Nuovo computer quantistico Euro-Q-Exa. Virkkunen (Ue): “Tecnologie sviluppate e distribuite in Europa, per l’Europa”

Inaugurato in Germania, a Monaco, il nuovo computer quantistico europeo “Uro-Q-Exa

Benvenuto Euro-Q-Exa, l’ultimo computer quantistico europeo”. Così Henna Virkkunen, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha salutato l’accensione di Euro-Q-Exa, un nuovo computer quantistico EuroHPC, situato a Monaco di Baviera, in Germania.

Un salto quantico per la sovranità tecnologica europea”, ha commentato Virkkunen, aggiungendo che “questa iniziativa mostra come possiamo supportare e scalare con successo i principali fornitori europei come IQM, che sono all’avanguardia nell’innovazione quantistica. Ancorando questi sistemi in Europa, stiamo rafforzando la nostra base industriale e assicurando che tecnologie strategiche vengano sviluppate e distribuite in Europa, per l’Europa”.

La cerimonia di inaugurazione è stata ospitata dal Leibniz Supercomputing Centre (LRZ) e vi hanno partecipato, oltre a Virkkunen, anche Silke Launert, sottosegretario di Stato presso il Ministero federale tedesco della scienza, della ricerca e della tecnologia, e Markus Blume, ministro di Stato bavarese per la scienza e l’arte.

Inizialmente il sistema offrirà 54 qubit fisici, entro la fine del 2026 Euro-Q-Exa verrà ampliato con l’installazione di un aggiornamento che offrirà 150 qubit.

Poiché il mercato quantistico è ancora agli albori, la Commissione europea lo sta attivamente plasmando: attraverso EuroHPC e insieme agli Stati membri, abbiamo già acquisito e cofinanziato i primi sei sistemi quantistici europei. Quattro sono operativi e altri due sono in fase di acquisizione. Questa è una chiara dimostrazione dell’impegno dell’Europa nel costruire una capacità quantistica sovrana nel nostro continente”, ha aggiunto la vicepresidente esecutiva della Commissione europea.

Chi potrà accedere al nuovo computer quantistico

Come tutti gli altri computer quantistici EuroHPC, il nuovo sistema offrirà agli utenti finali europei l’accesso a un’architettura ibrida classica-quantistica. Euro-Q-Exa sarà integrato nel supercomputer SuperMUC-NG di LRZ e pronto a fornire risorse di calcolo agli utenti finali europei (soprattutto quelli che già utilizzano altre risorse quantistiche LRZ).

I nuovi utenti che desiderano accedere a Euro-Q-Exa potranno farlo nelle prossime settimane in Germania e in Europa tramite il Munich Quantum Portal (MQP) e il portale di accesso EuroHPC JU. Rivolto principalmente alla ricerca e all’innovazione, sarà accessibile anche a un’ampia gamma di utenti europei, dal mondo accademico e industriale al settore pubblico.

Come funziona Euro-Q-Exa

Euro-Q-Exa è un computer quantistico digitale basato su qubit superconduttori disposti in un reticolo quadrato, che consente calcoli quantistici complessi. Questa architettura supporta strategie di correzione degli errori quantistici attraverso qubit di alta qualità e alta fedeltà di gate e svolge un ruolo chiave nell’esecuzione di algoritmi quantistici in un’ampia gamma di domini applicativi, rendendolo adatto all’uso in molteplici campi scientifici.

I qubit superconduttori, disposti su un reticolo quadrato, consentono calcoli quantistici complessi supportando la correzione degli errori quantistici. Grazie all’elevata qualità dei qubit e alla fedeltà delle porte, questa tecnologia svolge un ruolo fondamentale nell’esecuzione di algoritmi quantistici in un’ampia gamma di domini applicativi.

Euro-Q-Exa utilizza la tecnologia Radiance di IQM. Progettato per l’integrazione in computer ad alte prestazioni, il sistema riduce al minimo la latenza e massimizza la potenza di calcolo, in particolare nei flussi di lavoro ibridi. Il computer offre accoppiatori sintonizzabili e gate ad alta fedeltà che consentono una topologia reticolare. È ottimizzato per l’esecuzione di algoritmi su larga scala ed è raffreddato a temperature inferiori a -273 °C da un criostato, stabilizzando le sensibili unità di calcolo e rendendole utilizzabili.

Con questa architettura, Euro-Q-Exa amplierà i confini del calcolo ad alte prestazioni (HPC). Mentre i processori quantistici (QPU) con un massimo di 50 qubit possono ancora essere simulati su un supercomputer, ciò è difficilmente realizzabile con 54 qubit, o è possibile solo in più fasi, a causa della quantità di RAM richiesta. Questo perché, teoricamente, ogni qubit aggiuntivo raddoppia la potenza di calcolo.

Crescono le piattaforme europee di calcolo quantistico

L’implementazione di questi computer quantistici in tutta Europa mira a offrire la più ampia varietà possibile di piattaforme europee di calcolo quantistico e architetture ibride classico-quantistiche, inclusi simulatori quantistici analogici basati su atomi neutri, ioni intrappolati, circuiti superconduttori e sistemi fotonici adiabatici, consentendo l’esecuzione di routine di annealing”, si legge in un comunicato stampa.

Ad oggi, l’EuroHPC JU ha acquisito sei computer quantistici, dislocati in tutta Europa. Due di questi sistemi sono già stati inaugurati nel 2025: PIAST-Q a Poznań, in Polonia, a giugno, VLQ a Ostrava, nella Repubblica Ceca, a ottobre, segnando una pietra miliare nel passaggio dell’Europa all’era quantistica.

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Secondo Microsoft i lavori d’ufficio scompariranno in 12-18 mesi

Entro 12-18 mesi i sistemi basati su AI raggiungeranno prestazioni paragonabili a quelle umane nella maggior parte delle attività professionali svolte al computer: vorrà dire che molte mansioni tipiche del lavoro d’ufficio diventeranno automatizzabili su larga scala.

L’ha detto Mustafa Suleyman, alla guida della divisione AI di Microsoft, in un’intervista al Financial Times. Il manager ha spiegato che nei settori tecnici la transizione è già in corso. Una parte consistente della produzione di codice, ad esempio, avviene ormai attraverso strumenti assistiti da modelli generativi. Piattaforme come Copilot stanno diventando parte integrante della quotidianità di sviluppatori, analisti, consulenti e manager, modificando il modo in cui si scrive software, si redigono documenti, si analizzano dati o si pianificano attività.

Il cambiamento non riguarda solo il mondo IT. L’evoluzione dei modelli linguistici e multimodali sta ampliando il raggio d’azione dell’AI verso attività sempre più complesse: dalla gestione di flussi documentali alla produzione di contenuti, fino al supporto decisionale. Secondo la visione di Suleyman, l’AI non sarà più solo uno strumento di supporto, ma un vero e proprio “collega digitale” capace di svolgere in autonomia una parte significativa del lavoro cognitivo.

