Butti: “Verifica età minori sul social? Con App IO sarebbe già possibile, ma serve norma”
Usare l’app IO per la verifica dell’età, la proposta del sottosegretario con la delega all’innovazione Alessio Butti
“Obbligare i siti a rilasciare un QR code che viene messo in contatto con la app IO e c’è una age verification automatica”. Ecco la proposta del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione, Alessio Butti, per introdurre in Italia il sistema di verifica dell’età prima dell’accesso alle piattaforme. “Ma“, ha aggiunto subito Butti, “servirebbe una norma per disciplinare questo sistema”.
“È importante valutare questa opportunità tecnologica per la verifica dell’età che consenta un uso più consapevole della tecnologia”, ha spiegato il Sottosegretario.
La proposta
“Potremmo già oggi garantire attraverso la app IO l’età di chi usufruisce di determinati servizi online”, ha precisato Butti.
“Avremmo già la tecnologia per potere intervenire sotto questo punto di vista obbligando di fatto – qui occorrerebbe una norma – i siti a rilasciare un QR code che viene messo in contatto con la app e c’è una age verification automatica. Qualche provvedimento deve essere assunto”, ha proseguito Butti.
In questo caso, visto che stiamo parlando di minori, per accedere all’app IO si dovrà usare l’apposita versione “SPID per minorenni”, un’identità digitale specifica che permette l’accesso a servizi online pubblici, come quelli scolastici, tramite consenso dei genitori.
Butti: “Nessuna censura, ma viviamo tempi che creano sfide continue”, a cui bisogna saper rispondere
“Noi siamo preoccupati rispetto alla questione della igiene mentale, della salute mentale, della non dipendenza dagli algoritmi per i nostri ragazzi, per gli adolescenti. Nessuno vuole censurare però è evidente che stiamo vivendo dei tempi che creano delle sfide continue”, ha sottolineato Butti che sarà ospite a Progress, domenica mattina alle 11.00 su Sky TG24.
Il rapporto tra minori e tecnologia è diventato uno dei temi più sensibili del dibattito pubblico italiano. La politica se ne sta occupando con iniziative bipartisan e l’obiettivo, non semplice, è tentare di dare risposte concrete ad un problema che rischia di aggravarsi con il passare del tempo. Smartphone sempre più precoci, social network onnipresenti e piattaforme digitali progettate per massimizzare il tempo di permanenza hanno acceso l’attenzione su rischi concreti: dipendenza, esposizione a contenuti inappropriati, impatti sulla salute mentale e difficoltà nel controllo dell’età reale degli utenti.
Negli ultimi anni, l’Italia ha iniziato a muoversi su più livelli – normativo, regolatorio e politico – nel tentativo di mettere ordine a un ecosistema che, fino a poco tempo fa, si basava quasi esclusivamente sull’autodichiarazione dell’età.
Le regole già in vigore: il nodo dei 14 anni
Dal punto di vista giuridico, un primo punto fermo esiste già. Con il decreto legislativo 101/2018, che ha adeguato l’ordinamento italiano al GDPR europeo, l’Italia ha fissato a 14 anni l’età minima per prestare autonomamente il consenso al trattamento dei dati personali online.
In pratica:
sotto i 14 anni è necessario il consenso dei genitori per iscriversi a social network e servizi digitali;
sopra i 14 anni il minore può decidere da solo.
Il problema, però, è noto: questa soglia è spesso aggirata, perché la maggior parte delle piattaforme si limita a chiedere una data di nascita, senza reali verifiche. Il risultato è che bambini anche molto più piccoli accedono ai social come se nulla fosse.
Il primo vero obbligo di verifica dell’età: pornografia online
Il primo intervento realmente vincolante sul tema della verifica dell’età arriverà con l’attuazione del cosiddetto Decreto Caivano. A partire dal 12 novembre 2025, l’AGCOM ha imposto ai siti pornografici l’obbligo di verificare l’età degli utenti per impedire l’accesso ai minori di 18 anni.
La verifica avviene tramite: soggetti terzi certificati, oppure strumenti pubblici come SPID o app dedicate. Dal 1° febbraio 2026 sono diventati pienamente operativi gli obblighi di verifica dell’età degli utenti anche per i gestori di siti e piattaforme che diffondono contenuti pornografici online e che sono stabiliti in un Paese membro dell’Unione europea diverso dall’Italia.
È un passaggio importante, perché per la prima volta una autorità italiana impone controlli strutturati e non aggirabili, cercando al tempo stesso di bilanciare tutela dei minori e protezione della privacy.
Il fronte politico: social vietati sotto una certa età?
Parallelamente, il Parlamento discute da mesi un possibile inasprimento delle regole anche per i social network. Il tema è diventato trasversale, con proposte che arrivano da quasi tutti i principali partiti.
Il disegno di legge più avanzato è il S.1136, presentato nel maggio 2024 e attualmente all’esame del Senato. Il testo prevede:
il divieto di accesso ai social per i minori di 14 o 15 anni senza consenso genitoriale;
l’obbligo per le piattaforme di adottare sistemi di verifica dell’età affidabili, sotto la supervisione dell’AGCOM.
Altre proposte, presentate da esponenti di Fratelli d’Italia e Lega, spingono ancora oltre:
innalzamento dell’età minima a 15 o 16 anni;
divieto di attività come il baby-influencing;
aumento a 16 anni della soglia per il consenso autonomo al trattamento dei dati.
Al momento, però, l’iter è bloccato in commissione: gli emendamenti sono scaduti a gennaio 2026 e manca ancora una sintesi politica.
Questo mentre la tendenza a limitare l’accesso dei minori ai social media, ispirata da una misura australiana adottata a dicembre, sta prendendo piede in diversi Paesi europei, ultimi in ordine di tempo Spagna e Grecia, ma ci sono anche Regno Unito, Germania e Francia.
L’idea è quella di un’app interoperabile, integrata nel futuro portafoglio digitale europeo, atteso entro la fine del 2026. L’obiettivo è ambizioso: consentire alle piattaforme di sapere se un utente è maggiorenne o meno, senza conoscere la sua identità, in linea con GDPR e Digital Services Act.
Anche il Parlamento europeo spinge in questa direzione, chiedendo: età minima a 16 anni per i social; stop agli algoritmi considerati “addictivi” per i minori; sanzioni più severe per le piattaforme non conformi.
Una partita ancora aperta
Il quadro che emerge è quello di un sistema in piena evoluzione. L’Italia ha già fissato alcuni paletti, ma sta cercando di passare da regole teoriche a meccanismi concreti di enforcement, cioè di applicazione reale.
La sfida è complessa: proteggere i minori senza creare sistemi di sorveglianza invasivi, responsabilizzare le piattaforme senza scaricare tutto sulle famiglie e trovare soluzioni tecnologiche che funzionino davvero.
Il dibattito è acceso e il percorso non è lineare, ma una cosa è chiara: l’epoca dell’“inserisci la tua data di nascita e via libera” sta finendo. E per social e piattaforme digitali, la verifica dell’età è una questione da affrontare in maniera efficace, non più rimandabile.
Sposato (Aruba): “Attive in Italia più di 19 milioni di caselle PEC”
“Si stima che in Italia siano oggi oltre 19 milioni le caselle di Posta Elettronica Certificata attive. Un dato che, più di qualsiasi previsione, racconta il percorso e il ruolo che la PEC ha assunto nel tempo: da strumento introdotto per rispondere a specifiche esigenze normative a standard di fatto della comunicazione digitale a valore legale per professionisti, imprese, cittadini e Pubblica Amministrazione”.
È quanto evidenziato da Gabriele Sposato, Direttore Marketing di Aruba, nel corso di Telefisco, l’evento organizzato dal Sole 24 Ore dedicato all’analisi delle principali novità fiscali e normative dell’anno, ospitato presso l’Auditorium Aruba, all’interno del Global Cloud Data Center Campus di Ponte San Pietro. Un contesto particolarmente significativo per discutere di strumenti digitali che, per essere davvero efficaci, devono coniugare affidabilità e semplicità.
“La PEC rappresenta uno dei casi più riusciti di innovazione digitale nel nostro Paese. Nata come obbligo, si è progressivamente affermata perché utile. La sua diffusione è stata guidata dalla capacità di rispondere a esigenze concrete: garantire certezza giuridica nelle comunicazioni, semplificare i rapporti tra soggetti diversi e ridurre complessità operative. Le analisi disponibili mostrano come, oggi, 8 volte su 10 il suo utilizzo è frutto di una scelta e non di un obbligo normativo”, ha proseguito Sposato.
