Microsoft scivola sulla buccia dell’AI, perché il titolo è crollato a Wall Street
Il peggior risultato dal 2020, crollano le azioni Microsoft
La promessa di una crescita futura non basta più. Wall Street è stata chiara nelle ultime ore. È il momento di dimostrare che l’intelligenza artificiale (AI) può e “deve” generare non solo innovazione, ma anche ritorni economici sostenibili. I conti trimestrali da record di Microsoft sono la prova di questo nuovo corso, in parte già anticipato dai continui allarmi sulla “bolla non bolla” dell’AI.
Il gigante di Redmond ha chiuso i conti al 31 dicembre con un fatturato in crescita del 17% su base annua a 81,3 miliardi di dollari, ma qualcosa non ha convinto gli investitori e le azioni sono crollate del 12%. Il motivo? La mega spesa in data center, di cui l’azienda ha un disperato bisogno per stare al passo della domanda di servizi cloud.
Il risultato finale è stato un drastico taglio della capitalizzazione di mercato di Microsoft, mandando in fumo 357 miliardi di dollari, portandola a 3,22 trilioni di dollari alla fine delle contrattazioni di giovedì.
I dubbi sulla sostenibilità della crescente spesa per i data center e il cloud, trainata dall’AI
A mettere paura è stata la spesa in conto capitale, aumentata di ulteriori 37,5 miliardi di dollari. Parliamo di un +65%. Ssoprattutto, ha spiegato Davide Fumagalli su Mercati Finanziari, parliamo di spese di molto superiori alle aspettative, legate alla necessità di aumentare i propri datacenter e avere capacità computazionale sufficiente a sostenere la domanda di servizi cloud. Una domanda sulla cui sostenibilità e profittabilità molti investitori iniziano a porsi dei dubbi, portando così a cancellare oltre 350 miliardi di capitalizzazione in un solo giorno.
Un tonfo pesantissimo, il peggiore dai tempi dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, spigato dal fatto che i ricavi di Microsoft nel settore del cloud non hanno impressionato e hanno alimentato i timori che le ingenti spese sostenute per la sua alleanza OpenAI non si traducano in una monetizzazione rapida.
Un giudizio che non sorprende, per chi ha seguito gli allarmi lanciati da più parti negli ultimi mesi, ma che comunque colpisce, perché il gigante tecnologico americano aveva comunque registrato utili in crescita del 26% a 51,5 miliardi di dollari.
La limitata disponibilità di GPU indebolisce Azure, deluse le aspettative degli analisti
La chiave di lettura è nell’analisi delle vendite di Azure, l’unità per il cloud computing, che sono risultate in rialzo del 38% e in linea con le previsioni degli analisti, ma in frenata dal trimestre precedente.
Microsoft ha spiegato che la crescita dellla business cloud unit sarebbe stata più robusta se l’azienda avesse destinato a questa divisione “una quota maggiore della propria flotta di server GPU”, invece di impiegarla per la ricerca e sviluppo interna e per il servizio Microsoft 365 Copilot.
Non è andata così e la crescita di Azure nel trimestre ha deluso le aspettative degli analisti. “Microsoft è un’azienda enorme, con diversi segmenti di dimensioni imponenti, basti pensare che sia Azure, sia M365 Commercial Cloud, superano i 20 miliardi di dollari a trimestre, ma il titolo in borsa si muove principalmente in funzione del dato di Azure”, ha scritto John DiFucci di Guggenheim.
“Se avessi preso le GPU appena entrate in funzione nel primo e nel secondo trimestre e le avessi assegnate tutte ad Azure, il KPI sarebbe stato superiore a 40”, ha affermato Amy Hood, responsabile finanziario di Microsoft.
Paradossalmente, il gigante di Redmond ora non ha altra strada che continuare ad investire sempre di più e allo stesso tempo dimostrare che “questi sono buoni investimenti”, come si legge in un’analisi proposta da UBS.
Robot industriali, mercato mondiale da 16,7 miliardi di dollari nel 2026. Italia sesto esportatore
Il mercato globale dei robot industriali raggiunge un nuovo record
Il mercato mondiale dei robot industriali ha raggiunto un nuovo massimo storico: 16,7 miliardi di dollari di valore per le installazioni globali. Un dato che conferma come la robotica sia ormai una componente strutturale dei sistemi produttivi avanzati e non più soltanto una tecnologia di nicchia.
Secondo l’International Federation of Robotics (IFR), la crescita futura del settore sarà trainata da una combinazione di innovazioni tecnologiche, trasformazioni industriali e nuovi campi di applicazione, che stanno ridefinendo il ruolo dei robot nelle fabbriche, nella logistica e nei servizi. In vista del 2026, l’IFR individua cinque grandi trend destinati a plasmare l’evoluzione della robotica industriale.