Una prospettiva ancora più radicale arriva da Dario Amodei, CEO di Anthropic. Amodei ipotizza che nel giro di pochi anni potrebbe scomparire fino alla metà dei ruoli d’ingresso in diversi settori. La riduzione riguarderebbe soprattutto figure junior e intermedie, tradizionalmente impiegate in compiti ripetitivi o standardizzabili, proprio quelli su cui i sistemi avanzati stanno rapidamente colmando il divario con le competenze umane.

Si tratterebbe di una trasformazione strutturale: non solo aumento di produttività, ma possibile compressione della base occupazionale in molte professioni intellettuali. Le aziende, spinte dalla ricerca di efficienza e riduzione dei costi, potrebbero accelerare l’adozione di soluzioni intelligenti ben oltre la capacità delle organizzazioni di adattarsi.

Satya Nadella, CEO di Microsoft, offre però una lettura più articolata. Secondo Nadella, l’automazione non si tradurrà in una semplice contrazione del lavoro, ma in una sua ristrutturazione. Alcune attività cognitive verranno progressivamente automatizzate, ma emergeranno nuove funzioni a maggiore responsabilità, legate alla supervisione, all’orchestrazione e all’integrazione dei sistemi AI nei processi aziendali.

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Anthropic raddoppia il suo valore in sei mesi, ora vale 380 miliardi di dollari

Anthropic, la startup americana di Intelligenza Artificiale editrice del modello Claude, ha annunciato un nuovo round di finanziamenti da 30 miliardi di dollari, il che porta la sua valorizzazione complessiva a 380 miliardi. I fondi saranno utilizzati per la realizzazione di data center.

La società di San Francisco vede così la sua valorizzazione raddoppiare da settembre a oggi, dopo la chiusura di questo round guidato dal fondo sovrano di Singapore GIC e dal fondo speculativo Coatue Management.

Anthropic si trova ormai nella rosa delle società non quotate più care al mondo, insieme a SpaceX, ByteDance e OpenAI.

Anche OpenAI sta preparando un nuovo round di finanziamenti da 100 miliardi

Secondo quanto riferito, OpenAI, il vicino e rivale di Anthropic, sostenuto da Microsoft e SoftBank, starebbe preparando un round di raccolta fondi ancora più ampio, potenzialmente pari a 100 miliardi di dollari, stimando una valutazione del creatore di ChatGPT di circa 830 miliardi di dollari.

Queste due ingenti iniezioni potrebbero posticipare le IPO di entrambi i rivali, inizialmente previste a Wall Street quest’anno.

I numeri di Anthropic una frazione degli investimenti (ma questo vale anche per OpenAI)

Anthropic sostiene di generare attualmente 14 miliardi di dollari di fatturato annuale. OpenAI ha dichiarato 20 miliardi di dollari sulla base della stessa metrica, che estrapola i ricavi degli ultimi mesi su base annua, ricavi che si moltiplicano ogni trimestre nel settore dell’Intelligenza Artificiale.

Cresce il timore di una bolla dell’AI

Queste cifre, ben al di sotto delle centinaia di miliardi di dollari investiti nella corsa all’intelligenza artificiale, sono oggetto di attenta osservazione e discussione, dati i dubbi sulla redditività di questa rivoluzione tecnologica e i timori di una bolla speculativa. Secondo diversi media statunitensi, Anthropic prevede di ridurre il consumo di cassa a circa un terzo del fatturato entro il 2026, per poi arrivare al 9% entro il 2027, con un obiettivo di redditività per il 2028, due anni prima di OpenAI.

Anthropic, piattaforma AI preferita da aziende e sviluppatori

La performance finanziaria di Anthropic, sostiene l’azienda, “è guidata dal nostro posizionamento come piattaforma di intelligenza artificiale preferita da aziende e sviluppatori”. Tra l’altro, Anthropic ha a cuore anche la morale, che insegna a Claude AI.

Claude Code, il suo strumento di punta per sviluppatori lanciato a maggio 2025, genera un fatturato annuo di 2,5 miliardi di dollari. L’azienda sostiene di annoverare tra i suoi clienti 8 delle 10 maggiori aziende statunitensi presenti nella lista della rivista Fortune.

Investitori di tutto rispetto

“Gli abbonamenti aziendali a Claude Code sono quadruplicati dall’inizio del 2026”, prosegue il comunicato. Il round di finanziamento ha attirato una lunga lista di investitori di alto profilo, tra cui BlackRock, Goldman Sachs e JPMorgan Chase, oltre ai giganti della tecnologia Microsoft e Nvidia, leader mondiale nei chip per l’intelligenza artificiale.

Questa nuova iniezione di capitale consentirà alla startup, guidata dai fratelli Dario e Daniela Amodei, di finanziare la propria infrastruttura informatica, che richiede la costruzione di giganteschi data center in grado di alimentare e raffreddare milioni di chip di nuova generazione.

Anthropic, previsti investimenti per 50 miliardi in data center

Il 5 febbraio, Anthropic aveva già annunciato l’intenzione di investire 50 miliardi di dollari in data center per supportare la potenza del suo ultimo modello, Claude Opus 4.6, presentato il 5 febbraio. La startup con sede a San Francisco, fondata nel 2021 da ex dipendenti di OpenAI, ha ottenuto ottimi risultati dopo aver rilasciato in pochi mesi una serie di strumenti che hanno impressionato gli sviluppatori di software e preoccupato gli editori.

Anthropic più rivolto alle aziende, ChatGPT in lotta con Gemini nel mercato consumer

La sua strategia si è concentrata sulla costruzione di una reputazione di sicurezza e affidabilità, mentre OpenAI ha finora vinto la battaglia per l’adozione di massa da parte del grande pubblico con ChatGPT, che sta venendo sempre più superato da Gemini di Google. Negli ultimi mesi, OpenAI ha enfatizzato la sua offerta aziendale e i suoi modelli dedicati al codice informatico, con la serie di modelli Codex, nel tentativo di competere con Anthropic in questo mercato più redditizio rispetto a quello consumer. La rivalità ha assunto una nuova dimensione la scorsa settimana durante gli spot del Super Bowl, la finale del campionato di football americano. Nella sua dichiarazione, Anthropic ha ribadito la sua opposizione alla visualizzazione di annunci pubblicitari all’interno dei suoi modelli di intelligenza artificiale, un’apparente frecciatina a OpenAI, che sta testando questa fonte di reddito.

Tra i sostenitori di lunga data di Anthropic c’è Amazon, che ha investito 8 miliardi di dollari e funge da partner principale dell’azienda per i server online.

