locale collabora con alcuni dei principali gruppi industriali nazionali. Nel settore finanziario figurano Generali Group e Unipol Group; nelle life sciences Angelini Pharma e Bracco Group; nell’energia Enel Group; nell’automotive Pirelli.

L’espansione italiana di Anthropic

Anthropic ha inoltre avviato una partnership con JAKALA, tra i maggiori operatori europei nel settore Data & AI. L’accordo prevede l’estensione dell’utilizzo di Claude a oltre 3.000 collaboratori, con l’obiettivo di liberare circa il 70% del tempo del management senior per attività strategiche ad alto valore aggiunto.

Anche il tessuto dell’innovazione italiana sta adottando rapidamente la piattaforma. Satispay, utilizzata da oltre sei milioni di utenti, ha introdotto Claude all’interno dei propri team di ingegneria riuscendo a comprimere una roadmap prevista in 18 mesi a soli sette mesi e accelerando di dieci volte l’aggiornamento del sistema di pagamento core. In Bending Spoons, una delle aziende tecnologiche italiane più internazionalizzate, la maggior parte delle modifiche al codice viene oggi sviluppata con il supporto di Claude Code.

La società guarda inoltre al mondo creativo. Durante la Milano Design Week ha collaborato con Alcova Milano per un workshop dedicato a designer e professionisti della progettazione, mostrando come l’intelligenza artificiale possa integrarsi nei processi di design industriale, dell’arredo e degli spazi.

Siamo in Italia per accompagnare grandi aziende e supportare ricerca e cultura in una transizione sicura verso l’intelligenza artificiale. L’Italia è un Paese che ha sempre saputo accogliere trasformazioni profonde e siamo ottimisti riguardo a ciò che la frontier AI può offrire a questo Paese, a grandi gruppi industriali, imprenditori, università e istituzioni culturali”, ha dichiarato Chris Ciauri, Managing Director International di Anthropic.

Milano sempre più hub europeo delle tecnologie strategiche

La scelta di Anthropic non è un caso isolato. Negli ultimi mesi Milano è diventata una delle principali destinazioni europee per gli investimenti nelle tecnologie emergenti e nelle infrastrutture digitali.

Un segnale significativo arriva da Algorithmiq, società specializzata nello sviluppo di software quantistico, che ha deciso di trasferire il proprio quartier generale globale dalla Finlandia a Milano, pur mantenendo importanti attività operative nel Paese nordico. La decisione è stata presa dopo il lancio della Strategia Nazionale Quantistica italiana del 2025, che punta alla costruzione di una solida infrastruttura nazionale per le tecnologie quantistiche.

Contestualmente, Algorithmiq ha raccolto 18 milioni di euro in un round guidato da United Ventures e CDP Venture Capital, con la partecipazione di Inventure VC. L’operazione porta a 36 milioni di euro il totale dei capitali raccolti dalla società e rappresenta il più grande investimento di venture capital mai realizzato in Italia nel settore delle startup quantistiche.

Guidata dalla CEO e co-fondatrice Sabrina Maniscalco, insieme al CSO e co-fondatore Guillermo García-Pérez, al CTO e co-fondatore Matteo Rossi e al Lead Researcher e co-fondatore Boris Sokolov, Algorithmiq utilizzerà Milano come base per sviluppare relazioni commerciali con i principali produttori mondiali di hardware quantistico.

Nel corso del 2025 la società ha inoltre siglato accordi strategici con Microsoft, IBM e Rigetti, rafforzando il proprio posizionamento come partner software di riferimento per alcune delle più importanti aziende tecnologiche globali.

Il ruolo dei data center e la centralità della Lombardia

Dietro l’arrivo di aziende come Anthropic e Algorithmiq c’è anche una ragione infrastrutturale. L’intelligenza artificiale e il quantum computing richiedono enormi capacità di elaborazione dati e disponibilità energetica. In questo contesto la Lombardia rappresenta il principale polo italiano.

Secondo i dati regionali, nel 2024 erano operativi 67 data center in Lombardia, di cui 33 nella sola Milano, su un totale nazionale di 168 strutture nazionali.Si tratta della più elevata concentrazione italiana e di una delle più importanti in Europa.

Le prospettive di crescita sono altrettanto significative. Nei prossimi cinque anni il settore prevede investimenti per 22 miliardi di euro in Italia, dei quali circa 11 miliardi destinati alla Lombardia. Il fabbisogno energetico stimato raggiungerà i 3 gigawatt a livello nazionale, con circa 1,5 gigawatt concentrati nella regione.

Non è un caso che a Milano hanno aperto uffici negli ultimi anni altre grandi società tecnologiche, tra cui Cisco, Ericsson, Capgemini, IBM, Accenture, Avenade e DXC Technology, ma già prima avevano preso posto giganti del calibro di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Samsung, SAP e Oracle.

