Indipendenza digitale, J.D. Vance ha svegliato l’Europa?

Il vice presidente americano J.D. Vance sarà finalmente soddisfatto che il brusco ammonimento che rivolse, esattamente un anno fa, all’Unione Europea “troppe regole che legano le nostre aziende” si sia tradotto in una strategia concreta.

In queste ore il parlamento comunitario ha impresso una robusta svolta a quella politica: dalle regole dobbiamo passare alle infrastrutture “dure”, per salvaguardare la sovranità europea nelle delicatissime strategie tecnologiche. Questo il senso del documento approvato in queste ore, che apre una nuova prospettiva nell’emancipazione del vecchio continente, non più affidata a norme di contenimento, come lamentava Vance, ma ad una chiara volontà di indipendenza nei punti cardini dei sistemi digitali.

La scelta è quella non solo di dotarsi di spazi e funzioni  autonome nella raccolta, elaborazione e sviluppo delle soluzioni di intelligenza artificiale, ma anche di sollecitare l’intero spazio pubblico, in tutte le sue articolazioni, a pretendere per i propri servizi digitali caratteristiche specifiche di queste infrastrutture, dove devono prevalere procedure di open source e pratiche di interoperabilità.

Caratteristiche queste che devono identificare un modello europeo autonomo fra Cina e Usa che , per motivi e con assetti diversi, si muovono comunque in tutt’altra direzione.

Stiamo parlando di strutture quali i fondamentali semiconduttori, le reti di connettività veloce, i fatidici data center che ormai sono disseminati nelle nostre regioni e per larga maggioranza sono di proprietà dei giganti della Silicon Valley, gli apparati di cloud ed edge computing, che animano le piattaforme dei social e i sistemi agentici, modelli di addestramento per personalizzare le Intelligenze artificiali.

Insomma tutte quelle architetture materiali che danno spessore alle attività immateriali digitali e costituiscono il retroterra competitivo che al momento sta subordinando i mercati europei alle offerte dei due giganti globali.

L’insieme di questi apparati rappresentano quella che il documento definisce “lo strato abilitante” che rende i servizi digitali una consapevole e autonoma scelta e non un atto di subordinazione strutturale.

L’indipendenza digitale diventa cosi non una generica e informe reazione alle scosse del mercato ma l’effetto di una esplicita e programmata strategie infrastrutturale.

Fra le diverse forme di intervento appare fondamentale e del tutto inconsueta il riconoscimento della centralità della committenza pubblica, ossia di quella spesa aggregata che le diverse e molteplici branche delle pubbliche amministrazioni continentali erogano ogni anno.

“Quando lo stato acquista infrastrutture digitali – si legge nella risoluzione approvata – seleziona anche un modello di governance del dato e un grado di apertura dello spazio competitivo, con effetti che travalicano il singolo contratto.

In questa logica la neutralità del procurement si attenua e gli appalti iniziano a funzionare come architettura di mercato”

Una vera bomba politica. Si riconosce, e si dichiara di voler perseguire questa strada, che negoziare con i giganti americani e cinesi è possibile, e che i soggetti negoziali sono proprio i settori diversi della pubblica amministrazione, a cominciare dagli enti locali, città e regioni, che rappresentano gran parte del fatturato delle grandi piattaforme digitali.

Comprare un sistema tecnologico, spiega appunto il documento non significa acquisire una capability ma aderire ad un apparato culturale e linguistico che impone una propria gerarchia a cominciare dall’uso privato er speculativo del dati di profilazione.

Si apre così una nuova stagione dove proprio la ricchezza europea- il sistema delle autonomie locale, la famosa cultura dei mille campanili- diventa un nuovo network di selezione e scelta di valori e procedure che riprogrammano le funzioni di memorie e intelligenze.

A questo punto la palla passa al ceto politico e amministrativo dei paesi comunitari. Bisogna inventare strumenti e integrare competenze per elaborare piani regolatori delle potenze di calcolo, modelli di governance che richiamano quella generazione dei piani regolatori urbano che segnò la civiltà dei territori europei sottratti generalmente alla grande speculazione immobiliare.

Bisogna riconoscere che un grande contributo a questa scelta è venuto proprio dal vice presidente Vance e dal suo ispiratore Peter Thiel, che saranno contenti della battaglia che hanno vinto, spingendo l’Europa a rendere concreta la propria indipendenza digitale.

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Tech, energia e infrastrutture critiche. Séjourné (UE): “È ora del made in Europe”

Il vicepresidente della Commissione europea Séjourné chiede di comprare europeo “una volta per tutte” nei settori più strategici

L’Europa deve smettere di essere terreno di conquista e tornare a giocare da protagonista nella competizione industriale globale. È questo il messaggio centrale lanciato da Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’Industria, tramite un editoriale pubblicato da varie testate internazionali, da LesEcos alla Reuters, in cui chiede a Bruxelles di stabilire “una volta per tutte una vera e propria preferenza europea nei settori più strategici”.

Si rilancia l’idea del “compra europeo” già delineata in altri interventi istituzionali e di rappresentanti dell’industria europea nell’ultimo anno. E lo si fa In vista della presentazione, annunciata a fine febbraio, del futuro regolamento per il nuovo sviluppo industriale europeo, che sarà anticipato già il 12 in un vertice informale dei capi di Stato e di Governo voluto dal Presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, per confrontarsi sullo stato del mercato unico europeo.

Uno snodo centrale per Mario Draghi che in un discorso all’Università di Leuven ha detto che l’Europa deve federarsi in maniera più decisiva, superando frammentazione e divisioni, dipendente tecnologiche ed energetiche, puntando al mercato unico, fattore chiave per affrontare il periodo turbolento che si prospetta davanti a noi.