1. Intelligenza artificiale e autonomia: verso robot sempre più indipendenti
Il primo grande motore di crescita è l’integrazione sempre più profonda dell’intelligenza artificiale nei sistemi robotici. L’obiettivo principale è l’aumento dell’autonomia operativa, cioè la capacità dei robot di prendere decisioni, adattarsi all’ambiente e svolgere compiti complessi con un intervento umano minimo.
Diverse forme di AI concorrono a questo risultato. L’AI analitica consente ai robot di elaborare grandi volumi di dati, riconoscere pattern e generare insight operativi. Nelle smart factory, ad esempio, permette di anticipare guasti prima che si verifichino; nella logistica, ottimizza il path planning e l’allocazione delle risorse.
L’AI generativa rappresenta invece un vero cambio di paradigma: si passa dall’automazione basata su regole fisse a sistemi intelligenti in grado di apprendere nuovi compiti autonomamente. I robot possono generare dati di addestramento tramite simulazioni, adattarsi a scenari nuovi e interagire con gli operatori umani attraverso linguaggio naturale e comandi visivi.
Un ulteriore passo avanti è rappresentato dall’Agentic AI, che combina AI analitica e generativa. Questo approccio ibrido mira a rendere i robot capaci di operare in modo indipendente anche in ambienti reali complessi e non strutturati, un requisito chiave per l’industria del futuro.
2. Maggiore versatilità grazie alla convergenza tra IT e OT
Il secondo trend riguarda la crescente domanda di robot versatili, capaci di svolgere più compiti e adattarsi rapidamente a diversi processi produttivi. Questa evoluzione è strettamente legata alla convergenza tra Information Technology (IT) e Operational Technology (OT).
L’integrazione tra la potenza di elaborazione e analisi dei dati tipica dell’IT e le capacità di controllo fisico dell’OT consente uno scambio di dati in tempo reale, una maggiore automazione e l’uso avanzato di analytics. È uno dei pilastri della digital enterprise e dell’Industria 4.0.
Abbattendo i silos tradizionali tra mondo digitale e mondo fisico, la convergenza IT/OT rende i robot più flessibili, più intelligenti e più facilmente integrabili nei processi aziendali end-to-end.
3. Robot umanoidi: dalla sperimentazione alla prova sul campo
La robotica umanoide sta vivendo una fase di forte espansione. I robot umanoidi per uso industriale sono considerati particolarmente promettenti negli ambienti progettati per l’uomo, dove è richiesta elevata flessibilità operativa. Dopo essere stati pionieristicamente adottati dall’industria automotive, stanno trovando applicazione anche in magazzini e linee di produzione.
Il settore sta però entrando in una fase cruciale: quella della validazione industriale. Non si tratta più di dimostrare che un umanoide funziona, ma che sia affidabile ed efficiente. Per competere con l’automazione tradizionale, questi robot devono rispettare rigorosi requisiti in termini di tempi di ciclo, consumi energetici e costi di manutenzione.
Inoltre, devono soddisfare standard industriali di sicurezza, durabilità e prestazioni costanti. Se destinati a colmare carenze di manodopera, dovranno raggiungere livelli di destrezza e produttività paragonabili a quelli umani, parametri fondamentali per dimostrare la reale efficacia nel mondo reale.
4. Sicurezza, cybersecurity e governance dell’AI
Con l’aumento dei robot che operano a stretto contatto con gli esseri umani, la sicurezza diventa un requisito imprescindibile. L’introduzione di autonomia basata su AI rende però la validazione dei sistemi più complessa e aumenta la necessità di test rigorosi, certificazioni e supervisione umana.
I robot devono essere progettati e certificati in conformità agli standard ISO di sicurezza, con quadri di responsabilità e liability chiaramente definiti. La convergenza tra IT e OT e l’uso di piattaforme cloud espongono inoltre l’industria a nuove minacce di cybersecurity. Secondo gli esperti, sono in aumento gli attacchi ai controller robotici e alle piattaforme cloud, con rischi di accessi non autorizzati e manipolazioni dei sistemi.
Crescono anche le preoccupazioni legate ai dati sensibili raccolti dai robot – video, audio, flussi di sensori – e alla natura opaca dei modelli di deep learning, spesso descritti come “black box”. Questo scenario alimenta il dibattito su eticità, trasparenza e responsabilità legale nell’uso dell’AI in ambito industriale.
5. I robot come alleati contro la carenza di manodopera
Infine, uno dei fattori strutturali che sostengono la crescita del mercato è la carenza globale di lavoratori qualificati. Molte aziende faticano a coprire posizioni specialistiche, con un conseguente aumento di stress e carichi di lavoro per il personale esistente.