Per governare questa espansione, il Consiglio regionale lombardo ha approvato una nuova legge dedicata all’insediamento dei data center. Il provvedimento punta a favorire il riutilizzo di aree industriali dismesse e siti di rigenerazione urbana, limitando il consumo di nuovo suolo e introducendo procedure autorizzative coordinate attraverso uno Sportello regionale dedicato.

Data center fondamentali per la crescita e la competitività, ma attenzioni alla questione ambientale e sociale

L’obiettivo è trasformare la crescita delle infrastrutture digitali in un fattore di sviluppo sostenibile e competitivo, capace di attrarre investimenti internazionali senza compromettere l’equilibrio ambientale del territorio.

In questo quadro, l’apertura della sede milanese di Anthropic assume un significato che va oltre la singola azienda. È il segnale di una trasformazione più profonda: Milano si sta consolidando come punto di incontro tra capitale finanziario, ricerca avanzata, infrastrutture digitali e innovazione industriale. Un ecosistema che oggi attrae alcune delle imprese più importanti al mondo dell’intelligenza artificiale e che potrebbe diventare uno dei principali motori della competitività tecnologica italiana ed europea nei prossimi anni.

Tutto questo però ha un costo, energetico in primis, ma anche ambientale e quindi sociale. Non sono poche le resistenze politiche all’arrivo dei data center sui territori e le comunità locali si iniziano ad organizzare per chiedere maggiore attenzione ai consumi energetici, idrici e di suolo di queste infrastrutture vitali, sì, ma anche dall’elevato impatto ambientale. Un nuovo capitolo questo che si è appena iniziato a scrivere e che probabilmente vedrà crescere critiche e opposizioni ai data center, come già sta accadendo in altri Paesi, tra cui certamente gli Stati Uniti.

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G7, Anitech-Assinform e TECH7 ai Governi: più cooperazione su cybersicurezza, AI, Quantum  

Alla vigilia della riunione dei Ministri digitali del G7, le principali associazioni di categoria del settore digitale dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) e dell’Unione Europea si riuniscono nell’ambito di TECH7, il forum delle associazioni di categoria digitali del G7, per presentare le loro raccomandazioni congiunte ai sette ministri riuniti a Parigi. Tali raccomandazioni mirano a rafforzare la crescita, la competitività e l’innovazione nell’economia digitale globale.

Questo incontro si svolge in un momento in cui le tecnologie digitali — intelligenza artificiale, cybersicurezza, infrastrutture cloud e tecnologie quantistiche — giocano un ruolo decisivo per la crescita, la competitività e la capacità di innovazione delle economie del G7.

Sotto la presidenza francese del G7, le associazioni di categoria digitali dei Paesi membri hanno adottato a Parigi una dichiarazione congiunta che chiede un rafforzamento della cooperazione tra le principali economie digitali. Questa convergenza riflette un impegno condiviso a favore di ecosistemi digitali aperti, interoperabili, sicuri e che favoriscano l’innovazione.

Le raccomandazioni affrontano otto grandi temi strategici:

1. cybersicurezza e resilienza delle infrastrutture critiche;

2. flussi e governance dei dati;

3. impiego dell’intelligenza artificiale nei settori strategici;

4. tecnologie quantistiche;

5. sicurezza delle catene di approvvigionamento e delle infrastrutture digitali;

6. salute digitale;

7. competenze e futuro del lavoro;

8. sostegno alle PMI nell’economia digitale.

Attraverso questa dichiarazione congiunta, TECH7 invita i governi del G7 a intensificare il dialogo pubblico-privato e ad attuare politiche che promuovano l’innovazione, gli investimenti e la competitività delle economie digitali.

* Organizzazioni membri di TECH7: TECHNATION (Canada), Numeum (Francia), AFNUM (Francia), Bitkom (Germania), Anitec-Assinform (Italia), JEITA (Giappone), techUK (Regno Unito), ITI (Stati Uniti), DIGITALEUROPE (Unione Europea).

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Engineering, ricavi a 426 milioni di euro (+4,1%) nel primo trimestre. Bisio: “AI driver di crescita”  

Il Consiglio di Amministrazione del Gruppo Engineering, tra i leader della Digital Transformation in Italia e con un’importante presenza a livello internazionale, ha approvato i risultati consolidati relativi al primo trimestre 2026, che evidenziano una crescita organica dei ricavi e un miglioramento della redditività in accelerazione rispetto agli ultimi anni, confermando l’efficacia del percorso di riposizionamento strategico verso attività a maggiore valore aggiunto.