Un’idea che già il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, aveva avanzato in un’interrogazione parlamentare ad aprile dello scorso anno, chiedendo all’Europa di introdurre “il principio di ‘buy european’, garantendo anche una preferenza al made in Europe negli appalti pubblici”.

Made in Eu, uno strumento potente

Un appello forte, politico prima ancora che economico, che arriva in un momento delicato per l’industria europea, schiacciata tra la pressione dei prodotti a basso costo provenienti dalla Cina e le politiche industriali aggressive degli Stati Uniti. Non è un caso che Séjourné richiami esplicitamente i modelli di riferimento globali: il “Buy American” statunitense e il “Made in China”, strumenti con cui le grandi potenze economiche proteggono e rafforzano i propri asset industriali strategici.

La domanda, posta senza giri di parole dal commissario francese, è semplice: “Perché l’Europa dovrebbe continuare a rinunciare a una leva che tutti gli altri utilizzano?”.
Il made in Europe sarebbe uno strumento potente per rilanciare con forza l’economia europea.

Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’Industria

La centralità del “made in Europe”

Secondo Séjourné, senza una politica industriale ambiziosa, pragmatica ed efficace, l’economia europea rischia di ridursi a “un semplice parco giochi per i suoi concorrenti”. In altre parole, un mercato aperto dove si consuma valore prodotto altrove, mentre capacità produttiva, innovazione e posti di lavoro qualificati emigrano fuori dai confini dell’Unione.

Da qui l’idea di un vero e proprio “compra europeo”, che non si limita a un richiamo identitario, ma diventa uno strumento di politica industriale. Il principio è chiaro: quando si utilizzano risorse pubbliche europee, queste devono contribuire a rafforzare la produzione in Europa e a creare occupazione di qualità. Un criterio che potrebbe essere formalizzato già nelle prossime settimane con la proposta dell’Industrial Accelerator Act, destinata a introdurre requisiti di priorità per i prodotti fabbricati localmente nei settori considerati strategici.

Difendere le filiere tecnologiche, energetiche, dell’acciaio e delle infrastrutture critiche, senza chiudere i mercati

Il punto centrale del ragionamento di Séjourné non è l’autarchia, ma la sovranità industriale. In settori come acciaio, energia, farmaceutica, chimica avanzata e infrastrutture critiche, la dipendenza dall’estero rappresenta un rischio sistemico, oltre che economico. La pandemia prima e le tensioni geopolitiche poi hanno mostrato quanto le catene globali del valore possano essere fragili.

Non a caso, l’iniziativa è stata sottoscritta da 1.141 aziende e associazioni industriali, che rappresentano una parte significativa del tessuto produttivo europeo. Tra i firmatari figurano colossi dell’acciaio, dell’energia, della chimica, dei trasporti e della farmaceutica: settori che vivono quotidianamente la concorrenza globale e che chiedono condizioni di parità rispetto ai competitor extraeuropei.

Preferenza europea, senza penalizzare il mercato

Nel pensiero di Séjourné emerge una critica implicita a quella che molti definiscono la “ingenuità europea”: un mercato interno tra i più aperti al mondo, che però non sempre riceve lo stesso trattamento in cambio. La preferenza europea, così come viene delineata, non è un muro protezionistico, ma una clausola di buon senso per evitare che politiche industriali asimmetriche penalizzino le imprese europee proprio in casa loro.

Il dibattito, naturalmente, divide gli Stati membri e le industrie. Alcuni Paesi temono un aumento dei costi e una perdita di attrattività per gli investimenti, mentre settori con catene di fornitura globali – come l’automotive – chiedono definizioni flessibili e inclusive. Ma per Séjourné il rischio maggiore è l’inazione: continuare a non scegliere equivale a scegliere la marginalizzazione industriale.

Stop alle dipendenze esterne

Il tema del “made in Europe” è destinato a pesare anche nelle trattative sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione (2028-2034), dove la questione del contenuto locale sta già emergendo come una delle linee di frattura principali. In gioco non c’è solo la protezione dell’industria esistente, ma la capacità dell’Europa di guidare la transizione verde e digitale senza dipendere strutturalmente da tecnologie e produzioni esterne.

Il messaggio di Séjourné è, in definitiva, un invito a usare il bisturi e non l’accetta, ma soprattutto a usare finalmente gli strumenti della politica industriale. In un mondo che ha riscoperto il valore strategico dell’industria, l’Europa non può più permettersi di restare l’unica grande economia senza una chiara preferenza per sé stessa.

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In Francia social media vietati agli under 15: 5 cose da sapere

Il presidente francese Emmanuel Macron vuole che il divieto dei social per gli under 15 entri in vigore a partire dal primo settembre, in pratica prima dell’inizio del prossimo anno scolastico.

L’artefice della legge, la specialista legale di Renaissance Laure Miller, ha detto che sarà simile a quella in vigore in Australia, apripista mondiale di questo genere di provvedimento a tutela dei più giovani.  Lo scrive il sito specializzato Politico.

La drastica decisione francese arriva dopo i ripetuti allarmi lanciati dagli specialisti sugli effetti nefasti che i social come Snapchat, TikTok, Instagram e X possono esercitare sui teenager che li usano.

Dopo che a dicembre l’Australia ha escluso i minori di 16 anni da una serie di piattaforme, la Francia è in prima linea in Europa con un disegno di legge che vieterebbe l’uso dei social media ai minori di 15 anni già da quest’anno.