La robotica rappresenta una risposta concreta a questo problema, ma il successo dipende dalla capacità di coinvolgere la forza lavoro umana nel processo di trasformazione. La collaborazione uomo–robot è fondamentale per favorire l’accettazione, sia nell’industria manifatturiera sia nei servizi.
I robot vengono sempre più percepiti come alleati: aiutano a coprire le carenze di personale, automatizzano attività ripetitive e aprono nuove opportunità professionali. Allo stesso tempo, rendono i luoghi di lavoro più attrattivi per le giovani generazioni. Per questo, aziende e governi stanno investendo in programmi di reskilling e upskilling, indispensabili per competere in un’economia sempre più guidata dall’automazione.
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Scambi commerciali globali a 80 miliardi di dollari
In questo scenario di rapida espansione, la robotica emerge anche come asset strategico per la competitività industriale europea. Il valore degli scambi commerciali globali del settore ha raggiunto 80 miliardi di dollari a fine 2024, con l’Unione Europea primo esportatore mondiale, davanti a Stati Uniti e Cina. L’Europa e il Giappone presidiano i segmenti a più alto contenuto tecnologico, mentre la Cina domina la fornitura di componentistica e materie prime e gli Stati Uniti si distinguono nelle fasi di semilavorazione e assemblaggio.
Italia secondo produttore in Europa di robot industriali
All’interno di questo equilibrio globale, l’Italia occupa una posizione di assoluto rilievo: è il secondo produttore di robot industriali e il secondo mercato per installazioni nell’UE, oltre a essere il sesto esportatore mondiale.
Un primato che, secondo il nuovo brief della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di Cassa depositi e prestiti, poggia su una solida base manifatturiera, su competenze avanzate nel cosiddetto “super assemblaggio” e su un ecosistema dell’innovazione che colloca il Paese tra i primi dieci al mondo per numero di brevetti nel settore.
Con una domanda globale sempre più orientata verso robot intelligenti, autonomi e umanoidi, la robotica può dunque rappresentare una leva industriale e tecnologica cruciale per l’Italia e per l’Europa, a condizione di rafforzare gli investimenti in intelligenza artificiale, coordinare meglio la ricerca a livello continentale e garantire adeguati flussi di capitale pubblico e privato a supporto della filiera.
L’ICE risveglia le big tech, lettera aperta dei dipendenti ai propri CEO: “Basta collaborare con Trump”
Dopo i fatti di Minneapolis, la Silicon Valley rompe il silenzio e si divide sul rapporto con l’amministrazione Trump e con le politiche federali sull’immigrazione. Da un lato cresce la pressione interna per un passo indietro netto e per la fine della collaborazione con l’Ice, dall’altro resta una parte del settore che continua a lavorare con il governo. La novità è che la frattura, dopo mesi di prudenza, è diventata pubblica.
I fatti e le contestazioni
A innescare la reazione è stato il caso Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, uno dei cinque episodi avvenuti a gennaio durante operazioni condotte da agenti federali. Le versioni ufficiali sono state contestate da video diffusi online, mentre l’amministrazione ha difeso l’operato delle forze coinvolte. Sullo sfondo pesa un bilancio che ha alimentato le tensioni: almeno sei morti in un solo mese nei centri di detenzione federali.
ICE: la protesta interna al settore delle big tech
Oltre 450 dipendenti di aziende come Google, Meta, Salesforce e OpenAI hanno firmato una lettera aperta chiedendo ai vertici una presa di posizione pubblica contro la violenza, la cancellazione dei contratti con l’Ice e pressioni dirette sulla Casa Bianca per il ritiro delle operazioni dalle città.
La mobilitazione ha preso forma anche nella piattaforma ICEout.tech, che il 24 gennaio 2026 ha diffuso una dichiarazione durissima: “Condanniamo l’uccisione di Alex Pretti da parte della Border Patrol e l’ondata di violenza degli agenti federali nelle nostre città. La brutalità indiscriminata mostrata da ICE ha tolto ogni credibilità all’idea che queste azioni riguardino l’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Il loro obiettivo è il terrore, la crudeltà e la repressione del dissenso. Tutto questo deve finire”.
big tech: le richieste ai CEO
Nel testo si richiama apertamente il ruolo dell’industria tecnologica come leva politica. “Sappiamo che i leader del nostro settore hanno influenza: a ottobre hanno convinto Trump a rinunciare a un’operazione ICE prevista a San Francisco. Ora devono fare di più e unirsi a noi nel chiedere che l’ICE lasci tutte le nostre città”.