“È proprio questa solidità ad aprire una nuova fase evolutiva. Nel quadro dello sviluppo del mercato unico digitale e delle iniziative europee in ambito di identità e servizi fiduciari, il modello della comunicazione certificata e qualificata è un paradigma che ha già dimostrato la sua interoperabilità a livello europeo, consentendo lo scambio di comunicazioni elettroniche con valore legale riconosciuto anche oltre i confini nazionali. In questa direzione si inserisce il Proof of Concept realizzato da Aruba insieme ad Asseco Data Systems – ha detto Sposato – che ha portato al primo scambio certificato di documenti tra Italia e Polonia tramite e-Delivery qualificata. Un test concreto e replicabile che ha dimostrato come sia già oggi possibile superare le barriere tecniche e normative e garantire comunicazioni elettroniche con piena validità legale tra Paesi diversi”.
“In questo scenario – ha precisato Sposato – il ruolo di Aruba è quello di accompagnare il cambiamento seguendo l’evoluzione normativa e contribuendo allo sviluppo tecnologico, con l’obiettivo di tradurre complessità crescenti in strumenti sempre più semplici e utilizzabili”.
Carta del docente 2026, tutte le novità. Come funziona? Cosa si può acquistare?
Le novità della Carta del docente per il 2026
La Carta del docente cambia volto nel 2026. Il bonus destinato alla formazione degli insegnanti viene confermato, ma con una serie di novità rilevanti che riguardano l’importo, la platea dei beneficiari e soprattutto le modalità di utilizzo.
L’obiettivo dichiarato dal ministero dell’Istruzione e del merito è quello di trasformare progressivamente la Carta in uno strumento di welfare più ampio, capace di rispondere meglio alle esigenze quotidiane del personale scolastico.
Ad annunciare le modifiche è stato il ministro Giuseppe Valditara, spiegando che alle risorse ordinarie si aggiungeranno nuovi fondi europei e che, dopo anni di contenziosi, viene finalmente completata l’estensione del beneficio anche ai docenti precari.
Il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara
L’importo annuale passa da 500 a 390 euro, le nuove risorse saranno assegnate alle scuole non al docente
La prima novità riguarda l’importo individuale. Nel 2026 il valore annuale della Carta del docente scende da 500 a 390 euro. Una riduzione che, però, va letta insieme al rafforzamento delle risorse complessive: ai circa 400 milioni di euro stanziati ogni anno si aggiungono infatti altri 270 milioni di euro provenienti da fondi europei.
Queste risorse aggiuntive non finiranno direttamente nel borsellino digitale dei docenti, ma saranno assegnate alle scuole. Gli istituti potranno utilizzarle per acquistare computer, tablet, libri e servizi per la formazione, che verranno poi concessi ai docenti in comodato d’uso. Una scelta pensata anche per migliorare l’efficienza della spesa e alleggerire la gestione amministrativa del bonus.
Chi sono i destinatari?
La seconda grande novità riguarda i destinatari. Dal 2026 la Carta del docente viene estesa a circa 200mila insegnanti precari con contratto fino al 30 giugno, oltre al personale educativo. In totale, secondo il Ministero, entrano nella platea 253.868 nuovi beneficiari.
Si tratta del completamento di un percorso avviato dopo le sentenze che, a partire dal 2021, hanno riconosciuto il diritto dei docenti non di ruolo a usufruire del bonus. Sentenze rimaste a lungo inattuate e che ora vengono definitivamente recepite. Una correzione che mette fine a una disparità di trattamento tra personale di ruolo e supplenti.
Come si può usare la Carta del docente nel 2026
Restano validi gli utilizzi “classici” della Carta del docente: acquisto di libri (anche digitali), testi universitari, riviste specializzate, software e hardware, corsi di formazione e aggiornamento, corsi di laurea o master coerenti con il profilo professionale, ingressi a musei, cinema, teatri ed eventi culturali.
Ma dal 2026 arriva una novità significativa: il bonus potrà essere utilizzato anche per le spese di trasporto pubblico, inclusi gli abbonamenti ai mezzi. Una scelta che va nella direzione di trasformare la Carta in uno strumento più flessibile e vicino ai bisogni concreti dei docenti.
Il Ministero ha spiegato che negli ultimi quattro anni oltre il 60% delle risorse è stato speso per hardware e software, mentre solo una quota ridotta è andata alla formazione vera e propria. Da qui la decisione di spostare parte degli acquisti sulle scuole, liberando risorse sulla Carta per nuovi servizi.
Come accedere ai soldi della Carta del docente
Per utilizzare la Carta del docente è necessario essere in possesso di credenziali digitali SPID o CIE. L’accesso avviene tramite la piattaforma ufficiale cartadeldocente.istruzione.it, dove ciascun beneficiario trova il proprio borsellino elettronico.
Una volta effettuato l’accesso, il docente può generare buoni dell’importo desiderato da spendere presso gli esercenti fisici o online accreditati, oppure per i servizi digitali e culturali ammessi. I buoni possono essere utilizzati entro i termini stabiliti, che vengono comunicati ogni anno dal Ministero.
Per i beni e i servizi acquistati direttamente dalle scuole (come computer o libri), sarà invece l’istituto a gestire le procedure, utilizzando i fondi europei assegnati e concedendo poi il materiale ai docenti.
Verso una carta servizi per tutto il personale scolastico
Lo sguardo del Ministero è già rivolto al futuro. L’obiettivo dichiarato è quello di finanziare, a partire dal prossimo anno, un vero e proprio sistema di welfare scolastico, separando le risorse per la formazione da quelle utilizzabili per spese più ampie.
In questa prospettiva, il sindacato Anief ha espresso apprezzamento per l’idea di trasformare la Carta del docente in una carta servizi estesa anche al personale ATA, riconoscendo il diritto alla formazione e a strumenti di supporto anche a chi lavora quotidianamente nel funzionamento delle scuole.
La Carta del docente, nata come strumento di aggiornamento professionale, si avvia così a diventare qualcosa di più: non solo un bonus, ma un tassello di un sistema di tutele e servizi più inclusivo per il mondo della scuola.
Indipendenza digitale, la Francia vincola 4,5 miliardi di acquisti digitali della PA al French Tech (la stessa battaglia di Key4biz). E in Italia?
La commessa pubblica in Francia sta per cambiare pelle in ottica di indipendenza digitale. Il governo Macron ha preso posizione in modo netto contro lo strapotere tecnologico degli Usa. “C’è un’urgenza di disintossicarsi dalla nostra dipendenza da tecnologie extra Ue, soprattutto americane, per gli usi critici dello Stato”, ha detto David Amiel, ministro della Funzione Pubblica francese al quotidiano Le Figaro.
Amiel ha poi argomentato ancora, aggiungendo che non bisogna creare delle dipendenze in tempi di pace da parte di nessuno, perché poi in tempi di tensione geopolitica (come quello attuale) queste dipendenze “possono essere usate contro di noi. Il digitale è chiaramente uno dei punti maggior fragilità”.
Una dipendenza dal Cloud e nel digitale made in Usa che arriva all80% della spesa delle grandi imprese europee e che vale anche per i servizi dello Stato. “Dobbiamo essere lucidi, nonostante i progressi la dipendenza è profonda”, aggiunge il ministro.
Il rischio di fuga dei dati e di continuità dei servizi obbliga lo Stato a prendere provvedimenti.
Francia, obiettivo alternative francesi al made in Usa
L’obiettivo è trovare e scegliere delle alternative francesi o europee. Questa è la linea del Governo francese “per rimediare”, ha detto Anne Le Hénenff, ministra francese al Digitale.
Stiamo quindi parlando di un budget da 4,5 miliardi di euro all’anno di acquisti pubblici in Digitale in Francia.
Il cambio di passo si è concretizzato con una circolare pubblicata questa settimana. Priorità ai prodotti francesi e in seconda battuta europei per gli acquisti.
Il criterio della indipendenza e della sovranità diventa quindi preponderante in sede di procurement pubblico.
I ministri francesi dicono poi che ci saranno dei controlli per verificare la conformità degli acquisti di French Tech.
Non sarà una passeggiata per la Francia
Non sarà una passeggiata perché la presenza di tecnologia made in Usa nella quotidianità della PA francese è sotto gli occhi di tutti. Per toccare con mano il gap fra teoria e pratica, basti pensare ai dati sanitari dei cittadini che sono conservati nell’Health Data Hub di Microsoft. Lo Stato protesta, ma la migrazione verso un fornitore francese è complessa.
Il processo di disintossicazione non sarà immediato. La ministra al Digital prevede che mentre per alcuni settori pubblici il passaggio verso soluzioni francesi sarà immediato, per altri più incardinati nella routine degli uffici ci vorranno da un anno e mezzo fino a due anni.
Zoom e Teams banditi dalla PA francese
Certo, per migrare sarà necessaria la disponibilità di alternative francesi, che spesso non ci sono. Ma intanto il Governo ha deciso di mettere al bando Zoom e Teams per le video conferenze nel settore pubblico. Le piattaforme pubbliche sono state sostituite dall’alternativa francese Visio. Intanto è un inizio.