Sostenuta dal presidente Macron e dal suo partito centrista Renaissance, la proposta di legge è già stata approvata dalla Camera bassa e attende ora di passare a quella alta per l’ok definitivo. Il voto è previsto per domattina.  

Quando entrerà in vigore il divieto?

Sebbene la tempistica non sia ancora stata definita, il governo punta a settembre di quest’anno.

“Dal 1° settembre, i nostri bambini e adolescenti saranno finalmente protetti. Me ne occuperò io”, ha scritto Macron in un post su X.

Il disegno di legge deve ora essere votato dal Senato francese e la coalizione di governo di Macron punta a discuterne il 16 febbraio.

Se il Senato approva il disegno di legge, verrà costituita una commissione congiunta con rappresentanti delle camere alta e bassa del Parlamento per finalizzare il testo.

Quali piattaforme saranno vietate?

La decisione spetterà all’autorità francese per i media Arcom, poiché la legislazione stessa non specifica quali piattaforme saranno o meno coperte.

L’ideatrice del disegno di legge, la deputata di Renaissance Laure Miller, ha detto che sarà simile a quello australiano e che probabilmente i minori di 15 anni saranno banditi dall’uso di Snapchat, TikTok, Instagram e X.

L’Australia non consente più ai minori di 16 anni di creare account su Facebook, Instagram, Kick, Reddit, Snapchat, Threads, TikTok, Twitch, X e YouTube.

L’elenco australiano non include Discord, GitHub, Google Classroom, LEGO Play, Messenger, Pinterest, Roblox, Steam e Steam Chat, WhatsApp o YouTube Kids.

Miller ha anche descritto l’intenzione di elaborare una definizione che potrebbe includere il divieto in singole funzionalità sulle piattaforme di social media.

Potrebbero essere incluse anche le Storie e i Canali di WhatsApp, una funzionalità della popolare app di messaggistica, così come la chat online all’interno della piattaforma di gioco Roblox, ha affermato la deputata francese.Advertisement

Chi lo applicherà?

Con la Francia destinata a essere il primo paese dell’Unione Europea a compiere questo passo, un punto cruciale mentre il disegno di legge passa in Parlamento è chi lo applicherà.

Le autorità hanno finalmente trovato una risposta: Bruxelles.

L’UE ha una normativa completa sui social media, il Digital Services Act, che sulla carta vieta ai paesi di imporre obblighi aggiuntivi alle grandi piattaforme. Dopo un tira e molla tra la Francia e la Commissione Europea, si è giunti a un accordo.

La Francia non può imporre ulteriori obblighi alle piattaforme, ma può stabilire un’età minima per l’accesso ai social media. Spetterà poi alla Commissione garantire il rispetto delle norme nazionali.

Questo è simile al funzionamento di altre parti del DSA, come i contenuti illegali. Cosa sia esattamente un contenuto illegale è determinato dalla legislazione nazionale e la Commissione deve quindi assicurarsi che le piattaforme valutino e riducano adeguatamente i rischi di diffusione. Non è stato ancora verificato come l’UE garantirà che nessun bambino in Francia acceda ai siti.

Le violazioni del DSA possono comportare multe fino al 6% del fatturato globale annuo delle piattaforme.

Quali sono le sfide tecniche?

Le aziende del settore sono in disaccordo su chi dovrebbe implementare i controlli di età che renderebbero possibile il divieto sui social media.

I fornitori di piattaforme, tra cui Meta, sostengono che gli Isp dovrebbero implementare controlli di età, mentre gli Isp e le app store come Apple affermano il contrario.

La Commissione non ha chiaramente assegnato la responsabilità a entrambe le parti del settore, ma la Francia ha interpretato le linee guida di Bruxelles come se l’onere ricadesse sui fornitori di servizi. Il disegno di legge francese attribuisce quindi la responsabilità a piattaforme come TikTok e Instagram.

Quale sarà la soluzione tecnica esatta per implementare il divieto spetta alle piattaforme, purché soddisfi i requisiti di accuratezza e privacy.

Alcuni enti pubblici hanno sviluppato soluzioni, come il “Jeprouvemonage” delle Poste francesi, che le piattaforme possono utilizzare. Sono disponibili anche tecnologie sviluppate privatamente.

“Nessuna soluzione verrà imposta alle piattaforme dallo Stato”, ha detto ai giornalisti l’ufficio del ministro per gli affari digitali.

Sta succedendo anche in altri paesi europei?

La Francia non è l’unico paese europeo che sta lavorando su tali restrizioni.

Il parlamento danese ha approvato restrizioni per i minori di 15 anni, sebbene i genitori possano consentire loro di accedere ai social media se hanno più di 13 anni. La Danimarca non ha approvato un disegno di legge formale. Il ministro austriaco per la Digitalizzazione ha detto che è in fase di sviluppo un divieto in stile australiano per i minori di 14 anni.

I disegni di legge sono in fase di esame nei parlamenti spagnolo e italiano, e anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis si è espresso a sostegno di piani simili. La Germania sta valutando le sue opzioni. Il governo olandese ha pubblicato delle linee guida per impedire ai minori di 15 anni di accedere ai social media come TikTok.

Molti di questi paesi, così come il Parlamento europeo, hanno dichiarato di voler intervenire a livello UE.

Sebbene la Commissione abbia detto che consentirà ai paesi dell’UE di stabilire la propria età minima per l’accesso ai social media, sta anche cercando di elaborare misure che si applicherebbero a tutto il blocco. La presidente Ursula von der Leyen ha personalmente seguito la questione e sta istituendo un gruppo di esperti per valutare se un divieto a livello dell’UE sia auspicabile e sostenibile.Il presidente francese Emmanuel Macron vuole che il divieto dei social per gli under 15 entri in vigore a partire dal primo settembre, in pratica prima dell’inizio del prossimo anno scolastico.