La crescita registrata nel trimestre è trasversale a tutti i principali mercati di riferimento in cui opera il Gruppo ed è guidata principalmente dalle performance positive nel Public Sector e nell’Healthcare, oltre che dai risultati dei Software Products (+9%) e del Digitech & Consulting (+6%).

Bisio: “La nostra Intelligenza Artificiale sovrana per aziende e PA”

Aldo Bisio, Amministratore Delegato del Gruppo, dichiara: “Il primo trimestre 2026 conferma la solidità della direzione intrapresa, caratterizzata da un progressivo spostamento verso attività a maggiore valore aggiunto, da una crescente integrazione dell’intelligenza artificiale e da un rafforzamento della disciplina finanziaria. L’evoluzione del nostro modello industriale vede un ruolo centrale della GenAI grazie al lancio dell’architettura modulare IS-IA (Italy’s Sovereign Intelligence Architecture), che si fonda sull’LLM proprietario EngGPT 2, per offrire a Pubbliche Amministrazioni e aziende un’Intelligenza Artificiale sovrana, ovvero governabile, efficiente, aperta e in grado di integrarsi con altri modelli generalisti”.

Principali risultati economico-finanziari

Nel primo trimestre del 2026, la maggior parte dei principali indicatori economici e patrimoniali del Gruppo ha evidenziato un andamento positivo:

  • Ricavi: 426 milioni di euro in crescita del +4,1% su base organica rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente
  • EBITDA adjusted: 58,3 milioni di euro (+5,9% YoY) e EBITDA Adjusted post-CapEx: 51 milioni di euro (+9,6% YoY), in miglioramento grazie alla particolare attenzione al contenimento dei costi, a un mix di business più favorevole e alla normalizzazione degli investimenti
  • Leva finanziaria netta[1] si attesta a 4,3 volte l’EBITDA, in miglioramento rispetto al primo trimestre 2025, grazie alla rafforzata capacità di generazione di cassa, sostenuta dalla maggiore redditività e profittabilità del Gruppo

AI driver chiave di crescita

Per Engineering l’intelligenza artificiale rappresenta un driver chiave di crescita e di efficienza, grazie all’architettura modulare IS-IA, allo sviluppo di soluzioni scalabili come l’LLM proprietario EngGPT 2. Questo approccio consente al Gruppo di generare benefici tangibili nei processi interni, migliorando produttività e competitività. Allo stesso tempo, permette di applicare concretamente l’intelligenza artificiale in diversi contesti industriali e di servizio in modo sicuro, trasparente e completamente governabile. Le soluzioni sviluppate rispondono a esigenze specifiche di diversi settori, tra cui manifatturiero, telecomunicazioni, sanità ed energia. In questo modo, Engineering supporta i clienti nell’ottimizzazione dei processi, nell’accelerazione dei percorsi di trasformazione digitale e nella realizzazione di servizi sempre più avanzati, sicuri e governabili.

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Digital Networks Act, le prossime tappe dell’iter legislativo. Punti fermi e nodi da sciogliere

Il Digital Networks Act (DNA) procede la sua strada. Dopo la pubblicazione della proposta di riforma da parte della Commissione il 21 gennaio scorso, il pacchetto normativo inizia il suo iter che prevede il via libera di Europarlamento e Consiglio prima di entrare in vigore se tutto va bene a metà del 2027.

Manca ancora un anno, quindi, al via libera di un provvedimento alquanto divisivo, che vede i 27 Paesi europei su posizioni diverse su molti temi. Dalla gestione dello spettro allo switch off obbligatorio del rame, fino al nuovo sistema di conciliazione delle dispute fra telco e hyperscaler, sono molti i nodi da sciogliere.

La tempistica

Le principali telco Ue hanno già fatto sapere tramite Connect Europe, l’associazione che rappresenta i principali player del Vecchio Continente, che ha appena pubblicato una lista di 12 punti con cui migliorare e integrare la proposta dell’esecutivo Ue.

Spettro indeterminato piace agli investitori

L’aspetto più significativo del DNA, che gli investitori hanno maggiormente apprezzato, è stata l’istituzione di licenze indeterminate per lo spettro radio, secondo l’associazione delle telco Ue.  Un aspetto che al contrario non piace a tutti gli Stati membri, restii a rinunciare alla loro sovranità nazionale in tema di frequenze radio. Italia e Francia, ad esempio, sono apertamente contrarie.

Dal canto suo, anche la Germania ha di fatto criticato il Digital Networks Act nel suo insieme, sostenendo che la proposta di riforma della Commissione non alleggerisce per nulla il carico burocratico a carico delle aziende e non rappresenta quindi uno strumenti rilancio degli investimenti. Un giudizio negativo avanzato anche dalla BDI (Bundesverband der Deutschen Industrie), la Confindustria tedesca.

