Euro digitale, Bankitalia sceglierà tre intermediari per il progetto pilota nel 2027

Entro metà anno sapremo i nomi delle banche che testeranno l’euro digitale

La Banca d’Italia sceglierà due-tre intermediari nel nostro Paese, tra banche e altri attori del settore dei pagamenti, per testare le prime operazioni con l’euro digitale nel 2027. È quanto affermato da Nicola Bronzetti, esponente dell’Unità Euro digitale della Banca d’Italia, nel corso di un convegno alla Camera dei Deputati a Roma.

Si tratterà di tre istituti che dovranno avere tutte le capacità tecnico-funzionali per le attività di test relative all’euro digitale, da selezionare con “criteri pubblici e trasparenti”, ha specificato Bronzetti.

La scelta sarà effettuata “entro la metà di quest’anno”.

Il progetto pilota è un passaggio cruciale, che avverrà anche in altri paesi, con analoga selezione di intermediari per la prova tecnica, “per arrivare all’effettiva circolazione dell’euro digitale nel 2029”, ha detto il tecnico di Bankitalia.

Tra un mese la documentazione per partecipare alla selezione

La scelta di un massimo di due o tre intermediari per paese, ha osserva Bronzetti, “si deve a motivi tecnici”, mentre “il cronoprogramma prevede che tra un mese verrà pubblicata la documentazione per partecipare“.

Per l’intermediario selezionato, partecipare alla fase di sperimentazione e testing tecnico rappresenta a conti fatti un vantaggio, ha sottolineato Bronzetti, perché offre “l’opportunità di contribuire alla definizione tecnica dei processi, che potrà portare a riduzioni di costi per tutto il sistema, ricevere supporto dedicato dalla Banca d’Italia e dalla Banca centrale europea”, ma soprattutto, consente di “sviluppare il know how interno per una eventuale futura emissione”.

Come riportato da Radiocor-Sole 24Ore, il regolamento sull’euro digitale vedrà la luce solo al termine dell’iter previsto che vede coinvolti Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, auspicabilmente, per i banchieri centrali, entro la fine del 2026.

Assicurare la cybersecurity delle infrastrutture di pagamento

Su richiesta dei paesi baltici, è stata inserita nella bozza di regolamento del Consiglio la possibilità, in caso di attacco cyber a un paese, con conseguente blocco dei circuiti di pagamento, di alzare il ‘tetto’ massimo del wallet dell’euro digitale“, ha invece spiegato Vittorio Tortorici, senior advisor del Dipartimento del Tesoro (Mef).

Un passaggio chiave, quando si parla di cybersecurity, che è ancora oggetto di negoziato, “anche se tra gli addetti ai lavori circola l’indicazione di una soglia massima di compromesso di 1.500 euro per non disintermediare il settore bancario“.

Alzare questo tetto in caso di blocco delle infrastrutture di pagamento in un singolo paese, ha specificato Tortotici, “consentirebbe ai cittadini dei paesi sotto attacco di continuare ad eseguire i pagamenti offline con l’euro digitale“.

“Progressività” nel lancio dell’euro digitale e tagliare fuori le Big Tech

Savino Damico, responsabile Monitoring And Regulation Analysis di Intesa Sanpaolo, ha inoltre suggerito di introdurre una “progressività nei casi d’uso di riferimento, a partire da quelli di maggiore utilizzo da parte dei clienti“.

questo perché, si legge sempre nella nota di Radiocor, “per l’industria bancaria partire con un ‘big bang’ sarebbe estremamente oneroso, sia nel pilota che nella fase di avvio nel 2029“, meglio quindi per Damico “un roll out progressivo per capire assieme ai clienti quali saranno i casi d’uso più utili“.

Altro messaggio chiaro, sempre per il pilota dell’euro digitale, atteso nel 2027, è che bisognerebbe riservarlo “solo ad operatori europei“, senza il coinvolgimento delle Big Tech.

Lunedì prossimo il Parlamento europeo discuterà in plenaria 47 emendamenti a favore dell’euro digitale

Nel frattempo, sempre oggi, al Parlamento europeo sono stati presentati 47 emendamenti a favore dell’adozione dell’euro digitale, con un sostegno trasversale di Ppe, S&D, Renew, Verdi e The Left, primo firmatario Pasquale Tridico (M5s).

Saranno discussi in plenaria lunedì e da quanto si legge sull’Ansa andranno al voto già martedì.

Gli emendamenti, nel dettaglio, riguardano il rapporto annuale della Bce su cui l’Eurocamera si confronterà con la presidente della Banca centrale Christine Lagarde.

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Aruba e Ducati. Cecconi: “Da 12 anni integriamo competizione sportiva e sviluppo tecnologico”

Nel motorsport, come nell’industria, la continuità non è mai casuale. È il risultato di scelte che funzionano nel tempo. Per il dodicesimo anno consecutivo Aruba porterà in pista le Ducati Panigale V4R nel Campionato Mondiale Superbike, in una partnership che si è consolidata stagione dopo stagione grazie ai risultati sportivi ottenuti e a una collaborazione tecnologica sempre più profonda. 

Quella tra Aruba e Ducati è una relazione costruita su basi solide: performance in pista, affidabilità fuori dalla pista e una visione industriale condivisa che guarda al lungo periodo. Un modello di collaborazione che unisce competizione, innovazione e capacità di trasformare la tecnologia in un vantaggio concreto. 