Il documento si conclude con un appello diretto ai vertici aziendali: chiamare la Casa Bianca per chiedere il ritiro dell’Ice dalle città, annullare tutti i contratti con l’agenzia e prendere posizione pubblicamente contro la violenza. “Vogliamo essere orgogliosi di lavorare nel settore tech e delle aziende per cui lavoriamo. Possiamo e dobbiamo usare il nostro peso per fermare questa violenza”, si legge nell’impegno sottoscritto dai firmatari.
Le prese di posizione dei leader
A incrinare ulteriormente l’equilibrio è stato anche l’intervento di SamAltman, che ai dipendenti ha parlato di una “grande differenza tra l’espulsione di criminali violenti e ciò che sta accadendo”, auspicando indagini indipendenti. Sulla stessa linea si è espresso ReidHoffman, fondatore di LinkedIn. Sul fronte opposto resta però una parte del mondo tech che guarda al riavvicinamento con Donald Trump come a una scelta pragmatica per tutelare contratti e accesso ai mercati.
Il ruolo di Palantir
Nel mezzo della frattura si colloca Palantir, diventata simbolo del nuovo asse tra tecnologia e governo. L’azienda fondata da Peter Thiel lavora a ELITE (Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement), un’applicazione per l’Ice che trasforma grandi volumi di dati in intelligence operativa. Secondo 404 Media, il sistema incrocia database governativi, inclusi dati sanitari, con informazioni commerciali e segnali di geolocalizzazione, producendo mappe dinamiche dei target e assegnando punteggi di probabilità agli indirizzi per pianificare operazioni su larga scala.
La Silicon Valley si trova ora davanti a bivio. Continuare a rafforzare i legami con il governo federale o esporsi sul terreno dei diritti civili.
L’accesso all’email del lavoratore licenziato è violazione della privacy
Il contenuto delle email, i dati di contatto delle comunicazioni e gli eventuali allegati, rientrano nella nozione di corrispondenza e sono quindi tutelati dal diritto alla segretezza. Tale garanzia, riconosciuta anche dalla Costituzione, salvaguarda la dignità della persona e il suo pieno sviluppo nelle relazioni sociali.
Lo ha ribadito il Garante per la protezione dei dati personali, che ha inflitto una sanzione di 40mila euro a una società per violazione della segretezza dell’account email di un amministratore delegato dopo la cessazione del rapporto di lavoro.
Nel reclamo presentato al Garante l’amministratore lamentava che, dopo aver ricevuto una lettera di contestazione disciplinare cui è seguito il licenziamento, l’azienda gli aveva negato l’accesso alla propria casella di posta elettronica aziendale, rimasta attiva. Esercitando i propri diritti, aveva chiesto alla società di disabilitare l’account di posta elettronica, di inoltrare i messaggi ricevuti nel frattempo al suo indirizzo email personale e di attivare una risposta automatica che informasse eventuali mittenti del nuovo indirizzo email. Richiesta tuttavia rimasta inevasa sebbene formulata correttamente ai sensi del GDPR.
Nel corso dell’istruttoria, il Garante ha accertato che l’azienda non solo continuava a ricevere le email indirizzate al lavoratore, ma addirittura le inoltrava ad un altro account di posta elettronica aziendale. Una pratica scorretta che si era protratta per circa due mesi, superando il limite di 30 giorni previsto dalle regole interne dell’azienda.
Tale modalità prolungata nel tempo ha determinato l’accesso e la conservazione di email personali, in violazione della normativa privacy.
L’Autorità ha pertanto ordinato alla società di consentire al lavoratore l’accesso al proprio account aziendale di posta elettronica e ne ha disposto la successiva cancellazione, fatta salva la conservazione di quanto necessario per la tutela dei diritti in sede giudiziaria.
Nel definire l’ammontare della sanzione, il Garante ha considerato la tipologia e la durata delle violazioni, il mancato riscontro all’istanza di esercizio dei diritti del lavoratore e l’assenza di precedenti violazioni della normativa privacy da parte della società.
Monopattini, Garante Privacy: via libera alla piattaforma per rilascio delle targhe
Via libera del Garante privacy allo schema di decreto del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) che disciplina le modalità di funzionamento della piattaforma telematica per la richiesta e il rilascio delle targhe dei monopattini, nonché il trattamento dei dati personali dei proprietari dei veicoli. Saranno i proprietari di monopattini a gestire in autonomia il procedimento di rilascio dell’adesivo identificativo, che si appone nello spazio posteriore del monopattino.
Le condizioni
Nel dare il proprio parere favorevole al testo, il Garante ha tuttavia posto al MIT alcune condizioni per garantire una maggiore tutela dei dati degli interessati.