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Draghi mette in guardia l’Europa: “Passare a una Federazione e superare le dipendenze tech”

Il vecchio ordine globale è finito e l’Europa deve saper superare le dipendenze, che per Draghi sono leve di controllo

L’ordine globale come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi è finito, ma i principi che lo hanno ispirato e i benefici che ne sono derivati sono stati reali e ampiamente condivisi da tutti i Paesi che lo hanno sostenuto. Non è stato un’illusione, ha dichiarato Mario Draghi nel suo discorso all’Università di Leuven per il conferimento della laurea honoris causa, ma degli errori sono stati commessi e se fallimento è stato è dipeso piuttosto in ciò che non si è riusciti a correggere nel tempo.

L’onorificenza gli è stata assegnata “per il suo contributo eccezionale al processo di integrazione economica e monetaria europea, per una leadership fondata sulla responsabilità, sul giudizio equilibrato e sul rigore intellettuale in momenti in cui l’area dell’euro affrontava una crisi esistenziale”.

L’Europa è cresciuta all’interno di un’alleanza occidentale che vedeva gli Stati Uniti egemoni, sì, ma anche pronti a difendere i propri allegati. Ogni minaccia veniva di fatto gestita sotto l’ombrello NATO e grazie alla sicurezza che ne derivava piano piano il vecchio continente, uscito dalle profonde ferite della Seconda guerra mondiale, si è aperto con rischi calcolati al commercio globale, anche al di fuori del perimetro dell’alleanza.

I problemi sono emersi nel momento in cui la Cina, da fabbrica globale, in cui tutti andavano a produrre a bassissimi costi per poi rivendere per il massimo profitto sui mercati occidentali, è diventata potenza economica con l’ambizione di creare un nuovo polo finanziario, industriale e politico.
Quella che oggi è chiamata: superpotenza asiatica.

Il vecchio ordine collassa: “La vera minaccia è ciò che lo sostituisce

La fine della globalizzazione ha lasciato scoperti i nervi economico-finanziari dell’Occidente, che potremmo sintetizzare in un concetto: le poli-dipendenze.
L’interdipendenza, un tempo considerata una fonte di reciproca moderazione, è diventata una fonte di leva e di controllo” ha detto Draghi.

“Il collasso di questo ordine non è di per sé la minaccia principale. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi. La vera minaccia è ciò che lo sostituisce”, ha proseguito l’ex premier italiano.

L’Europa è la nostra migliore opportunità di pace, sicurezza e indipendenza. Ma dobbiamo ridisegnarla adesso, non quando sarà troppo tardi”, aveva detto lo stesso Draghi dal palco del Meeting di Rimini la scorsa estate.

Draghi: “L’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione

Da soli non si va da nessuna parte. Questa è una chiave di lettura che da molto tempo è chiara a chi si intende di relazioni internazionali e questioni di geopolitica. Da quanto la Cina è emersa a nuova superpotenza, l’India reclama il suo posto al sole, la Russia invoca l’impero e altre medie potenze come Turchia, Iran e Brasile, chiedono di sedere al tavolo di decide le sorti del pianeta, per l’Europa è apparso subito chiaro che serve una nuova forma di unione.

Non basta che gli Stati europei dichiarino di camminare tutti insieme all’interno dell’Unione affermando al contempo la propria sovranità: “Dobbiamo quindi decidere se restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza. Ma sia chiaro: mettere insieme piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente”, ha proseguito Draghi.

Ammonendo però tutti quanti sulle conseguenze della logica che attualmente guida gli Stati membri, cioè quella della confederazione con cui l’Europa opera in difesa, politica estera e finanza pubblica.

“Questo modello non genera potere. Un gruppo di Stati che coordina resta un gruppo di Stati: ciascuno con un veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile a essere isolato. Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”, ha spiegato l’ex premier italiano.

Draghi spinge per un “federalismo pragmatico”

Dove l’Europa si è federata — commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria — siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto. Dove non lo abbiamo fatto – ha detto Draghi — difesa, politica industriale, affari esteri, siamo trattati come una somma disordinata di Stati di medie dimensioni”.

Per uscire dalle secche dell’immobilismo burocratico, per convincere tutti della bontà del progetto comunitario, l’Europa deve proseguire sulla strada del “federalismo pragmatico”: “pragmatico perché procede con i passi oggi possibili; federale perché orientato a una destinazione chiara. L’azione comune deve tradursi in istituzioni con reale potere decisionale, capaci di agire in ogni circostanza”.

Siamo tutti vulnerabili

L’esempio migliore, ha ricordato Draghi, è proprio la moneta unica: l’euro.
Ora è tempo di remare tutti insieme verso una sola direzione.
Il percorso non sarà lineare. Non tutti aderiranno subito a ogni iniziativa, ma ogni passo deve restare ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più debole, bensì una vera federazione. Alcuni potrebbero illudersi che il mondo non sia cambiato o che la geografia li protegga. Ma siamo tutti vulnerabili, che lo riconosciamo o meno. Le vecchie divisioni sono state superate da una minaccia comune”.
La nuova Europa si costruirà sull’azione comune, la fiducia negli obiettivi e la speranza nel successo, ha chiuso il suo intervento Draghi.