“Dodici stagioni insieme sono la migliore dimostrazione del fatto che questa partnership ha funzionato nel tempo. Con Ducati condividiamo un approccio basato su miglioramento continuo e ricerca delle massime performance ed affidabilità. – ha dichiarato Stefano Cecconi, Amministratore Delegato di Aruba. – È una collaborazione che ha saputo evolversi stagione dopo stagione, integrando competizione sportiva e sviluppo tecnologico all’interno di un progetto di lungo periodo.”

“In un anno per noi particolarmente significativo, che coincide con il Centenario di Ducati, celebrare dodici stagioni di collaborazione significa ribadire quanto la continuità, se sostenuta da tecnologia vincente, fiducia reciproca e risultati concreti, sia in grado di generare valore e successi duraturi” – ha dichiarato Claudio Domenicali, Amministratore Delegato di Ducati Motor Holding. “Il rapporto con Aruba è un esempio virtuoso di partnership costruita nel tempo, capace di esprimersi non solo sul piano sportivo, ma anche su quello industriale e tecnologico, grazie a valori condivisi e a una visione comune dell’innovazione. In questo contesto, il Mondiale Superbike rappresenta un laboratorio e un banco di prova di tecnologia e performance fondamentale, e poter contare su un partner di tale esperienza e competenza è per noi un elemento strategico importante.” 

Anche quest’anno il sipario sulla stagione 2026 si è aperto nell’Auditorium Aruba nel cuore del Global Cloud Data Center Campus di Ponte San Pietro (BG), un luogo simbolo dell’innovazione tecnologica italiana che ha ospitato la presentazione ufficiale del team Aruba.it Racing – Ducati condotta da Vera Spadini e Rosario Triolo di Sky Sport MotoGP.
Nel corso della serata si è assistito in anteprima assoluta all’unveiling delle nuove Ducati Panigale V4 R durante una cena-evento esclusiva per sponsor, clienti ed ospiti. 

Sul palco è salito Stefano Cecconi, Amministratore Delegato di Aruba e Team Principal del Team Aruba.it Racing – Ducati, per raccontare il percorso condiviso con Ducati e le ambizioni per la nuova stagione affidate al talento di Nicolò Bulega, protagonista negli ultimi due anni, e a Iker Lecuona, pilota spagnolo con solida esperienza tra Superbike e MotoGP. Al suo fianco Claudio Domenicali, Amministratore Delegato di Ducati Motor Holding, a sottolineare il valore strategico della partnership con Aruba e il ruolo centrale della Superbike in un anno particolarmente significativo per Ducati, che celebra il proprio Centenario. 

Il binomio Aruba–Ducati amplifica il concetto stesso di collaborazione, includendo sia l’ambito sportivo che quello industriale e tecnologico. Sul piano IT, dal 2020 Aruba supporta Ducati con un’infrastruttura basata su un modello di cloud ibrido, che integra Private Cloud on-premise a Borgo Panigale, una cloud infrastructure dedicata nei Data Center Aruba e un sistema di Disaster Recovery, garantendo sicurezza, continuità operativa e alte performance per i processi critici aziendali. 

L’evento è stato anche un momento conviviale con altre importanti realtà della filiera industriale che – come Ducati – sono doppiamente coinvolte in un percorso che intreccia collaborazione tecnologica e sportiva. Tra queste, Lenovo, Motorola, Riello UPS e Stulz, presenti a livello di impianti data center e tecnologie, hanno confermato il proprio impegno anche come Sponsor del team per la stagione 2026.

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Usa, il DHS preme sulle Big Tech per identificare chi critica l’amministrazione Trump

Negli Stati Uniti il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) è finito al centro di nuove polemiche per l’uso di strumenti amministrativi con cui avrebbe tentato di ottenere dati personali su cittadini e account social critici nei confronti dell’amministrazione Trump.

Secondo diverse inchieste giornalistiche di Bloomberg e del Washington Post, l’agenzia federale avrebbe fatto ricorso a citazioni amministrative per chiedere alle Big Tech informazioni identificative su utenti anonimi che documentano le attività dell’ICE o criticano le politiche governative.

Il caso delle citazioni amministrative

Il punto chiave? Lo strumento utilizzato. Le citazioni amministrative, a differenza di quelle giudiziarie, non richiedono l’autorizzazione di un giudice. Possono essere emesse direttamente dalle agenzie federali e consentono di richiedere a piattaforme digitali e operatori telefonici una vasta gamma di dati sugli utenti, senza una supervisione preventiva dell’autorità giudiziaria.

Non permettono di accedere ai contenuti delle comunicazioni o ai dati di localizzazione, ma possono comunque rivelare informazioni sensibili come indirizzi IP, orari di accesso, dispositivi utilizzati, email e altri elementi utili a identificare una persona.

DHS: le intimidazioni dopo i casi di Minneapolis

Negli ultimi mesi il dipartimento della Sicurezza interna avrebbe utilizzato questo strumento per cercare di smascherare account Instagram anonimi che condividono informazioni sui raid dell’ICE nei quartieri statunitensi. In almeno un caso, riportato da Bloomberg, l’agenzia ha chiesto a Meta i dati relativi a un account impegnato nella tutela dei diritti degli immigrati in Pennsylvania, sostenendo di aver ricevuto una segnalazione su presunti pedinamenti di agenti federali.