“Da più di un anno con Key4Biz portiamo avanti la battaglia per l’Indipendenza digitale. Ecco la differenza. Se Trump dovesse dalla sera alla mattina con ordine esecutivo chiudere il “rubinetto” di Internet dei servizi digitali erogati da aziende USA verso l’Europa vivremmo una sorta di incubo. Per questo dobbiamo alimentare prima la cultura verso l’Indipendenza digitale, ossia puntare e far crescere le eccellenze, che già esistono, in Italia e in Europa: almeno in settori chiavi e strategici. Come il cloud, i data center, l’AI, la Cybersecurity”, ha detto il moderatore dell’evento e Direttore responsabile Key4Biz e Cybersecurity Italia, Luigi Garofalo, in apertura di convegno.
“E oltre ad alimentare la cultura per l’Indipendenza digitale”, ha aggiunto Garofalo, “come crearla concretamente? Il primo passo è dar vita al procurement pubblico con il principio ‘buy european’ è la vera svolta. È il vero game changer per l’indipendenza digitale. Il primo febbraio il commissario europeo con delega all’Industria ha firmato un Manifesto con oltre 1.000 dirigenti di azienda dicendo: “È ora del made in Europe per l’Innovazione, lanciando l’appello a favore della preferenza europea negli appalti pubblici, senza penalizzare il mercato, ma iniziando a ridurre le dipendenze tecnologiche. Forse non lo avete letto perché la stampa italiana generalista non l’ha pubblicato. Noi sì”.
Polizia, il numero di agenti in Italia e negli altri Paesi
Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da MarcoCobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4bizclicca qui..
In servizio 234.300 agenti di polizia in Italia, primi tra i grandi Paesi dell’Ue
Gli scontri avvenuti a Torino durante la manifestazione a sostegno del centro sociale Askatasuna hanno riacceso il confronto politico e istituzionale sul tema della sicurezza e della gestione dell’ordine pubblico. Le violenze, che hanno causato il ferimento di oltre cento appartenenti alle forze dell’ordine, tra cui un agente colpito con un martello, hanno spinto il governo guidato da Giorgia Meloni ad accelerare l’iter di un nuovo decreto sicurezza, con misure più restrittive contro i reati commessi durante le manifestazioni.
Un’impostazione che la maggioranza difende come necessaria di fronte a episodi definiti di estrema gravità, di “terrorismo urbano”, mentre l’opposizione condanna le violenze ma mette in discussione la narrazione emergenziale e l’efficacia dell’approccio repressivo. Il dibattito si inserisce in un quadro più ampio che riguarda il ruolo e il peso delle forze di polizia nel sistema italiano, anche in relazione al confronto con gli altri Paesi europei.
Secondo i dati più recenti disponibili di Eurostat, aggiornati al 2023 e costruiti con criteri omogenei per rendere confrontabili sistemi di polizia molto diversi tra loro, in Italia erano in servizio 234.300 agenti di polizia, pari a 397 ogni 100.000 abitanti. Un valore che colloca il Paese al 7° posto nell’Unione europea in termini assoluti, ma al primo tra i grandi Stati membri se si tiene conto di popolazione e dimensioni, davanti a Spagna (378), Francia (371) e Germania (317). Il dato risulta ancora più significativo nel confronto con la media Ue, che si ferma a 342 agenti ogni 100.000 abitanti, e rappresenta oggi la fotografia più aggiornata e comparabile della presenza di forze di polizia nei Paesi europei.
Ma in questa cifra quali agenti vengono conteggiati? Non certo tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine, solo quelli operativi realmente coinvolti nella sicurezza pubblica, nella prevenzione dei reati e nelle attività investigative. Sono quindi esclusi il personale civile e amministrativo, la polizia penitenziaria, i servizi segreti, gli allievi e i ruoli dirigenziali.
I dati ONU e il confronto internazionale
C’è anche un altro dato, meno attuale ma utile da conoscere, che arriva dalle Nazioni Unite. In questo caso i conteggi seguono criteri diversi, pensati per includere le specificità nazionali e rendere confrontabili anche Paesi non occidentali, dove le forze di sicurezza hanno assetti e funzioni differenti da quelli europei. Proprio per questo, però, i dati non sono stati aggiornati negli ultimi anni per l’Italia e per altri grandi Stati. Secondo questa fonte, l’Italia risulta con 467,2 agenti di polizia ogni 10.000 abitanti, collocandosi al terzo posto nella classifica considerata, dietro alla Russia (564,6) e alla Turchia, che presenta un livello comunque superiore a quello italiano.
Il dato colpisce soprattutto per i nomi dei paesi che ci precedono: Russia e Turchia sono Paesi segnati da criticità strutturali sul piano democratico, con un forte ricorso agli apparati di sicurezza per il controllo dell’ordine pubblico e del dissenso. Ovviamente il fatto che l’Italia compaia subito dopo questi Stati non significa automaticamente che ci sia analoga natura del sistema politico, ma rende evidente come il Paese presenti una densità di forze di polizia molto elevata nel confronto internazionale. E questo è un valore aggiunto del nostro Paese.
Come funzionano le forze dell’ordine
In Italia le forze dell’ordine sono l’insieme dei corpi dello Stato incaricati di garantire l’ordine e la sicurezza pubblica e trovano la loro cornice nella legge n. 121 del 1981, che ne disciplina funzioni, composizione e coordinamento. L’articolo 16 della legge individua come forze di polizia la Polizia di Stato, l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia penitenziaria, attribuendo loro sia compiti di tutela dell’ordine pubblico sia, all’occorrenza, funzioni di pubblico soccorso. Va però precisato che nei conteggi e nei confronti internazionali sul numero di agenti di polizia la Polizia penitenziaria non viene generalmente considerata, perché svolge funzioni specifiche legate all’esecuzione delle pene e alla gestione degli istituti di detenzione.
La distinzione principale è tra Polizia di Stato e Carabinieri. La Polizia di Stato è un corpo civile che dipende dal Ministero dell’Interno. Si occupa di prevenzione e repressione dei reati, tutela dei diritti e sicurezza pubblica. Opera anche attraverso diverse specializzazioni, come polizia stradale, ferroviaria, scientifica e di frontiera. I Carabinieri sono invece una forza armata a ordinamento militare. Svolgono però servizio permanente di pubblica sicurezza su tutto il territorio nazionale. Affiancano la Polizia di Stato con una presenza capillare, soprattutto nei piccoli comuni. Accanto a questi due pilastri opera la Guardia di Finanza. È una polizia militare con competenza primaria in materia economica e tributaria. Fa parte a pieno titolo del sistema della sicurezza pubblica.
Polizia di Stato, organico e interventi
Il corpo più grande è senza dubbio quello della Polizia di Stato. A fine 2024, secondo i dati ufficiali della stessa Polizia, le persone in servizio sono 97.931: dentro questo numero ci sono tutte le donne e gli uomini che lavorano nel corpo, a prescindere dal ruolo. Se però si guarda a chi fa davvero polizia sul campo, cioè sicurezza pubblica, prevenzione dei reati e interventi sul territorio, il totale scende a 92.687 operatori, in larga parte uomini (77.414) ma con una presenza femminile ormai stabile (15.273).
Il gruppo più numeroso è quello di assistenti e agenti, 56.195: sono, in pratica, le divise che vediamo ogni giorno alla guida delle volanti, ai posti di controllo, durante le manifestazioni o quando alziamo la cornetta per un’emergenza. Come si vede anche dl grafico sopra nel solo 2024 la Polizia di Stato ha risposto a 4.351.509 chiamate di emergenza, effettuato 1.244.664 interventi, controllato 3.997.917 persone, con 8.602 arresti e 47.293 denunce. Numeri che danno la misura di quanto il lavoro quotidiano passi soprattutto dalla strada.
Quanti Carabinieri operano sul territorio
Per quanto riguarda i Carabinieri, i numeri aiutano a capire bene come è organizzata la loro presenza sul territorio. Su una forza complessiva di 109.972 unità, 77.511 carabinieri lavorano stabilmente nelle stazioni, nelle compagnie e nei comandi provinciali: sono quelli che garantiscono la presenza quotidiana, il contatto diretto con i cittadini e la gestione dell’ordinario, soprattutto nei piccoli e medi comuni.
Accanto a loro operano 11.271 unità dell’organizzazione mobile e speciale. Non presidiano un territorio fisso. Si spostano dove serve. Intervengono nei servizi di ordine pubblico, nelle operazioni più complesse e nei contesti ad alta criticità. Spesso lo fanno a supporto dei reparti locali. È questa combinazione tra presenza capillare e reparti mobili che fa dei Carabinieri l’unico o il principale presidio di polizia in oltre il 90% dei 7.896 comuni italiani, in particolare nei centri più piccoli, dove la stazione dell’Arma resta spesso il primo riferimento per i cittadini.
Nel 2024 questo sistema ha retto un carico di lavoro enorme. Le centrali operative hanno gestito 2.878.464 richieste di intervento arrivate tramite il 112 e 7.502.935 chiamate dirette, che si sono tradotte in 135.273 interventi per reati, 115.587 per dissidi privati e 57.741 per attività di soccorso. Sul terreno, il controllo del territorio ha significato 3.256.417 servizi svolti e 2.336.104 pattuglie e perlustrazioni, con 6.396.870 persone identificate e 9.291.206 veicoli controllati.