La proposta di legge della Commissione, come detto, deve essere approvata dai Governi nazionali della Ue e dal Parlamento Ue. Cipro, che al momento è residente di turno del Consiglio Ue, dovrebbe presentare un report sullo stato di avanzamento dei lavori il mese prossimo.

Fibra, chiesti più incentivi

Dal canto loro, le telco Ue stanno cercando di incidere sulla proposta soprattutto con l’inserimento di maggiori incentivi per il rollout della fibra, armonizzazione dello spettro e certezza legale sui tempi delle licenze per consentire agli operatori di programma re gli investimenti e ottimizzare così le reti mobili per la nascita di nuovi servizi specializzati, da far pagare di più e con cui finalmente monetizzare le reti 5G.

Il paradosso del DNA, tuttavia, è secondo Connect Europe il fatto che lungi dall’alleggerire il carico normativo, la proposta di DNA appesantisce il peso per le aziende del carico burocratico. Il DNA contiene ancora 17 obblighi derivati dal Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche, che peraltro prevede che i provider trattino tutto il traffico online in maniera uguale.

Inoltre, il DNA contiene 12 obblighi del tutto nuovi, eliminandone soltanto tre di quelli esistenti. In totale, la proposta della Commissione lasica in essere 29 obblighi. Un po’ tanti per un provvedimento disegnato per tagliare la burocrazia.

Inoltre, secondo l’associazione le autorità e i governi nazionali hanno ancora troppa autonomia per aggiungere ulteriori regole nazionali al carico del DNA.

Switch off del rame non piace alle telco

C’è poi un altro tasto dolente, vale a dire lo switch off del rame. Il DNA prevede che lo spegnimento del rame e il passaggio alla vera fibra FTTH debba chiudersi entro il 2035, eccezion fatta per le aree dove il passaggio non è fattibile.

Secondo Connect Europe, lo switch off obbligatorio del rame non è una misura pro-investimento. Il decommissioning del rame secondo le telco Ue dovrebbe procedere su basi commerciali, guidate dal mercato, e non per una imposizione calata dall’alto.

5G, chieste maggiori certezze su slicing e servizi specializzati

Infine, un altro tema dolente è il network slicing delle reti 5G. Per il lancio di nuovi servizi premium, gli operatori chiedono maggiori certezze normative per l’introduzione di Verticals e servizi differenziati. Si tratterebbe di un nodo non risolto dal DNA dal punto di vista della trasparenza legale.

Infine, per quanto riguarda lo spettro, il tema della durata indeterminata delle licenze è l’aspetto maggiormente favorevole per spingere gli investimenti e per questo l’Europarlamento dovrebbe lascare questo punto intonso, chiudono le telco Ue.   

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Quanto guadagna Jannik Sinner e quante tasse paga

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Con 64,7 milioni di dollari di premi, il tennista è già 6° nella classifica ATP all-time

Il Roland Garros ha confermato quanto possa essere sottile il confine tra ambizione sportiva e fragilità fisica. Sulla terra rossa di Parigi, in una giornata segnata dal caldo e dalla fatica, Jannik Sinner ha visto interrompersi contro Juan Manuel Cerundolo la corsa verso l’unico Slam che manca ancora al suo palmarès, quello che gli permetterebbe di completare il Career Grand Slam. Una partita fuori dal comune: Sinner aveva dominato i primi due set ed era arrivato fino al 5-1 nel terzo, prima che i problemi fisici cambiassero completamente l’inerzia del match. Da lì è nata la rimonta di Cerundolo, capace di ribaltare una sfida che sembrava chiusa e di chiuderla al quinto set.

Ma ogni grande torneo porta con sé anche un’altra partita, meno visibile e molto più complessa: quella dei guadagni, dei premi e delle tasse. La domanda torna ciclicamente attorno al campione altoatesino: quanto guadagna davvero Sinner e quante tasse paga? La risposta è meno immediata di quanto sembri. Sinner risiede fiscalmente a Monaco, dove il regime è più favorevole rispetto a quello italiano, ma questo non significa che non versi imposte. I premi sportivi sono tassati nei Paesi in cui vengono vinti e i redditi prodotti in Italia restano soggetti alle regole del fisco italiano. Per capire il caso Sinner, quindi, non basta dividerlo tra chi “paga” e chi “non paga”: bisogna distinguere tra residenza fiscale, montepremi, sponsorizzazioni, diritti d’immagine e investimenti.

Quanto conta la residenza fiscale di Sinner

La partita fiscale di Sinner non si gioca solo quando alza un trofeo. Si gioca anche lontano dal campo. Entra nei contratti con gli sponsor, nei diritti d’immagine e nei redditi che non dipendono direttamente dal risultato di un torneo. Per i montepremi, la regola principale, come detto, resta legata al luogo in cui il reddito viene maturato. Se Sinner vince in Italia, paga in Italia. Se incassa un premio negli Stati Uniti, in Australia o in Spagna, si applicano le norme fiscali di quei Paesi. La residenza nel Principato non cancella quindi le imposte sui premi sportivi. E non cancella neppure quelle sui redditi eventualmente prodotti sul territorio italiano. In questo senso Sinner è residente monegasco, ma contribuente in più Paesi.