Basta l’identificazione digitale tramite SPID e CIE
In particolare, l’Autorità ha chiesto di eliminare il riferimento alla verifica automatica dei dati dei richiedenti il contrassegno tramite “collegamento” con l’Anagrafe nazionale della popolazione residente. Tale interrogazione sarebbe infatti non necessaria ed eccessiva, dal momento che l’identificazione digitale avviene già mediante l’autenticazione con SPID o CIE.
Il Garante ha inoltre chiesto al MIT di specificare le banche dati individuate per le verifiche relative alle imprese e ai poteri di rappresentanza del richiedente, per rendere così conformi i trattamenti alla normativa in materia di protezione dei dati.
Infine, l’Autorità ha prescritto che gli adempimenti connessi ai trattamenti posti in essere nell’ambito della piattaforma dal MIT in qualità di titolare, inclusi il rilascio dell’informativa e la gestione dell’esercizio dei diritti riconosciuti agli interessati, siano di competenza del solo Ministero.
Come funziona Clawdbot (Moltbot), l’AI opensource che fa cose
Nelle ultime settimane nel mondo tecnologico non fa altro che parlare di Clawdbot (da pochissimo ribattezzato Moltbot perché suonava troppo simile a Claude).
Cos’è Clawdbot (Moltbot
Clawdbot è un assistente personale AI open-source, auto-ospitato, creato dallo sviluppatore PeterSteinberger. Diversamente dai chatbot basati su browser, Moltbot gira direttamente sull’hardware dell’utente—da computer desktop a dispositivi compatti come Raspberry Pi—e si collega a piattaforme di messaggistica popolari come Whatsapp, Telegram, Discord, Slack e iMessage.
Come funziona l’agente Clawdbot (Moltbot)
Il funzionamento di Clawdbot si basa su un’architettura modulare. L’agente utilizza uno o più modelli di AI come motore di ragionamento e li combina con componenti che gli permettono di interagire con applicazioni reali. Può ricevere e inviare messaggi, accedere a file, gestire promemoria, leggere email o eseguire comandi, a seconda dei permessi concessi. Un elemento centrale è la memoria persistente, che consente all’agente di mantenere contesto e informazioni nel tempo.
Uno degli aspetti distintivi di Clawdbot è la capacità di integrarsi con piattaforme di messaggistica e strumenti di lavoro quotidiani. L’agente può essere configurato per operare tramite canali già utilizzati dagli utenti, diventando una sorta di interfaccia unica verso più servizi. Questo approccio rende l’automazione più fluida, ma allo stesso tempo aumenta la superficie di esposizione del sistema.
Il tema della sicurezza e della responsabilità
La natura auto-ospitata di Clawdbot sposta la responsabilità della sicurezza interamente sull’utente o sull’organizzazione che lo utilizza. Installazioni non protette o configurate in modo improprio possono risultare accessibili dall’esterno. In questi casi, l’agente può esporre conversazioni, dati operativi, credenziali e chiavi API, con conseguenze rilevanti in termini di violazioni e accessi non autorizzati.
L’uso di un agente AI operativo introduce anche un tema di governance. Quando un sistema prende decisioni ed esegue azioni sulla base di istruzioni in linguaggio naturale, diventa più complesso stabilire responsabilità, tracciabilità e controllo. In ambito aziendale questo solleva interrogativi su audit, compliance e gestione del rischio, soprattutto se l’agente opera su dati sensibili o processi critici.
Un segnale dell’evoluzione dell’AI
Clawdbot rappresenta un esempio concreto dell’evoluzione in corso nell’ecosistema AI: da strumenti conversazionali a soggetti capaci di agire. L’auto-hosting offre maggiore controllo e flessibilità, ma richiede competenze tecniche e un approccio maturo alla sicurezza. Senza adeguate misure di isolamento, autenticazione e monitoraggio, il rischio è che l’agente diventi un punto di vulnerabilità anziché un fattore di efficienza.
OpenAI, pronti 60 miliardi di dollari da Nvidia, Amazon e Microsoft
OpenAI pronto a ricevere ingenti finanziamenti da Nvidia, Microsoft e Amazon come nuovo investitore
Nvidia, Amazon e Microsoft sono in trattative per investire complessivamente fino a 60 miliardi di dollari in OpenAI. Secondo quanto riportato da The Information, il gigante tecnologico guidato da Jensen Huang, già azionista e fornitore chiave dei chip che alimentano i modelli di intelligenza artificiale di OpenAI, starebbe valutando un investimento fino a 30 miliardi di dollari.
Microsoft, che è partner storico e principale sostenitore industriale della società guidata da Sam Altman, sarebbe pronta a mettere sul tavolo meno di 10 miliardi, mentre Amazon, potenziale nuovo investitore, starebbe discutendo un impegno ben più consistente, superiore ai 10 miliardi e forse vicino ai 20 miliardi.