Guardia di Finanza: numeri e funzioni
Per la Guardia di Finanza, Secondo l’audizione del Comandante Generale dell’8 aprile 2025, la forza effettiva è di 57.980 unità. L’organico è composto da 2.753 ufficiali, 25.950 ispettori, 9.950 sovrintendenti e 19.327 appuntati e finanzieri, che rappresentano la componente più numerosa e quella più presente nell’operatività quotidiana; oltre il 90% del personale è maschile, con un’età media di 43 anni, segno di un corpo strutturato ed esperto.
Inserita a pieno titolo nel sistema della pubblica sicurezza delineato dalla legge 121/1981, la Guardia di Finanza contribuisce anche all’ordine pubblico, soprattutto quando sicurezza urbana ed economia si intrecciano: controlli su traffici illeciti, contrasto al contrabbando, verifiche su frodi e riciclaggio, supporto ai piani straordinari di controllo del territorio nelle grandi città.
Fonte: Eurostat, Onu, report di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza I dati sono aggiornati al 2024
Siamo in una bolla dell’intelligenza artificiale o è un bluff?
La maggior parte delle persone tende a porsi domande del genere dopo che i mercati hanno scosso la loro fiducia, non prima. Le ricerche su Google per questa frase (AI Bubble) hanno raggiunto il picco a novembre, in seguito al crollo dei titoli tecnologici. Lo scrive il Wall Street Journal in un’analisi interessante sul rischio che la bolla dell’AI alla fine esploda.
Quando, se mai, si risolverà? Alcune delle menti più brillanti della finanza avvertono che siamo in una bolla destinata a durare per sempre. Altri ritengono che manchino gli ingredienti.
Per alcuni siamo nella bolla, ma il picco non c’è ancora
Il gestore di fondi Jeremy Grantham e lo storico della finanza Edward Chancellor hanno pubblicato la scorsa settimana un saggio senza mezzi termini. Sì, siamo in una delle grandi bolle, e l’hanno persino quantificata sulla base di uno studio di oltre 300 episodi passati. La buona notizia è che i “segnali di un importante picco di bolla” non si sono ancora manifestati.
Per farsi un’idea dei loro precedenti, Grantham ha appena pubblicato un libro di memorie, “The Making of a Permabear”. E Chancellor sta lavorando a un aggiornamento della sua affascinante storia delle manie finanziarie, “Devil Take the Hindmost”.
Un trilione di ragioni per cui non siamo nella bolla
Meno preoccupato è un altro studioso di bolle e gestore di fondi, Owen Lamont. Alla fine dell’anno scorso, ha citato “un trilione di ragioni” per cui non ci trovavamo in una bolla. Se ci fossimo, la cosa più logica da fare sarebbe stata che gli addetti ai lavori quotassero in borsa centinaia di aziende per venderle a investitori ingenui appassionati di intelligenza artificiale.
Le bolle creano grandi aziende
Un’altra opinione è emersa durante un’intervista il mese scorso con il professore ed esperto di valutazione aziendale Aswath Damodaran. Ha affermato che i rendimenti degli ingenti investimenti in infrastrutture di intelligenza artificiale saranno probabilmente negativi, ma che va bene così. “Se vivessimo in un mondo gestito da attuari, saremmo ancora in una caverna“. (Gli attuari professionisti specializzati nella valutazione dei rischi finanziari, assicurativi e previdenziali, utilizzando competenze matematiche, statistiche e di calcolo delle probabilità ndr).
Le bolle sono utili e creano grandi aziende, ha affermato Damodaran. Sfortunatamente, gli investitori sopravvalutano le loro possibilità di individuare i vincitori. Potrebbero persino operare in un settore che trae vantaggio dall’intelligenza artificiale.
Infine, Peter Oppenheimer, responsabile della strategia azionaria globale di Goldman Sachs, ha recentemente sostenuto che non siamo “ancora” in una bolla perché le aziende che investono nell’intelligenza artificiale sono redditizie e ricche di liquidità. Questo è in contrasto con molte aziende durante il boom della tecnologia e delle telecomunicazioni.
Le obiezioni del Wall Street Journal
A rischio di contraddire le persone intelligenti, qualche obiezione: Grantham vede una bolla e ha avuto ragione in passato, ma dolorosamente presto (da qui l’etichetta autoironica di “permabear”).
Se Oppenheimer ha ragione, allora i guadagni rimangono solidi, ma il suo ragionamento – che le aziende non si stanno ancora impegnando troppo per costruire infrastrutture di intelligenza artificiale – non è del tutto rassicurante. Alcune potrebbero già esserlo, come Oracle. E persino gli azionisti di aziende ricche di liquidità non saranno contenti se il management la spreca.
L’osservazione di Lamont sulle IPO mancate suonava più vera quando il denaro privato non era disponibile in quantità così ingenti. Elon Musk ha appena creato quella che sulla carta è un’azienda da mille miliardi di dollari. Siamo passati dagli unicorni, aziende private da miliardi di dollari, al primo chilocorn.
E forse non per molto: insieme a OpenAI e Anthropic, ora si sta affrettando a quotarsi in borsa.
Jeff Bezos licenzia 300 giornalisti del Washington Post
Nemmeno uno degli uomini più ricchi del mondo riesce a salvare il giornalismo. JeffBezos ha licenziato 300 giornalisti in un ‘riassetto strategico’ di cui sono rimaste vittima la copertura locale, l’estero e l’intera redazione sportiva.
Il taglio del 30 per cento del personale, “doloroso ma necessario” in un “giornale di un’altra epoca”, è stato annunciato di prima mattina ai dipendenti dal direttore MattMurray. Lavoravano fino a ieri al Post circa 800 reporter, a una larga fetta dei quali è stato chiesto di non presentarsi in redazione.
Secondo Marty Baron, l’ex direttore che ha portato al Post ben 18 Pulitzer, è “un momento nero nella storia” del quotidiano, mentre Jeff Stein, capo della redazione economica, ha parlato di “un giorno tragico per il giornalismo, per la città di Washington e per il Paese”. Il Post, dopo la ‘cura dimagrante’ imposta da Bezos, continuerà a occuparsi di politica, economia e sanità, trascurando affari locali e internazionali. Oltre allo sport chiuderà completamente anche la sezione libri.
Non è bastata la svola a destra per il Washington Post
I tagli sono il segno che Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, non ha ancora capito come costruire e mantenere i profitti di una pubblicazione su internet, a differenza di quanto ha fatto il New York Times i cui abbonamenti digitali – è stato annunciato – sono saliti di 1,4 milioni nel 2025 in linea con l’obiettivo di 15 milioni nel 2027.
Con Bezos, dopo i primi anni in attivo, il Post ha continuato invece a far acqua e a nulla è servita la svolta a destra, quantomeno nella pagina degli editoriali, e l’arrivo nel 2024 del giornalista britannico Will Lewis, ex Ceo di Dow Jones e figura discussa all’epoca dello scandalo delle intercettazioni del gruppo di Rupert Murdoch, alla guida del consiglio di amministrazione.
Formazione scientifica, Il Cielo Itinerante e iliad avvicinano alle STEM oltre 1.400 bambini
In occasione della Settimana Nazionale dedicata alle discipline STEM, che accende i riflettori sull’importanza di avvicinare sempre più giovani alla scienza in un contesto di disaffezione delle nuove generazioni verso queste materie, Il Cielo Itinerante APS e iliad Italia rinnovano il loro impegno per rendere il sapere scientifico più accessibile e inclusivo.
Dal 2022, le due realtà collaborano per portare la scienza e le discipline STEM in contesti segnati da forti divari educativi, attraverso un approccio innovativo che combina laboratori, giochi e osservazione del cielo, con l’obiettivo di avvicinare le giovani generazioni a materie spesso considerate inaccessibili ma fondamentali per la crescita del Paese. I dati raccolti in quattro anni confermano l’efficacia dell’approccio adottato dal progetto, che ha coinvolto oltre 1.400 bambini e bambine in tutta Italia con oltre 200 ore di formazione, portando un concreto cambio di atteggiamento dei partecipanti verso le materie STEM.
Giovani divulgatori
Accanto ai più piccoli, il progetto investe nella crescita dei giovani divulgatori che erogano la formazione scientifica con l’Accademia del Cielo, nata nel 2025 per dare forma al modello de “Il Cielo che Resta” e costruire presìdi educativi duraturi sul territorio. In collaborazione con il Politecnico di Bari, giovani laureati e laureate in discipline STEM vengono formati per operare nel territorio pugliese, accompagnando bambini e bambine alla scoperta della scienza. Il progetto permette così di stabilire una presenza strutturata e continuativa sul territorio, offrendo ai bambini l’opportunità di confrontarsi con dei veri e propri “role model” nella propria città.