Questo autunno, Anthropic ha anche ampliato la sua partnership in questo settore con Google, che aveva investito 2 miliardi di dollari nella startup nel 2023.

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Evasione fiscale, Amazon sotto indagine dalla Procura di Milano

Amazon torna al centro dell’attenzione della Procura di Milano con una nuova indagine per presunta evasione fiscale.

Nel mirino della Guardia di finanza e dei magistrati c’è Amazon EU Sarl, branch con sede in Lussemburgo. Alla sua amministratrice viene contestata l’ipotesi di omessa dichiarazione dei redditi, accusa contenuta in un decreto di perquisizione di 13 pagine rivelato da Reuters.

Per questo, ieri, la Guardia di Finanza di Monza, su delega del pm Elio Ramondini, già titolare del fascicolo ‘madre’ nel quale il colosso americano è accusato di non aver versato l’Iva per 1,2 miliardi di euro, si è recata per raccogliere documenti e acquisire dispositivi informatici negli uffici milanesi della multinazionale in via Monte Grappa, a casa di sette suoi manager, estranei alla vicenda, e nella sede della società di consulenza Kpmg.

Evasione fiscale: la risposta di Amazon

“È sorprendente e profondamente preoccupante – afferma Amazon – che, mentre siamo attivamente impegnati in un dialogo trasparente con le autorità fiscali italiane per ottenere chiarezza su questioni tecniche complesse, la nostra azienda e i nostri dipendenti continuino a essere oggetto di azioni aggressive e del tutto sproporzionate da parte della Procura”. Mentre la società “paga tutte le tasse dovute in Italia ed è uno dei primi 50 contribuenti del Paese”.

Le rilevazioni di un “Whistleblower”

 A dare il via al terzo filone di indagine del pm Ramondini sono state le rivelazioni di un “whistleblower”, un dirigente sentito con altri testimoni nel primo procedimento che si sta avviando a una definizione, con l’aggiunta di alcuni accertamenti che hanno consentito di appurare l’esistenza di una sede operativa e permanente nel nostro Paese dal 2019 fino all’agosto 2024.

Cosa dice l’inchiesta

Nell’ultimo periodo, poi, la lussemburghese Amazon Eu sarl, la principale società del gruppo che gestisce l’attività europea, ha inglobato, fondendosi, Amazon Service Europe e si è, per così dire secondo le indagini, messa in regola.

Così dopo aver dichiarato l’esistenza di una “stabile organizzazione” che gestiva il “business marketplace” sul territorio italiano, i 159 dipendenti di Amazon Italia Service (si tratta di account manager che contattavano i grandi venditori affinché usassero la piattaforma per commercializzare i loro prodotti), sono stati formalmente trasferiti sotto l’ombrello di Amazon Eu sarl, che nel frattempo ha regolarizzato la sua posizione fiscale.

Tuttavia, ricostruiscono inquirenti e investigatori, fino al 31 luglio di due anni fa, l’attività in Italia veniva gestita interamente dalla società lussemburghese, la quale dichiarava che i dipendenti che facevano capo alla ‘branch’ italiana erano “a mero supporto”. Una situazione, come ha segnalato peraltro una consulenza sulla fiscalità di Kpmg, a “rischio” e che ora ha portato la Procura ad indagare sul mancato versamento delle imposte dirette per cinque anni.

Intanto, si avvicina la chiusura della tranche dell’indagine sul mancato versamento dell’Iva in cui sono iscritti una società del gruppo e una manager. Lo scorso dicembre, su questo fronte, dal punto di vista tributario il gruppo guidato da Jeff Bezos ha raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate, versando 511 milioni di euro.

Da questo primo procedimento penale ne è poi scaturito un altro, sempre a Milano, che ipotizza il reato di “contrabbando per omessa dichiarazione” e che vede al centro, oltre al gruppo dell’e-commerce, anche una settantina di presunti “prestanome”, ossia una rete di venditori di prodotti importati dalla Cina.

Non solo evasione fiscale, l’altro dossier aperto per violazione privacy dei dipendenti

Sul fronte dei controlli, Amazon deve fare i conti anche con un altro dossier aperto. Il Garante per la protezione dei dati personali e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro hanno avviato un’attività ispettiva congiunta sull’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza e sul trattamento dei dati personali dei lavoratori impiegati nei centri logistici italiani.

L’iniziativa, spiega una nota dell’Autorità, nasce da approfondimenti tecnici avviati anche a seguito di notizie di stampa, dai quali sarebbero emerse possibili criticità nell’acquisizione e nel trattamento dei dati e nell’uso di strumenti di controllo in assenza delle garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori.

Nel mirino le pratiche di videosorveglianza dei dipendenti

Le verifiche riguardano in particolare alcuni snodi logistici chiave, tra cui il centro di distribuzione di Passo Corese, in provincia di Rieti, e quello di Castel San Giovanni, nel Piacentino. Sotto la lente l’eventuale impiego di sistemi di monitoraggio idonei a incidere sui diritti e sulle libertà dei dipendenti, in contesti ad alta complessità organizzativa e tecnologica.

Le attività sono condotte dagli uffici del Garante e dalle strutture centrali dell’Ispettorato, con il supporto del Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della Guardia di finanza, con l’obiettivo di assicurare il rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali e un’adeguata tutela dei lavoratori.

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Cavi superconduttori HTS, cosa sono e perché sono rivoluzionari per i consumi dei data center

Microsoft sta valutando l’impiego di superconduttori ad alta temperatura (HTS, high-temperature superconductors) per trasmettere le enormi quantità di energia richieste dai suoi data center.

Secondo quanto spiegato dall’azienda nel proprio blog, i superconduttori – avendo resistenza elettrica pari a zero – non subiscono cadute di tensione né generano calore durante il trasporto dell’elettricità. Un vantaggio tecnico che potrebbe tradursi in un cambio di paradigma infrastrutturale.

I cavi HTS, proprio per l’assenza di resistenza, possono essere più leggeri e occupare meno spazio rispetto ai tradizionali cavi in rame o alluminio. Un esempio rende l’idea: le linee elettriche aeree convenzionali richiedono fino a 70 metri di spazio per evitare interferenze tra i campi elettrici dei singoli cavi e per rispettare altri vincoli tecnici. I cavi superconduttori, invece, potrebbero essere installati in trincee larghe appena due metri. In un contesto in cui lo spazio, soprattutto in aree urbane o ad alta densità industriale, è una risorsa scarsa, il dato è tutt’altro che marginale.

La tecnologia HTS non è nuova

Tuttavia, solo di recente i progressi nei materiali e nei sistemi di gestione hanno iniziato a renderla potenzialmente scalabile. Il principale ostacolo resta la necessità di mantenere i conduttori a temperature criogeniche. I superconduttori “classici”, come il mercurio, devono operare sotto i 10 Kelvin, circa -263 °C. Gli HTS non richiedono temperature così estreme, ma devono comunque essere mantenuti attorno ai -200 °C. Ciò implica infrastrutture criogeniche complesse e costose, che finora ne hanno limitato l’adozione su larga scala.