Segnale che le negoziazioni stanno entrando in una fase avanzata è che OpenAI sarebbe vicina a ricevere le prime term sheet, diciamo le lettere di intenti, quindi documenti preliminari non vincolanti usati nelle negoziazioni di investimento.
La notizia arriva in un momento cruciale per il settore tecnologico e, più in generale, per il ricco e rapidissimo comparto dell’intelligenza artificiale (AI). I costi per addestrare e far funzionare modelli sempre più potenti continuano a crescere rapidamente, mentre la competizione si intensifica, con Google, Anthropic e altri attori che stanno riducendo il divario rispetto al vantaggio iniziale di OpenAI.
In questo contesto, l’ingresso o il rafforzamento di grandi investitori industriali non è solo una questione finanziaria, ma anche strategica: cloud, chip e canali di distribuzione diventano leve decisive quanto gli algoritmi.
Big Tech: investitori pronti a sostenere livelli stellari di spesa in AI, solo se si traducono in crescita solida dei ricavi
Sul fronte dei mercati, la settimana degli utili delle Big Tech ha mandato un messaggio chiaro e, per certi versi, severo. Gli investitori sono disposti a tollerare e premiare livelli record di spesa in intelligenza artificiale solo se questi si traducono in una crescita solida e visibile dei ricavi. In caso contrario, è spiegato sulla Reuters, la reazione è immediata e punitiva. È un cambio di paradigma evidente rispetto agli anni precedenti e riflette quanto le aspettative si siano alzate dal lancio di ChatGPT, più di tre anni fa.
Meta è l’esempio più lampante di come, almeno per ora, il mercato stia premiando chi riesce a dimostrare un ritorno tangibile dagli investimenti in AI. I ricavi del gruppo sono cresciuti del 24% nell’ultimo trimestre, grazie anche a un miglioramento dell’efficacia della pubblicità basata sull’intelligenza artificiale, e le previsioni per il trimestre in corso hanno superato le attese. Questo ha dato credibilità a un piano di spesa molto aggressivo sui data center, nonostante l’impennata dei costi.
Diversa, e più delicata, la posizione di Microsoft. Pur restando uno dei leader indiscussi nell’AI per il mondo enterprise, grazie alla profonda integrazione di OpenAI nei suoi prodotti, il rallentamento relativo della crescita di Azure e l’enorme impegno in capitale stanno alimentando dubbi tra gli investitori. Il fatto che OpenAI rappresenti una quota rilevante del backlog evidenzia il potenziale, ma anche il rischio di concentrazione, in un momento in cui la concorrenza tecnologica si fa più serrata.
AI, la promessa di una crescita futura non basta più a Wall Street
Il quadro che emerge è quello di un settore in piena corsa, ma sotto esame costante. L’intelligenza artificiale è ormai considerata una tecnologia abilitante per il futuro dell’economia digitale e le Big Tech stanno scommettendo cifre senza precedenti per non restare indietro.
Wall Street, però, chiede prove concrete: la promessa di una crescita futura non basta più. L’eventuale maxi-investimento in OpenAI da parte di Nvidia, Amazon e Microsoft si inserisce proprio in questa dinamica, come una scommessa ad altissimo valore strategico, ma anche come un banco di prova per dimostrare che l’era dell’AI può e deve generare non solo innovazione, ma anche ritorni economici sostenibili.
La Commissione Ue vuole sbloccare l’ecosistema di Google
Nuove grane per Google in Europa. Lunedì Bruxelles ha annunciato due nuove indagini nei confronti di Google nel quadro del Digital Markets Act (DMA), la normativa entrata in vigore nel marzo del 2024 per regolare i gatekeepers del digitale.
Primo fronte aperto sull’interoperabilità
L’interoperabilità di Android con i servizi di intelligenza artificiale della concorrenza. La Commissione vuole imporre a Google di aprire le funzionalità del suo sistema operativo mobile agli sviluppatori terzi, allo stesso modo che per Gemini, l’assistente AI interno di Mountain View.
Regole del gioco eque
“Gli strumenti di intelligenza artificiale stanno trasformando il modo in cui cerchiamo informazioni sui nostri smartphone”, ha detto Teresa Ribera, Vicepresidente della Commissione commissaria alla Concorrenza. “Vogliamo condizioni di parità, non condizioni che favoriscano i principali attori”. La sfida: garantire che i fornitori terzi di intelligenza artificiale abbiano le stesse opportunità di innovare, mentre l’intelligenza artificiale generativa rimodella il panorama della ricerca online e dell’interazione con i dispositivi mobili.