Numeri e risultati: l’impatto del progetto
Nel 2025, più del 95% dei bambini coinvolti nelle attività di formazione del Cielo Itinerante e iliad ha dichiarato di percepire in modo più positivo le materie scientifiche al termine della formazione, manifestando un cambio di atteggiamento nei confronti della scienza e della tecnologia.
Curiosità, passione e scoperta sono le parole che ricorrono più spesso nei racconti dei partecipanti, restituendo il senso di ciò che accade durante i laboratori, che l’83% dei partecipanti avrebbe voluto durassero ancora più a lungo:
“Prima pensavo che la scienza fosse difficile, invece qui mi sono divertito e mi sono sentito curioso. Guardare il cielo con il telescopio mi ha fatto venire voglia di scoprire di più, di capire come funzionano le stelle e i pianeti. È stato come avere un superpotere: riuscire a capire meglio il mondo”, ha raccontato uno dei bambini coinvolti nelle attività del 2025.
Summer Camp
Con l’obiettivo di accendere la curiosità dei bambini verso la tecnologia e la scienza, durante i “Summer Camp” del Cielo Itinerantee iliaddi Napoli (2024) e Bari (2025), i partecipanti hanno visitato un sito di antenne iliad accompagnati dallo staff tecnico dell’operatore, esplorando da vicino come la tecnologia diventa connessione reale: un modo concreto per unire scienza, territorio e futuro.
L’impatto del progetto si riflette anche nella crescita dei giovani divulgatori formati dall’Accademia del cielo: nel 2025, per il 100% degli studenti coinvolti, partecipare alla formazione ha influito sulle prospettive future di studio o lavoro. Tra le principali lezioni apprese durante il percorso, gli studenti hanno menzionato lavoro di squadra, “problem solving” e flessibilità. Il modello del “Cielo che Resta” ha già preso forma a Bari, combinando formazione, attività nei quartieri periferici e una visione di lungo periodo orientata a un impatto strutturale:
“Lavorare con i bambini, soprattutto in contesti fragili, restituisce un forte senso di responsabilità ma anche di possibilità concreta di cambiamento. Il supporto e l’ascolto del team permettono di concentrarsi davvero sui bambini e sul loro entusiasmo.”, ha dichiarato uno dei giovani formati dall’Accademia del Cielo nel 2025.
Un nuovo anno di scienza e formazione
Nel 2026 la collaborazione di iliad e Il Cielo Itinerante entra in una nuova fase, rafforzando ulteriormente il legame con i territori grazie alle attività dell’Accademia del Cielo.
Tra gennaio e giugno, si terranno in Puglia sei appuntamenti di formazione per i giovani divulgatori dell’Accademia del Cielo e sei attività pomeridiane dedicate ai bambini presso le associazioni locali già coinvolte nel 2025. Nei mesi estivi, il programma si arricchirà con due nuovi Summer Camp, durante i quali i trainer formati con l’Accademia del Cielo accompagneranno bambini e bambine alla scoperta della scienza attraverso attività pratiche, giochi scientifici e osservazioni astronomiche.
Collaborazioni con i territori
Tutto questo è possibile anche grazie alla collaborazione con le realtà educative locali che ospitano le attività e accompagnano i bambini nel quotidiano.
“Il campo estivo scientifico proposto da Il Cielo Itinerante e iliad è stata un’esperienza molto positiva per i bambini e un’occasione preziosa di collaborazione per la nostra associazione. Durante la settimana abbiamo visto partecipazione attiva, curiosità e desiderio di sperimentare, in un clima sereno e inclusivo. Un percorso curato con attenzione, capace di unire qualità educativa e attenzione al benessere dei bambini, rendendoli davvero protagonisti del loro apprendimento”, dichiarano dal doposcuola L’Officina dei Perché, tra le realtà coinvolte nella rete del Cielo Itinerante.
Una missione condivisa
È una visione condivisa di educazione e inclusione a guidare la collaborazione tra Il Cielo Itinerante e iliad, che attraverso l’astronomia e la scienza mira a stimolare nei giovani fiducia, aspirazioni e nuove prospettive per il futuro, abbattendo le barriere legate al contesto socio-economico di provenienza.
“Le discipline scientifiche sono fondamentali per la crescita e la digitalizzazione del Paese, e la Settimana Nazionale dedicata alle STEM è un’occasione preziosa per ricordarlo”, dichiara Benedetto Levi, Amministratore delegato di iliad Italia. “La collaborazione di iliad con Il Cielo Itinerante nasce proprio con l’obiettivo di avvicinare sempre più giovani alla scienza – un impegno che rinnoviamo nel 2026 con una rete di formatori sempre più diffusa, per rafforzare l’impatto sul territorio.”
“Il Cielo che Resta è il cuore di una visione più ampia che vuole trasformare i nostri progetti in un modello duraturo”, afferma Ersilia Vaudo, presidente e co-fondatrice de Il Cielo Itinerante. “Portare la scienza a portata di tutti significa alimentare nei bambini la fiducia di poter guardare il mondo con occhi curiosi e consapevoli.”
Sul tema STEM vedi anche il video della della sessione tematica SUW2025. Aula tematica “Lo Spazio come ispiratore per le nuove generazioni STEM” che si è tenuta nell’ambito dell’evento Space & Underwater che si è tenuto a Roma il 19 e 20 gennaio, organizzato dalla fondazione RESTART.
Data center tra sovranità e sicurezza nell’era dell’AI. L’evento Aruba-Assinter Academy a Roma
I rischi tecnologici di oggi e la necessità di indipendenza tecnologica
In un contesto in cui l’intelligenza artificiale (AI) sta ridefinendo in profondità il modo in cui la Pubblica Amministrazione (PA) gestisce dati, servizi e processi decisionali, il tema dell’infrastruttura cloud assume una valenza sempre più strategica. Di questo si è parlato al Tecnopolo Roma in occasione di un evento organizzato da Aruba, in collaborazione con Assinter Academy, dal titolo “Sovranità, interoperabilità e continuità nell’era dell’AI: l’evoluzione dell’infrastruttura cloud della PA”, per un confronto e un momento di approfondimento rivolto a istituzioni, società in-house, mondo della ricerca e operatori del settore.
Al centro degli interventi sono stati messi i dati strategici della Pubblica Amministrazione, evidenziando come l’adozione dell’AI renda ancora più evidente la necessità di scelte infrastrutturali e di governance consapevoli. Decisioni non adeguate, infatti, rischiano di amplificare l’esposizione dei dati, trasformando il rischio da puramente tecnologico a istituzionale. Da qui l’esigenza di infrastrutture cloud progettate per garantire sovranità operativa e del dato, interoperabilità e continuità dei servizi, non come meri adempimenti normativi, ma come condizioni abilitanti per l’innovazione e la resilienza del sistema pubblico.
In questo quadro, l’evento ha rappresentato anche un’occasione per rafforzare il dialogo sul ruolo dell’AI, in particolare della private AI, e sul valore di modelli infrastrutturali coerenti con le esigenze della PA, in continuità con il percorso avviato dall’Accordo Quadro Consip IaaS/PaaS, mantenendo un approccio formativo e di sistema.
“L’indipendenza tecnologica e digitale rappresenta oggi un elemento essenziale per garantire la sicurezza e la continuità dei servizi digitali. Per raggiungere questo obiettivo è necessario partire dalle infrastrutture strategiche e critiche, a cominciare dai data center”, ha detto il moderatore dell’evento e Direttore responsabile Key4Biz e Cybersecurity Italia, Luigi Garofalo, in apertura di convegno.
“Non possiamo dare per scontati i servizi digitali a cui siamo ormai abituati, le recenti minacce di un noto provider all’Italia, in particolare alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, mostrano con chiarezza quanto il tema sia concreto e attuale. Una prima leva su cui intervenire è il procurement pubblico – ha affermato Garofalo – orientando gli acquisti verso soluzioni tecnologiche europee e italiane il ‘buy european’, in grado di garantire maggiore controllo, trasparenza e responsabilità lungo tutta la filiera. In questo contesto, il data center di Aruba a Roma rappresenta un esempio concreto: un’infrastruttura strategica affidata a una società che detiene la governance completa dell’intero perimetro critico, assicurando così livelli elevati di sicurezza, affidabilità e autonomia tecnologica”.
Pier Paolo Greco, Presidente Assinter e AU di Liguria Digitale
Governare i dati attraverso una “Schengen digitale” europea
“Oggi, in Europa, una vera sovranità digitale non esiste ancora”, ha detto Pier Paolo Greco, Presidente Assinter e AU di Liguria Digitale. “Èquasi un miracolo che si stia iniziando a prenderne coscienza. E ci siamo arrivati anche grazie a quello che, paradossalmente, è stato un grande “promotore commerciale”, che si chiama Donald Trump, che sta facendo una straordinaria opera di sensibilizzazione sull’importanza delle attività digitali europee. È proprio lì che l’esperienza deve essere trasferita. Perché l’Europa non tornerà più indietro nel tempo: le condizioni che rendono questo passaggio necessario e urgente non si ripeteranno. Serve piuttosto un sistema di federazione del digitale tra i diversi Paesi europei, capace di mettere a fattor comune competenze, infrastrutture e risorse, superando tutte le resistenze, gli ostacoli e i blocchi che oggi esistono all’interno delle varie Commissioni e dei meccanismi decisionali europei”.