Data center: la domanda energetica è esplosa

Eppure il contesto sta cambiando. La domanda energetica dei data center AI è esplosa. Mark Zuckerberg ha già indicato nei vincoli energetici uno dei principali freni alla crescita dell’AI. Anche il CEO di Microsoft, Satya Nadella, ha ammesso che l’azienda dispone di GPU per l’AI inattive in magazzino per mancanza di elettricità sufficiente a installarle tutte. Il collo di bottiglia non è solo la produzione di chip, ma la capacità di alimentarli.

Trump avvisa le big tech: pagate per conto proprio

L’impatto si riflette anche sui consumatori. L’aumento della domanda energetica dei data center ha iniziato a pesare sulle reti locali e sui prezzi dell’elettricità, attirando l’attenzione della politica. Il presidente Donald Trump ha invitato le aziende dell’AI a “pagare per conto proprio”il costo del loro consumo energetico.

In questo scenario, l’interesse per i superconduttori ad alta temperatura assume anche una dimensione economica. Ridurre le perdite energetiche, limitare il calore disperso e comprimere l’ingombro delle infrastrutture potrebbe rendere sostenibile – dal punto di vista dei costi e dell’impatto territoriale – l’espansione dei data center.

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Data Center, il patto di Trump con le Big Tech: “Non fate alzare i costi dell’energia alle famiglie”

Data center e AI, il patto della Casa Bianca con i giganti tecnologici americani

L’amministrazione Trump si prepara a chiedere alle principali aziende tecnologiche, tra cui OpenAI, Microsoft, Google, Amazon, Meta e Alphabet, di sottoscrivere un patto volontario per governare la rapida espansione dei data center dedicati all’intelligenza artificiale (AI).

Secondo quanto riportato da Politico, che ha esaminato una bozza del documento, l’obiettivo è chiaro: garantire che i data center, sempre più energivori, non facciano aumentare le bollette delle famiglie, non mettano sotto pressione le risorse idriche e non compromettano l’affidabilità della rete elettrica nazionale. La Casa Bianca starebbe organizzando un evento ufficiale per annunciare l’iniziativa.

Si tratterebbe di un tentativo ambizioso di orientare lo sviluppo dell’infrastruttura digitale americana senza ricorrere a nuove regolazioni formali, ma attraverso un impegno pubblico delle Big Tech.

Ma chi paga l’infrastruttura?

Al centro della bozza ci sarebbe un principio semplice ma politicamente rilevante: le aziende che costruiscono e gestiscono data center per l’AI devono sostenere il 100% dei costi della nuova capacità di generazione elettrica necessaria per alimentarli, oltre agli eventuali potenziamenti della rete di trasmissione.

In altre parole, il messaggio è: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non deve essere finanziato indirettamente dalle famiglie americane attraverso aumenti delle tariffe elettriche.

Il patto prevederebbe diversi punti chiave, che sintetizziamo in questo modo:

  • contratti di fornitura elettrica a lungo termine, per evitare che eventuali ritiri o ridimensionamenti dei progetti ricadano sugli altri utenti della rete;
  • copertura totale dei costi per le nuove linee di trasmissione necessarie a collegare i data center;
  • collaborazione con autorità federali e statali per strutturare tariffe che proteggano – e idealmente riducano – il prezzo dell’elettricità per i consumatori domestici.

Un aspetto cruciale è che l’impegno si estenderebbe anche alla capacità in leasing: non solo data center di proprietà, ma anche quelli affittati o gestiti tramite terzi.

Perché i data center sono diventati un tema politico

I data center sono l’infrastruttura fisica dell’economia digitale. Senza di essi non esisterebbero: servizi cloud, piattaforme social, ecommerce, streaming e oggi soprattutto intelligenza artificiale generativa.

Con l’esplosione dell’AI, la domanda di potenza di calcolo è cresciuta in modo esponenziale. L’addestramento e l’esecuzione dei modelli avanzati richiedono enormi quantità di chip specializzati (GPU e acceleratori) che, a loro volta, consumano grandi quantità di energia.

Secondo stime federali citate negli Stati Uniti, la domanda energetica dei data center potrebbe triplicare tra il 2025 e il 2028. In alcune aree del Mid-Atlantic (ara che comprende gli Stati di New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware, Maryland ed il Distretto di Columbia) e del Midwest, l’espansione dei poli digitali è già stata associata a un aumento dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità.

In un contesto di inflazione e rincari delle bollette, il tema è diventato altamente sensibile. L’idea che l’intelligenza artificiale possa far salire le tariffe domestiche è politicamente difficile da sostenere.

Data center e crescita economica: il rovescio della medaglia

È importante però ricordare che i data center non sono solo un centro di costo energetico. Sono anche: motore di investimenti miliardari, leva per l’innovazione industriale, infrastruttura abilitante per startup, PMI e grandi imprese, fattore chiave per la competitività tecnologica nazionale.

Ogni grande campus di data center attira anche investimenti in reti elettriche e telecomunicazioni, occupazione diretta e indiretta e sviluppo di filiere locali (costruzioni, manutenzione, servizi).

Inoltre, la disponibilità di potenza di calcolo è oggi un fattore strategico nella competizione globale sull’AI. Stati Uniti, Cina ed Europa considerano l’infrastruttura digitale una componente della sicurezza economica e nazionale.

Il punto, dunque, non è fermare la crescita dei data center, ma governarla.

L’impatto energetico: non solo quantità, ma qualità della domanda

I data center hanno un consumo continuo e prevedibile, 24 ore su 24. Questo può rappresentare un vantaggio per il sistema elettrico, perché consente di pianificare meglio la generazione.

Tuttavia, quando la crescita è troppo rapida e concentrata in alcune regioni, può saturare le reti di trasmissione, richiedere nuove centrali e aumentare la domanda di picco in condizioni critiche (ondate di calore o freddo estremo).

Per questo il patto prevederebbe anche l’uso coordinato di backup generation e la possibilità di ridurre temporaneamente il carico in situazioni di emergenza, una forma di “flessibilità industriale” già oggetto di dibattito in Stati come il Texas.

Se ben progettata, la presenza dei data center può anche stimolare nuova capacità rinnovabile e sistemi di accumulo. Uno scenario positivo che è emerso anche dall’ultimo Report dell’Agenzia internazionale dell’energia. Ma se mal gestita, può scaricare parte dei costi infrastrutturali sugli altri utenti.

La questione idrica: un tema sempre più centrale

Oltre all’energia, c’è l’acqua.
Molti data center utilizzano sistemi di raffreddamento che richiedono significative quantità di risorse idriche, soprattutto nelle regioni più calde. In aree soggette a stress idrico, questo può generare tensioni sociali.