L’intervento dell’American Civil Liberties Union ha però portato al ritiro della citazione, in assenza di prove di illeciti. Secondo l’ACLU, si tratta di un tentativo di intimidazione verso chi documenta attività governative o esprime dissenso politico, attività protette dal Primo Emendamento.

Un ulteriore elemento di criticità arriva da un’inchiesta del Washington Post, che racconta il caso di un pensionato americano finito nel mirino del DHS dopo aver inviato un’email critica a un avvocato dell’agenzia federale. Nel giro di poche ore, Google lo ha informato che il suo account era stato oggetto di una citazione amministrativa. La richiesta includeva dettagli su tutte le sue sessioni online, indirizzi IP, servizi utilizzati e altri dati personali. Due settimane dopo, agenti federali si sono presentati alla sua abitazione, pur riconoscendo che l’email non violava alcuna legge.

DHS chiede i dati: cosa faranno le big tech?

Cosa faranno le aziende tecnologiche? Aiuteranno le governo statunitense nel suo piano di controllo totale della popolazione? Le citazioni amministrative non hanno la forza di un ordine giudiziario e lasciano alle aziende un certo margine di discrezionalità nel rispondere. Google ha dichiarato di aver contrastato richieste eccessive o improprie, mentre Meta non ha chiarito se abbia fornito dati nei casi citati. I report di trasparenza pubblicati dalle Big Tech, inoltre, raramente distinguono tra richieste giudiziarie e amministrative, rendendo difficile valutare l’effettiva portata del fenomeno.

Il tema tocca anche il nodo della crittografia. Le piattaforme che adottano la crittografia end-to-end, come Signal, sostengono di non poter fornire dati che non possiedono. Tuttavia, molte altre aziende conservano metadati sufficienti a rendere identificabili account che appaiono anonimi, dimostrando come la protezione della privacy non dipenda solo dai contenuti, ma anche dalla gestione delle informazioni private.

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Divieto social per under 16 in Spagna, ok di Bruxelles: “Ma non invada la cornice del DSA”  

Bruxelles accoglie positivamente la decisone della Spagna di vietare l’accesso ai social ai minori di 16 anni, ma mette in guardia dal fatto che la normativa nazionale non invada il terreno e non vala al di là del Digital Services Act, la normativa europea che resta quindi dominante. Questo in sintesi il messaggio di Thomas Regnier, portavoce della Commissione Ue per la sovranità tecnologica. Da Bruxelles ricordano poi che le istituzioni europee stanno già coordinando una versione pilota di applicazione per la age verification, in cui è coinvolta anche la Spagna insieme ad altri paesi fra cui l’Italia.

L’annuncio del divieto social del primo ministro Sanchez

L’annuncio del Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez in merito alla futura restrizione dell’accesso alle piattaforme digitali per i minori di 16 anni colloca la Spagna al fianco di Paesi come Francia, Danimarca, Grecia e Austria, che hanno iniziato ad attuare normative simili. Secondo Europa Press, la misura fa parte della legge sulla protezione dei minori negli ambienti digitali, attualmente in discussione in Parlamento. La Commissione Europea ha accolto con favore l’adesione della Spagna al gruppo di nazioni che procedono con l’imposizione di un’età minima per l’utilizzo dei social network e ha annunciato che collaborerà strettamente alla protezione dei minori nell’ambiente digitale.

Legislazioni nazionali non possono imporre obblighi ulteriori alle Big Tech al di là del DSA

Il portavoce dell’Ue ha sottolineato che qualsiasi legislazione nazionale volta a limitare l’accesso dei minori alle piattaforme digitali non può imporre requisiti aggiuntivi alle piattaforme di grandi dimensioni oltre a quelli previsti dalla DSA. Secondo Europa Press, Regnier ha dichiarato: “Qualsiasi legge approvata a livello nazionale per escludere potenzialmente i minori dall’accesso a contenuti o piattaforme di social media online non può imporre obblighi aggiuntivi (oltre a quelli già imposti dalla DSA) alle piattaforme di grandi dimensioni, poiché questa è una prerogativa della Commissione Europea”.

Age verification, la app europea sull’App Store da marzo

Per quanto riguarda la verifica dell’età, Europa Press ha riferito che l’applicazione di verifica sviluppata dalla Commissione sarà disponibile sull’App Store a partire da marzo. Non sarà obbligatoria per tutti gli Stati membri prima della fine dell’anno. Entro tale data, le piattaforme digitali dovranno disporre di un sistema per convalidare e confermare l’età degli utenti; se non installano la versione europea ufficiale, dovranno dimostrare che i propri strumenti offrono garanzie equivalenti a quelle previste dalle normative nazionali ed europee.

Age verification e divieto social per l’accesso ai social materia nazionale

La questione dell’età minima per l’accesso alle piattaforme digitali è identificata come competenza nazionale, motivo per cui gli Stati membri dell’UE possono stabilire limiti di età diversi. Questo scenario crea difficoltà, soprattutto quando gli utenti più giovani si spostano tra Paesi con normative diverse sull’accesso a questi servizi, ha scritto Europa Press. La Commissione Europea sta analizzando da mesi la possibilità di stabilire un’età minima uniforme in tutta l’Unione, sebbene non abbia ancora presentato una proposta formale al riguardo.