Se riuscissimo a farlo, ha spiegato Greco, “potremmo diventare un acceleratore formidabile verso quello che probabilmente sarà il futuro: una sorta di “Schengen digitale”, uno spazio digitale europeo, per delimitare e governare in modo condiviso tutto ciò che riguarda i dati sensibili e le infrastrutture strategiche. Uno spazio digitale in grado di tutelare gli asset strategici e le infrastrutture critiche comuni, distinguendo ciò che è sensibile e imprescindibile per l’Europa da ciò che non lo è. Una condizione necessaria per affrontare in modo equilibrato e consapevole il confronto con gli Stati Uniti e con la Cina. La trasformazione digitale del Paese richiede oggi un salto di qualità che metta al centro flessibilità, velocità e capacità di esecuzione. L’Europa, pur avendo una visione strategica avanzata, fatica spesso a rispondere con tempi adeguati alla rapidità delle dinamiche tecnologiche e geopolitiche in atto. Per questo è necessario ripensare i modelli di cooperazione e governance”.
“Assinter ritiene strategica la costruzione di una federazione digitale europea, capace di mettere a fattor comune competenze, infrastrutture, regole e strumenti operativi tra i diversi Paesi membri. Un sistema che riduca frammentazioni, vincoli procedurali e blocchi normativi che oggi rallentano l’azione pubblica, anche nei processi decisionali della Commissione Europea. Le società in house e gli operatori pubblici dell’ICT rappresentano un fattore abilitante fondamentale di questo processo. Grazie alla loro natura, alla prossimità con le amministrazioni e alla capacità di operare in logica di sistema – ha proseguito Greco – essi possono agire come acceleratori della trasformazione digitale, garantendo sicurezza, interoperabilità e continuità operativa. Tuttavia, la tecnologia non è il fine: il vero obiettivo è difendere e rafforzare il patrimonio digitale pubblico, assicurando sovranità, resilienza e capacità di governo dei dati e dei sistemi”.
“Sono quattro i fattori chiave per cui l’Europa ha guardato all’Italia e ci ha scelto, in particolare nell’ambito dello European Digital Infrastructure Consortium: la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, la capacità di legiferare sull’intelligenza artificiale, la cybersecurity e il modello del Polo Strategico Nazionale, quale riferimento per un cloud sovrano europeo”, ha dichiarato Serafino Sorrenti, Capo della Segreteria Tecnica del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
“L’indipendenza digitale è un obiettivo che perseguiamo fin dall’inizio. Il posizionamento dell’Italia è oggi a un buon punto – ha proseguito Sorrenti – e il ruolo di Assinter è determinante nel lavoro che sta svolgendo. Allo stesso modo, Aruba si conferma un pilastro fondamentale della trasformazione digitale del Paese. È evidente che l’Europa sconti ancora un ritardo, sia dal punto di vista organizzativo sia su quello dell’implementazione, come dimostrano le difficoltà e i ritardi accumulati dal progetto Gaia-X. Proprio per questo, la possibilità che l’Italia venga oggi osservata come un modello di riferimento a livello europeo rappresenta un motivo di grande orgoglio”.
“Si tratta di un risultato raggiunto grazie al lavoro del Dipartimento e di tutti gli stakeholder che hanno aderito a questo percorso, reso possibile anche dall’impegno delle Regioni, che attraverso i bandi di finanziamento hanno messo le Pubbliche Amministrazioni locali nelle condizioni di adottare soluzioni innovative”, ha detto Sorrenti.
Andrea Miele, Head of Sales Aruba Enterprise
Per la sovranità tecnologica serve un’infrastruttura di qualità
“La compromissione del dato non rappresenta soltanto un problema di interruzione del servizio, ma costituisce una vera e propria minaccia per l’intera comunità. Il divario da colmare è ancora significativo, ma qualcosa si sta muovendo. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione dal titolo ‘European technological sovereignty and digital infrastructure’, che introduce in modo esplicito una tesi di fondo chiara: la sovranità tecnologica europea richiede una base infrastrutturale concepita come un’architettura di sistema, fondata su priorità pubbliche definite e su un perimetro operativo ben delineato”, ha dichiarato Andrea Miele, Head of Sales di Aruba Enterprise.
“Questa è la direzione lungo cui investire, sia in infrastrutture sia in servizi. In questo quadro, Aruba ha investito in modo significativo nello sviluppo di infrastrutture e servizi digitali, promuovendo da sempre il principio dell’indipendenza digitale e assumendosi la responsabilità di accompagnare la Pubblica Amministrazione nell’adozione sicura di queste tecnologie. Questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso la collaborazione – ha precisato Miele – mettendo a fattor comune competenze, conoscenze dei processi e capacità operative di soggetti come le Regioni, le società in house e le istituzioni”.
“La finalità di questo evento è proprio quella di avvicinare tutti gli attori che possono contribuire a fare sistema, l’unica strada possibile per colmare un gap che è già oggi rilevante. Gettare le basi di questa collaborazione – ha aggiunto Miele – rappresenta già un primo passo concreto verso una maggiore resilienza delle infrastrutture digitali”.
Dati sanitari e cybersecurity
“Esistono meccanismi concreti che favoriscono la sovranità digitale. Un passaggio fondamentale è stato l’avvio, nel 2022, del Polo Strategico Nazionale; dal 2023 abbiamo iniziato a collaborare attivamente, con l’ospitalità di due data center in modalità colocation. La collaborazione prosegue e prevede l’avvio di un percorso di full outsourcing infrastrutturale. Si tratta di un cammino complesso e di lungo periodo, in un contesto che cambia rapidamente, sia dal punto di vista tecnologico sia in termini di scala e di volumi. La Regione Lombardia ha investito in modo significativo: nel 2019 il budget annuo per l’infrastruttura digitale era pari a 19 milioni di euro, mentre oggi si avvicina ai 160 milioni di euro l’anno”, ha affermato Roberto Nocera, Head of Digital Delivery & Operations di Aria SpA.
Roberto Nocera,Head of Digital Delivery & Operations di Aria SpA
“ARIA gestisce complessivamente circa 2.600 servizi diversificati, tra servizi propri e quelli delle aziende sanitarie, oltre a 30 petabyte di dati, in costante crescita anno dopo anno. Gestisce inoltre due data center e realizza mediamente 26 rilasci di nuovi servizi all’anno. Sono numeri rilevanti, che richiedono una governance attenta e strutturata. In questo contesto, è legittimo interrogarsi sull’effettiva convenienza del cloud rispetto a una gestione on-premise, come avveniva in passato. Oggi il tema centrale non è più se adottare il cloud, ma come governarne la spesa, attraverso progetti di controllo continuo dei costi, consapevoli che la spesa cloud è, per sua natura, ottimizzabile. Il tema della sovranità digitale è per noi centrale. Stiamo valutando il modello più adeguato da applicare, verificando se quello attuale sia sufficientemente efficiente, anche alla luce delle indicazioni normative che spingono in questa direzione. Parallelamente, la sicurezza rappresenta un altro pilastro fondamentale: nel 2025 abbiamo bloccato oltre 2.000 attacchi informatici e formato circa 3.000 persone sui temi della cybersicurezza. L’infrastruttura che gestiamo tratta dati sanitari – ha proseguito Nocera – e in questo ambito la cybersicurezza è cruciale, poiché si tratta di informazioni particolarmente appetibili per i mercati criminali. La rete su cui transitano i dati è costantemente aggiornata in termini di connettività, grazie a soluzioni software-defined, che affiancano e integrano le infrastrutture fisiche con sistemi basati su software”.
“Un altro progetto strategico è quello della centralizzazione dei data center della sanità regionale. In Lombardia operano circa 40 aziende sanitarie e l’obiettivo è trasferire i dati su un’unica piattaforma. Si tratta di un percorso da completare entro il 2026, per il quale è stato utilizzato anche il PNRR, con un investimento di circa 55 milioni di euro, sebbene la Regione abbia avviato questo processo ben prima. Il quadro complessivo è in costante evoluzione: cambiano le tecnologie, i partner, il contesto geopolitico. Oggi – ha aggiunto Nocera – si parla sempre più di geopatriation, un processo che deve svilupparsi all’interno di un quadro normativo e politico più ampio, da governare a livello nazionale e non solo locale. In questo scenario, il tema dell’approvvigionamento assume un ruolo centrale, perché richiede indirizzi chiari e coordinati a un livello più generale”.