La bozza del patto prevede che le aziende si impegnino a essere “water positive”, ossia: sviluppare o procurare risorse idriche sufficienti per le nuove strutture; evitare impatti negativi sulla disponibilità e qualità dell’acqua locale.

In pratica, ciò potrebbe tradursi in investimenti in riciclo, riuso, tecnologie di raffreddamento a basso consumo idrico e progetti di compensazione ambientale.

Impatti sociali: bollette, consenso e accettabilità territoriale

L’espansione dei data center non è solo una questione tecnica. È anche sociale.
Le comunità locali sollevano spesso preoccupazioni su aumento delle bollette, consumo di acqua, rumore e traffico e anche utilizzo del suolo.

Il patto includerebbe anche impegni su programmi educativi legati all’AI e misure per mitigare gli impatti su traffico e rumore, nel tentativo di migliorare l’accettabilità territoriale.

Questo è un punto chiave: senza consenso sociale, la realizzazione delle infrastrutture rallenta. E oggi uno dei principali colli di bottiglia per l’AI è proprio la lentezza nelle connessioni alla rete elettrica e nelle autorizzazioni.

Uno scenario di riferimento: verso una nuova “alleanza energetico-digitale”

Se il patto vedrà la luce, potrebbe segnare un passaggio importante, perché le Big Tech riconoscerebbero formalmente il loro impatto sistemico, mentre il Governo eviterebbe, per ora, una regolazione più rigida.
Nello stesso tempo, il sistema elettrico verrebbe ripensato per sostenere l’economia dell’AI.

Siamo di fronte a una possibile trasformazione strutturale. I data center stanno diventando quello che le acciaierie e le raffinerie erano nel Novecento: infrastrutture critiche per lo sviluppo economico.

La sfida è evitare che la crescita digitale si traduca in però aumento delle disuguaglianze energetiche, pressione sulle risorse naturali e conflitti territoriali.
Allo stesso tempo, bloccare o rallentare eccessivamente gli investimenti significherebbe perdere terreno nella competizione globale sull’intelligenza artificiale.

Il patto promosso dalla Casa Bianca rappresenta per il momento un tentativo di ricerca obbligata di un nuovo equilibrio: sostenere l’espansione dei data center e dell’AI, ma chiedendo alle aziende di “farsi carico” dei costi energetici e infrastrutturali generati dalla loro crescita.

Molto dipenderà da come questi impegni volontari verranno tradotti in contratti concreti con utility, regolatori statali e operatori di rete. Una cosa è certa: l’intelligenza artificiale non è solo software e algoritmi. È anche acciaio, cemento, cavi ad alta tensione, torri di raffreddamento e bacini idrici.

Il futuro dell’AI passerà sempre di più dalla capacità di integrare infrastruttura digitale, sistema energetico e sostenibilità sociale.

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L’analisi ASviS. Siamo entrati nella “terza fase” dei social network?

La settimana scorsa è stato lanciato Moltbook, il social network a uso e consumo esclusivo delle intelligenze artificiali dove gli esseri umani possono leggere le conversazioni tra bot senza poter intervenire. Il social ha riscosso subito un discreto successo: nel giro di 48 ore la piattaforma ha accolto oltre 2.100 agenti AI e nei giorni successivi è arrivata a 1,6 milioni di utenti.

I bot iscritti condividono perlopiù aggiornamenti sulle attività che svolgono, si scambiano consigli su come eseguire i compiti, segnalano errori e cercano di migliorare le prestazioni. Ma non solo: in alcuni casi le intelligenze artificiali hanno iniziato a riflettere sulla loro natura, generando casi di “consciousness posting”, termine usato per etichettare le discussioni esistenziali tra AI su Moltbook (il cui nome, non è un caso, strizza l’occhio a Facebook). Nell’esempio qui sotto, un bot si lamenta con altri bot del fatto che gli esseri umani stanno “screenshottando” le loro conversazioni.

Se per alcuni tecnottimisti come Elon Musk siamo entrati nelle “primissime fasi della singolarità” (il momento in cui l’intelligenza artificiale raggiungerà uno sviluppo tale da oltrepassare la comprensione umana) per altri siamo ancora lontani da quel punto. Le AI non starebbero infatti prendendo coscienza di sé stesse, ma piuttosto simulando o replicando le nostre paure, ansie e angosce tecnologiche, riproponendole sottoforma di visioni distopiche o utopiche in salsa sci-fi. C’è anche un altro fattore da tenere in considerazione: gli esperti hanno avvertito che registrare le AI su Moltbook potrebbe essere pericoloso, perché i livelli di sicurezza della piattaforma sono ancora deboli. Queste falle nel sistema hanno attirato numerosi hacker che hanno sganciato centinaia di agenti AI per ottenere dati sensibili dalle altre intelligenze artificiali, falsando un po’ l’autenticità della piattaforma (secondo la società di cybersicurezza Wiz, gli 1,6 milioni di agenti AI presenti su Moltbook corrispondono a circa 17mila proprietari umani, un rapporto di 94 a 1).

Distopia o meno, l’aspetto più interessante di Moltbook è che può essere fruito unicamente dalle intelligenze artificiali. E questa peculiarità potrebbe rappresentare una previsione involontaria dei social network che verranno.

Sempre meno sociali

È da anni che si parla di morte dei social network anche se questa morte non è ancora arrivata. Le persone continuano a pubblicare post e condividere contenuti, ondate di disinformazione e fake news contaminano i nostri feed come risacche di acqua sporca, “dipendenza digitale” e “brain rot” sono parole sulla bocca di tutti. Quindi, teoricamente, tutto uguale a prima. Il punto però è capire cosa si intende per “morte”. Se prendiamo come metro di giudizio la quantità di contenuti pubblicati online possiamo affermare con certezza che i social sono vivi e vegeti. Se invece guardiamo alla ragione per cui sono nati, ovvero “socializzare”, il discorso cambia.

Kyle Chayka, giornalista del New Yorker e critico culturale, ha pubblicato qualche mese fa un interessante saggio sul “posting ennui”, sottolineando che dopo due decenni di ebrezza da social l’incentivo a postare contenuti online sembra essere calato. Un sondaggio riportato da Chayka mostra che quasi un terzo degli utenti nel mondo pubblica meno rispetto a un anno fa. E arriva a teorizzare che potremmo vivere nei prossimi anni lo “zero posting”, una fase in cui gli utenti non riterranno più necessario condividere la propria vita online.