La seconda indagine anch’essa strategica riguarda l’accesso ai dati di Google Search. Bruxelles vuole costringere il gruppo a condividere con i suoi concorrenti i suoi dati di indicizzazione, di richieste, di clic e di visite, in modo anonimizzato e a condizioni eque. L’obiettivo è consentire ai motori di ricerca alternativi di ottimizzare i loro servizi e di offrire “delle vere alternative a Google Search”, sottolinea la Commissione.
“Milioni di europei si affidano quotidianamente ai motori di ricerca e sempre più all’intelligenza artificiale”, ha osservato Henna Virkkunen, Vicepresidente per la Sovranità Tecnologica. “Il nostro obiettivo è mantenere aperto il mercato dell’intelligenza artificiale e sbloccare la concorrenza basata sul merito”.
Questi due procedimenti non costituiscono ancora accuse formali, ma mirano a chiarire le misure specifiche attese da Google. L’autorità di regolamentazione ha sei mesi di tempo per concludere l’indagine e, entro tre mesi, deve comunicare i risultati preliminari, ai quali anche i ricorrenti e i concorrenti potranno rispondere.
Questa duplice offensiva si aggiunge a un arsenale già consistente. Google rischia sanzioni imminenti per aver favorito i propri servizi e aver impedito agli sviluppatori di indirizzare i consumatori fuori dal suo app store.
“Reclami della concorrenza”
Il gruppo è anche sotto inchiesta per aver potenzialmente declassato alcuni risultati di notizie. In risposta a questi procedimenti, Clare Kelly, consulente legale generale di Google, ha dichiarato a Bloomberg che l’azienda teme che le nuove regole, “spesso dettate da reclami della concorrenza piuttosto che dagli interessi dei consumatori, possano compromettere la privacy, la sicurezza e l’innovazione degli utenti”.
AI Mode di Google, Antitrust Uk vuole consentire l’opt-out agli editori
L’Autorità britannica della concorrenza (Cma) ha proposto di permettere ai siti internet, compresi quelli di informazione, di rifiutare l’utilizzo dei propri contenuti nella funzionalità ‘Ai Overview’ , che genera sintesi tramite intelligenza artificiale in risposta alle ricerche degli utenti. Questa proposta, ora sottoposta a consultazione pubblica, fa seguito alla designazione, avvenuta lo scorso ottobre, di Google come “società strategica sul mercato” della ricerca online, a causa della posizione dominante del suo motore di ricerca, che lo sottopone a regole più severe. Gli editori di siti internet, e in particolare quelli dei media, accusano l’Ia di saccheggiare i loro contenuti senza remunerazione per alimentare i propri modelli. Sostengono inoltre che i riepiloghi generati dall’Ia durante le ricerche scoraggino il clic verso le pagine originali, prosciugando il traffico e, di conseguenza, i ricavi pubblicitari.
AI Mode, CMA vuole consentire agli editori di rifiutare uso contenuti a AI overview
Secondo la proposta della Cma, “gli editori potranno rifiutare che i loro contenuti siano utilizzati per alimentare funzionalità di AI come ‘Ai Overviews’ o per l’addestramento di modelli di Ia al di fuori della ricerca Google”.“Google dovrà inoltre adottare misure concrete per garantire che i contenuti degli editori siano correttamente attribuiti nei risultati generati dall’Ia”, si legge nel documento.
Secondo il regolatore, il 90% delle ricerche nel Regno Unito viene effettuato tramite Google e oltre 200.000 aziende britanniche vi fanno pubblicità. “Qualsiasi nuovo controllo deve evitare di compromettere la ricerca in modo da portare a un’esperienza frammentata o confusa per gli utenti”, ha commentato Ron Eden, responsabile dei prodotti di Google, sottolineando che l’azienda offre agli editori “una gamma di strumenti di controllo (…) per gestire il modo in cui i loro contenuti appaiono nei risultati di ricerca”.
Proposta schermata per cambiare motore di ricerca predefinito
Tra le altre proposte, la Cma suggerisce la visualizzazione di una schermata per facilitare il cambio del motore di ricerca predefinito e l’introduzione di regole che garantiscano una classificazione equa dei risultati, che Google dovrebbe essere in grado di dimostrare. La consultazione si concluderà il 25 febbraio. La normativa britannica che consente di designare le “società strategiche sul mercato” si ispira al Regolamento europeo sui mercati digitali (Digital Markets Act, Dma), che nell’Ue si applica a una manciata di colossi tecnologici, tra cui Apple, Google e Meta, con l’obiettivo di porre fine agli abusi di posizione dominante. Secondo il suo sito web, Google occupa oltre 7.000 persone nel Regno Unito.
Le testate registrano calo di clic con AI Mode
Le testate giornalistiche hanno registrato un calo del traffico di clic sui loro siti web – e quindi dei loro ricavi – da quando Google ha iniziato a pubblicare riassunti basati sull’intelligenza artificiale in cima ai risultati di ricerca, che molte persone leggono senza cliccare sul testo originale.