Obiettivo Ue, armonizzare le norme nazionali

Per ora, secondo Europa Press, il portavoce Thomas Regnier ha detto che la Commissione si sta concentrando sulla garanzia che le normative nazionali rimangano in linea con il DSA, sottolineando che l’obiettivo principale è ottenere un effetto “armonizzante” e garantire la protezione degli utenti minorenni in tutta l’Unione Europea. Inoltre, Bruxelles prevede di istituire a breve un gruppo di esperti per analizzare il panorama attuale e valutare possibili modifiche legislative, studiando al contempo le opzioni per promuovere l’unificazione dei criteri in questo settore.

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I Paesi che cercano di limitare l’accesso dei minori ai social media

La tendenza a limitare l’accesso dei minori ai social media, ispirata da una misura australiana adottata a dicembre, ha acquisito ulteriore slancio martedì, con la Grecia “molto vicina” ad annunciare il divieto di queste piattaforme per i minori di 15 anni, secondo una fonte governativa.

Lo scrive la Reuters, aggiungendo che martedì, anche la Spagna ha espresso l’intenzione di vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e di emanare una legge che ritenga i dirigenti personalmente responsabili per i discorsi d’odio sulle loro piattaforme. Le preoccupazioni sull’impatto dei social media sulla salute mentale e la sicurezza dei giovani continuano a crescere, soprattutto in Europa.

Uno sguardo ai paesi che hanno adottato tali divieti, o li stanno prendendo in considerazione, finora:

AUSTRALIA

Una legge storica approvata a dicembre impone alle principali piattaforme di social media di bloccare l’accesso ai minori di 16 anni. Si tratta di una delle normative più severe al mondo che colpisce le grandi piattaforme. Le aziende che non rispettano questa normativa rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani (29,41 milioni di euro).

SPAGNA

La Spagna vuole vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e le piattaforme saranno tenute a implementare sistemi di verifica dell’età, ha annunciato martedì il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez. Non è stato specificato se il divieto proposto dovrà essere approvato dalla Camera bassa del Parlamento, profondamente frammentata.

GRECIA

Una fonte governativa di alto livello ha dichiarato a Reuters martedì che un annuncio che vieta i social media ai minori di 15 anni era “molto vicino”.

REGNO UNITO

La Gran Bretagna sta valutando un divieto sui social media simile a quello australiano per proteggere meglio i giovani online, ha dichiarato a gennaio il Primo Ministro Keir Starmer. Il governo non ha specificato l’età minima, ma ha messo in dubbio che l’attuale età del consenso digitale sia troppo bassa.

CINA

L’autorità cinese per la sicurezza informatica ha implementato un programma chiamato “Modalità Minori”, che impone restrizioni a livello di dispositivo e regole specifiche per app per limitare il tempo trascorso davanti allo schermo in base all’età.

DANIMARCA

A novembre, la Danimarca ha annunciato che avrebbe vietato l’uso dei social media ai minori di 15 anni, ma che i genitori avrebbero potuto consentire ai minori di 13 anni di accedere a determinate piattaforme.

FRANCIA

Alla fine di gennaio, i legislatori francesi hanno votato a favore di un disegno di legge per vietare l’uso dei social media ai minori di 15 anni, un’idea sostenuta dal presidente Emmanuel Macron per proteggere la salute mentale dei giovani.

Il disegno di legge deve essere approvato dal Senato prima di essere sottoposto al voto finale dell’Assemblea Nazionale.

GERMANIA

I minori di età compresa tra 13 e 16 anni possono utilizzare i social media solo con il consenso dei genitori. I sostenitori della tutela dei minori ritengono che questi controlli siano insufficienti.

INDIA

A gennaio, il consigliere economico capo dell’India ha chiesto restrizioni di età sulle piattaforme di social media, descrivendole come “predatorie” nel modo in cui mantengono il coinvolgimento degli utenti online. Queste dichiarazioni sono arrivate due giorni dopo che lo stato di Goa ha annunciato di stare prendendo in considerazione restrizioni simili a quelle in vigore in Australia.

ITALIA

I minori di 14 anni devono ottenere il consenso dei genitori per creare un account sui social media.

MALAYSIA

La Malesia ha annunciato a novembre che avrebbe vietato l’accesso ai social media agli utenti di età inferiore ai 16 anni a partire dal 2026.

NORVEGIA

Nell’ottobre 2024, il governo norvegese ha proposto di aumentare l’età minima per l’accettazione dei termini di servizio dei social media da 13 a 15 anni, sebbene i genitori possano comunque firmare per loro conto se non hanno raggiunto l’età minima.

Il governo ha anche iniziato a lavorare a una legge per fissare l’età minima assoluta per l’utilizzo dei social media a 15 anni.

STATI UNITI

Il Children’s Online Privacy Protection Act vieta alle aziende di raccogliere dati personali da minori di 13 anni senza il consenso dei genitori. Diversi stati hanno adottato leggi che richiedono il consenso dei genitori per l’accesso dei minori ai social media, ma queste sono state contestate in tribunale per motivi di libertà di espressione.

UNIONE EUROPEA

A novembre, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione non vincolante che chiede di fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai social media.

I deputati hanno chiesto l’armonizzazione dell’età minima per l’accesso ai social media a livello europeo, attualmente fissata a 13 anni.

INDUSTRIA TECNOLOGICA

Piattaforme di social media come TikTok, Facebook e Snapchat stabiliscono che gli utenti devono avere almeno 13 anni per registrarsi.