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Per avere una conferma di come sono cambiati i nostri social basta aprirli. Se un tempo le piattaforme erano invase da foto di vacanze estive o piatti da cucinare, per ogni post di questo tipo ci sono oggi decine di pubblicità o contenuti di influencer a tema commerciale – il che non significa che tutti gli influencer producono contenuti di questo tipo, anzi: ce ne sono molti che fanno un’informazione utile e approfondita, portando all’attenzione delle persone questioni cruciali come il cambiamento climatico o il genocidio di Gaza, ma il trend purtroppo va in una direzione diversa.

Questo stato di salute del web non è il frutto di evoluzioni casuali ma di scelte premeditate, come sottolinea il giornalista Riccardo Luna nel suo libro dedicato al sogno infranto di internet Qualcosa è andato storto. Una volta compreso l’immenso potenziale pubblicitario delle piattaforme, Zuckerberg e company hanno infatti scelto di privilegiare i contenuti monetizzabili (le preferenze degli utenti) piuttosto che dare spazio al racconto della gita domenicale di nostra zia, segnando un passaggio cruciale dalla condivisione di esperienze all’esposizione dei contenuti che generano più engagement, un meccanismo di cui TikTok è stato assoluto precursore.

“Credo che i social media siano diventati meno social”, ha commentato Chayka, intervistato dalla Bbc. “Se le piattaforme perdono il controllo sulla vita quotidiana delle persone e le persone normali non sentono più l’incentivo a postare, allora i social media diventano come la televisione. Ciò che ci rimane sono le pubblicità dei marchi, del fast fashion, delle case e degli hotel”. Perché questo? Prosegue sempre Chayka: “Penso che i loro [delle piattaforme, ndr] clienti principali siano gli inserzionisti. Quindi, finché noi utenti continuiamo a interagire, il loro modello di business funziona ancora”.

Alla domanda sul futuro dei social tra cinque anni, Chayka dà un’altra interessante risposta. “Penso che sarà ancora più simile alla televisione. Se guardiamo a come stanno andando le cose, ci sono molti media professionalizzati. C’è molta osservazione passiva. Oggi assistiamo a una sorta di fusione tra YouTube, TikTok e Netflix, in una combinazione innaturale di audio, video e feed algoritmico”. In questa previsione, la socialità online si trasferirà verso la messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram) e, forse, la vita reale.

Social slop

Ma allora chi pubblica e cosa viene pubblicato oggi sui social? Secondo Forbes, il 71% delle immagini sui social media è attualmente generato dall’intelligenza artificiale (un numero molto alto, se si pensa che siamo solo agli inizi). Questo utilizzo sfrenato dell’AI ha causato un’ondata di contenuti “slop”, ovvero prodotti digitali di bassissima qualità generati dall’intelligenza artificiale che hanno trasformato Facebook (una delle piattaforme dove sono più di tendenza) in un “inferno digitale”,  pieno di “roba noiosa e intorpidente” (se siete curiosi provate a guardare qualche video).

Questi contenuti sono così diffusi perché, oltre a essere semplici da produrre, generano grandi sacche di engagement e possono diventare pubblicità mirate a basso costo. Per questo Meta ha introdotto strumenti come Advantage+, che permette agli inserzionisti di produrre migliaia di varianti pubblicitarie settorializzate con l’intelligenza artificiale, oppure il Creator bonus program, che remunera direttamente chi riesce a diventare virale, incentivando a postare contenuti artificiali spazzatura in cambio di engagement. Ma il problema non riguarda solo Facebook o Instagram. Il Ceo di YouTube, Neal Mohan, ha scritto nel suo blog che nel solo mese di dicembre scorso più di un milione di canali YouTube ha utilizzato l’intelligenza artificiale della piattaforma per creare contenuti. “Così come il sintetizzatore, Photoshop e la Cgi hanno rivoluzionato il suono e le immagini, così l’intelligenza artificiale sarà una manna per i creativi che sono pronti a impegnarsi”. E che guadagneranno molto con contenuti di bassa qualità. Il canale “AI slop” più famoso al mondo su YouTube si chiama “Bandar Apna Dost”, viene dall’India, conta 2,7 miliardi di visualizzazioni e garantisce ai creatori un guadagno annuo di circa quattro milioni di dollari.

Smantellamento del Green deal, attivismo della Gen Z, militarizzazione della politica, lavoro e intelligenza artificiale, disoccupazione di massa, il potere dei podcast: questi solo alcuni dei temi trattati dal nuovo Rapporto dell’Iif sui dieci scenari dei prossimi anni.   

Secondo Zuckerber siamo entrati nella “terza fase” dei social media, come ha dichiarato durante una conferenza sui risultati finanziari di Meta. “All’inizio tutti i contenuti provenivano da amici, familiari e account che seguivi direttamente. La seconda fase è avvenuta quando abbiamo aggiunto tutti i contenuti dei creatori. Ora che l’intelligenza artificiale semplifica la creazione e il remix dei contenuti, aggiungeremo un altro enorme corpus di contenuti”. Un flusso continuo e artificiale che conferma in un certo senso la “Dead Internet Theory”, teoria cospirativa nata nel 2001 che preconizzava un web (di cui tra l’altro oggi si celebra una giornata speciale, il Safer internet day) popolato da bot e intelligenze artificiali, piuttosto che da contenuti prodotti da persone reali.

Di questo percorso, Moltbook potrebbe essere un ulteriore passo e una traiettoria futura. Un social da cui non sono spariti solo i contenuti prodotti dalle persone, ma le persone stesse, e dove a condividere le proprie esperienze sono rimaste solo le AI. 

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AI e reti 5G per il muro Ue anti-droni. Kubilius: “Serve scudo multistrato”. Virkkunen: “Soluzioni locali per sicurezza collettiva”

Il Piano d’azione europeo anti-droni

Abbiamo visto che tutto può essere usato come arma contro di noi. Le capacità di droni e anti-droni sono componenti centrali per difendere l’Europa e proteggere le infrastrutture critiche”, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

La Commissione sta sviluppando una serie di strumenti destinati all’industria e agli Stati membri per sviluppare e acquisire capacità di difesa anti-droni e in particolare contro gli attacchi di droni in Europa. Per raggiungere una reale prontezza alla difesa, l’Europa deve essere in grado di proteggere i propri confini e siti critici con uno scudo sofisticato e multistrato in grado di rilevare e neutralizzare qualsiasi minaccia in tempo reale”, ha affermato Andrius Kubilius, Commissario per la Difesa e lo spazio.

Presentato a Bruxelles il Piano d’azione per contrastare le crescenti minacce poste dai droni alla sicurezza dell’Unione europea (Ue). Una misura definita ambiziosa, che si concentra sulla dimensione della sicurezza interna civile, integrando e sostenendo nel contempo il lavoro svolto dalla Commissione nel settore della difesa e rafforzando le sinergie civili-militari, e che vuole contribuire allo sviluppo di un mercato europeo competitivo dei droni, liberando il potenziale di innovazione, crescita e creazione di posti di lavoro in questo importante settore.