I siti ad oggi non possono rifiutare di partecipare alle panoramiche basate sui loro contenuti senza ritirarsi anche dalla ricerca tradizionale di Google, il che, data la posizione dominante dell’azienda sul mercato, avrebbe un impatto enorme sulla visibilità del loro giornalismo.
Accordo più equo sull’AI Mode
Mercoledì, l’Autorità Garante della Concorrenza e dei Mercati ha proposto “un accordo più equo” sull’utilizzo dei propri contenuti e ha avviato una consultazione pubblica di un mese per consentire agli editori di “potere scegliere di non consentire l’utilizzo dei propri contenuti per alimentare funzionalità di intelligenza artificiale come le panoramiche di intelligenza artificiale o per addestrare modelli di intelligenza artificiale al di fuori della ricerca di Google”.
Le organizzazioni dei media sperano che i cambiamenti aumenteranno la loro possibilità di essere pagate se i loro contenuti vengono utilizzati nella modalità di intelligenza artificiale di Google. Tuttavia, si è registrato un certo disappunto per il fatto che la CMA abbia annunciato che avrebbe atteso un anno per decidere se intraprendere ulteriori azioni per garantire agli editori condizioni eque e ragionevoli per i loro contenuti.
La replica di Google sull’AI Mode
Google ha dichiarato: “Qualsiasi nuovo controllo deve evitare di interrompere la ricerca in modo da creare un’esperienza frammentata o confusa”. Ma ha aggiunto che sta “lavorando su modi per consentire ai siti di notizie di disattivare le panoramiche basate sull’intelligenza artificiale”.
Si prevede inoltre che la CMA imporrà legalmente a Google di installare “schermate di scelta” per consentire agli utenti di passare più facilmente ad altri servizi di ricerca sui dispositivi Android e di introdurli nel browser Google Chrome.
Questo mese, un rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism ha rilevato che i dirigenti dei media di tutto il mondo temono che i referral dei motori di ricerca diminuiranno del 43% nei prossimi tre anni, a causa dell’ascesa dei riepiloghi basati sull’intelligenza artificiale e dei chatbot.
In una nota ufficiale, Cloudflare definisce la legge su cui si fonda l’intervento dell’Agcom “fondamentalmente imperfetta” e avverte che la sua applicazione rischia di provocare interruzioni generalizzate dell’economia digitale. “Piracy Shield sta danneggiando Internet in Italia senza risolvere realmente il problema della pirateria”, ha dichiarato MatthewPrince, co-fondatore e ceo di Cloudflare.
Secondo Prince, la piattaforma gestita dall’Agcom non colpisce solo Cloudflare, ma rappresenta una minaccia sistemica per la rete nel suo complesso. “Sta mettendo a rischio ogni aspetto di Internet in Italia, scoraggia gli investimenti e può compromettere servizi essenziali che dipendono dalla rete. Tutto questo perché l’Agcom non comprende come funziona Internet e ha permesso a soggetti privati di decidere cosa gli utenti possono o non possono vedere”, ha aggiunto.
Cloudflare contesta: “La normativa è incompatibile con il Digital Service ACT”
Nel merito giuridico, Cloudflare sostiene che la normativa applicata dall’Autorità sia incompatibile con il diritto europeo, in particolare con il Digital Services Act. Anche qualora la legge fosse considerata applicabile, l’Agcom avrebbe comunque superato i limiti previsti per l’entità delle sanzioni. In base alle regole vigenti, infatti, la multa non potrebbe eccedere il 2% del fatturato dell’anno precedente.
Anche la somma di 14 milioni
Applicando questo criterio ai ricavi registrati da Cloudflare in Italia nel 2024, la sanzione massima dovrebbe attestarsi intorno ai 140.000 euro. L’importo stabilito dall’Agcom, pari a 14 milioni di euro, sarebbe quindi cento volte superiore al limite legale, sulla base di un’interpretazione giuridica che l’azienda definisce errata.
Per Agcom la pirateria è una minaccia gravissima per le imprese
L’autorità difende la sua scelta. Massimiliano Capitanio, commissario Agcom, aveva dichiarato dopo le polemiche esplose del CEO Prince che la multa non riguarda la libertà di espressione, ma la tutela di diritti e posti di lavoro saccheggiati dalla pirateria.
“Se qualcuno pensa che il “free internet” equivalga a consentire in rete violenze, furti, frodi, spaccio, traffico di armi, Houston abbiamo un problema. Serio”.
Se un’attività è criminale offline, lo è anche online. Proteggere il diritto d’autore, significa proteggere innovazione, investimenti, imprese e posti di lavoro.