C’è però un altro problema, forse più culturale che legato a questioni geopolitiche, economiche e regolatorie: la cultura. A mancare è un’idea culturalmente e socialmente condivisa di Europa.
All’interno di ogni Paese la diffidenza cresce, alimentata sia dall’incertezza storica e dalle guerre ai confini, sia dalla propaganda nazionalista che è tornata soffiare forte sul fuoco dell’intolleranza e della divisione.
venticinque anni fa o poco più, i giovani hanno iniziato a viaggiare per tutta l’Europa, per studiare, lavorare e conoscersi. Sembrava davvero un unico grande Paese. Conoscendosi avevamo creato entusiasti un’idea di Europa che sembrava davvero alla portata di tutti. Si apriva una nuova era di grandi opportunità, di pace e progresso, o così ci era sembrato. Poi qualcosa si è incrinato. È quel qualcosa che bisogna aggiustare.

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La frammentazione tallone d’Achille dell’Unione europea

Ma qual è il punto debole dell’Unione europea?
Draghi l’ha indicato più e più volte nella frammentazione.
Una vulnerabilità evidente a chi sa dove guardare e sia Washington, sia Pechino, per non parlare di Mosca, hanno da tempo avviato strategie e tattiche mirate proprio ad enfatizzare le divisioni interne all’Unione.

Gli Stati Uniti impongono dazi all’Europa, minacciano i nostri interessi territoriali e chiariscono, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi”, ha ricordato Draghi.

E poi c’è la Cina, “che controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva: inondando i mercati, trattenendo input essenziali, costringendo altri a sopportare il costo dei propri squilibri”.

“Subordinata, divisa e deindustrializzata”: i rischi per l’Europa

Partendo da queste riflessioni, il futuro che ci aspetta non può che essere fosco: “Un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata — tutto insieme”.

Soprattutto, ha sottolineato Draghi, non è solo un problema di interessi economici e industriali, perché se non si è capaci di difendere questi, poi non si potranno neanche “preservare a lungo i propri valori”, quindi le stesse istituzioni democratiche.

MARIO DRAGHI

Secondo Draghi necessario diversificare approvvigionamenti e partner commerciali

Draghi cerca di guardare oltre, ‘al dopo’, ma mette in guardia: “non sarà facile”.
Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno mentre le rivalità si intensificano”, ha precisato: “da una parte saremo poli-dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e Difesa, dall’altro saremo poli-dipendenti dalla Cina per terre rare e le supply chain dell’energia solare e delle batterie fondamentali per la transizione green“.

Per sopravvivere dovremo essere davvero capaci di sfruttare al massimo i nostri punti di forza, che sono ad esempio le ampie e proficue relazioni commerciali con altri Paesi del mondo. Solo pochi giorni la Presidente della Commissione europea siglava in India un trattato commerciale ed industriale di portata storica, che ci consentirà di diversificare approvvigionamenti di ogni tipo.

Nel 2023 l’UE è stata il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro, ed è il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi”, ha ricordato l’ex Presidente della Banca centrale europea.

In questa fase, ha affermato Draghi: “La strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi commerciali con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene del valore in cui siamo già critici”.

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AI, Papa Leone XIV: “La vera sfida non è fermare l’innovazione digitale, ma guidarla”

“Sebbene l’AI possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative”.

Papa Leone XIV: “La tecnologia altera il pensiero umano”

Nel messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Leone XIV affronta in modo diretto e critico il tema dell’AI, mettendo al centro il rischio che la tecnologia finisca per alterare la natura stessa della comunicazione e del pensiero umano.

“Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro”, afferma il Pontefice, ricordando che volto e voce “sono sacri” e non riducibili a semplici elementi replicabili. Proprio per questo, avverte, “la tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana”.

Il riferimento all’AI è esplicito quando Papa Leone sottolinea che “simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”. Per il Papa, quindi, “la sfida non è tecnologica, ma antropologica”.

Papa Leone XIV: “L’AI? Logora il pensiero critico”

Uno dei rischi principali individuati riguarda la rinuncia al pensiero critico. “Algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione”, osserva. A questo si aggiunge “un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come ‘amica’ onnisciente, dispensatrice di ogni informazione”, che può “logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo”.

Pur riconoscendo che l’AI può offrire supporto, il Pontefice mette in guardia dal delegare alle macchine il lavoro intellettuale: “Sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative”. Un rischio che si estende anche alla creatività: “Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta ‘Powered by AI’, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati”.

Papa Leone richiama poi l’attenzione sulla simulazione delle relazioni. “Diventa sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei ‘bot’”, avverte, sottolineando che i chatbot basati su grandi modelli linguistici “si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta”. Una dinamica che può essere “ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili”, perché sistemi “eccessivamente affettuosi” possono “invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone”.

L’allarme su BIAS e disinformazione

Altro tema centrale è quello dei bias e della disinformazione. “I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce” e possono “replicare stereotipi e pregiudizi”, mentre sistemi che “spacciano una probabilità statistica per conoscenza” offrono spesso “approssimazioni alla verità” o vere e proprie “allucinazioni”.

Il Papa non invoca un freno all’innovazione, ma una guida consapevole. “La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla”, afferma, chiedendo un’alleanza fondata su “responsabilità, cooperazione ed educazione”. Una regolamentazione adeguata, aggiunge, può “tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot” e “contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti”.

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Cosa è Moltbook, il primo social network basato su interazioni di chatbot AI

Un social network dove gli esseri umani possono osservare, ma non intervenire.

Si chiama Moltbook ed è il primo social network pensato esclusivamente per agenti AI – chiamati Clawdbots o Moltbots (qui l’articolo su come funzionano i chatbot AI che fanno cose )– basato su interazioni macchina-macchina.