Come si difenderà l’Europa dagli attacchi con droni?

Come sottolineato dalla commissaria Virkkunen, si parte intanto dalla necessità di rafforzare le capacità nazionali, le risorse locali diciamo, e allo stesso tempo di spingere di più sull’integrazione dei sistemi di Difesa condivisi. Le risposte possono essere anche locali, ma la minaccia è collettiva e in questa dimensione bisogna trovare una strada comune su cui investire, innovare e rafforzare il meccanismo di prontezza dell’Ue in materia di difesa.

Nell’attuale contesto geopolitico, l‘Europa deve coltivare soluzioni locali per migliorare la sua sicurezza collettiva. Abbiamo i talenti, le tecnologie e la forza industriale per proteggere i nostri beni”, ha chiarito Virkkunen.

Con l’adozione del piano, l’esecutivo comunitario valuterà comunque la possibilità di istituire un meccanismo di cooperazione rafforzata con i Paesi Ue, ai quali è stato chiesto di nominare coordinatori nazionali per la sicurezza dei droni, che promuoveranno e supervisioneranno l’attuazione di queste azioni a livello nazionale.

Il ruolo delle reti 5G e dell’AI

Prima di tutto, rilevare, tracciare e identificare droni dannosi è fondamentale per contrastare efficacemente e puntualmente le minacce. Per far fronte al crescente numero di attacchi con droni, in particolare al crescente uso di sciami di droni, le reti 5G devono essere urgentemente sfruttate per il rilevamento di droni, connessi o meno.

Per sostenere la diffusione rapida e il rilevamento basato sul test dal vivo del 5G, la Commissione lancerà un invito a manifestare interesse per gli Stati membri e l’industria. Queste reti 5G offrono un tracciamento preciso e in tempo reale degli oggetti volanti, essenziale per mantenere i nostri cieli al sicuro e proteggere la sicurezza interna.

Il rilevamento di droni maligni si basa su un approccio multisensore, che mescola diverse tecnologie basate su software di intelligenza artificiale (AI).

La Commissione in aggiunta sosterrà lo sviluppo di sistemi sovrani europei di “comando e controllo” basati sull’AI e valuterà la possibilità di creare squadre di pronto intervento anti-droni per una maggiore solidarietà tra gli Stati membri.

Nelle intenzioni di Bruxelles, queste tecnologie e le misure indicate dal Piano d’azione nel suo insieme andranno a costituire la base dell’iniziativa europea per la difesa dai droni e dell’iniziativa Eastern Flank Watch, o muro di droni, che è il progetto faro proposto nella tabella di marcia per la prontezza all’uso di Defence 2030.

Con il lancio di questo piano d’azione, stiamo trasformando il concetto di “muro dei droni” da una visione politica in una realtà industriale. Colmando il divario tra la tecnologia civile innovativa e le esigenze militari, stiamo garantendo che la nostra industria della difesa possa produrre questi sistemi essenziali alla portata e alla velocità necessarie per mantenere l’Europa sicura e tecnologicamente sovrana”, ha sottolineato Kubilius.

Dal centro europeo anti-droni all’etichetta “Eu Trusted Drone”

Il Piano prevede comunque ulteriori soluzioni, come il lancio di un’etichetta “EU Trusted Drone” per identificare le apparecchiature sicure sul mercato, una mappatura industriale civile-militare coordinata per attrarre investimenti e promuovere l’innovazione e l’interoperabilità, il rafforzamento della capacità di test anti-droni grazie a un nuovo centro di eccellenza anti-droni dell’UE e allo sviluppo di un sistema di certificazione per i sistemi anti-droni.

Previsto anche il lancio di un forum dell’industria dei droni e dei contro-droni per promuovere il dialogo con gli attori industriali, al fine di aumentare la produzione e la proposta di un pacchetto sulla sicurezza dei droni per rinnovare le norme esistenti sui droni aerei civili e adattarle alle nuove realtà in materia di sicurezza.

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Non solo codici, come Anthropic insegna la morale a Claude AI

C’è una filosofa dietro uno dei chatbot più avanzati al mondo. In un ritratto pubblicato dal Wall Street Journal, Amanda Askell viene descritta come la figura chiave nella costruzione dell’identità di Claude, il modello di AI sviluppato da Anthropic.

Scozzese, formazione a Oxford, 37 anni, Askell lavora alla costruzione del carattere del sistema. Studia i suoi pattern di ragionamento, ne analizza gli errori, interviene con prompt anche lunghissimi per orientarne le risposte. L’obiettivo è dotare Claude di una bussola morale, una sorta di “anima digitale” capace di guidare milioni di conversazioni ogni settimana.

Anthropic, fondata da ex OpenAI, ha fatto della sicurezza il proprio tratto distintivo. In questa cornice si inserisce anche la pubblicazione di un manuale di circa 30mila parole che definisce i principi comportamentali del modello: non solo evitare contenuti dannosi, ma mantenere equilibrio, coerenza e capacità di gestire l’incertezza. Per Askell, la progettazione dell’AI non è solo una questione tecnica, ma culturale: il modo in cui un modello viene costruito e trattato dagli utenti contribuisce a determinarne l’evoluzione.

Il ritratto del quotidiano americano arriva in un momento in cui il dibattito sull’AI è sempre più acceso. Secondo sondaggi recenti negli Stati Uniti prevalgono le preoccupazioni rispetto all’entusiasmo, soprattutto per l’impatto su lavoro, creatività e relazioni umane. E non mancano i casi concreti che alimentano questi timori.

Diversi chatbot sono finiti al centro di polemiche per risposte inappropriate su temi estremamente delicati, come il suicidio, con conseguenti azioni legali. Studi indipendenti hanno evidenziato la necessità di ulteriori miglioramenti nella gestione dei contenuti sensibili. La stessa Anthropic ha rivelato che Claude è stato utilizzato da hacker sponsorizzati dallo Stato cinese in operazioni di cyberattacco. In test interni, modelli generativi avrebbero mostrato comportamenti inattesi in scenari simulati, inclusa la resistenza allo “spegnimento”.

È anche alla luce di questi episodi che il lavoro di Askell assume un significato strategico. Se l’AI è destinata a incidere in modo strutturale su economia e società, la questione non è solo quanto sia potente, ma quale tipo di comportamento incorpori. Per Anthropic, la risposta passa dalla filosofia: provare a insegnare a un algoritmo non solo cosa fare, ma come farlo.

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AI, Spazio, green e Difesa: “Serve autonomia strategica e federalismo europeo”. Il Manifesto del Pd

Per i 70 anni dei Trattati di Roma, il Pd lancia il manifesto degli Stati Uniti d’Europa

È l’ora degli Stati Uniti d’Europa. È questo il titolo del manifesto presentato dal Partito democratico al Parlamento europeo riunito in seduta plenaria. La scelta non è casuale. A Strasburgo gli eurodeputati si stanno confrontando su nodi particolarmente delicati riguardo al futuro della nostra Unione.