I sostenitori della tutela dei minori ritengono che questi controlli siano insufficienti e i dati ufficiali di diversi paesi europei mostrano che un numero considerevole di bambini di età inferiore ai 13 anni possiede un account sui social media.

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X sotto indagine in Francia e Gran Bretagna, Musk chiamato a testimoniare a Parigi

X sotto pressione in Francia e Regno Unito

X, il social network di Elon Musk, è finito al centro di una doppia offensiva giudiziaria in Europa. Da un lato la Francia, ha avviato una perquisizione negli uffici parigini della piattaforma; dall’altro il Regno Unito, dove le autorità stanno indagando sull’uso dei dati personali e sulla produzione di deepfake sessuali attraverso l’AI Grok, il chatbot sviluppato da xAI e integrato nell’ecosistema X.

Non si tratta di episodi isolati, ma di un’unica, grande questione: fino a che punto una piattaforma può spingersi nel nome della “libertà di espressione” senza violare leggi penali, diritti fondamentali e norme sulla protezione dei dati?

Il caso francese: dall’algoritmo ai reati penali

L’indagine francese è la più pesante. Avviata nel gennaio 2025, nasce dall’analisi dei contenuti raccomandati dall’algoritmo di X, sospettati di favorire la diffusione di materiale illegale. A luglio, l’inchiesta viene ampliata includendo Grok, l’AI di Musk, accusata di aver contribuito – direttamente o indirettamente – alla circolazione di contenuti illeciti.

Il passo successivo arriva ora: la procura di Parigi ha autorizzato una perquisizione negli uffici di X. I reati ipotizzati sono estremamente gravi:

  • complicità nella detenzione o diffusione organizzata di materiale pedopornografico;
  • violazione dei diritti d’immagine, in particolare tramite deepfake sessuali;
  • estrazione fraudolenta di dati da parte di un’organizzazione strutturata.

Per le autorità francesi non è solo un problema di moderazione dei contenuti, ma di responsabilità penale della piattaforma e dei suoi vertici. X respinge le accuse e parla di un’azione “politicamente motivata”, sostenendo che si tratti di un attacco alla libertà di espressione. Ma il segnale lanciato da Parigi è chiaro: gli algoritmi non sono più una zona grigia giuridica.

Musk e l’ex CEO Iaccarino convocati a testimoniare il 20 aprile 2026

Il procuratore capo di Parigi, Laure Beccuau, ha reso noto che Elon Musk, proprietario di X, e Linda Yaccarino, ex CEO della piattaforma, sono stati convocati a testimoniare il 20 aprile, “in qualità di responsabili di fatto e di diritto della piattaforma al momento dei fatti“, con l’obiettivo di poter presentare la loro versione e, se del caso, le misure di conformità legale previste, come riportato da RFI.

Oltre a Musk e Yaccarino, tra il 20 e il 24 aprile saranno convocati come testimoni anche diversi dipendenti di X.

L’indagine è stata avviata in seguito alle denunce dei deputati francesi, che hanno messo in guardia contro presunti algoritmi parziali che avrebbero potuto alterare il normale funzionamento del social network.

Le indagini in Gran Bretagna su Grok e i deepfake sessuali

Nel Regno Unito, il focus è diverso ma complementare. Qui l’attenzione si concentra su Grok e sulla sua capacità di generare immagini e video sessualizzati, spesso usando fotografie reali di donne senza consenso.

Ofcom, l’autorità per le comunicazioni, ha definito il caso “urgente”, ma ha ammesso di avere poteri limitati sui chatbot. A colmare questo vuoto è intervenuto l’Information Commissioner’s Office (ICO), che ha aperto un’indagine formale sull’uso dei dati personali da parte di Grok.

Il punto centrale è il rispetto del GDPR britannico:

  • da dove provengono i dati usati per addestrare o alimentare l’AI?
  • le persone ritratte nei contenuti deepfake hanno dato il consenso?
  • esistono salvaguardie tecniche efficaci per prevenire abusi?

Secondo l’ICO, le risposte finora non sono sufficienti. E il problema non è solo tecnologico, ma sistemico: l’integrazione sempre più stretta tra social network e intelligenza artificiale amplifica i rischi, rendendo gli abusi più rapidi, scalabili e difficili da fermare.

L’obiettivo delle indagini: responsabilità, non censura

Contrariamente alla narrazione di X, l’obiettivo delle autorità europee non è imbavagliare il dibattito pubblico. Il punto è un altro: stabilire se una piattaforma globale possa sottrarsi alle leggi nazionali ed europee invocando l’innovazione o la libertà di parola.

Francia e Regno Unito stanno cercando di:

  1. attribuire responsabilità legali agli operatori delle piattaforme, anche quando i contenuti sono generati o amplificati da algoritmi e AI;
  2. proteggere i diritti fondamentali, in particolare di minori e vittime di abusi digitali;
  3. testare i limiti del potere regolatorio di fronte a modelli di business basati su dati, engagement e automazione.

In filigrana c’è anche il Digital Services Act europeo, che impone obblighi stringenti su trasparenza algoritmica, gestione dei rischi sistemici e cooperazione con le autorità.

Uno scontro destinato a fare scuola e Durov (CEO di Telegram) dice la sua

Proprio in Francia nel 2024 aveva fatto scalpore l’arresto di Pavel Durov, CEO e fondatore di Telegram (che poi ha goduto della libertà vigilata). Un primo storico segnale per tutti i CEO delle grandi piattaforme digitali: è finita l’amnistia o l’immunità per i giganti del web.
Il caso X sembra continuare su questa strada.