La centralità dei dati e delle competenze
Il Prof. Marco Pironti, nel duplice ruolo di Vicerettore per l’Innovazione dell’Università degli studi di Torino e membro del Comitato Tecnico Scientifico di Assinter ha riassunto alcune riflessioni che partono dai principali trend che osserviamo oggi, in particolare sui temi dell’outsourcing e del cloud: “Sono trend ben noti, ma che hanno mostrato anche alcune criticità: al di là dell’aver interpretato il cloud come un modello in grado di “riscrivere” il mondo, molte organizzazioni si sono interrogate sul perché non abbia sempre prodotto i miglioramenti di efficienza e le opportunità che inizialmente si aspettavano. A questo si collega un tema che è già emerso oggi e che considero centrale: quello della sovranità. Meglio declinarlo come tema di governance. Le città non sono fatte dalle mura che le difendono, ma dalle regole che le governano. Ed è proprio questo il punto: una governance regolatoria credibile, capace di orientare le scelte tecnologiche. Accanto a questo, oggi emerge con forza anche il tema della sostenibilità. Sempre più settori industriali chiedono un cloud certificato, affidabile, specializzato. È il momento in cui il cloud deve essere customizzato, interpretato sulle esigenze specifiche di alcuni ambiti. Pensiamo, ad esempio, al mondo della ricerca: qui il tema è estremamente complesso, perché i dati trattati sono tra i più critici in assoluto, legati alla sicurezza e alla tutela della vita delle persone. Questa complessità, se non governata, rischia di bloccare enormi potenzialità di ricerca e innovazione. Il filo giuridico che lega tutti questi aspetti conduce, a mio avviso, a due grandi questioni che vorrei condividere: i dati e le competenze”.
Prof. Marco Pironti – Vicerettore per l’Innovazione dell’Università degli studi di Torino e membro del Comitato Tecnico Scientifico di Assinter
“Sul tema dei dati, il dibattito è ampio e ancora aperto. Ma ciò che spesso sottovalutiamo non è tanto la quantità, quanto la qualità del dato. Nella mia esperienza di amministratore pubblico e assessore all’innovazione e ai sistemi informativi della Città di Torino – ha spiegato Pironti –è emerso con forza che tutto il meccanismo di creazione di valore, dall’intelligenza artificiale all’innovazione digitale, funziona solo se parte bene, e parte bene dalla qualità, dalla correttezza e dall’utilizzabilità dei dati. Negli ultimi anni ci siamo concentrati molto sulla fase finale della catena del valore: l’integrazione, il business, le applicazioni. Ci siamo chiesti chi stesse già monetizzando e dove fossero le opportunità. Ma ci siamo, in parte, dimenticati che senza dati di qualità tutto questo non regge. Nel mondo universitario questo sta creando problemi enormi: spesso mancano le competenze e la sensibilità per valutare se i dati siano davvero affidabili e utilizzabili, con il rischio di bloccare, per paura o incertezza, potenzialità enormi”.
“L’Università italiana è stata pioniera su molti fronti, ma oggi è chiamata a rafforzare ulteriormente questa consapevolezza, perché dall’idea alla realizzazione concreta, fino all’infrastruttura che la sostiene – ha sostenuto Pironti – il valore si crea solo quando i progetti escono dai nostri uffici e diventano servizi per la collettività. Qui entra in gioco il concetto di ecosistema, richiamato anche in precedenza. Quando parliamo di infrastrutture tecnologiche, l’ecosistema non è solo tecnologia: è qualcosa di molto più complesso, materiale e umano insieme, e soprattutto più difficile da governare. Lo abbiamo sperimentato anche come Università e come Assinter durante il processo di costruzione delle politiche digitali e delle normative di riferimento. Spesso il dibattito si è concentrato sul data center come mero oggetto fisico, come questione di real estate o di spazi. Ma un data center non è solo questo: è governance, sono scelte tecnologiche, è il modo in cui le tecnologie entrano e operano all’interno delle nostre infrastrutture. Ed è qui che emerge il secondo grande tema: le competenze. Il capitale umano è il vero fattore abilitante di tutti i trend di cui stiamo parlando. L’università dovrebbe essere il primo luogo in cui queste competenze si creano, ma sappiamo quanto siano complesse le dinamiche di formazione, aggiornamento e comunicazione”.
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“Il valore del tempo che investiamo in un campus tecnologico, in un luogo in cui accade qualcosa, è ciò che oggi può fare davvero la differenza rispetto ad altri contesti tecnologici. È qui che entrano in gioco le università e il mondo della ricerca, ma soprattutto le imprese private. Mettere insieme, dalla stessa parte, soggetti diversi ha prodotto momenti di confronto anche complessi, talvolta non facili, ma un rapporto trasparente e collaborativo è essenziale in questi ecosistemi. È fondamentale, inoltre, mantenere attenzione verso il nuovo. Le innovazioni spesso nascono nelle università, nelle imprese, nelle società in house, ma anche in organizzazioni e soggetti con professionalità diverse. Dobbiamo essere capaci di valorizzare queste differenze e costruire un sistema che le riconosca e le integri, senza disperderle. Tutti questi attori condividono una sfida comune: possiedono competenze diverse e operano con tempi diversi. Il vero lavoro sta nel creare quella che potremmo chiamare consonanza, ovvero portare tutti sullo stesso ritmo, come in un’orchestra. In questo quadro, le infrastrutture cloud di cui stiamo parlando hanno un ruolo chiave: non sono solo piattaforme tecnologiche, ma spazi abilitanti in cui può accadere qualcosa di concreto, fisico e al tempo stesso connesso a dinamiche molto più ampie. Se questo accade nel nostro Paese, il beneficio è per tutti”, ha spiegato Pironti.
Tavola rotonda: “Dati, AI e sovranità: come costruire modelli affidabili per la PA nei comparti sensibili”. Il lavoro “sartoriale” di Aruba
Da sinistra Francesco Tarasconi, Artificial Intelligence Manager presso Aruba, e Luigi Garofalo, Direttore responsabile Key4Biz e Cybersecurity Italia
“Esiste oggi un tema centrale legato a un’intelligenza artificiale controllata, efficiente e proporzionata, basata su servizi calibrati e su un’AI indipendente dai singoli provider, quindi più flessibile. È in questo modo che ci si avvicina concretamente al concetto di sovranità. Parlare di indipendenza nell’AI significa garantire piena autonomia operativa e, di conseguenza, la massima performance. In questa prospettiva, portiamo sulle nostre piattaforme modelli open source e ci impegniamo a mantenere il controllo dell’intero stack tecnologico: dall’hardware alla piattaforma, fino ai modelli e alle modalità con cui questi vengono interrogati”, ha detto Francesco Tarasconi, Artificial Intelligence Manager presso Aruba.
“È fondamentale poter contare su un partner che disponga di un catalogo di servizi in grado di supportare sia l’uso interno sia la trasformazione di queste soluzioni in servizi selezionabili da Pubbliche Amministrazioni e imprese, in base al modello più adatto allo specifico caso d’uso. Un’azienda come Aruba sta investendo fortemente nello sviluppo delle competenze necessarie per affrontare la sfida tecnologica posta dall’intelligenza artificiale. Conoscere a fondo il funzionamento dei processori, valutarne la robustezza e governare il servizio fino al livello applicativo – ha precisato Tarasconi – consente di realizzare un lavoro realmente sartoriale, capace di combinare servizi diversi per generare valore aggiunto”.
“La protezione dei dati è, prima di tutto, una questione di governance. Il nodo centrale riguarda la scelta di quali dati affidare e a quali hyperscaler. Se parliamo, ad esempio, di dati sanitari, il tema diventa particolarmente delicato. Dal punto di vista della governance, è possibile aumentare il valore e l’intelligenza dei dati attraverso strumenti che ne migliorano la qualità. Ma questo deve andare di pari passo con misure di sicurezza adeguate, come la cifratura, che consente di garantire un livello di protezione elevato: anche nel caso in cui un cloud provider esterno abbia accesso ai dati, questi non risultano manipolabili. In alternativa, o in modo complementare, i dati possono essere localizzati in ambienti protetti, all’interno di un perimetro europeo”, ha affermato nel suo intervento Piero Vicari, Partner at Nimbus Reply.
Da sinistra Piero Vicari, Partner at Nimbus Reply, e Marcello Di Pasquale, Client Manager – Head of Market Innovation Unit Healthcare Exprivia
“Le partnership pubblico-private devono essere virtuose per entrambe le parti. Il mondo della ricerca e le imprese innovative possono supportare i soggetti che sviluppano le tecnologie, contribuendo ad affrontare le sfide future e a garantire ai cittadini l’accesso a servizi di qualità. Come cittadini, ci aspettiamo di poter accedere ai nostri dati in modo sicuro, in Italia e in Europa. È in questa direzione che si sta muovendo lo sviluppo di un ecosistema federato dei dati sanitari – ha proseguito Vicari – pensato non solo per rafforzare la tutela e la sovranità del dato, ma anche per favorire la nascita di nuovi servizi. Un processo che passa dall’accesso regolato ai dati da parte delle imprese e dei centri di ricerca, con una chiara classificazione in termini di sicurezza e privacy, consapevoli che solo una parte di questi dati potrà essere resa accessibile a soggetti terzi”.