Il vantaggio fiscale di Monaco pesa soprattutto sui redditi globali e commerciali: sponsorizzazioni, contratti pubblicitari, diritti d’immagine e altri introiti legati al suo status di numero uno. Se fosse residente fiscale in Italia, questi redditi rientrerebbero nell’Irpef ordinaria e, oltre i 50 mila euro, l’aliquota massima indicata arriverebbe al 43%. Su cifre molto elevate, come quelle garantite dai grandi sponsor, la differenza rispetto a Monaco sarebbe evidente. Per questo il nodo non è stabilire se Sinner paghi o non paghi tasse, ma capire su quali redditi la residenza monegasca incide davvero.

Quanto ha guadagnato Sinner in carriera

Ogni discorso sulle tasse parte da una domanda preliminare: quanto denaro ha generato, finora, la carriera di Sinner? La risposta dà la misura del salto compiuto dal tennis italiano. Secondo la classifica all-time del prize money ATP aggiornata al 18 maggio 2026, il campione altoatesino ha raggiunto 64.686.923 dollari di guadagni ufficiali in carriera tra singolare e doppio, pari a circa 55,6 milioni di euro. È una cifra che lo colloca già al sesto posto nella storia del tennis maschile per premi incassati.

Come si vede dal grafico, davanti a lui ci sono Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Carlos Alcaraz e Andy Murray. Il dato è ancora più significativo perché il margine con chi lo precede è minimo: Murray è avanti di appena 619 dollari, mentre Alcaraz dista poco più di 310 mila dollari. Davanti restano ancora lontanissimi i tre grandi dominatori dell’era moderna: Djokovic con oltre 193 milioni di dollari, Nadal con 134,9 milioni e Federer con 130,6 milioni.

Quanto paga Sinner sui premi italiani

Nel 2025 il rapporto tra Sinner e il fisco italiano passa da due luoghi simbolici della sua stagione: il Foro Italico di Roma e l’Inalpi Arena di Torino. È l’anno in cui il tennista altoatesino consolida la propria dimensione globale. Nonostante una squalifica di 3 mesi, chiude con 57 vittorie, 6 sconfitte, 6 titoli su 12 tornei disputati e 10 finali. Il “complessivo di campo” della stagione viene stimato in oltre 19 milioni di dollari. A questi si aggiungono i 6 milioni di dollari del Six Kings Slam in Arabia Saudita. Dentro questo quadro si inserisce il capitolo italiano: Internazionali d’Italia e ATP Finals. Due tornei diversi per peso sportivo, superficie e montepremi. Ma accomunati dallo stesso principio fiscale.

Se il reddito nasce in Italia, viene tassato in Italia. Per questo, sui premi vinti nel nostro Paese, stimati complessivamente intorno ai 5 milioni di euro, Sinner avrebbe versato all’erario italiano poco meno di 1,5 milioni di euro. La parte più rilevante arriva dalle ATP Finals di Torino, dove il premio viene indicato tra 4,4 e 4,5 milioni di euro. Con una tassazione alla fonte del 30%, il prelievo fiscale supera 1,3 milioni di euro solo per il torneo torinese. A questa cifra si aggiunge quanto dovuto per il risultato ottenuto a Roma.

Quanto resta a Sinner dopo le tasse

Ogni volta che Sinner cambia torneo, cambia anche il Paese che presenta il conto. La stagione di un tennista di vertice è fatta di voli, superfici diverse, fusi orari e tabelloni, ma anche di regole fiscali che si spostano insieme al circuito. Nei primi cinque mesi del 2026 Sinner avrebbe incassato 5,8 milioni di euro lordi in montepremi, pari a 6,7 milioni di dollari. Su questa cifra avrebbe già pagato oltre 1,4 milioni di euro di tasse in diversi Paesi, arrivando a un netto di 4,3 milioni di euro. L’aliquota media, calcolata sull’insieme dei premi, sarebbe quindi del 24,7%. È qui che si capisce meglio perché la fiscalità di un atleta globale non funzioni come quella di un lavoratore legato a un solo Paese: nel tennis il prelievo cambia da torneo a torneo, perché dipende dalle regole fiscali dello Stato in cui il premio viene maturato.