L’occasione ha permesso a Durov di intervenire, accusando la Francia di non essere “un paese libero”, mostrano quanto il tema sia diventato ideologico: “è l’unica nazione che perseguita penalmente tutti i social network che danno alle persone un certo grado di libertà”.

Durov aveva già criticato il governo francese, sostenendo che il presidente Emmanuel Macron sta cercando di mettere a tacere le critiche online “trasformando l’Unione europea in un Gulag digitale”.
Le indagini e la giustizia faranno il loro corso, ma appare chiaro che ogni volta Bruxelles cerca di far rispettare le regole le grandi piattaforme tecnologiche insorgono invocando la libertà di internet e il cappio della censura. In gioco però, più che le libertà sembra ci siano più i grandi profitti.

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Porno e minori, in vigore l’obbligo di verifica dell’età anche per i gestori europei

Dal 1° febbraio 2026 sono diventati pienamente operativi gli obblighi di verifica dell’età degli utenti anche per i gestori di siti e piattaforme che diffondono contenuti pornografici online e che sono stabiliti in un Paese membro dell’Unione europea diverso dall’Italia.

Lo chiarisce Agcom in un comunicato stampa che segna un passaggio importante nell’attuazione del cosiddetto decreto Caivano.

Cosa cambia

Per i gestori di siti web e per le piattaforme di condivisione video stabiliti in Italia, così come per quelli con sede fuori dall’Unione europea, l’obbligo di adeguamento è già scattato il 12 novembre 2025.

Per i soggetti stabiliti in altri Stati membri dell’Unione europea, invece, il termine fissato è il 1° febbraio 2026, data dalla quale la verifica dell’età degli utenti diventa obbligatoria anche per queste piattaforme.

Agcom monitora l’attività

Parallelamente all’entrata in vigore degli obblighi, Agcom ha avviato le attività di vigilanza e monitoraggio per verificare la corretta adozione dei sistemi di controllo dell’età. Le verifiche riguardano il rispetto dei requisiti indicati nella delibera 96/25/CONS e sono svolte d’intesa con il Garante per la protezione dei dati personali. In particolare, l’Autorità valuta che i sistemi adottati rispettino i principi di proporzionalità, minimizzazione del dato, sicurezza e precisione.

Le attività di controllo sono partite già dal mese di novembre 2025 per i gestori stabiliti in Italia e per quelli con sede fuori dall’Unione europea. Dal 1° febbraio 2026, invece, il monitoraggio è stato esteso anche ai soggetti stabiliti negli altri Paesi membri dell’UE, completando così il perimetro di applicazione della norma.

Le sanzioni

Il comunicato chiarisce anche il meccanismo sanzionatorio previsto in caso di mancato rispetto degli obblighi. Se Agcom accerta un’inadempienza, l’Autorità contesta la violazione e diffida il soggetto a conformarsi entro 20 giorni. In caso di inottemperanza alla diffida, Agcom può disporre l’oscuramento del sito o della piattaforma fino all’avvenuto adeguamento alle prescrizioni di legge.

Contestualmente, può essere avviato il procedimento istruttorio previsto dall’articolo 1, comma 31, del decreto legislativo n. 249 del 31 luglio 1997, finalizzato all’irrogazione di sanzioni pecuniarie per la mancata ottemperanza. Per i soggetti stabiliti in altri Paesi membri, il procedimento si svolge anche nel rispetto delle regole previste dalla Direttiva e-commerce.

Con l’estensione degli obblighi ai gestori europei, Agcom punta a rafforzare in modo uniforme la tutela dei minori online, superando le differenze legate al Paese di stabilimento delle piattaforme e chiudendo uno dei principali canali di elusione delle regole finora esistenti.

Codacons: “Il divieto rischia di essere facilmente aggirato”

Bene la stretta ai siti porno con l’obbligo di verifica dell’età degli utenti che accedono alle piattaforme, un divieto che tuttavia rischia di essere facilmente aggirato e che potrebbe non produrre gli effetti sperati. Lo afferma il Codacons, commentando i nuovi obblighi in vigore dall’1 febbraio 2026 in capo a gestori di siti web e piattaforme di condivisione di video stabiliti in un Paese dell’Unione europea diverso dall’Italia.

“Oggi video e immagini a sfondo sessuale vengono divulgati anche attraverso social network o app di messaggistica come Telegram, piattaforme alle quali i minori possono accedere facilmente e senza alcuna restrizione – denuncia il Codacons. “Va poi considerato che il divieto è facilmente aggirabile tramite la moderna tecnologia: utilizzando un VPN (Virtual Private Network), ad esempio, è possibile connettersi a un server remoto che assegna un indirizzo IP di un Paese extra-Ue, e accedere così liberamente ai siti a carattere pornografico”, ha concluso l’associazione.

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Fibercop, tutti i dettagli dell’accordo di uscita volontaria per 1800 dipendenti

La nota congiunta di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil sull’accordo raggiunto per l’uscita volontaria di fino a 1800 dipendenti. Il bacino di uscita è, prioritariamente, individuato tra le aree non impegnate nella realizzazione degli obiettivi strategici aziendali legati al PNRR, in particolare sulle consegne da effettuare entro il primo semestre del 2026.