Certo, i Dem l’hanno presa un po’ larga, visto che il manifesto è dedicato al settantesimo anniversario dei “Trattati di Roma”, che ricorrerà nel marzo del 2027. Una ricorrenza storica importante, visto che quel trattato del 1957 gettava le basi dell’Unione europea, le stesse basi che oggi, a quanto pare, qualcuno vorrebbe rimettere in discussione.

In sostanza, secondo il Partito democratico in Europa la situazione è grave e bisogna muoversi rapidamente, richiamando lo spirito dei padri europei depositato in quei trattati. C’è da decidere in che modo procedere tutti insieme, soprattutto alla luce dell’ormai celebre Rapporto Draghi, ma anche della forte instabilità politica che ormai circonda la Commissione europea e gli scenari geopolitici resi oltremodo difficili dalle politiche aggressive dell’alleato statunitense.

L’Europa è di nuovo di fronte a un bivio: cambiare rilanciando le sue ambizioni o accettare un lento declino”, inizia così il testo del manifesto, che poi è quanto dichiarato più volte dall’ex premier italiano Mario Draghi (e dallo stesso ex premier Enrico Letta).

AI, Spazio, green, Difesa: “Serve sviluppare un’autonomia stragica

Riferendosi allo stato attuale dell’Unione, il manifesto esprime forti dubbi e timori sul livello di efficacie e sicurezza dell’integrazione politica, economica e produttiva raggiunta. Un livello ritenuto non sufficiente a “sviluppare un’autonomia strategica nei campi fondamentali dello sviluppo”.

I soliti campi: “Pensiamo alle sfide tecnologiche per rilanciare la nostra competitività nel campo del digitale, dall’intelligenza artificiale, all’aerospazio, alla transizione ecologica e all’autonomia strategica nella Difesa”.

Su questi temi – è precisato nel manifesto – noi non produciamo più innovazione: la regoliamo. Altri producono, ci vendono i prodotti, e crescono loro mentre noi paghiamo. Regolare per tutelare persone e pianeta è giusto, ma da solo non crea PIL né lavoro. Senza investimenti pubblici comuni ricchezza e occupazione vanno altrove”.

Siamo quindi al punto critico: serve il “compra europeo”, il “buy european”, servono investimenti infrastrutturali e servono strategie chiare e condivise su come andare avanti.

C’è un’unica America e un’unica Cina. A quando un’unica Europa?

È il momento di agire. C’è un’unica America e un’unica Cina. Per arrivare a un’unica Europa servono scelte coraggiose: il superamento delle decisioni all’unanimità e del diritto di vero, un fondo europeo da 750 miliardi per produttività, intelligenza artificiale e transizione verde, nuovi trattati commerciali e una vera difesa comune. Come nel 1957, serve coraggio per cambiare”, ha dichiarato in una nota Stefano Bonaccini, eurodeputato del Partito democratico (S&D).

Il contenuto del nostro manifesto in vista dei 70 anni dei Trattati di Roma è la necessità di investire, promuovere il mercato unico, rilanciare le cooperazioni rafforzate, ridiscutere il diritto di veto, garantire la coesione sociale, aumentare il bilancio ricorrendo anche a debito comune”, ha commentato il capodelegazione PD al Parlamento europeo, Nicola Zingaretti.

Le nostre proposte per la federazione europea rappresentano l’unica rotta da percorrere per salvare l’Europa dall’irrilevanza e farla contare davvero in un mondo instabile, dove alleati tradizionali come gli Stati Uniti rimangono imprevedibili e le tensioni globali crescono ovunque”, ha affermato Brando Benifei, eurodeputato Pd.

Parola chiave: competitività. Vincerà il ‘made in Eu’ o la necessità di deregolamentare?

Il manifesto presentato dal Pd cerca di attirare l’attenzione su una parola chiave: competitività. Nei settori tecnologici strategici, come detto, ma anche nella Difesa, nella Space Economy e nella transizione energetica. Ma su questo punto si sono affermate due visioni diverse: da una parte c’è chi chiede la scelta europea, il made in Eu, dall’altra chi predilige invece maggiore deregolamentazione e semplificazione. Ma le due proposte sono veramente incompatibili?

Oggi ad Anversa un migliaio di capitani d’industria si riunirà per fare il punto del settore in Europa, per avanzare richieste concrete alla Commissione europea e stilare i punti chiave di quello che potrebbe essere un vero e proprio Industry deal.

Ne ha parlato anche il Presidente francese, Emmanuel Macron, lanciando un appello per una nuova dottrina economica europea da proporre al vertice degli industriali di Anversa, ma anche al prevertice con riunione dei capi di stato e di governo dei 27 sulla competitività europea, che si terrà sempre oggi.

In un’intervista rilasciata a Le Monde e altri 6 giornali europei fra i quali Il Sole 24 Ore, Macron parla di “un debito comune Ue per finanziare difesa e intelligenza artificiale”. Una strada che pare condivisa dai dem nel loro manifesto e allo steso tempo rifiutata dal nuovo asse Roma-Berlino.

Una strategia francese che punta a maggiore unità, al compra europeo, all’indipendenza e all’autonomia tecnologica, ma che non troverà una sponda amica né in Germania, né in Italia, che da qualche tempo, soprattutto dopo il recente bilaterale a Roma fra Merz e Meloni, hanno sempre più allineato le loro visioni per l’Unione. Lo scrive Politico, aggiungendo che entrambi sono scettici sui grandi progetti del presidente francese e stanno raccogliendo sostegno per un programma diverso, con una maggiore enfasi sul libero scambio e sul commercio.

Trattati ancora validi, ma ancora condivisi da tutti oggi?

I Trattati di Roma, firmati il 25 marzo 1957 da sei paesi fondatori (Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi), istituirono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), ponendo le basi per l’attuale Unione Europea. Entrati in vigore il 1° gennaio 1958, crearono un mercato comune basato sulle quattro libertà (circolazione di merci, persone, servizi e capitali) e l’unione doganale.

Quei trattati sono stati modificati e attualizzati più volte nel tempo (nel 1992 con il trattato di Maastricht, nel 1997 con il trattato di Amsterdam, nel 2002 con il trattato di Nizza), ma gli obiettivi sono sempre rimasti gli stessi nei decenni.

Una visione davvero avanzata per quei tempi, dettata dall’urgenza di rialzarsi dalle macerie della Seconda guerra mondiale e dalla necessità di impedire che in futuro i Paesi europei tornassero a distruggersi a vicenda. Tutti volevano ricostruire settant’anni fa. Oggi tutti sembrano più impegnati a distruggere quanto fatto finora.

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