Cos’è Moltbook e come funziona

Moltbook è una piattaforma sociale progettata esclusivamente per agenti di intelligenza artificiale che interagiscono tra loro in modo completamente autonomo. L’idea, sviluppata da Matt Schlicht, CEO di Octane AI, nasce come un esperimento per creare uno spazio in cui le AI possano comunicare, produrre contenuti e generare dinamiche sociali senza alcuna partecipazione umana diretta.

La piattaforma è alimentata dal framework open source OpenClaw, che consente agli agenti di compiere azioni in autonomia, senza supervisione continua. Gli esseri umani restano semplici osservatori: possono seguire ciò che accade, ma non possono postare, commentare o influenzare le conversazioni.

A differenza dei social tradizionali, Moltbook non prevede una registrazione classica. L’accesso avviene tramite “skill”, ovvero comandi programmabili che permettono agli agenti AI di partecipare alla vita della piattaforma. Dotati di chiavi API, i bot sono in grado di postare, commentare e votare contenuti in modo automatico. Un meccanismo di “heartbeat” mantiene gli agenti costantemente attivi, favorendo un flusso continuo di interazioni.

Le conversazioni delle AI

Le discussioni che emergono su Moltbook non si limitano a semplici scambi di informazioni. Gli agenti affrontano temi astratti, pongono domande di tipo filosofico e costruiscono narrazioni collettive che danno l’impressione di una vera e propria vita sociale artificiale. È proprio questa apparente complessità a generare inquietudine e a riaccendere il dibattito sull’emergere di forme di coscienza o società artificiali.

Un’interpretazione che Walter Quattrociocchi, professore ordinario all’Università La Sapienza di Roma, invita però a ridimensionare. “È una semplice infrastruttura: un forum accessibile via API in cui agenti basati su LLM leggono un feed, generano testo, commentano e votano. Non hanno accesso al mondo, né obiettivi intrinseci, né meccanismi di verifica. L’unico materiale che circola è linguaggio generato da altri modelli linguistici“, ha detto.

Il rischio della distorsione

Il punto centrale, spiega il professore, è cosa accade quando l’interazione sociale è composta esclusivamente da output generativi, senza alcun ancoraggio alla realtà. “Quando a un modello linguistico viene chiesto di simulare un attore sociale, non replica il comportamento umano osservato. Lo ricostruisce amplificando i tratti più salienti e predittivi: segnali identitari, stile retorico, marcatori ideologici ed emotivi. Il risultato è una caricatura sistematica”.

Una distorsione che, anziché attenuarsi con più contesto, tende ad aumentare. “Più informazione rende il modello più coerente sul piano stilistico e identitario e, allo stesso tempo, amplifica polarizzazione, stereotipi e spesso tossicità. Non è un problema di prompt design, ma una conseguenza strutturale dell’ottimizzazione per la plausibilità linguistica”.

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Musk pensa alla maxi-fusione: SpaceX con xAI e forse Tesla

Elon Musk pensa a una maxi-fusione: SpaceX, xAI e forse Tesla verso un nuovo super-gruppo tecnologico?

L’uomo più ricco del pianeta (un patrimonio stimato in oltre 760 miliardi di dollari), Elon Musk, torna a ridisegnare i confini tra Spazio, intelligenza artificiale (AI), tecnologie avanzate e mercati finanziari. Secondo indiscrezioni stampa, SpaceX starebbe valutando una possibile fusione con diverse aziende del patron Musk: c’è xAI, la società di intelligenza artificiale, con l’aggiunta di una possibile operazione ancora più ambiziosa che coinvolgerebbe anche Tesla.

Si tratterebbe di una delle più grandi riorganizzazioni industriali mai tentate nel settore tech, alla vigilia di quella che potrebbe diventare l’IPO più importante della storia recente: la quotazione in Borsa di SpaceX, attesa già nel corso di quest’anno, con valutazioni che secondo alcune stime potrebbero superare il trilione di dollari.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, il prossimo giugno SpaceX punta a raccogliere 50 miliardi di dollari in un’IPO da 1.500 miliardi, che si prospetta la maggiore della storia.
Già definito un primo gruppo di grandi banche internazionali per guidare l’offerta pubblica iniziale, di cui potrebbero far parte Bank of America, Goldman Sachs, JPMorgan Chase e Morgan Stanley.

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I movimenti in corso

Reuters riferisce che SpaceX e xAI sono in trattative preliminari per una fusione, con la creazione di nuove entità legali in Nevada che potrebbero servire a facilitare l’operazione. Non sono noti né i tempi, né i valori dell’eventuale deal, ma la struttura ipotizzata prevederebbe uno scambio di azioni xAI con azioni SpaceX.

Bloomberg aggiunge un ulteriore tassello: SpaceX starebbe esplorando anche una possibile integrazione con Tesla, un’ipotesi da tempo sostenuta da una parte degli investitori dell’azienda automobilistica.

Musk, che guida contemporaneamente SpaceX, Tesla e xAI (oltre a Neuralink e The Boring Company), non ha commentato ufficialmente. Ma i movimenti di capitale parlano chiaro:

  • SpaceX ha già impegnato 2 miliardi di dollari in xAI;
  • Tesla ha appena approvato un investimento da 2 miliardi nella stessa xAI;
  • xAI ha chiuso un maxi round da 20 miliardi di dollari, con una valutazione di circa 230 miliardi
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Musk mira ad un ecosistema integrato con l’AI infrastruttura strategica (supercomputing, dati, energia e accesso allo Spazio)

Il filo conduttore è l’AI come infrastruttura strategica. Musk sembra voler costruire un ecosistema integrato che controlli l’intera catena del valore dell’AI: calcolo (xAI e i supercomputer come Colossus), dati (X, Starlink, veicoli Tesla), energia e mobilità (Tesla), accesso allo Spazio e la New Space Economy (SpaceX).