L’incontro

SLC – CGIL, FISTel – CISL e UILCOM – UIL insieme al Coordinamento Nazionale RSU hanno incontrato la Direzione Nazionale HR di Fibercop per trattare il tema delle “Uscite ex Art. 4, commi 1, 7ter della Legge n. 92/2012”.

Isopensione, uscite di più anziani ed entrate di giovani

L’azienda, si legge in una nota congiunta dei sindacati, ha presentato un piano di accompagnamento alla pensione con numeri e forme coerenti con il piano di trasformazione e riorganizzazione in atto, puntando ad un mix funzionale al ringiovanimento dell’organico. Da un lato l’azienda sta procedendo all’assunzione di giovani in area tecnica, dall’altro aprendo alla possibilità delle uscite volontarie del personale, lavorativamente più anziano, attraverso l’utilizzo dello strumento non traumatico noto come isopensione.

La proposta iniziale illustrata da Fibercop presentava, secondo le organizzazioni sindacali, troppe limitazioni nell’accesso allo strumento oltre che un numero non congruo con le aspettative delle persone, seppur in coerenza con quanto previsto dalle linee programmatiche del piano industriale presentato lo scorso incontro.

Le organizzazioni sindacali, pur riconoscendo la positività della riproposizione di uno strumento di uscita già utilizzato in passato con buoni risultati, hanno sottolineato alcune criticità nelle rigidità di accesso all’isopensione, proponendo adeguati correttivi ed un approccio di “buon senso”. Dopo ampio confronto, le parti hanno condiviso un accordo che prevede i punti salienti di seguito indicati:

Punti salienti dell’accordo isopensione

– Fino ad un massimo di 1800 uscite volontarie nel corso del 2026;

– Fino a 5 anni (60 mesi) di scivolo per accesso alla pensione;

– Due finestre d’uscita 30 giugno 2026 e 30 novembre 2026;

– Clausola di salvaguardia per tutelare le lavoratrici ed i lavoratori da eventuali modifiche normative peggiorative per l’accesso alla pensione.

Bacino di uscita individuato fuori dall’orizzonte PNRR e consegne primo semestre 2026

Il bacino di uscita è, prioritariamente, individuato tra le aree non impegnate nella realizzazione degli obiettivi strategici aziendali legati al PNRR, in particolare sulle consegne da effettuare entro il primo semestre del 2026. Il piano è concentrato sull’accompagnamento alla pensione delle lavoratrici e dei lavoratori che raggiungeranno i requisiti della pensione anticipata, quindi di anzianità di servizio, entro novembre 2031.

Al termine del primo blocco di uscite di giugno, le parti si incontreranno per valutare eventuali correttivi, sia lato “cluster” che lato “anagrafico”, funzionali alla realizzazione del piano di isopensione previsto nell’accordo, usando la seconda finestra di uscita prevista per novembre.

Le Segreterie nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, considerano utile lo strumento dell’isopensione per governare gli effetti della trasformazione del lavoro in atto nel comparto telecomunicazioni, e sollecitano l’azienda alla massima disponibilità per poter compiutamente accompagnare alla quiescenza il maggior numero di persone possibile, provando a superare le attuali limitazioni organizzative ed economiche.

Critiche al Governo

Inoltre ritengono ormai maturi i tempi per un confronto sugli accordi di secondo livello e la definizione di un nuovo contratto integrativo aziendale. Allo stesso tempo esprimono profondo rammarico per la scarsa attenzione mostrata dal governo ad un settore strategico per il sistema paese. Il mancato finanziamento del contratto di espansione, l’assenza di strumenti funzionali alla riprofessionalizzazione, l’indisponibilità del governo a sostenere ed alimentare il Fondo Bilaterale di Settore limitano le possibilità negoziali e gli strumenti offerti alla contrattazione per agevolare gli effetti sul lavoro di una trasformazione digitale sempre più invasiva nei processi produttivi.

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Anche la Spagna vuole vietare i social ai minori di 16 anni

Anche la Spagna accelera sul fronte social e tutela dei minori. Il premier Pedro Sánchez ha anticipato cinque misure con cui Madrid intende contrastare gli abusi dei grandi social e garantire un ambiente digitale più sicuro. “Le reti sociali sono diventate uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”, ha dichiarato Sánchez, citato dall’emittente pubblica Tve.

Spagna: divieto social ai minori di 16 anni

Tra gli interventi annunciati, il governo spagnolo punta a vietare l’accesso alle piattaforme digitali ai minori di 16 anni, obbligando i provider a introdurre sistemi di verifica dell’età realmente efficaci. La misura è contenuta nel progetto di legge sulla protezione dei minori negli ambienti digitali, già approvato dall’esecutivo e ora all’esame del Congresso. Madrid si muove così sulla scia di altri Paesi europei, come il Portogallo e la Francia, che hanno già introdotto o stanno introducendo limiti di età più stringenti per l’uso dei social.

La riforma legislativa spagnola prevede anche un rafforzamento delle responsabilità per i vertici delle piattaforme. Secondo Sánchez, i dirigenti che non rimuovono contenuti illegali o che incitano all’odio dovranno risponderne direttamente sul piano giuridico. In questo quadro, il governo intende introdurre anche il reato di manipolazione degli algoritmi e di amplificazione intenzionale di contenuti illeciti, ribadendo una linea di “tolleranza zero” verso ogni forma di coercizione online.