Quali tornei tassano di più Sinner

Da Melbourne a Doha, dalla California alla terra europea, ogni coppa porta con sé anche una ricevuta diversa. Agli Australian Open, Sinner avrebbe incassato 765 mila euro lordi, tassati al 32,5%, con meno di 517 mila euro netti. A Doha, invece, il premio da 66.804 euro non avrebbe subito tassazione. Negli Stati Uniti il conto sale: a Indian Wells e Miami i due premi da 991 mila euro lordi sarebbero stati tassati al 37%, lasciando circa 624 mila euro netti per ciascun torneo. A Montecarlo, invece, i 974.370 euro vinti non sarebbero stati tassati secondo le ricostruzioni disponibili.

Poi arrivano i tornei europei su terra: a Madrid il premio da 1.007.165 euro sarebbe stato tassato al 24%, con circa 765 mila euro netti; a Roma, su un premio lordo identico, la tassazione indicata è del 20%, per quasi 806 mila euro netti. Il risultato è molto concreto: nello stesso anno, lo stesso atleta può passare da un premio esentasse a un prelievo superiore a un terzo dell’incasso lordo, semplicemente cambiando Paese.

Quanto guadagna Sinner dagli sponsor

I montepremi attirano l’attenzione perché rimandano alla vittoria, alla coppa sollevata e alle cifre comunicate a fine torneo. Ma per un numero uno del mondo rappresentano solo una parte del bilancio. Nel 2024 Sinner avrebbe incassato circa 16,9 milioni di dollari in premi, pari a circa 15,5 milioni di euro. Nello stesso anno, secondo Forbes, avrebbe guadagnato circa 20 milioni di euro dalle sponsorizzazioni. Su questo terreno la residenza fiscale diventa più rilevante: i premi sportivi seguono le regole del Paese in cui Sinner li matura, mentre contratti pubblicitari, diritti d’immagine e accordi commerciali hanno una dimensione più globale.

Attorno a Sinner si muove ormai un portafoglio di marchi di primo piano, da Nike a Lavazza, da Fastweb a Gucci, fino ad Allianz, Rolex, De Cecco, Enervit, La Roche-Posay e Head. Il contratto più pesante resta quello con Nike, che avrebbe rinnovato l’accordo per 10 anni con un valore complessivo di 150 milioni di euro, pari a 15 milioni l’anno. Per questo Monaco pesa soprattutto sui redditi commerciali e sui diritti d’immagine: molto più che sui montepremi dei singoli tornei, sui quali i Paesi applicano la tassazione alla fonte dove Sinner gioca e vince.

Quanto investe Sinner negli immobili

Il legame fiscale tra Sinner e l’Italia non passa soltanto dai tornei. C’è anche una dimensione meno visibile, lontana dalle coppe e dai montepremi: quella degli investimenti immobiliari. Il campione avrebbe acquistato due immobili in Casa Barelli, storico edificio nel centro di Milano, vicino a Piazza San Babila e Corso Venezia, per un valore complessivo indicato intorno ai 7 milioni di euro. Anche questi beni entrano nel rapporto con il fisco italiano. Non sono solo una voce del patrimonio personale o societario del tennista, ma immobili situati in Italia e quindi soggetti alle imposte previste sulla proprietà e sugli atti immobiliari. Il principio è lo stesso dei premi sportivi: la residenza a Monaco incide sulla posizione fiscale generale di Sinner, ma quando il bene, il reddito o l’investimento si trova in Italia, rientra comunque nel perimetro fiscale italiano.

Perché Sinner fa guadagnare l’Italia

Poi c’è un conto che non riguarda solo Sinner, ma tutto quello che si muove attorno a lui. Una finale, un palazzetto pieno, sponsor più visibili, biglietti venduti, alberghi, ristoranti, trasporti: il successo di un campione non produce soltanto reddito personale, ma anche valore economico per il territorio che lo ospita. Le ATP Finals di Torino avrebbero generato un gettito fiscale netto di 100 milioni di euro tra biglietteria, sponsor e indotto. Non significa che tutto dipenda da Sinner, perché un evento di questo livello vive di organizzazione, circuito internazionale e attrattività propria. Ma la presenza di un numero uno italiano cambia la scala dell’attenzione: aumenta il pubblico, rafforza il valore commerciale del torneo, porta visibilità internazionale e rende più riconoscibile il brand Italia. Anche questo, pur in modo indiretto, entra nel bilancio economico del fenomeno Sinner.

Anni di riferimento: 2025-2026

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Temu, non ti temiamo: 200 milioni di multa dall’Ue

La Commissione europea sanziona Temu

È arrivato il momento per Temu di rispettare la legge”. Così la Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia della Commissione europea, Henna Virkkunen, ha commentato la decisione di sanzionare la piattaforma di e-commerce cinse Temu, controllata dalla Pdd Holdings, quotata al Nasdaq, per violazione del Dsa, il Digital Services Act.