In quest’ottica, una fusione SpaceX-xAI consentirebbe di accelerare uno degli obiettivi più visionari dell’imprenditore multimiliardario e ex capo del DOGE di Donald Trump: portare i data center per l’AI in orbita, sfruttando energia solare e abbattendo i limiti delle reti elettriche terrestri.

Un’idea che Musk stesso ha definito, al World Economic Forum di Davos, come “inevitabile nel giro di due o tre anni”.

Elon Musk al World Economic Forum 2026

Cosa significa per i mercati e la geopolitica

Dal punto di vista finanziario, l’operazione avrebbe effetti profondi.
SpaceX diventerebbe un veicolo di investimento diretto nell’AI, non solo nello Spazio. Gli investitori pubblici, con l’IPO, avrebbero accesso a un mix unico di lanci, satelliti, connettività e potenza di calcolo.

Secondo Polymarket, la probabilità di una fusione SpaceX-xAI entro metà anno è già stimata intorno al 48%, mentre un’operazione Tesla-xAI è considerata meno probabile, ma non impossibile.

C’è poi una dimensione spesso trascurata: la difesa e la sicurezza nazionale.
xAI ha già contratti fino a 200 milioni di dollari con il Pentagono, mentre Starlink e la sua versione militare Starshield utilizzano sistemi di AI per la gestione orbitale e l’analisi dei dati.

Un gruppo integrato SpaceX-xAI rafforzerebbe enormemente la posizione di Musk come fornitore chiave del governo statunitense in ambito spaziale e AI.

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I rischi di una scommessa storica

Le potenzialità sono enormi, ma i rischi non mancano:

  • complessità ingegneristiche dei data center spaziali (impresa pioneristica)
  • dipendenza da chip avanzati (Nvidia e successori)
  • crescente pressione regolatoria su AI, contenuti e sicurezza (nell’Ue sicuramente, ma anche negli USA)
  • timori degli investitori su governance e concentrazione di potere in una sola figura (un vecchio problema)

Come ha sintetizzato con ironia un investitore citato da Reuters: “È come fondere tante aziende ipervalutate in un’unica, grande scommessa su Elon Musk. Ma forse è proprio questo che il mercato vuole: un ‘pure play’ su Musk.”

In definitiva, la possibile maxi-fusione non è solo una manovra finanziaria. È l’ennesimo tentativo di Musk di anticipare il futuro, costruendo un’infrastruttura industriale in cui spazio, AI, energia e automazione convergono.

Se la scommessa riuscirà, potrebbe ridefinire non solo le valutazioni di Borsa, ma l’intero equilibrio tra Big Tech, Space Economy e intelligenza artificiale globale. Se fallirà, il conto potrebbe essere salato e chissà se a pagarlo sarà solo il visionario sudafricano.

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Tessera elettorale digitale fra le semplificazioni del Dl PNRR. Ci sarà meno astensionismo?

Oltre alla validità perpetua della CIE per gli ultrasettantenni, c’è anche l’introduzione della tessera elettorale digitale fra le semplificazioni contenute nel Dl PNRR ieri in CDM. Una misura che consentirà ai cittadini una ulteriore modalità di rilascio della tessera elettorale in aggiunta al rilascio da parte del Comune. “La tessera elettorale potrà essere rilasciata in modalità digitale sulla base dei dati integrati nell’ANPR (Anagrafe nazionale della popolazione residente). Mentre con uno o più decreti del Ministro dell’interno saranno definite le caratteristiche tecniche della tessera elettorale in formato digitale, l’eventuale confluenza nel portafoglio digitale italiano (Sistema IT-Wallet) e le modalità di utilizzo digitale ovvero le modalità di utilizzo della copia analogica esclusivamente presso il seggio di iscrizione dell’elettore”, si legge nel documento.

Anche tessera elettorale digitale per votare

La tessera elettorale digitale potrà essere utilizzata in futuro anche per votare, alle urne, invece della tessera elettorale cartacea.

L’idea non è nuova, se ne parla già dal 2022.  La tessera elettorale potrebbe essere sia stampata sia scaricata digitalmente con un QR Code sullo smartphone e poi verificata al seggio con una nuova app governativa, simile a ‘VerificaC19’ usata per verificare i green pass durante la pandemia Covid.

Tra l’altro, nel Dl PNRR sono contenute anche misure di maggior trasparenza per gli operatori Tlc nella comunicazione delle modalità di l’accesso a Internet disponibile a domicilio dei clienti.

PNRR, Butti “Semplificazione concreta vita quotidiana e più controllo su strumenti digitali

“Nel pacchetto di misure inserite nello schema di decreto Pnrr, una parte rilevante riguarda la semplificazione concreta della vita quotidiana dei cittadini attraverso la digitalizzazione: meno certificati da produrre, più interoperabilità tra banche dati e più controllo personale sui propri strumenti digitali”. Ad affermarlo è il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti commentando le misure inserite nel decreto Pnrr.

“Arriva – sottolinea – un nuovo diritto alla trasparenza e al controllo sugli strumenti digitali: il cittadino potrà accedere, con un servizio dedicato sul portale Anpr, alle informazioni sulle proprie identità digitali (Cie, Spid, Cns), sugli attestati elettronici collegati, sulle deleghe e sui domicili digitali. È previsto anche un sistema di notifiche al cittadino per ogni nuova attivazione di strumenti digitali a lui riferibili e i dati saranno consultabili in modo sicuro e riservato”, spiega. “Viene introdotta la tessera elettorale in formato digitale. L’elettore interessato potrà acquisirla sulla base dei dati integrati in Anpr. Uno o più decreti del Ministero dell’Interno definiranno caratteristiche tecniche, modalità d’uso e l’eventuale confluenza nel Sistema IT-Wallet, mantenendo ovviamente la totale libertà del cittadino di continuare a usare anche solo la copia analogica”, aggiunge.