“La tendenza a utilizzare data center locali si fonda sulla percezione di una maggiore sicurezza del dato. Avere i dati sotto un controllo diretto rassicura rispetto alle modalità di accesso e di utilizzo. Tuttavia, il rispetto delle normative, a partire dal Regolamento europeo GDPR, introduce ulteriori complessità. I grandi provider globali, infatti, possono essere soggetti anche a normative extraeuropee, con potenziali implicazioni in termini di sicurezza nazionale, come nel caso del Cloud Act statunitense. In questo senso, il data center regionale rappresenta una scelta percepita come più sicura, ma non priva di limiti: la scalabilità è ridotta, la gestione dei picchi di carico è meno efficiente e le possibilità di garantire elevati livelli di ridondanza e di disaster recovery risultano più contenute”, ha dichiarato Marcello Di Pasquale, Client Manager – Head of Market Innovation Unit Healthcare Exprivia.
“Per queste ragioni, le soluzioni ibride appaiono oggi come le più equilibrate. Le società in-house possono assumere decisioni più efficaci, mantenendo il controllo dei dati strategici e delegando ai provider esterni le logiche di scalabilità, resilienza e disaster recovery, dove questi possono offrire un valore aggiunto significativo. In questo quadro – ha continuato Di Pasquale – il nuovo Spazio Europeo dei Dati Sanitari rappresenta un’opportunità importante. Un’infrastruttura chiave dell’UE per facilitare lo scambio transfrontaliero di dati sanitari, garantendo ai cittadini controllo e promuovendo ricerca e innovazione in modo sicuro. Punta a creare un’economia dei dati competitiva, con piena conformità GDPR. La collaborazione tra Aruba e le società in-house contribuisce allo sviluppo di un modello virtuoso, capace di coniugare una protezione avanzata dei dati con la realizzazione di servizi digitali evoluti, in una chiave pienamente pubblica e orientata al cittadino”.
Un data center oggi deve essere AI-ready, scalabile e sostenibile
“Quando si parla di intelligenza artificiale e cloud, è fondamentale partire dal primo anello della catena, l’abilitatore primario: l’infrastruttura fisica, ovvero il data center. Un data center che oggi deve essere AI-ready, scalabile e progettato per consentire espansioni modulari, con impianti in grado di gestire livelli di potenza sempre più elevati. Centrale è anche il tema delle partnership strategiche con gli enti erogatori, in particolare per l’approvvigionamento energetico, un tema oggi più che mai cruciale. Gli aspetti da considerare nella progettazione di un nuovo data center sono numerosi e, una volta definiti, in larga parte irreversibili. Proprio per questo è necessario progettare infrastrutture con una visione di lungo periodo, capaci di garantire una lunga vita operativa e di assorbire i rapidi cambiamenti tecnologici che caratterizzano il nostro tempo”, ha detto Prisca Mariotti, Program & Contract Manager – Data Center & Infrastructures di Aruba, nell’intervento conclusivo della mattinata.
Prisca Mariotti – Program & Contract Manager – Data Center & Infrastructures di Aruba
“La progettazione dei data center di Aruba nasce esattamente con questa impostazione. Il campus di Ponte San Pietro, avviato nel 2017, incarna questo approccio fin dall’origine, con un mindset avanzato che ha poi portato allo sviluppo del campus di Roma nel 2024. Si tratta di infrastrutture progettate con il massimo livello di ridondanza e con i più avanzati modelli di sicurezza, interamente di proprietà italiana e concepite in modo sartoriale, cioè costruite sulle reali esigenze della domanda e non semplicemente sull’adozione di standard internazionali. Tra i pilastri fondamentali vi è la sostenibilità. I nostri data center sono caratterizzati da un’elevata efficienza energetica e da un impatto ambientale estremamente ridotto. Sono alimentati esclusivamente da energia pulita garantita all’origine. Aruba è inoltre proprietaria di otto centrali idroelettriche, una delle quali si trova in prossimità del campus di Ponte San Pietro a Bergamo. Il modello tecnologico adottato si fonda su resilienza, modularità e ridondanza, che rappresentano i pilastri dell’approccio Aruba. Seguendo gli standard della normativa ANSI/TIA-942 Rating 4, il livello più elevato di affidabilità per i data center, garantiamo la fault tolerance, ovvero la tolleranza ai guasti. Questa certificazione assicura che il data center possa affrontare guasti in qualsiasi punto dell’infrastruttura elettrica o meccanica senza causare disservizi, garantendo downtime zero e la massima protezione anche in caso di eventi fisici critici”, ha precisato Mariotti.
“La connettività è carrier neutral: i data center ospitano i principali operatori di rete. In particolare, il polo di Roma si configura come il principale hub di connettività per il Centro-Sud Italia. Il campus di Ponte San Pietro ospita inoltre una centrale di alta tensione che consente di disporre di 60 megawatt per l’intera infrastruttura. Tutti i nostri data center sono dotati delle principali certificazioni di settore – ha concluso Mariotti – a garanzia dei più alti standard di qualità, sicurezza e affidabilità”.
La giornata è proseguita con la visita dell’Hyper Cloud Data Center di Aruba a Roma, un punto di riferimento nella crescita del panorama digitale italiano, ponendosi come un hub strategico e iperconnesso del centro-Sud Italia.
Situato proprio nel Tecnopolo, l’infrastruttura si estende su 74.000 m² e ospiterà a pieno regime cinque data center indipendenti, con una potenza totale di 30 MW IT, erogati con un livello di ridondanza 2N o superiore. Questa infrastruttura di livello hyperscaler è stata progettata per soddisfare le esigenze sia di aziende di piccole dimensioni che delle più grandi e della Pubblica Amministrazione, offrendo soluzioni scalabili e flessibili.
Il campus, con il suo approccio carrier neutral, permette ai clienti di scegliere in totale autonomia la soluzione di connettività che meglio risponde alle loro esigenze, accedendo a servizi di rete affidabili e ad alte prestazioni. Il data center Aruba a Roma è stato progettato per sfruttare tutte le possibili soluzioni per ridurre al minimo il suo impatto sull’ambiente, senza compromettere i massimi standard garantiti di affidabilità e prestazioni. È alimentato da energia elettrica la cui provenienza da fonti rinnovabili è certificata dalla Garanzia di Origine (GO).
Meta, accordo da 6 miliardi con Corning per collegare in fibra i suoi data center
Questa settimana Meta ha annunciato un accordo pluriennale da 6 miliardi di dollari con la società specializzata in fibra ottica Corning, per realizzare una rete in fibra che colleghi tutti i suoi data center AI.
L’accordo, che durerà fino al 2030 secondo la Cnbc, prevede la fornitura di fibra e soluzioni ottiche per il progetto di connessione di tutti i data center di Meta che si trovano sul territorio statunitense.
Rete in fibra per connettere i suoi data center
Tra questi rientrano il progetto di punta di Meta, denominato Hyperion, un sito da cinque gigawatt nella a Richland, in Louisiana, e Prometheus, un sito da un gigawatt a New Albany, in Ohio.
“Per costruire i data center più avanzati negli Stati Uniti sono necessari partner di livello mondiale e una produzione americana”, ha detto Joel Kaplan, Chief Global Affairs Officer di Meta. “Siamo orgogliosi di collaborare con Corning, un’azienda con una profonda esperienza nella connettività ottica e un forte impegno nella produzione nazionale, per i cavi in fibra ottica ad alte prestazioni di cui la nostra infrastruttura di intelligenza artificiale ha bisogno. Questa collaborazione contribuirà a creare posti di lavoro qualificati e ben retribuiti negli Stati Uniti, a rafforzare le economie locali e a garantire la leadership degli Stati Uniti nella corsa globale all’intelligenza artificiale”.
Data center pilastro di Meta
Costruire data center di intelligenza artificiale su larga scala per supportare la domanda futura è un pilastro della strategia di investimento di Meta per le infrastrutture di intelligenza artificiale, pari a 600 miliardi di dollari.
L’azienda dispone attualmente di 26 data center operativi o in costruzione negli Stati Uniti, con una capacità prevista di 20 GW entro il 2030.
Corning in vestirà in Carolina del Nord
A sua volta, questo investimento consentirà a Corning di espandere significativamente le sue strutture statunitensi per soddisfare la domanda, con Meta che fungerà da anchor tenant per la nuova espansione. “L’investimento amplierà la nostra presenza produttiva nella Carolina del Nord, sosterrà un aumento dei livelli di occupazione di Corning nello stato del 15-20% e contribuirà a sostenere una forza lavoro altamente qualificata di oltre 5.000 persone, tra cui scienziati, ingegneri e team di produzione presso due dei più grandi stabilimenti di produzione di fibre ottiche e cavi al mondo”, ha detto il presidente e CEO di Corning, Wendell P. Weeks.
Le azioni di Corning sono aumentate del 15,6% in seguito alla notizia.