Le valutazioni del rischio non sono esercizi di spunta delle caselle: sono la spina dorsale della legge sui servizi digitali. La valutazione dei rischi di Temu sottovaluta i rischi concreti – ha precisato Virkkunen in una notamanca di specificità, non è fondata su prove solide e non è esaustiva. Lascia i regolatori, gli utenti e il pubblico all’oscuro della reale portata del potenziale danno rappresentato dai prodotti illegali venduti su Temu”.

È la multa più elevata inflitta finora dalla Commissione per violazione del Dsa, superando di molto i 120 milioni di euro comminati a X nello scorso dicembre.

Violato il Digital Services Act

Il Digital Services Act è il regolamento con cui Bruxelles sta cercando di imporre nuove regole di responsabilità alle grandi piattaforme online. Questa sanzione rappresenta un ulteriore passo in avanti nella strategia europea di controllo sui marketplace digitali globali, soprattutto quelli extraeuropei che operano nel mercato unico con modelli basati su prezzi estremamente bassi, logiche aggressive di promozione commerciale e catene di fornitura difficili da verificare.

Secondo la Commissione, si legge nel comunicato, Temu non avrebbe rispettato uno degli obblighi centrali previsti dal regolamento: valutare in modo serio e documentato i rischi sistemici derivanti dalla vendita di prodotti illegali o pericolosi sulla propria piattaforma.
Il punto, per Bruxelles, non è soltanto la presenza occasionale di articoli non conformi, ma l’assenza di un sistema credibile di prevenzione e controllo proporzionato alle dimensioni del servizio e al numero di utenti europei coinvolti.

Parliamo di circa 116 milioni di utenti europei, di cui quasi 13 milioni in Italia.

Le colpe di Temu sui requisiti di sicurezza elettrica e per la salute

Le conclusioni dell’indagine sono particolarmente dure. La Commissione sostiene che Temu abbia costruito le proprie analisi del rischio sulla base di dati generici relativi all’intero settore e-commerce, senza concentrarsi sul funzionamento concreto della propria piattaforma.
Ancora più grave, secondo Bruxelles, è il fatto che la società avrebbe sottovalutato in maniera significativa la probabilità che i consumatori europei entrino in contatto con prodotti illegali o non sicuri.

A pesare nella decisione sono stati anche i risultati di attività di mystery shopping commissionate dalla Commissione a organismi indipendenti. I test avrebbero mostrato che una quota molto elevata di caricabatterie acquistati su Temu non superava i requisiti minimi di sicurezza elettrica, mentre diversi giocattoli per bambini presentavano rischi considerati medio-alti per la salute, a causa della presenza di sostanze chimiche oltre i limiti consentiti o di componenti facilmente ingeribili in grado di provocare soffocamento.

Le piattaforme di dimensioni molto grandi “devono prevenire” i rischi derivanti dal loro modello di business, che sfrutta influencer e algoritmi di raccomandazione

La questione va però oltre il singolo prodotto difettoso. Il Digital Services Act introduce infatti una logica completamente diversa rispetto alla tradizionale vigilanza sul mercato: le piattaforme di dimensioni molto grandi (Very Large Online Platform) vengono considerate infrastrutture sistemiche e, proprio per questo, devono prevenire i rischi che il loro modello di business può generare.

Bruxelles ritiene che gli algoritmi di raccomandazione, le promozioni lampo, le tecniche di gamification e i programmi di affiliazione con influencer possano amplificare la diffusione di articoli illegali, incentivando acquisti impulsivi e riducendo la capacità dei consumatori di distinguere prodotti affidabili da merci potenzialmente pericolose.

È qui che emerge il vero significato politico della decisione europea. La Commissione teme che piattaforme come Temu possano alterare il funzionamento del mercato unico europeo su più livelli contemporaneamente.

Un rischio per i consumatori, ma anche per la ‘sana’ concorrenza delle imprese europee

Da un lato c’è il rischio diretto per i consumatori: prodotti elettrici insicuri, cosmetici non conformi, giocattoli tossici, articoli privi delle certificazioni obbligatorie o realizzati senza rispettare gli standard europei di tutela ambientale e sanitaria.
Dall’altro c’è un problema di concorrenza. Le imprese europee che rispettano le norme sulla sicurezza dei prodotti, sulla tracciabilità e sulla tutela dei consumatori sostengono costi significativamente più elevati. Se una piattaforma consente l’ingresso massiccio di merci che aggirano questi obblighi, il rischio è quello di creare una competizione distorta fondata sull’abbassamento artificiale dei prezzi.