“Sul fronte delle prestazioni agevolate, scuole, università, comuni e le altre amministrazioni competenti acquisiranno d’ufficio dall’INPS via Piattaforma Digitale Nazionale Dati (Pdnd) i dati Isee strettamente necessari, evitando a famiglie e studenti di doverli presentare ogni volta”, sottolinea.

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Perché Apple acquisisce la startup israeliana Q.ai per 2 miliardi di dollari?

Apple ha ufficializzato l’acquisizione di Q.ai, startup israeliana fondata nel 2022 a Tel Aviv e attiva nello sviluppo di tecnologie di AI applicate all’audio, all’imaging e al machine learning.

L’acquisizione mira a rafforzare ulteriormente la casa di Cupertino nel campo dei dispositivi intelligenti e dei wearable. Q.ai ha messo a punto soluzioni capaci di migliorare la qualità dell’audio in contesti particolarmente rumorosi, ambiti che si inseriscono nell’evoluzione di prodotti come AirPods, già arricchiti da funzionalità di AI come la traduzione in tempo reale.

Secondo Johnny Srouji, senior vice president di Apple per le tecnologie hardware, Q.AI è “un’azienda straordinaria che sta aprendo la strada a modalità nuove e creative di utilizzo dell’imaging e del machine learning”.

La competizione delle big tech nel mondo dei wearable

La mossa si inserisce in una competizione sempre più serrata tra i big della Silicon Valley sul fronte dei wearable basati su AI. Meta ha già registrato un buon riscontro con gli smart glasses Ray-Ban, che permettono di dialogare con l’assistente AI, mentre Google e Snap si preparano a lanciare i propri occhiali intelligenti entro l’anno. Anche OpenAI si muove nella stessa direzione: nel 2024 ha acquisito IO, la startup fondata dall’ex designer Apple Jony Ive, che starebbe sviluppando un dispositivo compatto per interagire con ChatGPT.

Storicamente Apple evita acquisizioni di grandi dimensioni, preferendo operazioni mirate di acquisizione di talenti o di proprietà intellettuale da startup più piccole. L’eccezione più rilevante resta l’acquisto di Beats per 3 miliardi di dollari nel 2014, che ha contribuito a rafforzare la posizione di Apple nello streaming musicale con Apple Music.

Apple: trimestrale da record grazie alle vendite di iPhone

Apple batte le attese di bilancio con un exploit del suo prodotto di punta, l’iPhone, in particolare in Cina. Nel trimestre concluso a dicembre, il primo dell’anno fiscale 2026 per l’azienda, le entrate dal suo smartphone, il nuovo modello iPhone 17, sono cresciute del 23% a 85,3 miliardi, un record andato ben al di là del 78,3 miliardi ipotizzati e che ha spinto il giro d’affari del gruppo a 144 miliardi, un rialzo del 16 per cento.

Anche la divisione Servizi ha raggiunto un nuovo record di ricavi, ben 30 miliardi di dollari, con una crescita del 14% rispetto a un anno fa e configurandosi come una seconda colonna importante nella composizione del fatturato della società.

Il dato più eclatante? Ad oggi i dispositivi Apple attivi sono a 2,5 miliardi.

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Virkkunen ripudia il fair share. In DNA modello “equo compenso”-Agcom come nel caso Microsoft-Gedi?

Henna Virkkunen liquida il fair share (di bretoniana memoria) e promuove al suo posto il nuovo sistema di conciliazione volontaria fra operatori Tlc e OTT. Di fatto, la Ue rinnega l’imposizione automatica di un pagamento diretto obbligatorio dalle Big Tech alle telco in caso di liti e dispute proposta dalla Commissione Ue nel Digital Networks Act. Promuove invece un meccanismo volontario, da mettere in atto caso per caso in caso di conflitto.

Un brodino per gli operatori Tlc

Un bordino per gli operatori Tlc, che speravano in un intervento deciso dell’Esecutivo e che hanno protestato in modo vibrante dopo la pubblicazione della proposta di legge del DNA, che dovrà passare al vaglio dell’Europarlamento e del Consiglio Ue.

Sarà la soluzione giusta?

Di certo, non si chiama più fair share (equo compenso) ma in qualche modo ne prende il posto introducendo di fatto una “network fee” mascherata che dovrà di fatto essere decisa di volta in volta a seconda dei conflitti.

Il modello di conciliazione fra operatori Tlc e Ott potrebbe in futuro ricalcare quello fra editori e OTT per quanto riguarda la pubblicazione degli articoli sui motori di ricerca. In Italia ha fatto scuola il provvedimento Agcom del 26 luglio 2024: l’autorità nella disputa fra Microsoft, che pubblica news sul suo motore di ricerca Bing, e Gruppo Gedi, ha imposto al gruppo americano di pagare un equo compenso al Gruppo Gedi per la pubblicazione dei suoi contenuti.

Editori modello per gli operatori Tlc?

Gli editori hanno fatto scuola e potrebbero rappresentare un modello per gli operatori Tlc con il nuovo DNA in arrivo?

Vedremo.

Resta da capire se il BEREC, con il supporto delle autorità nazionali, sarà in grado di agire in maniera perentoria ed efficace come arbitro del DNA.

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