Nel mirino anche Grok e le immagini di donne sessualizzate

Il premier ha inoltre annunciato una collaborazione con la procura per valutare eventuali violazioni da parte di piattaforme come Grok, TikTok e Instagram, citando il caso della diffusione su larga scala di immagini di donne sessualizzate, già sotto osservazione da parte della Commissione europea. Tra le cinque misure figura infine la creazione di un sistema di monitoraggio e tracciabilità dei contenuti, pensato per individuare quella che Sánchez ha definito l’“impronta di odio e polarizzazione” nei messaggi diffusi sui social network.

La Francia ha aperto un varco in Europa?

Come abbiamo detto anche la Francia spinge per il divieto social per i minori. Il presidente Emmanuel Macron spinge per l’entrata in vigore del divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni a partire dal primo settembre, prima dell’inizio del prossimo anno scolastico. La proposta di legge, sostenuta dal partito centrista Renaissance e già approvata dall’Assemblea nazionale, è ora in attesa del via libera definitivo del Senato. L’obiettivo è allineare la Francia ai modelli più restrittivi già adottati a livello internazionale, come quello australiano, che esclude i minori di 16 anni da numerose piattaforme.

Secondo la deputata Laure Miller, tra le promotrici del testo, il divieto dovrebbe riguardare in particolare piattaforme come Snapchat, TikTok, Instagram e X, lasciando all’autorità francese per i media Arcom il compito di definire l’elenco finale.

La Francia sarebbe il primo Paese dell’Unione europea a introdurre un limite di questo tipo, in coordinamento con la Commissione europea e nel quadro del Digital Services Act, che consente agli Stati membri di fissare un’età minima per l’accesso ai social, demandando a Bruxelles la vigilanza sul rispetto delle norme.

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L’UE vuole preservare i dati sulla difesa dalla tecnologia Usa

Lo Spazio Europeo per i Dati sull’Intelligenza Artificiale in materia di Difesa consentirebbe ai paesi dell’UE di condividere dati sensibili sulla difesa.

Le istituzioni dell’UE hanno iniziato a valutare come gli eserciti e le autorità di difesa europee possano condividere informazioni in modo sicuro, senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. E’ quanto emerge da una nuova presentazione dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) visionata da Euractiv.

Ue, obiettivo una piattaforma per i dati militari entro il 2030  

I documenti mostrano che l’organismo intergovernativo per la difesa dell’UE mira a istituire una piattaforma di condivisione dati di livello militare pienamente operativa entro il 2030.

Denominata Spazio Europeo per i Dati sull’Intelligenza Artificiale in materia di Difesa (DAIDS), l’iniziativa mira a consentire ai paesi dell’UE di condividere informazioni sensibili relative alla difesa in modo sicuro attraverso una piattaforma dedicata.

Finora, i paesi hanno scelto i fornitori in base alle preferenze nazionali, creando un mosaico di fornitori per archiviare e condividere i propri dati, senza una piattaforma comune sicura per lo scambio di informazioni. La Commissione Europea aveva inizialmente proposto di istituire un “ambiente dati affidabile, sicuro e interoperabile” nella sua Roadmap per la Trasformazione dell’Industria della Difesa, pubblicata lo scorso anno.

L’EDA, un’istituzione intergovernativa dell’UE, sta ora lavorando per rendere il cosiddetto spazio dati una realtà, secondo i documenti visionati da Euractiv.

Tecnologia di difesa Ue: condivisione dati per la difesa e cloud militare

Attualmente, molti paesi archiviano o condividono i propri dati utilizzando infrastrutture di storage di fabbricazione estera, soprattutto americana, creando sia potenziale dipendenza che vulnerabilità.

In quest’ottica, sono ora previsti due progetti complementari. In primo luogo, lo spazio dati sarebbe un “quadro federato a livello UE progettato per consentire la condivisione affidabile, sicura e sovrana di dati rilevanti per la difesa”, si legge nei documenti.

In secondo luogo, il Commissario per la Difesa Andrius Kubilius ha detto che i governi dovrebbero iniziare a sviluppare un cloud militare sovrano.

I due progetti sono interconnessi, ma possono anche funzionare in modo indipendente. In breve, un cloud archivia i dati, mentre uno spazio dati facilita lo scambio di informazioni su base bilaterale o multilaterale.

I leader dell’UE hanno inoltre elencato l’uso dell’IA militare nella difesa come uno dei settori chiave in cui investire per preparare al meglio il continente.

I documenti affermano che l’EDA è in contatto con la Commissione Europea per garantire che le varie iniziative per la creazione dello spazio dati siano complementari ed evitino duplicazioni.

Scadenza 2030

L’EDA ha incaricato un consorzio di tre aziende di contribuire allo sviluppo del progetto: la francese CEA, la francese Cloud Data Engine e l’europea SopraSteria.

Il passo successivo è spingere i paesi a coordinare gli acquisti di tecnologie compatibili con il futuro spazio dati europeo. Entro la fase 2029-2030, il piano prevede di integrare il DAIDS nelle operazioni di routine degli eserciti e delle autorità di difesa, secondo quanto affermato nei documenti di pianificazione. Dovrebbe essere utilizzato anche in missioni ed esercitazioni.

Il lavoro attuale è a “livello di studio”, ha detto uno dei partecipanti al programma.

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