La preoccupazione dell’Unione riguarda anche la capacità delle autorità nazionali di controllare flussi commerciali sempre più frammentati. Il modello ultra low cost delle piattaforme cinesi si basa spesso sulla spedizione diretta di milioni di piccoli pacchi individuali verso i consumatori europei. Questo rende molto più difficile effettuare controlli doganali efficaci e aumenta il rischio che prodotti non conformi entrino nel mercato senza verifiche adeguate.

I dati raccolti dalle autorità doganali europee e dagli organismi di vigilanza del mercato, utilizzati nell’indagine della Commissione, avrebbero mostrato tassi di non conformità particolarmente elevati nelle categorie di prodotti analizzate.

Cosa dovrà fare ora Temu

Temu non rischia soltanto la sanzione economica. La decisione della Commissione apre infatti una fase successiva molto delicata. Entro il 28 agosto 2026 la società dovrà presentare un piano dettagliato per correggere le violazioni contestate e dimostrare di aver introdotto strumenti efficaci di valutazione e mitigazione del rischio. Il piano sarà esaminato dal Comitato europeo per i servizi digitali e successivamente dalla stessa Commissione.

Se Bruxelles dovesse ritenere insufficienti le misure adottate, il Dsa prevede ulteriori sanzioni e penalità periodiche per inadempimento. In casi estremi, il regolamento consente anche di imporre restrizioni operative sul territorio europeo.

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Fastweb + Vodafone lancia ROSS, l’assistente AI agentica. Come funziona

Fastweb + Vodafone presenta ROSS, il nuovo assistente di intelligenza artificiale agentica pensato per semplificare il lavoro quotidiano di persone e professionisti. L’obiettivo è liberare tempo, ridurre il peso delle attività operative e permettere agli utenti di concentrarsi su compiti più strategici e creativi.

La soluzione è sviluppata da NextMindLab, startup innovativa italiana detenuta al 100% da Fastweb Spa, e si propone come un agente AI capace non solo di rispondere a domande, ma anche di comprendere le richieste dell’utente, trasformarle in attività concrete ed eseguirle direttamente al suo posto.

Cos’è ROSS e cosa può fare

ROSS non si limita a produrre testi o risposte, ma può gestire autonomamente una serie di attività operative.

Tra le funzioni indicate ci sono la gestione dell’agenda, la conduzione di ricerche approfondite, la redazione di documenti, la creazione di un sito web in pochi click, il monitoraggio di notizie rilevanti e la pianificazione di attività complesse.

L’assistente è inoltre pensato per memorizzare preferenze, priorità e contesto specifico dell’utente, migliorando progressivamente la propria capacità di supporto nel tempo. In questo modo può diventare non solo uno strumento di produttività, ma un vero assistente personale digitale, capace di anticipare bisogni e adattarsi al modo di lavorare dell’utente.

Giovanni Germani: “AI concreta, utile e responsabile”

“Con ROSS non parliamo dell’ennesima corsa all’hype dell’intelligenza artificiale, ma di una tecnologia progettata per essere concretamente utile nella vita quotidiana e lavorativa delle persone. ROSS è l’AI che non si limita a rispondere: agisce davvero. Aver creato uno spin-off ci permette di muoverci con velocità, ascoltare quotidianamente i clienti e trasformare esigenze reali in prodotti concreti. Crediamo che il futuro dell’intelligenza artificiale non appartenga solo ai grandi colossi tecnologici, ma anche a startup capaci di innovare con responsabilità, trasparenza e visione”, ha dichiarato Giovanni Germani, Head of AI di Fastweb + Vodafone.

Sicurezza, privacy e modelli europei

Uno degli elementi centrali del progetto riguarda sicurezza e privacy. Fastweb + Vodafone sottolinea che i modelli linguistici e le infrastrutture di ROSS sono conformi al Regolamento europeo sulla protezione dei dati e all’AI Act europeo.

La società evidenzia inoltre che tutti gli applicativi nelle conversazioni con ROSS non vengono mai impiegati per addestrare modelli AI, né proprietari né di terze parti. La privacy viene garantita anche attraverso una segregazione dello spazio in cui i dati vengono conservati: ogni utente dispone di un ambiente privato e dedicato, separato da quello degli altri utenti. L’utente può inoltre chiedere in qualsiasi momento la cancellazione completa di tutti i dati utilizzati e caricati.

Pensato per diverse esigenze

ROSS è progettato per adattarsi a necessità differenti, sia professionali sia personali. La piattaforma viene presentata come accessibile, senza barriere tecniche e con un’interfaccia semplice e intuitiva.

L’assistente è disponibile su heyross.ai con tre piani tariffari pensati per esigenze diverse. L’utente può iniziare usando la versione gratuita dell’AI, pensata per esplorare le potenzialità dello strumento, oppure scegliere piani più completi per semplificare le attività quotidiane, organizzare meglio il proprio tempo e sfruttare al massimo le funzionalità dell’assistente.

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